Parte prima
Capitolo primo
Quando lasciò il sentiero dritto e stretto della sua personale onestà, lo fece con l’intima, risoluta e determinata convinzione di tornare nel monotono ma sicuro passo della virtù non appena la sua piccola escursione ai margini della palude avesse dato l’effetto desiderato. Sarebbe stato un breve episodio – una frase tra parentesi, per così dire – nella scorrevole fiaba della sua vita: una cosa di nessuna importanza, da farsi controvoglia, seppure accuratamente e da dimenticare velocemente.
S’immaginò che dopo avrebbe potuto andare avanti guardando la luce del sole, godendo l’ombra, respirando il profumo dei fiori nel piccolo giardino davanti alla casa. S’immaginò che niente sarebbe cambiato, che sarebbe stato in grado come prima di tiranneggiare allegramente la moglie meticcia, di osservare con affettuoso disprezzo il figlio giallo pallido, di trattare con altera condiscendenza il cognato dalla pelle scura che amava cravatte rosa, calzava ai piccoli piedi stivali di coppale ed era così umile davanti al marito bianco della sua fortunata sorella. Quelle erano le delizie della sua vita ed egli non era in grado di concepire che il significato morale di qualunque suo atto potesse interferire con la vera natura delle cose, potesse offuscare la luce del sole, potesse distruggere il profumo dei fiori, la sottomissione della moglie, il sorriso del figlio, il rispetto timoroso di Leonard Da Souza e di tutta la famiglia Da Souza. L’ammirazione della famiglia era il grande lusso della sua vita, circondava e completava la sua esistenza in una perpetua certezza di incontestabile superiorità. Amava respirare l’incenso dozzinale che offrivano davanti alla sacralità dell’uomo bianco affermato; l’uomo che aveva fatto loro l’onore di sposarne la figlia, la sorella, la cugina; l’uomo in ascesa sicuro di salire molto in alto; l’impiegato di fiducia della Hudig & Co. Erano una massa numerosa e sporca, che viveva nei sobborghi di Macassar in fatiscenti case di bambù, circondate da muretti trascurati. Li aveva tenuti a distanza, non facendosi illusioni sul loro valore. Erano mezzosangue, una combriccola d’infingardi, ed egli li vedeva quali erano – cenciosi, magri, sporchi, uomini più piccoli del normale, di varie età, che si trascinavano ciabattando senza scopo; vecchie donne immobili, che sembravano mostruose borse di calicò rosa imbottite di pezzi di grasso informi e come buttate di traverso su cadenti sedie di malacca riposte negli angoli ombrosi di verande piene di polvere; giovani donne, gialle e sottili, dai grandi occhi, e dai lunghi capelli, che si muovevano languidamente tra la sporcizia e i rifiuti delle loro abitazioni come se ogni passo che facevano dovesse essere l’ultimo. Udiva i loro acuti litigi, lo strillare dei loro figli, il grugnire dei loro maiali; sentiva gli odori dei mucchi di immondizie nei loro cortili: e ne era molto disgustato. Ma nutriva e vestiva quella squallida moltitudine; quei degenerati discendenti di conquistatori portoghesi: era la loro provvidenza; li teneva a cantare le sue lodi in mezzo alla loro pigrizia, al loro sudiciume, al loro squallore immenso e senza speranza, ed era molto felice. Volevano molto, ma poteva dar loro tutto quello che volevano senza rovinarsi, in cambio aveva la loro paura silenziosa, il loro amore loquace, la loro venerazione rumorosa. È una gran bella cosa essere una provvidenza e sentirselo ripetere ogni giorno della propria vita. Dà la sensazione di una superiorità enormemente distaccata e Willems ci si divertiva. Non analizzava il suo processo mentale, ma probabilmente il piacere più grande consisteva nella convinzione inespressa ma profonda che, se avesse chiuso la mano, tutti quegli esseri umani in ammirazione sarebbero morti di fame. La sua munificenza li aveva corrotti, un compito facile. Dal momento in cui era disceso tra loro e aveva sposato Joanna avevano perduto quel minimo di forza e attitudine al lavoro che potevano aver dovuto impiegare sotto la spinta di un’estrema necessità. Ora vivevano in virtù della sua volontà. Questo era potere. Willems lo amava.
Su un altro piano, forse più in basso, i suoi giorni non mancavano di piaceri meno complicati e più ovvii. Gli piacevano i giochi semplici di abilità come il biliardo, ma anche giochi più complessi che richiedevano un altro tipo di abilità, come il poker.
Era stato il più bravo allievo di un sentenzioso americano dall’occhio sicuro che dalle distese del Pacifico era stato misteriosamente trascinato dalla corrente a Macassar, da dove, dopo essere stato sballottato per un po’ nei vortici della vita cittadina, era stato enigmaticamente portato via verso le solitudini assolate dell’Oceano Indiano. Il ricordo dello straniero californiano fu perpetuato nel gioco del poker, che da quel momento divenne popolare nella capitale delle Celebes – e in un cocktail poderoso, la cui ricetta viene trasmessa ancora oggi, – in dialetto Kwang-tung –, da capo cameriere a capo cameriere del personale cinese del Sunda Hotel. Willems era un conoscitore di drink e un esperto di gioco e ne era abbastanza orgoglioso. Della fiducia che riponeva in lui Hudig – il padrone – se ne vantava e ne era importunamente orgoglioso. Questo nasceva dalla sua grande gentilezza e da un elevato senso del dovere verso se stesso e il mondo in generale. Sentiva l’irresistibile impulso a trasmettere la conoscenza che è inseparabile dalla crassa ignoranza. C’è sempre qualcosa che l’ignorante sa e quella è l’unica cosa degna di essere conosciuta, riempie l’universo dell’ignorante. Willems sapeva tutto di sé. Il giorno in cui, con molti timori, era fuggito da un olandese delle Indie Orientali sulla strada di Samarang, allora aveva cominciato questo studio di se stesso, dei suoi mezzi, delle sue capacità, delle sue qualità innate che lo avevano portato alla remunerativa posizione che occupava ora. Essendo di natura modesto e diffidente, il successo lo aveva stupito, lo aveva quasi spaventato e aveva finito – man mano che si riprendeva dai successivi shock – per farlo diventare enormemente presuntuoso. Credeva nel suo genio e nella sua conoscenza del mondo. Anche gli altri dovevano conoscerli, per il loro bene e per suo maggiore vanto. Tutti quegli uomini cordiali che gli davano pacche sulle spalle e lo salutavano rumorosamente dovevano poter trarre vantaggio dal suo esempio. Per questo doveva parlare. E parlare loro scrupolosamente. Il pomeriggio spiegava la sua teoria del successo sui piccoli tavolini, immergendo di tanto in tanto i baffi nel ghiaccio tritato dei cocktails, la sera, stecca in mano, arringava un giovane ascoltatore oltre il tavolo da biliardo.
Le palle del biliardo stavano ferme come se ascoltassero anche loro, sotto il vivido splendore delle lampade a olio schermate che sovrastavano basse il tappeto, mentre nelle ombre della grande stanza il segnapunti cinese, la cui maschera inespressiva del viso sembrava pallida contro il tabellone di mogano, si sarebbe addossato stancamente alla parete, le palpebre che gli cadevano nell’assonnata fatica delle ore piccole e nella ronzante monotonia di un inintellegibile fiume di parole sgorgato dall’uomo bianco. In un’improvvisa pausa del discorso il gioco sarebbe ricominciato con un secco click e sarebbe andato avanti per un po’ tra il fluente ronzio attutito e i tonfi smorzati, come se le palle rotolassero zigzagando verso la carambola immancabilmente riuscita. Dalle grandi finestre e dalle porte aperte l’umidità salata del mare, il vago odore di terra e fiori del giardino dell’albergo mescolati con l’odore delle lampade a olio, diventavano più pesanti con l’avanzare della notte. Le teste dei giocatori s’immergevano nella luce quando si chinavano per il colpo, scattando di nuovo rapidamente indietro nella penombra verdognola delle larghe lampade schermate; l’orologio ticchettava metodicamente; l’impassibile cinese ripeteva continuamente il punteggio con una voce senza vita, come una grande bambola parlante – e Willems avrebbe vinto la partita. Osservando che si stava facendo tardi e che lui era un uomo sposato, avrebbe augurato una buonanotte condiscendente e si sarebbe affrettato per la via lunga e vuota. A quell’ora la polvere bianca era come un’abbagliante striscia di chiarore lunare e l’occhio cercava riposo nel luccichio più fievole delle rare lampade a olio. Willems camminava verso casa, seguendo la fila di muri sovrastati dalla vegetazione lussureggiante dei giardini. A destra e a sinistra le case erano nascoste dietro le masse scure degli arbusti in fiore. Willems aveva tutta la strada per sé. Avrebbe camminato al centro, con la sua ombra che scivolava ossequiosa davanti a lui.
Guardò in basso compiaciuto: l’ombra di un uomo di successo, un pochino stordito per i cocktails e per l’ebbrezza della sua stessa gloria. Come diceva spesso alla gente, era venuto da est quattordici anni prima – aiuto cameriere di bordo. Un ragazzetto. Pensò con un sorriso che allora non sapeva di possedere qualcosa – neanche l’ombra – da considerare sua. E ora stava guardando l’ombra dell’impiegato di fiducia della Hudig & Co., che stava andando a casa. Che magnificenza! Com’era piacevole la vita per quelli che erano dalla parte vincente! Aveva vinto il gioco della vita e quello del biliardo. Camminò più spedito, facendo tintinnare le sue vincite e pensando ai bianchi giorni pietrosi che avevano segnato il sentiero della sua esistenza. Pensò al viaggio a Lombok per i pony – la prima transazione importante che gli aveva affidato Hudig; quindi ripensò agli affari più importanti: il tranquillo commercio di oppio, il traffico illegale di polvere da sparo, il grosso affare di armi di contrabbando, la difficoltosa faccenda del raja di Goa. Aveva portato a termine quest’ultimo con vero coraggio, aveva affrontato il vecchio e selvaggio sovrano nella sua camera di consiglio, lo aveva comprato con una carrozza di vetro dorato che ora, si diceva, era usata come stia per le galline, lo aveva convinto a cambiare parere; aveva avuto la meglio su di lui in tutti i sensi. Quello era il modo di andare avanti. Disapprovava la disonestà elementare che tuffa la mano nella cassetta dei soldi, ma uno poteva evadere le leggi e spingere i principi del commercio alle loro conseguenze estreme. Qualcuno lo chiama truffare. Quelli sono i pazzi, i deboli, quelli da disprezzare. Il saggio, il forte, il rispettato non ha scrupoli. Dove ci sono scrupoli non ci può essere potere. Faceva spesso prediche ai giovani su questo argomento. Era la sua dottrina e lui era lo sfolgorante esempio della sua veridicità.
Notte dopo notte andava a casa, dopo un giorno di duro lavoro e di soddisfazione, ubriaco del suono della sua voce che esaltava la propria prosperità. Il giorno del suo trentesimo compleanno egli andò a casa così. Aveva passato in buona compagnia una serata allegra e rumorosa e, mentre camminava lungo la strada deserta, la sensazione della sua grandezza crebbe dentro di lui, lo sollevò al di sopra della polvere bianca della strada e lo riempì di esultanza e rimpianti. Non era stato giusto con se stesso, prima, nell’albergo, non aveva parlato abbastanza di sé, non aveva colpito abbastanza i suoi ascoltatori. Non aveva importanza. Un’altra volta. Ora sarebbe andato a casa, avrebbe fatto alzare la moglie e si sarebbe fatto ascoltare. Perché non si sarebbe dovuta alzare? – e preparargli un cocktail – e ascoltarlo pazientemente. Proprio così. L’avrebbe fatto. Se lo avesse voluto avrebbe potuto far alzare tutta la famiglia Da Souza. Doveva soltanto dirlo e sarebbero venuti tutti e si sarebbero seduti silenziosamente nelle loro camicie da notte sul pavimento duro e freddo del cortile e avrebbero ascoltato, per tutto il tempo che avesse voluto andare avanti a spiegare, dalla sommità delle scale, quant’egli fosse grande e buono. Lo avrebbero fatto. Comunque, sua moglie lo avrebbe fatto – per quella notte.
Sua moglie! Sussultò dentro di sé. Una donna triste dagli occhi spaventati e una piega dolorosa delle labbra che lo avrebbe ascoltato con doloroso stupore e muta immobilità. Ora si era abituata a quei discorsi notturni. Si era ribellata una volta – all’inizio. Soltanto una volta. Ora, mentre lui stava disteso sulla dormeuse e beveva e parlava, lei rimaneva in piedi all’estremità più lontana del tavolo, le mani sul bordo, gli occhi spaventati fissi sulle sue labbra, senza un suono, senza il più piccolo movimento, respirando appena, finché lui non la congedava con uno sprezzante: «Va’ a letto, stupida». Lei allora tirava un lungo respiro e strisciava fuori della stanza, sollevata, ma impassibile. Niente poteva farla sussultare, farla borbottare o farla piangere. Non si lamentava, non si ribellava. Quella prima loro lite era stata decisiva. Troppo decisiva, pensò Willems, insoddisfatto. La paura sembrava averle tolto l’anima dal corpo. Una donna triste! Un maledetto affare tutto considerato. Dove accidenti voleva andare e quante cose si voleva addossare… Ah! Bene! Voleva una casa e la combinazione sembrava far piacere a Hudig, e Hudig gli aveva dato il bungalow, quella casa ombreggiata dai fiori verso cui si stava dirigendo nella fredda luce lunare. E aveva la venerazione della tribù dei Da Souza. Un uomo del suo stampo poteva superare qualunque cosa, fare qualunque cosa, aspirare a qualunque cosa.
Altri cinque anni e quei bianchi che partecipavano alle serate di gioco domenicali del governatore avrebbero accettato lui – moglie meticcia e tutto! Evviva! Vide la sua ombra lanciarsi in avanti e sventolare un cappello, grande quanto una botte di rum, alla fine di un braccio lungo diverse yard… Chi aveva gridato evviva?… Sorrise imbarazzato e cacciandosi le mani in tasca, camminò più spedito con una faccia improvvisamente seria.
Dietro di lui – a sinistra – la punta di un sigaro brillò all’ingresso del cortile anteriore di Mr Vinck. Appoggiato a una colonna in mattoni, Mr Vinck, il cassiere della Hudig & Co., fumava l’ultimo mozzicone di sigaro della serata. Tra le ombre delle siepi ben tenute la signora Vinck faceva scricchiolare lentamente, a passi misurati, la ghiaia del sentiero circolare davanti alla casa.
«C’è Willems che va a casa a piedi – e ubriaco m’immagino», disse Mr Vinck al di sopra della spalla. «L’ho visto saltare e agitare il cappello».
Lo scricchiolio della ghiaia s’interruppe.
«Un uomo orribile»; disse la signora Vinck con calma. «Ho sentito che picchia la moglie».
«Oh no, cara, no», mormorò distrattamente Mr Vinck con gesto vago. Willems, sotto l’aspetto di uno che picchia la moglie, non lo interessava. Quanto non sanno valutare le donne! Se Willems avesse voluto torturare la moglie sarebbe ricorso a metodi meno primitivi. Mr Vinck conosceva bene Willems e lo riteneva molto capace, molto svelto – sgradevolmente così. Mentre dava le ultime rapide boccate al suo mozzicone, Mr Vinck rifletteva che la fiducia accordata da Hudig a Willems era aperta, date le circostanze, alla leale critica del cassiere di Hudig.
«Sta diventando pericoloso, sa troppo – se ne sbarazzeranno», disse Mr Vinck a voce alta. Ma la signora Vinck era già entrata e dopo aver scosso la testa, egli buttò via il mozzicone e la seguì lentamente.
Willems continuava a camminare verso casa tessendo lo splendido tessuto del suo futuro. La strada della grandezza era chiara davanti ai suoi occhi, dritta e splendente, senza che egli potesse intravedere nessun ostacolo. Era uscito dal sentiero dell’onestà, come l’intendeva lui, ma lo avrebbe presto ripreso, per non lasciarlo mai più! Era una questione da poco. L’avrebbe presto rimessa a posto. Nel frattempo il suo compito era di non essere scoperto ed egli aveva fiducia nella sua abilità, nella sua fortuna, nella sua ben consolidata reputazione che avrebbe disarmato il sospetto, se qualcuno avesse osato sospettare. Ma non l’avrebbe fatto nessuno! Sinceramente, egli era conscio di un leggero deterioramento. Si era appropriato temporaneamente di un po’ di denaro di Hudig. Una deplorevole necessità! Ma lui si giudicava con l’indulgenza che dovrebbe essere estesa alle debolezze del genio. Avrebbe risarcito e tutto sarebbe stato come prima; nessuno ci avrebbe rimesso e lui sarebbe andato avanti libero verso il brillante scopo della sua ambizione.
Socio di Hudig!
Prima di salire le scale di casa rimase fermo per un po’, a gambe divaricate, toccandosi il mento, contemplandosi mentalmente come futuro socio di Hudig. Una splendida occupazione. Si vide piuttosto al sicuro, solido come le colline, profondo – profondo come un abisso, discreto come una tomba.
Capitolo secondo
Il mare, forse per la sua salinità, irruvidisce l’esterno, ma mantiene dolce l’essenza dell’anima dei suoi servitori. Il vecchio mare; il mare di tanti anni fa, i cui servitori erano schiavi devoti e passavano dalla giovinezza alla vecchiaia o a una morte improvvisa senza bisogno di aprire il libro della vita, perché potevano guardare l’eternità riflessa nell’elemento che dava la vita e la morte. Come una donna bella e senza scrupoli, il mare del passato era glorioso nei suoi sorrisi, irresistibile nella sua furia, capriccioso, seducente, illogico, irresponsabile; una cosa da amare, una cosa da temere. Lanciava un incantesimo, dava gioia, cullava dolcemente in una fiducia sconfinata; poi, con collera repentina e senza motivo, uccideva. Ma la sua crudeltà era riscattata dal fascino del suo imperscrutabile mistero, dall’immensità della sua promessa, dalla grande malia del suo possibile favore. Uomini forti dal cuore di fanciullo gli erano fedeli, contenti di vivere per sua grazia – di morire per suo volere. Questo era il mare prima che la mente francese mettesse in moto il muscolo egiziano e producesse un canale deprimente, ma remunerativo. Una grande coltre di fumo, emessa da innumerevoli navi a vapore, si sparse poi sull’agitato specchio dell’infinito. La mano dell’ingegnere distrusse il velo della terribile bellezza in modo che marinai d’acqua dolce, avidi e infidi, potessero intascare dividendi. Il mistero fu distrutto. Come tutti i misteri, viveva solo nei cuori dei suoi fedeli. I cuori cambiarono, gli uomini cambiarono. Quei servitori, una volta amorevoli e devoti, uscirono armati di fuoco e di ferro e vincendo la paura dei loro stessi cuori, divennero una massa calcolatrice di padroni freddi ed esigenti. Il mare del passato era un’incomparabile bellissima puttana, dal viso imperscrutabile e dagli occhi crudeli e promettenti. Il mare di oggi è una bestia da soma esausta, raggrinzita e deturpata dalle scie ribollenti di eliche brutali, derubata del fascino ammaliante della sua immensità, spogliata della sua bellezza, del suo mistero e della sua promessa.
Tom Lingard era un padrone, un amante, un servitore del mare. Il mare lo prese da giovane, affascinandolo anima e corpo; gli diede quell’aspetto feroce, quella voce alta, quegli occhi impavidi, quel cuore stupidamente ingenuo. Generosamente, gli donò quell’assurda fiducia in se stesso, quell’amore universale del creato, quella grande indulgenza, quella sprezzante severità, quella schietta semplicità di moventi e onestà di scopi. Avendolo fatto com’era, il mare lo servì umilmente, come una donna, e lasciò che si crogiolasse disarmato nella felicità di quel favore terribile e incerto. Tom Lingard diventò ricco sul mare e per mezzo di esso. Lo amava con l’ardente passione di un amante, non gli dava peso, con la sicurezza che proviene da una perfetta padronanza, lo temeva con la saggia paura dell’uomo coraggioso e si prendeva delle libertà come può fare un bambino viziato con un orco paterno e buono d’animo. Gli era grato, con la gratitudine di un cuore onesto. Il suo maggiore orgoglio stava nella sua profonda convinzione della lealtà del mare – nel profondo senso della propria infallibile conoscenza della slealtà di esso.
Il piccolo brigantino Flash era lo strumento della fortuna di Lingard. Erano venuti dal mare del nord insieme – tutti e due giovani – fuori da un porto australiano e dopo pochi anni non c’era un bianco nelle isole, da Palembang a Ternate, da Ombawa a Palawan, che non conoscesse il capitano Tom e la sua barca fortunata. Lui piaceva per la sua imprudente generosità, per la sua costante onestà e all’inizio fu un po’ temuto per il suo carattere violento. Comunque, scoprirono molto presto, e la voce si sparse, che la furia del capitano Tom era molto meno pericolosa del sorriso di molti uomini. Prosperò molto. Dopo il suo primo combattimento coronato dal successo contro i pirati, quando salvò, come si sentì dire, lo yacht di un pezzo grosso del suo paese, da qualche parte sulla rotta di Carimata, cominciò la sua grande popolarità, che crebbe velocemente con il passare degli anni. Visitando sempre posti fuori mano di quella parte del mondo, sempre alla ricerca di nuovi mercati per i suoi cargo – non tanto per il profitto quanto per il piacere di trovarli – divenne presto noto ai malesi e grazie alla sua spericolatezza, che gli aveva procurato il successo in diversi scontri coi pirati, affermò il terrore del suo nome. Quei bianchi con cui trattava affari e che naturalmente cercavano i suoi punti deboli, poterono facilmente vedere che bastava dargli il suo titolo malese per lusingarlo molto. Così quando c’era qualcosa da guadagnarci e qualche volta per pura e disinteressata bontà d’animo, lasciavano perdere il cerimonioso “capitano Lingard” e gli si rivolgevano semiseri come raja Laut – il Re del Mare –. Portava quel nome orgogliosamente sulle sue larghe spalle. Lo portava da molti anni quando il piccolo Willems correva a piedi scalzi sul ponte del Kosmopoliet IV che navigava nei fiumi di Samarang, guardando con occhi innocenti la riva strana e chiamando aspramente gli immediati vicini con insulti blasfemi mentre il suo cervello infantile lavorava sull’idea eroica di scappare. Dalla poppa del Flash Lingard vide di primo mattino la nave olandese mettersi lentamente in moto, diretta verso i porti orientali. La sera tardi, in quello stesso giorno, stava sulla banchina del canale d’attracco, pronto a salire a bordo del suo brigantino. La notte era chiara e stellata; il piccolo edificio della dogana era chiuso e mentre la carrozzella, che lo aveva portato laggiù, spariva nel lungo viale di alberi polverosi che portava in città, Lingard pensò di essere solo sul molo. Svegliò l’addormentato equipaggio della lancia e stette ad aspettare che fossero pronti, quando sentì uno strattone alla giacca e una voce sottile dire molto distintamente:
«Capitano inglese».
Lingard si voltò velocemente e quello che sembrava essere un esile ragazzo fece un salto indietro con encomiabile agilità.
«Chi sei? Da dove salti fuori?», chiese Lingard con sbigottita sorpresa.
Tenendosi a distanza di sicurezza il ragazzo indicò una nave da carico attraccata al molo.
«Sei rimasto nascosto lì, non è vero?», disse Lingard. «Bene, che vuoi? Parla chiaro, accidenti a te. Non sei venuto qui per spaventarmi a morte, tanto per scherzo, no?».
Il ragazzo cercò di spiegare in un inglese stentato, ma Lingard lo interruppe subito.
«Capisco», esclamò, «sei scappato da quella grande nave che è salpata stamane. Bene, perché non vai dai tuoi connazionali?»
«Nave andata poco lontano – a Sourabaya. Mi fanno tornare alla nave», esclamò il ragazzo.
«La cosa migliore per te», affermò Lingard con convinzione.
«No», replicò il ragazzo, «me voglio fermare qui; non voglio andare casa. Fare soldi qui, casa non buono».
«Questa non me la sarei proprio aspettata», commentò Lingard attonito. «È il denaro che vuoi? Bene! Bene! E tu non hai avuto paura di scappare, tu sacco d’ossa, tu!».
Il ragazzo fece capire che aveva paura soltanto di essere rimandato sulla nave – Lingard lo guardò in pensoso silenzio.
«Vieni più vicino», disse alla fine. Prese il ragazzo per il mento e alzandogli il viso lo guardò con uno sguardo indagatore. «Quanti anni hai?»
«Diciassette».
«Non sei molto grande per i tuoi diciassette anni. Hai fame?»
«Un po’».
«Verresti con me su quel brigantino là?».
Il ragazzo si mosse senza una parola verso la lancia e si arrampicò a prua.
«Conosce il suo posto», si disse Lingard mentre entrava pesantemente tra le banchette e raccoglieva le cime d’attracco. «Fate posto lì».
L’equipaggio malese braccio le vele a collo e il rampone saltò via dal molo andando verso la luce del brigantino che si muoveva lentamente.
Questo fu l’inizio della carriera di Willems.
Lingard apprese in mezz’ora tutto quello che c’era da sapere della banale storia di Willems. Padre impiegato esterno di un qualche sensale marittimo a Rotterdam; madre morta. Il ragazzo, veloce ad apprendere, ma indolente a scuola. Le ristrettezze della casa piena di fratellini e sorelline, sufficientemente nutriti e vestiti, ma che per il resto crescevano allo stato brado, mentre il vedovo sconsolato che scarpinava tutto il giorno in un logoro cappotto e stivali difettosi sui moli fangosi, e la sera accompagnava stancamente i comandanti stranieri mezzo-ubriachi nei posti di piacere a buon mercato, ritornando a casa tardi, nauseato dal troppo fumare e bere – nell’interesse della compagnia – e di quegli uomini, che si aspettavano tali attenzioni nell’ambito degli affari. Poi l’offerta del buon capitano del Kosmopoliet IV, che fu felice di fare qualcosa per il compagno paziente e servizievole; la grande gioia del giovane Willems, la sua ancor più grande delusione per il mare che sembrava così affascinante da lontano, ma che si dimostrò così duro ed esigente a una conoscenza più approfondita – e poi questo improvviso impulso di scappare. Il ragazzo era disperatamente in discordanza con lo spirito del mare. Aveva un istintivo disprezzo per l’onesta semplicità di quel lavoro che non lo portava a niente che gli importasse. Lingard lo scoprì presto. Gli offrì di rimandarlo a casa su una nave inglese, ma il ragazzo supplicò con tenacia che gli fosse permesso di rimanere. Aveva una bella calligrafia, imparò presto e bene l’inglese, era veloce con i numeri e Lingard lo impiegò in quel modo. Crescendo, i suoi istinti commerciali si svilupparono in maniera sorprendente e Lingard lo lasciò spesso trafficare in un’isola o in un’altra, mentre lui faceva un viaggio a corto raggio in qualche posto fuori mano. Avendone Willems espresso il desiderio in ragione di quei risultati, Lingard lo lasciò entrare al servizio di Hudig. Si sentì un po’ addolorato per quell’abbandono, perché, in un certo modo, si era affezionato al suo protetto. Tuttavia era orgoglioso di lui e ne parlò lealmente. All’inizio era stato «quel ragazzo sveglio che tuttavia non diventerà mai un marinaio». Poi, quando Willems lo aiutò nel commercio, si riferì a lui come a «quell’intelligente giovane amico». Successivamente, quando Willems diventò l’agente di fiducia di Hudig, impiegato in molti affari delicati, il vecchio marinaio dal cuore semplice puntava un dito in segno di ammirazione alle sue spalle e sussurrava a chiunque gli fosse vicino in quel momento: «Un uomo accorto quello, un uomo tremendamente accorto. Guardalo. Uomo di fiducia del vecchio Hudig. Io lo raccolsi in un canale, si può dire, come un gatto morto di fame. Pelle e ossa. Parola mia lo feci. E ora ne sa più di me del commercio tra le isole. È un dato di fatto. Non sto scherzando. Più di me», ripeteva serio, con orgoglio innocente negli occhi onesti. Dalla sicura altezza dei suoi successi commerciali, Willems trattava Lingard con condiscendenza. Per il suo benefattore provava una certa simpatia non disgiunta da un disprezzo per la cruda franchezza dei metodi di condotta del vecchio compagno. C’erano comunque alcuni aspetti del carattere di Lingard verso cui Willems sentiva un rispetto giustificato. Il marinaio chiacchierone sapeva tacere su certi argomenti che per Willems erano molto interessanti. Inoltre, Lingard era ricco e questo, di per sé, era sufficiente a esigere la riluttante ammirazione di Willems. Nelle sue chiacchierate confidenziali con Hudig, generalmente Willems alludeva al benevolo inglese come al “vecchio pazzo fortunato” con un tono di fastidio molto distinto; Hudig grugniva un non meglio identificato assenso e poi i due si guardavano con quell’improvvisa fissità di sguardo di un pensiero inespresso.
«Non puoi scoprire dove prende tutto quel caucciù, eh! Willems?», chiedeva Hudig alla fine, girandosi e chinandosi sulle carte che si trovavano sulla scrivania.
«No! Mr Hudig. Non ancora. Ma sto provando», era l’invariabile replica di Willems enunciata con un tono di dolente disapprovazione.
«Prova! Prova sempre! Tu puoi provare! Tu forse ti consideri capace», borbottava Hudig, senza guardare in su. «Io commercio con lui da venti – trent’anni ora. La vecchia volpe. E ho provato. Bah!».
Allungava una gamba corta e tozza e contemplava il collo del piede nudo e la pianella piatta che pendeva dall’alluce. «Non puoi farlo ubriacare?», aggiungeva, dopo aver respirato rumorosamente per un po’.
«No, Mr Hudig, veramente non posso», protestava seriamente Willems.
«Bene, non ci provare allora. Lo conosco. Non ci provare», raccomandava il padrone e, chinatosi sulla scrivania, gli occhi fissi iniettati di sangue vicino al foglio, continuava a scrivere accuratamente e laboriosamente con le sue tozze dita le poche lettere mal scritte della sua corrispondenza, mentre Willems aspettava rispettosamente e volentieri prima di chiedere, con gran deferenza:
«Qualche ordine, Mr Hudig?»
«Mh! Sì. Vai tu stesso a Bun-Hin e controlla e impacchetta i dollari di quel pagamento e falli mettere a bordo del postale per Ternate. Deve arrivare qua oggi pomeriggio».
«Certo, Mr Hudig».
«E senti. Se la nave è in ritardo, lascia la cassetta nel magazzino di Bun-Hin fino a domani. Sigillala. Otto sigilli come al solito. Non portarla via di lì fintantoché non arriva la nave».
«No, Mr Hudig».
«E non dimenticare quelle cassette di oppio. È per stanotte. Usa i miei marinai. Trasbordali dal Caroline al tre alberi degli arabi», continuò il padrone nel suo rauco tono sommesso. «E non venire da me con un’altra storia di una cassetta caduta fuori bordo come l’ultima volta», aggiunse con improvvisa ferocia, guardando da sotto in su il suo uomo di fiducia.
«No, Mr Hudig. Ci starò attento».
«Questo è tutto. Di’ a quel porco quando esci che se non fa andare un po’ meglio il punkah gli rompo tutte le ossa», concluse Hudig, tergendosi la faccia arrossata con un fazzoletto di seta rosso grande quanto una coperta.
Willems uscì senza far rumore, chiudendo con cura dietro di sé la porticina verde da cui passava per andare nel magazzino. Hudig, penna in mano, lo ascoltò maltrattare il ragazzo del punkah con violente bestemmie che nascevano dallo zelo illimitato per il benessere del padrone, prima di ritornare al suo scritto in mezzo al frusciare delle carte svolazzanti per l’aria mandata giù dal punkah che sventolava a larghe cadenze sopra la sua testa.
Willems fece familiarmente un cenno a Mr Vinck, che aveva la sua scrivania vicino alla porticina dell’ufficio privato e marciò verso il magazzino con aria impaziente. Mr Vinck – un’estrema avversione nascosta in ogni piega del suo contegno signorile – seguì con gli occhi la figura bianca che entrava velocemente nel buio tra le pile di balle e casse finché passò, attraverso la grande arcata, nel bagliore della strada.
Capitolo terzo
L’opportunità e la tentazione erano state troppo per Willems e sotto la pressione di una necessità improvvisa abusò di quella fiducia che era il suo orgoglio, il segno perpetuo della sua abilità e per lui un peso troppo pesante da portare. Una serie di sfortune a carte, il fallimento di una piccola speculazione fatta per conto proprio, una domanda inaspettata di denaro da uno o un altro membro della famiglia Da Souza e quasi prima che se ne accorgesse era fuori dal sentiero della sua personale onestà. Era un sentiero così incerto e indefinito che gli occorse del tempo per scoprire quanto aveva deviato fra i rovi della pericolosa regione selvaggia che aveva costeggiato per tanti anni, senza altra guida che la sua convenienza e quella dottrina del successo che aveva trovato per sé nel libro della vita – in quegli interessanti capitoli che il Diavolo ha permesso di scrivervi per saggiare l’acutezza della vista degli uomini e la fermezza dei loro cuori. Per un breve, buio e solitario momento si sgomentò, ma aveva quel coraggio che non vuole scalare montagne, ma sguazza bravamente nel fango – se non c’è altra strada. Si applicò al dovere della restituzione, e si dedicò al compito di non essere scoperto. Il giorno del suo trentesimo compleanno aveva quasi portato a termine il lavoro e il compito era stato fedelmente e abilmente eseguito. Si vide salvo. Poteva guardare di nuovo fiduciosamente allo scopo della sua legittima ambizione. Nessuno si sarebbe permesso di sospettarlo e tra pochi giorni non ci sarebbe stato niente da sospettare. Era eccitato. Non sapeva che la sua prosperità aveva toccato il culmine e che la marea stava già cambiando.
Due giorni dopo lo seppe. Mr Vinck, sentendo il rumore della maniglia, schizzò via dalla scrivania – dove, tremando, aveva ascoltato le voci forti nell’ufficio privato – e nascose la faccia nella grande cassaforte con fretta nervosa. Per l’ultima volta Willems passò attraverso la porticina verde che portava allo studio privato di Hudig, che nell’ultima mezz’ora, poteva essere stato preso – dati i rumori demoniaci che provenivano dall’interno – per la caverna di una bestia selvaggia.
Gli occhi turbati di Willems colsero l’impressione veloce di uomini e cose mentre usciva dal luogo della sua umiliazione. Vide l’espressione sgomenta del ragazzo del punkah; i cassieri cinesi che sedevano sui talloni con i visi immobili rivolti senza espressione verso di lui, mentre le mani che si erano arrestate indugiavano sulle piccole pile di lucenti fiorini olandesi allineate sul pavimento; le scapole di Mr Vinck e sopra i bordi carnosi di due orecchie rosse. Vide la lunga fila di casse di gin che si allungava da dove era lui fino all’arcata d’ingresso oltre la quale, forse, sarebbe stato in grado di respirare. La sottile estremità di una corda era di traverso sul suo cammino ed egli la vide distintamente, tuttavia vi inciampò violentemente come se fosse stata una sbarra d’acciaio. Poi alla fine si ritrovò sulla strada, ma non riusciva a trovare abbastanza aria per riempirsi i polmoni. Camminò verso casa ansimando.
Mentre il suono degli insulti di Hudig, che gli indugiava nelle orecchie, diventava più debole col passare del tempo, il senso di vergogna fu rimpiazzato pian piano da un eccesso di rabbia contro se stesso e ancor più contro lo stupido concorso di circostanze che lo avevano portato alla sua sciocca imprudenza. Sciocca imprudenza; così definiva la sua colpa davanti a se stesso. Ci poteva essere qualcosa peggiore dal punto di vista della sua innegabile bravura? Che fatale aberrazione di una mente acuta! Non ci si riconosceva. Doveva essere stato pazzo. Ecco. Un improvviso scoppio di pazzia. E ora il lavoro di lunghi anni era distrutto completamente – che ne sarebbe stato di lui?
Prima che potesse rispondere alla domanda si ritrovò nel giardino davanti casa sua, regalo di nozze di Hudig. La guardò con una vaga sorpresa nel trovarla lì. Il suo passato gli era sfuggito in modo così totale che l’abitazione, che gli apparteneva, gli appariva incongrua ritta lì intatta, pulita e allegra nella luce del caldo pomeriggio. La casa era una piccola struttura graziosa tutta porte e finestre, circondata da tutti i lati da una grande veranda sostenuta da esili colonne rivestite dal verde fogliame dei rampicanti che contornavano le grondaie sporgenti del tetto a punta. Lentamente, Willems salì la dozzina di gradini che portavano alla veranda e si fermò su ognuno. Doveva dirlo alla moglie. Si sentì spaventato alla prospettiva e questo timore lo sgomentò. Spaventato di affrontarla! Niente gli poteva dare una misura migliore dell’enormità del cambiamento intorno a lui e in lui. Un altro uomo – e un’altra vita senza più la fiducia in se stesso. Non poteva valere molto se aveva paura di affrontare quella donna.
Non osò entrare in casa dalla porta aperta della sala da pranzo, ma rimase irresoluto vicino al tavolinetto da lavoro dove era rimasto un pezzo bianco di calicò, con l’ago infilato, come se il lavoro fosse stato interrotto all’improvviso. Il cacatoa dalla cresta rosa, al suo apparire cominciò a muoversi goffamente e a salire e scendere laboriosamente dal suo trespolo, chiamando «Joanna» con una sonorità di voce confusa e uno stridio persistente che prolungava l’ultima sillaba del nome come se fosse lo scoppio di una pazza risata. Una volta o due la zanzariera all’ingresso si mosse dolcemente alla brezza e ogni volta Willems sussultò leggermente, aspettandosi la moglie, ma non alzò mai gli occhi, sebbene stesse con le orecchie tese al suono dei passi di lei. A poco a poco si perse nei propri pensieri, in una congettura senza fine sul modo in cui lei avrebbe preso le sue notizie – e i suoi ordini. Nella sua preoccupazione dimenticò quasi il timore della presenza di lei. Senza duubio griderà, si lamenterà, sarà disorientata, spaventata e passiva come sempre. E lui avrebbe dovuto trascinarsi dietro quel peso morto senza sosta nell’oscurità di una vita rovinata. Orribile! Naturalmente non poteva abbandonare lei e il bambino a una sicura miseria e a una possibile morte per inedia. La moglie e il figlio di Willems. Willems, l’uomo di successo, il furbo; Willems l’uo… Puah! E che cos’era Willems ora? Willems il… Soffocò il pensiero mezzo abbozzato e si schiarì la gola per soffocare un gemito. Ah! Non avrebbero parlato quella sera nella sala da biliardo – il suo mondo, dove era stato il primo – tutti quegli uomini verso cui era stato così arrogantemente condiscendente. Non avrebbero parlato con sorpresa e commosso rimpianto e facce gravi e prudenti cenni di approvazione. Qualcuno di loro gli doveva del denaro, ma lui non metteva mai fretta a nessuno. Non lui. Willems il principe dei buoni compagni lo chiamavano. E ora, senza alcun dubbio, si sarebbero rallegrati della sua caduta. Una massa d’imbecilli. Pur nella sua umiliazione, era conscio della sua superiorità su quegli individui che erano semplicemente onesti o che semplicemente non erano ancora stati scoperti. Una massa d’imbecilli! Agitò il pugno all’immagine evocata dei suoi amici e il pappagallo spaventato batté le ali e strillò in un volo disperato.
In un attimo che guardò in su, Willems vide la moglie girare l’angolo della casa. Abbassò subito gli occhi e aspettò in silenzio finché lei gli giunse vicino e si fermò dall’altra parte del tavolinetto. Non la guardava in viso, ma poteva vedere la vestaglia rossa che conosceva così bene. Si era trascinata tutta la vita in quella vestaglia rossa con la sua fila di sporchi fiocchi blu lungo tutto il davanti, macchiata e agganciata male; l’orlo strappato che la seguiva come un serpente mentre andava languidamente qua e là, con i capelli raccolti negligentemente e una ciocca arruffata che si spargeva disordinatamente lungo la schiena. Il suo sguardo viaggiò in su da fiocco a fiocco, notando quelli che stavano attaccati solo per un filo, ma non andò oltre il mento. Le guardò la gola magra, la clavicola importuna visibile nel disordine della parte superiore delle sue vesti. Vide il braccio magro e la mano ossuta stringere il bambino che portava con sé e sentì un’immensa avversione per quegli impacci della sua vita. Aspettò che lei dicesse qualcosa, ma quando sentì i suoi occhi rimanergli addosso in un ininterrotto silenzio, sospirò e cominciò a parlare.
Era un compito arduo. Parlò lentamente indugiando tra i ricordi della vita finora trascorsa, non volendo confessare che questa era la fine di quella vita e l’inizio di un’esistenza meno splendida. Nella sua convinzione di averla fatta felice soddisfacendo pienamente tutti i bisogni materiali, non dubitò neanche un momento che lei fosse pronta a fargli compagnia, senza preoccuparsi di quanto fosse dura e pietrosa la strada. Questa certezza non lo esaltava. L’aveva sposata per compiacere Hudig e la grandezza del suo sacrificio doveva averla resa felice, senza nessun ulteriore sforzo da parte sua. Lei aveva trascorso anni di gloria come moglie di Willems, e anni di benessere, di protezione leale, e di quanta tenerezza meritava. L’aveva attentamente protetta da ogni dolore fisico e non concepiva l’esistenza di qualche altro tipo di sofferenza. L’affermazione della sua superiorità era solo un altro vantaggio che le veniva conferito. Tutto questo era naturale, ma glielo disse in modo da portarle vividamente davanti l’immensità di quello che perdeva. Era così lenta a capire che altrimenti non l’avrebbe afferrato. E ora era finita. Sarebbero dovuti andare via. Lasciare la casa, lasciare l’isola, andare lontano, dove lui non era conosciuto. Forse nella colonia britannica malese. Là avrebbe trovato un’occasione favorevole per le sue capacità – e uomini più giusti del vecchio Hudig con cui trattare. Rise amaramente.
«Hai il denaro che ho lasciato a casa stamani, Joanna?», chiese. «Ci servirà tutto ora».
Mentre diceva quelle parole pensò di essere un abile individuo. Niente di nuovo in questo. In questo caso, tuttavia, superava le sue stesse aspettative. Al diavolo tutto, ci sono cose sacre nella vita, in fin dei conti. Il vincolo matrimoniale era una di queste e lui non era uomo da spezzarlo. La solidità dei suoi principi gli procurò grande soddisfazione, ma malgrado tutto non si preoccupò di guardare la moglie, aspettò che parlasse. Poi l’avrebbe dovuta consolare; dirle di non fare la pazza urlante; di prepararsi ad andare. Andare dove? Come? Quando? Scosse la testa. Dovevano andarsene immediatamente, questa era la cosa principale. Sentì un bisogno improvviso di affrettare la partenza.
«Bene, Joanna», disse, un po’ impazientemente, «non rimanere lì in trance. Mi senti? Dobbiamo…».
Guardò la moglie e qualunque cosa stesse per dire rimase non detta. Lei lo fissava con i suoi occhi grandi obliqui, che gli sembrarono grandi il doppio del normale. Il bambino, con la sua piccola faccia sporca contro la spalla della madre, stava dormendo pacificamente. Il profondo silenzio della casa non era rotto, ma anzi accentuato dal sordo brontolio del cacatua, ora perpetuamente immobile sul suo trespolo. Mentre Willems guardava Joanna il labbro superiore di lei si alzò di lato, dando al suo viso triste un’espressione maligna del tutto nuova per lui. Indietreggiò per la sorpresa.
«Oh! Tu grand’uomo!», ella disse distintamente, ma con voce che era poco più di un sussurro.
Quelle parole, e ancor più il suo tono, lo stordirono come se qualcuno gli avesse fatto fuoco vicino all’orecchio. La fissò di rimando stupidamente.
«Oh! Tu grand’uomo!», ripeté lei lentamente, guardando a destra e a sinistra come se meditasse una fuga improvvisa. «E tu pensi che io verrò a morire di fame con te. Tu non sei nessuno ora. Tu pensi che mia madre e Leonard mi lascerebbero andare via? E con te! Con te», ripeté sprezzante, alzando la voce, il che svegliò il bambino e lo fece piagnucolare flebilmente.
«Joanna!», esclamò Willems.
«Non parlarmi. Ho sentito quello che ho aspettato per tutti questi anni. Tu sei meno che fango, tu che ti sei pulito i piedi su di me. Ho aspettato questo momento. Non ho paura ora. Non ti voglio; non venirmi vicino. Ah-h!», urlò in maniera stridula quando lui tese la mano in un gesto semplice. «Ah! Stammi lontano! Stammi lontano! Stammi lontano!».
Indietreggiò, guardandolo con occhi arrabbiati e spaventati. Willems fissava senza muoversi, colpito dallo stupore, il mistero di rabbia e di rivolta nella testa della moglie. Perché? Che cosa mai le aveva fatto? Questo era veramente il giorno dell’ingiustizia. Prima Hudig – e ora sua moglie. Sentì terrore per questo odio che era vissuto nascosto così vicino a lui per anni. Cercò di parlare, ma lei strillò di nuovo e per lui fu come un pugnale nel cuore. Ancora una volta alzò la mano.
«Aiuto!», chiamò la signora Willems, con voce acuta. «Aiuto!».
«Sta’ zitta! Pazza!», urlò Willems, cercando di coprire il rumore della moglie e del bambino con le proprie espressioni colleriche e facendo cadere violentemente il tavolinetto di zinco nella sua esasperazione.
Da sotto la casa, dove c’erano i bagni e uno stanzino degli attrezzi, apparve Leonard, con in mano una barra di ferro arrugginito. Chiamò minacciosamente dal fondo delle scale.
«Non farle del male, Mr Willems. Sei un selvaggio. Niente affatto come noi, voi bianchi».
«Anche tu!», disse lo sconcertato Willems. «Non l’ho toccata. È una casa di pazzi questa?». Si mosse verso le scale e Leonard lasciò cadere la barra con fragore e si diresse verso il cancello del cortile. Willems si voltò verso la moglie.
«Così è questo che ti aspettavi», disse. «È una cospirazione. Chi è che singhiozza e si lamenta nella stanza? Qualcun altro della tua preziosa famiglia. Eh?».
Lei era più calma ora e mettendo frettolosamente il bambino piangente nella grande sedia, andò verso di lui con improvvisa mancanza di paura.
«Mia madre», disse, «mia madre che è venuta a difendermi da te… uomo venuto da chissà dove; vagabondo!».
«Non mi chiamavi vagabondo quando ti aggrappavi al mio collo… prima che ci sposassimo», disse Willems, con disprezzo.
«Sei stato molto attento che non mi aggrappassi al tuo collo dopo che lo fummo», rispose lei, stringendosi le mani e mettendogli il viso vicino. «Ti vantavi mentre io soffrivo e non dicevo niente. Che cosa ne è della tua grandezza; della nostra grandezza… di cui parlavi sempre? Ora andrò a vivere della carità del tuo padrone. Sì. È vero. Ha mandato Leonard a dirmelo. E tu te ne andrai e ti vanterai da qualche parte e morirai di fame. Proprio così! Ah! Posso respirare ora! Questa casa è mia».
«Basta!», disse Willems, lentamente, facendo il gesto d’interromperla.
Lei scattò indietro, di nuovo lo spavento negli occhi, afferrò il bambino, se lo strinse al petto e, cadendo su una sedia, tamburellò follemente con i talloni sul risonante pavimento della veranda.
«Me ne andrò», disse Willems, con calma. «Ti ringrazio. Per la prima volta nella tua vita mi hai reso felice. Per me eri una pietra al collo; capisci. Non intendevo dirtelo mai, ma me l’hai fatto fare ora. Prima che abbia varcato quel cancello tu mi sarai uscita di mente. Lo hai reso molto facile. Ti ringrazio».
Si voltò e scese per i gradini senza darle neanche un’occhiata, mentre lei sedeva rigida e calma, gli occhi spalancati, il bambino che piangeva lamentosamente nelle sue braccia. Al cancello si scontrò con Leonard che si era attardato nei dintorni e non aveva fatto in tempo a scansarsi dalla sua strada.
«Non essere brutale, Mr Willems», disse Leonard, in fretta. «È sconveniente tra bianchi, con tutti i nativi che guardano». Le gambe di Leonard tremavano molto e la sua voce oscillava fra toni alti e bassi senza alcun tentativo di controllo da parte sua. «Frena la tua disdicevole violenza», continuò borbottando rapidamente. «Io sono un uomo rispettabile, di ottima famiglia, mentre tu… è spiacevole… lo dicono tutti…».
«Cosa?», tuonò Willems. Sentì un impulso improvviso di rabbia folle e prima che si rendesse conto di cosa stava accadendo, stava guardando Leonard Da Souza che rotolava nella polvere ai suoi piedi.
Passò oltre il cognato steso a terra e si precipitò ciecamente giù per la strada, mentre tutti facevano largo al pazzo uomo bianco.
Quando tornò in sé era oltre la periferia della città, e inciampava nel terreno duro e spaccato dei campi di riso mietuto. Come c’era arrivato? Era buio. Doveva tornare indietro. Mentre camminava lentamente verso la città, la sua mente rivide gli avvenimenti della giornata e provò un senso di amara solitudine. Sua moglie lo aveva cacciato dalla sua stessa casa. Egli aveva brutalmente assalito il cognato, un membro della famiglia Da Souza, di quella banda di suoi fedeli. Lo aveva fatto. Ebbene, no! Era stato qualche altro uomo. Un altro uomo stava tornando indietro. Un uomo senza passato, senza un futuro e tuttavia pieno di dolore, di vergogna e di rabbia. Si fermò e si guardò intorno. Un cane o due si mossero furtivamente attraverso la strada vuota e gli passarono in fretta accanto con un ringhio di paura. Lui, ora, era nel cuore del quartiere malese le cui case di bambù, nascoste nel verde dei loro giardinetti, erano buie e silenziose. Uomini, donne e bambini addormentati lì. Esseri umani. Avrebbe mai dormito e dove? Si sentì come se fosse il reietto del genere umano e mentre si guardava intorno senza speranza, prima di riprendere la sua marcia stanca, gli sembrò che il mondo fosse più grande, la notte più profonda e più nera; ma andò ostinatamente avanti a capo chino come spingendosi attraverso dei fitti rovi. Poi d’improvviso sentì il tavolato sotto i piedi e guardando in su, vide la luce rossa all’estremità del molo. Camminò fin quasi alla fine e rimase appoggiato al palo, sotto la lampada, guardando la rada dove due navi all’ancora facevano ondeggiare il loro snello sartiame contro le stelle. La fine del molo e qui, a un altro passo, la fine della vita; la fine di tutto. Meglio così. Cos’altro poteva fare? Niente torna mai indietro. Lo capì chiaramente. Il rispetto e l’ammirazione di tutti loro, le vecchie abitudini e gli affetti finiti bruscamente nella chiara percezione della causa della sua disgrazia. Vide tutto questo e per una volta uscì fuori da se stesso, dal suo egoismo – fuori dalla costante preoccupazione dei suoi interessi e dei suoi desideri – fuori dal tempio dell’io e dalla concentrazione nei pensieri personali.
I suoi pensieri ora vagavano verso casa sua. Fermo nella tiepida immobilità di una stellata notte tropicale sentì la brezza del vento pungente dell’est, vide le facciate alte e strette delle grandi case nell’oscurità di un cielo nuvoloso; e sui moli fangosi, vide la figura dimessa, alta e ricurva… la paziente faccia stordita dell’uomo stanco che guadagna il pane per i figli che lo aspettano in una misera casa. Era miserabile, miserabile. Ma non sarebbe mai tornato indietro. Cosa c’era in comune tra quelle cose e Willems l’intelligente, Willems che aveva successo? Era scappato alla deriva da quella casa molti anni prima. Meglio per lui allora. Meglio per loro ora. Tutto questo era passato, per non tornare più indietro di nuovo; e improvvisamente rabbrividì, vedendosi solo alla presenza di pericoli sconosciuti e terribili.
Per la prima volta nella vita ebbe paura del futuro, perché aveva perso fiducia, la fiducia nel proprio successo. E lo aveva scioccamente distrutto con le sue stesse mani.
Capitolo quarto
La sua meditazione, che sembrava spostarsi lentamente verso il suicidio, fu interrotta da Lingard, che, con un sonoro «Ti ho trovato alla fine!», fece cadere pesantemente la mano sulla spalla di Willems. Questa volta era il vecchio marinaio stesso che usciva dalla sua strada per raccogliere un vagabondo privo d’interesse. Tutto quello che era rimasto di quell’improvviso e sordido naufragio. Per Willems, la voce aspra e amichevole fu un sollievo veloce e fuggevole seguito da un più acuto spasimo di rabbia e vano rimpianto. Quella voce lo riportava indietro all’inizio della sua promettente carriera, la fine della quale era ben visibile dal molo dove entrambi si trovavano. Si liberò dalla stretta affettuosa, chiedendo con pronta amarezza:
«È tutta colpa tua. Dammi una spinta ora, fallo e mandami giù. Stavo qui aspettando aiuto. Tu sei, tra tutti quanti, l’uomo giusto. Tu mi hai aiutato all’inizio; tu devi porci mano alla fine».
«Ho in serbo per te un uso migliore del buttarti ai pesci», disse Lingard, seriamente, prendendo Willems per un braccio e forzandolo gentilmente a risalire il molo. «Ho ronzato per la città come un moscone, cercandoti in lungo e in largo. Ho sentito un sacco di cose. Ti dico una cosa, Willems; tu non sei santo, questo è un dato di fatto. E non sei stato neanche molto prudente. Non ti sto dando addosso», aggiunse, velocemente, mentre Willems faceva uno sforzo per scappare, «ma sarò molto franco, lo sono sempre stato! Sta buono mentre parlo. Ci riesci?».
Con un gesto di rassegnazione e un lamento mezzo soffocato Willems si sottomise alla volontà più forte e i due uomini andarono su e giù lentamente per il risonante tavolato, mentre Lingard descriveva a Willems la maniera esatta della sua rovina. Dopo il primo shock, Willems perse la facoltà di sorprendersi oppresso dal sentimento d’indignazione. Così erano stati Vinck e Leonard che gli avevano giocato quel brutto tiro. Lo avevano controllato, avevano seguito i suoi misfatti, e lo avevano riferito a Hudig. Avevano corrotto sconosciuti cinesi, strappato confidenze a capitani ubriachi, comprato vari battellieri e in quel modo avevano messo insieme la storia delle sue irregolarità. La cattiveria di questo oscuro intrigo lo riempì di orrore. Poteva capire Vinck. Non c’era mai stato tanto amore tra loro. Ma Leonard! Leonard!
«Perché, capitano Lingard», proruppe, «quell’individuo mi legava le scarpe».
«Sì, sì, sì», disse Lingard, stizzosamente. «Sappiamo che hai fatto del tuo meglio per cacciargli in gola il tuo stivale. Questo non piace a nessuno, ragazzo mio».
«Stavo sempre a dare denaro a tutta quella massa affamata», continuò Willems, con passione. «Sempre la mano in tasca. Non avevano mai da chiedere due volte».
«Proprio così. La tua generosità li spaventava. Si chiedevano da dove veniva tutto questo e conclusero che era più sicuro sbarazzarsi di te. Dopo tutto, Hudig è un uomo più importante di te, amico mio, e loro hanno anche un diritto su di lui».
«Che intendi, capitano Lingard?»
«Che cosa intendo?», ripeté Lingard, lentamente. «Perché, non vorrai farmi credere che non sapevi che tua moglie è la figlia di Hudig. Andiamo!».
Willems si fermò bruscamente e quasi barcollò.
«Ah! Capisco», disse a fatica. «Non ho mai sentito… Ultimamente pensai ci fosse… Ma no, non l’ho mai sospettato».
«Oh, tu, babbeo!», disse Lingard, pietosamente. «Parola mia», borbottò tra sé. «Non credo che l’amico sapesse. Bene! Bene! Calmati ora. Ricomponiti. Che c’è di sbagliato. Lei è una buona moglie per te».
«Una moglie eccellente», disse Willems, con voce desolata, guardando lontano oltre l’acqua nera e scintillante.
«Molto bene allora», continuò Lingard, con crescente amichevolezza. «Niente di male. Hai pensato veramente che Hudig ti facesse sposare e ti desse una casa e non so cosa, per amore tuo?»
«Lo avevo servito bene», rispose Willems. «Quanto bene lo sai da te – nella buona e nella cattiva sorte. Non importava quanto lavoro e quanto rischio, io ero sempre lì, sempre pronto».
Come vide bene la grandezza del suo lavoro e l’immensità di quell’ingiustizia che era la sua ricompensa. Lei era la figlia di quell’uomo. Alla luce di quella rivelazione i fatti degli ultimi cinque anni della sua vita si presentavano rivelati chiaramente nel loro pieno significato. Aveva parlato la prima volta a Joanna davanti al cancello della loro abitazione mentre lui andava al lavoro nel brillante rigoglio del primo mattino, quando donne e fiori erano affascinanti anche per gli occhi più insensibili. Una famiglia più che rispettabile – due donne e un giovanotto – era la sua vicina di casa. Nessuno veniva mai nella loro casetta tranne di tanto in tanto il prete, un nativo delle isole Spagnole. Aveva incontrato il giovane Leonard in città e era stato lusingato dall’immenso rispetto del piccolo individuo per il grande Willems. Aveva lasciato che portasse le sedie, chiamasse i camerieri, gli gessasse la stecca quando aveva giocato a biliardo, esprimesse la sua ammirazione con parole ben scelte. Si era degnato anche di ascoltare pazientemente le allusioni di Leonard al “nostro beneamato padre”, un uomo di posizione ufficiale, un agente governativo a Koti, dove era morto di colera, ahimè vittima del dovere, come un buon cattolico e un buon uomo. Suonava molto rispettabile e Willems approvava quei sensibili riferimenti. Inoltre, era orgoglioso di se stesso per non avere pregiudizi di colore né antipatie razziali.
Un pomeriggio aveva accondisceso a bere curaçao sulla veranda della casa della signora Da Souza. Ricordava Joanna quel giorno, che dondolava su un’amaca. Era sciatta anche allora, ricordava, e quella era stata l’unica impressione che aveva tratto da quella visita. Non aveva tempo per l’amore in quei giorni gloriosi, non aveva tempo neanche per un capriccio passeggero, ma gradualmente aveva preso l’abitudine di fermarsi un po’ quasi ogni giorno in quella casetta dove era accolto dalla voce acuta della signora Da Souza che gridava a Joanna di venire a intrattenere il gentiluomo della Hudig & Co. E poi la visita improvvisa e inaspettata del prete. Ricordava la faccia scialba e gialla, le gambe esili, il sorriso accattivante, gli occhi neri sorridenti, i suoi modi concilianti, gli accenni velati che egli allora non aveva capito. Come si era stupito di quello che quell’uomo voleva e come poco cerimoniosamente si era liberato di lui. E poi gli tornava vividamente alla memoria il giorno in cui aveva incontrato ancora quell’individuo che usciva dall’ufficio di Hudig e come si era divertito all’incongrua visita. E quel mattino con Hudig! L’avrebbe mai dimenticato? Avrebbe mai dimenticato la propria sorpresa mentre il padrone, invece d’immergersi immediatamente negli affari, lo guardava pensoso prima di voltarsi, con un sorriso furtivo, alle carte sulla scrivania? Lo poteva sentire ancora adesso, il naso nelle carte davanti a lui, che lasciava cadere parole sorprendenti negli intervalli del respiro ansante.
«Ho sentito che si dice… chiamato là spesso… signore molto rispettabili… conoscevo il padre molto bene… stimabile… la cosa migliore per un giovanotto… sistemarsi… Personalmente, molto felice di sentire… la cosa accomodata… Riconoscimento appropriato di servizi preziosi… La cosa migliore… la cosa migliore da fare».
E ci aveva creduto! Che credulità! Che asino! Hudig conosceva il padre! Altroché. E lo conosceva chiunque altro probabilmente; tutti tranne lui. Com’era stato orgoglioso del benevolo interesse di Hudig nei confronti della sua sorte. Com’era stato orgoglioso quando Hudig lo aveva invitato a fermarsi nella sua casetta di campagna, dove poteva incontrare uomini, uomini in posizione ufficiale – come amico. Vinck era diventato verde d’invidia. Oh, sì! Aveva creduto nella cosa migliore e preso la ragazza come un regalo della fortuna. Come si era vantato con Hudig di essere libero da pregiudizi. Il vecchio farabutto doveva aver riso sotto i baffi di quello sciocco del suo impiegato di fiducia. Aveva preso la ragazza, non immaginando niente. Come avrebbe potuto? Era risaputo che c’era stato un padre. Alcuni lo avevano conosciuto; parlavano di lui. Un uomo magro di nascita irrimediabilmente mista, ma per il resto – apparentemente – ineccepibile. I parenti tenuti nell’ombra erano venuti fuori dopo, ma – libero da pregiudizi com’era – non se ne era preoccupato, perché con la loro umile dipendenza, completavano la sua vita trionfante. Ingannato! Ingannato! Hudig aveva trovato una strada facile per provvedere a quella folla elemosinante. Aveva scaricato il peso delle sue stravaganze giovanili sulle spalle del suo uomo di fiducia e mentre lui lavorava per il padrone, il padrone lo aveva ingannato. Gli aveva rubato il proprio io. Si era sposato. Apparteneva a quella donna, non importava cosa lui potesse fare!… Aveva giurato… per tutta la vita!… Si era buttato via… E quell’uomo si era permesso proprio quella mattina di chiamarlo ladro! Dannazione!
«Lingard!», gridò, cercando di liberarsi con un improvviso strattone dal vigile, vecchio marinaio. «Lasciami andare ad ammazzare quel…».
«No, non lo farai!», ansimò Lingard, trattenendolo coraggiosamente. «Vuoi uccidere, vero? Tu pazzo. Ah! Ti tengo ora! Sta’ fermo, ti dico!».
Lottarono con violenza, mentre Lingard forzava lentamente Willems verso la balaustra. Sotto i loro piedi il molo risuonò come un tamburo nella notte silenziosa. All’altra estremità, sulla riva, il guardiano indigeno dello scalo guardava il combattimento, acquattandosi dietro la sicura protezione di alcune grandi casse. Il giorno dopo informò i suoi amici, con calma soddisfazione, che due ubriachi bianchi si erano picchiati sul molo. Era stato un grande combattimento. Combattevano senza armi, come bestie feroci, alla maniera dei bianchi. No! Nessuno era stato ucciso o ci sarebbero stati problemi e un rapporto da fare. Come poteva sapere per che cosa avevano combattuto? I bianchi non hanno ragioni quando sono in quello stato.
Proprio mentre Lingard stava cominciando a temere che non sarebbe stato in grado ancora per molto di trattenere la violenza del giovane, sentì che i muscoli di Willems si rilassavano e si avvantaggiò di questa opportunità per immobilizzarlo, con un ultimo sforzo, contro il parapetto. Ansimavano tutti e due pesantemente, muti, le facce molto vicine.
«Va bene», mormorò Willems infine. «Non rompermi la schiena contro questo infernale parapetto. Sto fermo».
«Ora sei ragionevole», disse Lingard, molto sollevato. «Cos’è che ti ha fatto arrabbiare?», gli chiese, riportandolo indietro verso l’estremità del molo e, trattenendolo sempre prudentemente con una mano, cercò a tentoni con l’altra mano il suo fischietto e dette un soffio acuto e prolungato. Oltre le acque calme della rada arrivò in risposta un grido debole da una delle navi all’ancora.
«La mia lancia sarà qui subito», disse Lingard. «Pensa a quel che stai per fare. Io salpo stanotte».
«Cosa c’è da fare per me qui, tranne una cosa?», disse Willems cupo.
«Guarda qui», disse Lingard. «Ti ho raccolto ragazzo, e in un certo modo mi sento responsabile di te. Hai preso la tua vita nelle tue mani molti anni fa… tuttavia…».
Fece una pausa, ascoltando, finché udì il regolare stridore dei remi negli scalmi della lancia che si avvicinava, poi continuò di nuovo.
«Ho aggiustato tutto con Hudig. Non gli devi niente ora. Torna da tua moglie. È una brava donna. Torna da lei».
«Perché, capitano Lingard», esclamò Willems, «lei…».
«È stato molto commovente», continuò Lingard, senza badargli. «Sono andato a casa tua a cercarti e l’ho vista disperata. Spezzava il cuore. Ti chiamava, mi ha implorato di trovarti. Parlava in modo incontrollato, povera donna, come se tutto questo fosse colpa sua». Willems ascoltava sbalordito. Cieco vecchio idiota! Come stranamente capiva male! Ma se fosse stato vero, anche fosse stato vero, la sola idea di vederla gli riempiva l’animo d’intenso ribrezzo. Non avrebbe rotto il suo giuramento, ma non sarebbe tornato da lei. Che fosse suo il peccato della separazione; del sacro vincolo spezzato. Provava piacere dell’estrema purezza del suo cuore e non sarebbe tornato da lei. Che fosse lei a tornare da lui. Aveva la piacevole sensazione che non l’avrebbe più vista e questo soltanto per l’errore da lei stessa commesso. Convinto di ciò si disse solennemente che se lei fosse andata da lui, l’avrebbe accolta con generoso perdono, perché tale era la lodevole solidità dei suoi principi. Ma esitò all’idea di spiegare o meno a Lingard la pienezza rivoltante della sua umiliazione. Cacciato di casa – e da sua moglie; quella donna che, ieri, si permetteva appena di respirare in sua presenza. Rimase perplesso e silenzioso. No. Gli mancava il coraggio di raccontare quella storia ignobile.
Mentre la lancia del brigantino appariva improvvisamente sulle acque buie vicino alla banchina, Lingard ruppe il doloroso silenzio.
«Ho sempre pensato», disse triste, «ho sempre pensato che in qualche modo tu fossi senza cuore, Willems, e capace di buttare a mare quelli che hanno una buona opinione di te. Faccio appello a quanto c’è di meglio in te, non abbandonare quella donna».
«Non l’ho abbandonata, io», rispose Willems, velocemente con cosciente sincerità. «Perché avrei dovuto? Come hai giustamente osservato, è stata una buona moglie per me. Una moglie molto buona, tranquilla, obbediente, affezionata e io la amo tanto quanto lei mi ama. Non meno. Ma quanto a tornare indietro ora, in quel posto dove io… Camminare ancora tra quegli uomini che ieri erano pronti a strisciare davanti a me e sentirmi ora addosso la fitta dei loro sorrisi pietosi o soddisfatti – no! Non posso. Piuttosto preferirei nascondermi in fondo al mare», continuò, con risoluta energia. «Non penso, capitano Lingard», aggiunse più calmo, «non penso che tu realizzi quale fosse la mia posizione là!».
Con un ampio gesto della mano egli comprese da nord a sud la sponda addormentata, come dandole un addio orgoglioso e minaccioso. Per un breve momento dimenticò la sua caduta nel ricordo dei suoi brillanti trionfi. Tra gli uomini della sua classe e professione che dormivano in quelle case buie era veramente stato il primo.
«È duro», mormorò Lingard, pensosamente. «Ma di chi è la colpa? Di chi la colpa?»
«Capitano Lingard!», gridò Willems, sotto l’improvviso impulso di una felice ispirazione, «se mi lascia qui su questo molo… è un omicidio. Non tornerò mai vivo in quel posto, moglie o non moglie. Tanto vale tagliarmi immediatamente la gola».
Il vecchio marinaio sussultò.
«Non cercare di spaventarmi, Willems», disse con grande severità e tacque.
Al di sopra delle espressioni di penetrante disperazione di Willems sentiva, con considerevole imbarazzo, il sussurro della propria assurda coscienza. Meditò per un po’ con aria irresoluta.
«Potrei dirti di andartene e affogarti e accidenti a te», disse con un’ostentazione non riuscita di brutalità nei suoi modi, «ma non lo farò. Siamo responsabili l’uno dell’altro… purtroppo. Quasi mi vergogno di me stesso, ma posso capire il tuo sporco orgoglio. Posso! Da…».
S’interruppe con un profondo sospiro e andò bruscamente verso gli scalini, alla cui base stava la lancia, che saliva e scendeva dolcemente nel leggero e invisibile moto del mare.
«Lì sotto! Avete una lampada? Bene, accendetela e portatela su, uno di voi. Svelti ora!».
Strappò una pagina dal suo taccuino, umettò la matita con grande energia e aspettò, battendo impazientemente il piede.
«Porterò questa cosa fino in fondo», mormorò a se stesso. «E lo farò perfettamente; vedi se non lo faccio! Me la porti questa lampada; tu figlio di una tartaruga zoppa? Sto aspettando».
Il barlume di luce sul foglio placò la sua ira professionale, ed egli scrisse rapidamente con il tratto finale della sua firma che faceva l’orecchio al foglio.
«Porta questa alla casa del Tuan bianco. Ti rimanderò indietro la lancia tra mezz’ora».
Deliberatamente il timoniere alzò la lampada verso il viso di Willems.
«Questo Tuan? Tau! Lo so».
«Svelto allora!», disse Lingard, prendendogli la lampada – e l’uomo andò via di corsa.
«Kassi mem! Alla signora in persona», gli gridò dietro Lingard.
Poi quando l’uomo disparve, si volse verso Willems.
«Ho scritto a tua moglie», disse. «Se non torni definitivamente, non tornare in quella casa soltanto per un altro addio. Devi venire così come sei. Non ti farò tormentare quella povera donna. Provvederò che non restiate separati troppo a lungo. Fidati di me!».
Willems rabbrividì, poi sorrise nell’oscurità.
«Non ho paura», mormorò, enigmatico. «Ho assoluta fiducia in lei, capitano Lingard», aggiunse ad alta voce.
Lingard andò avanti giù per gli scalini, dondolando la lampada e parlando al di sopra della spalla.
«È la seconda volta, Willems, che mi prendo cura di te. Guarda che è l’ultima. La seconda volta; e l’unica differenza tra allora e adesso è che allora eri a piedi nudi e ora hai gli stivali. In quattordici anni. Con tutta la tua scaltrezza! Un povero risultato. Un risultato davvero scarso».
Rimase fermo per un po’ sull’ultimo gradino, con la luce della lampada che cadeva sulla faccia rivolta verso di lui del rematore di voga che teneva il parapetto del battello vicino al bordo, pronto per quando il capitano fosse salito.
«Vedi», continuò, polemicamente, maneggiando la parte alta della lampada, «ti sei così avviluppato tra quelle mezze maniche lungo la costa che non potrai uscirne pulito in alcun modo. Questo è quello che si ricava da discorsi come i tuoi, e da una vita del genere. Un uomo trova così tanta facilità a mentire a se stesso. Puah!», disse, con disgusto, «c’è un posto solo per un uomo onesto: il mare, ragazzo mio, il mare! Ma tu non hai mai voluto; non hai pensato ci fosse abbastanza denaro e ora – guarda!».
Spense la lampada e, entrando sulla lancia, allungò velocemente la mano verso Willems, con amichevole sollecitudine. Willems gli sedette accanto in silenzio e la lancia si scostò dalla riva, descrivendo un’ampia curva verso il brigantino.
«La sua compassione è tutta per mia moglie, capitano Lingard», disse Willems imbronciato. «Pensa che io sia proprio molto felice?»
«No, no!», disse Lingard con calore. «Non una parola di più passerà tra le mie labbra. Dovevo per una volta dirti come la pensavo, dato che, per così dire, ti conosco da quand’eri bambino. E ora voglio dimenticare; ma tu sei ancora giovane. La vita è molto lunga», continuò con involontaria tristezza, «fa’ che questa sia una lezione per te».
Appoggiò affettuosamente la mano sulla spalla di Willems e rimasero entrambi seduti in silenzio finché la lancia arrivò vicino alla scaletta della nave.
Quando fu a bordo Lingard dette ordini al suo secondo e, portando Willems a poppa, sedette sulla punta terminale di uno dei cannoni d’ottone da sei libbre di cui la nave era armata. La lancia tornò di nuovo indietro per riprendere il messaggero. Non appena fu visto tornare forme scure apparvero sugli alberi del brigantino; poi le vele caddero in festoni con un fruscio delle loro pesanti pieghe e penzolarono immobili sotto i pennoni nella calma assoluta della notte chiara e ristoratrice. Dall’estremità a prua venne il tintinnio dell’argano e subito dopo il grido del primo ufficiale che informava Lingard che la catena dell’ancora era stata levata corta.
