Capitolo primo
Il signor Baker, secondo ufficiale della nave Narciso, si portò con un sol passo dalla sua cabina illuminata all’oscurità del cassero. Sopra il capo di lui, all’estremità della poppa, la vedetta notturna suonò due rintocchi. Erano le nove. Il signor Baker, rivolgendosi al marinaio sopra di sé, domandò: «Gli uomini sono tutti a bordo, Knowles?».
Il marinaio, zoppicando giù per la scaletta, disse in tono riflessivo:
«Credo di sì, signore. I soliti si trovano tutti qui e sono venuti molti dei nuovi… Devono essere presenti tutti quanti».
«Di’ al nostromo di mandare tutta la gente a poppa», continuò il signor Baker, «e di’ a uno dei più giovani di portare qui una buona lampada. Voglio fare l’appello».
Il ponte di coperta era buio a poppa, ma a mezza nave, attraverso le porte aperte del castello di prora, due strisce di vivida luce tagliavano l’ombra della notte placida che avvolgeva la nave. Si udiva laggiù un brusio di voci, mentre a dritta e a sinistra, sulle soglie illuminate, sagome di uomini in movimento apparivano per un attimo, nerissime e senza rilievo, simili a figure ritagliate in un foglio di latta. La nave era pronta a prendere il mare. Il carpentiere aveva conficcato l’ultimo cuneo dei barretti del boccaporto principale e, posata la mazza, si era asciugata la faccia con somma deliberazione, proprio al battere delle cinque. I ponti erano stati lavati, l’argano lubrificato poteva issare l’ancora; la grossa cima di rimorchio giaceva a lunghe spirali sul ponte principale, con una estremità che pendeva a prora, pronta per il rimorchiatore che sarebbe arrivato procedendo adagio e azionando rumorosamente la sirena, caldo e fumante, nel limpido, fresco silenzio del primo mattino. Il comandante si trovava a terra, ove aveva arruolato alcuni altri uomini per completare l’equipaggio; e, terminato il lavoro della giornata, gli ufficiali della nave si erano tenuti alla larga, lieti di un breve periodo di riposo. Poco dopo che era scesa l’oscurità, i pochi uomini in franchigia e i nuovi avevano cominciato ad arrivare su barche ai remi delle quali si trovavano asiatici vestiti di bianco che pretendevano a gran voce e con ferocia di essere pagati prima di accostare al barcarizzo. Il cicaleccio febbrile e stridulo della lingua orientale veniva alle prese con il tono dominatore dei marinai ubriachi che protestavano con urla profane contro pretese sfacciate e speranze disoneste. Il silenzio luminoso e stellato dell’Oriente era lacerato a squallidi brandelli da grida di rabbia e da strilli lamentosi a causa di somme che andavano da cinque anna a mezza rupia; e chiunque si trovasse in quel momento nel porto di Bombay sapeva così che i nuovi marinai stavano salendo a bordo del Narciso.
A poco a poco lo strepito frastornante finì con il cessare. Le barche non si avvicinarono più a gruppi di tre o quattro sollevando spruzzi con i remi, ma singolarmente, accostando tra un brusio sommesso di rimostranze interrotte bruscamente da «Non una moneta di più! Va all’inferno!», parole ringhiate da qualche uomo che saliva barcollando il barcarizzo… una sagoma scura, dal lungo sacco gettato sulla spalla. Nel castello di prora, i nuovi arrivati, in piedi e dondolanti tra casse legate con corde e fagotti di coperte e materassi, facevano amicizia con i vecchi dell’equipaggio, seduti uno sopra l’altro su due ordini di cuccette e intenti a osservare i futuri compagni con sguardi valutativi ma cordiali. Le due lampade del castello di prora erano regolate al massimo e diffondevano un bagliore duro e intenso; i berretti tondi della franchigia venivano spinti all’indietro sulla nuca, oppure fatti rotolare sul ponte tra le catene dell’ancora; colletti bianchi, sbottonati, sporgevano a ciascun lato di facce accese; grosse braccia nelle maniche bianche gesticolavano; voci rauche mormoravano senza posa, tra scoppi di risate e rochi richiami. «Ehi, bello, prendi quella cuccetta!» «Non sognarti di farlo!» «Qual è stata la tua ultima nave?» «Sì, la conosco» «Tre anni fa, nello stretto di Puget» «Questa cuccetta fa acqua, ti dico!» «Avanti, dacci una mano per spostare quella cassetta!» «Nessuno di voi terricoli ha portato una bottiglia?» «Dacci un pezzo di tabacco» «Sì, la conosco; il suo comandante crepò a furia di bere» «Era un dandy!» «Gli piaceva averla nella pancia, la lozione!» «No!» «Piantatela, voialtri!» «Te lo dico io, sei salito a bordo di una nave negriera, dove i marinai li spremono ben bene…».
Un ometto a nome Craik, ma soprannominato Belfast, criticava violentemente la nave, romanzando per principio, tanto per dare ai nuovi arrivati qualcosa su cui pensare. Archie, seduto di sghimbescio sulla sua cassetta da marinaio, teneva le ginocchia fuori della mischia e infilava l’ago con costante regolarità nella toppa bianca su un paio di calzoni blu. Uomini in giacchetta nera e colletto rigido si frammischiavano ad altri uomini a piedi nudi, a braccia nude, con camicie colorate aperte sui toraci villosi, pigiati l’uno contro l’altro al centro del castello di prora. Il gruppo dondolava, ruotava, girando su se stesso con il movimento di una mischia, in una bruma di fumo di tabacco. Gli uomini parlavano tutti insieme, bestemmiando ogni due parole. Un russo finlandese, che indossava una camicia gialla a righe rosa, guardava all’insù, con occhi sognanti, di sotto un ciuffo di capelli arruffati. Due giovani giganti dalle lisce facce di bambino – due scandinavi – si aiutavano a vicenda a preparare il giaciglio, silenziosi, placidamente sorridendo della tempesta di imprecazioni bonarie e superflue. Il vecchio Singleton, il più anziano marinaio scelto della nave, sedeva discosto sul ponte, proprio sotto le lampade, nudo fino alla cintola, tatuato come un capo di cannibali dappertutto sul torace possente e sugli enormi bicipiti. Tra i disegni blu e rossi, la pelle bianca splendeva come seta; la nuda schiena poggiava contro il piede del bompresso, e l’uomo teneva a braccio teso un libro dinanzi alla larga faccia bruciata dal sole. Con gli occhiali e una venerabile barba bianca, somigliava a un patriarca dotto e selvaggio, era l’incarnazione della saggezza barbara, serena nel tumulto blasfemo del mondo. Sembrava intensamente assorto e, mentre voltava le pagine, un’espressione di grave stupore passava sulle sue fattezze irregolari. Stava leggendo Pelham. La popolarità di Bilwer Lytton nei castelli di prora delle navi dirette al sud è un fenomeno meraviglioso e bizzarro. Quali idee possono destare le sue frasi levigate, e così curiosamente insincere, nella mente semplice dei fanciulloni che popolano quei luoghi bui e vagabondi della terra? Quale significato possono trovare anime così rudi e inesperte nella verbosità elegante delle sue pagine? Quale esaltazione…? Quale oblio…? Quale appagamento…? È un mistero! Si tratta forse del fascino dell’incomprensibile?… O dell’incantesimo dell’impossibile? Oppure, queste creature che esistono al di là della sfera della vita, rimangono commosse dai suoi racconti come dalla rivelazione enigmatica di un mondo splendente che vive entro la frontiera dell’infamia e della sozzura, entro quel confine di sporcizia e di brama, di tormento e dissipazione che assedia da ogni lato le sponde dell’oceano incorruttibile ed è la sola cosa ad essi nota dell’esistenza, la sola cosa che questi prigionieri a vita del mare vedano della terra circostante? Mistero!
Singleton, che aveva navigato verso sud dall’età di dodici anni, che negli ultimi quattordici anni non aveva trascorso (come abbiamo potuto calcolare dalle sue carte) più di quaranta mesi a terra – il vecchio Singleton, il quale, con la blanda compostezza di lunghi anni spesi bene, si vantava di non essere generalmente in grado, dal giorno in cui percepiva la paga su una nave a quello in cui si imbarcava su un’altra nave, di distinguere la luce del giorno – il vecchio Singleton sedeva imperturbabile nella babele di voci e di grida, compitando Pelham con lenta fatica e assorto in una concentrazione così profonda da somigliare a uno stato di trance. Respirava con regolarità. Ogni volta che voltava una pagina del libro tra le mani enormi e annerite, i muscoli delle sue grosse braccia bianche guizzavano lievemente sotto la pelle liscia. Nascoste dai baffi bianchi, le labbra, macchiate dal sugo di tabacco che scendeva giù per la lunga barba, si muovevano in un bisbiglio silenzioso. Gli occhi infiammati fissavano la pagina da dietro il luccichio degli occhiali cerchiati di nero.
Di fronte a lui e allo stesso livello della sua faccia, il gatto della nave sedeva sul tamburo dell’argano nella posa di una chimera accovacciata, e fissava con gli occhi verdi ammiccanti il vecchio amico. Si sarebbe detto che meditasse un balzo sul grembo del vecchio, al di sopra della schiena curva del marinaio semplice seduto ai piedi di Singleton. Il giovane Charley era magro, con un lungo collo. Il rilievo della spina dorsale formava una serie di collinette sotto la vecchia camicia. La faccia di ragazzo da strada – una faccia precoce, sagace e ironica, con pieghe profonde incurvate verso il basso a ciascun lato della bocca larga e sottile – rimaneva china sulle ginocchia ossute. Egli stava imparando a fare un nodo di drizza con un pezzo di vecchia corda. Goccioline di sudore gli brillavano sulla fronte sporgente; tirava su con il naso energicamente di tanto in tanto, sbirciando con la coda degli occhi irrequieti l’anziano marinaio, il quale non badava affatto all’interdetto giovane che borbottava lavorando.
Lo strepito andava intensificandosi. Il piccolo Belfast sembrava, nel calore greve del castello di prora, ribollire di furia faceta. Gli occhi di lui danzavano; nel cremisi della faccia, comica come una maschera, la bocca sbadigliava nera, con strane smorfie. Voltato verso di lui, un uomo semisvestito si teneva i fianchi, e, arrovesciando la testa all’indietro, rideva con le ciglia bagnate. Altri stavano a guardare con occhi stupiti. Uomini seduti e curvi sulle cuccette più alte fumavano corte pipe, facendo dondolare nudi piedi abbronzati sopra la testa di quei marinai che, distesi più in basso sulle cassette da marinaio, ascoltavano, sorridendo stupidamente o con un’aria di scherno. Dalle sponde bianche delle cuccette sporgevano teste con occhi ammiccanti; ma i corpi si perdevano nell’oscurità di quei recessi che somigliavano ad anguste nicchie per bare di un obitorio imbiancato a calce e illuminato. Le voci ronzavano sempre più forte. Archie, con le labbra strette, si ingobbì, parve comprimersi in uno spazio più piccolo, e continuò a cucire con regolarità, industrioso e muto. Belfast urlava come un derviscio ispirato: «…sicché gli dico, ragazzi, gli dico: “Con tutto il debito rispetto, signore” dico al terzo ufficiale di quel piroscafo “con tutto il debito rispetto, signore, al Board of Trade dovevano essere ubriachi quando le diedero il brevetto!”. “Cos’è che dici, tu?”, fa lui, lanciandomisi contro come un toro impazzito… con l’uniforme tutta bianca; e io alzo il secchio del catrame e glielo rovescio tutto quanto sulla dannata bella faccia e sulla bella giubba… “Prendi questo!”, gli dico, “Sono un marinaio, se vuoi saperlo, inutile ficcanaso, leccapiedi del comandante, buono a niente di un reggi-ponte che non sei altro! Ecco che razza di uomo sono io!”, urlo… Avreste dovuto vedere come se la svignò, ragazzi! Affogato, accecato dal catrame, era! E così…».
«Non gli credete! Non ha mai rovesciato nessun catrame! Io c’ero!», urlò qualcuno. I due norvegesi sedevano su una cassetta da marinaio, fianco a fianco, identici e placidi, simili a due pappagallini sul trespolo, e stavano a guardare con occhi tondi e innocenti; ma il russo finlandese, nel baccano delle urla esplosive e delle risate scroscianti, rimaneva immobile, floscio e spento, come un uomo sordo, senza spina dorsale. Accanto a lui, Archie sorrideva all’ago. Un nuovo arrivato dal torace ampio, dallo sguardo lento, parlò deliberatamente a Belfast durante una pausa di stanchezza nel baccano: «Mi domando come mai gli ufficiali qui a bordo siano ancora vivi con un tipo come te sulla nave. Ne deduco che non sono malvagi se tu hai saputo addomesticarli, figliolo».
«Non sono malvagi! Non sono malvagi!», urlò Belfast. «Se non fosse che noi siamo uniti… Non sono malvagi! Non lo sono mai quando non hanno la possibilità di esserlo, il diavolo si porti i loro neri deretani…». Aveva la bava alla bocca, faceva ruotare le braccia, poi a un tratto sogghignò e, toltosi di tasca un pezzo di nero tabacco da masticare, ne staccò un morso con una comica ostentazione di ferocia.
Un altro nuovo arrivato… un uomo dagli occhi sfuggenti, dalla faccia giallognola e affilata, che era stato ad ascoltare a bocca aperta nell’ombra del ripostiglio a mezzanave, osservò con voce squittente: «Be’, è una traversata di ritorno, ad ogni modo. Male o bene, posso farcela… purché torni in patria. E i miei diritti li so difendere! Glielo farò vedere!».
Tutte le teste si voltarono dalla sua parte. Soltanto il marinaio semplice e il gatto non gli badarono affatto. Egli era in piedi con le mani ai fianchi e i gomiti in fuori, un ometto dalle ciglia bianche; aveva l’aria di essere passato per tutte le degradazioni e per tutte le furie del mondo. Aveva l’aria di essere stato preso a pugni e a calci e rotolato nel fango; di essere stato graffiato, sputacchiato, cosparso di innominabile sozzura… e sorrideva con un’aria di sicumera alle facce circostanti. Le orecchie gli si piegavano sotto il peso di un logoro cappellaccio di feltro. Le lacere code della giacca nera che indossava gli pendevano simili a frange sui polpacci.
Sbottonò gli unici due bottoni rimasti e tutti videro che sotto non indossava la camicia. Era una sua meritata disgrazia il fatto che quegli stracci, le cui condizioni erano tali da far pensare che non potessero appartenere a nessuno, addosso a lui avessero l’aria di essere stati rubati. Il collo dell’uomo era lungo e sottile; le palpebre rosse; peli radi gli spuntavano dalle mascelle; le spalle erano appuntite e pendevano come le ali spezzate di un uccello; tutto il suo fianco sinistro era incrostato di fango il che dimostrava come avesse dormito di recente in un umido fossato.
Aveva salvato la propria inefficiente carcassa dalla distruzione violenta disertando da una nave americana sulla quale, in un momento di smemorata follia, aveva osato arruolarsi; e da quindici giorni vagabondava a terra nel quartiere indigeno, mendicando liquori, soffrendo la fame, dormendo su mucchi di immondizia, aggirandosi qua e là sotto il sole, visitatore stupefacente, uscito da un mondo d’incubi. Rimase in piedi, repellente e sorridente, nel silenzio improvviso. Quel pulito e bianco castello di prora era il suo rifugio, il luogo in cui sarebbe potuto essere pigro; in cui avrebbe potuto oziare e dormire e mangiare… e maledire il cibo che mangiava; in cui avrebbe potuto dar prova della sua abilità nell’evitare le fatiche, nel frodare, nello scroccare; in cui sarebbe senz’altro riuscito a trovare qualcuno da adulare e qualcuno da tiranneggiare… e ove sarebbe stato pagato per fare tutto questo.
Lo conoscevano tutti. V’è forse un solo luogo al mondo in cui un uomo simile non esista, sopravvivenza minacciosa che sta a testimoniare l’eterna utilità della menzogna e dell’impudenza?
Un incallito marinaio taciturno, dalle lunghe braccia, con le dita ricurve, che era rimasto sdraiato supino fumando, si voltò nella cuccetta per osservarlo spassionatamente, poi, al di sopra della testa di lui, lanciò un lungo getto di limpida saliva verso la porta.
Lo conoscevano tutti! Era l’uomo che non sa stare al timone, che non sa impiombare, che schiva il lavoro nelle notti buie; che, sulle alberature, si regge freneticamente con tutte e due le braccia e le gambe, e impreca contro il vento, il nevischio, le tenebre; l’uomo che maledice il mare mentre gli altri lavorano. L’uomo che è l’ultimo a uscire e il primo a rientrare quando tutti vengono chiamati. L’uomo che non sa fare la maggior parte delle cose e non vuol fare il resto. Il beniamino dei filantropi e dei marinai di terraferma egoisti. La comprensiva e meritevole creatura che sa tutto dei propri diritti, ma non sa niente in fatto di coraggio, sopportazione e fede inespressa, in fatto di quella silenziosa lealtà che unisce l’equipaggio di una nave. L’indipendente progenie della ignobile libertà dei bassifondi, colma di disprezzo e d’odio per l’austera servitù del mare.
Qualcuno gli gridò: «Come ti chiami?»
«Donkin», disse lui, guardandosi attorno con allegra sfrontatezza.
«Che cosa sei?», volle sapere un’altra voce.
«Perdinci, un marinaio come te, vecchio», rispose lui, in un tono che avrebbe voluto essere cordiale, ma era impudente.
«Il diavolo mi porti se non sembri molto peggio, accidenti, di un fuochista squattrinato», fu il commento pronunciato con un convinto borbottio.
Charley alzò la testa e cinguettò in tono sfrontato: «È un uomo e un marinaio», poi, asciugandosi il naso con il dorso della mano tornò a chinarsi industriosamente sul pezzo di corda. Alcuni risero, altri fissarono l’uomo dubbiosi. Il lacero nuovo venuto era indignato. «Bella maniera di dare il benvenuto a un collega nel castello di prora», ringhiò. «Siete uomini o una massa di stupidi cannibali?»
«Non stare a toglierti la camicia per una parola, camerata», gridò Belfast, balzando in piedi di fronte a lui, feroce, minaccioso e amichevole al contempo.
«Ma è cieco costui?», domandò l’indomabile spaventapasseri, guardandosi a destra e a sinistra con simulato stupore. «Non lo vede che non ce l’ho la camicia?».
Tese le braccia dinanzi a sé a forma di croce e scosse gli stracci che gli pendevano sulle ossa con un effetto drammatico.
«Volete sapere perché?», continuò a voce altissima, «i maledetti yankee hanno cercato di sbudellarmi perché io difendevo i miei diritti da vero uomo. Sono inglese, io. Mi si sono gettati addosso e ho dovuto fuggire. Ecco perché! Non avete mai visto un uomo in difficoltà? Perdiana! Che razza di dannata nave è questa? Sono a terra. Non possiedo niente. Né sacco, né letto, né coperta, né camicia… non uno straccio maledetto, tranne quelli che porto. Ma ho avuto il fegato di oppormi a quegli yankee. C’è nessuno di voi così gentile da privarsi di un paio di calzoni vecchi per un compagno?».
Sapeva come conquistare gli ingenui istinti di quella ciurma. Un attimo dopo gli concessero la loro compassione, scherzosamente, con disprezzo, o sgarbatamente; e a tutta prima essa assunse la forma di una coperta gettatagli mentre lui rimaneva lì, con la pelle bianca delle membra che dimostrava la sua umana fratellanza attraverso la nera fantasia degli stracci. Poi un paio di scarpe vecchie cadde ai suoi piedi infangati. Con un grido: «Ehi, bada!», un paio di calzoni di tela arrotolati e abbondantemente macchiati di catrame lo colpì sulla spalla. L’esplodere della loro benevolenza investì con un’ondata di compassione sentimentale i cuori dubbiosi. Gli uomini furono commossi dalla prontezza con la quale alleviavano la miseria di un compagno. Voci gridarono: «Ti rivestiremo, vecchio». E si udirono mormorii: «Mai visto un caso tanto pietoso»… «Povero accattone»… «Ho una maglia vecchia»… «Può servirti, questo?»… «Prendi, amico». Questi amichevoli mormorii riempirono il castello di prora.
L’uomo manovrava qua e là con il piede nudo; riunì gli indumenti in un mucchio e si guardò attorno aspettandone altri. L’impassibile Archie aggiunse con indifferenza al mucchio un vecchio berretto di tela dalla visiera strappata. Il vecchio Singleton, perduto nelle regioni serene della narrativa, continuò a leggere senza accorgersi di nulla. Charley, reso spietato dalla saggezza della gioventù, squittì: «Se ti occorrono bottoni di ottone per le tue uniformi nuove, possono dartene due». Il sozzo oggetto della carità universale minacciò il ragazzo con il pugno: «Te lo farò tener pulito questo castello di prora, pivello», ringhiò perfidamente. «Non temere. Ti insegnerò ad essere educato con un marinaio scelto, somaro ignorante». Lo fissava minaccioso, ma vide Singleton chiudere il libro, e quei suoi piccoli occhi a bottoncino presero a vagare da una cuccetta all’altra.
«Scegli quella vicino alla porta, laggiù… è molto comoda», gli suggerì Belfast. Così consigliato, egli raccolse i doni che aveva ai piedi, li pigiò formandone un fagotto premuto contro il petto, poi sbirciò cauto il russo finlandese, che rimaneva in piedi da un lato con uno sguardo ignaro, contemplando, forse, una di quelle visioni irreali dalle quali sono perseguitati gli uomini della sua razza.
«Togliti di mezzo, olandese», disse la vittima della brutalità yankee. Il finlandese non si mosse… non lo udì. «Fuori dai piedi, Dio ti maledica», urlò l’altro, scostandolo con il gomito. «Scostati, tonto dannato, sordo e muto. Fila». L’uomo barcollò, ritrovò l’equilibrio, e fissò in silenzio colui che aveva parlato. «Questi maledetti stranieri bisognerebbe tenerli sotto», opinò l’amabile Donkin, rivolto all’intero castello di prora. «Se non gli si insegna qual è il loro posto, ti mettono i piedi addosso come se niente fosse». Gettò tutti i suoi possessi terreni sulla cuccetta vuota, valutò con un’altra occhiata scaltra i pericoli di quanto si accingeva a fare, poi balzò verso il finlandese, che rimaneva là in piedi pensoso e malinconico. «Te lo insegno io a stare tra i piedi», urlò. «Ti cavo gli occhi, perfetto idiota che non sei altro». Quasi tutti gli uomini si trovavano ormai sulle cuccette e i due avevano per sé l’intero castello di prora. La trasformazione dell’indigente Donkin interessò. Egli danzava, tutto coperto di stracci, davanti allo stupefatto finlandese, prendendo di mira a distanza la faccia greve e imperturbabile. Uno o due uomini gridarono in tono incoraggiante: «Forza, Whitechapel!», sistemandosi voluttuosamente nelle cuccette per seguire il combattimento. Altri urlarono: «Piantala!… Va a ficcarti in un sacco!». Il tumulto stava ricominciando. A un tratto molti forti colpi causati da una sbarra di ferro battuta sul ponte tuonarono come spari di un cannoncino nel castello di prora. Poi la voce del nostromo si levò davanti alla porta con una nota autoritaria nella sua cadenza strascicata: «Avete sentito, là sotto? A poppa! Tutti a poppa per l’appello!».
Seguì un attimo di stupita immobilità. Poi il pavimento del castello di prora scomparve sotto gli uomini i cui nudi piedi cadevano con un tonfo sulle assi mentre tutti saltavano giù dalle cuccette. Berretti vennero ricuperati di tra le coperte in disordine. Alcuni, sbadigliando, si abbottonavano la fascia alla vita. Pipe fumate a mezzo venivano battute frettolosamente contro le pareti di legno e ficcate sotto i guanciali. Voci ringhiavano: «Che cosa c’è…? Non esiste il riposo per noi?». Donkin guaì: «Se si usa così su questa nave, dovremo cambiare tutto… Lasciate fare a me… Presto io…». Nessuno gli badò. Uscivano dondolando dalle porte, a due o tre per volta, alla maniera di uomini della marina mercantile che non sanno uscire da una porta come si deve, come fa la gente della terraferma. Il fautore del mutamento li seguì. Singleton, infilandosi la giacchetta, venne per ultimo, alto e paterno, e tenne alta la testa di uomo savio logorato dalle intemperie sul corpo di anziano atleta. Soltanto Charley rimase solo nel bianco bagliore del castello di prora, seduto tra le due file di anelli di ferro che si stendevano nell’angusta oscurità verso prua. Tirò forte i due capi della corda nel tentativo frettoloso di completare il nodo. Ad un tratto balzò in piedi, lanciò la corda contro il gatto e balzò dietro il nero felino che placidamente era saltato via sulle catene dell’ancora con la coda rigida e ritta, simile a una piccola asta per bandiera.
Fuori dal bagliore del fumoso castello di prora, la serena purezza della notte avvolse i marinai con il suo soffio tranquillizzante, con il suo alito tiepido che scorreva sotto le stelle appese innumerevoli sopra i colombieri come una nube rarefatta di polvere luminosa. Dalla parte della città l’acqua nera era striata da scie di luce che dolcemente si ondulavano su lievi increspature, come filamenti che la corrente radicasse alla riva. Teorie di altre luci si susseguivano in file dritte, come allineate in parata tra edifici torreggianti; ma all’altro lato del porto, scure alture inarcavano alte le loro spine dorsali sulle quali, qua e là, il puntino luminoso d’una stella somigliava a una scintilla caduta dal cielo. Lontano, dalla parte di Byculla, le lampade elettriche ai cancelli dei moli splendevano all’estremità di pali maestosi con una luminosità accecante e fredda, simili a fantasmi prigionieri di lune malefiche. Sparse su tutta la scura e liscia superficie della rada, le navi all’ancora galleggiavano perfettamente immobili sotto il fioco bagliore dei fanali di posizione, profilandosi, opache e massicce, simili a strane e monumentali strutture abbandonate dagli uomini a un eterno riposo.
Davanti alla porta della cabina il signor Baker stava radunando l’equipaggio. Incespicando e barcollando accanto all’albero di maestra, gli uomini potevano vederne a poppa la faccia larga e tonda dietro un foglio di carta bianca, e, accanto alla spalla di lui, la faccia sonnacchiosa, con le palpebre grevi, del ragazzo che reggeva, all’estremità del braccio alzato, il globo luminoso di una lampada. Ancor prima che il fruscio dei piedi nudi fosse cessato in coperta, l’ufficiale incominciò l’appello. Pronunciava distintamente i nomi in un tono serio che si addiceva a questo appello, a una irrequieta solitudine, a una lotta ingloriosa e oscura, o all’ancor più penosa sopportazione di piccole privazioni e di doveri logoranti.
Man mano che il secondo ufficiale leggeva un nome, uno degli uomini rispondeva: «Sì, signore!» oppure «Presente!», e, staccandosi dalla turba in ombra di teste visibili al di sopra del nero parapetto di dritta, passava a piedi nudi nell’alone di luce e, con due sole falcate silenziose, entrava nell’ombra sul lato di sinistra del cassero. Gli uomini rispondevano in toni diversi: con mormorii impastati; con limpide voci squillanti; e taluni, quasi che la cosa fosse stata un oltraggio ai loro sentimenti, si servivano di una intonazione offesa: la disciplina, infatti, non è cerimoniosa sulle navi mercantili, ove il senso della gerarchia è relativo e ove tutti si sentono uguali dinanzi all’indifferente immensità del mare e al richiamo esigente del lavoro.
Il signor Baker continuava a leggere con regolarità: «Hansen… Campbell… Smith… Wamibo. Ebbene, Wamibo. Perché non rispondi? Devo sempre chiamarti due volte». Il finlandese emise infine uno sgraziato grugnito e, facendosi avanti, attraversò la chiazza di luce, irreale e vistosa, con la faccia di un uomo che cammini in sogno. Il secondo ufficiale continuò più in fretta: «Craik… Singleton… Donkin… Oh, Signore!», esclamò involontariamente, mentre la sagoma incredibilmente malconcia appariva nella luce. La sagoma si fermò, scoprì le gengive pallide e lunghi incisivi superiori in un sorriso malevolo. «C’è in me qualcosa che non va, signor comandante in seconda?», domandò, con una nota di insolenza nella forzata semplicità del tono di voce. A entrambi i lati del ponte si udirono ridacchiamenti sommessi.
«Basta così. Passa dall’altra parte», ringhiò il signor Baker, fissando il nuovo marinaio con fermi occhi azzurri. E Donkin scomparve a un tratto dalla luce passando nel buio gruppo degli uomini adunati, per ricevervi manate sulla schiena e per udire bisbigli lusinghieri: «Non ha paura, gli darà del filo da torcere, vedrete se non sarà così». «Un vero e proprio spettacolo da pulcinella!». «Avete visto come lo fissava l’ufficiale in seconda?». «Be’! Il diavolo mi porti se mi era mai capitato!».
L’ultimo uomo era passato dall’altra parte e vi fu un momento di silenzio mentre il comandante in seconda scrutava l’elenco. «Sedici, diciassette», borbottò. «Mi manca un uomo, nostromo», disse a voce alta. Il robusto contadino dell’Ovest, al suo fianco, bruno di carnagione e barbuto come un gigantesco spagnolo, disse con una brontolante voce di basso: «Non è rimasto nessuno a prora, signore. Ho dato un’occhiata. L’uomo non è a bordo, ma può darsi che si presenti prima dell’alba». «Già, potrebbe o non potrebbe», commentò l’ufficiale in seconda. «Non riesco a leggere il cognome. È tutto uno sgorbio… Basta così, uomini. Andate sottocoperta».
Il gruppo compatto e immobile si agitò, si suddivise, incominciò a portarsi a prora.
«Un momento!», gridò una voce profonda e squillante.
Si immobilizzarono tutti. Il signor Baker, che si era voltato sbadigliando, girò rapido sui tacchi, a bocca aperta, poi, infuriato, proruppe: «Cos’è questa storia? Chi ha detto “un momento”? Come…?».
Ma vide un’alta sagoma in piedi accanto al parapetto. La sagoma venne avanti e si fece largo tra la ressa, marciando a passi pesanti verso la luce sul cassero. Quindi, una volta di più, la voce sonora disse con insistenza: «Un momento!». La luce della lampada illuminò il corpo dell’uomo. Era alto. La testa di lui veniva a trovarsi nell’ombra delle scialuppe da salvataggio che poggiavano sui parabordi del ponte. Il bianco degli occhi e dei denti balenava distintamente, ma non si riusciva a distinguere la faccia. Le mani erano grosse e sembravano inguantate.
Il signor Baker avanzò intrepido. «Chi sei? Come osi…?», prese a dire.
Il ragazzo, stupefatto quanto gli altri, alzò la luce verso la faccia dello sconosciuto. Era nera. Un mormorio sommesso – un mormorio lieve che sembrava il borbottio represso della parola “negro” – dilagò sul ponte e si dileguò nella notte. Il negro parve non udirlo. Si equilibrò dove si trovava, con un dondolio che segnava il tempo. Dopo un momento disse placidamente: «Mi chiamo Wait… James Wait».
«Oh!», fece il signor Baker. Poi, dopo qualche secondo di silenzio, la sua ira, quasi avesse covato sotto la cenere, tornò a divampare. «Ah! Ti chiami Wait. E con questo? Che cosa vuoi? Che cosa ti salta in mente, venendo ad alzare la voce qui?».
Il negro era calmo, freddo, torreggiante, superbo. Gli uomini, avvicinatisi, rimanevano alle sue spalle in un gruppo compatto. Egli superava anche il più alto di una metà della testa. Disse: «Faccio parte dell’equipaggio». Si esprimeva con chiarezza e molle precisione. I toni profondi e rotolanti della sua voce colmavano il cassero senza alcuno sforzo. Era beffardo per natura, condiscendente senza affettazione, quasi che dalla sua statura di un metro e ottantotto avesse contemplato tutta l’enormità della follia umana, decidendo di non essere troppo spietato con essa. Continuò: «Il comandante mi ha arruolato stamane. Non ho potuto salire prima a bordo. Vi ho visti tutti a poppa, dal barcarizzo, e mi sono reso subito conto che lei stava facendo l’appello. Logicamente, ho gridato il mio nome. Pensavo che lei lo avesse sull’elenco e che avrebbe capito. C’è stato un malinteso da parte sua».
Si interruppe bruscamente. La folla intorno a lui era sconcertata. Egli aveva ragione come sempre, e, come sempre, si sentiva disposto a perdonare. I toni sdegnosi erano cessati e, ansimando, il negro rimase immobile, circondato da tutti quei bianchi. Teneva la testa alta nel bagliore della lampada – una testa modellata vigorosamente con ombre profonde e luci splendenti – una testa possente e malformata, con una faccia tormentata e appiattita… una faccia patetica e brutale: la tragica, la misteriosa, la repellente maschera dell’anima di un negro.
Il signor Baker, ritrovata la propria compostezza, esaminò meglio l’elenco.
«Ah, sì, è così. Benissimo. Wait. Porta la tua roba a prora», disse.
A un tratto gli occhi del negro rotearono selvaggiamente e divennero completamente bianchi. Egli si portò la mano al fianco e tossì due volte, una tosse metallica, cavernosa e tremendamente forte; risuonò come due esplosioni in un sotterraneo; la cupola del cielo parve echeggiarla e le lamiere di ferro delle paratie della nave vibrarono all’unisono; quindi il negro si incamminò insieme agli altri verso prora. Gli ufficiali che indugiavano accanto alla porta della cabina poterono udirlo mentre diceva: «Nessuno di voi, ragazzi, mi darebbe una mano con il bagaglio? Ho una cassetta da marinaio e un sacco». Le parole, pronunciate sonoramente, con una intonazione uguale, furono udite in tutta la nave, e la domanda venne posta in una maniera che rendeva impossibile ogni rifiuto. Il breve, rapido strascicar di passi di alcuni uomini che trasportavano qualcosa di pesante si perdette a prora, ma l’alta sagoma del negro indugiava accanto al boccaporto principale, tra un gruppo di sagome più piccole. Di nuovo egli venne udito domandare: «Il vostro cuoco è un gentiluomo di colore?». Poi un deluso «Ah, così?», colmo di disapprovazione fu il commento di lui una volta saputo che il cuoco della nave era un bianco. Ciononostante, mentre si dirigevano tutti verso il castello di prora, egli fu tanto condiscendente da cacciar dentro la testa nella porta della cucina e da tuonare un magnifico «Buonasera, dottore!» che fece tintinnare tutte le pentole. Nella luce fioca, il cuoco si era appisolato sulla cassa del carbone, davanti alla cena del comandante. Balzò su come se fosse stato sferzato da una frusta e si precipitò d’impeto sul ponte soltanto per vedere le schiene di parecchi uomini che si allontanavano ridendo. In seguito, parlando di quella traversata, soleva dire: «Il poveretto mi aveva spaventato. Mi era parso di aver visto il demonio».
Il cuoco si trovava da sette anni sulla nave con lo stesso comandante. Era un uomo posato, con moglie e tre figli, dei quali godeva la compagnia in media un mese su dodici. Quando si trovava a terra conduceva la famiglia in chiesa due volte ogni domenica. In navigazione, si addormentava ogni sera con la lampada accesa e regolata al massimo, con la pipa in bocca e la Bibbia aperta in mano. Qualcuno, durante la notte, doveva invariabilmente andare a spegnere la lampada e a togliergli il libro dalla mano e la pipa di tra i denti. «Perché», era solito dire Belfast, irritato e in tono lamentoso, «una notte o l’altra, stupido cuciniere, inghiottirai quella pipa d’argilla e noi resteremo senza cuoco». «Ah, figliolo, sono pronto ad essere chiamato dal mio Creatore… e vorrei che lo foste altrettanto tutti quanti», rispondeva l’altro con una benevola serenità che era al contempo imbecille e commovente.
Belfast, davanti alla porta della cucina, saltellava di rabbia. «Sacro idiota! Non voglio che tu muoia!», ululava, guardando all’insù con la faccia furente e vibrante e gli occhi teneri. «Perché tanta fretta? Benedetto vecchio eretico dalla testa di legno, la morte ti avrà anche troppo presto. Pensa a Noi… a Noi… a Noi!». E se ne andava a gran passi, sputando da un lato, disgustato e preoccupato; mentre l’altro, uscendo dalla cucina con la casseruola in mano, accaldato, annerito e placido, stava a guardare con un sorrisetto altezzoso di superiorità le spalle del suo «bizzarro ometto» che dondolavano per la rabbia. Erano grandi amici.
Il signor Baker, trattenutosi sul boccaporto di poppa, fiutò la notte umida in compagnia del terzo ufficiale. «Quei negri delle Indie Occidentali sono aitanti e robusti… a volte… Perdiana! Non è così? Un gran bel pezzo d’uomo, quello, signor Creighton. L’ho già valutato. Eh? Ehm! Credo che lo sceglierò per il mio turno di guardia».
Il terzo ufficiale, un giovane biondo, distinto, dalla faccia risoluta e dal fisico splendido, osservò placido che era proprio quanto si era aspettato. Dal suo tono di voce traspariva una lieve amarezza, che il signor Baker, molto cortesemente, si accinse a controbattere. «Andiamo! Andiamo, giovanotto», disse, grugnendo tra una parola e l’altra. «Andiamo! Non sia troppo avido. Ha avuto quel grosso finlandese nel suo turno di guardia per tutta la traversata. Mi limiterò a fare quello che è giusto. Può prendersi i due giovani scandinavi ed io… Ehm!… prenderò il negro, e prenderò anche quel… Ehm!… Quello sfacciato venditore ambulante in finanziera nera. Lo farò… Ehm!… lo farò rigare diritto, o non mi chiamo… Ehm!… non mi chiamo più Baker. Ehm! Ehm! Ehm!».
Ringhiò tre volte, furiosamente. Aveva quest’abitudine di dire ringhiando «Ehm!» tra una parola e l’altra, e al termine di ogni frase. Era un bel grugnito efficace che ben si addiceva al suo tono minaccioso, alla sua figura massiccia, dal collo taurino, alla sua andatura sussultante e dondolante; si addiceva alla larga faccia rugosa di lui, a quei suoi occhi fermi e alla bocca sardonica. Ma già da tempo gli uomini non attribuivano alcuna importanza a quell’intercalare. Lo avevano in simpatia; Belfast che era un prediletto di Baker – e lo sapeva – lo imitava, non proprio di nascosto. Charley – ma con maggior cautela – ne imitava l’andatura dondolante. Alcune delle sue massime si erano affermate e venivano citate quotidianamente nel castello di prora. La popolarità non può andare oltre! Per giunta, tutti gli uomini erano disposti ad ammettere che, nelle circostanze opportune, il comandante in seconda sapeva «afferrarti per il collo con l’autentico stile dell’Oceano occidentale».
Adesso egli stava impartendo gli ultimi ordini. «Ehm-ehm!… Tu, Knowles! Chiama tutti gli uomini alle quattro. Voglio… Ehm!… levare l’ancora prima che arrivi il rimorchiatore. Tieni d’occhio il comandante. Io mi corico vestito… Ehm!… Chiamami quando vedrai avvicinarsi la scialuppa. Ehm! Ehm!… Il vecchio avrà di certo qualcosa da dire quando sarà salito a bordo», fece osservare a Creighton. «Bene, buonanotte… Ehm! Domani ci aspetta una lunga giornata… Ehm!… Meglio andare a letto, adesso. Ehm! Ehm!».
Sul buio ponte balenò una striscia di luce, poi una porta sbatté, e il signor Baker scomparve nella sua linda cabina. Il giovane Creighton rimase appoggiato al parapetto e contemplò con aria sognante la notte d’Oriente. E in essa vide un lungo viale in campagna, un viale di foglie fruscianti e di sole danzante. Vide agitarsi i rami di alberi vetusti e, incorniciato dal loro arco, il tenero, il carezzevole azzurro del cielo inglese. E, al di là dell’arco, una fanciulla dalla veste leggera, sorridente sotto il parasole, sembrava venir fuori dal tenero cielo.
All’altra estremità della nave, il castello di prora, nel quale ardeva ormai una sola lampada, andava addormentandosi nella vuota penombra attraversata dal forte respiro degli uomini, da brevi sospiri. Le cuccette in duplice fila sbadigliavano nere, simili a tombe occupate da cadaveri irrequieti. Qua e là, una tendina di cinz vistoso, accostata a mezzo, contrassegnava il giaciglio di un sibarita. Una gamba penzolava oltre la sponda di una cuccetta molto bianca e senza vita. Un braccio sporgeva con lo scuro palmo voltato all’insù e tozze dita semichiuse. Due russamenti leggeri, che non si sincronizzavano, stavano bisticciando con un buffo dialogo. Singleton, di nuovo denudato fino alla vita – il vecchio soffriva molto di prurito da calura – si stava rinfrescando la schiena sulla soglia, le braccia conserte sul petto nudo e tatuato. Con la testa sfiorava il trave del ponte sovrastante. Il negro, semisvestito, era indaffaratissimo nello sciogliere la corda della sua cassetta da marinaio e nello stendere le coperte su una cuccetta in alto. Si spostava qua e là in calzini, alto e silenzioso, con un paio di bretelle che gli battevano sui polpacci. Tra le ombre dei montanti e del bompresso, Donkin masticava un pezzo di galletta, seduto sul ponte con le punte dei piedi all’insù e gli occhi irrequieti; teneva la galletta davanti alla bocca con tutto il pugno e vi affondava i denti con una faccia infuriata. Briciole cadevano tra le sue gambe divaricate. Poi si alzò. «Dov’è il barile dell’acqua?», domandò con voce contenuta. Singleton, senza dir parola, lo additò con la grossa mano che stringeva la pipa fumante e corta. Donkin si chinò sul barile, bevve dalla tazza di latta, versando acqua, girò sui tacchi e notò il negro che lo guardava al di sopra della spalla, con calma maestosità. Si spostò da un lato.
«Bello schifo di cena per un uomo», bisbigliò amaramente. «Nemmeno il cane che ho a casa la vorrebbe. Ma per te e per me può andar bene. È proprio il castello di prora d’una gran nave, questo! Non un dannato pezzo di carne nelle ciotole. Ho guardato in tutti gli armadietti…».
Il negro lo fissava come un uomo cui ci si rivolga inaspettatamente in una lingua straniera. Donkin cambiò tono. «Dammi un pezzo di tabacco, amico», sussurrò, confidenziale. «È da un mese che non fumo e non mastico tabacco. Sto impazzendo dalla voglia. Su, vecchio!».
«Non prenderti confidenze», disse il negro. Donkin lo fissò iroso, poi sedette su una cassetta da marinaio lì accanto, colpito da viva sorpresa. «Non abbiamo allevato maiali insieme», continuò James Wait, con una voce profonda e sommessa. «Eccoti il tabacco». Poi, dopo un silenzio, domandò: «Che nave?»
«La Golden State», farfugliò Donkin, indistintamente, staccando con i denti un pezzo di tabacco.
Il negro emise un basso sibilo. «Fuggito?», domandò, concisamente.
Donkin annuì; una delle sue gote si rigonfiò. «Naturale che sono fuggito», biascicò. «Hanno ammazzato a calci uno spagnolo durante la traversata sin qui, poi se la son presa con me. Ho tagliato la corda in questo porto».
«Hai lasciato il bagaglio a bordo?»
«Sì, il bagaglio e i soldi», rispose Donkin, alzando un poco la voce: «Non ho più niente. Né vestiti né coperte. Un irlandese piccoletto con le gambe storte, qui a bordo, mi ha dato una coperta… Credo che stanotte me ne andrò a dormire nella vela dell’albero di gabbia».
Uscì sul ponte trascinandosi dietro la coperta tenuta per una cocca. Singleton, senza degnarlo di uno sguardo, si scostò appena per lasciarlo passare. Il negro mise via gli abiti borghesi e sedette, con una pulita tenuta da lavoro, sulla cassetta, un braccio allungato sulle ginocchia. Dopo aver fissato Singleton per qualche momento, domandò senza enfasi: «Che genere di nave è questa? Mica male? Eh?».
Singleton non si mosse. Dopo molto tempo disse, con una faccia inespressiva: «Nave!… Le navi vanno tutte bene! Sono gli uomini su di esse!».
Continuò a fumare nel silenzio profondo. La saggezza di mezzo secolo trascorso ascoltando il tuono delle onde aveva parlato inconsapevolmente attraverso le sue labbra avvizzite. Il gatto ronfava sull’argano. Poi James Wait ebbe un accesso di tosse tonante e lacerante, che lo scosse, lo squassò come un uragano, e lo gettò ansimante, con gli occhi fissi, lungo disteso sulla cassetta da marinaio. Parecchi uomini si destarono. Uno disse sonnacchiosamente dalla cuccetta: «Cribbio! Che baccano dannato!».
«Mi sono buscato una bronchite», ansimò Wait.
«Bronchite, la chiami tu!», ringhiò l’uomo. «Io direi che è qualcosa di peggio…».
«Oh, tu credi», fece il negro, raddrizzandosi, di nuovo maestosamente sprezzante. Salì sulla cuccetta e prese a tossire con persistenza sporgendo in fuori la testa, per guardare irosamente tutto intorno al castello di prora. Non vi furono altre proteste. Egli cadde all’indietro sul guanciale e si poté udirlo respirare stentoreo, con regolarità, come un uomo oppresso nel sonno.
