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pier vittorio tondelli

una scelta snob? (it)

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Nel corso degli anni ottanta, girando fra le divertenti balere all'aperto della bassa e le discoteche metropolitane più in voga, non facevamo, ahimè, che conoscere commessi d'abbigliamento e parrucchieri. Non c'era alternativa. Tutti lavoravano nella moda o, se ancora non lo facevano, lo desideravano in questi sospiratissimi termini: "Vorrei tanto entrare nel mondo della moda..." Esattamente come dagli anni trenta in poi le signorine, le orfanelle, le ricamatrici sognavano, attraverso le loro riviste, "il mondo dorato del cinema", Amedeo Nazzari e Assia Noris.
Se poi andavi a verificare, in tutto quel prêt-à-porter e quello styling e grooming, non esisteva niente. I commessi, tutti direttori di questo o quel negozio, erano sempre lì a spacciare mutande; i parrucchieri, a tagliar capelli dal barbiere sotto casa; gli stilisti, i giovani creativi attaccati alla macchina da cucire di Barbie. Eppure lo snobismo di questi ragazzi era altissimo, radicato, addirittura accecante. Non vedevano altro. Avrebbero lavorato per anni senza alcun compenso pur di essere ammessi nel laboratorio di un couturier. E corrotto guardie del corpo, giardinieri, inservienti per un invito a cena di Giorgio Armani a Pantelleria dove, come falchi, si piazzavano nelle pensioncine e nelle case dei pescatori. Un vero e proprio fenomeno di snobismo di massa, direbbe a questo punto Paolo Landi.
Nel suo lavoro Lo snobismo di massa, che in termini editoriali potremmo definire di saggistica brillante, Landi cerca di scoprire i meccanismi di un atteggiamento ormai radicato nella società di massa, al quale nessuno riesce a sottrarsi. Desiderio di differenziarsi, di partecipare ai riti di una classe sociale che si crede migliore semplicemente perché più ricca, smanie di mondanità e alle volte di potere, narcisismo e stupidità, sono i principali stimoli che provocano lo snobismo, la cui differenza rispetto al passato sarebbe quella di non essere più una prerogativa individuale ma, appunto, di massa. Questa è la prima fra le tre fondamentali osservazioni che sostengono l'impianto discorsivo e, in un certo senso, ideologico del lavoro di Landi. E cioè che tutti, in fondo, siamo degli snob. Desideriamo profondamente qualcosa che ci distingua dagli altri e che, nello stesso tempo, differenziandoci, ci associ a quella che le nostre amiche liceali in cerca di buoni fidanzamenti chiamavano, leccandosi ironicamente le labbra, "la crème della crème"...
La seconda osservazione sulla quale si fonda questo saggio è quella che vede lo snob come nevrotico e, di conseguenza, interpreta lo snobismo come un vero e proprio disturbo della personalità. Considerazioni eccessive? Fuori luogo? Esagerate? Non credo. C'è almeno un punto a mio giudizio controverso nella trattazione di Landi, forse non del tutto opportuno anche se argomentato con tatto: quello su snobismo e razzismo. Ma, in quanto allo snob come nevrotico, non ho nulla da aggiungere, solo da assentire. Si conoscono alcuni di questi esemplari, tutti abbastanza giovani, smaniosi di successo come succede a vent'anni, petulanti nello sforzo di farsi apprezzare, provvisti di indubbie qualità e di talento, ma il loro snobismo letterario e mondano è insopportabile. Una cascata di nomi e titoli (fasulli). Eppure, anche se smascherati, loro continuano. Non si riesce a fermarli. Lo snobismo è più forte: li induce a mentire, a ingannare, a inventarsi vacanze, incontri, feste, party che non hanno avuto luogo o che, piuttosto, si sono svolti senza di loro. In questo senso - e Landi lo sottolinea anche nel paragrafo dedicato alla componente menzognera della personalità dello snob - si può parlare di nevrosi. Se, dopo un viaggio non semplicissimo si arriva su un'isola greca e ci si butta su un letto, lo snob subito esce per vedere chi c'è. Poi torna in albergo con questa notizia: "Pare che Peter Handke si aggiri per l'isola." Notizia naturalmente falsa. C'è bisogno di questa o di mitizzazioni simili per nobilitare il viaggio, per sentirsi parte di un mondo così elitario e snob che riconoscerebbe Peter Handke anche su un'isola greca. E quando torna al paesello in cui è nato, annuncia: "Vado in campagna per il weekend", lasciando intendere casolari, cascine, tenute e polli arrosto. In realtà, abita in un condominio. L'auto che usa - un po' malmessa - è snobisticamente quella del contadino. Se lo snob va a teatro (fino a ieri saliva di nascosto nella galleria della Scala, dove una maschera amica riusciva a piazzarlo in terza fila) non vi parlerà dello spettacolo, ma del fatto che era seduto accanto a un certo (anziano) editore: "Un'emozione grandissima..." E così via.