«Blocca tutto», gridò di rimando Lingard, «dobbiamo aspettare la brezza di terra prima di lasciare la nostra posizione».
Si avvicinò a Willems, che sedeva sull’osteriggio, il corpo chinato in avanti, la testa bassa e le mani che pendevano indifferenti tra le ginocchia.
«Sto per portarti a Sambir», disse. «Non hai mai sentito parlare del posto, vero? Bene, è a monte di quel mio fiume di cui la gente parla tanto e sa così poco. Ho scoperto l’accesso per una nave della stazza del Flash. Non è facile. Vedrai. Te lo mostrerò. Sei stato in mare abbastanza a lungo per interessarti… È un peccato tu non abbia tenuto duro. Bene, sto andando là. Ho una mia stazione commerciale sul posto. Almayer è il mio socio. Lo conobbi quando stava da Hudig. Oh, lui ci sta felice come un re. Vedrai, li ho tutti in pugno. Il raja è un mio vecchio amico. La mia parola è legge… e io sono l’unico commerciante. Nell’insediamento non c’è mai stato altro bianco se non Almayer. Tu vivrai tranquillo là finché non tornerò dalla mia prossima crociera verso ovest – vedremo allora cosa si può fare per te. Non aver paura. Non ho dubbi che il mio segreto sarà al sicuro con te. Non parlare del mio fiume quando tornerai di nuovo fra i mercanti. Ce ne sono molti che darebbero l’anima per conoscerlo. Ti dirò una cosa: è lì che prendo tutta la mia guttaperca e il mio calamo. Semplicemente inesauribili, ragazzo mio».
Mentre Lingard parlava Willems guardò rapidamente in su, ma subito il capo gli ricadde sul petto nella scoraggiante certezza che la rivelazione che lui e Hudig avevano desiderato per tanto tempo gli era giunta troppo tardi. Sedeva in atteggiamento indifferente.
«Aiuterai Almayer nel suo commercio se ti sentirai di farlo volentieri», continuò Lingard, «giusto per ammazzare il tempo finché torno. Solo sei settimane o giù di lì».
Sopra le loro teste le vele umide sbatterono rumorosamente alla prima debole folata, poi, mentre le brezze rinforzavano, il brigantino si portò al vento e la velatura resa silenziosa rimase ferma a collo. Il secondo disse con voce bassa ma chiara dall’ombra del cassero:
«Abbiamo la brezza. Dove vuole dirigere, capitano Lingard?».
Gli occhi di Lingard, che erano rimasti fissi in alto, dettero un’occhiata in basso alla figura abbattuta dell’uomo che sedeva sull’osteriggio. Sembrò esitare un momento.
«Verso nord, verso nord», rispose irritato, come se fosse disturbato dal proprio fuggevole pensiero, «e sbrigatevi là. Ogni folata di vento vale denaro in questi mari».
Rimase immobile, ascoltando il rumore secco dei bozzelli e lo scricchiolio delle trozze mentre i pennoni prodieri venivano controbracciati. Fu aumentata la velatura della nave e l’argano armato di nuovo, mentre egli rimaneva fermo, perduto nei suoi pensieri. Si scosse soltanto quando un marinaio esperto a piedi scalzi scivolò silenziosamente dietro di lui sulla sua strada verso il timone.
«Metti la barra a dritta! Tutta la barra!», disse con la sua aspra voce marinara, all’uomo la cui faccia emerse improvvisamente dal buio, nel cerchio di luce, mandato dalle lampade della chiesuola.
L’ancora fu fissata, i pennoni orientati e il brigantino cominciò a uscire dalla rada. Il mare si svegliò sotto la spinta dell’appuntito sprone e sussurrò dolcemente alla nave, che scivolava in quel mormorio tenero e ondeggiante, nel modo in cui parla talvolta a quelli che cura e ama. Lingard rimase vicino al coronamento ascoltando, con un sorriso compiaciuto, finché il Flash cominciò a portarsi vicino all’unico altro veliero all’ancora.
«Qui, Willems», disse, chiamandolo al suo fianco, «lo vedi quel brigantino a palo lì? È un veliero arabo. La maggior parte dei bianchi hanno lasciato perdere la partita, ma quel tizio è spesso sulla mia scia e vive nella speranza di tagliarmi fuori da quell’insediamento. Non finché avrò vita, credo. Vedi Willems, io ho portato prosperità a quel posto. Ho sedato le loro liti, e li ho visti crescere sotto i miei occhi. C’è pace e felicità lì. Lì io sono più padrone di quanto lo sarà mai quell’eccellenza olandese a Batavia, quando un giorno un pigro uomo di guerra incapperà infine nel fiume. Intendo tenere lontano gli arabi, con le loro bugie e i loro intrighi. Terrò fuori quella razza parassita, dovesse costarmi la mia fortuna».
Il Flash si portò silenziosamente all’altezza del brigantino a palo e stava cominciando a oltrepassarlo quando una figura bianca saltò fuori a poppa del veliero arabo e una voce annunciò:
«Saluti al raja Lauti».
«Saluti a te!», rispose Lingard, dopo un momento di esitante sorpresa. Poi si volse verso Willems con un sorriso sinistro.
«Quella è la voce di Abdulla», disse. «Molto civile tutto a un tratto, no? Mi domando cosa significhi. È proprio della sua impudenza! Non importa! La sua cortesia o la sua impudenza sono tutt’uno per me. So che quell’individuo sarà in moto e dietro di me come un fucile. Non importa! Io raggiungo qualunque cosa galleggi in questi mari», aggiunse, mentre il suo sguardo orgoglioso e amorevole scorreva e si fermava affettuosamente tra i pennoni alti e aggraziati del brigantino.
Capitolo quinto
«Era la scritta sulla sua fronte», disse Babalatchi, aggiungendo una coppia di legnetti al fuocherello presso cui stava seduto a gambe incrociate e senza guardare Lakamba che stava disteso sostenendosi su un gomito dall’altra parte della brace. «Fu scritto quando egli nacque che avrebbe terminato la sua vita nel buio e ora egli è come un uomo che cammina in una notte nera – con gli occhi aperti che tuttavia non vedono. Lo conoscevo bene quando aveva schiavi e molte mogli, molte mercanzie, prao mercantili e prao da combattimento. Haï-ya! Era un grande combattente in quei giorni, prima che il respiro del Misericordioso togliesse la luce dai suoi occhi. Era un pellegrino e aveva molte virtù: era coraggioso, generoso ed era un grande ladro. Per molti anni guidò gli uomini che bevvero sangue sul mare: primo nella preghiera, primo nel combattimento. Non stavo io dietro di lui quando il suo viso fu volto verso ovest? Non ho io visto al suo fianco navi dagli alti alberi che bruciavano in un’unica fiamma sull’acqua calma? Non l’ho seguito nelle notti scure tra gli uomini addormentati che si svegliavano solo per morire? La sua spada era più veloce del fulmine e colpiva e scintillava. Haï! Tuan! Quelli erano giorni e quello era un capo e io stesso ero più giovane e in quei giorni non c’erano così tanti brulotti con armi che mandano una morte infuocata da lontano. Oltre la collina e oltre la foresta. Oh! Tuan Lakamba! Essi lasciarono cadere fischianti palle di fuoco nell’insenatura dove i nostri prao trovavano rifugio e dove essi non si azzardavano a seguire uomini armati».
Scosse la testa con doloroso rimpianto e tirò un’altra manciata di combustibile sul fuoco. La fiammata viva del fuoco illuminò la sua faccia larga, scura e butterata, dove le grosse labbra, macchiate dal succo di betel, sembravano il taglio profondo e sanguinante di una ferita fresca. Il riflesso della luce del fuoco brillò vividamente nel suo unico occhio, dandogli per un momento una feroce vivacità che si spense insieme alla debole fiamma. Con tocchi veloci delle mani nude, raccolse le ceneri in un mucchio, poi, pulendo la cenere tiepida sul suo perizoma, suo unico indumento, si afferrò le esili gambe con le dita intrecciate e appoggiò il mento sulle ginocchia unite. Lakamba si mosse leggermente senza cambiare posizione o distogliere gli occhi dai carboni ardenti, su cui erano rimasti fissi in una sognante immobilità.
«Sì», continuò Babalatchi, in un basso tono monotono, come seguendo a voce alta il filo di pensieri che iniziava nella silenziosa contemplazione della natura instabile della grandezza terrena. «Sì. Egli è stato ricco e forte e ora vive d’elemosina: vecchio, debole, cieco e senza compagnia, a parte la figlia. Il raja Patalolo gli dà del riso e la pallida donna – sua figlia – glielo cuoce, perché egli non ha nessuno schiavo».
«L’ho vista da lontano», mormorò Lakamba, sprezzante. «Una cagna dai denti bianchi, come una donna dell’Orang-Putih».
«Giusto, giusto», assentì Babalatchi, «ma non l’hai vista da vicino. La madre era una donna dell’ovest; una donna baghdadi dal volto velato. Ora lei va a viso scoperto, come fanno le nostre donne, perché lei è povera e lui è cieco e nessuno gli va mai vicino se non per chiedere un incantesimo o una benedizione e se ne va alla svelta per paura della sua collera e della mano del Raja. Non sei stato su quella riva del fiume?»
«È molto tempo che non ci vado. Se vado…».
«Vero! Vero!», lo interruppe Babalatchi, come per calmarlo, «ma io ci vado spesso solo… per il tuo bene… e guardo… e ascolto. Quando verrà il momento; quando tutti e due andremo insieme nel piccolo villaggio del Raja, sarà per entrare… e per rimanere».
Lakamba si sedette e guardò Babalatchi con aria depressa.
«Questo è un bel discorso una volta, due volte; quando si sente troppo spesso diventa sciocco, come le chiacchiere dei bambini».
«Molte, molte volte ho visto il cielo nuvoloso e ho sentito il vento della stagione delle piogge», disse Babalatchi solennemente.
«E dov’è la tua saggezza? Dev’essere con il vento e le nuvole delle stagioni passate, perché non l’ho sentita nel tuo discorso».
«Queste sono parole di un ingrato!», gridò Babalatchi, con improvvisa esasperazione. «In verità, il nostro unico rifugio è nell’Unico, l’Onnipotente, il Riparatore di torti di…».
«Pace! Pace!», brontolò lo sbigottito Lakamba. «È solo una chiacchierata tra amici».
Babalatchi tornò all’atteggiamento di prima, mormorando tra sé. Dopo un po’ riprese a voce alta:
«Da quando il raja Laut ha lasciato qui a Sambir un altro bianco, la figlia del cieco Omar el Badavi ha parlato ad altre orecchie oltre le mie».
«Ascolterebbe un bianco la figlia di un mendicante?», disse Lakamba dubbioso.
«Haï! Ho visto…».
«E cosa hai visto? Oh, tu che hai un occhio solo!», esclamò Lakamba sprezzante.
«Ho visto lo sconosciuto bianco camminare lungo lo stretto sentiero prima che il sole potesse asciugare le gocce di rugiada sui cespugli e ho sentito il sussurro della sua voce quando parlava attraverso il fumo del fuoco mattutino a quella donna dai grandi occhi e dalla pelle pallida. Donna nel corpo, ma un uomo per quanto riguarda il cuore! Lei non conosce paura né vergogna. Ho sentito anche la sua voce».
Annuì due volte a Lakamba in modo perspicace e si abbandonò a una silenziosa meditazione, l’unico occhio fisso immobile sul rettilineo muro di foresta sulla sponda di fronte. Lakamba giacque in silenzio guardando fisso con aria assente. Sotto di loro il fiume di Lingard mormorava dolcemente tra i due pali che sostenevano la piattaforma di bambù della piccola guardiola davanti a cui stavano sdraiati. Dietro la casa il terreno saliva nel dolce rigonfiamento di una bassa collina sgombra dai grandi alberi, ma fittamente ricoperta di erba e cespugli ora secchi ora bruciati nella lunga siccità della stagione asciutta. Questa vecchia radura di riso, che era incolta da diversi anni, era circondata per tre lati dalla crescita impenetrabile e aggrovigliata della foresta vergine, mentre sul quarto scendeva fino alla riva fangosa del fiume. Non c’era un alito di vento sulla terra o sul fiume, ma, su in alto, nel cielo trasparente, piccole nuvole si muovevano veloci dietro la luna, che ora appariva nel suo splendore diffuso con la brillantezza dell’argento, ora oscurava la sua faccia con il nero dell’ebano. Lontano, in mezzo al fiume, un pesce guizzava di tanto in tanto con un breve tuffo, e quel rumore dava la misura della profondità del silenzio opprimente che faceva improvvisamente sparire il secco suono.
Lakamba si era appisolato in modo scomodo, ma Babalatchi insonne stava seduto pensando intensamente, sospirando ogni tanto e dandosi incessantemente pacche sul dorso nudo nel vano tentativo di tener lontana una sporadica zanzara vagante che, levatasi all’altezza della piattaforma sopra gli sciami della riva del fiume, si era posata con un colpo di trionfo sulla vittima inattesa. La luna, seguendo il suo corso silenzioso e laborioso, raggiunse il suo zenit, e scacciando l’ombra delle grondaie dal viso di Lakamba, sembrò restare appesa sulle loro teste. Babalatchi ravvivò il fuoco e svegliò il compagno che si sedette sbadigliando e tremando scontento.
Babalatchi parlò di nuovo con una voce che sembrava il mormorio di un torrente che corre sui sassi: bassa, monotona, persistente; irresistibile nella sua capacità di consumare e di distruggere gli ostacoli più duri. Lakamba ascoltava, silenzioso ma interessato. Erano avventurieri malesi; uomini ambiziosi di quei luoghi e di quei tempi; i bohémien della loro razza. Nei primi giorni dell’insediamento, prima che il capo Patalolo si fosse liberato dall’alleanza con il sultano di Koti, Lakamba era apparso sul fiume con due piccoli velieri mercantili. Fu deluso di trovare già una qualche apparenza di organizzazione tra i coloni delle varie razze che accettavano il potere discreto del vecchio Patalolo ed egli non fu abbastanza diplomatico da nascondere il suo disappunto. Affermò che lui era un uomo dell’Est, di quelle parti dove nessun bianco dominava e che era di una razza oppressa, ma di una famiglia di principi. E senza dubbio aveva tutte le qualità di un principe in esilio. Era scontento, ingrato, turbolento; un uomo pieno d’invidia e pronto all’intrigo, con parole coraggiose e vuote promesse sempre sulle labbra. Era ostinato, ma la sua volontà era costituita da brevi impulsi che non duravano mai abbastanza per portarlo allo scopo della sua ambizione. Ricevuto freddamente dal sospettoso Patalolo, egli persistette – permesso o no – a sgombrare il terreno di un buon posto a quattordici miglia da Sambir lungo il fiume e si costruì una casa che fortificò con un’alta palizzata. Poiché aveva molti seguaci e sembrava molto spericolato, il vecchio Raja non ritenne prudente al momento ostacolarlo con la forza. Una volta sistemato, cominciò a intrigare. La lite di Patalolo con il sultano di Koti la fomentò lui, ma non ottenne i risultati che lui si era aspettato perché il sultano non poteva sostenerlo efficacemente, considerata la grande distanza. Deluso in quel piano, immediatamente organizzò una rivolta dei coloni Bugis e assediò il vecchio Patalolo nel suo recinto con molto rumoroso coraggio e una ragionevole probabilità di successo; ma Lingard apparve allora sulla scena con il brigantino armato e l’indice peloso del vecchio marinaio puntato minacciosamente contro il suo viso, calmò il suo ardore guerresco. Nessun uomo voleva scontrarsi con il raja Laut e Lakamba, con momentanea rassegnazione, si abbassò a essere mezzo coltivatore, mezzo commerciante e covò nella sua casa fortificata la sua rabbia e la sua ambizione, conservandole per usarle in una occasione più propizia. Ancora fedele al suo carattere di principe-pretendente, non avrebbe riconosciuto l’autorità costituita, rispondendo scontrosamente al messo del raja, che rivendicava il tributo per i campi coltivati, che il raja avrebbe fatto meglio a venire e a prenderselo lui stesso. Su consiglio di Lingard fu lasciato solo, nonostante il suo comportamento ribelle, e per molti giorni egli visse indisturbato tra le mogli e i seguaci, nutrendo quella speranza persistente e ingiustificata di tempi migliori, il possesso della quale sembra essere privilegio universale della grandezza esiliata.
Ma il passare dei giorni non portò cambiamenti. La speranza diventò debole e l’ardente ambizione si bruciò completamente, lasciando solo una flebile scintilla che si estingueva tra un mucchio di ceneri tiepide e grigie di indolente acquiescenza ai decreti del Fato, finché Babalatchi le riattizzò di nuovo in una fiamma brillante. Babalatchi si era imbattuto nel fiume mentre era alla ricerca di un rifugio sicuro per la sua testa malfamata. Era un vagabondo dei mari, un vero Orang-Laut, che viveva nei giorni prosperi di rapina e saccheggio di coste e di navi, guadagnandosi da vivere con un onesto e seccante duro lavoro quando i giorni d’avversità erano su di lui. Così, sebbene a volte guidasse i pirati Sulu, aveva anche servito come nostromo di navi del proprio paese e in tale veste aveva visitato i mari lontani, osservato le glorie di Bombay, la potenza del sultano Mascati; si era anche fatto strada a fatica tra una folla pia per il privilegio di toccare con le labbra la Pietra Sacra della Città Santa. Acquistò esperienza e saggezza in molte terre e dopo essersi legato a Omar el Badavi, egli ostentò grande pietà (giacché era diventato un pellegrino), nonostante non fosse in grado di leggere le ispirate parole del Profeta. Era coraggioso e assetato di sangue, senza alcun affetto, e odiava i bianchi che interferivano con le virili occupazioni del tagliare gole, dei rapimenti, della tratta degli schiavi e degli incendi dolosi, che erano l’unico possibile mestiere per un vero uomo di mare. Egli trovò favore agli occhi del suo capo, l’impavido Omar el Badavi, il capo dei pirati Brunei, che seguì con lealtà assoluta durante lunghi anni di riusciti saccheggi e quando questa lunga carriera di omicidi, rapine e violenze ricevette il suo primo serio arresto per mano dei bianchi, egli rimase fedele accanto al suo capo, guardò con calma le granate che esplodevano, non ebbe paura delle fiamme della roccaforte che bruciava, della morte dei suoi compagni, degli urli delle loro donne, dei lamenti dei loro figli; della rovina e distruzione improvvisa di tutto quello che credeva indispensabile per un’esistenza felice e gloriosa. Il terreno colpito in mezzo alle case era scivoloso per il sangue e le mangrovie scure nei torrenti fangosi erano piene dei lamenti degli uomini morenti che erano stati colpiti prima di poter vedere il nemico. Morirono senza che li si potesse aiutare, perché nell’aggrovigliata foresta non c’era via di scampo e i loro veloci prao, in cui avevano così spesso compiuto scorrerie lungo la costa e i mari, ora ammassati insieme nella stretta insenatura, stavano bruciando violentemente. Babalatchi, con la chiara percezione della fine imminente, dedicò tutte le sue energie a salvare anche uno solo di loro. Ci riuscì in tempo. Quando venne la fine, con l’esplosione del deposito di polveri, egli era pronto a cercare il capo. Lo trovò mezzo morto e del tutto cieco, e vicino a lui soltanto la figlia Aïssa: – i figli erano caduti presto quel giorno, come succede a uomini coraggiosi. Aiutato dalla ragazza dal cuore risoluto, Babalatchi portò Omar a bordo di un prao leggero e riuscì a fuggire, ma solo con pochi compagni. Mentre spingevano l’imbarcazione nella rete d’insenature scure e silenziose, potevano sentire le ovazioni degli equipaggi delle navi da combattimento che si lanciavano all’attacco del villaggio pirata. Aïssa, seduta sull’alto del ponte di poppa, con in grembo la testa del padre annerita e sanguinante, guardò verso Babalatchi con occhi impavidi. «Là troveranno solo fumo, sangue e uomini morti e donne pazze di terrore, e nient’altro», disse dolorosamente. Babalatchi, premendosi con la destra il profondo taglio sulla spalla, rispose triste: «Sono molto forti. Quando combattiamo contro di loro possiamo solo morire. Tuttavia», aggiunse minaccioso, «qualcuno di noi ancora vive! Qualcuno di noi ancora vive!».
Per un breve periodo sognò la vendetta, ma il suo sogno fu infranto dalla fredda accoglienza del sultano di Sulu, presso il quale in un primo momento cercarono rifugio e che dette loro soltanto un’ospitalità sprezzante e riluttante. Mentre Omar, curato da Aïssa, si stava riprendendo dalle sue ferite, Babalatchi diresse diligentemente la propria attenzione alla nobile Presenza che aveva steso loro la mano protettiva. Per tutto questo, quando Babalatchi espose all’orecchio del sultano certe proposte di una grande e lucrosa scorreria che avrebbe spazzato via le isole da Ternate ad Acheen, il sultano si arrabbiò molto. «Vi conosco, voi uomini dell’Ovest», esclamò, furioso. «Le vostre parole sono veleno nelle orecchie di un re. Voi parlate di fuoco, omicidio e bottino, ma è sulla nostra testa che cade la vendetta del sangue che bevete. Vattene!».
Non c’era niente da fare. I tempi erano cambiati. Così cambiati che quando una fregata spagnola apparve davanti all’isola e al sultano fu inviata la richiesta di consegnare Omar e i suoi compagni, Babalatchi non fu sorpreso di sentire che essi sarebbero stati costretti a essere le vittime dell’opportunità politica. Ma da quella sensata valutazione del pericolo alla docile sottomissione il passo era veramente lungo. E allora cominciò la seconda fuga di Omar. Cominciò armi in mano, dato che la piccola banda dovette combattere nella notte sulla spiaggia per impossessarsi di piccole canoe in cui alla fine fuggirono quelli che sopravvissero. La storia di quella fuga vive ancora oggi nei cuori di uomini coraggiosi. Parlano di Babalatchi e di una donna forte che portò il padre cieco attraverso la spuma dei frangenti, sotto il fuoco della nave da guerra che veniva da nord. I compagni di quell’Enea piratesco e senza figli ora sono morti, ma i loro fantasmi vagano sulle acque e sulle isole, di notte – alla maniera dei fantasmi – e frequentano i fuochi presso cui siedono uomini armati così com’è giusto per spiriti di guerrieri impavidi che morirono in battaglia. Là essi possono ascoltare la storia delle loro imprese, del loro coraggio, di sofferenza e morte, dalle labbra di uomini vivi. Quella storia è raccontata in molti luoghi. Sulle fredde e opache superfici delle ventilate verande delle case dei raja vi alludono sprezzantemente insensibili uomini di Stato, ma tra gli uomini armati che affollano i cortili è un racconto che mette a tacere il mormorio delle voci e il tintinnio dei bracciali da caviglia; arresta il passaggio della scatola di betel e fissa gli occhi in uno sguardo assorto. Parlano del combattimento, della donna impavida, dell’uomo saggio; della lunga sofferenza sul mare assetato in canoe che imbarcavano acqua; di quelli che morirono… Molti morirono. Pochi sopravvissero. Il capo, la donna e un altro che divenne grande.
Non c’era nessun indizio di incipiente grandezza nell’arrivo modesto di Babalatchi a Sambir. Arrivò con Omar e Aïssa in un piccolo prao carico di noci di cocco verdi e rivendicò il possesso sia dell’imbarcazione sia del carico. Come accadde che Babalatchi, fuggendo per salvarsi la vita su una piccola canoa, riuscisse a finire il suo pericoloso viaggio su una imbarcazione piena di merce di valore, è uno di quei segreti del mare che elude l’indagine più minuziosa. In verità nessuno indagò molto. Ci furono voci di un prao commerciale perduto, appartenente a Menado, ma erano vaghe e rimasero misteriose. Babalatchi raccontò una storia che – deve essere detto per rendere giustizia alla conoscenza del mondo di Patalolo – non fu creduta. Quando il Raja si arrischiò a esporre i suoi dubbi, Babalatchi gli chiese con toni di calma protesta se egli poteva ragionevolmente supporre che due uomini di una certa età – che avevano un solo occhio in due – entrassero in possesso di una cosa qualunque con la violenza? La carità era una virtù raccomandata dal Profeta. C’era gente caritatevole e la sua mano era aperta al meritevole. Patalolo scosse dubbioso la testa attempata e Babalatchi si ritirò con un’aria indignata e si mise subito sotto la protezione di Lakamba. I due uomini che completavano l’equipaggio del prao lo seguirono nel piccolo villaggio del notabile. Il cieco Omar, con Aïssa, rimase sotto la protezione del Raja e il Raja confiscò il carico. Il prao tirato a secco sulla riva fangosa, alla congiunzione di due rami del Pantai, marcito dalla pioggia, distorto dal sole, cadde a pezzi e gradualmente svanì nel fumo dei fuochi domestici dell’insediamento. Solo un’asse dimenticata e un pezzo di rinforzo o due, conficcandosi nel fango luccicante, trascurati per lungo tempo, servirono a ricordare a Babalatchi per parecchi mesi che lui era uno straniero in quel paese. Per il resto, si sentiva perfettamente a casa tra la famiglia e la servitù di Lakamba, dove la sua particolare posizione e influenza furono velocemente riconosciute e presto accettate perfino dalle donne. Egli aveva tutta l’arrendevolezza del vagabondo alle circostanze e l’adattabilità ad ambienti provvisori. Nella prontezza a imparare dall’esperienza quel disprezzo per i princìpi basilari così necessario a un vero statista, egli eguagliò i politici più famosi di ogni tempo e aveva sufficiente capacità di persuasione e fermezza di propositi per acquistare una padronanza completa sulla mente esitante di Lakamba – dove non c’era niente di stabile tranne il malcontento che pervadeva tutto. Egli mantenne vivo il malcontento, riaccese l’ambizione che si stava spegnendo, moderò l’impazienza non innaturale del povero esule di raggiungere un’alta e lucrativa posizione. Lui – l’uomo della violenza – deprecò l’uso della forza, dato che aveva una chiara comprensione della difficile situazione. Per lo stesso motivo lui – che odiava i bianchi – avrebbe in una certa misura ammesso l’eventuale utilità della protezione olandese. Ma non si doveva fare niente in fretta. Qualunque cosa il suo padrone Lakamba potesse pensare, non era di nessuna utilità avvelenare il vecchio Patalolo, sostenne. Si poteva fare, naturalmente; ma poi? Fintantoché l’influenza di Lingard era preminente – fintantonché Almayer, il rappresentante di Lingard, era l’unico grande commerciante dell’insediamento, a Lakamba non valeva la pena – anche fosse stato possibile – di prendere il comando del giovane stato. Uccidere Almayer e Lingard era così difficile e così rischioso che l’idea poteva essere respinta come impossibile. Quello che serviva era un’alleanza – e qualcuno che, pur vantaggioso per Lakamba, fosse al tempo stesso una persona di buona reputazione presso le autorità olandesi. C’era bisogno di un ricco e stimato mercante. Una tale persona, una volta stabilita definitivamente a Sambir, li avrebbe aiutati a cacciare il vecchio Raja, a rimuoverlo dal potere o dalla vita, se non ci fosse stata altra via. Allora sarebbe stato tempo di rivolgersi all’Oran Blanda per una bandiera; per un riconoscimento dei loro meritevoli servigi; per quella protezione che li avrebbe messi al sicuro per sempre. La parola di un mercante ricco e fedele avrebbe avuto un certo peso con il governatore di Batavia. La prima cosa da fare era trovare un alleato del genere e indurlo a stabilirsi a Sambir. Un mercante bianco non l’avrebbe fatto. Un bianco non si sarebbe trovato d’accordo con le loro idee – non sarebbe stato affidabile. L’uomo di cui avevano bisogno doveva essere ricco, privo di scrupoli, avere molti seguaci ed essere una personalità ben conosciuta nelle isole. Un uomo di tal genere si poteva trovare tra i mercanti arabi. La gelosia di Lingard, disse Babalatchi, teneva tutti i mercanti lontani dal fiume. Alcuni erano spaventati e altri non sapevano come arrivare là; altri ignoravano l’esistenza stessa di Sambir; un buon numero pensava non convenisse correre il rischio di inimicarsi Lingard per il dubbio vantaggio di un commercio con un insediamento relativamente sconosciuto. La maggior parte era costituita da persone sgradite e inaffidabili. E Babalatchi parlò con rammarico degli uomini che aveva conosciuto nei suoi giorni giovanili; ricchi, risoluti, coraggiosi, spericolati, pronti a ogni impresa. Ma perché rimpiangere il passato e parlare dei morti? C’è un uomo – vivo – grande – non lontano…
Questa era la linea della politica di Babalatchi esposta al suo ambizioso protettore. Lakamba assentì, obiettando soltanto che era un lavoro davvero lento. Nel suo grandissimo desiderio di afferrare dollari e potere, l’esule non istruito era pronto a buttarsi tra le braccia di qualsiasi tagliagole vagabondo di cui si fosse assicurato l’aiuto e Babalatchi incontrò grande difficoltà a trattenerlo da una violenza inutile. Non sarebbe stato conveniente lasciar vedere che loro avevano una qualche parte nell’introdurre un nuovo elemento nella vita sociale e politica di Sambir. C’era sempre una possibilità di fallimento e in quel caso la vendetta di Lingard sarebbe stata veloce e certa. Non si dovevano correre rischi. Dovevano aspettare.
Nel frattempo egli girava per tutto l’insediamento, sedendosi ogni giorno presso molti fuochi, controllando il pubblico umore e la pubblica opinione – e parlando sempre della sua imminente partenza. Di notte prendeva la più piccola canoa di Lakamba e partiva silenziosamente per andare a fare visite misteriose al suo vecchio capo dall’altra parte del fiume. Omar viveva in odore di santità sotto la protezione di Patalolo. Tra i recinti di bambù che circondavano le case del Raja e la foresta vergine, c’era una piantagione di banani, alla cui estremità più lontana si trovavano due casette costruite su bassi pali, sotto pochi preziosi alberi da frutto che crescevano sulle rive di un chiaro torrente, che, scaturendo da dietro la casa, scorreva nel suo breve e rapido corso dentro il grande fiume. Lungo il torrente uno stretto sentiero portava, attraverso la densa seconda crescita di una radura abbandonata, alla piantagione di banani e alle case che vi si trovavano, che il Raja aveva dato come residenza ad Omar. Il Raja era grandemente impressionato dalla ostentata religiosità di Omar, dalla sua saggezza profetica, dalle sue molte sventure, dalla solenne forza d’animo con cui sopportava la sua afflizione. Spesso il vecchio sovrano di Sambir visitava senza formalità il cieco arabo e ascoltava serio i suoi discorsi nelle ore calde del pomeriggio. Durante la notte, Babalatchi andava ad interrompere il riposo di Omar, senza che questi lo rimproverasse. Aïssa, silenziosa, in piedi, accanto alla porta di una delle capanne, poteva vedere i vecchi amici mentre sedevano perfettamente immobili presso il fuoco in mezzo al terreno battuto tra le due case, parlando in un indistinto mormorio lontano nella notte. Lei non poteva sentire le loro parole, ma guardava le due ombre senza forma con curiosità. Finalmente Babalatchi si alzava e prendendo il padre per la vita, lo riaccompagnava in casa, gli aggiustava la stuoia e usciva con calma. Invece di andare via, Babalatchi, inconsapevole degli occhi di Aïssa, spesso sedeva di nuovo presso il fuoco, in una lunga e profonda meditazione. Aïssa guardava con rispetto quell’uomo accorto e coraggioso – era abituata a vederlo a fianco del padre da quando era in grado di ricordare – che sedeva solo e pensoso nella notte silenziosa presso il fuoco che moriva, il corpo immobile e la mente vagante nel paese dei ricordi o – chi sa? – forse cercando a tentoni una strada negli spazi rimasti di un futuro incerto.
Babalatchi notò con allarme l’arrivo di Willems, per questo nuovo aumento della forza dei bianchi. In seguito cambiò idea. Incontrò Willems una notte sul sentiero che portava alla casa di Omar e più tardi notò, soltanto con moderata sorpresa, che il cieco arabo non sembrava essersi accorto delle visite del nuovo bianco nelle vicinanze della sua abitazione. Una volta, arrivando inaspettatamente di giorno, Babalatchi s’immaginò di aver potuto vedere il chiarore di una giacca bianca nei cespugli dall’altra parte del torrente. Quel giorno guardò Aïssa pensosamente mentre lei si muoveva d’attorno per preparare il riso serale; ma dopo un po’ egli andò via di corsa prima del tramonto, rifiutando l’invito ospitale di Omar, in nome di Allah, di dividere il loro pasto. Quella stessa sera sorprese Lakamba annunciandogli che, alla fine, era arrivato il tempo di fare la prima mossa della loro lunga e differita partita. Lakamba tutto eccitato, chiese spiegazioni. Babalatchi scosse la testa indicando le ombre veloci delle donne che si muovevano e le forme degli uomini che sedevano presso i fuochi serali nel cortile. Non avrebbe detto una parola in quel luogo, dichiarò. Ma quando l’intera casa stava riposando, Babalatchi e Lakamba passarono silenziosi tra i gruppi addormentati fino alla riva del fiume e, prendendo una canoa, remarono verso il casotto di guardia in rovina nella vecchia radura di riso. Là erano al sicuro da tutti gli occhi indiscreti e potevano spiegare, se necessario, la loro escursione con il desiderio di uccidere un cervo, essendo il luogo ben conosciuto come posto d’abbeverata di tutti i tipi di selvaggina. Nell’isolamento di questa calma solitudine Babalatchi spiegò il suo piano all’attento Lakamba. La sua idea era di usare Willems per distruggere l’influenza di Lingard.
«Conosco i bianchi, Tuan», disse, come conclusione. «Li ho visti in molti paesi; sempre schiavi dei loro desideri, sempre pronti ad abbandonare le loro forze e la loro religione nelle mani di qualche donna. Il destino dei credenti è scritto dalla mano dell’Onnipotente ma coloro che adorano molti dèi sono gettati nel mondo con fronte liscia, perché ogni mano di donna segni là la loro distruzione. Lascia che un bianco distrugga l’altro. Il volere dell’Altissimo è che essi debbano diventare stupidi. Sanno come mantenere la parola con i loro nemici, ma nei confronti l’uno dell’altro conoscono soltanto l’inganno. Haï! L’ho visto! L’ho visto!».
Si allungò completamente davanti al fuoco e chiuse l’occhio in un sonno reale o simulato. Lakamba, non del tutto convinto, sedette per lungo tempo con lo sguardo fisso sulle ceneri grigie. Mentre la notte avanzava, una leggera foschia bianca salì dal fiume e la luna calante, chinata sulle cime della foresta, sembrò cercare la quiete della terra, come un amante capriccioso e vagabondo che ritorna alla fine ad appoggiare la testa stanca e silenziosa sul petto della sua amata.
Capitolo sesto
«Prestami il tuo fucile, Almayer», disse Willems, al di là della tavola su cui una lampada fumosa brillava rossastra sopra al disordine di un pasto terminato. «Ho in mente di andare a cercare un cervo quando la luna si alzerà stanotte».
Almayer, seduto a un lato della tavola, il gomito proteso tra i piatti sporchi, il mento sul petto e le gambe allungate rigide, tenne gli occhi fissi sugli alluci dei suoi sandali di corda e rise improvvisamente.
«Puoi dire sì o no invece di fare quel rumore sgradevole», osservò Willems con calma irritazione.
«Se credessi a una sola parola di quello che dici, lo farei», rispose Almayer cambiando atteggiamento e parlando lentamente, a pause, come lasciando cadere le parole sul pavimento. «Come stanno le cose… a che serve? Sai dov’è il fucile; puoi prenderlo o lasciarlo. Fucile. Daino. Balle! Cacciare il daino! Puah! È una… gazzella a cui stai dietro, mio onorato ospite. Hai bisogno di bracciali da caviglie d’oro e sarong di seta per questa selvaggina – mio energico cacciatore. E quelli non li ottieni con il chiedere, te l’assicuro. Tutto il giorno tra gli indigeni. Bell’aiuto sei, per me».
«Non dovresti bere così tanto, Almayer», disse Willems, mascherando la sua furia dietro un’affettata pronuncia strascicata. «Non hai testa. Né l’avevi per quanto possa ricordare, ai vecchi tempi di Macassar. Bevi troppo!».
«Bevo quello che è mio», rimbeccò Almayer, alzando veloce la testa e fulminando Willems con uno sguardo feroce.
Quei due esemplari della razza superiore si guardarono selvaggiamente per un minuto, poi distolsero lo sguardo nello stesso momento quasi si fossero messi d’accordo e si alzarono entrambi. Almayer si liberò dei sandali con un calcio e si arrampicò sulla sua amaca, messa tra due colonne di legno della veranda in modo da prendere qualunque rara brezza della stagione secca e Willems, dopo essere rimasto irresoluto accanto alla tavola per un breve momento, scese senza una parola gli scalini della casa e andò oltre il cortile verso il piccolo molo di legno, dove erano legate diverse piccole canoe e un paio di grandi baleniere bianche, che strattonavano le corte funi d’ormeggio e sbattevano l’una contro l’altra nella rapida corrente del fiume. Egli saltò nella canoa più piccola, tenendosi goffamente in equilibrio, fece scivolare la fune di calamo e dette una spinta inutile e violenta, che quasi lo buttò fuoribordo a testa in giù. Nel tempo che gli servì a riprendere l’equilibrio, la canoa era stata trascinata giù per il fiume dalla corrente per quasi cinquanta yard. Egli s’inginocchiò sul fondo della piccola imbarcazione e contrastò la corrente con lunghe palate di pagaia. Almayer si sedette sull’amaca, afferrandosi i piedi e guardando attentamente il fiume a labbra aperte finché poté vedere l’indistinta figura di un uomo e una canoa che si affannavano di nuovo oltre il molo.
«Pensavo che saresti andato», gridò. «Non prendi il fucile? Eh?», strillò, forzando la voce. Poi ricadde sull’amaca e rise debolmente tra sé finché si addormentò. Sul fiume, Willems, gli occhi fissi intensamente davanti a sé, muoveva la pagaia a destra e a sinistra, ignorando le parole che lo raggiunsero fievoli.
Erano passati tre mesi da che Lingard aveva sbarcato Willems a Sambir ed era ripartito alla svelta, lasciandolo alle cure di Almayer. I due bianchi non andavano molto d’accordo. Almayer, ricordando il periodo in cui ambedue servivano Hudig e quando il superiore Willems lo trattava con offensiva condiscendenza, provò una grande avversione verso il suo ospite. Era anche geloso del favore di Lingard. Almayer aveva sposato una ragazza malese che il vecchio marinaio aveva adottato in uno dei suoi eccessi d’irragionevole benevolenza e dato che il matrimonio non era uno di quelli felici da un punto di vista familiare, egli guardava la fortuna di Lingard come il compenso per la sua infelicità matrimoniale. L’apparizione di quell’uomo, che sembrava avere una specie di diritto su Lingard, lo riempì di notevole inquietudine, tanto più in quanto il vecchio marinaio non volle mettere al corrente il marito della figlia adottiva della storia di Willems o confidargli le sue intenzioni circa la sorte futura di quell’individuo. Sospettoso fin dall’inizio, Almayer scoraggiò i tentativi di Willems di aiutarlo nel suo commercio e poi quando Willems si ritrasse, fece, con tipica ostinazione, le rimostranze per il suo disinteresse. Dalla fredda cortesia nelle loro relazioni i due uomini passarono ad una silenziosa ostilità, e poi all’inimicizia esplicita ed entrambi desiderarono ardentemente il ritorno di Lingard e la fine di una situazione che diventava intollerabile ogni giorno di più. Il tempo si trascinava lentamente. Willems guardava le albe che si succedevano nella mortale monotonia della sua vita. Evitò l’attività commerciale appartenente a quell’esistenza che gli sembrava lontana, irrimediabilmente perduta, sepolta nascosta sotto le rovine del suo successo passato – ora andatosene da lui oltre la possibilità di riscatto. Vagò sconsolato nel cortile di Almayer, guardando da lontano, con occhi non interessati, le canoe dell’interno del paese che scaricavano guttaperga e calamo e caricavano riso o mercanzie europee sulla piccola banchina della Lingard & Co. Per quanto grande fosse l’estensione di terreno posseduta da Almayer, Willems già sentiva che non c’era abbastanza spazio per lui all’interno di quei recinti ordinati. L’uomo che per lunghi anni si era abituato a ritenersi indispensabile agli altri, provò una rabbia amara e selvaggia davanti alla crudele consapevolezza della sua superfluità, della sua inutilità; davanti alla fredda ostilità visibile in ogni sguardo dell’unico bianco in quel barbaro angolo di mondo. Digrignava i denti quando pensava ai giorni sprecati, alla vita buttata via nell’indesiderata compagnia di quello sciocco permaloso e sospettoso. Udiva il rimprovero alla sua inattività nei mormorii del fiume, nel sussurro incessante delle grandi foreste. Intorno a lui ogni cosa si agitava, si muoveva, scorreva veloce; la terra sotto i suoi piedi e il cielo sopra la testa. I veri selvaggi intorno a lui si sforzavano, lottavano, combattevano, lavoravano – soltanto per prolungare un’esistenza miserabile; ma essi vivevano! Ed era soltanto lui che sembrava essere lasciato fuori dal piano della creazione in un’immobilità senza speranza piena di rabbia tormentosa e di rimpianto sempre bruciante.
Cominciò a vagare per l’insediamento. Quella che poi sarebbe diventata la fiorente Sambir era nata in un pantano e aveva passato la sua giovinezza nei rifiuti maleodoranti. Le case affollavano l’argine e, quasi a sfuggire l’insalubre riva, entravano audacemente nel fiume, protendendosi su di esso in una fila ravvicinata di piattaforme di bambù sostenute da alti pali, tra i quali la corrente sottostante parlava, in un lamento tenero e incessante di mulinelli mormoranti. C’era soltanto un sentiero in tutta la città e correva dietro le case, lungo la successione di macchie circolari annerite che segnavano il posto dei fuochi domestici. Dall’altro lato, la foresta vergine fiancheggiava il sentiero, andandogli vicino, quasi a provocare impudentemente ogni passante alla soluzione dell’oscuro problema della sua profondità. Nessuno accettava la sfida ingannevole. C’erano soltanto pochi deboli tentativi di disboscamento qua e là, ma il terreno era basso e il fiume, ritirandosi dopo le annuali inondazioni, lasciava su ciascuna riva una pozza di fango che gradualmente si riduceva, dove i bufali importati dai coloni Bugis sguazzavano felici nelle ore calde della giornata. Quando Willems camminava sul sentiero, gli uomini indolenti allungati nella parte ombrosa delle case, lo guardavano con calma curiosità, le donne occupate a cucinare intorno ai fuochi gli indirizzavano sguardi timidi e interrogativi, mentre i bambini lo guardavano una sola volta e poi correvano via urlando di paura all’orribile apparizione della faccia bianca e rossa. Queste manifestazioni di disgusto e paura infantili gli bruciavano con un senso di umiliazione assurdo; cercò nelle sue camminate quella che in confronto era la solitudine dei terreni rudimentalmente disboscati, ma proprio i bufali sbuffavano allarmati alla sua vista, scappavano goffamente fuori del fango freddo e lo guardavano furiosi, in branco compatto, mentre egli cercava di squagliarsela inosservato lungo il margine della foresta. Un giorno, a qualche suo movimento incauto e improvviso, l’intero branco calpestò il sentiero, disperse i fuochi, costrinse le donne a fuggire con strilli acuti e si lasciò dietro una traccia di pentole infrante, riso calpestato, bambini caduti e una folla di uomini arrabbiati che brandivano bastoni in un inseguimento urlante. La causa innocente di quel disordine passò pieno di vergogna sotto cupe occhiate e commenti astiosi e cercò velocemente rifugio nel campong di Almayer. Dopo questo lasciò in pace l’insediamento.
Più in là, quando il confino forzato diventò seccante, Willems prese una delle molte canoe di Almayer e traversò il grande affluente del Pantai alla ricerca di qualche angolo solitario dove poter nascondere il suo scoraggiamento e la sua noia. Costeggiò nella sua piccola imbarcazione il muro di vegetazione intricata, trattenendosi nell’acqua ferma vicina alla riva dove le frondose palme di nipa dondolavano le loro larghe foglie sulla sua testa come in altezzosa pietà del reietto vagabondo. Qua e là poteva vedere tracce di sentieri e, con l’idea fissa di tenersi lontano dal fiume affollato, sbarcava e seguiva il sentiero stretto e tortuoso, soltanto per scoprire che non portava da nessuna parte, finendo d’improvviso nell’intrico di un boschetto spinoso. Tornava indietro lentamente con un’amara impressione di delusione e tristezza irragionevoli; oppresso dall’odore caldo di terra, dall’umidità e dalla decomposizione in quella foresta che sembrava spingerlo senza pietà nella luce splendente del sole riflessa dal fiume. Ed egli avrebbe ricominciato a pagaiare con le braccia stanche per cercare un’altra apertura in un altro posto, per trovare un altro inganno.
Mentre pagaiava verso il punto dove la palizzata dal Raja arrivava al fiume, le nipe che sbattevano le loro foglie sull’acqua marrone furono superate e i grandi alberi apparvero sulla riva, alti, forti, indifferenti nell’immensa solidità della loro vita, che dura secoli, verso quella corta e veloce nel cuore dell’uomo che striscia penosamente tra le loro ombre, alla ricerca di un rifugio lontano dall’incessante rimprovero dei suoi pensieri. Fra i tronchi lisci un chiaro torrente serpeggiava tortuosamente, per un tratto, prima di decidere di buttarsi nel fiume frettoloso, oltre il ciglio della riva scoscesa. C’era anche un sentiero là e sembrava frequentato. Willems attraccò e seguendo la capricciosa promessa della traccia si trovò presto in uno spiazzo, al confronto, sgombro, dove l’intreccio confuso dei raggi del sole penetrava attraverso i rami e il fogliame al di sopra della testa e si posava su un ruscello che brillava in una lenta curva come una fulgente lama calata sull’erba alta e soffice. Più in avanti il sentiero continuava, si restringeva di nuovo nel folto sottobosco. Alla fine della prima svolta Willems vide un lampo di bianco e colore, un luccichio d’oro come un raggio di sole perduto nell’ombra e una visione di nero più scura dell’ombra profonda della foresta. Si arrestò, sorpreso, e s’immaginò di avere udito passi leggeri – che diventavano più leggeri – cessare. Si guardò intorno. L’erba sulla riva del ruscello tremava e una traccia vibrante del tremolio, apici grigio argento, correvano dall’acqua verso l’inizio del boschetto. E tuttavia non c’era un alito di vento. Qualcuno era passato di là. Guardò pensoso mentre il tremore si estingueva in una vibrazione veloce sotto i suoi occhi e l’erba ritornò alta, immobile, con le cime reclinate nell’aria calda e immota.
Si affrettò, spinto da una curiosità improvvisamente risvegliata e si addentrò nella stretta via tra i cespugli. Alla svolta successiva del sentiero colse ancora il barlume di un tessuto colorato e i capelli neri di una donna davanti a lui. Accelerò il passo e arrivò a vedere chiaramente l’oggetto del suo inseguimento. La donna, che stava portando due recipienti di bambù pieni d’acqua, udì i passi di lui, si fermò e, mettendo giù i due vasi, si voltò a metà per guardare indietro. Anche Willems si fermò, immobile, per un minuto, poi continuò regolarmente con passo sicuro, mentre la donna si faceva da parte per farlo passare. Tenne gli occhi dritti, fissi davanti a sé, tuttavia quasi inconsciamente colse ogni dettaglio della figura alta e aggraziata. Mentre le si avvicinava, la donna reclinò leggermente la testa e con un movimento disinvolto del braccio forte, rotondo, prese la massa dei neri capelli sciolti e la portò sopra le spalle e davanti alla parte inferiore del viso. Il momento successivo lui le passava accanto, camminando rigidamente, come in trance. Udì il respiro affrettato e avvertì il tocco dello sguardo che occhi mezzi chiusi gli lanciavano. Questo gli toccò la mente e il cuore, gli sembrò che fosse qualcosa di sonoro ed eccitante come un urlo, silenzioso e penetrante, come un’ispirazione. Lo slancio del movimento lo portò oltre, ma una forza invisibile fatta di sorpresa, curiosità e desiderio lo fece girare non appena l’ebbe sorpassata.
Lei aveva già ripreso il suo carico, con l’intenzione di proseguire il suo cammino. Il movimento improvviso di lui l’arrestò al primo passo e di nuovo si fermò, dritta, esile, in attesa, pronta a lanciarsi lontano come suggeriva l’agile immobilità della sua posa. Su in alto, i rami degli alberi s’incontravano nello scintillio trasparente di una verde fascia ondeggiante, attraverso la quale la pioggia di raggi dorati scendeva sulla testa di lei, scorreva in luccichii giù per la nera capigliatura, brillava con la cangiante incandescenza del metallo liquido sul suo volto e si perdeva in scintille evanescenti nelle profondità oscure dei suoi occhi che ora, completamente spalancati, guardavano fisso l’uomo sul suo sentiero. E Willems fissava lei, affascinato da un incanto che porta con sé un senso di perdita irreparabile, fremendo per quella sensazione che comincia come una carezza e finisce con un colpo, con quella ferita improvvisa di una nuova emozione che si fa strada nel cuore umano, per il brusco agitarsi di sensazioni addormentate, risvegliate improvvisamente dall’ondata di nuove speranze, nuovi timori, nuovi desideri – e dalla fuga del vecchio io.
Lei fece un passo avanti e di nuovo si fermò. Un alito di vento proveniente dagli alberi, sebbene nell’immaginazione di Willems sembrò che fosse portato dalla figura di lei che si muoveva, ondeggiava in calde onde intorno al suo corpo e bruciava il suo viso in un tocco ardente. Lo inspirò con un lungo respiro, l’ultimo lungo respiro di un soldato prima del trambusto della battaglia, di un amante prima che prenda tra le braccia la donna adorata, il respiro che dà coraggio per affrontare la minaccia di morte o lo scoppio della passione.
Chi era lei? Da dove veniva? Con stupore distolse gli occhi dal suo viso per guardare intorno i fitti alberi della foresta che stavano grandi, fermi e dritti, come intenti a guardarli trattenendo il respiro. Era stato confuso, respinto, quasi spaventato dall’intensità di quella vita tropicale che ha bisogno della luce del sole, ma lavora nel buio, che sembra essere tutta grazia di colore e forma, tutta luminosità, tutta sorrisi, ma è soltanto lo sbocciare della morte; il cui mistero ha in mano la promessa di gioia e bellezza, tuttavia non contiene altro che veleno e decomposizione. Era stato spaventato dalla vaga percezione del pericolo prima, ma ora, mentre guardava di nuovo quella vita, i suoi occhi sembrarono capaci di penetrare il fantastico velo di piante rampicanti e foglie, di guardare oltre i solidi tronchi, di vedere attraverso l’ombra proibita – e il mistero fu svelato – affascinante, soggiogante, bella. Guardò la donna. Attraverso la variegata luce gli apparve con l’impalpabile chiarezza di un sogno. Lo spirito stesso di quel paese di foreste misteriose, che stava davanti a lui come un’apparizione dietro un velo trasparente, un velo intessuto di raggi di sole e ombre.
Gli si era avvicinata ancora di più. Al suo avanzare, egli avvertì una strana impazienza dentro di sé. Pensieri confusi gli si affollavano in testa, disordinati, senza forma, frastornanti. Poi udì la propria voce chiedere: «Chi sei?»
«Sono la figlia di Omar il cieco», rispose lei, in tono basso ma fermo. «E tu», continuò, un po’ più forte, «tu sei il commerciante bianco, il grande uomo di questo posto».
«Sì», disse Willems, fissando con sforzo i suoi occhi in quelli di lei. «Sì, sono bianco». Poi aggiunse, come se parlasse di un altro, «ma sono il reietto della mia gente».
Lei lo ascoltò gravemente. Attraverso la rete di capelli sparsi il suo volto sembrava quello di una statua d’oro dagli occhi vivi. Le pesanti palpebre ricaddero leggermente e da dietro le lunghe ciglia lanciò un’occhiata obliqua e dura, tagliente e scrutatrice, come il bagliore dell’acciaio affilato. Le sue labbra erano decise, e composte in una curva aggraziata, ma le narici dilatate, il portamento altero della testa un poco voltata, davano a tutta la sua persona l’espressione di un disprezzo selvaggio e pieno di risentimento.
Un’ombra passò sul viso di Willems. Si mise la mano sulle labbra come a trattenere le parole che volevano uscire in uno slancio di impellente necessità, la conseguenza di un pensiero dominante che corre dal cuore al cervello e deve essere espresso a dispetto dei dubbi, dei pericoli, delle paure, della distruzione stessa.
«Sei bella», sussurrò.
Lei lo guardò di nuovo con uno sguardo che, guizzando veloce sulla sua faccia abbronzata, sulle spalle larghe, sulla figura dritta, alta, immobile, si fermò infine sul terreno ai suoi piedi. Poi sorrise. Nel volto triste di lei quel sorriso fu come il primo raggio di luce in un’alba tempestosa che guizza pallido ed evanescente attraverso le nuvole scure: il presagio del sorgere del sole o del tuono.
Capitolo settimo
Ci sono momenti nella nostra vita che non trovano posto nella memoria se non come ricordo di una sensazione. Non c’è rievocazione di gesti, di azioni, una qualche esteriore manifestazione di vita, tutto ciò è perduto nella misteriosa luminosità o nel misterioso dubbio di tali attimi. Noi siamo assorbiti nella contemplazione di quel qualcosa, che, all’interno del nostro corpo gioisce o soffre, mentre il corpo continua a respirare, istintivamente fugge o, non meno istintivamente, combatte – forse muore. Ma la morte in un momento del genere è privilegio del fortunato, è un favore grande e raro, una grazia suprema.
Willems non ricordò mai come e quando si separò da Aïssa. Si ritrovò a bere l’acqua fangosa nel cavo della mano, mentre la canoa veniva trascinata in mezzo alla corrente oltre le ultime case di Sambir. Quando riacquistò le sue facoltà mentali ebbe timore di qualcosa di sconosciuto che si era impadronito del suo cuore, di qualcosa di indistinto e prepotente cui non poteva parlare e cui avrebbe obbedito. Il suo primo impulso fu di rivolta. Non sarebbe mai ritornato là. Mai! Guardò lentamente intorno a sé lo splendore delle cose nella micidiale luce del sole e prese la pagaia. Come sembrava cambiata ogni cosa! Il fiume era più largo, il cielo più alto. Come volava veloce la canoa sotto i colpi della pagaia. Da quando aveva acquistato la forza di due uomini e più? Guardò su e giù la distanza cui potevano arrivare le foreste della riva con la confusa idea che, con un colpo della mano, avrebbe potuto far cadere tutti questi alberi nel ruscello.
Si sentiva bruciare la faccia. Bevve di nuovo e rabbrividì con un depravato senso di piacere al sapore di melma dell’acqua che rimaneva in bocca.
Era tardi quando raggiunse la casa di Almayer, ma traversò il cortile buio e irregolare camminando con leggerezza nella radiosità di quella luce particolare, invisibile ad altri occhi. Il saluto scontroso del suo ospite lo irritò come una caduta improvvisa da una grande altezza. Prese il suo posto a tavola davanti ad Almayer e cercò di parlare cordialmente al suo cupo compagno, ma quando il pasto fu terminato ed essi sedettero fumando in silenzio egli sentì uno scoraggiamento inaspettato, una stanchezza di tutto il corpo, un senso di immensa tristezza, come dopo una grande perdita irreparabile. Il buio della notte entrò nel suo cuore, portando con sé dubbio ed esitazione e una sorda rabbia nei confronti di se stesso e di tutto il mondo. Ebbe l’impulso di urlare bestemmie orribili, di litigare con Almayer, di fare qualcosa di violento. Senza alcuna provocazione immediata pensò che avrebbe voluto assalire quella bestia spregevole e imbronciata. Gli lanciò un’occhiata feroce da sotto le sopracciglia. Almayer, inconsapevole, fumava pensieroso, programmando probabilmente il lavoro dell’indomani. La compostezza dell’uomo sembrò a Willems un insulto imperdonabile. Perché quell’idiota stanotte non parlava quando lui voleva che lo facesse?… e dire che altre notti era stato piuttosto pronto a chiacchierare. E poi di certe noiose sciocchezze anche! E Willems, cercando con tutte le sue forze di reprimere la propria rabbia senza senso, fissò attraverso il fitto fumo del tabacco la tovaglia macchiata.
Andarono a letto presto, come al solito, ma nel mezzo della notte, Willems scese dalla sua amaca con un’imprecazione soffocata e corse giù per le scale, nel cortile. I due guardiani notturni, che sedevano presso un fuocherello a parlare in tono sommesso e monotono, alzarono la testa per guardare sorpresi i lineamenti turbati dell’uomo bianco mentre traversava il cerchio di luce che il loro fuoco emanava. Willems disparve nel buio e poi tornò indietro, passando loro vicino, senza tuttavia che alcun segno sulla faccia mostrasse che era cosciente della loro presenza. Andò su e giù, avanti e indietro, borbottando tra sé e i due malesi, dopo una breve consultazione sottovoce, lasciarono silenziosamente il fuoco, ritenendo poco sicuro rimanere nelle vicinanze di un bianco che si comportava in modo così strano. Si ritirarono dietro l’angolo del magazzino e stettero a guardare curiosi Willems attraverso l’oscurità, finché il breve albeggiare fu seguito dalla fiammata improvvisa del sole nascente e la famiglia e la servitù di Almayer si svegliarono alla vita e al lavoro.
Non appena si poté allontanare, non visto, nella confusione della riva affollata, Willems traversò il fiume dirigendosi là dove aveva incontrato Aïssa. Si buttò sull’erba vicino alla riva del ruscello e stette in ascolto per udire il rumore dei passi di lei. La luce brillante del giorno cadeva attraverso le aperture irregolari dei rami alti degli alberi e colava giù, morbida, fra le ombre dei grandi tronchi. Qua e là un sottile raggio di sole chiazzava d’oro la corteccia scabrosa di un albero, scintillava sull’acqua danzante del ruscello o rimaneva su una foglia che spuntava, luccicante e distinta, sul monotono sfondo dei verdi scuri. Il chiaro spazio blu sopra la sua testa fu attraversato dal volo veloce di un padda bianco le cui ali brillavano nel sole mentre il calore si riversava dal cielo, aderiva alla terra fumante, penetrava tra gli alberi e avviluppava Willems nelle soffici e odorose pieghe dell’aria pesante con un debole profumo di fiori e con l’odore acre della vita in decomposizione. E in quell’atmosfera come di laboratorio della natura Willems si sentì più calmo, e cullato nell’oblio del suo passato, nell’indifferenza del proprio futuro. Il ricordo dei suoi trionfi, dei suoi errori e della sua ambizione svanì in quel tepore, che sembrava dissolvere nel suo cuore tutti i rimpianti, tutte le speranze, tutte le rabbie, tutte le energie. Ed egli restò là disteso, soddisfatto come in un sogno, in quel rifugio tiepido e profumato, pensando agli occhi di Aïssa, ricordandone il suono della voce, il fremito delle labbra, l’espressione corrucciata e il sorriso.
Lei venne, naturalmente. Per lei, egli aveva qualcosa di nuovo, sconosciuto e strano. Era più grande, più forte di qualunque uomo avesse mai visto e, nello stesso tempo, diverso da tutti quelli che aveva conosciuto. Era della razza vittoriosa. Insieme con un vivido ricordo della grande catastrofe della sua vita, le appariva con tutto il fascino di una cosa grande e pericolosa; di un terrore vinto, superato, diventato giocattolo. Parlavano con una voce così profonda – quegli uomini vittoriosi; guardavano i loro nemici con occhi così blu e così duri. E lei obbligava quella voce a parlarle dolcemente, quegli occhi a guardare teneramente il suo viso. Era veramente un uomo. Non fu in grado di capire tutto quello che le raccontò della sua vita, ma, con i frammenti che capì mise in piedi una storia di un uomo grande fra la sua gente, valoroso e sfortunato; un intrepido fuggitivo che sognava la vendetta contro i suoi nemici. Aveva tutte le attrattive del vago e dello sconosciuto – dell’imprevisto e dell’improvviso; di un essere forte, pericoloso, vivo e umano, pronto a essere reso schiavo.
Sentì che era pronto. Lo sentì con l’infallibile intuizione di una donna primitiva messa di fronte a un semplice impulso. Giorno dopo giorno, quando s’incontravano e lei rimaneva un poco discosta, ascoltando le parole di lui, tenendolo avvinto con lo sguardo, l’indefinito terrore della nuova conquista si affievolì e si offuscò come il ricordo di un sogno e la certezza diventò chiara, convincente e visibile come qualche cosa di materiale alla piena luce del sole. Era una gioia profonda, un grande orgoglio, una dolcezza tangibile che sembrava lasciare un sapore di miele sulle sue labbra. Giaceva allungato ai suoi piedi senza muoversi, perché sapeva per esperienza come in quei primi giorni del loro rapporto ogni suo piccolo movimento potesse farla fuggire via impaurita. Rimaneva disteso molto calmo, con tutto l’ardore del desiderio che echeggiava nella voce e splendeva negli occhi, mentre il suo corpo era immobile, come la morte stessa. Ed egli guardava lei che in piedi lo sovrastava, con la testa perduta nell’ombra delle foglie grandi e aggraziate che le toccavano le guance; mentre le infiorescenze sottili delle orchidee verde pallido erano sospese fra i rami e si mescolavano ai capelli neri che le incorniciavano il viso, come se tutte quelle piante la rivendicassero per sé – lei, il fiore animato e brillante di tutta quella vita esuberante che, nato nell’ombra, tende, per sempre, verso la luce del sole.
Ogni giorno gli si avvicinava un poco. Egli ne osservava il lento progresso – l’addomesticamento graduale della donna attraverso le sue parole d’amore. Era il canto monotono di desiderio e preghiera che, fin dalla creazione, avvolge il mondo come un’atmosfera e finirà soltanto alla fine di tutte le cose – quando non ci saranno labbra per cantare né orecchie per sentire. Le disse che era bella e desiderabile e lo ripeté ancora, e ancora; perché quando glielo diceva, aveva detto tutto quello che c’era dentro di lui – aveva espresso il suo unico pensiero, il suo unico sentimento. E con il passare dei giorni osservò lo spaventato sguardo di meraviglia e sospetto svanire dal suo viso, gli occhi addolcirsi e il sorriso indugiare sempre più a lungo sulle sue labbra; il sorriso di una persona affascinata da un sogno delizioso; con la leggera esaltazione di un trionfo inebriante latente nella sua incipiente tenerezza.
E mentre gli era vicina non esisteva niente al mondo – per quell’uomo ozioso – tranne lo sguardo e il sorriso di quella donna. Niente nel passato, niente nel futuro; e nel presente soltanto la luminosa realtà dell’esistenza di lei. Ma quando lei andava via tutto tornava improvvisamente buio e lui rimaneva lì debole e senza aiuto, come spogliato violentemente di tutto quello che era. Lui che aveva vissuto tutta la vita senza preoccuparsi d’altro se non della propria carriera, sprezzantemente indifferente a qualsiasi influenza femminile, pieno di disprezzo per gli uomini che vi si sottomettevano, anche se per poco; lui, così forte, così superiore anche nei suoi errori, realizzò infine che la sua vera personalità gli era stata strappata via dalla mano di una donna. Dov’era la sicurezza e l’orgoglio della propria intelligenza; la fiducia nel successo, la rabbia del fallimento, il desiderio di recuperare la sua fortuna, la certezza nella propria abilità di riuscirci? Perduti. Tutto perduto. Tutto quello che era stato un uomo dentro di lui se ne era andato e rimaneva soltanto il tumulto del suo cuore – quel cuore che era diventato una cosa spregevole; che poteva palpitare a uno sguardo o a un sorriso, tormentarsi a una parola, calmarsi a una promessa.
Quando il giorno tanto atteso infine arrivò, quando lei si lasciò cadere sull’erba accanto a lui e con un gesto veloce gli prese la mano tra le sue, egli si tirò su improvvisamente con il fare e lo sguardo di un uomo svegliato dal fracasso della propria casa che crolla. Tutto il suo sangue, tutte le sue sensazioni, tutta la sua vita sembrarono precipitare in quella mano lasciandolo senza forza, in un brivido freddo, nell’improvviso sudore e nel collasso come per una ferita mortale di fucile. Egli ritirò la mano brutalmente, come se si fosse bruciato e restò seduto senza muoversi, la testa china in avanti, fissando per terra e ansimando con rantoli dolorosi. Quell’impulso di paura e di orrore apparente non la sgomentarono affatto. Il volto era grave e gli occhi lo guardavano con serietà. Le dita gli toccarono i capelli delle tempie, corsero in una leggera carezza lungo la guancia, arrotolarono gentilmente la punta dei suoi lunghi baffi e, mentre egli sedeva tremante per quel contatto, ella corse via con sorprendente agilità e disparve in uno scroscio di limpide risa, nel lieve movimento dell’erba, nel dondolio di giovani ramoscelli che crescevano sul sentiero, lasciandosi dietro soltanto una traccia evanescente di movimento e di rumore.
Lentamente e dolorosamente lui si alzò in piedi, come un uomo con un peso sulle spalle e si avviò verso la riva del fiume. Strinse al petto il ricordo della sua paura e della sua delizia, ma si disse seriamente più e più volte ancora che doveva essere la fine dell’avventura. Dopo aver spinto la canoa nel ruscello, alzò gli occhi alla riva e la fissò a lungo come se desse l’ultimo sguardo a un luogo di ricordi incantevoli. Marciò verso la casa di Almayer con l’espressione concentrata e il passo determinato di un uomo che ha appena preso una risoluzione molto importante. Il viso era duro e severo, i gesti e i movimenti cauti e lenti. Continuava a controllarsi con mano ferma. Con mano molto ferma. Aveva la vivida impressione – tanto vivida da sembrare reale – di avere in custodia un prigioniero infido. Sedette davanti ad Almayer per la cena – che fu il loro ultimo pasto insieme – con viso perfettamente calmo e dentro di sé un crescente terrore di fuggire da se stesso. Di tanto in tanto afferrava il bordo del tavolo e stringeva forte i denti per un’ondata improvvisa di acuta disperazione, come uno che, cadendo giù per un declivo ripido e scivoloso verso un precipizio, affonda le unghie nella superficie cedevole e si sente scivolare impotente verso la distruzione inevitabile. Poi, bruscamente, sopravvenne un rilassamento di muscoli, la capitolazione della sua volontà. Qualcosa sembrò scattargli in testa e quel desiderio, quell’idea, trattenute per tutte quelle ore, gli trapassarono il cervello con il calore e il rumore di una deflagrazione. Doveva vederla! Vederla immediatamente. Doveva andare ora! Stanotte! Aveva il rimpianto furente dell’ora perduta, di ogni momento che passava. Non aveva nessuna idea di resistere. Tuttavia, con la paura istintiva dell’irrevocabile, con la falsità innata del cuore umano, egli volle tenersi aperta la via della ritirata. Non si era mai assentato di notte. Cosa sapeva Almayer? Cosa avrebbe pensato? Meglio chiedergli il fucile. Una notte di luna… Cercare un daino… Un pretesto plausibile. Avrebbe mentito ad Almayer. Che importava? Mentiva a se stesso ogni minuto della sua vita. E per cosa? Per una donna. E così…
La risposta di Almayer gli dimostrò che il sotterfugio era inutile. Ogni cosa finisce per essere risaputa, anche in quel luogo. Bene, non gli importava. Gli importavano soltanto i secondi perduti. Cosa sarebbe successo se fosse morto improvvisamente. Morire prima di vederla. Prima di poter…
Mentre, con il suono della risata di Almayer nelle orecchie, spingeva la canoa obliquamente attraverso la rapida corrente, cercò di dirsi che poteva ritornare in qualunque momento. Avrebbe soltanto raggiunto e guardato il posto dove erano soliti incontrarsi, l’albero sotto cui giaceva quando gli aveva preso la mano, il punto dove lei gli sedeva accanto. Solo andare là e poi tornare – niente di più; ma quando la sua barchetta toccò la riva balzò fuori, dimenticandosi di ormeggiare e la canoa tentennò per un momento tra i cespugli e poi si portò fuori tiro prima che avesse il tempo di buttarsi in acqua e ormeggiarla. Dapprima fu sbigottito. Ora non sarebbe potuto tornare indietro a meno di chiamare la gente del Raja per procurarsi una barca e dei rematori – e la strada per il campo di Patalolo passava dietro la casa di Aïssa.
S’inoltrò per il sentiero con gli occhi impazienti e il passo riluttante di uno che insegue un fantasma e quando si trovò dove uno stretto viottolo si diramava a sinistra verso la radura di Omar, rimase fermo, il viso attentamente teso ad ascoltare una voce molto lontana – la voce del suo destino. Era un suono indistinto, ma pieno di significato e seguendolo sentì dentro al petto una profonda lacerazione. Intrecciò le dita e le giunture delle mani e delle braccia scrocchiarono. Sulla fronte il sudore risaltava in goccioline perlacee. Si guardò intorno furente. Al di sopra del buio senza forma del sottobosco della foresta, si alzavano le cime degli alberi con i loro alti rami e foglie che si stagliavano nere contro il cielo pallido – come frammenti di notte galleggianti nei raggi lunari. Sotto i suoi piedi un vapore tiepido saliva dalla terra calda. Intorno c’era un grande silenzio.
Si guardava intorno in cerca di aiuto. Il silenzio, l’immobilità di ciò che lo circondava, gli sembravano un freddo rimprovero, un duro rifiuto, una crudele indifferenza. Non c’era salvezza al di fuori di se stesso – e in se stesso non c’era rifugio; c’era solo l’immagine di quella donna. Ebbe un improvviso momento di lucidità – di quella crudele lucidità che viene una volta nella vita ai più ottenebrati. Sembrò vedere cosa accadeva dentro di lui e inorridì a quella strana vista. Lui, un bianco, il cui errore peggiore era stato fino a quel momento una piccola mancanza di discernimento e troppa confidenza nel suo particolare tipo di onestà! Quella donna era una perfetta selvaggia e… Cercò di dirsi che era una cosa di nessuna importanza. Fu uno sforzo inutile. La novità delle sensazioni mai sperimentate prima in nessun modo, ma che pure aveva disprezzato per sentito dire dalla sua posizione sicura di uomo civilizzato, distruggeva il suo coraggio. Era deluso di sé. Gli sembrava di stare cedendo a una creatura selvaggia la purezza incontaminata della sua vita, della sua razza, della sua civiltà. Aveva la nozione di essere perduto tra cose senza forme, pericolose e terrificanti. Lottò contro la sensazione di sicura sconfitta – perse l’equilibrio – ricadde nel buio. Con un debole grido e levando in alto le braccia egli si arrese, come fa un nuotatore stanco: perché la sua imbarcazione piena d’acqua se ne è andata di sotto i piedi; perché la notte è scura e la riva è lontana – perché la morte è migliore della lotta.
Parte seconda
Capitolo ottavo
La luce e il calore caddero sull’insediamento, sulle radure e sul fiume, come scagliati da una mano arrabbiata. La terra giaceva silenziosa, ferma e brillante sotto la valanga di raggi brucianti che avevano distrutto ogni suono, ogni movimento, avevano sepolto tutte le ombre, avevano soffocato ogni respiro. Nessuna cosa vivente osava affrontare il sereno del cielo senza nuvole, osava ribellarsi all’oppressione del glorioso e crudele splendore solare. Forza e risoluzione, mente e corpo in eguale misura erano indifesi e cercavano di nascondersi prima dell’ondata di fuoco proveniente dal cielo. Solo le fragili farfalle, le intrepide figlie del sole, le capricciose tiranne dei fiori, svolazzavano audacemente all’aperto e le loro ombre minute si libravano in sciami sopra i fiori reclinati, correvano leggere sull’erba appassita o planavano sulla terra secca e spaccata. Non si sentiva una voce in quel caldo mezzogiorno se non il debole mormorio del fiume che si affrettava in vortici e mulinelli, le cui piccole onde scintillanti si inseguivano l’un l’altra nel loro gioioso corso verso le profondità protettive, verso il freddo rifugio del mare.
