matrimonio in mare
italian
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No, pensò Gwen Bravo McMillan appena sentì quel suono. No, non poteva essere. Lui non avrebbe mai...
Ma fuori sul ponte il vento forte e la pioggia battente si erano calmati proprio quel tanto che bastava per farle sentire quel suono che arrivava debolmente dall'altra parte del tramezzo che separava la zona notte dal salotto della cabina.
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Gwen guardò l'orologio sul comodino.
Erano le due passate. Aveva aspettato per metà della notte che lui finisse quello che doveva fare. E finalmente lui aveva detto di aver finito. Lei era corsa a infilare qualcosa di più seducente... e lui si era rimesso al lavoro.
Con un gemito di frustrazione, Gwen si accasciò sul bordo dell'ampio letto matrimoniale. Perché? si chiese. Perché allora si è preso il disturbo di venire con me in questa crociera?
La risposta era piuttosto semplice.
Lui sapeva bene che se non l'avesse fatto, lei non l'avrebbe mai perdonato.
Con un sospiro triste, Gwen si distese e fissò il lucernario sopra il letto. La pioggia batteva sul vetro e il cielo era carico di furiose nubi nere che non promettevano niente di buono. Era la loro seconda notte al largo della Grande Bahama e avevano incontrato una tempesta. Una semplice burrasca, niente di più, aveva assicurato il capitano. Niente di cui preoccuparsi. La mattina dopo l'avrebbero superata e avrebbero proseguito verso i mari azzurri, il sole luminoso, le isole lussureggianti e le spiagge dove la sabbia era bianca e soffice come la farina.
C'erano quarantasette cabine sulla Annabelle Lee, un piroscafo da crociera e da carico da ottanta metri che faceva il giro delle isole dell'arcipelago dei Caraibi da Bahamas a Trinidad e ritorno in tredici giorni. Date le sue dimensioni relativamente ridotte e il basso pescaggio, la Annabelle Lee poteva portare i suoi passeggeri dove le enorme navi da crociera non sarebbero mai potuto andare. Avrebbero gettato l'ancora al largo di spiagge deserte, attraccato in piccoli e pittoreschi porti, fatto scalo in tutta una serie di posti esotici.
Gwen aveva fatto in modo che lei e Rafe avessero il migliore alloggio a bordo: la Suite dell'Ammiraglio, una cabina rivestita di pannelli di teak con tutti i comfort di una casa... e qualcosa di più. Inclusi dei luminosi acquari in cui nuotavano regali pesci angelo. E una vasca di marmo con acqua calda nel bagno. Avevano persino la loro fetta privata e coperta di ponte.
L'idea era di andare via, solo loro due, senza i bambini che entrambi adoravano, senza le distrazioni della vita quotidiana... ossia principalmente senza la Andrews and Mc Millan Architectural Design, lo studio di cui il brillante marito di Gwen era ora socio, e un socio molto dedito al suo lavoro, per di più.
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Ah, eccolo di nuovo. Quel suono che lei conosceva fin troppo bene. Nonostante lo sciabordio delle onde agitate, il picchiettio incessante della pioggia e l'ululare del vento, nonostante il più basso gorgoglio degli aeratori degli acquari in sottofondo, lei lo sentiva...
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Era il suono di suo marito al lavoro al suo portatile. Oh, sì. Per la loro prima vacanza romantica dopo otto anni di matrimonio, Rafe si era premurato di portare con sé il suo laptop, il telefono e la valigetta. E aveva trascorso tutto il volo verso Miami e buona parte della loro prima notte lì al telefono. Poi però sul volo verso Grande Bahama usare il telefono era stato fuori questione. E l'odioso affarino non aveva funzionato neppure a bordo della Annabelle Lee. Ma il portatile non l'aveva abbandonato. E da quando erano saliti a bordo del piroscafo la sera prima sembrava quasi che Rafe fosse sposato con lui e non con Gwen.
Rafe McMillan non aveva tempo per sorseggiare cocktail o per distendersi sulle sdraio del ponte sotto il dorato sole dei Caraibi. Non aveva tempo per prestare attenzione a sua moglie. Oh, no. Era troppo occupato a fissare lo schermo del suo computer, affascinato dai disegni preliminari del suo ultimo capolavoro.
La pioggia batté più forte. Il vento aumentò il suo ululato.
E Gwen si tirò su a sedere. Non aveva intenzione di arrendersi, non ancora. Indossava un seducente pagliaccetto semitrasparente in satin e pizzo turchese, ed era determinata a tentare ancora una volta di ottenere l'attenzione di suo marito.
Gwen si alzò. Il pavimento ondeggiò un poco sotto i suoi piedi mentre un'altra onda di medie dimensioni colpiva la Annabelle Lee. Ma Gwen non si spaventò. Non c'era niente di cui preoccuparsi. Il capitano non aveva forse detto così?
Gwen marciò attraverso l'arco di teak che la separava dalla zona giorno della cabina. Suo marito si era sistemato sul divano, con il portatile aperto sul basso tavolino di fronte a lui. Sul volto aveva quello sguardo di assorta concentrazione che ancora oggi, dopo otto anni di matrimonio, riusciva ad accendere il desiderio di Gwen.
Maledizione a lui!
Le sue ampie spalle erano leggermente arcuate, il suo intero corpo era concentrato, gli occhi scuri corrucciati, fissi sullo schermo di fronte a lui. Aveva appoggiato una bella mano dalle lunghe dita sulla bocca ben scolpita, mentre con l'altra muoveva il mouse del portatile.
Gwen si posizionò di fronte a uno degli acquari, direttamente di fronte al suo campo visivo... sempre che si fosse degnato di alzare lo sguardo.
Cosa che ovviamente lui non fece. "Hmm..." disse Rafe, lo sguardo ancora fisso sullo schermo. E poi mise entrambe le mani dalle lunghe dita sulla tastiera.
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Gwen digrignò i denti, si mise in quella che sperava fosse una posa provocante... e si schiarì la voce. Due volte.
Il secondo colpo di tosse riuscì nell'intento. Rafe alzò lo sguardo.
Sì! Ora lui la stava guardando. La stava vedendo. Lei conosceva quello sguardo, sapeva esattamente cosa significava quel luccichio nei suoi occhi.
Lui disse il suo nome, a bassa voce.
"Gwen..." Un suono intimo. Dolce. Pieno della promessa di tutti i piaceri che sarebbero seguiti.
Gwen sorrise, il suo spirito che si risollevava.
E poi lui si accigliò.
"Dammi cinque minuti..." E quei begli occhi tornarono a concentrarsi sullo schermo del computer.
Questo era troppo.
Gwen fece un profondo respiro. "Mi serve un po' d'aria fresca" disse a denti stretti. Rafe agitò distratto una mano nella sua direzione. "Qualche altro minuto, tesoro, te lo prometto..." Gwen non aveva intenzione di mettersi a urlare. Gridare non era affatto costruttivo e lei non si sarebbe abbassata a farlo.
Girò invece sui tacchi, tornò in camera da letto e si infilò una vecchia maglietta rosa, un paio di pantaloni alla pescatora e delle scarpe da tennis. Poi strappò un impermeabile fucsia dall'attaccapanni e marciò verso la porta. Rafe non alzò lo sguardo quando lei gli passò accanto con passo deciso.
A malapena notò che sua moglie stava sbattendo la porta.
Ma diversi minuti dopo, quando ebbe risolto il problema che lo stava assillando, comprese quello che era successo.
Gwen se n'era andata. E se n'era andata infuriata.
Rafe si passò entrambe le mani tra i capelli e si accasciò sullo schienale del divano, imprecando tra sé e sé. Maledizione, le aveva detto che gli servivano solo altri cinque minuti.
In quel momento la nave si mosse con violenza. Doveva essere stata colpita da un'onda più alta delle precedenti. La Annabelle Lee era dotata di stabilizzatori. Eppure aveva ondeggiato... Rafe si raddrizzò e tese l'orecchio. La tempesta era aumentata parecchio di intensità. Finora non ci aveva fatto caso, ma ora sembrava che ci fosse un tifone là fuori...
Rafe balzò in piedi e andò a cercare sua moglie.
Dovette spingere, e anche piuttosto forte, contro la porta che dava sul ponte di sinistra per riuscire ad aprirla, tanto era violento quel maledetto vento. Quando alla fine riuscì ad uscire non vide nessuno. Là fuori c'era solo il ponte allagato e il vento che ululava, acqua che volava dappertutto, un cielo scuro, furioso e un immenso mare nero in tempesta. Rafe si spinse avanti a fatica, lottando contro il vento sferzante, furioso con Gwen per essere stata così sciocca da uscire... e aggrappandosi con tutte le sue forze a quella rabbia, perché se l'avesse lasciata evaporare avrebbe potuto essere sostituita da puro, cieco terrore per quello che sarebbe potuto accadere a sua moglie.
Rafe gridò il suo nome. "Gwen!" Una volta, e poi un'altra, ma il vento gli rigettò le parole in faccia.
