pica la formica e il chicco dorato
italian
C’era una volta, in un piccolo orto dietro una casetta in periferia, una formica di nome Pica. Le altre formiche e tutti gli insetti dell'orto le dicevano sempre che quel nome era proprio buffo, ma Pica non ci badava e non se la prendeva mai tanto. Dopo tutto, pensava ogni volta, quello era il nome che le avevano dato la mamma e il papà, e poi a lei non dispiaceva per niente.
Pica era una formica intelligente, e anche se aveva un nome un po' strano, tutti nel giardino la rispettavano, e ognuno andava proprio da lei quando aveva bisogno di un consiglio.
“Pica, secondo te pioverà molto il prossimo autunno?” gli chiedeva ogni giorno il millepiedi, che più di ogni altro aveva paura di restare con tutte le zampette a mollo.
“Pica, secondo te fará molto caldo questa estate?” gli chiedeva di tanto in tanto una cavalletta, che non vedeva l'ora che venisse la bella stagione per andarsene in giro a svolazzare tutto il giorno.
A tutti Pica rispondeva come meglio poteva, e quando non sapeva dare una risposta si sentiva mortificata, poiché la fiducia che gli amici dell'orto riponevano in lei le faceva prendere i consigli che dava quasi come un lavoro. Anche quando non riusciva ad aiutarli, comunque, gli altri insetti non gliene facevano mai una colpa, anzi, la ringraziavano lo stesso per i buoni consigli che gli aveva dato in passato e che di certo gli avrebbe dato in futuro.
Al di là dei suoi consigli, Pica era sempre pronta ad andare in soccorso chi era in difficoltà, e di chi aveva semplicemente bisogno di un piccolo aiuto. Come le api, ad esempio, a cui spesso indicava il punto migliore per costruire un nuovo alveare. O come un suo amico ragnetto che non ci vedeva tanto bene, e al quale ogni volta indicava dove ancorare le sue ragnatele, per evitare che volassero via al primo colpo di vento.
Tutti volevano bene a Pica, e con tutti Pica si comportava bene, anche con quelli che, a ben vedere, non se lo meritavano poi tanto. C'era infatti, in quell'orto, chi si approfittava della bontà degli altri, e chi per qualche ragione pensava di essere migliore di tutti gli altri animaletti che si davano da fare tutto il giorno.
C'erano ad esempio le vespe, cugine delle api ma molto più antipatiche, che se ne andavano in giro per l'orto in cerca di qualcuno da pungere senza nessun motivo, o lo scorpione, che si divertiva a spaventare tutti col suo pungiglione solo per farsi bello con amici e parenti. E soprattutto lo scarabeo, che svolazzando da una parte all'altra dell'orto, si fermava spesso all'ombra della lattuga per vantarsi con tutti della sua splendida corazza verde, e per prendere in giro gli insetti più piccoli di lui.
“Ma che brutte macchie che hai sulle ali!” diceva ogni volta alla coccinella che abitava sull’albero di limoni, anche se proprio per le macchioline nere sulle sue ali rosse la coccinella era simpatica a tutti, e tutti pensavano che portasse fortuna.
“Ma che brutte zampe che hai!” diceva ogni volta al povero grillo che riposava sotto l'ortica, senza pensare che era proprio grazie a quelle zampe se il grillo riusciva a saltare così in alto e così lontano.
Insomma, lo scarabeo era talmente arrogante e presuntuoso da stare antipatico praticamente a chiunque. Eppure, nonostante anche a lei non stesse certo simpatico, Pica non si rifiutava mai di aiutarlo quando, con una scusa o con l’altra, le chiedeva qualcosa da bere o da mangiare.
“Pica, amica mia, ho volato tutto il giorno e non ho avuto il tempo di raccogliere neanche una briciola,” gli diceva di tanto in tanto sforzandosi di fare gli occhi tristi. “Non avresti per caso qualcosa da far mangiare a un povero scarabeo?”