Almayer congedò i suoi operai per la pausa di mezzogiorno, e con la figlioletta sulle spalle, traversò di corsa il cortile, cercando l’ombra della veranda di casa. Appoggiò la bimba addormentata sul sedile della grande sedia a dondolo, su un cuscino che prese dall’amaca e rimase per un po’ a guardarla con occhi teneri e pensosi. La bimba, stanca e accaldata, si mosse a disagio, sospirò e lo guardò con lo sguardo velato di assonnata stanchezza. Lui raccolse dal pavimento un ventaglio di foglie di palma spezzato e cominciò a sventolare dolcemente il visino arrossato. Le palpebre della bambina sbatterono e Almayer sorrise. Un sorriso di risposta illuminò per un secondo gli occhi pesanti di lei, ruppe con una fossetta la dolce linea delle sue guance; poi improvvisamente le palpebre ricaddero, fece un lungo sospiro con le labbra semichiuse – e dormiva profondamente prima che il fuggevole sorriso potesse svanire dal suo volto.
Almayer si allontanò silenzioso, prese una poltrona di legno e mettendola accanto alla balaustra della veranda, si sedette con un sospiro di sollievo. Distese i gomiti sulla traversa e appoggiando il mento sulle mani intrecciate guardò con aria assente il fiume, la danza del sole sull’acqua che correva. Piano piano la foresta della riva più lontana diventò più piccola, come se stesse affondando sotto il livello del fiume. I contorni ondeggiarono, diventarono sottili, si dissolsero nell’aria. Davanti ai suoi occhi ora c’era soltanto uno spazio blu ondeggiante – un cielo grande, vuoto, che a volte diventava scuro… Dov’era il sole?… Si sentì tranquillo e felice, come se una mano delicata e invisibile avesse tolto dall’anima il peso del corpo. Il secondo successivo gli sembrò di galleggiare fuori di sé pigramente in una fredda lucentezza dove non c’erano cose come memoria e dolore. Delizioso. I suoi occhi si chiusero – si aprirono – si chiusero di nuovo.
«Almayer!».
Con un sobbalzo improvviso di tutto il corpo egli si sedette, afferrando la ringhiera con le mani e batté gli occhi stupidamente.
«Cosa? Che c’è?», mormorò, guardandosi un po’ intorno.
«Qui! Quaggiù, Almayer».
Alzandosi a mezzo sul sedile, Almayer guardò oltre la ringhiera ai piedi della veranda e ricadde con un sommesso fischio di stupore.
«Un fantasma, santo cielo!», proruppe piano tra sé.
«Mi ascolterai?», continuò dal cortile la voce rauca. «Posso venire su, Almayer?».
Almayer si alzò in piedi e si sporse dalla balaustra.
«Non ti permettere», disse con voce smorzata ma chiara. «Non ti permettere! La bambina dorme, qui. E io non voglio sentirti – o neanche parlarti».
«Mi devi ascoltare! È importante».
«Non per me, sicuramente».
«Sì. Per te. Molto importante».
«Sei sempre stato un imbroglione», disse Almayer, dopo un breve silenzio, in tono indulgente. «Sempre! Ricordo i vecchi tempi. Alcuni dicevano che non c’era nessuno che ti eguagliasse in astuzia – ma mi hai ingannato. No davvero. Non ho mai creduto in te, Mr Willems».
«Ammetto la tua intelligenza superiore», ribatté Willems, dal basso, con sprezzante impazienza. «Ascoltarmi sarebbe un’ulteriore prova di ciò. Ti dispiacerà se non lo farai».
«Oh, che tipo divertente!», disse Almayer, con aria canzonatoria. «Bene, vieni su. Non fare rumore, ma vieni su. Ti prenderai un’insolazione laggiù e forse morirai sui gradini davanti alla porta. Non voglio nessuna tragedia qui – vieni!».
Prima che avesse finito di parlare, la testa di Willems apparve sopra la porta, poi si alzarono piano piano le spalle e infine lui si trovò davanti ad Almayer – lo spettro mascherato di quello che una volta era stato l’impiegato di fiducia del mercante più ricco delle isole. La sua giacca era sudicia e strappata; sotto la cintura indossava un sarong logoro e scolorito. Fece volare via il cappello, scoprendo i capelli lunghi e intrigati, appiccicati a ciocche sulla fronte sudata e che gli scendevano sugli occhi, che brillavano incassati nelle orbite come le ultime faville tra le nere ceneri di un fuoco spento. Una barba sporca cresceva sulle guance abbronzate tanto infossate da sembrare caverne. La mano che stese ad Almayer era molto tremante. La bocca, una volta tenace, aveva quella piega che indica sofferenza mentale e spossatezza fisica. Era a piedi nudi. Almayer lo scrutò con tranquilla compostezza.
«Bene!», disse infine, senza prendere la mano protesa, che ricadde lentamente.
«Io sono venuto», cominciò Willems.
«Così sembra», lo interruppe Almayer. «Avresti potuto risparmiarmi questo piacere senza rendermi infelice. Sei stato via cinque settimane, se non mi sbaglio. Sono andato avanti molto bene senza te – e ora che sei qui non sei bello da guardare».
«Lasciami parlare, per favore!», gridò Willems.
«Non gridare così. Pensi di essere nella foresta con i tuoi… i tuoi amici? Questa è la casa di un uomo civile. Di un bianco. Capisci?»
«Io sono venuto», cominciò di nuovo Willems, «sono venuto per il tuo e per il mio bene».
«Hai l’aria di uno che è venuto per un buon pasto», interruppe l’irreprimibile Almayer, mentre Willems muoveva la mano in un gesto scoraggiato. «Non ti danno abbastanza da mangiare», continuò Almayer, con un tono di tranquilla canzonatura, «quei – come li devo chiamare – quei tuoi nuovi parenti? Quel vecchio furfante cieco deve essere contentissimo della tua compagnia. Lo sai, era il più grande ladro e assassino di questi mari. Di’! Vi scambiate confidenze? Dimmi, Willems, hai ucciso qualcuno a Macassar o hai soltanto rubato qualcosa?»
«Non è vero!», esclamò Willems, violentemente. «Ho solo preso in prestito… Tutti loro mentono! Io…».
«Sh-sh!», zittì Almayer, allarmato, dando uno sguardo alla bambina addormentata. «Così hai rubato», continuò, con gioia repressa. «Pensavo fosse qualcosa del genere. E ora, qui, rubi di nuovo».
Per la prima volta Willems alzò gli occhi su Almayer.
«Oh, non intendo a me. Non mi manca niente», disse Almayer, con beffarda rapidità. «Ma quella ragazza. Ehi! Tu l’hai rubata. Non hai pagato il vecchio. Non gli serve ora, vero?»
«Smettila, Almayer!».
Qualcosa nel tono di Willems lo fece esitare. Guardò attentamente l’uomo che gli stava davanti e non poté fare a meno di rimanere colpito dal suo aspetto.
«Almayer», continuò Willems, «ascoltami. Se sei un essere umano lo farai. Io soffro terribilmente – e nel tuo interesse!».
Almayer alzò le sopracciglia. «Davvero! Come? Ma stai vaneggiando», aggiunse, con noncuranza.
«Ah! Tu non sai», sussurrò Willems. «Lei se n’è andata. Andata», ripeté, con le lacrime in gola, «se n’è andata due giorni fa».
«No!», esclamò il sorpreso Almayer. «Andata! Non ho ancora sentito questa notizia». Scoppiò in una risata soffocata. «Che buffo! Ne ha già avuto abbastanza di te? Sai che non è lusinghiero per te, mio superiore compatriota».
Willems – come se non l’avesse sentito – si appoggiò contro una delle colonne e guardò oltre il fiume. «Dapprima», sussurrò con aria sognante, «la mia vita è stata come una visione di paradiso – o d’inferno; non so quale. Da quando se n’è andata, so cosa vuol dire dannazione; cosa sia l’oscurità. So cosa vuol dire essere fatto a pezzi vivo. È così che mi sento».
«Puoi venire a vivere di nuovo con me», disse Almayer, freddamente. «Dopo tutto, Lingard – che io chiamo padre e rispetto come tale – ti affidò a me. Hai voluto fare a modo tuo andando via. Molto bene. Ora vuoi tornare. Così sia. Non sono tuo amico. Agisco per conto del capitano Lingard».
«Tornare?», ripeté Willems, appassionatamente. «Tornare da te e abbandonarla? Pensi che sia matto? Senza lei! Uomo! Di cosa sei fatto? Pensare che lei si muova, respiri lontano da me. Sono geloso del vento che soffia su di lei, dell’aria che respira, della terra che riceve la carezza del suo piede, del sole che ora la guarda mentre io… Non la vedo da due giorni – due giorni».
L’intensità del sentimento di Willems scosse in qualche modo Almayer, ma ostentò un accurato sbadiglio.
«Mi annoi», borbottò. «Perché non le sei andato dietro invece di venire qui?»
«Davvero perché?»
«Non sai dov’è? Non può essere molto lontano. Nessuna imbarcazione indigena ha lasciato il fiume negli ultimi quindici giorni».
«No! non molto lontano – ti dico io dov’è. È nel campo di Lakamba». E Willems fissò il viso di Almayer.
«Pfui! Patalolo non me l’ha fatto sapere. Strano», disse Almayer, pensosamente. «Hai paura di quel tizio?», aggiunse, dopo una breve pausa.
«Io – paura!».
«Allora, è la cura della tua dignità che t’impedisce di seguirla là, mio magnanimo amico?», chiese Almayer con canzonatoria sollecitudine. «Com’è nobile da parte tua!».
Ci fu un breve silenzio; poi Willems disse, con calma: «Sei uno stupido. Dovrei darti un calcio».
«Niente paura», rispose Almayer, incurante, «sei troppo debole per farlo. Sembri morto di fame».
«Penso di non aver mangiato niente negli ultimi due giorni; o forse più – non ricordo. Non importa. Ho il fuoco addosso», disse Willems tristemente. «Guarda!» e mise a nudo un braccio coperto di cicatrici fresche. «Mi mordo per dimenticare nel dolore il fuoco che brucia qui!». Si colpì violentemente il petto con il pugno, barcollò per il suo stesso colpo, cadde sulla sedia che era vicina e chiuse lentamente gli occhi.
«Esibizione disgustosa», disse Almayer, altezzosamente. «Cosa avrà mai visto papà in te? Sei degno di stima quanto un mucchio di rifiuti».
«Proprio tu parli così! Tu, che hai venduto l’anima per pochi fiorini», mormorò Willems, stancamente, senza aprire gli occhi.
«Non così pochi», disse Almayer, reagendo istintivamente e si fermò, confuso, per un momento. Comunque si riprese subito, e continuò: «Ma tu, tu hai buttato via la tua per niente, l’hai buttata sotto i piedi di una dannata selvaggia che ti ha già fatto diventare così come sei e molto presto ti ucciderà, in un modo o nell’altro, con il suo amore o con il suo odio. Hai parlato proprio ora di fiorini. Volevi dire il denaro di Lingard, suppongo. Bene, qualunque cosa io abbia venduto a qualunque prezzo, io non ho mai voluto che tu, men che mai tu, sciupassi la mia occasione. Tuttavia mi sento piuttosto al sicuro. Neanche papà, neanche il capitano Lingard, ora, ti toccherebbe con un paio di tenaglie; neanche con un palo di dieci piedi…».
Aveva parlato tutto eccitato, d’un fiato, e, interrompendosi improvvisamente, guardò furioso Willems e respirò rumorosamente con il naso, come un bambino imbronciato pieno di risentimento.
Willems lo fissò per un momento, poi si alzò.
«Almayer», disse con decisione, «voglio diventare un commerciante di questo posto».
Almayer alzò le spalle.
«Sì. E tu mi devi dare i mezzi per avviarmi. Voglio una casa, mercanzie – forse un po’ di denaro. Ti chiedo questo».
«Vuoi qualcos’altro? Forse questa giacca?», e qui Almayer se la sbottonò, «o la mia casa – o i miei stivali?»
«Dopo tutto, è naturale», continuò Willems, senza prestare la minima attenzione ad Almayer, «è naturale che lei si debba aspettare i vantaggi che… e allora io potrei chiudere la bocca a quel vecchio disgraziato e poi…».
Fece una pausa, il suo viso si illuminò della luce dolce di un sognante entusiasmo e alzò gli occhi al cielo. Con la figura macilenta e l’aspetto trasandato sembrava un asceta abitante del deserto, che trova compenso alla rinuncia della vita in una visione di gloria abbagliante. Egli continuò in un mormorio appassionato:
«E allora l’avrei tutta per me, lontanto dalla sua gente. Tutta per me – Sotto la mia autorità – per foggiarla – per plasmarla – per adorarla – per addolcirla – per… Oh! Che delizia! E allora – allora andare via in qualche posto lontano dove, lontano da tutto quello che conosce, io sarei tutto il mondo per lei! Tutto il mondo per lei!».
La sua faccia cambiò improvvisamente. I suoi occhi vagarono per un po’ e poi divennero seri tutto d’un tratto.
«Ripagherei ogni centesimo, naturalmente», disse in tono d’affari, con qualcosa della sua vecchia sicurezza, della sua vecchia fiducia in se stesso. «Ogni centesimo. Non è necessario che io interferisca con i tuoi affari. Taglierò fuori i piccoli mercanti indigeni. Ho delle idee – ma non è questo il momento di parlarne. E il capitano Lingard approverebbe, ne sono sicuro. Dopo tutto è un prestito e io sarò a portata di mano. È una cosa sicura per te».
«Ah! Il capitano Lingard approverebbe! Lui app….», Almayer si strozzò. L’idea di Lingard che faceva qualcosa per Willems lo faceva infuriare. Aveva la faccia color porpora. Farfugliò parole offensive. Willems lo guardò freddamente.
«Ti assicuro, Almayer», disse gentilmente, «che ho buoni motivi per la mia richiesta».
«La tua maledetta impudenza!».
«Credimi, Almayer, la tua posizione qui non è così sicura come puoi pensare. Un rivale senza scrupoli qui distruggerebbe il tuo commercio in un anno. Sarebbe la rovina. Ora la lunga assenza di Lingard dà coraggio a certi individui. Sai? – Ho ascoltato molte cose ultimamente. Mi hanno fatto delle proposte… Tu sei veramente molto solo qui. Anche Patalolo…».
«Accidenti a Patalolo! Sono io il padrone di questo posto».
«Ma, Almayer, non vedi…».
«Sì, vedo. Vedo un asino misterioso», lo interruppe Almayer, violentemente. «Che vuoi dire con le tue velate minacce? Non pensi che anch’io sappia qualcosa? Tramano da anni – e non è accaduto niente. Sono anni che gli arabi ronzano fuori dal fiume – e io sono ancora l’unico mercante qui; il padrone. Mi porti una dichiarazione di guerra? Allora è solo da parte tua. Io conosco tutti gli altri miei nemici. Dovrei darti un colpo in testa. Non vali neanche la spesa della polvere della palla. Dovresti essere ucciso con un bastone – come un serpente».
La voce di Almayer svegliò la bambina, che si mise seduta sul cuscino con un grido acuto. Egli si precipitò verso la sedia, prese la bambina tra le braccia, tornò indietro a occhi chiusi, inciampò nel cappello di Willems che era finito per terra, e con un calcio furioso lo mandò giù per gli scalini.
«Levamelo di mezzo! Vattene!», gridò.
Willems fece un tentativo di parlare, ma Almayer glielo impedì urlando:
«Vattene! Non vedi che spaventi la bambina, straccione! No! No! cara», continuò rivolto alla figlioletta, calmandola, mentre Willems scendeva lentamente i gradini. «No. Non piangere. Vedi! L’uomo cattivo sta andando via. Guarda! Ha paura del tuo papà. Sporco, cattivo uomo. Non tornerà mai più. Vivrà nei boschi e non verrà mai vicino alla mia bambina. Se torna papà lo ucciderà – così!». Colpì con un pugno la ringhiera della balaustra per far vedere come avrebbe ucciso Willems, e, appoggiando la bimba ormai consolata sulla spalla, la tenne con una mano, mentre con l’altra indicava la figura del visitatore che si allontanava.
«Guarda come corre via, tesoro», disse, facendole le moine. «Non è buffo. Gridagli dietro “porco”. Gridaglielo».
La serietà del viso di lei svanì nelle fossette. Sotto le lunghe ciglia, luccicanti per le recenti lacrime, i grandi occhi brillarono e danzarono di divertimento. Con una mano si afferrò ai capelli di Almayer, mentre con l’altra salutava gioiosamente e gridava con tutta la sua forza, con una nota chiara, dolce e distinta come il verso di un uccello:
«Porco! Porco! Porco!».
Capitolo nono
Un sospiro sotto il blu sgargiante, un brivido del mare addormentato, un freddo respiro come se fosse stata aperta una porta sugli spazi gelati dell’universo e, con un lieve movimento di foglie, con il cenno d’assenso dei rami, con il tremore dei sottili ramoscelli, la brezza di mare colpì la costa, avanzò lungo il fiume, passò rapidamente intorno alle grandi anse e si diffuse nelle morbide increspature dell’acqua scura, nel sussurro dei rami, nello stormire di foglie della foresta risvegliata. Nel campo di Lakamba attizzò il debole rosseggiare delle braci che si stavano estinguendo in una pallida luminosità e sotto il suo tocco le sottili, verticali spirali di fumo che si alzavano da ogni mucchietto acceso ondeggiarono, vacillarono e turbinando giù riempirono la luce incerta degli alberi raggruppati in ombra con l’aromatico profumo del legno bruciato. Gli uomini che avevano sonnecchiato all’ombra durante le ore calde del pomeriggio si svegliarono e il silenzio del grande cortile fu rotto dall’esitante mormorio di voci ancora assonnate, da colpi di tosse e sbadigli, da qualche sporadico scoppio di risa, da un saluto a voce alta, da un nome o uno scherzo detto con morbida voce strascicata. Piccoli gruppi si accalcarono intorno ai fuocherelli e il tono monotono e sommesso dei discorsi riempì il recinto; il modo di parlare dei barbari, continuo, uniforme, che si ripete nelle sillabe morbide, nei toni musicali dei discorsi che non finiscono mai di quegli uomini delle foreste e del mare, che possono parlare la maggior parte del giorno e tutta la notte; che non esauriscono mai un soggetto, non sembrano capaci di sviscerare un problema; per i quali il discorso è poesia, pittura e musica, tutto arte, tutto storia; il loro unico talento, la loro unica superiorità, il loro unico divertimento. I racconti intorno ai fuochi dell’accampamento, che parlano di coraggio e astuzia, di strani eventi e di contrade lontane, delle notizie di ieri e di quelle di domani. I discorsi sui morti e sui vivi – su quelli che combatterono e su quelli che amarono.
Lakamba uscì sulla piattaforma davanti alla casa e si sedette – sudando, mezzo addormentato e di malumore – in una poltrona di legno all’ombra della grondaia. Attraverso l’oscurità del vano della porta sentiva il sommesso gorgheggio delle sue donne, indaffarate intorno ai telai dove stavano tessendo il variegato disegno dei suoi sarong di gala. A destra e sinistra sull’elastico pavimento di bambù, i seguaci ai quali la nascita illustre, la lunga devozione o il fedele servizio avevano dato il privilegio di usare la casa del capo, stavano dormendo sugli stuoini o si erano appena seduti stropicciandosi gli occhi, mentre i più vigili avevano raccolto sufficiente energia per disegnare, con l’argilla rossa, una scacchiera sul tappeto sottile e stavano ora silenziosamente meditando le loro mosse. Sopra le figure stese per terra dei giocatori che, proni, si sostenevano su un gomito e muovevano, incerti, i talloni da una parte all’altra meditando, assorti, il gioco da fare, torreggiavano qua e là figure di spettatori attenti che riguardavano con interesse profondo e imparziale. Sul bordo della piattaforma era collocata con cura una fila di sandali di cuoio col tacco alto e contro la ruvida ringhiera di legno erano appoggiate le sottili aste delle lance di quei signori, le larghe lame di acciaio grigio che sembravano nerissime nella luce rosseggiante del tramonto ormai vicino.
Un ragazzo di circa dodici anni – il servitore personale di Lakamba – si accovacciò a gambe incrociate ai suoi piedi e gli tese una scatola d’argento contenente betel. Lentamente Lakamba prese la scatola, la aprì e strappando un pezzo della grande foglia vi depose un pizzico di lumia, un pezzetto di gambier, un morsetto di gheriglio di areca e avvolse il tutto con un’abile torsione delle dita. Fece una pausa, il pezzetto in mano, come avesse perso qualcosa, voltò la testa da una parte, poi dall’altra, lentamente, come un uomo col torcicollo e gridò di malumore con la sua voce di basso:
«Babalatchi!».
I giocatori guardarono un attimo in su e rivolsero subito lo sguardo a terra. Gli uomini che erano in piedi si mossero a disagio come pungolati dal suono della voce del capo. Quello più vicino a Lakamba, poco dopo, ripeté il richiamo nel cortile, sporgendosi oltre la ringhiera. Sotto, accanto ai fuochi, ci fu un movimento di facce che si voltavano in su e il grido lasciò per il recinto una scia di toni cantilenati. Il tonfo dei pestelli di legno che pilavano il riso serale si fermò un momento e il nome di Babalatchi risuonò di nuovo con insistenza sulle labbra delle donne, in varie tonalità. Una voce strana gridò qualcosa. Un’altra più vicina, lo ripeté; ci fu un breve baccano che si estinse con estrema rapidità. Quello che aveva gridato per primo si volse verso Lakamba, dicendo con noncuranza:
«È con Omar il cieco».
Le labbra di Lakamba si mossero impercettibilmente. L’uomo che aveva appena parlato, fu di nuovo profondamente assorbito dal gioco che continuava ai suoi piedi e il capo – come se avesse già dimenticato tutto – sedette con faccia impassibile in mezzo ai suoi seguaci, appoggiandosi completamente alla sedia, le mani sui braccioli, le ginocchia divaricate, i grandi occhi iniettati di sangue che sbattevano solennemente come abbagliati dal nobile vuoto dei suoi pensieri.
Babalatchi era andato a trovare il vecchio Omar nel tardo pomeriggio. La delicata manipolazione della suscettibilità dell’antico pirata, l’abile gestione dei violenti impulsi di Aïssa lo assorbivano tanto da escludere ogni altro impegno – interferivano con il regolare servizio presso il suo capo e protettore – avevano disturbato anche il suo sonno negli ultimi tre giorni. Quel giorno, quando lasciò la sua capanna di bambù – che stava in mezzo alle altre nel campong di Lakamba – aveva il cuore oppresso dall’ansia e dal dubbio sul successo del suo intrigo. Camminò lentamente, con la sua abituale aria di distacco da ciò che lo circondava, come ignaro che da tutte le parti del cortile molti occhi assonnati guardavano il suo procedere verso il cancello che si trovava alla estremità superiore. Quel cancello dava accesso a una recinzione separata dove una casa piuttosto grande, fatta di tavole, era stata preparata su ordine di Lakamba per accogliere Omar e Aïssa. Era una abitazione di qualità superiore che Lakamba aveva destinato alla residenza del suo capo consigliere le cui qualità, pensava, valevano quell’onore. Ma dopo il consulto nella radura deserta – quando Babalatchi aveva svelato il suo piano – si erano entrambi trovati d’accordo che la nuova casa dovesse essere usata in un primo momento per mettere al sicuro Omar e Aïssa, dopo che fossero stati persuasi ad allontanarsi dal Raja o fossero stati rapiti da lì – come poteva anche succedere. A Babalatchi non importava affatto rimandare l’occupazione della casa d’onore perché questo presentava molti vantaggi per la tranquilla elaborazione dei suoi piani. Era una casa piuttosto isolata per la sua recinzione, che comunicava anche con il cortile privato di Lakamba, sul retro della sua residenza – un luogo separato dalla casa delle donne del capo. L’unica via di collegamento con il fiume passava attraverso il grande cortile anteriore, sempre pieno di uomini armati e occhi attenti. Dietro l’intero gruppo di case si stendeva il terreno piatto delle radure di riso che a loro volta erano circondate dal muro della foresta vergine con un sottobosco così fitto e intricato che solo un proiettile – e anche quello sparato a distanza piuttosto ravvicinata – poteva penetrare per una certa distanza.
Babalatchi scivolò silenziosamente attraverso il cancelletto e, chiudendolo, legò attentamente la chiusura di calamo. Davanti alla casa uno spazio quadrato di terreno era battuto fino ad avere l’uniforme levigatezza dell’asfalto. Un grande albero sostenuto con dei pali, un gigante lasciato là di proposito durante le operazioni di disboscamento del terreno, ricopriva come un tetto lo spazio libero con il suo alto baldacchino di rami nodosi e foglie fitte e scure. A destra – e a breve distanza dalla casa grande – una baracchetta di canne, coperta con stuoie, era stata messa su apposta per Omar, che, essendo cieco e infermo, aveva qualche difficoltà a salire il ripido tavolato che portava all’abitazione più grande, costruita su pali bassi e che aveva una veranda scoperta. Accanto al tronco dell’albero e di fronte all’entrata della capanna, il fuoco domestico ardeva in una piccola manciata di braci, in mezzo a un largo cerchio di ceneri bianche. Una vecchia – qualche umile parente di una delle mogli di Lakamba, cui era stato ordinato di servire Aïssa – stava accovacciata vicino al fuoco e sollevò gli occhi cisposi per guardare senza interesse Babalatchi, mentre questi avanzava velocemente nel cortile.
Babalatchi percorse tutto il cortile con una penetrante occhiata del suo unico occhio e senza guardare la vecchia bisbigliò una domanda. Senza parlare, la donna allungò un braccio tremante e emaciato verso la capanna. Babalatchi fece pochi passi verso la porta, ma si fermò fuori al sole.
«Ohi! Tuan Omar, Omar besar! Sono io Babalatchi!».
All’interno della capanna si udì un flebile lamento, un attacco di tosse e un indistinto mormorio che aveva i toni spezzati di una vaga lamentela. Incoraggiato evidentemente da quei lugubri segnali di vita, Babalatchi entrò e dopo un po’ di tempo ne uscì guidando con scrupolosa cautela il cieco Omar, che lo seguiva appoggiando le mani sulle spalle della sua guida. C’era un rozzo sedile sotto l’albero e là Babalatchi portò il suo vecchio capo, che sedette con un sospiro di sollievo e si appoggiò contro il tronco scabroso. I raggi del sole calante, che dardeggiavano sotto i rami frondosi, rimasero sulla figura vestita di bianco, che sedeva con la testa all’indietro con rigida dignità, sulle mani sottili che si muovevano a disagio e sul viso impassibile con la palpebre ricadute sugli occhi distrutti; un viso irrigidito nell’immobilità di uno stampo di stucco ingiallito dagli anni.
«Il sole è vicino al tramonto?», chiese Omar, con voce triste.
«Molto vicino», rispose Babalatchi.
«Dove mi trovo? Perché sono stato portato via dal luogo che conoscevo – dove io, cieco, mi potevo muovere senza paura? È come se fosse notte fonda per coloro che ci vedono. E il sole è vicino al tramonto – e io non ho udito il suono dei suoi passi da stamani! Due volte una mano sconosciuta mi ha dato il mio cibo oggi. Perché! Perché? Dov’è lei?»
«Lei è vicino», disse Babalatchi.
«E lui?», continuò Omar, con improvvisa impazienza e abbassando la voce. «Dov’è lui? Non qui. Non qui!», ripeté girando la testa da una parte all’altra come se si stesse sforzando di vedere.
«No! Lui non è qui ora», disse Babalatchi, con fare rasserenante. Poi, dopo una pausa, aggiunse molto piano: «Ma deve tornare presto».
«Ritornare! O l’astuto! Lui ritornerà? L’ho maledetto tre volte», esclamò Omar, con debole violenza.
«Egli è – senza dubbio – maledetto», assentì Babalatchi, in modo conciliante, «e tuttavia sarà qui tra breve – lo so!».
«Tu sei astuto e infido. Io ti ho fatto grande. Tu eri fango sotto i miei piedi – meno che fango», disse Omar, con tremante energia.
«Ho combattuto al tuo fianco molte volte», disse Babalatchi, con calma.
«Perché lui è venuto?», continuò Omar. «Lo mandasti tu? Perché è venuto a contaminare l’aria che respiro – a schernire il mio destino – ad avvelenare la mente di lei e rubarne il corpo? Lei è diventata dura di cuore con me. Dura, senza pietà e furtiva come le rocce che sotto un mare tranquillo strappano la vita di una nave». Tirò un lungo respiro, lottò contro la propria rabbia, poi improvvisamente crollò. «Ho avuto fame», continuò in tono piagnucoloso, «spesso ho avuto molta fame – e freddo – e sono stato abbandonato – e nessuno era vicino a me. Lei mi ha spesso dimenticato – e i miei figli sono morti e quell’uomo è un infedele e un cane. Perché è venuto? Gli hai mostrato tu la strada?»
«L’ha trovata da solo, o condottiero di coraggiosi», disse Babalatchi, tristemente. «Io ho soltanto pensato a un modo per distruggerli e per riottenere la nostra grandezza. E se vedo giusto, allora non dovrai mai più soffrire la fame. Ci dovrà essere pace per noi e gloria e ricchezze».
«E io morirò domani», mormorò Omar amaramente.
«Chi lo sa? Queste cose sono state scritte fin dall’inizio del mondo», sussurrò Babalatchi, pensoso.
«Non lasciare che lui torni», esclamò Omar.
«Neanche lui può sfuggire al suo destino», continuò Babalatchi. «Egli ritornerà e il potere degli uomini che noi sempre odiammo, tu e io, si sgretolerà in polvere nella nostra mano». Poi aggiunse con entusiasmo: «Essi combatteranno tra di loro e periranno entrambi».
«E tu vedrai tutto questo, mentre io…».
«È vero!», mormorò Babalatchi, con rammarico. «Per te la vita è oscurità».
«No! Fiamma!», esclamò il vecchio arabo, alzandosi a mezzo per ricadere poi sul sedile. «La fiamma di quell’ultimo giorno! La vedo ancora – l’ultima cosa che vidi. E sento il rumore della terra squarciata – quando tutti morirono. E io vivo per essere il giocattolo di un furbo», aggiunse con illogica scontrosità.
«Sei ancora il mio padrone», disse Babalatchi, umilmente. «Tu sei molto saggio – nella tua saggezza devi parlare a Syed Abdulla quando verrà qui – gli devi parlare come ti ho consigliato, io, il tuo servitore, l’uomo che ha combattuto alla tua destra per tanti anni. Ho sentito da un messaggero che Syed Abdulla verrà stanotte, forse tardi; perché queste cose devono essere fatte in segreto, altrimenti l’uomo bianco, il mercante del fiume, verrebbe a sapere di noi. Ma lui sarà qui. È stato mandato un surat a Lakamba. In esso, Syed Abdulla dice che lascerà la sua nave, che è ancora là fuori del fiume, oggi, a mezzogiorno. Sarà qui prima dell’alba, se Allah vuole».
Parlava con gli occhi fissi a terra e non si accorse della presenza di Aïssa fino a quando, smettendo di parlare, non alzò la testa. Lei si era avvicinata così silenziosamente che neanche Omar ne aveva udito i passi e ora stava in piedi, guardandoli con gli occhi turbati e le labbra semiaperte, come se stesse per parlare; ma al gesto supplice di Babalatchi, rimase zitta.
Omar sedeva assorto nei suoi pensieri:
«Ay wa! Anche questo!», disse alla fine, con voce debole. «Io devo dirgli la tua saggezza, o Babalatchi! Dirgli di fidarsi dell’uomo bianco! Non capisco. Io sono vecchio, cieco e debole. Non capisco. Ho freddo», continuò, a voce più bassa, muovendo le spalle a disagio. S’interruppe, poi continuò sottovoce, vaneggiando: «Essi sono i figli delle streghe e il loro padrone è Satana il lapidato. Figli di streghe. Figli di streghe». Dopo un breve silenzio improvvisamente chiese, con voce più ferma: «Quanti bianchi ci sono qui, o astuto?»
«Ce ne sono due. Due bianchi da far combattere l’uno contro l’altro», rispose Babalatchi, prontamente.
«E quanti ne saranno lasciati poi? Quanti? Dimmi, tu che sei saggio».
«La caduta di un nemico è consolazione dello sventurato», disse Babalatchi, sentenziosamente. «Essi sono su ogni mare; solo la saggezza dell’Altissimo conosce il loro numero – ma tu saprai che qualcuno di loro soffre».
«Dimmi, Babalatchi, moriranno? Moriranno tutti e due?», chiese Omar, con improvvisa agitazione.
Aïssa si mosse. Babalatchi l’ammonì con la mano.
«Essi, sicuramente, moriranno», disse con calma, guardando con determinazione la ragazza.
«Ay wa! Ma dovranno morire presto! In modo che io possa passare la mia mano sui loro volti quando Allah li avrà resi rigidi».
«Se tale è il loro destino e il tuo», rispose Babalatchi, senza esitazione. «Dio è grande!».
Un violento accesso di tosse fece piegare in due Omar e egli si piegò avanti e indietro, ansimando e lamentandosi, mentre Babalatchi e la ragazza lo guardarono in silenzio. Infine si appoggiò all’albero, esausto.
«Sono solo, sono solo», gemette flebilmente, tastando vagamente intorno a sé con le mani tremanti, «c’è qualcuno vicino a me? C’è qualcuno? Ho paura di questo posto sconosciuto».
«Io sono al tuo fianco, o condottiero di coraggiosi», disse Babalatchi, toccandogli leggermente la spalla. «Sempre al tuo fianco, come nei giorni in cui eravamo giovani entrambi: come al tempo in cui andavamo con le armi in pugno».
«C’è stato un tempo simile, Babalatchi?», disse Omar, concitato. «L’ho dimenticato. E ora quando morirò non ci sarà un uomo impavido che parlerà del coraggio di suo padre. C’era una donna. Una donna. E lei mi ha abbandonato per un cane infedele. La mano del Compassionevole è pesante sul mio capo! Oh, mia sventura! Oh, mia vergogna!».
Dopo un po’ si calmò e chiese con calma: «È calato il sole, Babalatchi?»
«Ora è basso come gli alberi più alti che io posso vedere da qui», rispose Babalatchi.
«È il tempo della preghiera», disse Omar, cercando di alzarsi.
Ligio al dovere, Babalatchi aiutò il vecchio capo ad alzarsi e s’incamminarono lentamente verso la capanna. Omar aspettò fuori, mentre Babalatchi entrava e usciva subito, tirandosi dietro il tappeto da preghiera del vecchio arabo. Da un recipiente di bronzo versò l’acqua per l’abluzione sulle mani protese di Omar e lo aiutò con molta cautela a mettersi in ginocchio, perché il venerabile ladro era troppo infermo per stare in piedi. Poi, mentre Omar salmodiava le prime parole e faceva il primo inchino verso la Città Santa, Babalatchi si spostò senza rumore verso Aïssa, che per tutto il tempo non si era mossa.
Aïssa fissò il saggio privo di un occhio, che le si stava avvicinando lentamente e con grande mostra di deferenza. Per un momento essi si fronteggiarono in silenzio. Babalatchi appariva imbarazzato. Con un rapido gesto improvviso lei gli afferrò il braccio e con l’altra mano indicò il rosso disco calante che risplendeva, senza raggi, attraverso l’incerta foschia della sera.
«Il terzo tramonto! L’ultimo! E lui non è qui», sussurrò lei, «cosa hai fatto, uomo senza fede? Cosa hai fatto?»
«In verità, io ho mantenuto la mia parola», mormorò Babalatchi, sinceramente. «Stamani è andato a cercarlo con la canoa Bulangi, un uomo strano, ma nostro amico e si terrà vicino a lui e lo controllerà senza farsi vedere. E alla terza ora del giorno ho mandato un’altra canoa con quattro rematori. In verità l’uomo che brami, o figlia di Omar!, può venire quando crede».
«Ma non è qui! L’ho aspettato ieri. Oggi! Domani andrò».
«Non viva!», mormorò tra sé Babalatchi. «E dubiti del tuo potere», continuò a voce alta, «tu che per lui sei più bella di una uri del settimo cielo? Lui è il tuo schiavo».
«Uno schiavo a volte fugge», disse lei tristemente. «E allora il padrone deve andare a cercarlo».
«E tu vuoi vivere e morire come una mendicante?», chiese Babalatchi, con impazienza.
«Non m’importa», esclamò lei, torcendosi le mani e le nere pupille spalancate guizzarono feroci qua e là come procellarie prima della tempesta.
«Sh! Sh!», sibilò Babalatchi, con un’occhiata verso Omar. «Pensi, o ragazza! che lui, lui stesso vorrebbe vivere come un mendicante, sempre con te?»
«Lui è grande», lei disse, con passione. «Disprezza tutti voi! Vi disprezza tutti! È veramente un uomo!».
«Tu lo sai meglio di chiunque», mormorò Babalatchi, con un fuggevole sorriso, «ma ricorda, donna dal cuore forte, che per tenerlo, ora devi essere per lui come il grande mare per gli uomini assetati – un incessante tormento e una follia».
Si fermò e rimasero in silenzio, guardando entrambi per terra, e per un po’, sopra lo scoppiettio del fuoco, si sentì solo il salmodiare di Omar che glorificava Dio – il suo Dio e la Fede – la sua Fede. Allora Babalatchi alzò la testa di lato e sembrò ascoltare attentamente il brusio di voci nel cortile grande. Il sordo rumore si trasformò in grida ben distinte, poi un grande tumulto di voci, che si estinguevano, ricominciavano, crescevano più alte, per cessare di nuovo bruscamente e, in quelle brevi pause, le urla acute delle donne si levavano alte, come liberate, verso il cielo tranquillo. Aïssa e Babalatchi si mossero, ma quest’ultimo afferrò il braccio della ragazza e la trattenne saldamente.
«Aspetta», sussurrò.
La porticina nella pesante staccionata che separava il terreno privato di Lakamba dal recinto di Omar ruotò velocemente indietro e il nobile esule apparve con l’aspetto in disordine e una daga sguainata in mano. Il suo turbante era mezzo srotolato e l’estremità strisciava sul terreno dietro di lui. La giacca era aperta. Ansimò per un momento prima di parlare.
«È venuto con la barca di Bulangi», disse, «e camminando tranquillamente finché è giunto in mia presenza, e allora la furia senza senso dei bianchi lo ha indotto a slanciarsi su di me. Sono stato in grande pericolo», continuò l’ambizioso nobiluomo in tono addolorato. «Hai sentito, Babalatchi? Quel mangiatore di maiale ha cercato di colpirmi il viso con il suo sporco pugno. Ha cercato di precipitarsi tra i miei. Ora lo stanno tenendo sei uomini».
Un nuovo scoppio di urla interruppe il discorso di Lakamba. Voci arrabbiate gridavano: «Tienilo. Abbattilo. Colpisci la testa». Poi il clamore cessò improvvisamente e completamente, come se fosse stato strangolato da una mano energica e dopo un secondo di sorprendente silenzio, si udì la voce di Willems, sola, che urlava maledizioni in malese, olandese e in inglese.
«Ascolta», disse Lakamba, con labbra tremanti, «bestemmia il suo Dio. Il suo parlare è come la furia di un cane rabbioso. Possiamo trattenerlo per sempre? Deve essere ucciso!».
«Stupido!», mormorò Babalatchi, guardando Aïssa, che stava a denti stretti, gli occhi luccicanti e le narici dilatate, ancora obbediente alla presa della mano che la tratteneva. «È il terzo giorno e io ho mantenuto la mia promessa», le disse, parlando molto piano. «Ricorda», aggiunse ammonendola, «come il mare per l’assetato! E ora», disse a voce alta, lasciandola entrare, «vai, figlia impavida, vai!».
Come una freccia, rapida e silenziosa, lei volò giù per il recinto e disparve attraverso il cancello del cortile. Lakamba e Babalatchi la seguirono con gli occhi. Udirono il rinnovato tumulto, la chiara voce della ragazza gridare forte «Lasciatelo andare!». Poi, dopo una pausa nel baccano, non più lunga di mezzo respiro, il nome di Aïssa risuonò in un grido alto, dissonante e penetrante, che li fece involontariamente rabbrividire. Il vecchio Omar crollò sul tappeto e si lamentò debolmente; Lakamba fissò con cupo disprezzo nella direzione di quel suono umano; ma Babalatchi, con un sorriso forzato, spinse il suo illustre protettore attraverso lo stretto cancello, lo seguì e richiuse velocemente.
La vecchia, che era stata la maggior parte del tempo inginocchiata accanto al fuoco, ora si alzò, si guardò intorno piena di paura e si accoccolò, nascondendosi dietro l’albero. Il cancello del cortile grande si spalancò con fragore per un frenetico calcio e Willems si slanciò dentro portando Aïssa tra le braccia. Si slanciò su per il recinto come un tornado, stringendosi al petto la ragazza, che gli teneva le braccia intorno al collo, la testa che le pendeva oltre il braccio di lui, gli occhi chiusi e i lunghi capelli che quasi toccavano il suolo. Apparvero per un momento nel bagliore del fuoco, poi con lunghissimi passi, lui si precipitò su per il tavolato e sparì con il suo carico dentro il vano della porta della casa grande.
Dentro e fuori il recinto c’era silenzio. Omar giaceva sostenendosi su un gomito, la faccia terrorizzata, gli occhi chiusi, gli davano l’aspetto di un uomo tormentato da un incubo.
«Che c’è? Aiuto! Aiutatemi ad alzarmi!», gridò debolmente.
La vecchia megera, ancora accucciata nell’ombra, fissò con occhi cisposi il vano della porta della casa grande e non fece caso al suo richiamo.
Egli stette in ascolto per un po’, poi il suo braccio cedette, e, con un profondo sospiro di sconforto, si lasciò cadere sul tappeto.
I rami dell’albero ondeggiarono e tremarono alla corrente incostante di un vento leggero. Una foglia svolazzò giù lentamente da qualche ramo alto e restò per terra, immobile, come dovesse riposare per sempre, nel bagliore del fuoco; ma subito si agitò, e poi improvvisamente salì e volò, girando e rigirando, sospinta dal soffio di una brezza profumata, condotta senza scampo nella cupa notte che si era chiusa sopra il paese.
Capitolo decimo
Per più di quarant’anni Abdulla aveva camminato sulla via del suo Signore. Figlio del ricco Syed Selim bin Sali, il grande mercante musulmano degli Stretti, egli uscì a diciassette anni nella sua prima spedizione commerciale, come rappresentante del padre, a bordo di una nave di pellegrini allestita dal ricco arabo per portare una massa di pii malesi alla Sacra Teca. Questo succedeva nei giorni in cui in quei mari non c’era il vapore o, per lo meno, non così tanto come adesso. Il viaggio fu lungo e gli occhi del giovanotto aperti alle meraviglie di molti paesi. Allah aveva voluto che fosse questo il suo destino: di diventare un pellegrino molto presto nella vita. Questo fu un grande favore del cielo e non avrebbe potuto essere concesso a un uomo che lo apprezzasse di più o che si fosse reso più degno di ciò per la fedele devozione del suo cuore e la religiosa solennità del comportamento. Più in là diventò chiaro che il libro del suo destino conteneva il programma di una vita errante. Visitò Bombay e Calcutta, fece una scappata nel golfo Persico, osservò a suo tempo le coste alte e brulle del golfo di Suez e questo fu il limite dei suoi vagabondaggi a ovest. Aveva allora ventisette anni e la scritta sulla sua fronte decretò che era venuto per lui il tempo di tornare negli Stretti e prendere dalle mani del padre morente le molte fila di un’attività che era dispiegata in tutto l’Arcipelago: da Sumatra alla Nuova Guinea, da Batavia a Palawan. Molto presto la sua abilità, la sua volontà – forte fino all’ostinazione – la sua saggezza, che era maggiore rispetto ai suoi anni, fecero sì che egli fosse riconosciuto quale capo di una famiglia i cui membri e le cui parentele si potevano trovare in ogni parte di quei mari. Uno zio qui – un fratello là; un cognato a Batavia, un altro a Palembang; mariti di numerose sorelle; innumerevoli cugini sparsi a nord, sud, est e ovest – in ogni luogo dove ci fosse commercio: la grande famiglia si estendeva come una rete sulle isole. Essi prestavano denaro ai principi, influenzavano le camere di consiglio, fronteggiavano – se c’era bisogno – con pacifica forza d’animo e sicurezza di sé i governanti bianchi che tenevano il paese e il mare sotto il filo di lame affilate e tutti loro avevano grande considerazione per Abdulla, ascoltavano il suo consiglio, facevano parte dei suoi piani perché egli era saggio, pio e fortunato.
Egli si comportava con l’umiltà che si conviene a un credente, il quale non dimentica mai, neanche per un momento della sua vita diurna, che egli è il servo dell’Altissimo. Era generosamente caritatevole perché l’uomo caritatevole è l’amico di Allah e quando usciva dalla sua casa – costruita in pietra, proprio fuori la città di Penang – lungo la sua strada verso i suoi magazzini al porto, doveva spesso strappare la mano da sotto le labbra di uomini della sua razza e del suo credo; e doveva spesso mormorare parole di biasimo o anche rimproverare con severità quelli che cercavano di toccargli le ginocchia con la punta delle dita in segno di gratitudine o di supplica. Era molto bello e teneva alta la testa piccola con umile austerità. Il sopracciglio alto, il naso dritto, stretto, il volto scuro dai lineamenti fini e delicati, gli davano un aspetto aristocratico, che palesava la sua pura discendenza. La barba era tagliata corta e a punta arrotondata. I grandi occhi marroni guardavano tranquilli con una dolcezza che era smentita dalla bocca dalle labbra sottili. Il suo aspetto era sereno. Aveva una fiducia nella propria prosperità che niente poteva scuotere.
Irrequieto, come tutta la sua gente, molto raramente si tratteneva per molti giorni consecutivi nella sua splendida casa di Penang. Proprietario di navi, era spesso a bordo di una o dell’altra di esse, traversando in tutte le direzioni il campo delle sue operazioni. Aveva familiari in ogni porto – suoi o di un parente – a salutare la sua venuta con gioia sincera. In ogni porto c’erano uomini, ricchi e influenti, ansiosi di vederlo, c’erano affari di cui parlare, c’erano lettere importanti da leggere: una corrispondenza immensa, chiusa in buste di seta – una corrispondenza che non aveva niente a che fare con gli infedeli degli uffici postali coloniali, ma arrivava nelle sue mani attraverso strade tortuose ma sicure. Gli veniva lasciata da taciturni nakoda di imbarcazioni commerciali indigene o veniva consegnata con profondi salamelecchi da uomini affaticati dal viaggio e stanchi che si ritiravano dalla sua presenza invocando Allah a benedire il generoso donatore di splendide ricompense. E le notizie erano sempre buone, tutti i suoi tentativi riuscivano sempre e nelle sue orecchie risuonava sempre un coro di ammirazione, di gratitudine, di umili preghiere.
Un uomo fortunato. E la sua felicità era così completa che il buon genio che regolò le stelle alla sua nascita, non aveva dimenticato – per una raffinatezza di benevolenza strana in esseri così primitivi –di dotarlo di un desiderio difficile da soddisfare e di un nemico duro da sconfiggere. L’invidia per i successi politici e commerciali di Lingard e il desiderio di prevalere su di lui in ogni modo, diventò la mania di Abdulla, l’interesse supremo della sua vita, il sale della sua esistenza.
Negli ultimi mesi aveva ricevuto misteriosi messaggi da Sambir che lo incitavano a un’azione decisiva. Aveva scoperto il fiume un paio d’anni prima e si era ancorato più di una volta fuori dell’estuario dove, fino da allora, il rapido Pantai, scorrendo lentamente oltre le pianure, sembra esitare, prima di fluire dolcemente attraverso venti sbocchi, oltre un dedalo di distese fangose, banchi di sabbia e di scogli, nel mare in attesa. Non aveva mai cercato l’entrata, comunque, perché gli uomini della sua razza, per quanto viaggiatori coraggiosi e avventurosi, mancano dei veri istinti marinareschi ed egli aveva paura di naufragare. Non poteva sopportare l’idea che il raja Laut si potesse vantare che anche Abdulla bin Selim, come altri uomini e inferiori a lui, aveva fallito cercando di strappargli il suo segreto. Intanto mandava risposte incoraggianti ai suoi sconosciuti amici di Sambir e aspettava la sua opportunità nella calma certezza del trionfo finale.
Questo era l’uomo che Lakamba e Babalatchi aspettavano di vedere per la prima volta la notte del ritorno di Willems da Aïssa. Babalatchi, che era stato tormentato per tre giorni dal timore di essersi spinto troppo oltre nel suo piccolo complotto, ora, sicuro del suo uomo bianco, si sentiva col cuore leggero e felice mentre sopraintendeva nel cortile ai preparativi per il ricevimento di Abdulla. A metà strada tra la casa di Lakamba e il fiume un mucchio di legna secca era pronta per la torcia che gli avrebbe dato fuoco al momento dello sbarco di Abdulla. Tra questo e la casa c’era una serie di basse intelaiature di bambù disposta in semicerchio e su questa erano ammucchiati tutti i tappeti e i cuscini della casa di Lakamba. Era stato deciso che il ricevimento dovesse aver luogo all’aria aperta e che questo avrebbe dovuto essere reso importante dal gran numero di dipendenti di Lakamba, che, vestiti in bianco candido, con i loro sarong rossi raccolti intorno alla vita, ascia al fianco e lancia in mano, stavano andando in giro per il recinto o, raccolti in piccoli gruppi, discutevano impazienti la prossima cerimonia. Due piccoli fuochi ardevano allegramente sul bordo dell’acqua da entrambi i lati del punto di sbarco. Accanto a ciascuno di essi si ritrovava un mucchietto di fiaccole di damar e Babalatchi camminava lentamente avanti e indietro dall’uno all’altro, fermandosi spesso con la faccia rivolta verso il fiume e la testa inclinata, ascoltando i rumori provenienti dall’oscurità. Non c’era luna, la notte era molto chiara in cielo, ma, dopo che la brezza pomeridiana era svanita spenta in soffi incostanti, la caligine stava sospesa addensandosi sulla brillante superficie del Pantai e si attaccava alla riva, nascondendo alla vista il centro del fiume.
Un grido nella nebbia – poi un altro – e, prima che Babalatchi potesse rispondere, due piccole canoe sbatterono nel punto d’approdo e due dei più eminenti cittadini di Sambir, Daoud Sahamin e Hamet Bahassoen, che in via riservata, erano stati invitati a incontrare Abdulla, sbarcarono rapidamente e dopo aver salutato Babalatchi s’incamminarono verso la casa attraverso il buio. Il leggero scompiglio causato dal loro arrivo si acquietò presto e un’altra ora silenziosa si trascinò lentamente mentre Babalatchi girava avanti e indietro tra i fuochi, con il viso che diventava più ansioso ad ogni momento che passava.
Infine fu udito un sonoro saluto giù dal fiume. A un richiamo di Babalatchi, degli uomini corsero giù verso la riva e, afferrando le torce, le spinsero nei fuochi, poi le sventolarono sopra la testa fintantoché non fiammeggiarono. Il fumo s’innalzò in spesse volute e restò sospeso in una nuvola raggiante sopra la luce vivida che illuminò il cortile e brillò sull’acqua, facendo vedere tre lunghe canoe equipaggiate di molti rematori che restavano un po’ lontane; e gli uomini che alzavano le pagaie in alto e che le tuffavano giù tutti insieme, in una semplice vogata che tenne la piccola flottiglia ferma nella forte corrente, esattamente all’altezza del punto d’approdo. Un uomo si alzò nell’imbarcazione grande e gridò:
«Syed Abdulla bin Selim è qui!».
Babalatchi rispose a voce alta in tono formale:
«Allah rallegra i nostri cuori! Vieni a terra!».
Abdulla sbarcò per primo, mantenendosi in equilibrio con l’aiuto della mano protesa di Babalatchi. Nel breve momento del passaggio dalla imbarcazione alla riva si scambiarono sguardi penetranti e poche rapide parole.
«Chi sei?»
«Babalatchi. L’amico di Omar. Il protetto di Lakamba».
«Hai scritto tu?»
«Le mie parole sono state scritte, o datore di elemosine!».
E allora Abdulla camminò con viso sereno tra le due ali di uomini che tenevano le torce e incontrò Lakamba davanti al grande fuoco che stava crepitando in una grande fiammata. Per un momento essi rimasero in piedi stringendosi le mani, invocando la pace l’uno sulla testa dell’altro, poi Lakamba, ancora tenendo il suo stimato ospite per mano, lo condusse, girando intorno al fuoco, verso i sedili già predisposti. Babalatchi seguiva immediatamente il suo protettore. Abdulla era accompagnato da due arabi. Egli, come i suoi compagni, indossava una veste bianca di mussolina inamidata, che, a partire dal collo cadeva in rigide pieghe. Era abbottonata fino alla vita da una stretta fila di piccolissimi bottoni d’oro; intorno alle maniche attillate c’era una stretta fascia di merletto d’oro. Sulla testa rasata portava un piccolo zucchetto di erba intrecciata. Sui piedi nudi calzava babbucce chiaramente di cuoio. Un rosario di pesanti grani di legno pendeva, compiendo un grande arco, dal suo polso destro. Si sedette lentamente al posto d’onore, e lasciando cadere le babbucce, ripiegò decorosamente le gambe sotto di sé.
L’improvvisato divano era sistemato in un largo semicerchio, del quale, il punto più distante dal fuoco – circa dieci yard – era anche il più vicino all’abitazione di Lakamba. Non appena i personaggi principali furono seduti, la veranda della casa si riempì silenziosamente delle forme imbacuccate delle parenti femminili di Lakamba. Esse si affollarono alla balaustra e guardarono giù, mormorando. Sotto, per un po’ di tempo continuò il formale scambio di complimenti tra Lakamba e Abdulla, che sedevano fianco a fianco. Babalatchi si accovacciò umilmente ai piedi del suo protettore, con nient’altro che una sottile stuoia tra sé e il duro terreno.
Poi ci fu una pausa. Abdulla dava occhiate intorno come in attesa di qualcosa e dopo un po’ Babalatchi, che era rimasto seduto immobile in atteggiamento pensieroso, con uno sforzo sembrò scuotersi e cominciò a parlare in toni cortesi e persuasivi. Descrisse con frasi fluenti i primi inizi di Sambir, la disputa dell’attuale re, Patalolo, con il sultano di Koti, i conseguenti guai terminati con la rivolta dei coloni Bugis sotto la guida di Lakamba. In alcuni punti della narrazione si era voltato verso Sahamin e Bahassoen, che sedevano ascoltando attentamente e che avevano assentito tutti e due con un «Betul! Betul! Giusto! Giusto!» espresso con un veemente tono sommesso.
Riscaldandosi per quello che diceva man mano che la narrazione procedeva, Babalatchi continuò a riferire i fatti connessi con l’azione di Lingard nel periodo critico di quei dissensi interni. Egli parlava ancora con voce misurata, ma con una crescente indignazione. Cosa era lui, quell’uomo dall’aspetto crudele, per tenere tutto il mondo lontano da loro? Era una forma di governo? Chi lo aveva fatto capo? Si era impossessato della mente di Patalolo e aveva reso duro il suo cuore; gli aveva messo in bocca parole severe e indotto la sua mano a colpire a destra e a sinistra. Quel miscredente teneva i credenti ad ansimare sotto il peso della sua insana oppressione. Essi dovevano commerciare con lui – accettare quelle merci che lui avrebbe dato – quel credito che lui avrebbe accordato. Ed esigeva il pagamento ogni anno…
«Verissimo!», esclamarono Sahamin e Bahassoen insieme.
Babalatchi li guardò con approvazione e si volse ad Abdulla.
«Ascolta quegli uomini, o protettore degli oppressi!», esclamò. «Cosa potevamo fare? Un uomo deve commerciare. Non c’era nessun altro».
Sahamin si alzò, bastone in mano e parlò ad Abdulla con monotona cortesia, enfatizzando le sue parole con larghi e solenni gesti del braccio destro.
«È così. Siamo stanchi di pagare i nostri debiti a quel bianco che è il figlio del raja Laut. Quel bianco – possa la tomba di sua madre essere profanata – non è contento di tenerci tutti in pugno in modo crudele. Cerca di causare la nostra stessa morte. Commercia con i Daiaki della foresta, che non sono meglio delle scimmie. Compra da loro guttaperca e calamo – mentre noi moriamo di fame. Solo due giorni fa andai da lui e dissi: “Tuan Almayer” – proprio così; dobbiamo parlare cortesemente a quell’amico di Satana – “Tuan Almayer, io ho certe mercanzie da vendere. Le comprerai?”. Ed egli allora mi parlò – perché quei bianchi non sanno neanche cosa sia la cortesia – mi parlò come fossi uno schiavo: “Daoud, sei un uomo fortunato” – osserva, o primo tra i Credenti! Che con quelle parole avrebbe potuto portare la sventura sulla mia testa – “sei un uomo fortunato ad avere qualcosa in questi tempi duri. Porta subito le tue mercanzie e le prenderò in pagamento di quello che mi devi dall’anno scorso”. E rise e mi dette una pacca sulla spalla. Possa Jehannum essere la sua sorte!».
«Noi lo combatteremo», disse il giovane Bahassoen, vivacemente. «Noi lo combatteremo se c’è aiuto e un capo. Tuan Abdulla, verrai tra noi?».
Abdulla non rispose subito. Le sue labbra si mossero in un sussurro inudibile e i grani gli passarono tra le dita con un secco click. Tutti aspettarono in rispettoso silenzio. «Verrò se la mia nave potrà entrare in questo fiume», disse Abdulla alla fine, in tono solenne.
«Lo potrà, Tuan», esclamò Babalatchi. «C’è un bianco qui che…».
«Voglio vedere Omar el Badavi e quel bianco di cui mi hai scritto», interruppe Abdulla.
Babalatchi si alzò velocemente in piedi e ci fu un movimento generale. Le donne sulla veranda corsero dentro casa e dalla folla che si era mantenuta discretamente in altre parti del cortile uscirono un paio d’uomini che corsero con una bracciata di legna secca che misero sul fuoco. Uno di loro, a un cenno di Babalatchi, si avvicinò e dopo aver preso i suoi ordini, andò verso il cancelletto e entrò nel recinto di Omar. Mentre aspettavano il suo ritorno, Lakamba, Abdulla e Babalatchi parlarono tra loro a voce bassa. Sahamin sedette solo con aria assonnata masticando noce di betel con un movimento lento e indolente. Bahassoen, la mano sull’impugnatura della sua daga, camminava impettito avanti e indietro nella piena luce del fuoco, aveva un’aria molto battagliera e spericolata, e costituiva l’invidia e l’ammirazione dei seguaci di Lakamba che stavano in gruppi o si muovevano velocemente e silenziosamente tra le ombre del cortile.
Il messaggero che era stato mandato da Omar ritornò e rimase in disparte, aspettando che qualcuno lo notasse. Babalatchi gli fece cenno di avvicinarsi.
«Quali sono le sue parole?», chiese Babalatchi.
«Egli ha detto che Syed Abdulla è il benvenuto ora», rispose l’uomo.
Lakamba stava parlando sottovoce con Abdulla, che lo ascoltava con profondo interesse.
«…Potremmo avere ottanta uomini, se ci fosse bisogno», stava dicendo, «ottanta uomini in quattordici canoe. L’unica cosa di cui manchiamo è la polvere da sparo».
«Haï! Non ci sarà da combattere», s’intromise Babalatchi. «La paura del tuo nome e il terrore della tua venuta saranno sufficienti».
«Ci potrà essere anche la polvere», mormorò Abdulla con grande noncuranza, «se la nave entra nel fiume senza correre rischi».
«Se il cuore è intrepido, la nave non correrà pericolo», disse Babalatchi. «Ora andremo a vedere Omar e il bianco che ho qui». Gli occhi senza espressione di Lakamba si animarono improvvisamente.
«Fa’ attenzione, Tuan Abdulla», disse, «fa’ attenzione. Il comportamento di quello sporco, pazzo, uomo bianco è furioso all’estremo. Egli ha fatto l’atto di colpire…».
«Sulla mia testa, sei al sicuro, o datore di elemosine!», lo interruppe Babalatchi.
Abdulla guardò dall’uno all’altro e un debole accenno di sorriso disturbò per un momento la sua seria compostezza. Si volse verso Babalatchi e disse con decisione:
«Andiamo».
«Da questa parte, o sollevatore dei nostri cuori!», disse rapidamente Babalatchi, con scrupolosa deferenza. «Soltanto pochi passi e vedrai Omar il coraggioso e il bianco dalla grande forza e astuzia. Da questa parte».
Fece cenno a Lakamba di rimanere dietro e con rispettosi tocchi sul gomito guidò Abdulla verso il cancello all’estremità superiore del cortile. Mentre procedevano lentamente, seguiti dai due arabi, egli continuò a parlare rapidamente a bassa voce al grande uomo, che non lo guardò neanche una volta, sebbene sembrasse ascoltarlo con compiacente attenzione. Quando furono vicini al cancello Babalatchi andò avanti e si fermò, di fronte ad Abdulla, con la mano sulla chiusura.
«Li vedrai tutti e due», disse. «Tutte le mie parole su di loro sono vere. Quando lo vidi reso schiavo da quella di cui ti parlai, seppi che egli sarebbe stato malleabile nella mia mano come il fango del fiume. Dapprima egli rispose al mio discorso con parolacce nella sua lingua, alla maniera dei bianchi. Poi mentre ascoltava la voce che amava, esitò. Esitò per parecchi giorni – troppi. Io, conoscendolo bene, indussi Omar a ritirarsi qui con la sua… famiglia. Allora quest’uomo dalla faccia rossa si scatenò per tre giorni come una pantera nera affamata. E stasera, proprio stasera, egli è venuto. Io ce l’ho qui. Qui nella morsa di quella dal cuore senza pietà. C’è l’ho qui», terminò Babalatchi, in maniera esultante tamburellando il bordo del cancello con la mano.
«Ottimo», mormorò Abdulla.
«Ed egli guiderà la tua nave e il combattimento – se combattimento ci sarà», continuò Babalatchi. «Se ci sarà qualche uccisione – lascia che sia lui l’uccisore. Gli dovresti dare delle armi – un fucile corto che spara molte volte».
«Sì, per Allah!», assentì Abdulla, dopo aver lentamente considerato la cosa.
«E dovrai aprire la tua mano, o Primo tra i generosi!», continuò Babalatchi. «Dovrai soddisfare la rapacità di un bianco e anche di quella che un uomo non è, e perciò avida di ornamenti».
«Saranno soddisfatti», disse Abdulla, «ma…». Esitò, guardando per terra e tirandosi la barba, mentre Babalatchi aspettava, ansioso, le labbra dischiuse. Dopo poco, parlò di nuovo, in un sussurro indistinto di frasi sommesse tanto che Babalatchi dovette girare la testa per coglierne le parole. «Sì. Ma Omar è il figlio dello zio di mio padre… e tutti i suoi parenti sono della fede… mentre quell’uomo è un miscredente. È sconvenientissimo… molto sconveniente. Egli non può vivere sotto la mia ombra. Non quel cane. Penitenza! Troverò rifugio nel mio Dio», borbottò rapidamente. «Come può vivere sotto i miei occhi con quella donna, che è della Fede? Scandalo! Abominio!».
Finì in fretta e tirò un lungo sospiro, poi aggiunse dubbioso:
«E quando quell’uomo avrà fatto tutto quel che vogliamo, che cosa ne sarà di lui?».
Erano vicinissimi l’uno all’altro, pensosi e silenziosi, gli occhi vagavano oziosamente per il cortile. Il grande falò bruciava luminosamente e un’ondeggiante macchia di luce rimaneva sul buio terreno ai loro piedi, mentre il fumo pigro si avvolgeva lentamente ai neri rami degli alberi in brillanti spirali. Essi videro Lakamba, che era tornato al suo posto, seduto, rannicchiato senza energia sul cuscino, e Sahamin che si era alzato di nuovo e sembrava stesse parlando con lui con dignitosa animazione. Uomini a gruppi di due o tre uscirono dall’ombra alla luce, gironzolando lentamente, e passarono di nuovo nell’ombra, guardandosi, muovendo le braccia in gesti misurati. Bahassoen, la testa orgogliosamente eretta, gli ornamenti, i ricami e l’impugnatura della spada che lampeggiavano alla luce, camminava con passo regolare intorno al fuoco come un pianeta intorno al sole. Una fredda folata di aria umida arrivò dalla riva buia; fece rabbrividire Abdulla e Babalatchi e li risvegliò dalla loro astrazione.
«Apri il cancello e vai per primo», disse Abdulla, «non c’è pericolo?»
«Sulla mia vita, no!», rispose Babalatchi, alzando l’anello di calamo. «Egli è tutto contento e soddisfatto, come un assetato che ha bevuto acqua dopo molti giorni».
Spalancò il cancello, fece pochi passi nell’oscurità del recinto e ritornò improvvisamente sui suoi passi.
«Egli può essere utilizzato in molti modi», sussurrò ad Abdulla, che si era fermato di colpo, vedendolo tornare indietro.
«O peccato! O tentazione!», sospirò Abdulla, debolmente. «Il nostro rifugio è con l’Altissimo. Posso nutrire questo infedele per sempre?», aggiunse impaziente.
«No», mormorò Babalatchi. «No! Non sempre. Solo finché serve ai tuoi disegni, o dispensatore dei doni di Allah! Quando il tempo verrà – e il tuo ordine…».
Si accostò vicinissimo ad Abdulla e sfiorò con un tocco delicato la mano che pendeva languidamente, tenendo il rosario.
«Io sono il tuo schiavo e la tua offerta», mormorò in tono chiaro e cortese all’orecchio di Abdulla. «Quando la tua saggezza parlerà, si potrebbe trovare un piccolo veleno che non mentirà. Chi sa?».
Capitolo undicesimo
Babalatchi vide Abdulla passare per la porta bassa e stretta nell’oscurità della capanna di Omar; li udì scambiarsi gli usuali saluti e la grave voce dell’illustre visitatore chiedere: «Non c’è sventura – per grazia di Dio – ma la vista?» e poi, accorgendosi degli sguardi di disapprovazione dei due arabi che avevano accompagnato Abdulla, seguì il loro esempio e indietreggiò in modo da non poter sentire. Non lo fece volentieri, nonostante sapesse che quello che ora stava per accadere là dentro era assolutamente al di là del suo controllo. Indeciso, vagò là intorno per un po’ e infine senza badare a dove metteva i piedi, si diresse lentamente verso il fuoco, che era stato spostato, da sotto l’albero dov’era, vicino alla capanna e un poco sopravvento all’entrata. Si accoccolò sui talloni e cominciò a giocherellare pensosamente con le braci vive, com’era sua abitudine quand’era immerso nei propri pensieri, ma era così profondamente assorto che si bruciò le dita. Ritirò la mano di colpo e la agitò in alto. Sedendo là udiva il mormorio del discorso all’interno della capanna e distingueva le voci, ma non le parole. Abdulla parlava con voce profonda e di tanto in tanto il suo fluente tono uniforme era interrotto da una querula esclamazione, un debole lamento o un flebile tremito della voce del vecchio. Sì. Era seccante non essere in grado di cogliere quello che stavano dicendo, pensò Babalatchi, mentre sedeva fissando l’incostante bagliore del fuoco. Ma andrà bene. Andrà tutto bene. Abdulla gli aveva ispirato fiducia. Corrispondeva pienamente alle sue aspettative. Fin dal primo momento in cui aveva posato l’occhio su di lui, si era sentito sicuro che quell’uomo – che conosceva solo per sentito dire – era molto risoluto. Forse troppo risoluto. Forse più in là avrebbe voluto afferrare troppo. Un’ombra oscurò per un momento il viso di Babalatchi. Alla vigilia della realizzazione dei suoi desideri sentì il sapore amaro di quella goccia di dubbio che è mescolata alla dolcezza di ogni successo.
Quando, sentendo dei passi sulla veranda della casa grande, alzò la testa, l’ombra era scomparsa e sul suo viso c’era un’espressione di guardinga attenzione. Willems, scendendo il tavolato, stava venendo nel cortile. Attraverso le fessure tra le assi filtrò la luce dell’interno della casa e la forma in movimento di Aïssa apparve nel vano illuminato della porta. Anche lei diventò parte della notte esterna e disparve dalla vista. Babalatchi si domandò dove fosse andata e per il momento dimenticò l’avvicinarsi di Willems. La voce del bianco che gli parlava aspramente sopra la testa lo fece saltare in piedi, come spinto da una potente molla.
«Dov’è Abdulla?».
Babalatchi indicò la capanna e rimase attentamente in ascolto. Le voci all’interno erano cessate, poi ricominciarono di nuovo. Lanciò uno sguardo di traverso a Willems, la cui forma indistinta torreggiava sul rosseggiare delle braci morenti.
«Attizza questo fuoco», disse Willems, bruscamente. «Voglio vedere la tua faccia».
Con compiacente alacrità Babalatchi, da una catasta a portata di mano, prese alcuni ramoscelli secchi e li mise sui tizzoni. Quando si raddrizzò la sua mano si mosse quasi involontariamente verso il fianco sinistro per sentire il manico del kriss in mezzo alle pieghe del sarong ma, sotto lo sguardo arrabbiato, cercò di apparire indifferente.
«Sei in buona salute, grazie a Dio!», mormorò.
«Sì!», rispose Willems, inaspettatamente a voce alta, il che fece sobbalzare Babalatchi. «Sì!… Salute!… Tu…».
Fece un lungo passo e calò ambedue le mani sulle spalle del malese. Sotto quella forte presa Babalatchi oscillò avanti e indietro come un pupazzo, ma il suo viso era tranquillo come poco tempo prima – quando era seduto – a sognare presso il fuoco. Con un violento scossone finale Willems mollò la presa di colpo e girando sui tacchi, allungò le mani sul fuoco. Babalatchi barcollò indietro, si riprese e mosse faticosamente le spalle.
«Tse! Tse!», scattò, con un tono di disapprovazione. Dopo un breve silenzio continuò con accentuata ammirazione: «Che uomo che è! Che uomo forte! Un uomo come quello», concluse, con pensoso stupore, «un uomo come quello può sconvolgere montagne – montagne!». Per un po’ guardò speranzoso le larghe spalle di Willems e continuò, rivolgendosi alla schiena ostile, con voce bassa e persuasiva:
«Ma perché essere arrabbiato con me? Con me che penso solo al tuo bene? Non le ho dato rifugio nella mia stessa casa? Sì, Tuan! Questa è la mia casa. Lascerò che tu la usi senza darmi niente perché lei deve avere un riparo. Per cui tu e lei vivrete qui. Chi può conoscere la mente di una donna? E di una donna del genere! Se lei volesse andarsene anche da qui, chi sono io – per dire no! Io sono il servo di Omar. Io dissi: Rallegra il mio cuore prendendo la mia casa. Dissi bene?»
«Ti dirò una cosa», disse Willems, senza cambiare posizione, «se le prende la fantasia di andare via da qui sarai tu che soffrirai. Ti torcerò il collo».
«Quando il cuore è pieno d’amore non c’è posto per la giustizia», ricominciò Babalatchi, sempre con la stessa calma. «Perché uccidere me? Tu sai, Tuan, cosa vuole lei? Il suo desiderio – come di tutte le donne – è avere uno splendido destino. Sei stato ingannato e scacciato dalla tua gente. Lei lo sa. Ma tu sei coraggioso, sei forte – sei un uomo e Tuan – io sono più vecchio di te – tu sei in mano sua.
Questo è il destino degli uomini forti. Lei è di nobile nascita e non può vivere come una schiava. Tu la conosci – e sei in mano sua. Sei come un uccello preso in trappola, a causa della tua forza. E ricorda, io sono un uomo che ha visto molto – rassegnati, Tuan! Rassegnati!… Altrimenti…».
Egli scandì esitando le ultime parole e lasciò la frase in sospeso. Continuando a tenere tese le mani verso la fiamma e senza spostare la testa, Willems scoppiò in una breve, lugubre risata e chiese:
«Oppure – cosa?»
