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rainer maria rilke

l'uomo del camposanto (it)

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A San Rocco era morto il vecchio becchino. Ogni giorno il banditore proclamava che il posto era vacante. Più di tre settimane trascorsero senza che nessuno si presentasse; nessuno, nel frattempo, era morto in paese: la cosa non sembrava, quindi, urgente, e si attendeva tranquillamente. Si attese, finché una sera di maggio comparve lo straniero che voleva assumere l’ufficio. Ghita, la figlia del podestà, fu la prima a scorgerlo. Nell’uscire dalla stanza di suo padre (essa non lo aveva visto venire) egli andò dritto alla volta della fanciulla, come se si fosse aspettato di incontrarla lungo il buio corridoio.
«Sei sua figlia?», chiese con voce piana, posando un accento straniero su ogni parola.
Ghita annuì e, accanto allo straniero, andò fino ad una profonda finestra traverso la quale penetravano lo splendore e il silenzio della strada immersa nella sera. Là si osservarono attentamente l’un l’altro. Ghita era tanto smarrita nella contemplazione dello straniero, da pensare soltanto in seguito che anche lui, nel frattempo, doveva averla fissata. Egli era alto ed esile, con un nero abito da viaggio di foggia straniera. I capelli erano biondi, acconciati al modo dei nobili. Aveva in sé qualche cosa di nobile, poteva essere maestro o medico: strano, che fosse becchino. E la fanciulla cercò involontariamente le sue mani. Egli gliele porse, entrambe, come un bimbo.
«Non è un lavoro difficile», disse lo straniero; e sebbene essa guardasse le sue mani, sentì il sorriso delle sue labbra, in cui essa stava come in un raggio di sole.
Quindi si diressero insieme verso la porta d’ingresso. Già imbruniva.
«È lontano?», chiese lo straniero guardando le case fino al termine della strada deserta.
«No, non molto: ma ti guiderò io, perché tu, forestiero, non puoi conoscere la strada.»
«E tu la conosci?»
«Bene; ho imparato a farla da piccina, perché porta dalla mamma che ci lasciò presto. Essa dorme là, ti mostrerò dove.»
Quindi ripresero a camminare in silenzio e i loro passi suonavano come un unico passo. Improvvisamente l’uomo in nero chiese:
«Quanti anni hai, Ghita?»
«Sedici», disse la fanciulla allungandosi un poco; «sedici, e ogni giorno un po’ di più.»
Lo
straniero
sorrise.
«E tu», chiese sorridendo essa pure, «quanti anni hai?»
«Sono più vecchio di te, Ghita, più vecchio del doppio, e ogni giorno molto, molto più vecchio.»
E con questo si arrestarono davanti alla porta del cimitero.
«Là è la casa in cui abiterai, accanto alla camera mortuaria», disse la fanciulla, e attraverso le sbarre del cancello indicò con la mano l’estremità opposta del cimitero, dove era una casetta tutta coperta d’edera.
«Bene, bene, è qui dunque?», fece lo straniero percorrendo lentamente con lo sguardo il suo nuovo paese da un’estremità all’altra. «Era molto vecchio il becchino che è morto?», chiese.
«Sì, molto vecchio. Ha abitato qui con sua moglie, e anche lei era molto vecchia. Se ne è andata subito dopo la morte del marito, non so dove.»
Lo straniero disse soltanto: «Bene», e parve pensare a qualche cosa di diverso. Improvvisamente, volgendosi verso Ghita:
«Ora devi andare, Ghita, si è fatto tardi. Non hai paura, da sola?»
«No, io sono sempre sola. Ma tu, non hai paura, qui?»
Lo straniero scosse la testa e, afferrata la mano della fanciulla, la strinse lieve e sicuro.
«Anch’io sono sempre solo», disse piano. Allora la fanciulla sussurrò, trattenendo il respiro: «Ascolta!» Ed entrambi ascoltarono un usignolo che aveva cominciato a cantare sulla siepe del cimitero; il suono, dilatandosi, li avvolgeva da ogni parte, ed era come se la nostalgia di questa canzone li sommergesse.
