i dintorni di milano (it)
CHI si ferma un istante a guardare dal bastione, quasi sempre deserto, che va fra porta Vittoria e porta Romana, verso il di fuori , ha davanti a sè uno di quegli spettacoli lungamente malinconici, che fanno pensare a paesaggi olandesi o svedesi, come si possono all' incirca immaginare per quel poco che se ne legge sui libri. La strada della Circonvallazione, coi suoi due alti filari di vecchi platani, che le danno una tinta pallida, quasi grigia nei giorni di maggior polvere , è come l'anello, che serra i sobborghi alle povere mura di Milano. Gli orti di sotto, per i sassi che vi buttano i ragazzi, e per la polvere che vien dalla Circonvallazione, sono magri, e i terreni si preferisce affittarli ai conciapelli, ai fabbricatori di candele, ai cordai, ai tintori, che vi rizzano baracche e impalcati d'un aspetto talvolta lugubre e sporco. Il Redefossi, anche lui un monarca decaduto, meno la domenica, quando gli concedono un beveraggio d'acqua verdastra, unta, piena d'erbaggi simile ad un decotto, negli altri giorni mostra il suo fondo fangoso, o poche pozze fra i ciottoli e le bestie morte.
Al di là corre la strada larga e battuta, coi fusti bianchi delle piante, e al di là ancora si stendono le praterie, non troppo fertili per via di quella benedetta polvere, che incanutisce l'erba e le siepi.
Se il tempo è già grigio per sè stesso, e più ancora nelle giornate piovose del novembre e del dicembre, pare che piante, siepi, case e muricciuoli si sprofondino in una pensosa tetraggine : l' orizzonte è chiuso ; a stento scaturisce in linee smorte il disegno d'un gruppo di betule, d'un campanile, e i cucuzzoli di paglia delle ghiacciaje, che marciscono nella nebbia e sotto la pioggia. Il fango riempie la strada pesta dalle ruote e dai cavalli, che attaccati in file di cinque o sei sotto ai traini pesanti, lasciano cadere la testa e scuotono nojosamente le sonagliere e le orecchie allo scoppio della frusta.
Se noi usciamo da porta Vittoria, l'antica e gloriosa porta Tosa delle cinque giornate, e passiamo oltre le case del sobborgo, costeggiando il naviglietto, eccoci subito arrivati a un cimitero nudo, povero come i poveri morti e che il nostro popolo, poco premuroso nella scelta delle sue parole, chiama col nome di Foppone, voce che in milanese ha il suono cupo della terra buttata sopra una cassa ; in faccia al Foppone sorge il fortino, un avanzo austriaco, che spunta senza
nessuna gravità di stile da certi bastioni bassi, come uno sciocco gigante, guardando colle sue finestrelle quadre sulla città. Questo edificio d'un colore anch'esso come il cappotto dei croati, arrivato dopo l'agosto del 1848, chiude ancora nelle sue cantine una consegna terribile, che oggi ci può far sorridere, ma Dio sa quanto piangere, se le cose fossero andate in un'altra maniera ! Seguitando per una strada, che discende in mezzo alle piante e alle gore d'acqua morta, si giunge al casolare della Senavra, un fabbricato grande, con delle inferriate come una fortezza, d'aspetto lurido, con fossati in giro.
Non sono molti anni che, passando di qui, si sentivano i canti e le risa dei matti, allegri anch'essi come le piante, come la casa, come l'acqua stagnante. Seguitando, la strada si fa più incassata, la mota, se c'è, più viscida : i canali, le gore s'incrociano, passano l'un sotto l'altro, stillando acqua dalle fessure e dagli incastri, un'acqua che corre sui prati, fredda, noiosa, senza salti, senza spume, o diluisce in tinozze, dove stagna, dove aspetta non so che cosa, facendosi verde. Le rane cominciano a cantare laggiù e finite col sentirvele cantare nel ventre allegre e vive ; la nebbia, il grasso, l'unto, dirò così, dell'aria vi entra in bocca, vi s'impasta alla lingua, vi toglie l'appetito, vi strozza l'allegria : pensate ai poveri morti, che dormono in questo brutto paese e a quegli altri, che avete visitato l'autunno sulle falde del Monterone, e vorreste togliere di quì le povere ossa di vostro padre per comporle ove cresce spontanea la menta selvatica.
