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nicole wallace

anche senza neve (it)

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Gian Marco inserì la chiave nel cruscotto della sua Bentley verde smeraldo.
L’aria era tiepida a Ventimiglia, erano i primi di maggio e la primavera era sbocciata ovunque. Il mare aveva un colore molto tenue, era placido e un venticello lo sfiorava come a incitarlo.
Si guardò attorno, sorrise e imboccò la statale.
C’era traffico. Altro che mare, che Primavera!
Sbuffò impaziente. Si mise una sigaretta fra le labbra, la accese, ne aspirò il fumo e lo espirò. Ma perché tutta quella gente gli rendeva la vita impossibile con le loro inutili auto e inutili vite?
Cercò di pazientare.
La sua famiglia era ricca. Il padre era il proprietario di alcuni alberghi di lusso tra la Francia e l’Italia, uno dei quali proprio a Ventimiglia, dove vivevano. Era cresciuto come un bambolotto, figlio unico coccolato e adorato fin dall’adolescenza, e ora, anche se il padre tentava di inculcargli un minimo di senso di responsabilità, non ne voleva sapere di impegnarsi in nulla che non fosse divertimento e piacere. E poi aveva ventisette anni. Era iscritto alla facoltà di economia e commercio, ma gli serviva solo da scudo per essere lasciato in pace.
Era snob e se ne beava. Vestiva firmato e aveva un’automobile e una moto che i suoi coetanei possedevano solo nei sogni.
Le cercatrici di dote, più numerose di quanto si pensi anche tra le ventenni, gli si appiccicavano come mosche, lo inebetivano con assordanti profumi di lusso, lo stordivano mostrandogli perizomini di swarosky da sotto i jeans D&G. Gli si chinavano davanti appena potevano per allacciarsi improbabili decolleté di Prada a spillo rubate o prestate dalla mamma, e lui godeva spesso di quelle setose panoramiche come di un premio personale. Per essere nato nella fortuna e per essere un discreto figliolo dagli occhi verdi come la mamma, avvocatessa.
Tutto era bello attorno a lui, pulito e luccicante.
Il suo sguardo sorvolava su ciò che non risultava perfetto, a partire dalle automobili: "E vai, pezzo d’imbecille, muovi quella carriola, togliti dalle palle!".
Ai locali: "Eh no, ragazzi, in quella bettola non ci entro. Andate voi, se volete morire di puzza!".
Alle persone. Aveva una ristretta cerchia di amici che, o erano come lui, o si beavano si stare con lui procurando sforzi enormi ai portafogli dei genitori, con i quali condivideva anche qualche sniffata, di quella buona, ovviamente... ricca e profumata neve sottile su per il bel nasino.
Dare il giusto tono a una serata moscia, provare brividi baciando un collo caldo, affondare i denti su labbra sporche di bianco, leccare tutto con voluttà... quella voluttà che, essendo un po’ freddino di natura, non gli veniva tanto spontanea.
Da bambino era stato molto timido e rispettoso ma, come spesso succede, non appena aveva capito le proprie potenzialità, aveva deciso di godersela.
La timidezza era stata sostituita da una sorta di arroganza e coloro che non erano come lui lo infastidivano e, per difendersene, li irrideva.
Un camioncino davanti lo stava facendo impazzire. Alla guida c’era un signore in canottiera, a occhio e croce alquanto panzuto.
Gian Marco lo tollerò per non scendere in discussione con tale gorilla, il quale non avrebbe certo gradito sollecitazioni da un ragazzino col ciuffo su una Bentley.
Era da mezz'ora sulla statale e la casa di Francesca, la sua nuova girlfriend, era ancora assai lontana.
Strano il fatto che non lo avesse ancora chiamato sul cellulare formato accendino.
Si tastò il giacchino a coste avvitato color schiuma di cappuccino e percepì con disagio che non lo aveva con sé. Si diede una manata sulla fronte. Lo aveva di certo dimenticato nella camera dell’albergo di papà, dove soleva fermarsi a dormire quando faceva l’alba con gli amici, o dove spesso portava le sue ragazze per divertirsi un po’ senza dover dar troppe spiegazioni.
Si accostò al bordo della strada, qualcuno dietro strombazzò; ma chi va in giro con una Punto non merita attenzione.
