gesù bambino (it)
«Deceduta», dichiaravano lettere indifferenti, brutali, ancora fresche d’inchiostro, sul grosso registro verde dell’ospedale. E sempre di seguito si leggeva: piano II, camera 12, numero 78. Horvát Elisabeth, figlia del perito forestale, di anni 9.
La sera di febbraio era appena caduta, e sembrava guardare nella camera 12 con gli occhi di una penitente, rossi di pianto, stanca e tetra. Le pareti grigiastre dell’infermeria sembrarono svanire nel crepuscolo dello stesso colore, mentre la nera croce di legno si disegnava nitida nell’aria. I letti di ferro si scorgevano confusamente. L’atmosfera crepuscolare incombeva come un maleficio sulle bimbe, coricate a due per due in ogni letto. In un angolo buio una piangeva sconsolata e sommessa, un’altra parlava con voce dolce e attenta, come se sedesse al capezzale della mamma malata - ed una piccola, la più vicina alla finestra, si raggomitolava contro i cuscini, con le braccia intorno alle ginocchia sollevate. Il suo profilo e le spalle tornite spiccavano netti come quelli di una silhouette davanti alla finestra grigio-pallida. L’aria impregnata di acido fenico era così pesante da sembrare che le timide parole della bimba vi rimbalzassero contro; solo il pianto nascosto che veniva dall’angolo buio riusciva a trapassare, con i suoi toni acuti, il crepuscolo. Come, nel bosco, durante i pomeriggi nebbiosi di primo autunno, le voci del ruscello e dell’erba si perdono in un mare di vapori e solo il lamento delle cime tormentate dal vento trema nell’abetina solitaria.
La suora di turno entrò nella stanza a passi leggeri. Accese la lampada a gas, schermata da un panno verde, che era posta sulla parete centrale. La luce color raggio di luna fluttuò dolcemente per la stanza come un’onda che si adagia su una spiaggia, ed illuminò i cinque letti di ferro in modo quasi uniforme. Ma quando la suora ebbe tirato la tendina un po’ da parte, la luce cruda e rossa proruppe con impeto, libera e senza riguardi. Una delle lavagnette nerastre era ora illuminata completamente; portava il numero 78. Il letto, sotto, era in disordine e vuoto. La suora vi si avvicinò, tolse le lenzuola e spianò i materassi.
Le bimbe erano tutte ammutolite. Seguivano ogni movimento della suora con occhi affascinati e lucenti.
Persino la piccola nell’angolo non piangeva più. Sedeva diritta, il capo stretto tra i piccoli pugni, e sotto la candida benda della fronte i suoi occhi fiammeggiavano grandi come per una sola, oscura domanda.
La suora le lanciò in grembo la bambola che aveva trovato nel giaciglio abbandonato. La bimba si raccolse piano in se stessa, senza toccare il giocattolo. Guardava fissa in una cruda fiamma distruggitrice, e un riflesso instabile e fiammeggiante balenava nel suo sguardo febbrile. Come per una vaga paura, la compagna che divideva il letto con lei si rannicchiò sotto le coperte.
Allora la bimba si voltò verso la finestra e la sua voce fu come una canzone festosa:
«La Betty è già un angelo?»
La suora annui sorridendo, e con le sue bianche mani distese la coperta azzurro-pallido sul letto vuoto.
La morte è un cambiamento di numeri. La piccola Elisabeth giaceva ora nella camera di cui aveva spesso veduto dalla finestra i bianchi muri esterni. Era diventata più piccola, e occupava poco posto coi suoi piedini gelidi sul semplice letto di legno, al quale era già stato applicato il nuovo numero. Il numero della fossa là fuori. La fossa era già pronta; ma non si spalancava nera come la gola di un mostro. La notte che scendeva aveva cominciato a tessere una bianca coltre brillante di neve, e A posto pareva pulito ed attraente come il lettino dei bimbi ricchi. La piccola Betty giaceva calma e serena, nella camera silenziosa, come se lo sapesse. Le manine ceree stringevano, quasi per gioco, una piccola croce di legno, i capelli, come l’aureola di un santo, irradiavano luce dalle punte di trina del cuscino mortuario ed intorno alle sottili, pallide labbra fioriva un mesto sorriso; così si intreccia una corona di semprevivi intorno alla pagina ingiallita di un libro di preghiere.
Forse sorrideva perché aveva già veduto la mamma che la aspettava da quattro anni presso il buon Dio? La piccola anima era di già volata alla patria eterna sulle giovani, candide ali di farfalla attraverso la nebbia grigia, passando davanti alle stelle che sorridevano felici? Già aliava sopra la grande Via Lattea, dove siedono tanti angeli diligenti che soffiano sempre nuove stelle, come i bimbi sulla terra le bolle di sapone? Forse era già vicina al buon Dio, che doveva avere una gran barba d’argento ed una grande corona luminosa? Lassù dove possono arrivare solo le anime pure?