Poi alla fine la vide. Era a metà della nave. Aggrappata alla ringhiera di dritta, una piccola figura fradicia in un impermeabile fucsia. Era a meno di tre metri da lui. Rafe gridò di nuovo il suo nome, ma lei non si voltò.
E mentre il vento gli strappava il grido di bocca, un'enorme onda si sollevò da sinistra. Si abbatté sul ponte, mandando acqua dappertutto. Così tanta acqua.
Nel diluvio, Rafe perse di vista la figura nell'impermeabile rosa.
E quando l'onda alla fine si ritrasse, la figura aggrappata alla ringhiera di dritta non c'era più. Barcollando, sballottato dal vento infuriato e bagnato fino al midollo, Rafe si trascinò fino alla ringhiera verso il punto in cui Gwen era svanita.
Afferrò il corrimano e guardò in basso verso il mare ribollente.
Eccola!
La vide. Una macchia rosa... la parte posteriore del suo impermeabile.
La parte posteriore. Maledizione! Non andava affatto bene. L'onda doveva averle fatto perdere i sensi. Non riusciva a vedere il suo viso. Gwen non stava facendo alcun tentativo per tenere la testa fuori dall'acqua.
Rafe si guardò intorno disperato. Non c'era nessuno in vista. Il capitano e l'equipaggio avevano chiuso i boccaporti.
Tutti i passeggeri se ne stavano tranquilli al coperto ad aspettare che la tempesta passasse. Tutti tranne Rafe e sua moglie... che stava per affogare! Il ponte di comando era a due livelli sopra di lui, leggermente arretrato.
Qualcuno lassù avrebbe forse potuto scorgere una persona in mare a prua, ma non a mezza nave, a meno che non la stesse cercando. La maledetta angolazione non era giusta. Da lassù non avrebbero potuto vedere cosa era successo, e lui non aveva tempo per avvertire nessuno. L'impermeabile rosa continuava ad allontanarsi dalla nave, spinto dalle onde sempre più verso dritta.
Rafe si mosse a fatica lungo la ringhiera finché raggiunse il più vicino salvagente. Lo gettò a mare. La grossa ciambella attaccata alla corda atterrò a parecchi metri di distanza dalla giacca rosa galleggiante.
Giubbetti di salvataggio! Le parole esplosero nella mente di Rafe. Dovevano esserci da qualche parte degli armadietti pieni di giubbetti di salvataggio dislocati sulla nave.
Rafe si mosse ancora a fatica lungo la ringhiera finché raggiunse uno degli armadietti. Tirò il chiavistello, aprì lo sportello e ne estrasse due giubbetti.
Ne infilò uno con una rapidità che lo sorprese. Poi si voltò, asciugandosi gli occhi dalla pioggia... Mi servirebbe un gommone di salvataggio... pensò. Ma no. L'impermeabile rosa si stava allontanando sempre di più sulle onde portando sua moglie ancora più distante. Non c'era tempo per trovare un gommone e poi lanciarlo in acqua da solo. Rafe prese allora degli altri giubbetti e li gettò in mare, nel caso in cui... Non sapeva neppure lui il perché... Forse nel caso avesse perso quello che teneva in mano, o così supponeva.
Perse qualche altro prezioso secondo per togliersi le scarpe: era senz'altro meglio nuotare senza. Gli avrebbero solamente impedito i movimenti.
E poi si arrampicò sulla ringhiera e si gettò tra le onde alte e infuriate.
Non appena colpì l'acqua fredda sprofondò, ma poi, grazie a Dio, ritornò immediatamente a galla: il giubbetto di salvataggio stava facendo il suo lavoro.
Ma le onde continuavano a sferzarlo, impedendogli di vedere chiaramente.
Gli ci volle quello che sembrò un secolo per individuare l'impermeabile rosa... e il salvagente. I due erano molto più lontani di prima l'uno dall'altro.
Anche lui non poteva definirsi vicino a Gwen. Se voleva raggiungerla, avrebbe fatto meglio a cominciare a nuotare. Si mosse con forti e poderose bracciate, pensando che era passato troppo tempo da quelle estati trascorse sul fiume Colorado con suo padre, troppo tempo dall'ultima volta in cui aveva saggiato i suoi limiti, in cui aveva fatto sport.
Dovette lasciare andare il secondo giubbetto di salvataggio quasi immediatamente. Gli servivano entrambe le braccia libere se voleva avere una qualche possibilità di tagliare le onde e raggiungerla.
Rafe nuotò. Nuotò con tutta la forza che aveva. Anche se consciamente sapeva che le correnti gli erano favorevoli, non gli sembrava affatto così. A lui quelle maledette onde sembravano vive, e sembrava che gli si opponessero, spingendolo via, per impedirgli di raggiungere Gwen. Ingoiò dell'acqua salata, tossì e la sputò. E poi continuò a nuotare.
I marosi continuarono a combatterlo.
Ma Rafe tenne duro, rallentando solo di tanto in tanto per asciugarsi gli occhi e assicurarsi che l'impermeabile rosa fosse ancora in vista.
Trascorse un tempo interminabile, finché le onde gli diedero un aiuto, sollevandolo in alto e sbattendolo nuovamente giù a circa tre metri dalla meta.
Rafe colse l'occasione e si mosse ancora più forte, ogni bracciata una preghiera, e alla fine toccò l'impermeabile rosa. Tese la mano e strinse quello che la giacca conteneva.
Gwen non si muoveva... Galleggiava completamente alla mercé delle onde battenti...
Lui la tirò verso di sé e sentì sul viso le ciocche fradice dei suoi capelli. Le afferrò e tirò di nuovo, sperando di ottenere un grido da lei, un urlo di rabbia perché le stava facendo male.
Ma Gwen non disse nulla. E le onde continuavano ad abbattersi su di loro.
Rafe le tirò di nuovo i capelli, quei capelli che asciutti erano di un colore meraviglioso, luminoso, tra il biondo e il castano, per avvicinarla ancora di più a sé.
Lui chiuse gli occhi mentre una forte emozione lo attraversava. Si lasciò sfuggire un grido selvaggio, animale, mentre i visi di Gwen e dei loro bambini, Matty e Kenyon, gli lampeggiavano nella mente in rapida successione.
No.
Non è ancora tutto perduto. Ora lui la teneva e non aveva intenzione di lasciarla andare. Non era ancora finita.
Avrebbero superato anche questa e sarebbero tornati a casa. Rafe la trascinò verso di sé e la girò in modo da poterla vedere in viso.
E poi lei tossì. Un maledetto miracolo! Aveva tossito!
"Va tutto bene, va tutto bene, tesoro..." Ora Rafe la teneva sotto le braccia, col viso rivolto verso di lui, cercando di mantenere la sua testa il più in alto possibile, di proteggerle la bocca e il naso dagli spruzzi delle onde.
Gwen tossì più forte. Lui riusciva a sentire il suo petto che si espandeva.
Che si contraeva per gli spasmi. Poi Gwen vomitò. Rafe non era mai stato così contento in vita sua di vedere qualcuno vomitare.
"Rafe..." mormorò lei con voce roca.
"Rafe?" "Sì, tesoro, sono io. Respira. Va tutto bene?" Gwen gemette, ma stava respirando, aspirava lentamente aria e la lasciava uscire. Stava bene... per il momento.
Con la coda dell'occhio, Rafe vide una macchia arancione. Uno dei giubbetti di salvataggio ballonzolava su e giù sulle onde verso di loro. Lui doveva solo tendere la mano e afferrarlo, e lo fece.
"Ecco..." "Uhh." Gwen tossì di nuovo, una tosse forte e profonda.
"Ho recuperato un giubbetto di salvataggio. Mettilo." Rafe la aiutò a indossarlo, guidandole le braccia prive di forza attraverso le aperture e passandole il giubbetto sulle spalle, per poi stringere i lacci.
Non si era reso conto dello sforzo che gli stava costando tenerla su finché non la lasciò galleggiare da sola. Provò un forte sollievo. Il che era ridicolo, dal momento che la tempesta continuava a infuriare e le onde continuavano a far sobbalzare senza pietà.
Comunque erano insieme. Ed erano entrambi vivi.
Ora dovevano arrivare a quel maledetto salvagente. Se fossero riusciti a raggiungerlo e ad aggrapparvisi, prima o poi la tempesta sarebbe finita. I passeggeri sarebbero usciti sul ponte. E loro due sarebbero stati trovati e issati a bordo.
"Gwennie, stai bene?" Lei sembrava pallida, ma riuscì ad annuire con espressione determinata.
"Dobbiamo nuotare... tornare alla nave. Ho gettato un salvagente..." Gwen capì e annuì. Ma poi il suo sguardo si mosse. Stava guardando dietro di lui, verso la Annabelle Lee. E qualcosa accadde al suo viso, un'espressione che lo fece rabbrividire.
Pura disperazione.
