Korimba

Stories / Poems

Stories by alessandro zurla

le cronache del lupo

italian

1
Il cercatore
La locanda era avvolta dai fumi del camino e delle pipe degli avventori.
Stilettate di aria gelida attraversavano la cappa di caldo soffocante e impedivano di abbandonarsi a un torpore sonnolento, a meno di non aver bevuto vino in abbondanza.
Rheinart si trovava a suo agio in mezzo alla confusione e agli odori aciduli di sudore e zuppa di quart'ordine. Sedeva in un angolo e osservava i clienti: artigiani, bottegai, qualche mercenario, prostitute e faccendieri di vario tipo. La confusione regnava sovrana e le timide melodie pizzicate da un menestrello relegato in un minuscolo spazio venivano inghiottite dal fracasso dei commensali.
Una procace cameriera si faceva largo tra la ressa portando vassoi ricolmi di piatti di carne o di boccali di sidro, agile in mezzo alla calca di corpi come una grassa sirena tra le onde di un mare in burrasca.
Accortosi di aver ingollato l'ultimo sorso di birra, Rheinart alzò il braccio muscoloso e attirò l'attenzione della donna; questa rispose con un cenno della testa e sparì di nuovo sul retro. Quando tornò gli mise un boccale pieno sotto al naso, piegandosi in maniera volutamente ostentata per esibire il procace davanzale. L'uomo incrociò il suo sguardo e vide che gli faceva l'occhiolino, arricciando la bocca in un sorriso lascivo. Lui rispose con un minuscolo cenno del capo; non sapeva ancora se avrebbe avuto il tempo di dedicarsi a una scorribanda sotto le lenzuola quella sera ma nel caso ne avrebbe approfittato volentieri. La cameriera era il suo tipo: bionda, in carne, sudata e con l'aria di chi arriva subito al sodo. La guardava allontanarsi studiandone il fondoschiena quando una voce lo strappò dalle sue fantasie.
– Sei tu Lupo di Ferro?
Un uomo magro e gracile, già in là con gli anni, emerse da una nuvola di fumo di pipa e si avvicinò con discrezione.
Rheinart non parlò, si limitò a scostare la mantella gli che copriva la pettorina. L'effige del lupo feroce scolpita nel metallo si rivelò alle luci rossastre della locanda. La stoffa ocra ricadde subito a coprirla, celandola nuovamente alla vista.
– Posso sedermi? – chiese il vecchio e si accomodò al cenno della mano dell'altro.
– Sono Tobias, sono stato io a chiamarti.
Rheinart lo osservò: i vestiti che indossava non erano appariscenti ma tradivano una grande agiatezza. Il suo portamento poco elegante gli fece escludere che avesse sangue blu nelle vene. Forse un ricco mercante. Aveva l'aria nervosa e Lupo di Ferro avrebbe scommesso che il sudore che gli imperlava la fronte non fosse del tutto dovuto al caldo della locanda.
Notò un individuo alle sue spalle che se ne stava volutamente in disparte e che non staccava loro gli occhi di dosso. Aveva il volto duro e inespressivo e ruotò appena su se stesso in modo da mettere in mostra la spada che portava al fianco. Doveva essere la guardia del corpo del vecchio.
Quest'ultimo si accorse di essere sotto esame e sorrise.
– È una semplice precauzione, non avertene a male. E sappi che sono perfettamente in grado di pagarti; so che i tuoi servigi non sono a buon mercato ma ti assicuro che posso permettermeli.
Rheinart non commentò, preferendo addentare l'ultima coscia di pollo sul piatto e strapparne la carne masticando rumorosamente.
– Di che si tratta? – domandò con voce baritonale.
L'altro si schiarì la gola: – Quando ho saputo che il celebre Lupo di Ferro si trovava qui al nord ho pensato che fosse qualcosa di più di un semplice colpo di fortuna. Sei, come si dice, l'uomo giusto al momento giusto.
– Non è quello che ti ho chiesto – disse Rheinart bevendo un altro sorso di birra.
Tobias estrasse una pergamena dalla veste e la spiegò sul tavolo scuro.
Lupo di Ferro si scostò una ciocca di capelli rossi dal viso squadrato e si piegò in avanti per osservare meglio: era il disegno di un'ampolla trasparente dalla forma sinuosa, con tante piccole sfaccettature. Conteneva un liquido dipinto di blu e sotto al disegno c'era una sola parola: lexi.
– Che cos'è?
Il vecchio sorrise di nuovo, teso, mettendo in moto il reticolo di rughe del volto ossuto.
– Non credo che un cercatore debba sapere certe cose per fare il suo lavoro.
Il petto largo di Rheinart si gonfiò in un respiro profondo, cui fece seguito un attimo di silenzio.
– Sta a me decidere cosa devo sapere – rispose. – Quanto è grande?
– Può stare in un palmo di mano.
– È fragile?
– Il cristallo è robusto, infrangibile, ma non lo metterei alla prova. Il contenuto non deve assolutamente andare sprecato.
Di nuovo silenzio.
– Lexi è il nome del contenuto?
– Sì.
– È pericoloso?
– Non per chi lo trasporta.
– L'ampolla era già tua? È un recupero o un'acquisizione?
Un lampo indecifrabile attraversò gli occhi di Tobias e scomparve altrettanto rapidamente.
– Un'acquisizione. È stato difficile sapere dove si trovasse; un altro colpo di fortuna, se vuoi.
Diciamo che il suo precedente proprietario non potrebbe farsene più nulla.
– La fonte delle tue informazioni è affidabile?
– Sì.
– C'è un tempo limite?
– Prima recupererai l'ampolla meglio sarà.
– Ci sono altri sulle sue tracce?
– Non qui, per ora.
Rheinart tornò ad appoggiarsi con la schiena alla sedia, che scricchiolò sotto il suo peso. Nonostante la stazza imponente, Lupo di Ferro era veloce e pronto di riflessi, ma ciò non significava che fosse rapido anche nel prendere le decisioni.
Quella era la parte del lavoro che gli piaceva meno, capire di chi fidarsi e in che misura. Cercava sempre di avere quante più informazioni possibili prima di accettare un lavoro, consapevole che la metà delle cose che sentiva era inventata di sana pianta o nascondeva tranelli.
Gli era già capitato di trovarsi nei guai per aver rubato cose che non avrebbe dovuto toccare o per essersi infilato in situazioni più pericolose del previsto ma non c'era modo di evitarlo: l'esperienza aiutava solo fino a un certo punto. E il vecchio chiaramente non gli stava dicendo tutto.
– Dov'è? – gli chiese.
Tobias abbassò la voce e si fece avanti col capo: – In un complesso di caverne sul fianco est della grande collina rocciosa. Non ci sono sentieri che portino lì, dovrai aggirare il cimitero e inoltrarti nella boscaglia. Troverai una piccola grotta nascosta dagli arbusti, ti basterà seguire l'odore delle carcasse di animali.
Gli occhi verde scuro del cercatore trapassarono il cliente.
– Qualcos'altro che dovrei sapere? – indagò accompagnando la domanda con un'espressione eloquente del viso.
Il vecchio si mosse a disagio sulla sedia e si schiarì di nuovo la gola, improvvisamente secca.
– Nelle caverne potrebbe esserci un grimlach. C'è chi dice di averlo visto e chi sostiene invece che siano tutte fandonie. A ogni modo nessuno si aggira da quelle parti.
– Tu cosa pensi?
– Io… temo che sia vero.
Rheinart fece una smorfia. Un grimlach: un ragno divoratore di cadaveri. Non esattamente la più gradevole delle compagnie, ma la vicinanza di un cimitero sembrava rendere la cosa plausibile.
– Ci sono state profanazioni di tombe?
L'altro annuì.
Lupo di Ferro grugnì. Se gli abitanti di Ostallia avessero voluto scoprire la verità sull'esistenza della creatura sarebbe bastato esplorare le caverne, ma se nessuno si azzardava a farlo voleva dire che non c'era niente che giustificasse il rischio.
A parte questo lexi che interessa tanto al vecchio… pensò Rheinart.
Non aveva mai sentito prima la parola lexi; forse Stigo ne sapeva qualcosa.
– Duecento gerche d'argento – disse infine.
Le sopracciglia di Tobias si alzarono un poco per lo stupore ma non protestò.
– Cinquanta prima del lavoro e le altre ad acquisizione compiuta – proseguì Rheinart.
– Non ho quel denaro con me ora.
Il cercatore annuì: – Domattina il mio socio si farà trovare sul retro di questa stamberga. Ha la corporatura di un bambino ma non lo è. Si chiama Stigo. Dagli il denaro, ti consegnerà una ricevuta firmata. Se tutto andrà bene mi troverai dopodomani sempre qui, con la merce. Per allora porta il resto dei soldi. Se non ci sarò vorrà dire che sarò morto e Stigo si terrà le cinquanta gerche per il disturbo. Siamo d'accordo?
Tobias rispose di sì e capì che la conversazione era terminata. Senza aggiungere altro si alzò e uscì dalla locanda sparendo tra la ressa, seguito dalla sua guardia del corpo.
Rheinart finì il boccale di birra, lasciò tre gerche di bronzo sul tavolo e si infilò il mantello. Tra i tavoli incrociò la cameriera che gli lanciò uno sguardo fugace cui lui non rispose. Doveva pensare.
L'aria fredda della sera gli aprì i polmoni e lo svegliò dall'intorpidimento dato dal fumo. Si strinse nel mantello e si incamminò lungo la fangosa strada principale, diretto all'albergo.
La case di Ostallia erano basse e con i tetti spioventi, costruzioni tipiche di quelle zone così a nord dove il clima era più rigido e la neve poteva pesare sulle abitazioni fino a sfondarle. I soffitti bassi permettevano ai fuochi di scaldare meglio gli ambienti, trattenendo il calore all'interno delle mura di legno e pietra. Strano che ci fosse tanta pietra, si disse Rheinart; si trattava tutt'al più di case di popolani o plebei. Il castello del barone sembrava abbastanza grande da poter ospitare tutti gli abitanti in caso di invasione nemica, e una simile ricchezza distribuita tra tutti quanti gli parve curiosa.
– I tempi stanno cambiando – rifletté a bassa voce in un curioso misto di malinconia e soddisfazione. – I nuovi borghesi diventano sempre più influenti e il denaro conta più del lignaggio e del sangue nobiliare.
Rheinart non era un nostalgico, quello che rimaneva di nobile nel suo sangue era stato versato molto tempo prima. Lo stesso stile di vita che aveva abbracciato era la negazione delle sue radici. Ciononostante non poteva evitare di chiedersi che cosa sarebbe successo quando la società fosse cambiata al punto da sovvertire l'ordine conosciuto. Di certo i soprusi non sarebbero terminati, si disse, sarebbero semplicemente passati di mano. La nuova ondata di arricchiti non avrebbe portato tutti i benefici che la gente immaginava; il denaro si stava trasformando in un nuovo tipo di tirannia che spesso finiva in mano a persone dannatamente pericolose.
Si strinse nelle spalle: non erano affari che lo riguardassero e in ogni caso lui non era credibile come filosofo. Ciò che contava era che ci fosse qualcuno disposto a pagare per i suoi servigi.
Poteva solamente augurarsi di continuare ad avere una piccola proprietà cui tornare alla fine di ogni viaggio. Ma se un giorno fosse tornato a casa e avesse scoperto di essere stato espropriato anche di quanto rimaneva delle sue terre, a quel punto avrebbe dovuto rassegnarsi.
La punta di amarezza che gli attraversava il petto ogni volta che si soffermava al pensiero delle sue terre non accennava a diminuire, anche a distanza di anni. Sperò che prima o poi sarebbe riuscito a liberarsi di quell'ultima parte di eredità che gli gravava nell'animo.
Ma non ci contava molto.
Giunto davanti all'alloggio, si pulì gli stivali sul rialzo di metallo di fianco all'entrata e si infilò dentro. Il custode gli fece un saluto svogliato prima di tornare a dedicarsi alle sue carte da gioco.
Salito al piano superiore, Rheinart entrò in camera e vide Stigo che spulciava come al solito le sue pergamene. Quest'ultimo si interruppe e sollevò la testa: – Allora? Di che si tratta?
Il cercatore si avvicinò, sovrastando il socio per tutta la lunghezza del busto, e tirò fuori la pergamena con il disegno dell'ampolla. Stigo la prese tra le mani e se la rigirò più volte sotto gli occhi avidi.
Con la fronte corrugata disse: – Lexi… Tu ne sai qualcosa?
Buttandosi sul pagliericcio con tutto il peso Lupo di Ferro emise un sonoro sospiro: – Speravo me lo dicessi tu. Non è compito tuo? Tobias ci paga duecento gerche d'argento, cinquanta in anticipo.
Fatti trovare domattina sul retro della locanda con una ricevuta.
Tutto contento, Stigo tornò a immergersi tra le scartoffie dando le spalle al compare.
– Visto come è andato l'ultimo incarico questa potrebbe essere la svolta prima di tornare al sud! Le tre lettere di credito che abbiamo messo insieme non sono un granché, ma con altre duecento gerche d'argento ne viene fuori un bel gruzzolo – esclamò con la sua voce leggera.
– Qualcos'altro che dovrei sapere? – chiese poi, con lo stesso tono diffidente usato prima da Rheinart.
– C'è un grimlach.
Stigo emise un fischio: – Peccato che Dahna non sia qui con noi.
– Basterò io. Tu preoccupati di scoprire cos'è questo lexi.
– Agli ordini, capo – rispose l'altro in tono irriverente.
Rheinart lo guardò: si erano conosciuti cinque anni prima e in quell'occasione lui aveva salvato la vita al piccolo ometto, mettendo in fuga un paio di briganti che lo avevano preso di mira.
Per sdebitarsi, saputo che Rheinart era un cercatore, Stigo si era offerto di mettersi al suo servizio come tesoriere e informatore e si era ben presto dimostrato l'aiutante ideale. Scrupoloso, affidabile, attaccato al denaro ma prudente, era un individuo con numerosi agganci in buona parte dei mercati leciti e illeciti di tutto il Quadrilatero. Aveva conoscenze persino tra le nuove compagnie che offrivano servizi di credito e che permettevano di depositare monete d'oro e argento in cambio di lettere da riscuotere presso altre compagnie.
La malattia che lo aveva colpito quando era ancora un ragazzo gli aveva impedito di crescere come una persona adulta e, se non fosse stato per le rughe sul volto e per i capelli grigi che già ne imbiancavano la lunga capigliatura spettinata, lo si sarebbe potuto scambiare per un gracile ragazzino. Era piccolo, Stigo, ma compensava le carenze fisiche con uno spirito straordinariamente acuto e una rete di contatti preziosi che aveva scrupolosamente costruito nel corso degli anni, scambiando favori e informazioni dovunque andasse con chiunque potesse in qualche modo tornargli utile.
L'esile schiena curva sul tavolino da lavoro, l'inseparabile tisana calda che fumava al suo fianco, rassomigliava più a una creatura uscita da un racconto di fantasia che a un uomo in carne e ossa.
Ma del resto, si disse Rheinart, lui stesso avrebbe potuto benissimo essere il personaggio di un racconto. Il suo soprannome, Lupo di Ferro, veniva già cantato dai bardi nelle loro storie e i bambini giocavano a impersonare le sue imprese più famose. Sorrise, ripercorrendo mentalmente le vicende della sua vita in un molle abbandono dovuto al lungo viaggio e alla serata passata alla locanda. Evitò di soffermarsi sugli eventi più dolorosi legati alla sua famiglia e finì per concentrarsi sul seno abbondante della cameriera bionda. Nel dormiveglia sentì Stigo dirgli ancora qualcosa, ma ben presto si addormentò.
2
Nelle caverne
Il sole di acciaio della mattina gettava una luce fredda su ogni cosa: piante, pietre, terreno.
L'inverno sarebbe stato rigido quell'anno.
Rheinart guardò dietro di sé e riuscì ancora a intravedere, oltre la curva della collina, il cimitero di Ostallia. Aveva incontrato poche persone lungo il cammino, e nessuna dopo aver lasciato il campo santo. A quanto pareva gli abitanti, credessero o meno all'esistenza di un grimlach nelle grotte, preferivano davvero non avvicinarsi. Non ne fu sorpreso. Anche se in genere le persone erano convinte che parecchie delle creature da lui affrontate nei suoi viaggi fossero semplici superstizioni, sceglievano comunque di tenersi prudentemente alla larga dai luoghi dove avrebbero potuto, in teoria, incontrarle.
– Tanto quando c'è del lavoro sporco da fare basta pagare qualcuno perché se ne occupi – borbottò.
Lupo di Ferro si chinò a esaminare delle tracce per terra, smuovendo la fanghiglia con la punta delle dita. Una breve serie di impronte, per lo più cancellate dalla pioggia, si inoltrava verso gli alberi; al centro delle impronte due strisce continue, come di un corpo trascinato per le spalle. Un indizio piuttosto concreto per chi voleva convincersi che la presenza di un profanatore di cadaveri fosse solo superstizione. In ogni caso era una pista vecchia di alcuni giorni.
Inspirò l'aria del tardo autunno e gli parve che l'atmosfera si fosse fatta ancora più fredda.
Si rialzò e proseguì il cammino.
Non ci volle molto perché trovasse quello che cercava. Come aveva detto Tobias, da un certo punto in avanti un vago odore di putrefazione gli fece da guida nel trovare l'ingresso della grotta.
Nascosta tra le sterpaglie e gli arbusti che iniziavano a mettere a nudo i loro scheletri di legno, Rheinart vide la scura cavità che si apriva su un fianco della collina. Il tappeto di foglie ramate e marroni era smosso in più punti, segno che qualcosa entrava e usciva regolarmente dall'antro.
Non dava l'idea di essere l'ingresso di una rete di caverne particolarmente grande ma sapeva per esperienza che simili valutazioni erano spesso ingannevoli.
Estrasse dalla sacca una piccola torcia di lefe: un bastone di legno trattato con l'omonima resina, la quale aveva la proprietà di bruciare consumandosi molto lentamente. Prese un acciarino e una scheggia di selce con i quali diede fuoco a un'esca collegata alla torcia. Quest'ultima ben presto si accese, emettendo il suo tipico fuoco dalle tinte violette.
Lupo di Ferro controllò le armi che portava con sé e, con circospezione, varcò l'imboccatura della caverna.
Il buio lo avvolse immediatamente e l'umidità iniziò a farsi strada sotto lo strato degli indumenti e delle placche di ferro e cuoio della corazza. Il silenzio dell'antro era rotto solo dai piccoli rumori che Rheinart produceva camminando e dallo sgocciolio dell'acqua che cadeva dai soffitti e dalle pareti. Più scendeva in profondità più le rocce diventavano lucide e presentavano una superficie liscia. Con ogni probabilità quel corridoio sotterraneo era stato scavato da un fiume in tempi antichi. Per terra però non vi erano tracce di rigagnoli, né si sentiva alcun rumore che indicasse un corso d'acqua più avanti.
Il corpulento cercatore proseguì la sua discesa con passo lento finché raggiunse un primo bivio.
Impossibile sapere dove si trovasse l'ampolla che cercava; si limitò a notare che nel passaggio di destra c'erano alcune ossa di animali, spolpate senza che vi fosse rimasto nemmeno un brandello di carne. Si diresse a sinistra, sperando di ritardare il più possibile eventuali incontri.
Per ritrovare la via del ritorno lasciò cadere a terra un piccolo cristallo di baris, una pietra dotata della proprietà di brillare al buio.
L'esplorazione durò a lungo, Rheinart camminò per alcune ore, senza trovare nient'altro che non fossero ossa e oggetti di scarso valore.
– Fin qui nessun tesoro – commentò.
Perse la cognizione del tempo ma, giunto in una caverna molto più grande, notò che la luce filtrava da alcune crepe nella volta creando delle pozze colorate sul fondo pietroso. Ne approfittò per spegnere la torcia e fare una sosta. Bevve dalla borraccia, mangiò un boccone di carne secca poi iniziò a perlustrare l'area. La grotta in cui si trovava avrebbe potuto ospitare un mercato e le pareti salivano fino a un'altezza di almeno quaranta braccia. Probabilmente di più, dato che in quei posti le formazioni rocciose sembravano spesso più piccole e vicine di quanto non fossero in realtà.
Gli sarebbe piaciuto avere Dahna al suo fianco, ma le loro strade si erano separate alcuni mesi prima e Rheinart dubitava che si sarebbero rincontrati tanto presto. Nel silenzio di quelle grotte sentiva ancora di più la mancanza dell'amica. Esplorare mondi sotterranei era sempre pericoloso, farlo da soli era una vera e propria imprudenza.
Oltre che una dannata perdita di tempo, pensò.
Come volevasi dimostrare, il complesso delle caverne si era rivelato molto più grande di quanto avesse immaginato e perlustrarlo in solitaria avrebbe richiesto forse giorni. Non c'era traccia di costruzioni umane e, se questo era un bene perché escludeva la presenza di trappole, d'altra parte la cosa rendeva difficile individuare una zona specifica dove potesse trovarsi ciò che cercava. Quelle erano semplici cavità naturali che una bestia usava come tana.
Il cercatore mise insieme le informazioni che aveva raccolto e ragionò a mente fredda: se davvero un grimlach era l'unico abitante di quelle grotte e se Tobias era convinto di trovare l'ampolla laggiù, significava che il proprietario originale del lexi era stato seppellito insieme ad esso e che la creatura aveva trafugato il cadavere portando inconsapevolmente con sé il prezioso oggetto. Probabilmente Tobias era andato alla tomba dell'uomo e, trovandola vuota, aveva tratto le sue conclusioni.
Il vecchio era stato reticente nel parlargli della creatura e lo aveva fatto solo in via incidentale, come se fosse una cosa non strettamente legata alla ricerca. Rheinart sospettò che avesse taciuto i dettagli per evitare di rivelare il nome del proprietario originario dell'ampolla.
Proprio il genere di informazioni che sarebbe stato meglio sapere prima, imprecò tra sé.
Contrasse i muscoli della mascella spigolosa: il succo del discorso era che lui avrebbe dovuto andare alla ricerca del mostro, volente o nolente.
Si guardò attorno alla ricerca di indizi che gli suggerissero la direzione da prendere e ne trovò all'estremità destra della caverna. Vicino all'imboccatura di una galleria buia giaceva un mucchio di ossa e stracci: doveva essere uno dei percorsi abituali della creatura.
Non c'era da sorprendersi che si trovassero nella zona meno illuminata: i grimlach preferivano le tenebre più profonde. Stando a quanto sapeva dovevano essere quasi completamente ciechi. Combattendo al buio lui si sarebbe trovato in svantaggio.
Si avviò con passo deciso. Attraversò lo spiazzo, accese la torcia di lefe e diede un'occhiata da vicino ai resti sulla soglia: nessuna ampolla.
Deluso, si insinuò nel passaggio e continuò la ricerca, stando ancora più attento a non fare rumore.
La galleria prese a restringersi, tanto che dovette abbassare la testa. Dopo un primo tratto in salita il percorso digradò lentamente e non smise più di scendere. L'aria divenne pesante finché il senso di oppressione al petto lo obbligò a pescare con le dita da un piccolo sacchetto di stoffa, da cui estrasse un pizzico di polvere che si portò al naso. Inspirò con forza e i sali gli aprirono subito le narici e i bronchi, permettendogli di tornare a respirare normalmente.
Superò un altro bivio e imboccò un percorso che scendeva più ripido verso le profondità rocciose; dovette aiutarsi con la mano libera per non scivolare sulle pietre umide. L'oscurità era totale, se non fosse stato per la torcia di lefe e i cristalli di baris gli sarebbe stato impossibile uscire da quel labirinto sotterraneo.
A un tratto gli giunse nuovamente alle narici odore di decomposizione, odore di cadaveri.
Si stava avvicinando a un bottino recente della creatura.
Rallentò l'andatura e istintivamente portò la mano libera a impugnare il pugnale; sarebbe stato inutile brandire la spada in uno spazio così ristretto. Passo dopo passo si spinse avanti, seguendo l'odore sgradevole che si intensificava. In quella parte della caverna non si udiva nemmeno lo sgocciolio dell'acqua, la quiete era totale. Era come essere sepolti vivi.
Rheinart sentiva distintamente il rumore provocato dalla torcia e dal proprio fiato. Sapeva di costituire un bersaglio facile ma non poteva fare altrimenti. Contava sulla repulsione che, si diceva, i ragni saprofagi provassero nei confronti della luce; avrebbe potuto sfruttare la torcia come un'arma o uno scudo. Tuttavia non ci contò troppo.
Il passaggio terminava in una nicchia più ampia. Appena Rheinart vi mise piede alcune ossa marcite scricchiolarono sotto il suo stivale. Si fermò all'istante e sporse in avanti il braccio per illuminare la zona. Sembrava una camera priva di uscite, il pavimento era cosparso di mucchi di ossa spezzate e rosicchiate, affastellate alla rinfusa insieme agli abiti dei loro proprietari umani, alle pellicce degli animali e agli escrementi. Si rassegnò all'idea di dover rovistare in mezzo a quel tappeto di schifezze per recuperare l'ampolla.
Mentre aguzzava la vista, sperando di individuare un luccichio alla luce del fuoco violaceo, notò con la coda dell'occhio qualcosa che si muoveva alla sua destra. La parete di pietra ondeggiò e una schiena grigia e ossuta si staccò dalle rocce.
Rheinart reagì d'istinto e puntò la torcia verso la creatura: questa sollevò la testa deforme dagli occhi opachi ed emise un grido stridulo attraverso le fauci dentate. Una zampa lunga e nodosa si abbatté dall'alto e strappò di mano a Rheinart la sua torcia facendola cadere in un angolo della tana.
Le altre zampe si avventarono su di lui, rimbalzando contro le placche di metallo e cuoio e trovando varchi per raggiungere la carne nascosta sotto.
Lupo di Ferro menò fendenti e rovesci cercando di staccare da sé il grimlach, ma questi gli cadde letteralmente addosso e cercò di schiacciarlo impedendogli i movimenti.
Era più grande di quanto immaginasse, molto più di un uomo, e anche più forte. Gli artigli usati per scavare nella terra in cerca di cadaveri gli tagliarono la pelle e lacerarono cuoio e stoffa. Il pugnale non era un'arma sufficiente a respingerli.
Rheinart riuscì a piegare una gamba sotto il corpo del mostro e facendo appello a tutta la sua forza lo spinse via, mandandolo a sbattere contro la parete. Approfittò dei brevi istanti in cui il grimlach si riprendeva dallo stordimento per estrarre la spada e mettere un po' di distanza tra loro. La creatura non gli si scagliò subito contro ma rimase rintanata in un angolo, proteggendo i suoi numerosi occhi lattiginosi dalla flebile luce violacea della torcia caduta.
Lupo di Ferro studiò il grimlach agitarsi e stridere tra le ombre proiettate verso l'alto. Era un grottesco incrocio tra un essere umano e un ragno: la pelle grigia, quasi albina, gli arti lunghi e ricurvi, la bocca stranamente sottile, la dentatura storta e prominente. Rheinart fece un paio di finte con la spada per verificare le sue reazioni ma la risposta fu immediata, il grimlach scattò come un fulmine e consumò la breve distanza che li separava in un baleno.
Il cercatore tentò un affondo ma ferì l'addome del mostro solo di striscio. Quest'ultimo invece lo afferrò per le spalle e lo fece cadere spingendolo all'indietro. Per pura fortuna Rheinart non sbatté la testa contro le rocce e riuscì a tenere a bada le fauci della creatura respingendola con braccia e gambe. La differenza di forza era evidente e nel giro di poco tempo la resistenza dell'uomo si sarebbe esaurita, segnando la sua fine.
Lupo di ferro si azzardò a tenere impegnato l'aggressore con un braccio solo mentre con l'altro andò alla ricerca di un'arma con cui porre fine alla lotta. Occupato a schivare le mandibole del ragno antropomorfo che si chiudevano a scatti con rumori orribili a pochi centimetri dal suo volto, trovò infine quello che cercava. Le sue dita si strinsero attorno al pungiglione, l'arma che preferiva per il corpo a corpo. Con un rapido movimento conficcò la piccola piramide di metallo nello sterno del mostro, che emise un verso soffocato. Ripeté gli affondi in rapida sequenza, in un assalto frenetico, e il pungiglione affondò senza difficoltà nelle carni del grimlach, trapassando muscoli e ossa.
Le ferite venivano divaricate dall'arma stessa, appuntita in cima e più larga alla base, man mano che questa veniva piantata fino in fondo. Il sangue sgorgò a fiumi addosso a Lupo di Ferro e la creatura gli vomitò in faccia saliva, bile e sangue. La sue convulsioni divennero isteriche mentre si dimenava in un estremo tentativo di strappare la vita all'invasore umano. Infine si placò, fino ad arrestarsi del tutto e cadde riversa al suolo, intrappolando sotto il suo peso le gambe di Lupo di Ferro.
Nel ritrovato silenzio della tana, schiacciato sopra cumuli di ossa e stracci, Rheinart annaspò per diversi minuti in cerca di aria, in attesa che il cuore si calmasse. Aspirò un altro pizzico dei sali che portava con sé e l'odore della tana gli fece venire dei conati. Quando la testa smise di girare cercò di capire se si fosse rotto qualcosa e quanto gravi fossero le sue ferite. Liberò con prudenza le gambe e si tastò la caviglia destra: niente di rotto per fortuna, solo una brutta storta. Finché non si fosse tolto gli stivali sarebbe stato in grado di camminare. Le braccia e le spalle erano ricoperte di tagli, riusciva a vederli attraverso i brandelli della camicia rosso scuro e della mantella ocra, ma non erano gravi. Discorso diverso per il fianco. Uno degli artigli vi si era conficcato in profondità, anche se fortunatamente non sembrava avergli preso la milza. Estrasse un unguento da un piccola fiaschetta per disinfettare le ferite e si concesse del tempo per ricucire il buco nel fianco e fermare l'emorragia. Strinse i denti e finì la medicazione.
– Ora troviamo questa maledetta ampolla – disse alla fine.
Il suono della sua voce roca nelle profondità della caverna lo mise a disagio e lo spinse a terminare al più presto la sua permanenza in quel luogo.
Passò quella che gli parve un'eternità a rovistare tra gli avanzi dei pasti del grimlach, senza trovare niente che assomigliasse anche solo vagamente a quello che cercava. Stava quasi per arrendersi quando gli venne in mente che l'ampolla poteva trovarsi proprio sotto il corpo della creatura appena eliminata. Facendo leva sulla gamba sana, afferrò il cadavere e lo fece rotolare sul fianco fino a mandarlo a sbattere contro la parete in fondo.