Se vi voltate indietro a guardare, non vi pare possibile che oltre la cerchia di quelle mura di mattoni sorga e viva una città così gentile, così pulita, colle vie spaziose, colle botteghe risplendenti d'oro, d'argento e di seta, dove si muove una gente che è fra le più liete di Italia, anzi famosa oramai per la buona cera e per un certo suo ridere buono, che fa buono il sangue. E una volta, cioè prima ancora che fossero inventati il burro e il formaggio, ai tempi insomma di Belloveso, doveva essere ancor peggio ; perchè i grossi e i piccoli fiumi, straripando, dovevano colare in queste bassure e dimorare nel luogo, dove oggidì sorgono tante osterie coi giardinetti di sambuco cari agli amori; allora, e per un gran pezzo ancor dopo, i monaci di Chiaravalle e di Carignano non avevano ancora pensato a dissodare i terreni, a spianarli, a fecondarli, ma il paese doveva somigliare a una grande palude, pregna di febbri, senza scoli, senza strade e senza osterie. Forse di quel tempo antico non ci è rimasta che la nebbia, come la vediamo entrare per le dodici porte nei mesi. d'inverno, una cosa fitta, come la bambagia, che si può fendere colla scure, d'un sapore amarognolo, d'un puzzo acre che titilla le nari, che soffoca i lampioni accesi, che ingombra, imbottisce le vie, riempie i canali, penetra nelle porte delle case, invade i portici, le corti, le scale, le stanze, si ficca fin sotto il letto della povera gente, talchè sarebbe quasi una buona speculazione di riempirne dei sacchi e di inviarla a Roma ad uso dei ministeri.
Da questa parte oltre ai cacciatori, che amano passeggiare nelle « marcite » (ognuno ha i suoi gusti) e ai pescatori, che vanno a dormire sulle populee rive del Lambro, escono tutti i giorni i lattivendoli, tirandosi dietro col ventre il loro secchio a due ruote : escono anche i morti dell'ospedale, in un carro chiuso, preceduti da un prete e da una candela spenta, senza nessuno che brontoli un requie. Una volta questi morti usci-vano di notte e chi scrive si ricorda di quando, ragazzo, sentiva scendere dal bastione una romba e un lugubre tintinnio di catene, arrestarsi un istante al dazio e seguitare verso l'oscurità del Foppone, e vedeva passare sulla parete in faccia alla finestra il riverbero d'un lumicino. Si diceva che il cavallo sotto il carrettone fosse orbo : io so che cacciavo la testa sotto il cuscino, stringendo in pugno la corona del rosario.
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Con tutto ciò v'è qualcuno, che senza essere nato nè a Calvajrate, nè alla cascina Gambotta, nè alIa Biscioja (sentite che nomi), senza essere nè cacciatore nè pescatore, ma per un delicato sentimento d'artista, trova anche in questi dintorni una bellezza profonda, non meno viva nella sua lentezza e nel suo riservo che non sia la vista dei laghi e dei monti, per un contrasto più tenue di colori e di rapporti, e per una malinconia silenziosa, larga, indefinita, diffusa come la pianura. Fra i filari dei salici distesi lungo le rive o che riquadrano i prati, il sole di primavera e d'estate giuoca all'ombra e alla luce, fa specchietto sulle gore lunghe e diritte, che passano senza rodere di sotto ai ponticelli, rasentando l'erba lunga e lucida delle rive, urtando contro qualche muricciuolo scalcinato di vecchi mattoni; i prati sono spessi di fiori gialli e da lontano fischia la locomotiva, passando sopra un terrapieno. È una natura grassa e feconda, adagiata nel verde, colle poppe piene di latte, di cui il Porta, genio malinconico, più che non si creda, scoprì e descrisse l'incanto ne' seguenti versi, che spirano il lacrimae rerum di Virgilio :
Là insci via del pis pis D'un quai sbilz d'acqua che sbottis di us'cioeu, Via d'un quai gorgheg d'un rosignoeu O de quai vers lontan lontan lontan D'un manzett o d'un can, No se ghe sent un ett Che rompa la quiett. Tutt coss, là inscì, la jutta la passion, Nè s'è nanch fa duu pass Tra quij acqu, tra quij piant, tra quell'ombria Che se sent a quatass d'un cert magon, Se sent a trasportass Dona certa estes de malinconia, Che sgonfia i oeucc senza savè el perchè E sforza a piang, d'un piang che fa piasè.
E’ specialmente su queste strade, che scendono alla Bassa, dove s' incontrano i carri dei malati, tirati da un ronzino malato, sotto il sole, tra la polvere calda, triste tributo che la risaja paga all' ospedale. A cinque miglia è il limite di questa fatale coltivazione, nella quale l' uomo semina e raccoglie tanta parte di sè : le donne stanno colle gambe nude nell'acqua fino al ginocchio, col sole che abbrucia la schiena; un giorno le piglia la febbre e una per volta vengono a morire accanto a casa nostra. Guardiamo ben bene nella minestrina, amici miei !