Pica la formica sapeva benissimo che se lo scarabeo non aveva da mangiare era solo perché era un gran pigrone, ma comunque non se la sentiva di negargli il suo aiuto, nonostante le altre formiche le dicessero ogni volta che, così facendo, lo scarabeo non avrebbe mai imparato la lezione.
“Grazie, Pica,” diceva lo scarabeo ritrovando il sorriso quando lei gli regalava un semino o un chicco di riso. Anche se, subito dopo averlo mangiato, riprendeva subito il volo e le sue brutte abitudini. “La prossima volta trova qualcosa di più buono, però, questi semini non sono un granché!”
Anche in quel caso Pica preferiva non prendersela, anche perché, come diceva sempre alle altre formiche, l’antipatia non era una buona ragione per far morire qualcuno di fame!
A chi la criticava dicendole di essere troppo buona, Pica rispondeva sempre con un sorriso, anche perché, pensava sempre tra sé e sé, secondo lei non c'era niente di male nell'essere troppo buoni. Soprattutto considerando che a Pica e alle altre formiche non mancava mai da mangiare, poiché passavano tutto il tempo ad accumulare cibo per l'inverno, e alla fine di ogni inverno, anche se avevano ancora le loro scorte, iniziavano già ad accumularne altre per l’inverno dell’anno dopo.
Fu proprio la mattina del primo giorno di primavera, una mattina tiepida e con in cielo neanche una nuvola, che passeggiando tra sassolini e fiorellini appena sbocciati, funghetti rossi e fili d'erba pieni di rugiada, Pica trovò sul suo cammino una fogliolina di basilico. Quella fogliolina aveva un profumo talmente buono che Pica decise di lasciarla lì dov’era, per far sentire quel profumo anche a chi sarebbe passato dopo di lei. All’improvviso, però, una ventata fece volare via la fogliolina, e in mezzo ai granelli di terra umida Pica vide luccicare qualcosa. Incuriosita, la formichina si avvicinò a quel bagliore, e finalmente si trovò davanti un chicco di riso talmente brillante da sembrare una pagliuzza d'oro!
Pica ammirò il chicco con aria stupita, poiché mai in vita sua aveva visto un chicco di riso talmente bello, e pensò che quel chicco era così bello che sarebbe stato un peccato mangiarlo come un chicco di riso qualsiasi, e che forse sarebbe stato meglio lasciarlo lì tra i granelli di terra.
Dopo un istante, però, a Pica vennero in mente tutti quei poveri insetti che, al contrario delle formichine sagge e previdenti come lei, si sarebbero presto trovati senza niente da mangiare, e pensò che per loro quel chicco di riso sarebbe stato non solo bello, ma anche buono e prezioso proprio come tutti gli altri. Dopo avergli dato un'altra occhiata, quindi, Pica caricò il chicco sulla foglia secca che si portava dietro a mo’ di slitta, e ansiosa di farlo vedere alle sue compagne zampettò via verso il formicaio.
Sulla via del ritorno, però, mentre si godeva il sole e il profumo dei fiori, Pica la formica vide in lontananza un luccichio verde sotto un ciuffetto di erbacce, e subito capì che si trattava dello scarabeo.
“Che ci fai lì sotto?” gli chiese avvicinandosi incuriosita. “Che ti è successo?”
“Aiutami, Pica,” le disse lo scarabeo con un filo di voce, “non mangio da tre giorni, non riesco più neanche a volare!”
Pica si rese subito conto che lo scarabeo non stava scherzando, e provò una gran pena pensando a tutto il tempo che doveva aver già passato in mezzo alle erbacce. Voltandosi verso la sua foglia secca, Pica fece per prendere uno dei semini che aveva raccolto quella mattina, ma non appena lo scarabeo intravide il chicco di riso lucente, di colpo sembrò ritrovare le forze.