Fece una rapida e prepotente inversione e tornò all’hotel più nervoso che mai.
Piazzò l’auto sul marciapiede davanti all’ingresso, balzò giù, le porte scorrevoli di cristallo si aprirono frusciando; il portiere stirò le labbra sui denti in un rigido inchino di odiato saluto. Aveva una fretta totale, Francesca era davvero una bambola appetitosa e ogni centimetro della sua pelle ricordava una profumata e vellutata pesca, non avrebbe mai voluto vederla col broncino...
L’atrio si aprì a lui con i suoi pavimenti di specchio, le pareti drappeggiate in rosso cupo, gioielli di ascensori cristallo e moquette vergine. All rouge.
I suoi veloci passi lo portarono all’ascensore principale, uno sfaccettato gioiello in cristallo esterno, lucidato con dovizia più volte al giorno dagli inservienti in divisa rossa dai bottoni d’ottone.
Entro sbuffando nell’interno vellutato di rosso cupo, il portiere stirò le labbra sui denti.
"Terzo piano, muoviti".
"Subito signore", l’uomo digrignò impercettibilmente i denti premendo con il dito guantato di bianco il bottone di cristallo sfaccettato indicante il terzo piano.
Poi lo osservò in silenzio in una maniera che una persona provvista di sensibilità avrebbe definito omicida sottopelle.
Gian Marco non era interessato ad altre sensibilità che non fossero osservare fondoschiena esenti da cellulite, odorare Opium da stretti maglioncini verde mela acerba e gettare la carta d’oro su banconi di boutique e gioiellerie, con noncuranza.
Ma si senti osservato.
"Quanto cazzo ci mettono ‘sti ascensori a muoversi? Sono lumache!".
Il lift stirò le labbra sui denti.
Gian Marco s’indispettì… i suoi amici sarebbero esplosi in un’incoraggiante risata.
"Un po’ di senso dell’humor non ti guasterebbe".
"Scusi signorino?", chiese il lift contraendo le mascelle.
"Lascia perdere, idiota", concluse balzando fuori dall’ascensore di sfaccettato cristallo e percorrendo il corridoio di moquette rossa che lo portava alla sua camera.
Rifletté di consigliare al padre personale più giovane, più allegro che sapesse intrattenere i clienti. Così papà vede che m’interesso all’albergo.
Sogghignando raggiunse la sua stanza.
La porta era spalancata. La ragazza di pulizia alle camere era china sulla moquette, tentando con uno straccino di cancellare l’alone scuro di cenere che lui, Gian Marco, non usando portacenere aveva gettato a terra. Sentendolo entrare la ragazza, in divisa rossa a grandi bottoni d’oro, balzò in piedi, spaventata.
"Dov'è il mio cellulare?", l’aggredì mangiato dalla fretta.
Giulia sentì il sangue affluire alle guance.
"No-non lo so, signorino", deglutì a stento, sentendosi colpevole di trovarsi lì, a pulire la di lui cenere.
"Se l’hai preso sei nei guai".
Gian Marco passava veloce con lo sguardo le superfici piane dei mobili, certo che la ragazza avesse trafugato il suo gioiello.
Giulia, con la gola secca, pur sentendosi pietrificata, riuscì a sospirare: "Sarà in bagno, signorino... non sono ancora andata a pulire lì".
Gian Marco la scansò, patetica ragazza vestita con la divisa che la faceva sembrare uno sgraziato sacco di caffè, viso tondo, guance rosse dall’agitazione e occhi rotondi, spalancati. E un ciuffo di riccioli scuri sfuggiti alla cuffia, spettinati.
"Se non c’è in bagno sei fregata, perché l’ho lasciato qui di sicuro".
Ma lo vide, nel bagno.
Sul tavolino in cristallo in compagnia con il rasoio sporco e la saponetta di CK e tracce di neve lasciate prima della scopata serale.
"Merda! Quante chiamate perse! Ma non l’hai sentito suonare?".
Ma che razza di personale aveva assunto suo padre? Delle mummie ottuse?
Udì lo scatto di chiusura della porta della camera.
E' andata via, pensò stupito e si avviò verso l’ingresso esterrefatto da tanta maleducazione.