I suoi sforzi furono premiati: sepolto sotto un cumulo di stracci rinvenne un teschio dalla calotta cranica frantumata. Al suo interno, finito lì chissà come, un piccolo contenitore trasparente brillava alla luce della torcia di lefe.
Rheinart lo rigirò tra le dita, studiandone la fattura. Era un oggetto raffinato, lavorato con cura.
Il cristallo era stato scolpito in decine di sottili sfaccettature e brillava alla luce del fuoco; la sua superficie era priva di impurità, la trasparenza perfetta.
– Per fortuna sei anche resistente – commentò ironico.
Cercò di capire cosa fosse il liquido che conteneva. Il colore era blu chiaro, di una tinta omogenea. Sembrava una sostanza più densa dell'acqua e non riusciva a guardarvi attraverso. Non aveva mai visto niente di simile prima.
Decise che per il momento ne aveva saputo abbastanza.
Intascò l'ampolla e con il coltello recise la testa del grimlach che infilò in una sacca appesa alla cintura. Dopo di che si mise a percorrere a ritroso la via fatta per giungere fin lì, seguendo la traccia dei cristalli di baris che aveva lasciato cadere a terra.
La risalita della galleria fu faticosa a causa della storta alla caviglia. Sentiva già il gonfiore premere contro lo stivale e fu costretto a fare più di una sosta per dare requie anche al fianco. Quando ritrovò l'ampio spiazzo illuminato dalle crepe del soffitto scoprì che adesso la luce era appena un tenue bagliore. Era scesa la sera. Quasi nello stesso momento la piccola torcia di lefe si spense, dopo un'intera giornata di servizio.
Il cercatore si calò sul fondo dell'antro, attraversò lo spiazzo e, piazzatosi di fronte al passaggio da cui era disceso qualche ora prima, si sedette per recuperare le forze. Controllò le ferite e si tastò la caviglia sempre più dolorante. Una volta accertato che la situazione non era così grave da debilitarlo, bevve un sorso d'acqua e stava per accendere una nuova torcia per rimettersi in marcia quando udì uno scricchiolio sinistro provenire dall'altra parte della caverna. Si immobilizzò immediatamente, sentendo un rivolo di sudore colargli lungo la schiena. Si guardò attorno con circospezione e intuì, più che vedere, un movimento al limitare di un'altra galleria. Un paio di arti nodosi facevano capolino tra le ombre.
Era stato uno sciocco. Cosa gli aveva fatto pensare che in quelle caverne ci fosse un solo grimlach?
In quel momento la creatura non sembrava averlo ancora notato, ma sarebbe stata questione di attimi. Muovendosi con la massima attenzione prese un piccolo sacchetto di cuoio da cui sporgeva una corta miccia e tolse di tasca l'acciarino. Non avrebbe avuto il tempo di accendere la torcia, perciò avrebbe dovuto proseguire al buio per un lungo tratto, sfruttando la breve illuminazione che l'esplosione della polvere pirica contenuta nel sacchetto gli avrebbe concesso.
Il ragno che stazionava nei pressi dell'imboccatura della galleria voltò d'un tratto la testa nella sua direzione ed emise un grido stridulo. Lo aveva visto, o più probabilmente aveva sentito il suo odore.
Rheinart non perse tempo e colpì ripetutamente la selce con l'acciarino. Dopo tre o quattro tentativi la miccia si accese sotto le scintille.
Il grimlach, disturbato da quella fonte luminosa, si precipitò verso l'intruso con una velocità sorprendente. Rheinart attese l'ultimo secondo utile per scagliare il sacchetto di cuoio davanti alla creatura. L'esplosione non si fece attendere e il rumore fu assordante.
Il ragno emise un urlo talmente orribile da fargli accapponare la pelle, dopo di che si ritrasse accecato dalle fiamme, ferito e ustionato. Lupo di Ferro, che già gli dava le spalle, sfruttò gli ultimi istanti di luce per individuare la strada da prendere poi si buttò a capofitto nel passaggio, ignorando le fitte di dolore.
Non era sicuro di riuscire a sopravvivere a un altro combattimento con uno di quei mostri, la sua migliore speranza era allontanarsi il più possibile e pregare che il ragno perdesse interesse nei suoi confronti.
Così non fu.
Rheinart ebbe appena il tempo di fare un centinaio di passi e di accendere una seconda torcia che sentì dietro di sé il raschiare degli artigli contro le rocce. Il mostro era furioso.
Quando il suono fu così vicino da dargli l'impressione che gli artigli avrebbero potuto infilzarlo da un momento all'altro, si girò e tese in avanti la torcia come se fosse una lancia.
Il muso del grimlach, che già recava segni di bruciature, si contrasse in una smorfia ripugnante davanti alla fiamma violacea e Rheinart scagliò un coltello da lancio. La lama si conficcò in uno degli occhi del ragno che però, gridando di dolore, invece di arretrare spiccò un balzo contro di lui, atterrandolo come già aveva fatto il suo simile.
L'impatto e la sorpresa tolsero il fiato dai polmoni del cercatore, che annaspò per cercare di riprendere il controllo della situazione prima che fosse troppo tardi. Questo esemplare era anche più grosso dell'altro e affrontarlo sul piano della forza fisica sarebbe stata una follia.
Guidato dal suo istinto, Lupo di Ferro scivolò verso il basso, spingendosi verso le zampe posteriori della creatura e sgusciandole sotto il ventre. Estrasse il pugnale e lo rivolse verso l'altro, aprendo uno squarcio lungo tutto l'addome del mostro.
Fu investito da una pioggia di umori, sangue e viscere. A occhi chiusi si rialzò in piedi alle spalle del grimlach e gli si gettò sopra, conficcandogli il coltello nella schiena quasi umana. Affondò la lama tre, quattro, cinque volte, finché anche questo secondo mostro non smise di dimenarsi e si accasciò esanime al suolo.
A causa della superficie liscia delle pietre, rese ancor più scivolose dal sangue, uomo e ragno presero a slittare verso il basso in una corsa che sembrava dovesse riportare entrambi nella grande caverna che avevano appena abbandonato. Temendo potessero esserci altre creature ad aspettarlo, Rheinart puntò la gamba destra contro un masso sporgente e arrestò la caduta a prezzo di una stilettata di dolore che partì dalla caviglia e risalì tutto il corpo fino a esplodergli in testa.
Si fece da parte rotolando su un fianco e lascio che il grimlach proseguisse la sua corsa verso le profondità della grotta.
Senza aspettare di riprendere fiato, Rheinart recuperò la torcia e si diede alla fuga, sperando che nient'altro si mettesse al suo inseguimento.
La risalita fu penosa: fiaccato nel corpo e appesantito dalla testa di grimlach appesa alla cintura, Lupo di ferro guadagnò ogni bracciata verso la superficie con tenacia, lottando a ogni passo. Quando finalmente intravide un leggero chiarore davanti a sé e sentì sul viso un refolo di vento freddo, si azzardò a spegnere la torcia e si concesse un sorriso.
Sbucò all'aperto, davanti alla distesa di foglie morte che tappezzavano l'ingresso della caverna.
Il sollievo fu intenso, anche per uno come lui abituato a imprese di ogni genere. Alzò lo sguardo e vide che la notte era stellata, priva di nuvole. Lo prese come un regalo fattogli da madre natura.
Era rischioso sostare nei pressi delle segrete e prima che la stanchezza prendesse il sopravvento si incamminò verso il cimitero. Lungo la strada continuò a rimproverarsi per la sua imprudenza: aveva corso un grande rischio. Eppure non riuscì a evitare di provare una certa soddisfazione per la missione compiuta.
– Un'altra storia di Lupo di Ferro! Cantate, oh bardi, le nobili gesta del castiga nobili! Il conquistatore delle segrete sotterranee! Il fulvo cercatore!
Colto da un'euforia improvvisa, Rheinart si mise a cantare a pieni polmoni, liberandosi della tensione accumulata.
Mentre zoppicava in direzione di Ostallia si sentiva felice: l'ampolla era recuperata, la testa del mostro giaceva in un sacco appeso al suo fianco e l'indomani avrebbe riscosso la bellezza di centocinquanta gerche d'argento. Anche Stigo sarebbe stato soddisfatto.
– Che cosa? Morto!?
Stigo annuì, costernato: – Assassinato questa notte. Così hanno detto.
– Vorresti dire che l'uomo che mi ha assunto per recuperare questa stramaledetta ampolla è stato ammazzato mentre io combattevo contro due ragni saprofagi sottoterra!?
Il piccolo socio di Lupo di Ferro ebbe un moto di stizza: – Cosa vuoi che ti dica? Che non è vero? Una serva lo ha trovato nelle sue stanze con la gola tagliata, insieme alla sua guardia del corpo. Stamattina sono andato a riscuotere il resto del compenso. Quando ho visto che non si presentava all'appuntamento mi sono fatto dire dove abitava e sono andato a cercarlo. C'era una gran ressa di curiosi: a quanto pare era un individuo piuttosto popolare da queste parti. In mezzo alla confusione sono riuscito a capire quello che era successo. Ho anche visto la serva che ha trovato il corpo, una ragazzina pallida come un cencio che non riusciva nemmeno a reggersi in piedi tanto era sconvolta.
Stigo allargò le braccia: – Nessuno sa chi sia stato. Sembrano tutti sconvolti per questa morte improvvisa. Forse il vecchio nascondeva dei segreti che i suoi amati concittadini non sospettavano nemmeno, sai come gira il mondo…
Notò l'espressione assorta del cercatore: – Ma tu non mi stai a sentire.
– Credi che la sua morte sia collegata con l'incarico che ci ha affidato? – chiese Rheinart senza guardarlo, ancora seduto sul pagliericcio.
– Ci ho pensato, ma con le informazioni in nostro possesso ogni mia congettura vale quanto le tue. Cioè niente.
Rheinart si passò la mano su mento e guance, pensieroso: – Forse dovrei incontrare il barone di Ostallia. Probabilmente gli farebbe comodo sapere…
Stigo strabuzzò gli occhi: – Dico, sei impazzito?
L'altro lo guardò, sorpreso.
– Con la fama che ti sei fatto presso la classe nobiliare sarebbe già tanto che non ti mettesse ai ceppi accusandoti dell'omicidio di Tobias, solo per il gusto di sbarazzarsi di te. Guarda che ti conoscono anche da queste parti. No amico mio, stai alla larga dai nobili, è meglio per tutti. Anzi… – si alzò in piedi – faremmo meglio a lasciare questa città il prima possibile. Un po' hai dormito. Riesci a camminare?
Stigo si mise a impacchettare le sue poche cose nel piccolo baule che si portava sempre dietro, lanciando di tanto in tanto al compagno occhiate eloquenti per suggerirgli di fare altrettanto.
Rheinart arricciò le labbra, ancora assorto nei suoi pensieri.
– Forse hai ragione. Ciò non di meno andrò prima a parlare con il capitano delle guardie.
Si levò a sedere e si tastò la caviglia gonfia. Stigo si fermò e fece per ribattere, ma prima che potesse aprire bocca fu interrotto.
– Non temere, con i soldati non ci saranno problemi, non hanno sangue blu. – Gli fece l'occhiolino. – E poi, potrei riuscire a vendere la testa del grimlach per qualche gerca. Dopotutto non è stata un'impresa molto proficua per noi, questa.
L'espressione corrucciata che si dipinse sul viso del compare assicurò Rheinart di aver toccato la corda giusta per convincerlo.
Non attese oltre e, appena finito di vestirsi e fasciarsi la caviglia, uscì zoppicando dall'alloggio. Lungo la strada ripensò a Tobias e alla sua morte improvvisa. È vero, si era comportato con fare circospetto l'altra sera alla locanda, ma era abbastanza comprensibile visto che molti di quelli che si rivolgevano a lui per concludere affari si comportavano così. Non significava niente.
Eppure…
Continuava a tornargli in mente la risposta che il vecchio gli aveva dato quando lui gli aveva chiesto se ci fossero altre persone in cerca dell'ampolla.
Non qui, per ora…
Non prometteva niente di buono.
Aveva l'impressione di essersi infilato in una brutta storia.
3
Prede e cacciatori
Rheinart e Stigo procedevano fianco a fianco lungo la via alberata, diretti a ovest.
Si erano lasciati alle spalle la pietrosa Ostallia e procedevano in silenzio sulle loro cavalcature: Rheinart a schiena dritta, Stigo ingobbito sotto il peso del suo baule.
Il cercatore indossava i colori del tardo autunno: l'ocra del mantello, il marrone delle protezioni in cuoio e dei calzoni, il nero delle placche di metallo e il rosso cupo della camicia. I suoi colori si confondevano con il tappeto di foglie morte che ricopriva la via, i suoi capelli ramati ondeggiavano al vento come le fronde morenti degli alberi che spiavano il passaggio dei due soci in affari.
In realtà, rifletté Rheinart, nel corso delle loro avventure Stigo era diventato qualcosa di più di un socio, tanto da permettersi, con i suoi modi arguti e ironici, delle insolenze che il cercatore non avrebbe concesso a nessun altro.
– Dovevi proprio andare a stuzzicare il capitano delle guardie? – borbottò Stigo.
– Avremmo fatto meglio ad andarcene a gambe levate questa mattina, quando lo dicevo io. Adesso rischiamo che quelli ci vengano dietro perché pensano che siamo fuggiti. Insomma chiariamoci, nessuno apprezza il denaro più del sottoscritto, ma non potevi limitarti a vendere al mercato la testa del ragno senza indagare sulla morte di Tobias?
Il cercatore fece un sorriso sghembo: – Non sei tu quello che dice sempre che l'informazione è la prima arma per rimanere vivi? Pensavo saresti stato d'accordo.
– Ritiro quello che ho detto. La prima arma per rimanere vivi è levarsi dalle scatole quando c'è puzza di bruciato.
– Senti, se Tobias è morto a causa del lexi allora siamo in pericolo anche noi. È meglio essere pronti a tutto – insistette Rheinart.
– È meglio essere altrove – concluse l'altro accelerando il passo.
Proseguirono per alcuni minuti lungo la strada, scansandosi per lasciar passare i pochi carri che si dirigevano verso Ostallia. I viandanti erano rari e questo diede modo a Rheinart di riflettere con calma su quanto gli era stato detto dal capitano in città.
– Brutta faccenda quella di Tobias, signore. Ma perché dovrei rispondere alle domande di un forestiero?
Il tono con cui il capitano aveva detto la parola signore aveva fatto capire a Rheinart che non era minimamente intimorito dal suo aspetto. La corporatura e gli armamenti da mercenario di Lupo di Ferro erano sufficienti ad assicurare un effetto intimidatorio sulle persone con cui parlava. Quell'ufficiale sembrava invece avvezzo a tener testa a chiunque si trovasse di fronte, e il fatto che il cercatore lo avesse approcciato nel cortile del quartier generale delle guardie cittadine gli aveva garantito una posizione di forza. Non appena il nuovo arrivato aveva iniziato a fare domande su Tobias, il capitano era diventato sospettoso e aveva iniziato a indagare chiarendo immediatamente il suo punto di vista: un forestiero grande e grosso che girava armato fino ai denti per le strade di Ostallia poteva benissimo essere il primo sospettato della morte violenta di uno dei loro più stimati concittadini.
– C'è chi dice di avervi visto insieme alla locanda del Guercio due sere fa. Di cosa avete parlato? – gli aveva domandato con tono da interrogatorio.
Rheinart aveva spiegato brevemente chi fosse, perché si trovasse a Ostallia e di cosa avesse parlato con Tobias, omettendo qualsiasi dettaglio ritenesse di dover tenere per sé.
Nel sentire il suo nome il capitano aveva mutato un poco atteggiamento, divenendo meno ostile. A quanto pareva Lupo di Ferro era popolare ovunque, proprio come aveva detto Stigo.
Il capitano aveva accompagnato Rheinart nella sala delle deposizioni, una stanza ben illuminata ma povera di mobilio in cui venivano accolte le persone che si rivolgevano alle autorità per chiedere aiuto.
Una volta accomodatosi sull'unica sedia disponibile presso un tavolo ingombro di carte, Lupo di Ferro aveva notato con la coda dell'occhio che una guardia si era messa davanti alla porta. Per un attimo aveva sospettato che volessero portarlo al cospetto del barone di Ostallia per rimettersi al suo giudizio, ma evidentemente non doveva correre buon sangue tra il signore locale e il consiglio cittadino perché, durante il colloquio, il capitano non nominò mai il barone. I soldati facevano parte della milizia al servizio dei consiglieri, gli aveva detto l'ufficiale, e come in molte altre parti del Quadrilatero anche lì la classe nobiliare se ne restava sempre più in disparte mentre le gilde e i mercanti gestivano autonomamente i problemi di ordine pubblico.
Morale della favola: della morte di Tobias si sarebbe occupato il consiglio.
La cosa aveva tranquillizzato Rheinart, perché in genere i consigli cittadini erano più lenti e più prudenti nel prendere le decisioni.
A ogni modo era stato trattenuto per tutta la mattina, costretto a rispondere a domande sui suoi spostamenti e su quelli del suo piccolo socio. L'ufficiale si era mostrato particolarmente interessato all'incontro con il ragno saprofago e il cercatore aveva esibito la testa del grimlach, togliendosi la soddisfazione di veder mutare l'espressione di quel soldato tutto d'un pezzo in una smorfia di disgusto appena ebbe sentito il lezzo del macabro feticcio.
Rheinart si era offerto di lasciarglielo come prova ma il capitano aveva rifiutato la generosa offerta. Aveva invece chiesto se la sua ricerca fosse andata a buon fine. Seguendo l'istinto, Rheinart aveva risposto che la spedizione era stata un fiasco e che stava appunto recandosi da Tobias per informarlo dell'insuccesso quando aveva scoperto che il suo cliente era stato assassinato.
Credesse o meno alla sua storia, quando ebbe avuto conferma dal locandiere che quanto Rheinart aveva riferito sui suoi movimenti corrispondeva alla verità e quando la servitù di Tobias ebbe dichiarato di non averlo mai visto prima, il capitano si era deciso a lasciarlo andare.
Mentre stava prendendo congedo, il capitano lo aveva trattenuto sulla soglia della stanza delle deposizioni con un'ultima considerazione.
– Tobias era uno dei nostri ed era un uomo rispettato. Qualcuno pagherà per quello che gli è stato fatto. Per il momento vi chiedo di non lasciare la città.
Guardandone l'espressione seria, Rheinart era stato certo che se lui non fosse stato il celeberrimo Lupo di Ferro quell'ufficiale non si sarebbe fatto scrupoli a sbatterlo in cella fino alla fine delle indagini. Tuttavia la sua nomea di castiga nobili lo metteva in una luce molto favorevole agli occhi della gente comune, e chiudere in cella un eroe popolare senza uno straccio di prova avrebbe dato al capitano più grattacapi che altro.
Senza indugiare oltre il cercatore si era allontanato il più velocemente possibile.
Si era diretto al mercato dove aveva venduto per dieci gerche d'argento la testa del grimlach. Il mercante lo aveva trattenuto per qualche minuto, giusto il tempo necessario affinché un disegnatore lo ritraesse in posa eroica con la testa mozzata del mostro sollevata in alto.
– Così potremo autenticare la testa con la vostra firma sul ritratto e vendere altre copie del disegno ai vostri numerosi ammiratori – gli aveva detto l'uomo toccandosi i baffi esageratamente lunghi.
I modi untuosi del mercante non erano piaciuti al cercatore, ma rientravano nel folclore di una categoria umana con cui aveva a che fare da diversi anni. Aveva accettato quell'ulteriore ritardo per un'altra gerca d'argento e perché, come aveva appena avuto modo di constatare, farsi amici i propri ammiratori poteva essere una leva utile da usare a proprio vantaggio per togliersi da situazioni spiacevoli.
– …Tu che ne pensi?
La domanda di Stigo strappò Rheinart dalle sue riflessioni e lo riportò al presente.
– Cos'hai detto? Non stavo ascoltando – ammise candidamente.
Il compare scosse la testa e i capelli grigi si agitarono davanti al volto affilato.
– Stavo dicendo che dovremmo provare a far visita al vecchio Brogas, per vedere se sa qualcosa dell'ampolla. È il contatto migliore che io abbia da queste parti.
Rheinart sorrise ironico, guardandolo dall'alto: – Pensavo ti volessi liberare del bottino il prima possibile.
Stigo si strinse nelle spalle: – Come hai fatto notare tu, questa impresa ci ha fruttato meno del previsto: sessantuno gerche d'argento tra l'anticipo di Tobias e la vendita del tuo macabro trofeo. Se vogliamo vendere il lexi a un prezzo adeguato dobbiamo prima sapere di cosa si tratta.
– Molte persone avrebbero qualcosa da ridire sul fatto che sessantuno gerche d'argento siano un magro bottino – osservò Lupo di Ferro.
– Ti metti a fare il filosofo, adesso? Sai benissimo quanto costi l'attrezzatura che ci serve e quanto sia oneroso mantenere quel che resta di casa tua. Per non parlare dei rischi che corri ogni volta accetti un incarico. E soprattutto: dovrò pur procurare ai miei figli qualcosa da mettere in tavola – disse l'altro stizzito.
Rheinart si divertì a punzecchiare il socio sul tasto che lo irritava di più: – Se ne è aggiunto qualcuno ultimamente? A che numero sei arrivato?
Stigo rispose in un brontolio: – Dal momento che passo la maggior parte del tempo insieme a te mi dici quando avrei la possibilità di farne uno? È da quando mi hai trascinato in questo viaggio al confine settentrionale che non vedo Lydia. Se si è aggiunto un altro figlio non è certo mio.
– Tranquillo, non credo che alla tua donna manchi così tanto la tua compagnia da spingerla tra le braccia di un altro uomo per la disperazione. Lydia è talmente indipendente che non avrà nemmeno notato la tua assenza.
– E meno male! Con la vita che mi fai fare se ne sarebbe già andata da un pezzo, altrimenti. Però non voglio mettere alla prova la sua pazienza più del necessario, siamo intesi? E a questo proposito: io dico che è ora di tornarcene al sud. Tu alla Rondine e io ai Due Fiumi.
– Se è per questo nemmeno io ho voglia di passare l'inverno quassù. Sei tu che vuoi andartene a trovare Brogas.
– Per il lexi! – riprese Stigo petulante. – È meglio saperne qualcosa in più o rischiamo di venderlo alle persone sbagliate. Se qualcuno ha ucciso Tobias per averlo è meglio essere prudenti. Appena avremo le idee più chiare leveremo le tende.
– Parlando di persone sbagliate… dici che quelli cercano noi?
Davanti a loro, in corrispondenza di un piccolo spiazzo a lato della carreggiata, sostavano cinque uomini armati dalla testa ai piedi insieme ai loro cavalli, in attesa. Non avevano divise né armature riconoscibili: mercenari o briganti. Rheinart adocchiò subito quello che doveva essere il capo: un uomo alto e biondo che stava al centro del gruppo e che, a differenza degli altri, indossava un mantello e una appariscente armatura di colore verde scuro.
I cinque li videro avvicinarsi ma rimasero fermi dove si trovavano.
Stigo e Rheinart proseguirono rallentando l'andatura: sarebbe stato inutile scappare e c'era ancora l'esile speranza che quegli uomini non fossero lì per loro.
Quando furono a poche braccia di distanza, il capo della combriccola si staccò a piedi dagli altri e si piantò in mezzo alla strada, alzando un braccio per fermarli.
Speranza svanita, pensò rassegnato Rheinart.
– Buongiorno signori, chiedo un attimo della vostra attenzione. Il mio nome è Ostaf, sono un cavaliere al servizio del duca Berched, il potente signore di Ferstallia. Al mio padrone è stato recentemente sottratto un bene prezioso ed egli ora lo cerca con ogni mezzo. Se foste così gentili da fornirci qualunque informazione in vostro possesso, sapremmo ricompensarvi adeguatamente.
– Dieci a uno che abbiamo trovato gli assassini di Tobias – sussurrò Stigo senza muovere le labbra.
– Come dite, prego? – chiese l'uomo alzando appena il capo.
– Il mio compare dice che non sappiamo di cosa parliate. Veniamo dalle regioni a sud e solo da poco viaggiamo attraverso queste terre di confine. Dubito che vi saremo di qualche utilità ma se ci dite esattamente cosa cercate faremo il possibile per aiutarvi – rispose ad alta voce Rheinart.
In cuor suo concordava con Stigo: al di là dell'apparente cortesia, l'individuo che avevano davanti era chiaramente un assassino, abituato a sporcarsi le mani di sangue. Sotto la corta capigliatura bionda gli occhi privi di luce tradivano un'indole spietata, e dall'armatura a tinte verde scuro fuoriuscivano delle punte acuminate che non lasciavano dubbi su quali fossero i metodi abituali di quell'uomo.
Il cavaliere esibì un sorriso glaciale.
– Credo che possiamo smetterla con questa buffonata, sapete benissimo a cosa mi riferisco. Voi avete rubato un'ampolla che non vi appartiene e ora dovete restituirla. Scendete da cavallo – intimò.
I due soci si guardarono. Inutile voltarsi e scappare verso la città, sarebbero stati raggiunti in un baleno. Peggio ancora: sarebbero stati un bersaglio perfetto non appena avessero mostrato la schiena a quegli individui.
Smontarono dalla sella.
Contemporaneamente gli scagnozzi di Ostaf lasciarono le loro cavalcature sul ciglio della strada e si affiancarono al loro capo.
– Chi ci garantisce che siate voi i legittimi proprietari? – chiese Rheinart in tono di sfida, senza più negare l'accusa.
– Il fatto che noi siamo cinque e voi due. Anzi, uno e mezzo – ridacchiò l'altro.
Il cercatore, sentendo Stigo inspirare per la rabbia, fece un passo in avanti in modo da coprire la visuale che il gruppetto aveva del socio.
– Potete tenervi i soldi che avete guadagnato, non ci interessano. È un'offerta ragionevole: ci date quello che vogliamo e vi lasciamo andare – insistette il cavaliere in armatura verde.
Rheinart non credette nemmeno per un istante che fossero parole sincere. Se il lexi era stato seppellito insieme al suo originario padrone, questo duca vantava diritti che in realtà non possedeva e si sarebbe preso con la forza ciò che desiderava. Se invece il morto aveva davvero derubato il nobile, quest'ultimo non si sarebbe fatto alcuno scrupolo pur di riavere quanto gli spettava.
In entrambi i casi per lui e Stigo non c'erano altre vie d'uscita.
Tuttavia le loro possibilità di cavarsela erano piuttosto basse. In condizioni normali lui sarebbe riuscito a battere quattro o cinque avversari, ma la lotta nelle caverne lo aveva debilitato: la ferita al fianco era ancora fresca e con la caviglia in quello stato non sarebbe stato in grado di muoversi con agilità.
– Ultimo avviso – disse Ostaf portando la mano all'elsa della spada.
– Sai chi stai minacciando? – domandò il cercatore per prendere tempo.
– Oh sì, so chi sei, Lupo di Ferro. E la cosa non mi turba affatto.
Il cavaliere fece un cenno a due dei suoi. Questi avanzarono con le armi in pugno, rispettivamente un'ascia e un lungo coltello.
Inaspettatamente fu Stigo ad attaccare per primo. Approfittando della copertura fornitagli da Rheinart, il piccolo contabile estrasse dalla borsa due sacchetti di stoffa che lanciò con tutta la sua forza ai piedi degli aggressori. I sacchetti si aprirono in volo e liberarono delle nubi di polvere finissima che, mischiandosi nell'aria, diedero origine a una coltre scintillante che accecò gli uomini. Veloce come un lampo, Lupo di Ferro fu addosso agli aggressori e menò un fendente contro l'uomo armato di ascia troncandogli di netto la clavicola fino a raggiungere il cuore, mentre con un pugnale infilzava l'altro in pieno petto.
Non volendo perdere il momento favorevole, proseguì la sua azione e superò in un balzo la nuvola di fumo. Attaccò Ostaf. Questi però si fece trovare pronto e incrociò la lama con il cercatore. Rheinart tentò un secondo affondo con il pugnale ma Ostaf si spostò a sinistra e spinse la spada dell'avversario con la propria verso terra, in un movimento fluido. Sfruttando il vantaggio sferrò una testata a Lupo di Ferro centrandogli un sopracciglio e, approfittando dello sbilanciamento di quest'ultimo, gli fece uno sgambetto e lo mandò gambe all'aria.
Il colpo ricevuto e l'impatto col suolo annebbiarono la vista di Rheinart che solo per puro istinto riuscì a parare il successivo fendente. Rotolò su un fianco e tentò di rimettersi in piedi ma un colpo alle spalle lo fece crollare di nuovo in ginocchio.
Uno dei due sgherri superstiti si era avvicinato di soppiatto e lo aveva percosso con una specie di clava. Ostaf si fece avanti ancora e tentò un affondo. Rheinart deviò con la spada ma non poté evitare che la lama entrasse di striscio nel fianco già ferito. Sentì immediatamente il sangue che riprendeva a scorrere sotto la camicia.
Con uno sforzo rotolò sulla destra ed evitò l'abbattersi della clava, che si schiantò sul terreno producendo un rumore sordo. Il cercatore gettò uno sguardo fugace verso Stigo e vide che anche il socio si trovava in difficoltà: svanita la sorpresa iniziale, l'altro sgherro lo aveva costretto con le spalle contro un albero e si avvicinava minaccioso. Stigo non sarebbe stato in grado di cavarsela in un corpo a corpo, la differenza fisica con il suo avversario era schiacciante.
Rheinart avrebbe dovuto risolvere in fretta il suo duello per poterlo soccorrere.
Ostaf lo incalzò con ulteriori affondi mentre l'uomo armato di clava restava a guardare, in attesa del tempo giusto per intervenire. Il cavaliere in armatura verde era veloce e preciso, i suoi attacchi rapidi e potenti. Lupo di Ferro non sarebbe riuscito a resistere a lungo, presto la caviglia si sarebbe irrigidita al punto da bloccargli i movimenti. Quando un rivolo di sangue colò dal sopracciglio spaccato e lo accecò, la spada di Ostaf trovò un varco nella sua guardia e lo colpì al petto. Fu la placca di metallo a salvargli la vita, ma il colpo gli fece perdere l'equilibrio. Per evitare di cadere si puntellò con la gamba destra e una fitta di dolore gli attraversò il corpo. Perse la presa sulla spada e Ostaf divenne ancora più aggressivo: attaccò, convinto di avere la vittoria in pugno.