“Quel chicco di riso,” fece con voce decisa. “Ecco, quel chicco è proprio quel che ci vuole!”
Anche se Pica non vedeva l'ora di far vedere quel chicco alle altre formiche, pensò che lo scarabeo ne avesse di certo più bisogno di lei, e dopo un attimo di esitazione si voltò per prenderlo. Fu allora che Pica si accorse che sulla sua fogliolina c’erano adesso due chicchi di riso.
“Che strano,” disse Pica pensando ad alta voce. “Avrei giurato di aver raccolto un chicco solo.”
Nel frattempo lo scarabeo la guardava impaziente, e quando Pica allungò una zampetta verso il chicco di cui non si ricordava, un normalissimo chicco di riso, sembrò scordarsi di colpo della fame che aveva. Prima fece un verso schifato, quindi iniziò a urlare con la sua voce gracchiante, dicendo che il chicco che voleva era l'altro, proprio quello che sembrava dorato.
Per un attimo, Pica fu tentata di non dargli né un chicco né l'altro, ma poi pensò che non c’era al mondo un chicco di riso talmente bello e lucente da farle lasciare qualcuno a morire di fame, per quanto irriconoscente e antipatico potesse essere.
“Ecco qui,” disse Pica dando il chicco dorato allo scarabeo, che senza neanche ringraziarla si affrettò a nasconderlo sotto una delle sue ali.
Pica pensò che lo scarabeo fosse talmente sciocco da vergognarsi a mangiarlo davanti a lei, quindi si affrettò a salutarlo e proseguì per la sua strada.
Quello di cui Pica non si accorse, poiché era di spalle e già lontana, è quel che successe subito dopo, quando lo scarabeo si voltò per ammirare il suo chicco di riso, e si accorse che adesso, sotto l'ala dove lo aveva nascosto, di chicchi ce n'erano tre!
“Ma che strano,” fece lo scarabeo perplesso. “Avrei giurato che Pica mi avesse dato solo un chicco.”
Senza riflettere neanche un istante sulla generosità della formichina, lo scarabeo lasciò cadere a terra i due chicchi di cui non si era accorto prima, quindi iniziò a rimirare quello dorato che stringeva tra le zampe. Solo dopo averlo guardato un po’ decise finalmente di mangiare gli altri due, ma quando si voltò per raccoglierli, si accorse che di chicchi adesso ce n'erano quattro.
“Davvero strano,” pensò ancora lo scarabeo. “Non mi ero mai accorto che Pica fosse così sbadata!”
In un sol boccone lo scarabeo mangiò tutti e quattro i chicchi di riso, ma quando si voltò verso il chicco dorato che aveva lasciato a terra per un momento, si accorse che proprio di fianco al chicco ne erano appena comparsi altri quattro!
Lo scarabeo era troppo sciocco per venire a capo di quel mistero, e solo quando davanti ai suoi occhi i chicchi divennero cinque, e poi sei, e poi sette, si rese conto di aver avuto un colpo di fortuna molto più grande di quanto pensasse.
“Un chicco di riso magico!” esclamò ad alta voce senza quasi riuscire a crederci, e subito si tappò la bocca con una zampa, rendendosi conto di come, se qualcuno avesse scoperto quel chicco, di certo avrebbe fatto di tutto per portarglielo via.
Lo scarabeo decise che la cosa migliore era nascondere il chicco nella sua tana, e poiché nel frattempo i chicchi non la smettevano di aumentare, corse a raccogliere una foglia di edera per trascinarli tutti via con sé.
Quando lo scarabeo arrivò davanti alla tana, i chicchi di riso erano talmente tanti che, per paura che non ci entrassero tutti, prima di aprire la porta iniziò a mangiarne il più possibile. Fu allora che si accorse che strada facendo buona parte dei chicchi erano caduti giù dalla foglia d'edera, e che un gruppo di formiche, insieme al grillo e a una cavalletta, avevano già iniziato a raccoglierli per metterli da parte.