La mattina successiva il nuovo becchino di San Rocco iniziò la sua bisogna. Egli la concepiva in modo piuttosto singolare. Trasformò tutto il cimitero in un vasto giardino. Le vecchie tombe persero la loro tristezza e scomparvero sotto i fiori e la verzura. E dall’altra parte, al di là del viale di mezzo, dove finora non era stata che erba incolta, l’uomo disegnò tante piccole aiuole simili alle tombe della parte opposta, di modo che le due metà del cimitero si trovarono giustapposte simmetricamente. Le persone che venivano dal paese non potevano trovare subito le loro amate tombe; avvenne perfino che una vecchierella si inginocchiasse piangendo accanto ad una delle tombe vuote di destra senza che, per questo, la sua preghiera decrepita andasse perduta per il figliolo che giaceva lontano, dall’altra parte, sotto chiari anemoni. Ma gli abitanti di San Rocco, nel vedere questo cimitero, non soffrirono più tanto sotto la dura morte. Quando spirava qualcuno (e si trattava, per solito, di vecchi, in quella memorabile primavera) il cammino, fuori, era pur sempre lungo e sconsolato, ma dentro tutto diventava una piccola, tacita festa. Da ogni parte sembravano spuntare fiori; e questi coprivano con tanta rapidità le scure fosse da far credere che la nera bocca della terra si fosse allora aperta per dire: «Fiori, mille fiori».
Ghita assistette a tutti questi cambiamenti: essa stava quasi sempre accanto allo straniero. Gli era vicino mentre lavorava, facendogli domande cui egli rispondeva. I movimenti compiuti dallo straniero che vangava ritmavano le loro conversazioni, e spesso il rumore della vanga le interrompeva.
«Lontano, dal Nord», rispose lo straniero a una domanda. «Da un’isola». E si chinò per strappare via dell’erbaccia. «Dal mare. Da un altro mare. Un mare che con il vostro (lo odo talvolta respirare profondamente nella notte, sebbene sia più lontano di due giorni di viaggio) ha poco in comune. Il nostro mare è grigio e feroce, e ha reso gli uomini che gli vivono accanto tristi e silenziosi. In primavera trascina con sé tempeste infinite, tempeste in cui nulla può crescere, così che il maggio trascorre inutilmente, e d’inverno gela e fa prigionieri quelli che abitano nell’isola.»
«Sono molti ad abitarvi?»
«Non
molti.»
«Anche
donne?»
«Anche.»
«E
bambini?»
«Sì,
anche
bambini.»
«E
morti?»
«Molti morti. Perché tanti, tanti ne porta il mare deponendoli la notte sulla spiaggia; e chi li trova non si spaventa, ma accenna soltanto con il capo, come uno che non vede nulla di nuovo. C’è da noi un vecchio che ha raccontato di un’isola sulla quale il mare grigio portava tanti morti che ai viventi non rimaneva più spazio. Erano come assediati da cadaveri. Questa, forse, è soltanto una favola, e il vecchio che la racconta si inganna. Io non la credo vera.
Io credo che la vita sia più forte della morte.»
Ghita tacque un poco. Poi disse:
«Tuttavia, la mamma è morta».
Lo straniero smise di lavorare e, appoggiandosi al badile:
«Sì, anch’io so di una donna che è morta. Ma essa lo volle».
«Io credo che si voglia», fece Ghita gravemente.
«La maggior parte degli uomini lo vuole, e per questo muoiono anche i pochi che desiderano vivere: essi vengono strappati via senza essere stati interrogati. Io ho girato molto il mondo, Ghita, ho parlato con tanti uomini, e li ho interrogati. Non uno che non desiderasse morire. Qualcuno, certo, ha detto il contrario, la paura ve lo ha indotto, ma quello che dicono gli uomini non è tutto. Dietro era la loro volontà, la volontà che non parla e tende verso la morte, come il frutto dell’albero. Perché non esiste nessun sostegno.»
Così venne l’estate. Ed ogni nuovo giorno che cominciava con il risveglio dei piccoli uccelli trovava Ghita fuori, accanto allo straniero. In casa la ammonivano, sgridavano, tentarono perfino mezzi energici e castighi per trattenerla: tutto inutile. Ghita toccava allo straniero come un’eredità. Un giorno il podestà lo fece chiamare, - il podestà, un uomo grande, con una larga voce tonante.
«Lei ha una fanciulla che è sola, signor Pignola», rispose pacatamente lo straniero a tutti i rimproveri mossigli facendo un leggero inchino. «Non le posso impedire di star accanto a me e a sua madre. Non le ho regalato né promesso nulla, e non l’ho mai chiamata con una parola.»
Disse questo con fare rispettoso e sicuro, quindi se ne andò, perché non aveva più nulla da aggiungere.
Ora il giardino chiuso dalle quattro siepi era tutto in fiore, e ricompensava il lavoro compiuto per esso. Talvolta era possibile riposarsi prima del tempo e sedere sulla panchina dinanzi alla casa guardando come pianamente e solennemente scendeva la sera. Poi Ghita domandava e lo straniero rispondeva, e nel frattempo avevano lunghi silenzi in cui le cose parlavano a loro.