Rheinart gli rubò il tempo e lo anticipò con un pugno d'incontro che si infranse contro la sua bocca. Il cercatore approfittò dell'attimo di respiro per scagliare il coltello che teneva in mano contro la schiena dell'uomo che incombeva sull'ormai sconfitto Stigo. Lo sgherro rantolò di dolore e si accasciò senza vita, con la lama piantata fino al manico, prima ancora di toccare il suolo.
Il compare era salvo ma, privo di armi, Lupo di Ferro non fu in grado di difendersi dalla clava che impattò violentemente contro la sua spalla buttandolo di nuovo a terra.
– Fermo. Lascialo a me.
Ostaf tese un braccio per fermare il sottoposto e avanzò toccandosi il labbro tagliato.
– Penso che mi divertirò un po' con te, prima di ucciderti – disse.
Rheinart afferrò la spada che giaceva vicino a lui e tentò di colpire le gambe dell'uomo, ma questi parò con facilità la falciata e schiacciò la mano del cercatore sotto lo stivale.
Lupo di Ferro trattenne il fiato per non gridare di dolore, ma non poté evitare di urlare quando la lama del cavaliere gli si conficcò nel ventre.
– Non farla tanto lunga, non ho affondato il colpo. Non voglio che te ne vada troppo presto.
Cominciò a giocare al gatto col topo, praticando piccole incisioni con la spada sulle braccia e sulle gambe del guerriero che giaceva impotente ai suoi piedi. Rheinart non gli diede soddisfazione e non emise più un verso. Strinse i denti mentre cercava disperatamente di trovare una via di uscita.
Ostaf se ne accorse e si fermò: – Non mi piace il tuo sguardo, lo vedo che tenti di reagire. E scommetto che saresti in grado di fregarmi sul più bello.
Il capo del gruppo ormai annientato si guardò intorno, impensierito che qualche passante potesse disturbarli; il combattimento era durato più a lungo del previsto.
– Va bene allora, basta giocare. Dimmi dove hai messo il lexi e porrò fine alla tue sofferenze.
– Perché non mi perquisisci e te lo trovi da solo? Scommetto che non ti dispiace l'idea di toccare un altro uomo – disse il cercatore con un sogghigno.
Ostaf divenne rosso di rabbia e sollevò la spada per vibrare il colpo decisivo. Proprio in quel momento si udì uno scalpiccio di zoccoli e una figura spuntò sulla strada; proveniva dalla città.
Il cavaliere si fermò con la spada ancora alta e si voltò.
Accortosi di quanto stava succedendo il nuovo arrivato spronò il cavallo al galoppo, tanto che Ostaf non perse nemmeno tempo a intimargli di non immischiarsi e si preparò ad affrontarlo.
Invece di caricare sfruttando l'impeto del cavallo, la figura coperta da cappuccio e mantello tirò bruscamente le redini quando fu a poche braccia da loro. A quel punto sollevò il copricapo, rivelando i lineamenti aggraziati di donna dalla chioma nera fluente.
– Lasciate stare quei due se ci tenete alla vita – disse con voce tesa.
Ostaf la minacciò puntandole contro la spada: – Perché? Hanno ucciso i miei uomini. Questi miserabili devono pagare con la morte per essersi opposti al duca…
– Berched – l'interruppe lei. – So bene per chi lavori, mastino. E solo per questo dovresti ringraziare che io ti dia la possibilità di andartene sulle tue gambe.
Sbalordito per l'audacia della nuova venuta, Ostaf si lasciò sfuggire una breve risata: – Se sai chi sono, donna, allora sai di aver commesso una sciocchezza. Il buco che hai tra le gambe non mi impedisce di ammazzare anche te. Dimmi il tuo nome e perché ci tieni tanto a morire.
Tra la nebbia di dolore e il velo di sangue che gli offuscava la vista, Rheinart colse un bagliore infiammare gli occhi della sconosciuta e sentì il suo grido di battaglia.
– Cambia la marea! – ruggì la donna a pieni polmoni.
A quelle parole Ostaf sussultò e un lampo di comprensione gli illuminò il viso. L'ultimo sgherro, invece, ignorando il significato della frase si scagliò in avanti per primo e mirò alla testa del cavallo brandendo la clava. Non fece in tempo a sferrare il colpo: dalle mani della donna guizzò una lingua di fuoco bianco che lo investì in piena faccia.
L'uomo si portò le mani al volto urlando e la sconosciuta mosse anche il braccio destro lasciando partire una seconda fiammata che colpì alla schiena il malcapitato mentre arretrava, facendolo cadere ai piedi di Ostaf. Quest'ultimo indietreggiò di un passo, pronto a darsi alla fuga; solo il suo orgoglio di cavaliere gli impedì di fuggire.
Strinse i denti e ringhiò: – Strega! Fai parte di quell'accozzaglia di pezzenti che si ostina a ostacolarci.
– E continueremo a farlo, a meno che il tuo signore non rinunci ai suoi propositi. Abbandona il campo, mastino.
– Osi dare ordini? – gridò Ostaf.
Fuori di sé dalla rabbia si avventò contro di lei, ma Stigo lanciò due sacchetti di polvere provocando un'altra nube di scintille e fermandone l'impeto. La donna colse l'occasione per armeggiare nella sacca poggiata sulla sella ed estrasse quello che cercava appena in tempo, mentre il campione del duca si scrollava di dosso la coltre luminescente e si faceva sotto.
Questa volta dalle mani della donna fuoriuscirono lampi violacei che Rheinart, ormai cosciente solo a metà, avrebbe giurato prendessero la forma di facce di diavoli.
Le luci avvilupparono Ostaf, che gridò di paura e dolore. I presenti udirono distintamente la sua armatura sfrigolare sotto l'effetto di un potente acido. Il cavaliere si tolse precipitosamente le placche di metallo e batté in ritirata tossendo, prossimo a soffocare. Montò in sella al suo cavallo e fuggì lanciando dietro di sé maledizioni, con occhi arrossati e lacrimanti che sprizzavano odio puro.
Questa fu l'ultima immagine che Lupo di Ferro distinse con chiarezza, prima di piombare in una oscurità da cui filtravano solo sprazzi di conversazione e colori confusi.
…grazie per il tuo aiuto, ti siamo debitori… no, sono io a esservi grata… dobbiamo occuparci del tuo amico, è messo male… se la caverà, ha visto giorni peggiori… aiutami a fermare il sangue, premi qui… dobbiamo toglierci dalla strada… conosco un posto sicuro, non è lontano… non so nemmeno il tuo nome, io sono Stigo… Romena…
Buio.
4
Lo stemma del grifone
La tempesta ha spazzato i campi per giorni.
Costretto a rimanere nel castello, il figlio del conte ha dovuto sopportare le intemperanze del padre, esercitarsi ininterrottamente all'uso della spada e studiare l'albero genealogico.
Quel mattino il tempo pare essersi finalmente calmato, la pioggia è ridotta a un'esile patina che accarezza gelida ogni cosa. Però il malumore paterno non si è dileguato con i tuoni.
Dopo le abluzioni di rito, il figlio del conte viene condotto fuori dalla sua stanza per l'adorazione del dio Garna, dopo di che l'attendente lo scorta alle stalle del maniero.
All'arrivo suo padre, già in sella alla sua cavalcatura, lo sguardo duro e fiero come al solito, lo degna appena di un cenno del capo senza rivolgergli la parola. È avvolto in un pesante mantello nero ornato di pelliccia che ricade in molli pieghe sopra la sella, i sottili peli di ermellino della cappa sono costellati di gocce d'acqua. Alle sue spalle si trova schierata un'intera squadra di uomini a cavallo, dodici in tutto.
Vedendo che suo figlio esita di fronte a quella vista inaspettata, il conte dice brusco: – Muoviti Rheinart, dobbiamo ispezionare le nostre terre. E tu devi imparare una cosa.
– Sì, padre.
Il ragazzino sale su Luna, una mansueta cavalla bianca a cui è molto affezionato, e si mette alla destra di suo padre.
Alla sinistra si trova Tirnam, il capitano delle guardie. Tirnam è un uomo rude e Rheinart ne prova timore perché ha l'abitudine di bere più del dovuto quando non è in servizio e di pestare a sangue qualunque sciagurato abbia la sfortuna di incontrarlo.
Tirnam non si cura affatto del nuovo venuto, ignora la sua presenza come se si trattasse di nient'altro che di una mosca fastidiosa. Non appena il gruppo si mette in cammino, il capitano riprende a parlare con il suo signore di un argomento che ha evidentemente interrotto.
Rheinart getta una fugace occhiata alle sue spalle, nella speranza di avvistare Cori, il figlio dello stalliere, ma invano. Nel cortile ci sono solo i soldati.
Il conte Athal non approva che suo figlio frequenti bambini di ceto inferiore; in quanto erede del casato, è intenzione del conte fare di Rheinart un esempio di eccellenza per una nobiltà che sembra fare sempre più fatica a imporsi come classe dominante.
Riportando l'attenzione sui discorsi dei due uomini, il ragazzino si accorge che proprio quello è l'argomento in questione. Il conte, il cui fiato si condensa nell'aria spettrale, critica re Engmar, il sovrano del Grande Regno del Nord, che ha colpevolmente consentito che individui gretti e avidi come mercanti, filosofi e politicanti acquisissero potere all'interno di città e villaggi.
– Hanno formato consigli cittadini indipendenti e organizzato gli artigiani in gilde corporative che rendono sempre più difficile qualsiasi tipo di intervento dall'alto – protesta con astio.
– I venti del cambiamento stanno facendo vacillare ciò che i diritti di sangue dovrebbero garantire, mio signore – insinua maligno Tirnam – e questo non vale solo per il nostro Regno del Nord, ma per tutto il Quadrilatero. Già non si contano i matrimoni tra nobili e semplici popolani.
Il capitano sogghigna, perché conosce bene il suo padrone.
– Nulla conta più dei diritti di sangue! – esclama il conte con passione. – Solo il sangue distingue i nobili dai plebei, proprio come distingue gli stalloni puri dai meticci. Consentire che il sangue blu si annacqui per colpa dell'indolenza o peggio ancora della promiscuità è l'eresia che ci ha condotti allo stato attuale delle cose.
Tirnam annuisce soddisfatto agli sfoghi del suo padrone e aggiunge che persino le classi sacerdotali si stanno schierando dalla parte di queste nuove forze. Il conte, sempre più irritato, sostiene che questo sia colpa di quegli stessi nobili che, invece di reagire, finiscono per arroccarsi nelle loro magioni e accettare ruoli minori nella vita politica del regno, contribuendo in questo modo ad affrettare la loro rovina.
– Continuando così fra un po' non saremo più nemmeno responsabili della leva ufficiale per le forze dell'esercito. Finiremo per essere null'altro che fantocci – conclude con voce tagliente.
Con un sorriso malevolo Tirnam rincara la dose: – Parrebbe proprio questa l'intenzione del re, mio signore. Il funzionario governativo incaricato di gestire La Rondine ha fatto capire senza mezzi termini che l'efficienza burocratica dei suoi dipendenti è di gran lunga superiore a quella che potete offrire voi. È questo che serve al nuovo mondo, ha detto. Efficienza. Parole di uno stolto, signore.
– Ovviamente – risponde Athal a denti stretti, poi lancia un'occhiata in tralice a suo figlio.
– Sai perché siamo usciti oggi, Rheinart? – gli chiede.
Il ragazzino fa cenno di no con il capo.
– Perché, anche se il re permette che uno sciame di insetti mangi direttamente dal suo piatto, noi dobbiamo ricordare agli insetti che esiste un ordine naturale in questo mondo. Capisci?
– No, padre.
Gli occhi azzurri del conte diventano due lance di ghiaccio: – In segreto, re Engmar ci teme, ci ha sempre temuti. Anche suo padre, Vulfgard, temeva i suoi vassalli più potenti. Io sono potente, figlio, e anche tu sei destinato a esserlo. Il re ha paura di questa forza pertanto, come suo padre prima di lui, incarica della gestione del regno esseri inferiori: mercanti, burocrati, studiosi di ogni risma. Pensa di riuscire a controllarli più facilmente, pensa che siano in grado di svolgere il nostro lavoro meglio di quanto non facciamo noi. Ma è la debolezza a guidare le sue azioni e questo ricadrà anche sulla sua testa. Nella sua follia il re dimentica di fare parte lui stesso di quella classe che sta contribuendo a erodere. Non vede come questa china finirà per perderci tutti quanti. Concedere il comando di intere città a chi non possiede sangue nobile equivale a mettersi un cappio attorno al collo. Non oggi, forse nemmeno domani, ma presto.
Tirnam si lascia andare a una breve risata sprezzante: – Ah! Il re non può certo aspettarsi che un topo di biblioteca abbia le palle per guidare degli uomini in battaglia. Sua maestà non potrà mai fare a meno di voi, mio signore.
– Tuttavia già ci costringe ad accettare sconosciuti nei nostri ranghi, uomini che non abbiamo né addestrato né comprato ma che pure sono stati istruiti nell'arte del combattimento. Già crea presidi di soldati al di fuori delle mura dei castelli in modo che i comuni possano difendersi senza il nostro intervento. Per Garna! Consente addirittura che si formino consigli cittadini che mettono in discussione le nostre decisioni. E la cosa più stupefacente, come hai detto, è che lo stesso sta accadendo negli altri regni del Quadrilatero.
Preso dalla foga, suo padre si è messo quasi a gridare. Alle parole infuocate fa seguito un breve momento di silenzio, mentre i cavalieri proseguono nel loro tragitto attraverso la bruma mattutina.
Athal riprende infine a parlare con tono più basso, la voce come il brontolio di un tuono lontano.
– No Tirnam, bisogna estirpare questa piaga finché siamo ancora in tempo.
– Pienamente d'accordo – risponde il luogotenente con una luce sinistra negli occhi.
Rheinart azzarda una domanda: – Quindi, padre, noi cosa faremo esattamente oggi?
Il viso del conte diventa una maschera di pietra e gli conferisce un aspetto ancor più glaciale
– Te l'ho detto: ricordiamo agli insetti quale sia il loro posto.
Cavalcano al freddo per quasi un'ora, i timidi raggi del sole grigio non riescono a riscaldare la schiene degli uomini. Una quiete innaturale permea il paesaggio; pochi gli animali, spariti gli insetti. La nebbia che striscia tra l'erba e i campi è l'unica entità in movimento a parte il drappello di soldati. La conversazione è ridotta all'osso, poche frasi sussurrate a mezza voce.
Rheinart si guarda attorno: i cavalieri sono cupi in volto, alcuni controllano le cinghie delle corazze, altri masticano delle radici. Il metallo riluce nell'aria opaca in fugaci abbagli. Lo stemma del grifone blu, il blasone del casato di famiglia ritratto sullo stendardo e inciso sulle placche d'acciaio degli uomini, procede spavaldo insieme alla compagine. Il grifone, lo sguardo altero moltiplicato nelle sue numerose repliche, scruta arcigno e fiero le terre che controlla da quasi due secoli.
Finalmente giungono a destinazione: una tenuta in aperta campagna, circondata da uno sparuto gruppo di capanne e casupole di legno. Man mano che si avvicinano Rheinart vede diverse persone al lavoro: taglialegna, allevatori di capre, contadini. Tutti si fermano a guardarli mentre passano, stupiti e intimoriti davanti all'apparizione del conte e del suo seguito.
Il ragazzino nota che suo padre e il capitano si stanno guardando intorno; sembra che stiano cercando qualcuno in particolare.
Attraversano lentamente il villaggio e alcuni contadini lasciano le loro faccende per vedere più da vicino cosa sta succedendo. Anche se ha solo dodici anni, Rheinart percepisce un nervosismo crescente nell'aria.
Giungono davanti al casolare di pietra; le finestre sono chiuse da tele incerate. Lo spiazzo in terra battuta davanti all'abitazione è abbastanza spazioso da permettere al drappello di riunirsi lì senza che gli uomini debbano pressarsi gli uni addosso agli altri. La strada da cui sono venuti, si accorge Rheinart guardandosi alle spalle, è ora occupata da altre persone che si stanno avvicinando.
Il conte non dice nulla, si limita ad aspettare ritto sulla sua cavalcatura e guarda fisso davanti a sé. Non deve attendere a lungo: la porta si apre e ne esce un uomo robusto, con una corona di corti capelli castani a fasciare un cranio completamente calvo. Anche se è vestito come un semplice contadino, persino Rheinart nota che la stoffa delle sue vesti è di ottima qualità. Non sembra impaurito. Anzi, a guardar bene, ciò che il ragazzino aveva scambiato per timore negli sguardi dei paesani sembra essere invece qualcosa di più simile a una tensione nascosta.
– Non ci aspettavamo una vostra visita, conte Athal – esordisce l'uomo calvo, il tono prudente ma non remissivo. Conoscendo suo padre Rheinart irrigidisce i muscoli aspettandosi una delle sue sfuriate; invece, con suo stupore, il conte fa una semplice constatazione.
– Tu sei Oriant, il capo degli allevatori della Rondine.
– Il rappresentante eletto, mio signore – lo corregge l'altro.
– Sei stato tu a decidere che i tuoi allevatori potevano vendere i loro capi di bestiame a Giakur senza consultarmi?
L'uomo esita un istante prima di rispondere.
– Non sono i miei allevatori, signore. La scelta è stata presa in assemblea, io ho avanzato la proposta ed è stata votata. Abbiamo molti capi quest'anno, ci sono state parecchie nuove nascite. Senza danneggiare le nostre risorse, con il baratto abbiamo potuto ottenere carri nuovi per arare i campi e nuovi attrezzi per lavorare i raccolti. È stato un buon commercio, mio signore.
– Tu sai che esiste una faida tra la mia famiglia e quella di Giakur? – risponde il conte senza battere ciglio.
Rheinart aggrotta la fronte, deve fare uno sforzo di memoria per capire a cosa si riferisca suo padre. Andando a caccia di ricordi gli viene in mente una disputa risalente ai tempi di suo nonno, in merito al possesso di un pozzo sopra una falda acquifera a cavallo tra i terreni delle due famiglie. Ma per quanto ne sa quella disputa è stata risolta da parecchi anni, da prima che lui nascesse.
Oriant ha un cappello tra le mani e inizia a torcerlo con piccoli movimenti, la voce è meno salda.
– Non lo sapevo, mio signore. Non ero al corrente di nessuna faida tra voi e i nostri vicini, i signori Giakur.
– Lo avresti saputo se mi avessi interpellato prima di prendere una simile decisione.
Rheinart nota che le guardie hanno impercettibilmente cambiato posizione in sella ai loro cavalli, si sono distanziati e osservano i contadini che assistono alla scena.
– Non credevo che dovessimo farlo. Il decreto regio ci permette di organizzarci in libere associazioni e noi abbiamo pagato regolarmente i tributi – obietta Oriant.
Athal prende un profondo respiro, evidentemente soddisfatto della risposta: – Allora forse è meglio che io ricordi a te e ai tuoi allevatori chi è che governa La Rondine, per diritto regale e divino.
Il resto accade in un istante.
A un cenno del conte Tirnam scende da cavallo, estrae la spada e consuma con ampie falcate il breve spazio che lo separa da Oriant. L'allevatore fa appena in tempo a indietreggiare e a emettere un grido che la spada gli attraversa il petto. L'uomo calvo cade in ginocchio tra gorgoglii di sangue. Dalla casa esce una donna bionda, forse la moglie; prende tra le braccia l'uomo che si accascia mentre esala l'ultimo respiro. Rheinart vede che le mani di Oriant stringono ancora il cappello, lo artigliano, irrigidite dagli spasmi della morte.
La donna grida che il conte Athal è un assassino.
Come rispondendo a una chiamata alle armi alcuni contadini si avventano contro i cavalieri brandendo gli attrezzi da lavoro che fino a poco prima avevano affondato nella terra.
– No! – grida istintivamente Rheinart. Ma il suo appello resta inascoltato.
Nessun contadino riesce ad avvicinarsi al conte, vengono tutti falciati nell'arco di pochi battiti di ciglia; i soldati menano fendenti a destra e a sinistra, tagliando teste e gole, respingendo senza fatica l'assalto del gruppo di disperati. Ben presto la foga degli aggressori si spegne e nessun altro si fa avanti.
Rheinart è rimasto immobile come una statua, i denti serrati. Dev'essersi morso la lingua perché sente in bocca il sapore del sangue. All'improvviso la donna bionda, china sul corpo di Oriant, solleva la faccia sconvolta verso di lui e gli si getta contro. Gli artiglia la gamba infilata nella staffa e solleva una specie di corta spatola, pronta a colpire; tuttavia invece di sferrare il colpo si ferma e fissa il ragazzino con uno sguardo allucinato.
Il dolore e l'angoscia che Rheinart vede riflessi negli occhi della donna gli fanno contrarre lo stomaco. Sembra che non voglia veramente colpirlo, gli pare quasi che la mano che regge la spatola si abbassi. D'un tratto la testa di lei viene troncata di netto dal collo. Uno spruzzo di sangue investe Rheinart in piena faccia ma il ragazzino non emette un verso, a mala pena sbatte le palpebre.
Sulle prime non riesce a capire perché nel punto che sta guardando non si trovino più gli occhi della donna, non capisce dove sia andata a finire la sua testa. Poi suo padre gli strappa di dosso il corpo senza vita della villana, ancora abbarbicato alla sua gamba.
– Lurida feccia! – grugnisce e si alza sulle staffe per urlare a pieni polmoni.
– Basta così carogne! Avete osato interferire con una mia giusta punizione, avete attaccato i miei soldati, questa sciagurata ha addirittura attentato alla vita di mio figlio!
Come risvegliandosi Rheinart ribatte: – No, padre. Non mi avrebbe fatto del male. Era solo…
– Taci, idiota – sibila suo padre, furente.
– Tuttavia dovete lavorare, non morire! Ho bisogno del vostro lavoro e questo è l'unico motivo per cui non vi ammazzo tutti come quei cani che siete. Ma la famiglia di Oriant morirà con lui e la loro casa verrà bruciata. Che vi serva da monito! Nessuno prende decisioni alla Rondine. Solo il grifone!
In breve, tra strepiti e urla, due ragazzi poco più grandi di Rheinart vengono passati a fil di spada, e con loro una donna e un uomo anziani. La casa di pietra viene data alle fiamme sotto gli occhi degli astanti. Nessuno muove più un muscolo, nessuno azzarda la benché minima protesta. Rimangono tutti impalati a osservare il rogo che cresce e divora per un attimo il freddo dell'inverno, tingendo di scarlatto il grigio del giorno. I caduti sul campo vengono legati ai cavalli dei soldati, il corpo di Oriant, il rappresentante eletto degli allevatori, viene inchiodato a un palo fissato su un carro. Al suo collo viene appeso un cartello con su scritto: allevatore ribelle.
– Cosa fai, padre? Perché li leghi? – chiede Rheinart con un filo di voce.
Il conte lo guarda di sbieco, visibilmente disgustato dal comportamento di suo figlio: – Ora attraverseremo in corteo le nostre terre ed esibiremo i cadaveri di questi stolti, come testimonianza del nostro potere. Nessuno oserà più ribellarsi.
– Ma è una cosa orribile. Non li hai puniti già abbastanza? Ti prego…
Con un manrovescio suo padre lo disarciona da cavallo e lo fa piombare a terra. Il terriccio umido gli finisce in bocca e si mischia al sangue.
Il dolore, unito allo spavento, gli annebbia la vista per qualche istante.
Athal scende da cavallo e solleva Rheinart di peso tenendolo per il bavero, il ragazzino fatica a respirare mentre le nocche del padre premono contro la sua gola.
– Se tu non fossi il figlio della mia adorata Efleia ti sbatterei nelle segrete per un mese! Non osare mai più parlarmi così davanti ai miei sudditi! Io ti ho appena salvato la vita. Vuoi difendere questi bifolchi, questi ribelli? È meglio che capisci in fretta da che parte devi stare o, per Garna, ti spedirò all'inferno io stesso per impedirti di disonorare il mio nome!
Il conte solleva di nuovo la mano guantata e un altro manrovescio investe Rheinart in piena faccia, ancora più forte del primo, brutale. La luce si spegne.
Buio.
– Ti sei svegliato finalmente.
Una voce di donna tra le ombre.
– Dove… sono? – riuscì a biascicare Rheinart con la bocca impastata.
– In un luogo sicuro – rispose la famigliare voce di Stigo.
– Hai avuto il sonno agitato. Brutti sogni?
Rheinart si puntellò su un gomito e, tra le fitte di dolore, si rizzò quasi seduto sul pagliericcio dove era sdraiato.
– Ho sognato mio padre, era da tanto che non capitava.
– Non eravate in buoni rapporti… – azzardò la donna.
Lupo di Ferro fece una smorfia per una fitta di dolore al ventre e si schiarì la gola.
– Non direi. L'ho ucciso.
5
Una breve sosta
– Ancora non riesco a credere che le tue polveri abbiano effetti tanto prodigiosi – disse Rheinart toccandosi la nuova fasciatura sul ventre. Giaceva ancora sul pagliericcio, mezzo nudo, le gambe avvolte in una pesante coperta. La stanza in cui si trovava era avvolta nella penombra.
La donna dai capelli neri, seduta su una sedia di fianco a lui, sorrise: – È merito della tua costituzione. Devi essere forte come un toro.
Il volto di lei tornò a incupirsi appena smise di parlare e Rheinart osservò le ombre che tormentavano i lineamenti della sua salvatrice.
– Credo piuttosto che sia merito dei tuoi poteri – riprese il cercatore. – Anche Stigo si diletta nell'uso delle polveri ma come potrebbe farlo chiunque con un minimo di talento. Non ha il dono di… infiammare le proprietà nascoste in quelle sostanze. Questa è una prerogativa dei soffiatori.
La donna fece un educato cenno di conferma col capo.
Lupo di Ferro fece un sorriso sghembo: – Per quanto ne so siete in grado di accendere gli spiriti contenuti nelle polveri. O roba simile.
– Roba simile – convenne lei.
– Ho viaggiato parecchio, ma è la prima volta che mi capita di incontrare una soffiatrice. Siete piuttosto rari.
La donna si alzò dalla sedia e si mise a trafficare con delle piccole borse su un tavolo alle sue spalle.
– Le cose nascoste celano i poteri più grandi – disse lei senza guardarlo. Non aggiunse altro.
– Pienamente d'accordo – rispose Rheinart di buon umore – e lasciami dire che spero che questo posto sia abbastanza nascosto da evitarci rogne per un po'.
– Sei rimasto privo di conoscenza per un giorno intero e hai passato la giornata di ieri con la febbre. Se nessuno ci ha trovati finora, direi che per il momento non corriamo rischi.
Lupo di Ferro arricciò il naso: – È il tipo di discorsi che si fanno prima che qualcuno butti giù a calci la porta del tuo rifugio. – Mise le braccia dietro la testa ma una fitta al ventre gliele fece riabbassare. – Comunque meglio qui che fuori. Non ho molte alternative.
Sul momento lei non ribatté e continuò ad armeggiare con le sue polveri, sminuzzando pezzetti di cristalli iridescenti con un pestello e combinando tra loro i battuti in dosi attentamente misurate.
Il ritmico martellare della donna era l'unico rumore udibile, a parte lo scoppiettio del fuoco nel camino.
La grande stanza in cui si trovavano il cercatore e la soffiatrice era accogliente e poco illuminata, rischiarata solo dalle fiamme, le finestre coperte da tele cerate. Il mobilio era semplice ma non povero, il legno delle cassapanche e del tavolo era di buona fattura, il camino di grandi dimensioni era indice di ricchezza, così come le mura in pietra levigata. Rheinart aveva già chiesto alla donna di chi fosse quell'abitazione ma la risposta era stata laconica: di un'amica, gli aveva detto.
Lui non aveva insistito.
Mentre inseriva le polveri all'interno di sottilissimi astucci di stoffa, simili a nastri di seta, la soffiatrice ruppe il silenzio: – Hai sempre più alternative di quelle che rimangono a Tobias.
Colto alla sprovvista, Rheinart cercò di decifrare il tono di voce di lei.
– Lo conoscevi bene? – chiese.
– Era mio amico… e un sostenitore del nostro gruppo. Dovevamo incontrarci a Ostallia perché aveva una cosa importante da darmi. Purtroppo non sono arrivata in tempo.
– Immagino ti riferisca all'ampolla che ho recuperato nelle caverne – insinuò Rheinart
La donna si voltò di tre quarti per guardarlo: – Non hai idea di quanto valga.
Lupo di Ferro schioccò la lingua: – Abbastanza perché un maniaco in armatura verde si metta sulle mie tracce e tenti di uccidermi. Stigo aveva ragione, avremmo fatto meglio ad andarcene subito senza ficcare il naso.
– Il mastino vi avrebbe trovati lo stesso. L'unica differenza è che io non sarei riuscita a soccorrervi.
– Ricordami il tuo nome…
– Romena.
Scese di nuovo il silenzio. Stavolta fu Rheinart a parlare per primo.
– Scommetto che vuoi qualcosa in cambio – indagò.
La soffiatrice non aveva fatto alcun tentativo di derubarli, anzi, si era prodigata a medicare le loro ferite; tuttavia era evidente che non se ne sarebbe andata senza il lexi.
Invece di rispondergli, Romena guardò verso una delle finestre, come se potesse vedere attraverso la tela, e disse: – Avrei preferito che il tuo compare non se ne fosse andato a spasso. Non è prudente mettersi a gironzolare, qualcuno potrebbe fermarlo.
Il cercatore si strinse nelle spalle: – Lui è fatto così: puoi anche dirgli cosa deve o non deve fare ma è difficile che ti ascolti. Comunque sta' tranquilla, sa badare a se stesso e non è un tipo che dia molto nell'occhio.
– Ho notato – ribatté Romena. Riprese immediatamente a lavorare alle sue polveri come se temesse di doverle usare da un momento all'altro, a scapito delle sue rassicurazioni sul fatto che in quella casa fossero al sicuro. Sembrava angosciata da qualcosa e Rheinart sospettò che non si trattasse solo della morte di Tobias. Una parte di lui era curiosa di scoprire la verità dietro tutta quella faccenda, ma l'istinto gli suggeriva di togliersi di mezzo il prima possibile e dimenticare ogni cosa.
Un'improvviso bussare interruppe le riflessioni dei due e Romena si diresse con passi prudenti verso la porta.
La voce di Stigo giunse attutita attraverso il legno: – Sono io.
La donna girò la chiave nella massiccia serratura di ferro e Stigo entrò portando con sé una folata di aria fredda e rischiarando l'ambiente con la diafana luce del giorno. La porta fu subito richiusa alle spalle dell'ometto, che si scrollò il mantello nel quale era infagottato. Aveva la testa fasciata e le occhiaie erano profonde; ciononostante i suoi occhi erano vispi come al solito.
