Korimba

Stories / Poems

Stories by edward everett evans

il visitatore da kos

italian

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Agara si trascinò lentamente e, dolorosamente, centimetro dopo centimetro, si allontanò dal rottame della navicella. Una volta liberatosi dal groviglio dei rottami, i nervi gli cedettero e finalmente la sua tormentosa agonia cessò.
Ma si rese immediatamente conto che quell’atmosfera conteneva qualcosa di velenoso che lui non riusciva a sopportare. Ed inoltre la forza di gravità era quasi duplicata rispetto al suo pianeta.
Il suo aum lampeggiava a intermittenza, e lui sapeva di dover salire in fretta fino a Mara. Ma, dopotutto, quel terribile viaggio dal lontanissimo Kos, doveva davvero finire così?
Agara era sicuro che l’essere stato scelto per quel viaggio significava che aveva da svolgere un compito molto importante su quel mondo tanto distante. Senza subbio era quello il motivo per cui i Kosiani avevano conoscenza dei viaggi spaziali. Come spiegare a Mara il proprio insuccesso se fosse morto ora?
Lentamente, fra questi tristi pensieri, Agara si rese conto di osservare.
Raccolse il groviglio dei suoi pensieri ed estese il suo senso di percezione allo spazio circostante. Sopra c’era l’osservatore, un piccolo quadrantenta, e si, senza tentacoli, ma con quattro mani.
Era abbarbicato a testa in giù al tronco di quell’enorme vegetale ai piedi del quale giaceva Agara. Occhi luccicanti fissavano con curiosità l’alieno disteso a terra mentre la sua pelle ricoperta di pelo grigio raggrinziva per i brividi di eccitazione e la parte inferiore del corpo, ricoperta di fitto pelo, si sollevava e si abbassava.
Con circospezione, la mente di Agara si protese a toccare quella della prima entità vivente che aveva percepito sul nuovo pianeta. Quel piccolo corpo non aveva un gran cervello, certamente nessuna capacità di raziocinio. Coscienza della vita, della fame, dei mezzi per soddisfarla e di quelli per difendere il proprio corpo da molti pericoli. Davvero un livello della scala evolutiva molto basso. Era quella la più alta forma di vita in quel posto?
L’ aum di Agara lampeggiava più lentamente. La vita si stava spegnendo.
Ma non poteva morire ora! Non c’era molto da osservare e da imparare lì, anche perché molto probabilmente non sarebbe stato in grado di ritornare fino al lontano Kos per riferire. Inoltre, non aveva ancora svolto la sua missione.
«Mara, perdonami se uccido,» pregò, «ma sento che la mia vita è più importante.»
Dopo aver chiamato a raccolta le sue ultime forze, Agara avvicinò il suo aum alla piccola creatura che si trovava sopra di lui. Prima che lo scoiatto-lo avesse il tempo di muoversi, sebbene stesse proprio per spiccare il salto, la sua forza vitale passò all’alieno e il suo corpo senza vita cadde al suolo.
Così Agara, sebbene ferito a morte e consapevole di dover fare in fretta qualcosa per poter vivere, si riprese un po’. Poi estese il proprio senso di percezione a una distanza ancora maggiore.
Diamine, quel pianeta era pieno di vita! Brulicava di un’infinita quantità e varietà di creature mobili che infastidite correvano, volavano e nuotava-no sotto e sopra di lui. Per non parlare degli innumerevoli tipi di vita vegetale fissa.
Tuttavia nessuna di quelle creature aveva una mente particolarmente svi-luppata. Era un mondo strano, veramente strano! Non c’erano esseri capaci di raziocinio, di pensiero creativo?
All’improvviso Agara percepì una nuova creatura: correva a quattro zampe, era coperta di pelo e anche questa aveva quella bizzarra appendice così comune alla vita mobile di questo pianeta. Le due menti entrarono in contatto e Agara si mise in stato di allerta. Lì c’era il tipo di pensiero più sviluppato che finora avesse incontrato, anche se non era comunque in grado di produrre pensieri creativi.
C’era tuttavia in quella mente una vaga cognizione di animale quadrupe-de superiore chiamato «uomo». Forse questo «uomo» era proprio ciò che Agara cercava. Spinse il suo pensiero sempre più lontano, ma non riuscì a trovarne nessuno.
Ma l’ aum di Agara stava esaurendosi sempre più in fretta. Non poteva più aspettare. Doveva trovare una di quelle entità «uomo». Né voleva di nuovo sfidare la giustizia di Mara con un altro assassinio. Quella creatura faceva al caso suo.
