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pier vittorio tondelli

ombre dell'estate (it)

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Mentre intorno a noi si disfano gli imperi e le nazioni; mentre alcuni paesi bloccati nel proprio sviluppo da decenni di dittatura dimostrano in questi anni vitalità e capacità di creare progetti ambiziosi, come nel caso della Spagna; mentre, con drammaticità, il sud del mondo preme sempre di più su quel fazzoletto di terra che è in proporzione l'Europa Occidentale, il nostro paese chiacchiera, la classe politica si diverte alle proprie battute e alla pseudoironia dei propri rappresentanti più in voga, i cronisti dei telegiornali tentano di riassumere, con effetti disastrosi, ciò che in definitiva non è riassumibile: "posizioni", "auspici", "distinguo", "vaticini" e "giri di valzer".
L'invadenza dei politici nell'informazione - e segnatamente sul teleschermo - è ormai inesorabile. E non credo che cambierà il prossimo autunno, oltre la confusione di questi mesi. Finché ci sarà qualcuno - e sono tantissimi - con i microfoni a inseguire un sottosegretario per farsi dire due stupidaggini, cosa dovremmo pretendere? Eppure basta fare un viaggio in un altro paese europeo per sentirsi subito liberati da quelle facce mostruose, da quei toni di voce, da quelle cadenze pesantemente dialettali della nostra fauna politica, dalle loro sciocchezze. Nessun giornale di Parigi, o di Londra, o di Francoforte, parla mai di loro oppure, se lo fa, usa il dovuto rispetto per quello che noi realmente contiamo: quindici righe.
Pensare che ci sarà un cambiamento dopo la lunga estate calda delle lingue biforcute, direbbe Tex Willer, è una speranza immotivata e forse anche ingenua. La gente brontola, strilla, si lamenta, scende in piazza, ma ancora non ha trovato il modo di sbarazzarsi di una classe politica inefficace, ridicola nelle sue gaffe, pericolosa nella sua faciloneria. Alla radio, un'ascoltatrice, collegata telefonicamente, suggeriva a un ministro: "Voi non dovete cambiare la costituzione, dovete semplicemente dirci come possiamo liberarci di tutti voi." Sarà stata la casalinga di Voghera con il suo buon senso?
Ma in Italia tutto appare libresco e burocratizzato, centrato sulla forma e non sui fatti, sui cerimoniali e non sull'esperienza. Basterebbe analizzare le banalità che si dicono in nome dell'Europa e dell'ormai prossima abolizione delle frontiere, soprattutto riferite ai giovani che, sia detto per inciso, di Europa e di cultura europea, tra film, dischi e compact, ne sanno più dei loro insegnanti. Per far diventare europei questi ragazzi, cosa si propone loro con tanto di bandi di concorso e parole roboanti e cerimonie? Fare un temino: "Cosa pensi dell'Europa? Sei contento di stare in Europa? Era meglio l'Europa della nonna o quella della zia?" E, come se non bastasse, si chiedono nuovi programmi scolastici o l'aggiornamento di quelli esistenti, sempre in nome dell'Europa. Cosa significhi un programma di studio europeo applicato alla matematica, per esempio, non saprei.
Un tempo, il giorno della festa degli alberi, a noi bambini affidavano un arbusto da piantare davanti alla scuola. Dopo trent'anni, quegli alberi sono altissimi e ricordano lo scorrere del tempo in modo delicato e non tragico. Il giorno della festa del risparmio, ci regalavano una cassettina in cui infilare le monete e un libretto al portatore. Se vogliamo dare l'Europa ai nostri ragazzi, dobbiamo facilitarne l'espatrio. Li forniremo di un buon set di maglie della salute, però poi via, via sul primo treno o volo charter. Costa troppo? Non credo. E ci si può mantenere benissimo iscrivendosi ai campi di lavoro, raccogliendo frutta, pitturando termosifoni e facendo altri lavori. Solo così si diventa cittadini europei: attraverso la conoscenza, l'osservazione, la creazione di amicizie e di rapporti con cittadini di altri paesi; non scrivendo temi ricchi di insopportabili buoni propositi del tipo: "Siamo tutti fratelli. Crediamo nella pace." Però, quanto sono europei questi ragazzi...
E invece l'Europa combatte contro se stessa in cerca di un nuovo assetto non unicamente territoriale, ma politico ed economico: le repubbliche baltiche, l'ex Ddr, l'Albania, la Romania, la Bulgaria, i baschi, i cattolici irlandesi, gli indipendentisti corsi: l'Europa delle nazioni o dei popoli? E di quali lingue? Ora la crisi della federazione jugoslava arriva a rendere ancor più drammatica - probabilmente assurda - la situazione, poiché si tratta non solo di un paese confinante con l'Italia - e quindi con tutta una serie di legami economici e vincoli familiari che riguardano quelle popolazioni - ma anche con comuni tracce culturali sedimentate nel corso della storia. D'altra parte, non possiamo negare che la capitale della Slovenia sia molto più simile a una cittadina austriaca che non a una turca, come invece è la bellissima Mostar, in Bosnia. Le autostrade che portano a Zagabria sono larghe, sicure, efficienti e senza cantieri. Vi sfrecciano soprattutto Mercedes e Bmw. Lungo la costa dalmata, giù fino a Dubrovnik, basta osservare quello che ha costruito - e che ha lasciato - la repubblica veneta. E a Spalato, nel palazzo di Diocleziano, abitano alcune famiglie di cui noti i panni stesi, come a Napoli.
Il seducente libro di Predrag Matvejevic, Mediterraneo, può far capire come l'Europa non è fatta solo di popoli di terra, ma soprattutto di mare. E che il Mediterraneo ha contribuito a mischiare i popoli, le culture, le religioni, le utopie, i colori, le razze. E che, nonostante le differenze, fra pirati, taglieggiatori, pescatori, guerrieri, marinai, eremiti e alchimisti, ogni popolo è riuscito a dare una propria immagine e un proprio senso a "quel mare di terra". Così, come l'Europa, anche
«il Mediterraneo non è solo geografia. [...] Lungo le sue coste passava la via della seta, s'incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli oli e dei profumi, dell'ambra e degli ornamenti, degli attrezzi e delle armi, della sapienza e della conoscenza, dell'arte e della scienza. Gli empori ellenici erano nel contempo mercati e ambasciate. Lungo le strade romane si diffondevano il potere e la civiltà. Dal territorio asiatico sono giunti i profeti e le religioni. Sul Mediterraneo è stata concepita l'Europa.»
Alla ripresa autunnale, dunque, noi semplicissimi e non graduati cittadini continueremo a lavorare, cercando con tutte le forze di impedire ai freek della politica di invadere anche la nostra intimità, di corrompere la nostra capacità di fare progetti, di sentirci legati agli altri. Poiché, mentre tutto sembra andare a fondo nella melma delle menzogne e dei giochi di potere, ci sono nuove generazioni che danno speranza. Gli anni novanta riscoprono la partecipazione, l'impegno e, cosa ben più importante, la solidarietà. È per questo che, nonostante il sipario di ombre dell'estate, in fondo è possibile intravedere la luce.
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