Singleton rimase sulla soglia con la faccia verso la luce, voltando le spalle alle tenebre. E, solo nella vuota penombra del castello di prora addormentato, parve più grosso, colossale, vecchissimo; vecchio come lo stesso Padre Tempo, che sarebbe dovuto entrare in quel luogo, silenzioso come un sepolcro, per contemplare con occhi pazienti la breve vittoria del sonno, il consolatore. Eppure Singleton non era che un figlio del tempo, la reliquia solitaria di una generazione divorata e dimenticata. Rimaneva là in piedi, ancora forte, come sempre senza pensare; un uomo preparato, con un passato vasto e vuoto e senza avvenire, con i suoi impulsi infantili e le passioni virili già spente nel petto tatuato. Gli uomini che sarebbero stati in grado di capire il suo silenzio erano scomparsi… quegli uomini che sapevano come esistere al di là dell’ambito della vita e in vista dell’eternità. Erano stati forti, come sono forti coloro che non conoscono né dubbi né speranze. Erano stati impazienti e tolleranti, turbolenti e devoti, ribelli e fedeli. Persone bene intenzionate avevano tentato di rappresentare quegli uomini come se piagnucolassero su ogni boccone del loro cibo; come se sbrigassero il loro lavoro temendo per la propria vita. Ma in realtà erano stati uomini che conoscevano la fatica, le privazioni, la violenza, la dissolutezza… ma non conoscevano la paura e ignoravano nel loro cuore che cosa fosse la malevolenza. Uomini difficili da comandare, ma facili da ispirare; uomini taciturni… ma uomini quanto bastava per schernire in cuor loro le voci sentimentali che compiangevano la crudeltà della loro sorte. Si trattava di una sorte unica e tutta loro; la capacità di sopportarla sembrava ad essi il privilegio degli eletti! La loro generazione era vissuta muta e indispensabile, senza conoscere la dolcezza degli affetti e il rifugio della casa… ed era morta esente dalla tenebrosa minaccia di una tomba angusta. Erano gli eterni figli del mare misterioso. I loro successori sono i figli cresciuti di una terra scontenta. Meno sfrenati, ma meno innocenti; meno profani, ma forse anche meno credenti; e se hanno imparato a parlare, hanno imparato anche a piagnucolare. Gli altri, invece, erano forti e muti; erano modesti, curvi e capaci di sopportare, simili a cariatidi di pietra che sostengono nella notte i saloni illuminati di un edificio glorioso e splendente. Ora sono scomparsi… e non importa. Il mare e la terra sono infedeli ai loro figli: una verità, una fede, una generazione di uomini passano… e vengono dimenticate, e la cosa non ha importanza! Tranne, forse, per quei pochi che credettero alla verità, che confessarono la fede… o amarono gli uomini.
Una brezza si stava alzando. La nave, che era rimasta immobile trattenuta dall’ancora, si mosse a una folata più forte; e a un tratto la catena allentata tra l’argano e la cubia tintinnò, si spostò di un paio di centimetri e si sollevò adagio dal ponte dando la stupefacente impressione di una vita insospettata che si fosse furtivamente annidata nel ferro. Nella cubia gli anelli cigolanti trasmisero in tutta la nave un suono simile al grugnito sommesso di un uomo che sospiri sotto un fardello. La tensione si esercitò sull’argano, la catena si tese come una corda, vibrò… e la leva del freno si mosse a lievi sussulti.
Singleton si fece avanti.
Fino a quel momento era rimasto immobile, meditativo e senza pensieri, con la faccia torva e inespressiva… figlio sessantenne del mare misterioso. Le riflessioni di tutta la sua esistenza sarebbero potute essere espresse in sei parole, ma il muoversi di quelle cose che facevano parte della vita di lui quanto il battere del suo cuore evocarono un riflesso di attenta comprensione sulla severità della sua faccia di vecchio. La fiamma della lampada oscillò, e il vecchio, con le sopracciglia aggrottate e cespugliose, si chinò sul freno, guardingo e immobile nella sarabanda selvaggia delle ombre danzanti.
Poi la nave, ubbidiente al richiamo dell’ancora, avanzò lievemente e allentò la tensione. Il cavo, non più teso, si abbassò e, dopo aver dondolato impercettibilmente avanti e indietro, ricadde con un tonfo secco sulle dure assi di legno. Singleton afferrò l’alta leva e, con una violenta spinta in avanti del corpo, fece compiere un altro mezzo giro al tamburo del freno. Si riprese, respirò profondamente, e rimase per qualche tempo a contemplare il potente e compatto congegno che si accosciava sul ponte ai suoi piedi come un mostro tranquillo… una creatura stupefacente e mansueta.
«Ehi, tu… reggi!», gli ringhiò imperiosamente tra l’intrico arruffato della barba bianca.
Capitolo secondo
La mattina dopo, all’alba, il Narciso prese il largo.
Una bruma leggera offuscava l’orizzonte. Fuori del porto, la distesa sconfinata di acqua liscia si perdeva fino all’orizzonte, scintillante come un pavimento di gioielli e deserta come il cielo. Il rimorchiatore tozzo e nero esercitò la sua trazione sopravvento nella solita maniera, poi mollò il cavo e rimase immobile per un momento a poppa, con le macchine ferme; mentre l’esile e lungo scafo della nave si portava avanti adagio con le vele di bassa gabbia. I bracci di gabbia volanti allentati si gonfiarono nella brezza con soffici e tondi contorni, simili a nuvolette bianche impigliatesi nell’intrico dei cordami. Poi vennero alate le scotte, issati i perrocchetti, e la nave divenne un’alta e solitaria piramide che scivolava, tutta bianca e splendente, attraverso la nebbia accesa dal sole. Il rimorchiatore virò bruscamente e si diresse verso la costa. Ventisei paia d’occhi osservarono la sua bassa e larga poppa strisciare languidamente sull’onda liscia tra le due ruote che giravano rapide, battendo l’acqua con fretta feroce. Il rimorchiatore somigliava a un enorme e acquatico scarafaggio nero, sorpreso dalla luce, sopraffatto dallo splendore solare, che tentasse di fuggire, con uno sforzo vano, verso la lontana oscurità della terra. Il piccolo scafo lasciò una indugiante chiazza di fumo nel cielo, e due scie di spuma che andavano svanendo nell’acqua. Nel punto in cui si era fermato, rimaneva una tonda chiazza nera di fuliggine che si ondulava sull’onda… sozza traccia del riposo della creatura.
Il Narciso, rimasto solo, diretto a sud, sembrava restare risplendente e immobile sul mare irrequieto, sotto il sole in movimento. Fiocchi di spuma saettavano lungo i suoi fianchi; l’acqua lo investiva con colpi lampeggianti; la terra scivolava via, scomparendo adagio; alcuni uccelli stridevano su ali immote sopra le oscillanti estremità degli alberi. Ma ben presto la terra scomparve, gli uccelli se ne andarono e ad ovest la vela puntata di un dhow arabo che correva verso Bombay si levò triangolare ed eretta sull’orlo affilato dell’orizzonte, indugiò e svanì come un’illusione. Poi la scia della nave, lunga e diritta, si distese attraverso una giornata di solitudine immensa. Il sole al tramonto, ardendo allo stesso livello dell’acqua, fiammeggiò cremisi sotto nere nubi sature di pioggia. Il piovasco del crepuscolo, venendo da poppa, si dissolse nel breve diluvio di uno scrosciante acquazzone. Lasciò la nave luccicante dai paternoster alla linea di galleggiamento, e con le vele oscurate. Il veliero correva con facilità dinanzi a un buon monsone, con i ponti sgombri per la notte, e, in movimento insieme ad esso, si udiva il sostenuto e monotono sciabordio delle onde, mescolato ai bassi bisbigli degli uomini riuniti a poppa per la distribuzione dei turni di guardia; al breve lamento di qualche bozzello in alto; o, di quando in quando, a un alto sospiro del vento.
Il signor Baker, uscendo dalla sua cabina, gridò aspramente il primo nome prima di chiudersi la porta alle spalle. Stava per montare di guardia sul ponte di comando. Nella traversata di ritorno, stando a un’antica costumanza del mare, al comandante in seconda tocca il primo turno di guardia… dalle otto a mezzanotte. Pertanto il signor Baker, dopo avere udito l’ultimo «Signorsì», disse di malumore: «Dare il cambio al timoniere e alla vedetta» e salì con passi pesanti la scala di poppa sopravvento. Subito dopo il signor Creighton discese, fischiettando sommessamente, ed entrò in cabina. Sulla soglia, il cambusiere oziava in pantofole, meditativo, con le maniche della camicia rimboccate fino alle ascelle. Sul ponte principale, il cuoco, mentre chiudeva a chiave la porta della cucina, ebbe un alterco con il giovane Charley a causa di un paio di calzini. Lo si poté udire mentre diceva solennemente, nell’oscurità a mezza nave: «Non meriti una cortesia. Li ho fatti asciugare per te e adesso ti lamenti perché sono bucati… e bestemmi, oltretutto! In faccia a me! Se non fossi cristiano – cosa che tu non sei, giovane ruffiano – ti darei un colpo in testa… Vattene!».
Uomini a gruppetti di due o di tre rimanevano immobili pensosi oppure passeggiavano silenziosamente lungo le murate al centro della nave. La prima faticosa giornata d’una traversata di ritorno stava affondando nella monotona serenità della rinnovata routine. A poppa, sull’alta plancia, il signor Baker andava avanti e indietro strascicando i piedi e grugniva tra sé e sé nelle pause dei propri pensieri. A prora, l’uomo di vedetta, ritto tra le patte delle due ancore, mugolava un motivo senza fine, tenendo gli occhi doverosamente fissi dinanzi a sé con uno sguardo vacuo. Una moltitudine di stelle visibili nella notte limpida popolava il vuoto del firmamento. Splendevano, le stelle, come se fossero vive, sopra il mare; circondavano da ogni lato la nave in moto; più intense degli occhi di una folla attenta, e imperscrutabili quanto l’anima degli uomini.
La traversata aveva avuto inizio, e la nave, un frammento distaccato dalla terra, procedeva solitaria e veloce come un piccolo pianeta. Intorno ad essa, gli abissi del cielo e del mare si incontravano formando una frontiera irraggiungibile. Una sterminata solitudine circolare si muoveva con essa, sempre mutevole e sempre la stessa, sempre monotona e sempre imponente. Di tanto in tanto un altro vagabondo puntino luminoso, carico di vita, appariva in lontananza… e scompariva; incamminato verso il proprio destino. Il sole contemplava dall’alto la nave per tutto il giorno, e ogni mattino sorgeva con un bruciante, rotondo sguardo di imperitura curiosità. La nave aveva il proprio avvenire; era viva delle vite di quegli esseri che calpestavano i suoi ponti; al pari della terra che l’aveva consegnata al mare, era gravata da un carico intollerabile di rimpianti e di speranze.
Su di essa vivevano timide verità e audaci menzogne; e, al pari della terra, essa era ignara, bella a vedersi… e condannata dagli uomini a un destino ignobile. L’augusta solitudine della sua rotta rendeva dignitoso il movente sordido del pellegrinaggio che stava compiendo. Si spingeva spumeggiante verso sud, quasi fosse stata guidata dal coraggio di una nobile impresa. La sorridente grandezza del mare rimpiccioliva l’estensione del tempo. I giorni si susseguivano uno dopo l’altro, vividi e rapidi come i lampeggiamenti di un faro, e le notti, ricche di eventi e brevi, somigliavano a sogni fuggevoli.
Gli uomini si erano adattati alla routine e la voce delle campane, ogni mezz’ora, dominava la loro esistenza fatta di fatiche incessanti. Notte e giorno la testa e le spalle di un marinaio potevano essere vedute a poppa al timone, profilate contro lo splendore del sole o la luce delle stelle, molto ferme sopra il movimento dei raggi che giravano. Le facce mutavano, alternandosi a turno: facce giovanili, facce barbute, facce scure; facce serene o facce stizzite, ma tutte rese simili dalla fratellanza del mare; tutte con la stessa intenta espressione degli occhi, mentre osservavano attente la bussola o le vele. Il capitano Allistoun, serio e con una vecchia sciarpa rossa intorno al collo, campeggiava a poppa per tutto il giorno. Di notte, molte volte si sollevava dall’oscurità del boccaporto, come un fantasma al di sopra d’una tomba, e rimaneva vigile e silenzioso sotto le stelle, con la camicia da notte sventolante come una bandiera… poi, senza pronunciar parola, ridiscendeva. Era nato sulle coste del Pentland Firth. In gioventù aveva raggiunto il grado di fiociniere sulle baleniere di Peterhead; quando parlava di quegli anni lontani, i suoi irrequieti occhi grigi divenivano immoti e gelidi, come il remoto profilarsi dei ghiacci. In seguito, tanto per cambiare, era entrato nella marina mercantile che trafficava con le Indie Occidentali. Comandava il Narciso da quando il veliero era stato costruito. Amava la sua nave e la faceva navigare spietatamente; poiché la sua ambizione segreta era quella di farle compiere un giorno una traversata brillante e rapida, tale da essere menzionata nelle pubblicazioni nautiche. Pronunciava il nome dell’armatore con un sorriso sardonico, rivolgeva di rado la parola agli ufficiali e ne rimproverava gli errori con voce dolce, ma con parole che incidevano fino al vivo. Aveva capelli color grigio-ferro, la faccia dura e simile a cuoio. Si radeva invariabilmente ogni mattina – alle sei – ma una volta (essendo stato sorpreso da un violento uragano ottanta miglia a sud-ovest dell’isola Maurizio) era stato costretto a non radersi per tre giorni consecutivi. Non temeva nulla tranne che il non essere perdonato da Dio e si augurava di terminare i suoi giorni in una casetta, con un pezzetto di giardino, in campagna, dove non si vedesse il mare.
Lui, il governante di quel minuscolo mondo, di rado scendeva dalle altezze olimpiche del cassero di poppa. Più in basso, ai suoi piedi – per così dire – i comuni mortali conducevano le loro esistenze faticose e insignificanti. Sul ponte principale, il signor Baker ringhiava in quella sua maniera assetata di sangue e innocua; e ci faceva rigare diritto tutti quanti, essendo – come aveva osservato una volta – pagato proprio per questo. Gli uomini che lavoravano sul ponte erano sani e soddisfatti… come lo sono quasi tutti i marinai, una volta al largo. La vera pace di Dio incomincia in qualsiasi punto situato ad un migliaio di miglia dalla terra più vicina; e quando Egli invia laggiù i messaggeri della Sua potenza, non lo fa in preda a un’ira tremenda contro il delitto, la presunzione e la follia, ma paternamente, per castigare cuori semplici… cuori ignoranti che non sanno nulla della vita, e battono indisturbati dall’invidia o dall’avidità.
In serata, i ponti sgombri avevano un aspetto riposante, che ricordava l’autunno della terra. Il sole calava verso il riposo, avvolto in un mantello di calde nubi. A prora, a un’estremità dei pennoni di rispetto, il nostromo e il carpentiere sedevano insieme a braccia conserte; due uomini cordiali, formidabili, con toraci possenti. Accanto a loro, il treviere, basso di statura, tarchiato – che era stato nella Marina militare – raccontava, tra le boccate di fumo della pipa – episodi impossibili a proposito di ammiragli. Coppie andavano avanti e indietro, mantenendo il passo e l’equilibrio, senza alcuno sforzo, in uno spazio angusto. Maiali grugnivano nel grande stabbiolo. Belfast, appoggiato cogitabondo a un gomito, sopra le sbarre, comunicava con essi attraverso il silenzio della propria meditazione. Uomini con la camicia completamente aperta sul petto abbronzato dal sole sedevano sulle bitte d’ormeggio e su tutti i gradini delle scale del castello di prora. Accanto all’albero di trinchetto, taluni discutevano in cerchia dissertando sulle caratteristiche di un gentiluomo. Uno di loro disse: «È il denaro a farlo». Un altro sostenne: «No, è il modo di parlare». Lo zoppo Knowles si avvicinò arrancando, con la faccia non lavata (si distingueva per essere lo sozzone del castello di prora), e, mostrando alcune zanne gialle entro un sorriso scaltro, spiegò astutamente di aver «visto alcuni dei loro calzoni». Il di dietro di quei calzoni – lo aveva notato – era più sottile della carta per il fatto che coloro i quali li indossavano continuavano a restare seduti in uffici, ma sotto ogni altro aspetto erano calzoni di prim’ordine e sarebbero durati per anni. Tutta questione di apparenze. «È», disse, «maledettamente facile essere un gentiluomo quando si ha un lavoro pulito per tutta la vita». Discussero senza fine, caparbi e infantili; ripeterono urlando e con la faccia accesa le loro stupefacenti argomentazioni; mentre la brezza dolce, turbinando giù per l’enorme cavità della vela di trinchetto, distesa sopra le loro teste nude, smuoveva i capelli arruffati con un tocco fuggevole e leggero come una carezza indulgente.
Stavano dimenticando le loro fatiche, stavano dimenticando se stessi. Il cuoco si avvicinò per ascoltare e rimase accanto a loro, sorridendo radioso nella consapevolezza interiore della propria fede, come un santo altero, incapace di dimenticare la propria gloriosa ricompensa; Donkin, che solitario ruminava sui propri torti all’ingresso del castello di prora, si portò più vicino per capire di che cosa si discutesse sotto di lui. Voltò la faccia giallognola verso il mare e le pinne sottili delle sue narici si mossero fiutando la brezza, mentre indugiava in atteggiamento noncurante accanto al parapetto. Nella luminosità del tramonto, facce splendevano interessate, denti balenavano, occhi scintillavano. I marinai che passeggiavano a due a due si fermarono all’improvviso, con ampi sorrisi; un uomo chino su una tinozza si raddrizzò affascinato, con le braccia bagnate cosparse di bolle di sapone. Persino i tre sottufficiali stettero ad ascoltare, comodamente appoggiati di spalle, con sorrisi di superiorità. Belfast smise di grattare l’orecchio del suo maiale prediletto e, a bocca aperta, cercò con occhi avidi, di dire la sua. Alzò le braccia, sogghignante e frustrato. Da lontano, Charley gridò alla cerchia: «Io mi intendo di gentiluomini più di voi tutti. Ho avuto a che fare con loro… gli ho lucidato le scarpe». Il cuoco, mentre allungava il collo per sentirci meglio, si scandalizzò. «Tieni la bocca chiusa quando parlano i maggiori di te… giovane pagano impudente».
«Va bene, vecchio alleluja, ho finito», rispose Charley conciliante.
Ad un certo parere espresso dal sudicio Knowles con un’aria di scaltrezza sovrannaturale, un coro di risate si diffuse, si alzò come un’onda, si infranse con uno scroscio stupefacente. Gli uomini batterono tutti e due i piedi; voltarono le facce urlanti verso il cielo; molti, barbugliando, si batterono manate sulle cosce; mentre alcuni altri, piegati in due, non riuscivano a respirare e si premevano i fianchi con entrambe le braccia come uomini che soffrano. Il carpentiere e il nostromo, senza mutare atteggiamento, sussultavano di risate là ove sedevano; il treviere, interrotto durante il suo aneddoto su un Commodore, aveva un’espressione imbronciata; il cuoco si asciugava gli occhi con uno straccio unto; e lo zoppo Knowles, stupefatto del proprio successo, rimaneva in piedi in mezzo agli altri esibendo un lento sorriso.
A un tratto la faccia di Donkin, appoggiato con le spalle ingobbite al parapetto di poppa, divenne grave. Qualcosa di simile a una debole raganella si udiva attraverso la porta del castello di prora. Divenne un mormorio e si concluse con un gemito sospirante. L’uomo che stava lavando panni affondò entrambe le braccia nella tinozza, bruscamente. Il cuoco parve più umiliato di un apostata scoperto; il nostromo mosse a disagio le spalle; il carpentiere si alzò con uno scatto e si allontanò, mentre il treviere sembrava rinunciare mentalmente al proprio racconto e incominciava a succhiare la pipa con cupa determinazione. Nell’oscurità della soglia, due occhi baluginavano bianchi, grandi e fissi. Poi la testa di James Wait, sporgendosi, divenne visibile, quasi fosse sospesa tra le due mani che si afferravano agli stipiti a entrambi i lati della faccia. Il fiocchetto del berretto da notte di lana blu, reclinato in avanti, danzava allegramente sopra la palpebra sinistra. Il negro venne fuori con un passo barcollante. Sembrava formidabile come sempre, ma aveva una strana e ostentata instabilità nell’andatura; la faccia era forse un pochino più scavata, e gli occhi sembravano sporgere in modo alquanto impressionante. Parve che, con la sua sola presenza, egli affrettasse il morire dell’ultima luce del giorno; il sole al tramonto calò bruscamente, quasi fuggisse dinanzi al nostro negro; una nera nebbia promanava da lui; un influsso sottile e lugubre; qualcosa di gelido e di tenebroso che aleggiava e si posava su ogni faccia, simile a un velo da lutto. La cerchia si sciolse. L’allegria della risata morì sulle labbra irrigidite. Non rimase un solo sorriso tra tutti gli uomini della nave. Non una parola venne pronunciata. Molti voltarono le spalle, sforzandosi di apparire indifferenti; altri, con la testa girata, scoccarono sguardi quasi riluttanti con la coda dell’occhio. Sembravano criminali consci dei propri misfatti più che uomini onesti sgomentati dal dubbio; soltanto due o tre marinai fissarono l’uomo apertamente, ma stupidamente, con le labbra lievemente dischiuse. Tutti si aspettavano che James Wait dicesse qualcosa, e, al contempo, avevano l’aria di sapere in anticipo che cosa avrebbe detto. Egli si appoggiò con le spalle allo stipite della porta e, con occhi grevi, fece scorrere su di essi uno sguardo dominatore e afflitto, come un tiranno malato che intimidisca una turba di schiavi abietti ma infidi.
Nessuno se ne andò. Aspettavano in preda a una paura affascinata. Egli disse, ironicamente, con ansiti tra le parole:
«Grazie… amici. Siete… gentili… e silenziosi… oh sì! Sbraitare in questo modo… davanti… alla porta…».
Si concesse una pausa più lunga, durante la quale mosse a mantice le costole, con un esagerato sforzo respiratorio. Era intollerabile. Gli uomini spostarono il proprio peso da un piede all’altro. Belfast si lasciò sfuggire un gemito; ma Donkin, più in alto, ammiccò con le palpebre rosse, dalle ciglia invisibili, e sorrise amaramente sopra la testa del negro.
Il negro continuò a parlare con una facilità sorprendente. Non ansimava più, e la sua voce squillò, cavernosa e forte, come se avesse parlato in una vuota grotta. Era sprezzantemente iroso.
«Cercavo di dormire un po’. Lo sapete che non riesco a chiudere occhio la notte. E voi venite a cicalare proprio davanti a questa porta come un dannato branco di vecchie… Credete di essere dei buoni compagni. Eh?… Non ve ne importa un fico di un uomo che muore!».
Belfast, accanto allo stabbiolo, girò sui tacchi. «Jimmy», gridò con voce tremula: «Se tu non fossi malato, io…».
Si interruppe. Il negro aspettò per qualche momento, poi disse, in tono lugubre: «Tu faresti… che cosa? Va a batterti con uno come te. Lasciami in pace. Non sarà per molto. Morirò presto… La morte si avvicina e come!».
Gli uomini rimanevano lì attorno del tutto immobili, con occhi esasperati. Era per l’appunto quanto si erano aspettati, e che non sopportavano di udire, quell’idea della morte in agguato, lanciata loro molte volte al giorno come una vanteria e come una minaccia dal negro odioso. Egli sembrava inorgoglirsi di tale morte che fino a quel momento si era accompagnata soltanto agli agi della sua esistenza. Era arrogante al riguardo, come se nessun altro al mondo avesse mai avuto intimi rapporti con una simile compagna; la ostentava senza posa dinanzi a noi con una ostinazione affettuosa che ne rendeva la presenza indubbia e al contempo incredibile. Nessun uomo sarebbe potuto essere sospettato di una simile mostruosa amicizia! Era una realtà – o una simulazione – questa sempre attesa visitatrice di Jimmy? Esitavamo tra la pietà e la diffidenza, mentre, alla minima provocazione, egli agitava dinanzi ai nostri occhi le ossa del suo scheletro noioso e infame. Continuava a farlo sfilare in parata. Parlava di quella morte imminente come se fosse già stata lì, come se avesse passeggiato sul ponte, come se da un momento all’altro avesse dovuto entrare e mettersi a dormire nell’unica cuccetta vuota; come se ad ogni pasto gli fosse rimasta seduta al fianco.
Si intrometteva quotidianamente nelle nostre occupazioni, nei nostri riposi, nei nostri divertimenti. Non cantavamo e non facevamo un po’ di musica la sera, perché Jimmy (noi tutti lo chiamavamo affettuosamente Jimmy per nascondere l’odio contro la sua complice) era riuscito, con il suo probabile decesso, a turbare anche l’equilibrio mentale di Archie. Archie era il proprietario della piccola fisarmonica esagonale; ma dopo un paio di pungenti prediche di Jimmy si rifiutava di suonare ancora. Diceva: «Quell’uomo è un misterioso buffone. Non so che cosa ci sia di storto in lui, ma qualcosa di molto, molto strano c’è. È inutile che continuiate a chiedermelo. Non suono». Gli uomini che amavano cantare avevano finito con l’ammutolire perché Jimmy era morente. Per lo stesso motivo, nessuno – come Knowles fece rilevare – poteva conficcare un chiodo «per appenderci i suoi pochi stracci», senza essere reso consapevole dell’enormità che commetteva turbando gli interminabili ultimi momenti del negro. Durante la notte, in luogo dell’allegro grido: «Un rintocco! Fuori! Avete sentito? Ehi, ehi, ehi, mostrate le gambe!», gli uomini del turno di guardia venivano chiamati uno per uno, a bisbigli, in modo da non disturbare quello che era forse l’ultimo sonno di Jimmy su questa terra. In verità, egli era sempre desto, e riusciva, mentre sgattaiolavamo silenziosamente fuori sul ponte, a ficcarci nella schiena qualche frase tagliente che, sul momento, ci faceva sentire come se fossimo stati dei bruti, e in seguito ci induceva a sospettare di essere degli allocchi.
Parlavamo a voce bassa, entro quel castello di prora, come se si fosse trattato di una chiesa. Consumavamo i pasti in silenzio e timorosi, perché Jimmy era capriccioso con il cibo e inveiva amaramente contro la carne salata, le gallette, il tè, considerandoli viveri inadatti ad essere consumati da uomini… «per non parlare di un moribondo». Diceva: «Possibile che non riusciate a trovare una fetta di pane migliore per un uomo che sta cercando di tornare in patria a farsi curare… o a farvisi seppellire? E invece no! Se anche avessi una possibilità di cavarmela, voi fate il possibile per distruggerla. Sareste capaci di avvelenarmi! Guardate che cosa mi avete dato!».
Lo servivamo nella sua cuccetta con rabbia e umiltà, quasi fossimo stati i vili cortigiani di un principe aborrito; ed egli ci compensava con le sue critiche affatto concilianti. Aveva scoperto il segreto per sfruttare in eterno l’imbecillità fondamentale del genere umano; conosceva il segreto della vita, quel moribondo maledetto, e si rendeva padrone di ogni attimo della nostra esistenza. Noi diventavamo disperati, ma continuavamo ad essere sottomessi. L’emotivo, piccolo Belfast si trovava sempre sull’orlo di un’aggressione o sull’orlo delle lacrime. Una sera confidò ad Archie: «Per mezzo penny gli taglierei la brutta testa nera… a quel codardo scansafatiche!». E il franco Archie si finse scandalizzato!
Tale era l’incantesimo infernale che quel negro sornione capitato per caso tra noi aveva gettato sulla nostra ingenua virilità! Ma quella notte stessa, Belfast rubò in cucina la torta di frutta domenicale degli ufficiali, per tentare l’appetito schizzinoso di Jimmy. Mise in pericolo non soltanto la sua lunga amicizia con il cuoco ma anche – come risultò – il proprio eterno benessere. Il cuoco era schiacciato dal dolore; non sapeva chi fosse il colpevole, ma si rendeva conto che la malvagità stava fiorendo; si rendeva conto che Satana si sbrigliava tra quegli uomini considerati da lui, in un certo senso, sotto le sue cure spirituali.
Ogni volta che vedeva tre o quattro di noi in piedi insieme, si allontanava dai fornelli per correre fuori a predicare. Noi lo rifuggivamo; e soltanto Charley (il quale sapeva chi fosse il ladro) affrontava il cuoco con uno sguardo candido che irritava il brav’uomo. «Sei stato tu, io credo», gemeva addolorato, con una macchia di fuliggine sul mento. «Sei stato tu. Sei destinato ad ardere all’inferno! Non voglio più saperne dei tuoi calzini in cucina». Ben presto, non ufficialmente, si sparse la notizia: se vi fosse stato un altro furto, la marmellata che ci spettava (una razione extra; mezza libbra a testa) non sarebbe più stata distribuita.
Il signor Baker smise di far piovere insulti scherzosi sui suoi prediletti e ringhiò sospettosamente con tutti. Gli occhi gelidi del capitano, lassù in alto sul cassero di poppa, balenavano diffidenti mentre egli ci osservava passare in piccoli gruppi dalle drizze ai bracci per tendere come sempre ogni sera tutti i cavi. Furti come questo su una nave mercantile sono difficili da controllare e possono essere scambiati per una dichiarazione da parte degli uomini della loro antipatia per gli ufficiali. È un brutto sintomo. Può portare a Dio solo sa quali guai. Il Narciso continuava ad essere una nave pacifica, ma la fiducia reciproca era scossa. Donkin non nascondeva la propria gioia. Noi eravamo sgomenti.
L’illogico Belfast rimproverò allora il nostro negro con somma furia. James Wait, il gomito puntato sul guanciale, soffocò e balbettò: «Ve l’ho forse chiesto io di rubare il dannato dolce? All’inferno la vostra torta maledetta. Mi ha fatto star peggio… tu, piccolo lunatico di un irlandese!». Belfast, paonazzo in faccia e con le labbra tremanti, gli si gettò contro. Tutti gli uomini che si trovavano nel castello di prora balzarono in piedi con un grido. Vi fu un momento di frenetico tumulto. Qualcuno urlò con voce penetrante: «Calma, Belfast, calma!…». Ci aspettavamo che Belfast strozzasse Wait senza pensarci due volte.
Si alzarono turbini di polvere. Attraverso ad essi udimmo la tosse del negro, metallica ed esplosiva come un gong. Un momento dopo, vedemmo Belfast chino su di lui. Stava dicendo in tono lamentoso: «No, no, Jimmy! Non fare così. Nemmeno un angelo riuscirebbe a sopportarti, anche malato come sei». Si voltò a guardarci dalla cuccetta di Jimmy con la comica bocca guizzante e gli occhi lagrimosi; poi cercò di riordinare le coperte scomposte. L’incessante sussurro del mare colmava il castello di prora.
Era spaventato, James Wait, oppure commosso o pentito? Giaceva supino, la mano al fianco, immobile come se l’attesa visitatrice fosse finalmente arrivata. Belfast si rimise in piedi annaspando, ripetendo con foga commossa: «Sì. Lo sappiamo. Sei mal ridotto, ma… Devi dirci soltanto cosa vuoi che facciamo e… Lo sappiamo tutti che sei grave, molto grave…».
No! Decisamente James Wait non era commosso né pentito. A dire il vero, sembrava piuttosto meravigliato. Si drizzò a sedere con incredibile rapidità e facilità. «Ah! Pensate che sono grave, vero?», disse in tono tetro, con la sua più limpida voce di baritono (a sentirlo parlare, a volte, non si sarebbe mai creduto che quell’uomo fosse così malandato di salute). «Vero?… Be’, allora comportatevi di conseguenza! Alcuni di voi non hanno abbastanza buon senso per mettere una coperta come si deve addosso a un malato. Ecco! Lascia stare! Tanto posso morire ugualmente!».
Belfast si allontanò come infiacchito, con un gesto di scoraggiamento. Nel silenzio del castello di prora, pieno d’uomini interessati, Donkin disse distintamente: «Ah, be’, che il diavolo mi porti!», e ridacchiò. Wait lo guardò. Lo guardò in un modo amichevolissimo. Nessuno sarebbe stato in grado di dire che cosa facesse piacere al nostro incomprensibile invalido: ma per noi lo scherno di quel negro era difficile a sopportarsi.
La situazione di Donkin nel castello di prora era ben chiara ma insicura. Egli era fatto oggetto del disprezzo generale; rimaneva isolato; e nel suo isolamento non poteva fare altro che pensare alle tempeste del Capo di Buona Speranza e invidiarci il possesso di indumenti caldi e di impermeabili di cerata. I nostri stivali da marinaio, i giubbotti di tela impermeabile, le nostre cassette da marinaio piene zeppe erano per lui altrettanti motivi di amare meditazioni: non possedeva nessuna di queste cose, e sentiva istintivamente che nessuno, quando se ne fosse presentata la necessità, gli avrebbe offerto di condividerle. Si avvinghiava impudentemente a noi ed era sistematicamente insolente con gli ufficiali. Prevedeva di ottenere i risultati migliori, per quanto lo concerneva, con questa linea di condotta… ma si sbagliava. Indoli come la sua dimenticano che, provocati all’estremo, gli uomini sono giusti… sia che vogliano esserlo o no. L’insolenza di Donkin con il pazientissimo signor Baker divenne infine per noi intollerabile, ed esultammo quando l’ufficiale in seconda, in una notte tenebrosa, lo domò definitivamente. La cosa fu fatta per bene, con molta decenza e con decoro, e con pochissimo chiasso. Eravamo stati chiamati – subito prima di mezzanotte – a orientare le vele, e Donkin – come sempre – pronunciò frasi offensive. Ci trovavamo sonnacchiosamente in fila con il braccio di trinchetto nelle mani, in attesa dell’ordine successivo, e udimmo nell’oscurità un frenetico scalpiccio, un’esclamazione di stupore, tonfi di pugni e schiaffi, bisbigli soffocati, sibilanti: «Ah! Vuoi finirla?». «No… no…!». «Allora comportati bene». «Oh! Oh!»… In seguito si udirono tonfi soffici frammisti a un tintinnar di catene di ferro, come se il corpo di un uomo fosse rotolato inerte tra le aste delle pompe principali.
Prima che avessimo potuto renderci conto della situazione, si udì la voce del signor Baker, vicinissima e un po’ spazientita: «Tirate, uomini! Fate forza su quel cavo!». E facemmo forza sul cavo con grande alacrità. Come se nulla fosse accaduto, il secondo ufficiale continuò a farci tesare i pennoni con la sua solita ed esasperante pignoleria. Sul momento non vedemmo affatto Donkin e ce ne infischiammo. Se il comandante in seconda lo avesse gettato in mare, nessuno di noi si sarebbe nemmeno sognato di dire: «Oh, guarda, è andato!».
Ma in verità non era accaduto niente di grave… anche se Donkin ci aveva rimesso uno degli incisivi. Ce ne accorgemmo la mattina dopo, e mantenemmo un silenzio cerimonioso; l’etichetta del castello di prora ci imponeva di essere sordi e muti in un caso del genere, e noi avevamo care le forme della nostra esistenza più di quanto i comuni uomini di terraferma rispettino le loro. Charley, con una imperdonabile mancanza di savoir vivre, sbraitò: «Sei stato dal dentista?… Ti ha fatto male, eh?». E si beccò un pugno sull’orecchio da uno dei suoi migliori amici. Il ragazzo se ne stupì, e rimase calato nel dispiacere per almeno tre ore. Lo compassionavamo, ma la disciplina è più necessaria alla gioventù che all’età matura. Donkin sogghignò velenosamente. E a partire da quel giorno divenne spietato: disse a Jimmy che era «un nero impostore»; ci fece capire che eravamo un mucchio di imbecilli, gabbati ogni giorno da un negro volgare. E Jimmy sembrava apprezzare quell’individuo!
Singleton viveva inaccessibile alle passioni umane. Taciturno e serio, respirava tra noi… somigliando soltanto in questo al resto dell’equipaggio. Noi ci sforzavamo di essere persone decenti e trovavamo la cosa parecchio difficile; oscillavamo tra il desiderio della virtù e il timore del ridicolo; volevamo salvarci dalla sofferenza del rimorso, ma non intendevamo diventare i gonzi spregevoli dei nostri sentimenti. L’odiosa complice di Jimmy sembrava aver soffiato con il suo alito impuro sottigliezze mai sognate nel nostro cuore. Eravamo turbati e vili. Questo almeno lo sapevamo. Singleton sembrava non sapere nulla, non capire nulla. Lo avevamo creduto, fino a quel momento, savio come sembrava, ma adesso osavamo, a volte, sospettarlo di essere stupido… rimbecillito dalla vecchiaia.
Un giorno, però, a cena, mentre sedevamo sulle cassette da marinaio intorno a un piatto di stagno posato sul ponte entro la cerchia dei nostri piedi, Jimmy espresse il suo disgusto totale degli uomini e delle cose in termini particolarmente nauseanti. Singleton alzò la testa. Noi ammutolimmo. Il vecchio, rivolgendosi a Jimmy, domandò: «Stai morendo?». Così interrogato, James Wait parve orribilmente sorpreso e confuso. Eravamo tutti stupiti. Bocche rimasero aperte; cuori martellarono; occhi ammiccarono; una forchetta di stagno lasciata cadere tintinnò nel piatto; un uomo si alzò come per andarsene, ma rimase dov’era. In meno di un minuto, Jimmy si riprese: «Perché? Non lo vedi che è così?», disse con voce malferma. Singleton si portò alla bocca un pezzo di galletta inzuppata («I miei denti», era solito dichiarare, «non tagliano più»). «Bene, continua a morire», disse con venerabile soavità. «Non fare tante dannate storie con noi per questo; non possiamo aiutarti».
Jimmy ricadde sulla cuccetta e per lungo tempo giacque del tutto immobile, asciugandosi il sudore dal mento. I piatti della cena vennero riposti rapidamente. Sul ponte parlammo dell’incidente a bisbigli. Alcuni manifestarono una ridacchiante esultanza. Molti avevano un’aria grave. Wamibo, dopo lunghi periodi d’aria sognante ad occhi fissi, tentò sorrisi falliti; ed uno dei giovani scandinavi, assai tormentato dai dubbi, si azzardò, durante il secondo turno di guardia, ad avvicinare Singleton (il vecchio non ci incoraggiava molto a parlargli) e gli domandò timidamente: «Credi che morirà?». Singleton alzò gli occhi: «Perdiana! Ma certo che morirà», disse con deliberazione. Questo parve decisivo. E prontamente fu comunicato a tutti da colui che aveva consultato l’oracolo. Timido e avido, lo scandinavo si avvicinava e, distogliendo lo sguardo, recitava la sua formula: «Il vecchio Singleton dice che morirà!».
Fu un sollievo. Finalmente sapevamo che la nostra compassione non sarebbe stata mal posta, e di nuovo riuscimmo a sorridere senza apprensione… ma avevamo fatto i conti senza Donkin. Donkin non voleva «avere a che fare con quegli sporchi stranieri». Quando Nilsen andò a riferirgli la notizia, «Singleton dice che morirà!», gli rispose con uno sprezzante: «E anche tu creperai… stupido olandese. Vorrei che voi olandesi foste tutti morti… invece di venire a prendere il nostro denaro per portarlo nel vostro paese morto di fame».
Rimanemmo sbigottiti. Ci rendemmo conto che, tutto sommato, la risposta di Singleton non significava nulla. Incominciammo a odiarlo perché si burlava di noi. Tutte le nostre certezze si dileguavano; i rapporti con gli ufficiali erano dubbi; il cuoco ci considerava perduti; avevamo udito il parere del nostromo, secondo il quale eravamo «una turba di rammolliti». Sospettavamo di Jimmy, e l’uno dell’altro, e persino di noi stessi. Non sapevamo che cosa fare. Ad ogni svolta insignificante della nostra umile esistenza ci imbattevamo in Jimmy che, arrogante, bloccava la strada, sottobraccio alla sua spaventosa e velata amica. Era una misteriosa schiavitù.
La cosa era incominciata una settimana dopo la partenza da Bombay, capitandoci addosso furtivamente, come ogni grande disgrazia. Tutti avevamo notato sin dall’inizio che Jimmy era molto fiacco nel lavoro, ma ci eravamo limitati a pensare che fosse semplicemente la conseguenza della sua filosofia della vita. Donkin disse: «Non applichi sul cavo più peso di un dannato passero». Lo disprezzava. Belfast, sempre pronto alle risse, esclamò provocante: «Non si può dire che ti ammazzi, vecchio mio!». «E tu?», ribatté il negro, con estremo scherno… dopodiché Belfast batté in ritirata.
Un mattino, mentre stavamo lavando i ponti, il signor Baker gli gridò: «Porta la scopa da questa parte, Wait». Lui si incamminò languido. «Muoviti! Ehm!», ringhiò il signor Baker, «che cos’hanno quelle tue gambe?». Il negro si fermò di botto. Volse adagio verso l’ufficiale lo sguardo, con occhi che un’espressione audace e triste sembrava rendere sporgenti. «Non si tratta delle gambe», disse. «Sono i polmoni». Tutti ascoltavano. «Cosa? …Ehm!… Cos’è che non va nei tuoi polmoni?», domandò il signor Baker. Tutti gli uomini della corvée erano lì attorno sul ponte bagnato, sogghignanti, con secchi o scope in mano. Wait rispose luttuosamente: «Se ne stanno andando… o se ne sono andati. Non lo vede che sono un uomo morente? Io lo so!». Il signor Baker era disgustato. «Allora perché diavolo ti sei arruolato su questa nave?». «Devo pur vivere finché non morirò… no?», rispose lui. I sogghigni divennero audibili. «Scompari dal ponte… togliti di davanti ai miei occhi», disse il signor Baker. Era perplesso. Si trattava di un’esperienza unica. James Wait, ubbidiente, lasciò cadere la scopa e si allontanò adagio. Uno scoppio di risate lo seguì. Era troppo comico. Tutti gli uomini risero… Risero!… Ahimè!
Egli divenne l’aguzzino di ogni nostro momento; era peggio di un incubo. A vederlo, non si sarebbe detto che fosse malato; un negro non lo dimostra. Non era molto grasso, certo… ma d’altro canto non era neppure più magro di altri negri da noi conosciuti. Tossiva spesso, ma anche la persona meno prevenuta poteva accorgersi che, soprattutto, tossiva quando faceva comodo ai suoi scopi. Non voleva, o non poteva, svolgere il suo lavoro… e non restava a letto. Un giorno saliva sull’alberatura con i migliori e la volta seguente eravamo costretti a mettere in pericolo le nostre vite per portarne giù il corpo afflosciato.
Gli fu fatto rapporto, venne visitato, venne rimproverato, minacciato, adulato, consigliato. Fu chiamato nella cabina del comandante per un colloquio. Corsero le voci più pazze. Si disse che aveva fatto l’insolente con il vecchio; si disse che lo aveva intimorito. Charley sostenne che il comandante, «piangente», gli aveva dato «la sua benedizione e un vasetto di marmellata». Knowles seppe dal cameriere che l’ineffabile Jimmy aveva barcollato contro i mobili della cabina; che si era messo a gemere; che si era lamentato della brutalità e della incredulità generale; e che aveva concluso tossendo e sputacchiando dappertutto sui giornali di bordo del vecchio sparsi sul tavolo.
In ogni modo, Wait tornò a prora sorretto dal cameriere di bordo, il quale, con voce addolorata e scandalizzata, ci esortò: «Qua! Uno di voi lo sostenga! Deve mettersi a letto». Jimmy vuotò un’intera tazza di caffè e, dopo avere insolentito prima l’uno e poi l’altro, si coricò. Rimaneva quasi sempre nella cuccetta, ma quando gli faceva comodo usciva sul ponte e appariva tra noi. Era sprezzante e incupito. Contemplava il mare dinanzi a sé, e nessuno sarebbe stato in grado di dire che cosa significasse quel negro seduto in disparte in atteggiamento meditativo, immobile come una scultura.
Rifiutava costantemente ogni medicina; gettava in mare sago e farina di granturco e alla fine il cambusiere si stancò di portargliele. Chiese un calmante. Gliene consegnarono una grossa bottiglia, quanto bastava per avvelenare una moltitudine di bambini. La tenne tra il materasso e il rivestimento di assi d’abete sul fianco della nave; e nessuno lo vide mai prenderne una dose. Donkin lo insultava apertamente, lo scherniva mentre lui ansimava; e magari, quel giorno stesso, Wait gli prestava un maglione caldo. Una volta Donkin lo ingiuriò per mezz’ora di seguito, rimproverandogli il lavoro in più cui il turno di guardia era costretto dalla sua simulata malattia; terminò dandogli del «porco dal muso nero». Sotto l’incantesimo della nostra maledetta malvagità, rimanemmo sbigottiti dall’orrore. Ma Jimmy parve né più né meno godersi quell’insulto. Assunse un’espressione allegra… E Donkin si vide gettare un paio di vecchi stivali da marinaio. «Prendi, rifiuto dell’East End», tuonò Wait, «puoi tenerli».
