amaranta (it)
Lei era lì... abbracciata stretta al suo ballerino, all’uomo per il quale era cambiata, per il quale aveva volontariamente costretto il suo corpo a una dieta drastica.
Eccola... La danza frenetica di una bachata sensuale e fradicia di sesso.
Il movimento drammatico del bacino, sul suo pube il pungolo del suo membro eretto, troppo grosso per poter essere trattenuto dalla stoffa leggera dei pantaloni, eroticamente proteso in una danza ossessivamente opprimente.
La musica lasciava sulle loro membra una bava leggera, in piccole gocce cristalline rifletteva la luce dei loro corpi infradiciati dal ritmo ossessivo.
Poi lei la sentì.
La sentì svegliarsi come un gatto insonnolito che si torce le membra prima di lasciare che il sonno sfugga completamente.
La ignorò.
Ignorò quella svogliata e assopita brama che si muoveva in lei.
Continuò a ballare col pungolo ossessivo del membro del suo ballerino che le si strofinava addosso.
Poi, di nuovo, lei la sentì.
Sentì un tuffo nella sua anima, come un cavallo imbizzarrito da troppo trattenuto dal gioco doloroso che di scatto si libera, lei l’avvertì svegliarsi.
Se non fosse stata in una sala da ballo avvinghiata e sudata al suo ballerino, avrebbe urlato per il dolore provato.
Sentì i suoi occhi aperti scrutarla dentro, verdi occhi affamati sondavano i suoi ricordi.
Gli occhi sorrisero scoprendo la realtà.
Scoprirono i suoi cambiamenti, le sue corse infinite verso l’uomo che la stringeva, le sue calde labbra che le rubavano baci e baci, e poi il suo doloroso rifiuto: "Non con una donna sposata, non posso".
Poi vide la scelta di essere compagni nel ballo.
Seppe.
Seppe che era giunto il momento.
Gli occhi risero nella sua anima.
Il dolore lancinante le si mosse scivolando in ogni centimetro del suo corpo.
Sofia si fermò.
Nell’orecchio del suo ballerino supplice sussurrò una richiesta dolorosa ma necessaria: "Portami a casa".
"Così presto?", le chiese Giacomo.
Ma non protestò, pallida si sedette sul divanetto di pelle bianca aspettando che lui si vestisse, per andarsene, per portare lontano il dolore e il pericolo del risveglio.
Luci stillavano nuova coscienza e si mossero davanti ai suoi occhi neri come la notte.
Giacomo si chinò su di lei: "Come stai? Non mangi abbastanza... Devi piantarla con questa dieta", la sgridò dolcemente afferrandole la mano per aiutarla ad alzarsi, non l’aveva mai vista così debole, solitamente avevano gli stessi tempi e gli stessi ritmi, si muovevano nella sala da ballo senza essere d’impiccio l'uno all’altra, i loro corpi danzavano degli stessi ritmi.
Lei si appoggiò al corpo caldo di Giacomo, un brivido di fame le corse lungo la schiena scendendo fino nel suo ventre, che si contrasse per il bisogno di averlo.
Non era lei, non erano le sue sensazioni, ma la sua maledizione che si era svegliata, la fame che si svegliava.
Sofia sapeva bene che doveva dominarla, ma sapeva altrettanto bene che non le sarebbe stato possibile.
Avvertiva il respiro di Giacomo come non le era mai capitato, lo bramava addosso, bramava che il suo alito caldo si spandesse sulla pelle del suo collo, caldo e umido; sentiva il suo odore di uomo scivolarle nelle narici e tormentarla, desiderava quell’odore sulla lingua, sentiva la sua bocca ardere secca per il desiderio di succhiare la pelle madida di sudore di Giacomo.
Non era lei.
Quelle non erano sensazioni sue, la fame travolgente di sesso che la stava assalendo non era sua, il desiderio di nutrirsi, di lasciare che lui scivolasse in lei, dentro di lei, ardente la faceva impazzire.
Quella era fame.
Sentiva il mostro dagli occhi verdi chiedere di lui.
