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rainer maria rilke

la festa di famiglia (it)

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Dopo la messa, il pastore di Maria-Schnee scese i quattro gradini dell’altare, si voltò, e si inginocchiò dietro il leggio. Cercò tra le numerose pieghe del suo paramento un fazzoletto, si soffiò gravemente il naso emettendo una profonda nota di organo, e cominciò: «Preghiamo per il signor Anton von Wick, consigliere imperiale, che riposa nelle braccia del Signore. Signore, sii misericordioso con il tuo fedel servo Antonius…»
Nel primo banco si alzò il signor Stanislaus von Wick, fratello del «fedel servo Antonius» già deceduto da otto anni, e soffiò via la propria commozione. Quando la messa di suffragio fu terminata, il signor Stanislaus, come capo-famiglia, si mosse per primo, e dietro di lui emersero dall’oscurità dei banchi alcune donne vestite di nero. In strada egli porse il braccio a sua sorella, la vecchia consorte del maggiore Richter, e le altre seguirono a due a due. Nessuno parlava. Gli occhi, non assuefatti alla luce, sembravano gonfi di pianto; tutti sbadigliavano per la fame e per la lunga funzione. La famiglia doveva desinare dalla figlia del povero signor Anton, la signora Irene, vedova Hom, nata von Wick, - e la moglie del maggiore prese a battere un ritmo di marcia decisamente in contrasto con la sua corpulenza e che mal si accordava con la pedantesca marcia funebre del rigido fratello. Il signor Stanislaus guardò il movimento dei suoi piedi, e disse come ammonendo: «Povero Anton». La moglie del maggiore annuì. Il signor von Wick si limitò a stringersi nelle spalle, a diverse riprese, quindi atteggiò il viso a un’espressione di pensosa attenzione. Ripeté quel movimento con tanta frequenza, accentuandolo dinanzi al portone, al cospetto dell’intera famiglia, e così a lungo, che la signora Irene chiese nervosamente: «Che c’è, zio?» Il signor von Wick raccolse dapprima una sufficiente quantità di rassegnazione sul suo viso impaurito, quindi gemette, sempre continuando a eseguire in fretta il pauroso movimento:
«Sono intirizzito, ho preso un bel freddo, in chiesa». La signora Irene annuì, e sua sorella Friederike balbettò, con l’accento di una commoventissima rinuncia: «Anch’io». Infine, con gli ultimi, venne avanti la bonne con il figlio della vedova Horn, un pallido ragazzo di sette anni, e la smorta Friederike lo sfiorò appena sulla fronte: «È così pallido, deve avere preso freddo anche lui». Nel salire le scale buie, confidò alla sorella: «Oswald tossisce».
Solo quando la famiglia fu seduta intorno alla tavola apparecchiata, dimenticò il malanno portato via dalla messa. Il signor von Wick sedeva tra sua sorella e Friederike. Il degno uomo sembrava intento a compensare l’eccesso di movimento imposto poco prima alle sue spalle con una immobilità da idolo. Al di là dell’anziana signorina Auguste (che gli sedeva di fronte), instancabile zia della casa di cui nessuno conosceva con precisione il grado di parentela, egli sembrava guardare nell’angolo più buio del tinello, nel quale due poltrone foderate di tela stavano perplesse accanto a un tavolinetto troppo piccolo; sembrava tremendamente occupato, come nel suo ufficio quando qualcuno lo interrompeva durante la lettura del giornale. Il coltello si era spinto in mezzo alle sue dita rigide come un portapenne, e attendeva che egli sotto il documento dei suoi attuali pensieri ponesse: «Stanislaus von Wick», tanto sottile da sembrare ricamato con l’erba tremula. Tutti avevano coscienza dell’importanza di questo momento, e continuavano a rimanere senza respiro. In fondo alla tavola, soltanto il piccolo Oswald sorbiva il suo brodo con fretta ritardata, e Auguste, che in occasione di ogni festa familiare mangiava a sufficienza per i tre giorni precedenti e i tre successivi, si occupava della risoluzione di questo problema: mangiare tanto quanto parlare. Essa poneva le parole a schermo del suo piatto stracolmo, e la sua fantasia digeriva a gara con il suo stomaco. Quest’azione complicata, ciò non di meno, la riscaldava non poco, e di tanto in tanto essa doveva interrompere entrambe le funzioni.