Il signor Baker dovette infine dire al comandante che James Wait stava compromettendo la disciplina sulla nave. «Finirà con il darle un colpo in testa alla disciplina… proprio così, ehm», ringhiò il secondo ufficiale. In effetti, il turno di guardia di dritta rasentò il rifiuto d’ubbidienza quando, un mattino, ricevette dal nostromo l’ordine di lavare il castello di prora. Jimmy aveva trovato da ridire contro il pavimento bagnato… e quel mattino eravamo d’umore compassionevole. Ritenemmo che il nostromo fosse un bruto e, in pratica, glielo dicemmo. Soltanto il tatto delicato del signor Baker evitò una zuffa generale: egli si rifiutò infatti di prenderci sul serio. Si precipitò a prora e ci coprì di scortesi insulti, ma in un modo così cordiale e marinaresco che incominciammo a vergognarci di noi stessi. In verità, lo giudicavamo un marinaio troppo abile per poterlo volutamente irritare; e, in fin dei conti, Jimmy sarebbe potuto essere un impostore… probabilmente lo era! Il castello di prora venne pulito a fondo, quel mattino; ma nel pomeriggio preparammo un’infermeria di bordo nella cabina di coperta. Era una graziosa piccola cabina che dava sul ponte, con due cuccette. Vi venne trasportata la roba di Jimmy, e poi – nonostante le sue proteste – Jimmy stesso. Egli disse che non poteva camminare. Ve lo portarono quattro uomini entro una coperta. Si lagnò perché avrebbe dovuto morire lì dentro, solo come un cane. Ci affliggemmo per lui, ma eravamo felici di averlo eliminato dal castello di prora; continuammo comunque a occuparci di lui come prima. La cucina si trovava lì accanto e il cuoco faceva una capatina da lui parecchie volte al giorno. Wait divenne un po’ più allegro; Knowles asserì di averlo sentito ridere a scrosci, un giorno. Altri lo avevano veduto aggirarsi sul ponte durante la notte. Il suo posticino, la cui porta veniva tenuta socchiusa grazie a un lungo gancio, era sempre pieno di fumo di tabacco. Attraverso lo spiraglio parlavamo allegramente, talora ingiuriosamente, quando passavamo di lì, intenti al nostro lavoro. Egli ci affascinava; non lasciava mai morire il dubbio. La sua ombra si proiettava sulla nave. Invulnerabile per quanto concerneva la sua promessa di una rapida corruzione, calpestava il nostro rispetto per noi stessi e dimostrava quotidianamente la nostra mancanza di coraggio morale; contaminava le nostre esistenze. Se fossimo stati una miserabile banda di disgraziati immortali, profanati sia dalla speranza sia dal timore, non avrebbe potuto tiranneggiarci con una più spietata asserzione del suo privilegio sublime.
Capitolo terzo
Nel frattempo il Narciso, con le vele spiegate, uscì dal monsone favorevole. Andò adagio alla deriva, cambiando rotta di continuo, durante alcuni giorni di deludenti brezze leggere. Sotto lo scroscio di brevi e tiepidi acquazzoni, gli uomini borbottanti spostavano i pesanti pennoni da un lato all’altro; afferravano i cavi zuppi con gemiti e sospiri, mentre i loro ufficiali, imbronciati e grondanti di pioggia, impartivano senza posa ordini con voci stanche. Nei brevi momenti di sosta i marinai si guardavano con disgusto i palmi brucianti delle mani intorpidite, e si domandavano amaramente a vicenda: «Chi farebbe il marinaio se potesse essere contadino?». Tutti quanti erano irascibili e nessuno si curava di quel che diceva. In una notte tenebrosa, quando gli uomini di guardia, con il respiro corto nella calura e semiaffogati dalla pioggia, avevano faticato per quattro ore mortali passando da un braccio all’altro, Belfast dichiarò che avrebbe «piantato in eterno le navi a vela per imbarcarsi su un piroscafo». Questo, senza dubbio, era un po’ eccessivo.
Il capitano Allistoun, dando prova di un grande autocontrollo, mormorava malinconicamente al signor Baker: «Non c’è poi male… non c’è poi male», quando era riuscito a spingere, a far zigzagare e a manovrare la sua veloce nave per sessanta miglia in ventiquattr’ore. Dalla soglia della piccola cabina, Jimmy, il mento appoggiato alla mano, osservava le nostre sgradevoli fatiche con occhi insolenti e malinconici. Gli parlavamo con dolcezza… ma, non appena non poteva più vederci, ci scambiavamo agri sorrisi.
Poi, di nuovo, con il vento propizio e sotto un cielo limpido, il veliero continuò ad accumulare miglia verso la latitudine sud. Passò al largo di Madagascar e dell’isola Maurizio senza che la terra si intravedesse. I pennoni di rispetto vennero ancorati meglio con altre corde. Si rinforzarono anche i boccaporti. Il cameriere di bordo, nei momenti liberi e con un’aria preoccupata, cercò di applicare battenti di boccaporto alle porte delle cabine. Vele robuste furono piegate con cura. Sguardi ansiosi si volgevano ad ovest, verso il capo delle tempeste. La nave incominciò a beccheggiare su onde da sud-ovest e il cielo morbidamente luminoso delle basse latitudini assumeva sopra di noi uno splendore di giorno in giorno più freddo; si inarcava alto al di sopra della nave, vibrante e pallido, come un’immensa cupola d’acciaio, nella quale risuonava la voce profonda delle burrasche che andavano rinfrescando. La luce del sole splendeva gelida sui bianchi riccioli delle onde nere. Dinanzi al soffio potente dei colpi di vento da ovest, la nave, con la velatura ridotta, si inclinava adagio, ostinata e cedevole. Zigzagava nello sforzo incessante di aprirsi un varco attraverso la violenza invisibile dei venti; precipitava a capofitto in scuri e lisci avvallamenti; si rialzava a fatica sulle creste nevose dei grandi marosi in corsa; rollava, irrequieta, da un lato all’altro, come una creatura in travaglio. Resistente e prode, rispondeva agli inviti degli uomini; e i suoi esili alberi che eternamente oscillavano in bruschi semicerchi, sembravano fare invano cenni di soccorso al cielo tempestoso.
Era un brutto inverno al largo del Capo, quell’anno. I timonieri sostituiti scendevano dal ponte di comando agitando le braccia, oppure correvano battendo forte i piedi e soffiandosi sulle dita gonfie e rosse. Gli uomini del turno di guardia sul ponte evitavano le trafitture degli spruzzi gelidi, oppure, accovacciati in angoli riparati, osservavano lugubremente gli alti e spietati marosi che invadevano la nave uno dopo l’altro con furia implacabile. L’acqua si avventava a cataratte contro le porte del castello di prora. Bisognava precipitarsi attraverso una cascata per arrivare alla cuccetta bagnata. Gli uomini entravano zuppi e uscivano irrigiditi ad affrontare le richieste redentrici e spietate della loro sorte oscura e gloriosa. All’estrema poppa, attraverso i brumosi turbini dei colpi di vento, si potevano vedere gli ufficiali intenti a scrutare vigili sopravvento. In piedi accanto al parapetto, vi si reggevano torvi, impettiti e luccicanti nei lunghi impermeabili; e durante il beccheggio disordinato della nave sbalestrata dalla tempesta, apparivano lassù in alto, assidui, violentemente squassati al di sopra della linea grigia di un orizzonte nuvoloso nell’immobilità del loro atteggiamento.
Osservavano il tempo e la nave come uomini sulla terraferma spiano i casi importanti della fortuna. Il capitano Allistoun non abbandonava mai il ponte di comando, come se avesse fatto parte delle attrezzature della nave. Di quando in quando il cambusiere, rabbrividendo, ma sempre in maniche di camicia, arrancava verso di lui con un po’ di caffè bollente, una metà del quale la tempesta soffiava via dalla tazza prima che avesse potuto giungere alle labbra del comandante. Il capitano beveva quel che restava, gravemente, con una lunga sorsata, mentre spruzzi violenti crepitavano forte sulla sua cerata, mentre il mare gli arrivava scrosciando intorno agli alti stivali; e mai distoglieva lo sguardo dalla sua nave. Teneva lo sguardo fisso su di essa come un uomo affettuoso osserva le altruistiche fatiche di una donna delicata, all’esile filo della cui esistenza siano sospesi tutto il significato e tutta la felicità del mondo. Noi tutti osservavamo la nave.
Era bella e aveva un difetto. Non l’amavamo meno per questo. Ne ammiravamo a voce alta le qualità, le vantavamo tra noi, quasi ci fosse appartenuta, e la consapevolezza della sua sola pecca la tenevamo sepolta nel silenzio del nostro affetto profondo. Era nata nello strepito tonante dei magli che battevano sul ferro, tra neri vortici di fumo, sotto un cielo grigio, sulle rive della Clyde. Il fragoroso e cupo fiume genera creature di bellezza che si allontanano galleggiando nel sole del mondo per essere amate da uomini. Il Narciso apparteneva a questa prole perfetta. Era meno perfetto di molti velieri, forse, ma ci apparteneva, e lo trovavamo, per conseguenza, incomparabile. Ne andavamo fieri. A Bombay, ignoranti uomini di terraferma alludevano ad esso come a «quella graziosa nave grigia». Graziosa! Spregevole tributo elogiativo! Era, noi lo sapevamo, il veliero più splendido che fosse mai stato varato. Cercavamo di dimenticare che, come tanti bei velieri, era a volte piuttosto instabile. Si trattava di una nave esigente. Richiedeva attenzione nell’essere caricata e manovrata, e nessuno sapeva esattamente quanta attenzione sarebbe bastata. Tali sono le imperfezioni dei miseri uomini! Ma la nave lo sapeva e talora correggeva la presuntuosa ignoranza umana mediante la salutare disciplina della paura. Avevamo saputo episodi minacciosi relativi a traversate precedenti. Il cuoco (tecnicamente un marinaio, ma in realtà non lo era affatto)… il cuoco, quando gli capitava qualche contrattempo, come ad esempio una pentola che si rovesciava, borbottava tetramente, pulendo il pavimento: «Ecco! Guardate che cosa ha fatto! In qualche traversata affogherà tutti gli uomini a bordo! Vedrete se non sarà così!». Al che il cambusiere, che rubava un momento nella cucina per riprendere fiato nel vortice della sua tormentata esistenza, osservava filosoficamente: «Quelli che lo vedranno non potranno dirlo, ad ogni modo. Io non voglio vederlo».
Noi deridevamo quelle paure. Il nostro cuore era tutto per il vecchio quando egli le si imponeva con forza, così da farla resistere, resistere durante ogni centimetro guadagnato controvento; quando, con le vele terzaruolate, la costringeva a balzare obliquamente su onde enormi. Gli uomini, pigiati insieme a poppa in un gruppo prontissimo al primo aspro ordine di un ufficiale che veniva a montare di guardia sul ponte con il maltempo: «Quelli del turno di guardia a disposizione», ne ammiravano la prodezza. Battevano le palpebre nel vento; le loro scure facce erano bagnate da gocce d’acqua più salsa e più amara delle lacrime umane; barbe e baffi, zuppi, pendevano diritti e gocciolanti come sottili alghe marine. Erano fantasticamente deformi; con gli alti stivaloni, i cappelli simili a elmetti, e goffamente dondolanti, rigidi e voluminosi nelle lucenti cerate, somigliavano a uomini stranamente equipaggiati per qualche avventura favolosa. Ogni volta che la nave si sollevava con facilità su un mare verde e torreggiante, gomiti affondavano in costole, facce si illuminavano, labbra mormoravano: «Non si è comportata bene?», e tutte le teste, voltandosi come una sola, osservavano con sogghigni sardonici l’onda messa in iscacco passare ruggendo sottovento, bianca della bava di una rabbia mostruosa. Ma quando la nave non era stata abbastanza veloce e colpiva pesantemente l’onda, e tremava tutta dopo il colpo, ci avvinghiavamo alle corde e, guardando all’insù le strette strisce della velatura zuppa e tesa che sbatteva disperatamente in alto, pensavamo in cuor nostro: “Non c’è da stupirsi, povera creatura!”.
Il trentaduesimo giorno dopo la partenza da Bombay cominciò in modo infausto. In mattinata, un cavallone fracassò una delle porte della cucina. Ci precipitammo dentro attraverso nembi di vapore e trovammo il cuoco bagnatissimo e indignato contro la nave: «Peggiora di giorno in giorno! Sta cercando di affogarmi davanti ai fornelli!». Era su tutte le furie. Lo calmammo, e il carpentiere, sebbene trascinato via per ben due volte dalle ondate, riuscì a riparare la porta. A causa dell’incidente, la nostra cena non fu pronta che tardi, ma in ultimo la cosa non rivestì alcuna importanza perché Knowles, che era andato a prenderla, venne scaraventato giù da un cavallone e l’intera cena finì in mare.
Il capitano Allistoun, con un’aria più severa e a labbra più strette che mai, si intestardì a mantenere spiegate le vele di gabbia e la vela di trinchetto, e non volle accorgersi che la nave, costretta a fare troppo, sembrava perdersi completamente di coraggio per la prima volta da quando noi la conoscevamo. Si rifiutava di sollevarsi sulle onde, e si trapanava un passaggio, astiosamente, attraverso i marosi. Per due volte, correndo, come se fosse stata cieca o stanca della vita, affondò deliberatamente la prua in una grossa ondata, che spazzò i ponti da un’estremità all’altra. Come fece osservare il nostromo con accentuata irritazione mentre sguazzavamo qua e là tutti insieme per cercar di salvare una inutile tinozza: «Ogni dannata cosa su questa nave finirà in mare nel pomeriggio». Il venerabile Singleton ruppe il suo abituale silenzio e disse, con un’occhiata all’alberatura: «Il vecchio è adirato con il maltempo, ma non è bene prendersela contro i venti del Cielo».
Jimmy aveva chiuso la porta della sua cabina, naturalmente. Sapevamo che stava all’asciutto e comodo nel suo piccolo rifugio e, nella nostra maniera assurda, ora ne eravamo contenti, ora ci sentivamo esasperati da tale certezza. Donkin si imboscava spudoratamente, irrequieto e infelice. Brontolò: «Sto crepando di freddo qui fuori con ’sti maledetti stracci bagnati, mentre quel mascalzone di un negro rimane all’asciutto con una dannata cassetta piena di maledetti indumenti; all’inferno la sua nera animaccia!».
Non gli badammo affatto; ignoravamo quasi completamente Jimmy e il suo amico del cuore. Non c’era tempo per oziosi sondaggi dell’anima umana. Le vele sbattevano svuotate di vento. Qualcosa si spezzava. Gelidi e bagnati venivamo trascinati dall’acqua qua e là per il ponte mentre cercavamo di riparare i danni. La nave era sbalestrata, scossa furiosamente, come un giocattolo nelle mani di un pazzo. Proprio al tramonto accorremmo a ridurre le vele dinanzi alla minaccia di una scura nube satura di grandine. La violenta raffica di vento brutale come il colpo di un pugno. La nave, liberata in tempo dalla velatura, l’accolse coraggiosamente; cedette con riluttanza all’assalto formidabile; poi, sollevandosi con un movimento maestoso e irresistibile, portò gli alberi sopravvento tra le zanne della raffica stridente.
Dalle tenebre abissali della nera nube che la sovrastava, candida grandine la flagellò, picchiò sul sartiame, rimbalzò a manciate dai pennoni, ricadde sul ponte… tonda e scintillante nel buio tumulto come una pioggia di perle. Poi passò. Per un momento un sole livido proiettò orizzontalmente gli ultimi raggi di una luce sinistra tra le montagne delle onde ripide e incalzanti. Quindi una notte selvaggia si avventò su di noi… e cancellò con un ululato enorme quel lugubre residuo di una giornata di tempesta.
Nessuno riuscì a dormire a bordo, quella notte. Quasi tutti i marinai ricordano nella loro vita una o due simili notti del culminare di un uragano. Sembra che più nulla rimanga nell’intero universo tranne tenebre, clamore, furia… e la nave. Ed essa, simile all’ultimo residuo di un creato mandato in frantumi, va alla deriva, avendo a bordo un tormentato scampolo di peccaminosa umanità, attraverso la disperazione, il tumulto e la sofferenza di un terrore vendicativo.
Nel castello di prora nessuno dormì. La lampada ad olio di metallo, sospesa ad un lungo spago, descriveva, fumante, ampi circoli; gli indumenti bagnati formavano scuri mucchi sul pavimento lucente; uno straterello d’acqua scorreva avanti e indietro. Gli uomini giacevano nelle cuccette con gli stivali, appoggiati ai gomiti e tenendo gli occhi spalancati. Impermeabili di cerata appesi oscillavano in qua e in là, animati e inquietanti come noncuranti spettri di marinai decapitati che danzassero nella tempesta. Nessuno parlava e tutti ascoltavano.
All’esterno la notte gemeva e singhiozzava con l’accompagnamento di un continuo e forte tremolo, come di innumerevoli tamburi che rullassero in lontananza. Strida passavano nell’aria. Tremendi tonfi sordi facevano tremare la nave mentre essa rollava sotto il peso delle ondate che si rovesciavano in coperta. A volte si sollevava rapidamente, quasi volesse abbandonare questa terra per sempre, poi, durante momenti interminabili precipitava nel vuoto e il cuore di tutti gli uomini a bordo si immobilizzava, finché un urto spaventoso, previsto eppure improvviso, li faceva nuovamente pulsare con un gran battito.
Dopo ogni scombussolante scossone della nave, Wamibo, completamente disteso, con la faccia contro il guanciale, gemeva sommessamente dando un suono al dolore del suo tormentato universo. Di tanto in tanto, per una intollerabile frazione di secondo, la nave, nel prorompere più feroce di un terribile tumulto, rimaneva inclinata sul fianco, vibrante e immobile, in un’immobilità ancora più spaventosa del moto più frenetico. Allora, su tutti quei corpi proni passava un fremito, un brivido di incertezza. Un uomo sporgeva in fuori la testa ansiosa e due occhi luccicavano nel dondolio della lampada che ardeva frenetica. Taluni spostavano un poco le gambe, quasi si accingessero a saltar giù. Ma parecchi altri, immobili in posizione supina, afferrati saldamente con una mano al bordo della cuccetta, fumavano nervosamente a rapidi sbuffi, lo sguardo fisso verso l’alto; immobilizzati in una gran brama di tranquillità.
A mezzanotte venne impartito l’ordine di ammainare la vela di perrocchetto e di mezzana. Con immense fatiche gli uomini strisciarono in alto tra spietati colpi di vento, ammainarono le vele e ridiscesero quasi esausti, per sopportare in un silenzio ansimante gli spietati colpi d’ariete del mare. Forse per la prima volta nella storia della marina mercantile, gli uomini del turno di guardia, dopo aver avuto l’ordine di smontare, non lasciarono il ponte, quasi fossero costretti a rimanervi perché affascinati da una violenza velenosa. Ad ogni forte colpo di vento, pigiati gli uni contro gli altri, andavano bisbigliandosi a vicenda: «Non può soffiare più forte di così», e, di lì a non molto, la tempesta li smentiva con un urlo penetrante e ricacciava loro il respiro nella gola. Un turbine violentissimo parve esplodere e dilaniare la densa massa di vapori fuligginosi; e al di là dei brandelli delle nubi lacerate si poté vedere alta nel cielo la luna che correva all’indietro con velocità spaventosa, proprio nell’occhio del ciclone. Molti uomini chinarono il capo, mormorando che a guardarla si sentivano «torcere le budella». Ben presto le nubi si richiusero e il mondo ridivenne una tenebra infuriante e cieca che ululava, scagliando contro la nave solitaria salsi spruzzi e nevischio.
Verso le sette e mezzo l’oscurità di pece intorno a noi divenne di un verde spettrale e ci rendemmo conto, allora, che il sole era spuntato. Quella luce del giorno, innaturale e minacciosa, nella quale riuscivamo a scorgere gli uni degli altri soltanto occhi spiritati e facce tirate, non fu che un altro pedaggio imposto alla nostra sopportazione. L’orizzonte sembrava essersi avvicinato da ogni lato alla distanza di un braccio dalla nave. In quell’angusta cerchia, marosi infuriati balzavano su, colpivano e ricadevano. Una pioggia di sale formata da grosse gocce cadeva obliqua volando come nebbia. La vela di gabbia volante doveva essere imbrogliata e con flemmatica rassegnazione tutti si accinsero a salire una volta di più a riva; ma gli ufficiali sbraitarono, spinsero indietro, e infine capimmo che non sarebbe stato consentito di salire sul pennone a un numero di uomini superiore a quello strettamente necessario. Era probabile che da un momento all’altro gli alberi venissero spezzati o trascinati via in mare, e ne concludemmo che il comandante non voleva veder scomparire tutta la sua gente in una volta sola. Questo era ragionevole. Gli uomini di guardia in quel momento, guidati dal signor Creighton, incominciarono a dibattersi su per le manovre. Il vento li appiattiva contro le griselle; poi, diminuendo un poco, consentiva loro di salire per un altro paio di piuoli; e di nuovo, con una folata improvvisa, inchiodava lungo tutte le sartie l’intera fila di uomini inerpicantisi in atteggiamenti da crocifissi. L’altro turno di guardia si precipitò sul ponte principale per ammainare la vela. Le teste degli uomini dondolavano mentre l’acqua li scaraventava irresistibilmente da un lato all’altro della nave. Il signor Baker ringhiava incoraggiante tra noi, farfugliando e soffiando tra l’intrico dei cavi come un’energica focena. Grazie a un momento di calma minaccioso e infido, il lavoro venne svolto senza che nessuno finisse in mare, sia dal ponte, sia dal pennone. La tempesta parve momentaneamente placarsi e la nave, quasi ci fosse grata di tante fatiche, parve riprendere coraggio e affrontò meglio i cavalloni.
Alle otto, gli uomini smontati dal turno di guardia, dopo avere aspettato il momento propizio, corsero a prora sul ponte inondato per andare a riposarsi un po’. L’altra metà dell’equipaggio rimase a poppa per «portare la nave fuori dei guai», come si espressero gli uomini. I due ufficiali esortarono il comandante a scendere in cabina.
Il signor Baker gli ringhiò nell’orecchio: «Ehm! Certo, adesso… Ehm… fiducia in noi… non rimane altro da fare… deve resistere o colare a picco. Ehm! Ehm!».
L’alto e giovane signor Creighton chinò il capo a sorridergli allegramente: «È salda come un treppiedi! Si riposi un po’, signore!».
Il capitano li guardò impassibile, con gli occhi iniettati di sangue e insonni. Aveva gli orli delle palpebre scarlatti e muoveva la mascella senza posa, con un lento sforzo, come se avesse masticato un pezzo di gomma. Scosse la testa e ripeté:
«Non badate a me. Devo vederla fuori del pericolo… devo vederla fuori del pericolo», ma acconsentì a sedersi per un momento sull’osteriggio, con la faccia dura voltata inflessibilmente controvento. Il mare le sputava contro… e stoica essa grondava acqua come se avesse pianto. Sul lato sottovento della poppa, gli uomini di guardia, avvinghiati alle sartie di mezzana e l’uno all’altro, cercavano di scambiarsi parole incoraggianti. Singleton, al timone, urlò: «Attenti, voi!». La sua voce giunse loro come un bisbiglio ammonitore. E trasalirono.
Un enorme maroso spumeggiante scaturiva dalla nebbia; si avventò contro la nave scrosciando selvaggiamente e, nella sua corsa, parve perfido e distruttivo come un pazzo armato di scure. Uno o due uomini, urlando, si arrampicarono sulle sartie; quasi tutti gli altri, trattenendo convulsamente il respiro, rimasero dove si trovavano. Singleton conficcò le ginocchia sotto il sostegno del timone, e con cautela manovrò favorendo il beccheggio della nave, senza però distogliere lo sguardo dall’onda che andava avvicinandosi. Essa torreggiava vicina e alta, simile a una parete di vetro verde sormontata da neve. La nave si innalzò verso di essa come se si fosse librata su ali, e per un attimo rimase in equilibrio sulla cresta spumeggiante, simile a un uccello marino. Prima che avessimo potuto riprendere fiato, un colpo di vento formidabile la investì, un altro cavallone le piombò addosso slealmente a prora sopravvento, essa ebbe un traballante e violento rollio e i ponti vennero inondati.
Il capitano Allistoun balzò in piedi e cadde; Archie gli rotolò addosso gridando: «Si risolleverà!». La nave rollò di nuovo sottovento; le bigotte inferiori affondarono profondamente; gli uomini si sentirono mancare sotto i piedi e rimasero appesi scalcianti alla poppa inclinata. Videro la nave coricarsi nell’acqua e urlarono tutti insieme: «Affonda!». A prua le porte del castello di prora si spalancarono e si videro i marinai saltar fuori uno dopo l’altro, alzando le braccia; poi, cadendo sulle mani e sulle ginocchia, sgattaiolarono carponi lungo la parte alta della coperta, più inclinata del tetto di una casa. Il mare si sollevava di sottovento dando loro la caccia; sembravano miserabili in quella lotta disperata, simili a vermi che fuggissero dinanzi a una piena; si arrampicarono su per la scaletta di poppa uno dopo l’altro, seminudi, con gli occhi sbarrati e folli; e non appena arrivati lassù si gettarono a gruppi sottovento, ad occhi chiusi, finché non andarono a urtare pesantemente con le costole contro i montanti di ferro del parapetto; poi, grugnendo, rotolarono in una massa contusa. L’immenso volume d’acqua proiettato in avanti dall’ultimo rollio della nave aveva frantumato la porta sottovento del castello di prora. Gli uomini poterono vedere le loro cassette da marinaio, i guanciali, le coperte, gli indumenti venir fuori a galla sull’acqua. Tornando a fatica sopravvento, guardarono sgomenti. I pagliericci galleggiavano sulle onde, le coperte – distese – si ondulavano, mentre le cassette da marinaio, piene d’acqua e fortemente inclinate, beccheggiavano con violenza, come uno scafo senza alberatura, prima di affondare; il cappotto pesante di Archie passò con le braccia aperte, simile a un marinaio affogato che galleggiasse con la testa sott’acqua.
Alcuni uomini, pur cercando di ficcare le unghie nelle assi, scivolavano: altri, incuneati negli angoli, facevano roteare occhi enormi. Tutti urlavano senza posa: «Gli alberi! Tagliarli! Tagliarli!…».
Un nero turbine ululava basso sulla nave che giaceva coricata su un fianco, con i pennoni puntati verso le nubi; mentre gli altri alberi, inclinati quasi sino a puntare verso l’orizzonte, sembravano essere incommensurabilmente lunghi. Il carpentiere lasciò la presa, rotolò contro l’osteriggio e incominciò a strisciare verso l’ingresso della cabina, ove una grossa scure era tenuta pronta per evenienze del genere. In quel momento la scotta della vela di gabbia si spezzò, l’estremità del pesante cavo sferragliò in alto e scintille di rosso fuoco sprizzarono giù attraverso gli spruzzi. La vela sbatté una volta, con uno scossone che parve strapparci i cuori ed estrarceli di tra i denti, e all’istante si tramutò in un fascio di sottili nastri sventolanti che formarono nodi gli uni con gli altri e finirono per immobilizzarsi contro il pennone.
Il capitano Allistoun si rialzò a fatica, riuscì a rimanere ritto con la faccia accanto al ponte sul quale gli uomini oscillavano all’estremità dei cavi, come predoni di nidi su un dirupo. Poggiava uno dei piedi sul petto di qualcuno; aveva la faccia paonazza e muoveva le labbra. Anche lui urlò; urlò piegandosi in due: «No! No!».
Il signor Baker, con una gamba sulla chiesuola della bussola, tuonò: «Ha detto no? Di non tagliare?». Il capitano scosse la testa come un forsennato. «No! No!». Tra le gambe di lui, il carpentiere che stava strisciando lo udì, si afflosciò subito e giacque disteso in tutta la sua lunghezza nell’angolo dell’osteriggio. Altre voci ripresero il grido: «No! No!». Poi tutto tacque.
Aspettarono che la nave si capovolgesse completamente e li scaraventasse in mare; e sullo sfondo dello strepito tremendo del vento e del mare, non un mormorio di rimostranza giunse da quegli uomini, ognuno dei quali avrebbe dato parecchi anni della sua vita pur di vedere «quegli alberi dannati finire in mare». Ritenevano tutti che fosse la loro unica possibilità di salvarsi; ma un ometto dalla faccia severa scuoteva la testa grigia e urlava «No!» senza degnarli nemmeno di uno sguardo. Gli uomini tacevano e ansimavano. Si avvinghiavano ai corrimano, si erano passati corde sotto le braccia; si afferravano agli anelli fissati con bulloni, strisciavano e si ammonticchiavano là ove esisteva un punto d’appoggio; si reggevano con tutte e due le braccia, si agganciavano a qualsiasi cosa si trovasse sopravvento con i gomiti, con il mento, quasi con i denti; e taluni, nell’impossibilità di allontanarsi strisciando da dove erano stati scaraventati, sentivano il mare balzar su e colpirli alla schiena mentre si sforzavano di portarsi più in alto.
Singleton era rimasto avvinghiato al timone. I capelli gli volavano nel vento; la tempesta sembrava afferrare per la barba l’avversario di un’intera vita e scrollargli la testa. Egli non mollava la presa e, con le ginocchia conficcate tra i raggi della ruota del timone, volava su e giù come un uomo su un ramo.
Poiché la morte sembrava non essere ancora pronta, gli uomini cominciarono a guardarsi attorno. Donkin, rimasto agganciato per un piede alla spirale di una corda, pendeva a testa in giù sotto di noi e sbraitava, con la faccia voltata verso il ponte: «Tagliate! Tagliate!». Due marinai si calarono con cautela fino a lui; altri fecero forza sulla corda. Lo issarono, lo spinsero in un luogo sicuro, lo tennero. Egli urlò imprecazioni contro il comandante, lo minacciò con il pugno, lanciando bestemmie orribili, ci gridò, servendosi di parole oscene: «Tagliate! Non date retta a quel pazzo assassino! Qualcuno di voi tagli gli alberi!». Uno di coloro che lo avevano salvato lo colpì con un manrovescio alla bocca; la testa di lui batté sul ponte ed egli si ammutolì a un tratto, pallido in viso e ansimante, con alcune gocce di sangue che gli colavano dal labbro tagliato.
Sul lato sottovento v’era un altro uomo lungo disteso come se fosse stordito; soltanto il battente di boccaporto gli impediva di finire in mare. Era il cambusiere. Dovemmo legarlo come una balla perché il terrore lo paralizzava. Era uscito di corsa dalla dispensa quando aveva sentito la nave sul punto di capovolgersi, ed era rotolato giù indifeso stringendo tra le dita un boccale di terracotta. Il boccale non si era rotto. Non senza difficoltà glielo strappammo di mano e quando lo vide tra le nostre dita si meravigliò. «Dove lo avete preso?», continuò a domandarci con voce tremula. Aveva la camicia a pezzi; le maniche lacerate battevano come ali. Due uomini lo legarono, gli passarono attorno due volte la corda che lo teneva ed egli somigliò a un fagotto di stracci bagnati.
Il signor Baker strisciò lungo la fila di marinai, domandando: «Ci siete tutti?», e osservandoli. Alcuni ammiccavano con sguardi vacui, altri tremavano convulsamente; la testa di Wamibo ciondolava sul petto; e tutti, in atteggiamenti penosi, tagliati dalle corde, spossati a furia di afferrarsi a qualcosa, raggomitolati negli angoli, respiravano ansimando. Le loro labbra guizzavano. E ad ogni sconvolgente sollevarsi della nave ingavonata aprivano la bocca come per gridare. Il cuoco, abbracciando un montante di legno, ripeteva inconsciamente una preghiera. In ogni breve sosta del frastuono demoniaco, lo si poteva udire laggiù, senza berretto e pantofole, a implorare in quella tempesta il signore delle nostre vite di non indurlo in tentazione. Ben presto anch’egli tacque. In tutto quel gruppo di uomini gelati e affamati, che aspettavano stancamente una morte violenta, non si udì una sola voce; i marinai tacevano e, chiusi in un cupo raccoglimento, ascoltavano le imprecazioni orribili della bufera.
Passarono ore. Gli uomini erano riparati, grazie alla forte inclinazione della nave, dal vento che si avventava con un lungo gemito ininterrotto sopra le loro teste; ma gelidi acquazzoni scrosciavano di quando in quando sulla calma inquieta del loro rifugio. Sotto il tormento di quell’ulteriore castigo, qualche spalla si muoveva, denti battevano. Il cielo si andava schiarendo e un vivido sole splendette sulla nave. Dopo ogni scroscio di cavalloni, radiosi e fuggevoli arcobaleni si inarcavano sopra lo scafo alla deriva tra nembi di spruzzi. La tempesta stava terminando con un vento fresco che scintillava e tagliava come un coltello.
Tra due barbuti veterani del mare, Charley, legato con la lunga sciarpa di qualcuno a un anello imbullonato al ponte, piangeva sommessamente, versando rare lacrime strappategli dall’intontimento, dal freddo, dalla fame, e dalla sofferenza in generale. Uno dei due uomini che gli erano vicini gli affondò il gomito nelle costole, domandandogli rozzamente: «Dov’è andata a finire la tua impudenza? Quando il tempo è buono, non c’è nessuno che riesca a tenerti, pivello». Poi, voltandosi con prudenza, l’uomo si tolse la cerata e la gettò sul ragazzo. L’altro marinaio gli si fece più vicino, borbottando: «Questa esperienza farà di te un uomo, figliolo». Lo allacciarono con le braccia e si strinsero contro di lui. Charley fletté le gambe e le palpebre gli si chiusero.
Si udirono sospiri mentre gli uomini, rendendosi conto che non sarebbero «annegati in un batter d’occhio», cercavano posizioni più comode. Il signor Creighton, ferito a una gamba, giaceva tra noi stringendo le labbra. Alcuni uomini che facevano parte del suo turno di guardia, si accinsero ad assicurarlo meglio sul ponte. Senza dire una parola né rivolgere loro uno sguardo, egli alzò le braccia una dopo l’altra per facilitare l’operazione, e non un muscolo si mosse sulla sua faccia severa e giovanile. Gli domandarono con sollecitudine: «Sta più comodo adesso, signore?». Rispose con un brusco: «Così va bene». Era un giovane ufficiale severo, ma molti uomini del suo turno di guardia solevano dire che gli erano molto affezionati perché aveva un modo «così signorile di farci dannare su e giù per il ponte». Altri, incapaci di discernere simili sottili sfumature di raffinatezza, lo rispettavano per la sua abilità.
Per la prima volta da quando la nave si era ingavonata al punto da avere i bagli quasi verticali, il capitano Allistoun si degnò di rivolgere una breve occhiata ai suoi uomini. Era quasi ritto… un piede contro il lato dell’osteriggio, un ginocchio sul ponte; e, con l’estremità dell’osteriggio avvolta intorno al petto, oscillava avanti e indietro, lo sguardo fisso dinanzi a sé e vigile, simile a un uomo intento a cercare un segno. Dinanzi ai suoi occhi, la nave, con il ponte per metà sott’acqua, saliva e scendeva su grosse ondate che le correvano sotto lampeggianti nella fredda luce solare. Incominciammo a pensare che avesse una meravigliosa galleggiabilità… tutto considerato. Si udirono voci fiduciose gridare: «Ce la farà, ragazzi!». Belfast esclamò con fervore: «Darei un mese di paga per poter fumare la pipa!».
Uno o due uomini, passandosi la punta arida della lingua sulle labbra coperte di sale, borbottarono qualcosa a proposito di «un sorso d’acqua». Il cuoco, quasi fosse stato ispirato, strisciò fino ad avere il petto contro il barile di poppa e vi guardò dentro. Rimaneva un po’ d’acqua sul fondo. Egli sbraitò, agitando le braccia, e due uomini cominciarono a strisciare avanti e indietro con il boccale. Potemmo bere tutti quanti una lunga sorsata. Il comandante scosse la testa spazientito, rifiutando. Quando toccò a Charley, uno dei due uomini che gli stavano vicini gridò: «Il dannato ragazzo dorme».
Dormiva come se gli fossero stati somministrati narcotici. Lo lasciarono stare. Singleton tenne la ruota del timone con una mano, mentre beveva, chinandosi per riparare le labbra dal vento. Fu necessario dare di gomito a Wamibo e urlare prima che egli vedesse il boccale tenuto dinanzi ai suoi occhi. Knowles disse con sagacia: «È meglio di un bicchierino di rum». Il signor Baker ringhiò: «Grazie». Il signor Creighton bevve e annuì con la testa. Donkin trangugiò l’acqua avidamente, sbarrando gli occhi irosi al di sopra del boccale. Belfast ci fece ridere quando, con una smorfia della bocca, urlò: «Passar da bere in questo modo! Siamo tutti astemi, qui!».
Il comandante, al quale un uomo accovacciato offrì di nuovo il boccale, gridando: «Abbiamo bevuto tutti, capitano», lo prese brancolando, senza smettere di guardare dinanzi a sé, quasi non potesse consentirsi di sottrarre un mezzo sguardo alla nave. Le facce degli uomini si illuminarono. Urlammo al cuoco: «Ben fatto, dottore!». Egli sedeva sottovento, puntellato dal barile dell’acqua, e ci diede urlando una prolissa risposta, ma i marosi si stavano rompendo con un fragore di tuono proprio in quel momento, e all’orecchio ci giunsero soltanto brandelli di frasi che suonavano come «Provvidenza» e «rinato». Aveva ricominciato con il suo pallino di predicare. Gli facemmo gesti amichevoli ma beffardi, e, dal basso rispetto a noi, egli alzò un braccio, reggendosi con l’altro, e mosse le labbra; ci sorrise radioso, alzando la voce… molto serio, chinando il capo per evitare gli spruzzi.
A un tratto qualcuno gridò: «Dov’è Jimmy?», e, una volta di più, rimanemmo inorriditi. L’ultimo uomo della fila, il nostromo, urlò rauco: «Qualcuno lo ha visto uscire?». Voci esclamarono con sgomento: «È annegato… vero?»… «Ma no! È nella sua cabina!»… «Buon Dio!»… «Preso come un dannato topo in trappola!»… «Non ha potuto aprire la porta!»… «Già! La nave si è ingavonata troppo rapidamente e l’acqua ha bloccato la porta»… «Poveraccio!»… «Non si può far niente per lui»… «Andiamo a vedere…».
«Il diavolo se lo porti! E chi potrebbe andarci!», urlò Donkin.
«Nessuno si aspetta che ci vada tu», grugnì l’uomo accanto a lui. «Tu non sei un uomo».
«C’è una mezza probabilità di arrivare sin là?», domandarono due o tre uomini insieme.
Belfast si slegò con cieca impetuosità e tutto a un tratto scivolò sottovento, più rapido di un fulmine. Lanciammo tutti un grido di sgomento; ma, con le gambe fuoribordo, egli resistette e urlò che gli lanciassimo una corda. Nella nostra tragica situazione nulla poteva essere terribile; pertanto lo giudicammo buffo mentre scalciava laggiù con la faccia atterrita, e, quasi che fossimo stati istericamente contagiati da una chiassosa ilarità, tutti quegli uomini disfatti scoppiarono in una risata, con gli occhi folli, simili a un gruppo di pazzi legati a una parete. Il signor Baker fece girare su se stessa la chiesuola della bussola e allungò verso di lui una gamba. Egli risalì alquanto spaventato, e ci classificò, con parole abominevoli, tra la «feccia».
«Sei… Ehm! Sei un osceno accattone, Craik», ringhiò il signor Baker.
Belfast rispose, balbettando per l’indignazione: «Li guardi, signore! I maledetti, sudici figuri! Ridere di un compagno che cade in mare. E dicono di essere uomini, per giunta». Ma, dall’altro lato della poppa, il nostromo gridò: «Vieni con me», e Belfast strisciò via in fretta per raggiungerlo. I cinque uomini in equilibrio sul margine del cassero, guardarono in basso studiando il modo migliore per portarsi a prora. Gli altri, contorcendosi nei cordami, voltandosi penosamente, stettero a guardare a bocca aperta. Il capitano Allistoun non vide nulla; egli sembrava tenere a galla la nave con gli occhi, compiendo uno sforzo sovrumano di concentrazione. Il vento ululava forte nella luce del sole; colonne di spuma si alzavano perpendicolarmente; e nello splendore degli arcobaleni che sbocciavano sullo scafo vibrante, gli uomini discesero con cautela, scomparendo alla vista con movimenti deliberati.
Passarono dondolando da una caviglia a una galloccia sopra l’acqua che investiva il ponte semisommerso. Con le punte dei piedi raschiavano le assi. Masse d’acqua verde e gelida si rovesciavano oltre la murata e sulle loro teste. Rimasero immobili per un momento reggendosi a braccia tese, con il respiro mozzo, e gli occhi chiusi… poi, lasciata la presa con una mano, in equilibrio con le teste ciondolanti, cercarono di afferrare qualche cavo o qualche montante più avanti. L’atletico nostromo dalle lunghe braccia passava rapido da una presa all’altra, afferrando sostegni con un pugno duro come ferro e ricordando improvvisamente brani dell’ultima lettera della sua «vecchia». Il piccolo Belfast strisciava in preda alla rabbia, farfugliando: «Negro maledetto». Wamibo lasciava sporgere la lingua di tra le labbra per l’eccitazione; e Archie, intrepido e calmo, aspettava l’occasione propizia per muoversi con intelligente freddezza.
Quando vennero a trovarsi sopra il lato del casotto, si lasciarono andare uno dopo l’altro e, cadendo pesantemente, si distesero e premettero i palmi sul liscio legno di teak. Intorno a loro il risucchio delle ondate spumeggiava bianco e sibilante. Tutte le porte erano diventate botole, naturalmente. La prima era quella della cucina. La cucina arrivava da un lato all’altro e poterono udire il mare scrosciare con suoni cavernosi là dentro. La porta successiva era quella del locale in cui lavorava il carpentiere. La sollevarono e guardarono giù. Il locale sembrava essere stato devastato da un terremoto. Tutto in esso si era rovesciato sulla paratia di fronte alla porta, e, al lato opposto di quella paratia, si trovava Jimmy, morto o vivo. Il banco da falegname, una moscaiola quasi terminata, seghe, scalpelli, chiodi, scuri, piedi di porco, giacevano formando un mucchio disseminato di chiodi. Un’affilata ascia a taglio curvo sporgeva con il filo splendente che luccicava minaccioso laggiù come un perfido sorriso. Gli uomini si avvinghiarono l’uno all’altro, scrutando. Uno sconvolgente e traditore rollio della nave per poco non li scaraventò in mare tutti quanti. Belfast ululò: «Ecco che affonda!», e saltò giù. Archie lo seguì prudentemente, afferrandosi a scaffali che cedettero insieme a lui e si calò tra un grande schianto di legno spaccato. V’era a malapena spazio perché tre uomini potessero muoversi. E nel riquadro blu e pieno di luce solare della porta, la faccia del nostromo, barbuta e scura, e la faccia di Wamibo, selvaggia e pallida, rimanevano sospese, scrutando in basso.
Tutti insieme urlarono: «Jimmy! Jim!».
Dall’alto, il nostromo contribuì con un grugnito profondo: «Ehi, tu… Aspettaci!».
In una pausa, Belfast supplicò: «Jimmy, caro, sei vivo?».
Il nostromo disse: «Di nuovo! Tutti insieme, ragazzi!».
Urlarono tutti insieme, eccitati. Wamibo produceva suoni che somigliavano ad alti latrati. Belfast batteva sulla paratia con un pezzo di ferro. A un tratto tutti smisero di colpo. Lo strepito delle urla e dei martellamenti continuò sottile e distinto… come un a solo dopo il coro. Il negro era vivo. Gridava e batteva là sotto con la frenesia di un uomo prematuramente chiuso nella bara. Ci mettemmo all’opera. Aggredimmo con disperazione l’abominevole catasta di oggetti pesanti, di oggetti affilati, di oggetti ingombranti a maneggiarsi. Il nostromo strisciò via per trovare in qualche posto il capo di una corda. E Wamibo, trattenuto da grida: «Non saltare!… Non venire qui sotto, testa di rapa!», rimase sopra di noi a guardarci – tutto occhi splendenti, zanne lucenti, capelli arruffati; simile a un demone stupefatto e mezzo tonto che gioisse della straordinaria agitazione dei dannati.
Il nostromo ci esortò a «dare una mano» e la corda calò. Legammo con essa le varie cose ed esse salirono ruotando per non essere mai più riviste da occhi umani. Ci possedeva la rabbiosa frenesia di gettare a mare tutto quanto. Lavoravamo ferocemente, tagliandoci le mani e parlandoci a vicenda con brutalità. Jimmy faceva uno strepitio sconvolgente; urlava in modo penetrante, quasi senza riprendere fiato, come una donna torturata; picchiava contro la paratia con le mani e i piedi. Lo strazio della sua paura ci torceva il cuore in modo così tremendo che anelavamo ad abbandonarlo, a uscire da quel luogo profondo come un pozzo e dondolante come un albero, ad andarcene di là in modo da non poterlo più udire, tornando a poppa ove avremmo potuto aspettare passivamente la morte in una serenità incomparabile. Gli urlammo di tacere «per amor di Dio». Egli raddoppiò le urla. Doveva avere immaginato che non potessimo sentirlo; probabilmente udiva soltanto in modo fioco i propri clamori.
Ce lo raffiguravamo accovacciato sulla sponda della cuccetta più alta, a picchiare contro la parete di legno con tutti e due i pugni, nelle tenebre e con la bocca spalancata per emettere quel grido incessante. Furono momenti davvero odiosi. Una nube, passando davanti al sole, oscurò minacciosamente la porta-botola. Ogni movimento della nave era sofferenza. Arrancavamo qua e là senza spazio per respirare e soffrivamo un tremendo mal di mare. Il nostromo ci gridò dall’alto: «Sbrigatevi! Sbrigatevi! Noi due verremo spazzati via dalle onde se non fate presto!». Per tre volte il mare balzò oltre la parte più alta della nave e ci rovesciò addosso secchi d’acqua. In quei momenti, Jimmy, spaventato dall’urto, interrompeva per un attimo lo strepitio – in attesa forse che la nave affondasse – poi ricominciava daccapo, urlando dolorosamente forte, quasi fosse stato rinvigorito dalla folata di paura.