E le cicatrici non penetrano fino all’anima - vero?
Esse serpeggiano soltanto sul corpicino morto come velenosi vermi rossi. E quando il buon Dio comanderà che la piccola Elisabeth gli appaia davanti rivestita di quel corpicino, le ferite saranno certo già risanate - e nel cielo, là dove la luce è limpidissima, non si vedrà più neppure un segno rosso.
E questo è bene; perché il buon Dio e la buona mamma non debbono sapere che la matrigna ha picchiato a sangue la piccola Betty. Perché la mamma non lo sappia mai, la piccola prega con le manine giunte e con le morte labbra silenziose nella scura camera mortuaria.
Felice giorno di Natale, quando i piccoli, con le gambine che si agitano per l’impazienza e gli occhi accesi, spiano davanti alle porte chiuse, dietro alle quali si preparano luminose e fragranti meraviglie, e stanno a guardare con visi intenti la mamma che cuoce il pesce per la cena! Con vecchie canzoni sulle fresche labbra, trotterellano alla volta della nonna, che sogna nell’alta poltrone davanti al fuoco, per baciarle le mani piene di rughe. Poi arriva anche il babbo recando perle di neve nella barba, e un bel pezzo d’inverno; racconta di Gesù Bambino che gli è venuto incontro camminando per strade invisibili, con i capelli che sembrano d’oro e le mani piene di meravigliose cose variopinte.
Fuori, urla la bufera, una slitta si ode tintinnare lontano e tutto è così pieno di mistero e così grande e così giocondo che non lo si potrà mai dimenticare; mai, per tutta la vita.
Anche la piccola Elisabeth non aveva dimenticato che una volta era così, quando la mamma ancora viveva e la donna estranea dal viso rosso non mangiava ancora a tavola con loro. E si raggomitolava rabbrividendo accanto al focolare, in cui divampava un fuoco selvaggio ed ostile.
Il suo desiderio della mamma si fece, a un tratto, immenso. E quando la grossa donna l’ebbe cacciata via a botte dalla cucina, essa si nascose come mi cane bastonato nell’ultimo cantuccio sotto il tetto, e li pianse silenziosamente, tutta chiusa in se stessa. Fu come se tutto quello che era in lei di pesante e di oscuro, si sciogliesse in quelle lacrime silenziose. Essa sapeva solo che oggi era di nuovo Natale, e che tutti i bambini buoni debbono essere allegri, perché Gesù Bambino va per il mondo.
Il babbo la trovò lì, le passò tra i capelli le dita tremanti, e le regalò un paio di kreuzer - una ricchezza per la bimba. E Betty saltò in piedi e con i chiari occhi ridenti avvinse con ambe le braccia il collo dei padre.
Questo fu come un addio.
Due ore più tardi la piccola zampettava per le strade della cittadina con i kreuzer del babbo stretti nella destra.
E giorno di Natale era bianco e senza vento, e la neve granulosa ornava le leggere scarpe della bimba come una pelliccia. Essa correva verso il bosco. Vicino alle ultime case incontrò una piccola compagna di giuochi, che le tagliò la strada dicendo in tono di superiorità:
«Credi che Gesù Bambino venga anche da te?»
Betty spalancò i grandi occhi azzurri e rispose con profonda convinzione: «Gesù Bambino viene da tutti i bimbi buoni».
E le campane di mezzogiorno suonarono forti e gravi nel giorno di Natale rosso e gelido come se concludessero: «Amen».
Dall’ultimo bottegaio Elisabeth comprò con i suoi kreuzer un paio di candeline, una lunga, variopinta catena di lustrini e un enorme cuore di pan pepato. Con tali tesori essa continuò a correre verso il bosco, senza più imbattersi in nessuno, se non in coloro che cercavano frasche secche ai lati della strada; avevano un’aria triste e infreddolita, e non fecero caso alla bimba.
V’è un posto nel bosco, dove la sera, che porta il suo oro dietro le vicine montagne inquieta come un avaro, indugia ed esita quasi non potesse separarsi che a stento dalla bella terra. Là sono fiori bianchi dal lungo stelo, che allora fanno ondeggiare nella brezza il loro splendore, come bambini che agitano i loro fazzoletti verso il padre che parte. Così è d’estate. Però anche nel cuore dell’inverno, quando la sera presto stanca trascina i suoi rossi calzari sulla neve scintillante, essa sosta lì e bacia con l’ultima vampa la vecchia Madonna della strada che abita sulla corrosa colonna di pietra e che le sorride con solitaria malinconia.
