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pier vittorio tondelli

vizi criminali (it)

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Nuovi vizi e vecchi moralismi si intrecciano in questi problematici esordi degli anni novanta, determinando una serie di comportamenti di massa talvolta irritanti, demenziali e, nei migliori casi, inconsapevolmente comici. Sulle strade della riviera adriatica, per esempio, e in particolare sulle superstrade che collegano Ravenna e Ferrara ai Lidi, si consumano gli incidenti del sabato notte: macchine sfasciate, ragazzini che escono dalle lamiere ormai completamente devastati, altri che vi restano esangui. Fra Rimini e Riccione, dalle due del mattino fino all'alba, è un'interminabile gara tra auto di media cilindrata come Uno, Y10, Volkswagen Golf, macchine che fanno i centottanta all'ora così, premendo un po' l'acceleratore. Le automobili si sorpassano, si inseguono, si affiancano, si scambiano messaggi. Come in una sequenza cinematografica, e come vedremo quest'autunno nel film di Luciano Manuzzi, Sabato italiano. La musica è altissima, come si conviene a chi è appena uscito dalle costosissime ed esclusive discoteche della collina. Il tasso alcolico di questi ragazzi non sarà certo quello del sangue di una dama di San Vincenzo, né il rintontimento da decibel paragonabile a quello che si ha dopo un concerto di Cristina D'Avena o di altri "holeidì". Gli incidenti, mortali, ci sono. Sullo stesso incrocio, a Riccione, ne ho visti due, e nemmeno a notte fonda. Stavamo semplicemente sulla terrazza dell'albergo con alcuni amici giornalisti destinati a trascorrere la notte in piedi per discoteche e locali della riviera, quand'ecco il primo crash. Un ragazzino di diciott'anni con la fidanzatina. Mi sembrava sobrio. Piange perché la sua Panda supercarrozzata era nuova. Un'ora dopo, un altro crash - sempre lì, ma questa volta un po' più grave - fra una moto e un'auto. Ancora tutti giovanissimi.
Di fronte a questi fenomeni, subito il nuovo moralismo tenta di ergere le sue barriere. Chiusura delle discoteche alle due di notte. E se invece i genitori postmoderni, permissivi e un poco snob, comprassero ai loro figlioletti automobili che fanno i novanta all'ora? Perché non mandano i ragazzi in discoteca in bicicletta o sui pattini a rotelle? Perché non smettere di servire alcolici a una certa ora della notte? Invece il nuovo moralismo accusa: sono tutti drogati, alcolizzati, sesso facile ed ecstasy...
Bisognerebbe capire, anche se questo non porterà a risultati immediati, l'estremo bisogno che hanno i nostri giovani di avventure, di mattane, di velocità, di rischio e, naturalmente, anche di ebbrezza. Anni fa, queste insopprimibili caratteristiche di ogni generazione si incanalavano nelle manifestazioni di piazza, nel canto degli slogan, negli attacchi alle forze di polizia, nelle occupazioni, nella violenza di strada. Oggi nella droga, che è almeno inizialmente un tuffarsi in un mondo parallelo con altre regole e altri orari o, in maniera più innocua, nel mondo delle discoteche, dove il giorno e la notte si confondono e danno a chi resiste in piedi fino all'alba la soddisfazione di sentirsi forte e diverso. Allora - e non mi nascondo di parlare adesso come un moralista - chi ha dato dei valori e dei progetti ai giovani dei tardi anni ottanta e a questi del nuovo decennio? Di chi il compito di dare uno sfogo altruista, costruttivo, socialmente impegnato a tutte queste energie giovanili che si sprigionano e scintillano ogni sabato sera? Chi ha il coraggio di coinvolgere le nuove generazioni in avventure di solidarietà, ma anche di divertimento, di vita in comune, di trasmissione di esperienze, di pratica teatrale