“Ferme!” gridò lo scarabeo alle povere formiche, e, dopo aver chiuso il chicco magico nella sua tana, gli volò incontro per metterle in guardia. “Quei chicchi di riso sono miei, e guai a chi li tocca!”
Le formichine smisero subito di raccogliere i chicchi, e quando lo scarabeo ronzò minaccioso intorno al grillo e alla cavalletta, anche loro si fermarono all’istante.
“Qui per terra è pieno di chicchi,” provò a farlo ragionare il grillo, “ce n’è a sufficienza per tutti!”
Anche la cavalletta disse più o meno la stessa cosa, ma lo scarabeo non ne voleva sapere, e confermò che quei chicchi erano suoi e suoi soltanto.
Solo quando gli altri insetti se ne furono andati, e dopo essersi assicurato che nessuno lo stesse guardando, lo scarabeo tornò davanti alla sua tana con tutti i chicchi che aveva raccolto, ma quando aprì la porticina fatta di legno smangiucchiato, una valanga di chicchi sbucati dal nulla lo fece rotolare via come una palla!
Quei chicchi di riso continuavano a moltiplicarsi, e lo scarabeo si accorse che più passava il tempo e più i chicchi si moltiplicavano in fretta. Un altro, al posto suo, sarebbe corso a richiamare le formichine per dargliene almeno un po’, ma la prima cosa che venne in mente allo scarabeo fu d’infilare di nuovo nella tana tutti i chicchi, e di continuare a mangiarne il più possibile prima che qualcuno si accorgesse di quel miracolo.
Così fece, e dopo essersi richiuso la porticina alle spalle, lo scarabeo iniziò a divorare uno dopo l'altro quanti più chicchi di riso potesse. Subito, però, si rese conto di come la sua fosse una missione disperata, poiché, per ogni chicco che mandava giù, ce n'erano sempre due o tre che saltavano fuori dietro di lui.
Lo scarabeo finalmente si arrese. Ma anche stavolta, invece di chiamare gli altri insetti dell'orto e dirgli che da quel giorno ci sarebbe stato per sempre da mangiare per tutti, iniziò a pensare a un altro posto dove poter nascondere tutti i suoi chicchi di riso, anche se i chicchi erano così tanti che lo scarabeo non sarebbe riuscito a mangiarli da solo neanche mangiandone dieci al giorno per tutta la vita!
Il problema, però, era che lo scarabeo passò troppo tempo a pensare al nuovo nascondiglio, e quando finalmente si ricordò di un vecchio albero di albicocche, e del tunnel che una talpa aveva scavato proprio ai suoi piedi, i chicchi di riso erano diventati talmente tanti che lo scarabeo dovette correre fuori dalla sua tana per non rischiare di rimanere schiacciato lì dentro per sempre!
Fortunatamente per lui, prima di uscire era riuscito a prendere dal mucchio di chicchi quello dorato che gli piaceva tanto, e dopo aver sbarrato la porticina della tana con due aghi di pino e un filo d'erba, corse a nascondere il chicco magico nel tunnel ai piedi dell'albero alla fine dell'orto.
“Qui dentro c'è spazio a sufficienza per tutti i chicchi del mondo,” disse ridacchiando lo scarabeo, e dopo aver gettato il chicco nel tunnel che sapeva ormai abbandonato, corse di nuovo fino alla sua tana per assicurarsi che nessuno provasse ad entrarci.
Con tutti quei chicchi all’interno, però, e con la pancia gonfia per tutti quelli che aveva mangiato, nella tana non riuscì a entrarci neanche lo scarabeo, al quale non restò che piazzarsi davanti alla porta per fare la guardia e allontanare chiunque si avvicinasse.
