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antonio manzini

confini (it)

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Lunedì
Risalivano lenti, un passo dopo l’altro, le torce accese riflettevano la luce azzurra sulla neve mentre tutt’intorno era buio e silenzio. Il vento soffiava gelato e in cielo neanche una stella, i loro fiati coloravano l’aria tutto intorno. In alto le luci della stazione italiana, un disco volante appollaiato sulla Punta Helbronner. Poco più in basso la cabina da controllare con il motore che da due giorni faceva i dispetti. Jean sentiva il cuore in gola, a sessantadue anni lavorare a quasi 3.000 metri non era un toccasana per la pressione. Sembrava che il fumo e i pasti abbondanti avessero deciso per lui che era il momento di catapultarsi a valle, e restarci. Dietro di lui Romain ansimava e tirava cristi e madonne come sputi sul ghiaccio. «Même de nuit… J’ai la tête qui tourne…».
«La faute au cognac, Romain» rispose Jean, che con passo lento apriva la strana processione. La cassetta era toccata a lui, Romain aveva lo zaino con le corde. La chiudessero questa funivia del cazzo, pensava Jean, aveva un problema a cadenza bimestrale da venti anni. I rotori, qualche ingranaggio, l’olio, il grasso, perdite di carburante. Se l’avessero fatta nuova come gli italiani, avrebbero risparmiato migliaia di euro invece che insistere con quel ferrovecchio.
«C’est encore loin?».
«Pas trop, Romain… on y est presque».
Poi a dieci metri vide l’ammasso scuro riposare sul chiarore della neve. A poca distanza da un bastone nero e giallo infilato nel terreno che segnava l’altezza della neve. Sembrava un masso, ma pietre sporgenti lassù non ce n’erano. «C’est quoi?» chiese, e indirizzò la torcia. Romain aguzzò gli occhi, anche lui diresse il fascio di luce su quel fagotto. «Un ours?». Jean rise. «Mais voyons, comment ça un ours, Romain?». Chi aveva mai visto un orso a quelle altitudini, pensò. Poi si pulì il naso col guanto e si avvicinò. Romain restò sul sentiero a guardare il collega. Non c’erano dubbi. Aveva le gambe e le braccia e un berretto in testa. Si avvicinò ancora e i dubbi si dissolsero. A un metro da lui giaceva un uomo morto. Vedeva un solo occhio aperto, le mani senza guanti. «Romain!».
«C’est quoi?» fece quello avvicinandosi e affondando nella neve fino al polpaccio. Per tutta risposta Jean spense la torcia. «Éteins aussi!» gli ordinò. Romain spense la torcia. Avvolti nel buio, circondati dall’azzurro pallido della neve, i due uomini si fissarono negli occhi. «C’est un cadavre» disse a bassa voce.
Romain si grattò la barba. «Putain! Qu’est-ce qu’on fait?». Alzarono lo sguardo. La stazione italiana più alta, quella di Punta Helbronner, aveva ancora le luci accese, spente invece quelle della seconda, la Pavillon, duecento metri più in basso. «Je ne sais pas… Quel bordel». Jean si sistemò il cappuccio stringendo i laccetti laterali. Si chinò sul corpo alla ricerca del portafoglio. Lo trovò nella tasca interna del giubbotto. Dovette riaccendere la torcia per leggere le generalità. «Oh, il est italien!».
«Il a de l’argent?».
«Arrête tes conneries, Romain, mais quel argent?». Si mette a pensare ai soldi, pensò, poi rimise a posto il portamonete. «Si on appelle la police on n’en sort plus… Écoute, il est italien et j’ai une idée, qu’ils se débrouillent». Guardò il collega che sembrava aver capito. Si tolsero lo zaino, poggiarono le torce e la cassetta degli attrezzi, poi sollevarono il corpo. Romain afferrò le spalle, Jean i piedi che calzavano pedule imbottite. Si allontanarono col fardello e presero a salire verso la stazione di mezzo della funivia del Monte Bianco. Il vento aveva aumentato la potenza, non sentivano più le labbra e la mandibola. «Putain, combien il pèse!».
«Allez, Romain, allez!» ringhiò Jean stringendo i denti.
Ogni tanto si fermavano per riprendere fiato e riposare i bicipiti che gridavano dal dolore. Dovevano anche controllare il percorso, senza torce e rimbambiti dal vento, perdere la direzione e ritrovarsi sull’orlo di un crepaccio era questione di un momento. «Tu t’en sors?».
«Oui… Attends encore dix secondes…».
Silenziosi ripresero a camminare sul Glacier du Géant fino a quando videro a pochi metri i cancelletti di ferro per la sicurezza dei turisti. Era il momento più delicato. Due fari al quarzo puntati su una rimessa rischiaravano la zona. Non dovevano entrare nel fascio di luce, qualcuno ai controlli telecamere dalla stazione italiana giù a Courmayeur avrebbe potut0 vederli. Si spostarono un po’ a valle, seguendo la linea d’aria del confine mai chiarito fra i due paesi, confine non presente su nessuna carta ma che per consuetudine secolare tutti sapevano trovarsi lì. «Bien, nous sommes en Italie…» fece Jean. «Un… deux et trois!» catapultarono il corpo che sprofondò nella neve. Guardarono soddisfatti l’opera. Jean mollò una pacca al collega e silenziosi tornarono indietro a recuperare gli attrezzi per cercare di riparare quel maledetto motore schifoso che aveva anche l’impudenza di essere stato fabbricato in Germania.
Martedì
Flavio Ricci era nato a Mestre, vissuto a Livorno, ma il lavoro l’aveva trovato a 2.173 metri sul livello del mare, nel ristorante sul Monte Bianco, alla stazione intermedia della funivia avveniristica appena inaugurata. Alle 10 del mattino erano tutti in fibrillazione, il cuoco, tre camerieri di sala e i due sous chef per un pranzo aziendale. Flavio scese nel tunnel per portare l’immondizia da scaricare alla base della funivia. Coperto da un piumino col cappuccio tirato, uscì trascinando i due sacchi nella neve. Di solito c’era da godere di un panorama che valeva il prezzo del biglietto di quella funivia, l’arco alpino a perdita d’occhio, la Francia, la Svizzera, la natura nella sua più brutale e potente espressione di onnipotenza. Ma quel mattino una nebbia fitta che vomitava neve non permetteva più di venti metri di visuale. Fiocchi grossi come arance cadevano arrabbiati, mossi dal vento come una tendina davanti a una finestra aperta. Si stava abituando a quel clima, lassù cambiava nel giro di pochi minuti, ragione che rendeva pericolose le escursioni nei ghiacciai. Depositò i sacchi e lo vide. Il corpo abbandonato a testa in giù mezzo ricoperto di neve. «Dio mio!» mormorò e si avvicinò a quell’uomo steso in mezzo alla neve. Non ci voleva un anatomopatologo per decretarne la morte.
Il vicequestore Rocco Schiavone arrivò un’ora e mezza dopo accompagnato dal viceispettore Scipioni e dall’agente Deruta. D’Intino era rimasto in auto a Courmayeur, alla base della funivia. Trovarono Flavio ancora scioccato, seduto su una sedia mentre beveva da una tazza fumante. Per quell’occasione Schiavone aveva abbandonato il loden verde, preferendo un giubbotto imbottito di materiali plastici, prestito del soccorso alpino. Accanto al cameriere c’erano i colleghi silenziosi che avevano fermato la preparazione del pranzo. «Ho trovato questo nella tasca interna del morto» balbettò Flavio consegnando un portafoglio nero al vicequestore. «E chi le ha detto che poteva mettere le manacce addosso al cadavere?» lo redarguì Rocco. Poi estrasse la patente. «Alessio Ronc» fece. «Lo conoscete?».
I ristoratori fecero «no» con la testa all’unisono. «Bene… che cazzo ci fa uno quassù se non lavora con voi?».
«Guardi dottore, c’è una boutique ma apriranno più tardi, e la sala cinema, ma qui ci conosciamo tutti e il tizio non è dei nostri».
Rocco sbuffò e guardò i due poliziotti. «Uomini! Si prospetta una gran bella rottura di coglioni. Nove se è morto per cause naturali…».