«Oggi voglio parlarti di un uomo, e di come gli morì la moglie», cominciò una volta il forestiero, dopo uno dei tanti silenzi, e le sue mani tremavano, una nell’altra.
«Era autunno, ed egli sapeva che sarebbe morta. Lo dicevano i medici, e avrebbero potuto sbagliare, ma lei stessa, la donna, lo aveva detto molto tempo prima di loro. E lei non sbagliava.»
« Voleva morire?», chiese Ghita, poiché lo straniero aveva fatto una pausa.
«Voleva, Ghita. Voleva qualche cosa di diverso dalla vita. Erano troppi intorno a lei, ed essa voleva essere sola. Voleva questo. Da fanciulla, non era solitaria come te: quando ebbe sposato, allora seppe di essere sola. Ma lei voleva essere sola e non saperlo.»
«Suo marito non era buono?»
«Era buono, l’amava ed essa lo amava, e tuttavia, Ghita, non riuscivano neppure a sfiorarsi. Gli esseri umani sono così terribilmente distanti uno dall’altro, e quelli che si amano lo sono più di tutti. Essi si gettano tutto il loro io, ma non lo afferrano, e quello rimane in mezzo a loro diventando sempre più alto e impedendo così, infine, di vedersi e di avvicinarsi. Ma volevo raccontarti della donna che morì. Essa dunque moriva. Era di mattina, e il marito, che non aveva dormito, le sedeva accanto e la vide morire: essa si alzò a un tratto a sedere sollevando la testa, e la sua vita parve entrare tutta nel viso e raccogliersi lì, posando sui suoi tratti come cento fiori. La morte sopraggiunse e la strappò via d’impeto, la svelse come da molle argilla, lasciandole il viso spoglio, duro e angoloso. I suoi occhi erano spalancati e, una volta chiusi, tornavano sempre ad aprirsi, come conchiglie in cui è morto il mollusco. E l’uomo, che non poteva sopportare questo, colse in giardino due boccioli di rose tardive e li posò sulle palpebre come due pesi. Ora gli occhi rimanevano chiusi; ed egli sedette guardando a lungo il viso morto. E quanto più lo guardava tanto più distintamente sentiva che ancora piccole onde di vita fluivano su quei lineamenti, per ritrarsene poi lentamente. Egli rammentò in confuso di aver guardato quel viso in un’ora molto bella della vita della donna, e seppe che quella era la vita più beata, quella di cui egli non era diventato confidente. La morte non le aveva tolto tale vita; si era lasciata ingannare dal molto che era entrato nei suoi tratti, e aveva portato via questo, insieme con la linea armoniosa del profilo. Ma l’altra vita era ancora in lei: un momento prima era scesa sulle tacite labbra, ed ora si ritirava, scorreva silenziosa verso l’interno per raccogliersi chissà dove, sopra il suo cuore schiantato.
«E l’uomo che aveva amato questa donna, perdutamente amato come essa lui, l’uomo provò un desiderio infinito di possedere quella vita che era sfuggita alla morte. Non era egli il solo che doveva ricevere l’eredità dei suoi fiori, dei libri, delle morbide vesti su cui perdurava insistente il profumo del suo corpo? Ma egli non sapeva come trattenere quel calore che inesorabilmente sfuggiva dalle guance di lei, come poterlo afferrare. Cercò la mano della morta, che, vuota ed aperta come la buccia di un frutto, posava sulla coltre; il freddo di questa mano era muto e uniforme, ed essa diede subito l’impressione di una cosa rimasta esposta la notte alla rugiada e divenuta poi rapidamente fredda e asciutta al vento del mattino. A un tratto qualche cosa si mosse sul viso della donna. L’uomo lo fissò intensamente: tutto era calmo, ma ecco che il bocciolo di rosa posato sull’occhio sinistro tremò. E l’uomo vide che anche la rosa sull’occhio destro era diventata più grande, e cresceva sempre di più. Il viso si abituava alla morte; ma le rose si aprivano come occhi che guardassero in un’altra vita. E quando fu scesa la sera, la sera di quel tacito giorno, l’uomo portò con mano tremante due grandi rose rosse alla finestra: in quei fiori che oscillavano pesantemente egli portava la sua vita, l’eccesso di quella vita che neanche lui aveva ricevuto.»
Lo straniero appoggiò il capo sulla mano e sedette, tacendo. Quando si fu scosso, Ghita chiese:
«E
poi?»
