penna e spada (it)
Un dialogo
Una spada se ne stava nell’angolo di una stanza. La superficie lucente della lama d’acciaio, toccata dal raggio del sole, brillava d’un bagliore rossastro. Con fierezza la spada si guardò intorno; vide che tutto si pasceva del suo splendore. Tutto? Eppure no! Là sul tavolo, appoggiata inoperosa a un calamaio, c’era una penna, a cui non passava neanche per la mente di inchinarsi davanti alla maestà scintillante di quell’arma. La spada si indispettì e incominciò dunque a parlare:
«Ma chi sei tu, spregevole cosa, per non inchinarti come gli altri, piena d’ammirazione, dinanzi al mio fulgore?
Guardati attorno! Tutti gli oggetti, deferenti, rimangono avvolti nella profonda oscurità. Soltanto me, me, il chiaro sole ristoratore ha scelto come sua favorita; mi rianima con le fiamme del suo bacio voluttuoso, e io lo ripago irradiando mille volte la sua luce. Si addice solo ai principi potenti incedere in vesti fastose. Il sole conosce il mio potere; per questo mi posa sulle spalle la porpora regale dei suoi raggi».
Sorridendo replicò la giudiziosa penna:
«Ma guarda come sei vanitosa e superba, e come ti pavoneggi d’uno splendore riflesso! Non siamo forse entrambe - ragiona - parenti assai stretti? Ci ha partorito entrambe la terra premurosa, forse entrambe, nello stato primigenio, ci siamo trovate l’una accanto all’altra nella stessa montagna… per millenni; fino a quando lo zelo operoso dell’uomo scoprì la vena dell’utile metallo. Ci portarono via entrambe; entrambe, figlie ancora informi della natura grezza, eravamo destinate a venire trasformate in utili membra dell’attività umana sopra il calore della fucina fumante, sotto i colpi vigorosi del maglio. E così accadde. Tu divenisti spada; a te fu data una punta grossa e robusta; a me, penna, ne fu fornita una sottile e delicata; per agire e fare veramente qualcosa dobbiamo prima bagnare le nostre punte.
Tu… nel sangue, a me… basta l’inchiostro».
«Questo discorso, tenuto in stile dotto» riprese ora la spada «mi fa davvero ridere. È proprio come se il topo, piccola, infima bestiola, volesse dimostrare una stretta parentela con l’elefante. Parlerebbe allora come te! Perché anche lui, al pari dell’elefante, ha quattro zampe e perfino un grugno di cui vantarsi. Si potrebbe dunque pensare che siano almeno cugini! Cara penna, con calcolo assai astuto tu hai ora nominato solo ciò in cui ti assomiglio. Voglio però dirti che cosa ci distingue. Io, fiera spada scintillante, sono cinta al fianco da un audace, nobile cavaliere; mentre tu… un vecchio scribacchino ti mette dietro il suo lungo orecchio d’asino. Il mio signore mi brandisce con mano energica e mi porta tra le fila dei nemici; sono io a condurvelo. È invece il tuo maestro, ottima penna, a condurre te con mano tremante su una pergamena ingiallita. Io infurio terribile tra i nemici, balzo coraggiosa e temeraria ora qui ora là. Tu continui a scarabocchiare in perenne monotonia sulla tua pergamena e non osi allontanarti neanche un po’ dalla via segnata con prudenza dalla mano che ti guida. E infine… infine, quando la mia forza si esaurisce e divento vecchia e debole, allora sono onorata, come conviene agli eroi, messa in mostra nella sala degli antenati e ammirata. Ma a te cosa accade? Se il tuo signore non è soddisfatto di te, se ti fai vecchia e incominci a trascinarti sulla carta con tratto grossolano, ti afferra, ti strappa l’asta che ti era di sostegno, e ti getta via, quando non ti fa grazia di venderti a un rigattiere insieme a qualche tua sorella per pochi centesimi.»
«Per un certo verso» proseguì molto seria la penna «potresti non aver poi tanto torto. È vero che spesso non mi si tiene in gran conto, e che una volta divenuta inservibile vengo trattata assai male. Ma proprio per questo il potere di cui dispongo finché posso lavorare non è affatto da poco. Non resta che fare una scommessa!»
«Vorresti proporre a me una scommessa?» rise insolente la spada.
«Purché ti arrischi ad accettarla.»
«Eccome se l’accetto!»
«Cosa scommettiamo?»
La penna si tirò su, assunse un contegno rigido e grave e cominciò: «Scommettiamo che se voglio sono capace di impedirti di andare al tuo lavoro, in battaglia?»
«Oh, oh, suona proprio audace!»
«Siamo d’accordo?»
«Accetto.»
«Bene» disse la penna. «Stiamo a vedere.»
Erano passati pochi minuti dalla conclusione della scommessa, quando fece ingresso un giovane in una preziosa cotta d’arme e, afferrata la spada, la allacciò al fianco. Quindi contemplò compiaciuto la lama folgorante. Fuori risuonavano squilli di tromba, rulli di tamburo… si andava in battaglia. Il giovane stava per abbandonare la stanza quando entrò un uomo che, a giudicare dai ricchi fregi, doveva occupare un’alta posizione. Il giovane gli fece un inchino profondo. Il dignitario si era frattanto avvicinato al tavolo, aveva preso la penna e scritto in fretta qualcosa. «Il trattato di pace è già firmato» disse sorridendo. E giovane ripose la spada nell’angolo ed entrambi lasciarono la stanza.
Ma sul tavolo era posata la penna. Il raggio di sole giocava con lei e il metallo inumidito riluceva splendente.
«Non ti appresti alla battaglia, mia cara spada?» chiese sorridendo. Ma la spada rimase silenziosa nell’angolo buio. Credo che abbia smesso di darsi arie.