Sotto la catasta si trovavano chiodi per lo spessore di parecchi centimetri. Era spaventoso. Ogni chiodo esistente al mondo e non conficcato saldamente in qualcosa, sembrava essere capitato in quella falegnameria di bordo. Erano tutti lì, chiodi di ogni genere, il residuo delle scorte di sette traversate: chiodi da tappezziere, chiodini d’ottone (affilati come aghi), chiodi corti a testa grossa, simili a minuscoli funghi di ferro; chiodi senza testa (orribili); chiodi francesi levigati e sottili. Formavano una massa compatta più inavvicinabile di un porcospino. Esitammo, augurandoci di avere un badile, mentre Jimmy, sotto di noi, urlava come se fosse stato fustigato. Gemendo, vi affondammo dentro le dita e, soffrendo molto, scuotemmo le mani, spargendo chiodi e gocce di sangue. Passammo i nostri berretti, pieni di chiodi assortiti, al nostromo che, quasi stesse celebrando un rito misterioso e pacificatore, li gettò sul mare infuriato.
Finalmente arrivammo alla paratia. Quelle erano assi robuste. Il veliero, il Narciso, poteva ben dirsi una nave rifinita in ogni particolare. Si trattava delle assi più resistenti che fossero mai state adoperate per costruire la paratia di una nave, pensammo… e poi ci accorgemmo che, nella fretta, avevamo gettato in mare tutti gli attrezzi. L’assurdo piccolo Belfast voleva sfondare la paratia con il proprio peso e vi saltò su con entrambi i piedi, simile a un’antilope, imprecando contro i cantieri navali della Clyde che non avevano economizzato con il materiale. Di sfuggita, insultò tutta l’Inghilterra settentrionale, il resto del mondo, il mare… e tutti i suoi compagni. Giurò, mentre saltava con agilità, che mai più in vita sua si sarebbe messo insieme a gente «così stupida da non distinguere il ginocchio dal gomito». Con i suoi tonfi riuscì a spaventare Jimmy al punto da fargli perdere del tutto il senno. Potemmo udire infatti l’oggetto della nostra esasperata sollecitudine precipitarsi qua e là sotto le assi. Finalmente la voce gli era diventata rauca e riusciva soltanto a squittire miseramente. Con la schiena, oppure con la testa, strusciava contro le assi, ora qui, ora là, in un modo da lasciarci interdetti.
Squittiva man mano che schivava i colpi invisibili. E quei suoi versi straziavano il cuore ancor più delle grida. A un tratto Archie esibì un palanchino. Lo aveva tenuto in serbo, insieme a una piccola scure. Lanciammo un ululato di soddisfazione.
Egli sferrò un colpo formidabile e piccole schegge ci volarono negli occhi. Il nostromo, dall’alto, urlò: «Attenti! Attenti, là sotto. Non uccidete il negro. Andateci piano!». Wamibo reso folle dall’eccitazione, pendeva a testa in giù e come un pazzo ci incitava: «Forza! Colpite! Forza, forza!». Temevamo che cadesse dentro e ammazzasse qualcuno di noi e pertanto ci affrettammo ad esortare il nostromo, chiedendogli di «gettare in mare il dannato finlandese».
Poi, tutti insieme, urlammo nella direzione delle assi: «Togliti di lì sotto! Portati a prora!». Quindi restammo in ascolto. Udimmo soltanto il mormorio profondo e il gemito del vento sopra di noi, il rombo e il sibilo commisti del mare. La nave, quasi sopraffatta dalla disperazione, rollava abbandonata a se stessa, e la testa ci girava a causa di quei movimenti innaturali. Belfast sbraitò: «Per amor di Dio, Jimmy, dove sei?… Picchia! Jimmy caro!… Picchia! Maledetta bestia nera, picchia!».
Il negro taceva come un morto nella tomba; e, simili a uomini in piedi su una tomba, noi eravamo sull’orlo delle lacrime… ma con la contrarietà, la tensione, la stanchezza; in preda alla gran smania di farla finita, di andarcene e di distenderci a riposare in qualche posto dal quale potessimo vedere il pericolo nel quale ci trovavamo e respirare. Archie urlò: «Fatemi posto!». Ci accovacciammo dietro di lui, proteggendoci la testa, ed egli sferrò colpi uno dopo l’altro sulle giunture delle assi. Le sentimmo scricchiolare. A un tratto il palanchino penetrò per metà in uno squarcio scheggiato e oblungo. Dovette mancare la testa di Jimmy per meno di due centimetri. Archie lo tirò indietro rapidamente e quell’infame negro si avventò verso il varco, accostò ad esso le labbra, e bisbigliò «Aiuto» con una voce quasi moribonda; premette la testa contro di esso, cercando pazzamente di passare attraverso l’apertura larga due centimetri e mezzo e lunga sette. Nel nostro turbamento, restammo assolutamente paralizzati dal suo gesto incredibile. Sembrava impossibile allontanarlo di lì. Persino Archie finì col perdere la sua compostezza.
«Se non ti scosti di lì, ti ficco il palanchino nella testa», urlò in tono deciso. Diceva sul serio e la sua sincerità parve fare impressione su Jimmy. Il negro scomparve improvvisamente, e noi ci accingemmo a far leva sulle assi e a schiantarle con la stessa avidità di uomini che si sforzano di arrivare a un nemico mortale e sono spronati dal desiderio di squartarlo vivo. Il legno si scheggiò; crepitò; cedette. Belfast affondò la testa e le spalle nel varco e brancolò malignamente.
«Ce l’ho! L’ho afferrato!», urlò. «Oh, ecco! Mi è sfuggito. No, l’ho agguantato di nuovo!… Tiratemi per le gambe!… Tirate!». Wamibo non faceva che ululare. Il nostromo sbraitava ordini: «Afferralo per i capelli, Belfast; tirate su, voi due!… Tirate forte!». Tirammo con forza; estraemmo Belfast con uno strattone, e lo lasciammo cadere disgustati. Rimanendo seduto, paonazzo in faccia, egli singhiozzò disperatamente. «Come posso non lasciarmela sfuggire di tra le dita la sua maledetta, corta lanuggine?». Improvvisamente apparvero la testa e le spalle di Jimmy. Egli si sporse fino a mezzo busto e, con gli occhi roteanti, mandò bava ai nostri piedi. Ci gettammo su di lui con brutale impazienza, gli strappammo di dosso la camicia, lo tirammo per le orecchie, ansimammo su di lui; tutto a un tratto venne su tra le nostre mani come se qualcuno gli avesse mollato le gambe. Con lo stesso movimento, senza interromperci, lo sollevammo. Aveva il respiro sibilante, sferrò calci alle nostre facce voltate verso l’alto e si contorse, arrampicandosi con tanta precipitazione che parve positivamente sfuggirci dalle mani come una vescica piena di gas. Madidi di sudore, lo seguimmo su per la corda e, uscendo nelle folate di vento gelido, boccheggiammo come uomini immersi in acqua gelata.
Con la faccia ardente, rabbrividimmo fino al midollo delle ossa. Mai prima di quel momento la tempesta ci era sembrata più furente, il mare più impazzito, la luce del sole più spietata e beffarda e la situazione della nave più disperata e spaventosa. Ogni movimento del veliero minacciava la fine della sua agonia e l’inizio della nostra. Ci allontanammo barcollanti dalla porta e, allarmati da un rollio improvviso, cademmo tutti insieme. Ci sembrava che il lato del casotto fosse più liscio del vetro e più scivoloso del ghiaccio. Non v’era nulla cui avvinghiarsi, tranne un lungo gancio d’ottone impiegato a volte per tenere fermo un battente aperto. Wamibo si sostenne ad esso e noi ci sostenemmo a Wamibo, tenendo stretto il nostro Jimmy. Egli era ormai crollato completamente. Sembrava non avere nemmeno più la forza di chiudere la mano. Nel nostro terrore, lo stringemmo ciecamente. Non temevamo che Wamibo lasciasse la preda (ricordavamo che il bruto era più forte di tre uomini qualsiasi dell’equipaggio), ma temevamo che fosse il gancio a cedere e ritenevamo inoltre che la nave avesse deciso, infine, di capovolgersi. Non si capovolse, invece. Una grande ondata ci scrosciò addosso. Il nostromo farfugliò: «In piedi e via. C’è un momento di calma. Via a poppa, voialtri, o andremo al diavolo tutti quanti». Ci alzammo, circondammo Jimmy. Lo supplicammo di resistere, di tener duro, di non cedere, per lo meno.
Egli ci fissava iroso con gli occhi sporgenti, muto come un pesce, quasi fosse stato svuotato di ogni energia. Non ce la faceva a stare in piedi; non ce la faceva nemmeno ad avvinghiarcisi al collo; non era che una fredda pelle nera, mollemente imbottita di soffice cotone; le braccia e le gambe gli oscillavano con le giunture molli, flettendosi; la testa gli ciondolava di qua e di là; il labbro inferiore pendeva, enorme e greve. Ci stringemmo intorno a lui, esasperati e sgomenti; e, sull’orlo stesso dell’eternità, ci mettemmo a correre tutti insieme, con gesti dissimulatori e assurdi, come un branco di ubriachi, alle prese con un cadavere rubato, e imbarazzati.
Bisognava fare qualcosa. Dovevamo portarlo a poppa. Una corda gli venne legata un po’ larga sotto le ascelle e, sporgendoci a rischio della vita, lo appendemmo alla galloccia della scotta di trinchetto. Egli non emise il benché minimo suono; sembrava lamentevole e ridicolo come una bambola di pezza che abbia perduto la metà della segatura. Iniziammo il pericoloso tragitto sul ponte principale, trascinando con cautela quel pietoso, quel floscio, quell’odioso fardello. Non era molto pesante, ma anche se avesse pesato una tonnellata non sarebbe potuto essere più difficile a maneggiarsi. Ce lo passavamo letteralmente di mano in mano. Di tanto in tanto dovevamo appenderlo a una provvidenziale caviglia, per riprendere fiato e riformare la linea. Se la caviglia si fosse spezzata, il negro sarebbe irreparabilmente scomparso nell’Oceano Meridionale, ma bisognava pure esporlo a questo rischio; e dopo qualche momento, a quanto pare divenendone consapevole, Jimmy gemette sommessamente e, compiendo uno sforzo enorme, bisbigliò alcune parole.
Ascoltammo avidamente. Ci stava rimproverando per la nostra noncuranza nell’esporlo a simili pericoli. «Adesso, dopo che sono riuscito a tirarmi fuori di là», alitò debolmente. Con «di là» intendeva la sua cabina. Ed era stato lui a tirarsi fuori. Noi, a quanto pareva, non ci avevamo avuto niente a che vedere!… Pazienza… Proseguimmo, e continuammo a esporlo al pericolo, semplicemente perché non potevamo farne a meno; infatti, sebbene in quei momenti lo odiassimo più che mai – più di qualsiasi altra cosa al mondo – non volevamo perderlo. Fino a quel momento lo avevamo salvato; e si trattava ormai di una questione personale tra noi e il mare. Intendevamo restargli accanto.
Se (per una ipotesi incredibile) ci fossimo sottoposti alle stesse fatiche e agli stessi pericoli per un barile vuoto, quel barile sarebbe divenuto per noi prezioso quanto lo era Jimmy. Anzi, ancor più prezioso, perché non avremmo avuto alcun motivo di odiare il barile. E invece odiavamo James Wait. Non riuscivamo a liberarci del sospetto mostruoso che quello stupefacente negro si fingesse ammalato, che avesse spietatamente simulato nonostante le nostre fatiche, il nostro scorno, la nostra pazienza… ed ora continuasse a simulare nonostante la nostra dedizione… e in faccia alla morte. La nostra moralità vaga e imperfetta si ribellava con disgusto contro la sua menzogna disumana. Ma egli vi si atteneva virilmente… in modo stupefacente. No! Non poteva essere. Il negro era agli estremi. La sua stizzosa irascibilità non rappresentava che il risultato della provocante invincibilità di quella morte presente al suo fianco. Ogni uomo può adirarsi con una compagna così imperiosa. Ma, d’altro canto, quali uomini eravamo noi… con i nostri pensieri! Indignazione e dubbio si azzuffavano nell’animo nostro in una rissa che calpestava i nostri sentimenti più belli. E odiavamo il negro a causa del sospetto; lo detestavamo a causa del dubbio. Non potevamo schernirlo senza pericolo… né potevamo compatirlo senza compromettere la nostra dignità. Pertanto lo odiavamo e ce lo passavamo con cautela dall’uno all’altro. Gridavamo:
«Ce l’hai?»
«Sì. Tutto bene. Mollalo».
E lui oscillava da un nemico all’altro, con tante manifestazioni di vita quante ne avrebbe avuto un vecchio cuscino di incappellaggio. I suoi occhi formavano due sottili fessure bianche nella faccia nera. L’aria gli sfuggiva di tra le labbra con un suono simile a quello di un mantice. Giungemmo finalmente davanti alla scaletta di poppa, e siccome quello era un luogo relativamente sicuro giacemmo per un momento, formando un mucchio spossato, a riposare un poco. Egli incominciò a borbottare. Eravamo sempre inguaribilmente ansiosi di sentir che cosa avesse da dire. Questa volta farfugliò stizzosamente:
«Ce ne avete messo del tempo a venire. Incominciavo a pensare che tutti voi intelligentoni a bordo foste stati spazzati in mare. Che cosa vi ha fatto tardare? Eh? La fifa?».
Non rispondemmo nulla. Emettendo sospiri, ricominciammo a trascinarlo. Il segreto e ardente desiderio del nostro cuore era quello di picchiarlo malignamente con pugni in testa; e invece lo trattavamo con la stessa delicata tenerezza come se fosse stato di vetro…
Il ritorno a poppa fu come il ritorno di vagabondi, dopo molti anni, tra persone segnate dalla desolazione del tempo. Occhi si volsero adagio nelle orbite, sbirciandosi. Si udirono mormorii fiochi: «Lo avete trovato, in fin dei conti». Le ben note facce sembravano estranee e al contempo familiari; le si sarebbe dette sbiadite e sudice; avevano un’espressione commista di stanchezza e di avidità. Sembrava che durante la nostra assenza fossero divenute molto più scarne, quasi che tutti quegli uomini avessero sofferto la fame per lungo tempo nei loro atteggiamenti di abbandono. Il capitano, con una spirale di corda intorno al polso, e appoggiato a un ginocchio, si girò mostrandoci una faccia gelida e rigida; ma con gli occhi pieni di vita continuava a tenere a galla la nave, senza badare a nessuno, quasi fosse smarrito nella fatica ultraterrena di quello sforzo.
Legammo James Wait in un punto sicuro. Il signor Baker strisciò verso di noi per darci una mano. Il signor Creighton, supino, e pallidissimo, mormorò: «Ben fatto» e rivolse a noi, a Jimmy, al cielo, uno sguardo sprezzante, poi chiuse adagio gli occhi. Qua e là un uomo si muoveva un poco, ma per la maggior parte i marinai rimanevano apatici, in posizioni rattrappite, borbottando tra un brivido e l’altro.
Il sole tramontava. Un sole enorme, non velato da nubi e rosso, che calava adagio, come se si chinasse a guardare le loro facce. Il vento sibilava sul filo di lunghi raggi di sole che, splendenti e freddi, cadevano sulle pupille dilatate di occhi fissi senza farli ammiccare. I ciuffi di capelli e le barbe arruffate avevano un colore grigiastro a causa del sale del mare. Le facce erano terree e i cerchi scuri sotto gli occhi arrivavano fino alle orecchie, si confondevano con le concavità delle gote infossate. Le labbra sembravano livide e sottili e quando si muovevano si muovevano a stento, quasi fossero state incollate ai denti. Alcuni uomini sorridevano malinconicamente nella luce del sole, tremando di freddo. Altri erano malinconici e immobili. Charley, domato dall’improvvisa rivelazione della futilità della sua gioventù, scoccava occhiate timorose. I due norvegesi dalla faccia liscia somigliavano a bambini decrepiti, con gli occhi stupidamente sbarrati.
Sottovento, sull’orlo dell’orizzonte, nere ondate balzavano su verso il sole ardente. Esso tramontò adagio, tondo e infuocato, e le creste delle onde si ruppero sul margine del disco luminoso. Uno dei norvegesi parve scorgerlo e, dopo aver avuto un violento sussulto, prese a parlare. La sua voce, spaventando gli altri, fece sì che si muovessero. Voltarono rigidamente la testa, oppure, girandosi con difficoltà, lo guardarono con stupore, paura o gravemente ammutoliti. L’uomo chiacchierò con il sole al tramonto facendo di sì con la testa, mentre il mare tempestoso cominciava a ondularsi sullo sfondo del disco cremisi; e per miglia e miglia di acque turbolente le ombre di alte onde fecero dilagare sulle facce degli uomini una tenebra in corsa. Un cavallone crestato si ruppe con un alto scroscio sibilante e il sole, quasi fosse stato spento, scomparve. La voce cicalante si indebolì e si dileguò insieme alla luce. Si udirono sospiri. Nella bonaccia improvvisa che segue il frangersi di un maroso, un uomo disse con voce stanca: «Ecco quel dannato olandese ha perso il lume della ragione».
Un marinaio legato alla vita batteva la mano aperta sul ponte con incessanti e rapidi colpi. Nel grigiore sempre più fitto del crepuscolo, una sagoma massiccia fu veduta alzarsi a poppa e incominciare a spostarsi carponi con i movimenti di qualche grossa e cauta bestia. Era il signor Baker che passava lungo la fila di uomini. Ringhiò in modo incoraggiante accanto ad ognuno di noi e, tastando, si assicurò che fossimo legati saldamente. Alcuni uomini, con gli occhi semiaperti, ansimavano come se fossero oppressi dalla calura; altri, meccanicamente e con voci sognanti, gli rispondevano: «Sì! Sì! signore!». Egli passava dall’uno all’altro ringhiando: «Ehm!… Riusciremo ancora a salvarla». E inaspettatamente, con alti e irosi scoppi di voce, se la prese con Knowles perché aveva tagliato un lungo tratto di cavo di un paranco. «Ehm!… Vergognati!… Il cavo di un paranco… Dovresti saperla più lunga!… Ehm!… Marinaio scelto! Ehm!».
Lo zoppo era annientato. Mormorò: «Avevo bisogno di qualcosa per legarmi, signore».
«Ehm! Legarti!… Sei un marinaio o un calderaio?… Che diavolo sei? Ehm?… Quel paranco potrebbe occorrerci da un momento all’altro… Ehm!… È più utile alla nave che alla tua zoppa carcassa! Ehm!… Tienilo! Tienilo, adesso che l’hai tagliato».
Strisciò via adagio, borbottando tra sé e sé che certi uomini sono “peggio dei bambini”. Era stato uno sfogo consolante. Si udirono esclamazioni sommesse: «Ehilà… ehilà!…». Quelli che a fatica si erano appisolati domandarono con trasalimenti convulsi: «Che cosa c’è?… Che cosa è accaduto?». Le risposte vennero date con inaspettata allegria:
«Il comandante in seconda è andato in bestia con Jack lo zoppo, non so per che cosa».
«Ma no!».
«Che cosa ha combinato?».
Qualcuno arrivò al punto di ridacchiare. Fu come una folata di speranza, come un memento di tempi migliori e più sicuri. Donkin, che sembrava essere stato intontito dalla paura, si rianimò tutto a un tratto e si mise a urlare:
«Sentitelo! Ecco come osano parlarci! Perché non gliele hai date… ehi, tu, laggiù. Picchiarlo, pestarlo, dovevi! Mettersi a fare il secondo con noi! Stiamo per andare all’inferno tutti quanti. Ci hanno fatti morire di fame dal primo all’ultimo su questa putrida nave, e adesso affogheremo per questi prepotenti dal cuore nero! Picchiarlo, dovevi!». Continuò a gridare nell’oscurità sempre più fitta, farfugliò e singhiozzò; strillando: «Picchiarlo! Picchiarlo!».
La rabbia e la paura dell’ignorato diritto di vivere metteva a dura prova la fermezza del carattere più delle ombre minacciose della notte che avanzava attraverso il clamore incessante della tempesta.
Da poppa si udì la voce del signor Baker: «Uno di voi uomini vuole farlo tacere, o devo venire io?»
«Piantala!».
«Sta zitto!», gridarono varie voci esasperate, rese tremule dal freddo.
«Vuoi che ti molli un pugno sulla bocca?», disse un marinaio invisibile, con voce stanca. «Non lascerò che sia il secondo a prendersi il disturbo».
Donkin smise e giacque immobile, chiuso nel silenzio della disperazione. Nel cielo nero le stelle, spuntando, brillarono sopra un mare d’inchiostro che, maculato di spuma, faceva balenare dinanzi ai loro occhi l’evanescente e pallida luminosità di un abbacinante biancore creato dal tumulto delle onde nere. Remote nella calma eterna, le stelle baluginavano dure e fredde sul turbine della terra; circondavano da ogni lato la nave sconfitta e tormentata; più spietate degli occhi di una plebaglia trionfante, e inavvicinabili quanto i cuori degli uomini.
Il gelido vento da sud ululava esultante sotto il cupo splendore del cielo. Il freddo scuoteva gli uomini con una violenza cui nulla poteva opporsi, come se avesse cercato di farli a pezzi. Brevi gemiti venivano spazzati via, inascoltati da labbra irrigidite. Alcuni si lagnavano mormorando, dicendo che non riuscivano più a sentire se stessi «dalla vita in giù»; mentre coloro che tenevano gli occhi chiusi immaginavano di avere un blocco di ghiaccio sul petto. Altri, allarmati perché non sentivano alcun dolore alle dita, continuavano a battere debolmente le mani sul ponte… ostinati ed esausti. Wamibo guardava fisso dinanzi a sé con occhi vacui e sognanti. Gli scandinavi seguitavano a borbottare in modo incomprensibile tra i denti che battevano. I sobri scozzesi, con un deciso sforzo della volontà, riuscivano a mantenere immobile la mascella. Gli uomini dell’Ovest giacevano robusti e stolidi, scontrosi e invulnerabili. Un uomo ora imprecava, ora sbadigliava. Un altro respirava con un rantolo nella gola. Due vecchi veterani del mare incalliti dalle intemperie, vicinissimi l’uno accanto all’altro, si bisbigliavano lugubremente qualcosa a proposito della proprietaria di una pensione nel Sunderland che conoscevano entrambi. Ne lodavano le doti materne e la generosità; si sforzavano di parlare dell’arrosto di manzo che ella cucinava e del grande fuoco nella cucina al pianterreno. Le parole, morendo fioche sulle loro labbra, si concludevano con lievi sospiri. Una voce improvvisa gridò nella notte gelida: «Oh, Signore!». Nessuno cambiò posizione né badò minimamente al grido. Uno o due uomini si passavano con un gesto ripetuto e vago la mano sulla faccia, ma quasi tutti rimanevano completamente immobili. Nella stordita immobilità dei corpi, erano eccessivamente logorati dai loro pensieri, che si incalzavano con la rapidità e la vivezza dei sogni. Di quando in quando, con un’esclamazione brusca e allarmante, rispondevano al magico richiamo di qualche illusione; poi, di nuovo, contemplavano silenziosi la visione di facce note e di cose familiari. Ricordavano l’aspetto di compagni di viaggio dimenticati e udivano la voce di comandanti scomparsi e defunti. Rammentavano lo strepito delle vie illuminate dai lampioni a gas, il tepore fumante delle birrerie o il sole bruciante delle giornate di bonaccia in mare. Il signor Baker lasciò il proprio posto poco sicuro e strisciò, soffermandosi di tanto in tanto, lungo la poppa. Nell’oscurità, mentre si spostava carponi, ricordava un animale carnivoro che vagasse tra cadaveri. Giunto al limite del cassero di poppa, appoggiato controvento a un montante, guardò in basso il ponte principale. Gli parve che la nave tendesse a raddrizzarsi un poco. Il vento si era calmato in parte, pensò, ma il mare continuava ad essere tempestoso come sempre. Le onde si rompevano perfidamente e il lato sottovento del ponte scompariva sotto un biancore sibilante, come di latte che bollisse, mentre il sartiame cantava costantemente con una nota profonda e vibrante e, ad ogni beccheggio all’insù del veliero, il vento si ingolfava con un clamore protratto tra l’alberatura.
Il signor Baker stette a guardare, del tutto immobile. Un uomo accanto a lui incominciò ad emettere suoni ciangottanti con le labbra, tutto a un tratto e fortissimo, come se il gelo lo avesse penetrato brutalmente. Continuò: «Ba-ba-ba-brr-brr-ba-ba».
«Finiscila!», gridò il signor Baker, brancolando nell’oscurità. «Finiscila!». Scrollò insistentemente la gamba che era venuta a trovarsi sotto la sua mano.
«Che cosa c’è, signore?», gridò Belfast, nel tono di un uomo destato all’improvviso. «Ci stiamo occupando di Jimmy».
«Ah, sì? Ehm! Non fare tanto baccano, allora. Chi è l’uomo accanto a te?»
«Sono io, il nostromo, signore», grugnì l’uomo dell’Ovest. «Cerchiamo di mantenere in vita il povero diavolo».
«Vabbè, vabbè», disse il signor Baker. «Fatelo in silenzio, se possibile».
«Vuole che lo teniamo sollevato al di sopra del parapetto», continuò il nostromo, irritato. «Dice che non riesce a respirare qui sotto le nostre giubbe».
«Se lo solleviamo, lo lasciamo cadere in mare», disse un’altra voce. «Abbiamo le mani insensibili per il freddo».
«Me ne frego. Sto soffocando!», esclamò James Wait con voce chiara.
«Oh, no, figlio mio», disse il nostromo, disperatamente, «tu non finirai in mare finché non ci finiremo tutti quanti in questa bella notte».
«Ne vedrai ancora parecchie, e peggiori di questa», disse il signor Baker, allegramente.
«Non è un gioco da bambini, signore!», rispose il nostromo. «Alcuni di noi, più indietro a poppa, sono molto mal ridotti».
«Se i dannati alberi fossero stati tagliati, il veliero correrebbe a chiglia sotto, adesso, come ogni nave decente, e darebbe a noi tutti il modo di salvarsi», disse qualcuno con un sospiro.
«Il vecchio non ha voluto… se ne infischia di noi», bisbigliò un altro.
«Infischiarsi di voi!», esclamò il signor Baker, irosamente. «Perché non dovrebbe infischiarsi di voi? Siete forse un branco di passeggere delle quali si debba aver cura? Siamo qui per la cura della nave… e alcuni di voi non sono all’altezza. Ehm!… Che cosa avete fatto di tanto straordinario perché non ci si debba infischiare di voi! Ehm!… alcuni dei presenti non sopportano un po’ di brezza senza piangerci su».
«Suvvia, signore, non siamo poi così incapaci», protestò Belfast, con la voce resa malferma dai brividi. «Non siamo… brr…».
«Di nuovo!», urlò il secondo, afferrando l’oscura sagoma. «Di nuovo!… Ma come, sei in camicia? Che cosa hai fatto?»
«Ho messo la mia giubba e la cerata su quel negro mezzo morto… e dice che soffoca», rispose Belfast, in tono lamentoso.
«Non mi daresti del negro se non fossi mezzo morto, mendicante irlandese!», tuonò James Wait, energicamente.
«E tu… brr… non saresti bianco nemmeno se scoppiassi di salute… Mi batterò con te… brr… quando il tempo tornerà bello… brr… con una mano legata dietro la schiena… brrrrr…».
«Non li voglio i tuoi stracci… voglio aria», ansimò l’altro debolmente, quasi fosse improvvisamente spossato.
Gli spruzzi li investivano sibilando e crepitando. Uomini disturbati nel loro pacifico torpore dal fastidio di grida litigiose gemettero, borbottando imprecazioni. Il signor Baker strisciò un po’ più sottovento, ove un barile d’acqua si profilava alto, con qualcosa di bianco contro di esso. «Sei tu, Podmore?», domandò il secondo ufficiale. Dovette ripetere due volte la domanda prima che il cuoco si voltasse, tossendo debolmente.
«Sì, signore. Ho pregato mentalmente per una rapida liberazione; sono preparato, infatti, in qualunque momento mi si chiami… Io…».
«Sta a sentire, cuoco», lo interruppe il signor Baker, «gli uomini stanno morendo di freddo».
«Freddo!», disse il cuoco, luttuosamente, «tra non molto avranno anche troppo caldo».
«Come?», domandò il signor Baker, osservando lungo il ponte la vaga luminosità dell’acqua spumeggiante.
«Sono un branco di malvagi», continuò l’altro con solennità, ma con la voce malferma. «Malvagi quanto qualsiasi equipaggio in questo mondo peccaminoso. Io, invece…». Tremava tanto che quasi non riusciva a parlare; il punto in cui si trovava era esposto e, con una camicia di cotone, un paio di calzoni leggeri, e le ginocchia flesse sotto il naso, era investito – e i brividi lo squassavano – da trafiggenti e gelide gocce salate; la sua voce sembrava esausta: «Io, invece… in qualunque momento… Il maggiore dei miei figlioli, signor Baker… un ragazzo intelligente… l’ultima domenica che trascorsi a terra prima di questa traversata non volle andare in chiesa, signore. Gli dissi: “Va e purificati, altrimenti saprò perché!”. E lui che cosa fece?… Nello stagno, signor Baker… cadde nello stagno con il vestito della festa, signore!… Un incidente?… “Niente potrà salvarti, per quanto bravo tu sia negli studi!”, dissi io. …Incidente!… E gliele diedi, signore, fino a non poter più alzare il braccio…». La voce gli venne meno. «Lo pestai!», ripeté, battendo i denti; poi, dopo qualche momento, si lasciò sfuggire un suono luttuoso, una via di mezzo tra il gemere e il russare.
Il signor Baker lo scrollò per le spalle. «Ehi, cuoco! Svegliati, Podmore! Dimmi… c’è acqua potabile nel serbatoio della cucina? La nave è meno ingavonata, mi sembra; io cercherei di andare a prora. Un po’ d’acqua gioverebbe a tutti. Ehilà! Sveglia! Sveglia!».
Il cuoco si mise in piedi a fatica. «Non lei, signore… non lei!». E incominciò a strisciare controvento. «La cucina… è affar mio!», gridò.
«Il cuoco sta impazzendo», dissero parecchie voci.
Lui sbraitò: «Pazzo io? Sono più pronto a morire di tutti voi, ufficiali compresi, se volete saperlo! Fino a quando la nave resta a galla, cucinerò! Vi preparerò il caffè!».
«Cuoco, sei un gentiluomo!», gridò Belfast.
Ma Podmore stava già scomparendo giù per la scaletta. Si fermò un momento per urlare verso poppa: «Fino a quando galleggia cucinerò!», poi scomparve definitivamente, come se fosse caduto in mare.
Gli uomini che avevano udito gli lanciarono un applauso simile al gemito di bambini malati. Dopo più di un’ora, qualcuno disse con chiarezza: «Se n’è andato per sempre».
«È molto probabile», approvò il nostromo. «Anche con il bel tempo si muoveva in coperta come una mucca da latte alla sua prima traversata. Dovremmo andare a vedere».
Nessuno si mosse. Man mano che le ore passavano adagio nelle tenebre, il signor Baker strisciò parecchie volte avanti e indietro lungo la poppa. Alcuni uomini fantasticarono di averlo udito scambiare mormorii con il comandante, ma in quei momenti i ricordi erano incomparabilmente più vividi di tutto quel che accadeva nel presente ed essi non potevano sapere con certezza se i mormorii li stessero udendo o se li avessero uditi molti anni prima. Né tentarono di accertarlo. Un mormorio in più o in meno non aveva importanza. Faceva troppo freddo perché si potesse essere curiosi, e quasi perché si potesse sperare. Non riuscivano a distogliere un solo momento né un solo pensiero dalla grande occupazione mentale del desiderio di vivere. E il desiderio di vivere li manteneva in vita, apatici e in grado di resistere sotto l’ostinazione crudele del vento e del gelo; mentre la stellata e nera volta del cielo ruotava adagio sopra la nave, che andava alla deriva, portando con sé la loro pazienza e la loro sofferenza, attraverso la tempestosa solitudine del mare.
Rannicchiati l’uno contro l’altro, immaginavano di essere completamente soli. Udivano alti e lunghi rumori e poi di nuovo sopportavano il dolore dell’esistenza per lunghe ore di silenzio profondo. Nella notte videro splendere il sole, si sentirono caldi e poi, di colpo, con un sussulto, pensarono che il sole non sarebbe mai sorto su un mondo gelato. Taluni udirono ridere; ascoltarono canzoni; altri, i più vicini all’estremità della poppa, udirono alte grida umane e, aperti gli occhi, si meravigliarono di continuare ad udirle, sebbene fioche e remote.
Il nostromo disse: «Ehi, ma è il cuoco che chiama da prora, credo». Stentò a credere alle proprie parole o a riconoscere la propria voce. Passò molto tempo prima che l’uomo accanto a lui desse segni di vita. Egli scrollò forte l’altro marinaio che aveva accanto e disse: «Il cuoco sta urlando!». Molti non capirono, altri se ne infischiarono; quasi tutti gli uomini, più a poppa, non vi credettero. Ma il nostromo e un altro marinaio trovarono il coraggio di strisciare verso prora per andare a vedere.
Parve che si fossero allontanati da ore, e ben presto vennero dimenticati. Poi, a un tratto, uomini che erano rimasti immersi in una rassegnazione senza speranza divennero, si sarebbe detto, posseduti dal desiderio di far del male. Si percossero a vicenda con i pugni. Nell’oscurità colpirono con ostinazione tutto quel che sentivano accanto di soffice e, con una fatica più grande che per gridare, bisbigliarono eccitati: «Hanno del caffè bollente… Ce l’ha il nostromo…».
«No!… Dove?»
«Sta venendo. Lo ha preparato il cuoco».
James Wait gemette. Donkin strisciò malignamente, senza curarsi di quel che urtava con i piedi, desideroso che gli ufficiali non ne avessero affatto. Il caffè arrivò in una pentola, e bevvero a turno. Era bollente e, sebbene ustionasse gli avidi palati, sembrava incredibile. Gli uomini sospiravano nel separarsi dalla tazza.
«Come c’è riuscito?», gridò qualcuno, debolmente. «Bravo, dottore!».
Ci era riuscito in qualche modo. In seguito Archie dichiarò che la cosa aveva del «miracoloso». Per molti giorni continuammo a domandarci come avesse fatto il cuoco, e quello divenne un argomento di conversazione sempre interessante con il quale concludere la traversata. Domandammo al cuoco, una volta tornato il bel tempo, che cosa avesse provato vedendo i fornelli «capovolti». Gli domandammo, quando soffiavano gli alisei di nord-est, e nelle serate serene, se avesse dovuto stare in equilibrio sulla testa per rimediare in qualche modo. Gli facemmo osservare che forse aveva adoperato l’asse per lavorare il pane come una zattera e raschiato così, stando comodamente su di essa, la grata. Insomma, ci sforzammo in tutti i modi di nascondere la nostra ammirazione sotto l’arguzia di una sottile ironia.
Egli affermava di non sapere niente, rimproverava la nostra frivolezza, dichiarava, con solenne animazione, di essere stato fatto oggetto di una particolare misericordia per salvare le nostre empie esistenze. Fondamentalmente aveva ragione, senza alcun dubbio; ma avrebbe potuto evitare di essere così offensivamente sicuro al riguardo… avrebbe potuto fare a meno di lasciar capire così spesso che sarebbe andata male per noi se lui, meritevole e puro, non fosse stato presente ad accogliere l’ispirazione e l’energia necessaria per quest’opera della grazia. Se fossimo stati salvati dalla sua temerarietà e dalla sua agilità, prima o poi ci saremmo rassegnati alla situazione; ma riconoscere i nostri obblighi soltanto nei confronti della virtù e della santità di un individuo ci riusciva difficile quanto lo sarebbe stato per ogni altro campione di umanità. Al pari di molti benefattori del genere umano, il cuoco si prendeva troppo sul serio, e mieteva la ricompensa dell’irriverenza. Non eravamo ingrati, però. Ed egli rimaneva eroico. I suoi detti – i detti della sua vita – divennero proverbiali sulla bocca degli uomini come i detti dei conquistatori e dei savi. In seguito, ogni volta che qualcuno di noi rimaneva interdetto di fronte a un determinato compito, e gli si consigliava di rinunciarvi, esprimeva la propria decisione di perseverare e di riuscire con le parole: «Fino a quando resterà a galla io cucinerò».
La bevanda bollente ci aiutò nelle ore deprimenti che precedono l’alba. Il cielo sull’orlo dell’orizzonte assunse tinte delicate, rosee e gialle, come quelle che si vedono all’interno d’una conchiglia rara. E più in alto, là ove esso splendeva di una luminosità perlacea, apparve una nuvoletta nera, simile a un frammento dimenticato della notte, delineata da un orlo d’oro abbacinante. I fasci di luce sfiorarono le creste delle onde. Gli occhi degli uomini si volsero ad est. La luce del sole inondò le loro facce stanche.
Si stavano arrendendo allo sfinimento, come se l’avessero fatta finita per sempre con il lavoro. Sulla cerata nera di Singleton, il sale prosciugato scintillava come brina. Egli rimaneva appoggiato al timone, con occhi spalancati e senza vita. Il capitano Allistoun, senza ammiccare, fissava il sole nascente. Le labbra di lui si mossero, si dischiusero per la prima volta in ventiquattr’ore, e, con una voce fresca e ferma egli gridò: «Far virare la nave!».
Il tono tagliente e imperioso fece trasalire tutti quegli uomini intorpiditi come una frustata improvvisa. Poi, di nuovo, immobili ove giacevano, la forza dell’abitudine costrinse alcuni di loro a ripetere l’ordine con mormorii appena percettibili. Il capitano Allistoun sbirciò il proprio equipaggio, e parecchi marinai, con dita annaspanti e movimenti disperati, tentarono di rimettersi in piedi. Egli ripeté spazientito: «Far virare la nave. Suvvia, signor Baker, faccia muovere gli uomini. Che cosa gli prende?»
«Far virare la nave. Avete sentito, laggiù?… Far virare la nave», tuonò a un tratto il nostromo. La sua voce parve spezzare un incantesimo mortale. Gli uomini incominciarono a muoversi e a strisciare.
«Voglio che venga alzata la vela dell’albero di perrocchetto», disse il comandante con voce altissima. «Se non ce la fate stando in piedi, dovete riuscirci rimanendo sdraiati… questo è tutto. Forza!».
«Avanti! Diamo il modo alla vecchia ragazza di risollevarsi», esortò il nostromo.
«Sissignore! Far virare la nave!», esclamarono voci tremule.
Gli uomini del castello di prora, con espressioni riluttanti, si accinsero a portarsi a prua. Grugnendo, il signor Baker strisciò avanti carponi per mostrare la strada, ed essi lo seguirono giù dalla poppa. Gli altri rimasero immobili, con la vile speranza in cuore che non si chiedesse loro di muoversi fino a quando non fossero stati salvati o fino a quando non fossero annegati in pace.
Dopo qualche tempo si poté vedere gli uomini apparire davanti al castello di prora, in atteggiamenti poco sicuri: appesi ai parapetti, a cavalcioni delle ancore, avvinghiati all’argano o abbracciati al verricello di prua. Facevano strani movimenti irrequieti, agitavano le braccia, si inginocchiavano, si stendevano bocconi, si rialzavano barcollanti, sembravano fare del loro meglio per cadere in mare. Improvvisamente, una piccola vela bianca fluttuò tra loro, divenne più grande e schioccò. La sua stretta estremità si sollevò a sussulti… e finalmente la vela si aprì distesa e triangolare nella luce del sole.
«Ce l’hanno fatta!», gridarono voci a poppa.
Il capitano Allistoun sciolse la corda che si era passato intorno al polso e rotolò a capofitto sottovento. Lo si vide togliere i bracci di maestra dagli spinotti, mentre il risucchio delle ondate lo copriva di spruzzi. «Bracciate il pennone di maestra!», urlò a noi… che lo fissavamo attoniti. Esitammo a muoverci. «Il braccio di maestra, uomini. Alate! Alate in qualunque modo! Stendetevi supini e alate!», urlò, mezzo annegato là sotto. Non credevamo di riuscire a muovere il pennone di maestra, ma i più forti e i meno scoraggiati cercarono di eseguire l’ordine. Altri li aiutarono a malincuore. Gli occhi di Singleton balenarono a un tratto mentre egli afferrava con nuovo vigore la ruota del timone. Il capitano Allistoun avanzò a fatica sopravvento. «Alate, uomini! Cercate di muoverlo! Alate e aiutate la nave». La sua faccia dura si alterò imporporandosi e divenendo furiosa. «Si muove, Singleton?», gridò.
«Niente ancora, signore», gracidò il vecchio marinaio, con una voce orribilmente rauca.
«Occhio al timone, Singleton», barbugliò il comandante. «Alate, uomini! Non avete più forza di topi? Alate e vi guadagnerete il sale».
Il signor Creighton, supino, con una gamba gonfia e la faccia bianca come un pezzo di carta, batté le palpebre; le sue labbra bluastre guizzarono. Muovendosi freneticamente, gli uomini si afferravano a lui, strisciavano sulla sua gamba ferita, gli si inginocchiavano sul petto. Egli rimaneva del tutto immobile, stringendo i denti senza un gemito, senza un sospiro.
L’ardore del comandante, le grida di quell’uomo taciturno, ci ispiravano. Alammo e ci aggrappammo a grappoli al cavo. Udimmo il capitano dire con violenza a Donkin, che rimaneva disteso bocconi in modo abietto: «Ti spappolo il cervello con questa caviglia se non afferri il braccio di maestra». E quella vittima dell’ingiustizia umana, vigliaccamente e sfrontatamente, piagnucolò: «Adesso vuole anche assassinarci», mentre, con improvvisa disperazione, afferrava il cavo.
Gli uomini sospiravano, urlavano, sibilavano parole prive di senso, gemevano. I pennoni si muovevano, si portavano adagio contro il vento, che ronzava forte su di essi.
«Si sta muovendo, signore», urlò Singleton. «Ha incominciato adesso a muoversi».
«Date un giro a quel braccio. Dategli un giro!», sbraitò il comandante.
Il signor Creighton, quasi soffocato e nell’impossibilità di muoversi, compì uno sforzo formidabile e con la mano sinistra riuscì ad ancorare il braccio. «Braccio fissato!», gridò qualcuno. Egli chiuse gli occhi come se fosse sul punto di svenire, mentre noi, rannicchiati gli uni contro gli altri intorno al braccio, stavamo a guardare con occhiate intimorite quello che avrebbe fatto adesso la nave.
Si mise in movimento adagio, come se fosse stata esausta e scoraggiata quanto gli uomini che aveva a bordo. Prese l’abbrivio molto gradualmente, facendoci trattenere il fiato fino a scoppiare, e non appena ebbe portato il vento al traverso incominciò a muoversi e ci fece palpitare il cuore. Fu spaventoso vederla, quasi capovolta, incominciare a prendere velocità e trascinare il proprio fianco sommerso attraverso l’acqua. Le bigotte del sartiame facevano ribollire il mare burrascoso
La metà inferiore del ponte era piena di mulinelli impazziti e di vortici; e la lunga linea del parapetto sottovento appariva nera, di quando in quando, nei risucchi di una distesa di spuma abbacinante e bianca quanto un campo di neve. Il vento cantava stridulo tra le antenne; e ad ogni lieve rollio ci aspettavamo di sentirla scivolare sul fondo, coricata su un fianco, sotto le nostre schiene. Quando ebbe il vento in poppa, fece il primo evidente tentativo di raddrizzarsi, e noi la incoraggiammo con un urlo fioco e discorde.
Una grande ondata si avvicinò veloce a poppa e per un momento rimase sospesa sopra di noi con la cresta incurvata; poi si infranse sotto la volta di poppa e si distese a entrambi i lati della nave con un gran lenzuolo di spuma ribollente. Più forte del suo scroscio feroce, udimmo Singleton gracidare: «Sta ubbidendo al timone!». Aveva adesso entrambi i piedi ben piantati sulla grata, e la ruota girava rapidamente mentre lui metteva la barra sottovento.
«Porta il vento sulla sinistra e tienila sulla rotta!», gridò il comandante, rialzandosi barcollante, il primo uomo a rimettersi in piedi tra il nostro gruppo prostrato. Uno o due uomini urlarono eccitati: «Si solleva!».
Lontano a prora, il signor Baker e altri tre uomini furono veduti eretti e neri contro il cielo limpido, mentre alzavano le braccia e tenevano la bocca aperta, come se avessero urlato tutti insieme. La nave vibrò, sforzandosi di sollevare il fianco, tornò a coricarsi con un sussulto, parve rinunciare con uno snervato ingavonamento, e all’improvviso, con uno scossone inaspettato, oscillò violentemente sopravvento, come se si fosse strappata a una stretta mortale. L’intero, immenso volume d’acqua sollevato dal ponte del veliero venne gettato in un colpo solo a dritta. Si udirono forti schianti. Portelli di ferro, spalancandosi, tuonarono con colpi vibranti. L’acqua superò il parapetto di dritta con l’impeto di un fiume che si rovesciasse da una diga. Il mare sul ponte e il mare a ogni lato della nave si mescolarono con uno scroscio assordante.
Il Narciso rollò violentemente. Balzammo in piedi e fummo lanciati o scaraventati senza difesa da un lato e dall’altro. Gli uomini, rotolando più e più volte su se stessi, gridarono: «Il casotto partirà!»… «Si solleva!».