«Poi egli se ne andò, andò via: che altro avrebbe potuto fare? Ma non credeva alla morte, credeva soltanto che gli uomini non possano fare nulla uno per l’altro, non i vivi e non i morti. E questa è la loro miseria, non che muoiano.»
«Sì, anch’io so che non si può aiutare», disse Ghita tristemente. «Avevo una volta un coniglino bianco, così debole, che non poteva stare senza di me. Ma cadde malato, il collo gli si gonfiò, soffriva come un essere umano. E mi guardava e pregava, con i suoi piccoli occhi, sperando, credendo che io lo avrei aiutato. E infine smise di fissarmi, e morì nel mio grembo come se fosse solo, a cento miglia da me.»
«Non bisogna abituare a sé nessun animale, Ghita, è vero. Si contrae un debito, si promette senza poter mantenere. In questa relazione noi siamo soggetti a un impegno continuo. E anche con gli uomini non è diverso, solo che qui si diventa debitori a vicenda. E amarsi vuol dire: diventare debitori uno dell’altro, non di più, Ghita, non di più.»
«Lo so», disse Ghita, «ma questo è molto.»
Quindi si recarono entrambi, la mano nella mano, in giro per il cimitero, senza pensare che potesse essere diversamente da come era. E tuttavia avvenne altrimenti. Venne l’agosto, e un giorno in cui le vie della città erano in preda alla febbre, pesanti, paurose, senza vento. Lo straniero attendeva Ghita al cancello del cimitero, pallido e grave.
«Ho fatto un brutto sogno, Ghita», le gridò, «Ritorna a casa e non venire più qui prima che io non te lo abbia fatto sapere. Ora avrò forse molto lavoro. Addio.»
Ma essa gli si gettò al collo piangendo. Egli la lasciò piangere finché volle, e la seguì a lungo con gli occhi, quando tornò via. Non si era sbagliato: cominciò un serio lavoro. Ogni giorno arrivavano due o tre trasporti funebri.
Molte persone li seguivano; funerali ricchissimi e solenni, in cui non mancavano inni ed incenso. Ma lo straniero sapeva quello che nessuno aveva ancora osato ammettere; la peste era nella città. Le giornate si fecero sempre più calde e pesanti sotto il sole esiziale, e le notti non apportavano nessun sollievo. Terrore ed angoscia si posavano sulle mani di coloro che esercitavano un mestiere, sul cuore di coloro che amavano, e li paralizzavano. E nelle case era silenzio come nella festa più solenne o nel cuore della notte. Ma le chiese erano gremite di volti angosciati. Improvvisamente le campane cominciarono a suonare, si agitarono, rombarono come se bestie selvagge fossero saltate sulle funi e vi si ostinassero: così suonavano, senza respiro.
In questi terribili giorni il becchino era l’unica persona che lavorasse. Le sue braccia si rinforzarono per le grandi esigenze del suo ufficio, e in lui era perfino una certa allegria, l’allegria del suo sangue che scorreva più rapido.
Ma una mattina, nel destarsi da un breve sonno, si vide Ghita davanti.
«Sei
malata?»
«No,
no.»
Ed egli a poco a poco comprese quello che essa diceva, in fretta e confusamente.
Diceva che gli abitanti di San Rocco si erano incamminati contro di lui. Lo volevano uccidere perché «sei stato tu», dicono, «a provocare la peste. Hai fatto delle tombe, delle fosse, dicono, nella parte vuota del cimitero, dove non era nulla, e con quelle fosse hai chiamato i cadaveri. Fuggi via, via!», pregò Ghita buttandosi in ginocchio, impetuosamente, come se si precipitasse dall’alto di una torre. E sulla strada era già possibile scorgere una massa scura che ingrandiva e si faceva sempre più vicina, Davanti, polvere. Nel confuso mormorio della folla già si staccavano parole isolate, di minaccia. Ghita balzò in piedi, ma ricadde subito in ginocchio: voleva condurre l’uomo via con sé.