«Può andare via di nuovo. Chi sa?», finì Babalatchi in tono gentile e insinuante.
Questa volta Willems si voltò bruscamente. Babalatchi fece un passo indietro.
«Se lo farà sarà peggio per te», disse Willems, con voce minacciosa. «Ricadrà sulla tua testa e io…».
Babalatchi parlò, al di fuori del cerchio di luce, con calmo disprezzo.
«Haï-ya! L’ho già sentito prima. Se lei va – allora io muoio. Bene! Pensi che questo la riporterà indietro, Tuan? Se ricadrà sulla mia testa, bene, o uomo bianco! Chi sa – dovrai vivere senza di lei».
Willems rimase senza fiato e scattò all’indietro come un viandante, che, percorrendo un sentiero che ritiene sicuro, vede appena in tempo un baratro senza fondo sotto i suoi piedi. Babalatchi tornò nel cerchio di luce e si accostò a Willems tenendo la testa eretta leggermente piegata di lato in modo che il suo unico occhio potesse vedere perfettamente l’espressione dell’alto uomo bianco.
«Tu mi minacci», disse Willems, confusamente.
«Io, Tuan!», esclamò Babalatchi, in tono ostentatamente sorpreso in cui si poteva cogliere un leggero accenno d’ironia. «Io, Tuan? Chi ha parlato di morte? Sono stato io? No! Io ho parlato solo di vita. Solo di vita. Di una lunga vita per un uomo solo».
Essi rimasero fermi con il fuoco che li separava, entrambi in silenzio, entrambi consci, ciascuno a modo suo, dell’importanza dei minuti che passavano. Il fatalismo di Babalatchi dette solo un insignificante sollievo alla sua ansia, perché nessun fatalismo può uccidere il pensiero del futuro, il desiderio di successo, il dolore di aspettare che gli immutabili decreti del cielo si manifestino. Il fatalismo nasce dalla paura del fallimento, perché tutti noi crediamo di avere il successo nelle nostre stesse mani e sospettiamo che le nostre mani siano deboli. Babalatchi guardò Willems e si congratulò con se stesso per la sua abilità nel manovrare quell’uomo bianco. C’era un pilota per Abdulla – una vittima per placare la rabbia di Lingard nel caso di qualche contrattempo. Sarebbe stato ben attento a mandarlo avanti in tutto. In ogni caso lasciare che i bianchi combattessero tra di loro fino alla fine. Erano stupidi. Lui li odiava – quei forti stupidi – e sapeva che un sicuro trionfo era riservato alla sua giusta saggezza.
Willems valutò lugubremente a che livello di degradazione era arrivato. Lui – un bianco, quello considerato con ammirazione dai bianchi, era tenuto in pugno da quei miserabili selvaggi di cui stava diventando lo strumento. Sentì per loro tutto l’odio della sua razza, dei suoi principi morali, della sua intelligenza.
Si guardò con sgomento e pietà. Lei lo teneva in pugno. Aveva sentito di cose del genere. Aveva sentito di donne che… Non avrebbe mai creduto a storie del genere… Eppure erano vere. Ma la propria schiavitù sembrava più completa, terribile e definitiva – senza nessuna speranza di riscatto. Si meravigliò della malvagità della Provvidenza che lo aveva reso quello che era; che, ancora peggio, permetteva a una creatura come Almayer di vivere. Lui aveva fatto il suo dovere andando da lui. Perché quello non aveva capito? Tutti gli uomini erano stupidi. Gli aveva dato la sua opportunità. L’amico non l’aveva vista. Era duro, molto duro con lui – Willems. Lui voleva toglierla dalla sua gente. Era per questo che si era degnato di andare da Almayer. Si interrogò. Con il cuore pesante pensò che non poteva proprio – in un modo o nell’altro – vivere senza di lei. Era terribile e dolce. Ricordò il primo giorno – il suo aspetto, il suo viso, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue parole. Una selvaggia! Tuttavia si accorse di non poter pensare a niente altro che ai tre giorni della loro separazione, alle poche ore dacché si erano riuniti. Molto bene. Se non la poteva portare via, allora sarebbe andato da lei. Provò, per un momento, un perverso piacere al pensiero che quello che aveva fatto non poteva essere disfatto. Si era arreso. Se ne sentì orgoglioso. Era pronto a fronteggiare qualunque cosa, a fare qualunque cosa. Non gli importava di niente e di nessuno. Pensò di essere veramente impavido, ma in realtà era solo ebbro; ebbro del veleno dei ricordi travolgenti.
Allungò le mani sul fuoco, si guardò intorno e gridò: «Aïssa!».
Doveva essere stata vicina, perché apparve immediatamente entro la luce del fuoco. La parte superiore del corpo era avvolta nelle pesanti pieghe di una guarnizione che era tirata sin sulla fronte e un’estremità di essa che andava da spalla a spalla le nascondeva la parte inferiore del viso. Solo gli occhi erano visibili – scuri e brillanti come una notte stellata.
Willems, guardando quella strana figura camuffata, si sentì esasperato, stupito e inerme. L’ex impiegato di fiducia del ricco Hudig conservava concetti radicati di quella che doveva essere una condotta rispettabile. Cercò rifugio per le proprie idee nelle lugubri mangrovie, nell’oscurità della foresta e delle anime infedeli di quei selvaggi che erano suoi padroni. Lei sembrava un pacco animato di merce di cotone da poco prezzo! Questo lo rese furioso. Si era mascherata in quel modo perché un uomo della sua razza era vicino! Le aveva detto di non farlo e lei non aveva ubbidito. Sarebbero mai cambiate le sue idee così da essere d’accordo con quello che lei riteneva fosse conveniente, adatto e rispettabile? Aveva proprio paura che sarebbero cambiate col tempo. Gli sembrò terribile. Lei non sarebbe mai cambiata! Questa dimostrazione del suo senso delle convenienze era un altro segno della loro irrimediabile diversità; qualcosa come un altro gradino in più per lui. Lei era troppo differente da lui. Lui era così civilizzato! Improvvisamente lo colpì il fatto che loro non avevano niente in comune – non un pensiero, non una sensazione; lui non riusciva a farle capire la ragione di ogni suo atto… e non poteva vivere senza di lei.
L’uomo coraggioso di fronte a Babalatchi respirò inaspettatamente con un rantolo che era un mezzo lamento. Questo suo velarsi contrariamente a quanto le aveva chiesto era una questione da niente, ma fu per lui come una rivelazione di qualche grande disastro. Si disprezzò ancora di più per questo in quanto schiavo di una passione che aveva sempre deriso, uomo incapace di affermare la propria volontà. Questa volontà, tutte le sue sensazioni, la sua personalità – tutto questo sembrava essersi perduto nell’abominevole desiderio, nella promessa inestimabile di una donna. Non era in grado, naturalmente, di vedere chiaramente le cause della sua infelicità, ma non c’era nessuno così ignorante da non conoscere la sofferenza, nessuno così semplice da non sentire e soffrire per l’emozione di impulsi contrastanti. Gli ignoranti devono sentire e soffrire per la loro complessità come i più saggi; ma per loro il dolore della lotta e della sconfitta appare strano, misterioso, rimediabile e ingiusto. Rimase a guardarla, a guardarsi. Fremeva di rabbia dalla testa ai piedi, come fosse stato colpito al viso. Improvvisamente rise, ma fu come l’eco distorta di qualche falsa ilarità molto lontana.
Dall’altro lato del fuoco Babalatchi disse in fretta:
«Ecco Tuan Abdulla».
Capitolo dodicesimo
Uscendo dalla baracca di Omar, Abdulla si accorse immediatamente di Willems. Si aspettava, naturalmente, di vedere un bianco, ma non quel bianco, che conosceva così bene. Tutti quelli che commerciavano nelle isole o che avevano qualche affare con Hudig, conoscevano Willems. Negli ultimi due anni della sua permanenza a Macassar, l’impiegato di fiducia aveva diretto tutto il commercio locale della casa, soltanto con una molto blanda supervisione da parte del padrone. Per cui tutti conoscevano Willems, compreso Abdulla – ma ignorava la disgrazia di Willems. Veramente la cosa era stata tenuta molto riservata – così riservata che un buon numero di persone a Macassar aspettavano il ritorno di Willems, pensando che fosse assente per qualche missione di fiducia. Abdulla, per la sorpresa, esitò sulla soglia. Si era preparato a vedere qualche marinaio – qualche vecchio ufficiale di Lingard, un uomo comune, forse difficile da trattare, ma tuttavia non alla sua altezza. Invece, si vide messo a confronto con un individuo di cui conosceva bene la reputazione di sagacia negli affari. Come era venuto qui e perché? Abdulla, riprendendosi dalla sorpresa, avanzò in modo solenne verso il fuoco continuando a fissare Willems. Quando gli fu a due passi, si fermò e alzò la destra in un austero saluto. Willems annuì leggermente e dopo un po’ parlò.
«Ci conosciamo, Tuan Abdulla», disse ostentando una tranquilla indifferenza.
«Abbiamo commerciato insieme», rispose Abdulla solennemente, «ma è stato lontano da qui».
«E potremmo commerciare anche qui», disse Willems.
«Il posto non conta. Negli affari sono richiesti una mente aperta e un cuore sincero».
«Verissimo. Il mio cuore è aperto quanto la mia mente. Ti dirò perché sono qui!».
«Che bisogno c’è? Lasciando la casa s’impara la vita. Tu viaggi – viaggiare è vittoria. Ritornerai con molta saggezza».
«Non tornerò mai», interruppe Willems. «Ho chiuso con la mia gente. Sono un uomo senza fratelli. L’ingiustizia distrugge la fedeltà».
Abdulla espresse la propria sorpresa inarcando le sopracciglia. Nello stesso tempo fece un vago gesto con il braccio che avrebbe potuto essere interpretato come se avesse detto un “proprio così!” conciliante e d’approvazione.
Fino a quel momento l’arabo non aveva prestato alcuna attenzione ad Aïssa, che era rimasta vicino al fuoco, ma ora, nella pausa di silenzio che seguì l’affermazione di Willems, lei parlò. Con una voce molto attutita dal drappeggio si rivolse ad Abdulla con poche parole di saluto, chiamandolo parente. Abdulla la guardò fugacemente e poi, con perfetta buona educazione, fissò gli occhi a terra. Lei gli porse la mano, coperta con un angolo del velo ed egli la prese, la strinse due volte e, lasciandola andare, si volse verso Willems. Lei guardò i due uomini attentamente, poi si ritrasse e sembrò improvvisamente fondersi con la notte.
«So perché sei venuto, Tuan Abdulla», disse Willems, «me l’ha detto quell’uomo lì». E accennò verso Babalatchi, poi continuò lentamente. «Sarà una cosa difficile».
«Allah rende tutto facile», interloquì Babalatchi, devotamente, da una certa distanza.
I due uomini si volsero rapidamente e rimasero a guardare pensosi, come esaminando attentamente la verità di quell’affermazione. Davanti a quello sguardo prolungato Babalatchi si sentì involontariamente timido e non osò avvicinarsi di più. Alla fine Willems si mosse un po’, Abdulla prontamente lo seguì ed entrambi camminarono giù per il cortile mentre le loro voci si perdevano nell’oscurità. Presto si sentirono tornare e mentre le loro figure uscivano dall’ombra le voci ricominciarono ad essere distinguibili. Vicino al fuoco essi si girarono di nuovo e Babalatchi colse qualche parola – Willems stava dicendo:
«Sono stato per mare con lui molti anni, quand’ero giovane. Questa volta ho usato le mie cognizioni per osservare la via per entrare nel fiume quando siamo venuti».
Abdulla assentì genericamente.
«Nella varietà della conoscenza c’è salvezza», disse e poi passarono oltre.
Babalatchi corse all’albero e si sistemò nella compatta oscurità dei suoi rami, appoggiandosi al tronco. Si trovava così circa a metà tra il fuoco e l’altro limite del cammino dei due uomini. Gli passarono vicino. Abdulla sottile, molto eretto, la testa alta e le mani dietro la schiena che giravano meccanicamente il cordone dei grani; Willems alto, ben piantato, ancora più grosso e più forte in contrasto alla sottile figura bianca a cui camminava negligentemente a fianco, facendo un passo per ogni due che faceva l’altro; le grandi braccia che gesticolavano costantemente con veemenza, chinandosi in avanti per guardare Abdulla in faccia.
Passarono e ripassarono vicino a Babalatchi una mezza dozzina di volte e, nonostante si trovassero tra lui e il fuoco, lui li vedeva abbastanza chiaramente.
Talvolta si fermavano di colpo, Willems che parlava con enfasi, Abdulla che ascoltava con austera attenzione, poi, quando l’altro aveva terminato, chinava leggermente il capo come consentendo che gli rivolgesse qualche domanda, o ammettendo qualche affermazione. Di tanto in tanto, Babalatchi coglieva una parola, un frammento di discorso, un’esclamazione a voce alta.
Spinto dalla curiosità strisciò proprio fino al limite dell’ombra nera che l’albero proiettava. Gli si stavano avvicinando e udì Willems dire:
«Pagherai quel denaro non appena salirò a bordo. Quello lo devo avere».
Non poté afferrare la risposta di Abdulla. Quando ripassarono di nuovo Willems stava dicendo:
«La mia vita è in ogni caso nelle tue mani. La barca che mi porterà a bordo della tua nave, porterà il denaro per Omar. Devi averlo pronto in una sacca sigillata».
Di nuovo non li udì più, ma invece di tornare indietro, si fermarono accanto al fuoco uno di fronte all’altro. Willems spostò in avanti il braccio, scosse la testa parlando forte tutto il tempo, poi lasciò ricadere di scatto il braccio – batté un piede. Seguì un breve periodo di immobilità. Babalatchi, guardando attentamente, vide che Abdulla muoveva le labbra quasi impercettibilmente. Improvvisamente Willems afferrò la mano passiva dell’arabo e la strinse. Babalatchi respirò finalmente sollevato. Il colloquio era finito. Tutto bene, apparentemente.
Si arrischiò ora ad avvicinarsi ai due uomini che lo videro e aspettarono in silenzio. Willems si era già richiuso in se stesso e aveva un’aria di torva indifferenza. Abdulla si spostò di un passo o due. Babalatchi lo guardò, curioso di sapere.
«Io vado ora», disse Abdulla, «e ti aspetterò fuori del fiume, Tuan Willems, fino al secondo tramonto. Tu hai solo una parola, lo so».
«Solo una parola», ripeté Willems.
Abdulla e Babalatchi si avviarono insieme giù per il recinto, lasciando l’uomo bianco solo accanto al fuoco. I due arabi che erano venuti con Abdulla li precedettero, passarono contemporaneamente attraverso il cancelletto e si trovarono nella luce e nel mormorio di voci del cortile principale, ma Babalatchi e Abdulla si fermarono prima. Abdulla disse:
«Va bene. Abbiamo parlato di molte cose. Egli acconsente».
«Quando?», chiese Babalatchi, con impazienza.
«Fra due giorni. Io ho promesso tutto. Intendo mantenere molto».
«La tua mano è sempre aperta, o Generosissimo tra i credenti! Non dimenticherai il tuo servo che ti ha chiamato qui. Non ho detto il vero? Lei ha fatto carne arrosto del suo cuore».
Con un movimento orizzontale del braccio Abdulla sembrò mettere da parte l’ultima affermazione e disse lentamente, perché fosse ben compreso quello che stava per dire:
«Lui deve essere perfettamente al sicuro, mi capisci? Perfettamente al sicuro come fosse in mezzo alla sua stessa gente finché…».
«Fino a quando?», mormorò Babalatchi.
«Finché io parlerò», disse Abdulla. «Per quanto riguarda Omar». Esitò per un momento, poi continuò molto piano: «Egli è molto vecchio».
«Haï-ya! Vecchio e malato», mormorò Babalatchi con improvvisa malinconia.
«Voleva che uccidessi quel bianco. Mi ha pregato di farlo uccidere immediatamente», disse Abdulla sdegnosamente, muovendosi di nuovo verso il cancello.
«Egli è impaziente, come coloro che sentono la morte vicina», esclamò Babalatchi, scusandolo.
«Omar abiterà con me», continuò Abdulla, «quando… Ma non importa. Ricorda! L’uomo bianco deve essere al sicuro».
«Egli vive nella tua ombra», rispose Babalatchi, solennemente. «È sufficiente!». Si toccò la fronte e si ritrasse per lasciare che Abdulla passasse per primo.
E ora eccolo di nuovo nel cortile, da cui, al loro apparire, l’indifferenza svanisce e tutti i visi ancora una volta diventano attenti e interessati. Lakamba si avvicina al suo ospite, ma guarda Babalatchi, che lo rassicura con un cenno d’intesa. Lakamba goffamente prova a sorridere e guardando corrucciato, con naturale e radicata scontrosità, l’uomo che vuole onorare, chiede se acconsentirebbe a visitare i posti dove sedersi a prendere cibo. O forse preferirebbe cedere al riposo? La casa è sua con quello che contiene e anche quegli uomini che stanno lontano, a guardare il colloquio, sono suoi. Syed Abdulla stringe al petto la mano dell’ospite e gli sussurra confidenzialmente che le sue abitudini sono ascetiche e il suo temperamento incline alla malinconia. Niente riposo, niente cibo, nessun uso di quei molti uomini che sono suoi. Syed Abdulla è impaziente di andarsene. Lakamba è addolorato, ma cortese, nel suo modo esitante e tetro. Tuan Abdulla deve avere molti e freschi rematori per abbreviare la strada buia e stancante. Haï-ya! Qui! Le barche!
Sulla riva forme indistinte si precipitano in un’attività rumorosa e disordinata. Ci sono grida, ordini, canzonature, insulti. Delle torce fiammeggiano mandando molto più fumo che luce e nel loro rosso bagliore spunta Babalatchi per dire che le imbarcazioni sono pronte.
Attraverso quel livido bagliore Syed Abdulla, nella lunga veste bianca, sembra scivolare in maniera fantastica, come una maestosa apparizione servita da due ombre inferiori e rimane fermo per un momento nel punto d’approdo per congedarsi dal suo ospite e alleato – che egli ama. Syed Abdulla dice questo molto chiaramente prima d’imbarcarsi e prendere il suo posto al centro della canoa sotto un piccolo baldacchino di calicò blu tenuto da quattro aste. Davanti e dietro Syed Abdulla, gli uomini accoccolati accanto ai parapetti tengono alte le pale delle loro pagaie pronti a immergerle, tutti insieme. Pronti? Non ancora. Bloccare tutto! Syed Abdulla parla di nuovo, mentre Lakamba e Babalatchi stanno vicinissimi alla riva per udire le sue parole. Le sue parole sono incoraggianti. Prima che il sole sorga per la seconda volta s’incontreranno e la nave di Syed Abdulla galleggerà sulle acque di questo fiume – finalmente! Lakamba e Babalatchi non hanno dubbi, se Allah vuole. Essi sono nelle mani del Compassionevole. Senza dubbio. E così è Syed Abdulla, il grande mercante che non sa che cosa significhi la parola fallimento e così è l’uomo bianco – il più astuto uomo d’affari delle isole – che è disteso ora accanto al fuoco di Omar con la testa in grembo ad Aïssa, mentre Syed Abdulla vola giù per il fiume fangoso con la corrente e rema tra le scure pareti della foresta addormentata; nella sua strada verso il mare limpido e aperto dove il Lord of the Isles (prima di Greenock, poi dichiarata inadatta all’uso, venduta e registrata ora di Penang) aspetta il suo padrone e dondola all’ancora irregolarmente con le correnti della marea capricciosa, sotto le rosse scogliere frananti di Taniong Mirrah.
Per qualche tempo Lakamba, Sahamin e Bahassoen guardarono silenziosamente l’umida oscurità che aveva ingoiato la grande canoa che portava Abdulla e la sua invariabile buona fortuna. Poi i due ospiti iniziarono un discorso che esprimeva le loro gioiose anticipazioni. Il venerabile Sahamin, come si conveniva alla sua età avanzata, si contentò di speculare sulle attività di un futuro piuttosto remoto. Avrebbe comprato dei prao, avrebbe mandato spedizioni a nord del fiume, avrebbe allargato il suo commercio e, appoggiato dal capitale di Abdulla, sarebbe diventato ricco proprio in pochi anni. Molto pochi. Nel frattempo sarebbe stata una buona cosa avere un colloquio con Almayer l’indomani e, profittando dell’ultimo giorno di prosperità dell’uomo odiato, ottenere da lui alcune mercanzie a credito. Sahamin pensò che questo poteva essere ottenuto con un’abile adulazione. Dopo tutto, quel figlio di Satana era uno stupido e la cosa meritava di essere fatta, perché la futura rivoluzione avrebbe cancellato tutti i debiti. A Sahamin non dispiacque far conoscere questa idea ai compagni, con molto senili risatine soffocate, mentre camminavano piano dalla riva del fiume verso la residenza. Lakamba dal collo taurino, che ascoltava con le labbra imbronciate senza accenno di un sorriso, senza un guizzo negli occhi cupi, iniettati di sangue, trascinava lentamente i piedi traversando il cortile in mezzo ai due ospiti. Ma improvvisamente Bahassoen interruppe le chiacchiere del vecchio con il generoso entusiasmo della sua gioventù… Commerciare era molto bello. Ma il cambiamento che li avrebbe fatti felici era già attuato? L’uomo bianco doveva essere spogliato da una mano forte!… Si eccitò di più, parlò a voce molto alta e il suo discorso successivo, pronunciato con la mano sull’impugnatura della spada, trattò incoerentemente di argomenti onorevoli quali tagliare gole, incendio doloso e del rinomato valore dei suoi antenati.
Babalatchi rimase indietro, solo, con la grandezza delle sue concezioni. Il sagace statista di Sambir lanciò uno sguardo sprezzante sul suo nobile protettore e sugli amici del suo nobile protettore e poi rimase a meditare su quel futuro che agli altri sembrava così sicuro. Non così a Babalatchi che pagava lo scotto della sua saggezza con un vago senso d’insicurezza che teneva il sonno lontano dal suo corpo stanco. Quando infine pensò di lasciare il bordo dell’acqua, fu soltanto per avviarsi per un sentiero da solo e strisciare lungo le palizzate, evitando il centro del cortile dove piccoli fuochi luccicavano debolmente e ammiccavano come se la sinistra oscurità rispecchiasse là le stelle di un cielo sereno. Sgattaiolò dietro il cancelletto del recinto di Omar e strisciò con calma lungo la sottile palizzata di bambù, finché lo fermò l’angolo dove questa si congiungeva con il pesante steccato del terreno privato di Lakamba. Stando lì, poteva vedere, oltre la palizzata, la capanna di Omar e il fuoco davanti alla porta. Poteva vedere anche le ombre di due esseri umani che sedevano tra lui e il bagliore rosso. Un uomo e una donna. Quella vista sembrò ispirare a quel saggio, logorato dalle preoccupazioni, un frivolo desiderio di cantare. Difficilmente avrebbe potuto essere definita una canzone; era più un recitativo senza alcun ritmo, detto rapidamente, ma chiaramente, con voce gracchiante e malferma e se Babalatchi considerava questo una canzone, allora era una canzone con uno scopo e, forse per questa ragione, imperfetta. Aveva tutte le imperfezioni di una improvvisazione maldestra e il soggetto era raccapricciante. Raccontava una storia di naufragio, di sete e di un fratello che uccide l’altro per il possesso di una zucca d’acqua. Una storia disgustosa che poteva avere avuto uno scopo, ma non possedeva alcuna morale. Tuttavia doveva essere piaciuta a Babalatchi perché la ripeté una seconda volta, e stavolta a voce ancora più alta della prima, provocando un’agitazione tra i bianchi padda e i piccioni della frutta selvatici che si appollaiarono sui rami del grande albero che cresceva nel recinto di Omar. In mezzo allo spesso fogliame sopra la testa del cantore ci fu un confuso battito d’ali, commenti assonnati nel linguaggio degli uccelli, un brusco lieve movimento di foglie. Le forme accanto al fuoco si mossero; l’ombra della donna ne alterò la forma e un accesso di tosse sommessa e persistente interruppe bruscamente il canto di Babalatchi. Egli non provò a riprendere i suoi sforzi dopo questa interruzione, ma se ne andò furtivamente, per cercare – se non il sonno – in quel caso, per lo meno, il riposo.
Capitolo tredicesimo
Non appena Abdulla e i suoi compagni ebbero lasciato il recinto, Aïssa si avvicinò a Willems e gli rimase al fianco. Lui non fece caso al fatto che lei fosse in attesa finché non lo toccò gentilmente e allora si voltò furioso e, strappatole, il velo dalla faccia, lo calpestò come fosse stato un nemico mortale. Lei lo guardò, con il sorriso incerto della curiosità paziente, con l’interesse perplesso dell’ignoranza che guarda il funzionamento di un pezzo complicato di un meccanismo. Dopo che ebbe sfogato la sua rabbia, lui tornò di nuovo a guardare il fuoco, severo e rigido, ma il tocco delle dita di lei sulla nuca gli cancellò istantaneamente le profonde rughe intorno alla bocca; gli occhi esitarono inquieti; le labbra tremarono leggermente. Scattando con l’irresistibile rapidità di una particella di ferro – che, inattiva un momento prima, in quello successivo guizza verso un potente magnete, lui avanzò, la prese tra le braccia e la strinse violentemente a sé. Altrettanto rapidamente la lasciò e lei barcollò un poco, fece un passo indietro, respirò velocemente e disse in tono di affettuoso rimprovero:
«Stolto! E se tu mi avessi uccisa tra le tue forti braccia, cosa avresti fatto?»
«Tu vuoi vivere… e fuggire ancora lontano da me», disse lui dolcemente. «Dimmi – è vero?».
Lei gli si avvicinò con passi molto corti, la testa leggermente di lato, le mani sui fianchi, ancheggiando leggermente: un avvicinamento più tentatore di una fuga. Lui stette a guardare, bramoso – incantato. Lei disse scherzosamente:
«Cosa devo dire a un uomo che è stato tre giorni lontano da me? Tre!», ripeté mostrandogli allegramente tre dita. Lui cercò di prenderle la mano, ma lei stava in guardia e se la mise dietro la schiena.
«No!», disse. «Non mi puoi prendere. Ma verrò. Verrò di mia volontà perché lo voglio. Non muoverti. Non toccarmi con le tue mani forti, fanciullo!».
Mentre parlava fece un altro passo, poi un altro ancora. Willems non si mosse. Appoggiandoglisi contro, lei si mise sulla punta dei piedi per guardarlo negli occhi e i suoi sembrarono diventare più grandi, scintillanti e teneri, supplichevoli e lusinghieri. Con quello sguardo, con quelle pupille immobili, lei gli tolse l’anima e gli vide svanire dal volto ogni residuo di ragione, sostituito da un’aria di benessere fisico, un’estasi dei sensi che si era impossessata di quel corpo rigido; un’estasi che scacciò rimpianti, esitazione e dubbio e che gli dette, a riprova del terribile lavoro svolto, un aspetto spaventoso di stupida beatitudine. Lui non mosse mai un muscolo, respirava appena, ma rimase perfettamente immobile, assorbendo da ogni poro la delizia di quel contatto ravvicinato.
«Più vicino! Più vicino!», mormorò.
Lentamente lei alzò le braccia, gliele mise sulle spalle e intrecciando le mani dietro il collo di lui, si lasciò andare indietro con le braccia tese. La testa le ricadde all’indietro, le palpebre si chiusero leggermente e i folti capelli le ricaddero a piombo: una massa di ebano raggiunta dai rossi bagliori del fuoco. Lui rimase fermo sotto lo sforzo, solido e immoto come uno dei grandi alberi delle foreste che li circondavano e le guardò la conformazione del mento, il disegno del collo, le linee rigonfie del seno, con quell’espressione affamata e concentrata che ha un uomo che sta morendo di fame quando guarda il cibo. Lei si tirò su, contro di lui e gli strusciò la testa contro la guancia, lentamente e gentilmente. Lui sospirò. Lei, con le mani ancora sulle spalle, dette un’occhiata alle stelle e disse:
«Metà della notte è passata. La finiremo accanto al fuoco. Qui mi dirai tutto: le tue parole e le parole di Syed Abdulla e ascoltandoti dimenticherò i tre giorni – perché sono buona. Dimmi – Sono buona?».
Lui disse «Sì» come in sogno e lei corse via verso la casa grande. Quando tornò, tenendo in equilibrio sulla testa un rotolo di stuoie sottili, lui aveva riattizzato il fuoco ed era pronto ad aiutarla ad arrangiare un giaciglio dalla parte più vicina alla capanna. Lei vi si lasciò cadere con un movimento veloce ma aggraziato e lui ci si buttò con fretta impaziente come se volesse precedere qualcuno. Lei gli prese la testa sulle ginocchia e, quando lui sentì le mani di lei toccargli il viso, e le dita che giocavano con i capelli, ebbe un’espressione come di chi non è più padrone di sé; provò un senso di pace, di riposo, di felicità e di lusinghiera delizia. Alzò le mani verso il collo di lei e la tirò giù in modo da avere davanti il suo viso. Poi sussurrò: «Vorrei poter morire così – ora!». Lei lo guardò con i grandi occhi scuri, senza capire. Quel pensiero era così remoto dalla sua capacità di comprensione che lasciò che le parole passassero inosservate, come un soffio di vento, come il volo di una nuvola. Per quanto fosse una donna, non poteva comprendere, nella sua semplicità, lo straordinario complimento di quel discorso, quel sussurro di mortale felicità, così sincero, così spontaneo, che veniva dal cuore – come ogni corruzione. Era la voce della follia, di una pace delirante, di una felicità che è infame, codarda e così squisita che la mente avvilita rifiuta di contemplarne il termine: perché per le vittime di una tale felicità il momento in cui cessa è il nuovo inizio di quella tortura che è il suo prezzo.
Con le sopracciglia leggermente corrugate per la ferma volontà di sapere lei disse:
«Ora dimmi tutto. Tutte le parole dette fra te e Syed Abdulla».
«Dire cosa? Quali parole?». Quella voce riportò indietro la coscienza che era svanita sotto il tocco della sua mano e lui fu conscio dei minuti che passavano, ognuno dei quali era come un rimprovero; in quei minuti quella caduta nel passato, lenta, riluttante, irresistibile, impresse le sue orme sulla strada della perdizione. Non che lui avesse qualche convinzione su questo, qualche nozione di quale sarebbe stata la sua possibile fine su quella strada dolorosa. Era una sensazione indistinta, una minaccia di sofferenza, come il confuso avvertimento di una prossima malattia, un ammonimento indistinto del male, fatto di paura e piacere, di rassegnazione e rivolta. Si vergognava del suo stato mentale. Dopo tutto, di cosa aveva paura? Erano scrupoli? Perché quell’esitazione a pensare, a dire quello che intendeva fare? Gli scrupoli erano per gli imbecilli. Il suo compito preciso era di essere felice. Aveva mai giurato fedeltà a Lingard? No. Bene allora – non avrebbe permesso che nessun interesse di quel vecchio pazzo si frapponesse tra Willems e la felicità di Willems. Felicità? Non era, per caso, su una falsa pista? Felicità voleva dire denaro. Molto denaro. Per lo meno, lo aveva sempre pensato finché non aveva sperimentato quelle nuove sensazioni che…
La domanda di Aïssa, ripetuta con impazienza, interruppe le sue riflessioni e guardando quel viso splendente su di lui nella debole luce del fuoco, allungò sensualmente i fianchi e obbedendo a quello che lei gli chiedeva, parlò lentamente e quasi sussurrando. Lei, con la testa accanto alle labbra di lui, ascoltava assorta, interessata, attenta e immobile. I molti rumori del grande cortile erano gradualmente messi a tacere dal sonno che aveva placato tutte le voci e chiuso tutti gli occhi. Poi qualcuno intonò una canzone con una pronuncia nasale alla fine di ogni strofa. Lui si spostò. Lei gli mise improvvisamente la mano sulle labbra e si mise seduta. Ci fu un flebile tossire, un frusciare di foglie e poi un completo silenzio s’impadronì del luogo; un silenzio freddo, lugubre, profondo; più simile alla morte che alla quiete; molto più duro da sopportare del più feroce tumulto. Non appena lei tolse la mano, lui si affrettò a parlare, tanto gli era insopportabile quel silenzio perfetto e assoluto in cui i suoi pensieri sembravano risuonare come grida.
«Chi stava facendo quel rumore?», chiese.
«Non lo so. Se n’è andato ora», rispose affrettatamente. «Dimmi che non tornerai dalla tua gente; non senza me. Non con me. Prometti?»
«Ho già promesso. Non ho una mia gente. Non ti ho detto che tu sei tutto per me?»
«Ah, sì», disse lei, lentamente, «ma mi piace sentirtelo dire di nuovo, ogni giorno e ogni notte, ogni volta che lo chiedo e non essere mai arrabbiato perché te lo chiedo. Ho paura delle donne bianche che sono senza pudore e hanno occhi spietati». Gli scrutò per un momento il viso e aggiunse: «Sono molto belle? Devono esserlo»
«Non lo so», mormorò lui, pensosamente. «E se mai l’ho saputo, guardando te l’ho dimenticato».
«Dimenticato! E per tre giorni e due notti hai dimenticato anche me! Perché? Perché eri arrabbiato con me quando sulle prime ti parlai di Tuan Abdulla, nei giorni in cui vivevamo vicino al torrente? Ricordavi qualcuno allora. Qualcuno nel paese da cui vieni. La tua lingua è falsa. Tu sei veramente bianco e il tuo cuore è pieno di disonestà. Lo conosco. E tuttavia non posso fare a meno di crederti quando parli del tuo amore per me. Ma ho paura!».
Lui si sentì lusingato e annoiato dalla sua veemenza e disse: «Bene, ora sono con te. Sono ritornato. E sei stata tu che sei andata via».
«Quando avrai aiutato Abdulla contro il raja Laut, che è il più importante degli uomini bianchi, non avrò più paura», sussurrò lei.
«Tu devi credere a quello che dico quando ti assicuro che non c’è mai stata un’altra donna; che non devo rimpiangere niente e che ho solo i miei nemici da ricordare».
«Da dove vieni?», disse lei, impulsiva e incoerente, in un sussurro appassionato. «Qual è quel paese oltre il grande mare da cui vieni? Un paese di menzogne e di malvagità da cui ci viene sempre solo sfortuna – a noi che non siamo bianchi. Non mi hai chiesto in un primo tempo, di andare là con te? È per questo che io andai via».
«Non te lo richiederò mai».
«E non c’è una donna che ti aspetta là?»
«No!», disse Willems, decisamente.
Lei si chinò su di lui. Le labbra gli indugiarono sul viso e i lunghi capelli gli sfiorarono le guance.
«Mi hai insegnato l’amore della tua gente, un amore che è del Demonio», mormorò e chinandosi ancora di più, disse debolmente, «come questo?»
«Sì, come questo!», rispose lui, molto piano, con una voce che tremava leggermente di desiderio e lei premette improvvisamente le labbra sulle sue, mentre lui chiudeva gli occhi in un’estasi di piacere.
Ci fu un lungo intervallo di silenzio. Lei gli accarezzava la testa con movimenti gentili e lui stava disteso come in un sogno, perfettamente felice, non fosse stato per il fastidio di intravedere una figura ben conosciuta; un uomo che si allontanava da lui e si riduceva, nella lunga prospettiva di alberi fantastici, dei quali ogni foglia era un occhio che seguiva quell’uomo, che si allontanava diventando più piccolo, ma che non si portava mai fuori della vista, nonostante il suo continuo procedere. Desiderò di vederlo svanire, sentì anzi una frettolosa impazienza per la sua scomparsa ed attese a ciò con uno sforzo attento e infastidito. C’era qualcosa di familiare in quella figura. Ma come! Era lui! Sobbalzò improvvisamente e aprì gli occhi, tremò per l’emozione di quel repentino ritorno da così lontano, di ritrovarsi presso il fuoco con la rapidità di un lampo. Era stato un dormiveglia: si era assopito nelle braccia di lei per pochi secondi. Solo l’inizio di un sogno – niente più. Ma ci volle un po’ di tempo prima che si riprendesse dall’emozione di vedere se stesso che andava via così deliberatamente, così definitivamente, così incautamente e andare via – dove? Ora, se non si fosse svegliato in tempo, non sarebbe mai ritornato indietro di là; da qualunque posto stesse andando. Si sentì indignato. Quella cosa che camminava furtivamente fuori mentre lui dormiva, era come un’evasione, come un prigioniero che viene meno alla propria parola.
Era molto indignato e anche sorpreso dall’assurdità delle proprie emozioni.
Lei lo sentì tremare e mormorando parole tenere, gli strinse la testa al petto. Si sentì di nuovo molto tranquillo, di una tranquillità che era completa come il silenzio attorno a loro. Mormorò:
«Sei stanca, Aïssa».
Lei rispose così piano che fu come un sospiro modellato in fievoli parole.
«Starò a guardare il tuo sonno, bambino!».
Lui rimase disteso molto tranquillo e ascoltò il battito del cuore di lei. Quel suono, leggero, rapido, persistente e saldo; la vita stessa di lei che batteva contro la sua guancia gli dette una chiara percezione di sicura padronanza, rafforzò la sua convinzione di possedere quell’essere umano, era come un’assicurazione della vaga felicità del futuro. Ora non c’erano rimpianti, né dubbi, né esitazione. C’erano mai stati? Tutto quello sembrava lontano, di secoli prima – pallido e irreale come il ricordo sbiadito di qualche delirio. Tutta l’angoscia, la sofferenza, la lotta dei giorni passati; l’umiliazione e la rabbia della sua caduta; tutto quello era un incubo infame, una cosa nata nel sonno, da essere dimenticata e che non avrebbe lasciato traccia – e la vera vita era questa: questa sognante immobilità con la testa contro il battito regolare del cuore di lei che batteva così regolarmente.
Era del tutto sveglio ora, con quella pungente mancanza di sonno di un corpo stanco che sopravviene dopo i pochi tonificanti secondi di sonno irresistibile e i suoi occhi completamente aperti guardarono distrattamente il vano della porta della capanna di Omar. Le pareti rossastre brillavano alla luce del fuoco, il cui fumo, sottile e blu, era trascinato in diagonale, in una successione di volute e spirali, attraverso il vano della porta, la cui vuota oscurità gli sembrava impenetrabile ed enigmatica, come una tenda che nascondesse vasti spazi pieni di sorprese inaspettate. Era solo la sua immaginazione, ma lo assorbiva abbastanza da fargli accettare l’improvvisa apparizione di una testa che usciva dall’ombra come parte della sua pigra fantasia o come l’inizio di un altro breve sogno, di un’altra stravaganza del suo cervello sovraffaticato. Una faccia con le palpebre chiuse, vecchia, sottile e gialla sopra il bianco sparso di una lunga barba che toccava terra. Una testa senza un corpo, soltanto un piede sopra il terreno, che si girava leggermente da una parte all’altra ai margini del cerchio di luce come per prendere su entrambe le guance il calore che si irradiava dal fuoco. Lui la guardò con un passivo stupore che diventava evidente venendogli più vicino e vennero fuori i confusi contorni di un corpo che strisciava carponi procedendo millimetro per millimetro verso il fuoco, con un movimento silenzioso e quasi impercettibile. Era sbalordito dall’apparizione di quella testa cieca, che si trascinava dietro quel corpo storpiato, senza un suono, senza un cambiamento nell’atteggiamento del volto senza vista che, per un secondo, era chiaramente distinguibile, mentre quello successivo diventava indistinto nel gioco della luce che lo attirava a sé, in modo continuo. Un volto muto con un kriss tra le labbra. Questo non era un sogno. Il volto di Omar. Ma perché? A cosa mirava?
In quel felice languore era troppo pigro per rispondere alla domanda che gli guizzò nella mente e passò, lasciandolo di nuovo libero di ascoltare il battito del cuore di lei, quel suono prezioso e delicato che riempiva la calma immensità della notte. Dando un’occhiata in su vide la testa immobile della donna che lo stava guardando con un tenero luccichio di lacrime tra le lunghe ciglia, la cui ombra riposava sulla dolce curva della guancia e, sotto la carezza di quello sguardo, l’inquieto stupore e l’oscuro timore di quell’apparizione, che ora si rannicchiava e ora strisciava verso il fuoco che era la sua guida, si perse – fu sommerso nella quiete di tutti i suoi sensi, come il dolore è sommerso nella piena di assonnata serenità che segue una dose di oppio.
Cambiò di pochissimo la posizione della testa e ora vedeva facilmente quell’apparizione che aveva visto un minuto prima e aveva già quasi dimenticato. Si era spostata più vicino, muovendosi silenziosamente come l’ombra di qualche incubo e ora era là, molto vicina, ferma e immobile, come in ascolto, una mano e un ginocchio avanti, il collo allungato e la testa completamente rivolta verso il fuoco. Poteva vedere la faccia emaciata, la pelle trasparente sulle ossa prominenti, le nere ombre delle tempie incavate e delle guance scavate e le due macchie nere al posto degli occhi, quegli occhi che erano morti e non potevano vedere. Qual era l’impulso che spingeva nella notte questo storpio cieco a strisciare e arrancare verso il fuoco? Lo guardò, affascinato, ma il volto, con le luci e le ombre che cambiavano, non lasciava trasparire niente, chiuso e impenetrabile, come una porta murata.
Omar si alzò in ginocchio e ricadde sui talloni, con le mani che gli ricadevano davanti. Willems, emergendo dal suo intorpidimento sognante vide distintamente il kriss tra le labbra sottili, come una striscia attraverso la faccia: da una parte l’impugnatura dove il legno lucido coglieva un bagliore rosso del fuoco e, dall’altra, la sottile linea della lama che andava a finire in un cupo punto nero. Provò uno shock interno, mentre il corpo rimaneva passivo nell’abbraccio di Aïssa, che gli riempì il cuore di un tumulto di paura impotente e percepì immediatamente che era la propria morte che stava procedendo a tentoni verso di lui, che era l’odio per lui e l’odio dell’amore per lui che portava questo indifeso rudere di quello che una volta era stato un brillante e risoluto pirata, a tentare un’azione disperata, che sarebbe stata la consolazione suprema e gloriosa di una vecchiaia infelice. E mentre guardava, paralizzato dal terrore, quel padre che aveva ripreso il suo cauto avanzare – cieco come il fato, tenace come il destino – egli ascoltava, con avida bramosia, il cuore della figlia che batteva leggero, rapido e regolare contro la sua testa.
Era oppresso da una paura orribile; da quella paura la cui fredda mano toglie alla sua vittima tutta la volontà; tutto il desiderio di fuggire, di resistere o di muoversi, che distrugge tanto la speranza che la disperazione e trattiene quella che è una carcassa vuota e inutile come in una morsa sotto il colpo che deve venire. Non era la paura della morte – aveva già fronteggiato pericoli – non era neanche la paura di quella particolare forma di morte. Non era la paura della fine, perché sapeva che la fine non sarebbe venuta allora. Un movimento, un balzo, un grido lo avrebbero salvato dalla debole mano del vecchio cieco, da quella mano che anche ora, con cauti colpi sul terreno, cercava di trovare a tentoni il suo corpo nel buio. Era l’irragionevole paura di questo rapido sguardo nelle cose sconosciute, in quei motivi, impulsi, desideri che lui aveva ignorato, ma che erano vissuti accanto a lui, nei cuori di uomini disprezzati e che per un secondo gli erano stati chiari, per poi nascondersi di nuovo dietro le nere nebbie del dubbio e dell’inganno. Non era la morte che lo spaventava: era l’orrore per la sua vita sconcertata dove non riusciva a capire niente e nessuno intorno a lui; dove non poteva gridare, controllare, comprendere niente e nessuno – neanche se stesso.
Avvertì un tocco al suo fianco. Quel contatto, più leggero della carezza di una madre sulla guancia del figlio addormentato, per lui ebbe la forza di un colpo schiacciante. Omar gli era strisciato accanto e ora, in ginocchio sopra di lui, teneva il kriss in una mano mentre con l’altra gli sfiorava la giacca cercando il cuore con tocchi leggeri; ma il viso cieco, ancora rivolto verso il calore del fuoco, era chiuso e impassibile nel suo aspetto di spietata indifferenza per le cose che non poteva sperare di vedere. Con uno sforzo, Willems distolse gli occhi da quella maschera simile alla morte e li volse verso la testa di Aïssa. Lei sedeva immobile come se fosse stata parte della terra addormentata, poi improvvisamente le vide spalancare i grandi occhi scuri in uno sguardo fisso, penetrante e ne sentì la convulsa pressione delle mani che gli immobilizzarono le braccia lungo il corpo. Un secondo si prolungò, lento e amaro, come un giorno di lutto; un secondo pieno di rimpianto e di dolore per quella fede in lei che prendeva il volo dalle rovine distrutte della sua fiducia. Lei lo stava trattenendo. Anche lei! Sentì che il cuore gli faceva un gran balzo, la testa gli scivolò sulle ginocchia, chiuse gli occhi e non accadde niente. Niente! Era come se lei fosse morta, come se il cuore le fosse stato sbalzato nella notte, abbandonandolo, solo e senza difesa, in un mondo vuoto.
La sua testa colpì pesantemente il terreno quando lei lo spinse di lato con una fretta improvvisa. Restò giù come stordito, la faccia in alto e, non osando muoversi, non vide la lotta, ma udì il grido penetrante di folle paura, le sommesse irate parole di lei; un altro grido che si perdeva in un lamento. Quando alla fine si alzò, guardò Aïssa che stava inginocchiata sul padre, la vide ripiegarsi nello sforzo di tenerlo giù, le contorte membra di Omar, una mano abbandonata sulla testa di lei e il veloce movimento con cui lei gli afferrava la vita. D’impulso, fece un passo avanti, ma lei voltò verso di lui un viso feroce e gridò da sopra la spalla: «Sta’ lontano! Non avvicinarti! Non…».
E lui si fermò di colpo, con le mani che pendevano senza vita come se quelle parole lo avessero tramutato in pietra. Lei aveva paura della sua possibile violenza, ma, sconvolto da tutti quei pensieri che gli erano passati per la mente, lui pensò che lei preferisse uccidere da sola il padre e l’ultima fase della lotta, che lui vide come attraverso una nebbia rossa, si delineò con innaturale ferocia, con un sinistro significato; come qualcosa di mostruoso e depravato, che lo obbligava a esserne complice sotto la protezione di quella terribile notte. Era inorridito e riconoscente; attirato irresistibilmente da lei e pronto a fuggire via. Dapprima non si poté muovere – poi non volle muoversi. Voleva vedere cosa sarebbe accaduto. La vide trasportare, con un tremendo sforzo, il corpo apparentemente senza vita nella capanna, e, dopo che furono scomparsi, rimase in piedi, con la vivida immagine negli occhi di quella testa che le oscillava oltre la spalla, la mascella inferiore che ricadeva, crollata, passiva, senza senso, come la testa di un cadavere.
Poi dopo un po’ udì la voce di lei parlare dall’interno, duramente, con un aspro tono agitato e in risposta lamenti e rotti mormorii di sfinimento. Lei parlò più forte. La udì dire violentemente: «No! No! Mai!».
E di nuovo un lamentoso mormorio di preghiera come di qualcuno che, con l’ultimo respiro, supplica il più grande favore. Poi lei disse:
«Mai! Preferirei infilarlo nel mio cuore».
Lei uscì, per un breve momento respirando affannosamente sul vano della porta e poi entrò nella luce del fuoco. Dietro di lei, dall’oscurità, venne il suono di parole che invocavano la vendetta del cielo sulla sua testa, che si alzavano più alte, stridule, tese, ripetendo la maledizione più e più volte ancora, finché la voce si spezzò in un grido appassionato che si estinse in un rauco mormorio, che terminò a sua volta con un profondo e prolungato sospiro. Lei rimase in piedi di fronte a Willems, una mano dietro la schiena, l’altra alzata in un gesto che imponeva attenzione e, in quell’atteggiamento, rimase ad ascoltare finché tutto fu silenzio all’interno della capanna. Allora fece un altro passo avanti e la mano le ricadde lentamente.
«Nient’altro che sventura», mormorò a se stessa, con la mente altrove. «Nient’altro che sventura per noi che non siamo bianchi». La rabbia e l’eccitazione scomparvero dal suo viso e fissò Willems con uno sguardo triste e intenso.
Lui recuperò la sua capacità di discernimento e la facoltà di parola con un improvviso sussulto.
«Aïssa», esclamò e le parole proruppero dalle sue labbra con affrettato nervosismo. «Aïssa! Come posso vivere qui? Abbi fiducia in me. Credi in me. Andiamo lontano di qui. Andiamo molto lontano! Molto lontano, tu ed io!».
Non si soffermò a chiedersi se poteva fuggire, come e dove. Era trascinato dall’ondata di odio, di disgusto e di disprezzo di un bianco per quel sangue che non è il suo sangue, per quella razza che non è la sua razza; per le pelli scure; per i cuori falsi come il mare, più neri della notte. Questo senso di repulsione ebbe la meglio sulla sua ragione, convinto com’era dell’impossibilità per lui di vivere con quel popolo. Appassionatamente la sollecitò a fuggire con lui perché, fra tutta quella massa aborrita, lui voleva quella donna, ma la voleva lontano da loro, lontano da quella razza di schiavi e tagliatori di gole da cui lei usciva. La voleva per sé, – lontano da chiunque, in qualche posto solitario, sicuro e silenzioso. E mentre parlava, la sua rabbia e il suo disprezzo crebbero, il suo odio divenne quasi paura e il suo desiderio di lei diventò immenso, bruciante, illogico e crudele; gridandogli attraverso tutti i suoi sensi; più forte del suo odio, più forte della sua paura, più profondo del suo disprezzo – irresistibile e certo come la morte stessa.
In piedi poco distante, appena entro il cerchio di luce – ma sul limitare di quell’oscurità da cui era venuta – lei ascoltava, una mano ancora dietro la schiena, l’altro braccio allungato, con la mano mezza aperta, come per cogliere le veloci parole che le risuonavano intorno, appassionate, minacciose, imploranti, ma tutte permeate dall’angoscia di quella sofferenza, tutte precipitose per l’impazienza che gli tormentava l’animo. E stando ad ascoltare, sentì che il cuore rallentava i battiti, mentre il significato di quella supplica diventava più chiaro ai suoi occhi indignati, mentre lei vedeva, con rabbia e dolore, l’edificio del suo amore, il proprio lavoro, cadere lentamente in pezzi, distrutto dalle paure di quell’uomo, dalla falsità di quell’uomo. Ricordò i giorni presso il ruscello quando, a un cenno di comando del suo sguardo o del suo sorriso, a un cenno della sua testa, a un sussurro delle sue labbra, aveva ascoltato altre parole – altri pensieri – promesse e implorazioni per altre cose, che venivano dalle labbra di quell’uomo. C’era dunque in quel cuore qualcos’altro oltre alla sua immagine, altri desideri oltre i desideri del suo amore, altre paure oltre a quella di perderla? Come poteva essere? Era diventata brutta o vecchia in un momento? Era spaventata, sorpresa e arrabbiata, di quella rabbia che viene da un’umiliazione inaspettata e i suoi occhi fissarono, cupi e fermi, quell’uomo nato in una terra di violenza e di malvagità, da cui non viene altro che sventura a coloro che non sono bianchi. Invece di pensare alle sue carezze, invece di dimenticare tutto il mondo nel suo abbraccio, lui stava ancora pensando alla sua gente; a quella gente che ruba ogni terra, spadroneggia su ogni mare, che non conosce misericordia né verità – non conosce nient’altro che la propria forza. O uomo dal forte braccio e dal cuore falso! Andare con lui in un paese lontano, perdersi nella folla di occhi freddi e cuori falsi – perderlo là! Mai! Era pazzo – pazzo di paura, ma non doveva fuggire da lei! Lo avrebbe tenuto qui come schiavo e come padrone; qui dove era solo con lei; doveva vivere qui con lei – o morire. Aveva diritto a quell’amore che lei aveva creato, a quell’amore che era in lui anche ora, mentre diceva quelle parole senza senso. Doveva mettere tra lui e gli altri bianchi una barriera d’odio. Non solo doveva rimanere, ma anche mantenere la promessa che aveva fatto ad Abdulla, il cui adempimento l’avrebbe resa sicura…
«Aïssa, andiamo! Con te al mio fianco li attaccherei a mani nude. O no! Domani saremo fuori, a bordo della nave di Abdulla. Tu verrai con me e allora potrei… Se, per un caso qualsiasi, la nave si incagliasse, allora potremmo rubare una canoa e fuggire nella confusione… Non hai paura del mare… del mare che mi darebbe la libertà…».
Le si stava avvicinando gradualmente, con le braccia protese, mentre supplicava con ardore, con parole incoerenti che si accavallavano tra di loro nell’estrema impazienza del discorso. Lei arretrò. Arretrò, mantenendo la distanza, gli occhi sul viso di lui, guardandovi il gioco dei dubbi e delle speranze con uno sguardo penetrante che sembrava scandagliare i più intimi recessi del suo pensiero ed era come se si fosse tirata lentamente l’oscurità intorno, avvolgendosi nelle sue pieghe ondulate che la rendevano vaga e indistinta. Lui la seguì passo passo finché, alla fine, si fermarono entrambi, uno di fronte all’altro sotto il grande albero del recinto. Il solitario esiliato delle foreste, grande, immobile e solenne nel suo abbandono, lasciato solo dallo scorrere degli anni che erano stati spinti lontano da lui da quei pigmei che strisciavano ai suoi piedi, torreggiava alto e diritto sopra le loro teste. Sembrava stare a guardare, spassionato e imponente nella sua solitaria grandezza, allargando al massimo i suoi rami in un gesto di altezzosa protezione, come per nasconderli nel buio riparo di innumerevoli foglie; come mosso dalla sdegnosa compassione del forte, dalla sprezzante pietà di un attempato gigante, a proteggere questa lotta di due cuori umani dal freddo scrutinio delle stelle splendenti.
L’ultimo grido del suo appello alla misericordia di lei si levò alto, vibrato, sotto il buio baldacchino, guizzò verso i rami, facendo sobbalzare gli uccelli bianchi che dormivano ala contro ala – e morì senza un’eco, strangolato nella densa massa di foglie. Lui non le poteva vedere il volto, ma ne udì i sospiri e l’inquieto mormorio di parole indistinte. Poi, mentre ascoltava trattenendo il respiro, lei esclamò improvvisamente:
«Lo hai sentito? Mi ha maledetto perché ti amo. Mi hai portato sofferenza e discordia – e la sua maledizione. E ora mi vuoi portare lontano, dove io ti perderei, perderei la mia vita; perché ora il tuo amore è la mia vita. Che altro c’è là? Non muoverti», gridò con violenza dato che lui si era mosso un poco, «non parlare! Prendi questo! Dormi in pace!».
Lui vide un indistinto movimento del braccio di lei. Qualcosa passò sibilando e colpì il terreno dietro di lui, vicino al fuoco. Istintivamente si girò per guardare cosa fosse. Un kriss senza la sua guaina era posato tra le ceneri; un sinuoso oggetto nero, che assomigliava a qualcosa che era stato vivo e ora era schiacciato, morto e veramente inoffensivo; una nera sagoma sinuosa molto chiara e immobile nello smorto bagliore rosso. Senza pensare, si mosse per raccoglierlo, chinandosi con il triste e umile movimento di un mendicante che raccoglie l’elemosina gettata nella polvere del margine della strada. Era quella la risposta alla sua supplica, alle ardenti e appassionate parole che gli venivano dal cuore? Era questa la risposta tiratagli come un insulto, quella cosa fatta di legno e ferro, insignificante e velenosa, fragile e mortale? Lo tenne per la lama, e per un momento, guardò stupidamente l’impugnatura prima di lasciarlo cadere di nuovo ai suoi piedi e quando si voltò si trovò di fronte la notte: la notte immensa, profonda e calma, un mare di oscurità in cui lei era sparita senza lasciare traccia.
Si mosse con passi incerti, mettendo avanti tutte e due le mani con l’angoscia di un uomo improvvisamente cieco.
«Aïssa!», gridò, «vieni subito da me».
Scrutò e ascoltò, ma non vide niente, non sentì niente. Dopo un po’ la fitta oscurità sembrò ondeggiare davanti ai suoi occhi come una tenda che fa vedere i movimenti ma nasconde le forme, e udì passi leggeri e affrettati, poi il breve sbattere del cancello che portava al recinto privato di Lakamba. Scattò in avanti e si bloccò contro la rozza palizzata, in tempo per sentire le parole: «Presto! Presto!» e il suono della sbarra di legno che ricadeva dall’altra parte, bloccando il cancello. Con le mani lanciate in alto, le palme contro la palizzata, scivolò giù, sacco vuoto per terra.
«Aïssa», disse, supplichevole, premendo le labbra contro una fessura fra i pali. «Aïssa, mi senti? Torna indietro! Farò quello che vuoi, ti darò tutto quello che desideri – dovessi mettere a fuoco Sambir e spegnere quel fuoco con il sangue. Solo torna indietro. Ora! Subito! Sei lì? Mi senti? Aïssa!».
Dall’altra parte ci furono spaventati sussurri di voci femminili; una risatina spaventata subito interrotta; qualche mormorio di donna pieno d’ammirazione – «Questo è un discorso coraggioso!». Poi dopo un breve silenzio Aïssa gridò:
«Dormi bene – poiché il tempo della tua partenza è vicino. Ora ho paura di te. Ho paura della tua paura. Quando ritornerai con Tuan Abdulla sarai grande. Mi troverai qui. E qui non ci sarà altro che amore. Niente altro! – Sempre! – Finché moriremo!».
Egli ascoltò i passi strascicati che si allontanavano e barcollò, muto di rabbia contro quell’essere così selvaggio e così incantevole; detestando lei, se stesso, chiunque avesse mai conosciuto; la terra, il cielo, la stessa aria che inspirava nel suo petto oppresso; detestando anche questo perché lo faceva vivere, detestando lei perché lo faceva soffrire. Ma non poteva lasciare quel cancello attraverso il quale lei era passata. Si allontanò un po’, tornò indietro e cadde di nuovo contro la staccionata soltanto per alzarsi subito in un altro tentativo di allontanarsi da quell’incantesimo che lo tratteneva, lo riportava indietro, muto, obbediente e furioso. E sotto la superba e immobile protezione dei rami spiegati al massimo sopra la testa, sotto gli alti rami dove gli uccelli bianchi dormivano ala contro ala, nel riparo di innumerevoli foglie, egli si lanciò, come un granello di polvere in un mulinello d’aria – cadendo e rialzandosi – più volte intorno – sempre vicino al cancello. Durante tutta quella notte languida e immobile lui combatté contro l’impalpabile; combatté contro le ombre, contro l’oscurità, contro il silenzio. Combatté senza un suono, lanciando futili colpi, scagliandosi da una parte all’altra; ostinato, indifeso e sempre respinto; come un uomo stregato in un invisibile cerchio magico.
Parte terza
Capitolo quattordicesimo
«Sì, un cane, un gatto, qualsiasi cosa può graffiare o mordere, purché sia abbastanza dannoso e rognoso. Più di tutto ti renderebbe felice una tigre malata. Una tigre mezza morta su cui potresti piangere per poi affibbiarla a qualche povero diavolo che hai in tuo potere, che la curerebbe e alleverebbe per te. Senza preoccuparti delle conseguenze – per il povero diavolo. Lascia pure che sia sbranato o mangiato! Tu non hai alcuna pietà per le vittime della tua infernale carità. Non tu! Il tuo tenero cuore sanguina solo per ciò che è velenoso e mortale. Maledico il giorno in cui mettesti i tuoi benevoli occhi su di lui. Lo maledico…».
«Allora! Allora!», grugnì Lingard sotto i baffi. Almayer che aveva discusso con un entusiasmo tale da soffocarsi, tirò un lungo respiro e continuò:
«Sì, è stato sempre così. Sempre. Per quanto lontano possa andare con la memoria. Non ricordi? Quel cane mezzo morto di fame che portasti in braccio a bordo a Bangkok. In braccio da…! Il giorno dopo impazzì e morse il serang. Non intenderai dirmi che hai dimenticato? Il miglior serang che tu abbia avuto. Tu stesso dicesti così mentre aiutavi a legarlo alla catena appena prima che morisse di convulsioni. Allora, non lo facesti? L’uomo lasciò due mogli e anche tanti figli. Così hai agito… E quando lasciasti la tua rotta e rischiasti la tua nave per salvare alcuni cinesi in una giunca semiaffondata nello stretto di Formosa, anche quello fu un affaruccio intelligente. Non è vero? Quei dannati cinesi ti si levarono contro dopo neanche quarantott’ore. Erano dei tagliagole quei poveri pescatori. Sapevi che erano dei tagliagole prima ancora di decidere di precipitarti verso una spiaggia sottovento, in una bufera, per salvarli. Un trucco pazzesco. Se non fossero stati dei farabutti – irrimediabili farabutti – tu non avresti messo a repentaglio la tua nave, lo so. Non avresti rischiato le vite del tuo equipaggio – quell’equipaggio che amavi tanto – e la tua stessa vita. Non fu folle? E, inoltre, non fosti onesto. Supponi che tu fossi annegato, mi sarei trovato in un bel pasticcio allora, lasciato solo qui con quella figlia da te adottata. Tu eri responsabile prima di tutto verso di me. Ho sposato quella ragazza perché mi promettesti di fare la mia fortuna. Sai che lo facesti. E poi tre mesi dopo vai a fare quel bello scherzo – per un mucchio di cinesi anche. Cinesi! Non hai nessuna morale. Io sarei potuto andare in rovina, a beneficio di quei farabutti assassini che, dopo tutto, avrebbero dovuto essere buttati in mare dopo che avevano ucciso tanti uomini del tuo equipaggio – del tuo amato equipaggio. E questo lo chiami onesto?»
«Bene, bene!», mormorò Lingard, masticando il mozzicone del sigaro spento e guardando Almayer – che camminava rumorosamente e con violenza sulla veranda – quasi come un pastore potrebbe guardare la pecora prediletta del suo gregge obbediente rivoltarglisi inaspettatamente contro. Appariva sconcertato, stizzosamente arrabbiato e tuttavia in qualche modo divertito e anche un po’ ferito, come per un qualche scherzo di cattivo gusto fatto a sue spese. Almayer si fermò all’improvviso e incrociando le braccia sul petto, si chinò in avanti e continuò a parlare.
«Allora avrei potuto essere lasciato in uno scomodo buco – tutto per il tuo assurdo disprezzo per la sicurezza – eppure non ti portai rancore. Conoscevo le tue debolezze. Ma ora – quando penso a questo! Ora siamo rovinati. Rovinati! Rovinati! Rovinati! La mia povera piccola Nina. Rovinati!».
Con vivacità si batté le cosce, si mosse a piccoli passi avanti e indietro, afferrò una sedia, la piantò con un colpo violento davanti a Lingard e sedette fissando il vecchio marinaio con gli occhi stravolti. Lingard, ricambiando fermamente lo sguardo, pescava nelle varie tasche e tirò fuori alla fine una scatola di fiammiferi e incominciò ad accendere il sigaro con attenzione, girandolo e rigirandolo fra le labbra, senza distogliere lo sguardo, neppure per un momento, dall’angustiato Almayer. Poi, da dietro una nuvola di fumo, disse con calma:
«Se tu fossi stato in difficoltà così spesso quanto me, ragazzo mio, non saresti andato avanti così. Sono stato rovinato più di una volta. Ebbene, sono qui».
«Sì, sei qui», interruppe Almayer. «Per quel che me ne viene. Fossi stato qui un mese fa, sarebbe stato di qualche utilità. Ma ora!… Potresti ben essere mille miglia lontano».
«Brontoli come la moglie di un pescatore ubriaco», disse Lingard serenamente. Si alzò e si mosse lentamente verso la balaustra anteriore della veranda. Il pavimento tremò e la casa vibrò sotto il suo passo pesante. Per un momento restò in piedi dando le spalle ad Almayer, rivolto verso il fiume e la foresta della sponda est, quindi si girò e lo fissò gentilmente.
«È molto solitario stamattina qui. Eh?», disse.
Almayer alzò la testa.
«Ah! L’hai notato – vero? Io dovrei credere che è solitario! Sì, capitano Lingard, il tuo tempo è finito a Sambir. Soltanto un mese fa questa veranda sarebbe stata piena di gente venuta a salutarti. Le persone sarebbero salite per quei gradini facendo larghi sorrisi e inchini cerimoniosi a te e a me. Ma il nostro tempo è finito. E non per colpa mia. Non puoi dire questo. È tutta opera di quella tua canaglia prediletta. Ah! È una bellezza. Avresti dovuto vederlo alla testa di quella folla infernale. Saresti stato orgoglioso del tuo vecchio favorito».
«Un tipo astuto quello», mormorò Lingard, pensosamente. Almayer balzò su con un grido.
«E questo è tutto quello che hai da dire! Un tipo astuto! O Signore!».
«Non dare spettacolo. Siediti. Parliamo con calma. Voglio sapere tutto. Così era lui che li guidava?»
«È stato l’anima di tutta la faccenda. Pilotò la nave di Abdulla. Dispose ogni cosa e dette ordini a ciascuno», disse Almayer, che si era seduto di nuovo con aria rassegnata.
«Quando accadde – esattamente?»
«Il 16 sentii le prime voci che la nave di Abdulla era nel fiume e in principio rifiutai di crederlo. Il giorno dopo non potei più dubitarne. Si tenne apertamente una grande assemblea da Lakamba alla quale parteciparono quasi tutti quelli di Sambir. Il 18 il Lord of the Isles fu ancorato nel tratto navigabile di Sambir, di fianco alla mia casa. Vediamo. Sei settimane fa, esattamente».
«E tutto questo accadde così? All’improvviso. Non hai sentito nulla – nessun avvertimento – niente. Mai avuto un’idea che qualcosa si stesse muovendo? Via, Almayer!».
«Sentito! Sì, sentivo qualcosa ogni giorno. Per lo più bugie. C’è nient’altro a Sambir?»
«Avresti potuto non crederci», osservò Lingard. «Infatti, non avresti dovuto credere a ogni cosa che ti veniva detta, come tu fossi stato un novellino al suo primo viaggio».
Almayer si mosse a disagio sulla sedia.
«Quel furfante venne qui un giorno», disse. «Era stato lontano da casa per un paio di mesi con quella donna. Sentii parlare di lui soltanto di quando in quando dalla gente di Patalolo quando venivano qui. Bene, un giorno, verso mezzogiorno, apparve in questo cortile come se fosse schizzato fuori dall’inferno – al quale appartiene».
Lingard, tolto il sigaro e con la bocca piena di fumo bianco che fluiva dalle labbra socchiuse, ascoltava attentamente. Dopo una breve pausa, Almayer proseguì, guardando il pavimento con fare imbronciato.
«Devo dire che il suo aspetto era spaventoso. Aveva un brutto attacco di malaria probabilmente. La riva sinistra è molto malsana. Strano che soltanto la larghezza del fiume…».
S’immerse in una profonda riflessione come se avesse dimenticato il suo malcontento nell’amara meditazione sulle insalubri condizioni della foresta vergine lungo la sponda sinistra. Lingard colse l’occasione per espirare tutto il fumo e si gettò il mozzicone dietro le spalle.
«Vai avanti», disse, dopo un po’. «È venuto a vederti…».
«Ma non era abbastanza insalubre per finirlo, sfortunaccia!», proseguì Almayer, sollevandosi, «e, come ho detto, tornò qui con una sfacciata impudenza. Ha fatto lo spaccone con me, ha minacciato vagamente. Voleva spaventarmi, ricattarmi. Me! E, per Dio – disse che tu avresti approvato. Tu! Puoi immaginare tanta impudenza? Non sono riuscito a capire esattamente a cosa mirasse. Lo avessi capito, lo avrei approvato. Sì! Con un colpo in testa. Ma come avrei potuto supporre che ne sapesse abbastanza per pilotare una nave attraverso un’entrata che tu hai sempre definito difficile. E, dopo tutto, quello era il solo pericolo. Potevo affrontare chiunque qui, ma quando venne Abdulla… Quel suo brigantino a palo è armato. Trasporta dodici pezzi da sei libbre e circa trenta uomini. Pezzenti disperati. Uomini di Sumatra, Delhi e Acheen. Combattono tutto il giorno e continuerebbero ancora la sera. Quel genere lì».
«Lo so, lo so», disse Lingard con impazienza.
«Naturalmente, poi, furono insolenti più di quanto tu possa immaginare dopo che lui si ancorò accanto al nostro molo. Willems la condusse lui stesso al miglior attracco. Lo vidi, da questa veranda, che si sporgeva insieme con il capitano meticcio. E c’era anche quella donna stretta a lui. Ho sentito che la presero a bordo al largo di dove vive Lakamba. Willems disse che non sarebbe andato oltre senza di lei. S’infuriò e si arrabbiò. Li spaventò, credo – Abdulla dovette intervenire. Lei andò da sola in una canoa, e non appena sul ponte, cadde ai suoi piedi con le mani avanti, gli abbracciò le ginocchia, pianse, farneticò, implorò il suo perdono. Perché? Mi domando. Tutti a Sambir ne stanno parlando. Non hanno mai sentito o visto niente del genere. Ho saputo tutto questo da Alì, che va in giro per il villaggio e mi porta notizie. Mi conviene sapere quel che sta succedendo – vero? Da quel che ho potuto capire, loro – lui e quella donna – sono considerati qualcosa di misterioso – oltre ogni comprensione. Qualcuno pensa siano pazzi. Vivono soli con una vecchia in una casa fuori del campong di Lakamba e sono molto rispettati – o temuti, dovrei piuttosto dire. Perlomeno, lui lo è. È molto violento. Lei non conosce nessuno, non vede nessuno, parla soltanto con lui. Non lo lascia un momento. È la favola del posto. Ci sono altre voci. Da quello che ho sentito, sospetto che Lakamba e Abdulla siano stanchi di lui. Gira anche la voce che lui andrà via sul Lord of the Isles quando questa salperà verso sud – non si sa se come agente di Abdulla. In ogni caso questi deve tenere la nave fuori. Il meticcio non è ancora all’altezza di manovrarla».
Lingard, che fino a quel momento aveva ascoltato assorto, cominciò ora a camminare a passi misurati. Almayer cessò di parlare e lo seguì con gli occhi mentre lui andava su e giù come fosse stato sul cassero, tormentando e torcendo la lunga barba bianca, il viso perplesso e pensieroso.
«Così, lui venne prima di tutto da te, vero?», chiese Lingard senza fermarsi.
«Sì. Te l’ho detto, venne. Venne per estorcere denaro, mercanzie – non so cos’altro. Voleva mettere su un commercio – il porco, con un calcio gli buttai il cappello nel cortile e lui lo seguì e quella è stata l’ultima volta che l’ho visto finché si è presentato con Abdulla. Come potevo sapere che poteva fare danno in quel modo? O in qualunque modo, quanto a questo! Potevo facilmente stroncare ogni rivolta locale con i miei uomini e con l’aiuto di Patalolo».
«Oh, sì, Patalolo. Non è andato bene, eh? Ma lo hai messo alla prova?»