«Dieci se invece le cause sono altre» concluse Scipioni.
«E vorrei anche ricordarvi che oggi sarebbe cominciata la mia settimana di ferie».
I tre poliziotti, accompagnati dal cuoco e da Flavio, scesero nel tunnel e arrivarono al luogo del ritrovamento. «Porca miseria che freddo» disse Deruta. Antonio e Rocco si avvicinarono al morto. «E chi è?» chiese il viceispettore.
«Nessuno lo conosce» rispose Rocco che infilò la mano nella tasca della giacca a vento. Guardò il corpo. «Secondo la patente Alessio Ronc ha 29 anni. Questo ce n’ha minimo il doppio». Avvicinò la foto della patente al viso. Il cadavere non apparteneva ad Alessio Ronc. «Cazzo» sibilò il vicequestore.
«Come sarà morto? E che ci faceva di notte quassù se nessuno al ristorante l’ha mai visto?».
Rocco cercò di guardare oltre la recinzione ma la nebbia fitta e la neve impedivano la vista. Qualcosa attrasse la sua attenzione. «Che c’è oltre ’sta recinzione?».
Rispose Flavio: «Comincia il Ghiacciaio del Gigante. A dieci metri da qui è Francia»
«Ah sì? Siamo sul confine?».
«Sì» confermò il cuoco.
«Antonio, Michele, io co’ ’ste scarpe non ci posso andare. Scavalcate la recinzione». I due poliziotti eseguirono. «Che dobbiamo fare?».
«Vedete intorno al corpo? Non vi pare troppa neve smossa?».
I due controllarono. «Sì…».
«E se non mi sbaglio le tracce vanno verso il ghiacciaio. Non sono troppe per una persona?».
«Che vuole dire?» chiese il cuoco.
«Che questo da solo qui non è arrivato. Sembra che ce l’abbiano portato, no? Uomini! Seguite le tracce».
«Le seguiamo?».
«Che ho detto?».
Affondando nella neve e bestemmiando fra i denti, Scipioni e Deruta si incamminarono. Pochi secondi dopo le silhouette dei due poliziotti vennero inghiottite dal muro impenetrabile di nebbia e neve. Rocco si accese una sigaretta e guardò Flavio. «È pericoloso andare lì?».
«Insomma… un po’ sì».
«Speriamo che non se fanno male». Si chinò sul corpo e girò il viso verso i due. «Siccome non è Alessio Ronc, dategli un’occhiata e ditemi se l’avete mai visto». Il cuoco e Flavio si avvicinarono al corpo timidi, un passetto dopo l’altro, quasi non volessero disturbare.
«No… mai…» risposero. Rocco si tirò su. «Ma è sempre così qui?».
«D’inverno sì. Mi creda però, quando si apre il tempo c’è un panorama mozzafiato».
«Immagino. Non vedo l’ora di perdermelo» rispose Rocco. Dopo qualche minuto le figure dei due poliziotti riemersero dalla nebbia. Due ombre stanche e dolenti che a Rocco parvero i dannati dell’inferno dantesco disegnati da Doré. «Siete vivi? Embè? Allora?».
«Non c’è dubbio. Le tracce arrivano a duecento metri» rispose Antonio col fiatone. «Qualcuno l’ha prelevato e portato fin qui».
«Qualcuno chi, Anto’?».
«Qualcuno che veniva da laggiù, dalla parte francese…».
«Figli di mignotta» ringhiò Rocco sorridendo. «Capito?».
«No».
«Io sì, ci vogliono ammollare una rottura di coglioni di decimo livello! Col cazzo! Bene uomini, incollatevi il cadavere senza nome e rimettetelo al suo posto». Antonio e Deruta con gli occhi di fuori guardarono Rocco che intanto si era chinato un’altra volta sul corpo restituendogli il portafoglio. «Fate come vi ho detto. E voi, gente di cucina, non ci avete mai visto, mai chiamato, non siamo mai venuti. Riferite i fatti ai colleghi e tenetevi il segreto, poi telefonate alla gendarmerie… che paese c’è dall’altra parte?».
«Chamonix».
«Bravi. Chiamateli e riferite cha avete avvistato un corpo, ma in territorio francese e che se la sbrighino loro… che fiji de ’na mignotta» e tornò nel tunnel lasciando senza parole cuoco, cameriere e i due poliziotti che allargarono le braccia e si prepararono a incollarsi il cadavere per riportarlo al suo posto. «Dottore» lo richiamò il cuoco, «ma con il pranzo che abbiamo in preparazione che facciamo? Andiamo avanti?».
«Come se niente fosse successo, amico mio. Qui un cadavere non c’è mai stato, comprì? Io torno ad Aosta, ripeto, è la mia settimana libera» rispose Rocco di spalle e sparì dietro la porta di metallo.
«Forza Deruta, animo!» fece Antonio.
«È legale?» chiese sottovoce l’agente.
«No» rispose Antonio.
Mercoledì
Rocco stravaccato sul divano schiacciò la seconda canna della giornata nel posacenere. L’appartamento era caldo, il caffè sul fuoco, avrebbe passato il resto della settimana a leggere e magari una serata con Sandra Buccellato. Ad Aosta non nevicava, la temperatura era sotto lo zero e che cominciassero a cadere i fiocchi era questione di ore. Lupa dormiva e agitava le zampe posteriori preda dei suoi sogni. Il telefono squillò. «Sì?».
«Schiavone?» era il questore. «Lo so che è la sua settimana di vacanze, ma non si può. Venga da me, subito!».
«Sono a Torino» mentì.
«Guardi che l’ho chiamata al telefono di casa» e attaccò. Rocco alzò gli occhi al cielo e guardò Lupa. «Mi tocca» disse. Appena lo vide infilarsi il loden il cane scattò in piedi pronta per una passeggiata fuori programma.
Mentre saliva verso l’ufficio di Costa, sulle scale incrociò Antonio che usciva dalla stanza degli agenti. «Che succede?» chiese in apprensione. «Non eri in ferie?».
«Il questore. Stai tranquillo Anto’, non ti devi preoccupare».
«Salgo con te».
«Fa’ come te pare».
«Senti, Rocco, io ho dato un’occhiata… quell’Alessio Ronc».
«Chi?».
«Quello del portafoglio, è una guida alpina di Courmayeur».
«E sticazzi?».
«Forse potremmo andare a fargli quattro domande».
Rocco si fermò in mezzo al corridoio. «Tu e io non abbiamo visto niente, non c’era un corpo, non c’era un portafoglio, non c’era la patente e non sappiamo chi sia Alessio Ronc, tantomeno conosciamo l’identità del cadavere, dal momento che non esiste. È chiaro?».
Antonio annuì stringendo le labbra. «Vattene al bar Anto’, telefona a una delle tue fidanzate, distraiti, che ’sta faccia appesa non la posso guarda’».
«Non ce l’ho più le fidanzate».
«E allora fattene una nuova».
«Mica facile…».
«Mi spiega?» disse il questore seduto alla scrivania guardandolo fisso negli occhi.
«Volentieri se mi dice di che parliamo».
«Ricevo una telefonata dalla sûreté… si tratta di un cadavere ritrovato su, al Monte Bianco».
«Roba nostra?».
«Lì è il busillis». Costa si alzò in piedi e prese un foglio di carta. «Trovato in territorio francese».
«E allora?».
«Sostengono, sempre quelli della sûreté, che questo cadavere si muove».
Rocco scosse la testa. «Allora dovrebbero chiama’ il Vaticano».
«Faccia poco lo spiritoso. Dicono che qualcuno ce l’ha portato dal territorio italiano».
«Prove?».
«Non ne hanno».
«E allora il mio consiglio è di mandarli a quel paese, dottor Costa. Rompono i coglioni coi confini lassù da 170 anni, se lo tenessero il cadavere».
«È più o meno quello che ho detto io, usando parole meno colorite. Però diciamo che vogliono dirimere la questione. L’aspetta un ispettore giù a Courmayeur, ai piedi della funivia».
«E che vuole?».
«Parlarle. Cerchiamo di essere collaborativi».
Quando fermarono l’auto, Antonio e Schiavone videro un uomo col giaccone e i pantaloni di velluto fermo davanti all’entrata. «Anto’, tu il francese lo mastichi?».