“Prima o poi digerirò tutto e riuscirò di nuovo a entrare,” pensava tra sé e sé, stando attento a non farsi sentire dagli insetti che gli passavano davanti e che lo guardavano con aria perplessa, chiedendosi cosa facesse lì fermo al sole invece di svolazzare in giro come faceva di solito.
Passarono un paio di giorni e lo scarabeo non riusciva ancora a rientrare nella sua tana. Anche perché, quando scendeva la sera, apriva la porticina per mangiare qualche chicco di riso, facendo un po’ di spazio nella tana, certo, ma continuando anche a far crescere il suo pancione.
Lo scarabeo era incollato alla porticina della sua tana ormai da quattro giorni, quando in un giorno molto più caldo del solito, Pica la formica si trovò a passare proprio di là.
“Ciao, scarabeo, come va?” chiese Pica sorridendo allo scarabeo, che a forza di starsene al sole non era più verde ma quasi marrone. “È un po' di tempo che non ti vedo in giro, che ti è successo?”
Ovviamente lo scarabeo non aveva nessuna intenzione di dirle la verità, anche perché, se lo avesse fatto, avrebbe dovuto dire a Pica anche che il chicco che gli aveva regalato era magico, e che a ben vedere, tutti i chicchi che aveva nascosto erano un po' anche suoi.
“Ho avuto da fare,” rispose lo scarabeo con aria sbrigativa, e, cogliendo il messaggio, Pica tirò dritta per la sua strada. Non prima, però, di aver consigliato allo scarabeo di non restare troppo al sole, perché con il caldo che faceva quel giorno c’era il rischio di ustionarsi e prendersi una bella insolazione.
Lo scarabeo non gli rispose neanche, pensando tra sé e sé che Pica era davvero un'impicciona, e guardandola sparire tra i fili d'erba mentre imperterrito restava a guardia della sua tana. O meglio, a guardia dell'infinità di chicchi di riso di cui neanche sapeva bene che farsi. Anche solo il pensiero di continuare a mangiarli, infatti, gli faceva venire la nausea, mentre l'idea di donarne un po' agli altri abitanti dell'orto non lo sfiorava neanche.
Fu così che lo scarabeo restò al sole tutto il giorno e anche la giornata successiva, ancora più calda di quella prima, e quando Pica passò di nuovo davanti alla sua tana, quello che vide appoggiato alla porta sembrava tutto fuorché uno scarabeo!
Lo scarabeo, o meglio quel che lo scarabeo era diventato, era adesso più nero di uno scarafaggio, e non solo perché a forza di restare di guardia non si lavava ormai da una settimana, ma soprattutto perché tutte quelle ore passate al sole avevano cotto la corazza di cui andava tanto fiero, e persino le sue ali verdi, con cui probabilmente non sarebbe mai più riuscito a volare.
Appena Pica lo vide provò subito una gran pena, e di certo non perché lo scarabeo era diventato così brutto. Pica era una formica buona e saggia, e sapeva bene che non si dovrebbe mai giudicare qualcuno dal suo aspetto, e se lo scarabeo adesso gli faceva pena era solo perché aveva passato la vita a prendere in giro tutti gli insetti che riteneva più brutti. Insetti che, in un modo o nell'altro, adesso avrebbero trovato il modo di far pesare allo scarabeo quel che era diventato.
Seppur meno saggio e intelligente di Pica, questo lo sapeva anche lo scarabeo, che di colpo si rese conto che nessun chicco di riso al mondo, neanche un chicco magico e dorato, gli avrebbe fatto sopportare le prese in giro che gli sarebbero piovute addosso da quel giorno in poi.
E fu così che, quando quel giorno scese la notte, lo scarabeo abbandonò di nascosto la sua tana e la sua enorme scorta di chicchi di riso, e barcollando sulle sue zampette stanche se ne andò dall'orto per non farvi mai più ritorno.