Sentiva i suoi occhi roventi ucciderle la mente.
La fame le attanagliava il ventre che morbido si bagnava alla necessità comunicatale dal mostro devastante che scrutava la sua anima.
"Resta qua, siediti, prendo i cappotti, poi in macchina ti prendi una bella sgridata per la testa dura che hai", le disse sorridendole e allontanandosi.
La fresca aria che proveniva dalla porta appena aperta da nuovi avventori le diede un attimo di sollievo e, seduta sui divanetti d’uscita, attendeva che di nuovo la brama di sesso bramisse lungo il suo corpo esausto.
Doveva allontanarsi da lì.
Doveva allontanarsi da Giacomo prima che lei perdesse totalmente il controllo delle sue azione, che facesse del suo corpo mezzo di nutrimento sessuale con tutti gli uomini che incontrava.
Quello era il rischio.
Quella la sua maledizione, essere portatrice di un succube, un antico demone nato direttamente dalle viscere dell’inferno e venuta al mondo solo per tormentarla.
Era nata così, tutte le femmine della sua dinastia ne erano affette, l’unica cosa per tenere il demone dormiente era sposarsi con chi non si amava, fare una famiglia e poi spiegare alla figlia femmina, che inevitabilmente la sua maledizione avrebbe fatto nascere, come gestire senza amore né passione tutta la sua vita.
Doveva tornare da lui.
Doveva tornare dall’uomo che aveva scelto come compagno e che permetteva con la sua essenza vuota di mantenere in uno stato di sonno costante la sua succube.
Lei lo aveva scoperto da adolescente, sua madre glielo aveva spiegato, le aveva buttato addosso la sua condanna spiegandole che il suo destino era di non amare ma solo di essere amata ferocemente, l’amore del suo compagno si sarebbe nutrito inesorabilmente dell’energia del succube controllandolo.
Lei avrebbe vissuto tranquilla così, avrebbe avuto una famiglia, ma non la felicità.
Cazzo, non la felicità.
Nessuna donna del suo casato aveva conosciuto il vero amore o la passione che ti attanaglia le viscere con artigli famelici, e chi si era azzardata a non obbedire alle leggi del suo sangue era finita in qualche bordello a leccare la pelle di sconosciuti per nutrire all’infinito il proprio succube, prostituirsi per non morire di astenia, quella infatti era la fine.
Se il succube sveglio non si nutriva, si moriva.
Ma non era facile nemmeno scegliere la morte per astenia, poiché il succube non nutrito diventava un tale dolore da non essere ignorato.
Sofia si malediceva, malediceva il giorno in cui aveva incontrato Giacomo.
In quei maledetti occhi azzurri come l’oceano si era persa immediatamente, e in quelle onde aveva inesorabilmente finito per annegare.
E ora il succube Amaranta si era svegliata, urlando famelica dentro di lei.
Se le avesse permesso di nutrirsi di sesso non avrebbe più potuto placarla con suo marito.
Suo marito talmente vuoto di energia da succhiare in continuazione la linfa vitale di Amaranta tanto da tenerla in un continuo letargo.
La sentiva urlare nel suo ventre, bagnato pulsava incessantemente linfa ambrata che esigeva lo strofinio di un membro, e cazzo la sua mente la portava solo verso un pensiero: Giacomo dentro di lei.
Ma gli uomini venivano marchiati da Amaranta, se Sofia le avesse ceduto avrebbe condannato Giacomo alla sua schiavitù, una volta assaggiato il sesso con un demone succube non era facile accontentarsi delle comuni mortali.
Ma un normale rapporto non avrebbe accontentato Amaranta, lei voleva sesso, sesso continuo, quello era il suo nutrimento, e un uomo solo si sarebbe prosciugano per nutrirla.
La sentiva urlare dentro di lei, le spingeva nella mente scene erotiche, membri enormi che la accontentavano, labbra voluttuose che bagnate di saliva succhiavano, spingevano, mordevano, volevano.