«’Nsomma…».
«E allora che se dimo io e quel tizio?».
Scesero e si avvicinarono. Il tizio portava un cappellino di lana, la pelle olivastra tradiva origini magrebine. «Vicequestore Schiavone… lei è l’ispettore?» quello si limitò a negare col capo, poi li invitò a seguirlo. Davanti alla biglietteria li aspettava una donna con i capelli biondi e la coda di cavallo. Sulla quarantina, aveva l’aria annoiata. Solo un filo di trucco, portava un giubbotto argentato e i jeans attillati. «Lei è il vicequestore Schiavone?» chiese in ottimo italiano.
«Esatto. Lei?».
«Isabelle Baldaccini… sûreté …» e gli strinse la mano senza togliersi i guanti. «Prima che chiediate, papà italiano mamma italo-francese e diamoci del tu che è più semplice. Allora…» e si mise a braccia conserte. «Che si fa?».
«E che ne so? Hai chiamato tu».
«M’avete scaricato il cadavere».
Rocco sbuffò. «Isabelle, la vuoi sapere tutta? L’avete fatto prima voi, l’altra sera. Noi abbiamo riportato il pacco dove si trovava».
«Prove?».
«Quante ne vuoi».
«Bugiardo».
Rocco sorrise. «Chi è?».
«È Guillaume Fredy, cittadino francese, anni 56, vuoi sapere la causa della morte?».
«A dirti la verità non me ne frega una mazza».
«Ma io te la dico lo stesso… solo andiamo in un bar che qui è terribile».
Seduti al caldo col caffè e la musica in sottofondo ripresero la riunione. «Come si chiama il tuo agente?» gli chiese Isabelle.
«Sono viceispettore e mi chiamo Antonio Scipioni, per dovere di precisione» e le strinse la mano. L’ispettrice non aveva anelli né braccialetti. «Che fai stasera?» gli chiese. Antonio arrossì.
«E il tuo uomo, Isabelle? Ce l’ha un nome?» si intromise Rocco divertito.
«David Trezeguet… giuro. Ma non è parente, è un agente. Parla solo francese e pure male… allora, devi sapere Rocco che io ho una graduatoria… delle cose più noiose della vita. E un cadavere sta in cima alla classifica».
Rocco guardò Antonio. «Non ci credo!».
«Giuro».
«Pure io» fece Rocco. Isabelle sorrise. «Davvero? Che hai al nono?».
«I matrimoni».
«Anche io. E i battesimi e la pasqua e il natale».
«Perché, le mutande senza elastico?».
«Non me ne parlare… ma pensa un po’…».
«Ma pensa un po’…» e Rocco la fissava sorridendo. Aveva gli occhi neri e mediterranei ma la pelle era chiara, cosparsa di lentiggini. «Giochiamo a carte scoperte? Voi sapete chi è Alessio Ronc?».
Rocco mollò una gomitata ad Antonio che rispose: «Sì, è una guida alpina, abita a Courmayeur».
«E no, non sappiamo perché quel tizio avesse il suo portafoglio in tasca» aggiunse Rocco. Isabelle strinse le labbra. «Il cadavere è alla morgue, causa del decesso, infarto».
«Bene. Quindi non siamo davanti a un livello 10».
«Così pensavo stamattina, Rocco. Invece il livello 10 c’è, e anche bruttino». Isabelle guardò i due colleghi italiani. «Perché la domanda è: che ci faceva Guillaume Fredy, cittadino di Lione, a tremila metri d’altitudine in piena notte?».
«Non lavora alle funivie dalle parti vostre?».
«Macché, faceva il libraio e aveva una casetta poco fuori Chamonix».
«Immagino siate stati a visitare l’appartamento».
«Sì, è un villino. Abbiamo solo capito che il tizio era appassionato di montagna. Ma non quella finta con gli skilift e i bar sulle piste, quella vera. Fuoripista, arrampicata e simili».
Antonio guardò Rocco come a chiedere il permesso di parlare. Il vicequestore con un cenno del capo gli diede facoltà. «Non era vestito da alpinista».
«Bravo, viceispettore Scipioni! No, infatti» disse Isabelle. «Noi stiamo controllando le immagini della telecamera giù alla funivia di Chamonix per capire se è salito in giornata. Con quella roba addosso a piedi non ce l’avrebbe fatta neanche Patrick Edlinger».
«Chi è?».
«Il più grande scalatore francese».
«Potevi dire Messner e ti capivo. E non cominciamo a fare a chi ce l’ha più lungo perché Messner è il numero uno».
«Però scusa se mi intrometto» prese la parola Antonio. «Edlinger è morto cadendo dalle scale di casa sua. Ironico, no?».
Isabelle scoppiò a ridere. «Ma davvero?».
«Giuro».
«Come cazzo fai a conoscerlo?» chiese Rocco al viceispettore.
«Mi informo».
Isabelle si lasciò andare sulla sedia. «Resta da capire cosa ci faceva Guillaume lassù…».
«Una passeggiata di piacere?».
«Forse, Rocco. Però… perché in tasca ha il portafoglio di Alessio Ronc, guida alpina di Courmayeur?».
«Mi stai chiedendo di controllare se il tizio è salito da qui, dall’Italia?».
«Uno. Due, vorrei fare quattro chiacchiere con questo Alessio…».
«Ricevuto. Ora mando il viceispettore e te lo porto qui».
«No, ad Aosta. Vengo a stare lì un paio di giorni. Però sono salita con la funivia. Ci date un’auto a me e David?».
«Se t’accontenti»
«Sono abituata, anche noi non è che navighiamo in ottime acque».
«L’ho convocato, sarà qui fra mezz’ora» esordì Italo affacciandosi alla porta dell’ufficio di Rocco. Ci trovò solo Lupa che sonnecchiava. «Qualcuno ha visto Schiavone?».
«Sono qui» una voce strozzata dalla scrivania. Rocco fece capolino: «Hai convocato chi?».
«Quel Ronc…».
«Bravo, dillo ad Antonio che avverta quelli della polizia francese».
«Che fai lì sotto?».
«I cazzi mia… fuori, smammare!».
Italo chiuse la porta e Rocco tornò a radunare la marijuana fuoriuscita dal sacchetto. Aveva paura la leccasse Lupa, non era a conoscenza degli effetti del delta-9-tetraidrocannabinolo sulla psiche canina e non aveva voglia di sperimentarlo. Portata a termine l’operazione decise di aprire la finestra e cambiare aria alla stanza. Mezz’ora sarebbe bastata.
Isabelle entrò senza David Trezeguet. «Stiamo messi maluccio anche noi, ma voi decisamente peggio. La Punto che m’hai dato è un cesso».
«Che t’aspettavi, una Bugatti?». Isabelle si sedette sul divanetto di pelle e cominciò a carezzare Lupa. «Come si chiama?».
«Lupa. Vuoi sapere la razza?».
Isabelle scoppiò a ridere. «I miei allevano corgi e shiba inu, non scherzare con me sui cani». Isabelle, proprio come un corgi, cominciò ad annusare la stanza. «Io sento un odore inconfondibile».
«Dici?».
«Dico. Stavo alla narcotici prima».
«E tornace» le disse Rocco che andò a sedersi alla scrivania. «Le domande le fai tu o le faccio io?».
«Io, dal momento che il corpo era in territorio francese…» caricò la frase con un’ironia troppo evidente.
«Era in territorio francese» rispose lugubre Rocco.
Si affacciò l’agente Casella, spiazzato dalla presenza della donna. «Dottore, c’è quel tale Ronc».
«Fallo accomodare e di’ ad Antonio che voglio anche lui».
«Sì, Antonio sì» disse l’ispettrice, «è sveglio e preparato».
Rocco la guardò strizzando un poco gli occhi. «Che ti sei messa in testa, Isabelle?».
«Mi piace mischiare il lavoro col piacere…».
Non c’era bisogno di uno sforzo titanico, Alessio Ronc somigliava proprio a uno shiba inu, i cani giapponesi a metà fra una volpe e un orsacchiotto. La testa tonda, i capelli rossi, gli occhi allungati, ma mentre gli shiba inu trasmettono dolcezza e intelligenza, Alessio Ronc emanava antipatia e avversione. «Buongiorno» fece Rocco senza alzarsi e indicando la poltroncina libera accanto a quella di Isabelle. «Io sono il vicequestore Schiavone, lei è…».