Rafe si voltò, cercando la nave. Sembrava fosse ad almeno un chilometro e mezzo di distanza.
"Gwen" gridò Rafe sopra il rumore del vento e lo sciabordio delle onde, "dobbiamo tentare." Lei annuì. Le sue labbra si mossero.
Lui lesse le sue parole sulle labbra più che sentirle.
"Lo so." Cominciarono a nuotare verso la nave.
Il mare sembrava essersi calmato un poco. Forse era solo una sua fantasia, un pio desiderio causato dalla disperazione. Eppure Rafe poteva quasi giurare che la pioggia fosse diminuita di intensità.
Ma Gwen aveva perso conoscenza per un po', aveva ingoiato fin troppa acqua e inoltre non era certo forte come lui anche in condizioni ottimali. Per questo lui doveva rallentare e tenere il suo ritmo. Non osava andare troppo avanti.
Avrebbe potuto perderla di nuovo. Le insidiose onde ancora infuriate avrebbero potuto portarla via. E poi lui avrebbe dovuto andarla nuovamente a cercare. E avrebbe potuto non farcela a raggiungerla una seconda volta.
In principio Gwen nuotò al suo fianco, mettendocela tutta per non restare in dietro. Ma poi cominciò a rallentare.
Rafe rallentò a sua volta per rimanere al suo fianco.
E dopo pochi minuti lei smise di nuotare e fu di nuovo in balia delle onde.
Rafe si girò verso di lei. E capì all'istante quello che le passava per la mente.
"No!" gridò. "Forza." Lei scosse il capo. "Vai. Per favore. È colpa mia. Tu vai..." Rafe guardò nuovamente verso la nave. Sembrava più lontana che mai.
Troppo lontana... e lui lo sapeva. Non c'era dubbio che le dannate correnti non li stessero affatto aiutando.
La realtà lo colpì come un pugno allo stomaco. Non ce l'avrebbero fatta a tornare sulla nave... non insieme, almeno.
E per quanto riguardava Rafe, insieme era l'unica opzione possibile.
Quali erano le loro possibilità, allora?
La sua mente si rifiutò di considerare qualunque altra cosa che non fosse quella più importante: la sopravvivenza.
Al momento dovevano fare solo una cosa: restare vivi. Sopravvivere durante il resto della tempesta. In qualche modo.
Dovevano solo vivere un'ora, un minuto, un respiro alla volta, fino a quando le acque non si fossero calmate. Restare a galla e continuare a respirare:
quello era il loro unico obiettivo.
Se fossero sopravvissuti fino all'alba, avrebbero avuto almeno una minima possibilità di raggiungere la terraferma o di essere recuperati da una nave. La Annabelle Lee avrebbe dovuto attraccare al largo dell'Isola di Conception, nelle Bahamas, l'indomani mattina presto, il che significava che erano ancora vicini all'arcipelago. O almeno, avrebbero dovuto esserlo, a patto che la nave non fosse stata portata troppo fuori rotta dalla tempesta.
Cosa gli aveva letto Gwen per cercare di farlo interessare a questo maledetto viaggio? Che c'erano circa isole nelle Bahamas, senza contare le oltre isolette e banchi corallini. Di certo là fuori c'era una qualche piccola zolla di terraferma che aspettava solo loro.
Rafe tese la mano verso sua moglie.
Lei lo spinse via, gridando: "No! Vai". E poi si arrese ad un attacco di tosse.
Lui la prese per le spalle, gridò il suo nome.
Gwen finì di tossire. Si astenne dall'urlare ancora o dal tentare di spingerlo via. Ma la sua espressione rimase ostinata. Ribelle.
"Non posso farcela neppure io" disse Rafe con voce forte e dura. Lei aprì la bocca per controbattere, ma lui non la lasciò parlare. "Resteremo insieme. Ci aiuteremo l'un l'altro a restare a galla.
È l'unico modo." Lei lo fissò. Rafe vide un senso di colpa e odio per se stessa nei suoi occhi.
"Gwen! Smettila. Sopravviveremo.
Insieme. Mi hai capito?" Per un momento ancora lei continuò a fissarlo infuriata, il labbro inferiore che tremava leggermente. E poi il suo viso divenne una maschera di dolore.
Gwen mormorò: "Matty, Kenny...", a voce così bassa che lui capì cosa aveva detto solo perché stava pensando la stessa cosa.
"Sono al sicuro" disse Rafe con fermezza.
Li avevano lasciati con il fratello di lei, Zach, al suo ranch, il Sole Nascente, in Wyoming. Zach aveva una moglie stupenda, Tess, due figlie e un bambino di pochi mesi. Zach e Tess si amavano. La loro era una casa felice. Non avrebbero esitato un attimo a prendere con sé i due nipoti per sempre se ce ne fosse stata la necessità.
Rafe lo disse a Gwen.
"I bambini staranno bene. Zach si prenderà cura di loro." Lei chiuse gli occhi. E quando li aprì di nuovo, annuì.
"Va bene."
"Brava ragazza." Poi Rafe la girò, la attirò a sé in modo che il retro del giubbotto di lei fosse a contatto con il davanti del suo. Le disse nell'orecchio:
"Tira su le gambe. Riposa". Il padre di Rafe gestiva ancora una società di rafting sul fiume Colorado. Wolf McMillan non era stato un granché come padre di famiglia, ma Rafe non aveva dimenticato le lezioni di sopravvivenza che il vecchio gli aveva inculcato in tutti quegli anni.
Furono le parole stesse di suo padre a uscirgli di bocca. "Anche nelle acque calde è possibile soffrire di ipotermia. Il corpo perde il calore più in fretta in acqua che a terra. E con il movimento si perde molto calore." Gwen questa volta non protestò. Si rannicchiò portando le ginocchia contro il petto e lui mise le sue gambe sotto quelle di lei.
In quella posizione a cucchiaio si lasciarono trasportare dalla corrente, cavalcando su e giù per le onde. Alla fine Rafe guardò indietro da sopra la spalla... e vide che la Annabelle Lee non c'era più. Era scivolata oltre il margine di questo strano mondo di acqua costantemente in movimento.
Il tempo passò e la tempesta cessò. Le onde si calmarono. Quando Rafe alzò la mano dall'acqua la pelle era gonfia e rugosa. Rafe aveva lasciato il suo orologio impermeabile multifunzione sul tavolino della loro cabina, quindi non avrebbe saputo dire esattamente da quanto tempo erano trascinati alla deriva. E in realtà cosa importava da quanto tempo erano in acqua e che ora era di preciso?
Aveva invece in tasca il suo coltellino svizzero, quello che Wolf gli aveva dato anni prima. Lo portava sempre con sé e anche ora era con lui. Se fossero riusciti a raggiungere un isolotto deserto da qualche parte il coltellino gli sarebbe tornato utile, più di qualsiasi orologio.
Il vento si era trasformato da un demone urlante ad una dolce brezza tropicale, e lo sconfinato mare notturno si era calmato. Ben presto anche le nubi si allontanarono, cacciate via dal vento, e le stelle brillarono più forte di quanto avessero mai fatto su Philadelphia, la città dove lui e Gwen vivevano. Rafe riuscì a individuare la stella polare, ne seguì la linea fino a terra, che non era molto lontana a questa latitudine, e trovò il nord.
Andavano alla deriva verso ovest. E allora? Era un bene? Chi avrebbe potuto dirlo? Ora avevano bisogno che un'isola comparisse presto all'orizzonte. O una barca. La Guardia Costiera, forse. Queste acque non brulicavano forse di navi della Guardia Costiera all'inseguimento di corrieri della droga o simili?
Una o due volte qualcosa venne a urtare contro le sue gambe... e fuggì via.
Uno squalo? O qualcosa di ugualmente letale? Se anche fosse stato, entrambe le volte la morte li aveva risparmiati.
Sentì Gwen sospirare. La sua testa era appoggiata sulla spalla di lui e il suo corpo raggomitolato galleggiava leggermente all'infuori, come se il mare fosse il suo letto e la spalla di Rafe il suo cuscino. I suoi capelli si muovevano pigramente intorno a loro, galleggiando sulla superficie, scivolando contro la nuca di lui, prima attorcigliandosi e poi galleggiando di nuovo liberi.
"Guarda!" disse Gwen entusiasta. "Un gabbiano..." Rafe lo vide, una forma agile che si stagliava contro il cielo... il cielo che gli sembrava diventare sempre più chiaro dietro di loro.
Gwen disse: "Ho letto da qualche parte che se si vede un gabbiano sopra l'oceano significa che si è vicini alla terra".
Rafe odiò doverla deludere. "È solo un mito. Gli uccelli possono volare per enormi distanze. Ed è quello che fanno." Gwen sospirò di nuovo.
"Un mito, eh?" Rafe emise un suono affermativo.
"Oh, Rafe" sussurrò lei. "Ti amo. Mi dispiace così tanto..." Lui la baciò sulla tempia salata.