"Dove vai?", urlò osservando il microdisplay saturo di sms e avvisi di chiamate perse.
Ma sbatté contro di lei. Perché non era scappata. E stava avanzando verso di lui.
"Che cazzo fai?", tentò di scansarla.
Giulia lo fissava negli occhi.
E in quegli occhi rotondi passava la tempesta, una tempesta priva di previsioni, la cui entità e potenza erano difficili da valutare. Le labbra pallide e carnose si dischiusero, Gian Marco le fissò ipnotizzato perché da esse uscì un sibilo...
"Mi hai rotto il cazzo, figlio di puttana".
Al ragazzo tutto girò attorno. Era la prima volta in vita sua che qualcuno (un dipendente, poi) gli diceva una cosa del genere. Sentì una vertigine partirgli dalla spina dorsale, salire alle tempie pulsando.
"Come osi?".
Il suo ciuffo castano gli piovve a effetto sugli occhi belli, ereditati da mamma.
Ma Giulia avanzava, facendolo arretrare verso il bagno, inchiodandolo con uno sguardo assassino.
"Non se ne può più di te, pezzo di merda!".
Marco, livido in volto, provò un remoto brivido di paura (è una pazza squilibrata, pensò, senza nulla da perdere!).
"Anche i tuoi genitori non sanno che farsene di te, credi di essere un principe, ma l’unico regno che ti meriti è il cesso!".
Lo spinse con forza inaudita verso la tazza del water in preziosa ceramica lucida, si trovò senza accorgersene seduto sull’asse rosso rubino.
"Ora ti faccio vedere io cosa so fare, e senza quella merda che vi sparate su per il naso, te e i tuoi amici stronzi!".
Boccheggiava. L’ossigeno sembrava quasi sparito, faticava a respirare. Nella sua mente danzavano improvvisi fantasmi del terrore, scene d’orrore viste in dvd da amici, oppure in villa, per far vedere a tutti d’essere, oltre che bello e fortunato, pure coraggioso e sprezzante la paura. Ora la paura era tangibile dentro e fuori di lui, immobilizzandolo. Si aspettava che da un momento all’altro la pazza sfoderasse un coltello e lo colpisse alla gola. Una specie di magone si fece strada nella sua gola, si maledisse per esser tornato in stanza. Il sudore colava sulle tempie, il cuore esplodeva nel petto. La voce era bloccata.
Giulia lo fissava, dischiuse le labbra in un ghigno leggero, era in piedi davanti a lui, le ginocchia contro le sue. Poi il suo braccio lentamente si levò, Gian Marco, paralizzato, chiuse gli occhi attendendo il colpo.
Ma Giulia aveva portato una mano alla cuffia, liberando i lunghi riccioli castani e il colpo non venne.
Il cellulare squillò, istintivamente lui aprì gli occhi e se la vide davanti, la blusa dell’uniforme rossa sbottonata, la gonna sollevata sui fianchi rotondi. Allibito la percorse con lo sguardo.
Aveva forme armoniose e decise; dal reggiseno in microfibra bianco scostato spuntavano scuri capezzoli, il seno era pieno e alto; la vita era stretta. Per vai della gonna sollevata, proprio davanti al suo viso c’erano slip di candido cotone, da bimba, semplici.
Sollevò lo sguardo al viso di lei, annientato.
I riccioli le scendevano sulle spalle, scuri e ribelli, gli occhi socchiusi sprizzavano scintille e un rossore le invadeva le guance, rendendola splendida eccitata bambola.
"Ti piaccio, piccolo mostro?".
Marco sentì il calore dell’indignazione, e in seguito della paura, scendere verso il bacino, tramutandosi in un fuoco che gli avvolgeva le membra, gli faceva tremare le gambe. Riprese a respirare faticosamente, sentendosi totalmente invaso da una selvaggia eccitazione.
Giulia gli posò dolcemente una mano sul capo, scompigliandoli i capelli leggermente mossi, ereditati da mamma. Poi si sfilò con le mani visibilmente tremanti le mutandine, donandogli la perfetta visione di un pube curato da una leggera e setosa peluria scura.
Il cellulare riprese a squillare, sul pavimento, caduto chissà quando.