«Isabelle Baldaccini, sûreté».
«Che lei saprà essere la polizia francese» aggiunse Rocco. Alessio Ronc si sedette aprendosi la zip della giacca a vento verde. «Perché mi avete convocato?».
Rocco lasciò la parola a Isabelle. «Innanzitutto come va?».
«Bene» fece quello un po’ incerto. «Perché me lo chiede?».
«Perché lei per la polizia francese è morto l’altra sera a 2.500 metri d’altezza».
Ronc spostò lo sguardo su Rocco, poi di nuovo su Isabelle. «Non capisco».
«Neanche noi» e l’ispettrice si zittì. Passò qualche secondo di silenzio. «Come, sono morto? Non è vero, sono qui!» alzò un po’ il volume della voce. Isabelle sorrise. «Questo lo vediamo. Ma il suo portafoglio era lì».
«Lì dove?».
«Gliel’ho detto, a 2.500 metri, vicino alla funivia dell’Aiguille du Midi…».
«Ma, scusatemi, non capisco. Se il mio portafoglio era lì, perché io dovrei essere morto?».
«L’aveva in tasca un cadavere».
A Rocco parve che Alessio impallidisse ancora di più. «Un cadavere?».
«Che ho detto? Rocco, ho detto cadavere?».
«Sì, hai detto proprio cadavere, Isabelle».
«E cadavere sia» fece soddisfatta l’ufficiale della sûreté. «Dunque?».
«Chi era?».
«Lei lo sa, Alessio».
«Giuro che non lo so».
Isabelle sembrò intristirsi. «E cominciamo con le bugie».
«Veramente sono due giorni che sono in casa… non stavo un granché» si difese Alessio.
«Allora diciamo, oggi, poco fa, per recarsi in questura, non si è reso conto di essere senza patente, senza portafoglio, bancomat e carta d’identità?» gli occhi di Isabelle erano diventati duri, acuminati come coltelli.
«Mi ha accompagnato mio fratello, sono uscito senza pensarci, mi creda».
Isabelle si piegò in avanti, come a volersi avvicinare alla guida alpina. «Non le credo. Lei lunedì dov’era?».
«A casa mia, vicino Courmayeur».
«Chi lo può confermare?».
«Nessuno, vivo solo».
«Che palle» fece Rocco alzandosi dalla scrivania. «Posso?». Isabelle annuì. «Qual è l’ultima volta che ha effettuato un pagamento?».
Alessio sembrò concentrarsi. «Sabato sera… al pub. Saranno state le 11, 11 e mezza».
«E da allora non ha più visto il portafoglio? Cos’ha fatto? È tornato a casa?».
«Sì».
«Quando ha visto l’ultima volta Guillaume Fredy?» sparò Isabelle. Alessio si voltò verso l’ispettrice. «Chi?».
«Guillaume Fredy».
«Non so chi sia».
Isabelle si mise una mano in tasca. «Lo sa dove ha sbagliato? Doveva fare la denuncia per furto del portafoglio, sarebbe stato un buon alibi…» lesse l’appunto. «A noi risulta che la sua carta di credito è stata usata anche lunedì alle 11 e mezza».
«C’è un errore».
«Non credo. Ed è stata usata al Super U et Drive, al 117 di rue Joseph Vallot, Chamonix». Isabelle sorrise alla guida alpina, Rocco invece guardava serio la collega d’oltralpe. «Mi spiega come mai?».
«Non lo so, ispettrice…».
«Forse lei era a Chamonix? La butto lì, eh?».
Alessio Ronc spalancò la bocca. «Io non ero a Chamonix».
«La sua carta di credito sì. Quindi torno a chiederle: quando ha visto l’ultima volta Guillame Fredy?».
Alessio fece un respiro profondo. «Voglio un avvocato».
«Prima mi faccia vedere le mani». Ronc le allungò, Isabelle controllò le palme e poi le nocche. «Va bene, si cerchi un avvocato. Mente!».
Rocco fermò Isabelle sulla sommità delle scale. «Allora, o mi dici tutto oppure continui da sola».
«Che intendi?».
«Prima la carta di credito. Poi gli controlli le mani. Perché? Ha a che fare con la morte di Guillaume Fredy, no?».
Isabelle storse la bocca. «Sì, c’è stata una colluttazione, diciamo che l’infarto forse è stato indotto?».
«E quando ti saresti decisa a dirmelo? Cos’altro sai che non mi dici?». Isabelle lo guardò in silenzio.
«Be’, quello le mani le ha pulite».
«E poi?».
Isabelle taceva.
«Bene. Allora prosegui pure, io me ne vado per i cazzi miei che tradotto in italiano significa che non sono cazzi tuoi» e la piantò lì.
«Sta succedendo un disastro» disse Costa che aveva raggiunto Schiavone a metà del corridoio.
«In che senso?».
«Con la storia dei confini! Lei sa che la Francia s’è fregata la cima del Monte Bianco?».
«E dove l’ha messa?».
«Schiavone, non faccia dello spirito. Lassù i confini sono 170 anni che si muovono, annosa questione. Pensi che si stanno inglobando il Rifugio Torino, arroganti! Allora il cadavere è anche nostro, sono stato chiaro? Dobbiamo risolvere il problema insieme, è una priorità nazionale».
«Addirittura».
«Il presidente della Regione è in contatto col ministro che è in contatto col ministro francese che parla col capo della polizia. Parola d’ordine è: collaborazione!»
«Ci tengono nascoste le informazioni».
«E lei se le faccia dire. Conferenza stampa!».
«Manco morto! Questa era la mia settimana di riposo, pure la conferenza stampa, mi pare lei stia esagerando».
Rocco si scaraventò nella sala degli agenti. «Allora, Pierron e Deruta rimediate il cellulare di Alessio Ronc e cercate di capire gli spostamenti dell’idiota di lunedì».
«Sempre che se lo sia portato dietro» fece Italo, «se fa come col portafoglio…».
«Non è così, Italo, il portafoglio lo ha perso ma non ha fatto denuncia perché non ne ha avuto il tempo».
«Dice?».
«Dico… vi faccio avere il documento del magistrato. Antonio!».
«Io avrei un appuntamento».
«Con chi?».
«Isabelle!».
Rocco gli fece l’occhiolino. «Benissimo. Allora mentre vi rotolate fra le lenzuola io voglio sapere su chi si stanno concentrando, che piste seguono, che sospetti hanno, spremiti le meningi, inventati un trappolone, fa’ come te pare. Casella?».
«Eccomi, dottore».
«Sei mai stato a Chamonix?».
«No».
«E ora colmeremo questa lacuna. D’Intino?».
«Sì» fece quello scattando sull’attenti.
«Tu stai qui e guarda Lupa».
«’Gnorsì» rispose quello inorgoglito.
Un’ora dopo Rocco e Casella entrarono nella cittadina di Chamonix. Turisti affollavano le strade, tetti e alberi coperti di neve. Il paesaggio non era molto diverso dalla Valle d’Aosta, Casella ci rimase male, s’aspettava qualcosa di più. «Insomma» disse, «non è che mi faccia impazzire, dotto’».
«Case’, se volevi qualcosa di bello dovevi andare in Sicilia, al mare… a lavorare con Montalbano e farti il bagno ogni mattina».
«Non me lo dica, dotto’, non mi perdo una puntata».
«Ti devi leggere i libri, Ugo, quale televisione! E il mare te lo immagini come vuoi tu. E pure Montalbano e anche le donne. La televisione te ceca, il libro ti dà qualche diottria in più».
«M’è piaciuta, me la segno?».
«Idiota…».
Si fermarono davanti al supermercato Super U et Drive, parcheggiarono in seconda fila. «Ma qui ci fanno la multa».
«Case’, non ho mai pagato una multa in Italia, mo la pago in Francia?».
Le Clarks di Schiavone erano zuppe come il loden. Battendo i denti entrarono nel negozio che almeno era riscaldato. Si avvicinarono a un box di plexiglass con su scritto «Directeur». Ad un tavolino ingombro di carte stava un omone con la barba sui 50 anni. Appena avvertì la presenza dei poliziotti alzò lo sguardo. «Parla italiano?» chiese Rocco. Quello fece di no con la testa.