"Smettila. Non logorarti con i sensi di colpa. Ti stancherai soltanto e non ci servirà a niente."
"Non avresti dovuto seguirmi in acqua." Rafe fece una risatina.
"Troppo tardi per le recriminazioni, tesoro." "Tu sai quello che ci hanno detto quando ci hanno elencato le norme di sicurezza. Se qualcuno cade in mare...gettate un salvagente e informate il ponte di comando. Ma quando fossi riuscito ad arrivare a quel maledetto ponte, tu saresti già stata lontana." Gwen tacque. Ma lui sapeva cosa stava pensando. Stava di nuovo incolpando se stessa.
"Basta" le disse, pensando nel contempo che ormai ne era certo: il cielo era senza dubbio più chiaro ad est. Le passò la mano sul braccio.
"Il sole sta sorgendo... o sorgerà presto." Lei emise un suono che avrebbe potuto essere una risata... o altrettanto facilmente, un singhiozzo.
"Non sembrava davvero così brutta, la tempesta, intendo dire, quando sono uscita sul ponte. Sono arrivata alla ringhiera. E poi il tempo è peggiorato improvvisamente."
"È successo, Gwen. Ora affrontiamo la situazione." Lei sbuffò leggermente.
"Sempre così pragmatico..."
"Una volta mi hai definito prosaico."
"Sono stata una stupida." Rafe sorrise.
"Ma sei la mia stupidina..."
"Rafe?" Gwen si raddrizzò.
"Cosa?" "Guarda..." Indicò verso ovest. "La vedi?" La vide. Era la terra. L'eccitazione e il sollievo fecero tornare le forze a Rafe. Per Gwen fu la stessa cosa. Ricominciarono entrambi a nuotare, dirigendosi bracciata dopo bracciata verso l'agognata meta della terraferma in lontananza.
Era più lontana di quanto sembrava.
Di lì a poco Gwen fu di nuovo sfinita. E anche Rafe, seppure in modo meno evidente.
Ma ora la corrente giocava a loro favore. Alla fine si lasciarono trasportare dalle onde, finendo sotto alcune volte, ma riuscendo comunque a superare i cavalloni più alti vicino alla riva.
Il sole aveva colorato di porpora e arancio tutto il mondo dietro di loro quando barcollarono insieme verso la spiaggia e crollarono accanto a una catasta di alghe dall'odore pungente.
Giacquero lì, riprendendo fiato, maledettamente vicini al crollo fisico completo, senza avere la minima idea di dove si trovassero... ma sorridendo ugualmente l'uno all'altro come una coppia di idioti.
"Del terreno solido"sussurrò Gwen, stringendo tra le mani pallide e raggrinzite una manciata di sabbia bagnata.
"Non pensavo di rivederlo mai più..." Rafe sapeva che dovevano alzarsi. Trovare riparo dal calore del sole nascente. E trovare dell'acqua. C'era una sorgente di acqua dolce su quell'isola? Rafe sollevò la testa, guardò verso il margine della spiaggia dove si profilavano alte palme da cocco. Isola, isoletta o banco di sabbia: quanto era grande quel posto? Era abitato? Se non lo era, avrebbero dovuto accendere un fuoco di segnalazione.
C'era così tanto da scoprire. Così tanto da fare.
Ed erano così maledettamente esausti entrambi.
Gwen aveva profonde occhiaie scure sotto quei suoi grandi occhi. Rafe guardò le lunghe ciglia di sua moglie abbassarsi. Dopo un attimo, Gwen era profondamente addormentata, la guancia appoggiata sulla sabbia bagnata, i capelli filacciosi e annodati come la catasta di alghe accanto a lei. Rafe non avrebbe dovuto, ma chiuse anch'egli gli occhi... Gwen si svegliò protestando mentre qualcosa le scuoteva una spalla.
"Gwen. Ehi, Gwen, devi svegliarti ora..."Rafe. Era lui che la scuoteva, era lui che non la lasciava dormire.
Gwen emise un suono di protesta e tentò di spingere via quella mano e di tornare sotto le coperte, che, stranamente, non sembravano essere lì... ma lui continuava a stringerle la spalla e a dire il suo nome.
E c'era qualcosa che non andava col letto. Le sembrava umido e irregolare.
E poi le coperte dov'erano... E ancora il sole che le brillava addosso, caldo sui polpacci nudi, facendola sentire umidiccia e accaldata. Gwen si toccò il braccio. Una giacca. Indossava una giacca liscia e bagnata...
Le ciglia le si erano impastate, stranamente appiccicate insieme, ma Gwen si sforzò di aprire ugualmente gli occhi.
Mise a fuoco il volto preoccupato del suo povero marito, completo di occhi assonnati e capelli arruffati incrostati di sale. C'era della sabbia attaccata su una guancia magra su cui si intravedeva un accenno di barba. La polo che indossava gli si era come attaccata ad dosso, ed era solcata da strisce di sale, come i suoi capelli.
La colpì come un pugno nello stomaco, quello che era accaduto. Dove si trovavano. Una qualche striscia di terra senza nome nel bel mezzo dei Caraibi.
Aveva dolori dappertutto, la pelle le prudeva e scottava e sentiva un leggero pulsare sopra l'orecchio sinistro...
aveva urtato qualcosa, forse? Sì, la ringhiera o qualcosa del genere, quando quell'onda l'aveva tirata giù dal ponte della Annabelle Lee.
Aveva urtato qualcosa e aveva perso conoscenza. E Rafe era stato costretto a saltare in mare dietro a lei...
Il suo viso doveva mostrare l'odio che provava per se stessa in quel momento, perché Rafe le disse: "No", con voce dura.
E lei sapeva che lui aveva ragione.
Era stato il suo egoismo a portarli lì.
Aveva voluto un po' di romanticismo, aveva voluto le attenzioni appassionate di Rafe, aveva voluto essere corteggiata come lui la corteggiava quando il loro amore era ancora giovane. Sì, era questo. Era un po' di tempo che desiderava che il loro amore fosse di nuovo giovane. L'aveva agognato con tutto il cuore, in realtà, ne aveva sentito la mancanza come fosse una sorta di buco nero al centro del loro matrimonio.
E la scorsa notte si era talmente arrabbiata per non aver avuto quello che voleva che se n'era andata a spasso sul ponte di una nave durante una tempesta solo per sbollire la sua rabbia.
Ed ora erano lì... sperduti in un'isola senza nome, salvi per il momento solo grazie al coraggio, alla forza e alla capacità di sopravvivenza di suo marito.
Erano lì. E non c'era più spazio per i suoi egoismi.
Si sentiva la gola secca, riarsa, dolorante per tutta l'acqua di mare che aveva ingoiato e poi rigettato. La sua bocca era come una spugna indurita da cui era stata prosciugata tutta l'umidità. Deglutì, tentando di ingoiare un po' di saliva, e riuscì a dire con voce gracchiante,
"Sto bene. Davvero..." Lui le sorrise. Le sue labbra erano screpolate. Gwen tese una mano, toccò la bocca di Rafe e poi la sua... arida e secca, come quella di lui.
"Che pasticcio"sussurrò.
"Forza. Dobbiamo toglierci dal sole." Gwen emise un piccolo gemito, poi strinse gli occhi per guardare l'ampio cielo blu.
"Che ora...?" "Direi le dieci passate."Rafe la aiutò ad alzarsi e insieme zoppicarono come due vecchi verso le alte palme... e poi oltre.
Quando arrivarono in un punto ben ombreggiato dalle palme e da altri alberi più bassi, Rafe lasciò che lei si sedesse di nuovo, e la aiutò a togliersi il giubbetto di salvataggio, poi si tolse il suo. Le disse di riposare lì, lontano dal sole.
"E tu cosa farai?"
"Cercherò dell'acqua." Gwen si rimise di nuovo in piedi, usando un tronco d'albero come appoggio. "Vengo con te."Rafe scosse la testa. Stava controllando le tasche e le pieghe del giubbetto di salvataggio di sua moglie.
"Sei distrutta. Torna a sedere."
"Non hai neppure le scarpe. Potrebbe essere pericoloso per te andartene in giro nella boscaglia."Lei aveva ancora indosso le sue da tennis, per quanto fradice e incrostate di sale.
"Starò attento."Rafe lasciò cadere il giubbetto di Gwen e raccolse il suo.
"Ti taglierai i piedi e lo sai. O qualche creatura potrebbe morderti."
"Non posso farci niente."Rafe palpeggiò anche il suo giubbetto, poi lo gettò di nuovo accanto a quello di lei.
"Guarda cosa ho trovato."Le mostrò due piccoli specchi e due fischietti identici legati con due cordicelle.
"La maggior parte dei giubbetti contiene un fischietto e uno specchio... per fare segnali ai potenziali salvatori" annunciò Rafe, come se leggesse da un manuale di sopravvivenza. Poi sorrise nonostante le labbra screpolate, sorrise di piacere infantile, e in quel momento le ricordò tanto loro figlio.