Sollevata da un maroso torreggiante, la nave corse con esso per un momento, rovesciando voluminosi torrenti d’acqua attraverso ogni apertura dei suoi fianchi feriti. I bracci sottovento, essendo stati strappati o staccati dalle caviglie, tutti i poderosi pennoni a prora oscillavano da un lato all’altro, e con spaventosa rapidità, ad ogni rollio. Si videro gli uomini a prua rannicchiarsi qua e là mentre guardavano in alto con occhiate timorose le enormi antenne che turbinavano sopra le loro teste. Le tele lacere e le estremità di manovre spezzate fluttuavano nel vento come ciocche di capelli. Nel limpido sole, sul balenante tumulto e sullo scroscio del mare, la nave correva ciecamente, scarmigliata e a capofitto, come se fuggisse per salvarsi la vita; e a poppa noi piroettavamo su noi stessi, barcollavamo qua e là, smarriti e chiassosi. Parlavamo tutti insieme con un esile cicaleccio; avevamo l’aspetto di invalidi, e gesti di maniaci. Occhi splendevano, grandi e stravolti, nei sorrisi di facce smunte che sembravano essere state cosparse con polvere di gesso. Battevamo i piedi e le mani e ci sentivamo pronti a scattare e a fare qualsiasi cosa; ma in realtà riuscivamo a malapena a reggerci in piedi.
Il capitano Allistoun, severo e magro, gesticolava follemente da poppa al signor Baker: «Blocchi quei pennoni di prora! Li fermi come meglio può!».
Sul ponte principale, uomini eccitati dalle sue grida, sguazzavano precipitandosi senza meta qua e là, con la spuma che turbinava intorno a loro fino alla vita. Discosto all’estrema poppa, e solo al timone, il vecchio Singleton aveva deliberatamente rimboccato la propria candida barba sotto l’ultimo bottone della cerata luccicante. Dondolando sopra il frastuono e il tumulto del mare, con l’intera lunghezza della nave malconcia lanciata avanti in una fuga rollante dinanzi ai suoi fermi occhi, egli rimaneva in piedi rigido e immobile, dimenticato da tutti, con una faccia intenta. Dinanzi alla sua figura eretta, soltanto le due braccia si muovevano trasversalmente, con rapida e improvvisa prontezza, per frenare o affrettare di nuovo il rapido spostamento dei raggi del timone. Governava con diligenza.
Capitolo quarto
Agli uomini cui la sua sdegnosa misericordia concede una tregua, il mare immortale concede, nella propria giustizia, il più ampio privilegio di una desiderata attività. Grazie alla saggezza perfetta della sua generosità, ad essi non è consentito meditare a loro agio sul sapore complicato e acre della esistenza. Devono senza alcuna sosta giustificare la loro esistenza con la misericordia eterna che impone fatiche dure e incessanti, dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba; finché lo stanco susseguirsi delle notti e dei giorni, corrotto dall’ostinato clamore dei savi, che pretendono beatitudine e un vuoto cielo, non è redento finalmente dal vasto silenzio della sofferenza e della fatica, e dal muto coraggio di uomini oscuri, immemori e pazienti.
Il comandante e il signor Baker, venendo a trovarsi faccia a faccia, si fissarono per un momento con gli sguardi intensi e stupiti di uomini che si ritrovino inaspettatamente dopo anni di afflizioni. Avevano perduto la voce e si limitarono a bisbigliare disperatamente l’uno all’altro.
«Manca nessuno?», domandò il capitano Allistoun.
«No; sono tutti presenti».
«Vi sono feriti?»
«Soltanto il terzo ufficiale».
«Mi occuperò subito di lui. Siamo fortunati».
«Molto», sillabò il signor Baker, debolmente. Si afferrò al parapetto e fece roteare gli occhi iniettati di sangue.
L’ometto grigio compì uno sforzo per alzare la voce al di sopra di un mormorio sordo, e fissò il secondo con uno sguardo gelido, penetrante come una freccia. «Aumenti la velatura», disse, parlando in tono autoritario, con uno schiocco inflessibile delle labbra sottili. «Aumenti la velatura non appena sarà possibile. Questo è un vento favorevole. Immediatamente, signor Baker… Non dia tempo agli uomini di sentire se stessi. Altrimenti si accorgeranno di essere sfiancati e irrigiditi e non riusciremo mai… Dobbiamo farla navigare adesso…». Barcollò a causa di un lungo e violento rollio; il parapetto affondò nell’acqua fugace, sibilante. Egli si afferrò a una sartia e girò su se stesso, senza volerlo, urtando contro il secondo. «…adesso che abbiamo finalmente un buon vento. Aumenti… la velatura». La testa gli oscillò da una spalla all’altra. Le palpebre incominciarono a battergli rapidamente. «E le pompe… le pompe, signor Baker». Lo scrutava come se la faccia a trenta centimetri dai suoi occhi si fosse trovata a mezzo miglio di distanza. «Tenga gli uomini in moto per… per portarla avanti», farfugliò in tono sonnacchioso, come un uomo sul punto di addormentarsi. Improvvisamente si riscosse. «Non devo fermarmi. Non è possibile», disse, compiendo il tentativo doloroso di sorridere. Lasciò la presa e, spinto dal beccheggio della nave, corse involontariamente a poppa, a passettini corti, finché non venne a trovarsi contro la chiesuola della bussola. Avvinghiato ad essa, alzò gli occhi, con uno sguardo vacuo, su Singleton che, senza badargli, continuò a osservare ansiosamente l’estremità dell’asta di fiocco.
«Funziona bene la timoneria?», domandò il capitano.
Si udì un rumore nella gola del vecchio marinaio, come se le parole avessero cozzato le une contro le altre prima di poter uscire. «Governa… come una barchetta», egli disse infine, con rauca tenerezza, senza degnare nemmeno di uno sguardo fuggevole il comandante… poi, guardingo, fece ruotare il timone, lo fermò, lo ruotò nella direzione opposta.
Il capitano Allistoun si strappò alla delizia dell’appoggio contro la chiesuola, e incominciò a portarsi a poppa barcollando e dondolando per mantenere l’equilibrio…
Le bielle delle pompe, sferragliando, oscillavano a brevi scatti mentre i volani scorrevolmente giravano, velocissimi, ai piedi dell’albero di maestra, scagliando avanti e indietro, con regolare impetuosità due gruppi di uomini fiacchi avvinghiati alle maniglie. Essi si abbandonavano al movimento, oscillando sulle anche con facce guizzanti e occhi impietriti. Il carpentiere, che di tanto in tanto sondava, esclamò meccanicamente: «Spremetela! Fatela camminare!».
Il signor Baker non riusciva a parlare, ma trovò la voce per gridare; e, sotto il pungolo dei suoi veementi rimproveri, gli uomini assicurarono i cavi, issarono altre vele; e, pur ritenendosi incapaci di muoversi, portarono sulle alberature pesanti bozzelli… revisionarono i paranchi. Si arrampicavano sulle sartie con sforzi esitanti e disperati. Mentre spostavano il proprio peso da un piede all’altro si sentivano girare la testa, camminavano alla cieca sui pennoni come uomini nelle tenebre; oppure si affidavano al primo cavo a portata di mano con la negligenza delle energie esaurite. Le cadute evitate per un pelo non turbavano il battito languido dei loro cuori; il rombo del mare che ribolliva molto più in basso risuonava ininterrotto e debole, come il suono indistinto proveniente da un altro mondo; il vento riempieva loro gli occhi di lacrime e, con folate violente, cercava di spingerli giù dal punto in cui dondolavano in posizioni insicure. Con le facce striate dal sudore e i capelli arruffati dal vento volavano su e giù, a cavalcione delle estremità dei pennoni, stando accovacciati su corde di sostegno, abbracciando ammantigli per avere le mani libere, o stando ritti contro catene.
I loro pensieri oscillavano vagamente tra il desiderio di riposare e il desiderio di vivere, mentre con le dita irrigidite liberavano borose, annaspavano in cerca di coltelli, o si reggevano con una stretta tenace contro gli urti violenti delle vele che sbattevano. Si fissavano irosamente e selvaggiamente a vicenda, facevano segni frenetici con una mano mentre reggevano la loro stessa vita con l’altra, guardavano in basso l’angusta striscia del ponte allagato, urlavano sottovento: «Molla!»… «Tira su!»… «Ferma!». Le loro labbra si muovevano, i loro occhi roteavano, furiosi e smaniosi per il desiderio d’essere capiti, ma il vento gettava ogni parola inascoltata verso il mare in tempesta.
In preda a una tensione intollerabile e senza fine, lavoravano come uomini indotti da un sogno spietato a faticare in un’atmosfera di gelo o di fiamma. Ora ardevano, ora rabbrividivano. Le loro cornee bruciavano quasi si fossero trovati nel fumo di una deflagrazione; sentivano la testa sul punto di scoppiare ad ogni grido. Dure dita sembravano afferrarli alla gola. Ad ogni rollio pensavano: “Adesso non posso fare a meno di mollare la presa. Ci scrollerà tutti in acqua…”. E, sbalestrati in alto sulle alberature, gridavano selvaggiamente: «Ehi, laggiù… afferra la cima!»… «Libera il cavo»… «Gira questo bozzello!».
Annuivano disperatamente, scuotendo facce adirate. «No! No! Dal basso in alto». Sembravano odiarsi reciprocamente di un odio mortale. La smania di farla finita con tutte quelle fatiche rodeva loro il petto e il desiderio di fare le cose per bene era una sofferenza bruciante. Tutti imprecavano contro la loro sorte, condannavano la loro esistenza, e sprecavano fiato con imprecazioni mortali lanciate gli uni contro gli altri. Il treviere, con la testa calva e quadrata, lavorava febbrilmente, dimenticando le proprie intimità con un così gran numero di ammiragli. Il nostromo, arrampicandosi con caviglie per impiombare o con mazzi di merlini, oppure inginocchiato sul pennone, aveva visioni chiare e fuggevoli della sua vecchia e dei suoi figlioli in un villaggio delle brughiere.
Il signor Baker, sentendosi debolissimo, barcollava qua e là, ringhioso e inflessibile, come un uomo di ferro. Tendeva agguati a coloro che, scendendo dall’alberatura, rimanevano immobili ad ansimare per riprendere fiato. Ordinava, incoraggiava, rimproverava.
«Suvvia, alla vela di gabbia, adesso! Iniziate la manovra con quel cavo! Non state lì a ciondolare!».
«Ma non c’è riposo per noi?», borbottarono voci.
Egli girò sui tacchi ferocemente, mentre il cuore gli si stringeva. «No! Niente riposo finché il lavoro non sarà fatto. Lavorate finché non cadrete morti. Per questo siete qui».
Un marinaio curvo al suo fianco proruppe in una breve risata. «Lavorare o crepare», gracidò amaramente, poi si sputò nei larghi palmi, alzò le lunghe braccia e, afferrata la corda che pendeva alta sopra il suo capo, lanciò un grido luttuoso e lamentoso, chiedendo che tirassero tutti insieme. Un’onda venne imbarcata sul cassero e scaraventò tutti quanti, lunghi distesi sottovento. Galleggiarono berretti e leve di legno. Mani strette a pugno, gambe scalcianti e qua e là una faccia sputacchiante, apparvero fuori della spuma crepitante dell’acqua.
Il signor Baker, trascinato via dall’ondata insieme agli altri, gridò: «Non mollate quella corda! Tenetela! Tenetela!». E, dolorosamente coperti di lividi in seguito alla caduta brutale, non la mollarono, quasi che avesse rappresentato la fortuna della loro vita. La nave filava, rollando pesantemente, e le alte creste passavano rapide a dritta e a manca, facendo balenare le loro bianche spume. Le pompe vennero liberate, i bracci vennero fissati. Furono issate le tre vele di gabbia e di randa. Il veliero si lanciò più rapido sull’acqua, distanziando il rapido scroscio delle onde. Il tuono minaccioso dei cavalloni lasciati indietro si levò a poppa… colmò l’aria con le vibrazioni tremende della propria voce. E devastata, ammaccata, ferita, la nave si diresse spumeggiante a nord, quasi fosse ispirata dal coraggio di una nobile impresa…
Il castello di prora era un luogo di umida desolazione. Gli uomini guardarono con sgomento i loro alloggiamenti: erano melmosi, gocciolanti. Il locale ronzava cavernosamente invaso dal suono del vento ed era disseminato di rottami informi, come una caverna aperta alle maree su una costa rocciosa ed esposta. Molti avevano perduto tutto quel che possedevano al mondo, ma quasi tutti gli uomini della guardia di dritta erano rimasti con le cassette da marinaio; queste ultime, però, grondavano acqua. Le cuccette erano zuppe. Le coperte, distese e salvate da qualche chiodo, spremevano acqua sotto i passi. Tirarono fuori stracci bagnati da angoli maleodoranti e, torcendone l’acqua, riconobbero i loro indumenti. Taluni sorrisero rigidamente. Altri si guardarono attorno inespressivi e muti.
Vi furono grida di gioia a causa del ritrovamento di vecchi panciotti, e gemiti di dispiacere a causa di oggetti informi trovati tra le schegge di lettiere fracassate.
Una lampada venne scoperta incuneata sotto il bompresso.
Charley piagnucolò un poco. Knowles arrancò qua e là, fiutando, esaminando oscuri recessi in cerca di qualcosa di ricuperabile. Versò acqua sudicia fuori da uno stivale e si preoccupò di trovarne il proprietario. Quelli che, sopraffatti dalle perdite subite, sedevano sul boccaporto di prora rimasero con i gomiti puntati sulle ginocchia e, un pugno poggiato contro ogni guancia, disdegnarono di alzare gli occhi.
Egli mise loro sotto il naso lo stivale.
«Ecco uno stivale ancora buono. È vostro?».
Ringhiarono: «No… vattene».
E uno di loro scattò: «Portalo all’inferno fuori di qui».
Knowles parve stupito. «Perché? È uno stivale ancora buono». Poi, ricordando a un tratto che aveva perduto ogni suo indumento, dal primo all’ultimo, lasciò cadere il ritrovamento e cominciò a bestemmiare.
Nella luce fioca voci imprecanti si scontravano.
Un uomo entrò e, lasciate cadere le braccia, rimase immobile ripetendo dalla soglia: «Che dannata rovina! Che dannata rovina!».
Alcuni frugarono ansiosamente nelle cassette piene d’acqua, in cerca di tabacco. Ansimavano, sbraitavano a testa bassa. «Guarda qui, Jack!…». «Ecco! Sam! Il vestito per scendere a terra è rovinato per sempre!».
Uno degli uomini imprecava in lacrime tenendo in mano un paio di calzoni ruscellanti. Nessuno lo degnò d’uno sguardo.
Il gatto sbucò fuori da qualche posto.
Fu accolto da un’ovazione. Se lo strapparono di mano a vicenda, lo accarezzarono tra un mormorio di vezzeggiativi. Si domandarono dove fosse «scampato alla burrasca»; discussero al riguardo. Incominciò un vociante litigio. Due uomini portarono dentro un secchio d’acqua potabile, e tutti vi si pigiarono attorno; ma Tom, magro e miagolante, si avvicinò con tutti i peli ritti e bevve per primo. Due marinai andarono a poppa a prelevare olio e gallette.
Poi, nella luce gialla e nei momenti di sosta mentre lavavano il ponte, gli uomini masticarono le dure gallette, organizzandosi per «tirare avanti in qualche modo». Decisero di dormire a due a due nelle cuccette. Organizzarono turni per portare gli stivali e indossare gli impermeabili di cerata. Si chiamarono a vicenda «vecchio mio» e «figliolo» con voci allegre. Risuonarono pacche amichevoli. Vennero sbraitate barzellette. Uno o due si coricarono sul ponte bagnato e dormirono con il capo appoggiato alle braccia flesse, mentre parecchi altri, seduti sul boccaporto, fumavano. Le loro facce stanche apparivano attraverso una sottile bruma azzurrognola, rasserenate e con occhi scintillanti.
Il nostromo fece capolino. «Uno di voi dia il cambio al timone», gridò dentro. «Sono le sei. Il diavolo mi porti se il vecchio Singleton non si trova là da più di trenta ore». Sbatté di nuovo la porta.
«Turno di guardia del nostromo in coperta», disse qualcuno. «Ehi, Donkin, tocca a te», urlarono tre o quattro uomini insieme.
Donkin, dopo essere strisciato in una cuccetta vuota, giaceva immobile sulle assi bagnate.
«Donkin, tocca a te andare al timone».
Egli tacque.
«Donkin è morto», sghignazzò qualcuno.
«Vendete i suoi vestiti dannati», urlò un altro. «Donkin, se non vai al maledetto timone ti vendiamo i vestiti… hai sentito?», schernì un terzo.
Donkin gemette dalla sua buia tana. Si lagnò di avere tutte le ossa doloranti, piagnucolò pietosamente.
«Non vuole andare», disse una voce sprezzante. «Tocca a te, Davis».
Il giovane marinaio si alzò penosamente, raddrizzando le spalle. Donkin cacciò fuori la testa e la sua faccia, nella gialla luce, parve fragile e spettrale. «Ti darò una libbra di tabacco», gemette in tono conciliante, «non appena lo avrò prelevato a poppa. Te la darò, com’è vero Dio…». Davis gli vibrò un manrovescio a braccio teso e la testa scomparve. «Vado», disse, «ma la pagherai». Si diresse a passi malfermi, ma risoluti, verso la porta.
«Ti pagherò», guaì Donkin, saltando fuori dietro di lui. «Ti pagherò… com’è vero Dio… una libbra… tre scellini la fanno pagare».
Davis spalancò la porta. «Pagherai il mio prezzo, quando farà bello», si voltò a gridare.
Uno degli uomini si sbottonò rapidamente la giubba bagnata, gliela gettò sulla testa. «Tieni, Taffy… prendi questa, ladro!».
«Grazie!», gridò lui dall’oscurità, vincendo lo scroscio delle onde. Lo si sentì sguazzare; un’ondata si ruppe a bordo con un tonfo liquido.
«Ha già fatto il bagno», osservò un torvo veterano.
«Già, già», grugnirono altri.
Poi, dopo un lungo silenzio, Wamibo fece strani rumori.
«Ehilà, che cosa ti prende?», domandò qualcuno, stizzito.
«Dice che avrebbe voluto andar lui al posto di Davy», spiegò Archie, che era, in generale, l’interprete del finlandese.
«Gli credo!», gridarono voci…, «lascia perdere, olandese»… «Ci andrai, testa di rapa!»… «Il tuo turno verrà anche troppo presto»… «Quando stai bene non te ne rendi conto».
Smisero e voltarono tutti insieme la faccia verso la porta. Singleton entrò, mosse due passi, e rimase in piedi dondolando lievemente. Il mare sibilava, scorreva ruggendo ai due lati della prua, e il castello di prora vibrava, colmo di mormorii profondi; la lampada ardeva, oscillando come un pendolo.
Singleton si guardò attorno con occhi sognanti e interdetti, quasi non riuscisse a distinguere gli uomini immobili dalle loro irrequiete ombre. Vi furono esclamazioni sature di timore reverenziale. «Salve, salve…». «Com’è la situazione fuori, adesso, Singleton?».
Quelli che sedevano sul boccaporto alzarono gli occhi in silenzio e il marinaio più vecchio della nave subito dopo Singleton (quei due si capivano a vicenda sebbene difficilmente scambiassero più di tre parole al giorno) alzò gli occhi verso l’amico, attento per un momento, poi, toltasi di bocca una corta pipa d’argilla, la offrì senza dir parola. Singleton allungò il braccio verso di essa, mancò il segno, barcollò e a un tratto stramazzò in avanti, piombando giù, rigido e lungo disteso, come un albero sradicato.
Vi fu un rapido accorrere. Gli uomini si spinsero a vicenda, gridando:
«È finito!».
«Voltatelo!».
«State indietro!».
Sotto una cerchia di facce spaventate che si chinavano su di lui, Singleton giaceva supino, guardando in alto in modo fisso e intollerabile. Nel silenzio della costernazione generale, mentre gli uomini trattenevano il respiro, egli disse, con un mormorio raschiante:
«Sto benissimo». E aprì e chiuse le mani.
Lo aiutarono a rialzarsi.
Farfugliò scoraggiato: «Sto diventando vecchio… vecchio».
«No… tu no», gridò Belfast, con pronto tatto. Sostenuto da ogni parte, egli lasciò ciondolare la testa.
«Ti senti meglio?», gli domandarono.
Li fissò iroso, di sotto le sopracciglia, con dilatati occhi neri, mentre il candore cespuglioso della barba lunga e folta gli si allargava sul petto.
«Vecchio, vecchio!», ripeté in tono severo.
Aiutato, giunse alla sua cuccetta. V’era in essa un mucchio melmoso e soffice di qualcosa che puzzava, come succede su una spiaggia fangosa con la marea bassa. Era il suo pagliericcio zuppo d’acqua. Con uno sforzo convulso egli vi si issò, e nell’oscurità dell’angusto giaciglio si poté udirlo borbottare irosamente, come un animale irritato e selvaggio a disagio nella propria tana: «Un po’ di brezza… una cosa da niente… e non la sopporto… sono vecchio!».
Si addormentò, finalmente, con gli alti stivaloni e il cappello di cerata in testa; l’impermeabile di cerata frusciava ogni volta che, con un gemito profondo e sospirante, egli si girava.
Gli uomini parlarono di lui a bisbigli sommessi e preoccupati.
«Questo lo stroncherà…».
«È forte come un cavallo…».
«Sì, ma non è più quello di un tempo…».
Con malinconici mormorii lo diedero per spacciato. Eppure, a mezzanotte, Singleton si presentò per il servizio come se nulla fosse accaduto, e rispose all’appello con un luttuoso: «Son qui!».
Cogitava nella sua solitudine più che mai, in un silenzio impenetrabile e con una faccia rattristata. Per molti anni si era sentito chiamare «vecchio Singleton» e aveva accettato serenamente la qualifica, considerandola un segno del rispetto dovuto a un uomo che per mezzo secolo aveva misurato la propria forza contro i favori e le furie del mare. Non aveva mai dedicato un solo pensiero al proprio corpo mortale. Viveva immune, come se fosse stato indistruttibile, cedendo a tutte le tentazioni, sopravvivendo a innumerevoli tempeste. Aveva ansimato sotto il sole, rabbrividito nel gelo; aveva sopportato la fame, la sete, gli stravizi. Era passato attraverso molti cimenti… aveva conosciuto tutte le furie.
Vecchio! Gli sembrava di essere stato stroncato, finalmente. E, come un uomo legato a tradimento mentre dorme, si destava inceppato dalla lunga catena degli anni ignorati. Doveva reggere tutto a un tratto il fardello dell’intera sua esistenza, e lo trovava quasi troppo pesante per le proprie forze. Vecchio! Muoveva le braccia, scuoteva la testa, si tastava le membra. Sto invecchiando… e allora?
Contemplò adesso il mare immortale con la ridesta e brancolante percezione della sua forza insensibile; lo vide immutato, nero e spumeggiante sotto l’eterno esame delle stelle; ne udì la voce impaziente chiamarlo da una spietata immensità colma di agitazione, di tumulto e di terrore. Guardò lontano su di esso e vide una distesa sconfinata tormentata e cieca, gemente e furiosa, che reclamava ogni giorno della sua vita tenace, e che, una volta giunta a termine quella vita, avrebbe reclamato il logoro corpo del proprio schiavo…
Questa fu l’ultima brezza propizia. Cambiò rapidamente direzione, passò ad un nero vento da sud-est, e si esaurì, dando alla nave una magnifica spinta verso nord, nel gioioso splendore solare degli alisei. Rapida e bianca la nave filava verso la patria lungo una scia diritta, sotto un cielo azzurro e sulla piatta distesa di un azzurro mare. Aveva a bordo la completata saggezza di Singleton, le delicate suscettibilità di Donkin, e l’altezzosa follia di noi tutti.
Le ore dell’inefficace tumulto vennero dimenticate; la paura e l’angoscia di quei momenti tenebrosi non furono mai ricordate nella serenità luminosa delle belle giornate. Eppure, a partire da quella volta, la nostra vita parve ricominciare daccapo come se fossimo morti e quindi risuscitati. Tutta la prima parte della traversata, l’Oceano Indiano dall’altro lato del Capo, tutto ciò si perdette in una bruma, come il sospetto inestirpabile di qualche esistenza precedente. Era finito… poi avevano preso il suo posto ore vuote: una chiazza confusa e livida… e di nuovo vivevamo!
Singleton possedeva una verità sinistra; il signor Creighton una gamba ferita; il cuoco la fama… e abusava vergognosamente delle possibilità offertegli dall’essersi così distinto. Donkin, in quanto a lui, aveva un ulteriore motivo di lagnanza. Andava in giro ripetendo con insistenza:
«Disse che mi avrebbe spappolato il cervello… Avete sentito? Adesso ci massacreranno per la più piccola inezia».
Incominciammo infine a pensare che la situazione era alquanto spaventosa. Ed eravamo presuntuosi! Ci vantavamo del nostro coraggio, della nostra capacità di lavoro, della nostra energia. Ricordavamo episodi onorevoli: la nostra dedizione, la nostra indomabile perseveranza… e ne eravamo fieri come se fossero stati il risultato dei nostri spontanei impulsi. Ricordavamo il pericolo corso, il duro lavoro… e opportunamente dimenticavamo la nostra orribile paura. Denigravamo gli ufficiali – che non avevano fatto nulla – e ascoltavamo l’affascinante Donkin.
Il suo interessamento ai nostri diritti, la disinteressata preoccupazione di lui per la nostra dignità, non venivano scoraggiate dalle invariabili contumelie che pronunciavamo, dal disprezzo dei nostri sguardi. Il disdegno che provavamo per lui era illimitato… eppure non potevamo fare a meno di ascoltare con interesse quell’artista consumato. Egli ci diceva che eravamo uomini in gamba… un «maledetto» condannato gruppo di uomini in gamba. E chi ci ringraziava? Chi si accorgeva dei torti inflittici? Non conducevamo forse una vita da cani per due sterline e dieci scellini al mese? Credevamo per caso che quella paga miserabile bastasse a compensarci dei pericoli cui erano esposte le nostre vite, e della perdita di tutto il nostro corredo?
«Abbiamo perduto ogni straccio, dal primo all’ultimo!», gridava.
E ci faceva dimenticare che lui, in ogni modo, non aveva perduto un bel niente. Gli uomini più giovani lo ascoltavano pensando: questo Donkin è un tipo intelligente, anche se non si tratta di un vero uomo.
Gli scandinavi erano spaventati dalle sue audacie. Wamibo non capiva. E i marinai più anziani, cogitabondi, annuivano con la testa, facendo balenare gli orecchini d’oro infilati nei lobi carnosi delle pelose orecchie. Facce severe e cotte dal sole si appoggiavano meditative a braccia tatuate. Pugni venati e color cuoio tenevano nella loro stretta nodosa l’argilla bianco-sporca di pipe fumanti.
Gli uomini ascoltavano, ampi di torace, con le spalle curve, impenetrabili e chiusi in un silenzio torvo. Egli parlava con un ardore disprezzato e inconfutabile. La sua pittoresca e sozza loquacità scorreva come un fiume contaminato da una sorgente avvelenata. I suoi occhietti a bottoncino danzavano, scoccando occhiate a destra e a sinistra, sempre vigili nell’eventualità dell’avvicinarsi di un ufficiale. A volte il signor Baker, diretto a prora per dare un’occhiata alle vele, dondolava con la sua goffa andatura attraverso il silenzio improvviso degli uomini; oppure il signor Creighton passava zoppicante, con la faccia liscia, giovanile, e più severo che mai, penetrando il nostro breve silenzio con uno sguardo tagliente degli occhi limpidi. Alle sue spalle, Donkin ricominciava a scoccare occhiate furtive, in tralice.
«Ecco uno di loro. Qualcuno di voi si preoccupò di legarlo, quel giorno. Bella gratitudine ne ha ricavato. Non vi sta forse spremendo più che mai?… Se lo aveste lasciato cadere in mare… Perché no? Avremmo avuto meno guai. Perché no?».
Avanzava confidenzialmente, indietreggiava con grande effetto; bisbigliava, urlava, agitava le miserabili braccia, non più grosse di cannucce di pipa… allungava il collo scarno… farfugliava… strabuzzava gli occhi.
Nelle pause delle sue appassionate orazioni il vento bisbigliava sommessamente tra le alberature, il mare calmo mormorava, inascoltato, ammonimenti lungo il fianco della nave. Aborrivamo quell’individuo, eppure non potevamo negare la luminosa verità delle sue tesi. Sembrava tutto così ovvio. Eravamo indubbiamente bravi uomini; grandi erano i nostri meriti, minima la paga. Con le nostre fatiche avevamo salvato la nave e il merito sarebbe andato al comandante. Ma che cosa aveva fatto? Volevamo saperlo.
Donkin domandò: «Che cosa potrebbe fare senza di noi?», e non riuscimmo a rispondergli. Ci sentivamo oppressi dall’ingiustizia del mondo e ci stupivamo rendendoci conto di aver vissuto per lunghissimo tempo sotto questo fardello senza capire la nostra disgraziata situazione e ci irritava l’irrequieto sospetto di una stupidità priva di ogni discernimento da parte nostra.
Donkin ci assicurava che tutto era dovuto a un’eccessiva «bontà di cuore», ma sofismi così superficiali non ci consolavano. Eravamo abbastanza uomini per ammettere coraggiosamente con noi stessi le nostre manchevolezze intellettuali; comunque, a partire da quel momento, ci astenemmo dal prenderlo a calci, dal torcergli il naso, o dal malmenarlo accidentalmente, il che, dopo aver superato il Capo, aveva costituito un divertimento alquanto generale.
Davis smise di parlargli in modo provocante di occhi neri e di nasi schiacciati. Charley, molto più tranquillo dopo la tempesta, non lo scherniva più. Knowles, con deferenza e con un’aria astuta, gli poneva interrogativi come: «Potremmo avere tutti quanti lo stesso vitto degli ufficiali? Non potremmo restare tutti a terra fino ad averlo ottenuto? E quale sarebbe la cosa successiva da tentare se lo ottenessimo?».
Egli rispondeva prontamente con sprezzante certezza; si pavoneggiava presuntuoso con vestiti di gran lunga troppo grandi per lui, quasi avesse tentato di camuffarsi. Si trattava per la massima parte di indumenti di Jimmy… sebbene egli fosse disposto ad accettare qualunque cosa da chiunque; ma nessuno, tranne Jimmy, possedeva qualcosa di cui potersi privare. La dedizione di Donkin per Jimmy era sconfinata. Egli non faceva che sgattaiolare nella piccola cabina, provvedere a tutte le sue necessità, accontentarlo in ogni capriccio, sottoporsi alla sua esigente irascibilità, ridere spesso con lui. Nulla riusciva a distoglierlo dall’opera buona di visitare il malato, specie quando bisognava faticare in coperta per issare le vele. Già in due occasioni il signor Baker lo aveva tirato fuori di là afferrandolo per la collottola, con nostro inesprimibile scandalo. Bisognava forse lasciare senza assistenza un poveraccio ammalato? Dovevamo essere maltrattati perché ci occupavamo di un nostro compagno?
«Cosa?», ringhiò il signor Baker, voltandosi minacciosamente verso i mormorii di protesta, e l’intero semicerchio, come un sol uomo, indietreggiò di un passo. «Issate il coltellaccio dell’albero maestro. Su in coffa, Donkin, a controllare l’attrezzatura», ordinò il secondo ufficiale, inflessibile. «Tendi la vela, libera l’alabbasso. Dà una mano». Poi, una volta issata la vela, tornò adagio a poppa e rimase a lungo a contemplare la bussola, preoccupato, pensoso, e un po’ ansimante, quasi fosse soffocato dal contagio dell’inspiegabile ostilità che pervadeva la nave. “Che cosa succede tra gli uomini?”, pensò. “Non riesco a capire questa cattiva volontà e questi borbottamenti. Eppure si tratta di un buon equipaggio, per questi tempi”.
Sul ponte gli uomini si scambiavano parole amare, suggerite da una stupida esasperazione contro qualcosa di ingiusto e di irrimediabile che non poteva essere negato, e continuavano a bisbigliarsi frasi nelle orecchie molto tempo dopo che Donkin aveva smesso di parlare. Il nostro piccolo mondo proseguiva lungo la sua curva e costante rotta, portando con sé una popolazione scontenta e piena di aspirazioni. Gli uomini trovavano una sorta di lugubre conforto nell’interminabile e coscienziosa analisi del loro valore non apprezzato; e, ispirati dalle dottrine di Donkin, colme di speranza, sognavano entusiasticamente il momento in cui ogni nave solitaria avrebbe navigato su un mare sereno, avendo a bordo un ricco e ben nutrito equipaggio composto da comandanti soddisfatti.
Sembrava che la traversata sarebbe stata lunga. Ci lasciammo indietro gli alisei di sud-est, leggeri e incostanti; e poi, all’equatore e sotto un cielo basso e grigio, la nave, avvolta da un’opprimente calura, galleggiò su un mare grigio che aveva lo stesso aspetto di una distesa di vetro macinato. Burrasche gravavano sull’orizzonte, giravano intorno alla nave, lontane, tuonando rabbiose, come un branco di animali selvatici timorosi di caricare. Il sole invisibile, passando sopra gli alberi perpendicolari, formava tra le nubi un alone offuscato di luce senza raggi e un analogo alone di splendore attenuato lo seguiva da oriente a occidente sulla distesa smorta delle acque. Durante la notte, attraverso le tenebre impenetrabili della terra e del firmamento, vaste vampate di fiamma zigzagavano senza suono; e, per mezzo secondo, il veliero immobile nella bonaccia si profilava con gli alberi e il sartiame, con ogni vela e con ogni cavo distinti e neri al centro di una fiammeggiante esplosione, simile a una nave carbonizzata racchiusa in un globo di fuoco. Poi, di nuovo, per lunghe ore, il Narciso rimaneva perduto in un vasto universo di notte e di silenzio nel quale dolci sospiri vagavano qua e là come anime smarrite, facevano palpitare le immote vele quasi fossero state in preda a un timore improvviso, e l’incresparsi dell’oceano avvolto dall’oscurità bisbigliava lontano la propria compassione… con una voce luttuosa, immensa e fioca…
Quando la lampada veniva spenta, attraverso la porta spalancata, Jimmy, girandosi sul guanciale poteva veder svanire al di là della linea diritta del parapetto le rapide, ripetute visioni di un mondo favoloso fatto di fuoco sprizzante e di acqua addormentata. I fulmini balenavano nei suoi occhi grandi e malinconici che parevano, con un guizzo rosso, bruciare se stessi sulla faccia nera; poi egli giaceva accecato e invisibile al centro di una intensa oscurità. Udiva sul ponte silenzioso un soffice rumor di passi, il respiro di un uomo che indugiava sulla soglia; il cigolio sommesso degli alberi che oscillavano; o la voce calma dell’ufficiale di guardia che echeggiava in alto, aspra e forte, tra le vele immobili. Ascoltava con avidità, trovando un certo riposo, dopo i faticosi vagabondaggi della sua insonnia, nell’attenta percezione del benché minimo suono. Lo rallegrava il rumore secco dei bozzelli, lo rassicuravano il movimento e i mormorii degli uomini di guardia, lo calmavano il lento sbadiglio di qualche marinaio assonnato e stanco che si accingeva a schiacciare un pisolino sulle tavole del ponte. La vita sembrava una cosa indistruttibile. Continuava nell’oscurità, nella luce del sole, nel sonno; instancabile, aleggiava affettuosamente intorno all’impostura della sua morte a portata di mano. Era luminosa come la zigzagante vampata dei lampi, e più ricca di sorprese della cupa notte. Lo faceva sentire sicuro, e la calma della sua opprimente oscurità era preziosa quanto la sua irrequieta e pericolosa luce.
Ma la sera, durante il gaettone, e anche più tardi, durante il primo turno di guardia notturno, si vedeva sempre un gruppo di uomini riuniti davanti alla cabina di Jimmy. Si appoggiavano a entrambi gli stipiti della porta, serenamente interessati e con le gambe accavallate; si mettevano a cavalcioni sulla soglia, conversando, oppure sedevano, formando coppie silenziose, sulla sua cassetta da marinaio; mentre contro la paratia, lungo l’albero di gabbia di ricambio, tre o quattro uomini in fila guardavano meditativi; con le loro facce semplici illuminate dal bagliore proiettato dalla lampada di Jimmy.
La piccola cabina, riverniciata in bianco, aveva nella notte la luminosità di un reliquiario d’argento nel quale un nero idolo, rigidamente disteso sotto la coperta, ammiccava con gli occhi stanchi e accoglieva il nostro omaggio. Donkin officiava. Aveva l’aria di un assistente di laboratorio che mostrasse un fenomeno, una manifestazione bizzarra, semplice e meritoria, che per gli astanti sarebbe dovuta essere una lezione profonda e duratura.
«Non avete che da guardarlo, lui sa come stanno le cose… non temete!», esclamava di quando in quando, agitando una mano dura e scarna come l’artiglio di un beccaccino. Jimmy, supino, sorrideva con riserbo e senza muovere un dito. Affettava il languore di una debolezza estrema, in modo da farci apparire manifesto che il nostro ritardo nell’issarlo fuori dalla sua orribile prigionia, e poi la notte trascorsa a poppa tra la nostra egoistica indifferenza alle sue necessità, lo avevano «finito». Gli piaceva alquanto parlarne, e naturalmente noi eravamo sempre interessati. Parlava spasmodicamente, a brevi e rapidi slanci, con lunghe pause intermedie, così come cammina un uomo ebbro…
«Il cuoco mi aveva appena dato un piccolo boccale di caffè bollente… Lo aveva schiaffato sulla cassetta da marinaio, per poi sbattere la porta… Sentii che stava cominciando un violento rollio; cercai di salvare il caffè, mi scottai le dita… e caddi fuori della cuccetta… La nave si ingavonò così rapidamente… L’acqua entrò attraverso il ventilatore… Non riuscivo ad aprire la porta… la cabina era buia come una tomba… cercai di arrampicarmi sulla cuccetta superiore… Topi… un topo mi morse il dito mentre salivo… lo sentii nuotare sotto di me… Credevo che non sareste mai venuti… Pensavo che foste caduti in mare tutti quanti… naturalmente… Non sentivo altro che il vento… Poi veniste… in cerca del cadavere, presumo. Ancora un poco e…».
«Perdinci! Ne facesti però del baccano qui dentro», osservò Archie, cogitabondo.
«Voi causavate un così maledetto strepito sopra di me… Ce n’era abbastanza per spaventare chiunque… Non sapevo che cosa steste combinando… Se volevate fracassare le dannate assi… o la mia testa… Proprio quel che avrebbe potuto fare uno stupido gruppo di idioti spaventati… Non mi è servito a molto in ogni modo… Tanto valeva… che annegassi… Bah».
Gemette, batté i grossi denti bianchi e ci fissò con scherno. Belfast alzò su di lui due occhi addolorati, con un sorriso disperato e strinse i pugni furtivamente; Archie dagli occhi azzurri si accarezzò i rossi baffi con una mano esitante; il nostromo, dalla soglia, lo fissò per un momento, poi se ne andò bruscamente con una sonora sghignazzata. Wamibo sognava… Donkin si tastò dappertutto il mento sterile in cerca dei pochi, rari peli, e disse, trionfante, con una occhiata in tralice a Jimmy:
«Ma guardatelo! Vorrei essere sano anche soltanto la metà di lui… sul serio». Fece scattare un tozzo pollice al di sopra della spalla, nella direzione della poppa. «Questo è il modo perfetto di fregarli», guaì, con forzata cordialità.
Jimmy disse: «Non fare l’idiota, accidenti», in tono bonario.
Knowles, strofinando la spalla contro lo stipite, osservò scaltro: «Non possiamo darci malati tutti quanti… sarebbe un ammutinamento».
«Ammutinamento un corno!», lo schernì Donkin, «non esiste nessuna legge dannata contro l’essere ammalati».
«Ti becchi sei settimane di carcere duro se rifiuti di fare il tuo dovere», sostenne Knowles. «Ricordo che una volta a Cardiff vidi l’equipaggio di una nave troppo carica… anzi, a dire il vero, non è che fosse troppo carica, ma un anziano signore dall’aria paterna, con la barba bianca e un ombrello venne sul molo e parlò con gli uomini. Disse che era crudele e doloroso affogare in inverno soltanto per far guadagnare poche sterline in più all’armatore… così disse. E per poco non pianse sulla loro sorte… davvero. E aveva una bella giacca ben tagliata, e anche un bel cappello a cilindro… era molto a posto. E così gli uomini dissero che non volevano affogare in inverno… dato che quell’individuo li avrebbe difesi in tribunale. Pensarono di spassarsela ben bene e di fare baldoria per due o tre giorni. E il giudice li condannò a sei settimane perché la nave non era troppo carica. In ogni modo… fecero risultare in tribunale che non lo era. Non esisteva una nave troppo carica in tutto il Penarth Dock. Sembrava che l’imbecille fosse alle dipendenze di certe brave persone, e avesse l’incarico di cercare le navi troppo cariche, ma non sapeva vedere più in là della lunghezza del suo ombrello. Alcuni di noi, della pensione dove alloggio io quando cerco un imbarco a Cardiff, decidemmo di gettare nel bacino quella vecchia spugna piagnucolosa. Lo cercammo dappertutto, per giunta… ma lui aveva tagliato la corda non appena uscito dal tribunale… Eh, sì. Si beccarono sei settimane di carcere duro…».
Lo avevano ascoltato tutti colmi di curiosità, facendo di sì nelle pause con le facce rozze e pensose. Donkin aprì la bocca una o due volte, ma si trattenne. Jimmy giaceva immobile con gli occhi aperti, per nulla interessato. Un marinaio espresse il parere che, dopo aver pronunciato un verdetto atrocemente parziale, «i dannati giudici vanno a bere a spese dell’armatore». Altri approvarono. Era chiaro, naturalmente.
Donkin disse: «Be’, sei settimane non sono un granché. Si dorme tutta la notte, e ogni notte, in carcere. Io ci starei subito».
«Tu ci sei abituato, non è così, Donkin?», domandò qualcuno.
Jimmy fu così condiscendente da ridere. E la cosa rallegrò tutti, mirabilmente. Knowles, dando prova di una sorprendente agilità mentale, cambiò discorso.
«Se ci ammalassimo tutti, che cosa sarebbe della nave? Eh?». Pose il problema e rivolse un sorriso circolare a tutti quanti.
«Lascia che vada al diavolo», sogghignò Donkin. «Dio la maledica. Mica è tua».
«Cosa? Lasciarla andare alla deriva, semplicemente?», insistette Knowles, in tono incredulo.
«Ma sì! Alla deriva, e che il diavolo se la porti», affermò Donkin, con bella noncuranza.
L’altro non era persuaso… e meditò. «Le provviste finirebbero», mormorò, «e… non si arriverebbe mai in nessun posto… e il giorno della paga, poi?», soggiunse, più sicuro di sé.
«A Jack piace un buon giorno di paga», esclamò un ascoltatore sulla soglia. «Eh, sì, perché allora le ragazze gli mettono un braccio intorno al collo e una mano nella tasca, e lo chiamano “anatroccolo”. Non è così, Jack?»
«Jack, tu sei un terrore con le donne».
«Se ne porta a rimorchio tre alla volta, come uno di quei rimorchiatori Watkins a due fumaioli che partono con tre golette a poppa».
«Jack, sei un predone».
«Jack, raccontaci di quella con un occhio azzurro e uno nero. Su».
«Ce n’è un mucchio di donne con un occhio nero lungo la strada di…».
«No, quella è una speciale, andiamo, Jack».
Donkin aveva un’espressione severa e disgustata; Jimmy sembrava molto annoiato; un vecchio lupo di mare dai capelli grigi scosse appena la testa, sorridendo al fornello della pipa, divertito con discrezione. Knowles si voltò qua e là allibito; balbettò dapprima con l’uno, poi con l’altro. «No!… Ma guarda un po’!… Non si può parlare in modo ragionevole e dire cose sensate con voi… Sempre a scherzare». Si ritirò vergognoso… borbottante e compiaciuto.
Risero ululando nella luce cruda, intorno alla cuccetta di Jimmy ove, sul guanciale bianco, la sua faccia nera e scavata si voltava da una parte e dall’altra, irrequieta. Giunse una folata di vento che fece guizzare la fiamma della lampada, e fuori, in alto, le vele palpitarono, mentre più vicino il bozzello della vela di trinchetto batteva un colpo sonoro sul parapetto di ferro.
Una voce lontana gridò: «La barra al vento!», un’altra voce, più fioca, rispose: «Barra tutta al vento, signore!».
Gli uomini tacquero… aspettarono ansiosi. Il lupo di mare dai capelli brizzolati batté il fornello della pipa sulla soglia, e si alzò. La nave si inclinò dolcemente e il mare parve destarsi, mormorando sonnacchiosamente.
«Ecco che arriva un po’ di vento», disse qualcuno, a voce molto bassa.
Jimmy si voltò adagio verso la brezza.
La voce nella notte gridò, forte e imperiosa: «Issate la randa».
Il gruppo davanti alla porta scomparve dalla luce. Si udirono gli uomini portarsi a poppa, ove ripeterono, con intonazioni diverse: «Randa issata!»… «Issata la randa, signore!». Donkin rimase solo con Jimmy. Vi fu un silenzio. Jimmy dischiuse e richiuse le labbra parecchie volte, come se stesse inghiottendo sorsate d’aria più fresca; Donkin mosse le dita dei piedi nudi e le contemplò cogitabondo.