«Parlé vu francés?» disse Casella.
«De toute évidence, je suis français!».
«Bien» proseguì Casella, «nu somme de la polizia italienne che collaboré avec la sureté, comprì?» e mostrò il tesserino invitando Rocco a fare lo stesso.
«Bien sûr».
«Nu volevam vuaié le video del supermarcè de landì a le iun heur».
«S’il vous plaît» fece quello gentile e si alzò dalla sedia. «Venez avec moi!».
Rocco e Casella seguirono il direttore. «Case’, ma ’sto francese?».
«Lasci perde dottore, è una lunga storia!».
Entrarono in una stanza dove c’erano un paio di monitor e un registratore. Casella indicò un televisore che inquadrava le casse. «Se sa che nu volevam vuaié, la ciasse».
Il direttore annuì e cominciò ad armeggiare con il mezzo. «C’est à propos du cadavre sur le Mont Blanc, n’est-ce pas?».
«Oui» disse Casella. «An pé le corp è italienne et an pé è francés… midi midi insomma et nu devon collaboré avec la sureté».
Il direttore scoppiò a ridere. «Voilà, si vous souhaitez jeter un oeil. Mon père était dans la gendarmerie».
«Colegue?».
«Oui. Vous disiez qu’il vous fallait quelle heure?».
«Da le iun a le iun e midi».
Partirono le immagini. Solo donne e giovani che pagavano la merce. Poi alla cassa numero due apparve un uomo corpulento che metteva sul nastro del pane e due bottiglie di vino. «Stop!» fece Schiavone. «Chi è? Lo conosce?».
Il direttore sbarrò gli occhi. «Bien sûr que je le connais. C’est Guillaume… Il a fait ses courses ici ce même lundì! C’est fou ça…».
«Dice che è Guillaume, dottore. E che ha fatto la spesa qui proprio lunedì» tradusse Casella.
«Bene… Case’ chiedigli un po’ se lo conosceva, che tipo era, insomma fatti dare più dettagli che puoi…» strinse la mano al direttore e uscì dallo stanzino.
«Messie’, vu conossé bien Guillaume?».
Il direttore incantato a guardare il fermo immagine dimenticò di rispondere al poliziotto italiano.
«Messie’?».
«Oui oui» si passò una mano sulla barba. «Pauvre gar…».
Rocco uscì di nuovo in strada. Le luci dei negozi e il viavai di turisti e indigeni metteva allegria. Gli venne voglia di una birra, poi preferì cercare un’edicola. La trovò a duecento metri dall’auto. Guardò le riviste impilate e in bella esposizione insieme alle cioccolate, alle palle di vetro con dentro un modellino di Chamonix, pantofole imbottite, calzettoni e gli orologi a cucù. Su una rastrelliera i quotidiani nazionali e locali. L’articolo era su «Le Dauphiné libéré». Rocco non sapeva parlare il francese, leggerlo gli risultava molto più semplice. L’articolo che gli interessava era dopo la politica. La foto ritraeva due uomini, il titolo: «Chi ha ritrovato il cadavere» e sotto l’occhiello: «Sono due tecnici della funivia Aiguille du Midi». Infine i nomi: Jean Corbiet e Romain Dubois. Il resto sembrava un’intervista ai due che affermavano di aver visto la sera prima il corpo ma pensavano fosse un masso o un mucchio di spazzatura. Era buio e non si vedeva niente. Rocco capì al volo che erano i due responsabili del «volo» oltre confine del povero Guillaume. Pagò il giornale e tornò in macchina, ad attenderlo c’era Casella. «È stato molto gentile. Ha detto che Guillaume era una brava persona però se la passava male, ultimamente. Insomma, aveva ipotecato la casa… tre anni fa era stato arrestato per truffa ad un’assicurazione».
«Tutte belle notizie che Isabelle non ci ha dato. L’affare si complica. Hai lo spazzolino e un cambio?».
«Io? No…».
«Allora andiamo al supermercato, compriamo quello che ci serve perché stanotte rimaniamo qui».
«Devo avvertire Eugenia».
«Prima mi dici però perché mastichi il francese». Casella sorrise. «Dotto’, abbiamo avuto tutti 20 anni».
«Sì, se non siamo morti a 19».
«E allora a volte, per imparare la lingua, il vocabolario te lo devi portare a letto».
Giovedì
«Non era la tua settimana di riposo? Sbaglio o dovevamo vederci?».
«Non me ne parlare Sandra, sono a Chamonix».
«È la storia del cadavere in territorio franco-italiano?». Sandra Buccellato alle otto e mezza era già in redazione. Rocco invece dalla finestra coi vetri gelati osservava il paese che a quell’ora era deserto. S’era fissato a guardare un camioncino che scaricava fusti di birra in un pub. «Sì, è quella storia».
«È brutta?».
«Abbastanza. Ma lo sai? Conoscermi ti dà diritto a sapere la storia prima degli altri».
Sandra rise. «Quando torni ci vediamo?».
«Spero di sì… senti un po’, hai qualche contatto con qualche giornalista al “Dauphiné libéré”, il quotidiano locale?».
«Chiedo in giro… che ti serve?».
«Informazioni su Jean Corbiet e Romain Dubois».
«Chi sono?».
«I due che hanno trovato il cadavere e ce l’hanno sbattuto a casa nostra».
«Dammi dieci minuti, ma la vedo difficile».
Rocco si vestì e scese per fare colazione. Casella era già al tavolo a imburrare il pane. «Buongiorno dottore. Dormito bene?».
«No. Tu?».
«Sono svenuto… che facciamo stamattina?».
«Aspetto notizie e poi ci muoviamo». Guardò il buffet, controllò il caffè, lo annusò e schifato posò la caraffa. Afferrò un croissant e lo mangiò riempiendosi di molliche. «Vai all’ufficio postale, trova gli indirizzi e i recapiti di Jean Corbiet e Romain Dubois. Piglia pure la macchina. Io vado fuori… tu datti una mossa». Casella finì con un solo morso il panino imburrato.
L’aria era gelida come il vetro della finestra della camera dell’albergo faceva supporre. Rocco si abbottonò il loden e accese una sigaretta. Si incamminò verso il supermercato. Era già aperto, il direttore sembrava attenderlo sulla porta a vetri. «Tenez, Monsieur Schiavone» e gli consegnò un foglietto. «Le paiement effectué par Guillaume Fredy à treize heures et quart… a été fait avec cette carte de crédit».
Rocco guardò la ricevuta. «È firmata Alessio Ronc…» fece notare al direttore che annuì mordendosi le labbra.
«Merci messie’» disse Rocco e intascò l’appunto. «Honny soit qui mal y pense» disse. «Se tout le francés che conné».
Il direttore rise e rientrò in negozio. Rocco si incamminò verso l’hotel.
L’inno alla gioia di Beethoven, suoneria del suo cellulare, squillò dalla tasca. «Chi scassa?».
«Sono Antonio» parlava sottovoce.
«Com’è andata ieri sera?».
«Benone… senti, sono nel bagno».
«Lei è ancora da te che parli piano?».
«Esatto… allora, il morto era in crisi coi soldi».
Rocco fece un tiro e sputò il fumo che si confuse col fiato. «Lo so. Altro?».
«Sono concentrati su di lui… hanno perquisito la casa e trovato un po’ di hashish».
«Vabbè, si faceva le canne. Poi?».
In quel momento Casella uscì dall’albergo. «Vado…».
«Scusa Anto’…» poi si rivolse all’agente consegnandogli le chiavi dell’auto: «Fa’ il favore, valla a prendere, Ugo».
Quello scappò via. «Allora, Anto’?».
«Lui e Alessio Ronc, la guida, erano amici da anni. Spesso facevano arrampicate e giri insieme».
«Quindi?».
«Boh, ho scoperto solo questo».
«Meglio che un calcio sui denti. Fatti vivo qualsiasi cosa scopri».
«Ricevuto… vado di là. Oh, comunque… una furia!».
«Cosa?».
«Isabelle».
«Anto’, non sono in vena di ascoltare le tue imprese sessuali» e chiuse il telefono.