"Questi specchi potrebbero rivelarsi molto preziosi. E non solo per fare segnali a eventuali veicoli di salvataggio.
È ragionevolmente facile accendere un fuoco con uno di questi... batte i due bastoncini strofinati insieme per dieci a uno." "Io non me ne resterò qui mentre tu te ne vai in giro da solo" dichiarò Gwen.
Le sopracciglia scure di lui si sollevarono.
"Hai assunto la tua espressione più testarda, Gwennie. Hai la bocca sigillata."
"Lavoreremo insieme."
"Per una che praticamente casca dal sonno, sei fin troppo determinata."
"Vengo con te." Si fissarono a lungo. Gwen pensò che non l'aveva mai amato quanto lo amava in questo momento... e tanto meno aveva capito quanto lui amava lei.
A quel punto Gwen disse con estrema dolcezza: "E i fischietti?".
"I fischietti?" "A cosa servono... voglio dire, ora che siamo fuori dall'acqua?"
"Hmm..."mormorò tra sé Rafe. "Be', direi per chiamarci tra noi due. Ecco."Gliene passò uno. Gwen lo prese, si mise la cordicella intorno al collo sollevando i capelli appesantiti dalla sabbia, poi si portò il fischietto alla bocca.
Prima di soffiarci dentro, però, esitò, guardandolo con espressione interrogativa.
Rafe si strinse nelle spalle.
"Immagino che fischiare potrebbe essere poco saggio. Potrebbe esserci qualcuno nei dintorni di poco raccomandabile. Contrabbandieri, forse. O qualche altro malvivente."
"Pensiamo positivo"suggerì lei. "Potrebbe anche esserci della brava gente che aspetta solo un segnale per correre a salvarci." Rafe emise un grugnito.
"Giusto. Fischia." E lei lo fece. Il suono era forte, chiaro, piuttosto acuto.
Il boschetto sembrò molto più silenzioso quando il fischio svanì.
A quel punto Rafe osservò: "Be', non vedo nessuna brava persona".
"E neppure contrabbandieri." In quello stesso istante sentirono un fruscio provenire dal sottobosco.
Mmmiaooo...
"Mio Dio"disse Rafe mentre la piccola creatura grigia emergeva dagli arbusti e cominciava a strofinarsi sulle caviglie di Gwen. "È un gatto domestico." Gwen si chinò e prese in braccio il gatto che si era avvicinato a lei quando aveva fischiato. "Be', e tu chi sei? Cosa ci fai qui?" Il gatto fece le fusa e si strofinò contro la sua mano, chiedendo di essere accarezzato. Gwen lo fece.
"È domestico"disse Rafe.
Gwen grattò l'esserino peloso sotto il piccolo mento appuntito. "Ti piace così, eh? Significa che probabilmente c'è qualcuno che vive qui, da qualche parte. O almeno c'è una sorgente d'acqua, giusto?" Rafe guardò il gatto con maggiore attenzione.
"Probabilmente sì per quanto riguarda la sorgente, almeno. Ma l'animale probabilmente è stato abbandonato qui da una barca o qualcosa del genere.
Sembra tutto pelle e ossa." Gwen dovette ammettere che Rafe aveva ragione. Le costole del povero animale erano fin troppo evidenti sotto la pelle.
Rafe suggerì: "Mettilo giù. Vediamo se ci porta da qualche parte".
Gwen fece come le aveva detto. Il gatto si mise a sedere ai suoi piedi e la guardò con aria speranzosa.
"Grazie mille, piccolo"mormorò Rafe.
Poi guardò di nuovo verso Gwen. "Sei sicura che ti senti di venire a esplorare un po' con me?" Gwen annuì con fermezza.
"Va bene, allora. Andiamo. Non abbiamo molto in fatto di equipaggiamento. Tanto vale portare tutto con noi." Stava cominciando a fare piuttosto caldo, perciò Gwen si legò l'impermeabile intorno alla vita. Indossarono di nuovo i giubbetti di salvataggio. Rafe si mise il fischietto intorno al collo e presero uno specchietto ciascuno.
Si misero in marcia sotto gli alberi, spostandosi segnando una linea perpendicolare rispetto alla spiaggia lungo quello che sembrava essere un sentiero, anche se Gwen non aveva idea di chi o cosa l'avesse potuto creare. E aveva troppa sete ed era troppo stanca per sprecare le sue energie a chiedere a quel suo nuovo marito, esperto di sopravvivenza, come aveva deciso da quale parte andare. Lo scheletrico gatto grigio li seguì, a volte precedendoli, a volte prendendo posto nella retroguardia e a volte tagliando attraverso la boscaglia a sinistra o a destra del sentiero.
Arrivarono a quella che sembrava una biforcazione sul sentiero, Rafe lungo il tragitto aveva raccolto delle pietre per fare una rozza freccia da posizionare sul terreno e indicare la direzione da cui erano venuti. La prima volta che lo fece le spiegò che comunque non era eccessivamente preoccupato di come tornare alla spiaggia.
Era ad est, più o meno, dal momento che il sole era sorto da quella direzione.
Sarebbero tornati indietro senza troppi problemi più tardi, per costruire un fuoco di segnalazione. Ma ci sarebbe voluto del tempo per farlo, per raccogliere la legna necessaria ad alimentarlo. Al momento la cosa principale da fare era trovare dell'acqua.
Non camminavano da molto, forse da dieci o quindici minuti, quando sentirono un ronzio verso est.
Un aereo. Il cuore di Gwen fece un balzo di gioiosa, frenetica speranza. Tirarono entrambi fuori gli specchietti e corsero verso una radura, usando i raggi del sole per fare segnali con i piccoli rettangoli di vetro riflettente.
Ma non servì a niente. Sentirono il motore allontanarsi prima ancora di aver intravisto l'aeroplano.
Per lo sconforto la bocca di Gwen sembrò diventare ancora più secca di prima mentre il ronzio svaniva in lontananza. Ma non aveva intenzione di darlo a vedere. Gwen chiuse gli occhi, fece un profondo respiro e tenne le spalle dritte.
Rafe scosse la testa.
"Che c'è?"chiese lei.
"Forse avremmo dovuto restare vicino alla spiaggia. Lì allo scoperto abbiamo maggiori probabilità di essere visti.
Avrei dovuto almeno prendere del tempo per cercare delle rocce abbastanza grandi da scrivere un SOS sulla sabbia." In quel momento Gwen vide la preoccupazione negli occhi di suo marito.
Era un'enorme responsabilità quella di prendere il comando, di prendere decisioni su quali azioni intraprendere e in quale ordine. Una scelta sbagliata avrebbe potuto costare la vita ad entrambi.
Era necessario rassicurarlo. "Fra poco torneremo allo scoperto" le ricordò Gwen. "Quando avremo trovato dell'acqua." Lui fece una smorfia.
"Tu sembri piuttosto sicura che la troveremo."
"Lo sono. Fidati di me. So quello che sto facendo." Entrambi risero. E poi Rafe sollevò una mano. "Ascolta." Rimasero lì fermi, in silenzio, tendendo le orecchie. Il gatto grigio era seduto in mezzo a loro, e guardava prima uno e poi l'altro.
"Uccelli"sussurrò Gwen. "Sento degli uccelli. E dei piccoli fruscii nel sottobosco." Rafe aveva la testa piegata di lato.
"Aspetta qui. Torno subito."Si voltò e si addentrò nella boscaglia.
Gwen fece come le era stato detto, tentando di non pensare a quali grossi serpenti o insetti velenosi potessero essere in agguato tra le contorte radici degli alberi, aspettando l'occasione di affondare i loro denti o le loro tenaglie nei poveri piedi nudi di suo marito.
Meno di due minuti dopo Rafe la chiamò.
"Vieni! Di qua!" Gwen si infilò tra gli arbusti, girò intorno ad una grossa roccia grigia... e vide suo marito nello stesso momento in cui vide il ruscello che si tuffava in un piccolo laghetto trasparente.
Rafe era in ginocchio accanto al laghetto, le mani immerse nell'acqua cri stallina. La assaggiò e le sorrise.
"È acqua dolce"precisò, gli occhi che gli brillavano. "Acqua dolce, Gwennie. Vieni. Bevi." Gwen non se lo fece ripetere due volte. Corse verso il ruscello, si gettò prona sulla riva e bevve la fresca e meravigliosa acqua con le mani. Bevvero a sazietà.
Poi nuotarono nel laghetto con i vestiti indosso, ripulendoli dal sale. Gwen pensò di aver trovato il paradiso mentre galleggiava in quel laghetto, l'acqua trasparente e fresca che le scivolava sulla pelle secca e ruvida per la salsedine. Si massaggiò il cranio con le dita, sciacquando i capelli e alleviando il prurito che provava. Tenendo la testa in acqua fece anche del suo meglio per pettinarsi i capelli con le dita.