«Non l’ho fatto!», esclamò Almayer. «Sono andato io stesso a trovarlo il 20. Questo succedeva quattro giorni prima che Abdulla entrasse nel fiume. Infatti, lo stesso giorno Willems cercò di provocarmi. Allora mi sentii un po’ inquieto. Patalolo mi assicurò che non c’era essere umano che non mi amasse a Sambir. Sembrava saggio come un vecchio gufo. Mi disse di non ascoltare le menzogne della gente maligna che vive nel basso fiume. Stava alludendo a quell’uomo, Bulangi, che vive vicino al mare e che mi aveva mandato a dire che una strana nave era ancorata fuori dal fiume – io naturalmente lo ripetei a Patalolo. Lui non ci credeva. Continuava a borbottare “No! No!” come un vecchio pappagallo, la testa tutta un tremito, tutta sbavata di succo di noce di betel. Pensai ci fosse qualcosa di strano in lui. Sembrava così irrequieto e come se avesse fretta di liberarsi di me. Bene. Il giorno dopo quel malfattore con un occhio solo che vive con Lakamba – come si chiama – Babalatchi, fece la sua comparsa qui. Venne verso mezzogiorno, come casualmente e rimase in piedi là su questa veranda chiacchierando di una cosa e dell’altra. Chiedendomi quando ti aspettavo e così via. Poi, per inciso, accennò che loro – il suo padrone e lui – erano assai infastiditi da quel feroce uomo bianco – amico mio – che ronzava intorno a quella donna – la figlia di Omar. Chiese il mio consiglio. Molto deferente e perbene. Gli dissi che l’uomo bianco non era mio amico e che avrebbero fatto meglio a cacciarlo via a calci. Dopo di che andò via facendo inchini cerimoniosi e dichiarando solennemente la sua amicizia e la simpatia del suo padrone. Naturalmente so ora che quell’infernale negro venne per spiare e per discutere con qualcuno dei miei uomini. In ogni caso, ne mancavano otto all’adunata della sera. Allora mi allarmai. Non me la sentii di lasciare la casa incustodita. Sai com’è mia moglie, no? E non volevo prendere la bambina con me – era ormai tardi – per cui mandai un messaggio a Patalolo per dirgli che ci dovevamo consultare, che nell’insediamento giravano voci inquietanti. Sai quale risposta ricevetti?».
Lingard si fermò di colpo nel suo camminare, davanti ad Almayer, che continuò, dopo una pausa a effetto, con crescente animazione.
«Me la portò Alì: “il Raja manda un saluto amichevole e non capisce il messaggio”. Questo fu tutto. Alì non gli poté tirare fuori un’altra parola. Potei vedere un Alì quasi spaventato. Girava intorno, sistemando la mia amaca – una cosa o l’altra. Poi, proprio prima di andare via, accennò che la chiusa dello spiazzo del Raja era pesantemente sbarrata, ma che aveva visto pochissimi uomini dentro il cortile. Alla fine disse: “C’è buio nella casa del Raja, ma non sonno. Solo buio e paura e il lamento di donne”. Allegro, non ti pare? Mi fece sentire un brivido di freddo lungo la schiena. Dopo che Alì scivolò via, io rimasi qui – vicino a questo tavolo e ascoltai il gridare e il tambureggiare nell’insediamento. Un fracasso sufficiente per venti matrimoni. Era poco dopo mezzanotte allora».
Di nuovo Almayer interruppe la sua narrazione stringendo improvvisamente le labbra, come se avesse detto tutto quello che c’era da dire e Lingard rimase a fissarlo, pensieroso e in silenzio. Un grosso moscone blu entrò avventatamente nella fresca veranda e sfrecciò con un sonoro ronzio tra i due uomini. Lingard cercò di colpirlo con il cappello. Il moscone deviò bruscamente e Almayer scostò la testa fuori dalla traiettoria. Poi Lingard tirò un altro colpo inefficace; Almayer schizzò su e agitò le braccia. Il moscone ronzò disperatamente e la vibrazione delle minuscole ali risuonò nella pace del primo mattino come una lontana orchestra d’archi che accompagnava il cupo, determinato colpire dei due uomini, che, con le teste all’indietro e le braccia roteanti in alto o chini in affondi infuriati, erano intenti a uccidere l’intruso. Ma improvvisamente il ronzio si spense in un sottile fremito lontano, nello spazio aperto del cortile, lasciando Lingard e Almayer in piedi, faccia a faccia, nel fresco silenzio del giovane giorno, e sembravano molto disorientati e pigri, con le braccia che pendevano inutilmente lungo i fianchi – uomini scoraggiati da qualche sinistro fallimento.
«Guarda quello!», borbottò Lingard. «È scappato dopo tutto».
«Scocciatura», disse Almayer con lo stesso tono. «La riva del fiume ne è infestata. Questa casa è collocata male… zanzare… e questi grossi mosconi… la settimana scorsa punsero Nina… è stata male quattro giorni… povera bambina. Mi domando di cosa siano fatte quelle dannate cose!».
Capitolo quindicesimo
Almayer si mosse verso il tavolo e si sedette con la testa fra le mani, guardando dritto davanti a sé. Dopo un lungo silenzio, Lingard, che aveva ricominciato a camminare, si schiarì la gola e disse:
«Cos’era che stavi dicendo?»
«Ah! Sì! Avresti dovuto vedere quest’insediamento quella notte. Penso che nessuno sia andato a letto. Camminai fin dove si trovavano e li vidi. Avevano acceso un grande falò nel boschetto di palme e andarono avanti a parlare fino al mattino. Quando tornai qui e sedetti al buio nella veranda scura di questa casa tranquilla, mi sentii così spaventosamente solo che entrai dentro di soppiatto, presi la bambina dal suo lettino e la portai qui nell’amaca. Se non fosse stato per lei sono sicuro che sarei diventato pazzo; mi sentivo così completamente solo e indifeso. Ricorda, non sapevo niente di te da quattro mesi. Non sapevo se eri vivo o morto. Patalolo non voleva avere niente a che fare con me. I miei uomini mi abbandonavano come i topi abbandonano una carcassa di nave che affonda. Quella fu per me una notte nera, capitano Lingard. Una notte nera seduto qui senza sapere cosa sarebbe successo. Erano così eccitati e violenti che ebbi realmente paura che sarebbero venuti qui e mi avrebbero bruciato la casa in testa. Andai a prendere la pistola e la appoggiai carica sul tavolo. Di tanto in tanto si sentivano urla terribili. Fortunatamente in mezzo a quel baccano la bambina dormì e vederla così carina e tranquilla, in qualche modo mi calmò. Ma fu molto dura. Tutto era finito. Devi capire che in quella notte non ci fu governo a Sambir. Niente per frenare quella compagnia. Patalolo era crollato. Io ero stato abbandonato dalla mia stessa gente e tutta quella masnada, se voleva, poteva sfogare il suo rancore su di me. Non conoscono gratitudine. Quante volte ho salvato questo insediamento dal morire di fame? La fame più totale. Non più di tre mesi fa ho distribuito di nuovo una grande quantità di riso a credito. Non c’era niente da mangiare in questo posto infernale. Vennero implorando in ginocchio. Non c’è un uomo a Sambir, grande o piccolo, che non sia in debito con la Lingard & Co. Nessuno. Neanche uno. Dovresti essere soddisfatto. Hai sempre detto che questa era la politica giusta per noi. Bene, io l’ho attuata. Ah! Capitano Lingard, una politica del genere doveva essere sostenuta da fucili carichi…».
«Ce l’avevi!», esclamò Lingard nel mezzo della sua camminata che era diventata sempre più rapida man mano che Almayer parlava: il pesante passo di un uomo che si affretta a fare qualcosa di violento.
La veranda era piena di polvere, oppressiva e soffocante, che si alzava sotto i piedi del vecchio marinaio e faceva ripetutamente tossire Almayer.
«Sì, li avevo! Venti. E neanche un dito per premere un grilletto. È facile parlare», farfugliò con il viso paonazzo.
Lingard si lasciò cadere su una sedia e si appoggiò all’indietro con una mano allungata sul tavolo e l’altra dietro lo schienale della sedia. La polvere si posò e il sole che sorgeva sopra la foresta inondò la veranda di una luce chiara. Almayer si alzò e si dette da fare per abbassare gli stuoini che pendevano tra le colonne della veranda.
«Sarà un giorno caldo», disse Lingard, «così va bene, ragazzo mio. Tieni lontano il sole. Non vogliamo essere arrostiti vivi qui dentro».
Almayer tornò indietro, si sedette e disse con molta calma: «Il mattino traversai il fiume per vedere Patalolo. Presi la bambina con me, naturalmente. Trovai la chiusa sbarrata e dovetti fare il giro attraverso i cespugli. Patalolo mi ricevette disteso sul pavimento, al buio, con tutte le imposte chiuse. Non gli cavai fuori altro che lamenti e gemiti. Disse che tu dovevi essere morto. Che Lakamba stava venendo con i fucili di Abdulla per uccidere tutti. Disse che non gli importava d’essere ucciso, dato che era vecchio, ma desiderava compiere il pellegrinaggio. Era stanco dell’ingratitudine degli uomini – lui non aveva eredi – voleva andare alla Mecca e morire là! Avrebbe chiesto ad Abdulla di lasciarlo andare. Poi tra i singhiozzi insultò Lakamba e un poco anche te. Tu gli avevi impedito di chiedere una bandiera che sarebbe stata rispettata – e qui aveva ragione – e ora che i suoi nemici erano forti e lui era debole, tu non eri lì ad aiutarlo. Quando provai a rincuorarlo un po’, dicendogli che aveva quattro cannoni – sai quel pezzo da sei libre che lasciasti qui l’anno scorso – e che avrei preso la polvere e che, forse, insieme avremmo potuto tenere testa a Lakamba, egli semplicemente urlò contro di me. Non aveva importanza ormai da quale parte si schierasse – mi gridò – gli uomini bianchi sarebbero stati la sua morte, mentre lui voleva solo essere un pellegrino e stare in pace. La mia convinzione è», aggiunse Almayer dopo una breve pausa e fissando Lingard con uno sguardo cupo, «che il vecchio stupido avesse previsto che sarebbe successo questo ed era non solo troppo spaventato per fare qualcosa lui stesso, ma anche troppo atterrito per farci sapere, a me e a te, i suoi sospetti. Un altro dei tuoi prediletti! Bene! Devo dire che hai una mano fortunata!».
Lingard dette un colpo improvviso sul tavolo con la mano serrata. Si udì il secco schianto del legno che si spaccava. Almayer scattò su violentemente, poi ricadde sulla sedia e guardò il tavolo.
«Ecco!», disse di malumore, «non conosci la tua stessa forza. Questo tavolo è completamente rovinato. L’unico tavolo che sono stato in grado di salvare da mia moglie. Tra poco dovrò mangiare sedendo a gambe incrociate sul pavimento come un indigeno».
Lingard rise. «Bene allora, non brontolare continuamente come la moglie di un ubriaco!». Dopo un po’ diventò molto serio e aggiunse: «Se non fosse stato per la perdita del Flash sarei stato qui tre mesi fa e tutto sarebbe andato bene. Non serve piangerci sopra. Non essere inquieto, Raspar. Avremo tutto in perfetto ordine qui in breve tempo».
«Cosa? Non penserai di cacciare di qui Abdulla con la forza! Te lo dico io, non puoi».
«Non io!», esclamò Lingard. «Tutto questo è finito, temo. Peccato. Loro soffriranno per questo. Lui li spremerà. Peccato. Dannazione! Mi dispiace così tanto per loro che se avessi il Flash qui impiegherei la forza. Eh! Perché no? Comunque, il povero Flash è andato ed ecco la conclusione di tutta la faccenda. Povera vecchia prostituta. Ehi, Almayer? Tu hai fatto un viaggio o due con me. Non era una bella barca? Potevo farle fare tutto tranne che parlare. Era meglio di una moglie per me. Mai un rimprovero. Eh? E pensare che sarebbe dovuta arrivare a questo. Che avrei dovuto lasciare le sue povere vecchie ossa su un banco di scogli neanche fossi stato un dannato pazzo uomo del sud che deve avere mezzo miglio di acqua sotto la chiglia per sentirsi sicuro! Bene! Bene! Sono solo quelli che non fanno niente che non fanno errori, suppongo. Ma è dura. Dura».
Annuì tristemente, con gli occhi a terra. Almayer lo guardava con crescente indignazione.
«Parola mia, sei senza cuore», proruppe, «totalmente senza cuore ed egoista. In tutto questo – non sembra che ti colpisca che perdendo la nave di sicuro per la tua avventatezza – rovini me – noi e la mia piccola Nina. Che ne sarà di me e di lei? Questo è quello che voglio sapere. Tu mi hai portato qui, mi hai fatto tuo socio e ora, quando tutto è andato al diavolo – per colpa tua, intendiamoci – tu parli della tua nave… nave! Puoi procurartene un’altra. Ma qui. Questo commercio. Questo ora è andato, grazie a Willems… il tuo caro Willems!».
«Non ti preoccupare di Willems. Mi occuperò io di lui», disse Lingard severamente. «E per il commercio… Farò ancora la tua fortuna, ragazzo mio. Niente paura. Ti sei procurato nessun carico per la goletta che mi ha portato qui?»
«Il capannone è pieno di calamo», rispose Almayer, «e ho circa ottanta tonnellate di guttaperga nel pozzo. L’ultimo carico che mai avrò, senza dubbio», aggiunse amaramente.
«Così, dopo tutto, non ci sono stati furti. In realtà, non hai perso niente. Bene; allora, devi… Ehi! Qual è il problema!… Qui!…».
«Furti! No!», gridò Almayer, alzando le braccia al cielo.
Ricadde sulla sedia e il viso gli diventò di porpora. Una leggera bava bianca gli apparve sulle labbra e colò per il mento, mentre lui appoggiato all’indietro, mostrava il bianco degli occhi rivoltati. Quando ritornò in sé, vide Lingard che lo sovrastava, con una brocca di acqua vuota in mano.
«Hai avuto un attacco di qualche malattia», disse il vecchio marinaio con molta preoccupazione. «Che cos’è? Mi hai fatto prendere un colpo. Così all’improvviso».
Almayer, con i capelli tutti bagnati e appiccicati alla testa, come se si fosse tuffato, si sedette eretto e ansimò.
«Un oltraggio! Un diabolico oltraggio. Io…».
Lingard mise la brocca sul tavolo e lo guardò in attento silenzio. Almayer si passò la mano sulla fronte e continuò con tono incerto: «Quando ci penso, perdo ogni controllo», disse. «Ti ho detto che ancorò la nave di Abdulla all’altezza della tua banchina, ma sull’altra sponda, vicino allo spiazzo del Raja. La nave era circondata di barche. Da qui sembrava che fosse sbarcata su una zattera. Ogni canoa di Sambir era là. Col cannocchiale potevo distinguere le facce delle persone a poppa. Abdulla, Willems, Lakamba, tutti. Quel vecchio furfante strisciante di Sahamin era là. Potevo vederlo piuttosto chiaramente. Sembrava ci fosse un gran parlare e discussioni. Infine vidi calare una scialuppa. Alcuni arabi vi salirono e la barca andò verso l’attracco di Patalolo. Sembrava che non gli fosse stato concesso l’accesso – così dicevano. Io per conto mio penso che la chiusa non fosse stata aperta abbastanza celermente come voleva l’esaltato messaggero. In ogni caso vidi la barca tornare indietro quasi immediatamente. Stavo a guardare, piuttosto interessato, quando vidi Willems e qualcun’altro avanzare – molto occupati in qualcosa da quella parte. Anche quella donna era tra loro. Ah, quella donna…».
Ad Almayer mancò il respiro e sembrò sul punto di avere una ricaduta, ma con un violento sforzo, riacquistò una relativa compostezza.
«Tutto d’un tratto», continuò, «bang! Spararono un colpo nel cancello di Patalolo e prima che avessi tempo di trattenere il respiro – ero sbigottito, ci puoi credere – ne spararono un altro e aprirono violentemente il cancello. Dopo di che, suppongo, pensarono di aver fatto abbastanza per il momento e probabilmente venne loro fame, perché cominciarono a fare festa. Abdulla sedeva in mezzo a loro come un idolo, a gambe incrociate, le mani in grembo. È troppo grande tuttavia per mangiare quando lo fanno gli altri, ma presiedette, capisci. Willems continuò a spostarsi verso prua, lontano dalla ressa, guardando verso casa mia con il cannocchiale. Non potei resistere. Gli agitai il pugno».
«Proprio così», disse Lingard, gravemente. «Quella era la cosa da fare, naturalmente. Se non puoi combattere un uomo, la cosa migliore è esasperarlo».
Almayer mosse la mano in un cenno di superiorità e continuò, imperturbato.
«Puoi dire quello che ti pare. Non puoi renderti conto di ciò che provavo. Lui mi vide e con l’occhio sempre incollato al cannocchiale, alzò il braccio come per ricambiare un saluto. Pensai che a me sarebbe toccata una fucilata subito dopo Patalolo, così issai la Union Jack sul pennone, nel cortile. Non avevo altra protezione. Avevo solo tre uomini accanto a me oltre ad Alì – tre storpi quanto a questo, troppo malati per andare via. Penso che avrei combattuto da solo, tanto ero arrabbiato, ma c’era la bambina. Che fare di lei? Non potevo mandarla a nord del fiume con la madre. Sai che non posso fidarmi di mia moglie. Decisi di starmene tranquillo, ma di non lasciare sbarcare nessuno sulla nostra sponda. È proprietà privata quella; garantita da un atto di Patalolo. Ero nel mio diritto, non è vero? La mattina fu molto tranquilla. Dopo che ebbero mangiato a bordo del brigantino con Abdulla, la maggior parte di loro andò a casa; rimasero solo le persone importanti. Verso le tre Sahamin traversò il fiume da solo con una piccola canoa. Scesi giù al nostro molo, con il fucile, per parlare con lui, ma non lo lasciai sbarcare. Il vecchio ipocrita disse che Abdulla mandava i suoi saluti e desiderava parlare d’affari con me; sarei salito a bordo? Risposi di no: non lo avrei fatto, Abdulla poteva scrivere e avrei risposto, ma niente colloqui, né a bordo della nave né a riva. Aggiunsi che se qualcuno provava a sbarcare nella mia proprietà avrei sparato – senza badare chi fosse. Sentendo questo lui alzò le braccia al cielo scandalizzato e poi remò via piuttosto alla svelta, per riferire, suppongo. Più o meno un’ora dopo vidi Willems sbarcare l’equipaggio di una barca nello spiazzo del Raja. Era tutto molto tranquillo. Non era stato sparato un colpo e si era sentito appena qualche grido. Fecero rotolare per l’argine giù nel fiume quei pezzi che tu regalasti a Patalolo l’anno scorso. In quel punto il fiume è profondo. Il canale fa quel percorso, lo sai. Verso le cinque, Willems ritornò a bordo e lo vidi avvicinarsi ad Abdulla accanto alla ruota del timone. Parlò molto, muovendo le braccia – sembrava spiegasse qualcosa – indicò la mia casa, poi giù il tratto navigabile del fiume. Alla fine, appena prima del tramonto, salparono l’ancora e fecero scivolare la nave giù per quasi mezzo miglio alla confluenza dei due rami del fiume – dov’è ora, come avrai potuto vedere».
Lingard annuì.
«Fui informato che quella sera, dopo che si fece buio, Abdulla sbarcò per la prima volta a Sambir. Fu accolto nella casa di Sahamin. Mandai Alì nell’insediamento per avere notizie. Ritornò verso le nove e mi riferì che Patalolo era seduto alla sinistra di Abdulla davanti al fuoco di Sahamin. Si tenne gran consiglio. Alì era portato a pensare che Patalolo fosse prigioniero, ma lì sbagliava. Combinarono lo scherzo molto accuratamente. Da quel che posso capire, prima di mezzanotte ogni cosa era sistemata. Patalolo tornò al suo demolito steccato, scortato da una dozzina di barche con le torce. Sembra che avesse pregato Abdulla di dargli un passaggio sul Lord of the Isles fino a Penang. Da lì sarebbe andato alla Mecca. Degli spari si parlò come di un errore. Nessun dubbio che in un certo senso lo sia stato. Patalolo non aveva mai avuto intenzione di resistere. Così andrà via non appena la nave sarà pronta a prendere il mare. Salì a bordo il giorno successivo con tre donne e mezza dozzina di vecchi quanto lui. Per ordine di Abdulla fu ricevuto con sette salve di cannone, e vive a bordo da allora – cinque settimane. Dubito che lascerà il fiume vivo. Ad ogni modo non vivrà tanto da raggiungere Penang. Lakamba ha rilevato tutte le sue merci e gli ha dato una cambiale pagabile nell’azienda di Abdulla a Penang. È destinato a morire prima di arrivare là. Non credi?».
Sedette in silenzio per un po’ in una triste meditazione, poi continuò: «Naturalmente ci furono parecchie risse durante la notte. Più d’uno colse l’opportunità dei disordini per estinguere vecchi debiti e sistemare vecchi rancori. Io passai la notte in quella sedia lì, dormicchiando scomodamente. Di tanto in tanto un grande tumulto e urla mi facevano balzare a sedere, pistola in mano. Comunque non fu ucciso nessuno. Qualche testa rotta – questo è tutto. Il mattino presto Willems li indusse a fare una nuova mossa che, devo dire, mi sorprese un poco. Non appena ci fu luce, si dettero da fare per montare un pennone nello spiazzo all’altra estremità dell’insediamento, dove ora Abdulla si sta facendo costruire la casa. Poco dopo l’alba ci fu un grande raduno al pennone. Ci andarono tutti. Willems era in piedi appoggiato contro il pennone, un braccio intorno alle spalle di quella donna. Avevano portato una poltrona per Patalolo e Lakamba era in piedi a destra del vecchio, che pronunciò un discorso. Tutti quelli di Sambir erano là: donne, schiavi, bambini – tutti. Poi Patalolo parlò. Disse che, per la misericordia dell’Altissimo, lui stava per andare in pellegrinaggio. Il più caro desiderio del suo cuore stava per essere realizzato. Quindi, rivolgendosi a Lakamba, lo pregò di governare giustamente durante la sua – di Patalolo – assenza. A quel punto ci fu un po’ di commedia. Lakamba rispose che non era degno dell’onorevole incarico e Patalolo insistette. Povero vecchio sciocco! Deve essere stato amaro per lui. In pratica gli fecero supplicare quel furfante. Immaginati un uomo costretto a pregare un ladro di spogliarlo! Ma il vecchio Raja era così spaventato. Ad ogni modo, lo fece e Lakamba alla fine accettò. Poi Willems arringò la folla. Disse che nella sua strada verso ovest il Raja – intendeva Patalolo – avrebbe visto il grande monarca bianco a Batavia e ottenuto la sua protezione per Sambir. Nel frattempo, continuò, io, un Orang Blanda e amico tuo, inalbero una bandiera sotto la cui ombra c’è salvezza. Con questo issò una bandiera olandese in cima al pennone. Questa era stata cucita di corsa, durante la notte, con stoffa di cotone, e, poiché era pesante, ricadeva dal pennone, mentre la folla guardava fissamente. Alì mi disse che ci fu un gran sospiro di sorpresa, ma non fu detta una parola finché Lakamba si fece avanti e proclamò ad alta voce che per tutto quel giorno chiunque fosse passato vicino al pennone si sarebbe dovuto scoprire la testa e avrebbe dovuto salutare con un inchino cerimonioso la bandiera».
«Ma, al diavolo tutti!», esclamò Lingard, «Abdulla è cittadino britannico!».
«Abdulla non era là – non scese neanche a terra quel giorno. Tuttavia Alì, che ha presenza di spirito, notò che il luogo dove si trovava la folla era sotto il tiro del Lord of the Isles. Avevano fissato a riva un cavo da tonneggio e dato al brigantino una spinta nella corrente, così da portare la murata a guardare il pennone. Ingegnoso! Eh? Ma nessuno si sognava di resistere. Quando si riebbero dalla sorpresa si burlarono sommessamente della faccenda e Bahassoen insultò violentemente Lakamba, finché uno degli uomini di Lakamba lo colpì sulla testa con un bastone. Un colpo spaventoso, mi è stato detto. Gli altri smisero di canzonare.
Nel frattempo Patalolo andò via e Lakamba sedette sulla poltrona alla base del pennone, mentre la folla ondeggiava intorno, come se non si potesse decidere ad andarsene. Improvvisamente si sentì un gran chiasso dietro la poltrona di Lakamba. Era quella donna, che si avventava contro Willems. Alì dice che era come una bestia selvaggia, ma lui le torse il polso e la fece strisciare nella polvere. Nessuno sa esattamente di cosa si trattasse. Qualcuno dice che era a proposito della bandiera. Comunque Willems portò via la donna, la buttò in una canoa e salì a bordo della nave di Abdulla. Dopo ciò Sahamin fu il primo a inchinarsi cerimoniosamente alla bandiera. Gli altri lo seguirono adattandosi. Prima di mezzogiorno era tutto calmo nell’insediamento e Alì tornò indietro e mi riferì tutto questo».
Almayer tirò un lungo sospiro. Lingard allungò le gambe.
«Va’ avanti!», egli disse.
Almayer sembrò lottare con se stesso. Alla fine borbottò:
«Il più duro è ancora da dire. La cosa più inaudita! Un oltraggio! Un orribile oltraggio!».
Capitolo sedicesimo
«Bene! Fammi sapere tutto. Non riesco ad immaginare…», cominciò Lingard, dopo aver aspettato qualche tempo in silenzio.
«Non puoi immaginare! Lo credo che non puoi», interruppe Almayer, «che diamine! Devi solo ascoltare. Quando Alì tornò indietro mi sentii un po’ sollevato. C’era dunque una certa apparenza di ordine a Sambir. Avevo alzato la Union Jack fin dal mattino e cominciai a sentirmi più sicuro. Alcuni dei miei uomini si rifecero vivi nel pomeriggio, non feci nessuna domanda ma li misi al lavoro come se niente fosse accaduto. Verso sera – potranno essere state le cinque, cinque e mezzo, – ero sul nostro molo con la bambina quando udii delle grida all’estremo limite dell’insediamento. Sulle prime non ci feci caso. Poco dopo Alì venne da me e mi disse: «Padrone, dammi la bambina, c’è parecchia agitazione nell’insediamento». Così gli detti la bambina, presi la pistola e attraverso la casa andai nel cortile posteriore. Mentre scendevo le scale vidi che tutte le domestiche erano state cacciate via dalla capanna della cucina e udii una gran folla urlante dall’altra parte del canale, che è il confine del nostro terreno. Non potevo vederla a causa della siepe di arbusti lungo il canale, ma sapevo che quella folla era arrabbiata e che seguiva qualcuno. Mentre stavo lì curioso, quel Jim-Eng – conosci quel cinese che si stabilì qui un paio di anni fa?»
«È stato un mio passeggero; l’ho portato io qui», esclamò Lingard. «Un cinese di prim’ordine».
«Davvero? Me l’ero dimenticato. Bene, quel Jim-Eng, si slanciò tra i cespugli e cadde nelle mie braccia, per così dire. Mi disse, ansimando, che lo inseguivano perché non si era voluto togliere il cappello davanti a quella bandiera. Non era tanto atterrito, quanto arrabbiato e indignato. Naturalmente aveva dovuto darsela a gambe; c’erano qualcosa come cinquanta uomini dietro di lui – amici di Lakamba – ma lui era pieno di spirito combattivo. Disse che era un inglese e che non si sarebbe tolto il cappello davanti a nessuna altra bandiera tranne quella inglese. Cercai di calmarlo mentre la folla gridava dall’altra parte del fossato. Gli dissi che doveva prendere una delle mie canoe e traversare il fiume e fermarsi dall’altra parte per un paio di giorni. Lui non l’avrebbe fatto. Non lui. Lui era inglese e avrebbe affrontato l’intera banda. Mi dice: “Loro soltanto dei negri. Noi bianchi”, intendendo me e lui, “possiamo affrontare chiunque a Sambir”. Era pazzo di rabbia. La folla si acquietò un po’ ed io pensai che avrei potuto nascondere Jim-Eng senza molto rischio, quando tutto d’un tratto sentii la voce di Willems. Mi gridò in inglese: “Lascia che quattro uomini entrino nel tuo recinto per prendere quel cinese!”. Io non risposi e dissi a Jim-Eng di stare zitto anche lui. Dopo un po’ Willems gridò di nuovo: “Non resistere, Almayer, ti do un buon consiglio. Sto trattenendo io questa folla. Non resistere!”. La voce di quell’accattone mi fece infuriare; non potei farne a meno. Gli gridai: “Sei un bugiardo!” e proprio allora Jim-Eng, che si era tolto in fretta e furia la giacca e aveva arrotolato i pantaloni pronto per combattere; proprio allora quel tipo mi strappa la pistola di mano e fa fuoco in mezzo ai cespugli. Si sentì un grido acuto – doveva aver colpito qualcuno – e un grande urlo e prima che potessi battere le palpebre due volte, avevano superato il fossato ed i cespugli ed erano su di noi. Semplicemente rovesciati su di noi. Non avemmo la minima possibilità di resistere. Io fui calpestato, Jim-Eng si prese una dozzina di tagli e fummo trascinati a metà del cortile al primo assalto. Avevo gli occhi e la bocca pieni di polvere; giacevo sulla schiena con tre o quattro tizi sopra e potevo sentire Jim-Eng che cercava di gridare non molto lontano da me. Di tanto in tanto gli stringevano il collo e lui gorgogliava. Io stesso potevo a stento respirare con quei due compari sul petto. Willems arrivò di corsa e ordinò loro di tirarmi su, ma di tenermi ben stretto. Mi portarono sulla veranda. Mi guardai intorno ma non vidi né Alì né la bambina e mi sentii sollevato. Mi dibattei un po’… Oh, mio Dio!».
La faccia di Almayer si distorse in una fugace smorfia di rabbia. Lingard si mosse leggermente sulla sedia. Dopo una breve pausa Almayer continuò:
«Loro mi tenevano, urlandomi minacce sul viso. Willems staccò l’amaca e gliela tirò. Aprì il cassetto di questo tavolo e ci trovò una spatola, un ago e un po’ di spago da vele. Stavamo facendo vele per il tuo brigantino, come mi avevi chiesto l’ultima volta che eri venuto prima di partire. Lui sapeva, naturalmente, dove cercare quel che voleva. Seguendo le sue istruzioni mi stesero sul pavimento, mi avvolsero nell’amaca e lui cominciò a cucirmici dentro, come fossi stato un cadavere, cominciando dai piedi. Mentre lavorava, rideva con cattiveria. Lo apostrofai con tutti i nomi che mi vennero in mente e lui disse ai ceffi di mettermi le loro sporche mani sulla bocca e sul naso. Fui quasi soffocato. Ogni volta che mi muovevo mi davano pugni nelle costole. Lui continuò prendendo nuove gugliate quando gli servivano e lavorando alacremente. Mi cucì dentro l’amaca fino alla gola. Quindi si alzò dicendo: “Così andrà bene; andiamo”. Quella donna era rimasta in attesa – dovevano essersi riconciliati – e applaudì. Stavo sul pavimento come una balla di merce mentre lui mi fissava e la donna gridava di piacere. Come una balla di merce! C’era un ghigno su ogni faccia e la veranda era piena di gente. Mi augurai di essere morto – parola mia, capitano Lingard, lo pensai! Lo faccio anche ora ogni volta che ci penso!».
Il viso di Lingard esprimeva comprensiva indignazione. Almayer lasciò cadere la testa tra le braccia sul tavolo e parlò da quella posizione con voce indistinta e camuffata, senza alzare lo sguardo. «Finalmente, dietro suo ordine, mi buttarono sulla grande sedia a dondolo. Ero cucito così stretto da essere rigido come un pezzo di legno. Lui impartiva ordini a voce molto alta e quell’uomo Babalatchi provvedeva che fossero eseguiti. Gli obbedivano senza discutere. Nel frattempo io ero appoggiato lì sulla sedia come un ciocco e quella donna mi saltellava davanti e faceva boccacce; mi schioccava le dita davanti al naso. Le donne sono cattive! – Non è vero? Non l’avevo mai vista prima, per quanto ne so. Mai avuto niente a che fare con lei. Tuttavia lei era assolutamente malvagia. Lo puoi capire? Di tanto in tanto mi lasciava per andare ad abbracciarlo e poi tornava davanti alla mia sedia e ricominciava i suoi esercizi. Lui guardava indulgente. Il sudore mi scorreva sul viso. Mi entrava negli occhi – le mie braccia erano impedite dalle cuciture. Rimasi accecato per la metà del tempo, a momenti potevo vedere meglio. Lei lo trascinò davanti alla mia sedia. “Io sono come le donne bianche”, disse abbracciandolo. Avresti dovuto vedere le facce di quelli sulla veranda! Erano scandalizzati e si vergognavano nel vedere quella condotta. Improvvisamente lei gli chiede, alludendo a me: “Quando lo ucciderai?”. Immagina come mi sentii. Devo essere svenuto; non ricordo esattamente. Immagino che ci sia stata una lite; lui era arrabbiato. Quando ripresi i sensi, lui era seduto accanto a me e lei era andata via. Capii che l’aveva mandata da mia moglie che stava nascosta nella stanza sul retro e non uscì mai durante tutto questo affare. Willems mi dice – posso ancora sentire la sua voce rauca e monotona – lui mi dice: “Non un capello della tua testa sarà toccato!”. Io non emisi alcun suono. Poi lui continua: “Per favore nota che la bandiera che hai alzato – che, per inciso, non è la tua – è stata rispettata. Diglielo al capitano Lingard quando lo vedrai. Ma tu hai sparato per primo sulla folla!”. “Sei un bugiardo, tu mascalzone!”, gridai. Lui sussultò, sono sicuro. Lo feriva vedere che non ero spaventato. “In ogni modo”, dice, “un colpo è stato sparato dal tuo recinto e un uomo è stato colpito. Non di meno, tutta la tua proprietà sarà rispettata per via della Union Jack. Per di più non ho contrasti con il capitano Lingard, che è il socio anziano in quest’impresa. Quanto a te”, continuò, “non dimenticherai questo giorno – neanche tu campassi cent’anni – o io non conosco come sei fatto. Conserverai l’amaro sapore di questa umiliazione fino all’ultimo giorno della tua vita e così sarà ripagata la tua gentilezza nei miei confronti. Porterò via tutta la polvere che hai. Questa costa è sotto la protezione dell’Olanda e tu non hai alcun diritto di detenere polvere da sparo. A questo proposito ci sono gli ordini del governatore nel Consiglio e tu li conosci. Dimmi, dov’è la chiave del magazzino piccolo?”. Io non dissi una parola, lui aspettò un po’, quindi si alzò dicendo: “È tutta colpa tua se sarà fatto qualche danno”. Ordinò a Babalatchi di far forzare la serratura dell’ufficio ed entrò – rovistò nei cassetti – non riuscì a trovare la chiave. Allora quella donna Aïssa la chiese a mia moglie e lei gliela dette. Dopo un po’ fecero cadere tutti i barili nel fiume. Più di quarantadue tonnellate. Controllò lui stesso e guardò ogni barile rotolare nell’acqua. Ci furono borbottii. Babalatchi era arrabbiato e cercò di protestare, ma lui gli dette una bella strapazzata. Devo dire che era assolutamente impavido davanti a quei tipi. Quindi ritornò sulla veranda, si sedette di nuovo accanto a me e disse: “Abbiamo trovato il tuo uomo Alì con la tua figlioletta che si nascondevano nei cespugli su per il fiume. Li abbiamo riportati indietro. Sono sani e salvi, naturalmente. Lascia che mi congratuli con te, Almayer, per l’intelligenza di tua figlia. Mi ha riconosciuto immediatamente e ha gridato ‘porco’ tanto naturalmente quanto avresti fatto tu stesso. Le circostanze cambiano i sentimenti. Avresti dovuto vedere com’era spaventato il tuo Alì. Le coprì la bocca con le mani. Penso che tu la rovini, Almayer. Ma non sono arrabbiato. In verità, hai un’aria così ridicola in codesta sedia che non mi posso sentire arrabbiato”. Feci uno sforzo disperato per tirarmi fuori dall’amaca e balzare alla gola di quel furfante, ma caddi soltanto in avanti e mi rovesciai la sedia addosso. Lui rise e disse soltanto: “Ti lascio metà delle cartucce della tua pistola e prendo l’altra metà; si adattano alla mia. Siamo ambedue bianchi e dovremmo spalleggiarci a vicenda. Posso averne bisogno!”. Gli gridai da sotto la sedia: “Sei un ladro”, ma lui non mi guardò neanche e andò via, una mano intorno alla vita di quella donna, l’altra sulla spalla di Babalatchi, con cui stava parlando – dettando legge o altro. In meno di cinque minuti non c’era più nessuno all’interno del nostro recinto. Dopo un po’ Alì venne a cercarmi e mi liberò. Non ho visto Willems da allora – né nessun altro quanto a questo. Sono stato lasciato solo. Offrii sessanta dollari all’uomo che era stato ferito e furono accettati. Rilasciarono Jim-Eng il giorno dopo, quando la bandiera era stata ammainata. Mi mandò sei casse di oppio per metterle al sicuro, ma non ha lasciato la sua casa. Penso che sia abbastanza al sicuro ora. Tutto è molto tranquillo».
Verso la fine del racconto Almayer aveva alzato la testa dal tavolo e ora sedeva appoggiato contro la sedia e fissava i travicelli di bambù sul tetto sopra di lui. Si allungò nella sedia distendendo le gambe. Nella tranquilla oscurità della veranda, con i suoi stuoini abbassati, si udivano i deboli rumori del mondo esterno nella scintillante luce del sole: un saluto nel fiume, la risposta dalla riva, il cigolio di una carrucola, suoni brevi, interrotti, come perduti improvvisamente nella brillantezza del mezzogiorno. Lingard si alzò in piedi lentamente, andò alla balaustra e scostando uno stuoino, guardò fuori in silenzio. Sull’acqua e nel cortile vuoto arrivò una voce distinta da una piccola goletta ancorata all’altezza del molo di Lingard.
«Serang! Dai una tirata alle drizze di penna del picco di maestra. Questo picco è in fondo all’asta».
Si udì un acuto fischio che moriva in una lunga modulazione, il canto degli uomini che dondolavano sui cavi. La voce disse duramente: «Quello farà!». Un’altra voce – del serang probabilmente – gridò: «Ikat!» e, mentre Lingard lasciava ricadere la veneziana e si voltava, tutto fu di nuovo in silenzio, come se non ci fosse stato niente dall’altra parte dell’oscillante stuoino; niente tranne la luce, brillante, cruda, pesante, che si posava su un paese morto, come una palla di fuoco. Lingard sedette di nuovo, davanti ad Almayer, il gomito sul tavolo, in una attitudine pensosa.
«Graziosa piccola goletta», borbottò Almayer, stancamente. «L’hai comprata?»
«No», rispose Lingard. «Dopo che persi il Flash, raggiungemmo Palembang con le scialuppe. L’ho noleggiata là, per sei mesi. Dal giovane Ford, sai. È sua. Lui aveva bisogno di un periodo di lavoro a terra, per cui ne presi io il comando. Naturalmente è tutta gente di Ford a bordo. Sconosciuti per me. Sono dovuto andare a Singapore per l’assicurazione; poi sono andato a Macassar, naturalmente. Ho avuto traversate lunghe. Niente vento. Era come una maledizione. Ho avuto un sacco di noie col vecchio Hudig. Quello mi ha fatto ritardare molto».
«Ah! Hudig! Perché con Hudig?», chiese Almayer, con tono indifferente.
«Oh! A proposito di una… una donna», borbottò Lingard.
Almayer lo guardò con languida sorpresa. Il vecchio marinaio aveva arrotolato la sua barba bianca in un punto e ora era occupato a dare ai suoi baffi una fiera arricciatura. Gli occhi piccoli e rossi – quegli occhi che avevano sofferto sotto gli spruzzi salati di ogni mare, che erano stati attenti sopravvento nelle bufere di tutte le latitudini – ora guardavano Almayer furiosamente da sotto le sopracciglia aggrottate come un paio di bestie selvagge spaventate accovacciate in un cespuglio.
«Straordinario! Così anche tu! Cosa puoi avere a che fare con le donne di Hudig? Il vecchio peccatore!», disse Almayer con indifferenza.
«Di chi parli! Moglie di un amico di… Voglio dire di un uomo che conosco…».
«Ancora, non capisco…», interruppe Almayer negligentemente.
«Di un uomo che conosci anche tu, bene. Molto bene».
«Ho conosciuto talmente tanti uomini prima che tu mi facessi seppellire in questo buco!», brontolò Almayer, scontrosamente. «Se ha avuto qualcosa a che fare con Hudig – quella moglie – allora non può essere capace di fare molto. Sarei spiacente per l’uomo», aggiunse Almayer, animandosi al ricordo dello scandaloso pettegolare del passato, quando lui era un giovanotto nella seconda capitale delle isole – e così ben informato, così ben informato. Rise. Il cipiglio di Lingard si accentuò.
«Non dire sciocchezze! È la moglie di Willems».
Almayer si afferrò alla sedia, gli occhi e la bocca completamente spalancati.
«Cosa? Perché!», esclamò sconcertato.
«La moglie – di Willems», ripeté Lingard distintamente. «Non sei sordo, vero? La moglie di Willems. Proprio così. Quanto al perché! C’era una promessa e io non sapevo cosa era accaduto qui».
«Che cos’è? Le dai del denaro, scommetto», gridò Almayer.
«Ebbene, no!», disse Lingard, lentamente. «Sebbene suppongo dovrò…», Almayer gemette.
«Il fatto è», continuò Lingard, parlando lentamente e con calma, «il fatto è che io… io l’ho portata qui. Qui. A Sambir».
«In nome del cielo! Perché?», gridò Almayer saltando su. La sedia s’inclinò e cadde lentamente a terra. Lui portò le mani giunte sopra la testa e le riportò giù di scatto, separando le dita con sforzo, come staccandole. Lingard annuì, velocemente, diverse volte.
«L’ho fatto. Imbarazzante. Eh?», disse guardando disorientato verso l’alto.
«Parola mia», disse Almayer con le lacrime agli occhi. «Non sono proprio in grado di capirti. Che farai ancora! La moglie di Willems»
«Moglie e figlio. Un bambino piccolo, sai. Sono a bordo della goletta».
Almayer guardò Lingard con improvvisa diffidenza, poi si volse, rimise in piedi la sedia, vi si sedette, voltando le spalle al vecchio marinaio e cercò di fischiare, ma smise subito. Lingard continuò:
«Fatto è, l’amico si era cacciato nei guai con Hudig. Mi sentii coinvolto. Promisi di sistemare le cose. L’ho fatto con molta difficoltà. Vecchio furfante. Sai che lei è sua figlia. Bene, dissi che l’avrei aiutata a superare tutto questo; avrei aiutato Willems a cominciare di nuovo e così via. Parlai con Craig a Palembang. Sta invecchiando e cerca un amministratore o un socio. Promisi che avrei garantito la buona condotta di Willems. Abbiamo stabilito tutto quanto. Craig è un mio vecchio intimo amico. Siamo stati compagni di bordo negli anni Quaranta. Lo sta aspettando ora. Un bel casino! Che ne pensi?».
Almayer scrollò le spalle.
«La donna ha rotto con Hudig sulla mia promessa che tutto sarebbe andato bene», continuò Lingard, con crescente costernazione. «Lei l’ha fatto. Una cosa giusta, naturalmente. Moglie, marito… insieme… come dovrebbe essere… Tipo intelligente… Furfante impossibile… E vai! Oh! Dannazione!».
Almayer rise dispettosamente.
«Come gli farà piacere», disse, dolcemente. «Farai felici due persone. Due per lo meno!». Rise di nuovo, mentre Lingard lo guardava scrollando le spalle costernato.
«Sono bloccato in una spiaggia sottovento questa volta, se mai lo fui», mormorò Lingard.
«Rimandala indietro alla svelta», suggerì Almayer, soffocando un’altra risata.
«Di cosa stai ridacchiando?», brontolò Lingard, arrabbiato. «Risolverò questa faccenda. Nel frattempo devi ospitarla in casa tua».
«Casa mia!», gridò Almayer, voltandosi.
«È anche la mia – un po’ – no», disse Lingard. «Non discutere», gridò, mentre Almayer apriva la bocca. «Obbedisci agli ordini e stai zitto!».
«Oh! Se la prendi su quel tono!», borbottò Almayer, imbronciato, con un gesto di assenso.
«Sei anche così seccante, ragazzo mio», disse il vecchio marinaio, con inaspettata tranquillità. «Mi devi dare tempo per cambiare direzione. Non la posso tenere a bordo tutto il tempo. Le devo dire qualcosa, per esempio, che lui è andato su per il fiume. Che lo si aspetta di ritorno ogni giorno. Cose del genere. Mi senti? La devi mettere su questa linea e tenerla tranquilla con noi mentre io sbroglierò i capi della matassa. Per Dio!», esclamò, dolorosamente, dopo una breve pausa, «la vita è stupida. Pazza come un braccio di trinchetto sottovento in una notte da cani. E anche di più. Uno deve vederci chiaro per correre prima di andare sotto – definitivamente. Ora occupati di quel che ti ho detto», aggiunse, duramente, «se non vuoi litigare con me, ragazzo mio».
«Non voglio litigare con te», mormorò Almayer con riluttante deferenza. «Solo vorrei poterti capire. So che sei il mio migliore amico, capitano Lingard; solo, parola mia, qualche volta, non riesco a capirti. Vorrei poter…».
Lingard scoppiò in una sonora risata che finì presto in un profondo sospiro. Chiuse gli occhi piegando la testa oltre lo schienale della poltrona e sul suo viso, cotto per lunghi e duri anni da un sole senza nubi, apparvero per un momento una grande stanchezza e i segni dell’età avanzata che spaventarono Almayer, come un’inaspettata scoperta di guai e difficoltà.
«Sono stremato», disse Lingard, gentilmente. «Completamente stremato. Tutta la notte sul ponte per portare la goletta su per il fiume. Poi parlare con te. Penso che potrei andare a dormire anche sulla corda del bucato. Vorrei però mangiare qualcosa. Vedi di occupartene, Kaspar».
Almayer batté le mani e non ricevendo risposta pensò di alzarsi e chiamare, quando nel corridoio centrale della casa, dietro la tenda rossa della porta che si apriva sulla veranda, udirono un’imperiosa voce di bambina che diceva in modo petulante:
«Prendimi in braccio immediatamente. Voglio essere portata sulla veranda. Sarò molto arrabbiata. Prendimi in braccio».
Una voce d’uomo rispose, calma, in umile rimprovero. Le facce di Almayer e Lingard si illuminarono immediatamente. Il vecchio marinaio gridò:
«Porta la bambina. Lekas!».
«Vedrai quanto è cresciuta», esclamò Almayer, in tono giubilante.
Dal vano della porta Alì apparve con la piccola Nina Almayer tra le braccia. La bambina gli teneva un braccio intorno al collo e nell’altra mano stringeva un pompelmo maturo grande quasi quanto la sua testa. Il vestitino rosa senza maniche era mezzo scivolato giù dalla spalla, ma i lunghi capelli neri che le incorniciavano il viso olivastro, in cui i grandi occhi neri guardavano il mondo con infantile solennità, le cadevano in abbondanza sulle spalle, tutti intorno a lei e sulle braccia di Alì come una rete fitta e delicata di fili di seta. Lingard si alzò per salutare Alì e non appena lei si accorse del vecchio marinaio, lasciò cadere il frutto e protese entrambe le mani con un grido di gioia. Lui la prese in braccio e lei gli afferrò i baffi con un’affettuosa simpatia che fece spuntare insolite lacrime nei piccoli occhi rossi di lui.
«Non così forte, piccolina, non così forte», mormorò, stringendosi al viso la testa della bambina con la mano così grande, che la copriva completamente.
«Raccogli il mio pompelmo, o raja del mare!», disse lei, parlando con voce acuta e chiara, con grande loquacità. «Là, sotto il tavolo. Lo voglio presto! Presto! Sei stato lontano a combattere con molti uomini. Alì dice così. Tu sei un forte combattente. Alì dice così. Sul grande mare lontano, lontano, lontano».
Muoveva la mano, con lo sguardo fisso e sognante nel vuoto mentre Lingard la guardava e accoccolandosi giù, cercava a tentoni il pompelmo sotto il tavolo.
«Da chi le impara queste cose?», chiese Lingard, alzandosi con cautela, ad Almayer, che aveva dato ordini ad Alì.
«Lei è sempre con gli uomini. Più d’una volta l’ho trovata con le dita nel loro piatto di riso, la sera. Non si preoccupa della madre, tuttavia – sono contento di dirlo. Quant’è carina – e così intelligente. La mia stessa immagine!».
Lingard aveva messo la bambina sul tavolo e entrambi gli uomini stettero a guardarla con facce radiose.
«Una perfetta donnina», sussurrò Lingard. «Sì, mio caro ragazzo, la faremo diventare qualcuno. Vedrai!».
«Ci sono pochissime probabilità per questo, ora», ritorse Almayer, tristemente.
«Tu non sai!», esclamò Lingard, prendendo di nuovo in braccio la bambina e cominciando a camminare su e giù per la veranda. «Ho i miei piani. Ho – ascolta».
E cominciò a spiegare ad Almayer che l’ascoltava con interesse i suoi piani per il futuro. Avrebbe parlato con Abdulla e Lakamba. Doveva trovare un’intesa con i due ora che si trovavano in posizione di vantaggio. Qui s’interruppe per imprecare senza riserve, mentre la bambina che aveva diligentemente frugato intorno al suo collo, aveva trovato il fischietto e aveva fischiato sonoramente accosto al suo orecchio – il che lo fece sobbalzare e ridere mentre le metteva giù le mani, rimproverandola amorevolmente. Sì – quello sarebbe stato sistemato facilmente. Lui era ancora un uomo da essere preso in considerazione. Nessuno lo sapeva meglio di Almayer. Molto bene. Poi doveva pazientemente cercare e mettere su qualche piccolo commercio insieme. Sarebbe andato tutto bene. Ma la grande cosa – e qui Lingard parlò a voce più bassa, fermandosi improvvisamente davanti a un Almayer in trance – la grande cosa sarebbe stata la caccia all’oro su per il fiume. Lui – Lingard – si sarebbe dedicato a questo. Era già stato altre volte nell’interno. Là c’erano immensi depositi di oro alluvionale. Favolosi. Ne era sicuro. Aveva visto dei posti adatti. Un lavoro pericoloso? Naturalmente! Ma che ricompensa! Lui avrebbe esplorato – e trovato. Nessun’ombra di dubbio. Al diavolo il pericolo! Avrebbero per prima cosa preso tutto quello che potevano per loro, senza dare pubblicità alla faccenda. Poi dopo un po’ di tempo avrebbero costituito una società. A Batavia o in Inghilterra. Sì, in Inghilterra. Molto meglio. Splendido! Certo naturalmente. E quella bambina sarebbe stata la donna più ricca del mondo. Lui – Lingard – non l’avrebbe forse visto – nonostante si sentisse in forma e per molti anni ancora – ma Almayer sicuramente l’avrebbe visto. C’era ancora qualcosa per cui vivere! Eh?
Ma la più ricca donna del mondo strillava acutamente già da cinque minuti: «Raja Laut! Raja Laut! Ehi! Prestami orecchio!», mentre il vecchio marinaio aveva parlato a voce più alta, inconsciamente, per fare in modo di essere udito al di sopra dell’impaziente strepito. Ora si fermò e disse teneramente:
«Che c’è, donnina?»
«Io non sono una donnina! Sono una bambina bianca. Anak Putih. Una bambina bianca e i bianchi sono miei fratelli. Papà dice così e anche Alì dice così. Alì ne sa quanto papà. In ogni cosa».
Almayer quasi ballava di gioia paterna.
«Gliel’ho insegnato io. Gliel’ho insegnato io», ripeté, ridendo con le lacrime agli occhi. «Non è intelligente?»
«Io sono lo schiavo della bambina bianca», disse Lingard, con giocosa solennità. «Quali sono gli ordini?»
«Voglio una casa», gorgheggiò lei, con grande entusiasmo. «Voglio una casa, e un’altra casa sul tetto e un’altra sul tetto – alta. Alta! Come nei posti dove abitano loro – i miei fratelli – nella terra dove dorme il sole».
«Verso ovest», spiegò Almayer, in un sussurro. «Si ricorda tutto. Vuole che tu le costruisca un castello di carte. Glielo facesti, l’ultima volta che fosti qui».
Lingard si sedette con la bambina sulle ginocchia e Almayer aprì violentemente un cassetto dopo l’altro, cercando le carte come se il destino del mondo dipendesse dalla sua fretta. Presentò due mazzi di carte sporche che venivano usate soltanto durante le visite di Lingard a Sambir, quando qualche volta voleva giocare – di sera – con Almayer, un gioco che chiamava bezique cinese e che annoiava Almayer, ma il vecchio marinaio ci si divertiva e lo considerava un notevole prodotto del genio cinese – una razza per la quale aveva un’inspiegabile simpatia e ammirazione.
«Ora la faremo, mia piccola perla», disse, mettendo insieme, con estrema precauzione, due carte che sembravano assurdamente inconsistenti tra le sue grosse dita. La piccola Nina lo guardava con profonda serietà mentre lui costruiva il pianterreno e intanto continuava a parlare con Almayer con la testa sopra la spalla in modo da non danneggiare la struttura con il respiro.
«So di cosa parlo… Sono stato in California nel ’49. Non conclusi molto… allora nel distretto di Vittoria in quei primi tempi… Conosco tutto a questo proposito. Fidati di me. Per di più un cieco potrebbe… Sta’ ferma, sorellina, o butterai giù questo affare… La mia mano è ancora piuttosto ferma! Eh, Kaspar?… Ora, delizia del mio cuore, metteremo una terza casa in cima a queste due… resta molto ferma… Come stavo dicendo, devi soltanto chinarti e raccogliere manciate d’oro… polvere… là. Ecco ci siamo. Tre case una sopra l’altra. Splendido!».
Si appoggiò all’indietro sulla sedia lisciando meccanicamente con la mano la testa della bambina e gesticolando con l’altra mentre parlava con Almayer.
«Una volta sul posto, ci sarebbe solo il problema di raccogliere il materiale. Quindi andremo tutti in Europa. Dobbiamo far studiare la bambina. Saremo ricchi. Ricchi non è la parola adatta. Giù nel Devonshire in cui sono nato, c’era un tizio che costruì una casa vicino a Teignmouth che aveva tante finestre quanti oblò ha una nave a tre ponti. Aveva guadagnato i suoi soldi in qualche posto da queste parti nei bei tempi antichi. La gente dei dintorni diceva che era stato un pirata. Noi ragazzi – io allora ero un ragazzo imbarcato a Brixham su un battello per la pesca a strascico – ci credevamo senza dubitarne. Andava in giro per i suoi terreni su una sedia a rotelle. Aveva il monocolo…».
«Più alta! Più alta!», gridò Nina, tirando la barba del vecchio marinaio.
«Mi tormenti – non è vero?», disse Lingard, gentilmente, dandole un tenero bacio. «Cosa? Ancora una casa in cima a tutte queste? Bene! Proverò».
La bambina lo osservava trattenendo il respiro. Quando la difficile impresa fu compiuta, lei applaudì, fissò la costruzione e dopo un po’ tirò un gran sospiro di contentezza.
«Oh! Fa’ attenzione!», gridò Almayer.
La struttura crollò improvvisamente davanti al leggero respiro della bambina. Lingard per un momento apparve sconcertato. Almayer rise, ma la bambina cominciò a piangere.
«Prendila», disse il vecchio marinaio, bruscamente. Poi, dopo che Almayer si fu allontanato con la bambina piangente, lui rimase seduto accanto al tavolo, guardando cupamente il mucchio di carte.
«Accidenti a quel Willems», mormorò a se stesso. «Ma io lo farò».
Si alzò e con un furioso colpo delle mani spazzò le carte dal tavolo. Quindi ricadde sulla sedia.
«Stanco come un cane», sospirò, chiudendo gli occhi.
Capitolo diciassettesimo
Consciamente o inconsciamente, gli uomini sono orgogliosi della loro risolutezza, fermezza di propositi, chiarezza d’intenti. Vanno dritti verso il loro desiderio, verso l’adempimento della virtù, talvolta del crimine – nella confortevole convinzione della loro fermezza. Percorrono la strada della vita, la strada recintata dai loro gusti, pregiudizi, sdegni o entusiasmi, generalmente onesti, invariabilmente stupidi e sono orgogliosi di non perdere mai la loro strada. Se si fermano, è per guardare un momento oltre i bordi, per mettersi al sicuro, per osservare le valli nebbiose, le vette distanti, le scogliere e le paludi, le cupe foreste e le indistinte pianure dove altri esseri umani trascinano dolorosamente brancolando i loro giorni inciampando sulle ossa del saggio, sui resti insepolti dei loro predecessori che morirono soli, nell’ombra o nella luce del sole, distanti da ogni meta. L’uomo di propositi non capisce e prosegue pieno di disprezzo. Lui non perde mai la sua strada. Sa dove sta andando e cosa vuole. Andando avanti raggiunge una grande lunghezza senza nessuna larghezza e battuto, insudiciato e affaticato, alla fine raggiunge il suo scopo; afferra il premio della sua perseveranza, della sua virtù, del suo sano ottimismo: una menzognera pietra tombale su una tomba scura e presto dimenticata.
Lingard non aveva mai esitato nella sua vita. Perché avrebbe dovuto? Era stato un commerciante di gran successo e un uomo fortunato nelle sue lotte, esperto nella navigazione, innegabilmente il primo nell’arte della navigazione in quei mari. Lo sapeva. Non aveva forse sentito la voce del consenso comune? La voce del mondo che lo rispettava così tanto, il mondo intero per lui – per noi i limiti dell’universo sono strettamente definiti da coloro che conosciamo. Non c’è nient’altro per noi oltre il vocio di lode o di biasimo su labbra familiari e di là dalla nostra ultima conoscenza si estende soltanto il vasto caos; un caos di risa e di lacrime che non ci riguarda; risa e lacrime spiacevoli, cattive, malsane, spregevoli – perché udite imperfettamente da orecchie refrattarie a suoni sconosciuti. Per Lingard – semplice egli stesso – tutte le cose erano semplici. Raramente leggeva. I libri non erano molto nella sua strada e lui doveva lavorare sodo per navigare, commerciare e, anche in obbedienza ai suoi istinti benefici, plasmare vite smarrite che trovava qua e là sotto la sua mano affaccendata. Ricordava gli insegnamenti della scuola domenicale nel suo villaggio natale e i discorsi del gentiluomo vestito di nero che faceva parte della Missione per pescatori e marinai, la cui imbarcazione attrezzata di scialuppe che volava attraverso groppi di pioggia in mezzo alle navi trattenute dal vento contrario nella baia di Falmouth, era parte delle preziose immagini della giovinezza che indugiavano nella sua memoria. «Un prete tanto bravo quanto puoi desiderare di incontrare», diceva con convinzione, «e l’uomo migliore per governare un’imbarcazione con qualsiasi tempo che io abbia mai incontrato!». Questi erano gli agenti che avevano rozzamente modellato la sua giovane anima prima che partisse per vedere il mondo su una nave diretta a sud – prima che andasse, ignorante e felice, forte di mano, puro di cuore, blasfemo nel parlare, a consegnarsi al grande mare che prese la sua vita e gli dette la sua fortuna. Quando pensava alla sua ascesa nel mondo – comandante di navi, poi proprietario di navi, quindi uomo dal ricco capitale, rispettato ovunque andasse, Lingard in una parola, il raja Laut – era stupito e impaurito dal suo destino, che sembrava alla sua mente male informata, il più mirabilmente conosciuto negli annali degli uomini. La sua esperienza gli sembrava immensa e decisiva, perché gli aveva impartito la lezione della semplicità della vita. Nella vita – come nell’arte della navigazione – c’erano solo due strade per fare una cosa: la strada giusta e la strada sbagliata. Buon senso ed esperienza insegnavano all’uomo la strada giusta. L’altra era per gli inesperti e gli stupidi e portava, nell’arte della navigazione, alla perdita del pennone e delle vele o al naufragio; nella vita, alla perdita di denaro e considerazione o a una sfortunata botta in testa. Lui non considerava compito suo arrabbiarsi con le canaglie. Si arrabbiava solo con le cose che non capiva, ma per le debolezze dell’umanità sapeva trovare una sprezzante tolleranza. Era chiaro che lui era saggio e fortunato – altrimenti come avrebbe potuto avere il successo che aveva avuto se non lo fosse stato? – aveva l’inclinazione a mettere nella retta via la vita delle altre persone – proprio come si tratteneva a stento – a dispetto dell’etica nautica – dall’interferire con il primo ufficiale quando l’equipaggio stava drizzando un nuovo albero di gabbia o generalmente quando era occupato in quello che lui chiamava un lavoro pesante. Era importuno con assoluta modestia; se conosceva una cosa o due non aveva merito. «Colpi duri mi hanno insegnato la saggezza, ragazzo mio», era solito dire, «e tu faresti meglio ad accettare il consiglio di un uomo che è stato stupido ai suoi tempi. Prendine un altro». E il “ragazzo mio” di regola prendeva la bibita ghiacciata, il consiglio e il conseguente aiuto che Lingard si sentiva moralmente obbligato a dare, così da sostenere la propria opinione di essere un uomo onesto. Il capitano Tom andò navigando da isola a isola, apparendo inaspettatamente in svariate località, raggiante, rumoroso, aneddotico, elogiativo o minaccioso, ma sempre benvenuto.
Soltanto dopo il suo ritorno a Sambir il vecchio marinaio aveva per la prima volta conosciuto il dubbio e l’infelicità. La perdita del Flash – piantata saldamente e per sempre su una sporgenza di roccia all’estremità nord degli stretti di Gaspar nell’incerta luce del mattino nuvoloso – lo turbava considerevolmente; e le sorprendenti notizie che aveva udito al suo arrivo a Sambir non erano fatte per calmare i suoi sentimenti. Moltissimi anni prima – spinto dal suo amore per l’avventura – lui, con infinite difficoltà, aveva scoperto e rilevato – per suo esclusivo beneficio – gli accessi a quel fiume, dove, aveva udito da voci locali, si stava formando un nuovo insediamento di malesi. Nessun dubbio che allora pensò al suo personale guadagno; ma, ricevuto con cordiale amichevolezza da Patataio, arrivò presto a provare simpatia per il capo e la gente, offrì il suo parere e il suo aiuto e – pur non conoscendo niente dell’Arcadia – sognò una felicità arcadica per quel piccolo angolo di mondo che lui amava pensare tutto suo. La sua radicata e ferma convinzione che solo lui – lui, Lingard – conoscesse quello che andava bene per loro, era una sua caratteristica e, dopo tutto, non tanto sbagliata. Li avrebbe resi felici in ogni caso, diceva e faceva sul serio. Il commercio portò prosperità al giovane stato e il timore della sua mano pesante ne assicurò la pace interna per parecchi anni. Egli osservava orgogliosamente il suo lavoro. Ogni anno che passava amava di più il paese, la gente, il fiume fangoso che, se poteva evitarlo, non avrebbe portato nessun’altra imbarcazione oltre il Flash sulla sua sporca e amichevole superficie. Mentre tonneggiava lentamente la sua nave controcorrente, esaminava con occhi acuti le radure sulla riva e pronunciava solenni giudizi sulle prospettive del raccolto stagionale di riso. Conosceva ogni colono sulle sponde tra il mare e Sambir; conosceva le loro mogli, i loro bambini; conosceva ogni individuo dei gruppi multicolori che, in piedi sulle fragili piattaforme delle abitazioni di canne costruite sull’acqua, salutavano con le mani e gridavano: «Ehi! Uomo di Kapal, Haï!», mentre il Flash passava lentamente per il popolato tratto navigabile prima di entrare nella solitaria distesa di scintillante acqua marrone circondata dalla densa e silenziosa foresta i cui grandi alberi dondolavano i rami distesi, gentilmente, nella debole, calda brezza – come in segno di tenero, ma malinconico benvenuto. Lui amava tutto questo: il paesaggio di marroni dorati e brillanti smeraldi sotto la cupola di caldo zaffiro; i grandi alberi sussurranti; le loquaci palme di nipa che sbattevano volubilmente le foglie nella brezza notturna, come frettolose di raccontargli tutti i segreti della grande foresta che era alle loro spalle. Amava i forti profumi dei fiori e della terra nera, quel respiro di vita e di morte che indugiava sul brigantino nell’aria umida delle notti tiepide e tranquille. Amava gli stretti e scuri ruscelli, che non conoscevano il sole: calmi, tortuosi – come strade secondarie di disperazione. Gli piacevano anche i branchi di scimmie dalle facce dolenti che profanavano gli angoli tranquilli con capriole capricciose e gesti insani di inumana follia. Amava ogni cosa, animata o inanimata; il fango stesso delle rive; gli alligatori, enormi e solidi, che vi si crogiolavano con impertinente indifferenza. La loro grandezza era fonte d’orgoglio per lui. «Enormi! Valgono due di quelli di Palembang. Te lo dico, vecchio!», gridava, dando una gomitata nelle costole di qualche suo amicone, scherzosamente: «Ti dico che per quanto grande tu sia, potrebbero ingoiarti in un boccone, cappello, stivali e tutto! Magnifici accattoni! Non vorresti vederli? No! Ah! Ah! Ah!». La sua tonante risata riempiva la veranda, rotolava sopra il giardino dell’albergo, si riversava nella strada, paralizzando per un momento il silenzioso traffico di bruni piedi nudi; i suoi echi sonori facevano sobbalzare anche l’uccello addomesticato dell’albergatore – una sfrontata myna – che in una momentanea correttezza di condotta si rifugiava sotto la sedia più vicina. Nella grande sala da biliardo uomini sudati nelle camiciole di sottile cotone fermavano il gioco, stecca in mano, ascoltavano per un po’ attraverso le finestre aperte, poi dondolavano i volti sudati l’uno verso l’altro con sagacia e sussurravano: «Il vecchio sta parlando del suo fiume».
Il suo fiume! I sussurri degli uomini curiosi, il mistero che circondava il luogo erano per Lingard una fonte di piacere senza fine. La voce comune per ignoranza esagerava i profitti del suo strano monopolio e sebbene in generale egli fosse rigorosamente sincero, gli piaceva, a questo proposito, fuorviare ancora di più la speculazione, le congetture con vanterie piene di fredda ironia. Il suo fiume! Per mezzo suo egli era non solo ricco – era interessante. Questo segreto che lo rendeva differente dagli altri commercianti di quei mari, dava intima soddisfazione a quel desiderio di eccezionalità che divideva con il resto degli uomini senza però esserne consapevole. Era la parte più grande della sua felicità, ma lo seppe soltanto dopo la sua perdita, così imprevista, così improvvisa e così crudele.
Dopo la sua conversazione con Almayer, salì a bordo della goletta, mandò Joanna a terra e si chiuse nella cabina. Si sentiva molto male. Attribuì la maggior parte della sua indisposizione ad Almayer, che veniva a trovarlo due volte al giorno. Era una scusa per non fare ancora nulla. Voleva pensare. Era molto arrabbiato. Arrabbiato con se stesso, con Willems. Arrabbiato per quello che Willems aveva fatto – e arrabbiato anche per quello che aveva lasciato da fare. La canaglia non era perfetta. Il piano era perfetto, ma l’esecuzione, inspiegabilmente, veniva meno. Perché? Avrebbe dovuto tagliare la gola ad Almayer e ridurre il posto in cenere – andarsene – tenersi lontano dalla sua strada; da lui, Lingard! Invece non l’aveva fatto. Era imprudenza, disprezzo – o cosa? Si sentì ferito per l’implicita mancanza di rispetto verso il suo potere e lo disturbava straordinariamente il fatto che la mascalzonata non fosse stata completata. C’era qualcosa d’insufficiente, qualcosa di mancante, qualcosa che gli avrebbe dato mano libera nel lavoro di punizione. La cosa ovvia, giusta da fare, era sparare a Willems. Tuttavia, come poteva? Avesse resistito, mostrato spirito di aggressività o fosse corso via; avesse mostrato qualche consapevolezza del male fatto, sarebbe stato più fattibile, più naturale. Ma no! L’amico in realtà gli aveva mandato un messaggio. Voleva vederlo. Per quale motivo? La cosa non poteva essere spiegata. Un tradimento unico, a sangue freddo, orrendo, incomprensibile. Perché l’aveva fatto? Perché? Perché? Il vecchio marinaio, nella noiosa solitudine della sua piccola cabina a bordo della goletta, si ripeteva con voce dolente quella domanda, colpendosi col palmo aperto la fronte perplessa.
Durante i quattro giorni di reclusione, aveva ricevuto due messaggi dal mondo esterno; da quel mondo di Sambir che, così improvvisamente e così definitivamente, si era sottratto alla sua presa. Uno, di poche parole, scritto da Willems sulla pagina sgualcita di un piccolo taccuino; l’altro, una comunicazione di Abdulla scritta di suo pugno accuratamente su un largo foglio di carta velina e consegnatagli in un involucro di seta verde. Il primo non riuscì a capirlo. Diceva: «Vieni a trovarmi. Io non ho paura. E tu? W.». Lo strappò irosamente, ma prima che i pezzetti di carta sporca svolazzando avessero il tempo di posarsi sul pavimento, la collera era svanita ed era stata rimpiazzata da un sentimento che lo indusse a piegarsi sulle ginocchia, a raccogliere i frammenti del messaggio strappato, a metterli insieme sul coperchio della custodia del cronometro e a contemplarli a lungo e pensosamente, come se avesse sperato di leggere la risposta dell’enigma nella forma stessa delle lettere che concorrevano a comporre quel nuovo insulto. La lettera di Abdulla la lesse attentamente e la mise in tasca, anche questa con rabbia, ma con una rabbia che finiva in un sorriso mezzo rassegnato, mezzo divertito. Non si sarebbe mai arreso, fintantoché ci fosse stata una possibilità. «È generalmente la strada più sicura restare attaccati alla nave finché sta a galla», era uno dei suoi detti favoriti: «La via più sicura e giusta. Abbandonare una nave perché imbarca acqua è facile – ma è un lavoro scadente. Un lavoro scadente!». Tuttavia era abbastanza intelligente da riconoscere quando era battuto e da accettare la situazione da uomo, senza lamentarsi. Quando Almayer andò a bordo quel pomeriggio gli porse la lettera senza commenti.
Almayer la lesse, gliela ridette in silenzio e sporgendosi oltre il coronamento (i due uomini erano sul ponte) guardò in basso per qualche tempo il gioco dei mulinelli intorno al timone della goletta. Almayer disse senza alzare lo sguardo:
«È una lettera abbastanza corretta. Abdulla te lo cede. Ti dissi che si stavano stancando di lui. Cosa farai?».
Lingard si schiarì la gola, strascicò i piedi, aprì la bocca con grande determinazione, ma per un po’ non disse niente. Alla fine mormorò:
«Che io sia dannato se lo so – in questo momento».
«Vorrei che tu facessi qualcosa, presto…».
«Che fretta c’è?», interruppe Lingard. «Non possiamo andare via – così com’è, lui è alla mia mercé, per quanto possa vedere».
«Sì», disse Almayer, riflettendo, «e si merita anche poca misericordia. L’intendimento di Abdulla –per quel che posso capire in mezzo a tutti quei complimenti – è: “Sbarazzami di quell’uomo bianco, vivremo in pace e divideremo il commercio”».
«Lo credi?», chiede Lingard, sprezzantemente.
«Non del tutto», rispose Almayer. «Senza dubbio divideremo il commercio per un po’ – finché non potrà impadronirsi di tutto. Bene, cosa farai?».
Mentre parlava alzò lo sguardo e fu sorpreso nel vedere il viso turbato di Lingard.
«Non stai bene. Hai dolore da qualche parte?», chiese, con reale sollecitudine.
«Non sono stato bene – lo sai – questi ultimi giorni, ma nessun dolore». Si percosse l’ampio petto per diverse volte, si schiarì la gola con un potente «Hem!» e ripeté: «No. Nessun dolore. Buono ancora per qualche anno. Ma mi dà fastidio tutto questo, te lo posso confessare!».
«Devi aver cura di te stesso», disse Almayer. Poi dopo una pausa aggiunse: «Vedrai Abdulla, vero?»
«Non lo so. Non ancora. C’è tempo», disse Lingard, con impazienza.