«Jean Corbiet abita in un bungalow al camping Bellevue» fece Casella leggendo i suoi appunti. «Romain Dubuà invece a rue Mummery, risulta convivente con la madre, questo ho saputo all’ufficio postale».
«E famose ’sto Dubuà prima».
Romain aveva una trentina di anni, Rocco lo riconobbe subito. Spingeva una donna anziana su una sedia a rotelle, la madre forse, che guardava un punto fisso e teneva le mani sulla coperta adagiata sulle ginocchia. «È quello?» chiese Casella.
«Sì, è lui… andiamoci a parlare».
«Dotto’, lei il francese non lo sa».
«Non ti preoccupare…». Scesero dall’auto e lo raggiunsero. Appena li vide avvicinarsi Romain impallidì, non gli piacevano quei due tizi e sentiva puzza di problemi. Si fermò e li attese con i capelli lunghi e neri schiaffeggiati dal vento. Aveva un naso importante e gli occhi piccoli e scuri. Sorrise. I denti li aveva perfetti. «Bonjour…» disse con un filo di voce.
«Romain Dubois?» chiese Rocco.
«Oui… C’est à propos du cadavre, c’est ça?».
«Exactemant» rispose Casella. Rocco si limitava a guardarlo.
«Je l’ai également dit au jornaliste, on l’a vu le soir en passant, mais on ne pensait pas que…».
«Lei ha gettato il cadavere dalla parte italiana, non prendiamoci per il culo» intervenne Rocco.
«Vus avé jetté le corp dal coté italienne…» poi Casella guardò Rocco «devo tradurre proprio tutto?».
«Non, je jure que non!».
«Digli che non corre rischi. Che non ce ne frega niente se l’hanno fatto».
«Nu son pá interessé a la sciose…» fece Casella accompagnando la frase con un sorriso.
«Ma digli che dobbiamo sapere, sennò all’assassino non ci arriviamo».
«Ma nu devon savoir pasché nu cercscion l’assassen!».
«Assassen?».
«Meuriter» insisté Casella.
«C’est un meurtre?» chiese spaventato Romain.
«Oui» rispose Rocco. «Alor?».
«C’est vrai, ça s’est passé comme ça. Mais c’était l’idée de Jean. Je l’ai juste aidé».
Casella guardò Rocco. «Dice che ha fatto tutto l’altro, lui ha solo aiutato».
«Je ne voulais pas avoir d’ennuis» disse Romain accarezzando la spalla della madre che restava in silenzio, attonita e immersa nel suo mondo.
Rocco lo guardò negli occhi. «Chiedigli a che ora l’hanno trovato».
«A che heur vu avé truvé le cadaver?».
«C’était en soirée, il était tard, on était montés pour réparer le moteur du téléphérique. Il devait être dix-neuf heures…».
«Erano le sette» fece Casella.
«Ha parlato mezz’ora e ha detto solo: verso le sette?».
«Semplifico, dotto’».
«Chiedigli com’è andato il lavoro».
«Le travaje? Tou bien?».
«Oui, on devait juste donner un coup de torchon…».
«E poi?» fece Rocco. Romain capì. «Et puis nous sommes redescendus et rentrés à la maison, vers vingt heures trente».
«Dice che sono tornati giù verso le otto e trenta».
«Grazie Ugo. Lei e Jean vi siete incontrati su alla funivia o siete saliti insieme?».
«Vu e Jean avé monté ansamble o rande vu là haut?» ciancicò Casella.
«Jean était déjà à la station, il est monté vers dix-sept heures, je crois…».
«Dice che Jean era già su».
«Non mi serve altro. Merci e bon promenade» disse Rocco. Romain aspettò per un momento, come a chiedere permesso per muoversi, poi riprese a spingere la madre che seguitava a guardare il punto indefinito. Lui invece si voltava a ogni passo, come se fosse spaventato che i due poliziotti italiani avessero potuto sparargli alla schiena.
Nel camping c’erano parcheggiati diversi camper e roulotte col tetto ricoperto di neve. Rocco dall’auto osservava la situazione e scuoteva la testa. «Ma come si fa a stare dentro a una roulotte con la neve fuori? C’è da congelarsi».
«Avranno il riscaldamento» azzardò Casella.
«Ma dai?». Rocco aprì la portiera e si incamminò verso una casetta di legno che aveva l’aria di essere la direzione. Il comignolo sputava fumo. Rocco si fermò davanti a una mappa, un disegno chiaro che spiegava la composizione del camping. I bungalow non erano visibili dalla strada, bisognava aggirare un boschetto di abeti. Casella seguiva il superiore senza fare domande. Rocco sbirciò dietro il primo bungalow, una casetta prefabbricata in legno e pietra. Pulito e ordinato, due paia di sci su una parete. «Non abita qui» disse a Casella che non gli aveva rivolto la domanda. Solo al quarto si fermò e chiamò l’agente. «Dai un’occhiata, Case’…». In confronto agli altri, quello sembrava una discarica. Lattine di birra sul piccolo pianale del cucinino, un divano sformato con degli stracci gettati sopra, una scatola di pizza aperta e mezza consumata. Non un posto frequentato da turisti. «Questa è casa di Jean!». Tirò fuori il coltellino svizzero e aprì la semplice serratura. Casella si guardava intorno preoccupato. Dentro il panorama era ancora più desolante. Aleggiava prepotente una puzza di sigaretta vecchia mista a sudore e calzini sporchi. Vestiti gettati alla rinfusa, il letto sfatto, bucce d’arancia sul pavimento, posacenere pieni di cicche. «Che cerchiamo?» chiese l’agente.
Rocco non rispose e cominciò a rovistare i cassetti di un comodino. Guardava carte, bigliettini, scontrini. «Mi devo fare un’idea».
«E non se l’è già fatta?».
«In parte». Aprì le scansie della cucina, il frigo, poi notò che il tappeto lercio davanti al divano aveva uno strano rigonfiamento. «Scansate» disse a Casella. Tirò via un lembo e apparve uno sportello con una maniglia arrugginita. Si chinò e lo aprì. Sotto la botola c’era un vano, Rocco sorrise tirando fuori un piccolo parallelepipedo incellofanato. «Di che si tratta, dotto’?».
«Non lo riconosci? Hashish…». Lo rimise a posto, poi ricoprì il nascondiglio col tappeto. «Che dici, ce ne torniamo a casa?».
«Sì, ma io non ho capito niente».
«Allora a lu cane je so’ date da magna’ e stanotte ha dormito qui. Poi stamane ha fatto due pisciate e la cacca che però ho raccolto».
«Bravo D’Intino. Dove sono gli altri?».
«L’aspettano su, all’ufficio».
Rocco entrò e Lupa lo aggredì saltandogli addosso. «Ciao Lupa, ciao…». Italo Pierron, Antonio e Deruta erano in piedi intorno alla scrivania. «Allora, si hanno novità?».
«Per quanto riguarda Alessio Ronc sì» fece Italo. «Sabato era a Courmayeur, poi domenica il suo cellulare ha passato la frontiera. Tramite la postale abbiamo chiesto dove sia andato sul territorio francese…».
«Ma noi tutti siamo a conoscenza che lo stronzetto era a Chamonix. Dico bene?».
«Sicuro» intervenne Antonio. «È amico del morto, e io scommetto che era insieme a lui. Cosa sia successo però domenica resta da scoprire».
«Isabelle s’è fatta scappare altro?».
«No, mi sa che ha capito e s’è cucita la bocca».
Rocco si accese una sigaretta. «Vi rivedrete?».
«Non credo, Rocco. È partita un paio d’ore fa».
«Manco ha salutato» disse Rocco. «Bene. E andiamo a riparlare con Alessio Ronc. Ma stavolta andiamo a casa sua. Io, Antonio, e vieni pure tu, Italo. Aspettatemi in macchina, prima devo parlare col questore. La seduta è tolta. Chi non ha un compito assegnato può farsi i fatti suoi fino a nuovo ordine, come io mi sarei fatto i miei per tutta la settimana, che ricordo, era la mia settimana di riposo».
Gli agenti alzarono gli occhi al soffitto.