Gwen avrebbe voluto togliersi i vestiti, galleggiare nuda nel minuscolo laghetto blu mentre aspettava che le sue cose si asciugassero. Rafe disse che gli sembrava una magnifica idea... ma più tardi. Al momento dovevano tornare alla spiaggia, accendere un fuoco di segnalazione e preparare un rudimentale accampamento, incluso un fuoco più piccolo che avrebbero tenuto acceso fino a quando qualcuno non li avesse trovati.
A giudicare dalla direzione della corrente, Rafe disse che era sicuro che il ruscello sbucasse da qualche parte vicino alla spiaggia. Ciò significava che avrebbero potuto trovare una fonte d'acqua più vicino a dove avrebbero dovuto accamparsi. Dal momento che non avevano contenitori per portare l'acqua con loro, più erano vicini all'acqua dolce, meglio sarebbe stato.
Ora che la sete era stata spenta, Gwen si rese conto che moriva di fame.
Lo disse a Rafe.
Lui rise. "Ci preoccuperemo del cibo più tardi. Il corpo umano può farne a meno per settimane, nel caso tu non lo sappia." Lei finse un'espressione di orrore.
"Spero che noi non dovremo aspettare così a lungo per mangiare." Lui emise un grugnito.
"Lo spero anch'io."Quando lei spalancò gli occhi, Rafe aggiunse: "Non preoccuparti. Ci divertiremo un mondo più tardi, a cercare di aprire le noci di cocco e a vedere quali tipi di crostacei riusciremo a tirare fuori dalla sabbia. Ad ogni modo, da quello che so, nelle Bahamas c'è parecchio via vai. Dovrebbero esserci aeroplani che sorvolano la zona in ogni momento... e barche. Per non parlare delle squadre di salvataggio che manderanno alla nostra ricerca nelle prossime ore, quando si renderanno conto che non siamo nella nostra bella cabina o a prendere il sole sul nostro ponte privato".
Rafe tese la mano, sollevò i pesanti capelli bagnati di Gwen dal collo e poggiò la sua mano calda in quel punto.
Poi la attirò a sé. Lei sollevò la bocca e Rafe la baciò, un bacio dolce, profondo.
Un bacio che alleviò la sua preoccupazione tanto quanto le chiare acque del laghetto avevano alleviato il bruciore della sua pelle salata.
"Andrà tutto bene, Gwennie"sussurrò Rafe sulle labbra socchiuse di Gwen.
"Oh, Rafe. Lo so." Tornarono sulla spiaggia in pochi minuti, dal momento che non si erano addentrati molto nella boscaglia. Rafe trovò la fine del ruscello, che si riversava sulla spiaggia a circa trenta metri a nord della grande catasta di alghe che segnava il punto in cui era stati portati a riva dalle onde.
Si misero entrambi al lavoro a raccogliere sterpi, rami caduti, alghe secche intrappolate tra le radici degli alberi che delimitavano la spiaggia, qualsiasi cosa che potesse bruciare. Rafe disse che avrebbe avuto bisogno sia di materiale combustibile che bruciasse a lungo, come la legna più secca, sia di foglie e rami verdi che avrebbero fatto molto fumo. Il fuoco di segnalazione avrebbe dovuto essere costruito in modo da brillare come una torcia quando fosse stato acceso.
Mentre raccoglievano i materiali esplorarono un po' i dintorni. Trovarono una specie di caverna, in pratica un solco profondo tra le rocce, abbastanza in alto rispetto alla spiaggia così che l'alta marea non avrebbe dovuto essere un problema. Quello sarebbe stato il fulcro del loro accampamento.
Rafe costruì il loro fuoco da campo lì davanti, sotto la copertura delle rocce dove sarebbe stato protetto, scavando una buca nella sabbia e mettendo tutta una serie di rocce intorno per contenere il fuoco. Poi uscì al sole, preparò un altro piccolo fuoco sulla sabbia e usò il suo specchio per concentrare il calore del sole finché i rami non presero fuoco. Lì attizzò un bastone lungo e lo usò per accendere il loro fuoco da campo.
Prepararono il falò di segnalazione a diversi metri dal campo nella parte più interna della spiaggia dove la marea non l'avrebbe raggiunto e dove loro avrebbero potuto arrivare in fretta dall'accampamento quando fosse arrivato il momento di accenderlo. Una volta raccolto il combustibile e preparato il resto, Gwen e Rafe raccolsero delle pietre in numero sufficiente per scrivere SOS sulla sabbia, come aveva suggerito prima lo stesso Rafe.
Quando ebbero finito, il sole era basso sull'altro lato dell'isola e stava tingendo il cielo infinito di color porpora.
Il gatto grigio (Gwen aveva cominciato a chiamarlo Stewie, dal nome del gatto del famoso romanzo per ragazzi di Theodore Taylor, The Cay L'isolotto) rimase accanto a loro per la maggior parte della giornata, a riposare all'ombra delle rocce del loro campo o uscendo per esplorare la pira del fuoco di segnalazione quando alla fine fu pronta per essere accesa.
Una volta finito tutto il resto, Rafe fece la punta ad un bastone di legno duro e mostrò alla moglie come rompere i gusci delle noci di cocco. Ne ruppero diverse. Una o due contenevano del latte fresco e dolce, che loro bevvero avidamente, ma la polpa era dura e insapore. Rafe disse che avrebbero potuto usare i gusci come contenitori. Non sarebbero stati molto capienti, ma erano meglio di niente.
"Aspetta qui"ordinò poi Rafe, piuttosto bruscamente secondo Gwen, dopo che ebbero rotto una decina di noci di cocco.
Rafe sparì tra gli alberi. Gwen sperò che sapesse cosa stava facendo. Ma era stanca e ancora affamata, nonostante il latte di cocco che aveva bevuto. E non se la sentiva di corrergli dietro e pretendere che le permettesse di aiutarlo in quel momento.
Rimase lontano fin troppo a lungo.
Passò almeno un'ora, forse di più.
Gwen ripulì i gusci di noci di cocco dalla polpa e badò al fuoco, fissandolo, felice per il calore che le scaldava il suo viso.
Poi pensò ai suoi bambini e si disse che li avrebbe rivisti... e presto.
Alla fine Stewie comparve da dietro le rocce alle sue spalle. Portava qualcosa in bocca. Mentre si avvicinava, Gwen vide che era un pipistrello morto molto piccolo. Il gatto lo posò di fronte a lei e si sedette, guardandola.
"Grazie, ma no. Mangia pure" disse Gwen, mentre una parte di lei pensava che non avrebbe dovuto essere così precipitosa a rifiutare la sua offerta.
Ma era ancora lontana dal morire di fame. E di certo avrebbero trovato del cibo migliore di noci di cocco troppo dure l'indomani. Non avrebbe dovuto sottrarre a un gatto pelle e ossa un pipistrello ancora più pelle e ossa.
Stewie raccolse la sua preda e si allontanò. La portò a qualche metro di distanza, poi si distese sulla sabbia per godersi il suo pasto.
Gwen guardò le fiamme che guizzavano, chiedendosi quanto tempo era passato da che Rafe se n'era andato, sperando che stesse bene, desiderando che tornasse.
E come se il suo desiderio si fosse materializzato, suo marito apparve.
Gwen lo vide camminare verso di lei lungo la spiaggia.
Portava qualcosa con sé. Gwen si alzò per andargli incontro.
Quando Rafe entrò nel cerchio di luce del fuoco da campo, lei vide che aveva in mano una grossa lucertola morta... e un serpente!
"E questa è... la cena?" Lui le fece un sorriso che era più una smorfia, poi tirò fuori il suo vecchio coltellino svizzero e cominciò a ripulire le prede.
Cucinarono la carne e mangiarono a sazietà. Ce ne fu persino per Stewie. La carne era meravigliosa, leggera e gustosa. Gwen non aveva mai creduto che un rettile morto potesse essere così delizioso.
Parlando dopo cena, Rafe le disse che aveva ispezionato la loro isola e che era stato su entrambi i lati e dall'altra parte. Secondo le sue stime era larga poco più di tre chilometri da est ad ovest, e forse cinque chilometri da nord a sud. Per quanto aveva potuto vedere, erano soli.
Una volta finito di mangiare, passeggiarono lungo la spiaggia fino al ruscello per lavarsi e bere un altro po' di quell'acqua deliziosa. Poi tornarono al campo.
Si distesero accanto al fuoco con i giubbetti di salvataggio come cuscini.
Guardarono le stelle e si promisero l'un l'altro che presto sarebbero tornati a casa. La barba di Rafe era ruvida contro le guance di Gwen quando lui la baciò. A lei non importò. Sentì la morbida dolcezza delle sue labbra e quello fu sufficiente. Aprì la sua bocca per accogliere la penetrante lingua di lui e lo aiutò con gioia quando lui cominciò a spogliarla, invitando anche lui a fare altrettanto. Il pagliaccetto turchese era spiegazzato e striato di sale. Lui le disse che era bellissimo.