Ma dei sobborghi e dei dintorni di Milano, quelli che guardano il nord, come sarebbe il lato che va circa da porta Venezia e porta Nuova fino al Sempione, e che hanno perciò per orizzonte le colline della Brianza e le montagne di Lecco, di Como, di Varese, non solo si nutrono anche d'aria più buona e offrono una fisionomia più gaja, ma le case stesse sono più belle, i quartieri più civili, grandiosi i viali di Monza e del Sempione e man mano che si cammina, sia verso Sesto, sia verso Niguarda, sia verso Affori, la campagna ci viene innanzi sempre più asciutta, sempre più alta e mossa e anche la gente pare meno dell' altro mondo. Questa zona che, puntando un gran compasso sul duomo, sarebbe segnata dal perimetro alla distanza di cinque o sei miglia, pareva che avesse perduta ogni vita poco tempo fa, e che i nomi perfino se ne fossero dimenticati, da quel giorno che la ferrovia, attraversandola a corsa, lasciava le strade quasi deserte, o battute dai pochi birocci. I milanesi, attratti dall'incanto delle montagne e dei laghi e dalla facilità d'arrivarci, avevano perduta 1' abitudine e l' amore delle loro campagne sub moenia, e chi possedeva una casa o un poderetto a Dugnano, a Dergallo, a Crescenzago si vergognava come d' una miseria a passarvi qualche mese d'autunno. Anche oggidì, in tempi di così prepotente alpinismo, non pare possibile che i Busca potessero trovare un gusto di fabbricarsi quel loro castellazzo, con trecentosessantacinque finestre, nella campagna rasa di Rho, e i Sormani il palazzo di Moncucco, e i Litta d'innalzare meraviglie con giardini e giuochi d' acqua in un paese come Lainate. Ma bisogna intendere la vita alla maniera dei nostri vecchi per capacitarsene; checchè si vada dicendo, i vecchi del viver bene conoscevano l'arte assai meglio di noi. Quivi per arrivarci non c'era mica bisogno nè d'arrampicarsi, nè di sputare un polmone, ma bastava la carrozza, e anche il biroccio; qui si beveva del buon latte e del claretto spillato dalle proprie botti; si facevano passeggiate in piano, inventando proverbi e madrigali, si facevano dormitone d'un pezzo e al resto pensava il cuoco. Non v' erano allora nè troppi giornali, nè troppa scienza a guastare la digestione, e pare impossibile che qualche volta pensassero più diritti e operassero con più sapienza di noi.
Ma anche questi dintorni oggi sono in via di risveglio ; il campanile di Chiaravalle sgretola sotto la pioggia; la Certosa di Carignano dorme nel suo religioso silenzio, ma il paese si rinnova al tintinnio e al fischio dei tram, che passando e ripassando ogni ora, e ogni mezz'ora per le strade maestre, rasente ai cascinali, sugli usci stessi delle cascine, fanno palpitare i borghi e le ville della gran vita di Milano, città che ha un gran palpito di cuore. Mentre dapprima questa esercitava sulla campagna un' azione assorbente, a guisa di spugna, che isteriliva i dintorni per gonfiare sè stessa, senza suo vantaggio, ora va assai meglio. L'assorbimento si è cambiato in un movimento di attrazione e di ripulsione, una vera respirazione per tutto il corpo. La città tira la roba, la gente e il lavoro, ma restituisce roba, lavoro e la gente alle loro case. Così ci si accomoda un po' larghi in questo benedetto mondo, dove c'è posto per tutti.
Un mio amico, che da dieci anni e mezzo non rivedeva Milano, mi esprimeva la sua meraviglia un giorno che si fece una scorsarella insieme, un tratto fuori di porta Venezia. Era una domenica e non so più qual santo o quale fiera chiamasse straordinariamente la gente a Monza o in Brianza. Il piazzale fuori della barriera era ingombro di gente. Dalla città giungevano gli omnibus e i tram carichi colla montagna di sopra; da Monza arrivavano a due, a tre per volta altri tram di ritorno, zeppi come cavagni di fichi, a buon trotto, e a suon di campanelli : dalla sinistra si sentiva il fischio del tram a vapore di Vaprio, che poi si vedeva passare, liscio come un frullino, col suo piccolo affanno, col suo piumacciuolo di fumo anche lui, colle sue carrozze piene di gente; carrozzelle leggiere traversavano a corsa la strada e passavano in mezzo al via vai verso il cavalcavia del Lazzaretto, sul quale a un tratto passò volando e fischiando come un diavolo un treno diretto della ferrovia. Il cielo era azzurro, senza una nube, e in fondo fra due fila di piante si disegnava la curva molle dell'Albenza, una montagna che nei giorni di vento par fatta per toccare.