– Come va oggi socio? – chiese senza preamboli mentre si spogliava.
– Meglio. La fronte è fresca e ha mangiato a sazietà per colazione – rispose per lui Romena tornando al tavolo da lavoro.
– Sei in grado di camminare?
– Lo sarò fra poco. Ma è meglio aspettare che sia in grado anche di combattere – suggerì Rheinart.
Stigo annuì, attraversando la stanza con movimenti rapidi e nervosi. Si sedette su una panca contro il muro alla destra di Rheinart e masticò una specie di focaccia che teneva in mano.
– Scoperto qualcosa? – chiese Romena.
Lui fece un cenno col capo che poteva assomigliare a un inchino: – Nessuno sembra sapere che siamo qui. La tua amica Lisia ha fatto un giro anche al villaggio qui vicino. Nemmeno lì sanno niente, solo che sono stati trovati i cadaveri di alcuni uomini sulla strada per l'ovest e che i loro assassini sono scomparsi. Ci hai trovato un buon rifugio. E siamo stati fortunati che nessuno ci abbia visti mentre portavamo dentro quel bestione svenuto sul tuo cavallo – ironizzò indicando Lupo di Ferro.
– Sembra una tipa in gamba, la tua amica. Mi pare di aver capito che sia vedova – proseguì.
– Lisia sa badare a se stessa. E non è in cerca di un altro uomo – puntualizzò Romena.
Stigo alzò le mani: – Il cielo me ne scampi! Ne ho già abbastanza della mia.
Si guardò attorno: – Mi stupisce però che riesca a tenere tutta per sé una casa simile.
– Il marito le ha lasciato una dote considerevole e lei gestisce bene i propri affari, anche ora che i figli se ne sono andati per la loro strada. Come ho detto, non ha bisogno di un uomo – disse lei con una punta di sarcasmo nella voce.
Stigo annuì e non aggiunse altro, la sua oziosa curiosità era stata più che soddisfatta.
Il problema era un altro e ben più pressante. Spostò lo sguardo da Romena al compare più volte, come aspettandosi qualcosa da loro. Infine, vedendo che nessuno dei due apriva bocca, si rivolse alla donna: – Allora, gliel'hai detto?
Lei scosse la testa: – Non è molto che il tuo amico è sveglio. Ha preferito farmi domande sulla mia abilità con le polveri.
– Oh sì, una questione interessante – riconobbe Stigo mentre si passava rapidamente le dita sulle labbra. – In altre circostanze piacerebbe anche a me approfondire l'argomento, ma al momento credo che ci siano cose più urgenti di cui occuparsi. Non credi?
Rheinart scrutò Stigo e vide che anche lui sembrava nervoso. Evidentemente sapeva qualcosa riguardo al lexi che lui ancora ignorava. La soffiatrice sembrava ancora restia a parlare, come se temesse di non potersi fidare o forse per qualche altro recondito motivo.
Al cercatore non piaceva essere tenuto sulle spine perciò decise di rompere gli indugi: – Hai detto che Tobias era amico del vostro gruppo. Di che gruppo si tratta?
Romena, con movimenti lenti e decisi, si staccò dal tavolo e si avvicinò. Dal suo giaciglio Lupo di Ferro la osservò incombere su di lui.
Non era una donna particolarmente alta e nemmeno robusta, eppure dava l'impressione di avere una grande forza; qualcosa in lei trasmetteva un'energia potente che si irradiava intorno alla sua persona. Era affascinante, senza dubbio, eppure la sua bellezza aveva qualcosa di intimidatorio che metteva Rheinart in guardia. L'aveva vista all'opera, sapeva cosa era capace di fare; ma non erano tanto i suoi poteri a incutere timore, quanto l'inossidabile determinazione che le si poteva leggere negli occhi. Doveva essere una persona appassionata, che lottava fermamente per quello in cui credeva e che non si lasciava ostacolare da nessuno. Proprio il genere di individuo che lui cercava di evitare a tutti i costi.
Portavano guai.
Romena prese un lungo respiro silenzioso e, mentre si sedeva di nuovo sulla sedia di fianco al pagliericcio, raccontò la sua storia.
Il mastino del duca si torceva le mani dalla rabbia e digrignava i denti. Solo con uno sforzo di volontà riusciva a trattenersi dall'andare in giro per i paesi vicini a massacrare chiunque incontrasse per scoprire dove si trovasse quella cagna che lo aveva umiliato.
Si impose di calmarsi e si ricordò che era meglio usare la testa, questa volta.
Lo smacco che aveva subito richiedeva una risposta adeguata, una risposta che gli garantisse una vittoria completa e riscattasse il suo onore.
Guardò i pezzi dell'armatura ammucchiati in un angolo della stanza: la pettorina era assente, irrimediabilmente danneggiata dall'acido di quella donna maledetta. Si portò una mano al petto e toccò piano le ustioni che ancora lo piagavano. Nessun unguento pareva sufficiente a placare il bruciore, che non faceva altro che alimentare la furia che covava dentro.
Gli uomini rimasti stavano prudentemente alla larga dal suo alloggio, preferendo lasciarlo da solo a sbollire la rabbia; era meglio non innervosire il drago verde quando era di quell'umore.
Tuttavia qualcuno bussò, la porta si aprì e uno sgherro si fermò sulla soglia. Si guardò brevemente attorno, notando l'armatura nell'angolo e i punti sulle pareti e sui mobili dove la spada e i calci del mastino si erano abbattuti. Se lui non fosse stato l'uomo di fiducia del duca Berched, pensò lo sgherro, il proprietario dell'ostello li avrebbe già sbattuti fuori da un pezzo. Ma nessuno osava sollevare la benché minima protesta. Mai.
– Ebbene? – chiese brusco Ostaf.
L'uomo sussultò: – Signore, forse li abbiamo trovati. Si trovano in un villaggio a meno di un paio d'ore da qui. È un piccolo paese a ridosso di un corso fluviale. Chi ci ha informati dice di aver visto una donna e un ragazzo trasportare una terza persona svenuta sul dorso di un cavallo due giorni fa.
Ostaf aggrottò la fronte: – Il ragazzo dev'essere quello strano omuncolo coi capelli grigi. E l'uomo svenuto sarà senz'altro Lupo di Ferro – disse annuendo. – Ben fatto.
– Partiamo subito, signore?
Il mastino non rispose.
– Selliamo i cavalli? – chiese di nuovo l'altro.
– No. Istituisci dei turni di guardia; voglio che ci siano sempre due dei nostri a sorvegliare il rifugio di quei maledetti. Non appena si muoveranno, uno di loro verrà ad avvisarci mentre l'altro li seguirà e lascerà una traccia per noi.
Lo sgherro si mostrò perplesso: – È rischioso, signore. Se per qualche motivo dovessero sfuggirci…
– Sarà compito tuo evitare che succeda. Ne risponderai personalmente – rispose gelido Ostaf alzandosi.
– Se posso permettermi, perché non attaccarli ora? Lupo di Ferro sarà ancora ferito, non sarà in grado di battersi dopo le ferite che gli avete inferto. E il duca non perdonerà un secondo fallimento.
Aveva detto queste parole con la bocca secca, ben sapendo che il confine tra opinione ed insolenza era molto sottile e sarebbe potuto costargli caro.
Ostaf invece, mantenendo la calma, si voltò a guardare il panorama fuori dalla finestra. Aveva gli occhi di un falco che scruta il territorio a caccia di prede.
– È da troppo tempo che Nuova Marea, il gruppo di pezzenti di cui fa parte quella donna, ci dà fastidio. È giunto il momento di finirla una volta per tutte. Seguiremo i tre a distanza e vedremo dove ci condurranno. Sta' sicuro che porteranno l'ampolla dai loro compari, e a quel punto li colpiremo al cuore.
– Pensate che anche Lupo di Ferro faccia parte di Nuova Marea?
– Chi può saperlo? A ogni modo non m'importa. Non è lui il mio obiettivo.
L'uomo, conoscendo la fama del mastino, si mostrò perplesso: – Intendete fargliela passare liscia? Lo lascerete andare?
Ostaf fece un ghigno malevolo: – No di certo. L'ho già sconfitto una volta e quando le nostre spade si incroceranno di nuovo lo ammazzerò come un cane. Ma è stata la meretrice a cogliermi di sorpresa, è stata lei a infangare il mio onore. Non succederà una seconda volta.
Strinse i pugni fino a sbiancare le nocche.
– Darò al duca Berched una vittoria completa. Recupererò la sua preziosa ampolla e infliggerò un colpo mortale al gruppo di ficcanaso. In più, mi toglierò la soddisfazione di cavare gli occhi a quella sgualdrina dopo averle fatto assaggiare la mia spada.
Mentre diceva questo, il drago verde accarezzò con fare concupiscente il pomo dell'arma poggiata su un tavolo. Lo sgherro uscì, senza aggiungere altro.
6
I Deformi
Gli occhi neri di Romena brillavano nella penombra mentre parlava. La sua voce era bassa ma risuonava chiara nella stanza.
– Esiste una congrega da qualche parte nell'Est, nessuno sa esattamente dove, che annovera tra i suoi membri alcuni dei più importanti esponenti della nobiltà dei quattro regni del Quadrilatero. Un uomo misterioso, che si fa chiamare Basilios, ne è il capo. Il suo intento è di riportare la classe nobiliare ai fasti del passato e frenare l'avanzata di tutti i nuovi ricchi e plebei che stanno acquisendo potere all'interno dei comuni. È gente spietata, che può contare al proprio servizio uomini fanatici e brutali come Ostaf, il cavaliere con cui vi siete scontrati.
Rheinart fece un sorriso sghembo: – Oh, è stato un vero piacere.
– Siete stati fortunati – proseguì lei. – Non sono molti quelli che possono dire di essere sopravvissuti a un combattimento contro il Drago Verde, il mastino del duca Berched.
– Quindi questo duca fa parte di un manipolo di nostalgici – concluse Lupo di Ferro con sufficienza. – Non vedo cosa ci sia di così eccezionale; metà dei nobili vorrebbe riportare indietro il tempo di almeno mezzo secolo mentre l'altra metà si è rassegnata a farsi amici mercanti e clero. Quello che mi interessa è il lexi. Che cos'è? Perché lo vogliono?
La soffiatrice di polveri abbassò il mento sul petto e la sua voce si fece più grave: – È la natura senza scrupoli della congrega a rappresentare il vero problema. Basilios ha riunito sotto di sé non solo nobili, ma chiunque potesse essere utile alla loro causa: inclusi assassini, ladri e… stregoni. Il lexi è il risultato di un progetto orribile che viene portato avanti da anni. E rappresenta una minaccia per noi tutti.
– Sempre che uno sia disposto a credere a un'assurdità del genere – intervenne Stigo.
Romena lo fulminò con lo sguardo: – Parli così solo perché non sai con chi hai a che fare, non hai ancora sentito tutto! Te l'ho detto – aggiunse rivolta a Rheinart – le cose nascoste celano i poteri più grandi.
– Continuo a non capire – disse lui.
La donna si prese un istante.
– Per rispondere alla tua domanda devo raccontarti una storia che quasi nessuno nel Quadrilatero, o in qualsiasi altro continente, conosce. È una storia occulta, una di quelle che è facile bollare come semplice mito o superstizione.
Fece un respiro profondo.
– Ci crediate o no, questo mondo non è sempre stato come lo conosciamo. In epoche remote, che a stento sopravvivono nella memoria collettiva, su questa terra vivevano e camminavano creature spaventose, esseri che le tradizioni più antiche chiamano i Deformi. Nessuno sa esattamente cosa fossero, forse demoni o distorte imitazioni degli dei che un tempo coesistevano con i primi popoli. Immaginate quanto di più abietto e aberrante possa esistere: creature abnormi nelle forme e nelle dimensioni, offensive alla vista e agli altri sensi, votate alla mera soddisfazione dei loro istinti più bassi e dei loro appetiti insaziabili.
– Al tempo in cui si aggiravano liberi alla luce del giorno e delle stelle, ogni Deforme aveva un seguito di servitori e schiavi, tribù soggiogate con la forza bruta e con il terrore reverenziale che queste entità suscitavano. Pare che nessuno fosse in grado di uccidere un Deforme, né con spade, né con frecce, né con sortilegi di alcun tipo. I Deformi si uccidevano unicamente tra di loro.
Litigiosi, possessivi, capricciosi e maligni erano in costante lotta gli uni contro gli altri. Incapaci di provare affetto per la loro stessa genìa cercavano di prevalere sui loro fratelli e arraffavano ciò che potevano. Per fortuna la loro fu un'epoca breve; non solo perché le continue battaglie intestine finirono per decimarli, ma soprattutto perché alla fine gli stregoni appartenenti alle tribù ancora libere trovarono il modo di ricacciarli nelle profondità del sottosuolo e di neutralizzarli per sempre.
– Fu una vittoria insperata e totale. Gli stessi Deformi, abituati a spadroneggiare con le armi della paura e della sottomissione, vennero presi alla sprovvista e non riuscirono a impedire la loro disfatta. Ma, come ho detto, nessuno poteva ucciderli. Furono confinati, nella speranza che il susseguirsi dei millenni ne spegnesse l'afflato vitale e li calcificasse in un sonno eterno.
Romena si interruppe, notando l'espressione perplessa del cercatore.
– Non ho mai sentito parlare di niente del genere. E ne ho sentite di storie – disse lui con un mezzo sorriso.
– Come ho detto, la memoria della loro esistenza sopravvive solo presso alcune tradizioni popolari o è oggetto di ricerche da parte di gruppi di iniziati. Nel corso dei secoli le tracce lasciate dai Deformi sono state sistematicamente cancellate, con ogni probabilità al fine di impedire che qualcuno tentasse di rintracciarli – rispose seria la donna.
– E perché mai qualcuno dovrebbe farlo?
– Per il motivo più ovvio: per il potere.
Rheinart si grattò una guancia: – Se questi esseri erano temibili quanto dici, tanto da dominare ai loro tempi la razza umana, che vantaggio ci sarebbe nel cercare di riesumarli?
Romena si aggiustò sulla sedia.
– Qui entra in gioco il lexi, ma ci arriveremo tra poco.
Rheinart e Stigo si scambiarono una rapida occhiata.
– Tra i nobili che appartengono alla congrega ci sono individui molto colti, che a loro volta hanno al loro servizio letterati, guaritori, astrologi… e maghi – proseguì la Soffiatrice.
– Unendo le loro conoscenze, spinti dalla bramosia insaziabile di Basilios, hanno lavorato per anni, ricostruendo le leggende attraverso le fonti frammentarie che sono riusciti a recuperare, e alla fine si sono convinti che quei mostri siano lo strumento perfetto per portare avanti la loro grande guerra reazionaria. Una volta capito che non si trattava soltanto di miti ma di storie reali, Basilios ha investito tutte le risorse della sua congrega per rintracciare queste creature.
Seguì un attimo di silenzio.
– E ce l'hanno fatta? – chiese Rheinart.
– Sì.
I due soci si scambiarono una seconda, rapida, dubbiosa occhiata.
– Hanno trovato dei Deformi nelle viscere della terra – concluse lei.
Il Cercatore si toccò la barba incolta di quattro giorni, aggrottando le sopracciglia: – Sei sicura di quanto dici? Hai delle prove?
La donna emise un doloroso sospiro: – Hai chiesto che cos'è il mio gruppo. Nuova Marea è l'unica organizzazione che, in clandestinità, cerca di opporsi ai progetti di Basilios. Tra di noi ci sono guerrieri, studiosi, ricchi imprenditori, ma anche gente comune proveniente da ogni parte del Quadrilatero. Un paio di anni fa alcuni nostri coraggiosi compagni sono morti, dopo aver scoperto uno scavo all'interno di uno stretto valico tra le montagne della Grande Catena dell'Est. Solo un uomo della spedizione è sopravvissuto, ma è impazzito poco dopo aver riferito quanto aveva visto.
– Un testimone attendibile – ironizzò Rheinart.
Gli occhi di Romena si accesero di quel fuoco che Lupo di Ferro cominciava ormai a riconoscere.
– Io ho visto Rackim, ho ascoltato con le mie orecchie la sua testimonianza! Gli tremavano le mani mentre parlava, aveva la bocca secca, una smorfia isterica gli deformava l'espressione. Stava facendo uno sforzo estremo per conservare la lucidità; non so in virtù di quale prodigio fosse riuscito a ritornare da noi e a non crollare durante il tragitto. Forse aver visto morire i suoi amici, aver capito cosa c'era in gioco gli aveva dato la forza per non cedere. Fatto sta che, non appena ebbe finito il suo rapporto, la sua mente si spezzò. Da allora non ha quasi più detto una parola, si esprime solo con monosillabi e piagnucolii. E vi posso giurare che è sempre stato una persona tutt'altro che fragile – disse con passione.
Rheinart fece un piccolo cenno con la mano, a indicare che non avrebbe più fatto obiezioni.
– Che cosa vide, esattamente? – chiese invece.
– Erano in quattro: Rackim, Beldios, Yoshi e Leena. A parte Leena, gli altri erano abitanti delle terre d'Oriente. Molti dei nostri compagni vengono da quelle parti perché è lì che è nata la congrega di Basilios e la gente di quei luoghi è stata esposta più a lungo alle loro prepotenze. Erano giovani, in particolare Yoshi, che aveva poco più di vent'anni.
Romena serrò le labbra per la rabbia.
– Il capo del gruppo, Beldios, un mercante che conosceva molto bene il territorio intorno alla grande catena montuosa dell'Est, si era accorto di un insolito via vai di soldati a cavallo e di schiavi nei pressi di un vecchio valico che da decenni non viene più usato perché mezzo sepolto dalle frane. Cominciò a fare qualche domanda in giro, con discrezione, e scoprì che il conte Aliphos, che noi sappiamo essere un affiliato della congrega, stava effettuando degli scavi in quella zona. Per costruire una nuova reggia, dicevano alcuni, ma sembrava poco plausibile.
– Insospettito, Beldios venne a fare rapporto. Temeva che la misteriosa attività di scavo fosse in qualche modo collegata al grande progetto dei Deformi di cui eravamo da poco venuti a conoscenza. A quel tempo non avevamo le idee molto chiare e nutrivamo dei dubbi circa la credibilità di quella storia, ciononostante gli demmo il permesso di indagare. Speravamo se non altro di aver finalmente individuato uno dei ritrovi di quei nobili degenerati. Ma purtroppo le cose non andarono come ci aspettavamo.
Stigo si alzò e si mise a sbirciare attraverso una tela cerata dopo aver sentito i passi di un gruppetto di persone che stavano camminando vicino alla casa. La soffiatrice si interruppe un momento, tesa, attendendo un cenno da parte di Stigo; ma poco dopo questi scosse la testa e tornò a sedersi.
Con un sospiro la donna riprese il racconto: – Come detto, andarono in quattro. Si intrufolarono nel passo montano di notte, dopo aver aggirato le postazioni delle guardie, e scoprirono il sito degli scavi. C'erano cumuli enormi di detriti accumulati sulle colline rocciose ai piedi delle montagne che contribuivano a rendere ancora più angusto e disagevole il passaggio. Dovettero inerpicarsi per sentieri impervi in modo da non essere visti. Dopo aver superato un lungo percorso serpeggiante, sotto di loro trovarono quello che sembrava l'ingresso di una miniera. Rackim disse che era una specie di bocca mostruosa aperta nel terreno, pronta a inghiottire chiunque si avvicinasse. Oltrepassarono, non visti, altre sentinelle e si addentrarono nell'oscurità.
Romena rigirò tra le mani uno dei nastri che prima aveva riempito con le polveri. Pareva riluttante a continuare.
– Man mano che scendevano nella galleria passarono davanti a imboccature di altri corridoi e altri bivi; la coraggiosa Leena ne esplorò un paio ma scoprì che erano vicoli ciechi. Si trattava evidentemente di tentativi fatti durante gli scavi: il conte Aliphos stava cercando qualcosa. Beldios era sempre più convinto si trattasse di uno di quei Deformi di cui avevamo sentito parlare. A ogni modo quei corridoi secondari servirono come nascondiglio ai nostri per evitare di essere visti: persino di notte gli schiavi lavoravano sottoterra. Alla luce delle fiaccole trasportavano attrezzi, pietre e altro. Rackim ci riferì che gli uomini che incontrarono, non solo gli schiavi ma anche i soldati di guardia, avevano il medesimo sguardo allucinato; gli occhi arrossati per la mancanza di luce e le palpebre spalancate in modo ossessivo, come se avessero visto qualcosa di terribile e non riuscissero a toglierselo da davanti.
– Ben presto al di sopra dei rumori dei passi, del metallo contro le rocce e delle voci roche dei lavoratori, i quattro cominciarono ad avvertire un altro suono, un brontolio sommesso, come se ci fosse una lontana tempesta nel sottosuolo. Rackim ce lo descrisse come il rumore della risacca del mare, un suono che andava e veniva, crescendo e diminuendo di intensità. E insieme a quel brontolio c'era una specie di sibilo e gorgoglio, che suggeriva la presenza di una qualche sostanza densa e malsana. Al suono si aggiunse un odore di carcasse in putrefazione, dolciastro e penetrante. Beldios e gli altri scesero ancora e si resero conto, con angoscia, che il suono che rassomigliava a un lontano brontolio di tempesta e che andava e veniva come la risacca di un mare sotterraneo era in realtà il respiro di un essere vivente. Una creatura enorme sepolta sotto strati e strati di nuda roccia.
Romena attese un istante affinché Stigo e Rheinart assorbissero quanto lei stava dicendo. Il volto del cercatore era una maschera di pietra, imperscrutabile.
La soffiatrice riprese: – I nostri compagni avevano perso il senso dello spazio e del tempo, non sapevano più fino a che punto si fossero spinti nelle profondità della terra e quante decine, forse centinaia di braccia distasse la superficie. Ma questi pensieri furono spazzati via all'improvviso, quando la luce delle fiaccole si fece più intensa e la galleria si allargò. I quattro giunsero in vista di un arco grezzo puntellato con delle travi e, nascosti dietro un riparo di fortuna, poterono sbirciare oltre la soglia.
Rheinart e Stigo rimanevano nel più assoluto silenzio, come bambini che ascoltassero una fiaba.
– Al di là dell'arco intravidero un ballatoio di legno che descriveva un grande anello lungo le pareti di una caverna larga non meno di una quarantina di braccia. Uomini si affaccendavano avanti e indietro sulle assi. I loro movimenti erano sbrigativi e prudenti allo stesso tempo, come se volessero svolgere i loro compiti nel minor tempo possibile ma non potessero permettersi di commettere errori. Rackim ricordò che nessuno di loro guardava verso la fossa al centro della caverna, alcuni giungevano perfino a schermarsi il viso con una mano. Anche le due sentinelle poste di guardia sulla soglia davano le spalle alla grotta, preferendo fissare il corridoio in cui si trovavano i nostri compagni. A un certo punto ci fu un grido, seguito da un rumore forte. Uno schiavo cadde dal ballatoio in costruzione e precipitò nella fossa. Il tafferuglio che ne seguì, con strepiti e urla degli altri schiavi, fece voltare le sentinelle e le costrinse a entrare nella caverna. I quattro, decisi a rischiare il tutto per tutto, uscirono dal nascondiglio e fecero una sortita con le armi in pugno. Quando raggiunsero l'entrata le sentinelle furono troppo lente a reagire e vennero eliminate. Fu allora che i nostri, tra le urla di quanti fuggivano, videro cosa si trovava al centro della grotta.
Romena prese un respiro per dominare i nervi. Rheinart, che in cuor suo non sapeva cosa pensare di tutta quella storia, era colpito dal fatto che una donna simile, capace di affrontare uomini armati senza battere ciglio, sembrasse così turbata nel raccontare eventi cui non aveva nemmeno assistito.
– Ricordo bene le parole di Rackim, non potrò mai dimenticarle finché vivrò. – continuò lei.
– Le pronunciò con un tale turbamento nell'animo e un'angoscia così profonda che era come se noi che lo ascoltavamo avessimo davanti agli occhi ciò che lui aveva visto. Disse: “C'era una torre di carne in quel buco, grigiastra e piena di bitorzoli. Tante braccia simili a rami partivano da quella specie di obelisco, grinzose e rattrappite. La torre emetteva un puzzo repellente, diverso da qualsiasi cosa si possa respirare sulla terra. Sembrava fusa con la roccia alla base e la sua sommità era un agglomerato di escrescenze e protuberanze tumorali. Era alta non meno di venti braccia e più o meno a metà altezza c'era una croce fatta di file di denti digrignanti. Da quella croce uscivano sbuffi di aria fetida che arrivavano fino a noi, e sopra di essa… due orbite molli e malformate incorniciavano due occhi rosso scuro. Occhi grandi quanto la testa di un uomo, lattiginosi e cisposi. Quando ci sporgemmo per guardare, quegli occhi si mossero e ci fissarono. E fu come guardare l'inferno.”
Romena tacque, lasciò che le sue parole scendessero nel cuore degli uomini che erano lì con lei.
Il cercatore, pur non rinunciando al suo scetticismo, dovette ammettere di provare una certa inquietudine. Anche Stigo sembrava a disagio, come se ascoltare quella parte di racconto significasse fare qualcosa di proibito.
– Il Deforme li fissava, immobile eppure cosciente della loro presenza. I quattro rimasero impietriti a quella vista ma la fuga degli schiavi avrebbe presto attirato altre guardie; dovevano scappare anche loro o sarebbero rimasti intrappolati. Leena ebbe la presenza di spirito di staccare una torcia dalla parete e di gettarla contro la creatura, nella speranza di darle fuoco. Ma non appena lo fece uno dei bracci di quella… cosa si mosse di riflesso e si conficcò nel suo petto, trapassandola da parte a parte. La povera Leena morì sul colpo, però… ciò che sconvolse ancor di più Rackim fu che il suo corpo cominciò istantaneamente ad avvizzire, a marcire sotto il suo sguardo. Le caddero… brandelli di carne. Gli occhi vennero risucchiati all'interno del cranio, la lingua… le penzolò fuori dalla bocca. Per Garna, ci conoscevamo fin da piccole! Pensare che abbia fatto una fine così orribile è… insopportabile.
Romena si morse le labbra fin quasi a farne uscire sangue.
– Pazzi di terrore e di disgusto, Beldios e gli altri fuggirono. Combatterono contro alcune guardie lungo i corridoi e Yoshi fu ucciso; si sacrificò per permettere agli amici di scappare da quel buco infernale. Una volta all'aperto, però, Beldios e Rackim furono accerchiati dalle guardie di Aliphos e allora fu Beldios, che conosceva qualche rudimento nell'utilizzo delle polveri, a dare la vita affinché Rackim giungesse fino a noi. Si fece saltare in aria, generando un'esplosione che produsse una cortina di fumo sufficiente a permettere all'amico di dileguarsi. Il nostro compagno si salvò, ma gli orrori di cui era stato testimone non gli permisero mai di riprendersi del tutto… È anche lui una vittima di quella terribile notte.
Scese un silenzio grave, che nella penombra fece echeggiare l'angoscia della soffiatrice. Romena non aggiunse altro.
– Che fine ha fatto quel sito? – chiese con voce bassa Rheinart, dopo una lunga pausa.
– Misericordiosamente sepolto da una valanga. Quel valico ne è soggetto da tempo e gli scavi, insieme all'esplosione, avranno peggiorato le condizioni del terreno. Gli uomini di Aliphos, guardie e schiavi disgraziati, sono stati le ennesime vittime della follia di Basilios. Ci sono andata io stessa: in quel posto non c'è più alcuna attività.
Rheinart inarcò un sopracciglio: – Fanno una scoperta così sensazionale e, nonostante le difficoltà, non proseguono i lavori per tentare di recuperare la loro arma definitiva?
– Ne avranno trovate altre – suggerì Stigo irrequieto.
La donna annuì, con gravità: – È quello che pensiamo anche noi, ma non siamo riusciti a scoprire altri siti. Dopo quell'episodio devono essersi fatti più prudenti. Sanno che anche noi sappiamo. In questi due anni abbiamo imparato tutto il possibile sulle leggende che riguardano i Deformi.
Il cercatore cambiò posizione sul pagliericcio per alleviare il dolore delle ferite, dopodiché ragionò a voce alta: – Il problema di fondo rimane e non hai risposto alla mia domanda. Che cosa se ne farebbe quel Basilios di esseri che non è in grado di controllare, cosi pericolosi che finirebbero per distruggerlo? Come può pensare di usarli a suo piacere?
Romena lo fissò con occhi penetranti: – Il lexi è la chiave. Il liquido che hai recuperato è in grado di soggiogare la mente dei Deformi, di renderli qualcosa di simile a dei pupazzi nelle mani di chi li manovra. Non sappiamo bene come funzioni e presumiamo che non lo sappia nemmeno la congrega, non esistono certezze. Tuttavia siamo giunti alla conclusione che sia proprio con uno strumento del genere che le antiche tribù riuscirono a costringere i Deformi a seppellirsi nel sottosuolo. Con ogni probabilità il lexi è una versione moderna delle sostanze e degli incantesimi che usarono quei lontani stregoni.
– Solo che quegli stregoni ebbero il buonsenso di utilizzare la scoperta per rinchiudere i mostri invece di usarli come cani da guardia. Dico bene? – disse Rheinart con un mezzo sorriso.
– Esatto – rispose lei.
– La congrega deve disporre di risorse incredibili per portare avanti un progetto simile, e deve avere al suo servizio uomini straordinariamente abili… e pericolosi – affermò Stigo con intenzione rivolto a Rheinart. Questi intuì subito dove voleva andare a parare il socio: disapprovava qualsiasi loro ulteriore coinvolgimento in una faccenda così grossa, vera o falsa che fosse la storia dei Deformi.
Normalmente Lupo di Ferro sarebbe stato del medesimo avviso, ma non poteva ignorare il fatto che quella donna gli avesse salvato la vita. E restava il problema che il lexi, nonostante il suo presunto, straordinario valore, era una merce praticamente invendibile; le loro uniche opzioni di vendita si riducevano a Nuova Marea o, per assurdo, alla stessa congrega.
I due soci avevano le mani legate.
– Che cosa vuoi da noi? – chiese alla soffiatrice.
Lei lo guardò intensamente: – Aiutateci. Non si tratta più di una semplice missione di recupero. Ciò che la congrega si propone di fare è una minaccia per chiunque, mette a rischio la libertà di tutti i popoli del Quadrilatero.
Stigo diede un sommesso colpo di tosse.