Durante una di tali pause, il signor von Wick distolse gli occhi dalle alte poltrone, accordò al suo sguardo una breve sosta sulla fronte oscurata della zia Auguste, e lo inviò poi con grande importanza alla padrona di casa. La vedova Horn, che si sentiva più Horn che von Wick, accolse solennemente il messaggio di suo zio, in mezzo al profondo silenzio degli astanti. Essa afferrò il coltellino da frutta, lo alzò a fatica fino all’orlo del bicchiere che recava incisa una
«W» coronata, e ve lo batté contro una volta. Tale piccola causa produceva una quantità di possenti effetti: tutte le armi interruppero la loro furia più o meno lieta, e i tovaglioli emersero come bianche bandiere di parlamentari da diverse ginocchia, spirando tregua e pace. La bonne dagli occhi di coniglio strappò il cucchiaio di mano al piccolo. «Que veux-tu?», barbugliò il ragazzo; e la demoiselle sussurrò con il più gran terrore: «Fais attention!» In questo mormorio le prime parole del signor Stanislaus erano passate senza lasciar traccia. Egli si drizzò ancora di più, si strinse la cravatta, per scuotere quello che gli si era addormentato in gola. I suoi occhi incolori cercarono le due poltrone: «Là», egli disse, e attese che ogni sguardo eseguisse l’ordine, «il mio povero fratello Anton, che Iddio l’abbia in gloria, ha esalato il suo spirito otto anni fa. Le sue parole estreme toccarono il bene della nostra famiglia. Andate d’accordo e aiutatevi l’un l’altro, mi disse alla vigilia della sua morte. E in perfetta armonia, come era nei suoi voti, noi oggi celebriamo l’ottavo anniversario della sua scomparsa. Ci dia Iddio la forza di commemorare il suo ricordo ancora a lungo, in pace e salute; noi dobbiamo essere sicuri che lo spirito di nostro fratello e rispettivamente padre», con queste parole si volse verso la padrona di casa e Friederike, «nonno», e i suoi occhi commossi si posarono su Oswald che adagio adagio e di nascosto andava cogliendo bricciche di pane con le dita umide, «aleggi sopra di noi, benedicendoci». Spossato dallo sforzo e dalla commozione, il signor Stanislaus sedette, senza per questo dimenticare di sollevare le lunghe e nere falde della giacca. E giorno della morte del fratello egli aveva parlato quasi lo stesso, e da allora cambiava solo il numero dell’anniversario. Tuttavia le parole, per non essere pronunciate che una volta l’anno, avevano conservato una certa freschezza, e il signor von Wick sembrava spolverarle una per una e spiegarle in ordine prima di pronunciarle. Dopo che i bicchieri si furono incontrati l’un l’altro e si furono salutati con adeguata riservatezza, disse la smorta Friederike, in mezzo a una tosse violenta: «Papà è morto in questa o in quella sedia?» e strizzando gli occhi guardò verso il famoso angolo. La padrona di casa trovò tale domanda sconveniente e si strinse nelle spalle; il signor von Wick si commosse ancora di più; la vedova del maggiore seguitò a masticare a piene ganasce, così che la risposta toccò alla zia Auguste.
Essa non esitò molto: si passò una mano sulla grigia cervice, come per ridestare una parte dei suoi ricordi, quindi profferì con eroica risolutezza: «In questa». Mediante tali precise e pietose cognizioni, essa cercava sempre di provare la sua alquanto enigmatica appartenenza alla famiglia. Ciò avveniva di tanto in tanto. Tutti si alzarono e si disposero intorno alle poltrone per osservarle. Da ultimo sopravvenne anche il signor von Wick, che, spintosi dietro le poltrone, cominciò a palparne il tergo. Infine l’ansiosa comitiva ebbe il responso: «È quella che manca di una vite. A questa manca la vite, quindi mio fratello è morto in questa poltrona». Tutti indugiarono ancora un poco, quasi volessero vedere se la seggiola non aggiungeva una parola; e, come quella taceva nella sua quiete indifferente, se ne tornarono tutti a posto.