Il tram o come piace meglio al popolo di chiamarlo, il tramvai, fu per ogni buon ambrosiano ciò che si dice «una cosa indovinata» non tanto pel vantaggio reale ed economico che ogni buona cosa porta con sè; ma per il gusto che dà, quando ci si trova e che si va come sopra l'olio.
L’ambrosiano vide fin dal principio che “ l’istituzione” non aveva pericoli, che al peggio la gente poteva discendere a rimetterlo, con allegria di tutti, sopra le sue rotaje; che ci si sta come in famiglia, con poca spesa e perfino il nome gli entrò sì bene nell'orecchia, che a fargli credere che non sia parola coniata in verziere è quasi un togliere una dolce illusione. Ma la considerò piuttosto come una cosa da godere mentre si è vivi, ed è per questa ragione che ai tram a vapore, che mangiano la strada, preferisce il tram a cavalli, che ha il dlin dlin e dà l' onda di mare. Così il padre di famiglia, l'operaio, il piccolo mercante, il piccolo impiegato si fanno portare la festa a Gorla, a Sesto, o anche fino a Monza, dove li aspetta l'ombra fresca del Parco Reale. Siedono in faccia l'uno all'altro nelle giardiniere aperte, colle ginocchia che si toccano, col bastone fra le gambe; se fa caldo è permesso togliersi l'abito e si viaggia anche in maniche di camicia, leggendo il Secolo, fumando, se piace, anche nella pipa. Strada facendo si discorre dell' Esposizione, si guarda a destra e a sinistra la segala, il frumento novello, il gelso, il prato, i passeri che son tanto buoni arrosto, o si restringe per fare il posto a un curato, o ad una bella balia dalle spadine d'argento, piena di salute e di polenta. Tanto che dopo sei giorni di vita rinchiusa fra il fumo della bottega, o nell' ombra della scuola e dell' ufficio, l' occhio finalmente può distendersi e riposare sul verde, mentre il dlin dlin e lo squillo della cornetta ricordano le vecchie diligenze col postiglione a cavallo, e sembra nello stesso tempo d'essere sul bastimento. Piangono è vero gli osti del sobborgo, che vedono scappare la gente ; ma se pensiamo che gli osti attenti hanno già, saputo tendere le reti più lontano, dobbiamo consolarci che le nostre bettole non siano più tanto affollate, e impestate d'alito cattivo. La gente, sparsa sopra uno spazio più largo, si urta meno, è meno esposta al pericolo di passarsi sui piedi e dai piedi di venire alle mani, e dalle mani ai pugni, dai pugni al ... non nominiamolo il brutto arnese. La vista dei campi e dei contadini, che lavorano anch' essi, senza gridarlo al di sopra dei tetti, sarà sempre un caso di meditazione per il buon operaio, che non ha venduta la testa ; quel sentirsi distaccato dalla guglia del duomo cinque, sei, dieci miglia, non lascia il tempo di sviarsi, nè la voglia di aspettare la notte per ritornare: si merenda a Vaprio, a Trezzo, sulle rive dell'Adda, colle montagne di dietro, e quando si ritorna, si porta, senza volerlo, un ramoscello verde anche nel cuore. Così almeno pare a me, se non è un voler fare della poesia . . . sulle rotaje.
La Brianza.
COME era bello il pensiero della Brianza a noi ragazzi, una volta,e come lampeggiavano gli occhi di contentezza, quando si poteva scappar via dalle mura infuocate della città! Pareva bella, allora, anche la cascina della balia e vi si passava un mese in compagnia dei villanelli, giuocando sull' aja, sui fienili, sotto il sole di agosto, che intanto asciugava le parrocchie scarlatte del saraceno, appese alle travi.
I nostri signori, o come si dice sul luogo, “ le casane ” vi hanno quasi tutte una villa, qualcuna assai bella e degna di principi, specialmente sui primi dossi delle colline, che fanno come di balcone alla vasta pianura, sotto le radici delle nostre prealpi., Il contadino brianzuolo è vivace, arguto, canzonatore senza malizia; e il suo padrone generalmente è degno di lui. Il villano lavora volentieri una terra riconoscente e mangia volentieri ; il padrone aggiusta i conti tutti gli anni e se le annate son scarse, chiude un occhio. Fra coloni e signori già da un pezzo corre una tradizione di affezione e di famigliarità, perchè i vecchi hanno veduto crescere il loro padroncino sotto i loro occhi e i ragazzi d’oggi tirano sul carretto i padroncini di domani.