Romena si rivolse subito a lui: – Non vi chiedo di farlo gratuitamente, so che avete già corso molti pericoli per recuperare il lexi. Ci siete stati di grande aiuto, se non fosse stato per voi l'ampolla sarebbe già nelle mani del duca Berched. Vi prego solo di aiutarmi a riportare quel prezioso dai miei compagni.
– Mi sembra che tu sia in grado di difenderti da sola – obiettò Stigo toccandosi distrattamente la fasciatura alla testa.
Lei ribatté subito, con un sorriso malizioso: – Ma qui non ho con me di che pagarvi. Voi sareste disposti a consegnarmi il lexi sulla parola e ad aspettare il mio ritorno? O preferireste forse cercare di ricavarne qualcosa al mercato nero sapendo che là nessuno avrebbe la minima idea di cosa state vendendo?
Aveva colto nel segno e Rheinart osservò divertito una smorfia disegnarsi sul volto spigoloso del compare.
– Diciamo che possiamo acconsentire a farti da scorta fino al vostro… ritrovo. In fin dei conti quel tizio in armatura verde dà l'idea di essere uno che porta rancore, uno che non si arrende facilmente. – convenne il cercatore. – Forse potremo proteggerci a vicenda – propose guardando Stigo.
Questi si passò le dita avanti e indietro sulla punta del mento, inclinando il capo a destra e sinistra. Aveva l'aria di un contabile che valuta i pro e i contro di un investimento economico, e Rheinart sapeva che era esattamente quello che stava facendo.
– Puoi garantirci che il tuo gruppo abbia denari sufficienti a rifonderci delle nostre spese? – domandò infine il piccolo tesoriere.
– Non siamo ricchi come la congrega, ma non siamo certo privi di mezzi. Altrimenti non avremmo resistito tanto a lungo contro alcuni degli uomini più potenti del Quadrilatero – rispose lei con una punta di sfida.
– E non credi che qualcuno dei tuoi amici potrebbe avere qualcosa da ridire su questo baratto e tentare di prenderci il lexi con la forza? – insistette Stigo.
Romena ridivenne seria: – Non succederà – disse soltanto. Con tale convinzione che nemmeno Stigo insistette.
Rheinart trovava quella donna sempre più interessante e si appuntò mentalmente di evitare di farsi coinvolgere troppo. Temeva che gli avrebbe portato grossi guai.
– Sta bene – concluse Lupo di Ferro. – Ti scorteremo dai tuoi amici.
7
Attività redditizie
Lasciarono la casa di Lisia alla mattina del quinto giorno, dopo un rapido saluto.
Le due amiche si abbracciarono con affetto ma l'urgenza della missione spinse Romena ad affrettare il commiato. Dopo alcuni giorni di permanenza al rifugio lei era diventata sempre più irrequieta e non appena Rheinart si era detto pronto a partire avevano preso le loro poche cose e, alla tenue luce dell'alba, erano usciti.
Le ferite di Lupo di Ferro, a parte quelle all'addome e al fianco, si erano completamente rimarginate. Grazie alle polveri medicamentose persino la caviglia era tornata a posto.
Durante la sosta forzata Stigo, per ammazzare il tempo, aveva interrogato più volte Romena riguardo l'utilizzo delle polveri e le loro proprietà e la donna aveva risposto sempre con cortesia, limitandosi a mantenere il riserbo su alcuni aspetti della sua arte.
Rheinart aveva trovato divertenti quelle conversazioni e si era goduto il riposo. O meglio, se lo sarebbe goduto se il racconto sui Deformi non lo avesse turbato più di quanto non gli piacesse ammettere. Stentava ancora a credere che quanto aveva udito corrispondesse a realtà, ma per quanto si sforzasse non riusciva a trovare un motivo plausibile per cui Romena dovesse mentire.
Non lo preoccupava tanto l'esistenza di una congrega di nobili reazionari, dopotutto era cresciuto in un ambiente simile; se suo padre fosse stato ancora vivo ne avrebbe fatto sicuramente parte.
Con gente del genere era abituato a trattare.
Il problema era un altro: se esistevano davvero degli esseri mostruosi che non era possibile uccidere in alcun modo, questo rappresentava un pericolo che nessun uomo avrebbe saputo affrontare, nemmeno un combattente abile e provvisto di risorse quale era lui. Non sarebbero bastati interi eserciti.
Mentre cavalcava al fianco del socio e della soffiatrice di polveri, nell'aria fredda del mattino, Rheinart si ripeté per l'ennesima volta che era meglio troncare i rapporti con Romena e i suoi compari il prima possibile.
Eppure, si domandò nuovamente, avrebbe avuto senso cercare di evitare per sempre una calamità che minacciava di abbattersi su tutto il Quadrilatero?
Stando a quanto diceva Romena, la congrega non era sicura di quanto stava facendo, correva rischi enormi a giocare con forze che non comprendeva appieno, cionondimeno sarebbe andata fino in fondo e prima o poi avrebbe raggiunto il suo obiettivo. A meno che qualcuno non la fermasse prima.
Scosse la testa, come per scacciare un pensiero fastidioso: no, non sarebbe stato lui a pelare quella gatta. Il Quadrilatero era pieno di cavalieri senza macchia, eroi coraggiosi, capitani altruisti e di grande fama. Ci avrebbe pensato qualcuno di loro a occuparsi di Basilios.
Lui era solo un reietto, un emarginato per scelta, un mercenario che invece di vendere la propria spada sui campi di battaglia recuperava tesori perduti. Era un'attività molto più redditizia. Sicuramente più del martirio.
– Non hai detto una parola da quando siamo partiti, cercatore.
La voce di Romena interruppe le sue riflessioni. La donna aveva rallentato l'andatura del cavallo per affiancarsi alla destra di Rheinart e adesso lo stava guardando con i suoi occhi indagatori; erano neri, profondi come la notte e altrettanto intriganti.
– Sei immerso nei tuoi pensieri. Posso sapere quali sono?
Lupo di Ferro scrollò le spalle: – Stavo pensando che il martirio non è un'attività molto redditizia.
Romena si lasciò sfuggire un breve sorriso: – È questo che pensi? Che stando con me finirai per farti uccidere per una buona causa?
– Chi ha parlato di buona causa?
Romena inclinò la testa: – Da quello che mi hai raccontato di tuo padre, tu più di chiunque altro dovresti capire quello che il mio gruppo sta cercando di impedire. Siamo un baluardo contro i tiranni come Basilios, gente che pensa di poter disporre della vita degli altri a suo piacimento.
Rheinart non rispose e la soffiatrice rincarò la dose.
– Presto non ci sarà più posto per i tiranni, il mondo sta cambiando. Esistono dei comuni che si sono già organizzati in forme politiche democratiche. Capisci? Democrazia. Un sistema in cui dei cittadini liberi prendono autonomamente le proprie decisioni.
– Questo solo finché lo permette il re – intervenne Stigo a voce alta, davanti a loro. – Non dimenticare, ragazza mia, che questi cosiddetti esperimenti democratici non sono altro che una nuova forma di controllo imposta dall'alto.
– Sempre meglio che essere alla mercé di individui dispotici e spietati – ribatté lei con passione.
– Dici? – la provocò a voce bassa Rheinart.
Lei lo guardò con aria stupefatta.
Lupo di Ferro non mostrò emozioni: – Credi che tutti i delegati prezzolati del re che si sono infiltrati nei consigli cittadini siano così sprovveduti da consentire a dei plebei di rivoluzionare il mondo? Il nostro vecchio re Engmar, che mio padre considerava uno stupido, è in realtà una persona molto astuta, e come lui lo sono gli altri tre re del Quadrilatero. Hanno capito che, con il passare del tempo, il modo migliore per evitare delle rivolte da parte del popolo è allentare un poco le briglie. Abbastanza perché la gente possa illudersi di essere libera ma non tanto da esserlo sul serio.
Romena scosse la testa: – Sbagli se credi che io sia un'ingenua. So benissimo che i re controllano il Quadrilatero, non potrebbe essere diversamente. Ma sono stati fatti degli enormi passi avanti negli ultimi cinquant'anni. E l'esistenza stessa della congrega di Basilios ne è la prova.
– Questo te lo concedo – ammise Rheinart – ma ricordati che un oppressore dal sangue blu, che abita in un castello e che ama fare sfoggio della propria forza, per quanto terribile è un nemico facile da identificare. Quando ti troverai invece in una sala con dieci consiglieri che sembrano tutti tuoi amici ma che in realtà nascondono le loro vere intenzioni, a quel punto come farai a sapere di chi ti puoi fidare?
Il viso di Romena si imporporò di rabbia: – Come puoi dire una cosa del genere? Preferiresti forse tornare al predominio dell'aristocrazia? A quei soprusi contro cui lottiamo così duramente? Davvero non posso credere che uno dei tuoi soprannomi sia il castiga nobili!
– Al contrario! È proprio perché lo sono che posso dirlo. Coi nobili mi trovo a mio agio perché li conosco; so come ragionano e so cosa aspettarmi dalla maggior parte di loro. Ma quei covi di mercanti senza scrupoli che tu chiami consigli cittadini, gli emissari dei re in incognito, i piccoli e ambiziosi proprietari terrieri, i gruppi di ribelli idealisti composti in realtà da chissà chi… quelli proprio non saprei come gestirli.
Romena sembrò sul punto di ribattere, arrabbiata, poi qualcosa in ciò che aveva detto Rheinart la spinse a calmarsi e a riflettere. Non sentendo più parlare dietro di sé, Stigo si voltò per vedere cosa stesse succedendo e incrociò lo sguardo con il robusto compagno. Questi fece un cenno col capo, alludendo tacitamente ai dubbi che i due avevano condiviso in segreto la sera prima e che ora forse avrebbero avuto risposta. Stigo annuì di rimando e tornò a guardare avanti.
– Tu pensi che anche il mio gruppo sia uno strumento di controllo. È questo il punto, vero? Credi che Nuova Marea nasconda dei secondi fini – disse Romena con voce bassa.
– Diciamo che mi stupirei se tutti i vostri mezzi derivassero solo dalla bontà dei vostri affiliati. Diciamo che è possibile che qualche membro di Nuova Marea sia in realtà un emissario di Engmar incaricato di tenervi d'occhio. E diciamo che, se davvero i re del Quadrilatero temono Basilios come hai detto, non ci vedrei nulla di strano se cercassero di tenere la situazione sotto controllo all'insaputa degli altri membri del vostro gruppo.
L'espressione di Romena non rivelò sorpresa.
– Credo… credo di averci pensato anch'io. Un paio di volte.
Guardò in basso davanti a sé per qualche istante, giocherellando con la criniera castana del suo cavallo. Poi la sua espressione tornò a farsi fiera.
– Quand'anche fosse così, io so contro cosa stiamo combattendo. Il male che Basilios rappresenta è concreto e odioso. Va estirpato, contrastato con tutte le forze. E non c'è sospetto di complotti segreti o filosofia del disimpegno che mi convincerà del contrario.
– Filosofia del disimpegno? – le domandò Rheinart divertito.
Lei lo guardò con durezza: – Sì, esatto. Il tuo è il punto di vista di chi ha deciso di vivere per se stesso e basta! Sei forte, hai i mezzi economici e le risorse che ti servono per fare fronte a qualunque difficoltà. Vai avanti per la tua strada, incurante di quello che ti capita intorno. Ma ci sono persone che non sono in grado di farlo. Persone che vanno aiutate e protette. Ricorda quello che dico: nemmeno tu ti salverai se il piano di Basilios avrà successo.
E senza aggiungere altro la Soffiatrice spronò il cavallo e tornò in testa al trio.
Rheinart fece un respiro profondo.
– Sì, è bene andarci cauti con quella lì – borbottò.
Ci volle quasi un giorno di viaggio per raggiungere il rifugio di Nuova Marea, e quando arrivarono Stigo si mostrò alquanto perplesso. Si trattava di un misero gruppetto di case immerse nei boschi di colline pedemontane, case di contadini e di qualche artigiano. Per raggiungerlo avevano dovuto deviare dalla via principale e inoltrarsi lungo un sentiero scarsamente battuto, invaso dalla vegetazione.
– Se non ci avessi portato tu qui non avremmo nemmeno saputo che c'era un villaggio. Che razza di posto… – brontolò Stigo massaggiandosi il fondoschiena. Il suo cavallo si era mostrato piuttosto inquieto per tutto il tragitto e Stigo aveva passato il tempo a tirare le redini e a dargli dei colpi per tenerlo in carreggiata, evitando che andasse per frasche.
– L'idea è questa, infatti: nessuno doveva essere in grado di trovarci. La brava gente di questo villaggio ha accettato di ospitarci per alcuni giorni in cambio di qualche favore. Non è una delle nostre basi, è solo un rifugio temporaneo. – rispose Romena che già scrutava tra le casupole in cerca di qualcuno.
– Siamo venuti qui non appena Tobias mi ha… – prima che finisse di parlare fu avvistata da un giovane alto e di bell'aspetto. L'individuo si sbracciò, diede una voce a qualcuno che era ancora nascosto alla vista e si precipitò verso il terzetto che si avvicinava.
– Romena! Eravamo preoccupati – disse agitato. – Abbiamo saputo di uno scontro con il drago verde ma non eravamo sicuri che fossi coinvolta. E non potevamo venirti a cercare: Alexis ha detto che avremmo rischiato di peggiorare la tua situazione. – Pronunciò l'ultima frase con una smorfia, a indicare che lui non era stato d'accordo con la decisione.
La soffiatrice gli strinse la mano senza scendere da cavallo: – Avete fatto bene, siamo stati in clandestinità per qualche giorno. L'uomo che vedi con me si chiama Lupo di Ferro, era ferito e aveva bisogno di cure e riposo. L'altro si chiama Stigo.
Il giovane sembrò accorgersi solo allora delle due figure che accompagnavano la sua compagna, ma le degnò appena di uno sguardo fugace, prima di tornare a rivolgersi a Romena.
– Come stanno le cose? – le chiese.
– Grazie a questi due valorosi combattenti ho recuperato il lexi – rispose lei con estrema serietà.
L'altro sgranò gli occhi per la gioia ma prima che potesse replicare fu interrotto da Romena: – Kol, dove si trova Alexis? –
– Sono tutti nella capanna in fondo al paese. Venite, vi accompagno.
Mentre attraversavano la strada in discesa che conduceva al misero gruppo di abitazioni, Stigo si compiacque tra sé per essere stato definito valoroso combattente e non si sforzò di trattenere un sorrisetto gongolante. Rheinart invece rimase impassibile e in silenzio, guardò le facce degli abitanti del posto e fu colpito dalla loro condizione misera. Dovevano essere servi della gleba, condannati a vivere e lavorare tra quei boschi per conto di qualcuno al di sopra di loro nella catena alimentare. C'erano alcuni bambini, molte donne e diversi uomini di mezza età. Pochissimi i giovani.
Durante il breve tragitto che li separava dalla capanna dove stavano i compagni di Romena i pensieri di Rheinart si fecero via via più cupi; nemmeno lui seppe esattamente perché.
Una volta smontati da cavallo, i convenevoli della soffiatrice con gli altri membri del gruppo furono calorosi ma sbrigativi.
Nello spazio spoglio e angusto dell'abitazione si ritrovavano stipati quattro uomini e due donne, oltre a Romena, Stigo e lo stesso Rheinart. Avevano tutti l'aria di provenire da regioni diverse, con sfumature differenti nel colore della pelle e differenti accenti. Il Cercatore si ricordò che Romena aveva detto che Nuova Marea era composta da gente proveniente da ogni angolo del Quadrilatero.
Il racconto della soffiatrice fu rapido e conciso: parlò della morte di Tobias e dello scontro avvenuto con il mastino del duca Berched, il temuto Ostaf. Quest'ultimo era fuggito e di sicuro, disse, era ancora sulle loro tracce, motivo per cui avevano mantenuto fino a quel momento un profilo basso. Spiegò il ruolo che Rheinart e il compare avevano avuto nella vicenda e infine, quando arrivò a parlare del lexi, fece un gesto al cercatore invitandolo a mostrare l'ampolla. Quest'ultimo scosse la testa e al suo posto si fece avanti Stigo, che estrasse l'oggetto da una tasca interna della sua veste grigio tortora.
Alla luce del fuoco e degli obliqui raggi di sole che entravano dalle finestre, il cristallo sfaccettato dell'ampolla riluceva come se fosse dotato di proprietà speciali, mandando riflessi identici a quelli di un corso d'acqua all'alba. I presenti fecero dei sommessi versi di stupore e fissarono il prezioso liquido blu contenuto all'interno come se si trattasse di una sacra reliquia.
Si fece avanti Alexis, che doveva essere il capo. Era un uomo di media statura, dai tratti marcatamente orientali, lo sguardo acuto. Tese la mano verso l'ampolla ma Stigo la ritrasse all'istante.
Senza dire nulla Alexis lo fissò dritto negli occhi poi abbassò il braccio. I due si guardarono per alcuni secondi, dopodiché Alexis spostò l'attenzione su Rheinart, studiandolo da capo a piedi.
I membri di Nuova Marea si mossero a disagio, in attesa; neppure Romena proferì parola.
L'orientale incrociò lo sguardo con la donna, poi chiuse gli occhi e abbassò il capo, ponderando qualche decisione che evidentemente lo vedeva combattuto. Dopo poco fece un profondo respiro, rialzò la testa e, con un movimento deciso, si tolse un monile che portava appeso al collo sotto la tunica.
Si trattava di una pietra rossa incastonata in una montatura d'oro, più grande di una noce. Il suo bagliore e la sua lucentezza erano appena inferiori a quelle dell'ampolla del lexi. Persino Stigo si mostrò stupefatto.
Alexis tese nuovamente la mano, stringendo il prezioso.
– Questo appartiene alla mia famiglia da generazioni. È il nostro unico bene di valore. Si chiama Lacrima del Tramonto ed esiste una leggenda a riguardo… ma non ha importanza ora.
Fece un altro respiro, più piccolo: – Non conosco esattamente il suo valore, ma penso sia sufficiente a ricompensare i guai che avete passato.
Stigo non si mosse, si voltò leggermente a sinistra per spiare Rheinart e questi gli fece un cenno impercettibile. Il piccolo tesoriere prese con delicatezza il monile con la mano libera e ne valutò il peso e la qualità, portandoselo vicino al viso.
– Posso controllare? – chiese con un filo di voce.
Alexis gli fece cenno di accomodarsi. Stigo estrasse da un borsello un piccolo cilindro di metallo alle cui estremità erano fissati dei vetri e se lo portò all'occhio, per analizzare da vicino il rubino.
Si accostò a un finestra per osservare meglio e in breve ritornò dal compare.
Gli sussurrò eccitato a distanza ravvicinata: – La pietra non ha impurità. È difficile dirlo, ma un gioiello simile potrebbe valere qualcosa come quindici o diciotto gerche d'oro!
Rheinart faticò a rimanere impassibile, ma dovette riuscirci perché Stigo interpretò il suo silenzio come ottusità e rincarò la dose: – Sono quasi mille gerche d'argento!
– Lo so – rispose l'altro laconico. Non era l'immenso valore del rubino a lasciarlo perplesso, era il fatto che un individuo chiaramente non nobile come quell'Alexis ne fosse in possesso e fosse disposto a privarsene.
– Alexis, sei sicuro? – gli chiese Romena, con il volto addolorato.
– Sì, Romena. Quella è solo una pietra, in fondo. Il lexi per noi vale molto di più.
Mentre i due parlavano Rheinart ne approfittò per scrutare i volti dei loro compagni.
Senza alcun dubbio, pensò, tra di loro ce n'erano alcuni che avrebbero preferito togliere loro il lexi con la forza; uno aveva addirittura la mano appoggiata sull'impugnatura del pugnale. Tuttavia nessuno si fece avanti, nessuno obiettò. Evidentemente l'autorità di Alexis non era in discussione.
Meglio così, non aveva intenzione di combattere contro quella gente, tanto meno contro la soffiatrice.
Lei si voltò verso di lui proprio in quel momento, con lo sguardo severo, in attesa.
Rheinart si accorse che tutti lo stavano spiando, aspettavano la sua decisione; persino Stigo.
I membri di Nuova Marea si sarebbero accontentati del lexi o, in virtù di un pagamento tanto sostanzioso, avrebbero preteso un aiuto nella loro crociata contro Basilios? Si chiese.
– Solo per il lexi – disse infine con la sua voce baritonale. – La Lacrima del Tramonto vale come pagamento per il recupero dell'ampolla, per lo scontro con il cavaliere in armatura verde e per aver scortato la vostra amica fino a qui.
Alexis annuì, il volto grave.
– Non vi aiuteremo oltre e le nostre strade si divideranno nel momento in cui ce ne andremo da questo villaggio – precisò ancora Lupo di Ferro.
Romena emise uno sbuffo con il naso, chiaramente rammaricata di perdere un braccio armato valido quanto quello del cercatore, ma accettò la decisione.
Fu lei a farsi avanti e a prendere l'ampolla dalle mani di Stigo. Mentre lo faceva, senza guardare il piccolo uomo bensì rivolgendosi a Rheinart, disse: – Ce la siamo cavata fino a oggi senza di voi.
Continueremo così anche in futuro – concluse con una punta di amarezza.
Lupo di Ferro sorrise: – Niente di personale, amica mia. Come ho già detto: il martirio non è un'attività redditizia.
Alexis prese l'ampolla dalle mani di Romena e tutti i presenti si sporsero per vedere più da vicino il liquido blu chiaro. Solo la soffiatrice si teneva in disparte, dividendo la sua attenzione tra i compagni e Rheinart.
Non si arrenderà così facilmente, pensò il Cercatore.
Proprio in quel momento un grido di terrore fuori dalla capanna interruppe l'incontro.
8
Il volo del drago
Strepiti, urla, rumore di zoccoli e di spade che fendevano aria, legno e carne.
Rheinart uscì in strada per primo, subito seguito dagli altri.
Il villaggio era sotto attacco: un gruppo di uomini a cavallo faceva strage di chiunque si trovasse sulla loro cammino, donne e bambini inclusi. In posizione arretrata, per ultimo, svettava in sella a uno stallone nero un individuo con indosso un elmo verde da cui spuntavano due piccole ali di drago.
– Il drago verde! Il drago verde ci ha trovati! – gridò Kol.
I membri di Nuova Marea impugnarono le armi e si precipitarono come un sol uomo contro il gruppo di invasori. Due si avventarono contro il nemico più vicino e lo fecero cadere da cavallo.
Lo finirono mentre era ancora a terra ma uno di loro venne trafitto alle spalle dalla lancia di un altro tirapiedi del drago.
Nello spazio di pochi istanti ovunque scoppiò la battaglia. Ad alcune capanne venne appiccato il fuoco e il clangore dell'acciaio risuonò tra i boschi come un profano invasore.
Romena si affiancò a Rheinart e, mentre sistemava qualcosa nelle maniche della veste, gli disse: – Credi davvero che questa ferocia risparmierà te e il tuo amico? Verranno a cercare anche voi, presto o tardi – e corse in direzione degli scontri senza voltarsi indietro.
Rheinart sguainò la spada e Stigo preparò un sacchetto di polveri. Il Cercatore però lo spinse indietro con un braccio: – Resta al riparo, vecchio mio. Coprimi le spalle, se serve, ma niente di più. Le battaglie non sono il tuo campo.
– Non ho nessuna intenzione di fare l'eroe – annuì prontamente il socio.
Uno sgherro a cavallo, dopo aver travolto al galoppo una delle donne di Nuova Marea, puntò dritto su di loro. Rheinart estrasse un coltello da lancio e con un movimento rapido lo colpì alla gola, scagliando la lama con assoluta precisione. L'aggressore si portò la mano al collo sanguinante e stramazzò dalla sella mentre il cavallo proseguiva la sua corsa lungo la strada che usciva dal villaggio.
Avanzando con passo sicuro e attento, Rheinart attraversò la strada e prestò soccorso a chi ne aveva bisogno. Incrociò la lama con un individuo dalla faccia scimmiesca che stava per vibrare un colpo mortale su un ragazzino ferito. L'uomo si voltò stupito nella sua direzione e gli ringhiò contro; con un gesto plateale respinse la spada che aveva fermato la sua e Lupo di Ferro barcollò all'indietro, sorpreso dalla forza bestiale dell'avversario.
Questi si avventò contro di lui emettendo un grugnito e Rheinart schivò il fendente spostandosi a destra e piantando la lama nel fianco dell'avversario fino all'elsa. L'uomo scimmia ululò e cadde sputando sangue. Lupo di Ferro ebbe appena il tempo di sfilare l'arma che dovette abbassarsi per evitare di un soffio una mazza chiodata che stava per fracassargli la testa. La catena passò sibilando tra i suoi capelli.
Fu costretto a indietreggiare ancora, incalzato dai dritti e dai rovesci della mazza che un individuo segaligno menava all'impazzata davanti a sé. Come fosse possibile che una persona dalla corporatura così esile avesse la forza per sferrare colpi tanto violenti a ripetizione fu un mistero che il Cercatore non ebbe il tempo di risolvere. Cadde di proposito sulla schiena, mordendosi le labbra per il dolore delle ferite all'addome e al fianco, e finse di abbassare la guardia.
Nel momento in cui il nemico sollevò la mazza chiodata per dargli il colpo di grazia, con uno scatto fece un affondo e gli trafisse il costato. La mazza cadde per terra e lo stesso fece l'uomo segaligno quando il cercatore estrasse la spada. Un fiotto di sangue lo investì, schizzandogli il pettorale nero.
Rheinart si rialzò e si guardò attorno.
Gli spazi tra una casa e l'altra erano occupati da cadaveri. Membri di Nuova Marea, sgherri del drago verde e soprattutto abitanti del villaggio.
Era un massacro. Diverse abitazioni andavano a fuoco ma, più ancora che per il fumo, l'aria era satura dei versi di dolore dei feriti.
Poi la vide: un lampo di luce azzurra saettò all'altra estremità del villaggio e rivelò la posizione della soffiatrice di polveri. Alcuni cavalli senza più i padroni fuggirono imbizzarriti.
I duelli si stavano diradando e l'unica zona in cui si combattesse ancora era proprio quella dove si trovava Romena con i suoi compagni. Rheinart corse nella sua direzione, sperando di arrivare in tempo per aiutarla. Stava fronteggiando il mastino.
L'elmo verde era ben visibile al di sopra delle sagome di quanti si azzuffavano. Lupo di Ferro scorse Alexis ingaggiare battaglia con Ostaf; sembrò tenergli testa per i primi assalti, poi il cavaliere in armatura lo disarmò con un rapido movimento del polso e gli tranciò la mano destra.
Alexis cadde in ginocchio reggendosi il moncherino sanguinolento ma prima che il mastino potesse infliggergli il colpo finale un altro lampo azzurro scaturì dalle mani della soffiatrice e sbalzò indietro il gigante biondo.
Quando Rheinart li raggiunse vide con la coda dell'occhio Kol riverso al suolo sulla schiena, di fianco al nemico che aveva abbattuto; entrambi avevano gli occhi sbarrati che fissavano l'infinito, il volto cinereo. Imprecò tra sé.
Romena si era accasciata accanto ad Alexis e cercava di fermare l'emorragia del braccio amputato. Anche lei aveva il volto pallido e solo allora Rheinart si accorse che la sua veste chiara era intrisa di sangue all'altezza del ventre.
Si chinò davanti a lei e l'aiutò a stringere la stoffa intorno al polso di Alexis.
– Sei ferita – le disse.
– Non importa – rispose lei a denti stretti. – Il lexi. È rimasto nella capanna. L'ho nascosto in una scatola di legno sotto… – si interruppe, l'espressione allarmata. – Il mastino!
Rheinart si girò di scatto e vide Ostaf in piedi all'altro lato della strada. Il pettorale dell'armatura, che sostituiva quello perso durante lo scontro di qualche giorno prima, era di colore argenteo mentre gli schinieri, i bracciali e l'elmo conservavano al di sotto delle bruciature il loro caratteristico colore verde scuro. Il corpo fumava, però sul suo volto era disegnato un ghigno malefico e soddisfatto.
– Visto che ho fatto bene ad aspettare? Sapevo che tu e quella meretrice mi avreste portato alla tana di questi sorci maledetti. Così adesso, oltre a recuperare il lexi, ho stroncato la ribellione contro il mio duca!
Rheinart si alzò, calmo: – Sei un idiota, mastino. Non puoi credere che questa gente faccia parte di Nuova Marea. Hai solo infierito su dei poveri disgraziati.
L'altro corrugò il volto, poi fece spallucce e sputò: – Poco male. Intanto ho infilzato quella cagna –.
Rheinart resistette alla tentazione di voltarsi per vedere come stesse Romena, la ferita gli era parsa molto brutta.
Dov'è finito Stigo? si chiese.
– E ho anche recuperato il tesoro – concluse Ostaf indicando con la spada insanguinata la capanna dall'altra parte del villaggio.
Stavolta il cercatore si girò e scorse due uomini a cavallo che si allontanavano di gran carriera, scomparendo nei boschi. Romena emise un verso sofferente, più profondo che se avesse ricevuto un'altra coltellata. Rheinart fece per muovere un passo verso di lei ma fu fermato dalla voce di Ostaf: – A-ah! Non così in fretta, Lupo di Ferro. Noi dobbiamo ancora regolare i conti – disse cambiando il bersaglio della propria spada.
– Non credo che ti convenga, mastino. Non sopravviveresti combattendo con me alla pari. – replicò con tono fermo.
– Alla pari? – Ostaf rise. – Non sei degno di leccarmi il fango dagli stivali. Ti ho già battuto una volta e con i buchi che ti ho fatto sarà ancora più facile, oggi .
Si diresse verso di lui mentre Rheinart ne studiava i movimenti mantenendo la posizione con le braccia quasi abbassate.
– Tu credi? – domandò con voce ferma.
Ostaf non gli badò. Sembrava euforico, l'odore del sangue gli dava alla testa e ne storpiava i lineamenti in un'espressione ferina ed estatica: – Mi prenderò la tua testa come trofeo. Un altro premio per accrescere la fama del drago verde!
Con un gesto fulmineo Rheinart scagliò un coltello da lancio contro il mastino ma questi riuscì incredibilmente a deviarne la traiettoria parandolo con la spada, poi si gettò con tutta la sua foga addosso al cercatore, usando come ariete il grande scudo che portava al braccio sinistro.
Il cavaliere era più alto e possente di lui perciò, invece di impegnarlo in un cimento di forza fisica, Lupo di Ferro si gettò contro le sue caviglie e rotolò sul fianco. Colto alla sprovvista, Ostaf inciampò e cadde con la faccia per terra. Imprecò e senza nemmeno guardare si rialzò menando rovesci alla cieca. Il suo raggio d'azione era tale che Rheinart dovette parare un paio dei suoi attacchi nonostante fosse a più di due braccia di distanza.