Courmayeur svettava fra le nevi con la sua eleganza. Se a Chamonix i turisti erano per lo più sciatori e appassionati di montagna, nella cittadina valdostana si prediligevano di più pellicciotti e labbra rifatte. Attraversarono il paese e fermarono l’auto in doppia fila. Un vigile solerte si avvicinò al mezzo, ma il tesserino di Rocco gli fece cambiare strada con un cenno di scusa. La casa di Alessio era al secondo piano di una palazzina di pietra e legno. Bussarono. Pochi secondi e la voce della guida alpina risuonò nel citofono. «Sì?».
«No, devi aprire» fece Rocco.
«Chi è?».
«Polizia, apri ’sta cazzo di porta». Non accadde niente. Rocco immaginava Alessio chiamare l’avvocato al cellulare. «Antonio, Italo» fece un cenno e sotto una spallata il piccolo portoncino cedette e si spalancò. «Secondo piano direi». Salirono e bussarono alla porta. «Alessio, apri prima che mi incazzo!» gridò all’anta. Poco dopo la serratura scattò. Alessio era in tuta, i capelli sconvolti. Nell’aria l’inconfondibile profumo di hashish appena fumato. «E ci voleva tanto?».
«Ho chiamato il mio avvocato, voi non potete…».
«Sshh» fece Rocco. «Non possiamo cosa? Farti una visita? Che te stavi a fuma’?».
«Niente…».
Rocco si rivolse ai suoi uomini. «Dice niente, che facciamo, chiamiamo il magistrato, un bell’ordine di perquisizione, troviamo l’hashish e ti fai cinque anni per spaccio?».
«No, io no…».
«Tu devi stare zitto. Siccome noi siamo i buoni, queste puttanate non le facciamo. Ora però spiegaci una cosa. Perché non ci hai detto che domenica eri a Chamonix? Che c’è da nascondere?».
Alessio si sedette sulla poltrona, invitò i poliziotti ad accomodarsi. «Tutta colpa di Guillaume».
«Lo sai che mentire su queste cose è una cazzata? Che voi eravate amici lo sapevate tu, Guillaume e mezza valle. Prima o poi l’avremmo saputo anche noi, non credi?» disse Antonio.
«Me la stavo facendo addosso…».
«Motivo?».
«Domenica sera Guillaume mi ha riportato qui a casa. Abbiamo avuto una discussione, forse è allora che ho perso il portafoglio, in macchina sua. Gli ho sbattuto la portiera in faccia e me ne sono andato. Era completamente fuori…».
«Motivo?».
«Non l’ho neanche capito. Parlava di un colpo, un affare. Losco, era chiaro, mi voleva coinvolgere, ma io non avevo nessuna intenzione. Insomma, la vita me la guadagno, faccio la guida, i clienti non mancano, ho una casa… certo dovrei arredarla un po’ meglio» e gettò uno sguardo sul piccolo appartamento.
«Che razza di affare?».
«Giuro, non lo so. Poi lunedì mi sono accorto che mancava il portafoglio. L’ho chiamato, mi ha detto che era a casa sua e me l’avrebbe riportato in serata. Poi non l’ho più visto. Meglio, l’ho sentito alla radio».
Rocco si lasciò andare sullo schienale della poltrona. «Ti credo» fece Rocco. Italo e Antonio lo guardarono stupiti. «Guillaume ha usato la tua carta di credito lunedì al supermercato».
«E come ha fatto?».
«Ha firmato col tuo nome, che ci vuole? Dunque, Guillaume Fredy ti offre un affare poco pulito, lo rifiuti, litigate, te ne torni a casa, quello il giorno dopo viene ritrovato assiderato a duemila e passa metri d’altezza. Che rapporti hai con Jean Corbiet?»
Alessio non rispose. Abbassò appena gli occhi. «La compri da lui?».
«Cosa?».
«Indovina un po’?».
Alessio annuì. «Però è un po’ che non lo vedo. Quello è un uomo strano, poche parole, non mi è mai piaciuto».
«Manco a me, e pensa che non lo conosco» disse Rocco. «Alessio, guardami negli occhi. Tu mi hai detto tutta la verità?».
«Sì…» mormorò appena.
«Allora non ti dispiace se ci vieni a dare una mano».
Alessio sgranò gli occhi. «Una mano? A voi?».
«Sì, e senza avvocato».
Mentre camminavano verso l’auto, Italo e Antonio guardavano interrogativi Rocco. «Spiegaci come ci può dare una mano quello là».
«È una guida alpina? Deve fare il suo mestiere» e altro non disse. Aveva solo voglia di tornare a casa e farsi una doccia, poi possibilmente dormire qualche ora. E recuperare le ferie perdute.
Venerdì
Il vicequestore Schiavone insieme agli agenti saliva sulla funivia verso il Monte Bianco. La cabina tonda ruotava su se stessa e permetteva di godere il panorama a 360 gradi. In alto le nuvole coprivano le cime del gigante delle Alpi, il tempo ancora inclemente prometteva solo neve e gelo. «Sono già su?» chiese Antonio Scipioni.
«Sono già su» rispose Rocco. Ci aveva impiegato tutta la sera del giorno prima e parte del venerdì ma alla fine il questore era riuscito ad avere i permessi. «Non ho capito, stiamo andando in territorio francese?».
«Più o meno, Casella… anche se lassù non è chiaro dove cominci la Francia e dove finisca l’Italia. Allora per evitare di mettere in mezzo Roma e Parigi, diciamo che ce la siamo cavata fra di noi».
«Tradotto?».
«Stiamo facendo finta che dobbiamo effettuare un controllo».
La cabina continuava a ruotare. Italo, perso nei suoi pensieri, sembrava non essere lì con i colleghi. Da mesi ormai la sua presenza era poco più di un’ombra e tutti si erano abituati al suo distacco, alla sua distrazione. «Un controllo per cosa?» disse con la faccia attaccata al cristallo tanto da appannarlo col fiato.
«Controllo al ristorante e al Rifugio Torino».
«Che è Francia» corresse Antonio.
«No, per il questore è Italia, è Francia per i francesi. Ma non vi state a preoccupare, noi dobbiamo solo servire su un piatto d’argento la soluzione e far fare una figura di merda ai cugini. Tutto chiaro?».
«No» risposero i poliziotti all’unisono.
Alla fine del tunnel intirizzito dal freddo li aspettava l’agente della cinofila con un pastore tedesco al guinzaglio. Il questore, al riparo sotto il tunnel, era vestito come stesse per intraprendere l’ascesa al K2 senza bombole di ossigeno. Accanto a lui, sorridente, Alessio Ronc sembrava invece fosse a casa sua. Nevicava e le nuvole basse non permettevano la visuale. «Buongiorno dottor Costa, ciao Alessio» disse Schiavone. «Buongiorno» rispose il questore. «Questo è l’agente Musumeci da Torino, il cane invece si chiama Zagor». Rocco sorrise all’agente. «Schiavone, lei ci ha visto giusto?» disse Costa col cipiglio severo.
«E secondo lei salivo quassù con questo freddo per una vaga intuizione? No dottore, ne sono certo».
Costa sorrise. «Bene, e cerchiamo di anticipare i francesi, che è sempre una bella notizia. Allora ci diamo una mossa?». Musumeci annuì mentre il cane eccitato annusava tutt’intorno. «Antonio e Italo con me e il questore. Casella resta qui al tunnel».
«Sì dotto’, grazie. Questa passeggiata me la evito volentieri. Un po’ l’età, un po’ le ossa…».
Seguendo Alessio, superarono il cancelletto di ferro. La neve era alta, e Rocco si era convinto a infilarsi gli anfibi. Le Clarks le aveva lasciate in auto, le avrebbe indossate tornato in valle, non vedeva la necessità di camminare su quei canotti anche sull’asfalto. La nebbia li inghiottì. «State vicini e marciate dove passo io» fece Alessio.
«Se quello ha qualcosa da nascondere, ci fa precipitare in un crepaccio» sussurrò Antonio nell’orecchio di Rocco.