Il fiato le mancò quando Giacomo le porse il cappotto, le sue mani forti dalle dita lunghe e curate le tolsero il respiro, tutto in lui in quel momento era eroticamente pervaso di frustrante desiderio, vide la sua bocca aprirsi sul suo indice e succhiarlo avidamente, sulla bocca l’aspro sapore del sudore.
Deglutì a fatica allontanando l’immagine perversa che Amaranta ridendo le spingeva nella mente.
Lo sai già, lui sarà mio.
Le si bloccò il cuore, la sua voce, la voce del succube della sua padrona, doveva raggiungere suo marito al più presto.
"Portami a casa per favore", disse a Giacomo con un filo di voce, e la fronte imperlata di sudore che avvertiva scenderle anche lungo la schiena per lo sforzo di concentrazione che faceva in quel momento, cercando di allontanare le immagini blasfeme che il succube le buttava nella mente.
Non sarà tuo, le urlò contro nella mente, cercando di dominare chi già dominava il suo corpo.
Sentì una risata di risposta nella testa, le gambe le cedettero, e solo il caldo e duro braccio di Giacomo che la sosteneva la trattenne dallo cadere per terra.
Ora ti siedi e non ti muovi fino a casa", le disse Giacomo aprendole la porta e aiutandola a sedersi.
Si sedette, la pelle le fremeva di dolore atroce.
Sospirò mentre lui accendeva la macchina e si allontanava dal locale.
Lei aveva sbagliato, nella mente la colpa per ciò che aveva scelto, seguire i propri sentimenti a dispetto del proprio destino, che gran cazzata aveva fatto, ora si mordeva le labbra per la rabbia.
Come aveva potuto cadere fino a quel punto, abietta essere abietto, per il suo egoismo, aveva lasciato che un mostro nato dalle stesse viscere dell’inferno ora si risvegliasse sulla terra, non era in pericolo solo Giacomo ma tutti gli uomini di cui lei si sarebbe nutrita, li avrebbe succhiati nel sesso, avrebbe spremuto loro il loro gioco vitale, se sopravvivevano era una fortuna, se morivano, be', poco male, erano solo cavalli da monta per soddisfare Amaranta, il suo desiderio, la sua fame.
In tralice osservò il viso di Giacomo, la sua pelle perfettamente rasata lasciava intravvedere un sottile ruga di espressione al lato della bocca, la faceva impazzire da quando l’aveva incontrato, l’aveva baciato in quei pochi momenti intimi rubati al suo destino perverso.
Avvertì uno spasmo nell’anima, le mani formicolarono, stava perdendo il controllo del suo corpo, lei era lì, presto i suoi occhi verdi avrebbero sostituito i suoi neri.
Non ce l’aveva fatta, non aveva fatto in tempo a condurla da suo marito, dalla sua voragine.
L’unica cosa che poteva fare era avvertire Giacomo del pericolo che correva.
Si girò verso di lui, mentre lui ingranò una marcia, lei gli sfiorò la pelle della mano, le vene azzurrine sotto le sue dita morbide cedettero al suo polpastrello, si chinò per baciarle, strofinò le sue labbra suggendo il suo sapore con la lingua e spingendolo nella sua mente.
Almeno avrebbe avuto in bocca, come ricordo, il suo sapore.
Lui la lasciò fare senza protestare, in un’altra serata l’avrebbe fermata, ma l’espressione di bisogno nei suoi occhi lo trattenne dal fermarla.
Lei gli parlò, mentre la voce iniziava a mancarle, Amaranta era ormai sveglia, presto Sofia si sarebbe persa nel succube.
"Ora non spaventarti, a volte mi capita, non avrebbe dovuto, ma il mio destino ora è questo".
Lui la guardò non capendola, cercando di non perdere di vista la strada e tenendo sotto controllo il suo bisogno fisico di uomo che l’aveva stretta troppe sere e rifiutata troppe volte, il suo blasfemo bisogno di stringerla e affondare in lei.
Amaranta non avrebbe potuto trovare sera migliore per risvegliarsi, ciò che l’aveva svegliata era proprio quello: il bisogno fisico di entrambi.