Non c' è malaria, non c' è avarizia (parlo in genere) e per conseguenza non c'è nessuna questione agricola che strida. Il sistema della mezzadria in uso lascia al contadino l'orgoglio di lavorare anche per conto suo e pe' suoi figliuoli, nè raro è il caso che qualche massaio, sullo stampo di Carlambrogio, faccia sulle dita dei conti più allegri, che non tutte le scritture doppie del padrone.
Dieci o dodici anni fa chi arrivava, specialmente verso la sera d'autunno a Monza (città della regina Teodolinda e dei tessuti diversi), vedeva tutto il piazzale al di sopra della stazione ingombro da vetture , carrozzelle, birocci, volantini, e al cancello d' uscita una folla irritata di vetturali, rabbiosi come uno sciame di vespe, e in attitudine di voler prendere a frustate i poveri viaggiatori.
Erano gente formidabile quei vetturali, capaci di prendersi in mezzo un mal capitato e di trascinarlo per le orecchie fin sopra le corna di Canzo, se non si lasciava collocare lui e la sua valigia in una carrozza tirata da un ronzino, che una volta in viaggio, metteva i puntigli, si fermava a tutte le osterie, e al piede di tutte le rive per riflettere sulla caducità delle cose umane. Quando piaceva al Signore si arrivava a casa infarinati di polvere e colle ossa peste. Oggi è tutt'altra cosa. Anche la Brianza sente il gran soffio del progresso; i villani non dicono più il pen e la sel, le contadine smettono le spadine e i bei busti di cotonino colle stringhe in croce, che facevano bestemmiare di meraviglia i postiglioni ; ma la ferrovia passando da Monza, Arcore, Cernusco e Olgiate mena da una parte la gente fino a Lecco, rasentando a corsa il lembo orientale; intanto il tramvay di Monza, Casatenuovo, Monticello e Barzanò penetra nel cuore della Brianza e dall' altra parte fa il resto la ferrovia Milano-Erba, passando da Inverigo.
I vetturali, sgomentati sulle prime, come una frotta di passeri al sparare d' un fucile, non perdettero però le staffe del tutto : piegati i loro ronzini a destra e a sinistra, corsero dietro alla locomotiva, e ciò che doveva essere la loro rovina divenne in breve una fortuna. Ad ognuna delle molte stazioni, sparse lungo le linee, ne vedete ancora un drappello : sono ancora gli stessi, colle stesse fruste, ma più mansueti e più contenti di poter guadagnare il pane e la pietanza con piccoli trotti, che non d'ammazzare le loro bestie sulle rive di Lesmo e d' Imbevera. Nei piedi de' loro ronzini chi non sarebbe contento?
Ma se anche la Brianza è sul cambiarsi; se i volti delle contadine non sono tutti come piacevano al Panini « fra il bruno e il rubicondo » grazie a' filatoi e alla vita rinchiusa, che vi fanno dalla mattina a sera; se in qualche parte, specialmente nei dintorni di Oggionno e di Valmadrera, non è raro d' incontrare qualche ombra rachitica, che par uscita da un bozzolo ; tuttavia c' è da consolarsi ancora che la mancanza delle acque cadenti e delle torbiere obblighi il paesano a lasciar le cose come stavano in gran parte una volta : nei piccoli paesi v' è un po' di strettezza e forse di miseria , ma c' è la salute : nè 1' avidità di attirare ad ogni costo l'inglese, per succiarlo , non fa gola a nessuno. Perciò chi arriva a Cernusco, a mezzo la linea per Lecco, e dopo una mezz' ora di cammino tocca a Montevecchia , una delle più belle alture della Lombardia, celebre pe' suoi formaggini salati, che chiamano il vino ad alta voce, si meraviglierà di trovarvi invece d'uno dei soliti Hotels poco naturali, un bettolino rustico, sotto un pergolato, colle panche di legno elastico, l'oste in zoccoli, sprovvisto di pan fresco e di « confort ».