C'è stato un periodo in cui il nostro snob aboliva, filologicamente, gli articoli, e quindi era tutto un: Bohème, Traviata, "Fabbricini non mi ha soddisfatto", analogamente a quanto fanno certe giornaliste snob che scrivono appunto: "Garbo è stata una leggenda", "Dietrich una favola", "Loren ha avuto un buon manager"... Così, allo snob, noi si rispondeva: "Questa estate abbiamo visto Oro di Reno, Cavalcata di Walchirie, Fanciulla di West", come se si trattasse di tanti long drink... E lo snob era costretto a stare al gioco. Comunque, al di là di questi episodi - che sono realmente decine - resta il fatto che lo snob possiede una natura perversa, certo non socialmente pericolosa, anzi, per noi che non usciamo mai di casa, che non frequentiamo alcun mondo e che interpretiamo ogni squillo del telefono come una minaccia, motivo di divertimento e di risate. La terza osservazione fondamentale del lavoro di Landi è l'abbinamento fra snobismo e moda. Le regole di quello che i nostri conoscenti delle boutique chiamavano "il mondo della moda" sono le stesse dello snobismo. E gli stilisti, i sarti, i creatori sono tutti snob. Snob è l'entourage di Valentino, per esempio, in cui le addette stampa, le segretarie e le responsabili della pubblicità, anche nei momenti più intensi della preparazione di una sfilata, vestono in tailleur blu per differenziarsi dalle loro colleghe in jeans e continuano a dirti: "Valentino si occupa personalmente di ogni suo vestito", come se di quegli abiti - in verità perfetti - dovessero interessarsene i camerieri. Snob è l'entourage di Romeo Gigli, molto raffinato nell'immagine; snob è la moda dei nuovi divi Dolce & Gabbana, con i loro abiti mediterranei e i riferimenti alla biancheria intima esattamente come faceva Madonna agli inizi degli anni ottanta. Snob appaiono le giornaliste di moda quando alle sfilate della haute couture si tolgono vistosamente le scarpe e si massaggiano i piedi.
Come dice Landi, è proprio il meccanismo costitutivo della moda quello che le impone di cambiare più volte all'anno tessuti, colori, tagli, lunghezze, a farne un universo snobistico. Nessuno pare dunque salvarsi dall'atteggiamento snobistico. In un modo o nell'altro, sempre secondo l'autore dello Snobismo di massa, siamo tutti implicati in questo gioco di rappresentazioni, piste false, indizi, desideri. E questo è probabilmente il risultato di decenni di cultura di massa. Rock, cinema, televisione, giornali hanno contribuito a diffondere comportamenti che inevitabilmente il pubblico, più o meno sprovveduto, ha cercato di imitare. Così matrimoni, abbigliamenti, divorzi, separazioni, liste di nozze, menù, luoghi di villeggiatura, abitudini sportive, tic della personalità, vengono imitati nel tentativo di sentirsi parte di quello che si chiamava, peraltro con un'espressione ora in disuso ma efficace, "il jet set". I quaderni, i taccuini dello snobismo di oggi sono le pubblicazioni popolari, in cui appaiono i seni di un'annunciatrice televisiva, il sedere di una giornalista, i genitali di Andrea d'Inghilterra. E i programmi televisivi, naturalmente, dove ogni gallinella diventa una star e ogni bambolone un divo. E tutti applaudono, e tutti sembrano divertirsi. Finché è un gioco, questo dello snobismo può essere divertente, tralasciando il fatto che, a certi livelli, il puro snob è una creatura assolutamente geniale, imprevedibile, persino simpatica. Ma quando degenera, come mi sembra che avvenga oggi nelle abitudini di massa, sui charter estivi, sulle spiagge o nei porticcioli, allora non resta che quell'unica, antica risorsa che in passato ha salvato l'umanità: chiudersi in casa come tanti amanuensi. Si potrà o, ancora una volta, sarà una scelta snob?
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