«Vorrei tu facessi qualcosa», incalzò Almayer, imbronciato. «Sai, quella donna è una grossa seccatura per me. Lei e la sua peste! Guaisce tutto il giorno. E i bambini non vanno d’accordo. Ieri quel piccolo diavolo voleva azzuffarsi con la mia Nina. Le ha anche graffiato il viso. Un perfetto selvaggio! Come il suo onorato papà. Sì, veramente. Lei si preoccupa per il marito e frigna dalla mattina alla sera. Quando non piange, è furiosa con me. Ieri mi ha tormentato perché le dicessi quando sarebbe tornato e si mise a urlare perché era impegnato in un lavoro così pericoloso. Io le stavo dicendo che era tutto a posto – non c’era necessità di rendersi ridicola, quando lei mi si avventò contro come un gatto selvatico. Mi chiamò bruto, egoista, senza cuore; farneticò del suo adorato Peter che rischiava la vita per il mio vantaggio, mentre io non me ne preoccupavo. Disse che approfittavo della sua indole generosa per indurlo a fare un lavoro pericoloso – il mio lavoro. Che lui ne valeva venti come me. Che lei ti avrebbe riferito – ti avrebbe aperto gli occhi su che tipo d’uomo fossi e così via. Questo ho dovuto sopportare nel tuo interesse. Mi potresti veramente tenere un po’ in considerazione. Io non ho derubato nessuno», continuò Almayer, in uno sforzo di amara ironia, «o venduto il mio migliore amico, ma pure dovresti avere un po’ di pietà per me. È come vivere con la febbre alta addosso. È fuori di senno. Hai fatto della mia casa un rifugio per furfanti e pazzi. Non è giusto. Parola mia non lo è! Quando ha quegli accessi d’ira, è ridicolmente brutta e strilla tanto – mi fa stringere i denti. Grazie a Dio! Mia moglie ha avuto un attacco di malumore e se ne è andata di casa. Vive in una baracca sulla riva da quando è cominciato questo affare – lo sai. Ma la moglie di Willems da sola è più di quanto possa sopportare. E mi chiedo perché dovrei? Stai pretendendo molto, senza dubbio. Stamani ho pensato stesse per graffiarmi. Pensa! Voleva andare a pavoneggiarsi per l’insediamento. Avrebbe potuto sentire qualcosa, così le ho detto che non doveva, che non era al sicuro fuori dei nostri recinti. Allora si è slanciata verso di me con le unghie contro i miei occhi. “Miserabile uomo”, urlava, “anche questo posto non è sicuro e tu lo hai mandato su per questo terribile fiume dove può perdere la testa. Se morirà prima di avermi perdonata il cielo ti punirà per il tuo crimine…”. Il mio crimine! Talvolta mi chiedo se sto sognando! Tutto questo mi farà ammalare, ho già perso l’appetito».
Lanciò il cappello sul ponte e mise le mani nei capelli disperato. Lingard lo guardò con preoccupazione.
«Cosa voleva dire con ciò?», mormorò pensosamente.
«Voleva dire! È pazza, ti dico – e io lo sarò, molto presto, se continua così!».
«Solo un po’ di pazienza, Kaspar», implorò. «Un giorno o poco più».
Sollevato o stanco per il suo violento sfogo, Almayer si calmò, raccolse il cappello e, appoggiandosi contro la murata, cominciò a sventolarsi con quello.
«I giorni sicuramente passano», disse, con rassegnazione, «ma questo genere di cose fa invecchiare prima del tempo. Cosa c’è da pensare? Non riesco ad immaginarlo. Abdulla dice chiaramente che se ti impegni a guidare la sua nave fuori dal fiume e istruisci il meticcio, lascerà cadere Willems come una patata bollente e da quel momento sarà tuo amico. Gli credo per quanto riguarda Willems. È così naturale. Quanto a essere tuo amico è una menzogna, naturalmente, ma non c’è bisogno che ce ne preoccupiamo in questo momento. Di’ soltanto sì ad Abdulla e poi qualunque cosa accadrà a Willems non ci riguarderà».
S’interruppe e rimase in silenzio per un po’, guardandosi intorno torvo con i denti serrati e le narici dilatate.
«Lasciamelo. Farò sì che gli capiti qualcosa», disse alla fine, con calma ferocia. Lingard sorrise vagamente.
«L’amico non vale un colpo e nemmeno il disturbo», sussurrò, come a se stesso. Almayer s’infiammò di colpo.
«È questo quello che pensi», gridò. «Tu non sei stato cucito nella tua amaca e messo in ridicolo davanti a un branco di selvaggi. Ma via! Non oso più guardare in faccia nessuno finché quel mascalzone sarà vivo. Io… io lo sistemerò».
«Non credo che lo farai», borbottò Lingard.
«Pensi che abbia paura di lui?»
«Benedetto te! No!», disse Lingard con prontezza. «Paura! Non tu, ti conosco. Non metto in dubbio il tuo coraggio. È la tua testa, ragazzo mio, la tua testa che io…».
«È questo dunque», disse l’offeso Almayer. «Va’ avanti. Perché non mi dici stupido subito?»
«Perché non voglio», proruppe Lingard con nervosa irritabilità. «Se avessi voluto chiamarti stupido, lo avrei fatto senza chiederti il permesso». Cominciò a percorrere di traverso lo stretto cassero, allontanando a calci le cime che si trovava tra i piedi e borbottando tra sé: «Delicati gentiluomini… che cosa poi?… Io avevo già fatto un lavoro da uomo prima che tu potessi sgambettare. Capisci… dico quel che mi pare».
«Bene! Bene!», disse Almayer, con palese rassegnazione. «Non c’è verso di parlare con te questi ultimi giorni». Si mise il cappello, si mosse verso il barcarizzo e si fermò, un piede sulla piccola scala interna, come esitando, tornò indietro e si piantò davanti a Lingard, obbligandolo a fermarsi e ad ascoltare.
«Naturalmente tu farai quello che vorrai. Non accetti mai consigli – lo so; ma lasciati dire che non sarebbe giusto lasciare andare via di qui quel tipo. Se tu non agirai, quel furfante partirà di sicuro con la nave di Abdulla. Abdulla se ne servirà contro di te e contro altri da qualche altra parte. Willems sa troppo dei tuoi affari. Ti procurerà un sacco di guai. Ricorda quel che ti dico. Un sacco di guai. A te – e ad altri forse. Pensa a questo, capitano Lingard. Questo è tutto quello che avevo da dire. Ora devo tornare a terra. C’è parecchio lavoro. Per prima cosa domattina cominceremo a caricare la goletta. Tutti i pacchi sono pronti. Se mi volessi per qualsiasi cosa, alza una bandiera sull’albero maestro. Di notte due spari basteranno per farmi venire». Poi aggiunse, in tono amichevole: «Non vuoi venire a cenare in casa stasera? Non ti fa bene soffocare così a bordo, giorno dopo giorno».
Lingard non rispose. L’immagine evocata da Almayer; il quadro di Willems che girava per le isole turbando l’armonia dell’universo con furti, tradimento e violenza lo fece rimanere in silenzio, quasi in trance – dolorosamente incantato. Almayer, dopo aver aspettato per un po’, si mosse riluttante verso il barcarizzo, indugiò, quindi sospirò e scavalcando la fiancata scese gradino per gradino. La sua testa disparve lentamente dietro il parapetto. Lingard, che lo aveva fissato con aria assente, scattò improvvisamente, corse alla fiancata e guardando fuori gridò:
«Ehi! Kaspar! Fermati un attimo!».
Almayer fece cenno ai battellieri di interrompere la voga e si voltò verso la goletta. L’imbarcazione arretrò lentamente all’altezza di Lingard, quasi sottobordo.
«Senti», disse Lingard, guardando in basso. «Voglio una buona canoa con quattro uomini oggi».
«La vuoi ora?», chiese Almayer.
«No! Prendi questa cima – Oh, tu diavolo maldestro!… No, Kaspar», continuò Lingard, dopo che il rematore ai remi di prua ebbe afferrato l’estremità del braccio che lui aveva tirato nella canoa. «No, Kaspar – il sole è troppo per me. E sarebbe meglio anche tenere segreti i miei affari. Manda la canoa – quattro buoni rematori, bada, e la tua sedia di tela per me per sedermici. Mandala verso il tramonto. Mi hai sentito?»
«Va bene, padre», disse Almayer, allegramente. «Ti manderò Alì come timoniere e gli uomini migliori che ho. Qualcos’altro?»
«No, ragazzo mio. Fa’ in modo che non siano in ritardo».
«Suppongo non serva chiederti dove vuoi andare», disse Almayer, a titolo di prova. «Perché se è per vedere Abdulla, io…».
«Non andrò a vedere Abdulla. Non oggi. Ora finiscila».
Guardò la canoa lanciarsi avanti diretta verso terra, agitò la mano in risposta al cenno di Almayer e camminò verso la ringhiera di poppa spianando la lettera di Abdulla, che aveva tirato fuori dalla tasca.
La rilesse attentamente e poi l’accartocciò lentamente, e intanto sorrideva e serrava le dita sulla carta scricchiolante come se stringesse la gola di Abdulla. Mentre la rimetteva in tasca, cambiò idea e lanciò la palla fuori bordo, guardandola mentre piroettava velocemente, prima che la corrente la portasse via, giù verso il mare.
Parte quarta
Capitolo diciottesimo
La notte era molto buia. Per la prima volta dopo molti mesi la costa est dormiva, non vista dalle stelle, sotto un velo di nubi immobili che, sospinte dal primo soffio del monsone, si erano spostate lentamente da est tutto il pomeriggio; inseguendo il sole declinante con le loro masse nere e grigie che sembravano dare la caccia alla luce con intento perverso e con minacciosa e tenebrosa regolarità come consce del messaggio di violenza e di tumulto che portavano. Alla scomparsa del sole oltre l’orizzonte a ovest, l’immensa nube, in movimento accelerato, aggrappata allo splendore della luce che si ritirava e rotolava giù verso il chiaro e frastagliato profilo delle lontane montagne, si arrestò sopra le umide foreste; bassa, silenziosa e minacciosa sopra le immote cime degli alberi; negando la benedizione della pioggia, covando la collera del suo tuono; indecisa – come riflettendo sul proprio potere in bene o in male.
Babalatchi, uscendo fuori dalla luce rossa e fumosa della sua casetta di bambù, dette un’occhiata in alto, tirò una lunga, boccata di aria calda e stagnante e rimase per un momento con l’occhio buono chiuso stretto, come intimidito dal silenzio insolito e profondo del cortile di Lakamba. Quando riaprì l’occhio aveva recuperato la vista così bene da poter distinguere le diverse sfumature dell’informe oscurità che indicavano i posti degli alberi, delle case abbandonate, dei cespugli lungo la riva, nel cupo sfondo della notte. Il saggio, logorato dalle preoccupazioni, camminò cautamente giù per il cortile deserto verso il bordo dell’acqua e rimase sulla sponda ascoltando la voce del fiume invisibile che scorreva ai suoi piedi, ascoltando gli smorzati sussurri, i profondi mormorii, gli improvvisi gorgoglii e i brevi sibili della corrente veloce che correva lungo la riva attraverso la calda oscurità. Stette con il viso rivolto verso il fiume e gli sembrò che avrebbe respirato più facilmente se avesse avuto la possibilità di vedere uno spazio chiaro e vasto davanti a sé; quindi, dopo un po’ si piegò pesantemente in avanti sul suo bastone, il mento cadde sul petto e un profondo sospiro fu la sua risposta al discorso egoista del fiume che si affrettava veloce e incessante, incurante di gioia e dolore, di sofferenza e discordia, di fallimenti e trionfi che si succedevano sulle sue rive. L’acqua scura era lì, pronta a portare amici e nemici, a nutrire amore e odio nel grembo umile e senza cuore, ad aiutare o a ostacolare, a salvare o a uccidere; il fiume grande e rapido: una liberazione, una prigione, un rifugio o una tomba.
Forse pensieri del genere indussero Babalatchi a sospirare nuovamente fra le striscianti foschie dell’indifferente Pantai. Il selvaggio politico aveva dimenticato il recente successo della sua macchinazione nella malinconica contemplazione di un dolore che rendeva la notte più nera, il caldo appiccicaticcio più opprimente, l’aria immobile più pesante e la solitudine muta aveva più un senso di tormento che di pace. Aveva passato la notte precedente a fianco del morente Omar e ora, dopo ventiquattr’ore, la sua memoria continuava a tornare alla capanna bassa e scura da cui il fiero spirito di quel perfetto pirata aveva spiccato il volo, per imparare troppo tardi, in un mondo peggiore, l’errore della sua vita terrena. La mente, abbattuta dal lutto, sentì più acutamente per un momento il peso della solitudine in virtù anche di una sensibilità esasperata da tutte le sottigliezze di un tenero sentimentalismo che una gloriosa civilizzazione porta con sé, tra le altre benedizioni e virtù in questo eccellente mondo. Per lo spazio di circa trenta secondi, un pessimista seminudo e che masticava betel rimase presso la riva del fiume tropicale, ai margini delle immobili e immense foreste; un uomo irato, impotente, dalle mani vuote, con un grido di amaro scontento pronto sulle labbra; un grido che, fosse uscito fuori, sarebbe risuonato attraverso le vergini solitudini delle boscaglie come ogni vero, grande, profondo urlo filosofico che da sempre veniva dalle profondità di una poltrona a disturbare l’impura distesa di tetti e camini.
Per mezzo minuto e non più Babalatchi fronteggiò gli dèi nel sublime privilegio della sua rivolta e poi l’orbo burattinaio ritornò se stesso, pieno di preoccupazione, saggezza, piani di larga portata e vittima delle tormentose superstizioni della sua razza. La notte, non importa quanto tranquilla, non è mai perfettamente silenziosa per orecchie attente e ora Babalatchi s’immaginò di poter distinguere in essa rumori diversi da quelli causati dai gorgoglii e dai mulinelli del fiume. Girò bruscamente la testa successivamente a destra e a sinistra e poi si voltò velocemente in modo allarmato e guardingo, come se si fosse aspettato di vedere il cieco fantasma del suo defunto capo che vagava nell’oscurità del cortile vuoto che aveva alle spalle. Niente là. Tuttavia aveva udito un rumore; uno strano rumore! Senza dubbio la voce spettrale di uno spirito dolente e irato. Ascoltò. Neanche un suono. Rassicurato, Babalatchi percorse alcuni passi in direzione della casa, quando un rumore molto umano, quello di un rauco tossire, lo raggiunse dalla parte del fiume. Si fermò, ascoltò attentamente, ma ora senza alcun segno d’emozione, e ritornando bruscamente indietro sulla riva, rimase in attesa con le labbra socchiuse, cercando di penetrare con il suo occhio la fluttuante cortina di nebbia che ondeggiava bassa sull’acqua. Non poteva vedere niente, eppure alcune persone su una canoa dovevano essere molto vicine, perché sentì alcune parole dette in tono normale.
«Pensi che sia questo il posto, Alì? Non riesco a vedere niente».
«Deve essere qui vicino, Tuan», rispose un’altra voce.
«Vogliamo provare la riva?»
«No!… Va’ un po’ alla deriva. Se urti contro la sponda al buio puoi sfondare la canoa in qualche tronco. Bisogna stare attenti… Va’ alla deriva! Va’ alla deriva… Questa sembra che sia una radura. Ogni tanto si può vedere la luce di una casa o qualcosa di simile. Nel campong di Lakamba ci sono molte case? Eh?»
«Un gran numero, Tuan… Io non vedo nessuna luce».
«Neanch’io», borbottò di nuovo la prima voce, questa volta più vicino al silenzioso Babalatchi che guardava con apprensione verso la sua casa il cui vano della porta rosseggiava alla fioca luce di una torcia accesa nell’interno. La casa era situata davanti al fiume e il vano della porta era proprio nella direzione della corrente, così Babalatchi rifletté rapidamente che gli sconosciuti sul fiume non potevano vederne la luce dalla posizione in cui si trovava in quel momento la loro imbarcazione. Non riusciva a decidersi di chiamarli e mentre esitava, udì di nuovo le voci, ma ora un po’ sotto il punto d’attracco dove lui si era fermato.
«Niente. Non può essere questa. Falli ritirare, Alì! Dayong, là!».
Quell’ordine fu seguito dal tuffo delle pagaie, poi un grido improvviso:
«Vedo una luce. La vedo! Ora so dove attraccare, Tuan».
Tra grandi schizzi, la canoa, spinta energicamente dalle pagaie, girò su se stessa e tornò indietro controcorrente vicino a riva.
«Chiama», disse una voce profonda molto vicina, che Babalatchi con sicurezza attribuì a un bianco. «Chiama – e qualcuno potrà venire con una torcia. Non riesco a vedere niente».
Il sonoro richiamo che seguì queste parole fu emesso quasi sotto il naso del silenzioso ascoltatore. Babalatchi, per salvare le apparenze, corse a lunghe ma silenziose falcate fino a metà del cortile e solo allora gridò di rimando e continuò a gridare mentre lentamente ritornava verso la sponda del fiume. Qui scorse la forma indistinta di un’imbarcazione, non abbastanza accostata per attraccare.
«Chi parla sul fiume?», chiese Babalatchi, dando alla sua domanda un tono sorpreso.
«Un uomo bianco», rispose Lingard dalla canoa. «Non c’è una torcia nel ricco campo di Lakamba per fare luce a un ospite al suo sbarco?»
«Non ci sono torce né uomini. Sono solo qui», disse Babalatchi con una certa esitazione.
«Solo!», esclamò Lingard. «Chi sei?»
«Solo un servo di Lakamba. Ma sbarca, Tuan Putih e vedrai il mio viso. Ecco la mia mano. No! Qui!… Sei fortunato! Ada!… Ora sei al sicuro»
«E tu sei solo qui?», disse Lingard, muovendo con precauzione alcuni passi nel cortile. «Com’è buio», mormorò a se stesso. «Si potrebbe pensare che il mondo sia stato dipinto di nero».
«Sì. Solo. Cos’altro hai detto, Tuan? Non ho capito il tuo discorso».
«Non è niente. Mi aspettavo di trovare qui… Ma dove sono tutti?»
«Che importa dove sono?», disse Babalatchi, cupamente. «Sei venuto a vedere la mia gente? L’ultimo è partito per un lungo viaggio – e io sono solo. Domani andrò anch’io».
«Sono venuto per vedere un bianco», disse Lingard, avanzando lentamente. «Lui non è andato via, vero?»
«No», rispose Babalatchi, vicino a lui. «Un uomo dalla pelle rossa e gli occhi duri», continuò pensosamente, «la cui mano è forte e il cui cuore è sciocco e debole. Un uomo bianco davvero… Ma tuttavia un uomo».
Erano giunti ai piedi di una breve scala che conduceva alla sconnessa piattaforma di bambù che circondava l’abitazione di Babalatchi. La debole luce del vano della porta pioveva sui volti dei due uomini che in piedi si guardavano a vicenda con curiosità.
«Lui è là?», chiese Lingard, a voce bassa, con un gesto della mano verso l’alto.
Babalatchi, fissando il tanto atteso visitatore, rispose subito.
«No, non qui», disse infine, mettendo il piede sul piolo più basso e guardando dietro. «Non qui, Tuan – tuttavia non molto lontano. Vuoi sederti nella mia casa? Ci può essere riso e pesce e acqua fresca – non di fiume, ma di sorgente…».
«Non ho fame», lo interruppe Lingard bruscamente, «e non sono venuto qui per sedere nella tua casa. Guidami dall’uomo bianco che mi aspetta. Non ho tempo da perdere».
«La notte è lunga, Tuan», continuò Babalatchi sommessamente, «e ci sono altre notti e altri giorni. Lunghi. Molto lunghi… Quanto ci vuole a un uomo a morire! O raja Laut!».
Lingard sussultò.
«Mi conosci!», esclamò.
«Ay wa! Ho già visto il tuo viso e sentito la tua mano – molti anni fa», disse Babalatchi, sospeso a metà della scala e chinandosi in avanti dall’alto per scrutare il viso di Lingard rivolto verso di lui. «Tu non ricordi – ma io non ho dimenticato. Ci sono molti uomini come me: c’è un solo raja Laut».
Salì con improvvisa agilità gli ultimi scalini e rimase sulla piattaforma, muovendo la mano in modo invitante verso Lingard, che lo seguì dopo un breve momento d’indecisione.
L’elastico pavimento di bambù della capanna si piegò sotto il grave peso del vecchio marinaio, che, in piedi sulla soglia, cercò di vedere nella fumosa oscurità della bassa abitazione. Sotto la torcia, infilata nella fenditura di un bastone, fissato a sua volta ad angolo retto nel mezzo del palo istoriato che sorreggeva la capanna, si allargava una macchia rossa di luce, che mostrava poche consunte stuoie e un angolo di un grande stipo che per il resto era perso nell’ombra.
Nell’oscurità delle più lontane parti della casa una punta di lancia, un vassoio d’ottone appesi alla parete, una lunga canna di un fucile inclinata verso lo stipo, coglievano i fiochi raggi della fumosa illuminazione in luccichii tremolanti che ondeggiavano, sparivano, riapparivano, andavano via, tornavano indietro – come impegnati in una incerta lotta con l’oscurità che, acquattata in attesa negli angoli remoti, sembrava lanciarsi fuori malignamente verso il suo fievole nemico. Il vasto spazio sotto l’alta falda del tetto era pieno di una spessa nuvola di fumo, la cui parte inferiore – a livello del soffitto – rifletteva la luce dell’ondeggiante debole fiamma, mentre in cima fluiva lentamente fuori, attraverso la copertura imperfetta di foglie di palma secche. Un odore indescrivibile e complicato, costituito dall’esalazione della terra umida sottostante, dal lezzo di decomposizione del pesce essiccato e dagli effluvi di sostanze vegetali putrefatte era diffuso nell’ambiente e indusse Lingard a tirare su col naso con forza, mentre entrava a grandi passi. Si sedette sulla cassapanca, piegò i gomiti sulle ginocchia, si prese la testa tra le mani e fissò il vano della porta pensosamente.
Babalatchi si muoveva da un luogo all’altro nelle ombre, sussurrando a una o due forme indistinte che si muovevano velocemente e leggermente all’estremità più lontana della baracca. Senza muoversi, Lingard dette un’occhiata di lato e intravide sagome umane imbacuccate che indugiarono per un momento vicino al bordo di luce e si ritrassero improvvisamente nell’oscurità. Babalatchi si avvicinò e sedette ai piedi di Lingard su un mucchio arrotolato di stuoie.
«Vuoi mangiare riso e bere sagueir?», disse. «Ho svegliato i miei familiari».
«Amico mio», disse Lingard, senza guardarlo, «quando vengo a trovare Lakamba o qualcuno dei servitori di Lakamba, non sono mai affamato e mai assetato. Tau! Savee! Mai! Pensi che sia privo della ragione? Che non veda che non c’è niente qui?».
Sedette eretto e, fissando repentinamente Babalatchi, si picchiò significativamente la fronte.
«Tse! Tse! Tse! Come puoi parlare così, Tuan!», esclamò Babalatchi, in tono inorridito.
«Dico quello che penso. Ho vissuto molti anni», disse Lingard allungando negligentemente il braccio per prendere il fucile che cominciò a esaminare con competenza, alzando e abbassando il cane diverse volte. «È ottimo. Lo fece Mataram. Vecchio anche», continuò.
«Haï!», interruppe Babalatchi, zelantemente. «Lo presi quand’ero giovane. Lui era un commerciante Aru un uomo con un grande stomaco e una voce sonora, e coraggioso – molto coraggioso. Quando raggiungemmo il suo prao in un grigio mattino, egli rimase in piedi a poppa gridando ai suoi uomini e ci sparò con questo fucile una volta. Solo una volta!». Fece una pausa, rise sommessamente e continuò con voce bassa sognante. «Nel grigio mattino noi saltammo fuori: quaranta uomini silenziosi in un veloce prao di Sulu e quando il sole era così alto» – qui alzò le mani a quasi tre piedi di distanza – «quando il sole era così alto, Tuan, il nostro lavoro era fatto – e c’era un festino pronto per i pesci del mare».
«Aye! Aye!», borbottò Lingard, annuendo lentamente. «Capisco. Non dovresti lasciarlo arrugginire così», aggiunse.
Lasciò cadere il fucile tra le ginocchia e tirandosi indietro sul sedile, appoggiò la testa contro la parete della capanna, incrociando le braccia sul petto.
«Un buon fucile», continuò Babalatchi. «Tira lontano e preciso. Meglio di questa».
Con la punta delle dita toccò delicatamente il calcio del revolver che spuntava dalla tasca destra della giacca bianca di Lingard.
«Tieni lontano la tua mano», disse Lingard duramente, ma in tono allegro e senza fare il minimo movimento.
Babalatchi sorrise e spostò il suo sedile un po’ più lontano. Per qualche tempo sedettero in silenzio. Lingard, con la testa inclinata all’indietro, con le palpebre abbassate, guardava in basso Babalatchi che stava tracciando con il dito linee invisibili sulla stuoia in mezzo ai suoi piedi. Fuori potevano sentire Alì e gli altri rematori chiacchierare e ridere intorno al fuoco che avevano acceso nel grande e deserto cortile.
«Bene, che mi dici di quel bianco?», disse Lingard, con calma.
Sembrò che Babalatchi non avesse udito la domanda. Continuò a tracciare elaborate trame sul pavimento per un bel po’. Lingard aspettava senza muoversi. Alla fine il malese alzò la testa.
«Haï! L’uomo bianco. Lo conosco!», mormorò con aria assente. «Questo bianco o un altro… Tuan», disse a voce alta con inaspettata animazione, «tu sei un uomo del mare?»
«Mi conosci. Perché chiedi?», disse Lingard, a voce bassa.
«Sì. Un uomo del mare – proprio come lo siamo noi. Un vero Orang Laut», continuò Babalatchi, pensosamente, «non come il resto dei bianchi».
«Io sono come gli altri bianchi e non voglio dire molte parole quando la verità è corta. Sono venuto qui per vedere l’uomo bianco che aiutò Lakamba contro Patalolo, che è mio amico. Mostrami dove l’uomo bianco vive; voglio che egli ascolti il mio discorso».
«Discorso soltanto? Tuan! Perché affrettarsi? La notte è lunga e la morte è veloce – come tu dovresti sapere; tu che l’hai data a così tanti della mia gente. Ti ricordi? Successe a Carimata – lontano di qui».
«Non posso ricordare ogni vagabondo che è venuto sulla mia strada», protestò Lingard, seriamente.
«Haï! Haï!», continuò Babalatchi, impassibile e sognante. «Molti anni fa. Allora tutta questa» – e guardando in su improvvisamente la barba di Lingard, si toccò significativamente il proprio mento senza barba – «allora tutta questa era come oro nella luce del sole, ora è come la schiuma di un mare in tempesta».
«Può darsi, può darsi», disse Lingard, pazientemente, pagando l’involontario tributo di un debole sospiro alle memorie del passato evocato dalle parole di Babalatchi.
Viveva a contatto con i malesi da così tanto tempo che l’estrema lentezza e tortuosità dei loro processi mentali avevano smesso di irritarlo più di tanto. Quella sera, forse, era meno che mai disposto all’impazienza. Era disposto, se non ad ascoltare Babalatchi, almeno a lasciarlo parlare. Gli era chiaro che l’uomo aveva qualcosa da dire e sperava che un raggio di luce sarebbe saltato fuori dal discorso attraverso la spessa oscurità di un tradimento inesplicabile, per mostrargli chiaramente – anche solo per un secondo – l’uomo su cui avrebbe dovuto esercitare la sua opera di giustizia. Giustizia soltanto! Niente era più lontano dai suoi pensieri di una cosa così inutile come la vendetta. Giustizia soltanto. Era suo dovere che fosse fatta giustizia – per sua mano. Non gli piaceva però pensare al come. A lui, come a Babalatchi, sembrava che la notte sarebbe stata abbastanza per il lavoro che doveva fare. Ma non chiariva a se stesso la natura di quel lavoro e sedeva fermo, lasciando di buon grado che il tempo passasse, sotto l’oppressione terribile di quel richiamo. Cosa era giusto pensare in proposito? Era inevitabile e il suo tempo era vicino. Tuttavia non poteva controllare i ricordi che venivano ad affollargli intorno in quella maleodorante capanna, mentre Babalatchi continuava a parlare in un tono fluente e monotono, senza il minimo movimento, a parte le labbra, nella faccia artificiosamente inanimata. Lingard, come una nave all’ancora che andasse in diagonale, si lanciava qua e là nella rapida marea dei suoi ricordi. Il suono pacato di parole sommesse risuonava intorno a lui, ma i suoi pensieri erano persi ora nella contemplazione della passata dolcezza e della lotta dei giorni di Carimata, ora nell’imbarazzante stupore del fallimento del suo giudizio; fino alla fatale cecità del caso che lo aveva indotto molti anni prima a soccorrere nelle strade di Samarang un fuggiasco da una nave olandese, mezzo morto di fame. Come gli era piaciuto l’uomo: quella fiducia in se stesso, quell’intraprendenza, quel desiderio di riuscire, quel presuntuoso buon umore e quell’egoistica eloquenza. Gli erano piaciuti proprio quei difetti – quei difetti che avevano, per lui, così tanti aspetti congeniali. E lo aveva sempre trattato in modo imparziale proprio dall’inizio; e lo avrebbe trattato in modo imparziale ora – proprio alla fine. Quest’ultimo pensiero incupì la faccia di Lingard facendogli aggrottare le ciglia minacciosamente. Il giustiziere sedeva con le labbra serrate e il cuore pesante, mentre, nella calma oscurità esterna, il mondo silenzioso sembrava attendere col fiato sospeso quella giustizia che egli teneva in mano – la sua forte mano: – pronta a colpire – riluttante a muoversi.
Capitolo diciannovesimo
Babalatchi smise di parlare. Lingard strascicò un po’ i piedi, disserrò le braccia e scosse lentamente la testa. Il racconto di ciò che era accaduto a Sambir, riferito dal punto di vista dell’astuto statista, era stato compreso solo a sprazzi dalle sue orecchie disattente e tuttavia era stato come un filo che lo aveva condotto fuori dall’oscuro labirinto dei suoi pensieri e ora era giunto alla conclusione, fuori dall’ingarbugliato passato nelle incalzanti necessità del presente. Con i palmi delle mani sulle ginocchia, i gomiti in fuori, guardò in basso Babalatchi che sedeva in atteggiamento rigido, inespressivo e muto come una bambola parlante il cui meccanismo alla fine si fosse scaricato.
«Voi avete fatto tutto questo», disse Lingard alla fine, «e ve ne dorrete prima che il vento secco cominci a soffiare di nuovo. La voce di Abdulla porterà qui il dominio olandese».
Babalatchi agitò la mano verso il vano della porta.
«Ci sono foreste là. Lakamba governa il paese ora. Dimmi, Tuan, pensi che i grandi alberi conoscano il nome di chi governa? No. Sono nati, crescono, vivono e muoiono – tuttavia non conoscono, non sentono. È il loro paese».
«Anche un grande albero può essere ucciso da una piccola ascia», disse Lingard, seccamente. «E ricorda, amico mio monocolo, che le asce sono fatte da mani bianche. Lo scoprirai presto, dal momento che hai alzato la bandiera olandese».
«Ay wa!», disse Babalatchi, lentamente. «È scritto che la terra appartiene a coloro che hanno pelle chiara e cuori duri, ma sono sciocchi. Più lontano è il padrone, più facile è per lo schiavo, Tuan! Tu eri troppo vicino. La tua voce risuonava sempre nelle nostre orecchie. Ora non sarà così. Il grande raja di Batavia è forte, ma può essere ingannato. Dovrà parlare molto forte per essere udito qui. Ma se noi abbiamo bisogno di gridare, allora egli dovrà udire le molte voci che chiedono protezione. Non è che un uomo bianco».
«Se mai parlai a Patalolo, come un fratello più anziano, fu per il vostro bene – per il bene di tutti», disse Lingard con grande serietà.
«Questo è un discorso da uomo bianco», esclamò Babalatchi, con amara esultanza. «Lo conosco. Questo è il modo in cui tutti voi parlate mentre caricate i fucili e affilate le spade; e quando siete pronti, allora a quelli che sono deboli voi dite: “Obbediscimi e sii felice, o muori!”. Siete strani voi bianchi. Pensate che la vostra saggezza, la vostra virtù e la vostra felicità siano vere. Voi siete più forti delle bestie selvagge, ma non altrettanto saggi. Una tigre nera sa quando non ha fame. Voi no. Conosce la differenza fra se stessa e quelli che possono parlare; voi non capite la differenza tra voi e noi – che siamo uomini. Voi siete saggi e grandi – e sarete sempre sciocchi».
Sollevò in alto le mani, agitando la nuvola sonnolenta di fumo che era sospesa sulla sua testa, le riportò a palmi aperti sul fragile pavimento ai lati delle gambe allungate. L’intera capanna si scosse. Lingard guardò con curiosità quello statista esagitato.
«Apa! Apa! Qual è il problema?», mormorò con calma. «Chi ho ucciso qui? Dove sono i miei fucili? Che cosa ho fatto? Che cosa ho distrutto?»
Babalatchi si calmò e parlò con studiata cortesia.
«Tu, Tuan, sei uomo di mare e più simile a noi. Perciò ti dico tutte le parole che sono nel mio cuore… Solo una volta il mare è stato più forte del raja del mare».
«Lo sai, vero?», disse Lingard con dolorosa asprezza.
«Haï! Abbiamo sentito della tua nave – e qualcuno si è rallegrato. Non io. Tra i bianchi, che sono diavoli, tu sei un uomo».
«Trima kassi! Ti rendo grazie», disse Lingard, gravemente. Babalatchi abbassò lo sguardo con un timido sorriso, ma poi il suo viso diventò subito triste e quando parlò di nuovo lo fece in tono addolorato.
«Se tu fossi venuto un giorno prima, Tuan, avresti visto un nemico morire. Lo avresti visto morire povero, cieco e infelice – senza un figlio maschio che gli scavasse la fossa ed elogiasse la sua saggezza e il suo coraggio. Sì, avresti visto l’uomo che ti combatté a Carimata tanti anni fa, morire solo – tranne che per un amico. Una gran vista per te».
«Non per me», rispose Lingard. «Neanche me lo ricordavo finché non hai detto il suo nome, proprio ora. Tu non ci capisci. Noi combattiamo, noi vinciamo – e noi dimentichiamo».
«Vero, vero», disse Babalatchi, con cortese ironia, «voi bianchi siete così grandi che sdegnate di ricordare i vostri nemici. No! No!», continuò sullo stesso tono, «voi avete così tanta compassione per noi, che non c’è spazio per alcun ricordo. Oh, voi siete grandi e buoni. Ma ho in mente che tra di voi sappiate come ricordare. Non è così, Tuan?».
Lingard non disse niente. Le sue spalle si mossero impercettibilmente. Posò il fucile sulle ginocchia e fissò con aria assente la pietra focaia.
«Sì», continuò Babalatchi, cadendo di nuovo nel tono addolorato, «sì, è morto nell’oscurità. Io sedevo al suo fianco e tenevo la sua mano, ma egli non poteva vedere la faccia di colui che guardava il debole respiro sulle sue labbra. Anche lei, che egli aveva maledetto a causa dell’uomo bianco, era là e piangeva con il volto coperto. L’uomo bianco camminava per il cortile facendo molti rumori. Di tanto in tanto veniva sulla soglia e ci guardava piangere. Ci fissava con occhi cattivi e allora io fui contento che il morente fosse cieco.
Questa è la verità. Io fui contento; perché gli occhi di un uomo bianco non sono belli da vedere quando il diavolo che ci vive sta guardando fuori attraverso di essi».
«Diavolo! Eh?», disse Lingard, quasi ad alta voce, rivolto a se stesso, come colpito dall’ovvietà di qualche idea nuova. Babalatchi continuò:
«Alla prima ora del mattino si sedette eretto – egli così debole – e pronunciò chiaramente alcune parole che non erano destinate a orecchie umane. Io tenni stretta la sua mano, ma era tempo per quel capo di uomini coraggiosi di raggiungere i credenti che sono felici. Quelli della mia famiglia portarono un lenzuolo bianco e io cominciai a scavare una tomba nella capanna in cui era morto. Lei si lamentava a voce alta. L’uomo bianco venne sulla soglia e gridò. Era arrabbiato. Arrabbiato con lei perché si batteva il petto e si strappava i capelli e si lamentava con grida acute come è giusto per una donna. Capisci quello che dico, Tuan? Quell’uomo bianco venne dentro la baracca con grande furia e la prese per la spalla e la trascinò fuori. Sì, Tuan. Io vedevo Omar morto e vedevo lei ai piedi di quel cane bianco che mi ha ingannato. Vedevo la sua faccia grigia, fredda come la nebbia del mattino; vedevo i suoi occhi chiari che guardavano la figlia di Omar che batteva la testa sul terreno ai suoi piedi. Ai piedi di lui che è lo schiavo di Abdulla. Sì, lui vive per volere di Abdulla. Per questo motivo ho trattenuto la mia mano, perché ora siamo sotto la bandiera dell’Orang Blanda e Abdulla può parlare nelle orecchie del grande. Noi non dobbiamo avere nessun guaio con i bianchi. Abdulla ha parlato – e io devo obbedire».
«Tutto qui, e basta?», borbottò Lingard tra i baffi. Poi in malese, «sembra che tu sia arrabbiato, o Babalatchi!».
«No; non sono arrabbiato, Tuan», rispose Babalatchi, scendendo dalle insicure altezze della sua indignazione alle insincere profondità di una sicura umiltà. «Non sono arrabbiato. Cosa sono io per essere arrabbiato? Sono soltanto un Orang Laut e sono fuggito davanti alla tua gente molte volte. Servitore di questo – protetto di un altro; ho dato il mio consiglio qua e là per una manciata di riso. Cosa sono io, per essere arrabbiato con un uomo bianco? Cos’è l’ira senza il potere di colpire. Ma voi bianchi avete preso tutto: il paese, il mare e il potere di colpire. E non c’è rimasto niente per noi nelle isole se non la vostra giustizia di uomini bianchi; la vostra grande giustizia che non conosce ira».
Si alzò e rimase per un momento sul vano della porta, fiutando l’aria calda del cortile, e si appoggiò contro il palo di sostegno, davanti a Lingard che rimase seduto sulla cassa. La torcia, consumata quasi fino alla fine, bruciava rumorosamente. Piccoli scoppi ebbero luogo nel cuore della fiamma portando attraverso la vampa fumosa fili di duri, rotondi sbuffi di fumo bianco, non più grandi di piselli, che rotolavano fuori delle porte nella debole corrente proveniente dalle invisibili fessure delle pareti di bambù. Il pungente lezzo di cose sporche sotto e intorno alla capanna divenne più greve, pesando sulla determinazione di Lingard e sui suoi pensieri in un irresistibile intorpidimento del cervello. Pensò con aria sonnolenta a se stesso e a quell’uomo che voleva vederlo – che aspettava di vederlo. Che aspettava! Notte e giorno. Aspettava… Si librò nel suo cervello la maligna, ma fantastica idea che una tale attesa non poteva essere molto piacevole per l’individuo. Bene, lasciamolo aspettare. Lo avrebbe visto abbastanza presto. E per quanto? Cinque secondi – cinque minuti – non dire niente – dire qualcosa. Cosa? No! Dargli giusto il tempo di guardare bene e poi…
Improvvisamente Babalatchi cominciò a parlare con voce suadente. Lingard batté gli occhi, si schiarì la gola – sedette eretto.
«Sai tutto ora, Tuan. Lakamba abita nella casa recintata di Patalolo; Abdulla ha cominciato a costruire magazzini di assi e pietra e ora che Omar è morto, io stesso mi allontanerò di qui e vivrò con Lakamba e parlerò al suo orecchio. Ne ho serviti molti. Il migliore di tutti loro dorme nella terra in un bianco lenzuolo, senza niente che segni la sua tomba se non le ceneri della capanna in cui morì. Sì Tuan! L’uomo bianco la distrusse egli stesso. Con una torcia fiammeggiante in mano girava intorno a grandi passi, gridandomi di uscire – gridando a me, che stavo ricoprendo di terra il corpo del grande capo. Sì; giurandomi sul vostro Dio e sui nostri che avrebbe bruciato me e lei là dentro, se non ci fossimo affrettati… Haï! Gli uomini bianchi sono molto energici e saggi. La trascinai fuori velocemente!».
«Oh, accidenti!», esclamò Lingard, poi continuò in malese, parlando gravemente. «Ascolta. Quell’uomo non è come gli altri uomini bianchi. Tu sai che non lo è. Non è un uomo affatto. Lui è… non lo so».
Babalatchi alzò la mano con aria di disapprovazione. Il suo occhio ammiccò e le sue grandi labbra tinte di rosso, separate da una smorfia senza espressione, scoprirono una fila di monconi di denti neri limati uniformemente fino alle gengive.
«Haï! Haï! Non come te. Non come te», disse, aumentando la gentilezza dei suoi toni mentre si avvicinava all’argomento che aveva dominato la sua mente durante quel colloquio tanto desiderato. «Non come te, Tuan, che sei come noi, soltanto più saggio e più forte. Tuttavia anche lui è pieno di grande astuzia e parla di te senza alcun rispetto, alla maniera dei bianchi quando parlano l’uno dell’altro». Lingard sussultò sulla sedia, come se fosse stato pungolato.
«Lui parla! Cosa dice?», gridò.
«No, Tuan», protestò il calmo Babalatchi, «che importa il suo dire se non è un uomo? Io non sono niente davanti a te – perché dovrei ripetere le parole di un uomo bianco a proposito di un altro? Si è vantato con Abdulla di avere imparato molto dalla tua saggezza negli anni passati. Le altre parole le ho dimenticate. Veramente, Tuan io ho…».
Lingard troncò le proteste di Babalatchi con un gesto sprezzante della mano e si alzò con dignità.
«Io devo andarmene», disse Babalatchi, «e l’uomo bianco rimarrà qui, solo con lo spirito del morto e con lei che è stata la delizia del suo cuore. Lui, essendo bianco, non può udire la voce di coloro che morirono… Dimmi, Tuan», continuò, guardando Lingard con curiosità, «dimmi, Tuan, voi bianchi udite mai le voci degli invisibili?»
«Non le udiamo», rispose Lingard, «perché quelli che non possiamo vedere non parlano».
«Non parlano mai! E non si lamentano mai con suoni che non sono parole?», esclamò Babalatchi, dubbiosamente. «Può essere così – o le vostre orecchie sono sorde. Noi malesi udiamo molti suoni vicino ai luoghi dove sono sepolti gli uomini. Stanotte ho udito… Sì, ho udito… Non voglio udire ancora», aggiunse nervosamente. «Forse mi sono sbagliato quando io… Ci sono cose che rimpiango. La pena era pesante nel suo cuore quando è morto. Talvolta penso di essermi sbagliato… ma non voglio udire il lamento di labbra invisibili. Per cui vado via, Tuan. Lascio che l’inquieto spirito parli al suo nemico, l’uomo bianco che non conosce paura, o amore, o misericordia – non conosce altro che disprezzo e violenza. Mi sono sbagliato! Mi sono sbagliato! Haï! Haï!».
Rimase per un po’ con il gomito sul palmo della mano sinistra, le dita dell’altra mano sulle labbra come per soffocare l’espressione di un inopportuno rimorso; poi, dopo aver dato un’occhiata alla torcia, bruciata quasi fino alla fine, si mosse verso la parete accanto allo stipo, armeggiò da quelle parti e improvvisamente spalancò una larga imposta di palma di nipa intrecciata in una leggera trama di bastoncini. Lingard ruotò velocemente le gambe sull’angolo del suo sedile.
«Ah!», disse, sorpreso.
La nuvola di fumo si mosse e un lento filo uscì fuori a spirale attraverso la nuova apertura. La torcia tremolò, sibilò e si spense, l’estremità accesa cadde sulla stuoia, da dove Babalatchi la strappò via e la buttò fuori attraverso l’apertura. Descrisse una curva evanescente di luce rossa e si posò a terra, brillando debolmente nella vasta oscurità. Babalatchi rimase con il braccio allungato nella notte vuota.
«Là», disse, «puoi vedere il cortile dell’uomo bianco, Tuan, e la sua casa».
«Non riesco a vedere niente», rispose Lingard, infilando la testa nell’apertura dell’imposta. «È troppo buio».
«Aspetta, Tuan», esortò Babalatchi. «Hai guardato a lungo la torcia che bruciava. Vedrai presto. Attento al fucile, Tuan. È carico».
«Non c’è la pietra focaia. Né la potrai trovare per cento miglia qua intorno», disse Lingard stizzosamente. «È sciocco caricare questo fucile».
«Io ho una pietra. L’ho avuta da un uomo saggio e pio che vive a Menang Kabau. Un uomo molto pio – uno sparo molto buono. Ha detto delle parole su quella pietra che rendono buone le sue scintille. E il fucile è buono – spara dritto e lontano. Credo che sparerebbe da qui alla porta della casa dell’uomo bianco, Tuan».
«Tida apa. Non ti preoccupare del tuo fucile», brontolò Lingard, scrutando nell’oscurità informe. «È quella la casa – quella cosa nera laggiù?», chiese.
«Sì», rispose Babalatchi, «quella è casa sua. Vive là per volere di Abdulla e vivrà lì finché… Da dove sei, Tuan, puoi vedere oltre la staccionata e attraverso il cortile la porta – la porta da cui esce ogni mattino, con l’aspetto di uno che ha visto Jehannum nel sonno».
Lingard tirò indietro la testa. Babalatchi gli toccò la spalla con mano esitante.
«Aspetta un poco, Tuan. Siediti. Il mattino non è molto lontano ora – un mattino senza sole dopo una notte senza stelle. Ma ci sarà luce abbastanza per vedere l’uomo che ha detto, non molti giorni fa, che lui solo ti ha reso meno importante di un bambino, a Sambir». Sentì un leggero tremore sotto la mano, ma la tolse immediatamente e cominciò a cercare a tentoni il fucile su tutto il coperchio dello stipo, dietro le spalle di Lingard.
«Che fai?», disse Lingard, con impazienza. «Ti preoccupi di quel pessimo fucile. Faresti meglio a portare una luce».
«Una luce! Ti dico, Tuan, che la luce del cielo è molto vicina», disse Babalatchi, che si era ora impossessato dell’oggetto della sua sollecitudine, e stringendolo fortemente per la lunga canna appoggiò il calcio ai suoi piedi.
«Forse è vicina», disse Lingard appoggiando i gomiti sulla traversa più bassa della primitiva finestra e guardando fuori. «È ancora molto scuro fuori», notò con noncuranza.
Babalatchi si mosse irrequieto.
«Non va bene che tu stia seduto dove puoi essere visto», borbottò.
«Perché no?», chiese Lingard.
«L’uomo bianco dorme, è vero», spiegò Babalatchi con calma, «tuttavia può uscire fuori presto e ha delle armi».
«Ah! Ha delle armi?», disse Lingard.
«Sì; un fucile corto che spara molte volte – come il tuo qui. Abdulla glielo ha dovuto dare».
Lingard udì le parole di Babalatchi, ma non fece alcun movimento. Al vecchio avventuriero l’idea che le armi da fuoco potessero essere pericolose anche in altre mani oltre le sue non venne in mente rapidamente e certamente non in connessione con Willems. Era così occupato con il pensiero di ciò che considerava il suo sacrosanto dovere, che non poteva tenere in alcuna considerazione le probabili azioni dell’uomo a cui pensava – come uno può pensare a un criminale giustiziato – con sorpresa indignazione, mitigata da sdegnosa pietà. Mentre sedeva fissando nell’oscurità che, davanti ai suoi occhi pensosi, ogni minuto diventava più sottile, come una nebbia che si dileguava, Willems gli apparve come una figura già appartenente interamente al passato – una figura che non sarebbe potuta entrare di nuovo in nessun modo nella sua vita. Aveva preso una decisione e la cosa era bell’e fatta. Nel suo faticoso pensare aveva chiuso questo fatale, inesplicabile e orribile episodio della sua vita. Il peggio era accaduto. I giorni a venire avrebbero visto la punizione.
Una o due volte prima di allora aveva tolto dalla sua strada un nemico; un bel po’ di volte aveva estinto alcuni debiti molto pesanti. Il capitano Tom per parecchi era stato un buon amico: ma era risaputo, dai dintorni di Honolulu fino a Diego Suarez, che l’inimicizia del capitano Tom era più di quanto qualsiasi uomo potesse facilmente trattare da solo. Come diceva spesso, non avrebbe fatto male a una mosca finché la mosca lo lasciava in pace; tuttavia non si vive per anni entro i confini delle leggi civilizzate senza elaborare una qualche strana e personale nozione di giustizia. Nessuno di quelli che lo conoscevano si era mai preoccupato di fargli notare l’errore delle sue concezioni. A nessuno conveniva contrastare le idee di Lingard sulla opportunità delle sue azioni – questo fatto era stato acquisito dalla fluttuante saggezza dei mari del Sud, dell’arcipelago orientale e in nessun posto era capito meglio che negli angoli di mondo fuori mano; in quegli angoli che lui riempiva incontrastato e dispotico, con gli echi della sua rumorosa presenza. Non serve a niente questionare con uno che si vanta di non avere mai rimpianto una sola azione della sua vita, la cui risposta a una leggera critica è un bello strillo: «Tu non ne sai niente. Io lo rifarei. Sì, signore!». I suoi soci e le sue conoscenze accettavano lui, le sue opinioni, le sue azioni come cose predeterminate e immutabili; guardavano le sue molteplici manifestazioni con passivo stupore non disgiunto da quell’ammirazione che è soltanto il giusto tributo a un uomo di successo. Ma nessuno lo aveva mai visto nello stato d’animo in cui era adesso. Nessuno aveva visto Lingard dubitare e dare spazio all’esitazione, incapace di decidersi e restio ad agire; Lingard incerto ed esitante un minuto, arrabbiato, ma inattivo quello successivo; Lingard in una parola disorientato, perché si trovava di fronte a una situazione che lo sconcertava per la gratuita malevolenza, la spaventosa ingiustizia che, al suo rozzo ma genuino palato, sapeva delle esalazioni sulfuree del più profondo inferno.
L’uniforme oscurità che riempiva l’apertura dell’imposta impallidì e si chiazzò di forme mal definite, come se un nuovo universo si stesse evolvendo da un oscuro caos. Poi si delinearono i contorni, che delimitavano forme senza dettagli, indicando qui un albero, là un arbusto; una nera cintura di foresta lontano; le dritte linee di una casa, la linea di displuvio di un alto tetto vicino. All’interno della capanna Babalatchi, che fino allora era stato solo una voce persuasiva, diventò una forma umana che chinava imprudentemente il mento sulla bocca del fucile e girava un occhio ansioso al mondo che riappariva. Il giorno venne alla svelta, lugubre e oppresso dalla nebbia del fiume e dai pesanti vapori del cielo – un giorno senza colore e senza la luce del sole: incompleto, scoraggiante e triste.
Babalatchi tirò delicatamente la manica di Lingard e quando il vecchio marinaio ebbe alzato la testa con aria interrogativa, allungò un braccio e puntò l’indice verso la casa di Willems, ora chiaramente visibile sulla destra, dietro il grande albero del cortile.
«Guarda, Tuan!», disse. «Lui vive là. Quella è la porta, la sua porta. Apparirà presto sulla soglia, con i capelli in disordine e la bocca piena di maledizioni. È così. È un uomo bianco e mai soddisfatto. Come puoi osservare, Tuan», continuò, ossequiosamente, «la sua porta è davanti a questa apertura, dove tu condiscendi di sedere, che è nascosta agli occhi di tutti. È di fronte – dritto – e non lontano. Osserva, Tuan, niente affatto lontano».
«Sì, sì; posso vedere. Lo vedrò quando si sveglia».
«Senza dubbio, Tuan. Quando si sveglia… Se tu rimani qui lui non può vedere te. Io mi ritirerò velocemente e preparerò io stesso la mia canoa. Sono solo un pover’uomo e devo andare a Sambir a salutare Lakamba quando apre gli occhi. Devo inchinarmi davanti ad Abdulla che ha forza – anche più forza di te. Ora se tu rimani qui, osserverai facilmente l’uomo che si è gloriato con Abdulla di essere stato tuo amico, anche mentre si preparava a combattere quelli che ti chiamano protettore. Sì, ha complottato con Abdulla per quella maledetta bandiera. Lakamba era cieco, allora, e io sono stato ingannato. Ma tu, Tuan! Ricorda, egli ha ingannato te anche di più. Di questo si è vantato davanti a tutti».
Appoggiò delicatamente il fucile alla parete accanto alla finestra e disse dolcemente: «Devo andare ora, Tuan? Fa’ attenzione al fucile. Ci ho messo la pietra focaia. La pietra focaia di un uomo saggio, che non fallisce mai».
Gli occhi di Lingard erano incollati sulla porta lontana. Nella direzione del suo sguardo, nel vuoto grigio del cortile, un grande piccione della frutta agitò languidamente le ali verso le foreste con un alto grido risonante, come la nota di un gong profondo: un uccello magnifico che guardava nella tristezza di un giorno minaccioso, nero come un corvo. Un compatto stormo di bianchi padda si alzò sopra l’albero con un debole stridio e si librò ondeggiando in una massa disordinata che improvvisamente si sparpagliò in tutte le direzioni, come fatta a pezzi da una silenziosa esplosione. Dietro le spalle Lingard udì uno strascichio di piedi – donne che lasciavano la capanna. Nell’altro cortile si udì una voce che si lamentava del freddo e che giungeva molto flebile, ma estremamente chiara per il grande silenzio delle case e radure abbandonate. Babalatchi tossì discretamente. Da sotto la casa i tonfi dei pestelli di legno che mondavano il riso cominciarono con inaspettata subitaneità. La voce debole ma chiara nel cortile esortò di nuovo: «Soffia sui tizzoni oppure sulle ceneri, fratello!». Un’altra voce rispose, strascicando le parole in una modulata sottile cantilena: «Fallo da te, o porco tremante» e la cantilena dell’ultima parola cessò improvvisamente, come se l’uomo fosse caduto in una buca profonda. Babalatchi tossì di nuovo con un po’ d’impazienza e disse in tono confidenziale:
«Pensi che sia tempo che io vada, Tuan? Vuoi badare al mio fucile, Tuan? Sono un uomo che sa come obbedire; obbedire anche ad Abdulla che mi ha ingannato. Tuttavia questo fucile spara dritto e lontano – se vuoi saperlo, Tuan. E ci ho messo una doppia misura di polvere e tre proiettili. Sì, Tuan. Ora – forse – vado».
Quando Babalatchi aveva cominciato a parlare, Lingard si era girato lentamente e lo aveva fissato con lo sguardo torpido e maldisposto di un uomo malato che si sveglia per un altro giorno di sofferenza. Mentre l’astuto statista procedeva, le sue sopracciglia si avvicinarono, gli occhi diventarono animati e una grossa vena gli risaltò sulla fronte, accentuandone il cipiglio. Mentre diceva le ultime parole Babalatchi esitò, poi s’interruppe, confuso, davanti allo sguardo fermo del vecchio marinaio.
Lingard si alzò. La sua faccia si schiarì ed egli guardò in basso l’ansioso Babalatchi con improvvisa benevolenza.
«E così! È questo che stai cercando di ottenere», disse, poggiando una mano pesante sull’arrendevole spalla di Babalatchi. «Tu hai pensato che io fossi venuto qui per ucciderlo. Eh? Parla! Tu cane fedele di un mercante arabo!».
«E cos’altro, Tuan?», strillò Babalatchi, tanto esasperato da essere sincero. «Che altro, Tuan! Ricorda cosa ha fatto; ha avvelenato le nostre orecchie con i suoi discorsi su di te. Tu sei un uomo. Se non sei venuto per uccidere, Tuan, allora o io sono uno sciocco oppure…». Fece una pausa, si colpì il petto nudo con il palmo aperto e finì in un sussurro scoraggiato – «oppure, Tuan, lo sei tu».
Lingard lo guardò con sprezzante serenità. Dopo le sue lunghe e dolorose esitazioni in mezzo agli oscuri orrori della condotta di Willems, le logiche anche se tortuose evoluzioni della diplomatica mente di Babalatchi erano per lui benvenute come la luce del giorno. C’era qualcosa, alla fine, che lui poteva capire – il chiaro effetto di una semplice causa. Si sentì indulgente nei confronti del deluso saggio.
«Così tu sei arrabbiato con il tuo amico, o monocolo!», disse lentamente, abbassando la sua feroce espressione vicino al viso sconcertato di Babalatchi. «Mi sembra che tu debba avere avuto molto a che fare con quello che è accaduto a Sambir ultimamente. Eh? Tu figlio di un padre bruciato».
«Possa io perire di tua mano, o raja del mare, se le mie parole non sono vere!», disse Babalatchi, con incurante eccitazione. «Tu qui sei in mezzo ai tuoi nemici. E lui è il più grande. Abdulla non avrebbe fatto niente senza di lui e io non avrei potuto fare niente senza Abdulla. Colpisci me – così colpirai tutti!».
«Chi sei tu», esclamò Lingard sprezzantemente, «chi sei tu per osare definirti mio nemico! Sporcizia! Niente! Esci per primo», continuò severamente. «Lakas! Svelto! Marsh!».
Spinse Babalatchi attraverso la soglia e lo seguì, giù per la corta scala, nel cortile. I rematori, che stavano seduti a gambe incrociate intorno al fuoco, girarono malvolentieri i loro occhi pigri verso i due uomini; poi, incuranti, si strinsero di nuovo vicini, allungando sconsolatamente le mani sulle braci. Dall’oscurità sotto la casa, le donne interruppero il loro lavoro e con i pestelli sollevati lanciarono veloci e curiosi sguardi.
«È questa la strada?», chiese Lingard con un cenno verso il cancelletto del recinto di Willems.
«Se cerchi la morte, questa è di sicuro la strada», rispose Babalatchi spassionatamente, come se avesse esaurito tutte le emozioni. «Lui vive là: lui, che ha distrutto i tuoi amici; che ha affrettato la morte di Omar; che ha complottato con Abdulla prima contro di te, poi contro di me. Io sono stato come un bambino. O vergogna!… Ma vai, Tuan. Vai là».
«Io vado dove mi pare», disse Lingard, con enfasi, «e tu puoi andare al diavolo; non ho più bisogno di te. Le isole di questi mari affonderanno prima che io, raja Laut, serva il volere di qualcuno della tua gente. Tau? Ma ti dico questo: non m’importa cosa farai con lui dopo oggi. E dico così perché sono pietoso».
«Tida! Io non faccio niente», disse Babalatchi, scuotendo la testa con amara apatia. «Io sono nelle mani di Abdulla e non m’importa, proprio come a te. No! No!», aggiunse, allontanandosi. «Ho imparato molta saggezza questa mattina. Non ci sono uomini da nessuna parte. Voi bianchi siete crudeli con i vostri amici e clementi con i vostri nemici – che cosa da sciocchi».
Si allontanò verso la riva del fiume e, senza guardarsi una sola volta indietro, sparì nel basso banco di nebbia posato sull’acqua e sulla riva. Lingard lo seguì con gli occhi, pensosamente. Dopo un po’ si riscosse e chiamò i rematori:
«Haï-ya, qui! Dopo che avrete mangiato il riso, aspettatemi con le pagaie in mano. Mi sentite?»
«Ada, Tuan!», rispose Alì attraverso il fumo del fuoco mattutino che stava spandendosi, basso e leggero, sul cortile – «Ti sentiamo!». Lingard aprì lentamente il piccolo cancelletto, fece pochi passi nel recinto vuoto e si fermò. Aveva sentito intorno alla testa il veloce alito di un soffio di vento che lo oltrepassò, fece tremare ogni foglia del grande albero – e si estinse in un appena percettibile tremore di rami e rametti. Istintivamente dette un’occhiata in alto seguendo l’impulso del marinaio. Sopra di lui, sotto la grigia distesa immobile di un cielo burrascoso, neri vapori si spostavano bassi, in strisce allungate, in frammenti senza forma, in ciuffi sinuosi e volute tormentate. Sul cortile e sulla casa si librava una nuvola rotonda, oscura e persistente, che si trascinava dietro una coda di aggrovigliati e leggeri nastri – come i capelli scarmigliati di una donna in lutto.
Capitolo ventesimo
«Attento!».
La voce sforzata e tremante e il tono rotto e miserevole del debole grido, sorpresero Lingard molto più dell’inaspettata subitaneità dell’avvertimento, che egli non sapeva da chi fosse partito e a chi fosse diretto. A parte lui non c’era nessuno nel cortile, per quanto poteva vedere. Il grido non fu ripetuto e il suo occhio vigile, scrutando con circospezione la nebbiosa solitudine del recinto di Willems, incontrò da ogni parte soltanto l’imperturbabile impassibilità di cose inanimate: il grande albero dall’aria cupa, la casa chiusa, invisibile, i luccicanti steccati di bambù e, più lontano, i cespugli umidi e curvi – tutte cose queste che, condannate a guardare per sempre le incomprensibili afflizioni o gioie dell’umanità, affermano, con il loro aspetto di fredda indifferenza, l’alta dignità della materia inanimata che circonda, priva di curiosità ed immobile, i misteri inquieti della vita che cambia sempre e non finisce mai.
Lingard, facendo un passo di lato, mise il tronco dell’albero tra sé e la casa, poi, girando cautamente intorno a uno dei sostegni sporgenti, dovette spostarsi bruscamente per evitare di sparpagliare un piccolo mucchio di braci nere dall’altra parte del tronco, su cui capitò inaspettatamente. Una vecchia magra, avvizzita, che stava dietro l’albero e guardava la casa, si voltò verso di lui con un sussulto, diede un’occhiata all’intruso con occhi sbiaditi e senza espressione, quindi tentò zoppicando di andare via. Comunque, sembrò realizzare immediatamente l’inutilità o la difficoltà dell’impresa, per cui si fermò, esitò, barcollò indietro lentamente; poi, dopo averlo guardato di sottecchi con uno sguardo ottuso, cadde improvvisamente sulle ginocchia in mezzo alle ceneri bianche e, chinandosi sopra il mucchietto di carboni senza fiamma, gonfiò le guance incavate in uno sforzo costante, per fare riattecchire la fiamma. Lingard la guardò, ma lei sembrava avere deciso di avere energia sufficiente, nel suo corpo piegato, soltanto per il disbrigo del semplice dovere domestico e, apparentemente, era riluttante a dargli anche un minimo di attenzione. Dopo avere aspettato un po’ Lingard chiese:
«Perché hai gridato, figlia mia?»
«Ti ho visto entrare», gracchiò lei flebilmente, sempre china con la faccia vicino alle ceneri e senza guardarlo, «e ho gridato – il grido d’avvertimento. Era il suo ordine. Il suo ordine», ripeté, con un lamentoso sospiro.
«E lei ha udito?», continuò Lingard, con gentile compostezza.
Quelle scapole sporgenti si mossero a disagio sotto il sottile tessuto della giacca aderente al corpo. Si mise in piedi con difficoltà e, borbottando stizzosamente fra sé, si allontanò zoppicando verso un mucchio di ramaglia secca ammucchiata contro lo steccato.
Lingard, seguendola pigramente con lo sguardo, udì il rumore secco delle assi sconnesse che portavano dal terreno alla porta della casa. Spostò la testa da dietro l’albero e vide Aïssa che veniva giù dal tavolato nel cortile. Dopo essersi affrettata si fermò, improvvisamente terrorizzata, con un piede in avanti, dando occhiate intorno come un animale selvaggio. Era a testa scoperta. Una veste blu la avvolgeva diagonalmente dalla testa ai piedi, con un’estremità tirata su una spalla. Una ciocca di capelli neri le ricadeva sul petto. Le braccia nude strette al corpo, con le mani aperte e le dita distese; le spalle leggermente erette e il busto inclinato all’indietro, le davano quell’aspetto di sfida e nello stesso tempo esitante, che si ha di fronte a un colpo che sta per arrivare. Aveva chiuso la porta di casa dietro di sé e, sola com’era, in quella luce crepuscolare, innaturale e minacciosa di quel giorno fosco, con ogni cosa immutata intorno a lei, sembrò a Lingard che fosse stata creata lì, in quel punto, dai neri vapori del cielo e dai sinistri bagliori della debole luce del sole che penetravano a stento attraverso le nubi che si addensavano, nella incolore desolazione del mondo.
Dopo una breve, ma attenta occhiata verso la casa chiusa, Lingard avanzò da dietro l’albero e si diresse lentamente verso di lei. Sulle prime gli unici segni che lei dette d’averlo visto furono un’improvvisa fissità dello sguardo, fino a quel momento irrequieto, e una leggera contrazione delle mani. Fece un passo in avanti e mettendosi sulla sua strada, allungò le braccia da una parte all’altra, spalancò gli occhi neri, aprì le labbra in un incerto tentativo di dire qualcosa, ma non uscì nessun suono a rompere il significativo silenzio del loro incontro. Lingard si fermò e la guardò con severa curiosità. Dopo un po’ le disse con calma:
«Lasciami passare. Sono venuto per parlare a un uomo. Si nasconde? Ti ha mandato lui?».
Lei fece un passo più vicino, e dapprima le ricaddero le braccia lungo i fianchi, poi le allungò dritte davanti a sé quasi a toccare il petto di Lingard.
«Lui non conosce paura», disse, drizzando la testa e parlando piano con voce tremante, ma chiara. «È la mia paura che mi ha mandato qui. Lui dorme».
«Ha dormito più che a sufficienza», disse Lingard, in tono misurato. «Io sono venuto – e ora è tempo che si svegli. Vai e digli questo – o altrimenti sarà la mia stessa voce a farlo alzare. Una voce che lui conosce bene».
Con fermezza le mise giù le mani e fece per oltrepassarla.
«Non farlo!», esclamò lei e gli cadde ai piedi, come se fosse stata tagliata da una falce. Quel movimento così inaspettato fece sussultare Lingard e gli fece fare un passo indietro.
«Che cos’è questo?», proruppe sommessamente, meravigliato, poi aggiunse in tono di aspro comando: «Alzati in piedi!».
Lei si alzò immediatamente e rimase a guardarlo, timorosa e impavida; con un fuoco di disprezzo negli occhi che diceva chiaramente quanto fosse risoluta a ottenere il suo scopo – anche fino alla morte. Lingard continuò con voce severa:
«Togliti dalla mia strada. Tu sei la figlia di Omar e dovresti sapere che quando gli uomini s’incontrano alla luce del giorno le donne devono rimanere in silenzio e sopportare il loro destino».
«Le donne!», ribatté lei, con veemenza controllata. «Sì, io sono una donna! I tuoi occhi vedono questo, o raja Laut, ma puoi vedere la mia vita? Io ho udito anche – o uomo dai molti combattimenti – io ho udito anche la voce delle armi da fuoco; ho anche sentito la pioggia dei giovani ramoscelli e di foglie, fatti a pezzi dai proiettili, cadere intorno alla mia testa; so anche come guardare in silenzio volti arrabbiati e mani forti sollevate che stringono acciaio affilato. Senza un grido di paura e di dolore, ho anche visto uomini cadere morti intorno a me e ho vegliato il sonno di fuggitivi stanchi e guardato di notte ombre piene di minaccia e di morte con occhi che sapevano solo essere attenti. E», continuò lei, abbassando dolorosamente la voce, «ho affrontato il mare senza cuore, tenuto in grembo le teste di coloro che morivano delirando per la sete e preso dalle loro mani fredde la pagaia e remato in modo che gli altri che erano con me non si accorgessero che un altro uomo era morto. Io ho fatto tutto questo. Tu cos’hai fatto di più? Quella è stata la mia vita. Cos’è stata la tua?».
Ciò che avevo detto e quel modo di parlare tennero Lingard immobile, attento e ammirato contro la sua volontà. Lei smise di parlare e dai suoi occhi neri, fissi su di lui, di cui si vedevano solo due sottili bordi bianchi, la sua stessa anima fluì fuori come un filo di luce, nell’ardente desiderio di fare luce nelle più oscure intenzioni del cuore di lui. Dopo un lungo silenzio, che servì ad accentuare il significato delle sue parole, lei aggiunse in un mormorio di amaro rimpianto:
«E mi sono inginocchiata ai tuoi piedi! E ho paura!».
«Tu», disse Lingard lentamente e ricambiandone lo sguardo con un altro pieno di sollecitudine, «tu sei una donna il cui cuore, credo, è grande abbastanza per riempire quello di un uomo; ma tuttavia sei una donna e a te io, raja Laut, non ho niente da dire».
Lei ascoltava chinando il capo in un movimento di forzata attenzione e la voce di lui le risuonava inaspettata, lontana, come le voci distanti e misteriose che sentiamo nei sogni, che dicono indistintamente cose sorprendenti, crudeli o assurde, a cui non è possibile replicare. Lui non aveva niente da dirle! Si torse le mani, guardò il cortile con quello sguardo ansioso e distratto che non vede niente, poi guardò quel cielo grigio, livido e nero che si spostava lentamente e che non dava speranza; l’inquieto dolore del cielo caldo e luminoso che aveva visto l’inizio del suo amore, che aveva udito le preghiere di lui e le sue risposte, che aveva visto il desiderio di lui e la sua paura; che aveva visto la sua gioia, la sua resa – e la sconfitta di lui. Lingard si mosse un po’ e quel leggero movimento vicino a sé le fece tradurre i propri pensieri disordinati e senza forma in parole affrettate.
«Aspetta!», esclamò con voce soffocata e continuò rapidamente con frasi spezzate: «Rimani. Ho sentito. Gli uomini spesso parlavano presso i fuochi… gli uomini della mia gente. E parlavano di te – il primo sul mare – dicevano che, in battaglia, eri sordo alle grida degli uomini, ma dopo… No! anche quando combattevi le tue orecchie erano aperte alla voce dei bambini e delle donne. Dicevano… questo. Ora io, una donna, io…».
S’interruppe improvvisamente e rimase davanti a lui con le palpebre abbassate e le labbra aperte, così ferma ora che sembrava essersi trasformata in una figura senza respiro, una figura che non udiva, una figura che non vedeva, che non conosceva più paura o speranza, ira o disperazione. I lineamenti le si distesero, solo le delicate narici si dilatavano e si chiudevano velocemente, palpitanti, con battiti interrotti, come le ali di un uccello in trappola.
«Io sono bianco», disse Lingard, orgogliosamente, fissandola con uno sguardo in cui alla semplice curiosità stava subentrando una pietosa irritazione, «e gli uomini che hai udito dicevano ciò che è vero soltanto davanti ai fuochi serali. Le mie orecchie sono aperte alla tua preghiera. Ma ascoltami prima di parlare. Non c’è bisogno che tu abbia paura per te stessa. Puoi venire con me anche ora e troverai rifugio tra i famigli di Syed Abdulla – che è della tua stessa fede. E devi sapere anche questo: niente di quello che puoi dire cambierà la mia decisione nei confronti dell’uomo che sta dormendo – o nascondendosi – in quella casa».
Di nuovo lei gli rivolse quello sguardo che era come una pugnalata, non di rabbia, ma di desiderio; di quel desiderio opprimente di vedere dentro, di vedere oltre, di capire tutto: ogni pensiero, emozione, intento; ogni impulso, ogni esitazione di quell’uomo; dentro quello sconosciuto essere vestito di bianco che la guardava, che le parlava, che respirava davanti a lei come ogni altro uomo, ma più grande e misterioso, dalla faccia rossa e dai capelli bianchi. Era il futuro personificato; il domani; il dopodomani; tutti i giorni, tutti gli anni della sua vita che stavano lì davanti a lei vivi e nascosti, con tutto il loro bene o male rinchiusi nel cuore di quell’uomo; di quell’uomo che poteva essere persuaso, raggirato, supplicato, forse colpito, impensierito; spaventato – chissà? – se soltanto per prima cosa lo avesse potuto capire. Lei aveva già visto da tempo qual era la piega degli eventi. Aveva notato l’altezzosa eppure minacciosa freddezza di Abdulla; aveva udito – allarmata eppure incredula – gli oscuri accenni di Babalatchi, le allusioni fatte sommessamente e i velati suggerimenti di abbandonare l’inutile uomo bianco la cui sorte era il prezzo della pace assicurata dal saggio e buono che non aveva più bisogno di lui. E lui – lui stesso? Lei lo teneva stretto. Non c’era nessun altro. Niente altro. Avrebbe cercato di tenerlo stretto sempre – tutta la vita! E tuttavia lui era lontano. Ogni giorno più lontano. Ogni giorno sembrava più distante e lei ne seguiva pazientemente, fiduciosamente, ciecamente, ma costantemente, tutte le tortuose fantasticherie della mente. Le seguiva come poteva. Tuttavia a volte – molto spesso, ultimamente – si era sentita persa, come chi si smarrisce nel folto degli alberi dell’intricato sottobosco di una grande foresta. A lei l’ex impiegato del vecchio Hudig appariva lontano, splendente, terribile e necessario come il sole che dà vita a queste terre: il sole dei cieli sereni che abbaglia e inaridisce; il sole benefico e malvagio – il datore di luce, di profumo e di pestilenza. Lo aveva osservato – osservato da vicino; affascinata dall’amore, affascinata dal pericolo. Lui non aveva nessuno, ora – solo lei, e capì – pensò di capire – che era come se lui avesse paura di qualcosa. Possibile? Lui spaventato? Di cosa? Di quel vecchio uomo bianco che stava per venire – che era venuto? Forse. Aveva sentito parlare di quell’uomo da sempre. Anche i più coraggiosi avevano paura di lui. E ora che cosa aveva in mente questo vecchio, questo vecchio che sembrava così forte? Che cosa stava per fare della luce della sua vita? Eliminarla? Portarla via? Portarla via per sempre! – per sempre! – e lasciare lei nell’oscurità: – non nella notte attiva, sussurrante, in attesa, in cui il mondo silenzioso aspetta il ritorno della luce del sole; ma nella notte senza fine, la notte della tomba, dove niente respira, niente si muove, niente pensa – l’ultima oscurità fatta di freddo e silenzio, senza speranza di un altro sorgere del sole.