A Montevecchia non c' è buon milanese che, potendo, non vada almeno una volta all' anno. Da Milano è un affare breve di quattro ore fra andata e ritorno e una volta lassù pare impossibile d'aver lasciato indietro in sì poco tempo tant'aria e tanta terra. É una pianura che sfuma dal verde nell'azzurro, che lambe verso mezzodì la curva serena dell' orizzonte, dove, ne' giorni lucidi, si disegna come uno schizzo di penna la linea degli Appennini, che girando verso 1' est si annodano alle Alpi. Il monte Rosa a' primi bagliori dell' alba, visto di lassù, è veramente una visione rosea, o come dicono i poeti, un trionfo di luci e di colori; mentre la nostra povera Milano appare una macchia mal lavata sull'estremo orlo di questo gran tappeto di verdura, con di sopra un eterno nembo di fumo e di nebbia in cui entrano, amici miei, tutti i nostri bollori, tutti i nostri dolori di testa, la nostra superbia, la peste dei nostri sigari, i nostri cattivi pensieri, le nostre male digestioni, i nostri sbadigli, i nostri articoli di fondo. Il curato , uomo di poca magnificenza, fuma almeno sei pipe al giorno, guardando su questo povero mondo che giace, non avendo al di sopra di lui che l'occhio di Dio e il cannocchiale dei padri carmelitani, che dall' altezza del San Genesio, una collina più alta, distante un cinque miglia, contemplano anch' essi la vanità di ciò che non hanno. A San Genesio si ha maggior vista sul territorio di Lecco e sul corso dell' Adda; da Milano, fra l'andare e il venire, c' è d' avanzo d' una giornata. La salita è più faticosa, il clivo più aspro, più selvatico, più deserto a confronto di Montevecchia, che fiorisce in certi mesi come un giardino. D'autunno ho veduto a Montevecchia delle viti puntellate per il peso dei grappoli; se ne fa poi quel claretto che si beve in tutte le osterie di Milano, basta che la fede ci illumini. Ma a San Genesio, quando si è nominato il vino di Mondonico, che giace a'piedi, il prodotto principale è la castagna : il convento, che sta sulla vetta, fra boschetti di nocciuole e di roveri, sono in tutto quattro muri bianchi alti un piano, e anche i fraticelli sono bianchi, e vestono di bianco. Ivi non giunge fracasso del mondo e forse nessuna delle sue lusinghe, sebbene la natura del luogo, il cielo, la valle dell'Adda, le ville seminate nell' erba, il silenzio stesso delle calde giornate sembrino tutte cose fatte a posta per l'incantesimo dell' anima.
E se dal San Genesio, dove stiamo cantando un idillio in canto fermo, spicchiamo un gran salto al di sopra dell'Adda, varcando i confini della Brianza eccoci sull' Albenza, non più collina questa, ma una montagna vera e schietta, colla schiena di buon ceppo, colle belle praterie, colle capannuccie sotto i tetti d'ardesia, col tintinnio degli armenti, quel tintinnio che fa venire i lucciconi agli occhi, se ci si pensa fra una scadenza e l'altra della ricchezza mobile. All' Albenza è salita un paio di volte anche la regina e a Caprino si conserva con un senso d' orgoglio e di ammirazione l' asinello che la portò sulla groppa. Camminando sulla cresta si giunge sotto le ponte del Resegone “ così detto da' suoi molti cocuzzoli in fila che il fanno somigliare ad una sega “.
Conoscete le parole e il paese, nè voglio parlar più : ma se capitate da queste parti non trascurate di visitare la cella di fra Cristoforo nel convento di Pescarenico e le rovine del castello dell'Innominato presso San Gerolamo. Saranno fiabe, ma il popolo le crede, e ci credo anch' io.
Monticello, Oggionno, Pusiano, Erba.
Nel 1838, quando le LL. MM. II. d'Austria fecero il viaggio di nozze in Brianza, ospiti di S. E. Ill. il conte Nava, ciambellano e consigliere intimo, dice la Gazzetta Privilegiata di Milano di quel tempo che le LL. MM. II. « si degnarono d'ammirare la bella vista che si contempla dall'alto della Rotonda di Inverigo ». Non so se in forza soltanto di quell'alta degnazione, o se perchè così piacque al buon Dio, ma è certo che pochi paesi sono civettuoli e belli e allegri come questi della Brianza centrale, seminati col ventilabro nel verde dei colli e delle vallette. Centro di questa zona, dove spira più pura l'aria brianzuola e dove i nostri nonni ponevano le loro compiacenze, prima che fosse inventata la Svizzera, era ed è Monticello ; poco ma bello.