«Lì sul canapè giallo è morta la nonna», constatò la tossicolosa Friederike. E allora, reciprocamente, tutti cominciarono a mostrarsi i mobili in cui una von Wick o un von Wick erano rimasti seduti con la loro corporea figura, mentre le loro anime erano andate a cercare i von Wick trapassati. Non erano pochi, cotesti mobili; ed era motivo di grande vergogna essere seggiola dai von Wick, se nessuno ci era morto sopra. Un tale sentimento era specialmente provato dalla poltrona foderata di cotone di fronte al piumino sul quale era morto il signor Anton.
L’intervallo s’era fatto un po’ lungo. La padrona di casa premette un dito sul bottone elettrico. Mentre gli altri continuavano a enumerare l’ultimo mobile e l’ultima parola, e Friederike, con un pallido sorriso, come in ogni altra occasione anche in questa ripeteva che la nonna von Wick aveva da ultimo gridato qualche cosa in francese, entrò il
«vecchio Johann», che da tempi ormai immemorabili sotto questo nome apparteneva all’inventario, e avanzò sul liscio parquet reggendo in equilibrio un vassoio con un filetto di capriolo. Il «vecchio Johann» era da molto tempo esonerato dal servizio, percepiva da diverse generazioni di von Wick diverse pensioni, e serviva solo eccezionalissimamente in importanti anniversari funebri. Egli indossava la vecchia e sbiadita livrea dai bottoni d’argento che recavano impressi le armi e il motto «constantia et fidelitas», rivestiva le mani deformate dalla gotta di un paio di immensi guanti di filo - e così bardato aveva l’aria di uno scheletro vestito. Come una foglia appassita egli galleggiò fino all’estremità della tavola e rimase attaccato a Irene, la vedova Horn. I suoi occhi semi-ciechi erano assuefatti alla penombra della dispensa, ed egli porgeva il piatto a tastoni nella direzione in cui supponeva si trovasse una persona. La signora Irene rovesciò con grande sforzo un piccolo pezzo di filetto sul suo piatto e prese il contorno di riso come una benedizione dalle mani tremanti del vecchio che avevano a suo tempo porto il filetto al suo povero padre e al suo povero nonno. Poi la signora Irene si inchinò con grande rispetto verso i guanti di filo, e il vecchio Johann, in una prospettiva a volo d’uccello, alzò gli occhi verso la cuffia violetta della maggioressa Richter, che esaminò il piatto con profonda attenzione. Il vecchio servitore compiva grandi sforzi per capire l’appartenenza di quella cuffia là sotto. Dopo avere un poco riflettuto, fu pienamente convinto che la cuffia appartenesse alla signora Karoline von Wick, consorte della buonanima di nonno Peter; si piegò quindi con un rispettoso inchino dinanzi alla centenaria, alla quale aveva porto l’ultimo arrosto di capriolo più di trent’anni prima. Agli occhi del vecchio servitore, mille anni erano come un giorno, ed egli si rallegrava assai di riconoscere nel signor Stanislaus von Wick il signor Peter in persona e di trovarlo, in età tanto avanzata, così arzillo. Ad ogni nuovo passo riconosceva un membro della famiglia dell’età del nonno, e così non fu oggetto di meraviglia il fatto che nel piccolo Oswald salutasse l’immagine giovanile dello zio Stanislaus. Le oscillazioni del suo piatto d’arrosto ebbero quindi qualche cosa di tenero, di carezzevole, quando fece passare il piatto stesso intorno al gomito aguzzo del pallido ragazzo. Con premurosa attenzione la maggior parte degli sguardi seguivano i movimenti del vecchio, poiché egli costituiva una rara curiosità, ed era, per così dire, il compendio delle terrestri reliquie di tutti i defunti von Wick.
Con passi vacillanti, aveva ormai Johann finito di girare intorno alla tavola dei suoi cari morti; solo dinanzi alla bonne aveva esitato un poco, perché sul momento non gli riusciva di trovare nessuna parte da assegnare a quella donna dagli occhi rossi. Ma egli attribuì tale perplessità a difetto di memoria, e si limitò a portare via alla signorina il piatto dell’arrosto, prima che essa avesse provveduto a servirsi. La bonne si guardò intorno un po’ meravigliata, ma evitò di alzare gli occhi e disse a Oswald: «Bubi, tu as trop». Quindi, con tutta calma, prese un pezzo d’arrosto dal piatto del piccolo, che seguì cogli occhi, timido e malinconico, il bel boccone.