– Ti staccherò la testa! La infilzerò su una picca e la porterò in parata sul mio cavallo finché non marcirà! – sbraitò Ostaf mentre aumentava la foga dei suoi assalti.
Nonostante la furia i suoi colpi non erano casuali e scoordinati bensì precisi e insidiosi; solo l'abilità di spadaccino del cercatore, unita alla sua forza fisica, gli permise di tener testa al mastino.
Il duello si protrasse a lungo e alla collisione delle spade fece eco il brontolio dei tuoni che annunciavano l'arrivo della pioggia. Lupo di Ferro restò sulla difensiva, in attesa che l'impeto del rivale diminuisse d'intensità e accontentandosi di limitare i danni, schivare e rispondere con qualche colpo per mettere alla prova la guardia avversaria. Ci volle parecchio, l'energia di Ostaf pareva inesauribile, ma alla fine anche il gigante biondo iniziò a mostrare segni di affaticamento. Allora il cercatore passò all'offensiva. Nel volgere di un istante gli equilibri del duello si capovolsero e fu il mastino a doversi difendere. La spada di Lupo di Ferro guizzò come una scintilla riflettendo la luce degli incendi appiccati tutt'intorno, s'infranse contro lo scudo del drago e lo scheggiò ripetutamente. I pochi superstiti si raccolsero intorno ai due guerrieri per assistere all'epilogo dello scontro. Nessuno intervenne. Gli uomini del mastino erano tutti morti, gli abitanti del villaggio si tenevano a debita distanza mentre l'ultima combattente di Nuova Marea era pronta a farsi avanti nel caso Lupo di Ferro fosse caduto. Ma non cadde.
Sotto le prime gocce di pioggia continuò a fare finte e affondi e costrinse il drago verde a chiudersi in difesa, senza dargli la possibilità di reagire.
Quando con un montante fece volare via lo scudo dal braccio di Ostaf tutti capirono chi sarebbe stato il vincitore del duello. Anche Ostaf lo capì e bestemmiò gli dei prima di raddoppiare i suoi sforzi per togliersi di dosso il lupo. Stavolta i suoi attacchi divennero imprecisi e scomposti, la stanchezza e la paura gli avevano fatto perdere la lucidità. Invece il cercatore mantenne il sangue freddo e limitò al minimo il consumo di energie.
Come se fosse stata visibile, la forza vitale del mastino decrebbe costantemente, assorbita dalla quieta forza del guerriero dai capelli rossi.
Infine Ostaf si sbilanciò tentando il tutto per tutto con un affondo. Lupo di Ferro girò su se stesso come se eseguisse un aggraziato passo di danza e proseguì il movimento sferrando un rovescio con la spada alle spalle del cavaliere. Il taglio spiccò di netto la testa del drago.
L'elmo verde, con le sue ali, descrisse nell'aria un ultimo breve volo, prima di rimbalzare sul terreno già bagnato di sangue e pioggia.
Rheinart guardò il corpo in armatura collassare senza vita e restò fermo ad ansimare e recuperare le forze. La potenza di Ostaf lo aveva costretto a impegnarsi al massimo delle proprie capacità, era riuscito a vincere controllando i propri istinti e usando la testa. La scarica di eccitazione che lo aveva attraversato durante il combattimento iniziò a svanire e cominciò a sentire fitte di dolore in tutto il corpo. Non provava nulla dentro di sé, se non la soddisfazione di aver reso un servizio al mondo eliminando un individuo come il mastino e la tristezza nel vedere cosa era rimasto del villaggio travolto da quell'orribile massacro.
Nessuno esultava per la vittoria, i sopravvissuti curavano i feriti o cercavano di spegnere le fiamme. La donna di Nuova Marea, l'unica ancora in vita del gruppo a parte Romena e Alexis, venne da lui e gli mise una mano sulla spalla, ringraziandolo. Aveva gli occhi bagnati di lacrime e si allontanò diretta verso il corpo del giovane Kol.
All'improvviso Rheinart si ricordò di Stigo e si guardò attorno, in apprensione. Lo vide al fianco di Romena e Alexis. L'orientale era seduto con la schiena appoggiata a una capanna e si teneva il braccio; aveva una brutta cera ma probabilmente se la sarebbe cavata. La soffiatrice invece giaceva distesa al suolo, le mani sul ventre insanguinato.
Lupo di Ferro andò verso di loro, preoccupato per le condizioni della donna.
– È una brutta ferita – disse Stigo – ma non è mortale, credo. Dobbiamo portarla dentro.
Romena muoveva le labbra ma i suoi sussurri non erano intellegibili.
– Combatti come un campione – disse con voce debole Alexis, che cercava a stento di alzarsi.
Rheinart lasciò un attimo Stigo e aiutò l'orientale a rimettersi in piedi.
– Mi piace combattere e apprezzo i duelli. Però non amo le battaglie e le uccisioni insensate.
– Eppure ci hai aiutati.
– Non parlare, risparmia le forze.
Il cercatore si mise il braccio sano di Alexis sulle spalle e lo condusse nella capanna dove poco prima si era svolta la riunione. Sarebbero stati molto meno stretti ora.
I morti furono tolti dalle strade e i feriti portati al coperto. La pioggia, che nel frattempo si era trasformata in temporale, aveva aiutato a estinguere gli incendi, risparmiando al villaggio la distruzione totale.
Rheinart si adoperò come poté per aiutare quanti ne avevano bisogno e il lavoro lo aiutò a non pensare. Stigo, sfruttando le sue rudimentali conoscenze mediche, cercò di curare i feriti, a partire da Romena.
Molto più tardi, quando Lupo di Ferro rientrò nella capanna, la soffiatrice era priva di sensi; Stigo riferì che nell'ultimo momento di lucidità non aveva fatto altro che pregarli di recuperare il lexi.
Rheinart non replicò.
Siccome non c'era più nulla di utile che potesse fare nell'immediato, uscì di nuovo e si godette il freddo della pioggia sulla pelle. Sperò che l'acqua lavasse via oltre alla sporcizia anche le ombre che gli infestavano la mente. Ma le ombre restarono.
– Cosa guardi? – gli chiese Stigo, esausto, uscendo sulla soglia di fianco a lui.
– Niente.
– Sciocchezze! – rispose aspro l'ometto dai capelli grigi.
Stupito, Rheinart si girò. Stigo raddolcì un poco l'espressione del viso e sospirò: – Stai guardando la strada che hanno preso gli scagnozzi del drago verde.
Rheinart non disse niente.
– Mi dispiace – continuò il socio, mortificato. – Non sapevo che Romena avesse nascosto il lexi nella capanna. Avevo visto quei due che rovistavano nelle case ma me ne ero tenuto alla larga. Solo dopo ho capito…
– Non avresti potuto fare nulla. Tranquillo.
Stigo si animò di nuovo: – Invece no, perché so quello a cui stai pensando! Tu vuoi andare a riprendere quella maledetta ampolla.
L'altro lo guardò: – Cosa te lo fa credere? Siamo stati pagati, no? Abbiamo anche eliminato il mastino del duca e i suoi sgherri. Ci siamo guadagnati il rubino di Alexis –.
– Oh sicuro, così è come la vedo io! Però ti conosco. E questo… – disse indicando lo sfacelo che li circondava – questo è proprio il genere di cose che non sopporti. Sbaglio, forse? Un nobile che si arroga il diritto di trucidare gente innocente solo perché gli si è messa tra i piedi. Una strage fatta senza motivo. Senza pietà.
Rheinart alzò le spalle, la voce appena percettibile sotto lo scroscio della pioggia: – Così va questo mondo. Se non sono i nobili a commettere soprusi sarà qualcun altro.
– Ma questi soprusi hanno fatto di te l'uomo che sei. Un ribelle, per alcuni addirittura un eroe… un castiga nobili.
– Ho ucciso mio padre e ho perso quasi tutto quello che avevo. Non sono un eroe.
Stigo si appoggiò con le spalle contro l'abitazione e sospirò di nuovo. La sua voce divenne seria e profonda, una cosa che succedeva di rado.
– Però hai salvato la tua anima – disse.
Rheinart non rispose. Continuò a fissare la strada fangosa che si perdeva nei boschi, sullo sfondo del cielo nero in tumulto.
Dall'alta e stretta finestra il duca scrutava la quiete della sera sulle sue terre. La città di Ferstallia era ai suoi piedi, così come la gente che l'abitava.
Nel castello in cima al colle, Berched svettava sopra il formicaio di cittadini operosi che lavoravano incessantemente per lui. Non esistevano consigli comunali nei suoi possedimenti, nessun messo regale, poche le libertà concesse. Le pallide imitazioni di quei ridicoli istituti democratici che andavano tanto di moda non avevano ancora attecchito nelle brulle zone del Nord più estremo. L'anziano re Engmar, figlio di Vulfgard, non aveva particolari interessi nelle regioni ai confini settentrionali del suo regno. La sua campagna rinnovatrice, lì, era stata portata avanti con scarsa dedizione e al di là di qualche modesto successo, come a Ostallia, non aveva intaccato il potere nobiliare. A Ferstallia era il duca a fare il bello e cattivo tempo.
E sarebbe stato tanto più vero quanto prima lui fosse riuscito a mettere le mani sul lexi.
Quel pensiero riaccese la smania che aveva divorato Berched nelle ultime settimane e che la vista dei suoi possedimenti era riuscita momentaneamente a sedare. I tetti bassi coi camini fumanti, le strade strette e le lanterne che punteggiavano i vicoli non riuscirono più a soddisfarlo.
Infine l'insoddisfazione divenne insofferenza.
– Nisha! – chiamò a gran voce. – Nisha!!
– Sono qui, mio signore – rispose prontamente una voce femminile al di là della porta.
Una figura esile e aggraziata entrò negli alloggi privati del duca uscendo dalle ombre del corridoio.
Il nobile, per nulla sorpreso di trovarla lì, finse comunque di essere contrariato: – Non ti avevo detto che non gradisco essere spiato di nascosto? Cosa facevi fuori dalla porta?
Nisha, una fanciulla dall'età indefinibile, con lunghi capelli neri e lisci e un volto affilato come la punta di uno stiletto, fece un inchino: – Una semplice coincidenza mio signore.
Infastidito dalla sua sfacciataggine, Berched agitò una mano nell'aria: – Non importa. Ci sono notizie del drago verde? Sono due settimane che è partito. Non posso aspettare oltre.
La ragazza sorrise, stirando le labbra in un movimento sinuoso: – Venivo appunto ad avvisarvi, mio signore. Due dei suoi uomini sono rientrati.
Il volto del duca si imporporò: – Solo due? E gli altri dodici? E Ostaf!? Che significa?
– Sembra che abbiano incontrato delle difficoltà. Si sono scontrati con un cercatore chiamato Lupo di Ferro, un combattente molto abile. Pare che insieme a lui ci fossero alcuni membri di Nuova Marea e con loro una soffiatrice di polveri. Hanno dato del filo da torcere al vostro mastino.
Berched fece un passo avanti: – Se questa è una scusa per non…
– Hanno recuperato il lexi, mio signore – l'interruppe lei alzando rispettosamente una mano affusolata dalla carnagione olivastra.
Il duca si fermò e raddrizzò la schiena. Era un uomo sulla cinquantina, completamente calvo e con un lungo pizzetto color cenere. Le sue vesti di velluto, ampie, morbide e del colore della notte con riflessi porpora, lo avvolgevano come un manto protettivo. Ne accarezzò nervoso la superficie con dita pallide e ingioiellate.
– Dunque la missione è stata portata a termine – disse esalando un sospiro di sollievo. – E Ostaf dov'è? Perché non è rientrato con loro?
– Non lo sanno, mio signore. Dopo avere attaccato e dato alle fiamme un villaggio il drago verde si è fermato per regolare i conti con il gruppo di Nuova Marea e con lo stesso Lupo di ferro. Aveva dato incarico ai due uomini di prendere il lexi e di attendere il suo arrivo in un rifugio nei pressi. Lo hanno aspettato a lungo, dicono, ma non è mai arrivato.
Berched si tirò la barba appuntita e si fece pensieroso: – Mi riesce difficile credere che qualcuno abbia scelto di affrontare Ostaf invece di fuggire, e che per di più lo abbia sconfitto. Non ho mai conosciuto un cavaliere più valente e brutale. Se così fosse avrei perso un prezioso collaboratore, oltre che un lontano cugino.
– Se posso permettermi, mio signore – si intromise Nisha – ora che abbiamo il lexi sarebbe opportuno procedere con il nostro… ospite.
Il duca, ancora assorto nei suoi pensieri, la guardò come se non la vedesse poi all'improvviso si risvegliò.
– Ma certo! Hai ragione, Nisha. Come al solito.
Le si avvicinò.
– Hai con te il lexi?
La fanciulla estrasse dalla veste nera la brillante ampolla di cristallo. I riflessi argentei e blu si rifransero sui loro abiti vellutati. Berched fissò incantato la meraviglia che finalmente poteva stringere tra le mani e Nisha studiò il volto bramoso del suo signore, i cui occhi grigi ardevano di ambizione e, insieme, timore.
– Tutti i miei desideri stanno per essere esauditi. La mia arguzia e la mia determinazione sono state alfine premiate – disse con la voce arrochita.
Rimise l'ampolla nelle mani di Nisha e richiuse sul cristallo sfaccettato le dita di lei con le sue.
– Sei sempre preziosa, Nisha – le sussurrò.
Si mosse verso la porta e nel superare la fanciulla le accarezzò un seno con la mano, sentendo che era nudo sotto la veste.
– Vieni, andiamo dal nostro ospite. Ormai è quasi sveglio.
Reprimendo il brivido di fastidio che il contatto con la mano del duca le aveva causato, Nisha lo seguì nel corridoio.
Percorsero le sale del castello e discesero nelle segrete. L'atmosfera si fece più pesante via via che scendevano le scale a chiocciola che conducevano ai livelli inferiori. Non si fermarono al piano terreno, ma proseguirono fino ad addentrarsi nelle profondità del colle. Le pietre lisce e i lavori in muratura del castello cedettero il passo alla pietra grezza, scavata senza pretese estetiche.
Nisha si compiacque di osservare in tralice le facce delle guardie addette alla custodia dell'ospite e come sempre provò una sorta di perversa delizia nel notare il terrore che tentavano di nascondere.
Dovette ammettere che lei stessa, pur con le sue conoscenze negromantiche, aveva faticato a mantenere salde le ginocchia la prima volta che lo aveva visto. Tuttavia col passare dei mesi si era abituata e adesso riusciva ad abbandonarsi al puro piacere blasfemo che la vista della creatura le procurava.
Il duca raggiunse una pesante porta di metallo, l'ultimo diaframma che separava l'ospite dal mondo esterno. Appena vide il suo signore la guardia aprì il chiavistello.
Una luce rossa invase l'atrio e dipinse i due visitatori di scarlatto, come se si trovassero nell'anticamera dell'inferno. E non era un'analogia molto lontana dalla verità.
Davanti a loro, oltre la soglia, si trovava il Deforme che il duca Berched stava amorevolmente curando come suo prezioso animale domestico.
Il suo immenso respiro catarroso era quasi intollerabile, così come il suo aspetto e le sue dimensioni. Nemmeno cinque elefanti messi insieme avrebbero potuto eguagliare l'informe e laida massa di carne che stava davanti al duca e alla sua consigliera.
Si avvicinarono entrambi alla recinzione di acciaio, l'unica protezione a parte le enormi catene che tenevano imprigionata la creatura.
– Dimmi, Nisha, si è mosso di nuovo? – chiese il duca con voce appena udibile.
– Più volte, oggi. Muove le braccia piuttosto spesso, e ha iniziato a cambiare posizione e a strattonare le catene.
Berched si toccò la barba: – Quando dovremmo somministrargli il lexi? Sei in grado di eseguire il rituale?
La ragazza rispose col tono più sensuale che le riuscì di riprodurre: – Come sa il mio signore, sono in grado di eseguire tutti i compiti che mi affida. Dai rituali magici ai rituali più… intimi – e appoggiò una mano sopra quella del duca. – Ma non c'è nulla di certo con questi esseri. Dovrò consultare ancora le mie fonti.
Berched ritrasse la mano, irritato dalla risposta evasiva.
– Cerca di fare in fretta. Se si sveglia prima che gli abbiamo somministrato il lexi, sarà la fine per tutti noi. Studia fino a che non sarai sicura del risultato, poi chiamami per eseguire il rituale.
Il duca si voltò di scatto e il suo pesante mantello si allargò alla base come un fiore nero. Uscì dall'alcova del Deforme a grandi passi e risalì le scale.
Nisha sorrise e continuò a fissare la creatura che le stava davanti.
Nemmeno lui, con tutta la sua arroganza, riesce a sopportare la tua vista, pensò con gusto.
Ma io sì, e so bene cosa fare con te.
Rimase nell'alcova ancora a lungo, meditando sul suo incarico e valutando le opzioni che aveva a disposizione.
Infine, raggiunto anche lei il limite di resistenza della sua mente, voltò le spalle al Deforme e si chiuse la porta di metallo alle spalle.
9
Sulle mura
Nella luce azzurrognola della locanda, seduti a un tavolo vicino alla porta d'ingresso, un uomo muscoloso dai capelli rossi e un piccoletto che avrebbe potuto essere scambiato per un ragazzino se non fosse stato per i capelli grigi, parlavano a bassa voce.
La locanda dell'Azzurro Mattino era fredda. Le pareti, così come le sedie e i tavoli, erano coperti da una leggera tintura bluastra, vecchia e scrostata, la quale conferiva al posto un'atmosfera lugubre che, più che al mattino, faceva pensare a un cimitero.
Stigo armeggiava con qualcosa tenendo le mani sotto al tavolo e brontolava: – Ci siamo scelti proprio un bel posticino –.
– Meglio non avvicinarci troppo al castello, sarà pieno di spie del duca – rispose Rheinart.
– Se è per questo credo che in questa città non si muova foglia senza che lui lo sappia. Hai visto che razza di posto è? Non vedresti una faccia sorridente nemmeno a pagarla oro – obiettò l'altro.
Rheinart sorrise: – Adesso non esagerare. Sei solo di cattivo umore perché ti ho convinto a venire qui.
– Non mi hai convinto, mi hai costretto. E, parlando di pagare in oro, ti rendi conto di quello che ho speso per procurarmi quello che mi hai chiesto?
– Lo immagino. Ma con il gioiello di Alexis in tasca potresti evitare di piangere miseria.
– Ho speso tutte le gerche che avevamo! Siamo a secco, come dei mendicanti. E il rubino vale una fortuna ma qui non possiamo venderlo.
– Basterà fare un po' di economia finché non saremo tornati al sud.
Stigo non aggiunse più nulla e riprese a mangiare di malavoglia la zuppa che gli era stata portata. Non la trovava particolarmente appetitosa.
Ricominciò a bofonchiare: – Mi sembra un piano di merda.
Rheinart, che puntava con lo sguardo una donna procace seduta al bancone, rossa di capelli come lui, liquidò l'obiezione con una risposta laconica. – Funzionerà – disse.
– Oh, la polvere funzionerà senz'altro. È proprio questo che mi preoccupa. Dal mio amico Brogas ne ho acquistata abbastanza da… non voglio nemmeno pensarci.
– Preoccupa anche me, se è per questo, ma si tratta della mia assicurazione. È fondamentale che tu faccia quanto ti ho detto. Stanotte.
Stigo sbuffò con il naso, per niente convinto.
– Meno male che avevi detto che l'azione non è il mio campo.
Rheinart si alzò sorridendo: – Te la sei sempre cavata alla grande. Fa parte delle tue qualità: passi inosservato e alla fine freghi tutti.
– Dove te ne vai?
– In camera. Con un po' di compagnia – disse sornione Lupo di Ferro.
La donna rossa si stava avvicinando al loro tavolo.
– Ti porti in camera la battona della locanda? È questo il tuo modo di fare economia?
– È il mio modo di camuffarmi con la gente che passa per posti come questo.
Prese sotto braccio la donna che lo aveva raggiunto. Era alta quasi quanto lui.
– Serve anche ad alleggerire la tensione – aggiunse strizzando l'occhio.
I due salirono le scale e sparirono al piano di sopra. Stigo finì la sua zuppa in silenzio e ricominciò a contare i soldi che gli rimanevano.
Ripensò a Romena, che avevano lasciato al villaggio alcuni giorni prima. Fortunatamente era fuori pericolo, ma non appena si era sentita meglio aveva insistito perché loro partissero subito alla volta del castello del duca Berched. Non li avevi supplicati però c'era mancato poco.
Stigo aveva sperato che Rheinart cambiasse idea ma, come c'era da aspettarsi, l'uomo che un tempo era stato il figlio del conte Athal aveva preso la sua decisione. Nulla lo avrebbe trattenuto.
Così si erano messi in viaggio verso Ferstallia, non prima di aver fatto una deviazione per andare a trovare Brogas, e adesso si trovavano al limitare dei confini settentrionali del Grande Regno del Nord.
E cosa abbiamo trovato? si chiese il piccolo contabile. Una città cupa, fredda e ostile come tutta questa regione, oppressa da un piccolo tiranno. E noi stiamo per ficcarci in bocca al leone.
Sbatté il boccale di sidro sul tavolo e imprecò: – Maledizione a tutte le donne!
Alcune teste nella locanda si voltarono, ci fu qualche risatina canzonatoria, poi l'atmosfera lugubre tornò ad avvolgere i pochi commensali come se nulla l'avesse disturbata.
Rheinart saggiò la tenuta del rampino: reggeva.
Lasciò l'appoggio col piede sinistro e si arrampicò fino a raggiungere la sporgenza che si trovava diverse braccia più su.
Era quasi mezzanotte e la luce della luna, in parte coperta dalle nubi, era appena sufficiente a permettergli di vedere quello che stava facendo. Aggrappato alle mura esterne del castello, Lupo di Ferro scalava la parete sul lato opposto rispetto alla città e in quel momento si trovava sospeso a più di duecento braccia d'altezza. Sotto di lui, molto oltre il punto in cui il muro cedeva il passo alla roccia a strapiombo del colle su cui il castello era stato edificato, poteva sentire il debole gorgoglio del fiume che lambiva i piedi dell'altura.
Con rivoli di sudore che colavano su fronte e schiena nonostante il freddo, capì perché non ci fossero guardie affacciate da quella parte della costruzione: solo un pazzo avrebbe tentato un'arrampicata simile. E a quanto pareva Rheinart lo era.
Imprecò mentalmente contro se stesso.
Il suo piano era di recuperare il lexi e svignarsela al più presto senza che nessuno si accorgesse della sua presenza; in teoria non avrebbe nemmeno dovuto combattere. In pratica sapeva che le cose non sarebbero state così semplici. Immaginava che l'ampolla si trovasse negli alloggi del duca ma, ammesso che questa sua supposizione fosse corretta, infilarsi impunemente nel dongione, il luogo meglio sorvegliato di tutta la fortezza, non era esattamente un piano brillante. Con ogni probabilità avrebbe dovuto versare del sangue e solo nella migliore delle ipotesi non sarebbe stato il suo.
Proseguendo la scalata alla luce della luna, con i muscoli che bruciavano per lo sforzo, Rheinart tentò di convincersi che quell'incursione fosse solo un piccolo extra concesso a Nuova Marea in cambio della Lacrima del Tramonto. Un extra concesso a Romena, per l'esattezza.
Niente di più.
Tuttavia sapeva che non era così. Il fascino della soffiatrice non lo lasciava indifferente, ma la verità era che durante il massacro al villaggio qualcosa era scattato dentro di lui. Le azioni brutali e sconsiderate di Ostaf e dei suoi sgherri avevano risvegliato un cane rabbioso che non si sarebbe rimesso a dormire finché non avesse affondato i denti in un collo dal sangue blu. Per quanto cercasse di convincersi che la sua missione consisteva solo nel recuperare il lexi, Lupo di Ferro era certo che, se si fosse trovato davanti il duca Berched, lo avrebbe ucciso.
Giunto al di sotto di un merlo si arrestò; sentì i passi di una ronda a poche braccia di distanza. Attese che le due sentinelle si allontanassero, attento a non emettere un fiato, dopodiché si issò per l'ultimo paio di braccia che lo divideva dalla cima. Scavalcò il parapettò e atterrò in silenzio sul camminamento. Diede una rapida occhiata al cortile sottostante e vide alcune guardie gironzolare annoiate.
Individuò subito un punto congeniale per scendere: alla sua destra, una piccola scala partiva dal camminamento e scendeva a terra, terminando dietro a quelle che sembravano delle stalle.
Da lì sarebbe stato al riparo da sguardi indiscreti e avrebbe potuto studiare il percorso migliore per raggiungere il mastio.
Si avviò giù per la scala muovendosi come un gatto, attento a evitare la luce delle torce.
Fu fortunato, raggiunse il retro delle stalle senza che nessuno lo notasse. Si affacciò con prudenza oltre l'angolo del capanno e studiò i percorsi delle guardie: gli uomini erano meno di quanto si aspettasse e in breve si decise a costeggiare le mura fino alla torre più vicina. Corse curvo, veloce e silenzioso e si infilò nell'angolo in ombra dove la torre si fondeva con il muro esterno. Continuò ad avanzare in questo modo, compiendo delle brevi tappe allo scoperto tra un riparo e l'altro e ben presto arrivò nei pressi dell'entrata del dongione. Non era sorvegliata al momento, ma Rheinart aveva visto due sentinelle fare il giro della grande torre centrale e sapeva che non avrebbe avuto il tempo di tentare di scassinare la porta, sarebbe stato certamente scoperto. Fece correre lo sguardo per tutta la lunghezza della torre esagonale e, con un sospiro di sollievo, trovò quello che cercava. In uno dei lati in ombra della costruzione c'era una finestra al secondo piano con l'imposta di legno sollevata. Era un azzardo, qualcuno avrebbe potuto vederlo mentre si arrampicava, ma era l'unica opzione che avesse.
Il cercatore aspettò che le sentinelle oltrepassassero il punto cieco e si fiondò ai piedi del muro del mastio, il rampino già in mano. Fece oscillare la corda e la lanciò con maestria; centrò il bordo della finestra al primo colpo. Iniziò immediatamente a scalare la parete, recuperando la corda man mano che saliva. Proprio quando pensava di avercela fatta una guardia uscì dalla porta di un piccolo capanno nel cortile e si trovò a passare sotto di lui. Lupo di Ferro fu costretto a fermarsi per non farsi sentire. Pregò che nessuno dai camminamenti delle mura guardasse nella sua direzione e lo vedesse appeso come un salame. Per un'ironica beffa la guardia, raggiunto il lato in ombra del muro, si fermò ed estrasse di tasca una fiaschetta; iniziò a dare lunghe sorsate, emettendo dei sonori sospiri di soddisfazione dopo ogni assaggio. Rheinart avrebbe scommesso che non era acqua quella che beveva.
La sentinella mise a dura prova la pazienza e la resistenza dei muscoli del cercatore, al punto da fargli credere che non se ne sarebbe più andata e che lui sarebbe stato costretto a lanciarsi nel vuoto e a caderle addosso. Alla fine, quando ormai non ci sperava più, la guardia ruttò, evidentemente soddisfatta della pausa, e proseguì nel suo giro di ronda.
Lupo di Ferro riprese l'arrampicata e si issò con uno sforzo oltre il davanzale della finestra. Atterrò con agilità all'interno, senza far rumore. La stanza era buia. Aprì con attenzione la porta e sbirciò nel corridoio. Nel freddo silenzio della torre tutto taceva. Trovò delle scale a chiocciola che portavano al piano superiore; controllò che non ci fosse nessuno e cominciò a salirle, presumendo che gli alloggi del duca si trovassero in alto.
Non fu deluso. Giunto all'ultimo piano trovò un corridoio con le finestre coperte da pesanti tende e decorato con candelabri di metallo brunito alti quanto un uomo. Seguì il percorso esagonale fino a trovare una massiccia porta di legno scuro che dava sul lato esterno. Sbirciò con attenzione ma non vide guardie: o il duca non era nei suoi alloggi o lui aveva sbagliato i calcoli.
Saggiò la maniglia e la trovò chiusa. Armeggiò con gli utensili da scasso evitando di far tintinnare i grimaldelli e nel giro di poco aprì la serratura. Socchiuse la porta e scrutò all'interno: non sentì alcun suono. Si azzardò a spalancare l'uscio e, come immaginava, vide che la stanza era vuota.
Si intrufolò e richiuse la porta. Estrasse una piccola torcia di lefe, l'accese e alla debole luce rosacea che proiettava si mise a studiare l'ambiente. Di sicuro si trattava degli alloggi del duca.
Le pareti erano interamente ricoperte di arazzi, il letto a baldacchino era finemente lavorato, così come le cassapanche in noce. Di fianco all'unica finestra, anch'essa coperta da una tenda, si trovavano un piccolo tavolo e una sedia di pregio. Senza perdere altro tempo, non volendo sfidare oltre la propria buona stella, Lupo di Ferro si mise a rovistare nelle cassapanche.
Non trovò l'ampolla di cristallo; com'era prevedibile il duca l'aveva nascosta. Controllò più in fretta che poté, consapevole che da un momento all'altro il tempo concessogli poteva scadere.
Mentre si trovava accovacciato davanti all'ultimo baule provò a dare un'occhiata sotto al letto: nulla. Alzatosi, tastò la parete alle spalle del baldacchino, alla ricerca di qualche scomparto segreto.
Con suo stupore non ci mise molto a trovare una pietra che sporgeva appena più delle altre. La tirò a sé e questa si lasciò sfilare senza opporre resistenza, segno che era stata tolta e risistemata più volte.
Nascosto all'interno del vano si trovava un piccolo scrigno di legno e ferro battuto, chiuso da un robusto lucchetto. Rheinart lo estrasse: era piuttosto pesante.
Si guardò intorno. Gli era sembrato di sentire un rumore, uno scalpiccio appena percettibile. Rimase fermo per diversi istanti ma non udì nient'altro; potevano essere stati i suoi nervi ad averlo tratto in inganno, oppure poteva essere stato un semplice rumore di assestamento del legno.
Tornò a concentrarsi sullo scrigno, lo appoggiò sul pavimento e forzò il lucchetto.
Quando l'arco metallico scattò e il lucchetto cadde a terra Rheinart non trattenne un piccolo sorriso, che si spense non appena scoprì che l'interno dello scrigno era vuoto.
Un rumore di passi alle sue spalle lo colse di sorpresa e qualcosa di pesante lo colpì alla nuca.