«Non vai a dargli una mano con la vela?», domandò Jimmy.
«No. Se sei di loro non hanno abbastanza muscoli per issare quella dannata, marcia randa, non meritano di vivere», rispose Donkin con una voce tediata e remota, come se avesse parlato dal fondo di una buca. Jimmy osservò il profilo conico, da uccello, con una sorta di bizzarro interessamento; si sporgeva dalla cuccetta con l’espressione calcolatrice e incerta dell’uomo che si domandi come meglio afferrare qualche strana creatura, la quale ha l’aria di poter pungere o mordere. Ma si limitò a dire:
«Il secondo si accorgerà che non ci sei… e sbraiterà».
Donkin si alzò per andare. «Lo faccio fuori, in qualche notte buia; vedrai se non lo faccio fuori», disse voltando la testa.
Jimmy continuò rapidamente: «Sei come una femmina pettegola, come una stridula femmina pettegola». Donkin si fermò e reclinò la testa da una parte in atteggiamento attento. Le sue grandi orecchie sporgevano, trasparenti e venate, simili alle ali sottili di un pipistrello.
«Ah, sì?», disse, sempre voltando le spalle a Jimmy.
«Sì! Chiacchieri, chiacchieri e dici tutto quello che sai; come… come un sudicio cacatoa bianco».
Donkin aspettò. Sentiva i respiri dell’altro, lunghi e lenti; il modo di respirare di un uomo che avesse sullo sterno un peso di cinquanta chili o press’a poco. Poi domandò calmo: «Che cosa so?»
«Che cosa?… Quello che ti dico io… non molto. Che cosa ti salta in mente… parlare della mia salute per…».
«È una maledetta impostura… Una maledetta, fetente impostura di prima classe. Ma non accalappia me. Eh, no».
Jimmy rimase immobile. Donkin si ficcò le mani in tasca e con un solo passo dinoccolato si avvicinò alla cuccetta.
«Parlo… ma che importa? Non sono uomini, questi… sono pecore. Un gregge di pecore guidate. Io sto al tuo gioco… perché no? Tu stai benissimo».
«È vero… Ma non dico niente al riguardo…».
«Be’, lascia che se ne rendano conto. Lascia che imparino che cosa può fare un uomo. Io sono un uomo, so tutto di te…».
Jimmy si gettò più indietro sul guanciale; l’altro allungò il collo scarno e abbassò su di lui la faccia da uccello come se volesse beccargli gli occhi. «Sono un uomo. Ho visto come è fatta ogni galera delle colonie piuttosto che rinunciare ai miei diritti…».
«Sei un pezzo da galera», disse Jimmy, debolmente.
«Proprio così… e ne sono fiero, per giunta. Tu! Non hai un briciolo di coraggio, tu… e così hai inventato questa scusa…». Si interruppe; poi, come per un marcato ripensamento, posto lentamente in rilievo: «Tu non sei malato… vero?»
«No», rispose Jimmy, con fermezza. «Sono stato un po’ indisposto di quando in quando, quest’anno», farfugliò, abbassando a un tratto il tono della voce.
Donkin strizzò l’occhio, amichevole e confidenziale. Bisbigliò: «Ti sei comportato anche altre volte così, non è vero?». Jimmy sorrise, poi, quasi non riuscisse più a trattenersi, si lasciò andare: «Nell’ultimo imbarco, sì. Mi sentivo un po’ indisposto durante la traversata. Capisci? È stato facile. Mi pagarono a Calcutta e per giunta il comandante non fece storie… Li ebbi i miei soldi, e come! Dopo essere rimasto a letto per cinquantotto giorni! Gli idioti! Oh, Signore! Gli idioti! Mi pagarono subito». Rise spasmodicamente. Donkin gli fece eco ridacchiando. Poi Jimmy tossì violentemente. «Sto bene come sempre», disse, non appena riuscì a respirare.
Donkin fece un gesto di derisione. «Naturalmente», disse, con intensità, «chiunque può rendersene conto».
«Loro no», disse Jimmy, boccheggiando come un pesce.
«Manderebbero giù qualunque balla», asserì Donkin.
«Non lasciarlo capire troppo», lo ammonì Jimmy con voce spossata.
«Non sei molto coraggioso? Eh?», commentò Donkin, giovialmente. Poi, con improvviso disgusto: «Pensi soltanto a te stesso, purché vada bene per te…».
Così accusato di egoismo, James Wait tirò su la coperta fino al mento e giacque immobile per un po’. Le sue tumide labbra sporgevano in un eterno broncio nero. «Perché ci tieni tanto a causare guai?», domandò senza molto interesse.
«Perché è una dannata vergogna. Si approfittano di noi… vitto pessimo, poca paga… Voglio che organizziamo una dannata protesta; una maledetta protesta con i fiocchi che li costringerebbe a ricordare! Maltrattare la gente… spappolarci il cervello… figuriamoci! Non siamo uomini, forse?». La sua altruistica indignazione divampò. Poi disse, con calma: «Ho dato aria ai tuoi vestiti».
«Benissimo», fece Jimmy, languidamente. «Portali dentro».
«Dammi la chiave della cassetta. Li metto via io», disse Donkin, con amichevole premura.
«Portali dentro, li metterò via io stesso», rispose James Wait con severità.
Donkin abbassò gli occhi, borbottando…
«Che cosa dici? Che cosa dici?», domandò Wait, ansiosamente.
«Niente. La notte è asciutta, lasciamoli appesi fino a domattina», disse Donkin, con una voce stranamente tremula, come se trattenesse l’ilarità o l’ira.
Jimmy parve soddisfatto. «Mettimi un po’ d’acqua nella tazza per stanotte», disse.
Donkin fece un passo al di là della soglia. «Metticela tu», rispose in tono arcigno. «Puoi farlo, a meno che tu non sia malato».
«Naturale che posso farlo», disse Wait. «Soltanto…».
«Be’, allora fallo», disse Donkin con perfidia. «Se puoi badare ai tuoi vestiti puoi badare a te stesso». Si allontanò sul ponte senza voltarsi indietro.
Jimmy si sporse a prendere la tazza. Non una goccia. La rimise a posto adagio, con un lieve sospiro… e chiuse gli occhi. Pensò: “Quel lunatico di Belfast mi porterà un po’ d’acqua se glielo chiedo. Idiota. Ho una gran sete…”.
Faceva molto caldo nella cabina, e la cabina parve ruotare adagio su se stessa, distaccarsi dalla nave e oscillare mollemente in uno spazio luminoso e arido ove splendeva un sole nero, girando rapidissimo. Un luogo senz’acqua! Niente acqua! Un poliziotto con la faccia di Donkin bevve un bicchiere di birra accanto a un pozzo asciutto, e volò via battendo le ali vigorosamente. Una nave le punte dei cui alberi perforavano il cielo e non erano visibili scaricava grano e il vento faceva turbinare la pula secca a spirali lungo il molo di un bacino asciutto. Lui turbinò insieme alla pula… molto stanco e leggero. Tutto quello che aveva avuto dentro era scomparso. Si sentiva più leggero della pula… e più secco. Gonfiò il torace incavato. L’aria vi penetrò trascinando via nel suo impeto un monte di strane cose che somigliavano a case, alberi, persone, lampioni… Non più! Non c’era più aria… e lui non aveva finito di trarre il lungo respiro. Ma si trovava in carcere! Lo stavano chiudendo nella cella. Una porta sbatté. Girarono la chiave due volte, gli gettarono addosso un secchio d’acqua… Puri! Perché?
Aprì gli occhi, pensando che la caduta era stata molto pesante per un uomo vuoto…. vuoto… vuoto. Si trovava nella sua cabina. Ah! Benissimo! Aveva la faccia madida di sudore, le braccia più pesanti del piombo. Vide il cuoco ritto sulla soglia, con una chiave d’ottone in una mano e un luccicante pentolino a gancio nell’altra.
«Ho chiuso la cucina per stanotte», disse il cuoco, sorridendo benevolo. «La campana ha appena suonato otto volte. Ti ho portato un pentolino di tè freddo per stanotte, Jimmy. E per giunta l’ho addolcito con un po’ di zucchero bianco degli ufficiali. Be’… non manderà in rovina la nave».
Entrò, appese il pentolino alla sponda della cuccetta, domandò con noncuranza: «Come va?», e sedette sulla cassetta da marinaio.
«H’m», grugnì Wait, inospitale.
Il cuoco si asciugò la faccia con un sudicio straccio di cotone, annodandoselo poi intorno al collo. «Così fanno i fuochisti sulle navi a vapore», disse, serenamente e molto soddisfatto di se stesso. «Il mio lavoro è pesante quanto il loro – ci sto per l’appunto pensando – e l’orario più lungo. Li hai mai visti giù nel locale caldaie? Sembrano demoni… ad alimentare… alimentare… alimentare il fuoco… là sotto».
Additò con l’indice il ponte. Qualche pensiero tetro gli rabbuiò la faccia lustra, fuggevole, come l’ombra di una nube in movimento sulla luminosità di un mare tranquillo. La guardia sostituita scalpicciò rumorosamente diretta a prora, passando tutta insieme dinanzi alla luminosità della porta. Qualcuno gridò: «Buonanotte!». Belfast si fermò per un momento e guardò Jimmy, vibrante e ammutolito per un’emozione repressa. Scoccò al cuoco un’occhiata satura di lugubre presentimento, e scomparve. Il cuoco si schiarì la voce. Jimmy guardò in alto e rimase immobile come un uomo che si nasconda.
La notte era limpida, con una brezza dolce. Sopra le teste d’albero la curva splendente della Via Lattea attraversava il cielo come un arco trionfale di luce eterna lanciato sulla scura traiettoria della terra. Sul castello di prora un uomo fischiettava, con limpida e sonora precisione, una giga animata, mentre un altro saltellava a tempo. Da prua giungeva un mormorio confuso di voci, di risate… insieme a brandelli d’una canzone. Il cuoco scosse la testa, sbirciò Jimmy in tralice, e prese a borbottare. «Ma sì. Ballare e cantare. Non sanno pensare ad altro. Mi meraviglio che la Provvidenza non si stanchi… Dimenticano che il Giorno verrà di certo… ma tu…».
Jimmy trangugiò una sorsata di tè, frettolosamente, come se lo avesse rubato, e si rannicchiò sotto la coperta, spostandosi verso la paratia. Il cuoco si alzò, chiuse la porta, poi si rimise a sedere e disse con chiarezza:
«Ogni volta che attizzo il fuoco in cucina, penso a voialtri… che bestemmiate, rubate, mentite e peggio… e se non esistesse un altro mondo… Non che siate cattivi soggetti, in un certo senso», ammise adagio; poi, dopo una pausa di riflessioni colme di rincrescimento, continuò in tono rassegnato: «Bene, bene. Dovranno bruciare per un bel pezzo. Bruciare, ho detto? Le caldaie di uno di quei piroscafi della White Star non sono niente in confronto».
Per qualche tempo serbò il silenzio più assoluto. V’era un gran subbuglio nel suo cervello; una visione confusa di vivide sagome; un baccano eccitante di canzoni provocanti e di gemiti di dolore. Soffrì, godette, ammirò, approvò. Era deliziato, spaventato, esaltato… come quella sera (l’unica volta in vita sua… ventisette anni prima; gli piaceva ricordare il numero degli anni) in cui, da giovanotto, per aver frequentato una cattiva compagnia, si era ubriacato in un caffè concerto dell’East End. Una marea di sentimenti improvvisi lo strappò, letteralmente, al proprio corpo. Si librò in alto. Contemplò il segreto dell’aldilà. E l’aldilà gli piacque. Era stupendo. Lo amava; amava se stesso, tutti gli uomini a bordo e Jimmy. Il cuore gli traboccò di tenerezza, di comprensione, del desiderio di immischiarsi, d’ansia per l’anima di quel negro, d’orgoglio per la posseduta eternità, d’una sensazione di potenza. Afferrarlo e lanciarlo nel bel mezzo della salvezza… L’anima nera… il più nero… corpo… putridume… Demonio. No! Parlare… con la forza… di Sansone… Sentiva un grande strepito, come di cembali, nelle orecchie; saettò attraverso un’estatica confusione di facce splendenti, gigli, libri di preghiere, felicità ultraterrene, camicie bianche, arpe d’oro, giacche nere, ali. Vide vesti fluenti, volti ben sbarbati, un mare di luce… un lago di pece. V’erano profumi soavi, un puzzo di zolfo… rosse lingue di fiamma che lambivano una nebbia bianca. Una voce terrificante tuonò!… La si udì per tre secondi.
«Jimmy!», egli gridò in tono ispirato. Poi esitò. Una scintilla di compassione umana continuava a baluginare nella nebbia infernale della sua suprema presunzione.
«Cosa?», domandò James Wait, a malincuore. Seguì il silenzio. Il negro voltò appena la testa e scoccò un’occhiata circospetta. Le labbra del cuoco si muovevano silenziosamente; la sua espressione era rapita, gli occhi rivolti in alto. Si sarebbe detto che stesse implorando mentalmente le travi del ponte, il gancio d’ottone della lampada, due scarafaggi.
«Senti una cosa», disse Wait, «voglio dormire. Credo che ci riuscirei».
«Non è questo il momento di dormire!», esclamò il cuoco, a voce altissima. Devotamente, si era spogliato delle ultime vestigia della sua umanità. Era una voce… una cosa sublime e disincarnata, come in quella notte memorabile… la notte in cui aveva camminato sul mare per preparare il caffè ai peccatori morenti. «Non è questo il momento di dormire», ripeté con esaltazione. «Io non posso dormire».
«Non me ne frega niente», disse Wait con fittizia energia. «Io posso, maledizione. Va’ a coricarti».
«Imprecare… nelle fauci stesse… nelle fauci stesse della morte! Non lo vedi il fuoco eterno… non lo senti? Cieco e pieno zeppo di peccato! Pentiti, pentiti! Non sopporto di pensare a te. Odo l’invito a salvarti. Notte e giorno. Jimmy, lascia che ti salvi!». Le parole di supplica e di minaccia prorompevano da lui come un torrente scrosciante. Gli scarafaggi fuggirono. Jimmy sudava, torcendosi furtivamente sotto la coperta. Il cuoco sbraitò: «Hai i giorni contati!…».
«Vattene di qui!», tuonò Wait, coraggiosamente.
«Prega con me!».
«No!».
La piccola cabina era calda come un forno. Conteneva una immensità di paura e di sofferenza; un’atmosfera di urla e di gemiti; preghiere vociferate come bestemmie e bestemmie bisbigliate. Fuori, gli uomini, chiamati da Charley, il quale li informò che un sacro litigio era in corso nella cabina di Jimmy, si pigiarono davanti alla porta chiusa, troppo allarmati per aprirla. Si trovavano tutti lì. Quelli appena smontati dal turno di guardia erano saltati fuori sul ponte, in camicia, come dopo una collisione. I marinai, arrivando di corsa, domandavano: «Che cosa c’è?». Gli altri rispondevano: «State a sentire!».
Le grida soffocate continuavano:
«In ginocchio! In ginocchio!».
«Chiudi il becco!».
«Mai! Sei stato affidato a me… La tua vita è stata salvata… fermezza… misericordia… pentiti».
«Sei un pazzo e un idiota».
«A causa tua… tua… Non dormirai mai a questo mondo se io…».
«Vattene!».
«No!… Il locale caldaie… pensaci!».
Poi seguì un appassionato e stridulo farfugliare nel quale le parole crepitavano come grandine.
«No!», urlò Wait.
«Sì. È così… Non c’è niente da fare… Lo dicono tutti…».
«Menti!».
«Ti vedo moribondo in questo stesso momento… è come se fossi già morto».
«Aiuto!», gridò Jimmy con voce penetrante.
«Non in questa valle di lacrime… guarda in alto», urlò l’altro.
«Vattene! Assassino! Aiuto!», sbraitò Jimmy. La voce gli mancò. Si udirono gemiti, mormorii sommessi, alcuni singhiozzi.
«Che cosa sta succedendo, qui?», disse una voce che si udiva di rado. «Fatevi indietro, uomini! Indietro, laggiù», ripeté il signor Creighton, severamente, aprendosi un varco.
«Ecco il vecchio», bisbigliò qualcuno.
«C’è il cuoco lì dentro, signore», esclamarono parecchi marinai, indietreggiando.
La porta si aprì con uno scricchiolio; un largo fascio di luce si proiettò all’esterno sulle facce stupite; una folata calda d’aria viziata passò.
I due ufficiali torreggiavano con la testa e le spalle sull’uomo esile, dai capelli grigi, che venne rivelato in piedi tra loro, con vestiti frusti, rigido e spigoloso, come un piccolo augure scolpito, dalla faccia scavata e composta. Il cuoco, inginocchiato, si alzò. Jimmy si drizzò a sedere sulla cuccetta, allacciando con le mani le gambe flesse. Il fiocchetto del berretto da notte blu tremava quasi impercettibilmente sopra le sue ginocchia.
Gli uomini contemplarono stupefatti la lunga e curva schiena di lui, mentre l’angolo bianco di un occhio scintillava cieco nella loro direzione. Egli aveva paura di voltare la testa, si faceva piccolo; e v’era un aspetto stupefacente e animalesco nella perfezione della sua immobilità in attesa. Una cosa istintiva… l’immobilità ottusa di un bruto spaventato.
«Che cosa stai facendo qui?», domandò con voce aspra il signor Baker.
«Il mio dovere», rispose il cuoco con ardore.
«Il tuo… che cosa?», prese a dire il secondo.
Il capitano Allistoun gli toccò appena il braccio. «Conosco la sua stramberia», disse a voce bassa. «Vieni fuori di lì, Podmore», ordinò, parlando forte.
Il cuoco si torse le mani, agitò i pugni sopra il proprio capo, poi le braccia gli ricaddero, quasi fossero state troppo pesanti. Per un momento rimase lì, smarrito e ammutolito.
«Mai», balbettò. «Io… lui… io…».
«Come-hai-detto?», sillabò il capitano Allistoun, «esci immediatamente, altrimenti…».
«Vado», disse il cuoco, con affrettata e cupa rassegnazione. Scavalcò la soglia con fermezza, esitò, mosse alcuni passi. Lo guardavano tutti in silenzio.
«Vi ritengo responsabile!», gridò lui, disperatamente, voltandosi a mezzo. «Quell’uomo è moribondo. Vi ritengo…».
«Sei ancora lì?», gridò il comandante in tono minaccioso.
«Nossignore», esclamò il cuoco, frettolosamente, con una voce stupita. Il nostromo lo condusse via per un braccio; qualcuno rise; Jimmy alzò la testa per scoccare un’occhiata furtiva e, con un balzo inatteso, saltò fuori dalla cuccetta; il signor Baker lo afferrò abilmente e lo sentì molto flaccido tra le braccia; il gruppo davanti alla porta grugnì di stupore.
«Mente», ansimò Wait. «Ha parlato di demoni neri… è lui un demonio… un demonio bianco… Io sto benissimo». Si irrigidì, e il signor Baker, sperimentalmente, lo lasciò andare. Il negro barcollò per uno o due passi; il capitano Allistoun lo osservava con uno sguardo placido e penetrante. Belfast accorse per sostenerlo. Wait non sembrava conscio di avere accanto qualcuno; serbò il silenzio per un momento, lottando da solo contro una legione di terrori senza nome, tra gli sguardi avidi di uomini eccitati che lo osservavano da lontano, completamente solo nella solitudine impenetrabile della sua paura. Il mare sciabordava attraverso gli ombrinali e la nave si inclinò sotto una breve raffica.
«Tenetelo lontano da me», disse James Wait, infine, con la sua bella voce di baritono, attaccandosi con tutto il proprio peso al collo di Belfast. «Mi sono sentito meglio quest’ultima settimana… Sto bene… Stavo per riprendere servizio… domani… anche adesso, se vuole, comandante». Belfast raddrizzò le spalle per tenerlo su.
«No», disse il comandante, guardandolo fisso.
Sotto l’ascella di Jimmy la faccia rossa di Belfast si mosse a disagio. Una fila di occhi luccicanti guardava dal margine della luce. Gli uomini si spingevano a vicenda con i gomiti, voltavano la testa, bisbigliavano. Wait abbassò il mento sul petto e, con le palpebre socchiuse, si guardò attorno insospettito.
«Perché no?», gridò una voce dall’ombra. «L’uomo sta bene, signore».
«Sto benissimo», disse Wait, avidamente. «Sono stato malato… ora va meglio… posso lavorare adesso». Sospirò.
«Madre Santa!», esclamò Belfast, spostando le spalle. «Sta su, Jimmy».
«Tienti lontano da me, allora», disse Wait, dando a Belfast una spinta petulante, e, barcollando, andò ad appoggiarsi allo stipite. Gli zigomi gli luccicavano come se fossero stati verniciati. Si strappò dalla testa la berretta da notte, si asciugò la faccia con essa, la gettò sul ponte. «Esco», dichiarò senza muoversi.
«No, tu non esci», disse il comandante, brusco. Nudi piedi si spostarono, voci mormorarono tutto attorno in tono di disapprovazione; il comandante continuò come se non avesse udito. «Ti sei imboscato per quasi tutta la traversata e adesso vuoi uscire. Pensi che il giorno della paga è abbastanza vicino, ormai. Fiuti l’odore della terra, eh?»
«Sono stato ammalato… ora… sto meglio», farfugliò Wait, fissando irosamente la luce.
«Hai simulato una malattia», ribatté il capitano Allistoun, con severità. «Figuriamoci…», esitò per meno di mezzo secondo. «Figuriamoci, chiunque può rendersene conto. Non hai un bel niente, ma preferivi restartene sdraiato per il tuo comodo… e adesso rimarrai sdraiato per far piacere a me. Signor Baker, i miei ordini sono che a quest’uomo non venga permesso di uscire sul ponte fino al termine della traversata».
Si udirono esclamazioni di stupore, di trionfo, di indignazione. L’oscuro gruppo di uomini si gettò nella luce.
«Per quale motivo?»
«Ve lo avevo detto…».
«È una dannata vergogna…».
«Abbiamo qualcosa da dire al riguardo», strillò Donkin, da dietro gli altri.
«Non preoccuparti, Jim… ti faremo rendere giustizia», gridarono parecchi uomini all’unisono.
Un marinaio anziano si fece avanti in prima fila. «Intende dire, signore», domandò minacciosamente «che a un malato non è consentito ristabilirsi su questa tinozza?».
Alle sue spalle Donkin bisbigliava eccitato tra una turba attenta nella quale nessuno lo degnava di uno sguardo, ma il capitano Allistoun agitò l’indice davanti alla faccia irosa e abbronzata di colui che aveva parlato. «Tu… tieni a freno la lingua, tu», disse in tono ammonitore.
«Non è questo il modo di fare», protestarono due o tre uomini più giovani.
«Siamo forse dannate macchine?», domandò Donkin in tono penetrante, e si tuffò sotto i gomiti della prima fila. «Gli faremo vedere presto che non siamo ragazzi…».
«L’uomo è un uomo, anche se è negro…».
«Non lavoreremo in meno su questa nave dannata se Palladineve sta bene…».
«Lui dice di sì…».
«Be’, allora colpite, ragazzi, colpite!».
«Questo è il colmo, maledizione».
Il capitano Allistoun disse con voce aspra al terzo ufficiale: «Taccia, signor Creighton», e rimase composto nel tumulto, ascoltando con profonda attenzione quel confuso sovrapporsi di borbottamenti e di grida, ogni esclamazione ed ogni imprecazione dell’improvviso scoppio d’ira. Qualcuno fece sbattere la porta della cabina sferrandole un calcio; l’oscurità colma di mormorii minacciosi balzò con un tonfo sulla striscia di luce, e gli uomini divennero ombre gesticolanti che ringhiavano, fischiavano, ridevano eccitate.
Il signor Barker bisbigliò: «Si allontani da loro, signore».
La grossa sagoma di Creighton rimaneva silenziosamente accanto all’esile figura del comandante.
«Siamo stati maltrattati durante tutta la traversata», disse una voce rauca, «ma questa è la più grossa».
«Quell’uomo è un nostro compagno».
«Siamo forse dannati marmocchi?»
«La guardia si rifiuterà di prendere servizio».
Charley, trascinato dal risentimento, fischiò in modo stridulo, poi guaì: «Dateci il nostro Jimmy!».
Queste parole parvero introdurre una variante nel tumulto. Incominciarono contemporaneamente numerosi litigi.
«Si!».
«No!».
«Non è mai stato malato».
«Attacchiamoli subito».
«Chiudi il becco, pivello. Questa è una faccenda da uomini!».
«Ah sì?», mormorò il capitano Allistoun, amaramente.
Il signor Baker ringhiò: «Ehm! Si sono rimbecilliti. Da un mese qualcosa sta bollendo in pentola».
«Me n’ero accorto», disse il comandante.
«Adesso hanno cominciato a litigare tra loro», osservò il signor Creighton con disprezzo. «È meglio portarci a poppa, signore. Li calmeremo».
«Stia calmo, Creighton», disse il comandante. E i tre uomini incominciarono a dirigersi adagio verso il quadrato.
Tra le ombre delle manovre di prora, una massa scura si agitava, turbinava, avanzava, indietreggiava. Si udivano parole di rimprovero, di incoraggiamento, di incredulità, di esecrazione. I marinai anziani, sconcertati e irritati, esprimevano ringhiando la loro decisione di farla finita in un modo o nell’altro; ma la scuola più giovane del pensiero progressista esponeva i loro torti e quelli di Jimmy con urla confuse e discussioni tra gli uni e gli altri. Gli uomini si raggrupparono intorno a quella carcassa morente, l’emblema più adatto alle loro aspirazioni, e, incoraggiandosi a vicenda, si volgevano ora da un lato ora dall’altro, si agitavano rimanendo sempre nello stesso punto, urlavano che non volevano lasciarsi mettere sotto i piedi.
Nella cabina, Belfast, aiutando Jimmy a salire sulla cuccetta, vibrava tutto, smanioso com’era di non perdere i battibecchi, e a stento tratteneva le lacrime della sua troppo facile emotività. James Wait, disteso supino sotto la coperta, si lagnò con voce affannosa.
«Ti spalleggeremo, non temere», gli assicurò Belfast, dandosi da fare per coprirgli i piedi.
«Domattina esco di qui… affronto il rischio… voialtri dovete…», farfugliò Wait, «esco domani… lo voglia o non lo voglia il comandante». Alzò un braccio molto a stento e si passò una mano sulla faccia. «Non permettere a quel cuoco…», ansimò.
«No, no», disse Belfast, voltando le spalle alla cuccetta. «Se osa avvicinarsi a te lo pesto».
«Gli spacco il muso!», esclamò Wait, fiocamente, infuriato e debole. «Non voglio ammazzare nessuno, ma…». Ansimava rapidamente, come un cane che abbia corso al sole. Qualcuno, subito al di là della porta, urlò: «È in gamba come ognuno di noi!».
Belfast mise la mano sulla maniglia.
«Senti!», gridò James Wait, in tono incalzante, e con una voce così chiara che l’altro girò sui tacchi stupito, trasalendo. James Wait, disteso nero e simile alla morte nella luce abbacinante, voltò la testa sul guanciale. Gli occhi di lui fissarono Belfast, supplichevoli e impudenti. «Sono piuttosto indebolito per essere rimasto coricato così a lungo», disse con chiarezza. Belfast annuì. «Ma adesso comincio a sentirmi proprio bene», insistette Wait.
«Sì. Ho notato che ti andavi rimettendo in… in quest’ultimo mese», disse Belfast, abbassando gli occhi. «Ehilà! Che cosa sta succedendo?», gridò poi, e corse fuori.
Venne subito sbattuto e appiattito contro la parete del casotto da due uomini che barcollarono contro di lui. Un gran numero di risse sembrava essere in corso dappertutto lì attorno. Si liberò e vide tre sagome indistinte in piedi e isolate nell’oscurità meno fitta sotto il rigonfiarsi della randa, che si levava sopra le loro teste come il muro convesso di un alto edificio.
Donkin sibilò: «Attaccateli… è buio!».
Gli uomini presero a correre tutti insieme verso poppa… poi si fermarono. Donkin, agile e magro, si lanciò, facendo roteare il braccio destro come un mulino a vento… poi si immobilizzò a un tratto con il braccio puntato rigidamente sopra il capo. Si udì il sibilo della traiettoria di qualche oggetto pesante; esso passò tra le teste dei due ufficiali, rimbalzò pesantemente sul ponte, colpì il boccaporto di poppa con un tonfo poderoso ma più attutito.
La sagoma massiccia del signor Baker divenne più distinta. «Rientrate in voi, uomini!», egli gridò, avanzando verso la turba immobile.
«Torni indietro, signor Baker», ordinò la voce pacata del comandante.
Egli ubbidì a malincuore.
Seguì un minuto di silenzio, poi si levò un vocio assordante. Più forte di esso, si udì Archie gridare energicamente: «Se ci riprovi, parlo!».
Vi furono altre urla:
«No!».
«Molla!».
«Non siamo uomini di questa risma!».
Lo scuro gruppo di forme umane ondeggiò contro la murata, ripiegò verso il casotto. Gli anelli dei bulloni tintinnarono sotto il trepestio.
«Mollalo!».
«Lasciatemi fare!».
«No!».
«Maledizione a te… ah!».
Poi vi furono schiocchi sonori, come se qualcuno fosse stato schiaffeggiato; un pezzo di ferro cadde sul ponte; seguì una breve zuffa e l’ombra di qualcuno sgattaiolò rapidamente attraversando il boccaporto principale, seguita dall’ombra di un calcio. Una voce infuriata pronunciò a singulti un torrente di oscenità.
«Lanciare oggetti contundenti… buon Dio!», ringhiò il signor Baker, sgomento.
«Era diretto a me», disse il comandante, in tono placido. «Ho sentito lo spostamento d’aria; che cos’era… una caviglia di manovra di ferro?»
«Per Giove!», mormorò il signor Creighton.
Le voci confuse degli uomini che parlavano a mezza nave si confondevano con lo sciabordio del mare, salivano tra le vele silenziose e tesate… sembravano galleggiar via nella notte, più in là dell’orizzonte, più in alto del cielo. Le stelle splendevano immutabili sopra le teste d’albero inclinate. Scie di luce brillavano sull’acqua, spezzate dallo scafo che avanzava e, dopo che il veliero era passato, tremolavano a lungo, quasi provassero un timore reverenziale per il mormorio del mare.
Nel frattempo il timoniere, curioso di accertare la ragione della rissa, aveva abbandonato il timone e, piegato in due, corse, a passi lunghi e furtivi, fino al casseretto di poppa. Il Narciso, abbandonato a se stesso, scarrocciò dolcemente, senza che nessuno se ne accorgesse. Rollò lievemente e le vele addormentate si destarono a un tratto, sbattendo tutte insieme, con uno schiocco possente, contro gli alberi, poi tornarono a gonfiarsi una dopo l’altra, con una rapida successione di alti schiocchi che si ripercossero giù per i pennoni finché la randa allentata non si gonfiò per ultima con uno scossone violento. La nave vibrò dai paternostri alla chiglia; le vele seguitarono a scoppiettare come una scarica di fucileria; catene e grilli allentati tintinnavano con un suono esile sull’alberatura; i bozzelli gemevano.
Era come se una mano invisibile avesse dato alla nave uno scossone rabbioso, per riportare gli uomini sui ponti al senso della realtà, della vigilanza e del dovere.
«Barra al vento!», gridò il comandante, con voce aspra. «Corra a poppa, signor Creighton, e veda che cosa sta combinando quell’idiota».
«Bordare le vele! Pronti ai bracci di trinchetto sopravvento!», ringhiò il signor Baker.
Uomini allarmati si precipitarono a eseguire gli ordini. La guardia smontata, abbandonata tutto a un tratto dalla guardia di turno, si diresse verso il castello di prora a gruppi di due o di tre uomini, discutendo e vociando.
«Vedremo domani!», gridò una voce alta, come per coprire con un accenno di minaccia l’ingloriosa ritirata. E poi si udirono soltanto gli ordini, i tonfi di pesanti rotoli di corda, il cigolio dei bozzelli. La testa canuta di Singleton appariva qua e là nella notte, alta sul ponte, come lo spettro di un uccello.
«Va, signore!», gridò il signor Creighton, da poppa. «È di nuovo al vento».
«Bene».
«Allentate le vele… Basta con i bracci… Arrotolate le corde», ringhiò il signor Baker, molto indaffarato.
A poco a poco lo scalpiccio, il vociare confuso si spensero, e gli ufficiali, riunitisi a poppa, discussero gli avvenimenti. Il signor Baker era sconcertato e ringhiava; il signor Creighton dominava la propria rabbia; ma il capitano Allistoun era calmo e cogitabondo. Ascoltò le ringhiose argomentazioni del signor Baker, le osservazioni severe con le quali lo interruppe il signor Creighton e, mentre teneva d’occhio il ponte, soppesò nella mano la caviglia di manovra – che pochi momenti prima gli aveva sfiorato la testa – come se si fosse trattato della sola prova tangibile di quanto era accaduto. Era uno di quei comandanti che parlano poco, sembrano non udire nulla, non guardano nessuno… e sanno tutto, odono ogni bisbiglio, scorgono ogni ombra fuggevole della vita della loro nave. I suoi due robusti ufficiali torreggiavano accanto alla figura esile e bassa di lui; erano sgomenti, sorpresi e irritati, mentre, tra loro, l’ometto tranquillo sembrava avere attinto la propria taciturna serenità al pozzo profondo di una più vasta esperienza.
Lampade ardevano nel castello di prora; di quando in quando una sonora folata di chiacchiere cicalanti giungeva da prua, dilagava sui ponti e diveniva fioca, come se l’inconscia nave, scivolando con dolcezza sulla gran pace del mare, si fosse lasciata indietro, e per sempre, lo stupido strepito di un’umanità turbolenta. Ma lo strepitio continuava a rinnovarsi senza posa. Braccia gesticolanti, profili di teste con la bocca aperta apparivano per un momento nei rettangoli illuminati delle soglie; neri pugni venivano agitati minacciosamente e ritirati.
«Sì, è davvero deplorevole che vi sia stato un tumulto così non provocato, per una sola persona», approvò il comandante.
Un turbine di grida si levò nella notte, cessò bruscamente…
Egli non riteneva che vi sarebbero state altre complicazioni, per il momento…
Una campana venne suonata a poppa, un’altra, a prora, rispose in un tono più profondo, e il clamore del metallo vibrante si diffuse sulla nave come una cerchia d’ampie onde sonore che si dispersero nella notte incommensurabile del mare deserto.
Come se lui non li conoscesse! Quanti ne aveva conosciuti! Negli anni trascorsi. E uomini migliori, per giunta. Veri uomini, capaci di darti man forte nei momenti critici. Peggiori di demoni, a volte… autentici demoni cornuti. Bah! Questo… era una quisquilia. Lo avevano mancato di un chilometro.
Al timoniere venne dato il cambio come di consueto.
«Tutta barra e via così», disse, a voce assai alta, l’uomo cedendo il posto. «Tutta barra e via così», gli fece eco l’altro, sostituendolo al timone.
«È questo vento di prua a preoccuparmi!», esclamò il comandante, battendo il piede in preda a un’ira improvvisa. «Vento di prua! Tutto il resto è una bazzecola». Ma, dopo un momento, ritrovò la calma. «Li facciano muovere stanotte, signori; tanto perché capiscano che li abbiamo sempre in pugno… con dolcezza, badino. Stia bene attento a non mettere loro le mani addosso, Creighton. Domani li ammonirò paternamente. Sono uno stupido branco di stagnini. Sì, stagnini! I veri marinai tra loro potrei contarli sulla punta delle dita di una mano. Basterà un rimprovero con i fiocchi… se lorsignori… non hanno niente in contrario». Si interruppe. «Credeva che mi avesse dato di volta il cervello, signor Barker?». Si batté la mano sulla fronte, con una risatina breve. «Quando l’ho visto in piedi laggiù, morto per tre quarti e terrorizzato… nero tra tutto quel branco di uomini a bocca aperta… senza il fegato di affrontare quello che è il destino di noi tutti… l’idea mi è venuta tutto a un tratto, prima ancora che potessi riflettere. Mi dispiace per lui… come ci si può dispiacere per un bruto ammalato. Non è mai esistita creatura più spaventata all’idea di morire!… Ho pensato di lasciare che se ne andasse a modo suo. È stato una specie di impulso. Non mi è mai passato per la mente che quegli idioti… Hmmm… Adesso non posso rimangiarmi quel che ho detto… naturalmente».
Si ficcò in tasca la caviglia di manovra, parve vergognarsi di quello sfogo, poi, con voce tagliente: «Se vedranno Podmore ricominciare con la sua mania, gli dicano che dovrò metterlo sotto la pompa. Sono già stato costretto a farlo una volta. Quell’uomo perde la testa così, di tanto in tanto. Ma è un bravo cuoco».
Si allontanò rapidamente, poi tornò accanto alla scala del quadrato. I due ufficiali lo seguirono con lo sguardo, stupiti, nella luce delle stelle. Egli discese tre gradini, poi, cambiando tono di voce, parlò con la testa al livello del ponte: «Non mi coricherò stanotte, per ogni eventualità; mi chiamino se… Ha visto gli occhi di quel negro malato, signor Baker? Ho avuto l’impressione che mi supplicasse, che mi chiedesse qualcosa. Ma che cosa? Non c’è più rimedio, ormai. Un unico negro, miserabile e solo tra noi tutti, e sembrava vedere, attraverso me, l’inferno stesso. Che idea, quel disgraziato di un Podmore! Bene, lasciamolo morire in pace. Comando io qui, in fin dei conti. Lasciamolo morire. Può darsi che un tempo sia stato un mezzo uomo… Tengano gli occhi bene aperti».
Scomparve sottocoperta, lasciando i suoi ufficiali l’uno di fronte all’altro, più colpiti che se avessero veduto una statua di pietra versare una miracolosa lacrima di compassione sui misteri della vita e della morte…
Nel fumo azzurrognolo che saliva dalle sfilacciature di tabacco pigiate nei fornelli delle pipe, il castello di prora sembrava vasto come un salone. Tra i travi ristagnava una nube greve di fumo; e le lampade circondate da aloni ardevano al centro di un bagliore purpureo con due fiammelle immobili, senza raggi. Anelli di fumo si innalzavano più densi. Gli uomini erano sdraiati sul ponte, sedevano in atteggiamenti di abbandono, oppure, con un ginocchio flesso, appoggiavano una spalla alle paratie. Labbra si muovevano, occhi balenavano, braccia, agitandosi, causavano vortici improvvisi nel fumo. Il mormorio delle voci sembrava accumularsi sempre e sempre più, come se non riuscisse a uscire abbastanza in fretta dalle strette porte. Gli uomini smontati dal turno di guardia, in camicia, camminando con le lunghe gambe bianche, sembravano sonnambuli farneticanti; mentre, di quando in quando, uno di quelli di guardia sul ponte entrava di corsa, sembrando per contrasto stranamente troppo vestito, ascoltava un momento, interveniva con una rapida frase nel clamore, e di nuovo correva fuori; ma alcuni rimanevano accanto alla porta, affascinati, tenendo un orecchio dalla parte del ponte.
«Restate uniti, ragazzi», tuonava Davis.
Belfast cercò di farsi sentire. Knowles ebbe un lento sorriso, intontito. Un tipo basso di statura, dalla folta barba tagliata corta, seguitava a gridare di tanto in tanto:
«Chi ha paura? Chi ha paura?».
Un altro balzò in piedi eccitato, con gli occhi balenanti, snocciolò una sequela di imprecazioni senza nesso e si rimise a sedere silenzioso.
Due uomini discutevano familiarmente, rifilandosi manate sul petto, di volta in volta, per sottolineare determinate argomentazioni. Altri tre, tenendo le teste accostate, parlavano contemporaneamente con un’aria confidenziale e con tutto il fiato che avevano in corpo.
Era un caos tempestoso di discorsi nel quale soltanto frammenti intelligibili, sbalestrati qua e là, giungevano all’orecchio. Si poteva udire ad esempio:
«Sull’ultima nave…».
«Chi se ne frega? Provaci con uno qualunque di noi se…».
«Mettilo sotto…».
«Non spetta a un marinaio…».
«Dice che sta benissimo…».
«Avevo sempre creduto…».
«Lascia perdere…».
Donkin, accovacciato contro il bompresso, con le scapole ingobbite e sporgenti quanto le orecchie, con il pendulo naso a becco, somigliava a un avvoltoio malato dalle penne arruffate. Belfast, seduto a gambe divaricate, era paonazzo in faccia a furia di urlare e, con le braccia alzate, ricordava una croce di Malta. I due scandinavi in un angolo, con la loro espressione intontita e smarrita, sembravano uomini che contemplassero un cataclisma. E, al di là della luce, Singleton rimaneva in piedi nel fumo, monumentale, nebuloso, e sfiorava con la testa il trave; lo si sarebbe detto una statua di dimensioni eroiche nell’oscurità di una cripta.
Si fece avanti, impassibile e gigantesco. Il baccano cessò come un’ondata che si infranga; ma Belfast gridò ancora una volta, con le braccia alzate: «L’uomo sta morendo, ve lo dico io!», poi sedette improvvisamente sul boccaporto e si prese il capo fra le mani.
Tutti guardarono Singleton, sbirciandolo dal ponte, osservandolo da angoli bui, o voltando la testa con occhiate incuriosite. Erano colmi d’aspettativa e placati, come se quel vecchio, il quale non guardava nessuno, avesse posseduto il segreto delle loro indignazioni e dei loro desideri inquieti, una visione più netta delle cose, una conoscenza più chiara. E invero, stando ritto tra loro, egli aveva l’aspetto disinteressato di chi ha veduto moltitudini di navi, di chi ha ascoltato molte volte voci di protesta, di chi ha già assistito a tutto ciò che può accadere sul vasto mare. Udirono la sua voce rumoreggiare nell’ampio torace, come se le parole avessero rotolato verso di loro da un passato accidentato.
«Che cosa volete fare?», egli domandò.
Nessuno rispose. Soltanto Knowles mormorò: «Eh, eh». E qualcuno disse adagio: «È una dannata vergogna».
Egli aspettò ed ebbe un gesto sprezzante. «Ho veduto sommosse a bordo delle navi prima che alcuni di voi nascessero», disse adagio. «Per qualcosa o per niente; mai però per un motivo come questo».
«L’uomo sta morendo, vi dico», ripeté Belfast, luttuosamente, seduto ai piedi di Singleton.
«Ed è un negro, oltretutto», continuò il vecchio lupo di mare. «Li ho veduti morire come le mosche». Si interruppe, cogitabondo, quasi si sforzasse di ricordare cose raccapriccianti, particolari di orrori, ecatombi di negri. Lo guardarono tutti, affascinati. Era vecchio abbastanza per ricordare i mercanti di schiavi, ammutinamenti sanguinosi, forse i pirati; chi poteva dire per quali violenze e quali orrori fosse passato? Che cosa avrebbe detto?
Singleton continuò:
«Non potete aiutarlo; è inevitabile che muoia».
Di nuovo cadde nel silenzio. Baffi e barba gli tremarono. Masticò parole, le farfugliò dietro gli intricati peli bianchi; parole incomprensibili ed eccitanti, come quelle pronunciate da un oracolo dietro il velo…
«Rimanere a terra… ammalato… Invece… ha portato tutto questo vento di prua. Ha paura. Il mare trionferà… Morirà in vista della terra. È sempre così. Loro lo sanno… una lunga traversata… più giorni, più dollari… Voi tacete… Che cosa volete? Non potete giovargli». Poi parve ridestarsi da un sogno. «Non potete far niente neppure per voi stessi», disse con severità. «Il comandante non è stupido. Ha in mente qualcosa. State attenti… vi dico! Lo conosco!».
Con gli occhi fissi dinanzi a sé, voltò la testa da destra a sinistra, da sinistra a destra, quasi stesse esaminando una lunga fila di comandanti astuti.
«Ha detto che mi avrebbe spappolato il cervello!», gridò Donkin in tono straziante.
Singleton abbassò gli occhi, attento e interdetto, come se non riuscisse a trovarlo.
«Va all’inferno!», disse vagamente, rinunciando.
Irradiava una saggezza inesprimibile, una spietata indifferenza, l’aura gelida della rassegnazione. Tutto intorno a lui gli ascoltatori si sentirono in qualche modo illuminati dalla delusione e, silenziosi, ciondolarono qua e là con la disinvoltura noncurante di uomini che riescono a discernere perfettamente l’aspetto irrimediabile della loro esistenza. Lui, profondo e ignaro, agitò il braccio una volta, e uscì a gran passi sul ponte senza aggiungere una sola parola.
Belfast era smarrito in una meditazione ad occhi sbarrati. Uno o due uomini si issarono pesantemente sulle cuccette più alte e, una volta lassù, sospirarono; altri si gettarono, a testa in avanti, sulle cuccette basse… con un movimento rapido, e subito si girarono dall’altra parte, come animali nella tana.
Si udì il raschio di un coltello che grattava argilla bruciata. Knowles non sorrise più. Davies disse, in un tono di ardente convinzione: «Allora il nostro comandante è matto».
Archie borbottò: «Parola mia: ancora non è finita!».
Si udirono quattro rintocchi di campana.
«Una metà del nostro riposo se n’è andato!», esclamò Knowles, con una nota di allarme, poi rifletté. «Be’, due ore di sonno sono già qualcosa che si avvicina al riposo», osservò, consolandosi.