o musicale? Sotto la maschera della tolleranza, il nuovo moralismo giudica e tenta di reprimere, non firma petizioni contro l'evasione fiscale né in favore dell'efficienza dei servizi statali. Però scatta subito in piedi se un'attrice, in un momento difficile della propria carriera, viene trovata con una bustina di cocaina, o se una giornalista Rai (anzi, due o tre) viene fotografata a seno nudo sulla spiaggia di Fregene. Il nuovo moralismo degli anni novanta è invadente; questa è la sua caratteristica. È seccante, appiccicoso, non del tutto fallace; ha le sue ragioni, però irrita con quella sua aria da crociata. Non è più individuale, ma raggiunge sempre un po' di mamme, di zie, qualche casalinga, un po' di idraulici, impiegati e insegnanti. Esattamente come lo snobismo, che non appartiene più ad anime elette, ma è di massa. Provate ad accendere una sigaretta in un negozio o in un altro spazio - un ristorante, per esempio - in cui non sia esplicitamente vietata la personale combustione. Urla, grida, svenimenti, colpi di tosse, bronchiti immediate. Scandalo. Petizioni. Manifestazioni. Il fumo fa male, è vero. Dopo anni e anni, anch'io sono riuscito a smettere. Però, alle volte, mi piace sentire l'odore delle sigarette sui vestiti di qualcuno, o entrare in un locale appena aerato, ma in cui l'aroma del tabacco bruciato persiste.
Che dire poi del nuovo moralismo ecologico-naturista che si erge contro i vecchi e innocui vizi della tavola e dello spreco alimentare? Ogni tanto consumo il pasto di mezzogiorno presso un ristorante naturista molto grazioso, ma assai ortodosso e rigoroso. Mi piace la gente che lo frequenta: studenti, ragazze magre e bellissime, indossatrici, impiegati un po' snob, ex freak, ex punk. Ricordo certi ristorantini macrobiotici della Roma fine anni settanta-primi anni ottanta che si frequentavano in libera uscita, quando si era a corto di soldi. E i compagni najoni giù con il pane, per cui alla fine: due fagioli azuki, un'alga kombu, un tè e tre pagnotte pese come il piombo...
Oggi, invece, chez les naturistes potete mangiare anche uova, sformati, frittate, ravioli, e condire le insalate con aceto di mele. Però niente alcolici né zucchero, "che fa malissimo".
"È un budino al cioccolato?" chiedo alla ragazza, sedotto da una ciotolina cosparsa di pinoli. Lei quasi sviene: "Mai! Il cioccolato è letale! È un budino di caffè d'orzo." Mi tratta malissimo. Poi, quando vede che lascio una fetta di pane sul vassoio, mi sgrida come, presumo, succederebbe in collegio. Il nuovo pauperismo da sindrome di società dei consumi ha colpito ancora. Anch'io sono contro gli sprechi, contro il lusso fine a se stesso (anche se è divertente), per la conservazione della natura e degli habitat in cui vivono gli animali. Dall'aereo che atterrava a Cagliari, un giorno di dicembre ho visto l'arrivo degli aironi che volavano in stormo sopra le paludi. È stata un'immagine breve ma, in un certo senso, commovente, epica, piena di vita. Però poi non mi piace che un contadino, il cui unico sport è - per qualche giorno all'anno - girare tra i campi con il suo cane nel tentativo di impallinare un fagiano, venga sorpreso dai guardacaccia con un tordo e subisca un processo. Un po' di buon senso non farebbe male a nessuno. Se no anche le giuste istanze rischiano di affogare nel ridicolo. Ho parlato anch'io da moralista? Quasi certamente sì, ma con lo sforzo di capire, e non di giudicare. Il nuovo moralismo anni novanta che si sente minacciato ora dopo ora dall'Aids e dal cancro, dalla droga e dalla pornografia, dalla guerra e dall'inflazione, dalle tasse e dai rendimenti dei Bot e dei Cct, può dire altrettanto?
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