Con molta attenzione Agara adattò la sua mente alla mente dell’altra creatura poi, con lentezza e meticolosità, le impose completamente la sua volontà fino a sovrapporre il suo ego a quello dell’ospite, che rimase immobile e passivo durante il transfert. Finita l’operazione, e una volta imposses-satosi della forza vitale del «cane», come lui ora sapeva che veniva chiamato l’animale in suo possesso, con un sospiro di sollievo Agara si liberò della sua precedente carcassa.
«Metto la mia vita rinnovata a servizio degli altri, Mara,» disse il kosia-no con riverenza.
Agara fece adagiare il suo nuovo corpo canino e, per circa un’ora, esaminò lo schema del pensiero canino e tutte le sue conoscenze facendole proprie.
Alla fine, sentendo che il suo nuovo corpo si stava indebolendo per la fame e la sete, si alzò e trotterellò via in una direzione che gli era nota.
«Blackie, brutto furfante, dove ti sei cacciato tutto il pomeriggio?», lo rimproverò l’entità superiore «uomo». «Entra in casa.»
Di nuovo le menti si sfiorarono, e Agara si eccitò capendo di aver finalmente trovato ciò che cercava, ma che forse l’aveva trovato troppo tardi.
Sarebbe riuscito a trasferirsi di nuovo? Non sapeva che fosse mai avvenuto due volte.
Era davvero terribile perché, con ogni probabilità, quel cervello non sfruttava tutte le sue capacità e c’erano quindi in esso delle meravigliose opportunità per una nuova forma di sapere, di crescita e di esperienza.
Il suo ospite non nutriva alcuna paura in quel luogo, dal momento che quelle creature «uomini» si comportavano molto amichevolmente con i cani. Così, curioso ma non esitante, si avviò verso casa.
Dentro, in una stanza piena di odori strani ma deliziosi, c’era un’altra entità «uomo», anche se stranamente diversa dall’altra. Agara sfiorò questa nuova mente e scoprì che era la femmina della specie, nota come «donna».
Sebbene la sua mente non fosse dotata come quella dell’uomo, si mostrava però, anche ad un’analisi superficiale, di gran lunga la più forte. Doveva tentare il trasferimento?
«Hai fame, Blackie?», chiese la donna con voce tenera, e posò la ciotola con il cibo sul pavimento. Il corpo del cane la raggiunse con avidità e Agara studiò con curiosità le sue reazioni. C’era a fianco anche una ciotola con l’acqua dalla quale lui beveva.
Poi Agara udì un suono lamentoso che proveniva da un luogo vicino e la donna uscì dalla stanza. Non aveva ancora finito di mangiare, quando tornò con un piccolo maschio tra le braccia. Ora si era calmato e Agara vide che si stava nutrendo al petto della donna.
Com’era sua abitudine fare, provò la qualità della mente del piccolo e ne ricevette uno shock tale da farlo mentalmente vacillare.
Studiò più da vicino e con ancora più attenzione il cervello di quel neonato. Poteva essere una cosa del genere? Come era possibile che un’entità così giovane avesse una mente tanto più forte e una forza intrinseca così superiore a quella dei suoi genitori?
Esaminò a lungo sia il cervello del bambino che quello dell’uomo e della donna.
A poco a poco trovò la risposta. Si trattava delle cose che venivano insegnate a quegli strani individui man mano che crescevano; le frustrazioni dell’ambiente economico in cui vivevano, le abitudini e i tabù di genera-zioni di antenati ignoranti che forgiavano l’essere, il carattere e la mentali-tà, frenandoli e costringendoli a vivere secondo le usanze del posto.
Ma perché queste bizzarre entità-uomini cancellavano quelle loro capacità naturali che con tanta facilità li avrebbero potuto portare così in alto nella scala evolutiva?
Agara fece una breve e sincera preghiera.
«Oh, Mara, fai in modo che io possa trasferirmi di nuovo senza danneg-giare né questo corpo canino né quello del bambino. Una volta entrato in quella mente malleabile, sarà possibile insegnarle ad espandersi affinché, quando avrà raggiunto l’età adulta, io, attraverso di lei, possa portare i tuoi insegnamenti e le tue benedizioni agli abitanti di questo pianeta.»
La donna tornò nell’altra stanza e mise il bambino nel suo lettino, poi lo lasciò. Agara, che l’aveva seguita, si accucciò a fianco della culla.
Con ancora più cura e meticolosità della volta precedente, Agara cominciò ad adattare la sua mente a quella del piccolo imponendogli tutta la sua volontà e il suo ego.
Ma fu anche attento a non intaccare la mente e la forza vitale del cane che lo ospitava.
Mara benedì il trasferimento.
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