Il pungolo del suo pene mentre ballavano, quella sera lui era maledettamente pronto, e la sua demoniaca maledizione sveglia in lei.
"Fra un po’ ti chiederò cose oscene, ti chiederò di fare sesso con me, userò la mia lingua per pronunciare parole blasfeme e convincerti a cedere alle mie voglie, non farlo, non cedere, non fare l’amore con me!", questo l’unico modo per farla arrivare da suo marito prima che tutto fosse finito.
"Ma cosa stai dicendo?", le chiese senza guardare la strada ma perdendosi nei suoi occhi.
Ma lei si girò.
Giacomo la osservò mentre stiracchiava le membra come se si fosse appena svegliata da un lungo sonno.
"Ma che bel corpo, brava Sofia, sei stata proprio brava, mmmh che fame... Dormo da una vita, dove sono? La strada scorre veloce".
Amaranta osservò fuori dal finestrino, sapeva esattamente dai ricordi visti nell’anima di Sofia tutto, ma ora lo vedeva finalmente... il mondo in cui si sarebbe nutrita per tornare a splendere davvero... si toccò la pelle candida, come a scoprire un corpo che non possedeva da troppo tempo, fece scivolare le mani su tutta l’epidermide viscida di sudore.
Con un movimento da gatta in calore si sfilò la scarpe e si tolse i collant, un brivido di piacere le corse lungo la schiena, poi la fame bruciante le attanagliò le viscere, lei il succube, nuovamente libero doveva soddisfare la sua fame.
Allungò la schiena indietro sollevando il bacino verso l’alto, spinse le sue calde dita fra le cosce, strofinò la sua brama bagnata e sorrise ambigua al mondo.
"E ora, che inizino le danze", si girò verso Giacomo, che faceva di tutto per non guardarla mentre si comportava in modo così osceno. "Oh sì Sofia, ha scelto davvero bene, mi hai portato un esemplare di uomo davvero splendido con il quale soddisfare la mia brama...", allungò una mano verso il viso di lui, gli accarezzò la guancia sentendo sotto la pelle la rasatura che presto sarebbe diventata barba.
Con un moto di soddisfazione si spinse in avanti, leccò il lobo di Giacomo, spinse la sua lingua calda nel suo orecchio e gli sussurrò: "Trova un posto dove fermarti, io devo nutrirmi".
Lui la guardò perplesso, con il bisogno che turbinava nella sua mente insieme a tutta una serie di domande che tanto non trovavano risposta.
Lei allungò una mano verso il suo membro che eretto aveva risposto alla sua blanda richiesta erotica.
Scivolò su e giù con la mano accarezzando l’asta da sopra la stoffa.
"Obbedisci, fermati", lo fissò mentre già sentiva la macchina rallentare e cercare uno spiazzo dove fermarsi.
Amaranta non aspettò che la macchina fosse ferma, le sue abili dita fecero scendere la cerniera dei pantaloni, liberò il membro che eretto le occhieggiava davanti.
Si protese con tutto il suo peso addosso a Giacomo e avidamente lasciò che la sua ingorda bocca facesse di lui tutto quello che desiderava.
L’eco dei sospiri di Giacomo si alzava alto nella macchina confondendosi con i lascivi e languidi baci della lingua di lei, fradicia e ruvida soddisfaceva un bisogno imprigionato da anni, agognato da troppo tempo.
Le mani di lui calde e bramose si insinuavano fra i suoi capelli assecondando i suoi movimenti dolci e repentini.
Amaranta sentì l’odore del bisogno addensarsi e spingere forte nella macchina, il desiderio scivolò lungo tutta la sua pelle, coprendola di brama calda e feroce, la sua pelle l’assorbì nutrendosi dei sospiri rochi e languidi di Giacomo.
Tutto il bisogno di Amaranta si aprì nell’aria che la circondava e iniziò a nutrirsi assorbendo il desiderio morboso che si spandeva perverso fra la loro carne.
Si staccò da lui, osservandolo negli occhi che bagnati di lacrime cristalline la osservavano penosamente.
