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pier vittorio tondelli

anni ottanta (it)

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Gli anni ottanta sono stati soltanto il decennio del rampantismo, dell'individualismo, della rivoluzione elettronica iniziata nel segno del computer e approdata ai riti del fax, gli anni dei guadagni veloci di Borsa, dell'ossessione pubblicitaria, del made in Italy, del trionfo dell'immagine sui contenuti, delle apparenze e delle forme sulla sostanza? Se ripensiamo al decennio appena trascorso, saranno solamente le figure di yuppie e paninari, quiz televisivi e sfilate di moda a occupare la nostra immaginazione? Saranno stati solamente gli anni dei pensieri deboli e dei fisici robustissimi di Rambo e Schwarzenegger? Della disco dance e dell'acid music? Delle vacanze di massa a Ibiza e a Malindi? Delle discoteche e dell'agriturismo? Evidentemente no. Così come sarebbe una follia ricordare gli anni settanta solamente per il terrorismo diffuso e gli scontri di piazza, altrettanto ipocrita sarebbe vedere gli ottanta esclusivamente come una megadiscoteca in cui tutti ballano, ridono, bevono, si insultano, si spogliano, tirano mattina e magari capottano con la Bmw di papà, parlando al telefonino cellulare.
Certo, la grande voglia di divertirsi, di viaggiare, di emergere, di acquistare beni di consumo ha caratterizzato il decennio appena trascorso, ma sarebbe riduttivo ricondurre ogni esperienza e ogni tensione ideale solo a questi aspetti. Poiché anche negli anni ottanta, che molti già si affrettano incautamente a vituperare, sono emersi valori e comportamenti assolutamente non trascurabili. Innanzitutto un ritorno della solidarietà - non più di classe, ma più generalmente civile - di fronte alle emergenze sociali, come l'immigrazione dai paesi extracomunitari, la criminalità mafiosa, i sequestri di persona, la cura e il recupero dei tossicodipendenti. Il ritorno degli studenti medi in piazza per chiedere più efficienza all'apparato scolastico, l'occupazione delle facoltà universitarie per salvaguardare la ricerca e lo studio. La stessa, improvvisa e sorprendente fine dei regimi comunisti dell'Est europeo sta rilanciando una nuova tensione politica e ideale nel segno dell'Europa. E noi? Viviamo nel migliore dei mondi possibili? Non credo; e solamente l'ottusità di una classe politica provinciale e dilettantesca può pensare che quanto succede a Berlino o a Praga non riguardi anche noi, non ci stimoli a risolvere le nostre arretratezze istituzionali, la miseria del Sud, lo sfascio delle strutture collettive e l'inefficienza dei servizi pubblici.
L'esperienza giovanile degli anni ottanta - lungi dal desiderare solamente di essere beatificata dal salotto di Raffaella Carrà - ha visto giusto in almeno due casi: primo, attraverso i grandi raduni rock, nell'evidenziare i non più rimandabili problemi ecologici del pianeta; secondo, più limitatamente agli italiani, nell'aver capito l'importanza dei paesi dell'Est per rilanciare l'idea continentale europea.
Nei primi anni ottanta il mito di Berlino, del suo punk, delle case occupate di Kreuzberg, dei suoi teatri e della sua drammaturgia, di un modo di vivere disinibito e "facile" appariva come il più radicato presso le giovani generazioni. In tanti siamo andati a Berlino, in quegli anni. Molti sono restati, si sono sposati, e ora hanno figlioletti biondi che frequentano le scuole elementari. Nessuno, onestamente, avrebbe potuto immaginare quello che poi è accaduto nel corso del 1989: una città destinata alla morte e allo svanimento che improvvisamente si appresta a diventare la nuova capitale europea. Il punk filosovietico dei Cccp-Fedeli alla linea, i fumetti di Igort, le tavole raccolte su Frigidaire e su Alter raccontano i percorsi di questa fascinazione per l'Est già negli anni 1983 e 1984. Anche questi artisti non avrebbero immaginato il succedersi degli eventi, ma a loro va il merito di averci indicato, per primi, quell'immensa porzione di immaginario occidentale che quarant'anni di isolamento non potevano illudersi di strappare alla millenaria storia europea.
Un weekend postmoderno è dunque un viaggio, per frammenti, reportage, illuminazioni interiori, riflessioni, descrizioni partecipi e dirette, nella parte degli anni ottanta più creativa e sperimentale. È un viaggio nella provincia italiana, fra i suoi gruppi teatrali, fra i suoi artisti, i film makers, i videoartisti, le garage bands, i fumettari, i pubblicitari, la fauna trend che da Pordenone a Lecce, da Udine a Napoli, da Firenze a Bologna, ha contribuito a rivestire quegli stessi anni ottanta, vacui e superficiali in apparenza, di contenuti e sperimentazioni, al punto da proporre come capitale morale del decennio non più una città, ma l'intera provincia italiana. E insieme a tutti i gruppi, gli artisti, i rockettari, i teatranti il ricordo conclusivo va agli amici come Andrea Pazienza, Francesca Alinovi, Luca Coppola e tanti altri, più o meno anonimi, che la spietatezza degli anni ottanta ci ha tolto, ma ai quali continuiamo a chiedere dal loro paradiso protezione e illuminazione.
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