Lei gridò: «Il tuo intento! Tu non sai niente. Io devo…».
Lui la interruppe, irragionevolmente eccitato, come se lei, con il suo sguardo, gli avesse inoculato un po’ della sua stessa sofferenza.
«So abbastanza».
Lei gli si avvicinò e gli rimase di fronte a un passo di distanza, mettendogli le mani sulle spalle e lui, sorpreso da quell’audacia, aprì e chiuse gli occhi due o tre volte, conscio che quelle parole, quel tono, quel contatto avevano scosso qualcosa dentro di lui; un’emozione sconosciuta, singolare, penetrante e triste. Vedendo da vicino quella strana donna, quell’essere selvaggio e tenero, forte e delicato, pauroso e risoluto che si era trovato impigliato così fatalmente fra le loro due vite – la sua e quella dell’altro uomo bianco, il disgustoso farabutto.
«Come puoi sapere?», continuò lei, con un tono persuasivo che sembrava sgorgare proprio dal cuore, «come puoi sapere? Io vivo con lui tutti i giorni. Tutte le notti. Io lo guardo; vedo ogni suo respiro, ogni suo sguardo, ogni movimento delle sue labbra. Non vedo niente altro! Cos’altro c’è là! E neanche io lo capisco. Io non lo capisco! – Lui! – La mia vita! Lui che per me è così grande che la sua presenza nasconde alla mia vista la terra e l’acqua!».
Lingard rimase dritto, con le mani sprofondate nelle tasche della giacca. Gli occhi sbattevano velocemente perché lei gli parlava molto vicino al viso. Lo turbava e percepì lo sforzo che stava facendo per continuare ad afferrare il significato di quello che lei stava dicendo, mentre per tutto il tempo non poteva fare a meno di dirsi che tutto questo non sarebbe servito a niente.
Dopo una pausa, lei aggiunse: «C’è stato un tempo in cui potevo capirlo. Quando sapevo cosa aveva in mente meglio di quanto lo sapesse lui stesso. Quando lo sentivo. Quando lo tenevo… E ora è fuggito!».
«Fuggito? Cosa? È andato via!», urlò Lingard.
«È fuggito da me», disse lei, «mi ha lasciato sola. Sola. E io sono sempre vicino a lui. Eppure sono sola».
Le mani le scivolarono lentamente dalle spalle di Lingard e le braccia le ricaddero ai fianchi, fiacche, scoraggiate, come se a lei – a lei, a quella creatura selvaggia, violenta e ignorante – fosse stata chiaramente rivelata in quel momento la tremenda realtà del nostro isolamento, della solitudine impenetrabile e trasparente, elusiva ed eterna; dell’indistruttibile solitudine che circonda, avvolge, veste ogni animo umano dalla culla alla tomba e, forse, oltre.
«Aye! Molto bene! Capisco. Il suo viso si è distolto da te», disse Lingard. «Ora, cosa vuoi?»
«Io voglio… Io ho cercato – aiuto… ovunque… contro gli uomini. Tutti gli uomini. Non lo so. Prima vennero loro, gl’invisibili bianchi, e dettero la morte da lontano… poi venne lui. Venne da me che ero sola e triste. Venne; arrabbiato con i suoi fratelli; grande in mezzo alla sua gente; arrabbiato con quelli che io non ho visto: con quella gente i cui uomini non hanno pietà e le cui donne non hanno pudore. Era uno di loro e grande in mezzo a loro. Perché lui era grande?».
Lingard scosse la testa leggermente. Lei lo guardò corrucciata e turbata, continuò in fretta:
«Ascolta. Io lo vidi. Io ho vissuto al fianco di uomini coraggiosi… di capi. Quando lui venne, io ero la figlia di un mendicante – di un cieco senza forza né speranza. Lui mi parlò come se io fossi stata più splendente del sole – più deliziosa dell’acqua fresca del ruscello presso cui c’incontrammo – più…».
I suoi occhi ansiosi videro un po’ d’espressione sul viso del suo ascoltatore il che le fece trattenere il respiro per un secondo e poi esplodere in una furia dolorosa così violenta che fece fare a Lingard un passo indietro, come un’inaspettata raffica di vento. Lui alzò le mani, con quel suo aspetto paterno, sconcertato e tranquillizzante, mentre lei protendeva il collo e gli gridava:
«Ti dico che ero tutto questo per lui. Lo so! L’ho visto! Ci sono momenti in cui anche voi bianchi dite la verità. Io vidi i suoi occhi. Sentii i suoi occhi, ti dico! Lo vidi tremare quando gli andai vicino – quando parlai – quando lo toccai. Guardami! Sei stato giovane. Guardami. Guarda, raja Lauti».
Fissò Lingard con provocante fissità, poi, girando velocemente la testa, dette un’occhiata piena di timore al di sopra della spalla, verso la casa che stava alta dietro di lei – scura, chiusa, silenziosa e instabile sui suoi tre pali storti.
Gli occhi di Lingard ne seguirono lo sguardo e rimasero a fissare speranzosi la casa. Dopo un minuto o giù di lì borbottò, dandole un’occhiata sospettosa:
«Se non ha udito la tua voce ora, allora deve essere lontano – o morto».
«Lui è là», sussurrò lei un po’ più calma ma ancora ansiosa, «lui è là. Ha aspettato per tre giorni. Ti ha aspettato notte e giorno. E io ho aspettato con lui. Io aspettavo, osservando il suo viso, i suoi occhi, le sue labbra; ascoltando le sue parole. – Le parole che non potevo capire. – Le parole che diceva alla luce del giorno; le parole che diceva di notte, nel suo breve sonno. Io ascoltavo. Lui parlava a se stesso camminando su e giù qui, – vicino al fiume; vicino ai cespugli. E io lo seguivo. Volevo sapere – e non potevo! Era tormentato da cose che lo facevano parlare nella sua lingua. Parlare a se stesso – non a me! Cosa stava dicendo? Cosa stava per fare? Aveva paura di te? Della morte? Cosa c’era nel suo cuore?… Paura… o rabbia?… Quale desiderio?… Quale tristezza? Lui parlava, parlava; tante parole. Sempre! E io non potevo sapere! Volevo parlargli, ma lui era sordo per me. Io lo seguivo ovunque, aspettando qualche parola che potessi capire; ma la sua mente era nel paese della sua gente – lontana da me. Quando lo toccavo si arrabbiava – così!».
Imitò il movimento di qualcuno che scuote via violentemente una mano importuna e guardò Lingard con occhi titubanti e pieni di lacrime.
Dopo un breve intervallo in cui ansimò penosamente, come se fosse stata senza fiato per aver corso o combattuto, lei riabbassò lo sguardo e continuò:
«Giorno dopo giorno, notte dopo notte, ho vissuto osservandolo – non vedendo niente. E il mio cuore era pesante – pesante per la presenza fra noi della morte. Io non ci potevo credere. Pensavo che avesse paura. Paura di te! Allora io, io stessa, ho conosciuto la paura… Dimmi, raja Laut, conosci la paura senza voce – la paura del silenzio – la paura che viene quando non c’è nessuno vicino – quando non c’è battaglia, né grida, né visi arrabbiati o mani armate da nessuna parte?… La paura da cui non c’è scampo!».
Fece una pausa, fissò un Lingard perplesso e continuò in fretta in tono disperato:
«E seppi allora che non ti avrebbe combattuto! Prima – molti giorni prima – io ero andata via due volte per fare in modo che obbedisse al mio desiderio; per fare in modo che colpisse la sua stessa gente cosicché potesse essere mio – mio! O sventura! La sua mano era falsa come i vostri cuori bianchi. Ha sferrato il colpo, spinta dal mio desiderio – dal suo desiderio di me… Ha colpito quella mano forte e – o vergogna! – non ha ucciso nessuno. Il suo colpo feroce e falso ha risvegliato l’odio senza risvegliare alcuna paura. Intorno a me tutto era menzogna. La sua forza era una menzogna. La mia gente ha mentito a me – e a lui. E per incontrarti – te, il grande! – lui non aveva nessuno tranne me! Tranne me – con la mia collera, il mio dolore, la mia debolezza. Solo me! E con me non vuole neanche parlare. Lo stupido!».
Si accostò a Lingard, con l’aspetto selvaggio e furtivo di un pazzo che brama sussurrare a qualcuno un folle segreto, uno di quei segreti informi, strazianti e ridicoli; uno di quei pensieri che, come mostri – crudeli, fantastici e dolenti, vagano terribili e incessanti nella notte di follia. Lingard la guardò, sbalordito ma risoluto. Lei gli parlò sul viso, molto piano.
«Lui è tutto. Ogni cosa. È il mio respiro, la mia luce, il mio cuore…. Vai via… Dimenticalo… Lui non ha più né coraggio né saggezza… e io ho perduto il mio potere… Vai via e dimentica. Ci sono altri nemici… Lascialo a me. È stato un uomo una volta… Tu sei troppo grande. Nessuno può resisterti… Io ho cercato… Io so ora… Ho gridato per avere misericordia. Lascialo a me e vai via».
L’acme dei suoi singhiozzi si alternava alle imploranti frasi spezzate. Lingard, apparentemente impassibile, con gli occhi fissi sulla casa, sperimentò quella sensazione di biasimo, radicata, persuasiva e prepotente; quell’illogico impulso di disapprovazione che è parte disgusto, parte vago timore e che si risveglia nei nostri cuori alla presenza di qualunque cosa nuova o inusuale, di qualunque cosa che non coincide con la nostra coscienza; l’odiosa sensazione fatta di sdegno, di rabbia e di quel senso di virtù superiore che ci lascia sordi, ciechi, sprezzanti e stupidi davanti a qualunque cosa che non è come noi.
Lui rispose, non guardandola sulle prime, ma rivolto verso la casa che lo affascinava:
«Io andare via! Lui ha voluto che venissi – lui stesso lo ha voluto! Tu devi andare via. Tu non sai cosa stai chiedendo. Ascolta. Vai dalla tua gente. Lascialo. Lui è…».
Fece una pausa, guardò in basso verso di lei con occhi seri; esitò come se cercasse un’espressione adeguata; poi schioccò le dita e disse:
«Finito».
Lei fece un passo indietro, gli occhi a terra e si premette le tempie con le mani che aveva alzato sulla testa con un movimento lento e ampio, incosciamente tragico. Il tono delle sue parole fu gentile e vibrante, come una meditazione ad alta voce. Lei disse:
«Di’ al ruscello di non correre verso il fiume: di’ al fiume di non correre verso il mare. Parla forte. Parla irosamente. Forse ti obbediranno. Ma credo che al ruscello non importerà. Il ruscello che esce fuori dal fianco di una collina corre verso il grande fiume. A lui non importerebbero le tue parole: a lui, cui non importa della stessa montagna che gli ha dato la vita; che lacera la terra da cui sgorga. La lacera, la mangia, la distrugge – per correre più veloce verso il fiume – verso il fiume in cui esso è perduto per sempre… o raja Laut. A me non importa».
Si portò di nuovo vicino a Lingard, avvicinandosi lentamente, riluttante, come spinta da una mano invisibile e aggiunse, come se le parole le fossero strappate fuori a forza:
«Non mi è importato di mio padre. Di lui che è morto. Avrei piuttosto… Non so cosa ho fatto… Io…».
«Avrai la sua vita», disse Lingard, precipitosamente.
Si fermarono contemporaneamente, incrociando gli sguardi, lei d’un tratto soddisfatta e Lingard pensoso e inquieto sotto un vago senso di sconfitta. E tuttavia non c’era sconfitta. Non aveva mai avuto intenzione di uccidere quell’individuo – passato il primo momento di rabbia, molto tempo prima. I giorni di amaro stupore avevano ucciso la rabbia; avevano lasciato soltanto un’amara indignazione e un’amara volontà di compiere giustizia. Si sentì insoddisfatto e sorpreso. Inaspettatamente si era imbattuto in un essere umano – una donna per di più – che gli aveva fatto svelare le sue intenzioni prima del tempo. Lei doveva avere quella vita. Ma le doveva essere detto, doveva sapere che per uomini come Willems non c’era benevolenza né clemenza.
«Renditi conto», disse lentamente, «che gli lascio la vita non per misericordia, ma per punizione».
Lei sussultò, guardandogli ogni parola sulle labbra e, dopo che lui ebbe finito di parlare, rimase ferma e muta in una stupita immobilità. Un’unica grande goccia di pioggia, una goccia enorme, trasparente e pesante – come una lacrima sovrumana che veniva dritta e veloce dall’alto, lacerandosi la strada attraverso il cielo scuro – colpì forte il terreno asciutto fra di loro schizzando intorno. L’angoscia del suo sussurro era più penetrante del grido più acuto.
«Quale punizione! Lo porterai via allora? Via da me? Ascolta quello che ho fatto… Sono io che…».
«Ah!», esclamò Lingard che stava guardando la casa.
«Non crederle, capitano Lingard», gridò Willems dal vano della porta, dove apparve con le palpebre gonfie e il petto nudo. Rimase fermo per un po’, le mani che stringevano gli stipiti della porta e fremeva, guardando furibondo, come se fosse stato crocifisso lì. Quindi a testa bassa corse precipitosamente giù per il tavolato che, a ogni passo, rispose con cupi e brevi rumori.
Lei lo udì. Un leggero fremito le passò sul viso e le parole che aveva sulle labbra si ritrassero inespresse nel cuore ottenebrato; si ritirarono in mezzo al fango, alle pietre – e ai fiori, che sono in fondo a ogni cuore.
Capitolo ventunesimo
Quando sentì il solido terreno del cortile sotto i piedi, Willems arrestò la sua corsa a capofitto e avanzò ad andatura moderata. Camminava rigido, guardando attentamente il viso di Lingard; né a destra né a sinistra, ma soltanto quel viso, come se al mondo non ci fosse stato nient’altro oltre quelle fattezze familiari e temute; quella testa dai capelli bianchi, irsuta e severa su cui fissò gli occhi in uno sforzo costante, come un uomo che cerca di leggere una scrittura minuta sforzando al massimo la vista. Non appena i piedi di Willems ebbero lasciato le assi, sul cortile ricadde di nuovo il silenzio che era venuto meno con il convulso rumore secco dei suoi passi; il silenzio del cielo nuvoloso e dell’aria senza vento, il silenzio ostile della terra angosciata nel vedere quel subbuglio ormai prossimo, il silenzio del mondo che raccoglie le sue forze per resistere alla tempesta. Attraverso questo silenzio Willems andò avanti e si fermò a circa duecento metri da Lingard. Si fermò semplicemente perché non poteva più andare avanti. Era partito dalla porta con lo sconsiderato proposito di dare al vecchio compagno una pacca sulla spalla. Non aveva idea che l’uomo sarebbe risultato essere così alto, così grande e così inavvicinabile. Gli sembrava di non avere mai visto Lingard, di non averlo mai visto in vita sua.
Cercò di dire:
«Non credere…».
Un accesso di tosse trasformò la frase in un debole borbottio. Immediatamente dopo, alzando il mento, ingoiò come un paio di ciottoli e Lingard, che lo osservava molto attentamente, vide un osso, aguzzo e triangolare come la testa di un serpente, balzare due volte su e giù sotto la pelle della gola. Poi, anche quello non si mosse. Niente si muoveva.
«Bene», disse Lingard e con quella parola inaspettatamente concluse il suo discorso. La mano che teneva in tasca si chiuse risolutamente intorno al calcio del revolver che gli gonfiava la giacca sul fianco e pensò quanto presto e quanto velocemente avrebbe potuto mettere fine alla sua controversia con quell’uomo che era stato così ansioso di consegnarsi nelle sue mani – e quanto sarebbe stata inadeguata quella fine! Non poteva sopportare l’idea che, morendo, quell’uomo gli scappasse; che fuggisse dalla paura, dal dubbio, dal rimorso nella pacifica certezza della morte. Lui ora lo teneva. E non l’avrebbe lasciato andare – non l’avrebbe lasciato sparire per sempre nel debole fumo blu di un colpo di pistola. La rabbia gli aumentò. Sentì come una mano che gli bruciava il cuore. Non la carne del torace, ma un contatto sul cuore stesso, su quella palpitante e instancabile particella di materia che risponde a ogni emozione dell’anima; che salta di gioia, di terrore o di rabbia.
Tirò un lungo respiro. Vedeva davanti a sé quel torace nudo che si espandeva e si contraeva sotto la giacca completamente aperta. Dette un’occhiata di lato e vide il petto della donna alzarsi e abbassarsi in veloci respiri che le muovevano leggermente su e giù la mano che teneva premuta sul petto con tutte le dita aperte e un po’ ricurve, come se stessero afferrando qualcosa troppo grande per il suo palmo. E passò quasi un minuto. Uno di quei minuti in cui la voce è messa a tacere, mentre i pensieri si agitano nella testa, come uccelli che, presi in gabbia, si agitano in corse disperate, sfibranti e vane.
Durante quel minuto di silenzio, la rabbia di Lingard continuò a salire, immensa e torreggiante come la cresta di un’onda che investe l’agitata battigia della spiaggia. Quel rombo gli riempì le orecchie; un rombo tanto potente e sviante che gli sembrò che in breve quel suono che si espandeva gli avrebbe fatto scoppiare la testa. Guardò quell’uomo. Quell’infame figura dritta in piedi, ferma, rigida, con gli occhi impietriti, come se la sua anima corrotta lo avesse lasciato in quel momento e la carcassa non avesse ancora avuto il tempo di ruzzolare. Per la frazione di un secondo, ebbe l’illusione e il timore che, davanti alla sua occhiata infuriata, il farabutto fosse morto. Le palpebre di Willems batterono e quell’inconsapevole e passeggero tremore, in quel corpo rigidamente eretto, esasperò Lingard come fosse un nuovo insulto. L’individuo osava muoversi! Osava ammiccare, respirare, esistere; lì, proprio davanti ai suoi occhi! La presa sul revolver gradualmente si allentò. Mentre l’impeto di rabbia aumentava, aumentava anche il disprezzo per gli strumenti che penetrano o accoltellano, che s’interpongono tra la mano e l’oggetto d’odio. Lui voleva un altro tipo di soddisfazione. Mani nude, per Giove! Non armi da fuoco. Mani che potevano prenderlo per la gola, abbatterne la difesa, far diventare quel viso un ammasso di carne informe; mani che potevano avvertire tutta la disperazione della resistenza e sopraffarla nella violenta delizia di un contatto prolungato e furioso, ravvicinato e brutale.
Lasciò andare del tutto il revolver, esitò, poi tirando fuori le mani dalle tasche, fece un passo avanti – e non vide più niente. Non era in grado di vedere l’uomo, la donna, la terra, il cielo – non vedeva niente, come se con quel passo avesse lasciato alle spalle il mondo visibile per mettere piede in uno spazio nero e deserto. In quell’oscurità, udì degli strilli intorno a sé, come quelli malinconici e pietosi degli uccelli marini che abitano sugli scogli solitari del grande oceano. Poi, improvvisamente, un volto apparve a pochi centimetri dal suo. Quel volto. Sentì qualcosa nella mano sinistra. La sua gola… Ah! Quella cosa come una testa di serpente che guizza su e giù… Strinse forte. Era di ritorno nel mondo. Poteva vedere il veloce battere di palpebre sopra un paio d’occhi di cui si vedeva solo il bianco, la smorfia del labbro superiore, una fila di denti ammiccanti da sotto i peli ricurvi di un baffo. Denti bianchi e forti. Cacciarglieli in quella gola bugiarda. Portò indietro la mano destra, il pugno all’altezza della spalla, le nocche in fuori. Da sotto i suoi piedi salirono i gridi degli uccelli marini. Migliaia di loro. Qualcuno gli teneva le gambe… Che diavolo… Lasciò partire il colpo dritto dalla spalla, sentì la trafittura al braccio e improvvisamente realizzò che stava colpendo qualcosa di passivo e remissivo. Gli si sprofondò il cuore per la delusione, la collera, la mortificazione. Aprendo in fretta la mano, spinse con la mano sinistra, come se si fosse appena accorto che, per caso, manteneva la presa di qualcosa di ripugnante – e osservò con occhi stupefatti Willems che barcollava all’indietro con passi incerti, tenendosi la manica bianca della giacca davanti al viso. Osservò che la distanza da quell’uomo aumentava, mentre lui rimaneva immobile e non era capace di spiegarsi come mai ci fosse tanto spazio fra di loro. Avrebbe dovuto essere il contrario. Avrebbero dovuto essere molto vicini e… Ah! Quello non aveva combattuto, non aveva resistito, non si era difeso! Un bastardo! Evidentemente un bastardo… Era – profondamente – amaramente – sbalordito e offeso, con quella immensa e totale desolazione di un bambino piccolo derubato di un giocattolo. Gridò – incredulo:
«Sarai un imbroglione fino alla fine?».
Aspettò una qualche risposta. Aspettò ansiosamente con un’impazienza che sembrava alzargli i piedi. Aspettò qualche parola, qualche segno; qualche movimento minaccioso. Niente! Soltanto due occhi attenti luccicavano intensamente verso di lui al di sopra della manica bianca. Vide il braccio alzato staccarsi dal viso e scendere lungo il corpo. Un braccio vestito di bianco, con una grande macchia sulla manica bianca. Una macchia rossa. C’era un taglio sulla guancia. Sanguinava. Anche il naso sanguinava. Il sangue colava giù, facendo sembrare un baffo uno straccio scuro sopra il labbro, e continuava in una striscia umida su un lato della guancia, giù per la barba pareggiata. Una goccia di sangue rimase su alcuni capelli appiccicati; vi rimase per un po’ e cadde a terra. Molte di più ne seguirono, cadendo una dopo l’altra in fila ravvicinata. Una scese sul petto e scivolò giù istantaneamente con tortuosa velocità, come un piccolo insetto che corre via; e lasciò una stretta striscia scura sulla pelle bianca. Lui la guardò, guardò quelle gocce minuscole e svelte, guardò quello che aveva fatto con ambigua soddisfazione, con rabbia, con rimpianto. Questo non assomigliava molto a un atto di giustizia. Aveva voglia di avvicinarsi di più a quell’uomo, di udirlo parlare, di udirlo dire qualcosa di atroce e perverso che avrebbe giustificato la violenza dei colpi. Provò a muoversi e si rese conto dello stretto abbraccio intorno alle gambe, proprio sopra le caviglie. Istintivamente, scalciò con un piede, liberandosi dallo stretto legame e immediatamente sentì la stretta trasferirsi all’altra gamba. La stretta calda, disperata e dolce di braccia umane. Guardò in basso perplesso. Vide il corpo completamente disteso della donna, appiattita al suolo come uno straccio blu scuro. Lei strisciava a faccia in giù, aggrappandosi alla gamba con una stretta tenace. Ne vedeva la sommità della testa, i lunghi capelli neri che gli si spandevano sul piede, su tutta la terra battuta intorno allo stivale che per questa ragione non riusciva a vedere. Udiva il breve e ripetuto gemito del respiro di lei. Immaginava la faccia invisibile a contatto con il suo tallone. Con un calcio su quel viso poteva liberarsi. Non osò muoversi e le gridò:
«Lascia andare! Lascia andare! Lascia andare!».
L’unico risultato del suo urlare, fu un rafforzamento della presa. Con uno sforzo tremendo lui cercò di portare il piede destro verso il sinistro e in parte ci riuscì. Udì distintamente lo strofinamento del corpo sul terreno mentre la strattonava avanti. Cercò di liberarsi alzando il piede. Pestò i piedi. Udì una voce che diceva con decisione:
«Con calma, capitano Lingard, con calma!».
Al suono di quella voce, i suoi occhi si volsero verso Willems e nel subitaneo risveglio di ricordi assopiti, Lingard rimase improvvisamente fermo, calmato dalla chiara risonanza di parole familiari. Calmo come ai vecchi tempi, quando commerciavano insieme, quando Willems era il suo compagno fidato e utile in posti pericolosi e fuori mano; che riusciva a mantenere la calma molto meglio di lui, che aveva condiviso con lui molte difficoltà, lo aveva salvato da molti atti di violenza avventata con un avvertimento tempestivo e di buon umore, sussurrato o gridato: «Con calma, capitano Lingard, con calma». Un compagno intelligente. Lo aveva tirato su lui. Il compagno più intelligente delle isole. Se solo fosse rimasto con lui, allora tutto questo… Gridò a Willems:
«Dille di lasciarmi andare oppure…».
Udì Willems gridare qualcosa, aspettò un po’, poi dette distrattamente un’occhiata in basso e vide la donna ancora allungata a terra, perfettamente muta e immobile, con la testa ai suoi piedi. Sentì una nervosa inquietudine che, in qualche modo, somigliava alla paura.
«Willems, dille di lasciare andare, di andare via, ti assicuro: basta con questa faccenda», gridò.
«Va bene, capitano Lingard», rispose la voce calma di Willems, «lei deve lasciare andare. Togli il piede dai suoi capelli; non può alzarsi».
Lingard fece un balzo di lato, si tolse di mezzo e roteò velocemente. La vide mettersi seduta e coprirsi la faccia con le mani; allora girò lentamente sui tacchi e guardò l’uomo. Willems si teneva molto dritto, ma era instabile sulle gambe e si spostava quasi nello stesso punto, come un uomo brillo che cerca di mantenere l’equilibrio. Dopo averlo fissato per un po’, Lingard, pronto a scattare per un niente, urlò pieno di rancore:
«Cos’hai da dire a tua difesa?».
Willems cominciò a camminare verso di lui. Camminava lentamente, vacillando un po’ prima di fare ogni passo e Lingard lo vide mettersi la mano sulla faccia, poi guardarla tenendola davanti agli occhi, come se, nascosto nel palmo, avesse avuto qualche piccolo oggetto che voleva esaminare di nascosto. Improvvisamente, con un brusco movimento, la tirò sul davanti della giacca e lasciò una lunga sbavatura.
«Questa è proprio una cosa buona da fare», disse Willems.
Rimase davanti a Lingard, un occhio affondato profondamente nel crescente rigonfiamento della guancia, ripetendo ancora meccanicamente il movimento di tastarsi la faccia danneggiata e, ogni volta che lo faceva, premeva il palmo su qualche punto pulito della giacca, e copriva così il cotone bianco con impronte insanguinate, come di una mano deformata e mostruosa. Lingard non disse niente, continuando a guardare. Alla fine Willems smise di tamponare il sangue e rimase fermo, con le braccia che gli pendevano lungo i fianchi, con il viso indolenzito e deformato sotto le chiazze di sangue coagulato che sembrava fosse stato messo lì come avvertimento: una figura incomprensibile, segnata ovunque da alcuni terribili e simbolici segni dal significato mortale. Parlando con difficoltà, ripeté in tono di rimprovero:
«Questa era proprio una cosa buona da fare».
«Dopo tutto», rispose Lingard amaramente, «avevo un’opinione troppo buona di te».
«E io di te. Non vedi che avrei potuto fare uccidere quello stupido là e far bruciare tutto fino alle fondamenta, cancellarlo dalla faccia della terra. Se io avessi voluto, non avresti trovato molto più di un mucchio di ceneri. Avrei potuto fare tutto questo. E non ho voluto».
«Tu – non – potevi. Non hai osato. Tu farabutto!», gridò Lingard.
«A che serve insultarmi?»
«Vero», ribatté Lingard, «non ci sono epiteti brutti abbastanza per te».
Ci fu un breve intervallo di silenzio. Sentendo il loro rapido scambio di parole, Aïssa si era alzata da terra, dove era rimasta seduta in una posa dolente e abbattuta, e si era avvicinata ai due uomini. Rimase in disparte e stette a guardare ansiosa, in uno sforzo disperato di capire, con gli occhi veloci e distratti di una persona che, per salvarsi la vita, cerca di penetrare il significato di frasi espresse in una lingua straniera: il significato sinistro e fatidico che si nasconde nei suoni di parole misteriose; nei suoni sorprendenti, sconosciuti e strani.
Willems ignorò l’ultima frase di Lingard; da un leggero movimento della mano, sembrava che lo incoraggiasse ad andare a raggiungere le altre ombre del passato. Poi disse:
«Mi hai colpito; mi hai insultato…».
«Insultato te!», interruppe Lingard, con passione. «Chi – cosa ti può insultare… te…».
Si strozzò, avanzò di un passo.
«Con calma! Con calma!», disse Willems tranquillamente. «Ti dico che non combatterò. È chiaro abbastanza per te che non lo farò? Io… non… alzerò… un… dito».
Mentre parlava, accentuando lentamente ogni parola con un leggero scatto della testa, fissava Lingard, l’occhio destro aperto e grande, il sinistro piccolo e quasi chiuso per il rigonfiamento di una metà del viso che appariva tutta allungata da una parte come le facce che si vedono in uno specchio concavo.
E rimasero fermi esattamente di fronte l’uno all’altro; uno alto, snello e sfigurato; l’altro alto, pesante e severo.
Willems continuò:
«Se avessi voluto colpirti – se avessi voluto distruggerti, sarebbe stato facile. Sono rimasto sul vano della porta abbastanza a lungo per premere il grilletto – e tu sai che sparo bene».
«Mi avresti mancato», disse Lingard con sicurezza. «Sotto il cielo, c’è una cosa che si chiama giustizia».
Il suono di quella parola sulle proprie labbra gli fece fare una pausa, confuso, come a un rimprovero inaspettato e incontestabile. La rabbia del suo orgoglio oltraggiato, la rabbia del suo cuore oltraggiato, erano svanite di colpo e rimaneva solo la sensazione di una qualche immensa infamia – di qualcosa di vago, disgustoso e terribile, che sembrava circondarlo da tutte le parti, indugiare su di lui con movimenti vaghi e furtivi, come fosse una banda di assassini nell’oscurità di luoghi vasti e pericolosi. C’era, sotto il cielo una cosa come la giustizia?
Guardò l’uomo davanti a sé con una tale intensità che sembrava gli vedesse dentro, che alla fine vide solo una nebbia galleggiante dalla forma umana. Al primo alito di brezza sarebbe volata via e non avrebbe lasciato niente dietro?
La voce di Willems lo fece sussultare violentemente. Willems stava dicendo:
«Ho sempre condotto una vita virtuosa; tu sai che l’ho fatto. Tu mi hai sempre lodato per la mia regolarità; sai che è così. Sai anche che non ho mai rubato – se è a questo che stai pensando. Presi in prestito. Tu sai quanto ho ripagato. Fu un errore di valutazione. Ma poi considera la mia posizione là. Sono stato un po’ sfortunato nei miei affari privati e avevo dei debiti. Potevo lasciarmi affondare davanti agli occhi di tutti quegli uomini che mi invidiavano? Ma tutto questo è finito. Fu un errore di valutazione. Ho pagato per questo. Un errore di valutazione».
Lingard, tanto stupefatto da rimanere in silenzio, guardava in basso. Guardava i piedi nudi di Willems. Poi, dato che l’altro aveva fatto una pausa, ripeté in tono piatto:
«Un errore di valutazione…».
«Sì», disse con lentezza Willems, pensosamente, e continuò con crescente animazione: «Come ho detto, ho sempre condotto una vita virtuosa. Molto più di Hudig – di te. Sì, di te. Bevevo un po’, giocavo un po’ a carte. Chi non lo fa? Ma avevo dei principi fin da ragazzo. Sì, principi. Gli affari sono affari e io non sono mai stato uno stupido. Non ho mai rispettato gli stupidi. Loro dovevano soffrire della loro stupidità quando trattavano con me. Il male era in loro, non in me. Ma, quanto ai principi, è un’altra questione. Stavo lontano dalle donne. È proibito – non avevo tempo – e le disprezzavo. Ora le odio!».
Mise un po’ fuori la lingua; una lingua la cui punta umida e rosa correva qua e là, come fatta di vita propria, sotto il labbro gonfio e annerito; toccò con la punta delle dita il taglio sulla guancia; tastò tutto intorno con precauzione: e il lato non ferito del viso apparve per un momento preoccupato e a disagio per lo stato dell’altro lato che era così tanto indolenzito e rigido.
Ricominciò a parlare e la sua voce vibrava come per una qualche emozione repressa.
«Chiedi a mia moglie, quando la vedrai a Macassar, se ho ragione di odiarla. Lei non era nessuno e io ne ho fatto la signora Willems. Una ragazza meticcia! Chiedile come mi ha dimostrato la sua gratitudine. Chiedile… Non importa. Bene, tu sei venuto e mi hai scaricato qui come un sacco di spazzatura; mi hai scaricato qui e mi hai lasciato senza niente da fare – niente di buono da ricordare – e dannatamente poco da sperare. Mi hai lasciato qui alla mercé di quello stupido Almayer, che mi ha sospettato di qualcosa. Di cosa? Il diavolo solo lo sa. Ma mi ha sospettato e odiato fin dall’inizio; suppongo perché tu mi aiutavi. Oh! Io potevo leggere in lui come in un libro aperto. Non ha molto acume il tuo socio di Sambir, capitano Lingard, ma sa come essere sgradevole. I mesi passavano. Pensai che sarei morto di pura noia, dei miei pensieri, dei miei rimpianti. E poi…».
Si accostò di un passo a Lingard e, come mossa dallo stesso pensiero, dallo stesso istinto, dall’impulso della volontà di lui, anche Aïssa si accostò loro di un passo.
Rimasero così in un gruppo compatto e i due uomini sentivano l’aria calma in mezzo ai loro visi mossa dal leggero respiro della donna ansiosa che li avvolgeva ambedue con occhiate che non capivano, occhiate disperate e stupite dei suoi occhi selvaggi e addolorati.
Capitolo ventiduesimo
Willems si scostò un poco da lei e parlò più sommessamente.
«Guardala», disse, con un movimento quasi impercettibile della testa verso la donna alla quale voltava le spalle. «Guardala! Non crederle! Cosa ti diceva? Cosa? Io dormivo. Dovevo dormire alla fine. Ti ho aspettato tre giorni e tre notti. Dovevo dormire prima o poi. Non è vero? Le dissi di rimanere sveglia e aspettarti e chiamarmi immediatamente. Lei ha aspettato. Non puoi crederle. Non puoi credere a nessuna donna. Chi può dire cosa c’è dentro le loro teste? Nessuno. Non puoi sapere niente. L’unica cosa che puoi sapere è che non c’è niente come quello che viene fuori dalle loro labbra. Loro ti vivono accanto. Sembrano odiarti o sembrano amarti; ti accarezzano o ti tormentano; ti respingono o ti si appiccicano più aderenti della tua stessa pelle per qualche loro misteriosa e terribile ragione – che non puoi mai sapere! Guardala – e guardami. Me! – il suo infernale lavoro. Cosa ti stava dicendo?».
La sua voce si era ridotta a un sussurro. Lingard ascoltava con grande attenzione, il mento sulla mano, che teneva un bel ciuffo di barba bianca. Il gomito era nel palmo dell’altra mano e i suoi occhi erano ancora fissi a terra. Mormorò, senza alzare gli occhi:
«Mi ha implorato per la tua vita – se vuoi saperlo – come se la cosa fosse degna di essere data o presa!».
«E per tre giorni mi ha implorato di prendere la tua», disse Willems velocemente. «Per tre giorni non mi ha dato un momento di pace. Non stava mai ferma. Progettava agguati. Ha cercato tutti i posti qui intorno dove mi sarei potuto nascondere e avrei potuto abbatterti con uno sparo preciso, mentre ti avvicinavi. E vero. Ti do la mia parola».
«La tua parola», borbottò Lingard con disprezzo.
Willems non ci fece caso.
«Ah! Lei è una creatura crudele», continuò. «Tu non sai… Io volevo passare il tempo – fare qualcosa – avere qualcosa a cui pensare – dimenticare i miei guai finché tu non fossi tornato. E… guardala… lei si è impossessata di me come se non appartenessi a me stesso. Lo ha fatto. Non sapevo che in me ci fosse qualcosa che lei poteva controllare. Lei, una selvaggia. Io, un civilizzato europeo e intelligente! Lei che non ne sapeva più di un animale selvaggio! Bene, lei scoprì qualcosa in me. Lo scoprì e io fui perduto. Io lo sapevo. Lei mi tormentava. Io ero pronto a fare qualunque cosa. Ho resistito – ma ero pronto. Sapevo anche questo. Questo mi terrorizzava più di tutto; più delle mie stesse sofferenze e questo fu abbastanza spaventoso, te l’assicuro».
Lingard ascoltava, affascinato e stupito, come un bambino che ascolta una favola e, quando Willems si fermò per respirare, stropicciò un po’ i piedi.
«Cosa dice?», protestò vivacemente Aïssa, d’un tratto.
I due uomini la guardarono rapidamente e poi si guardarono.
Willems cominciò di nuovo, parlando in fretta:
«Cercai di fare qualcosa. Portarla via da quella gente. Andai da Almayer; il più grande stupido cieco che tu mai… Poi venne Abdulla – e lei andò via. Si portò via qualcosa di me che io dovevo riavere. Dovevo riaverlo. Per quanto ti riguarda, il cambio qui doveva accadere prima o poi; non potevi essere il padrone per sempre. Non è quello che ho fatto che mi tormenta. È il perché. È la pazzia che mi ha portato a farlo. È quella cosa che si è impossessata di me. Che può venire ancora, un giorno».
«Non farà danno a nessuno allora, te l’assicuro», disse Lingard, significativamente.
Willems lo guardò per un secondo con uno sguardo assente, poi continuò:
«Ho combattuto contro di lei. Lei mi incitava alla violenza e all’assassinio. Nessuno sa perché. Mi ci spingeva con insistenza, accanitamente, sempre. Fortunatamente Abdulla aveva buonsenso. Non so cosa non avrei fatto. Lei mi teneva allora. Mi teneva come un incubo terribile e dolce. Poco dopo fu un’altra vita. Mi svegliai. Mi trovai accanto a un animale pieno di malvagità come un gatto selvatico. Il padre cercò di uccidermi – e lei ci mancò poco che uccidesse lui. Credo che fosse completamente priva di scrupoli. Non so cosa fu più terribile. Non ebbe alcuno scrupolo nel difendere se stessa. E quando penso che quello ero io – io – Willems… La odio. Domani potrebbe volere la mia vita. Come posso sapere cosa c’è in lei? Può volere uccidere me la prossima volta!».
S’interruppe con una grande angoscia, poi aggiunse in tono sgomento:
«Non voglio morire qui».
«No?», disse Lingard pensosamente.
Willems si girò verso Aïssa e la indicò con l’indice ossuto.
«Guardala! Sempre qui. Sempre vicino. Sempre a spiare, spiare… qualcosa. Guarda i suoi occhi. Non sono grandi? Non guardano fisso? Non crederesti che li può chiudere come fa ogni essere umano. Non credo lo faccia mai. Vado a dormire, se posso, sotto il loro sguardo fisso e quando mi sveglio li vedo fissi su di me, che si muovono non più di quelli di un cadavere. Quando sono immobile loro sono immobili. Per Dio – lei non li può muovere finché io non mi muovo e allora mi seguono come un paio di carcerieri. Mi osservano; quando mi fermo sembrano aspettare pazienti e brillanti finché io non sospendo la guardia – per fare qualcosa. Fare qualcosa di orribile. Guardali. Puoi vedere il niente in essi. Sono grandi, minacciosi – e vuoti. Gli occhi di una selvaggia; di una dannata bastarda, mezza araba, mezza malese. Mi offendono! Io sono bianco! Ti giuro che non posso sopportarlo! Portami via! Io sono bianco! Tutto bianco!».
Gridò verso il cielo cupo, disperatamente, sotto il cipiglio di nuvole che si addensavano, la sua discendenza pura e superiore. Gridò, la testa in su, le braccia che ruotavano a casaccio; piegato, cencioso, sfigurato; un alto uomo pazzo che faceva una grande confusione per qualcosa d’invisibile; un essere assurdo, repellente, patetico e buffo. Lingard, che stava guardando a terra, come assorto in profondi pensieri, gli dette un’occhiata veloce da sotto le sopracciglia: Aïssa rimase con le mani strette. All’altra estremità del cortile la vecchia si alzò silenziosamente per guardare, come un’apparizione vaga e decrepita, poi con un movimento furtivo, ricadde giù e si accoccolò davanti al lieve bagliore del fuoco. La voce di Willems riempì il recinto, facendosi più alta a ogni parola e poi, d’un tratto, al suo acme, s’interruppe di colpo – come l’acqua che smette di correre fuori da un recipiente rovesciato. Non appena fu cessata, il tuono sembrò accollarsene il peso in un basso brontolio che veniva dalle colline dell’interno. Il rumore si avvicinò con confusi brontolii che continuarono ad aumentare, ingrossandosi in un rombo che si fece più vicino, precipitò giù per il fiume, passò accanto con lacerante fragore – e subito risuonò debole, estinguendosi in monotone e fiacche ripetizioni tra gli infiniti anfratti delle anse più a valle. Sopra le grandi foreste, sopra le innumerevoli varietà di alberi immobili – sopra tutte quelle specie viventi, impassibili e mute – il silenzio che era rapidamente subentrato al tumulto lungo il suo percorso, rimase sospeso, così completo e profondo, come se non fosse mai stato disturbato dall’inizio dei tempi. Poi, poco dopo, attraverso quel silenzio, giunse alle orecchie di Lingard la voce del fiume che scorreva: una voce bassa, discreta e triste, come le voci persistenti e delicate che parlano del passato nel silenzio dei sogni.
Sentì un gran vuoto nel cuore. Gli sembrò di avere nel petto un grande spazio senza luce, dove i suoi pensieri vagavano disperati, incapaci di fuggire, incapaci di trovare quiete, incapaci di morire, di svanire – e di sollevarlo dall’angosciante consapevolezza della loro esistenza. Parola, azione, rabbia, perdono, tutte queste cose gli apparivano ugualmente inutili e vane, gli apparivano insoddisfacenti, indegne di quello sforzo della mano o del cervello necessario a dare loro effetto. Non riusciva a capire perché non avrebbe dovuto rimanere lì, senza fare più niente, fino alla fine del tempo. Sentiva qualcosa, qualcosa come una pesante catena che lo teneva lì, ma questo non lo voleva. Arretrò un po’ da Willems e Aïssa, lasciandoli insieme vicini, poi si fermò e li guardò entrambi. L’uomo e la donna gli apparvero molto più lontani di quanto non fossero realmente. Aveva fatto solo tre passi indietro, ma, per un momento, credette che un altro passo lo avrebbe portato fuori della loro portata per sempre. Gli apparvero leggermente più piccoli della loro grandezza naturale e limpidi nei contorni, come figure intagliate con grande precisione di dettagli e ben rifinite da una mano abile. Riacquistò il controllo.
Riprese piena coscienza della propria personalià. Ebbe l’impressione di osservarli da una grande altezza inaccessibile.
Disse lentamente: «Sei stato posseduto da un demonio».
«Sì», rispose Willems tetramente e guardando Aïssa. «Non è una cosa carina?»
«Ho già sentito questo tipo di discorso prima», disse Lingard, in tono sprezzante; fece una pausa e poi continuò tranquillamente: «Non rimpiango niente. Ti ho raccolto sulla riva del mare, come un gatto che moriva di fame – per Dio. Non rimpiango niente: niente di quello che ho fatto. Abdulla – altri venti – senza dubbio lo stesso Hudig, mi davano la caccia. Questi – per loro – sono affari. Ma che tu dovessi… Il denaro appartiene a chi lo raccoglie ed è forte abbastanza da tenerlo – ma questa cosa era diversa. Era parte della mia vita… io sono un vecchio sciocco».
Lo era. L’afflato delle sue parole, delle parole che diceva, alimentarono la scintilla di divina follia nel suo cuore, quella scintilla che lo faceva risaltare tra la folla – lui, l’avventuriero spietato e dispotico – tra quella folla sordida, gioiosa, rumorosa e senza scrupoli così simile a lui.
Willems disse frettolosamente: «Non ero io. Il male non era in me, capitano Lingard».
«E dove allora – accidenti a te! Dove allora?», interruppe Lingard, alzando la voce. «Mi hai mai visto truffare, mentire e rubare? Dimmelo. Mi hai mai visto? Eh? Mi domando a quale punto di perdizione tu sia giunto da quando ti trovai sotto i miei piedi. Non importa. Non farai più danno».
Willems si fece più vicino, fissandolo ansiosamente. Lingard continuò scandendo bene quel che diceva:
«Che cosa ti aspettavi quando mi hai chiesto di vederti? Che cosa? Mi conosci. Io sono Lingard. Sei vissuto con me. Hai sentito gli uomini parlare. Sapevi quello che avevi fatto. Ebbene! Che cosa ti aspettavi?»
«Come posso saperlo?», gemette Willems, torcendosi le mani, «io ero solo in mezzo a quell’infernale folla selvaggia. Sono stato consegnato nelle loro mani. E, avvenuto ciò, mi sentii così sperduto e debole che avrei chiamato anche il diavolo in mio aiuto, se fosse servito a qualcosa – se non avesse già fatto tutto il suo lavoro. In tutto il mondo c’era solo un uomo che si fosse preoccupato di me. Un solo uomo bianco. Tu! L’odio è meglio che essere soli. La morte è meglio! Mi aspettavo… qualunque cosa. Qualcosa da aspettare. Qualcosa che mi portasse via di qui. Fuori dalla sua vista!».
Rise. Sembrò che la risata gli fosse strappata contro il suo volere, sembrò che fosse violentemente portata in superficie dal profondo della sua amarezza, dal disprezzo di sé, dal disperato stupore per la propria natura.
«Quando penso che quando la conobbi la prima volta mi sembrò che la vita intera non sarebbe stata sufficiente per… E ora quando la guardo! Lei ha fatto tutto questo. Io devo essere stato pazzo. Ero pazzo. Ogni volta che la guardo ricordo la mia pazzia. Questo mi spaventa… E quando penso che di tutta la mia vita, di tutto il mio passato, di tutto il mio futuro, della mia intelligenza, del mio lavoro, non è rimasto altro che lei, la causa della mia rovina e te che ho mortalmente offeso…».
Nascose per un momento la faccia tra le mani e quando le tolse non aveva più quell’aspetto relativamente calmo e si lasciò andare a un dolore incoerente.
«Capitano Lingard… qualunque cosa… un’isola deserta… ovunque… ti prometto…».
«Sta’ zitto!», urlò Lingard, duramente.
Lui ammutolì, improvvisamente, completamente.
La pallida luce del mattimo plumbeo si ritirò lentamente dal cortile, dalle radure, dal fiume, come se fosse andata malvolentieri a nascondersi nelle misteriosi solitudini delle oscure e silenziose foreste. Le nuvole sopra le loro teste s’infittirono in una bassa volta di uniforme oscurità. L’aria era indicibilmente ferma e opprimente. Lingard si sbottonò la giacca, la aprì completamente e inclinando un po’ il corpo da una parte, si asciugò la fronte con la mano, che poi sgrullò. Guardò Willems e disse:
«Nessuna tua promessa vale qualcosa per me. Sto per giudicare la tua condotta. Fa’ attenzione a quello che sto per dire. Tu sei mio prigioniero».
La testa di Willems si mosse impercettibilmente; poi lui diventò rigido e immobile. Sembrò non respirare.
«Tu starai qui», continuò Lingard con cupa lentezza. «Non sei adatto a stare in mezzo alla gente. Chi potrebbe sospettare, chi potrebbe indovinare, chi potrebbe immaginare cosa c’è in te? Io non potrei! Tu sei un mio errore. Io intendo nasconderti qui. Se ti liberassi, tu andresti fra uomini fiduciosi e mentiresti, ruberesti e trufferesti per un po’ di denaro o per qualche donna. Non m’interessa spararti. Anche se sarebbe il modo più sicuro. Ma non lo farò. Non aspettarti che io ti perdoni. Per perdonare, bisogna essere stati arrabbiati e diventare sprezzanti e in me, ora, non c’è nulla – né collera, né disprezzo, né delusione. Per me non sei Willems, l’uomo che ho soccorso e aiutato nel bene e nel male e di cui avevo un’ottima opinione… Tu non sei un essere umano che può essere distrutto o perdonato. Tu sei un pensiero amaro, un qualcosa senza corpo e che deve essere nascosto… Tu sei la mia vergogna».
S’interruppe e si guardò lentamente intorno. Com’era scuro! Gli sembrò che la luce stesse sparendo prematuramente dal mondo e che l’aria fosse già morta.
«Naturalmente», continuò, «vedrò che tu non muoia di fame».
«Non intenderai dire che devo vivere qui, capitano Lingard?», disse Willems, con una voce meccanica senza alcuna inflessione.
«Mi hai mai sentito dire qualcosa che non intendevo?», chiese Lingard. «Hai detto che non vuoi morire qui – bene, tu devi vivere… A meno che tu non cambi idea», aggiunse, come in un involontario ripensamento.
Lo guardò attentamente, poi scosse la testa.
«Sei solo», continuò. «Niente ti può aiutare. Nessuno lo vorrà. Tu non sei né bianco né nero. Tu non hai colore, dato che non hai cuore. I tuoi complici ti hanno abbandonato a me perché io sono ancora qualcuno da tenere in considerazione. Hai soltanto quella donna là. Dici che hai fatto questo per lei. Bene, hai lei».
Willems mormorò qualcosa e poi, d’un tratto, si afferrò i capelli con le mani e rimase fermo così. Aïssa, che lo guardava, si voltò verso Lingard.
«Che cosa hai detto, raja Laut?», gridò lei.
I suoi sottili capelli disordinati si mossero leggermente, i cespugli vicino alle rive tremarono, il grande albero inclinò precipitosamente la chioma su di loro con un improvviso stormire, come se si fosse svegliato con un sobbalzo da un sonno inquieto – e il soffio della calda brezza passò leggero, rapido e cocente sotto le nuvole che turbinavano, ininterrotte, ma ondeggianti, come il fantasma inquieto di un mare cupo.
Lingard la guardò pietosamente prima di dire:
«Gli ho detto che deve vivere qui tutta la sua vita… e con te».
Sembrava che il sole alla fine si fosse spento come una luce tremolante, lontano, su, oltre le nuvole e nell’oscurità soffocante del cortile le tre figure rimasero ferme, pallide e indistinte, come se fossero state circondate da una nebbia nera e bollente. Aïssa guardò Willems, che rimaneva immobile, come se fosse stato trasformato in pietra proprio nel momento in cui si strappava i capelli. Poi lei voltò la testa verso Lingard e gridò:
«Tu menti! Tu menti!… Voi uomini bianchi. Come te lo fanno tutti. Te… che Abdulla ha fatto diventare insignificante. Tu menti!».
Le sue parole risuonarono stridule e astiose per il suo segreto disprezzo, per quel dominante desiderio di ferire che non bada alle conseguenze; per il suo sprezzante desiderio femminile di causare sofferenza a ogni costo; di causarla con il suono della propria voce – di quella voce che avrebbe portato il veleno del suo pensiero nel cuore odiato.
Willems lasciò cadere le mani e cominciò di nuovo a mormorare. Lingard gli prestò istintivamente orecchio, colse qualcosa che suonava come: “Molto bene” – poi qualche altro borbottio – poi un sospiro.
«Per quanto riguarda il resto del mondo», disse Lingard, dopo aver aspettato per un po’, attento, «la tua vita è finita. Nessuno potrà rinfacciarmi qualche tua infamia; nessuno potrà indicarti e dire: “Ecco il farabutto allevato da Lingard”. Tu sei sepolto qui».
«E tu pensi che io resterò… che mi sottometterò?», proruppe Willems, come se avesse recuperato all’improvviso la capacità di parlare.
«Non è necessario che tu stia qui – in questo posto», disse Lingard, seccamente. «Ci sono le foreste – e c’è il fiume. Puoi nuotare. Quindici miglia a monte o quaranta a valle. Da una parte incontrerai Almayer, dall’altra il mare. Fai la tua scelta».
Proruppe in una risata breve, gioiosa, poi aggiunse con severa gravità:
«C’è anche un’altra strada».
«Se vuoi dannare la mia anima cercando di spingermi al suicidio, non ci riuscirai», disse Willems terribilmente sconvolto. «Io vivrò. Io intendo pentirmi. Posso fuggire. Porta via questa donna – lei è un’offesa».
Una freccia di fuoco lacerò l’oscurità dell’orizzonte lontano e illuminò il buio con una fiamma abbagliante e terrificante. Poi si sentì il tuono lontano, come una voce incredibilmente potente che borbottava minacce.
Lingard disse:
«Non m’importa cosa accadrà, ma ti posso dire che senza quella donna la tua vita non vale molto – neanche due penny. C’è un tizio qui che… e Abdulla stesso non farebbe nessun complimento. Pensaci! E poi lei non se ne andrà».
Già mentre parlava aveva cominciato a incamminarsi lentamente verso il cancelletto. Non guardò, ma si sentì così sicuro che Willems lo stesse seguendo come se lo avesse avuto al guinzaglio. Era appena passato dal cancelletto nel cortile grande quando sentì una voce alle spalle dire:
«Penso che lei avesse ragione. Avrei dovuto spararti. Non avrei potuto stare peggio di così».
«Sei ancora in tempo», rispose Lingard senza fermarsi o guardare indietro. «Ma, vedi, non puoi. Non sei capace neanche di questo».
«Non mi provocare, capitano Lingard», gridò Willems.
Lingard si voltò bruscamente. Willems e Aïssa si fermarono. Un altro guizzo di luce a zigzag tagliò le nuvole e scagliò sui loro visi un improvviso bagliore – una fiammata violenta, sinistra e rapida e, nello stesso istante, furono assordati da un unico fragore di un tuono vicino, seguito da un rumore che passò veloce, come se la terra sbigottita avesse tirato un sospiro spaventato.
«Provocare te!», disse il vecchio avventuriero, non appena poté farsi udire. «Provocare te! Ehi! Cosa c’è in te da provocare? Cosa m’importa?»
«È facile parlare così quando sai che in tutto il mondo – in tutto il mondo – non ho amici», disse Willems.
«Di chi è la colpa?», rispose Lingard, duramente.
Le loro voci, dopo il cupo e tremendo rumore, sembrarono loro molto inadeguate – sottili e fragili, come voci di pigmei – e per questo, tacquero improvvisamente. Dalla sommità del cortile i rematori di Lingard vennero giù e li oltrepassarono, marciando al passo in fila indiana, le pagaie sulle spalle e le teste erette con gli occhi fissi sul fiume. Alì, che era l’ultimo, si fermò davanti a Lingard, molto rigido ed eretto. Disse:
«Quel monocolo Babalatchi è andato via, con tutte le sue donne. Ha preso tutto. Tutte le pentole e le scatole. Grandi. Pesanti. Tre scatole».
Ghignò come se la cosa fosse stata divertente, poi aggiunse con un’aria ansiosa e preoccupata: «Sta per piovere».
«Ritorniamo», disse Lingard. «Preparatevi».
«Aye, aye, sir!», gridò Alì con precisione e andò avanti. Era stato sotto-capo timoniere con Lingard prima di decidersi a rimanere a Sambir come caposquadra di Almayer. Avanzò impettito verso il punto d’approdo, pensando orgogliosamente che lui non era come quegli ignoranti rematori e sapeva come rispondere correttamente a quello che era veramente il più grande dei capitani bianchi.
«Mi hai frainteso fin dall’inizio, capitano Lingard», disse Willems.
«Davvero? Va bene lo stesso, giacché non ci sono malintesi su quel che intendo fare io», rispose Lingard, camminando adagio verso il punto d’approdo. Willems lo seguì e Aïssa seguì Willems. Due mani erano protese per aiutare Lingard a imbarcarsi. Lui salì cautamente e pesantemente nella canoa lunga e stretta e sedette nella sedia pieghevole che era stata collocata al centro. Si appoggiò indietro e volse la testa verso le due figure che, sulla riva, lo sovrastavano un po’. Gli occhi di Aïssa erano fissi sul suo viso, impazienti di vederlo già andato via. Willems guardò dritto, al di sopra della canoa, dritto verso la foresta dall’altro lato del fiume.
«Va bene, Alì», disse Lingard, a bassa voce.
Un lieve movimento animò i volti e un debole mormorio corse lungo la fila di rematori. Il primo rematore dette una spinta con la punta della pagaia, diresse la prua della canoa fuori dall’acqua stagnante verso la corrente; e la canoa prese rapidamente la direzione a valle, seguendo la corrente impetuosa del fiume scuro, mentre la poppa urtava dolcemente contro la riva bassa.
«C’incontreremo ancora, capitano Lingard!», gridò Willems, con voce malferma.
«Mai!», disse Lingard, girandosi a mezzo sulla sedia per guardare Willems. I suoi occhi rossi scintillarono spietatamente al di sopra dell’alto schienale della sedia.
«Dobbiamo traversare il fiume. La corrente là è meno veloce», disse Alì. E immediatamente spinse a sua volta con tutta la forza, sporgendosi incautamente proprio sopra la poppa. Poi si riprese appena in tempo, nella posizione accovacciata di una scimmia appollaiata su una alta sporgenza e gridò: «Dayong!».
Le pagaie colpirono l’acqua tutte insieme. La canoa schizzò in avanti e continuò regolarmente a traversare il fiume con un movimento laterale prodotto dalla propria velocità e da quello della corrente.
Lingard osservò la riva dietro di lui. La donna lo salutò con la mano e poi si accoccolò ai piedi dell’uomo che rimase in piedi, immobile. Dopo un po’ lei si alzò e gli stette accanto, sollevandosi fino alla sua testa – e Lingard allora vide che aveva bagnato qualche parte della sua veste e stava cercando di lavare il sangue secco dalla faccia impassibile dell’uomo, che sembrò non accorgersene. Lingard si voltò e si appoggiò indietro sulla sedia, allungando le gambe con un sospiro di fatica. La testa gli ricadde in avanti e, sotto il viso rosso, la barba bianca si appoggiò come un ventaglio sul petto, svolazzando per la debole corrente d’aria prodotta dal rapido movimento dell’imbarcazione che lo portava lontano dal suo prigioniero – dall’unica cosa nella sua vita che lui voleva nascondere.
Nella sua corsa attraverso il fiume, la canoa venne a trovarsi davanti a Willems i cui occhi colsero l’immagine, la seguirono facilmente mentre scivolava, piccola ma chiara, sullo sfondo scuro della foresta. Vedeva chiaramente la figura dell’uomo seduto al centro. Lo aveva sempre sentito alle sue spalle, una presenza rassicurante pronta ad aiutarlo, approvarlo, consigliarlo; amichevole nella riprovazione, entusiasta nell’approvazione; un uomo che ispirava sicurezza per la sua forza, per la sua mancanza di paura, per la stessa debolezza del suo cuore semplice. E ora quell’uomo stava andando via. Doveva richiamarlo indietro.
Urlò e le parole, che voleva lanciare attraverso il fiume, sembrarono ricadere impotenti ai suoi piedi. Aïssa gli mise una mano sul braccio per cercare di trattenerlo, ma lui la scosse via. Voleva richiamare la sua stessa vita che se ne stava andando. Urlò di nuovo – e questa volta non udì neanche se stesso. Non serviva. Non sarebbe mai ritornato. E rimase fermo, nel suo silenzio imbronciato, a guardare laggiù la figura bianca che si appoggiava alla sedia, al centro della barca; una figura che lo colpì improvvisamente come veramente terribile, senza cuore e straordinaria, con il suo innaturale correre sull’acqua in un atteggiamento di languido riposo. Per qualche tempo niente sulla terra sembrò muoversi, tranne la canoa che scivolava controcorrente con un movimento tanto regolare e armonioso da non dare alcun senso di moto. Sopra le loro teste, le nuvole ammassate apparivano solide e uniformi, come tenute lì da una potente stretta, ma sulla loro mutevole superficie c’era un continuo e tremante barlume, un debole riflesso del lampo lontano del temporale che era già esaurito sulla costa e si stava facendo lentamente strada su per il fiume con brontolii bassi e infuriati. Willems continuava a guardare, immobile come ogni altra cosa intorno a lui e sopra di lui. Soltanto i suoi occhi sembravano vivere, mentre seguivano la canoa nella corsa che la portava lontano da lui, costantemente, senza esitazione, definitivamente, come se stesse andando non su per il grande fiume, nella momentanea eccitazione di Sambir, ma dritta nel passato, nel passato affollato eppure vuoto, come un vecchio cimitero pieno di tombe abbandonate, dove giacciono speranze morte che non torneranno mai.
Di tanto in tanto sentiva sul viso il tocco caldo e fugace di un immenso alito di vento che veniva da dietro la foresta, come il rotto ansimare di un mondo oppresso. Poi l’aria pesante intorno a lui fu attraversata da un’improvvisa folata di vento che portava con sé la sensazione fresca e umida di pioggia che cade, e tutte le innumerevoli cime degli alberi s’inclinarono a sinistra e di nuovo scattarono indietro in un tumultuoso ondeggiamento di rami inclinati e di foglie tremanti. Il fiume s’increspò leggermente, le nubi lentamente si mossero, cambiando il loro aspetto, ma non il loro posto, come se si fossero pesantemente capovolte, e quando l’improvviso movimento degli alberi si fu estinto in un affrettato tremore dei rametti più sottili, ci fu un momento di spaventosa immobilità in cielo e sulla terra, durante il quale si udì la voce del tuono che si manifestava in un rombo prolungato, energico e vibrante, con scoppi più forti e violenti, come il discorso adirato e minaccioso di un dio furioso. Per un momento il rombo si estinse, poi passò in un’altra folata di vento spingendo innanzi a sé una foschia bianca che riempì l’aria di una nube di acquerugiola che nascose d’un tratto a Willems la canoa, le foreste, il fiume stesso; che, con un brivido sconsolato, lo svegliò dal suo intorpidimento e lo costrinse a guardarsi disperatamente intorno e a vedere solo il turbinante movimento degli spruzzi di pioggia sospinti dalla brezza rinfrescante, mentre le gocce grandi e pesanti cadevano intorno a lui sulla terra secca con colpi sonori e rapidi. Fece pochi passi affrettati su per il cortile e fu bloccato da una immensa massa d’acqua che cadde su di lui tutta d’un colpo giù dalle nubi, improvvisa e schiacciante, troncandogli il respiro, grondandogli sulla testa, incollandoglisi addosso, scorrendogli giù per il corpo, le braccia, le gambe. L’acqua lo tenne lì, boccheggiante, piegato, mentre si gettava su di lui a raffiche e lui sentì le gocce che lo colpivano dall’alto, da ogni dove; gocce spesse, opprimenti e che si scagliavano su di lui come gettate da tutte le parti da una folla di mani infuriate. L’acqua affiorata aveva prodotto un gran vapore che ora gli galleggiava sotto i piedi ed egli sentì il terreno diventare soffice – sciogliersi sotto di lui – e vide l’acqua saltare fuori dalla terra secca per incontrare l’acqua che cadeva dal cielo cupo. Un terrore folle s’impossessò di lui, il terrore di tutta quell’acqua intorno, dell’acqua che correva verso di lui giù per il cortile, dell’acqua che lo premeva da tutte le parti, dell’acqua che, a vento, gli colpiva la faccia in fluttuanti cortine che, il guizzo del lampo che le attraversava, faceva brillare di un rosso pallido, come se fuoco e acqua stessero cadendo insieme sopra la terra tramortita, mostruosamente mescolati.
Volle correre via, ma quando si mosse scivolò dolorosamente e lentamente indietro, su quella terra che, così improvvisamente, era diventata fango sotto i suoi piedi. Lottò per aprirsi una strada attraverso il cortile come un uomo che fende la folla, a testa bassa, una spalla in avanti, fermandosi spesso e talvolta sospinto indietro di un passo o due da un’ondata d’acqua che il suo cuore non era stato tanto risoluto da affrontare. Aïssa lo seguiva passo dopo passo, fermandosi quando lui si fermava, indietreggiando con lui, avanzando con lui nel faticoso cammino su per lo scivoloso declivio del cortile, di quel cortile da cui la prima ondata del violento acquazzone sembrava aver spazzato via ogni cosa. Non riuscivano a vedere niente. L’albero, la casa, i cespugli e le palizzate – tutto era scomparso sotto la pioggia battente. Avevano i capelli appiccicati alla testa, colanti, così come i vestiti si incollavano, si appiccicavano ai loro corpi; colavano acqua dalla testa ai piedi. Si muovevano pazienti, dritti, lenti e scuri nel bagliore chiaro o fiammeggiante delle gocce che cadevano, sotto il rombo del tuono incessante, come due fantasmi vaganti di annegati che, condannati a frequentare l’acqua per sempre, erano venuti su dal fiume per guardare il mondo sotto il diluvio.
Sulla sinistra, l’albero sembrò uscire fuori per incontrarli, apparendo indistintamente, alto, immobile e paziente; con un frusciante lamento delle sue innumerevoli foglie attraverso le quali ogni goccia d’acqua si apriva a forza la sua strada con fretta crudele. E poi, sulla destra, la casa sbucò nella foschia, molto nera e rumorosa per il rapido cicaleccio della pioggia sul tetto a punta che sovrastava il costante rumoreggiare dell’acqua che defluiva dalla grondaia. Sotto il tavolato che conduceva alla porta scorreva un torrente sottile e trasparente che, quando Willems cominciò la sua ascesa, gli si franse sui piedi come se stesse salendo una ripida gola nel letto di un rapido torrente poco profondo. Dietro i talloni gli si formarono due sbavature di fango che nello scorrere via macchiarono per un istante la purezza dell’acqua e poi lui sguazzò in su con uno scatto e si trovò sulla piattaforma di bambù davanti alla porta aperta, al riparo delle grondaie sporgenti – sotto un riparo, finalmente!
Un debole lamento che finiva in un mormorio rotto e lamentoso arrestò Willems sulla soglia. Nella semioscurità sotto il tetto, si guardò attentamente intorno e vide la vecchia rannicchiata in un mucchio informe contro la parete e, mentre guardava, sentì il tocco di due braccia sulle spalle. Aïssa! L’aveva dimenticata. Si girò e lei istantaneamente lo abbracciò, premendoglisi contro come timorosa che lui le facesse del male o che fuggisse. Lui s’irrigidì per la repulsione, l’orrore, per la misteriosa rivolta del suo cuore; mentre lei gli si attaccava – si attaccava come se lui fosse un rifugio dalla miseria, dalla tempesta, dalla stanchezza, dalla paura, dalla disperazione e, da parte di quell’essere, era un abbraccio terribile, adirato e addolorato, in cui esaurì tutta la forza per farlo prigioniero, per trattenerlo per sempre.
Lui non disse niente. La guardò negli occhi mentre lottava per liberarsi dalle dita di lei dietro al collo e d’un tratto le strappò via le mani e, stringendole i polsi, le tenne le braccia in alto mentre chinando la faccia gonfia vicino alla sua, disse:
«È tutta colpa tua. Tu…».
Lei non capì – neanche una parola. Lui parlava nella lingua della sua gente – di quella gente che non conosce pietà né vergogna. Ed era arrabbiato. Ahimè! Era sempre arrabbiato ora e diceva sempre parole che lei non poteva capire. Rimase in silenzio, guardandolo con occhi pazienti, mentre lui le scuoteva un po’ le braccia e poi gliele scagliava giù.
«Non seguirmi!», urlò. «Voglio essere solo – voglio dire – voglio essere lasciato solo!».
Entrò dentro lasciando la porta aperta.
Lei non si mosse. Che bisogno c’era di capire le parole quando erano dette con quella voce? Quella voce che non sembrava neanche essere la sua – quella voce di quando parlava accanto al ruscello, quando non era mai arrabbiato e sempre sorridente! Teneva gli occhi fissi nel buio vano della porta, ma le mani deviarono meccanicamente in alto; e raccogliendo tutti i capelli e inclinando leggermente la testa sulla spalla, strizzò le lunghe trecce nere, torcendole con insistenza, mentre rimaneva in piedi, triste e assorta, come chi ascolta una voce interiore, la voce di un amaro, inutile rimpianto. II tuono era cessato, il vento si era esaurito e la pioggia cadeva perpendicolare e costante attraverso un grande e pallido chiarore – la luce di un sole lontano che usciva vittorioso dall’oscurità delle nubi che si stava dissolvendo. Rimase vicino al vano della porta. Lui era là – solo nell’oscurità dell’abitazione – Lui era là. Non parlava. Che cosa aveva in testa ora? Quale paura? Quale desiderio? Non il desiderio di lei come nei giorni in cui sorrideva… Come poteva fare per saperlo?
Dal profondo del cuore le venne un sospiro, che uscì fuori nel mondo dalle labbra semiaperte. Un sospiro lieve, profondo e spezzato; un sospiro pieno di dolore e di paura, come quello di coloro che stanno per affrontare l’ignoto: affrontarlo in solitudine, dubbiosi e senza speranza. Lasciò andare i capelli che ricaddero sulle spalle come un velo funebre e d’un tratto si accoccolò vicino alla porta. Le mani afferrarono le caviglie; appoggiò la testa sulle ginocchia alzate e rimase ferma, immobile, sotto le grondanti gramaglie dei suoi capelli. Stava pensando a lui; ai giorni presso il ruscello; stava pensando a tutto quello che era stato il loro amore e sedette nella posizione abbandonata di coloro che siedono piangendo un morto di coloro che guardano e si lamentano su un cadavere.
Parte quinta
Capitolo ventitreesimo
Almayer, solo sulla veranda di casa sua, appoggiato con i gomiti sul tavolo e tenendosi la testa con le mani, guardava fisso davanti a sé, lontano, oltre il tratto di erba nuova che spuntava nel suo cortile e oltre la breve banchina con il suo gruppo di piccole canoe, in mezzo alle quali la sua grande baleniera galleggiava alta, come una madre bianca di tutta quella nidiata scura e acquatica. Fissava il fiume, oltre la goletta ancorata al centro della corrente, oltre le foreste della riva sinistra; fissò attraverso e oltre l’illusione del mondo materiale.
Il sole stava tramontando. Sotto il cielo le nubi si erano allungate in una rete di bianchi fili, una rete fine e fitta, in cui si coglievano sparsi tondi vapori bianchi, più spessi, e verso oriente, sopra la dentellata barriera della foresta, ondeggiavano le cime di una catena di grandi nubi, che diventavano lentamente più grandi, in un movimento impercettibile, come attento a non disturbare la brillante immobilità della terra e del cielo. Di fianco alla casa, sul fiume, c’era soltanto l’immobile goletta. Più in su, un tronco solitario sbucò dall’ansa e continuò, andando lentamente alla deriva verso la foce, giù per il dritto tratto navigabile: un tronco morto e vagante che andava verso la sua tomba nel mare, in mezzo a due file di alberi immobili e vivi.
E Almayer sedeva, la faccia tra le mani, considerando e odiando tutto: il fiume fangoso, il blu scolorito del cielo, il tronco nero che passava vicino nel suo primo e ultimo viaggio, il verde mare di foglie – quel mare che risplendeva, luccicava e si agitava sopra l’uniforme e impenetrabile oscurità delle foreste – quel gioioso mare di verde vivo impolverato dal brillante pulviscolo degli obliqui raggi del sole. Odiava tutto questo; si lamentava di ogni giorno – ogni minuto – della sua vita spesa in mezzo a tutte queste cose; se ne lamentava amaramente, irosamente, con un infuriato e immenso rimpianto, come un avaro costretto a cedere qualche suo tesoro a un parente prossimo. E tuttavia tutto questo era molto prezioso per lui. Era l’attestazione tangibile di uno splendido futuro.