Le pareti cominciarono a vorticare intorno a lui. Due paia di braccia forti lo afferrarono e lo privarono delle armi mentre il suono di una risata beffarda risuonava nella stanza.
10
Il castigo
Una voce rideva nervosa, il suono assorbito dalla stoffa degli arazzi.
Due guardie misero Rheinart in piedi con la forza. Il cercatore faticava a reggersi sulle gambe ma si sforzò di restare sveglio, strizzando gli occhi in attesa che il mondo smettesse di ruotare e che il dolore alla testa si attenuasse.
Qualcuno stava parlando ma lui non riuscì ad afferrare le parole; capì solo che doveva trattarsi del duca Berched. Gli aveva teso una trappola e lui c'era cascato come uno sciocco: non era un caso che fosse riuscito ad arrivare fin lì, lo stavano aspettando. Qualcuno aveva fatto la spia.
– … riesci a capire quello che dico? – stava dicendo il nobile.
La stanza smise di girare e Rheinart poté tenere le palpebre aperte senza timore di vomitare.
Vide l'uomo che gli parlava e ne notò la corporatura robusta, il volto gonfiato dalla superbia, dagli agi e dal potere. Eppure i suoi occhi erano sottili e acuti, come la barba, e indicavano una mente perspicace e pericolosa, così come il loro luccichio febbrile denunciava un animo ossessionato.
Berched si fece più vicino, con aria arrogante, protetto dalle sue guardie; oltre alle due che tenevano fermo Lupo di Ferro ce n'erano due al fianco del nobile e due sulla soglia della camera.
Il duca sporse il volto in avanti e parlò lentamente: – Va un po' meglio? Puoi parlare?
Rheinart non rispose, si limitò a fissarlo con un'espressione che avrebbe fatto scappare una tigre.
Berched invece non indietreggiò, anzi esibì un sorriso forzato: – Come avrai intuito, a Ferstallia non succede nulla senza che io lo sappia – disse piegandosi e raccogliendo da terra lo scrigno vuoto.
– Ti chiedo scusa per questo piccolo gioco. Avrei potuto fermarti molto prima ma ho provato un certo diletto nel vederti frugare tra le mie cose e illuderti di aver trovato ciò che cercavi.
Gli agitò lo scrigno sotto al naso, con un'ombra di inquietudine nel volto: – Pensavi contenesse l'ampolla? È per quella che sei venuto?
Fece una pausa e lo studiò con attenzione.
– Dunque tu sei il cercatore che ha ostacolato il Drago Verde, l'uomo che chiamano Lupo di Ferro. Sono stupito che tu abbia osato intrufolarti nel mio castello. Forse un ladro non sopporta di essere derubato? Hai un bisogno disperato di soldi?
– Il mio compenso l'ho già avuto – rispose secco Rheinart.
Berched si rabbuiò: – Perché allora? Conosco le storie che circolano sul tuo conto: Lupo di Ferro, l'eroe del popolo che combatte contro i nobili. Vorresti darmi a bere che sono vere, che non si tratta di folclore?
La voce di Lupo di Ferro uscì bassa e vibrante: – Fai tante domande.
Berched iniziò a camminare per la stanza, mostrando ostentatamente con le braccia gli oggetti che lo circondavano, i mobili, gli arazzi, le stesse guardie. Sembrava nervoso.
– Ti sei introdotto nelle mie terre, in casa mia, e hai tentato di derubarmi… Se sei arrivato fin qui presumo che tu abbia ucciso Ostaf.
Rheinart sorrise con gusto: – Presumi bene.
Il duca si avvicinò in fretta e gli menò un manrovescio sulla guancia. Lo schiaffo non fu molto forte ma gli riecheggiò in testa per via del colpo che aveva ricevuto prima.
– Nessuno sarebbe così sconsiderato! – gli sibilò in faccia. – Perché l'hai fatto?
– Meritava di morire. – rispose Rheinart laconico.
Berched inspirò a fondo, poi riprese: – Come lo meritano tanti uomini a questo mondo; forse tutti. Ma è inspiegabile che un cercatore si batta contro un cavaliere forte e temuto come il Drago Verde solo per proteggere il bottino di un incarico. Vale così tanto per te quell'ampolla?
– La sua morte era inclusa nel pagamento che ho ricevuto dai miei clienti. Dimmi tu, piuttosto, quanto vale per te il liquido blu? – gli chiese l'altro con malizia.
Il duca raddrizzò la schiena, interessato alla piega che stava prendendo la conversazione.
– Già, i tuoi clienti. I ratti di Nuova Marea. Sei uno di loro?
Lupo di Ferro rise.
Il nobile aggrottò la fronte: – Lo immaginavo. Non mi sembri tipo.
Gli rifilò un altro schiaffo, più rabbioso.
– Allora vuoi farmi credere che ti hanno pagato tanto da spingerti a suicidarti!?
Rheinart capì che la sua presenza preoccupava il padrone del castello ben più di quanto immaginasse. Berched non sembrava adirato per il fatto che lui avesse tentato di derubarlo, sembrava piuttosto preoccupato da qualcos'altro. Decise di scoprire di più.
– Abbiamo in comune l'antipatia per i nobili – disse elusivo, facendo innervosire ancora di più il duca.
Questi gli afferrò il mento e ringhiò a pochi centimetri dal suo volto: – Tu non sei chi dici di essere. Le storie che si raccontano su di te sono soltanto fandonie. Non sei un eroe del popolo ma un nobile decaduto che non è stato capace di tenersi le terre dopo aver assassinato suo padre! Sei solo un mercenario caduto in disgrazia che ancora non è riuscito a riscattare il suo nome.
Lo trapassò con occhi glaciali: – Sai cosa penso? Penso che finalmente qualcuno ti abbia offerto la grande occasione, dico bene? Qualcuno ti ha mandato a mettermi i bastoni tra le ruote, in cambio della riabilitazione da te tanto desiderata.
– Cosa vuoi dire? – chiese confuso Rheinart.
L'altro non lo ascoltò: – Hai accettato l'incarico. Però sapevi di esserti messo contro un nemico troppo grosso per le tue forze, così hai coinvolto le uniche persone che ti avrebbero aiutato: i ratti di Nuova Marea. Degli sciocchi che credono di poter sovvertire l'ordine sociale mentre ancora strisciano come vermi sotto il tallone dei re. Scommetto che per averli come alleati hai approfittato della tua fama di castiga nobili.
Il duca fece un sorriso di disprezzo: – Le fandonie che circolano sul tuo nome ti sono tornate utili, dico bene? E ora usi Nuova Marea come copertura per nascondere il tuo vero mandante.
Mentre cercava di mettere insieme i pezzi di quello strano discorso, consapevole che se anche avesse obiettato qualcosa Berched non gli avrebbe creduto, Lupo di Ferro corse il rischio di stare al gioco e finse di essere stato scoperto.
– Era fondamentale ostacolarti – disse stringendosi nelle spalle – e puoi ben comprendere che il mio mandante preferisse non attirare l'attenzione. Ma vedo che è stato tutto inutile.
Ebbe la soddisfazione di vedere che aveva colto nel segno. Una vena sul collo del nobile cominciò a pulsare, gli occhi si accesero di una luce maligna.
– Lo sapevo! Tu non lavori per Nuova Marea. La mia prima impressione era quella giusta: sei un mercenario assoldato da Basilios.
Rheinart rimase spiazzato da quella risposta e non seppe cosa replicare.
Il duca interpretò il suo silenzio come un'ammissione di colpevolezza e gettò lo scrigno sul letto.
– E così il Gran Signore ha mangiato la foglia. Immagino fosse solo questione di tempo, quell'uomo ha spie dappertutto.
Allargò le braccia e declamò trionfante: – Ebbene sì! Io ho scoperto che fine ha fatto il cavaliere ribelle Arturas, che pochi mesi fa rubò il lexi da sotto il naso della congrega. E ho preferito tenere l'informazione per me, invece di riferirlo agli altri come sarebbe stato mio dovere. Era un'occasione che aspettavo da tempo.
Berched è un traditore della congrega? Rifletté Rheinart.
– Arturas è stato ucciso di recente nella città di Ostallia e lì è stato sepolto come un plebeo qualsiasi, insieme al prezioso tesoro che aveva trafugato. Come siano andate esattamente le cose è difficile dirlo, ma immagino che Ostaf avesse scoperto il responsabile della sua morte perché gli uomini ritornati da Ostallia mi hanno riferito di aver assassinato un mercante coinvolto nel fatto. – Fece un gesto noncurante con le mani. – Chissà, forse il povero cavaliere alla fine si era rivolto alla persona sbagliata.
Quindi il corpo trafugato dal grimlach apparteneva a un altro traditore della congrega. Ma il mercante di cui parla… che sia Tobias? Il vecchio era un simpatizzante di Nuova Marea. È possibile che quando ha saputo cos'era l'ampolla che il cavaliere aveva con sé ne abbia compreso il valore e abbia ucciso Arturas. Ma perché allora non si è impadronito subito del lexi, invece di
farlo seppellire con il cadavere? Forse temeva di compromettersi nel caso la congrega arrivasse a Ostallia prima di Nuova Marea: non voleva essere collegato con l'omicidio. Ha seppellito l'ampolla nel luogo più sicuro in attesa che arrivasse Romena. Quando però il ragno delle caverne ha rubato il corpo di Arturas, Tobias è stato costretto a rivolgersi a qualcuno che potesse recuperare il prezioso in tempo, e deve aver fatto qualche mossa avventata…
I pensieri di Rheinart correvano veloci per mettersi al passo con le rivelazioni che il duca gli stava inconsapevolmente facendo.
– È stata una vera fortuna per me che, dopo tanto vagabondare, Arturas sia venuto a farsi ammazzare così a nord. Purtroppo, a quanto pare, l'ha scoperto in fretta anche Basilios. Non mi sorprende, ha mosso mari e monti per sapere dove fosse finito… Non mi aspettavo invece che il Gran Signore ingaggiasse uno come te; è stata una mossa rischiosa e quanto mai tempestiva.
– Mi sembra che anche tu stia facendo una mossa rischiosa. Sei un temerario a metterti contro il tuo signore – azzardò Rheinart.
Il duca parlò con voce grave, sillabando con lentezza le parole: – Sai cos'è il lexi? Di cosa si tratta con esattezza?
– So che appartiene a Basilios. So che serve a controllare dei mostri che dormono sottoterra e che Basilios userà come un esercito per riportare il potere del Quadrilatero nelle mani della nobiltà. E so che per averlo tu sei disposto a fare qualsiasi cosa, anche sfidare il Gran Signore.
Il duca assorbì in silenzio la risposta, riflettendo, e alla fine scoprì i denti in un ghigno malefico.
– Forse in fondo speravo che Lupo di Ferro fosse davvero una sorta di idealista romantico, che le voci fossero vere. Invece vedo che sei diventato il fedele cagnolino del grande orientale.
Invece di contraddirlo, Rheinart continuò la farsa e fece spallucce.
I lineamenti del viso di Berched si distesero e il nobile smise di tormentarsi la barba. Sembrava soddisfatto di quella spiegazione che corrispondeva alle sue aspettative.
– Sei stato in gamba, lo ammetto – gli disse. – L'idea di coinvolgere Nuova Marea era buona ma non ti è bastata. La tua impresa si è rivelata inutile: sei arrivato troppo tardi.
Rheinart si accorse che alle spalle del duca stava un'altra figura, esile e in ombra. Una giovane donna. Era rimasta in silenzio per tutto il tempo e lo fissava con occhi taglienti e curiosi, senza dire una parola. Istintivamente, il Cercatore ebbe l'impressione che la ragazza non fosse altrettanto convinta dell'interpretazione che il duca stava dando dei fatti e che cercasse ancora di farsi un'idea del perché lui si trovasse lì.
Berched si accorse che l'attenzione del suo ospite non era più rivolta a lui e si voltò in direzione della ragazza incappucciata.
– Oh, lei è Nisha, la mia preziosa assistente. È votata alle oscure arti della stregoneria. Anche lei fa ufficialmente parte della congrega ma in realtà, quando ha intuito quello che io potevo offrirle, ha deciso di seguire me.
– E cosa potresti mai offrirle? – chiese ironico Rheinart.
La ragazza si fece avanti e la luce delle torce ne illuminò il viso affilato e i lisci capelli neri che le scendevano fino al petto, dritti come lame di coltello.
– Perché non glielo mostrate, mio signore? Mostrate al vostro ospite la vostra ricchezza. In fondo è venuto per questo no? – suggerì con una voce flautata che si accompagnava alla malizia del suo sguardo.
Il duca parve sul punto di ribattere qualcosa in tono adirato ma lei lo fissò impassibile.
Alla fine lui cedette: – Perché no? – le disse.
Tornò a rivolgersi a Lupo di Ferro: – Immagino saprai che Basilios già da tempo ha dei dubbi sulla mia fedeltà. Ovviamente non ha alcuna prova e fino a oggi non gli avevo dato motivo di lagnarsi di me. La recente fuga di Arturas, però, mi ha offerto su un piatto d'argento l'occasione che aspettavo e mi ha evitato di occuparmi di persona di alcune fastidiose complicazioni. Quando il cavaliere è scappato, portando con sé una delle ampolle, ha creato parecchio scompiglio. Basilios ha subito istituito una caccia all'uomo, che però non ha dato i risultati sperati – ammiccò al cercatore.
– Come detto, il fatto che quel codardo di Arturas si sia trovato a transitare vicino alle mie terre e che per di più vi sia morto è stato un vero colpo di fortuna. Forse un segno del destino. Mi è parso subito chiaro che se fossi riuscito a recuperare l'ampolla prima del nostro Gran Signore sarei riuscito a liberarmi una volta per tutte della sua ingombrante presenza. E guarda un po', alla fine è proprio quello che è successo.
Insistendo nel recitare la parte che gli era stata cucita addosso, Rheinart lo provocò: – E così, piccola serpe, hai addentato il seno del tuo padrone. Peccato che i tuoi denti non abbiano veleno: avere il lexi non ti dà alcun vantaggio su Basilios.
Il duca scambiò un rapido sguardo con quella che lui definiva la sua assistente e lei annuì, con aria seducente. Rheinart non fu sicuro che Nisha fosse in una posizione così subordinata come il nobile sembrava credere.
Berched si fece più vicino, fino a mettersi a poche spanne dal volto di Lupo di Ferro: – Ciò che tu non sai e che nemmeno Basilios può sapere, amico mio, è che la fuga di Arturas non è stata il mio primo colpo di fortuna.
C'era qualcosa di inquietante nel suo sorriso, sembrava un bambino che avesse trovato un nuovo e crudele modo di torturare un insetto. Eppure i suoi occhi faticavano a mascherare la paura che si celava appena sotto la superficie e che era tradita dalle profonde occhiaie.
– Io possiedo una cosa che nessuno della congrega immagina. Ed è il motivo per cui Nisha sta con me. Ciò che possiedo si trova proprio qui, nel castello. O sarebbe meglio dire sotto.
Rheinart dapprima non capì, poi fu attraversato da un brivido al pensiero di quello che le parole di Berched potevano significare.
– Vieni. Voglio farti vedere.
Uscirono dalla stanza in formazione ordinata: Rheinart si trovava al centro del gruppo, il duca in testa, affiancato da Nisha. Le guardie avevano le armi in pugno e non toglievano gli occhi di dosso al cercatore.
Rheinart valutò che le sue possibilità di fuga fossero pressoché inesistenti. Decise di aspettare, stava ancora digerendo le informazioni ricevute e cercava di farsi un quadro completo della situazione. Stranamente, nonostante tutte le assurdità che aveva sentito, era incuriosito soprattutto dall'assistente di Berched. C'era qualcosa di enigmatico nella giovane chiamata Nisha, qualcosa che monopolizzava la sua attenzione. Lei dovette accorgersi che la stava osservando perché, mentre scendevano le scale a chiocciola, si girò a guardarlo in tralice da sotto il cappuccio. Gli sorrise, con lo stesso sorriso sensuale che aveva usato con il duca.
No, non è un sorriso… si corresse Rheinart. Ne sembra piuttosto una inquietante parodia.
Arrivarono al livello della corte e continuarono a scendere.
Lupo di Ferro si accorse che le guardie al suo fianco si erano irrigidite, percepì la loro tensione e capì che non ne era lui la causa.
Pensò che il duca li stesse conducendo nelle segrete, tuttavia le superarono e proseguirono nella discesa spingendosi ben oltre le prigioni. L'aria divenne più densa, quasi si appiccicasse alla pelle e ai vestiti in una coltre umida e viscosa. L'illuminazione diminuì, ampie porzioni della scalinata erano ora immerse nell'ombra e passando attraverso i pozzi di luce delle fiaccole appese alle pareti Rheinart poté vedere che i muri erano ricavati dalla roccia viva, la loro superficie era irregolare e grezza. Gli stessi gradini erano abbozzati, privi di rifiniture e diseguali.
Era evidente che la galleria che percorrevano non faceva parte della struttura originaria del castello, era stata scavata di recente e dava l'idea di una zona in cui ancora vi fossero dei lavori in corso. Senza che lo volesse, alla mente del cercatore si affacciò il ricordo del racconto di Rackim e delle caverne sotterranee del conte Aliphos. Non si vedevano in giro schiavi carichi di pietre, ma gli occhi delle guardie della scorta tradivano un'inquietudine che nulla avrebbe potuto spiegare, se non la presenza di qualcosa di terribile nascosto nelle più recondite profondità del colle.
La sinuosa Nisha si voltò ancora una volta verso di lui e di nuovo gli rivolse quell'inquietante smorfia che sembrava fatta di promesse di gioie carnali e di morti atroci.
Berched, sempre in testa al piccolo corteo, interruppe il silenzio che da alcuni minuti li accompagnava.
– Siamo quasi arrivati. Prima di ucciderti desidero mostrarti lo strumento che porterà una nuova alba nel Grande Regno del Nord. Uno strumento che non solo farà vacillare la corona di re Engmar, ma renderà me il nuovo Gran Signore della congrega.
La voce del duca era poco più che un roco sussurro, come se temesse di disturbare la quiete dell'ambiente, ma conteneva tracce di un'eccitazione nervosa incontrollabile.
– Sarei quasi tentato di lasciarti in vita e consentirti di raggiungere Basilios; potresti diventare ambasciatore del mio terribile potere, saresti un araldo perfetto. Specialmente se ti mutilassi un poco prima di liberarti. Che ne dici?
Anche lui si voltò verso il cercatore e sorrise, ma la sua espressione era molto meno enigmatica di quella della fanciulla: trasudava boria e delirio di onnipotenza. Berched era sull'orlo di un grande balzo, che poteva condurlo alla gloria più sfrenata o a una rovinosa caduta; non era possibile tornare indietro, l'unico esito di una corsa tanto folle era il trionfo o la disfatta.
Rheinart non vedeva però in Berched la stoffa del grande conquistatore. Uomini come lui avevano gioco facile a tiranneggiare nei loro piccoli possedimenti ereditati, si comportavano da parassiti e succhiavano benefici e vantaggi da nobili più in alto di loro nella scala gerarchica, potevano imitarne gli smodati sogni di grandezza, ma non sarebbero mai stati in grado di farli propri.
Non possedevano le doti necessarie di acume e di autocontrollo, diventavano subito ingordi e ciechi e finivano per soccombere sotto il peso della loro stessa smania.
I segni di questo tipo di consunzione erano già evidenti nel duca: volto gonfio e al tempo stesso scavato dal terrore, occhiaie scure e occhi febbricitanti, movimenti nervosi e scoppi d'ira improvvisi. Non si meravigliò che il suo arrivo avesse provocato tanto scompiglio in un animo così ossessionato e paranoico.
Uomini del genere erano pericolosi, perché rischiavano di trascinare nella distruzione anche coloro che avevano attorno. Rheinart decise che era giunto il momento di porre fine alla sua permanenza in quel luogo. Già da parecchio tempo stava mettendo alla prova la resistenza dei legacci che gli legavano i polsi, li torse con maggior forza e sentì con soddisfazione che cedevano. Sarebbe bastato uno strappo deciso per liberarsi…
Un boato assordante scosse tutto il colle. Le vibrazioni di quello che sembrava un cataclisma apocalittico fecero tremare l'intero castello e la caverna sottostante.
Il gruppo fu scagliato a terra e Rheinart ne approfittò per sfilare i polsi dai legacci con un colpo secco dei muscoli.
– È un terremoto! – gridò Berched con voce resa stridula dalla paura.
Rheinart si gettò con tutto il peso contro la guardia alla sua sinistra mandandola a sfracellarsi contro il muro. Ne rubò la spada e infilzò fulmineo l'uomo alle sue spalle. L'azione si svolse con tanta rapidità che le altre guardie ebbero a malapena il tempo di rendersene conto.
Lupo di Ferro si mise a ridere, in un crescendo che culminò in un grido di esultanza.
Gli astanti rimasero impietriti alla vista di quell'uomo muscoloso, illuminato dalle torce della cava sotterranea, che reggeva una spada gocciolante di sangue fresco e i cui lunghi capelli rossi e il ghigno lo facevano assomigliare a un demone uscito dagli inferi.
– Non è un terremoto, è solo il mio socio, Stigo. Le tue spie non ti hanno parlato di lui? Credo che abbia appena fatto saltare in aria qualcosa come un chilo o due di polveri sparse con cura intorno alle tue preziose mura. È probabile che stanotte il castello crollerà – disse con il riso che gli affiorava spontaneamente alla bocca.
Quasi in risposta alle sue parole ci fu una nuova scossa, poco meno violenta della precedente. Calcinacci e polvere caddero sulle teste degli uomini che si fronteggiavano sulla scala sotterranea.
– Che aspettate? Uccidetelo! – sbraitò il duca.
Due di loro si fecero avanti ma nello spazio angusto in cui si trovavano si ostacolarono a vicenda.
Nel tempo di un respiro Lupo di Ferro fece un agile balzo e infilzò la guardia più vicina, che iniziò ad accasciarsi, ferita a morte. Il cercatore sfruttò il corpo del moribondo che si frapponeva fra lui e l'avversario come uno scudo, lo trapassò nuovamente per raggiungere con il filo della spada il soldato alle spalle.
Colto alla sprovvista, quest'ultimo non poté far nulla se non afferrare la lama che gli trapassava il plesso solare in un patetico tentativo di estrarla.
Lupo di Ferro scagliò di peso le due guardie sconfitte addosso a Berched e ai suoi ultimi uomini. Tutti rovinarono assieme in un groviglio di corpi, tra urla e grugniti.
Rheinart scese i gradini di pietra al loro inseguimento, massaggiandosi i polsi sanguinanti e scorticati. Prima di fuggire avrebbe pareggiato i conti con il duca.
Appena la caduta si arrestò una guardia impugnò la spada che giaceva al suo fianco. Lupo di Ferro schiacciò la mano del soldato pestandola con lo stivale e gli troncò la nuca con un taglio netto.
Berched, dimenandosi come uno scarafaggio, si tolse di dosso un cadavere e aizzò l'ultima guardia contro il cercatore.
– Nisha! Nisha aiutami! Dove sei, Nisha? – gridò isterico. La giovane donna era sparita.
Lupo di Ferro e la guardia fecero scintillare le lame alla debole luce delle fiaccole, guadagnando o cedendo alternativamente terreno.
D'un tratto ci fu un altro boato che squassò l'intero colle, al punto che si staccarono interi blocchi di pietra dalla volta della galleria.
I due combattenti vacillarono ma Lupo di Ferro fu più lesto a recuperare l'equilibrio e trafisse il nemico nel costato. Con un raccapricciante verso di agonia l'uomo crollò al suolo.
Senza il tempo di riprendere fiato Rheinart si mise a correre dietro al duca che era sparito più in basso, probabilmente in cerca della fanciulla dalla carnagione olivastra.
Mentre scendeva i gradini irregolari, Rheinart si chiese perché l'ultimo boato non sembrasse provenire dalla superficie ma dalla zona inferiore del colle.
Non ebbe tempo di porsi altre domande: trovò Berched che picchiava con violenza i pugni contro una porta di metallo. Aveva le mani livide e le nocche insanguinate.
– Aprite! Aprite, per Garna! Sono il duca!
Rheinart rallentò l'andatura e si avvicinò di soppiatto al nobile che era sempre più vicino alla sua inevitabile distruzione.
Quando fu a un passo da lui gli parlò.
– Non sei più il duca, sei solo cibo per vermi. Come tanti prima di te.
Berched si girò di scatto, il volto allucinato con le guance segnate dalle lacrime.
– Ti prego! Ti prego posso darti tutto ciò che desideri posso riempirti d'oro posso darti metà delle mie terre possiamo spartirci le mie conquiste potrai stare al mio fianco quando prenderò la corona del Nord.
Le parole gli uscivano di bocca accavallate e impastate dalla paura.
Rheinart, la spada già sollevata, stava abbatterla un'ultima volta quando la porta di metallo alle spalle del nobile fu sfondata da un ariete. Le ante furono svelte dai cardini e volarono contro le pareti. Berched finì a terra e Lupo di Ferro cadde sui gradini dietro di lui, colpito di striscio da una delle ante che si schiantò con un fragore immane poco sopra la sua testa.
Intontito, cercò di rialzarsi puntellandosi con le braccia e scrutò davanti a sé per capire cosa fosse successo.
Nella nube di polvere intravide Berched agitarsi scomposto sul pavimento, gemendo. All'improvviso l'ariete che aveva sfondato la porta si piegò e si avvolse intorno ai fianchi del duca.
Quest'ultimo gridò di terrore, un grido quale Rheinart mai aveva udito in vita sua e quale sperò di non sentire mai più. Sembrava l'urlo di un uomo scorticato vivo e gettato negli inferi, l'urlo di un uomo messo di fronte agli inenarrabili orrori della notte eterna.
La voce di Berched raggiunse tonalità talmente stridule da poter essere scambiata per quella di una ragazzina, tonalità che ben presto si mutarono in un osceno gorgoglio gutturale, violento e profondo. Era come se tutta l'aria gli venisse spremuta fuori dai polmoni e in breve, insieme all'aria, dalla bocca del duca uscirono anche fiotti di sangue seguiti dalle interiora. Gli organi dell'ambizioso nobile schizzarono dappertutto e caddero rimbalzando sulla nuda pietra. Ai piedi del cercatore.
Incredulo, Rheinart si rese conto che quella protuberanza grigia e nodosa che attraversava il vano della porta e che stringeva l'inerte cadavere di Berched non era un ariete, ma un braccio.
Un enorme braccio.
11
Il demone grasso
In vita sua Rheinart aveva conosciuto numerosi pericoli.
Aveva affrontato bestie che avrebbero fatto fuggire cuori meno saldi, superato trappole mortali e partecipato a battaglie cruente. Nonostante l'età ancora giovane aveva esperienza di molte cose del mondo e sulle gambe portava il peso delle innumerevoli leghe percorse in lungo e in largo per il Quadrilatero in cerca ostinata di avventure.
Eppure mai gli era capitato di confrontarsi con qualcosa di così spaventoso, incomprensibile e orrendo come ciò che gli era apparso nelle profondità del colle di Ferstallia.
Corse come un folle risalendo la scalinata di pietra, con il fiato corto e i muscoli che bruciavano, spinti allo stremo delle loro capacità. Dietro di sé sentiva i rumori che la creatura gigantesca produceva mentre si faceva largo distruggendo tutto al suo passaggio. La galleria iniziò a crollare sotto i colpi del mostro, sbriciolandosi e deformandosi per cedergli il passo.
Come fosse possibile che una massa di carne così spropositata si muovesse attraverso la roccia, incurante dello spessore delle pareti di pietra, abbattendo qualsiasi ostacolo si frapponesse fra lei e la superficie, fu una domanda che attraversò solo per un istante la mente del cercatore.
Mentre annaspava cercando di raggiungere la corte del castello più in fretta che poteva non faceva altro che ripetere tra sé: quello è un Deforme. Per Garna, uno dei mostri di cui parlava Romena. Per tutti i diavoli degli inferi, esistono davvero!
Dopo un tempo che gli parve infinito la scalinata terminò e Rheinart vide una porta che dava all'esterno. Non perse tempo a verificare che fosse aperta, vi si scagliò contro con tutta la forza che ancora possedeva. La porta cedette con facilità e il cercatore fu scaraventato per terra dal suo stesso impeto.
Sulle prime non riuscì a orientarsi, intorno a lui ogni cosa era in sfacelo. Dove una volta si trovava il cancello di accesso principale ora giacevano rovine fumanti. Alla sua sinistra vide che una delle torri era parzialmente rasa al suolo, il suo interno offerto allo sguardo come una ferita aperta. Parte delle mura era crollata e cumuli di detriti invadevano la corte, il cui terreno era solcato da crepe che continuavano ad allargarsi sotto i colpi sferrati dal Deforme mentre si faceva largo dalle profondità del colle.
Arriverà presto, pensò Rheinart.
Rialzatosi, vide che le poche guardie che ancora si trovavano sui bastioni correvano rapidamente da una torre all'altra come polli cui fosse stata mozzata la testa. Alcuni uomini dovevano essere fuggiti dal castello mentre i più disciplinati, obbedendo agli ordini abbaiati a squarciagola da un ufficiale, tentavano di riorganizzarsi in attesa di un attacco nemico. Nessuno aveva l'aria di capire cosa stesse succedendo. Il cercatore si chiese quanti di loro sapessero esattamente cosa si celava nel sottosuolo, proprio sotto i loro piedi. Nonostante fossero i fedeli servitori di un pazzo, provò un breve moto di compassione; Berched avrebbe avuto anche le loro morti sulla coscienza.
Qualcuno, dall'alto di uno dei camminamenti, vide Lupo di Ferro e diede un grido d'allarme. Un paio di frecce sibilò nell'aria sfiorando il cercatore, che fu lesto a mettersi al riparo dietro il basso muretto di un pozzo.
Nel via vai di persone che uscivano dal mastio e dalle torri, per evitare di essere sepolte dai crolli, nessun altro prestò attenzione all'intruso. Tra di loro c'era chi aveva infagottato in fretta e furia le sue cose e chi gridava a gran voce i nomi di amici o di parenti.
Santo cielo, Stigo… avevi ragione a dire che era un piano di merda, si disse mentre cercava di individuare un punto da cui sgattaiolare senza essere bersagliato da altre frecce.
I colpi sotterranei provocati dal Deforme si fecero più intensi, al punto che tutti gli uomini e le donne radunati nella corte si zittirono e sui bastioni le guardie fermarono ogni frenetica attività. Gli urti, violenti come se delle querce si abbattessero contro la pietra, squassarono l'intera costruzione e provocarono altri cedimenti. Raggiunsero l'apice dell'intensità poi si quietarono all'improvviso.