Fecero l'amore lì, accanto al fuoco, sulla sabbia. E quando lui la penetrò, lei lo guardò negli occhi scuri e pensò di nuovo, in maniera confusa, a quanto era stata stupida a volere che il loro amore fosse di nuovo giovane, a volere che fosse nuovo e appena sbocciato.
No. Il loro amore non era giovane. Il loro amore era forte. E profondo. E così vero.
Il loro amore era fatto per durare, per sopravvivere.
E anche loro sarebbero sopravvissuti, qui, su questa striscia di sabbia nel mezzo del mar dei Caraibi. Sarebbero sopravvissuti per tornare a casa, per abbracciare i loro figli, per coccolare e viziare i figli dei loro figli, per invecchiare. Insieme.
Gwen pronunciò il nome di Rafe con un grido di gioia. Lui fece altrettanto.
Entrambi oltrepassarono insieme i confini del mondo. Gwen si svegliò la mattina dopo sentendosi tutta rigida e dolorante. Era assolutamente certa di avere sabbia in ogni piega del suo corpo... e Rafe non c'era più.
Apparve pochi minuti dopo con un pesce che aveva catturato con una fiocina improvvisata costruita con un lungo bastone appuntito a una estremità.
Vedendolo, lei intuì che i piedi gli facevano male, anche se lui tentò di fingere che non fosse così. Gwen vide i tagli e i graffi con i propri occhi, vide il modo cauto in cui camminava, così diverso dal suo passo di solito così veloce e sicuro.
Lui la rassicurò dicendole che entro pochi giorni la pelle si sarebbe indurita... non che la cosa fosse di grande importanza, comunque, dal momento che lui aveva la sensazione che qualcuno sarebbe arrivato a salvarli. "A quest'ora sanno che siamo scomparsi, probabilmente l'hanno scoperto ieri verso l'ora di pranzo nella peggiore delle ipotesi. Ci staranno cercando. E noi saremo pronti a dare loro un bel fuoco pieno di fumo perché ci trovino." Pulirono il pesce, lo cucinarono e lo mangiarono, dividendolo con Stewie, naturalmente. Gwen prese in giro il gatto dicendogli che sarebbe ingrassato se non fosse stato attento.
Una volta mangiato e riattizzato il fuoco, Rafe suggerì di andare al laghetto, per darsi una lavata. Gwen esitò.
Considerate le condizioni dei suoi piedi, non era sicura che lui dovesse andarsene in giro più di quanto non fosse necessario.
Lui minimizzò la cosa. "Ma dai, non è così lontano. E una nuotata non può farci che bene." Lei cedette e andò con lui. La camminata, dopotutto, era davvero breve e l'acqua fresca avrebbe lenito i loro doloretti.
Ma non ci arrivarono mai.
Al margine degli alberi, Rafe gridò e fece un balzo indietro. Gwen guardò a terra appena in tempo per vedere qualcosa di sottile, scuro e sinuoso scivolare nei cespugli a un lato del sentiero. Un morso di serpente"disse Rafe tra i denti, il volto contorto dal dolore.
Si sedette sulla sabbia per esaminare le due minuscole ferite sul lato del piede sinistro.
"Fa un male cane" mormorò, poi guardò verso Gwen. "Hai visto il serpente?" Gwen batté le palpebre, la mente improvvisamente vuota, come se si rifiutasse di comprendere quello che era appena accaduto.
"Gwen. L'hai visto?" Lei annuì. "Io... sì. Per un secondo."
"Che aspetto aveva?"
"Non lo so... non era molto grande. Grigio scuro... quasi nero." Lui stava nuovamente studiando le due piccole ferite. La pelle intorno stava già diventando gonfia e scura, come il principio di un livido.
"Un qualche tipo di vipera, immagino."
"Vipera?"ripeté lei, sembrando una stupida, e sentendosi terrorizzata.
"Qualcosa... di velenoso, intendi dire?" Lui la guardò.
"Anche i serpenti a sonagli sono una specie di vipere, ma non l'unico tipo. Il morso di un serpente del genere è doloroso, e lascia ferite simmetriche, come questa."
"Oh!" si limitò a mormorare lei. Stava pensando a quanto sembrava calmo lui, mentre lei avrebbe voluto urlare. Ma in realtà non lo fece.
"Cosa..."La gola le si strinse. Deglutì per riuscire a parlare. "Cosa facciamo?" Rafe tirò fuori il coltellino dalla tasca, fece scattare la lama e praticò quattro tagli, delle piccole X, su ciascuna delle ferite.
"Non lo avrei fatto, se mi fosse accaduto a casa"disse asciutto. Il sangue sgorgò dalle ferite e lui schiacciò la pelle intorno ai tagli, incoraggiandolo a defluire. "Qualcosa che faccia da laccio emostatico..."disse, trasalendo per il dolore.
"Il mio impermeabile?" "Magnifico. Mi servirà una striscia abbastanza lunga da poterla legare intorno alla gamba." Gwen andò a recuperarlo e ne strappò un pezzo con i denti, tirando i lati per allargare lo strappo, e poi staccò una striscia alta circa dieci centimetri intorno al bordo, fermandosi per vede re il risultato delle sue fatiche.
"Così va bene?" "Perfetto." Gwen gli diede la striscia di stoffa e mise da parte quello che rimaneva dell'impermeabile.
Rafe si legò la stoffa rosa intorno alla gamba e strinse. "Rallenterà la circolazione del veleno" spiegò, poi riuscì a fare un sorriso e continuò: "Se applicata nel modo giusto".
Lei lo fissò, e poi disse quello che stava pensando.
"Sei così calmo..."
"Non sono molte le persone che muoiono di morsi di serpente, Gwen"disse.
"Questo è un morso solo, probabilmente il serpente non è riuscito ad iniettare una grande quantità di veleno. Non è vicino agli organi vitali e non ha preso un'arteria. E io non sono un bambino. I bambini hanno più probabilità di morire per i morsi di serpente rispetto agli adulti perché sono più piccoli. È probabile che starò male e che mi verrà la febbre. Ma ce la farò."
"È... una promessa?"
"Puoi scommetterci che lo è." Gwen si chiese se lo pensava davvero, se era davvero così sicuro di sopravvivere come voleva farle crede. Ma poi decise che se anche lui non era davvero così sicuro, lei non voleva comunque saperlo. Rafe le disse che meno si muoveva meglio era: rallentare la circolazione del veleno era la cosa più importante da fare. Ciò significava restare calmo... e restare fermo.
Gwen lo aiutò a mettersi il più comodo possibile, proprio lì sulla parte alta della spiaggia, sotto l'ombra delle palme. Andò a prendere i loro giubbotti di salvataggio perché lui ci si potesse appoggiare contro.
Rafe le spiegò che il fatto che si trovavano in discesa verso la spiaggia era perfetto. Così il suo piede era verso il basso, sotto il livello del cuore.
"Acqua?"chiese Gwen. "Hai sete?" Lui annuì. Gwen andò di corsa a prendere dei gusci di noce di cocco e li riempì d'acqua. Rafe bevve due gusci pieni e poi allentò il laccio e lo strinse di nuovo, spiegandole che voleva rallentare la circolazione, non fermarla del tutto.
Lei si sedette. La ferita si era gonfiata ancora e stava prendendo un brutto colore porpora. Gwen tentò di non guardarla.
"Non dimenticare il fuoco. Dobbiamo continuare ad alimentarlo, così sarà tutto pronto quando dovremo accendere la pira di segnalazione"disse Rafe con voce malferma. Il fuoco di segnalazione era a circa metà strada tra loro e la piccola caverna dove si erano accampati, pronto per quando avessero sentito il rumore di un aereo sopra le loro teste... o avvistato una barca tra le onde blu dell'oceano.
"L'ho controllato quando sono andata a prendere i gusci di noce"gli disse Gwen. "È basso, ma ha parecchia carbonella sotto. Ci metterò su dell'altra legna fra un po'."
"Bene." Stewie apparve dai cespugli dietro di loro. Salutò miagolando, poi si distese all'ombra non lontano da lì.
Per diversi minuti nessuno dei due parlò. I suoni intorno a loro si fecero più forti, il grido dei gabbiani che volavano e il suono ritmico delle onde che si infrangevano sulla spiaggia sembrarono più penetranti. In sottofondo c'era il basso e incessante sospiro del vento marino.
"È davvero bello qui, Gwennie"osservò Rafe a voce bassa.
Lei lo guardò e si costrinse a sorridere.
"Be', questo viaggio non è esattamente come l'avevo progettato."
"Non puoi negare che sia stato... eccitante."
"Hai ragione. Lo è stato. Un brivido al minuto. Ma credo di aver vissuto sufficienti avventure per il momento. Ora vorrei andare a casa. Vedere i miei bambini. Dormire nel mio letto..."
"Con me, spero." Rafe la guardò sollevando un sopracciglio scuro.