Questo era il posto preferito della piccola Elisabeth. Si era spesso rifugiata lassù, con la schiena che le bruciava per le percosse, ed aveva confidato alla dimenticata Regina del Cielo il suo dolore come a una mamma. Le era spesso sembrato che l’effigie di pietra avesse i lineamenti della mamma morta. Ed ora quel posto le era ancora più caro. Finché c’erano i fiori, non passava giorno che la bimba non coprisse la crosta rugginosa lungo lo zoccolo di freschi ornamenti; e, certo, se ogni altare di paese trovasse un solo fedele così, Iddio dovrebbe avvicinarsi al mondo!
Anche in quella sera di Natale la piccina percorse la solita strada, trascinando con sé i gingilli che aveva comperato. Un tacito progetto faceva brillare i suoi occhi ed affrettare le sue gambine. Lanciò alla Madonna di pietra uno sguardo allegro e pieno di rispetto che voleva dire: Vero che sono brava? Oggi non mi aspettavi.
Quindi, senza esitare, si mise all’opera.
Oltre il sentiero dove era la sacra immagine, cominciava un giovane bosco di abeti. La bimba scelse uno dei primi alberi, di cui riusciva appena a raggiungere la cima col braccio alzato, e dispose la variopinta catena di carta intorno ai rami orizzontali, sui quali la neve ghiacciata splendeva, quasi fosse fatta di brillanti. Poi, con la cera, fissò le candeline alle estremità dei rami; e le luci si accesero su quel solitario albero di Natale insieme con la prima stella della Santa Notte.
Era davvero una cosa splendida. Intorno alle candeline che lentamente si consumavano con una luce rossa, la neve si scioglieva sfavillando e lampeggiando. La piccola recitò dapprima una pia giaculatoria davanti alla Madonna, quindi gridò, mostrando l’alberino sfavillante: «Ti piace?» Infine addentò risolutamente il cuore di pan pepato e con la bocca piena si mise così vicina all’abete lucente, che il riverbero brillava nei suoi occhi puri.
Tutto il grande bosco sembrava partecipare alla festa. Gli abeti alti e neri formavano un largo circolo come di fedeli rispettosi, e guardavano stupiti l’alberello fino a un momento prima tanto insignificante, come gli uomini guardano un fanciullo prodigio. Anche le stelle lontane sembrava si fossero raccolte sul posto per non perdere nulla dello spettacolo e poter raccontare al buon Dio, agli Angeli e alla mamma della piccola Elisabeth che brava bambina questa fosse.
Ma dalle buie strade dei bosco si avvicinavano, con buffi salti, grandi uccelli neri. Essi possono anche aver fame, pensò la bimba; e così divise l’enorme cuore dolce con i voraci ospiti. Era tanto contenta e felice che avrebbe voluto cantare, se avesse conosciuto una canzone veramente bella e adatta.
Le candele si erano già quasi consumate, quando la piccola sedette ai piedi dell’immagine sacra con gli occhi felici e le manine paonazze dal gelo. Ma non avvertiva il freddo. Tutto era così meravigliosamente tranquillo, intorno a lei - e quando chiuse gli occhi si vide seduta nel grembo della mamma, nella stanza calda e cordiale. L’orologio andava con un suono calmo e misurato, il vento si torceva dentro il camino scoppiettante. La mamma le carezzava tenera e leggera i capelli, la baciava in fronte con le labbra rosse e morbide. Era bella la mamma, bella come la fata delle fiabe di Andersen, e portava una strana corona sui folti capelli ondeggianti.
Faceva bene guardarla…
Fu così che la povera piccola Elisabeth ebbe un Natale più bello di quello dei bambini ricchi e sazi nelle stanze scintillanti.
Era molto felice. E questa felicità si irradiava dal piccolo viso mentre dormiva ai piedi dell’immagine della Madonna. Teneva le manine giunte con forza e fiducia; l’immagine di pietra copriva la bimba sorridente con un’ombra nera, come se la gentile Signora del Cielo avesse steso su di lei un velo per proteggerla.
L’alberino brillò ancora una volta nello splendore che a poco a poco scemava; quindi la neve cominciò a cadere lenta e solenne, come se tutte le stelle piovessero sulla terra.
Quella vigilia di Natale, sul tardi, due orfani attraversarono il bosco per recarsi dalla città in paese. Ed essi raccontarono ansanti, con gli occhi che brillavano, al parroco nel paese:
«Abbiamo visto Gesù Bambino, in mezzo al bosco. Giaceva vicino a un piccolo albero meravigliosamente illuminato, e riposava. Ed era bello, Gesù Bambino - così bello…»