Per diversi istanti non si udì più nulla, solo il rumore delle pietre che franavano, i gemiti dei feriti e il debole ululato del vento che aveva trovato nuove vie d'accesso attraverso le brecce nelle mura.
Tutti trattennero il fiato, guardandosi attorno, in attesa.
E poi successe.
Un'esplosione di roccia, sabbia e terra eruttò dal centro della corte travolgendo alcuni sventurati e con un boato sollevò in aria detriti oltre l'altezza delle torri del castello.
Una pioggia mortifera di pietre e corpi si abbatté sulla costruzione e su quanti vi si trovavano. Lo stesso Rheinart dovette balzare a sinistra per evitare un blocco di pietra grande quanto il suo busto.
Si rialzò immediatamente, pensando di approfittare della confusione per fuggire, ma si rese conto che la strada era bloccata.
Un colosso di carne grigiastra e putrida emerse dal cratere al centro della corte e rivolse gli occhi al cielo stellato. Un cielo che non vedeva da migliaia di anni.
Il mondo si fermò.
Era un demone enorme, dalla forma vagamente umana. Il corpo laido era una piramide di grasso rigonfio e ripiegato su se stesso. Si restringeva verso le spalle e da queste partivano due braccia oblunghe e adipose, sproporzionate nella loro lunghezza. Al posto delle mani il Deforme aveva delle viscide tenaglie a tre dita, ognuna delle quali grossa quanto la gamba di un uomo adulto. Il tronco terminava con una testa calva e piccola, ridicolmente sottodimensionata rispetto al resto del corpo. Gli occhi rossi e cisposi erano spalancati e Rheinart avrebbe giurato che lacrimassero alla luce della luna.
Le proporzioni del mostro erano talmente gigantesche che la faccia era quasi alla stessa altezza dei merli delle mura. La creatura distolse lo sguardo dalla volta stellata e lo fissò sulle guardie posizionate sui camminamenti, che fissarono il colosso di rimando, impietrite.
Poi il Deforme sorrise come un bambino, mostrando una bocca nera priva di denti, e abbatté uno dei suoi bracci contro la ronda che si trovava più vicina a lui. Gli uomini non fecero in tempo a scansarsi e furono schiacciati in un'esplosione di carne e sangue; caddero al suolo insieme all'intera sezione di camminamento colpita.
Come al suono di un corno da battaglia, l'uccisione risvegliò un collettivo coro di terrore. Uomini e donne si misero a correre all'impazzata nella speranza di sfuggire alle grinfie del demone obeso.
Ma le sue lunghe braccia parevano arrivare ovunque e si muovevano con insospettata velocità.
Il Deforme agguantò le persone a due alla volta e le mandò a sfracellarsi contro le mura oppure le stritolò sotto di sé in una sinfonia agghiacciante di grida di morte.
Rheinart vide per la prima volta le gambe del mostro, erano corte e tozze e parevano appena in grado di reggere il peso del corpo che sostenevano. Il mostro sfruttava la forza incredibile delle braccia per spostarsi, sollevandosi da terra e atterrando pesantemente da un lato all'altro del cortile, con movimenti che ricordavano vagamente quelli di un gorilla.
Una coppia di arcieri appostati in cima al mastio prese a bersagliare quell'orrore ambulante con un nugolo di frecce, che giungevano tutte a segno senza produrre il benché minimo effetto. Il Deforme, infastidito o forse solo incuriosito, si inerpicò sulla massiccia torre, aggrappandosi alle finestre come un polpo a uno scoglio, e raggiunse la cima. Con il braccio libero spazzò il tetto del dongione e agguantò uno degli arcieri mentre l'altro preferì trovare la fine gettandosi dalla torre e sfracellandosi ai piedi delle mura.
Lupo di Ferro uscì dal suo nascondiglio e corse verso i resti del cancello devastato dall'esplosione di Stigo. Era la sua unica possibilità: doveva approfittare dell'attimo in cui l'abominio dava le spalle alla corte. Giunse velocemente alla soglia e si arrampicò sopra a un cumulo di macerie. Stava per buttarsi dall'altra parte quando ciò che vide lo bloccò.
Lungo le pendici del colle si stava raccogliendo una folla di cittadini, attirati dalle deflagrazioni e dagli strepiti della battaglia. C'erano molti uomini armati, tra cui diverse guardie del duca che pattugliavano le strade di Ferstallia. Queste ultime, ignare di quanto era successo al loro signore, tentavano di mantenere l'ordine e di allontanare la ressa dal maniero. Ma era impossibile: il castello stava andando in pezzi. Era evidente che il tiranno fosse caduto e ben presto, negli animi degli abitanti, lo spaesamento avrebbe fatto spazio al loro desiderio di rivalsa e di libertà.
Però non ci sarebbe stata libertà per quella gente, solo una morte atroce per mano di un orrore ambulante che nessuna arma umana poteva uccidere. Quando avesse finito di trucidare qualunque cosa si muovesse nella fortezza, il Deforme sarebbe sceso a valle e avrebbe fatto una carneficina.
Rheinart imprecò a denti stretti, guardò dietro di sé e vide il laido colosso infierire contro il mastio, scavare dentro alle finestre in cerca di vittime intrappolate, afferrarne alcune e gettarle via in cielo come fossero ramoscelli.
Lupo di Ferro contrasse le mani fino a sbiancare le nocche, maledisse la propria coscienza e gridò il nome di Stigo.
Al sentire la sua voce le guardie del duca si accorsero della sua presenza e lo additarono, lasciando perdere la calca di cittadini e accelerando la loro corsa verso il castello. Rheinart non vi badò e continuò a gridare il nome del compare, ruggendo come un leone sulla cima del colle.
Infine, da un gruppo di alberi e rovi alla sua destra spuntò l'ometto dai capelli grigi, pallido come un cencio e con gli occhi fuori dalle orbite. Si avvicinò al cercatore correndo furtivo e lo maledisse.
– Che accidenti stai facendo!? – gli sibilò contro. – Si può sapere perché non scappi? È una vita che ti aspetto. Hai visto cos'abbiamo combinato? È un cataclisma, accidenti a te!
– Stigo sta' zitto. Non c'è tempo ora. Ti è avanzata della polvere?
A Stigo cadde la mascella, era incredulo.
– Vuoi far saltare in aria qualcos'altro!? Guarda che tra poco il castello verrà giù. E le guardie del duca stanno per raggiungerci.
Lupo di Ferro scese dal cumulo di detriti con pochi, rapidi balzi e afferrò Stigo per le spalle.
– Non ho tempo di spiegarti. Le senti queste grida? Non hanno niente a che fare con quello che abbiamo fatto noi. Là dentro c'è una cosa che devo assolutamente fermare… o almeno devo provarci. Hai la polvere!? Ne hai ancora?
Da quando lo conosceva, Stigo non aveva mai visto il compagno così sconvolto; era stato al suo fianco in innumerevoli avventure e pericoli, ma niente aveva prodotto un effetto così sconvolgente sul muscoloso guerriero.
Balbettò esitante: – Ne è avanzata un po', è in questo sacchetto.
Estrasse dalla borsa una piccola sacca, grande quanto uno stomaco di capra.
Rheinart la afferrò.
– Mettici l'esca per l'accensione e dammi selce e acciarino.
– Cosa?
– Sbrigati, arrivano le guardie.
Stigo eseguì l'ordine velocemente e non appena ebbe finito sentì la mano del socio afferrargli la spalla. Lo stringeva forte.
– Grazie, amico mio. Ora vattene da Ferstallia, non è sicura. Se sopravvivo ci ritroveremo al villaggio di Romena. Se no… salutami tua moglie – gli disse Rheinart con il suo solito sorriso ironico. Poi si dileguò veloce come una volpe e si insinuò di nuovo all'interno delle mura attraverso un'altra breccia.
Nel medesimo istante arrivarono le guardie e agguantarono Stigo.
– Chi sei? Chi era l'uomo con cui parlavi?
Prima che il piccolo uomo potesse rispondere si udì un grido provenire dall'altra parte del muro di pietra. Una donna precipitò dall'alto e si schiantò a un passo dal gruppetto che sostava nei pressi dell'entrata distrutta.
I soldati lasciarono perdere Stigo e si precipitarono all'interno. Stigo li sentì urlare di terrore e li vide fuggire a gambe levate nel volgere di pochi attimi.
– Maledizione a me e a tutta questa storia – imprecò tra sé.
Contravvenendo a tutti i propri principi di buon senso si accostò alla breccia nella quale era sparito Rheinart e spiò, restando prudentemente nascosto. Il fiato gli si mozzò in gola.
Rheinart correva come un fulmine attraverso la corte. Sgattaiolò alle spalle del Deforme e si diresse verso l'unica scala ancora integra. Salì i gradini due alla volta e raggiunse quello che restava del camminamento delle ronde.
Il suo piano era semplice, rischioso e quasi certamente inutile.
Ma vale la pena tentare, tentò di convincersi.
Il demone grasso cominciava a spingere la montagna di detriti davanti all'entrata principale e ad allargare con le braccia il varco delle mura crollate. Evidentemente non restava nulla di vivo nel castello.
Un boato di grida e di strilli si levò nella notte: la folla aveva finalmente avvistato il mostro.
E viceversa. Il tempo era scaduto.
Tentando il tutto per tutto, Lupo di Ferro afferrò una lancia, prese la rincorsa e la scagliò con tutta la sua forza contro l'abominio. La distanza era tanta, ma l'asta di metallo si conficcò nelle reni del Deforme, affondando nelle sue carni flaccide. La creatura si accorse della puntura e si voltò. Quando vide il cercatore che si ergeva isolato tra i merli del castello esibì nuovamente il suo ributtante sorriso da bambino e mosse verso di lui. Si puntellava con le lunghe braccia e gli fu addosso più in fretta di quanto il cercatore avesse calcolato.
Rheinart si mise a correre lungo i bastioni, saltando le parti di pavimento crollate e scavalcando corpi maciullati e pietre spezzate. Cercò contemporaneamente di accendere l'esca strofinando l'acciarino contro la selce ma era un'impresa impossibile. Distratto da quanto stava facendo mise il piede in fallo e cadde dentro a quanto restava dell'ultimo piano di una delle torri. Atterrò sul fianco e sentì tutta la parte destra del corpo intorpidirsi. Senza perdere tempo a rialzarsi continuò ad armeggiare con l'acciarino e la selce, ma faceva fatica a coordinare i movimenti, la mano destra riusciva a malapena a tenere stretto il pezzo di metallo.
Una tenaglia gigantesca lo agguantò per le gambe e iniziò a trascinarlo fuori dalla stanza in cui era caduto. Prima di essere tirato oltre il vano della finestra Lupo di Ferro si infilò la sacca della polvere sotto l'ascella e afferrò una piccola ascia sul pavimento. D'un tratto sentì mancare la pietra sotto di sé e si ritrovò sospeso nel vuoto a testa in giù.
Invece di gettarlo via come aveva fatto con tanti altri, il Deforme lo sollevò fin sopra la propria testa e lo fissò incuriosito, forse perché era l'unico umano che non fosse riuscito ad uccidere subito. Lo scrutò con i suoi occhi alieni e osceni e inclinò la piccola testa per guardarlo da diverse angolazioni.
Dominando a stento il terrore, Rheinart lasciò cadere l'acciarino e prese a sbattere la selce direttamente contro il filo dell'ascia, portando le mani al petto. Le scintille gli caddero in faccia ma continuò a sfregare il minerale finché, finalmente, la miccia della sacca si accese.
Lupo di Ferro gettò via la selce e impugnò la sacca, mentre con l'ascia cominciò ad attaccare la tenaglia che gli stava stritolando le gambe. La colpì con foga, ripetutamente, ma non riuscì nemmeno a capire se la lama tagliasse oppure no quella pelle grigiastra e nauseabonda.
Il mostro, indifferente ai fendenti, si stufò di quella strana, infima creatura. Con il braccio iniziò il movimento che avrebbe catapultato il cercatore verso morte certa, ma una saetta di luce accecante lo colpì in piena faccia e lo abbagliò.
Rheinart sentì un repellente odore di carne bruciata e al tempo stesso si accorse che la morsa delle dita abnormi si era allentata. Si divincolò con ogni fibra dei suoi muscoli e scivolò fuori da stivali e calzoni, lasciandoli al Deforme. Sgusciò dalla sua presa e gli atterrò sulle spalle.
Senza riflettere sollevò un lembo di grasso dietro la nuca del demone e vi ficcò a viva forza la sacca. Dopodiché si lasciò scivolare sulla schiena dell'abominio, aggrappandosi alle plissettature di carne e rovinando al suolo, stremato e contuso.
Il Deforme girò su se stesso e fronteggiò il minuscolo uomo.
La sua espressione era rimasta inalterata, una sorta di ebetismo idiota che ne rendeva indecifrabili le intenzioni. I due si fissarono per un breve istante e Rheinart si preparò a morire.
Le polveri detonarono in uno scoppio assordante e la parte superiore del mostro esplose in uno sfavillio di luci.
Compresso al suolo dallo spostamento d'aria, Lupo di Ferro rotolò via, aspettandosi che il colosso cadesse. Il Deforme invece rimase in piedi. Emise dei lugubri mugolii e si portò le mani alla testa, ma non cadde.
Non ha funzionato, è immortale… pensò il cercatore, sconfitto.
Nella cacofonia delle grida della folla e del rumore dei crolli che ancora avvenivano nel castello, Rheinart udì una voce di donna, acuta e perentoria.
Si ricordò del raggio di luce che aveva investito il demone e per un attimo, assurdamente, pensò che Romena fosse venuta in suo soccorso.
Dopo aver sentito quella voce anche il Deforme si fermò, abbassò le braccia e si voltò verso il mastio semi distrutto. Rimase immobile, respirando con fiato catarroso mentre le sue carni bruciavano e fumavano.
La voce femminile si fece sentire di nuovo, più forte.
A quel secondo comando, perché questo sembrò alla mente intontita di Rheinart, il Deforme ululò alla luna e prese a picchiare ferocemente quanto restava della fortezza. Non cercava più persone nascoste al suo interno, si adoperava semplicemente alla distruzione dell'edificio, pietra su pietra. Si buttò addirittura di peso contro il mastio danneggiato, che si sbriciolò come fosse fatto di carta.
Il cercatore fece appello a tutte le sue forze per alzarsi e zoppicare via, prima di venire seppellito vivo. Riuscì a raggiungere il mucchio di macerie su cui era salito in precedenza e iniziò ad arrampicarsi; i varchi aperti nelle mura stavano crollando uno dopo l'altro e infilarsi in quegli angusti passaggi sarebbe stato un azzardo. Rheinart riteneva di avere sfidato abbastanza la fortuna per quella notte.
Raggiunta la sommità diede un'occhiata dietro di sé e, nell'enorme polverone causato dalla distruzione, vide il Deforme tuffarsi nel cratere da cui era emerso, lo vide gettare un ultimo sguardo al cielo stellato prima di scavare la terra e di seppellirsi vivo all'interno del colle.
E all'improvviso Rheinart capì cosa stava succedendo.
Il lexi! Qualcuno ha preso il controllo del Deforme e gli ha ordinato di confinarsi di nuovo nel sottosuolo…
Cercò di individuare la fonte della voce che aveva sentito, ma ormai non c'era nulla su cui posare gli occhi: solo rovine.
La fanciulla misteriosa, Nisha…
Fu l'ultimo pensiero che poté dedicare al mistero prima che l'intera cima del colle collassasse su se stessa, come risucchiata da un gorgo sotterraneo. Le vestigia del castello furono inghiottite in un orrido smisurato che sembrava portasse direttamente agli inferi. Rheinart ruzzolò giù dalla collinetta di macerie e si allontanò strisciando.
Un terremoto fece tremare ogni cosa, minacciando di far franare l'intero colle e forse persino la città di Ferstallia. Il cercatore fu certo, per l'ennesima volta, che sarebbe morto e con lui tutti i pazzi che erano venuti a vedere cosa stava succedendo.
Invece non morì, né lui né nessun altro.
Le scosse di assestamento terminarono e, dopo un tempo che non fu in grado di calcolare, all'apocalisse fece seguito il silenzio e al silenzio fecero seguito i mormorii e i bisbigli degli abitanti di Ferstallia.
Voltato sulla schiena, ansimante, mentre cercava di accettare il fatto di essere ancora vivo, Rheinart si concesse un lungo sguardo alle stelle e fu attraversato da una sensazione indefinibile; immaginò che non avrebbe più potuto guardarle senza pensare a cosa riposasse nelle viscere della terra, in attesa di un nuovo risveglio.
– Figlio di una cagna! Sei sopravvissuto!
La voce famigliare lo fece sorridere, nonostante tutto.
Coperto di polvere, con i vestiti logori e un taglio sanguinante sulla guancia, Stigo emerse da una depressione del terreno.
Rheinart si alzò a fatica in piedi, chiedendosi come mai potesse ancora a muoversi nonostante il corpo intorpidito e dolorante.
Il piccolo ometto lo raggiunse e, per la seconda volta da quando si conoscevano, lo abbracciò.
– Ohi, vacci piano. Credo di avere un paio di costole rotte.
– Dovevi romperti la zucca, piuttosto! Che t'è saltato in mente!?
Rheinart si staccò dall'abbraccio del compare e si mise a risalire il colle con prudenza, verso la zona dove fino a poco prima si ergeva il castello del duca Berched. Stigo fece per protestare poi lo seguì, riluttante.
– Hai visto cos'era? – gli chiese il cercatore bassa voce, fissando la voragine ricoperta dalle frane.
L'altro si schiarì la gola: – Sì, ho visto.
– Credi… che ce ne siano altri?
Stigo si guardò alle spalle: – Non lo so. Ma ne parleremo dopo: adesso hai degli ammiratori da gestire – disse indicando la folla che si avvicinava.
Rheinart, stupito, si voltò.
– È Lupo di Ferro! – gridò un uomo dalla distanza.
– Sì, è lui – gli fece eco una ragazza.
– Il castiga nobili ci ha liberati dal duca Berched e dalla sua creatura!
– Evviva Lupo di Ferro!
– Evviva!
Le varie voci si sommarono fino a trasformarsi in una vera e propria ovazione festante. L'ondata di giubilo che li travolse fece sentire Rheinart a disagio ma al tempo stesso, per la prima volta in vita sua, lo rese in qualche modo fiero di sé.
Abbassò lo sguardo sulle proprie gambe nude e gli venne da ridere.
– Mi chiedo quanti eroi vengano acclamati con le palle in bella vista – disse a Stigo.
I due soci guardarono la parte anatomica in questione, si misero a ridere sommessamente poi, incapaci di fermarsi, si abbandonarono a una chiassosa risata liberatoria. Dietro di loro le rovine fumanti del colle, davanti la folla esultante di Ferstallia, in alto il lontano cielo stellato.
12
Rubini e neve
La neve cadeva in morbidi fiocchi su alberi e case. Il piccolo villaggio che era stato teatro della battaglia tra il drago verde e Nuova Marea veniva immerso in una bianca pace mentre il manto sceso dal cielo ne copriva le recenti ferite.
Le attività erano rallentate, tuttavia diversi artigiani si adoperavano a ricostruire le case danneggiate dagli incendi e, in un silente viavai di carri, uomini e donne portavano nuova vita nel minuscolo borgo.
Erano passate quasi due settimane dallo scontro di Lupo di Ferro e Ostaf. Contrariamente ai loro programmi, il cercatore e il suo piccolo socio si trovavano ancora lì. Stigo si era preso cura di Romena e Alexis mentre Rheinart, appena le condizioni glielo avevano permesso, aveva dato una mano con i lavori più pesanti. Era stato per entrambi un modo per allontanare dalla mente gli eventi cui avevano assistito, una parentesi sospesa fuori dal tempo.
Infine il momento della loro partenza era arrivato. Stigo non voleva trattenersi oltre nelle regioni a nord e desiderava tornare dalla sua famiglia; Rheinart, in verità, non aveva voglia di fare ritorno alla Rondine, ma le sue ultime imprese avevano creato troppo clamore tra la gente del posto e non gli piaceva essere oggetto di tante attenzioni. La posizione isolata del villaggio non era una protezione sufficiente e, ora che si era sparsa la voce, non passava giorno senza che gruppi di pellegrini venissero a marcare visita e a recare doni, a complimentarsi con l'eroe che aveva portato alla rovina il duca Berched e, soprattutto, a chiedere il suo aiuto per nuove imprese.
Il castiga nobili regalava agli abitanti del villaggio i doni ricevuti dai visitatori, scambiava parole cordiali con tutti e rifiutava con garbo ogni richiesta. Faticava molto a ricordare a chi lo interpellava che lui non era un campione del popolo, bensì un semplice cercatore. Come tale avrebbe accettato solo incarichi di recupero di oggetti preziosi di varia natura, e in ogni caso non prima che fosse passato un po' di tempo per rigenerare le forze fisiche e mentali.
L'insistenza dei suoi ammiratori lo rese presto insofferente e le sue risposte furono sempre meno cordiali e meno diplomatiche. Al punto che, il giorno prima, aveva letteralmente buttato in mezzo alla strada un mercante che non voleva saperne di accettare un no come risposta.
Quello era stato il segnale che il momento della partenza era giunto.
Seduti vicino al fuoco che ardeva nella capanna, Stigo e Rheinart conversavano per un'ultima volta con Alexis e Romena. Le fiamme faticavano a scaldare l'ambiente, e non solo per la povertà dell'abitazione. Gli eventi delle ultime settimane avevano dimostrato quanto concreti e reali fossero alcuni dei pericoli che si annidavano nel Quadrilatero e quanto in fretta potessero travolgerli.
– Quindi avete deciso – disse Alexis, il braccio mutilato avvolto in una protezione di cuoio.
– Sì, partiamo ora. Con un po' di fortuna, se le strade non sono bloccate dovremmo arrivare al crocevia per la capitale entro sera – rispose Stigo tendendo le mani verso il fuoco.
– Sarà un lungo viaggio fino ai Due Fiumi, a quanto mi hai detto – commentò l'orientale.
– Almeno una decina di giorni – annuì l'altro. – Ma una volta passata Parnia non dovremmo avere problemi.
La soffiatrice e il cercatore rimasero in silenzio. Si scambiarono brevi occhiate di sottecchi, che non passarono inosservate agli altri. Stigo non sapeva se fosse successo qualcosa tra loro durante i giorni della convalescenza, fatto sta che sembrava fossero diventati in qualche modo più intimi.
Di sicuro avevano conversato a lungo in merito a quanto era successo al castello di Ferstallia, e di sicuro Romena aveva chiesto più volte a Rheinart di entrare a far parte di Nuova Marea; li aveva sentiti persino litigare a riguardo. Alexis aveva avuto il buon senso di non mettere bocca nella faccenda e lo stesso aveva fatto Stigo.
– Ricordi quando vi ho detto che esiste una leggenda riguardo alla Lacrima del Tramonto? – riprese l'orientale.
– È vero. Siamo stati… interrotti prima che potessi raccontarcela.
– Non è altro che folclore, ma in qualche modo io ci ho sempre creduto.
– Sembra che il folclore abbia un modo tutto suo di divenire realtà – intervenne Lupo di Ferro, lo sguardo fisso sulle fiamme.
Alexis sorrise.
– La leggenda dice che, un giorno, un giovane mago gravato da un grande dolore giunse presso le rive di un lago dell'Est e supplicò a lungo le acque cristalline e le magiche creature che vi vivevano. Desiderava ottenere il potere di vedere ciò che risiede nel mondo degli spiriti, perché la sua amata gli era stata portata via da una malattia e il giovane, pur con tutti i suoi incantesimi, non era in grado di raggiungerla. Voleva vederla ancora un'ultima volta, assicurarsi che avesse trovato la pace. Rimase sulla riva per tre giorni e tre notti, pregando e supplicando le creature del lago. Infine, commossa dal suo dolore, al tramonto del quarto giorno una lemurya rispose al suo appello ed emerse dalle acque. Aveva l'aspetto di un grande serpente bianco dagli occhi rossi e il suo volto aveva un'espressione quasi umana. Donò al mago uno dei suoi occhi: con esso il giovane sarebbe riuscito a vedere il mondo degli spiriti e a ritrovare la donna che amava. Il mago trasformò l'occhio in un rubino, in modo che non potesse venire distrutto e resistesse al trascorrere del tempo. Chiamò il rubino Lacrima del Tramonto e lo tenne con sé fino al giorno della sua morte.
Alexis indicò la borsa dove Stigo teneva il monile: – Secondo la leggenda, chiunque indossi quella pietra preziosa sarà in grado di vedere ciò che si cela oltre il velo del mondo materiale e potrà entrare in contatto con il mondo degli spiriti.
– Le cose nascoste possiedono i poteri più grandi – borbottò Rheinart guardando Romena.
La donna ricambiò lo sguardo ma rimase in silenzio.
– Quello che è successo al castello del duca sembra dare ragione alla leggenda – commentò Alexis.
Nessuno aggiunse altro, restarono seduti a godersi il fragile tepore del fuoco e godettero ancora un poco della reciproca compagnia.
Infine Rheinart e Stigo uscirono e sellarono i cavalli.
– Ci sarà sempre posto per voi a Nuova Marea. Ma anche se non vorrete unirvi a noi, spero che un giorno ci rivedremo – disse l'orientale stringendo la mano di Stigo.
– Sarà sicuramente così. Arrivederci Alexis – rispose l'altro montando in sella dopo essere salito su una roccia per arrivare alla staffa.
In disparte, Romena si avvicinò al cercatore e tolse una foglia dai suoi capelli rossi.
– La donna di cui mi hai parlato, Nisha, avrà usato il lexi mentre il Deforme era ancora incatenato nella caverna sotto al colle.
Rheinart annuì, pensieroso: – Immagino di sì. Non c'era modo di avvicinarsi a quel mostro senza essere fatti a pezzi. Io stesso sarei morto se Nisha non mi avesse salvato. E ancora non capisco perché l'abbia fatto.
– Davvero? Ci ho riflettuto e credo che ti abbia usato come copertura. Agli occhi della popolazione di Ferstallia sei tu che hai risolto per sempre il problema. Il prode castiga nobili ha ucciso il gigante del duca. Nessun complotto segreto. Tu stesso hai detto loro che le cose sono andate così.
Rheinart sbuffò, insofferente: – Cosa volevi che facessi? Dovevo dire che quel demone è ancora vivo e vegeto sotto la città e aspetta solo che qualche altro membro della congrega lo risvegli?
Lei appoggiò delicatamente una mano sulla spalla del cercatore. – No, certo. Non potevi fare niente di diverso. Sei stato straordinario – gli disse guardandolo con i suoi profondi occhi neri.
Rheinart rimase spiazzato e si sentì attratto più che mai dalla soffiatrice. Guardando il suo viso arrossato dal freddo, i lineamenti forti e delicati a un tempo, incorniciato dai capelli neri mossi dal vento e costellati di fiocchi di neve, provò l'impulso irresistibile di baciarla.
Invece disse soltanto: – Avevi ragione tu. È inutile nascondersi. E ogni tanto non è male fare qualcosa per gli altri.
Romena sorrise, con un velo di delusione, e mise la mano sul petto dell'uomo, seguendo con un dito le incisioni della testa di lupo nel metallo della pettorina.
– Se le cose sono andate come pensiamo, significa che quanto è successo al castello non è stato un incidente, ma un evento provocato deliberatamente da Nisha. Dev'essere stata una sorta di prova generale, un esperimento crudele. Da quello che mi hai detto scommetto che lei non ha mai tradito la congrega, anzi, doveva essere una spia infiltrata dal Gran Signore. Ha approfittato della tua presenza per utilizzare l'arma e poi seppellirla per sempre, in attesa di svegliare gli altri esseri a disposizione di Basilios.
– Perché non usare il Deforme per marciare sulla capitale? Cosa glielo impediva?
Romena aggrottò le sopracciglia: – Nisha era da sola nelle terre del duca traditore. Non avrebbe potuto portare avanti un'offensiva contro il re senza l'appoggio dell'intera congrega. E immagino che Basilios non sia ancora pronto per una cosa del genere. Credo che il compito di Nisha fosse sin dal principio quello di usare Berched come cavia. Sacrificarlo per raccogliere dati sui Deformi. In attesa di dare inizio alla guerra vera e propria.
A quella parola Rheinart fu attraversato da un brivido che non aveva niente a che fare con l'inverno.
Di slancio prese Romena per le braccia.
– Perché non vieni con me alla Rondine? Perché vuoi affrontare una cosa simile?
Per un attimo gli occhi dei lei si accesero di rabbia, poi si addolcirono.
– Ne abbiamo già parlato – rispose piano.
Rheinart inspirò a fondo e lasciò cadere le mani.
– Già – concluse.
Con un movimento fluido montò in sella al cavallo e lo fece girare.
– Sai dove trovarmi – le disse con un sorriso.
– Anche tu – ribatté lei ricambiando il sorriso.
– Andiamo? – chiese Stigo poco distante.
– Siamo pronti, vecchio mio.
Lupo di Ferro e il suo compare si allontanarono lenti sulle loro cavalcature, salutando gli abitanti del villaggio su cui avevano inconsapevolmente portato tanta distruzione e dolore. Rheinart non vide rancore sulle loro facce, vide anzi sorrisi di gratitudine.
– Certe cose non le capirò mai – disse a mezza voce.
Stigo, che aveva inteso perfettamente a cosa alludesse, scrollò le spalle.
– Credo invece che tu le capisca benissimo. Fai solo finta di non vederle. E a me sta bene. Andiamocene da qui, Rheinart.
Lupo di Ferro sospirò e si voltò un'ultima volta. Tra i fiocchi di neve vide in mezzo alla strada l'elegante figura di Romena che lo guardava andare via.
Una persona da cui stare alla larga, così l'aveva definita.
A giudicare dalla puntura che sentiva nel petto aveva avuto ragione.
I due soci sbucarono sulla strada principale e si guardarono attorno. Ora che gli alberi erano meno fitti, nella luce del mattino il riverbero della neve era abbagliante. A nessuno dei due dispiacque, era come se volesse portar loro un po' di allegria.
– Come ha detto Alexis, sarà un lungo viaggio – commentò Stigo stringendosi meglio il mantello intorno al collo.
Rheinart rivolse lo sguardo al cielo bianco e assaggiò un paio di fiocchi di neve che gli caddero sulle labbra. Emise una breve risata. Ne aveva avuto abbastanza di malinconie e di orrori.
– Già. E da qui alla Rondine ci sono un sacco di locande piene di buon cibo, birra e donne. Sarà piacevole.