"Sempre. E tu lo sai. Sempre con te." Lui allora sorrise, un sorriso dolce ma allo stesso tempo triste. "Gwennie..." Lei gli toccò il braccio.
"Cosa?"
"Voglio che tu sappia che ho imparato qualcosa da questa storia. Vederti così la notte della tempesta, a faccia in giù nell'oceano..." Scosse il capo. "Tu continui a sentirti in colpa, ma la colpa in realtà non è tua. Ti ci ho portato io a questo."
"Ma io non avrei dovuto..."
"Shh... Ascolta. Sto cercando di dirti che so che ho sbagliato, quella notte e molte notti prima di quella. Sto cercando di dirti che se ce la faremo..." Lei posò la mano sulla bocca secca e screpolata di Rafe.
"Non se, ma quando." Lui annuì, le prese le dita e le baciò.
"Quando ci lasceremo questa avventura alle spalle, io metterò un po' da parte il mio lavoro, farò in modo di avere del tempo per noi due e per la nostra famiglia, del tempo con il quale alla Andrews and McMillan Architectural Design non sarà concesso di interferire."A quel punto Rafe la guardò negli occhi. "Io ti amo, Gwen. Più della mia stessa vita."
"Oh, Rafe. Lo so. E anch'io ti amo." Non c'era molto altro che Rafe potesse fare, a parte riposare, restare calmo... e aspettare di smaltire la reazione al veleno del serpente. Di tanto in tanto Gwen lo vide slacciare il laccio emostatico e poi legarlo di nuovo. Alla fine, dopo che a suo parere fu trascorsa un'ora, lo tolse del tutto. Aveva fatto il suo dovere.
Di tanto in tanto Gwen si alzava per andare a riattizzare il fuoco, per portare dell'altra acqua, ma per la maggior parte del tempo rimase al suo fianco.
Parlarono per un po', ascoltarono il silenzio, guardando le onde rotolare sulla riva e poi scivolare nuovamente indietro, lasciando la sabbia bagnata che brillava sotto il sole tropicale.
Gwen capì che lui stava soffrendo molto prima che lui lo desse a vedere: soffriva sia per il dolore della ferita sia per la nausea sempre più forte. Poi arrivò la febbre. Gwen prese la striscia di stoffa che avevano usato come laccio emostatico di fortuna, la bagnò con l'acqua fresca e gli tamponò il viso sudato.
Rafe si distese sulla sabbia, gemendo e agitandosi, incapace di trovare una posizione comoda. All'inizio lei tentò di farlo stare fermo, ricordando quello che aveva detto sul rallentamento della circolazione.
Ma non c'era modo di non farlo muovere e in ogni caso a quel punto il veleno era già in circolo.
Poco dopo vomitò. Lei gli tenne la testa e gli bagnò il viso, costringendolo a bere un po'...
Questo fu tutto quello che lei poté fare: stringerlo, fargli cadere piccoli sorsi d'acqua tra le labbra screpolate, ripulirlo quando il suo povero stomaco si rivoltava. E ricordare costantemente a se stessa che lui ce l'avrebbe fatta, che sarebbe stato di nuovo bene, che poca gente moriva per un morso di serpente... In fondo Rafe lo aveva promesso.
Aveva promesso che sarebbe andato tutto bene...
Lui era disteso con la testa in grembo a Gwen, gemendo debolmente, e la palla del sole era sorta quasi fino al centro del cielo quando lei lo sentì: il ronzio del motore di un aeroplano da qualche parte verso il mare infinito. Ora lo vedeva. Un aeroplano, piccolo, ancora lontano sull'acqua, ma che veniva dalla loro parte. Il ronzio del motore era debole, ma diventava sempre più forte.
Il più delicatamente possibile Gwen posò la testa di Rafe sul giubbetto di salvataggio. Poi scattò in piedi e corse verso l'accampamento.
C'erano diversi rami secchi nel punto in cui li avevano raggruppati, pronti per essere accesi e portati al fuoco di segnalazione. Gwen ne prese diversi, li infilò tra i carboni ardenti, mentre la sua mente ripeteva all'infinito la stessa cantilena: Stai calma, procedi con cautela, fallo bene, non sbagliare...
I rami presero fuoco. Nel cielo l'aereo sembrava diventare sempre più grande, il rumore del motore sempre più forte...
Gwen si costrinse a tenere i bastoni nel fuoco per qualche altro prezioso secondo, per essere certa che non si spegnessero portandoli alla pira. Alla fine, pregando che rimanessero accesi, li tirò fuori e cominciò ad allontanarsi.
Sopra di lei il rumore dell'aereo si faceva sempre più forte. Gwen corse lungo la spiaggia portando i bastoni accesi, una mano di fronte come scudo non troppo efficace contro il vento. Le fiamme non durarono... ma le estremità erano ancora incandescenti.
Gwen raggiunse la pira e infilò i bastoni alla base. L'aereo in quel momento era direttamente sopra la sua testa.
Di certo il pilota riusciva a vederla, riusciva a vedere la pila di legna e foglie, riusciva a vedere il segnale di SOS scritto con le pietre sulla sabbia. Gwen sapeva che probabilmente era inutile gridare e saltellare in giro, ma non riuscì ad impedirselo.
Gridò, agitò le braccia, urlò.
"Quaggiù! Aiuto! Quaggiù!" Si mise persino il fischietto in bocca e soffiò con tutto il fiato che aveva.
L'aereo sembrò abbassarsi in picchiata su di lei. E poi tornò ad alzarsi... e volò sulle cime delle palme, scomparendo alla vista.
"No!"gridò Gwen. "No, torna indietro! Torna subito indietro!" All'improvviso i tizzoni all'estremità dei bastoni fecero il loro dovere. Con un forte crepitio la pira si accese di bruciante vita. Gwen rimase dove si trovava e la guardò, guardò le fiamme prendere vita e alzarsi, guardò il fumo salire verso il cielo azzurro, tese l'orecchio per sentire il rumore dell'aereo che tornava indietro.
Ma aspettò invano. Il suono del motore era svanito.
Aveva fallito, non era stata abbastanza veloce, non era stata abbastanza pronta. Gettò uno sguardo a Rafe, che ora era completamente immobile sulla sabbia, e desiderò esserci lei là distesa, malata e impotente, e che lui fosse lì in piedi vicino al fuoco di segnalazione che avevano creato insieme.
La sensazione di impotenza crebbe dentro di lei fino a farle male. Gli occhi le si riempirono di lacrime. E poi una voce nella sua testa, una voce molto simile a quella di suo marito, le disse con forza: "No!".
Non poteva permetterselo. Basta con queste debolezze. Era lei quella lì in piedi, era lei quella al comando ora. E non si sarebbe mai, in nessuna circostanza, arresa alla disperazione.
Il fuoco stava bruciando, il fumo stava salendo, denso e scuro. Il pilota l'avrebbe di certo visto. Sarebbe di certo tornato indietro.
E proprio in quel momento, mentre stava dicendo a se stessa quello che stava per accadere... accadde.
Gwen sentì nuovamente il ronzio del motore, lo sentì crescere... lo sentì avvicinarsi. Stava tornando!
E poi, là sul mare infinito, la vide: una barca, una barca di salvataggio.
Stava correndo dritta verso di loro, lasciando una scia bianca dietro di sé.
Sulla sua testa l'aereo scese in picchiata, si rialzò, girò in cerchio e tornò indietro. La barca si dirigeva verso la spiaggia.
Il miracolo era avvenuto.
Qualcuno era venuto a salvarli.
Gwen corse da suo marito e lo trovò privo di sensi. Gli prese la testa e se la posò in grembo, sussurrando: "Oh, Rafe. Andrà tutto bene. Te lo prometto.
Starai bene. Sono venuti ad aiutarci..."
Epilogo
Sei mesi dopo il paffuto gatto grigio la seguiva come un'ombra nel suo giro di ispezione.
Gwen aprì prima la porta della stanza di Kenny, si avvicinò in punta di piedi al letto e gli tirò su le coperte, rimboccandogliele con delicatezza, non volendo svegliarlo. Poi andò nella stanza di Matty, ripetendo gli stessi movimenti, sorridendo tra sé e sé quando la bocca della bimba si aprì in un grosso sbadiglio.
Il gatto la stava aspettando davanti alla porta quando Gwen uscì di nuovo in corridoio. La accompagnò giù per le scale fino allo studio nella parte anteriore della casa.
Rafe era seduto al suo computer, perduto nelle immagini di un nuovo progetto su cui stava lavorando. Lei sorrise e indietreggiò in silenzio per uscire dalla porta. Ma lui doveva averla sentita. Si girò sulla sedia e le tese una mano. Gwen andò da lui.
L'uomo appoggiò il palmo della mano sulla sua pancia rotonda. "Come sta il bambino dell'isola?" "Come puoi vedere sta benissimo." Gwen si chinò e lo baciò, gustando la dolcezza delle sue labbra, pensando a quanto lo amava e al fatto che quello era il genere d'amore che sicuramente dura tutta la vita.