S. E. il conte Nava , già lodato di sopra , vi aveva un altro palazzo, splendido per sale con un giardino e un gran bosco che scendeva sulla china del monticello, e con davanti una serra a cancellate, a pilastri, a busti, d'un assieme maestoso. Tutto c'è ancora intatto, ma S. E. è morto. Chi glielo avrebbe detto, quando nella sua zimarra ricamata d'oro respingeva una lettera per un titolo di meno all'indirizzo ? Chi gli avrebbe detto che in queste sue belle sale, dove si lodava la politica paterna del principe di Metternich, avrebbero pranzato e ballato tutti i merciai della Brianza, quando celebrano i loro matrimoni? E che un farsetto di frustagno, che abbia il coraggio di pagare un franco una tazza di birra , può mettere oggi il . . . frustagno sopra i suoi sgabelli di velluto? Il conte avrà sognato dei fulmini e dei terremoti, ma non mai che il suo palazzo dovesse degradarsi fino alla borghesia di un Hòtel e cadere nelle mani d'una società d'azionisti. Che fortuna per i poveri morti d'essere morti ! Se cacciassero la testa ogni cinquant' anni fuor dalla tomba, non potrebbero più riattaccare il sonno. Da Monza oggi si va fino a Monticello con un tram, che si arrampica coraggiosamente sopra certi cigli e certe rive che mettono ... appetito. Il paese è pulito, con molte villine in giro, e dal sagrato della chiesa, alto sopra una gradinata di ottanta e più scalini, si vede un orizzonte sereno (quando è sereno) e una pianura seminata di paesi e di ville, che sembrano ochette bianche in un lago, All' Hótel va chi vuoi spendere : c' è abito nero e coda di rondine. Ma non manca un altro albergo alla buona con polpettine sempre pronte e un vino galantuomo come l'oste.
Col tempo, se ciò è scritto nel libro del destino (un librone in cartapecora), il tram proseguirà la sua strada oltre Barzanò, fino a Oggionno e anche più avanti. E allora raccomando a tutti coloro, che passeranno di là, di ricordarsi della Madonna d'Imbevera, dove si celebra ogni anno una sagra nel bosco coi relativi ubbriachi e capi rotti, che fu descritta dal Cantù in un racconto, che raccomando anch'esso alla studiosa gioventù. Ma la festa di lusso si celebra in ottobre a Besana: vi concorre il Milano elegante, ed è un via vai di carrozze a due , a quattro cavalli , e un rumore di strilloni e di bande vestite come gli usseri. Felici quelli che per speciale amicizia colla serva del proposto possono penetrare nel giardino parrocchiale e guardar giù dal muro nella strada: quando era ragazzo l'ho avuta spesse volte questa fortuna e me ne sento ancora commosso per la contentezza. Ma lasciando Besana col suo campanile a pera, torno sul tram, ripasso da Barzanò, saluto la villa di Luciano Manara, e continuo col tram, che non c' è fino a Oggionno, dove lavo i piedi nel bel laghetto, popolato di canne, di pesci e di un nient'altro.
Questo laghetto è parte di quel sistema di laghi, che non ha nulla a che fare coi laghi dell'America del nord, nè col Lago salato, paese dei Mormoni; ma una volta i laghi di Oggionno, di Alserio, di Annone e di Pusiano formavano un lago solo detto l'Eupili, che da un pezzo ha liquidato i suoi conti : per cui chi dall'alto d'un poggio, come sarebbe a dire dal campanone di Brianza, contempla queste catinelle d'acqua e imagina i contorni, che doveva avere l'Eupili, non può a meno di pensare, se ha un bricciolo di fantasia, a uno spec chio grande andato in frantumi. Fra i paeselli che si specchiano in questi laghetti v' è Bosisio, la patria di Giuseppe Parini e del pittore Appiani: l'uno cantò i colli beati e placidi del suo vago Eupili , e il volto e i baldanzosi fianchi delle belle villane: l'altro dipinse gli dei e i fasti del semidio Bonaparte. Io recito la « Vita rustica » in suffragio dell'anima del buon poeta. A Pusiano, a Bosisio, e in altre bassure si scavò della buona torba, che fece sperare una nuova terra promessa: ma il guadagno non vale la fatica, e più contenti furono gli studiosi per certe palafitte e certi cocci, che parlano d'un epoca, in cui non erano ancora inventate le diligenze. Anche quegli uomini primitivi, che bevevano l'acqua sporca in ciotole di selce, avranno amato e odiato di cuore come amiamo e odiamo noi, che beviamo il caffè in chicchere di porcellana, e non avranno fatto meno esposizioni di noi. A Pusiano oltre alla torba c' è una santa detta la Mariott, già perpetua del defunto curato, a visitare la quale accorrono da tutte le parti del mondo prelati, vescovi, cardinali, teologi, contesse e villani, con un sacco di dubbi, di rimorsi di coscienza, di malanni, di scrupoli che la Mariott guarisce e purifica come la lisciva sui cenci brutti. Chi scriverà fra cent'anni la vita della beata Mariott potrà anche raccontare che essa ebbe il dono della profezia e delle sacre stimmate; ma intanto i preti oggi sono divisi in diversi pareri. Chi la vuole una santa, chi la vorrebbe bastonare per santificarla di più. E a questo proposito mi ricordo di una bella mattina, che facevo viaggio fra Erba e Pusiano, quando a mezza strada monta nella mia carrozza un bel prete.