Frattanto la zia Auguste raccontava tutta la meschina cronaca cittadina, e solo raramente qualcuno soggiungeva, come un’elemosina, qualche paroletta. La padrona di casa trovava inopportuno che in un giorno simile si parlasse di materia tanto profana, e al riguardo comunicò qualche cosa alla moglie del maggiore; costei annuì consenziente e dette dentro all’arrosto con energia ancora maggiore. Friederike non ascoltava più la zia-di-tutti, ma per l’undicesima volta si lasciava raccontare dalla bonne come essa avesse l’intenzione di ritirarsi in un chiostro. Friederike trovava ogni volta la cosa incredibilmente interessante, e sperò per la dodicesima volta di poter approfondire le tracce del romanzo che avrebbe potuto spingere l’anemica parigina a questa disperata conclusione. Ma a metà del racconto, furono interrotte dalla voce alta dello zio Stanislaus. Il signor von Wick si era sentito obbligato a trattenere il vecchio e fedele cameriere per una falda e a sussurrargli con benevola condiscendenza: «Noi non si invecchia, eh, caro Johann».
Johann non poté rispondere. Anzitutto perché era troppo commosso dal favore del nonno, signor Peter von Wick, poi perché a motivo della durezza dei suoi orecchi non aveva capito una sola parola del lungo discorso. Il signor Stanislaus, ripeté alquanto in fretta la sua domanda; che anche questa volta rimase incompresa. Il signor von Wick, che era solito sbrigare con prontezza ogni cosa, trovò che tale faccenda puramente esterna e formale durava troppo, e nel gridare al vecchio:
«Ebbene, Johann, come va?» la sua voce perse ogni benevolenza.
Adesso tutti si erano fatti attenti. Tacque Friederike, tacque la bonne, tacquero la zia Auguste e il piccolo Oswald che per l’attenzione era rimasto con la forchetta a mezz’aria.
Johann capì. Con la ossequiente familiarità dei vecchi servitori, si chinò sopra il capo liscio e bianco del signor Stanislaus, dicendo:
«Troppo… onore… illustre signor Peter».
Un tempo, era solito chiamare così il nonno, a differenza degli altri fratelli che si trovavano nella casa. Le sue parole arrivarono inframmezzate da piccole pause, quasi dovesse faticosamente cercarle una per una, e alla povera Friederike parve che avesse ripreso a camminare un vecchio pendolo, scarico da lungo tempo. Prima di «Peter» il vecchio Johann esitò un attimo; tanto più strano e sorprendente suonò quindi il nome fra l’attenzione generale. Il signor Stanislaus trasalì, divenne pallidissimo, e il benevolo sorriso si spense sui suoi tratti. Egli sentì pesare su di sé lo sguardo di tutti, e si credette vecchio e senza aiuto, perché in quegli sguardi vedeva riprodotto quello che egli stesso sentiva oscuramente: smarrimento e paura. Uno dopo l’altro, guardò quanti gli sedevano di fronte, temendo di leggere sulle labbra di qualcuno: «Signor Peter». Ma tutti tacevano. Allora volse paurosamente gli occhi indietro, e con tutta la forza disse:
«Il vecchio non ha più la testa a posto». Ma nessuno stava più dietro di lui.
Il signor von Wick si passò la mano a diverse riprese sulla stretta fronte.
«Hai qualche cosa, Stanislaus?», chiese la vedova del maggiore, che aveva mantenuto un po’ di disinvoltura.
«Nulla, Karoline», rispose il signor Stanislaus con voce sorda. Quindi, con convulsa risolutezza posò il tovagliolo accanto al piatto, si alzò puntando le braccia sull’orlo del tavolo, e a passi, incerti si diresse verso l’angolo oscuro in cui le due poltrone fiancheggiavano il tavolinetto. Spossato, si lasciò cadere su quella in cui non era morto ancora un von Wick. Era un atto di giustizia. Tutti sembravano legati alle seggiole, guardando il signor Stanislaus.
Soltanto la signora Irene, vedova Horn, osò dire: «Zio!»
Ma il signor von Wick fece un cenno di diniego. Non voleva essere disturbato. Egli sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima poltrona, oggi o domani: ma sulla sua ultima parola era ancora incerto.
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