Passando il giorno dopo davanti alla tana, Pica si sorprese nel non vedere più lo scarabeo, e temendo che gli fosse successo qualcosa di brutto, corse a bussare alla sua porticina. Da dentro la tana non rispose nessuno, e quando Pica provò a bussare ancora, i due aghi di pino che sbarravano la porta si spezzarono di colpo, e la formichina venne investita da una quantità di chicchi di riso che non aveva mai visto in vita sua!
Di fronte allo spettacolo di tutti quei chicchi, accorsero presto anche le altre formiche, che subito si lamentarono dello scarabeo e di tutto il cibo che aveva nascosto agli altri insetti.
“Non prendetevela troppo con lui,” disse Pica dimostrando a tutte la sua saggezza. “Sono sicura che da oggi in poi lo scarabeo avrà problemi più grandi di quelli che avremo tutte noi.”
Pica sapeva che lo scarabeo non sarebbe tornato a reclamare i suoi chicchi, il che significava, per lei e le altre formiche, cibo in abbondanza per tutto l’inverno. Oltre che saggia, però, Pica era anche una formica curiosa, e si stava giusto chiedendo dove lo scarabeo avesse trovato tutto quel riso, quando in lontananza, da sotto il grande albero di albicocche, sentì il grillo chiamare a raccolta tutti gli insetti dell'orto.
Pica e le altre formiche si misero subito in cammino, e se la valanga di riso davanti alla tana dello scarabeo le aveva lasciate a bocca aperta, quando raggiunsero il grillo non riuscirono a credere alle loro antennine!
Dietro il grillo, infatti, non c'era più l'albero di albicocche, bensì una montagna bianca che lo aveva sommerso dalle radici fino al ramo più alto, come se, anche se era primavera e faceva un gran caldo, sull'albero si fosse abbattuta una gran nevicata. Quella che aveva ricoperto l'albero, però, non era neve, come Pica poté costatare avvicinandosi con circospezione. Era anche quella una distesa di chicchi di riso, la più grande che Pica avesse mai visto, talmente grande che non aveva mai pensato che così tanto riso potesse esistere in quell’orto o da qualche altra parte!
“È un miracolo!” disse Pica alle altre formiche. “Con tutto questo riso nessuno nell'orto soffrirà più la fame!”
Ci volle quasi una settimana per portare via tutto il riso da sopra l’albero di albicocche, e quando le formiche finirono di svuotare anche il tunnel che passava lì sotto, si trovarono di fronte a un'ennesima sorpresa: quel chicco magico da cui aveva preso il via quella storia così strana.
Tutte le formiche rimasero affascinate dal chicco dorato, proprio come lo era stata Pica quando per prima lo aveva scoperto, e mentre anche la cavalletta, il grillo e la coccinella continuavano ad ammirarlo, si accorsero che dietro a quel chicco ne spuntavano altri di continuo.
“Un chicco magico!” esclamò il grillo meravigliato, spiegandosi di colpo la quantità enorme di riso che avevano appena portato via.
Al contrario dello scarabeo, il grillo e tutti gli altri insetti capirono subito l'importanza di quel chicco dorato, e d’accordo con le formiche, decisero che in tutto l’orto c'era solo un insetto a cui poterlo affidare per il bene di tutti, e quell’insetto era Pica la formica, che proprio quel giorno era rimasta nel formicaio per riposare.
Quando Pica vide il chicco magico lo riconobbe subito, e subito si spiegò la triste fine dello scarabeo, vittima solo del suo egoismo, che lo privò della gioia e dell’abbondanza che da quel giorno in avanti accompagnò invece gli altri insetti dell'orto.
Insetti che, grazie alla saggezza di Pica e al buon uso che fece del chicco magico, vissero a lungo e senza mai patire la fame, contenti di quel che avevano e sempre pronti ad aiutare chi aveva meno di loro.
Tutti, infatti, avevano fatto tesoro della lezione di Pica, una formica umile e generosa con tutti, e con un cuore d’oro e ancor più magico di quel chicco di riso.