Si parlò del tempo, della filossera, e dalla filossera di-filato alla .Mariott: devo però confessare a edificazione vostra e dei vostri figliuoli, che il prete ne disse tante in odio alla santa, che il vetturale, nativo di Pusiano, non sapeva più cosa rispondere. Si vedeva chiaramente ch'era fra l'incudine della sua coscienza, convinta che la donna fosse veramente una, santa degna d' altare e il martello del prete, che colla sua autorità e con citazioni latine, predicava sull'impostura. Dopo essersi schermito un bel pezzo, frustando per compenso qualche volta di più il cavallo, il villano trovò una conclusione, che merita proprio d'essere stampata : — « O santa o no, disse, la gente accorre e si guadagnano de' bei denari, si guadagnano ».
Scommetto che l' oste e il sagrestano sono del medesimo parere : ad ogni modo una visita alla Mariott, nei tempi che corrono, merita la spesa. Ai signori « non la fa a meno di cinque lire: però per la povera gente la fa a più poco e anche per niente ».
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Ho nominato il campanone di Brianza e lo torno a no-minare per tutti coloro, i quali non sapessero che non c' è più. Si scrisse già in molti libri che al suono di questa grande campana appiccata a un campanile isolato sul cocuzzolo d'un colle, solevano accorrere gli antichi brianzuoli dei tempi dei feudi, sia per difendere il paese, sia per offendere quello degli altri.
La storia di quella campana risale fino ai tempi della regina Teodolinda; oggi non faceva che indicare i segni canonici, qualche incendio e l'esattore. (Schiller non ha fatto menzione dell'esattore nel suo canto sulle campane; e nemmeno le litanie dei santi fra i libera nos domine ajutano a liberarcene).
Un bel giorno il campanone di Brianza si stancò d'essere sempre un campanone. Suonata l' avemmaria, il villano che abita in un casolare vicino , rinchiuse il campanile e se ne andò a dormire: non aveva ancora levate le scarpe, quando il campanile sedette sopra sè stesso con gran chiasso e molto spavento del pover uomo. Se cadeva due minuti prima, guai a lui! Il che dimostra che molte sono le cose terribili, che accadono nel mondo ; ma più ancora e più terribili sono quelle che possono accadere.
Da Pusiano ad Erba è un breve tratto : da Erba a Castelmarte ed a Canzo una passeggiata; e qui siamo già fra i monti veri e solidi della Valassina. Poco lontano azzurreggia il lago di Lecco : le schiene dei monti si fanno nude, erte, o vestite d'un verde cupo : ma le ville sparse sul versante brianzuolo si inseguono, si perseguono con civetteria, coi loro terrazzini fioriti, coi capanni inghirlandati d'edera e di campanule, con iscrizioni liriche che fanno stridere l' invidia nel cuore. Il buco del Piombo, due ore al di sopra di Erba, è un buco, ma non come tutti gli altri. Ci si entra per una gran caverna che va man mano rimpicciolendo, abbassandosi, stringendosi, oscurandosi, sprofondandosi, popolandosi di pipistrelli. Queste grotte furono i primi ricoveri degli uomini, che col tempo e col progresso preferirono tirar le cuoja negli abbaini sopra le tegole, e nei sottoscala.
Erba oggi chiama molta gente ; quando si sarà messa in comunicazione con Lecco, chiuderà uno dei più ameni circoli che possa percorrere un modesto viaggiatore in una giornata, spendendo poco e pranzando con comodo. Dalla schietta pianura nel giro di cinque o sei ore si passerà allora fra le radici dei colli brianzuoli, sull'orlo dei laghetti, sotto la schiena dei monti, sull' Adda, e di nuovo fra le radici dei colli fino a questa pianura, fra campi, vigneti, giardini, frutteti, ville, creste e ceppi di monti, stese di fiume e di lago fra gente felice o che lo sembra. Come vedete adunque, Dio creò il mondo; ma tocca a noi di renderlo bello.