Alcuni uomini fingevano già di dormire; e Charley, profondamente addormentato, biascicò a un tratto qualche parola confusa, con una voce arbitraria, neutra.
«Questo maledetto ragazzo ha i vermi!», commentò Knowles di sotto la coperta, in tono erudito.
Belfast si alzò e si avvicinò alla cuccetta di Archie.
«Lo abbiamo salvato», mormorò malinconicamente.
«Cosa?», domandò l’altro, con sonnacchiosa irritazione.
«Ed ora dovremo essere noi a gettarlo in mare», continuò Belfast, il cui labbro inferiore tremava.
«Gettare in mare chi?», domandò Archie.
«Il povero Jimmy», bisbigliò Belfast.
«Vada all’inferno!», disse Archie, con insincera brutalità, e si mise a sedere sulla cuccetta. «Tutto è successo a causa sua. Se non fosse stato per me, avremmo avuto un omicidio a bordo di questa nave!».
«La colpa non è sua, ti pare?», ragionò Belfast, in un mormorio. «L’ho messo a letto, e non pesa più di un barile vuoto», soggiunse, con le lacrime agli occhi.
Archie lo fissò fermamente negli occhi, poi si girò con decisione verso il fianco della nave.
Belfast si aggirò qua e là, quasi si fosse smarrito nel buio castello di prora, e per poco non cadde addosso a Donkin. Lo contemplò stando in piedi per qualche momento. «Non vai a letto?», gli domandò. Donkin alzò gli occhi con un’espressione disperata.
«Quel figlio di un ladro d’uno scozzese dal cuore nero mi ha preso a calci!», bisbigliò dal pavimento, in un tono di estrema desolazione.
«E ha fatto bene!», disse Belfast, ancora molto giù di corda. «Stanotte, figliolo, hai sfiorato il cappio. Non ricominciare con i tuoi giochetti da assassino intorno al mio Jimmy! Non sei stato tu a salvarlo. Sta attento! Perché se incomincio io a prenderti a calci», si rianimò un poco, «se incomincio io, saranno calci alla maniera yankee, calci che rompono qualcosa!». Batté leggermente le nocche sul cocuzzolo della testa china. «Ricordatene, ragazzo mio!», concluse allegramente.
Donkin lasciò correre.
«Mi tradiranno?», domandò, invece, con ansia dolorosa.
«Chi… dovrebbe tradirti?», sibilò Belfast, indietreggiando di un passo. «Ti spaccherei subito il muso, se non dovessi badare a Jimmy! Ma chi credi che siamo?».
Donkin si alzò e guardò le spalle di Belfast che dondolavano uscendo. Da tutte le parti uomini invisibili dormivano, respiravano placidamente. Egli parve trarre coraggio e furia dalla serenità che lo circondava. Velenoso, con la faccia affilata, con quegli indumenti prestatigli che gli stavano troppo larghi, si guardò attorno irosamente, quasi cercasse qualcosa da poter fracassare. Il cuore gli martellava selvaggiamente nello stretto torace. Dormivano! Avrebbe voluto torcere colli, cavare occhi, sputare su facce. Agitò due piccoli e sudici pugni nella direzione delle lampade fumose.
«Non siete uomini!», gridò con voce strozzata. Nessuno si mosse. «Non avete nemmeno il coraggio di un topo!». La voce di lui si alzò in uno strillo rauco. Wamibo fece sporgere di scatto la testa scarmigliata, e lo fissò smarrito. «Siete l’immondizia delle navi! Spero che marciate tutti prima di crepare!».
Wamibo batté le palpebre senza capire, ma interessato. Donkin sedette pesantemente; soffiò con forza attraverso le narici vibranti, digrignò e batté i denti e, il mento premuto con forza sul petto, parve intento a rosicchiarvi un passaggio, come per aprirsi un varco fino al cuore…
La mattina dopo, il veliero, all’inizio di un’altra giornata della sua esistenza vagabonda, aveva un aspetto di sontuosa freschezza, come la primavera che sboccia sul mondo. I ponti lavati splendevano formando una lunga e chiara distesa; l’obliqua luce solare faceva rifulgere gli ottoni gialli con bagliori abbacinanti, dardeggiava sui montanti lucidati strappandone riflessi d’oro, e le singole gocce d’acqua salsa dimenticate qua e là sul parapetto erano limpide come gocce di rugiada e scintillavano più di diamanti sparsi. Le vele sembravano dormire, cullate da una brezza lieve. Il sole, spuntando solitario e splendido nel cielo azzurro, vide una nave solitaria scivolare di bolina stretta sul mare celeste.
Gli uomini si pigiavano in triplice fila davanti all’albero di maestra e di fronte alla porta del quadrato. Spostavano i piedi, spingevano, avevano un’aria irresoluta e facce inespressive. Ad ogni piccolo movimento, Knowles dondolava pesantemente sulla gamba corta. Donkin scivolò dietro la schiena degli altri, irrequieto e ansioso, come un uomo che cerchi di imboscarsi.
Il capitano Allistoun uscì a un tratto dal cassero. Camminò avanti e indietro dinanzi agli uomini. Era grigio, esile, all’erta, trasandato nella luce del sole, e duro come il diamante. Teneva la mano destra nella tasca laterale della giubba, e in quella tasca v’era inoltre qualcosa di pesante che formava un ventaglio di pieghe. Uno dei marinai si schiarì la voce minacciosamente.
«Fino ad ora non ho mai trovato da ridire sul vostro conto, uomini», disse il comandante, fermandosi di colpo. Si voltò verso di loro fissandoli con quel suo sguardo stanco ma freddo come l’acciaio che, per una illusione universalmente valida, sembrava guardare in ognuna delle venti paia d’occhi allineate dinanzi a lui. Alle sue spalle, il signor Baker dal collo taurino ringhiava sommessamente, tenebroso; il signor Creighton, fresco come se fosse stato appena verniciato, aveva le gote rosee e un atteggiamento pronto e risoluto. «E continua ad essere così», soggiunse il comandante. «Ma io mi trovo qui per portare in porto questa nave e far rigare diritto ogni uomo a bordo. Se conosceste il vostro lavoro bene quanto io conosco il mio, non ci sarebbero complicazioni. Avete ragliato nel buio: “Vedremo domattina!”. Bene, adesso mi vedete. Che cosa volete?».
Aspettò, riprendendo il rapido andirivieni, scrutandoli con occhiate penetranti.
Che cosa volevano? Spostavano il proprio peso da un piede all’altro, equilibravano il corpo; taluni, spingendo all’indietro il berretto, si grattarono la testa. Che cosa volevano? Jimmy era dimenticato; nessuno pensava a lui, solo a prora nella cabina, intento a lottare contro grandi ombre, ad avvinghiarsi a spudorate menzogne, a ridacchiare dolorosamente delle proprie trasparenti illusioni. No, non si trattava di Jimmy; egli era più dimenticato che se fosse morto. Volevano grandi cose. E all’improvviso tutte le parole semplici che conoscevano parvero perdersi per sempre nell’immensità del loro desiderio vago e bruciante. Sapevano quel che volevano, ma non riuscivano a trovare nulla che valesse la pena di dire. Si agitavano rimanendo sempre nello stesso punto, dondolando, all’estremità di braccia muscolose, grosse mani sporche di catrame, dalle dita nodose. Un mormorio si spense.
«Di che cosa si tratta, del vitto?», domandò il capitano Allistoun. «Le provviste, lo sapete, sono state deteriorate al largo del Capo».
«Questo lo sappiamo, signore», disse un barbuto e anziano lupo di mare in prima fila.
«È il lavoro troppo duro, eh? Eccessivo per le vostre forze?», egli domandò ancora.
Seguì un silenzio offeso.
«Non vogliamo sbrigare anche il lavoro degli altri, signore», prese a dire infine Davies, con voce tremula, «e quel negro…».
«Basta!», gridò il comandante. Rimase immobile scrutandoli per un momento, poi, spostandosi di qualche passo in un senso e nell’altro, incomincio a rimproverarli gelido, a raffiche violente e taglienti come le tempeste di quei mari gelati nei quali aveva navigato in gioventù.
«Volete che vi dica che cosa avete? Il compito è troppo grande per le vostre capacità. Vi credete uomini maledettamente bravi. Ma conoscete soltanto a mezzo il vostro lavoro. Fate soltanto a mezzo il vostro dovere. Credete che la fatica sia eccessiva. Ma anche se faceste dieci volte di più non sarebbe abbastanza».
«Abbiamo fatto del nostro meglio per questa nave, signore», gridò qualcuno con tremula esasperazione.
«Del vostro meglio!», tempestò il comandante. «Ne sentite raccontare di storie a terra, vero? Ma non vi dicono laggiù che il vostro meglio non è cosa di cui menar vanto. Io vi dico invece che il vostro meglio non vale più del peggio. Non potete fare di più? No, lo so, e non dico niente. Ma piantatela con questi scherzi o li farò cessare io per vostro conto. Sono pronto a intervenire! Finitela!». Minacciò con un dito l’equipaggio. «In quanto a quell’uomo» e alzò moltissimo la voce «in quanto a quell’uomo, se caccia il naso fuori sul ponte senza il mio permesso, lo metto ai ferri. È chiaro?».
Il cuoco lo udì da prora, uscì di corsa dalla cucina alzando le braccia, inorridito, incredulo, stupefatto, e corse di nuovo dentro. Seguì un momento di silenzio profondo durante il quale un marinaio dalle gambe storte, fattosi da parte, espettorò decorosamente nell’ombrinale.
«C’è un’altra cosa», disse il comandante, calmo. Mosse un rapido passo e con un gesto fulmineo trasse di tasca una caviglia di ferro. «Questa!». Il movimento di lui fu tanto rapido e inaspettato che l’equipaggio indietreggiò. Egli scrutò con occhi fermi le loro facce e alcuni marinai assunsero subito un’espressione sorpresa, come se non avessero mai veduto una caviglia di manovra. Egli la tenne sollevata.
«Questo è affar mio. Non vi farò alcuna domanda, ma voi tutti lo sapete; deve tornare da dove è venuta». Gli occhi del capitano Allistoun divennero irosi. L’equipaggio si agitò a disagio. Gli uomini distolsero lo sguardo dal pezzo di ferro; sembravano timidi; erano imbarazzati e scandalizzati, come se si fosse trattato di qualcosa di orrido, di scandaloso o di indelicato, che, per la più comune decenza, non avrebbe dovuto apparire così, nella piena luce del giorno.
Il comandante li osservava attentamente. «Donkin!», chiamò brusco, con voce aspra.
Donkin si nascose dietro un uomo, poi dietro un altro, ma i due voltarono la testa a guardarsi indietro, poi si scostarono. Le file continuavano ad aprirsi davanti a lui, a chiudersi dietro di lui, finché in ultimo egli venne a trovarsi solo dinanzi al comandante, come se fosse spuntato attraverso il ponte.
Il capitano Allistoun gli si avvicinò. Erano press’a poco della stessa statura, e da breve distanza il comandante scambiò uno sguardo mortale con gli occhietti a bottoncino, che si volsero altrove.
«Conosci questa caviglia?», domandò il comandante.
«No, io no», rispose l’altro, con sfrontata trepidazione.
«Sei un vigliacco. Prendila», ordinò il comandante.
Donkin sembrava avere le braccia incollate alle cosce; rimaneva impettito, con gli occhi fissi dinanzi a sé, come se fosse stato sull’attenti. «Prendila», ripeté il comandante, e si fece più vicino; alitavano l’uno in faccia all’altro. «Prendila», disse di nuovo il capitano Allistoun, facendo un gesto minaccioso. Donkin strappò un braccio dal proprio fianco. «Perché ce l’ha con me?», farfugliò con uno sforzo, quasi avesse avuto la bocca piena di pasta per fare il pane.
«Se non la prendi…», disse il comandante.
Donkin afferrò la caviglia come se avesse avuto l’intenzione di fuggire con essa, ma rimase immobile, reggendola a mo’ di una candela.
«Rimettila dove l’hai presa», disse il capitano Allistoun, fissandolo ferocemente.
Donkin fece un passo indietro e sbarrò gli occhi.
«Va, farabutto, o ti costringo io», urlò il comandante, obbligandolo a indietreggiare adagio con un’avanzata minacciosa. Donkin si scansò e, con il pericoloso pezzo di ferro, cercò di proteggersi il capo dal pugno che lo minacciava.
Il signor Baker smise di ringhiare per un momento.
«Bene! Per Giove», mormorò con apprezzamento il signor Creighton, nel tono di un intenditore.
«Non mi tocchi», disse Donkin rauco, indietreggiando.
«Allora va’. Corri».
«Non mi colpisca… La trascinerò davanti al magistrato… Le farò vedere».
Il capitano Allistoun fece un lungo passo avanti, e Donkin, voltandogli nettamente le spalle, corse via per un po’, poi si fermò e, al di sopra di una spalla, mostrò denti gialli.
«Più avanti. Alle manovre di prora», lo incalzò il comandante, indicando con il braccio.
«Ve ne starete lì fermi a vedermi maltrattare?», gridò Donkin all’equipaggio che lo guardava silenzioso.
Il capitano Allistoun si diresse agilmente verso di lui.
Egli ripartì di nuovo con un balzo, corse fino alle manovre di prora, ficcò la caviglia nel suo alloggiamento, con violenza. «Faremo i conti», urlò alla nave in generale, e scomparve dietro l’albero di trinchetto.
Il capitano Allistoun girò sui tacchi e tornò a poppa con un’espressione placida, come se avesse già dimenticato la scena. Gli uomini gli fecero largo. Egli non guardò in faccia nessuno. «Può bastare, signor Baker. Faccia smontare gli uomini di guardia», disse sommessamente. «E voi cercate di rigare diritto per l’avvenire», soggiunse con voce calma, rivolto all’equipaggio. Osservò pensoso per qualche momento le spalle degli uomini che si allontanavano colpiti. «La colazione, cambusiere», gridò dalla porta del quadrato.
«Non mi è piaciuto… Ehm!… vederla dare la caviglia a quell’individuo, signore», osservò il signor Baker. «Avrebbe potuto… ehm… spaccarle la testa come un guscio d’uovo».
«Oh! Lui!», borbottò distrattamente il comandante. «Strana gente», continuò a voce bassa. «Presumo che tutto sia stato sistemato, adesso. Non si può mai dirlo, però, al giorno d’oggi, con simili… Anni fa – ero un giovane comandante, allora – durante una traversata verso la Cina, ebbi un ammutinamento. Un vero ammutinamento, Baker. Ma erano altri uomini. Sapevo quel che volevano: volevano impadronirsi del carico e prendere i liquori. Fu molto semplice… Li bistrattammo per due giorni circa, e quando ne ebbero avuto abbastanza… diventarono miti come agnelli. Era un abile equipaggio. E che bella traversata fu quella».
Guardò, in alto, i pennoni bracciati in posizione quasi verticale.
«Vento di prora un giorno dopo l’altro», esclamò, amareggiato. «Possibile che non ci capiti mai un vento decente al traverso, in questo viaggio?»
«La colazione è pronta signore», disse il cambusiere, apparendo dinanzi a loro come per magia, con un tovagliolo sporco in mano.
«Ah! Benissimo. Venga, signor Baker… abbiamo fatto tardi… con tutte queste assurdità».
Capitolo quinto
Una greve atmosfera di quiete opprimente pervadeva la nave. Nel pomeriggio gli uomini lavarono i panni e li appesero ad asciugare nella brezza sfavorevole, con lo stesso languore meditativo di filosofi disincantati. Parlarono pochissimo. Il problema della vita sembrava troppo immenso per gli angusti limiti del linguaggio umano e, con il consenso generale, venne affidato al grande mare che, sin dai primordi, lo aveva racchiuso nel suo abbraccio immenso; al mare che tutto sapeva e che, con il tempo, infallibilmente avrebbe rivelato ad ognuno la saggezza nascosta in tutti gli errori, la certezza che si cela nel dubbio, il regno della sicurezza e della pace oltre le frontiere del dolore e della paura.
E, nella corrente confusa degli impotenti pensieri che eternamente si agitano in un senso e nell’altro negli uomini, Jimmy emerse alla superficie, richiamando l’attenzione, come una nera boa incatenata al fondo di un fiume melmoso. La falsità trionfò, trionfò attraverso il dubbio, attraverso la stupidità, attraverso la compassione, attraverso il sentimentalismo. Noi ci accingemmo a sostenerla, per pietà, per temerarietà, per brama di spasso. La fermezza di Jimmy nel suo atteggiamento insincero di fronte alla verità inevitabile assumeva le proporzioni di un enigma colossale… di una manifestazione grandiosa e incomprensibile, che talora ispirava un meravigliato timore reverenziale; e v’era inoltre, per molti, qualcosa di squisitamente buffo nell’ingannarlo così fino all’ultimo momento.
L’egoismo latente della tenerezza nei confronti della sofferenza si tradusse nell’ansia sempre più grande di non vederlo morire. Il suo cocciuto non riconoscimento dell’unica certezza il cui avvicinarsi potevamo osservare di giorno in giorno era inquietante quanto il venir meno di qualche legge della natura. Egli si ingannava in un modo così assoluto per quanto concerneva se stesso che si sarebbe potuto sospettarlo soltanto di essere ammesso a qualche fonte di conoscenza soprannaturale. Jimmy si comportava con un’assurdità che rasentava l’ispirazione. Era unico e affascinante come soltanto può esserlo qualcosa di inumano; sembrava che urlasse già i suoi dinieghi dall’altro lato dello spaventoso confine.
Stava diventando immateriale come un’apparizione; gli zigomi erano sempre più rilevati, la fronte più obliqua; la faccia sembrava tutta un incavo, tutta chiazze d’ombra; e la testa scarna pareva un nero teschio dissotterrato, munito di due irrequieti globi d’argento nelle orbite.
Ci demoralizzava. Per il suo tramite diventavamo umani all’eccesso, ipersensibili, delicati, troppo decadenti: capivamo la sottigliezza della sua paura, eravamo comprensivi nei confronti di tutte le sue ripulse, riluttanze, scappatoie, illusioni… come se fossimo stati iper-civilizzati e corrotti, e privi d’una qualsiasi conoscenza del significato della vita. Avevamo l’aria di essere stati iniziati a misteri infami; le nostre erano le grinte misteriose dei cospiratori, ci scambiavamo occhiate significative, brevi parole altrettanto sature di significato. Eravamo indicibilmente vili e assai compiaciuti di noi stessi. Gli mentivamo con gravità, con passione, untuosamente, come se stessimo rendendoci colpevoli di un trucco morale in vista della ricompensa eterna.
Rispondevamo con un coro di consensi alle sue asserzioni più azzardate, quasi che egli fosse stato un milionario, un uomo politico o un riformatore… e noi una turba di zoticoni ambiziosi. Quando ci azzardavamo a porre in dubbio le sue affermazioni, lo facevamo alla maniera di adulatori ossequiosi, affinché la gloria di lui potesse essere accresciuta dalla lusinga del nostro dissenso. Egli influenzava la moralità del nostro mondo come se fosse stato in suo potere distribuire onori, tesori o dolori; e invece non poteva darci altro che il suo disprezzo. Si trattava di un disprezzo immenso; sembrava diventare sempre più grande, man mano che il corpo di lui rimpiccioliva ogni giorno un po’ di più, mentre noi lo osservavamo.
Il disprezzo era la sola cosa in lui – e di lui – che desse un’impressione di vitalità e di vigore. Viveva in quel negro con indomabile energia. Parlava attraverso l’eterno broncio delle sue nere labbra; ci spiava attraverso la luttuosità impertinente del suo languido ed enorme sguardo.
Noi lo osservavamo attenti. Jimmy non sembrava disposto a muoversi, quasi diffidasse della propria solidità. Il minimo gesto doveva rivelargli (senza dubbio non poteva essere altrimenti) la propria debolezza fisica, e causare una trafittura di sofferenza mentale. Era avaro di movimenti. Giaceva supino, il mento sulla coperta, in una sorta di sorniona, cauta immobilità. Soltanto i suoi occhi vagavano sulle facce altrui, quegli occhi sdegnosi, penetranti e tristi.
Fu allora che la dedizione di Belfast – ed anche la sua litigiosità – gli assicurarono il rispetto universale. Egli trascorreva ogni momento libero nella cabina di Jimmy. Lo curava, gli parlava; era dolce come una donna e teneramente allegro come un vecchio filantropo, pieno di premure sentimentali per il suo negro, come il modello dei proprietari di schiavi. Fuori di là, invece, si mostrava irritabile, esplosivo come polvere da sparo, tetro, sospettoso, e non era mai più brutale di quando lo prendeva la tristezza. Nel suo caso si poteva parlare di una lacrima e un pugno: una lacrima per Jimmy, un pugno per chiunque non sembrasse avere un punto di vista scrupolosamente ortodosso sul caso del negro.
Non parlavamo d’altro. Persino i due scandinavi discutevano la situazione… ma era impossibile sapere con quale spirito, perché litigavano nella loro lingua. Belfast sospettava uno di loro di irriverenza, e in tale incertezza riteneva di non avere altra scelta che quella di battersi con entrambi. Essi furono terrorizzati dalla sua truculenza e pertanto vivevano tra noi avviliti, come due muti.
Wamibo non si esprimeva mai in modo intelligibile, ma era incapace di sorridere, come un animale – sembrava saperla molto meno lunga del gatto su tutta quella faccenda –, e per conseguenza era al sicuro. Inoltre, aveva fatto parte del gruppo scelto dei salvatori di Jimmy e si trovava, pertanto, al di sopra di ogni sospetto.
Archie in genere taceva, ma spesso trascorreva un’ora circa conversando sommessamente con Jimmy, e ostentava un’aria da proprietario. In qualunque momento del giorno, e spesso anche della notte, si vedeva qualcuno seduto sulla cassetta da marinaio di Jimmy. La sera, tra le sei e le otto, la cabina era gremita, e v’era inoltre un gruppo interessato davanti alla porta. Tutti fissavano il negro.
Egli si crogiolava nel tepore del nostro interessamento. Gli occhi gli balenavano ironici e, con voce fioca, ci rimproverava vilmente. Diceva:
«Se mi aveste spalleggiato, adesso sarei sul ponte».
Noi chinavamo il capo.
«Sì, ma se credete che mi lasci mettere ai ferri soltanto per farmi bello con voi… Eh, no… Comunque è disastroso per la mia salute l’essere costretto al letto, sicuro. Ma voi ve ne infischiate».
Ci vergognavamo come se fosse stato vero. La sua superba impudenza travolgeva tutto dinanzi a sé. Non avremmo mai osato ribellarci. Né lo desideravamo, in realtà. Volevamo mantenerlo in vita fino in patria… fino al termine del viaggio.
Singleton, come sempre, si teneva in disparte, e sembrava schernire gli eventi insignificanti di una vita giunta al termine. Soltanto una volta si avvicinò e, inaspettatamente, si soffermò sulla soglia. Scrutò Jimmy in un silenzio profondo, quasi volesse aggiungere quella nera immagine alla folla d’Ombre che popolava i suoi lunghi ricordi. Anche noi tacemmo, e per molto tempo Singleton rimase lì, come se fosse passato, in seguito a un appuntamento, a prendere qualcuno, o ad assistere a qualche evento importante, James Wait giaceva del tutto immobile e in apparenza ignaro dello sguardo che lo scrutava con una fermezza colma d’aspettativa.
V’era nell’aria un senso di contesa. Ci sentivamo in preda alla tensione interiore di uomini che assistono a una gara di lotta. Infine Jimmy, con percettibile apprensione, voltò la testa sul guanciale.
«Buonasera», disse in tono conciliante.
«H’m», rispose il vecchio lupo di mare, stizzosamente.
Ancora per un momento guardò Jimmy con severa fissità, poi, a un tratto, se ne andò. Passò molto tempo prima che qualcuno parlasse nella piccola cabina, sebbene avessimo cominciato tutti quanti a respirare più liberamente, come capita agli uomini dopo essersi sottratti a una situazione pericolosa. Conoscevamo tutti le idee del vecchio su Jimmy, e nessuno osava contrastarle. Erano sconvolgenti, causavano sofferenza; e, peggio ancora, sarebbero potute essere vere, per quel che ne sapevamo. Soltanto una volta Singleton aveva accondisceso a spiegarle con chiarezza, ma l’impressione era stata duratura. Disse che Jimmy era la causa dei venti di prora. Gli uomini mortalmente malati – sostenne – resistono fino a quando non si avvista la terra, e poi muoiono; e Jimmy sapeva che non appena la prima terra fosse stata avvistata, la vita si sarebbe dileguata da lui. Succede così su ogni nave. Non lo sapevamo? Ci domandò con austero disprezzo: che cosa sapevamo? Di che cosa avremmo dubitato ancora? Il desiderio di Jimmy, incoraggiato da noi e favorito dagli incantesimi di Wamibo (era finlandese Wamibo, no? Benissimo!), stava ritardando la nave al largo. Soltanto zotici idioti potevano non capirlo. Chi mai aveva sentito parlare di una simile successione di bonacce e venti di prora? Non era naturale…
Non avremmo potuto negare che la cosa sembrava strana. Ci sentimmo a disagio. Il noto detto: «Più giorni, più dollari» non ci consolava come di solito, perché le provviste si stavano assottigliando. In gran parte si erano guastate al largo del Capo, e ci spettava soltanto una mezza razione di gallette. Piselli, zucchero e tè li avevamo finiti da un pezzo. Anche la carne salata si stava esaurendo. Disponevamo di caffè in abbondanza, ma di pochissima acqua per farlo. Ci stringemmo la cintola di un altro buco e continuammo a raschiare, a lucidare, a verniciare la nave da mane a sera. E ben presto parve che essa fosse appena uscita da una cappelliera; ma aveva a bordo la fame. Non la morte per inedia, ma una fame incessante, viva, che andava e veniva sui ponti e dormiva nel castello di prora; l’aguzzina dei momenti di veglia, la disturbatrice dei sogni. Guardavamo sopravvento, cercando indizi di un mutamento. Ogni poche ore, notte e giorno, facevamo virare di bordo la nave, sperando ogni volta che si mettesse finalmente all’orza!
Niente da fare. Si sarebbe detto che avesse dimenticato la via di casa. Filava in una direzione e nell’altra, andando a nord-est, andando ad est; correva avanti e indietro, smarrita come una creatura timida ai piedi di un muro. A volte, quasi fosse stanca morta, rollava languidamente per un’intera giornata sulle onde lisce del placido mare. Su per tutte le alberature oscillanti le vele pendevano nella calda immobilità della bonaccia. Eravamo stanchi, affamati, assetati; incominciavamo a credere a Singleton, ma con fedeltà incrollabile simulavamo con Jimmy.
Gli parlavamo con allusioni scherzose, simili ad allegri complici di qualche complotto gioviale; ma, appoggiati al parapetto, guardavamo ad ovest con occhi anelanti a un indizio di speranza, a un segno di vento favorevole; anche se il suo primo soffio avrebbe apportato la morte al nostro Jimmy riluttante. Invano! L’intero universo cospirava con James Wait. Ricominciarono brezze leggere da nord, il cielo rimase sereno, e intorno al nostro sfinimento il mare splendente, sfiorato appena dalla brezza, voluttuosamente si crogiolava nella gran luce del sole, come se avesse dimenticato la nostra esistenza e le nostre difficoltà.
Donkin scrutava l’orizzonte nella speranza di un vento propizio, insieme agli altri. Nessuno sapeva quale velenosità si celasse adesso nei suoi pensieri. Taceva, e sembrava ancor più magro, quasi fosse consumato adagio da un’intima furia a causa dell’ingiustizia degli uomini e del fato. Tutti lo ignoravano, ed egli non parlava con nessuno, ma aveva negli occhi furtivi l’odio contro tutti e contro tutto. Conversava soltanto con il cuoco, essendo in qualche modo riuscito a persuadere il brav’uomo che lui – Donkin – era una persona molto calunniata e perseguitata. Insieme, deploravano l’immoralità dell’equipaggio della nave. Non sarebbero potuti esistere criminali peggiori di noi, che con le nostre menzogne cospiravamo per mandare alla perdizione eterna l’anima impreparata di un povero negro ignorante.
Podmore cucinava quel che v’era da cucinare, colmo di rimorsi, convinto in ogni momento che preparando da mangiare per quei peccatori poneva in pericolo la sua stessa salvezza. In quanto al comandante… erano sette anni, ormai, diceva, che navigava con lui, e non avrebbe mai creduto possibile che un uomo siffatto… «Bene, bene… È andata così… Non si può ignorarlo… Ha perduto il buon senso, di colpo… Ha messo in campo tutto il suo orgoglio… Più che altro deve essere stato visitato dal demonio». Donkin, appollaiato con aria imbronciata sulla cassa del carbone, faceva dondolare le gambe e si dichiarava d’accordo. Pagava con la moneta di uno spurio assenso il privilegio di sedere in cucina; si fingeva demoralizzato e scandalizzato; approvava il cuoco; non riusciva a trovare parole abbastanza severe per criticare il nostro comportamento; e quando, nella foga della riprovazione, bestemmiava contro di noi, Podmore, che a sua volta avrebbe voluto bestemmiare se non fosse stato per i suoi principi, fingeva di non udire. Così Donkin, non rimproverato, imprecava per due, scroccava fiammiferi, si faceva prestare tabacco, oziava per ore e stava molto comodo accanto ai fornelli. Di là poteva udirci, al lato opposto della paratia, parlare con Jimmy. Il cuoco faceva cozzare le pentole, sbatteva lo sportello del forno, farfugliava profezie di eterna dannazione per tutto l’equipaggio della nave; e Donkin, il quale non ammetteva alcun aldilà (tranne che a scopi blasfemi) ascoltava, concentrato e furente, gioendo ferocemente di una evocata immagine di eterno tormento, così come gli uomini gioiscono di orribili immagini di crudeltà e di vendetta, di avidità e di potere…
Nelle serate limpide, il veliero silenzioso, sotto la luce fredda della morta luna, assumeva un falso aspetto di impassibile riposo, simile a quello dell’inverno sulla terra. Sotto la nave, una lunga fascia d’oro sbarrava il nero disco del mare. Passi echeggiavano sui ponti silenziosi. Il chiaro di luna aderiva al Narciso come brina di nebbia e le vele bianche si profilavano in coni abbacinanti, quasi fossero fatte di neve immacolata. Nella magnificenza dei fantomatici raggi, la nave appariva pura quanto una visione di bellezza ideale, illusoria come un tenero sogno di pace serena. E nulla in essa era reale, nulla era netto e solido tranne le ombre grevi che riempivano i ponti con il loro agitarsi incessante e silenzioso: ombre più scure della notte e più irrequiete dei pensieri degli uomini.
Donkin si aggirava sprezzante e solo tra quelle ombre, pensando che Jimmy tardava troppo a morire. Quella sera la terra era stata avvistata dalla coffa, e il comandante, regolando i tubi del lungo cannocchiale, aveva fatto osservare con placida amarezza al signor Baker che, dopo aver faticosamente avanzato centimetro per centimetro, verso le Isole Occidentali, ci si poteva aspettare soltanto un periodo di bonaccia. Il cielo era sereno e il barometro alto.
La brezza leggera cadde con il tramonto del sole, e un silenzio enorme, che preannunciava una notte senza vento, calò sulle acque riscaldate dell’oceano. Fino a quando si protrasse la luce del giorno, gli uomini riuniti sopra l’estremità del castello di prora contemplarono sull’orizzonte, a oriente, l’isola di Flores, che si levava sulla piatta distesa del mare con profili irregolari e spezzati, come cupe rovine in una pianura vasta e deserta. Era la prima terra che vedessero dopo quasi quattro mesi. Charley traboccava d’entusiasmo e tra l’indulgenza generale si consentì libertà con i più anziani. Uomini stranamente esultanti, senza sapere perché, parlavano a gruppi e indicavano l’orizzonte con le braccia nude. Per la prima volta nel corso della traversata, l’esistenza fittizia di Jimmy parve momentaneamente dimenticata di fronte a una realtà concreta. Eravamo arrivati sin lì, per lo meno.
Belfast concionò, citando esempi immaginari di brevi traversate di ritorno dalle isole.
«Quelle veloci golette che trasportano frutta ci impiegano cinque giorni», asserì. «Che cosa occorre?… Soltanto un buon venticello».
Archie sostenne che il primato era rappresentato da sette giorni, e i due discussero amichevolmente con parole offensive. Knowles dichiarò che di lì sentiva già l’odore di casa e, pencolando parecchio sulla gamba zoppa, rise a crepapelle. Alcuni lupi di mare dai capelli brizzolati guardarono per qualche tempo in silenzio, con facce severe e assorte. Uno di loro disse a un tratto:
«Londra non è più lontana ormai».
«Il diavolo mi porti se la prima sera a terra non cenerò con bistecca e cipolle… e con una pinta di birra», disse un altro.
«Un barile, vuoi dire», gridò qualcuno.
«Pancetta e uova tre volte al giorno. Ecco come vivo io!», gridò una voce eccitata.
Vi fu una certa agitazione, si udirono mormorii di apprezzamento; occhi cominciarono a splendere; mascelle masticarono; si levarono risatine nervose. Archie sorrideva con riserbo tra sé e sé. Singleton salì in coperta, diede un’occhiata noncurante e ridiscese senza dir parola, indifferente, da uomo che aveva veduto Flores un numero incalcolabile di volte. La notte che avanzava da oriente cancellò dal limpido cielo la chiazza viola dell’alta terra. «Calma piatta», osservò qualcuno, sommessamente. Il mormorio delle conversazioni animate si attenuò a un tratto, dileguò; i capannelli si sciolsero; gli uomini cominciarono ad allontanarsi ad uno ad uno, scendendo le scalette adagio e con espressioni serie, come calmati da quel richiamo alla loro dipendenza dall’invisibile. E quando la luna grande e gialla salì adagio oltre la cerchia nitida del limpido orizzonte, trovò la nave avvolta in un silenzio assoluto; una nave impavida che sembrava dormire profondamente, senza sogni, sul seno del mare dormiente e terribile.
Donkin si stizziva con il silenzio… con la nave… con il mare che, perdendosi lontano da ogni lato, si confondeva con il silenzio illimitabile di tutto il creato. Si sentiva sconvolto da malcontenti confusi. Era stato intimidito materialmente, ma la sua dignità offesa rimaneva indomita, e nulla avrebbe potuto guarire i suoi sentimenti dilaniati. Ecco la terra di già… sarebbero tornati in patria ben presto… una magra paga… niente vestiario… altro duro lavoro. Com’era intollerabile tutto ciò! La terra. La terra che risucchia la vita dai marinai ammalati. Quel negro là dentro aveva soldi… indumenti… un’esistenza comoda; e non voleva morire. La terra risucchia la vita… Provò la tentazione di andare a vedere se fosse vero. Forse era già… Sarebbe stata una fortuna. C’era denaro nella cassetta del miserabile. Uscì bruscamente dall’ombra nel chiaro di luna e all’istante la sua faccia, vogliosa e avida, da giallognola divenne livida. Aprì la porta della cabina e fu un colpo per lui. Senza dubbio, Jimmy era morto! Non si muoveva più di una scultura supina, con le mani intrecciate, sul coperchio di un sarcofago di pietra.
Donkin lo fissò avidamente. Poi Jimmy, senza muoversi, batté le palpebre, e per Donkin fu un nuovo colpo. Quegli occhi erano tali da spaventare. Si chiuse la porta alle spalle, dolcemente, in silenzio, guardando intanto con tesa attenzione James Wait come se fosse venuto lì esponendosi a gravi rischi per rivelare qualche segreto di importanza stupefacente. Jimmy non si mosse, ma lo sbirciò languidamente con la coda dell’occhio.
«Bonaccia?», domandò.
«Sì», rispose Donkin, molto deluso, e sedette sulla cassetta da marinaio.
Jimmy era abituato a visite come quella in ogni ora del giorno e della notte. Gli uomini si susseguivano l’uno all’altro. Parlavano con voci chiare, dicevano parole allegre, raccontavano vecchie storielle, lo ascoltavano; e ognuno, uscendo, sembrava lasciare dietro di sé un poco della sua vitalità, cedere una parte della sua forza, rinnovare la certezza della vita… quella cosa indistruttibile! Non gli piaceva restar solo nella cabina perché, quando era solo, gli sembrava di non esistere affatto. Non v’era nulla. Nemmeno la sofferenza. Non più, ormai. Una cosa bellissima… ma non riusciva a godersi il salutare riposo se non aveva accanto qualcuno che vi assistesse. Costui si prestava allo scopo quanto chiunque altro.
Donkin lo osservò furtivamente.
«Arriveremo presto, ormai», osservò Wait.
«Perché bisbigli?», domandò Donkin con interesse. «Non puoi parlare a voce alta?».
Jimmy parve irritato e non disse nulla per qualche momento; poi, con una voce senza vita e senza vibrazioni: «Perché dovrei gridare? Non sei sordo, che io sappia».
«Oh, ci sento abbastanza bene», rispose Donkin a voce bassa, e abbassò gli occhi. Stava pensando malinconicamente di uscire, quando Jimmy riprese a parlare: «Sarebbe ora che arrivassimo… per poter mangiare qualcosa di decente… sono sempre affamato».
Donkin si sentì tutto a un tratto in preda all’ira.
«E io, allora?», sibilò. «Sono affamato e devo sgobbare. Tu, affamato!».
«Il lavoro non ti ammazza», fu il debole commento di Wait. «Ci sono due gallette nella cuccetta qui sotto… puoi prenderne una. Io non riesco a mangiarle».
Donkin si gettò sulla cuccetta, cercò brancolando nell’angolo e quando si rialzò aveva la bocca piena. Masticò con frenesia. Jimmy sembrava essersi appisolato ad occhi aperti. Donkin finì di rosicchiare la dura galletta e si rimise in piedi.
«Non te ne andrai?», domandò Jimmy, fissando il soffitto.
«No», rispose Donkin impulsivamente e invece di uscire si addossò alla porta chiusa. Fissò James Wait e lo vide lungo, scarno, rinsecchito, come se tutta la carne gli si fosse raggrinzita sulle ossa nel calore di una fornace; le dita esili di una mano si muovevano con leggerezza sulla sponda della cuccetta suonando un motivo senza fine. Guardarlo era esasperante e faticoso; sarebbe potuto durare così per giorni e giorni; era immorale… non appartenere completamente né alla morte né alla vita, ed essere del tutto invulnerabile nell’ignoranza apparente dell’una e dell’altra. Donkin provò la tentazione di illuminarlo.
«A che cosa stai pensando?», domandò imbronciato.
James Wait ebbe un sorriso, quasi una smorfia, che passò sull’impassibilità simile alla morte della sua faccia ossuta, incredibile e spaventoso come lo sarebbe stato, in un incubo, il subitaneo sorriso di un cadavere.
«C’è una ragazza…», bisbigliò Wait. «Una ragazza di Canton Street… Ha piantato il terzo macchinista di un piroscafo di Rennie… per me. Cucina le ostriche proprio come piacciono a me… Dice… che pianterebbe… qualunque bellimbusto bianco… per un gentiluomo di colore… come lo sono io. Sono gentile con le donne», soggiunse, appena un po’ più forte.
Donkin stentava a credere alle proprie orecchie. Era scandalizzato. «Ma davvero? Tu non potresti più servirle», disse con non represso disgusto. Wait non poteva più udirlo. Camminava, pavoneggiandosi, lungo l’East India Dock Road; diceva cortesemente: «Vieni a prendere qualcosa». Spingeva porte di cristallo girevoli, si atteggiava in una posa di superba disinvoltura nella luce della lampada a gas, di fronte a un banco di mogano.
«Credi che riuscirai mai a sbarcare?», domandò Donkin, irosamente.
Wait rientrò in sé trasalendo. «Fra dieci giorni», disse prontamente, e subito tornò nella sfera dei ricordi, che tutto ignorava del tempo. Si sentiva riposato, calmo, e sicuramente chiuso in se stesso, fuor di portata da ogni grave incertezza. V’era un che della qualità immutabile dell’eternità nei momenti lenti del suo completo riposo. Si sentiva molto sereno e tranquillo tra i propri vividi ricordi che gioiosamente scambiava per le immagini di un indubbio futuro. Non si curava di nessuno.
Donkin lo intuì vagamente, come un cieco sente nelle tenebre l’antagonismo fatale di tutte le esistenze dalle quali è circondato e che per lui rimarranno in eterno irrealizzabili, invisibili e invidiabili. Provò il desiderio di affermare la propria importanza, di spezzare, di schiacciare; di pareggiare i conti con tutti, per tutto; di lacerare il velo, di smascherare, di mettere a nudo, di non lasciare alcun rifugio… un desiderio perfido di sincerità! Rise con scherno, farfugliante, e disse:
«Fra dieci giorni! Possa restar cieco se sarà mai così!… Forse domani a quest’ora sarai morto. Dieci giorni!». Aspettò per qualche momento. «Mi hai sentito? Il diavolo mi porti se non sembri già morto!».
Wait doveva aver chiamato a raccolta le proprie energie, poiché disse, quasi ad alta voce: «Sei un fetente, schifoso bugiardo. Ti conoscono tutti». E drizzandosi a sedere, contro ogni aspettativa, spaventò orribilmente il visitatore. Ma Donkin si riebbe quasi subito. Proruppe:
«Cosa? Cosa? Chi è bugiardo? Lo sei tu… lo sono gli altri… il comandante… tutti quanti. Io no! Ma chi sei, per darti tante arie?». L’indignazione quasi lo soffocava. «Chi sei tu, per darti tutte ’ste arie?», ripeté con voce tremula. «Prendine una… prendine una, dice… Io non posso mangiarle. Be’, adesso me le prendo tutte e due. Per Dio, se me le prendo! Tu non sei nessuno!».
Si gettò sulla cuccetta più bassa, frugò là sotto, e tirò fuori un’altra galletta polverosa. La tenne alta davanti a Jimmy… poi vi affondò i denti con aria di sfida.
«E adesso?», domandò con febbrile impudenza. «Puoi prenderne una, dici tu. Perché non darmele tutte e due? Ma no, io sono un cane rognoso. Una sola galletta al cane rognoso. Be’, io me le prendo tutte e due. Puoi forse impedirmelo? Provaci. Avanti. Provaci».
Jimmy si rannicchiò e nascose la faccia contro le ginocchia. La camicia da notte aderiva al suo corpo. Ogni costola era visibile. La schiena scarna era scossa a sussulti ripetuti dal respiro ansimante.
«Non vuoi? Non puoi! Che cosa ti avevo detto?», continuò Donkin con ferocia. Trangugiò un altro asciutto boccone con uno sforzo frettoloso. L’impotenza silenziosa del negro, la sua debolezza, quel suo farsi piccolo, lo esasperavano. «Sei finito!», gridò. «Ma chi sei tu perché ti si debba mentire, perché ti si debba servire in tutto e per tutto come un dannato imperatore? Non sei nessuno. Non sei proprio nessuno!», inveì con una tal convinzione di infallibilità che nel pronunciare quelle parole tremò dalla testa ai piedi e, quando le ebbe pronunciate, continuò a vibrare come la corda di un arco una volta scoccata la freccia.
James Wait si rianimò di nuovo. Alzò la testa e si voltò coraggiosamente verso Donkin, che vide una faccia strana, una faccia sconosciuta, una fantastica e ghignante maschera di disperazione e di furia. Le labbra del negro si muovevano rapidamente; e suoni cavernosi, lamentosi, sibilanti, colmarono la cabina di un mormorio vago, saturo di minaccia, di protesta e di desolazione, simile al mormorio remoto del vento sul punto di nascere. Wait scosse la testa, roteò gli occhi; negò, imprecò, minacciò… e non una parola ebbe la forza di oltrepassare il broncio dolente di quelle nere labbra.
Fu qualcosa di incomprensibile e di inquietante; un appassionato farfugliare, la frenetica e muta ostentazione di un discorso che supplicava cose impossibili e prometteva una chimerica vendetta. Calmò Donkin, inducendolo ad essere guardingo e attento.
«Non puoi gridare, lo vedi? Che cosa ti avevo detto?», mormorò adagio, dopo un momento di minuzioso esame. L’altro continuò vorticosamente e inaudito, facendo con foga di sì con la testa, sorridendo con grotteschi e spaventosi lampi di grossi denti bianchi. Donkin, quasi affascinato dall’eloquenza e dall’ira mute di quel nero fantasma, si avvicinò allungando il collo con diffidente curiosità; e gli parve, a un tratto, di guardare soltanto l’ombra di un uomo accovacciato sulla cuccetta allo stesso livello dei suoi occhi.
«Come? Come?», domandò. Gli parve di cogliere la forma di alcune parole nel sibilo ininterrotto e ansimante. «Lo dirai a Belfast? Ah sì? Ma che cosa sei, un maledetto marmocchio?». Tremò d’allarme e di rabbia. «Va’ a raccontarlo a tua nonna! Hai paura! Ma chi sei, tu, per aver paura più degli altri?». La sensazione appassionata della propria importanza, distrusse ogni ultimo residuo di cautela. «Diglielo e va’ all’inferno! Diglielo, se puoi!», gridò. «Sono stato trattato peggio di un cane dai tuoi dannati leccapiedi. Mi hanno aizzato, ma soltanto per mettersi contro di me. Io sono l’unico vero uomo su questa nave. Mi hanno preso a pugni e a calci… e tu hai riso… nero e sudicio relitto! La pagherai per questo! Ti danno il loro cibo, la loro acqua… ma tu me la pagherai, per Dio! Chi mi ha mai offerto un sorso d’acqua? Ti hanno coperto con i loro maledetti stracci, quella notte… e a me che cosa hanno dato… un pugno sulla bocca, maledizione… Il diavolo se li porti! Possa crepare se non la pagherai, con i tuoi soldi. Li avrò tra un minuto, non appena sarai morto, maledetto e inutile impostore. Ecco che uomo sono io. E tu non sei niente, un dannato niente. Proprio così… cadavere!».