«Ma falla finita». Il vento era gelido, già il naso e le labbra formicolavano. Affondavano nella neve, solo il cane sembrava a suo agio. Con la pelliccia, il muso e le orecchie ricoperti dai fiocchi era il ritratto della felicità. «Seguitemi!» continuava a ripetere Alessio. Dopo cento metri che a Rocco parvero sei chilometri, il gruppo si fermò. «Sì» fece Antonio, «qui era il cadavere, cioè dove l’abbiamo rimesso. C’erano le tracce. Lo riconosco per quello» e indicò un bastone nero e giallo che spuntava dalla neve. «Dove siamo?» chiese Rocco. Alessio indicò alla sua sinistra. «Di là a cento metri c’è la cabina della funivia francese. Puntiamo lì?».
«Esatto, Alessio» rispose Rocco e ripresero la marcia. Il questore lo raggiunse. «Non le nascondo, Schiavone, che un po’ di movimento mi piace. Solo che mi gira la testa. A lei?».
«Copia conforme. È la pressione».
«Già…»
Per un attimo la nebbia sembrò dare tregua e si aprì la visuale. Erano vicini a una costruzione di cemento, si sentiva un rumore di cingolati e scricchiolii ferrosi. «Eccola laggiù» fece Alessio.
«Bene» ringhiò il vicequestore.
Ancora dei passi, poi dal nulla apparvero quattro ombre che tenevano un cane al guinzaglio. «Qui est là?».
«Polizia italiana» rispose il questore.
«Siete voi?» una voce di donna arrivò alle orecchie dei poliziotti italiani. I gruppi si avvicinarono. I due cani si squadrarono agitando le code. Isabelle imbacuccata e seminascosta dal cappuccio si avvicinò a Rocco. «Com’è da queste parti?».
«Per la stessa ragione vostra, suppongo».
«Ciao Antonio» disse l’ispettrice.
«Ciao Isabelle».
«Vi conoscete?» chiese il questore.
«Un po’» rispose Isabelle. «Allora siete miei ospiti». E si incamminò verso la costruzione di cemento. Il questore guardò Rocco. «Siamo arrivati alla stessa conclusione dei francesi?».
«Sì dottore, ma se permette con meno indizi e in meno giorni».
L’agente francese aprì una porta di ferro e i poliziotti coi cani entrarono. Tutti e due i pastori cominciarono ad annusare come aspirapolvere. Nella camera sotterranea c’era un’enorme ruota di acciaio. «È il motore di riserva della funivia» disse Isabelle. La massa di metallo e denti era sporca, coperta di olio. Sembrava facesse più freddo che fuori. Fu Zagor ad abbaiare per primo. Accorsero tutti. Il cane se la stava prendendo con una piccola chiusa arrugginita. Rocco si chinò e la aprì. Dentro c’era un vano, i cani abbaiavano furiosi. «C’è qualcosa qui dentro» disse il questore.
«Direi» fece Isabelle che mise la mano dentro al buco. Tirò fuori una pellicola di cellophane stropicciata e oleosa. La annusò. «Ci nascondevano l’hashish».
«E quanto ci vuoi scommettere che sopra ci trovi le impronte digitali di Jean Corbiet?» fece Rocco. Alessio si avvicinò ad osservare. «Era questo allora?» chiese. Rocco e Isabelle lo guardarono. «Guillaume mi diceva che sapeva dove trovare un tesoro. E se lo voleva prendere. Mi disse che era un po’ pericoloso. Io rifiutai…».
«Ed è salito solo. Però qualcuno lo ha intercettato, c’è stata la colluttazione e quello ci ha lasciato la pelle» concluse Rocco.
«Quel qualcuno è Jean Corbiet?» chiese il questore. Rocco annuì. Isabelle infilò la pellicola in una busta, prese il cellulare e si appartò per fare una telefonata. «Schiavone, credo di voler sapere cosa ha fatto quel giorno e mezzo in Francia».
«Lo chieda a Casella, c’era anche lui».
«Invece lo chiedo a lei!».
Isabelle tornò col sorriso sulle labbra. «Chissà Corbiet dove ha messo la roba che era qui».
«A casa sua, sotto il tappeto in salone accanto al divano» le rispose Rocco.
«Come fai a…».
«Ognuno ha i suoi metodi».
Isabelle lo guardò. «Credo che io e te saremmo diventati ottimi amici».
«Lo credo anche io».
«Ma c’è un confine che ci divide».
«Solo quello?».
«Sì…» si avvicinò all’orecchio di Rocco. «Anche io in ufficio fumo. Però mi sono fatta montare un aspiratore. Ti mando la marca sul cellulare, funziona, dammi retta!» e gli diede una botta col gomito.
«Ma allora Corbiet ha spostato il cadavere solo per non aver problemi con la polizia francese?» chiese il questore.
«Sì, dottor Costa, non c’era nessuna intenzione patriottica» rispose Rocco.
«Bene. Meglio, anzi. Allora io tornerei giù, non mi sento un granché qui».
Sabato
L’articolo di Sandra Buccellato non solo fu il primo ad uscire in Italia, ma anche l’unico. Si riaprì dunque l’annosa questione dei confini. Il questore era al settimo cielo, era convinto di aver dato una lezione ai trans-alpini. Anche il presidente della Regione gongolava felice: «Grazie ai nostri inquirenti si è risolto un caso che la Francia ha cercato di appiopparci e che noi, generosi, abbiamo risolto per loro». Antonio invece si era intristito. Pensava a Isabelle. «Lavora a Grenoble, Rocco, mica è vicino. Sono diverse ore di macchina».
«Scusa, stavi con tre ragazze nelle Marche, a più di cinque ore di distanza e andava bene?».
«Hai ragione!» e gli occhi del viceispettore tornarono vivi e luccicanti.
Non fu mai chiarito chi arrivò dove, se la polizia italiana aveva superato il confine nazionale, se quella francese aveva oltrepassato i limiti della sua giurisdizione. L’importante fu che il cadavere dei tremila metri, così era stato ribattezzato Guillaume Fredy, avesse avuto giustizia.
Rocco prese il loden per tornare a casa quando incontrò D’Intino sul corridoio. Teneva in mano una busta. Sembrava indeciso, poi prese coraggio e si avvicinò al superiore. «Dotto’! È arrivata questa. Lu questore dice che ci pensa lei».
Era della polizia locale di Chamonix. Una multa per parcheggio in seconda fila. «Ma chissenefrega», fece per strapparla ma D’Intino allungò la mano bloccando il gesto del vicequestore. «Lu questore dice che è meglio se paga».
«Devo pagarla?».
«Così dice Costa. Dotto’, non s’incazzi con me, ambasciatore non porta pena».
«Io sto andando a casa, D’Intino, perché sarebbe la mia settimana di riposo che comincia oggi e finisce domenica prossima. Non voglio telefonate dalla questura. Esplode una centrale nucleare, un gruppo di jihadisti minaccia una strage, scoprite il cadavere di un monaco tibetano, non me ne frega un cazzo. Io per la settimana a venire sono un fantasma! È chiaro?».
«Limpido, dotto’!».
Domenica
Finalmente una giornata di sole su Punta Helbronner. Al ristorante ci sarebbe stato il pienone, non solo turisti attratti dal bel tempo, ma anche curiosi richiamati dal macabro caso di Guillaume Fredy. Ci sono, nel mondo, numerose compagnie turistiche che organizzano viaggi sui luoghi dei peggiori e più efferati delitti. Figuriamoci se poi l’efferato delitto aveva avuto come teatro il più bel panorama montano che si possa godere in Europa. Alle nove Flavio Ricci in piena attività con tutta la brigata del ristorante scendeva nel tunnel per portare la solita immondizia nel punto di raccolta. Lasciò i sacchi nei contenitori, poi si voltò a respirare e guardare la cima del Gigante. Tersa, chiara, una cartolina. In un angolo, appena visibile dietro il muro, c’era un giubbotto abbandonato. Si avvicinò per prenderlo. Non era un giubbotto, c’era un uomo seduto che guardava le montagne. «Ohi… signore?» disse Flavio. Quello non rispose. «Signore, si sente bene?». Lo raggiunse. Gli occhi erano spenti e lontani. Flavio cercò di scuoterlo con un piede e quello si afflosciò di lato. Si portò le mani davanti alla bocca. «No» mormorò. Prese il cellulare. «Pronto? Sono Flavio Ricci… devo parlare con urgenza col vicequestore Schiavone».
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