Ma egli rimane immobile, come fatto di pietra, e le ordina di entrare in casa e aspettare. Essa ubbidisce. Si accoccola in casa dietro la porta, mentre il cuore le batte sul collo e sulle mani, dappertutto. Ed ecco che arriva una pietra, poi un’altra: si sentono entrambe urtare contro la siepe. Essa apre la porta e corre, corre dritta contro la terza pietra che la colpisce in fronte. Non appena caduta, lo straniero la raccoglie e la porta nella piccola, buia casa. Il popolo urla, ed è ormai prossimo alla bassa siepe che non lo tratterrà. Ma allora accade un fatto inatteso, terribile. Il piccolo scrivano dalla testa pelata, Teofilo, si aggrappa improvvisamente al braccio del suo vicino, il fabbro del vicolo di Santa Trinità. Egli vacilla, mentre gli occhi gli si dilatavano stranamente. Nello stesso tempo un ragazzo della terza fila comincia a barcollare e dietro a lui una donna grida, una donna incinta grida e grida e tutti riconoscono questo grido e corrono via lontani uno dall’altro, folli di terrore. Il fabbro, un uomo grande e forte, trema e scuote il braccio al quale si è appeso lo scrivano come se volesse scagliarlo lontano da sé, scuote e scuote.
Nella casa Ghita, che giaceva sul letto, rinviene e ascolta.
«Se ne sono andati», dice lo straniero, che è curvo su di lei. Essa non lo può vedere, ma con l’estremità delle dita sfiora il suo viso chinato per sapere ancora una volta, una volta come era. E come se avessero vissuto a lungo insieme, lo straniero ed essa, anni ed anni.
A un tratto la fanciulla dice:
«Il tempo non lo fa, nevvero?»
«No», risponde, «no, Ghita: il tempo non lo fa.»
Lo straniero sa che cosa essa vuol dire.
Così morì Ghita.
Egli le scava una fossa all’estremità del viale, in mezzo alla candida ghiaia lucente. Appare la luna, ed è come se egli scavasse nell’argento. La depone sui fiori e di fiori la ricopre.
«Cara», dice, e rimane un poco fermo, in silenzio.
Ma subito dopo, quasi avesse paura di rimanere così, comincia a lavorare. Sette salme sono ancora da seppellire, portate la vigilia senza molto seguito, sebbene in un grande feretro di quercia giacesse Gian Battista Vignola, il podestà.
Tutto è mutato. Le dignità non hanno più valore. Invece di un morto con molti viventi, ora arriva sempre un uomo che porta sul carro tre, o quattro salme: è il rosso Pippo, che ha fatto di questo il suo ufficio. E lo straniero misura quanto spazio ha ancora. Spazio per circa quindici fosse. Comincia a lavorare, e dapprima il rumore del suo badile è l’unica voce nella notte. Finché, dal paese, torna a sentirsi la morte. Ora non si hanno più reticenze: non è più un segreto. Chi è assalito dalla malattia o ne ha soltanto il timore, questi grida, grida, fino alla fine. Le madri hanno paura dei figli, nessuno più riconosce l’altro, come in una oscurità inaudita. Alcuni disperati imbandiscono mense e gettano le prostitute ubriache, quando cominciano a vacillare, dalla finestra, per paura che abbiano contratto il male.
Ma lo straniero continua, continua tranquillamente a lavorare. Egli sa: finché lui è padrone lì dentro a quelle quattro siepi, finché può lì dentro ordinare e costruire e dare almeno con i fiori e con le aiuole un senso a quell’evento pazzesco, conciliandolo e accordandolo con il paese circostante, l’altra non ha ragione, e può arrivare il giorno in cui essa ceda.
Due fosse sono già pronte. Ma si sentono voci, risa e il rumore di un carro. Questo è stracarico di cadaveri. Il rosso Pippo ha trovato compagni che lo aiutano. Essi cacciano avidamente e ciecamente le mani nel mucchio e strappano fuori un cadavere che sembra difendersi, per scagliarlo oltre la siepe, nel cimitero. E ancora un altro. Lo straniero continua a lavorare. Fino a quando gli cade ai piedi il corpo di una fanciulla nuda e sanguinante, con i capelli devastati. Allora il becchino grida minacciosamente nella notte. E vuole tornare al suo lavoro, ma quegli ubriachi non sono disposti a farsi comandare. Il rosso Pippo emerge di nuovo, alza la fronte e lancia un corpo al di là della siepe. E i cadaveri si ammucchiano intorno al lavoratore. Cadaveri, cadaveri, cadaveri. Sempre più pesantemente si muove il badile. Le mani degli stessi morti sembrano far intendere di non voler cadere lì sopra. Allora lo straniero si ferma. La sua fronte è imperlata di sudore. In petto gli si agita qualcosa. Si fa più accosto alla siepe e, quando la rossa e rotonda testa dì Pippo si alza nuovamente, vibra un gran fendente con il badile, sente di aver colpito e vede, quando lo ritrae, com’è scuro e bagnato. Lo getta in una fossa lontana e abbassa la fronte.
E così esce lentamente dal suo giardino nella notte: un vinto. Uno che è venuto troppo presto, troppo presto.
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