Il piedino di Giulia, calzato in una scarpa rossa dal tacco quadrato abbellito da due piccoli cerchi concentrici in ottone, lo raggiunse, si posò delicatamente sopra il prezioso aggeggio e Marco udì un rumore di plastica spezzata.
"Ora i tuoi amici stupidi e le tue baldracchette firmate hanno smesso di rompere".
Marco la osservò rapito. Trattavasi certamente di un sogno, un sogno accaldato e pieno di effetti speciali, ma forse si sarebbe svegliato presto.
Lei lo prese per mano, tirandolo in piedi. Lo accarezzò lentamente sulla fronte, percorrendolo con un dito fino ad arrivare alle labbra, tremanti e assai dischiuse.
"Sei sudatissimo...", le si avvicinò, scostandogli i capelli gli insinuò nell’orecchio la punta della lingua.
Marco chiuse gli occhi, provando un fluttuare di brividi ascendenti dal ventre, alla gola, a ogni arto. Si accorse che la ragazza gli aveva sfilato i pantaloni D&G, assai aderenti, si accorse di essere in slip verde militare arabescati arancio. Tragicomici stretti contenitori d’un imponente erezione. Il suo viso, senza sapere come, si trovò tra i morbidi e sodi seni di lei, percepì un calore e una freschezza assieme, si ritrovò a succhiare un capezzolo, a palpare l’altro seno con la raffinata mano. Udiva la ragazza ansimare e mugolare di piacere, i suoi riccioli le solleticavano il viso, ma succhiava con intensità, come se non potesse fare altro. Poi sentì la mano di lei sul pene, liberato chissà quando dalla arabescata prigione. Un turbine di calore lo infiammò ulteriormente, lei lo strinse a sé, strusciando il suo pube setoso scontro la sua abbronzata gamba. Sentì che lo faceva risedere sul water.
Lei aprì le cosce, lentamente scese su di lui, guidandolo al suo interno.
Marco si perse in un circolo si calore, affondò il viso tra i seni di lei che lo avvolse in un abbraccio tenace ma dolce.
Ondulava su di lui come su di un altalena.
La sentiva calda, liscia e stretta, se la sentiva tutta dentro e tutta fuori... quel seno ondeggiante che si faceva afferrare docile, quei capezzoli dritti che si facevano succhiare, e sentiva che il loro posto era nella sua bocca, e li leccava come un bambino goloso.
Giulia non urlava, non smaniava come le sue ex... ma si dondolava e respirava forte, sollevando il petto, donandosi tutta.
E la sentiva godere perché dentro sentiva i muscoli di lei fremere, stringerlo e lasciarlo andare. Non capì più nulla, si perse in lei, dolce, annientato e fiducioso. Esplose e la sentì esplodere, e fu come se ogni loro atomo si scomponesse in un piacere a onde, infinito.
Si ritrovarono quando tornarono in sé, con calma, parecchi minuti dopo, abbracciati e sudati sul water.
Gian Marco riprese la coscienza di se stesso. Sfilò le braccia di lei dal suo collo, le scostò i riccioli dal viso per osservarla.
Giulia lo guardò con occhi socchiusi, palpitanti e stanchi. Aveva le guance rosse, le labbra scure.
Se la sentì pesare addosso, sentì che si era abbandonata come una bimba. Si alzò a fatica, la prese ciondolante fra le braccia, la posò sul letto.
La ragazza lasciò fare, lo guardò con infinita rassegnazione: "Ora, se vuoi, chiama pure la polizia".
Gian Marco la osservò, distesa sul suo perfetto letto coperto da una parure rosso oro. La coprì con un lembo di coperta.
Giulia si stupì del gesto, gli occhi le brillarono.
"No, non chiamo nessuno".
Gian Marco cercò le Gauloises nella tasca della giacca riversa sul pavimento del bagno. Ne estrasse una, la osservò a lungo, l’accese col prezioso gingillo d’oro che possedeva le sue preziose iniziali.
Giulia lo osservò, il suo volto ebbe un cruccio che a lui non sfuggì. L’indice di lei indicava il posacenere sfaccettato.
Gian Marco lo afferrò velocemente.
"Tutto quello che vuoi, droga mia".
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