Scagliò contro la testa di Jimmy la galletta che aveva sempre stretto tra le dita, ma la galletta si limitò a sfiorare il negro e, colpendo con uno schianto secco la paratia, esplose come una bomba a mano in tanti frammenti che schizzarono qua e là. James Wait, quasi fosse stato mortalmente ferito, ricadde sul guanciale. Le labbra di lui smisero di muoversi e gli occhi roteanti rimasero immobili e guardarono all’insù con una fissità intensa e costante.
Donkin era stupito; sedette a un tratto sulla cassetta da marinaio e abbassò gli occhi, sfinito e tetro. Dopo un momento, prese a borbottare tra sé e sé: «Muori, mendicante… muori… Finirà con l’entrare qualcuno… Vorrei essere ubriaco… Tra dieci giorni… ostriche»… Alzò gli occhi e parlò più forte. «No… È finita per te… Non più dannate ragazze che cucinano ostriche… Chi sei, tu? Tocca a me adesso… Vorrei essere ubriaco; vorrei poterti gettare in mare al più presto. È là che finirai. Con i piedi in avanti, attraverso un oblò… Splasc! Non ti vedrò mai più! In mare! Va anche troppo bene per te».
La testa di Jimmy si mosse appena, ed egli volse gli occhi verso la faccia di Donkin; uno sguardo incredulo e desolato, supplichevole, lo sguardo di un bambino spaventato dalla minaccia di essere rinchiuso solo al buio.
Donkin lo sbirciò, stando seduto sulla cassetta, con occhi speranzosi; poi, senza alzarsi, provò a sollevare il coperchio. Era chiuso a chiave. «Vorrei essere ubriaco», mormorò e, alzatosi, ascoltò con ansia un lontano rumor di passi sul ponte. I passi si avvicinarono… cessarono. Qualcuno sbadigliò interminabilmente subito al di là della porta, poi i passi si allontanarono, strascicati e pigri. Il cuore martellante di Donkin rallentò i propri battiti e quando egli tornò a voltarsi verso la cuccetta, Jimmy stava fissando come prima il trave bianco.
«Come ti senti, adesso?», gli domandò.
«Male», rispose Jimmy in un soffio.
Donkin sedette, paziente e deciso. Ogni mezz’ora le campane si parlavano a vicenda, squillando per tutta la lunghezza della nave. Il respiro di Jimmy era talmente rapido che non si riusciva a contarlo, tanto debole che non si riusciva a udirlo. Gli occhi di lui sembravano terrorizzati, come se avesse contemplato orrori indicibili; e dalla sua espressione si capiva che stava pensando a cose abominevoli. A un tratto, con una voce incredibilmente forte e straziante, singhiozzò:
«In mare!… Io!… Dio mio!».
Donkin si contorse un poco sulla cassetta. Senza volerlo, guardò. James Wait taceva. Le sue lunghe mani ossute lisciavano la coperta all’insù, come se avesse voluto raccoglierla tutta sotto il mento. Una lacrima, una grossa lacrima solitaria gli sfuggì dall’angolo dell’occhio e, senza toccare la gota incavata, cadde sul guanciale. Nella gola aveva un rantolo sommesso.
E Donkin, osservando la fine di quel negro odiato, si sentì il cuore angosciosamente stretto da una gran sofferenza al pensiero che anche lui, un giorno, sarebbe passato attraverso tutto ciò – proprio in quel modo, forse! Gli si inumidirono gli occhi. «Povero diavolo», mormorò. La notte parve passare in un lampo; gli sembrava di udire lo scorrere irrimediabile dei minuti preziosi. Quanto tempo sarebbe durata ancora quella dannata faccenda? Troppo a lungo, di certo. Non aveva fortuna. Non riuscì più a trattenersi. Si alzò e si avvicinò alla cuccetta. Wait non si mosse. Soltanto i suoi occhi sembravano vivi e le mani di lui continuavano a muoversi, a lisciare la coperta con una orribile e instancabile solerzia. Donkin si chinò.
«Jimmy», chiamò a voce bassa. Non vi fu alcuna risposta, ma il rantolo cessò. «Mi vedi?», egli domandò, tremando.
Il petto di Jimmy si sollevò. Donkin, distogliendo lo sguardo, accostò l’orecchio alle labbra del negro e udì un suono simile al fruscio di un’unica foglia secca spinta dal vento sulla sabbia liscia di una spiaggia. Poi il fruscio divenne articolato.
«Accendi… la lampada… e vattene», alitò Wait.
Donkin, istintivamente, si voltò a guardare la vivida fiammella; poi, sempre distogliendo lo sguardo, cercò sotto il guanciale una chiave. La trovò subito e nei pochi minuti che seguirono rimase inginocchiato, tremando, ma frugando rapidamente nella cassetta da marinaio. Quando si rimise in piedi, aveva la faccia – per la prima volta in vita sua – soffusa di rossore… forse per una sensazione di trionfo.
Infilò di nuovo la chiave sotto il guanciale, evitando di guardare Jimmy, che non si era mosso. Voltò subito le spalle alla cuccetta e si diresse verso la porta come se si accingesse a percorrere un paio di chilometri. Al secondo passo, aveva il naso contro di essa. Afferrò la maniglia con cautela, ma in quel momento provò la sensazione irresistibile che qualcosa stesse accadendo alle sue spalle. Girò sui tacchi come se qualcuno gli avesse battuto la mano sulla spalla. Fece appena in tempo a vedere gli occhi di Wait illuminarsi e subito spegnersi, come due lampade rovesciate insieme da un colpo violento. Qualcosa che somigliava a un filo scarlatto gli pendeva sul mento dall’angolo della bocca… e aveva smesso di respirare.
Donkin si chiuse alle spalle la porta con dolcezza ma con fermezza.
Uomini addormentati, raggomitolati sotto le giubbe, formavano sul ponte illuminato scuri cumuli informi che avevano l’aspetto di tombe abbandonate. Non vi era stata alcuna manovra per tutta la notte e nessuno si era accorto della sua assenza. Rimase immobile, assolutamente stupito di trovare il mondo esterno come lo aveva lasciato. Ecco il mare, la nave… gli uomini addormentati. E se ne meravigliò, in modo assurdo, come se si fosse aspettato di trovare gli uomini morti, e cose familiari scomparse per sempre; come se, simile a un vagabondo tornato dopo molti anni, si fosse aspettato di vedere mutamenti sconcertanti. Rabbrividì un poco, nella frescura pungente dell’aria e serrò le braccia intorno al corpo. La luna, bassa sull’orizzonte, era malinconicamente sospesa nel quadrante occidentale, come se fosse stata fatta avvizzire dal tocco gelido di una pallida alba.
La nave dormiva. Il mare immortale si stendeva, immenso e nebuloso, come l’immagine della vita, con una superficie lucente e una profondità senza luce. Donkin gli rivolse uno sguardo colmo di sfida e sgattaiolò via silenziosamente, quasi fosse stato giudicato e bandito dal silenzio augusto della sua potenza.
La morte di Jimmy, tutto sommato, fu una sorpresa tremenda. Fino a quel momento non ci eravamo resi conto di quanto era grande la fede che avevamo riposto nelle sue illusioni. Avevamo accettato a tal punto la valutazione che egli faceva delle proprie probabilità di vivere, che adesso la morte di lui, come la morte di un’antica credenza, scuoteva le basi stesse della nostra comunità. Un legame che ci univa era scomparso; il legame saldo, efficace e rispettabile della menzogna sentimentale. Per tutto quel giorno restammo trasognati lavorando, con sguardi sospettosi e un’aria delusa. In cuor nostro pensavamo che, per quanto concerneva la sua dipartita, Jimmy aveva agito in modo perverso e ostile. Non ci aveva spalleggiato, come dovrebbe fare un compagno di navigazione. Andandosene, aveva portato via con sé l’ombra tetra e solenne grazie alla quale la nostra follia si era atteggiata, con una soddisfazione tutta umana, ad affettuosa arbitra del destino. E adesso ci rendevamo conto che non si era trattato affatto di questo. La nostra era stata semplicemente una comunissima sciocchezza; uno stupido e inefficace immischiarsi in problemi dalla portata maestosa… ammesso che Podmore avesse ragione. Forse era così? Il dubbio sopravviveva a Jimmy; e, come un’associazione a delinquere disintegrata dal tocco della grazia, eravamo profondamente scandalizzati gli uni degli altri. Gli uomini parlavano scortesemente ai loro migliori amici. Altri si rifiutavano addirittura di parlare.
Soltanto Singleton non si stupì. «È morto… eh? Naturale», disse, additando l’isola a prora. Poiché la bonaccia continuava a mantenere la nave, immobilizzata da un incantesimo, in vista di Flores. Jimmy morto… era naturale. Lui non si stupiva. Ecco laggiù la terra, e qui, sul boccaporto di prora, in attesa del treviere… ecco il cadavere. Causa ed effetto. E per la prima volta in quella traversata, il vecchio lupo di mare divenne molto allegro e garrulo, mentre spiegava con un’abbondanza di esempi tratti dalla sua ricca esperienza, come, durante una malattia, l’avvistamento di un’isola (sia pur piccolissima) riesca in genere più fatale dell’avvistamento di un continente. Ma non seppe spiegarci perché.
Le spoglie di Jimmy dovevano essere affidate al mare alle cinque e la giornata parve lunga fino a quell’ora… una giornata di inquietudine spirituale e persino di malessere fisico. Non ci impegnavamo affatto nel lavoro e, del tutto a ragione, fummo rimproverati per questo. Ciò, in quel nostro continuo stato di avida irritazione, era esasperante. Donkin lavorava con la fronte fasciata da uno straccio sporco e aveva una cera così orribile che persino il signor Baker si commosse alla vista di quella coraggiosa sofferenza. «Ehm! Tu, Donkin! Smetti di lavorare e va a coricarti per questo turno di guardia. Sembri indisposto».
«Sto male, signore… ho mal di capo», disse con voce sommessa, e scomparve in men che non si dica. Questo irritò parecchi uomini, i quali giudicarono il secondo «maledettamente tenero oggi».
Si vide a poppa il capitano Allistoun intento a osservare il cielo a sud-ovest, e ben presto venne risaputo in coperta che il barometro aveva cominciato a scendere durante la notte, e che di lì a non molto ci si poteva aspettare il vento. Ciò, per una sottile associazione d’idee, portò a violente discussioni per quanto concerneva il momento preciso della morte di Jimmy. Era morto prima o dopo che il barometro cominciasse a scendere? Nessuno poteva saperlo e l’incertezza causò litigi sprezzanti e ringhiosi. Tutto a un tratto vi fu un gran tumulto a prora. Il pacifico Knowles e il buon Davies erano venuti alle mani per questo. Gli uomini smontati dal turno di guardia parteggiarono con foga per l’uno o per l’altro e si ebbero per dieci minuti vocianti schermaglie intorno al boccaporto ove, all’ombra oscillante delle vele, la salma di Jimmy, avvolta in una coperta bianca, era vegliata dall’addolorato Belfast, il quale, in preda alla desolazione, disdegnò la mischia. Quando lo strepito ebbe termine e le passioni si furono placate in un silenzio imbronciato, egli balzò in piedi accanto al cadavere avvolto nell’improvvisato sudario e, levando entrambe le braccia al cielo, gridò con dolente disperazione: «Dovreste vergognarvi!». Ci vergognammo.
Per Belfast la perdita era stata un grave colpo. Egli dava prove di una dedizione inestinguibile. Fu lui e nessun altro ad aiutare il treviere a preparare le spoglie di Jimmy per una consegna solenne al mare insaziabile. Egli legò con cura i due pesi ai piedi: due pietre pomice per pulire i ponti della nave, un maniglione d’ancora arrugginito, senza il perno, e alcuni anelli della catena spezzata di un’ancora di tonneggio. Continuava a disporli in un modo e nell’altro.
«Che Dio mi benedica! Non avrai paura che si scortichi i calcagni?», disse il treviere, che odiava quel compito. Infilava l’ago aspirando rabbiosamente, con la testa avvolta da una nuvola di fumo di tabacco. Poi rivoltò i lembi, tirò le cuciture, tese il tessuto.
«Sollevalo per le spalle… tiralo un po’ verso di te… Co-o-sì. Basta!».
Belfast ubbidì, sollevò, tirò, sopraffatto dal dolore, versando lacrime sullo spago incatramato. «Non tendere troppo la tela su questa povera faccia», esortò lagrimoso.
«Di che cosa ti preoccupi? Starà abbastanza comodo», gli assicurò il treviere, tagliando lo spago dopo l’ultimo punto, dato press’a poco al centro della fronte di Jimmy. Arrotolò la tela rimasta e mise via gli aghi.
«Perché te la prendi tanto?», domandò.
Belfast abbassò gli occhi sul lungo involucro di grigia tela da vela.
«Lo avevo salvato», mormorò, «e lui non voleva morire. Se gli avessi tenuto compagnia, stanotte, sarebbe rimasto in vita per me… ma ero troppo stanco».
Il treviere aspirò energiche boccate dalla pipa e bofonchiò: «Quando mi trovavo… nelle Indie Occidentali… sulla fregata Blanche… ci fu la febbre gialla… e cucii venti uomini in una settimana… gente delle mie parti… di Portsmouth, Devonport… conoscevo i loro padri, le madri, le sorelle… tutto il parentado. Ma non ci diedi peso. E questi negri come costui… uno non sa nemmeno da dove vengono. Non hanno nessuno. Non servono a nessuno. A chi mancherà?»
«A me. Lo avevo salvato», si afflisse Belfast, lugubremente.
Su due assi inchiodate insieme, e apparentemente rassegnato e immobile sotto le pieghe della bandiera inglese bordata di bianco, James Wait, portato a poppa da quattro uomini, venne deposto adagio con i piedi puntati verso un portello aperto. Si era alzato un mare lungo da ovest e, seguendo il rollio della nave, la bandiera rossa a mezz’asta, ora sventolava guizzando, ora tornava ad afflosciarsi sullo sfondo del cielo grigio, come una lingua di fuoco palpitante; Charley sonò la campana, e, ad ogni rollio a dritta, l’intero vasto semicerchio d’acqua grigia come l’acciaio visibile da quel lato sembrava salire con impeto fino all’orlo del portello, quasi fosse impaziente di impadronirsi del nostro Jimmy.
Erano tutti presenti tranne Donkin, troppo indisposto per assistere al rito; il comandante e il signor Creighton si trovavano in piedi a capo scoperto sul cassero di poppa; il signor Baker, invitato dal comandante, il quale gli aveva detto con gravità: «Lei conosce il libro di preghiere meglio di me», uscì dalla porta del quadrato, rapidamente, in preda a un lieve imbarazzo. Tutti gli uomini si scoprirono. Egli prese a leggere a voce bassa, e con il solito tono innocuamente minaccioso, come se per l’ultima volta avesse voluto rimproverare confidenzialmente quel marinaio morto, ai suoi piedi.
Gli uomini ascoltavano a gruppi sparsi; si appoggiavano all’impavesata, contemplando il ponte; si sostenevano il mento con le mani, cogitabondi, oppure, con le braccia conserte e un ginocchio lievemente flesso, chinavano il capo in un atteggiamento di aperta meditazione. Wamibo sognava ad occhi aperti. Il signor Baker continuò a leggere, ringhiando con rispetto ogni volta che girava pagina. Le parole, non riuscendo a penetrare i cuori incostanti degli uomini, si perdevano, vagando senza una meta sul mare spietato; e James Wait, tacitato per sempre, giaceva indifferente e passivo sotto il rauco mormorio di disperazione e di speranza.
Due uomini si tennero pronti e aspettarono le parole che precedono l’ultimo tuffo di tanti nostri fratelli. Il signor Baker incominciò la lettura del passo. «Pronti», borbottò il nostromo. Il signor Baker lesse a voce alta: «Negli abissi» e tacque. I due uomini sollevarono l’estremità delle assi dalla loro parte, il nostromo strappò via la bandiera inglese e James Wait non si mosse. «Più su», mormorò il nostromo, irosamente.
Tutte le teste erano alzate, tutti gli uomini si agitavano a disagio, ma James Wait non voleva saperne di andarsene. Sebbene morto e avvolto per tutta l’eternità nel sudario, sembrava ancora avvinghiarsi alla nave con la stretta di un terrore imperituro.
«Più in su! Sollevate di più!», bisbigliò il nostromo, quasi con ferocia.
«Non vuole andarsene», balbettò uno degli uomini, tremando, ed entrambi parvero sul punto di mollare tutto. Il signor Baker aspettava, la faccia nascosta dietro il libro, spostando i piedi nervosamente. Tutti gli uomini sembravano profondamente turbati. Un mormorio sommesso si levò tra loro e andò facendosi più forte.
«Jimmy!», gridò Belfast, con voce di pianto, e vi fu un attimo di fremente sgomento.
«Jimmy, sii uomo!», gridò lui, appassionatamente. Tutti gli uomini avevano la bocca aperta e non battevano ciglio. Belfast sbarrò gli occhi, fremendo in tutto il corpo; si chinò in avanti, come chi scruta qualcosa di orribile.
«Va’!», urlò, e balzò avanti con il braccio teso. «Va’, Jimmy!… Jimmy, va’! Va’!».
Toccò con le dita la testa del cadavere, e il grigio involucro, tutto a un tratto, cominciò a scivolar giù dalle assi sollevate, poi scomparve con la rapidità del lampo. I marinai si fecero avanti come un sol uomo e un profondo «Aaah-h-h!», sfuggì vibrando dai toraci possenti.
La nave rollò come se si fosse liberata di un peso ingiusto; le vele schioccarono nel vento. Belfast, sostenuto da Archie, singhiozzava istericamente; e Charley che, ansioso di vedere l’ultimo tuffo di Jimmy, si era gettato verso il parapetto, arrivò troppo tardi e non vide altro che una vaga cerchia di increspature sul punto di scomparire.
Il signor Baker, sudando abbondantemente, lesse l’ultima preghiera tra gli alti commenti degli uomini eccitati e lo sbattere delle vele. «Amen», concluse con voce malferma, e chiuse il libro.
«Bracciare i pennoni!», tuonò una voce sopra di lui. Tutti gli uomini trasalirono; uno o due lasciarono cadere il berretto; il signor Baker alzò gli occhi sorpreso. Il comandante, in piedi sul cassero di poppa, puntava il braccio in direzione ovest.
«Il vento si sta alzando», disse. «Gli uomini ai bracci di trinchetto!».
Il signor Baker si affrettò a ficcarsi il libro in tasca. «A prora, voi laggiù… mollare la mura di trinchetto!», gridò esultante, a capo scoperto, con animazione. «Bracciate il pennone di trinchetto, voi a sinistra».
«Vento favorevole… vento favorevole», mormorarono gli uomini, andando ai pennoni.
«Che cosa vi avevo detto?», mormorò il vecchio Singleton, disponendo una spirale di cavo dopo l’altra, con frettolosa energia. «Lo sapevo… lui se n’è andato, ed ecco che arriva il vento!».
La brezza giunse con il suono di un sospiro maestoso e possente. Le vele si gonfiarono, la nave prese velocità, e il mare ridestato incominciò a mormorare sonnacchiosamente della patria alle orecchie degli uomini.
Quella notte, mentre la nave filava spumeggiando verso nord, dinanzi al vento che andava rinfrescando, il nostromo si confidò nel quadrato sottufficiali. «Quell’uomo non ci ha procurato altro che guai», disse, «dal momento in cui salì a bordo… ti ricordi… ti ricordi quella notte a Bombay? Faceva il prepotente con tutti i rammolliti dell’equipaggio… lo sfrontato con il vecchio… e dovemmo rischiare la vita con la nave quasi affondata per salvarlo. Per un pelo, accidenti, non abbiamo avuto un ammutinamento a causa sua… e adesso il secondo mi ha maltrattato come un borsaiolo perché avevo dimenticato di spalmare grasso su quelle assi. Me n’ero dimenticato, questo sì, ma anche tu, eh, Chips, avresti potuto fare a meno di lasciarci un chiodo che sporgeva».
«E tu avresti potuto fare a meno di gettare in mare tutti i miei attrezzi per lui, come un pivello spaventato», ribatté il carpentiere, imbronciato. «Be’, adesso li ha seguiti», soggiunse, nel tono di voce di chi non perdona.
«Quando mi trovavo in Cina, ricordo che una volta l’ammiraglio mi disse…», incominciò a raccontare il treviere.
Una settimana dopo, il Narciso entrava nella maretta del Canale della Manica.
Spinto da candide ali, il veliero sfiorava il mare azzurro come un grande uccello stanco frettolosamente diretto al nido. Le nubi correvano insieme alle teste degli alberi; si levavano a poppa enormi e bianche, si sollevavano fino allo zenit, sorvolavano la nave e, abbassandosi nell’ampia curva del cielo, sembravano gettarsi a capofitto nel mare – le nubi erano più rapide del veliero, più libere, ma senza una patria.
La costa che dava il benvenuto alla nave si fece avanti, fuori dello spazio vuoto, nel sole. I maestosi promontori si immergevano dominatori nel mare; le ampie baie sorridevano immerse nella luce; le ombre delle nubi senza approdo correvano su assolate pianure, balzavano nelle valli, senza fatica, sfrecciavano su per le alture, rotolavano giù dalle chine; e la luce del sole le inseguiva con chiazze di luminosità in corsa. Sul ciglio di scuri dirupi, bianchi fari splendevano come colonne di luce. Il Canale della Manica riluceva come un manto celeste trapunto d’oro e costellato dall’argento delle onde crestate di spuma. Il Narciso filava oltre i promontori e le baie. Navi dirette al largo ne incrociavano la rotta, inclinate e con gli alberi quasi spogli nella loro faticosa lotta contro il violento vento da sud-ovest. E, sottocosta, una fila di battelli a vapore eruttanti fumo navigava più vicino a riva, come mostri anfibi in migrazione, che diffidassero delle onde irrequiete.
Durante la notte i promontori indietreggiarono, le baie avanzarono, formando una linea ininterrotta e scura. Le luci della terra si confondevano con le luci del cielo; e sopra le lanterne oscillanti di una flottiglia di pescherecci un grande faro splendeva costantemente, come un’enorme luce ruotante che ardesse su una nave di dimensioni favolose. Sotto il suo immutabile bagliore, la costa, che si perdeva in lontananza, diritta e nera, somigliava all’alto fianco di un vascello indistruttibile, immobile sul mare immortale e senza riposo.
La scura terra giaceva sola tra le acque, come una nave possente costellata da vigili luci… una nave che sosteneva il peso di milioni di vite… una nave carica di scorie e di gioielli, d’oro e d’acciaio. Torreggiava immensa e forte, custodendo tradizioni inestimabili e sofferenze indicibili, offrendo riparo a ricordi gloriosi e a vili smemoratezze, a virtù ignobili e a splendide trasgressioni. Una grande nave! Per millenni l’oceano ne aveva percosso invano i fianchi resistenti. Essa si trovava già là quando il mondo era più vasto e più scuro, quando il mare era immenso e misterioso, e pronto a consegnare il premio della fama agli uomini audaci. Una nave madre di flotte e di nazioni! La grande ammiraglia della stirpe; più forte delle tempeste! E ancorata in mare aperto.
Il Narciso, ingavonandosi sotto la spinta delle raffiche al largo, doppiò il South Foreland, passò attraverso i Downs e, a rimorchio, entrò nel fiume. Privato dello splendore delle sue grandi ali, zigzagò ubbidiente a poppa del rimorchiatore nel labirinto di canali invisibili. Mentre li percorreva, i fari galleggianti verniciati in rosso dondolavano sugli ormeggi, sembravano per un attimo salpare a grande velocità sull’impeto dell’onda di mare e subito dopo rimanevano indietro senza speranza. Le grandi boe che segnavano i banchi di sabbia scivolavano via lungo i fianchi della nave molto adagio, poi, rimaste sulla sua scia, facevano forza sulle catene come feroci cani da guardia.
Il corso d’acqua si restrinse, a entrambi i lati la terra si avvicinò alla nave. Essa continuò a risalirlo. Sui pendii lungo le rive apparvero a gruppi le case… si sarebbe detto che scendessero di corsa giù per i declivi per vederla passare, e si pigiassero poi lungo gli argini, fermate dal fango. Più avanti apparvero, a schiere insolenti, le alte ciminiere delle fabbriche e la guardarono come una folla sbandata di esili giganti, spavaldi ed eretti sotto i neri pennacchi di fumo, obliqui nel vento come i pennacchi dei cavalieri. La nave virò nelle anse; una brezza impura sibilò il benvenuto tra i suoi alberi spogli; e la terra, avanzando, si interpose tra la nave e il mare.
Una nube bassa gravava dinanzi ad essa… una grande e opalescente e tremula nube, che sembrava alzarsi dalle fronti imperlate di sudore di milioni di uomini. Lunghe scie di vapori fumosi la insozzavano con lividi festoni; la nube pulsava al battito di milioni di cuori, e da essa giungeva un mormorio immenso e lamentoso… il mormorio di milioni di labbra che pregavano, imprecavano, sospiravano, schernivano… l’eterno mormorio della follia, del rimpianto e della speranza emesso dalle folle della terra ansiosa.
Il Narciso entrò nella nube, le ombre si infittirono; da ogni lato v’era il fragore del ferro, il frastuono di colpi formidabili, di grida, di urla. Nere chiatte passavano furtivamente sul fiume melmoso. Un labirinto pazzesco di sudicie mura si profilò vagamente nel fumo, sconcertante e mostruoso, come lo scenario di un disastro. I rimorchiatori indietreggiarono e si fermarono sulla corrente per tener ferma la nave contro l’ingresso del bacino; dalla prora due cime vennero lanciate in aria, fischianti, e caddero sul molo minacciosamente, come due serpenti. Un ponte si aprì in due dinanzi alla nave, come per incantesimo; grossi argani idraulici presero a girare da soli, quasi fossero animati da un misterioso e profano incantesimo. La nave percorse uno stretto canale, tra due bassi muri di granito, e uomini che stringevano nella mani cime d’ormeggio avanzarono al suo stesso passo, camminando sui grossi lastroni. Un gruppo di persone aspettava spazientito a ciascuna estremità del ponte scomparso; uomini rudi e robusti con berretti; uomini giallognoli, con cappelli a cilindro; due donne a testa nuda; fanciulli laceri, affascinati, con gli occhi spalancati. Un carro che si era avvicinato al trotto, sobbalzando, si fermò di colpo. Una delle donne gridò alla nave silenziosa: «Ciao, Jack!», senza guardare nessuno in particolare, e tutti gli uomini la osservarono dal castello di prora.
«Scostatevi! Scostatevi da quella cima!», gridarono i portuali, chinandosi sulle bitte di pietra. La folla mormorava, sembrava scalpitare dove si era fermata.
«Mollate gli ormeggi a poppa! Mollate!», cantilenò un rubizzo vecchio sul molo. I cavi alzarono schizzi cadendo in acqua e il Narciso entrò nel bacino.
I moli di pietra si perdevano in prospettiva a destra e a sinistra, a linee diritte, racchiudendo un rettangolare specchio d’acqua cupa. Mura di mattoni si levavano alte sopra l’acqua… prosaiche mura che guardavano attraverso centinaia di finestre torbide e offuscate come gli occhi di bruti troppo sazi. Alla loro base si accovacciavano mostruose gru di ferro, con catene che pendevano dai lunghi colli, lasciando ciondolare ganci dall’aspetto crudele sui ponti di navi senza vita. Uno strepito di ruote che rotolavano sul lastricato, il tonfo di pesanti oggetti che cadevano, lo sferragliare di verricelli febbrili, il cigolio di tese catene aleggiavano nell’aria. Tra gli alti edifici, la polvere di tutti i continenti si alzava a vortici brevi; e un odore penetrante di profumi e di sporcizia, di spezie e di pellami, di cose costose e di cose sudicie, pervadeva l’atmosfera, rendendola al contempo preziosa e disgustosa.
Il Narciso si ormeggiò con dolcezza; le ombre delle mura prosaiche caddero sulla nave, la polvere di tutti i continenti si posò sul ponte, e uno sciame di sconosciuti, arrampicandosi sui suoi fianchi prese possesso del veliero in nome della sordida terra. Esso aveva cessato di esistere.
Un elegantone in giacca nera e cappello a cilindro salì a bordo con agilità, si avvicinò al secondo ufficiale, gli strinse la mano e disse: «Ciao, Herbert». Era suo fratello. Una signora apparve a un tratto. Una vera signora, vestita di nero, con il parasole. Sembrava elegantissima tra noi, ed estranea come se fosse caduta dal cielo. Il signor Baker la salutò portando la mano alla visiera del berretto. Era la moglie del comandante. E ben presto il capitano Allistoun, vestito molto elegantemente e con tanto di camicia bianca, sbarcò insieme a lei. Non lo riconoscemmo affatto finché, voltandosi sul molo, non gridò al signor Baker: «Non dimentichi di caricare i cronometri domattina».
Un losco branco di individui dall’aspetto frusto e dagli occhi sfuggenti si aggirava nel castello di prora, entrandovi e uscendone… in cerca di un lavoro, o così dicevano. «È più probabile che cerchino qualcosa da rubare», osservò Knowles, allegramente. Poveri accattoni! Che ci importava? Non eravamo forse arrivati in patria! Ma il signor Baker inveì contro uno di loro che era stato insolente, e noi ne gioimmo. Tutto ci faceva gioire.
«Ho finito a poppa, signore», riferì il signor Creighton.
«Non c’è acqua nel pozzo, signore», riferì per l’ultima volta il carpentiere, con l’asta della sonda in mano. Il signor Baker sbirciò lungo i ponti il gruppo dei marinai in attesa, alzò gli occhi verso gli alberi.
«Ehm! Basta così, uomini», ringhiò. Il gruppo si sciolse. La traversata era finita.
Pagliericci arrotolati stavano volando oltre il parapetto; cassette da marinaio ben legate scivolavano giù per il barcarizzo. Ma in minimo numero, a dire il vero. «Il resto della roba sta andando in crociera al largo del Capo», spiegò Knowles, enigmaticamente, a un fannullone con il quale aveva stretto una subitanea amicizia.
Gli uomini correvano chiamandosi a vicenda, invitando perfetti sconosciuti a dar loro «una mano con il bagaglio»; poi, divenuti tutto a un tratto composti e decorosi, si avvicinarono al secondo ufficiale per stringergli la mano prima di sbarcare.
«Arrivederla, signore», ripeterono in vari toni di voce. Il signor Baker strinse palmi callosi, ringhiò amichevolmente con tutti, ammiccò.
«Attento ai tuoi soldi, Knowles. Ehm! In tal caso ti troverai presto una bella moglie». Lo zoppo era in estasi.
«Arrivederla, signore», disse Belfast, commosso, stringendo la mano al secondo, e alzò gli occhi pieni di lacrime. «Credevo che sarei sbarcato con lui», soggiunse, con voce afflitta. Il signor Baker non capì, ma disse cortesemente: «Abbi cura di te, Craik», e l’afflitto Belfast discese il barcarizzo malinconico e solo.
Il signor Baker, nel silenzio improvviso della nave, si aggirò qua e là solo e ringhiante, provando ad aprire maniglie, scrutando angoli bui… un secondo ufficiale modello! A terra non lo aspettava nessuno. Sua madre era morta; il padre e due fratelli, pescatori di Yarmouth, erano annegati insieme sul Dogger Bank; sua sorella aveva preso marito e gli era ostile. Una vera signora. Sposata con il sarto più noto di una piccola cittadina, di cui era per giunta l’uomo politico più in vista, costui non giudicava il cognato marinaio abbastanza rispettabile per lui.
Una vera signora, proprio una gran dama, egli pensò, sedendo a riposarsi per un momento sul boccaporto del cassero. Era giunto il momento di scendere a terra, di mandar giù una minestra e un boccone e di trovare un letto in qualche posto. Non gli piaceva separarsi dalla nave, perché non avrebbe avuto più nessuno di cui preoccuparsi.
L’oscurità di una serata nebbiosa discese, fredda e umida, sul ponte deserto; e il signor Baker rimase seduto fumando, pensando a tutte le numerose navi alle quali, durante lunghi e molti anni, aveva dato tutte le sue capacità di marinaio. E mai un comando in vista; non una sola volta! “A quanto pare non sono tagliato per fare il comandante” meditò, placidamente, mentre il sorvegliante della nave (che aveva preso possesso della cucina), un vecchio avvizzito, dagli occhi cisposi, lo stava maledicendo a bisbigli perché si tratteneva così a lungo. “Creighton, invece”, il corso dei suoi pensieri continuò, senza invidia, “è un vero gentiluomo… ha amici importanti… farà carriera. È un gran bravo giovane… un po’ più di esperienza…”. Si alzò e tornò alla realtà. «Sarò qui per prima cosa domattina a controllare i boccaporti. Non permettere che tocchino niente prima del mio arrivo, sorvegliante», gridò. E poi sbarcò finalmente a sua volta… un comandante in seconda modello!
Gli uomini dispersi dal contatto disgregatore della terra, si ritrovarono ancora una volta nell’agenzia di navigazione. «Il Narciso liquida», gridò davanti a una porta a vetri un uomo anziano in livrea, con una corona e la sigla B.T. sul berretto. Molti uomini entrarono subito, ma altri giunsero in ritardo. La stanza era vasta, imbiancata a calce e nuda; un banco sormontato da una grata d’ottone racchiudeva un terzo dello spazio polveroso, e dietro la grata un impiegato dalla faccia pallida e molliccia, con i capelli divisi nel mezzo da una scriminatura, aveva gli occhi guizzanti e lucenti e i movimenti vivaci e a sussulti di un uccello in gabbia. Anche il povero capitano Allistoun si trovava lì e, seduto dinanzi a un tavolino con pile di monete d’oro e fasci di biglietti di banca, sembrava soggiogato da quella prigionia. Un altro impiegato della Board of Trade era appollaiato su un alto sgabello accanto alla porta; un anziano barbagianni indifferente alle beffe dei marinai esultanti.
L’equipaggio del Narciso, suddiviso in piccoli gruppi, si pigiò negli angoli. Gli uomini erano tutti vestiti a nuovo, eleganti giacchette che sembravano tagliate con la scure, pantaloni lucidi che avevano l’aria di essere fatti con lamiere spiegazzate, camicie di flanella senza colletto, scarpe nuove di zecca e lucide. Si rifilavano manate sulle spalle, attaccavano bottone gli uni con gli altri, si domandavano: «Dove hai dormito stanotte?», bisbigliavano allegramente, si schiaffeggiavano le cosce tra scoppi sommessi di risate. Quasi tutti avevano facce pulite e radiose; soltanto uno o due si erano presentati malconci e malinconici; i due giovani norvegesi avevano un aspetto lindo, mansueto, ed erano senz’altro un materiale promettente per le buone signore, patronesse della Casa Scandinava. Wamibo, ancora in abiti da lavoro, sognava, ritto e robusto al centro della stanza, e, quando Archie entrò, si riscosse per sorridergli. Ma l’impiegato, che era completamente desto, chiamò un nome e la corresponsione della paga cominciò.
Ad uno ad uno gli uomini si avvicinarono al tavolino per ritirare il compenso delle loro gloriose e oscure fatiche. Rastrellavano con cura il denaro nei grossi palmi, lo ficcavano fiduciosamente nella tasca dei calzoni, oppure, voltando le spalle al tavolino, lo contavano a fatica nel cavo delle mani rigide. «È giusto? Firma la ricevuta. Qui… qui», ripeteva l’impiegato, spazientito. “Quanto sono stupidi questi marinai!”, pensava.
Si avvicinò Singleton, venerando e disorientato, incerto se fosse giorno; gocce scure di succo di tabacco gli aderivano alla barba bianca; quelle sue mani, che non esitavano mai nella gran luce del mare aperto, a stento riuscirono a trovare la piccola pila di monete d’oro nella tenebra profonda della terraferma.
«Non sai scrivere?», disse l’impiegato, scandalizzandosi. «Traccia una croce, allora».
Singleton, a fatica, tracciò una grossa croce e macchiò il foglio.
«Che vecchio bruto disgustoso», borbottò l’impiegato.
Qualcuno aprì la porta al vecchio e il patriarcale lupo di mare varcò la soglia a passi malfermi, senza degnare di uno sguardo noi tutti.
Archie ostentò un portafoglio e venne preso in giro. Belfast, che aveva un’aria disfatta, come se avesse già visitato una o due taverne, diede segni di turbamento e volle parlare a quattr’occhi con il comandante. Il comandante si stupì. Parlarono attraverso la grata e udimmo il capitano dire:
«L’ho consegnata al Board of Trade».
«Ci sarebbe piaciuto avere qualcosa di suo», farfugliò Belfast.
«Ma non è possibile, ragazzo mio. È stata consegnata, chiusa a chiave e sigillata, all’ufficio della Marina», spiegò il comandante, e Belfast indietreggiò, con gli angoli della bocca piegati all’ingiù e gli occhi turbati.
In un momento di pausa, udimmo il comandante e l’impiegato conversare. Riuscimmo ad afferrare queste parole:
«James Wait… è deceduto… non ho trovato documenti di alcun genere… non ha parenti, o non ve n’è traccia… L’ufficio deve quindi trattenere la sua paga».
Entrò Donkin. Sembrava a corto di fiato, era serio, indaffarato. Si avvicinò subito al banco, parlò con animazione all’impiegato, che lo giudicò un uomo intelligente. Discussero il conto, facendo a gara, si sarebbe detto, come per scommessa, nel parlare con uno spiccato accento londinese… due amiconi.
Il capitano Allistoun pagò. «Ti congedo con un rapporto personale negativo», disse placidamente.
Donkin alzò la voce: «Non mi serve il suo dannato rapporto informativo… se lo tenga. Troverò un lavoro a terra».
Si voltò verso di noi. «Basta per me con il mare maledetto», disse forte.
Lo fissammo tutti. Era vestito meglio degli altri, aveva un’aria disinvolta, sembrava più a suo agio di noi tutti; ci fissò con sicumera, godendosi l’effetto della sua dichiarazione. «Proprio così. Ho amici influenti, che voi non avete di certo. Ma sono anche un uomo, e, tutto sommato, siamo stati compagni di viaggio. Chi vuol venire a bere qualcosa?».
Nessuno si mosse. Seguì il silenzio; un silenzio di facce inespressive e di sguardi gelidi. Egli aspettò un momento, sorrise con amarezza, e andò alla porta. Là girò sui tacchi ancora una volta. «Non volete? Maledetto branco di ipocriti. No? Che cosa vi ho fatto? Vi ho forse maltrattato? Vi ho offeso? Eh?… Non volete bere con me?… No!… Che possiate crepare di sete allora, tutti quanti, figli d’una buona femmina! Non c’è uno solo di voi che valga quanto un pidocchio. Siete la feccia del mondo. Lavorate e crepate di fame!».
Uscì e sbatté la porta con tanta violenza che il vecchio barbagianni del Board of Trade per poco non cadde dal suo trespolo.
«È pazzo», dichiarò Archie.
«No! No! È ubriaco», insistette Belfast, barcollando qua e là, in tono piagnucoloso. Il capitano Allistoun sedeva sorridendo cogitabondo al tavolino ormai sgombro.
Fuori, su Tower Hill, batterono le palpebre, esitarono goffamente, quasi fossero abbagliati dalla strana qualità della luce nebulosa, quasi fossero sconcertati dalla vista di tanta gente; e loro, che riuscivano a udirsi a vicenda nell’urlio delle burrasche, sembravano assordati e storditi dal rombo sordo della terraferma affaccendata.
«Al Cavallo Nero! Al Cavallo Nero!», gridò qualcuno. «Facciamoci una bevuta insieme prima di separarci!».
Attraversarono la strada, allacciati l’uno all’altro. Soltanto Charley e Belfast si allontanarono soli. Mentre mi avvicinavo, vidi una donna accesa in viso, trasandata, avvolta in uno scialle grigio, con i capelli pieni di forfora e scarmigliati, gettare le braccia al collo di Charley. Era sua madre. Lo soffocava con le sue tenerezze: «Oh, figlio mio! Figlio mio!». «Lasciami andare», disse Charley. «Lasciami, mamma!».
Stavo passando accanto a loro proprio in quel momento e, al di sopra dei capelli arruffati della donna tutta espansioni, egli mi rivolse un sorriso divertito e uno sguardo ironico, coraggioso e profondo, che parve svergognare tutta la mia conoscenza della vita. Salutai con un cenno del capo e andai oltre, ma lo udii dire di nuovo, con bonarietà: «Se mi lasci andare subito… avrai uno scellino della mia paga per bere qualcosa».
Dopo qualche passo, raggiunsi Belfast. Egli mi afferrò il braccio con tremante entusiasmo.
«Non ho potuto andare con loro», balbettò, indicando con un cenno del capo la nostra chiassosa combriccola che si allontanava adagio sull’altro marciapiede. «Quando penso a Jimmy… Povero Jimmy! Quando penso a lui, mi passa la voglia di bere. Anche tu eri suo amico, ma fui io a salvarlo, a tirarlo fuori, no? Aveva una lanuggine corta… Sì. E rubai quella dannata torta… Non voleva andarsene… Non voleva andarsene a nessun costo». Scoppiò in lacrime. «Io non gli ho mai messo le mani addosso… mai… mai!», singhiozzò. «Mi era affezionato come… come… un agnello».
Mi liberai con dolcezza dalla sua stretta. Le crisi di pianto di Belfast finivano generalmente in una rissa con qualcuno, ed io non ci tenevo affatto a sostenere l’urto del suo inconsolabile dolore. Per giunta, due tarchiati poliziotti si trovavano in quei pressi, e ci stavano osservando con uno sguardo incorruttibile di disapprovazione. «Arrivederci!», dissi, e proseguii.
Ma all’angolo mi fermai per rivolgere un’ultima occhiata all’equipaggio del Narciso. Camminavano dondolando, irresoluti e vociferanti sui grandi lastroni di pietra davanti alla Zecca. Erano diretti al Cavallo Nero, ove uomini in berretto di pelliccia e in maniche di camicia, con facce brutali, distribuiscono, da barili verniciati, le illusioni della forza, della gioia, della felicità; l’illusione dello splendore e della poesia della vita alle ciurme appena pagate delle navi dirette al sud.
Da lontano li vidi chiacchierare, con gli occhi gioviali e gesti goffi, mentre il mare della vita tuonava nelle loro orecchie, senza posa e inascoltato. E mentre procedevano dondolando sul bianco lastricato, circondati dalla fretta e dal clamore degli uomini, parvero essere creature di un’altra specie… smarrite, sole, immemori e condannate. Li si sarebbe detti naufraghi, naufraghi temerari e gioiosi, folli naufraghi che stavano allegri nella tempesta, sulla sporgenza infida d’una roccia traditrice.
Il rombo della città somigliava allo scroscio dei marosi, spiegati e possenti, dalla voce ululante e dai propositi crudeli; ma in alto le nubi si squarciarono, un diluvio di luce solare si rovesciò sulle mura delle sudicie case. Il gruppetto di marinai si allontanava nel sole. Alla loro sinistra gli alberi dei Tower Gardens frusciavano. Le pietre della Torre scintillavano, sembravano muoversi nel gioco della luce, quasi avessero ricordato a un tratto tutte le grandi gioie e i grandi dolori del passato, e i combattivi prototipi di quegli uomini, gli arruolamenti forzati, le grida degli ammutinamenti, il pianto delle donne sulla riva del fiume, e le urla degli uomini che inneggiavano alle vittorie.
La luce solare pioveva dal cielo come un dono della Grazia sul fango della terra, sulle pietre memori e mute, sull’avidità e l’egoismo; sulle facce ansiose degli uomini dimentichi. E a destra del gruppetto, la facciata sporca della Zecca, ripulita dal diluvio di luce, risaltò per un momento, abbacinante e bianca come il marmoreo palazzo di una fiaba. L’equipaggio del Narciso scomparve alla vista.
Non rividi quegli uomini mai più. Il mare ne prese alcuni, i piroscafi altri; gli altri finiranno nei cimiteri della terraferma. Singleton ha senza dubbio trascinato con sé un lungo passato di fatiche fedeli nelle pacifiche profondità di un mare accogliente. E Donkin, che in vita sua non ha mai lavorato come si deve un sol giorno, certo si guadagna da vivere cianciando con sordida eloquenza del diritto di vivere dei lavoratori. E sia pure! Che la terra e il mare abbiano ciascuno il suo.
Un compagno di bordo che se ne va, al pari di ogni altro uomo, se ne va per sempre; ed io non ho incontrato mai più uno solo di loro. Ma a volte la piena primaverile dei ricordi percorre con impeto il fiume tenebroso delle nove anse; allora, sulle acque di quel corso dimenticato, va alla deriva una nave… una nave fantomatica, che ha a bordo un equipaggio di Ombre.
Passano e fanno un cenno, salutandomi come spettri. Non abbiamo forse, insieme e sul mare immortale, spremuto un significato dalle nostre esistenze peccaminose? Arrivederci, fratelli! Foste un’abile ciurma. Abile quanto ogni altra che abbia mai lottato, tra grida selvagge, contro lo sbattere di una vela di trinchetto impregnata d’acqua e pesante; o che, sbalestrata sulle alberature, invisibile nella notte, si sia mai opposta, restituendo urlo ad urlo, a una tempesta ululante da ovest.