Non fargli male, non marchiarlo... ti prego, Sofia le sussurrò la sua accorata supplica nella mente.
"Lei ti ama davvero, piccolo mortale, mi sta supplicando di non marchiarti, di non renderti schiavo... forse potrei anche non farlo, se sarai capace di nutrirmi a dovere", rise dell’ingenua umana che la conteneva.
Un nobile sentimento come l’amore non poteva certo avere significato per lei che, da bravo demone dell’inferno, desiderava solo nutrire la sua brama.
Magari non si sarebbe nutrita prosciugandolo e magari avrebbe anche annullato la sua presenza dalla mente dell’umano... ma non aveva ancora deciso.
Tese le labbra laccate di rosso che splendevano di lasciva saliva in un sorriso feroce, quella era la bellezza del demonio, che brillò nella macchina davanti a Giacomo, che si perse in lei.
"Ora soddisfami, nutrimi", gli sussurrò spostandosi sopra di lui. "Goditela, mia piccola Sofia, goditela anche tu", le spinse violenta nell’animo la sua indecorosa risposta.
Giacomo fece scendere lo schienale in modo da accoglierla più comodamente su di lui e allungò le sue dita lunghe e affusolate verso di lei, accarezzandole le cosce bagnate e scivolando poi lungo la linea dei suoi seni prosperosi, la trasse a sé liberandole i capezzoli dal reggiseno, e succhiando avidamente le montagnette rosee che si ergevano nel bisogno di essere toccate.
Amaranta lasciò che lui scivolasse sotto le mutandine bagnate di desiderio famelico con le sue dita rudi di uomo ormai arreso al suo bisogno, alla sua fame, il suo corpo di succube si schiuse nutrendosi del piacere che lui generava con le sue abili dita che giocavano con lei, dentro di lei.
Poi non soddisfatta del desiderio che sentiva crescere e ululare dentro al suo demoniaco corpo, fu su di lui come un leone affamato e fece di Giacomo il suo pasto.
Lui entrò in lei strappandole un sospiro di bisogno.
La sua calda e morbida grotta lo accolse irriverente, risucchiandolo in un mondo fatto di languido desiderio.
Lei si chinò baciando le labbra carnose di Giacomo, che avide succhiarono le sue, le lingue si sfregarono rincorrendosi fra morsi dolorosi e piacevoli suzioni, mentre le mani di entrambi strofinavano e graffiavano lembi sempre più esposti di pelle che, ghermita, non attendeva altro che nuovo bruciante dolore.
Nella macchina il desiderio si confuse nell’aria che respiravano, appannando i sensi di entrambi, i sospiri famelici e fradici di sesso si rincorrevano
Una fitta di piacere nel ventre avvertì Amaranta che l’orgasmo stava per sopraggiungere, presto avrebbe nutrito la sua anima arida e affamata di bisogno, il piacere devastante dell’orgasmo avrebbe invaso i loro corpi bramendo in loro come urla di dannati.
Fu in quel momento che lasciò la presa su Sofia, lasciò che l’umana si ripresentasse nel suo corpo, mentre lei si nutriva del piacere scatenato dalla carne che si contorceva, lasciò che anche Sofia capisse cosa perdeva in anni e anni di piacere inutile e incapace di dare nutrimento.
I suoi occhi tornarono neri, proprio mentre Giacomo si sollevava per abbracciarla forte, spingendo il suo membro nell’orgasmo feroce dentro di lei.
Affondarono uno negli occhi dell’altro, la loro pelle rovente allontanò i loro sensi dalla concretezza del manto terreno, una risata demoniaca sollevò la notte dalla sguardo ambiguo della colpa.
Amaranta rideva in lei... completamente soddisfatta e nutrita.
Rideva della piccola umana sciocca che per tenerla lontana dal mondo si era relegata a inutili amplessi.
Gioca con lui, ora che sai cosa puoi avere..., le sussurrò nella mente abbandonandola, o perlomeno abbandonandola davvero?
Sofia si domandò quale fosse la vera maledizione della sua vita, era Amaranta? O se stessa?