Allontanò il tavolo con impazienza, si alzò, fece pochi passi, poi si fermò in piedi presso la balaustra e di nuovo guardò il fiume – il fiume che sarebbe stato lo strumento per costruire la sua fortuna se… se…
«Che abominevole bestia!», disse.
Era solo, ma parlò a voce alta, come si è portati a fare sotto l’impulso di un pensiero intenso, travolgente.
«Che bestia!», borbottò di nuovo.
Il fiume era scuro, ora, e la goletta vi riposava sopra, una forma nera, solitaria e aggraziata, con gli esili alberi che si slanciavano verso l’alto in due linee fragili e inclinate. Le ombre della sera avanzavano lentamente sugli alberi, avanzavano lentamente da ramo a ramo, finché alla fine i lunghi raggi di sole che scorrevano dall’orizzonte verso ovest passarono rasenti ai rami più alti, poi salirono ancora più in alto in mezzo alle nubi ammassate, dando loro un aspetto scuro e fiammeggiante in quell’ultimo flusso di luce. E d’un tratto la luce scomparve, come perduta in alto nell’immensità della grande cavità blu e vuota. Il sole era tramontato: e le foreste divennero un muro liscio di oscurità senza forma. Sopra di esse, al margine delle nubi che indugiavano, un’unica stella brillò debolmente a intervalli, oscurata di tanto in tanto dal rapido passaggio di vapori alti e invisibili.
Almayer combatteva con l’inquietudine che sentiva dentro di sé. Udì Alì, che si muoveva dietro di lui nella preparazione del pasto serale e ascoltò con strana attenzione i rumori che faceva: il breve, secco colpo del piatto messo sulla tavola, il tintinnio dei bicchieri e l’acciottolio metallico di coltello e forchetta. L’uomo andò via. Ora stava tornando indietro. Avrebbe parlato immediatamente e Almayer, nonostante i gravi pensieri che lo assorbivano, aspettò di sentire il suono delle parole previste. Le udì dette con scrupolosa chiarezza in inglese:
«È pronto, signore!».
«Va bene», disse Almayer bruscamente. Non si mosse. Rimase pensoso, con la schiena rivolta al tavolo su cui stava la lampada accesa portata da Alì. Stava pensando: dov’era Lingard ora? A metà strada, a valle del fiume probabilmente, sulla nave di Abdulla. Sarebbe stato di ritorno fra circa tre giorni – forse meno. E poi? Poi la goletta sarebbe stata fatta uscire dal fiume e quando quella nave se ne fosse andata, loro – lui e Lingard – sarebbero rimasti lì; soli con il costante pensiero di quell’altro uomo, quell’altro uomo che viveva vicino a loro! Che idea straordinaria tenerlo là per sempre. Per sempre! Che voleva dire – per sempre? Forse un anno, forse dieci anni. Tenerlo là dieci anni – o forse venti! L’amico era capace di vivere più di vent’anni. E per tutto quel tempo avrebbe dovuto essere sorvegliato, nutrito, curato. Solo Lingard poteva avere certe fantasie. Vent’anni! Perché no! In meno di dieci anni la loro fortuna sarebbe stata fatta e avrebbero lasciato quel posto, prima per Batavia – sì, Batavia – e poi per l’Europa – Inghilterra, senza dubbio. Lingard avrebbe voluto andare in Inghilterra. E avrebbero lasciato quell’uomo lì? Come sarebbe stato quel tizio fra dieci anni? Molto vecchio probabilmente. Bene, che il diavolo se lo porti. Nina avrebbe avuto quindici anni. Sarebbe stata ricca e molto carina e lui stesso allora non sarebbe stato tanto vecchio…
Almayer sorrise nella notte.
…Sì, ricchi! Davvero! Naturalmente! Il capitano Lingard era un uomo pieno di risorse e aveva molto denaro ancora. Erano già ricchi; ma non abbastanza. Chiaramente non abbastanza. Denaro porta denaro. Quell’affare dell’oro era ottimo. Eccellente! Il capitano Lingard era un uomo eccezionale. Diceva che l’oro era là – ed era là. Lingard sapeva quel che diceva. Ma aveva delle idee bizzarre. Per esempio, circa Willems. Ora per quale ragione lo voleva tenere in vita? Perché?
«Quel farabutto», borbottò Almayer di nuovo.
«Makan Tuan!», gridò Alì improvvisamente, a voce alta in tono incalzante.
Almayer si diresse verso la tavola, si sedette e la sua faccia ansiosa si chinò nella luce proiettata dal paralume. Si servì con aria assente e cominciò a mangiare a grandi bocconi. Indiscutibilmente, Lingard era un uomo che sapeva tener duro. Intrepido, energico e pronto. Come aveva programmato rapidamente un nuovo futuro quando il tradimento di Willems aveva distrutto la loro posizione consolidata a Sambir! E anche quella ora non era così cattiva! Che immenso prestigio aveva quel Lingard con tutta quella gente – arabi, malesi e tutti. Ah, era una gran bella cosa poter chiamare un uomo simile padre. Bello! C’era da domandarsi quanto denaro avesse realmente il vecchio. La gente parlava – sicuramente esagerava, ma se avesse avuto soltanto la metà di quello che dicevano…
Bevve, mandando indietro la testa e lasciandola ricadere di nuovo.
…Ora, se quel Willems avesse saputo come giocare bene le sue carte, fosse rimasto fedele al vecchio compagno, sarebbe stato nella sua posizione, ora sarebbe stato sposato alla figlia adottiva di Lingard con il futuro assicurato – splendido…
«La bestia!», grugnì Almayer, fra due bocconi.
Alì stava in piedi rigidamente eretto, indifferente, lo sguardo perduto nella notte che premeva intorno al piccolo cerchio di luce che brillava sulla tavola, sul bicchiere, sulla bottiglia e sulla testa di Almayer mentre piegato sul piatto muoveva le mascelle.
…Un uomo eccellente Lingard – tuttavia non sapevi mai cosa avrebbe fatto dopo. Era risaputo che una volta aveva sparato a un bianco per molto meno di quanto aveva fatto Willems. Per molto meno?… Ebbene, per nessuna ragione, per così dire! Neanche una cosa che lo riguardava personalmente. Era stato a proposito di un malese che tornava dal pellegrinaggio con moglie e figli. Rapito o derubato o qualcosa. Una storia stupida – una vecchia storia. E ora se ne va a cercare quel Willems e – niente. Torna sparandole grosse sul suo prigioniero; ma, dopo tutto, aveva detto molto poco. Che cosa gli aveva detto quel Willems? Che cosa c’era tra di loro? Il vecchio amico doveva avere avuto qualcosa in mente quando aveva lasciato andare quel farabutto. E Joanna! Avrebbe persuaso il vecchio con le moine. Sicuro. Allora lui forse avrebbe perdonato. Impossibile. Ma, in ogni caso, avrebbe sprecato un sacco di denaro con loro. Il vecchio era tenace nei suoi odi, ma anche nei suoi affetti.
Aveva conosciuto quella bestia di Willems da ragazzo. Tra un anno o due si sarebbero riconciliati. Tutto è possibile: perché non era corso via subito e non aveva ucciso quella bestia? Questo sarebbe stato più da Lingard…
Almayer posò d’un tratto il cucchiaio e spingendo via il piatto, si appoggiò allo schienale.
…Pericoloso. Decisamente pericoloso. Non aveva nessuna intenzione di dividere il denaro di Lingard con qualcuno. Il denaro di Lingard era il denaro di Nina in un certo senso. E se Willems faceva in modo di ricreare un’amicizia con il vecchio, la cosa per lui – Almayer – sarebbe stata pericolosa. Era un farabutto totalmente senza scrupoli! Lo avrebbe scalzato dalla sua posizione. Avrebbe mentito e calunniato. Tutto sarebbe stato perduto. Perduto. Povera Nina. Cosa ne sarebbe stato di lei? Povera bambina. Per la salvezza di sua figlia doveva eliminare quel Willems. Doveva. Ma come? Lingard voleva essere obbedito. Impossibile uccidere Willems – Lingard poteva arrabbiarsi. Incredibile, ma era così. Poteva…
Sentì una vampata di calore che gli arrossò il viso e proruppe in una copiosa sudorazione.
Si agitò sulla sedia e premette le mani sotto la tavola. Che prospettiva terribile! S’immaginò già di vedere Lingard e Willems riconciliati andare via a braccetto, lasciandolo solo in quel buco abbandonato da Dio – a Sambir – in quel pantano micidiale! E tutti i suoi sacrifici, il sacrificio della sua indipendenza, dei suoi anni migliori, la resa alle fantasie e ai capricci di Lingard, sarebbero stati sprecati! Orribile! Poi pensò alla sua figlioletta – sua figlia! e l’immagine spaventosa della sua fantasia lo sopraffece. Provò una profonda emozione, un’emozione improvvisa che lo fece quasi svenire all’idea di quella giovane vita rovinata ancor prima di essere realmente cominciata. La vita della cara figlia! Appoggiandosi indietro sulla sedia, si coprì il viso con le mani.
Alì gli dette un’occhiata e disse, con indifferenza: «Padrone finito?».
Almayer era perso nell’immensità della commiserazione per se stesso, per la figlia, che – forse – non sarebbe diventata la più ricca donna del mondo – nonostante le promesse di Lingard. Non capì la domanda dell’altro e, in tono addolorato, borbottò attraverso le dita:
«Cosa hai detto? Cosa? Finito cosa?»
«Sparecchiare meza», spiegò Alì.
«Sparecchiare!», proruppe Almayer, con incomprensibile esasperazione. «Il diavolo ti porti, te e la tavola. Stupido! Chiacchierone! Chelakka! Esci!».
Si piegò in avanti, guardando furiosamente il suo caposquadra, poi ricadde indietro al suo posto con le braccia penzoloni ai lati della sedia. E sedette immobile così concentrato e assorto a meditare, con tutta la sua capacità di riflessione diretta dentro di sé, che ogni espressione scomparve dal suo viso lasciandogli un aspetto di fissa ottusità.
Alì stava sparecchiando la tavola. Lasciò cadere negligentemente il bicchiere nel piatto unto, ci buttò cucchiaio e forchetta, che poi spinse in mezzo ai resti di cibo. Raccolse il piatto, infilò la bottiglia sotto l’ascella e andò via.
«La mia amaca!», gli gridò dietro Almayer.
«Ada! Vengo subito», rispose Alì in tono offeso dal vano della porta, guardando dietro al di sopra della spalla… Come poteva sparecchiare e appendere l’amaca nello stesso tempo? Ya-wa! Questi uomini bianchi erano tutti uguali. Volevano tutto fatto immediatamente. Come i bambini…
L’indistinto mormorio di quella critica si allontanò, si affievolì e si spense insieme allo smorzato rumore dei piedi nudi nel corridoio buio.
Per qualche tempo Almayer non si mosse. I suoi pensieri erano occupati a prendere una risoluzione molto importante e, nel perfetto silenzio della casa, credette di poter udire il rumore dell’operazione come se il lavoro fosse stato fatto da un martello. Sicuramente sentiva un battere di colpi, debole, profondo e impressionante, da qualche parte, basso, nel cuore, ed era conscio di sentire una cupa percussione, discontinua e rapida nelle orecchie. Inconsciamente di tanto in tanto tratteneva il respiro troppo a lungo e doveva darsi sollievo con una profonda espirazione che fischiava stupidamente attraverso le labbra increspate. La lampada sul lato più lontano del tavolo proiettava uno spicchio di luce sul pavimento, dove le sue gambe allungate spuntavano fuori da sotto il tavolo con i piedi rigidi e rivolti in su come quelli di un cadavere e anche il viso irrigidito, con gli occhi fissi, sarebbe stato come quello di un morto, non fosse stato per l’aspetto vacuo ma cosciente; l’aspetto rigido, stupido, pietrificato di uno che non è morto, ma soltanto sepolto sotto la polvere, sotto le ceneri e la decomposizione di pensieri personali, di paure meschine, di desideri egoistici.
«Lo farò!».
Seppe di aver parlato soltanto quando udì la propria voce che lo fece sussultare. Si alzò in piedi. Appoggiò le nocche della mano un po’ dietro di sé, sul bordo del tavolo, mentre lui rimaneva fermo con un piede in avanti, le labbra un po’ aperte e pensava: “È sciocco non prendere sul serio Lingard. Ma devo correre questo rischio. È l’unica via che riesco a vedere. Devo dirlo a lei. Lei ha un pochino di buon senso. Vorrei fossero già mille miglia lontani. Centomila miglia. Lo faccio. E se fallisce. E se poi lo spiattella a Lingard? Sembrava una stupida. No; probabilmente scapperanno. E se lo facessero, Lingard mi crederebbe? Sì. Non gli ho mai mentito. Mi crederebbe. Non so… Forse non lo farà…”. «Devo farlo. Devo!», sostenne con se stesso ad alta voce.
Per un lungo periodo di tempo rimase in piedi, immobile, guardando fisso davanti a sé con uno sguardo intenso, uno sguardo assorto e immobile, che sembrava osservare il minuscolo tremolio di una delicata bilancia, che stava per fermarsi.
Alla sua sinistra, nella parete a calce che formava il retro della veranda, c’era una porta chiusa. Vi erano dipinte delle lettere nere che proclamavano il fatto che dietro quella porta c’era l’ufficio della Lingard & Co. L’interno era stato ammobiliato senza badare a spese da Lingard quando aveva costruito la casa per la figlia adottiva e il marito di lei. C’era una scrivania da ufficio, una sedia girevole, scaffali, una cassaforte: tutto per accontentare la debolezza di Almayer, che pensava che tutto quell’apparato fosse necessario per un commercio di successo. Lingard aveva riso, ma si era dato un gran da fare per avere quelle cose. Gli faceva piacere rendere felice il suo protetto, il suo genero adottivo. Era stato l’avvenimento dell’anno a Sambir quasi cinque anni prima. Mentre le suppellettili venivano scaricate, l’intero insediamento letteralmente viveva sulla riva del fiume davanti alla casa del raja Laut, per guardare, per stupirsi, per ammirare… Che grande meza, con tante scatole inserite tutt’intorno e sotto di essa. Cosa facevano gli uomini bianchi con un tavolo del genere? O guardate, guardate, o fratelli! C’è una scatola verde, con una placca d’oro sopra, una scatola così pesante che quei venti uomini non riescono a trascinarla sulla riva. Andiamo, fratelli, e aiutiamo a tirare le funi e può darsi che possiamo vedere cosa c’è dentro. Un tesoro, senza dubbio. L’oro è pesante e difficile da tenere, o fratelli! Andiamo e guadagnamo una ricompensa dallo spietato raja del mare che grida laggiù, con la faccia rossa. Guardate! C’è un uomo che dal battello porta una pila di libri! Quanti libri. A cosa servivano? E un vecchio giramondo diventato invalido che aveva viaggiato su tanti mari e aveva udito santi uomini parlare in paesi remoti, spiegò al piccolo capannello di ingenui cittadini di Sambir che quei libri erano libri di magia – della magia che guida le navi degli uomini bianchi, che dà loro la perversa saggezza e la forza; della magia che li fa grandi, potenti e irresistibili mentre sono in vita e – sia lode ad Allah! – vittime di Satana, schiavi di Jehannum quando muoiono.
E quando aveva visto la stanza ammobiliata, Almayer si era sentito orgoglioso. Nella sua esultanza di sciocco impiegato, in virtù di quel mobilio, si era immaginato a capo di un’attività seria. Si era venduto a Lingard per queste cose – aveva sposato quella ragazza malese adottata, per avere in premio queste cose e la grande ricchezza che doveva necessariamente risultare da una coscienziosa contabilità. Scoprì ben presto che commercio a Sambir significava qualcosa di completamente differente. Non poteva essere di guida a Patalolo, controllare l’irrefrenabile vecchio Sahamin o trattenere le stravaganze giovanili del violento Bahassoen con penna, inchiostro e carta. Non trovò magie che avessero successo nelle pagine bianche dei suoi libri mastri e gradualmente abbandonò il suo vecchio punto di vista valutando più sensatamente la sua situazione. La stanza conosciuta come “l’ufficio” venne poi trascurata come il tempio di una distrutta superstizione. All’inizio, quando la moglie era ritornata al suo stato selvaggio originale, Almayer, ogni tanto, vi aveva cercato rifugio da lei; ma dopo che la loro bambina aveva cominciato a parlare, a conoscerlo, era diventato più coraggioso, perché trovava coraggio e consolazione nel suo irragionevole e ardente amore per la figlia – nell’impenetrabile mantello di egoismo che avvolgeva intorno alle loro due vite: intorno a sé e a quella giovane vita che era anche sua. Quando Lingard gli ordinò di ricevere Joanna in casa sua, fece mettere una branda nell’ufficio – l’unica stanza di cui poteva fare a meno. La grande scrivania fu spinta da una parte e Joanna venne con il suo piccolo baule malandato e il suo bambino e ne prese possesso in quel suo modo sognante, lento, mezzo addormentato; prese possesso della polvere, dello sporco e dello squallore, dove sembrava naturalmente a proprio agio, dove trascinava un’esistenza malinconica e triste, un’esistenza fatta di triste rimorso e impaurita speranza, in mezzo a un insolubile disordine – il decadimento vano e senza significato di tutti questi emblemi del commercio civilizzato. Pezzi di materiale bianco, stracci gialli, rosa, blu: stracci flosci, brillanti e sporchi, venivano trascinati sul pavimento, giacevano sulla scrivania in mezzo alle rilegature scure di libri macchiati, sudici ma dalla costola dura, in virtù, forse, della loro origine europea. La scaffalatura più grande era in parte nascosta dalle sottovesti la cui cintura era fermata dalla costola di un libro sottile, tirato un po’ fuori dalla fila in modo da costituire un’improvvisata molletta. Il letto pieghevole di tela stava quasi nel mezzo della stanza, stava dove capitava, parallelo a nessuna parete, come se fosse stato lasciato casualmente cadere là da portatori stanchi nel corso di un trasporto verso qualche posto remoto. E sul bordo del letto erano ammucchiate in disordine le coperte e su quel mucchio Joanna sedeva quasi tutto il giorno con i piedi su uno dei guanciali che per qualche motivo erano sempre vaganti sul pavimento. Lei sedeva là, vagamente tormentata, ogni tanto, dal pensiero del marito assente, ma la maggior parte del tempo, piangendo, non pensava assolutamente a niente e guardava con occhi pieni di lacrime il figlioletto – il presuntuoso, pallido e malaticcio Louis Willems – che rotolava un calamaio di vetro, pieno di inchiostro secco, per il pavimento e gli traballava dietro con la pomposa solennità di comportamento e quell’interesse profondo e assoluto di chi ha un affare per le mani che caratterizza gli svaghi della prima infanzia. Attraverso l’imposta mezza aperta un raggio di sole, un raggio spietato e crudo, entrava nella stanza, colpiva di prima mattina la cassaforte nell’angolo più lontano, procedendo poi in senso contrario al sole, a mezzogiorno tagliava in due la grande scrivania con solida e netta luminosità; con quella calda luminosità in cui un nugolo di mosche danzava in volo sopra qualche piatto sporco dimenticato là per molti giorni in mezzo alle carte ingiallite. E verso sera il cinico raggio sembrava incollarsi alle logore sottovesti, vi indugiava con perfido divertimento per quella miseria che per tutto il giorno aveva messo in mostra; indugiava nell’angolo del polveroso scaffale, in una rossa luminosità intensa e deridente, finché, d’un tratto, era strappato dal tramonto del sole lontano nella notte che stava per cadere. E la notte entrava nella stanza. La notte improvvisa, impenetrabile e che riempiva tutto con la sua ondata di oscurità; la notte fredda e pietosa; la notte cieca che non vedeva niente, ma poteva udire lo stizzoso piagnucolio del bambino, il cigolio della branda, i profondi sospiri di Joanna mentre si rigirava, insonne, confusamente convinta com’era della sua malvagità, pensando a quell’uomo dispotico, biondo e forte – un uomo duro forse, ma suo marito; il suo intelligente e bel marito verso cui aveva agito così crudelmente su consiglio di gente cattiva, anche se era la sua gente, e della sua povera, cara madre anche lei ingannata.
Per Almayer, la presenza di Joanna era una seccatura costante, una seccatura discreta eppure intollerabile; un costante, ma prevalentemente muto avvertimento di un possibile pericolo. Chiunque verso il quale Lingard avesse manifestato il benché minimo interesse, in considerazione della sua assurda tenerezza di cuore, era per Almayer un nemico naturale. Era abbastanza conscio di questo sentimento e nel suo intimo si era spesso congratulato con se stesso per come sapeva attentamente comprendere il proprio modo di vedere. In quel modo e spinto da quel motivo, Almayer aveva odiato molte e svariate persone in periodi diversi. Ma non aveva mai odiato e temuto nessuno così tanto come odiava e temeva Willems. Anche dopo il tradimento di Willems, che sembrava allontanarlo oltre il limite di ogni umana simpatia, Almayer aveva diffidato della situazione e si lamentava sinceramente ogni volta che vedeva Joanna.
Durante il giorno la vedeva molto raramente. Ma nel breve crepuscolo tinto d’opale o nell’azzurra semioscurità di una sera stellata, vedeva spesso, prima di addormentarsi, l’esile e alta figura trascinare avanti e indietro la coda stracciata della sua veste bianca sul fango secco della riva del fiume davanti alla casa. Una volta o due mentre la sera tardi sedeva sulla veranda, con i piedi al livello della lampada sulla tavola di pino, leggendo la copia vecchia di sette mesi del «North China Herald», portata da Lingard, aveva udito le scale scricchiolare e, guardando al di sopra del giornale, aveva visto la sua fragile e magra forma alzarsi gradino per gradino e arrancare attraverso la veranda, portando con difficoltà il bambino grosso e grasso, la cui testa, appoggiata alla spalla ossuta della madre, sembrava delle stesse dimensioni di quella di Joanna. Diverse volte lei lo aveva assalito con piangenti rimostranze o folli suppliche: chiedendo del marito, volendo sapere dove fosse, quando sarebbe tornato e finendo ogni volta per rivolgersi rimproveri disperati e incoerenti che erano assolutamente incomprensibili per Almayer. In una o due occasioni, lei aveva travolto il suo ospite con insulti ingiuriosi, ritenendolo responsabile dell’assenza del marito. Quelle scene, cominciate senza alcun preavviso, finivano bruscamente in una fuga piangente e in uno sbattere della porta; scuotevano la casa con un fastidio improvviso, violento ed evanescente; come quegli inesplicabili mulinelli d’aria che sorgono, corrono e svaniscono senza causa apparente sulla superficie morta, di pianure aride e miserabili.
Ma quella notte la casa era quieta, mortalmente quieta, mentre Almayer rimaneva immobile, osservando quella delicata bilancia su cui stava pesando tutte le possibilità: l’intelligenza di Joanna, la crudeltà di Lingard, la sprezzante audacia di Willems, il desiderio di fuggire, la prontezza di afferrare un’inaspettata opportunità di Willems. Pesava, ansioso e attento, i suoi timori e i suoi desideri contro il tremendo rischio di un litigio con Lingard… Sì. Lingard si sarebbe arrabbiato. Lingard poteva sospettarlo di qualche connivenza con la fuga del suo prigioniero – ma sicuramente non avrebbe litigato con lui – Almayer – per quelle persone, una volta che se ne fossero andati – andati al diavolo per conto loro. E poi lui teneva in pugno Lingard attraverso la bambina. Ottimo. Che seccatura! Un prigioniero! Come se lo si potesse trattenere là. Era obbligato ad andare via prima o poi. Naturalmente. Una situazione come quella non poteva durare. Chiunque lo poteva vedere. L’eccentricità di Lingard passava ogni limite. Si può uccidere un uomo, ma non lo si deve torturare. Era quasi criminale. Causava ansia, problemi e risentimento… Almayer per un momento si sentì molto arrabbiato con Lingard. Lo riteneva responsabile dell’angoscia che pativa, di quell’angoscia fatta di dubbio e paura; di costringerlo – lui il pratico e innocente Almayer – a sforzi mentali tanto dolorosi per trovare qualche sbocco a quell’assurda situazione creata dell’irragionevole sentimentalismo degli impulsi privi di senso pratico di Lingard. «Ora se quel tizio fosse morto andrebbe tutto bene», disse Almayer alla veranda. Si mosse un po’ e grattandosi il naso, si divertì, in un breve volo di fantasia, a vedere la propria immagine rannicchiata in un grande battello che scendeva lungo la corrente fino ad arrestarsi – diciamo dopo cinquanta iarde – all’altezza del punto d’approdo di Willems. Sul fondo del battello c’era un’arma. Un’arma carica. Uno dei rematori avrebbe gridato e Willems – dai cespugli – avrebbe risposto. La canaglia sarebbe stata sospettosa. Naturalmente. Poi l’uomo avrebbe agitato un pezzo di carta sollecitando Willems a venire al punto d’approdo per ricevere un messaggio urgente. «Da parte del raja Laut», avrebbe strillato l’uomo mentre il battello costeggiava verso riva e questo avrebbe stanato Willems. No? Altroché! E Almayer si vide saltare fuori al momento giusto, prendere la mira, tirare il grilletto – e Willems cadere in avanti, la testa nell’acqua – il porco!
Gli sembrò di sentire lo scoppio dello sparo. Questo lo fece fremere dalla testa ai piedi… Com’era semplice!… Disgraziato… Lingard… Sospirò, scosse la testa. Peccato. Non si poteva fare. E neanche lo si poteva lasciare là. Supponiamo che gli arabi si impadroniscano nuovamente di lui – per esempio per guidare una spedizione a monte del fiume! Solo il cielo sa che danno ne sarebbe venuto…
La bilancia ora era ferma e inclinata dalla parte dell’azione immediata. Almayer si diresse alla porta, vi si accostò, bussò forte e girò la testa, sembrando per un momento spaventato da quello che aveva fatto. Dopo avere aspettato un po’, appoggiò l’orecchio e ascoltò. Niente. Assunse un’espressione amabile mentre stava lì ad ascoltare e a pensare tra sé: “La sento. Sta piangendo. Eh? Credo che abbia perso quel poco di buon senso che aveva e stia piangendo notte e giorno da quando ho cominciato a prepararla alla notizia della morte del marito – come mi aveva detto Lingard. Mi domando che cosa pensi. È proprio da papà farmi inventare tutte queste storie senza nessun costrutto. Ma che gentile e gentile! Dannazione… Di sicuro, non è sorda”.
Bussò di nuovo, poi disse in tono amichevole, sorridendo benevolmente alla porta chiusa.
«Sono io, signora Willems. Voglio parlarle. Ho… ho… notizie importanti…».
«Che c’è?»
«Notizie», ripeté Almayer, con chiarezza. «Notizie di suo marito. Suo marito!… Accidenti a lui!», aggiunse sottovoce.
Udì all’interno il trambusto di qualcuno che inciampa, di cose rovesciate. La voce agitata di Joanna gridò:
«Notizie! Quali? Quali? Sto uscendo».
«No», gridò Almayer. «Si metta qualcosa addosso, signora Willems e mi lasci entrare. È… molto confidenziale. Ha una candela, vero?».
Lei sbatteva alla cieca tra i mobili di quella stanza. Il candeliere fu rovesciato. I fiammiferi sfregati inutilmente. La scatola dei fiammiferi a terra. Lui la udì cadere sulle ginocchia e cercare a tentoni sul pavimento mentre continuava a gemere in un turbamento impazzito.
«Oh, mio Dio! Notizie! Sì… sì… Ah! Dove… dove… la candela. Oh, mio Dio… Non riesco a trovarla… non vada via, per amor del cielo…».
«Non voglio andare via», disse Almayer, con impazienza, attraverso il buco della serratura, «ma faccia attenzione, è confi… è urgente».
Batté leggermente i piedi, aspettando con la mano sulla maniglia. Pensava con ansia: “Questa donna è una perfetta idiota. Perché dovrei andare via? Sarà fuori di testa. Non capirà mai il significato di quello che le dirò. È troppo stupida”.
Ora, all’interno, lei si stava muovendo in fretta e in silenzio. Lui aspettò. Là dentro ci fu un momento di perfetta immobilità e poi lei parlò con voce esausta, come se le parole prendessero forma da un sospiro che si estingueva – da un sospiro leggero e profondo, come parole dette flebilmente da una donna prima di cadere in un deliquio mortale.
«Entri».
Lui spinse la porta. Alì, che veniva dal corridoio con un’alta bracciata di cuscini e coperte che teneva stretti al petto con il mento, vide di sfuggita il padrone prima che la porta si chiudesse dietro di lui. Era così stupito che lasciò cadere il suo pacco e rimase a lungo a fissare la porta. Udì la voce del padrone. Parlava a quella donna Sirani! Chi era? Non ci aveva mai pensato realmente. Per un po’ fece vaghe congetture sulla cosa in generale. Lei era una donna Sirani e brutta. Fece una smorfia sprezzante, raccolse il pacco e fece il suo lavoro, tirando l’amaca fra due pali della veranda… Quelle cose non lo riguardavano. Lei era brutta, l’aveva portata lì il raia Laut e il padrone parlava con lei di notte. Molto bene. Lui, Alì aveva il suo lavoro da fare. Tirare l’amaca – fare un giro d’ispezione controllare e vedere che i guardiani fossero svegli – dare un’occhiata agli ormeggi delle barche, al lucchetto del magazzino grande – poi andare a dormire. A dormire! Rabbrividì di piacere. Si appoggiò con le braccia sull’amaca del padrone e cadde in un sonno leggero.
Un grido inaspettato, penetrante – un grido di donna che cominciava subito all’acme e poi s’interrompeva, così bruscamente da suggerire che la morte avesse fatto il suo rapido lavoro – fece schizzare di fianco Alì, lontano dall’amaca e il silenzio che seguì gli sembrò tanto spaventoso quanto il terribile grido. Era sbigottito dalla sorpresa. Almayer uscì dall’ufficio lasciando la porta aperta, passò accanto al suo servitore senza accorgersi di lui e andò dritto verso la brocca che pendeva da un chiodo in un punto esposto alla corrente d’aria. La tirò giù e tornò indietro, mancando di un centimetro il pietrificato Alì. Si muoveva a lunghi passi, tuttavia, nonostante la sua fretta, si fermò bruscamente davanti alla porta e, buttando indietro la testa, si versò in gola un sottile rivolo d’acqua. Mentre andava e veniva, mentre si fermava per bere, mentre faceva tutto questo, dalla stanza buia veniva continuo il suono di un pianto flebile e persistente, il pianto di un bambino insonnolito e spaventato. Dopo che ebbe bevuto, Almayer entrò dentro, chiudendo attentamente la porta. Alì non si mosse. Quella donna Sirani gridava! Era terribilmente curioso, cosa molto insolita per la sua indole imperturbabile. Non riusciva a distogliere gli occhi dalla porta. Era morta là dentro? Com’era interessante e divertente! Rimase a bocca aperta finché udì di nuovo il rumore della maniglia. Il padrone stava uscendo. Girò rapidamente sui tacchi e fece credere di essere assorto nella contemplazione della notte. Udì Almayer che si muoveva qua e là alle sue spalle. Le sedie furono spostate. Il padrone si sedette.
«Alì», disse Almayer.
La sua faccia era cupa e pensosa. Guardò il suo caposquadra che si era avvicinato alla tavola, poi tirò fuori l’orologio. Stava funzionando. Tutte le volte che Lingard era a Sambir l’orologio di Almayer funzionava. Lo regolava con l’orologio della cabina, dicendo ogni volta a se stesso che doveva veramente mantenere quell’orologio funzionante anche successivamente. E ogni volta, quando Lingard partiva, lo lasciava scaricare e misurava la sua noia con le albe e i tramonti in un’apatica indifferenza per le semplici ore; per le ore soltanto; per le ore che non avevano importanza nella vita di Sambir, nello stanco ristagno dei giorni vuoti; quando niente aveva importanza per lui se non la qualità della guttaperga e la grandezza dei calami; dove non c’erano neanche piccole speranze da cullare; dove per lui non c’era da aspettarsi niente d’interessante, niente di sopportabile, niente di desiderabile; niente di amaro tranne la lentezza dei giorni che passavano; niente di dolce se non la speranza, la lontana e meravigliosa speranza – quella speranza stancante, dolorosa e preziosa, di andare via.
Guardò l’orologio. Le otto e mezzo. Alì aspettava imperturbabile.
«Vai all’insediamento», disse Almayer, «e di’ a Mahmat Banjer di venire a parlare con me stanotte».
Alì andò borbottando. Non gli piaceva il suo incarico. Banjer e i suoi due fratelli erano vagabondi bajow che erano comparsi ultimamente a Sambir ed era stato loro consentito di prendere possesso di una capanna in rovina abbandonata ormai, su tre pali, che apparteneva alla Lingard & Co. e che si trovava appena fuori dal loro recinto. Alì disapprovava il favore mostrato a quegli stranieri. Ogni tipo di abitazione era prezioso a Sambir a quel tempo e se il padrone non voleva quella vecchia casa marcia, poteva darla a lui, Alì, che era il suo servitore, invece di concederla a quegli uomini malvagi. Tutti sapevano che erano malvagi. Era ben risaputo che avevano rubato un battello a Hinopari, che era molto anziano e debole, e non aveva figli e poi, con la truculenta noncuranza del loro comportamento, avevano spaventato il povero vecchio per farlo tacere. E lo sapevano tutti. Era solo uno degli scandali tollerati a Sambir, disapprovato e accettato, una manifestazione di quella bassa acquiescenza al successo, di quella inespressa e vigliacca tolleranza della forza, che esiste, infame e irrimediabile, in fondo a tutti i cuori, in tutte le società; ogni qualvolta gli uomini si aggregano; in posti grandi e più onesti di Sambir e anche a Sambir, dove, come in altri posti, un uomo poteva rubare un battello sicuro dell’impunità, mentre un altro non aveva il diritto di guardare una pagaia.
Almayer, appoggiandosi indietro alla sedia, meditava. Più pensava, più si sentiva convinto che Banjer e i suoi fratelli erano esattamente gli uomini che gli servivano. Quei tizi erano zingari del mare e potevano sparire senza attirare l’attenzione e se fossero ritornati, nessuno – e men che meno Lingard – si sarebbe sognato di chiedere informazioni a loro. Inoltre non avevano interessi personali di alcun genere negli affari di Sambir – non avevano preso nessuna posizione – non avrebbero saputo niente comunque.
Lui chiamò con voce potente: «Signora Willems!».
Facendolo quasi sussultare, lei comparve così velocemente come se fosse spuntata fuori dal pavimento, dall’altra parte del tavolo. La lampada era tra loro e Almayer per guardarla dalla sedia dove stava, la spostò da una parte. Lei stava piangendo. Stava piangendo dolcemente, in silenzio, con le lacrime che sgorgavano incessanti e che non cadevano a gocce, ma sembravano traboccare da sotto le ciglia in un velo trasparente – sembravano scorrere tutte in una volta per tutto il viso, le guance e il mento che alla luce brillava umido. Il petto e le spalle erano scossi ripetutamente nel tentativo convulso e silenzioso di immettere aria e dopo ogni spasmodico singulto quella piccola testa dolente fasciata in un fazzoletto rosso, tremava sul collo lungo, intorno al quale la mano ossuta stringeva il vestito in disordine.
«Si calmi, signora Willems», disse Almayer.
Lei emise un suono inarticolato che sembrava un grido debole, molto lontano e difficilmente udibile di mortale dolore. Poi le lacrime continuarono a scorrere in completo silenzio.
«Lei deve capire che le ho detto tutto questo perché sono suo amico – un vero amico», disse Almayer, dopo averla guardata per qualche tempo visibilmente insoddisfatto. «Lei, sua moglie, deve conoscere il pericolo in cui lui si trova. Il capitano Lingard è un uomo terribile, lo sa».
Lei disse piagnucolando, tirando su col naso e singhiozzando contemporaneamente:
«Dice… la… verità… ora?»
«Parola d’onore. Sulla testa di mia figlia», protestò Almayer. «Ho dovuto ingannarla finora a causa del capitano Lingard. Ma non potevo sopportarlo. Pensi solo al rischio che corro dicendoglielo – se mai Lingard lo venisse a sapere! Perché dovrei farlo? Pura amicizia. Il caro Peter è stato mio collega a Macassar per anni, lo sa».
«Che devo fare… che devo fare!», esclamò lei, debolmente, guardando da ogni parte come se non riuscisse a decidere dove scappare.
«Lei deve aiutarlo ad andare via, ora che Lingard è lontano. – Ha offeso Lingard e questo non è uno scherzo. Lingard ha detto che lo avrebbe ucciso. E lo farà anche», disse Almayer, seriamente.
Lei si torse le mani. «Oh! Che uomo malvagio. Malvagio. Che uomo malvagio!», gemette lei, facendo oscillare il corpo.
«Sì. Sì. È terribile», approvò Almayer. «Non deve perdere tempo. Dico! Mi capisce, signora Willems? Pensi a suo marito. Al suo povero marito. Come sarà felice. Lei gli porterà la vita – proprio la vita. Pensi a lui».
Lei smise il suo movimento oscillante e a quel punto, con la testa affondata tra le spalle, si strinse le braccia intorno al corpo e fissò con occhi fuori di sé, mentre i denti battevano, violentemente e ininterrottamente, con un rumore che risuonava nella profonda pace della casa.
«Oh! Madre di Dio!», gemette. «Io sono un miserabile. Mi perdonerà? Il poveretto, l’innocente. Mi perdonerà? Oh, Mr Almayer, lui è così severo. Oh! Mi aiuti… Io non oso… Lei non sa cosa gli ho fatto… Io non oso… Non posso!… Signore aiutami!».
Le ultime parole furono dette in un grido disperato. Fosse stata scorticata viva non avrebbe potuto mandare al cielo un lamento più terribile, più straziante e angosciato.
«Sh! Sh!», sibilò Almayer, saltando su. «Sveglierà tutti con le sue grida».
Lei allora continuò a singhiozzare senza rumore e Almayer la fissò profondamente stupito. L’idea che forse, riponendo in lei la sua fiducia aveva sbagliato, lo sconvolgeva così tanto che per un momento non riuscì a connettere.
Alla fine disse: «Le giuro che suo marito è in una posizione tale che darebbe il benvenuto al diavolo… mi ascolti bene… al diavolo in persona se il diavolo andasse da lui in canoa. Se non mi sbaglio di grosso», aggiunse sottovoce. Poi di nuovo, a voce alta: «Se ha qualche piccola divergenza da appianare con lui, le assicuro – le giuro – questo è il suo momento!».
Il tono ardentemente persuasivo delle sue parole – pensò lui – avrebbe irresistibilmente convinto un idolo. Notò con soddisfazione che Joanna sembrava avere afferrato qualche vaga idea di quello che lui intendeva. Continuò, parlando lentamente:
«Senta, signora Willems. Io non posso fare niente. Non oso. Ma le dirò che cosa farò. Tra dieci minuti circa verrà qui un uomo bugis – lei conosce la lingua dato che è di Macassar. Lui ha una grande canoa; la può portare là. Gli dica alla radura del nuovo raja. Sono tre fratelli, pronti a tutti se li paga… lei ha denaro, no?».
Lei rimase ferma – forse ascoltando – ma senza dare alcun segno di comprensione e fissò il pavimento improvvisamente immobile, come se l’orrore della situazione, la schiacciante sensazione della propria malvagità e del grande pericolo del marito, le avesse tramortito il cervello, il cuore, la volontà lasciandole solo la facoltà di respirare e di reggersi in piedi. Almayer giurò a se stesso molto irriverentemente di non aver mai visto un essere più inutile, più stupido.
«Mi sente?», disse, alzando la voce. «Cerchi di capire. Ha del denaro? Denaro. Dollari. Fiorini. Denaro! Che le prende?».
Senza alzare gli occhi lei disse, con una voce che suonava debole e indecisa come se stesse facendo un disperato sforzo di memoria:
«La casa è stata venduta. Mr Hudig era arrabbiato».
Almayer afferrò con forza il bordo del tavolo. Resistette coraggiosamente a un impulso quasi incontrollabile di avventarlesi contro e prenderla a schiaffi.
«È stata venduta per denaro, suppongo», disse con calma studiata e indecisa. «Lo ha lei? Chi ce l’ha?».
Lei lo guardò, alzando con un grande sforzo le palpebre gonfie, con un’espressione afflitta della bocca, di tutto il viso sporco e rigato di lacrime. Mormorò con aria rassegnata:
«Leonard ne ha un po’. Voleva sposarsi. E lo zio Antonio, si sedette davanti alla porta e non sarebbe andato via. E Agostina – lei è povera… e ha così tanti, tanti bambini – bambini piccoli. E Luiz il meccanico. Lui non ha mai detto una parola contro mio marito. Anche nostra cugina Maria. Lei venne e gridò e la mia testa era così dolorante e il mio cuore era peggio. Poi il cugino Salvator e il vecchio Daniel Da Souza, che…».
Almayer l’aveva ascoltata senza parole dalla rabbia. Pensò: “Ora devo dare del denaro a quest’idiota. Devo! Me la devo levare dai piedi, ora, prima che Lingard sia di ritorno”. Tentò di parlare due volte prima di riuscire a dire:
«Non voglio conoscere i loro maledetti nomi! Mi dica, tutta quella gente infernale le ha lasciato qualcosa? A lei! È tutto quello che voglio sapere!».
«Ho duecentoquindici dollari», disse Joanna, in tono spaventato.
Almayer respirò liberamente. Parlò in tono molto amichevole:
«Quello basterà. Non è molto, ma basterà. Ora quando quell’uomo verrà io non ci sarò. Ci parli lei. Gli dia del denaro; solo un po’, badi! E gliene prometta ancora. Poi quando arriverà là, sarà guidata da suo marito, naturalmente. E non dimentichi di dirgli che il capitano Lingard è all’imbocco del fiume – l’imbocco a nord. Se lo ricorderà. Vero? Il ramo nord. Lingard è – morte».
Joanna rabbrividì. Almayer continuò rapidamente:
«Le avrei dato io il denaro se ne avesse avuto bisogno. Parola mia! Dica a suo marito che l’ho mandata io da lui. E gli dica di non perdere tempo. E gli dica anche da parte mia che ci dobbiamo incontrare – un giorno. Non potrei morire contento se non lo incontrassi ancora una volta. Una volta sola, lo gli voglio bene, lei lo sa. L’ho dimostrato. Questo affare è un tremendo rischio per me!».
Joanna gli afferrò la mano e, prima che lui capisse cosa voleva fare, la baciò.
«Signora Willems! No. Cosa sta…», strillò l’imbarazzato Almayer, strappando via la mano.
«Oh, lei è buono!», gridò lei, con improvvisa esaltazione. «È nobile… Pregherò ogni giorno… tutti i santi… io…».
«Non importa… non importa!», balbettò Almayer, confusamente, senza sapere molto bene cosa stava dicendo. «Soltanto faccia attenzione a Lingard… Sono felice di essere in grado… nella sua triste situazione… mi creda…».
Rimasero fermi con il tavolo tra di loro, Joanna con gli occhi bassi e il suo viso, nella mezza luce sopra la lampada, appariva come l’intaglio sporco di un vecchio avorio – un intaglio, con inquietanti cavità messe in rilievo, d’avorio vecchio, molto vecchio.
Almayer la guardò, sospettoso, speranzoso. Stava dicendo a se stesso: “Com’è fragile! Potrei buttarla giù con un soffio. Sembra avere afferrato qualche idea di quello che si deve fare, ma avrà la forza di portarlo a termine? Devo contare sulla fortuna ora”.
Da qualche parte, lontano nel cortile posteriore, risuonò d’un tratto la voce di Alì che arrabbiato faceva le sue rimostranze:
«Perché hai chiuso il cancello, padre di tutti i mali? Tu un guardiano. Sei solo un selvaggio. Non ti ho detto che sarei tornato? Tu…».
«Io me ne vado, signora Willems», esclamò Almayer. «Quell’uomo è qui – con il mio servitore. Stia calma. Cerchi di…».
Udì i passi dei due uomini per il corridoio e senza finire la frase corse rapidamente giù per gli scalini verso la riva del fiume.
Capitolo ventiquattresimo
Per la successiva mezz’ora Almayer, che voleva dare a Joanna abbastanza tempo, inciampò in mezzo al legname tagliato, negli angoli lontani del recinto, strisciò lungo gli steccati o trattenne il respiro, addossato contro le pareti di paglia dietro i vari fabbricati: tutto questo per sfuggire la ricerca inopportunamente zelante che Alì faceva del suo padrone. Lo udiva parlare con il capo guardiano – talvolta piuttosto vicino a lui nel buio – poi allontanarsi, tornare indietro, meravigliarsi e, con il passare del tempo, diventare sempre più agitato.
«Non sarà caduto nel fiume? – di’, tu guardiano cieco!». Alì stava brontolando, in un tono prepotente, all’altro uomo «Mi ha detto di rintracciare Mahmat e quando sono tornato rapidamente indietro, non l’ho trovato in casa. C’è quella donna Sirani là, per cui Mahmat non può rubare niente, ma ho idea che la notte sarà già passata per metà prima che io mi riposi».
Gridò:
«Padrone! O padrone! O padr…».
«Perché stai facendo tutto questo rumore?», disse Almayer, con severità, spuntando fuori vicino a loro.
I due malesi, per la sorpresa, schizzarono lontano l’uno dall’altro.
«Tu puoi andare. Non ho più bisogno di te stanotte, Alì», continuò Almayer. «Mahmat è là?»
«A meno che quel selvaggio che non sa come comportarsi non si sia stancato di aspettare. Quegli uomini non conoscono la cortesia. Non dovrebbero essere interpellati dai bianchi», disse Alì risentito.
Almayer si diresse verso la casa, lasciando il suo servitore a domandarsi da dove fosse saltato fuori così inaspettatamente. Il guardiano alluse oscuramente ai poteri d’invisibilità posseduti dal padrone, che spesso di notte… Alì lo interruppe con grande disprezzo. Non ogni bianco aveva quel potere. Ora come ora, il raja Laut poteva rendersi invisibile. Poteva anche essere in due posti, contemporaneamente, come sapevano tutti; eccetto lui – l’inutile guardiano – che ne sapeva di uomini bianchi quanto un maiale selvatico! Ya-wa!
E Alì si allontanò verso la sua capanna, sbadigliando rumorosamente.
Mentre Almayer saliva i gradini, udì il rumore di una porta sbattuta e quando entrò nella veranda vide soltanto Mahmat, vicino al vano della porta del corridoio.
Mahmat sembrò essere colto proprio nell’atto di svignarsela e Almayer lo notò, con soddisfazione. Vedendo l’uomo bianco, il malese lasciò perdere il suo tentativo e si appoggiò alla parete. Era basso, grosso, dalle spalle larghe con una pelle molto scura e una bocca larga, colorata di un rosso acceso che scopriva, quando parlava, una fitta fila di denti neri e brillanti. Gli occhi erano grandi, prominenti, sognanti e inquieti. Disse scontrosamente, guardando tutto intorno accigliato:
«Tuan bianco, tu sei grande e forte – e io un pover’uomo. Dimmi qual è il tuo volere e lasciami andare in nome di Dio. È tardi».
Almayer esaminò l’uomo pensosamente. Come poteva scoprire se… Aveva trovato! Ultimamente aveva impiegato quell’uomo e i suoi due fratelli come rematori extra per portare scorte, viveri e nuove asce a un campo di tagliatori di calamo a una certa distanza su per il fiume. Una spedizione di tre giorni.
Ora lo avrebbe messo alla prova da quel lato. Disse con indifferenza:
«Voglio che tu parta subito per il campo, con un surat per il Kavitan. Un dollaro al giorno».
L’uomo appariva immerso in una finta esitazione, ma Almayer, che conosceva il suo malese, dal suo aspetto si sentì piuttosto sicuro che niente avrebbe indotto l’amico ad andare. Incalzò:
«È importante – e se sei veloce ti darò due dollari per l’ultimo giorno».
«No, Tuan – non andiamo», disse l’uomo in un rauco sussurro.
«Perché?»
«Cominciamo un altro viaggio».
«Dove?»
«Un posto di cui siamo a conoscenza», disse in modo risoluto Mahmat, a voce un po’ più alta, e guardando per terra.
Almayer provò una sensazione di gioia immensa. Disse, con affettata irritazione:
«Voi uomini vivete nella mia casa – ed è come se fosse vostra. Posso averne bisogno presto».
Mahmat guardò su.
«Siamo uomini di mare e non ci importa di un tetto quando abbiamo una canoa che porterà noi tre e una pagaia ciascuno. Il mare è la nostra casa. La pace sia con te, Tuan».
Si voltò e andò via rapidamente, e Almayer lo udì subito dopo nel cortile chiamare il guardiano perché gli aprisse il cancello. Mahmat passò il cancello in silenzio, ma prima che la sbarra fosse stata richiusa dietro di lui, aveva deciso che se l’uomo bianco avesse mai voluto cacciarlo fuori dalla sua baracca, lui l’avrebbe bruciata e anche tutte le costruzioni dell’altro uomo bianco che avrebbe potuto colpire senza correre rischi. E cominciò a chiamare i suoi fratelli, ancor prima di essere all’interno dell’abitazione in rovina.
«Va tutto bene!», mormorò Almayer, prendendo un po’ di tabacco di Giava da un cassetto del tavolo. «Ora se non salta fuori niente, io sono pulito. Ho chiesto a quell’uomo di risalire il fiume. L’ho sollecitato. Dirà così anche lui. Ottimo».
Cominciò a caricare il fornello di porcellana della pipa, una pipa con un lungo cannello di ciliegio e un bocchino ricurvo, pigiando giù il tabacco con il pollice e pensando: «No. Non devo vederla ancora una volta. Non voglio. Le darò un buon vantaggio, poi andrò all’inseguimento – e manderò un rapido battello dietro a papà? Sì. Questo è tutto!».
Si avvicinò alla porta dell’ufficio e disse, scostando la pipa dalle labbra:
«Buona fortuna, signora Willems. Non perda tempo. Può andarsene attraverso i cespugli; la staccionata è in cattivo stato. Non perda tempo. Non dimentichi che è questione di… vita o di morte. E non dimentichi che io non so nulla. Mi fido di lei».
Udì all’interno un rumore come di un coperchio di scatola che cadeva. Lei fece pochi passi. Poi un sospiro, lungo e profondo e qualche flebile parola che lui non riuscì ad afferrare. Si allontanò dalla porta in punta di piedi, calciò via le pianelle in un angolo della veranda, poi entrò nel corridoio tirando boccate di fumo; entrò cautamente con un lieve scricchiolio delle tavole e svoltò a sinistra in un ingresso coperto da una tenda. Era una grande stanza. Sul pavimento una piccola lampada della chiesuola – che anni prima aveva trovato la sua strada verso la casa dalla legnaia del Flash – era utilizzata come lucina da notte. Brillava molto debole e scura nella grande oscurità. Almayer vi si diresse e, raccoltala, ravvivò la fiamma tirando lo stoppino con le dita, che scosse immediatamente dopo, con un ghigno di dolore. Sagome addormentate, coperte – testa e tutto – con lenzuola bianche, erano distese qua e là sugli stuoini sul pavimento. Nel centro della stanza, sotto una bianca zanzariera quadrata, si trovava un piccolo lettino – l’unico pezzo di mobilio tra le quattro pareti – che sembrava un altare di marmo traslucido in un tempio cupo. Una donna, mezza sdraiata sul pavimento con la testa reclinata sulle braccia incrociate ai piedi del letto, si svegliò quando Almayer le scavalcò le gambe allungate. Si mise seduta senza una parola, piegandosi in avanti e, afferratasi le ginocchia, fissò per terra con occhi tristi, pieni di sonno.
Almayer, tenendo in una mano la luce fumosa, nell’altra la pipa, rimase in piedi davanti al lettino schermato, guardando la figlia – la sua piccola Nina – quella parte di se stesso, quella piccola inconsapevole particella di umanità che a lui sembrava contenere tutta la sua anima. E fu come se avesse fatto il bagno in un’ondata calda e chiara di tenerezza, in una tenerezza più grande del mondo, più preziosa della vita; l’unica cosa reale, viva, dolce, tangibile, bella e sicura in mezzo alle ombre elusive, distorte e minacciose dell’esistenza. Sul suo viso, illuminato debolmente dalla corta fiamma gialla della lampada, passò uno sguardo di rapita attenzione mentre guardava nel futuro della figlia. E quante cose ci poteva vedere! Cose incantevoli e splendide che passavano davanti a lui in un magico svolgersi di quadri risplendenti; quadri di eventi brillanti, felici, indicibilmente magnifici che avrebbero costituito la vita di lei. Lui l’avrebbe fatto! Lui l’avrebbe fatto. Lo avrebbe fatto! Lo avrebbe fatto – per quella bambina! E mentre stava fermo nella notte immobile, perso nei suoi sogni incantevoli e magnifici, mentre il sottile filo di fumo del tabacco saliva e si allargava in una fievole nuvola azzurrognola sopra la sua testa, apparve stranamente solenne ed estatico: come un devoto e mistico fedele, adorante, estasiato e muto; che bruciava incenso davanti a un tabernacolo, un diafano tabernacolo di un idolo bambino con gli occhi chiusi; davanti a un puro e nebuloso tabernacolo di una piccola dea – fragile, impotente, inconsapevole e addormentata.
Quando Alì, svegliato dal suo nome gridato forte e ripetutamente, inciampò fuori della porta della sua capanna, vide una sottile striscia d’oro tremolante sopra le foreste e, in alto, un pallido cielo con stelle sbiadite: i segni del giorno che arrivava. Il padrone stava davanti alla porta sventolando in mano un pezzo di carta e gridava eccitato: «Presto, Alì! Presto!». Quando vide il suo servitore corse avanti e facendogli prendere il foglio, lo richiamò aspramente, con modi che indussero Alì a pensare che doveva essere accaduto qualcosa di terribile, ad affrettarsi a tenere la baleniera pronta a partire immediatamente – subito, subito – dietro al capitano Lingard. Alì protestò, anche lui agitato, contagiato da quella fretta preoccupata.
«Se deve andare veloce, meglio canoa. Baleniera non può prendere come piccola canoa».
«No, no! La baleniera! La baleniera! Tu zuccone! Tu disgraziato!», urlò Almayer, con tutta l’aria di essere diventato matto. «Chiama gli uomini! Vattene con quella. Vola!».
Alì corse per il cortile, spalancando a calci le porte delle capanne per mettere dentro la testa e urlare spaventosamente e mentre lui si precipitava di tugurio in tugurio, uomini assonnati e che rabbrividivano ne uscivano fuori seguendolo stupidamente con lo sguardo, mentre si grattavano le costole con perplessa apatia. Era una fatica metterli in moto. Volevano tempo per stirarsi e per tremare un po’. Qualcuno voleva cibo. Uno disse che era malato. Nessuno sapeva dove fosse il timone. Alì si muoveva rapidamente qua e là, dando ordini, maltrattando, spingendo uno, poi un altro e interrompendo ogni tanto i suoi sforzi per sfregarsi frettolosamente le mani e lamentarsi, giacché la baleniera era molto più lenta della peggiore canoa e il padrone non ascoltava le sue proteste.
Almayer, alla fine, vide l’imbarcazione andarsene, spinta alla meglio da uomini che erano infreddoliti, affamati e di malumore e rimase sul molo a guardarla andare giù per il tratto navigabile. Intanto si era fatto giorno pieno e il cielo era perfettamente senza nuvole. Almayer salì verso casa per un momento. I suoi servi erano tutti in agitazione e stupiti della strana sparizione della donna Sirani, che aveva preso il bambino e lasciato i bagagli. Almayer non parlò con nessuno, prese il suo revolver e tornò di nuovo al fiume. Saltò su una piccola canoa e remò verso la goletta. Remò con molto comodo, ma non appena fu quasi sottobordo, cominciò a chiamare ad alta voce verso l’imbarcazione silenziosa con il tono e l’apparenza di un uomo con una fretta tremenda.
«Ehi, della goletta! Ehi, della goletta!», gridava. Una fila di facce perplesse sbucò sopra la murata di coperta. Dopo un po’ un uomo con una testa di capelli lanosi disse: «Signore!».
«Il secondo ufficiale! Il secondo ufficiale! Chiamalo dispensiere!», disse Almayer, concitatamente, mentre faceva un frenetico tentativo per afferrare una cima che qualcuno gli aveva tirato.
In meno di un minuto l’ufficiale aveva sporto la testa. Chiese, sorpreso:
«Cosa posso fare per lei, Mr Almayer?»
«Mi lasci prendere immediatamente la lancia, Mr Swan – immediatamente. Glielo chiedo in nome del capitano Lingard. Devo averla. È questione di vita o di morte».
Il secondo fu impressionato dall’agitazione di Almayer.
«L’avrà, signore… Armate la lancia, là! Dai una mano, serang!… È attaccata a poppa, Mr Almayer», disse guardando di nuovo giù. «Salga dentro, signore. Gli uomini stanno venendo giù per le barbette».
Quando Almayer si fu arrampicato sopra sulle banchette, quattro calasci erano nell’imbarcazione e i remi stavano passando sopra il coronamento. Il secondo stava a guardare. D’un tratto disse:
«È un lavoro pericoloso? Vuole un aiuto? Io verrei…».
«Sì, sì!», gridò Almayer. «Faccia presto. Non perda un minuto. Vada a prendere il suo revolver. Si sbrighi! Si sbrighi!».
Tuttavia, nonostante la sua febbrile ansietà di andarsene, si allungò all’indietro molto calmo e tranquillo finché il secondo non salì, e passando sopra i sedili gli si sedette accanto. Allora sembrò svegliarsi e gridò:
«Mollate – mollate la barbetta!».
«Mollate la barbetta – La barbetta!», urlò il prodiere, dandogli uno strattone.
Anche la gente a bordo gridò «Mollate!» l’uno all’altro, finché alla fine a qualcuno passò per la testa di mollare la cima e l’imbarcazione fu rapidamente trascinata dalla corrente lontano dalla goletta mentre tutte le voci improvvisamente si azzittirono.
Almayer manovrava. Il secondo gli sedeva accanto, mettendo le cartucce nelle camere del revolver. Quando l’arma fu carica chiese: «Che succede? È a caccia di qualcuno?»
«Sì», disse Almayer, seccamente, con gli occhi fissi sul fiume. «Dobbiamo prendere un uomo pericoloso».
«Anche a me piace un po’ di caccia», affermò il secondo, e poi, scoraggiato dall’aspetto severo e pensoso di Almayer, non disse altro.
Passò quasi un’ora.
I calasci si allungavano in avanti a testa in giù e si distendevano con le facce al cielo alternativamente, in un movimento regolare che faceva volare la barca sopra l’acqua e i due seduti, molto dritti sulle banchette, oscillavano ritmicamente un po’ a ogni colpo dei lunghi remi maneggiati vigorosamente.
Il secondo osservò: «Abbiamo la corrente a favore».
«La corrente corre sempre in giù in questo fiume», disse Almayer.
«Sì – lo so», replicò l’altro, «ma corre più veloce nel riflusso della marea. Guardi la riva quanto scorre velocemente. Una corrente di cinque nodi qui, direi».
«Mmh!», borbottò Almayer. Poi improvvisamente: «C’è un passaggio tra due isole che ci risparmierà quattro miglia. Ma con l’acqua bassa, nella stagione secca, le due isole sono come una, con soltanto un fossato fangoso tra loro. Tuttavia, vale la pena di tentare».
«È un lavoro delicato, con la marea calante», disse il secondo freddamente. «Lei sa meglio di me se c’è il tempo di passare».
«Proverò», disse Almayer, guardando intensamente la riva. «Fate attenzione ora!».
Tirò con forza i frenelli di dritta.
«Rientrate i remi!», gridò il secondo.
L’imbarcazione compì un giro circolare e passò velocemente attraverso la stretta apertura di un torrente che diventò più largo prima che la barca avesse il tempo di deviare il corso.
«Fuori i remi! C’è appena spazio sufficiente», brontolò il secondo.
In alto, i rami degli alberi si incontravano in un arco inquieto, pieno di delicati mormorii che passavano, tremuli, in mezzo alle foglie fitte, dove a fatica si faceva strada qualche raggio di sole a punteggiare d’oro un torrente cupo d’acqua nera. I rampicanti si avvolgevano attorno ai tronchi degli alberi fitti, inclinati sull’acqua, instabili e incerti per le piene che avevano portato via la terra da sotto le loro radici. E l’odore pungente e acre di foglie marce, di fiori, di infiorescenze e piante, morenti in quell’oscurità velenosa e crudele, dove languivano invano per un raggio di sole, sembrava distendersi pesantemente, premere sull’acqua lucente e stagnante nelle sue tortuose curve, in mezzo alle ombre perenni e invincibili.
Almayer sembrava ansioso. Manovrava malamente. Diverse volte le pale dei remi andarono a sbattere contro i cespugli da una parte o dall’altra, rallentando l’abbrivo della lancia. Durante uno di questi momenti, mentre si stavano liberando, uno dei calasci disse qualcosa agli altri in un rapido sussurro. Questi guardarono l’acqua e lo fece anche il secondo.
«Ehi!», esclamò. «Ehi, Mr Almayer! Guardi! L’acqua sta rifluendo. Guardi là! Resteremo intrappolati».
«Indietro! Indietro! Dobbiamo andare indietro!», gridò Almayer.
«Forse è meglio andare avanti».
«No; indietro! Indietro!».
Tirò la girotta e fece correre la prua della barca sulla riva. Fu perso di nuovo del tempo per liberarsi.
«Arretrate, uomini! Arretrate!», incalzava il secondo, ansiosamente.
Gli uomini spingevano sui remi con le labbra serrate e le narici dilatate, respirando affannosamente.
«Troppo tardi», disse il secondo, improvvisamente. «I remi toccano già il fondo. Siamo fatti».
L’imbarcazione urtò. Gli uomini si appoggiarono ai remi e sedettero, ansanti, a braccia conserte.
«Sì, siamo intrappolati», disse Almayer, serenamente. «Questa è sfortuna!».
L’acqua stava cadendo intorno alla barca. Il secondo osservò le pozze di fango che venivano in superficie. Poi subito dopo rise e indicando il torrente:
«Guardate!», disse. «Il maledetto fiume sta scappando via da noi. Ecco l’ultima goccia d’acqua che sta andandosene intorno a quella curva».
Almayer alzò la testa. L’acqua se n’era andata e lui vide soltanto la sinuosa traccia di fango – di fango soffice e nero, che nascondeva febbre, marciume e malvagità sotto la sua superficie livellata e lucida.
«Siamo nei guai fino a sera», disse, con allegra rassegnazione. «Ho fatto del mio meglio. Non ho potuto farci nulla».
«Dobbiamo dormire durante il giorno», disse il secondo. «Non c’è niente da mangiare», aggiunse, tristemente.
Almayer si distese sulle banchette. I malesi si piegarono giù tra i sedili.
«Bene, possa essere dannato!», disse il secondo, saltando su dopo una lunga pausa. «Avevo una fretta del diavolo di venire e passare la giornata bloccato nel fango! Ecco una vacanza per voi! Bene! Bene!». Dormirono o sedettero immobili e pazienti. Quando il sole si fece più alto la brezza sparì e una perfetta immobilità regnò sul torrente vuoto. Un branco di scimmie dal naso lungo comparve e, affollandosi sui rami più esterni contemplò il battello e gli uomini immobili in esso con un’intensità grave e dolente, disturbata ogni tanto dalle irrazionali esplosioni di gesti folli. Un uccellino dal petto di zaffiro si teneva in equilibrio su un sottile rametto lungo un inclinato raggio di sole e vi sfrecciava avanti e indietro come una gemma caduta dal cielo. Il suo minuto occhio rotondo fissava le strane e tranquille creature nel battello. Dopo un po’ emise un leggero cinguettio che risuonò impertinente e buffo nel solenne silenzio della grande regione selvaggia; nel grande silenzio pieno di lotte e di morte.
Capitolo venticinquesimo
Alla partenza di Lingard solitudine e silenzio si chiusero intorno a Willems; la crudele solitudine di uno abbandonato da tutti, il silenzio di riprovazione che circondava un reietto espulso dalla sua razza, il silenzio non spezzato nemmeno dal più tenue sussurro di speranza; un silenzio immenso e impenetrabile che ingoia senza eco il mormorio di pentimento e il grido di rivolta. La pace amara delle radure abbandonate gli entrò nel cuore, in cui ora poteva vivere solo il ricordo e l’odio del suo passato. Non il rimorso. Nel petto di un uomo, posseduto dalla virile consapevolezza della propria individualità con i suoi desideri e i suoi diritti; dall’irremovibile convinzione della propria importanza, di un’importanza così incontestabile e definitiva da vestire tutti i suoi desideri, gli sforzi e gli sbagli con la dignità di un ineluttabile destino, non poteva esserci posto per un sentimento come quello del rimorso.
I giorni passarono. Passarono inosservati, non visti, nel rapido splendore di albe abbaglianti, nel breve splendore di teneri tramonti, nella schiacciante oppressione di cocenti mezzogiorni senza una nuvola. Quanti giorni? Due – Tre – o più? Non lo sapeva. A lui, da quando Lingard se ne era andato, il tempo sembrava passare in una profonda oscurità. Tutto era notte dentro di lui. Dalla sua vista era sparito tutto. Ciecamente andava in giro nei cortili deserti, tra le case vuote che, sui loro pali, dall’alto, guardavano ostili, lui, uno straniero bianco, un uomo di altri paesi; sembrava uno sguardo avverso e muto proveniente da tutti i ricordi di vita indigena che indugiavano tra le loro pareti cadenti. I suoi piedi vaganti inciampavano nei tizzoni ardenti di fuochi spenti, facendo sollevare una leggera polvere nera di ceneri fredde che si libravano in aria in nuvole vaganti e ricadevano sottovento sull’erba fresca, che spuntava dal terreno duro, in mezzo agli alberi ombrosi. Lui andava avanti e avanti; senza posa, infaticabile, in cerchi che si allargavano lungo i sentieri a zig zag che non portavano da nessuna parte; continuava a vivere stancamente, benché con difficoltà, con una faccia irrigidita, angosciata, dietro la quale, nel suo cervello stanco, i suoi pensieri erano in subbuglio: inquieti, cupi, intricati, raggelanti, orribili e astiosi, come una nidiata di serpenti.
Da lontano, gli occhi annebbiati della vecchia serva, lo sguardo triste di Aïssa seguivano quella figura magra e barcollante nel suo incessante aggirarsi furtivamente lungo le palizzate, tra le cose, in mezzo al selvaggio rigoglio del folto d’alberi sulla riva. Quei tre esseri umani, abbandonati da tutti, erano come naufraghi lasciati su uno scoglio insicuro e scivoloso dalla marea di un mare infuriato che si ritrae – di cui ascoltavano il rombo lontano, vivendo angosciati tra la minaccia del suo ritorno e il disperato orrore della loro solitudine – in mezzo a una tempesta di passione, rimpianti, disgusto e disperazione. Il respiro della tempesta aveva buttato là due di loro, spogliati di tutto – anche della rassegnazione. La terza, la decrepita testimone della loro lotta e della loro tortura, accettava la propria ottusa concezione dei fatti, della forza e della gioventù passata; della sua inutile età avanzata; della sua ultima servitù; di essere buttata via dal suo capo, dal suo prossimo, per finire l’ultimo e inutile avanzo di vita che le rimaneva tra quei due incomprensibili e cupi paria: una compagna raggrinzita, una compagna immobile, una compagna passiva di fronte al loro disastro.
Willems volgeva gli occhi al fiume come un prigioniero che fissa la porta della sua cella. Se c’era qualche speranza al mondo, questa sarebbe venuta dal fiume, per mezzo del fiume. Per diverse ore consecutive rimaneva al sole, mentre la brezza marina invadendo la riva solitaria gli agitava i logori indumenti; la brezza tagliente e salmastra che, caldo com’era, lo faceva rabbrividire di tanto in tanto. Guardava la scura e luccicante solitudine dell’acqua che scorreva, dell’acqua che scorreva incessante e libera in un dolce, freddo mormorio delle increspature ai suoi piedi. Il mondo sembrava finire lì. Le foreste sull’altra riva apparivano irraggiungibili, enigmatiche, per sempre fuori portata come le stelle del cielo – e altrettanto indifferenti. A monte e a valle, le foreste dalla sua parte del fiume scendevano giù fino all’acqua in una moltitudine serrata di alberi alti, immensi, torreggianti, in un grande dispiegamento di rami attorcigliati sopra il fitto sottobosco; alberi grandi, solidi, che apparivano cupi, severi e malignamente impassibili, come una gigantesca folla di spietati nemici che gli si stringevano intorno per essere testimoni della sua lenta agonia. Lui era solo, piccolo, schiacciato. Pensava alla fuga – a qualcosa da farsi. Cosa? Una zattera! S’immaginò di lavorarci febbrilmente, disperatamente; di abbattere alberi, serrare insieme i tronchi e poi, essere trascinato giù dalla corrente, giù verso il mare, negli Stretti. C’erano navi là – navi, aiuto, uomini bianchi, uomini come lui. Uomini buoni che lo avrebbero salvato, portato via, portato lontano dove c’erano commerci, case e altri uomini che potevano capirlo esattamente, apprezzare le sue capacità; dove c’era cibo decente e denaro; dove c’erano letti, coltelli, forchette, carrozze, fanfare, bibite fredde, chiese con persone ben vestite che vi pregavano. Anche lui avrebbe pregato. Il paese superiore di raffinate delizie dove avrebbe potuto sedere su una sedia, mangiare il suo pranzo su una tovaglia bianca, fare cenno agli amici – buoni amici; sarebbe stato popolare come era sempre stato – dove avrebbe potuto essere virtuoso, corretto, fare affari, riscuotere un salario, fumare sigari, comprare cose nei negozi – avere stivali… essere felice, libero, diventare ricco. O Dio! Cosa serviva? Abbattere pochi alberi. No. Uno sarebbe bastato. Aveva sentito dire che loro usavano fare canoe scavando col fuoco un tronco d’albero. Sì! Uno sarebbe bastato. Un albero da abbattere. Corse avanti e d’un tratto s’immobilizzò come se fosse stato piantato nel terreno. Aveva un temperino.
E si gettò per terra presso la riva. Era stanco, esausto; come se quella zattera fosse stata fatta, il viaggio portato a termine, la fortuna raggiunta. Un velo gli si frappose davanti agli occhi, davanti ai suoi occhi che fissavano disperatamente il fiume che si alzava per la marea, dove grandi tronchi e alberi sradicati erano trascinati nella lucentezza del centro della corrente: una lunga processione di punti neri e sbrindellati. Avrebbe potuto nuotare fin là e farsi portare dalla corrente su uno di questi alberi. Qualunque cosa pur di fuggire! Qualunque cosa! Qualsiasi rischio! Si sarebbe potuto legare su in mezzo ai rami secchi. Era dilaniato dal desiderio, dalla paura, il suo cuore era straziato perché il suo coraggio vacillava. Si girò, il viso verso terra, la testa sulle braccia. Ebbe la terribile visione di orizzonti assolati dove il cielo blu e il mare blu si incontravano, o di un vuoto circolare e sfavillante dove un albero morto e un uomo morto erano portati insieme dalla corrente, incessantemente, su e giù, sulle brillanti ondulazioni degli Stretti. Non c’erano navi là. Solo la morte. E il fiume portava a questo.
Si mise seduto con un profondo lamento.
Sì, morte. Perché avrebbe dovuto morire? No! Meglio la solitudine, meglio un’attesa senza speranza, solo. Solo. No! Lui non era solo, vide la morte che lo guardava da ogni parte; dai cespugli, dalle nuvole – la udì parlargli nel mormorio del fiume, riempire lo spazio, toccargli il cuore, la mente con una mano fredda. Poteva vedere e pensare solo a quello. La vide – la morte sicura – ovunque. La vide così vicina che era sempre sul punto di buttare avanti le braccia per tenerla lontana. Avvelenava tutto quello che vedeva. Tutto quello che faceva; il miserabile cibo che mangiava, l’acqua fangosa che beveva; dava un’aspetto spaventoso alle albe e ai tramonti, alla luminosità del caldo mezzogiorno, alle rinfrescanti ombre delle sere. Vide l’orribile forma fra i grandi alberi, nella rete di rampicanti, nei fantastici contorni delle foglie, delle grandi foglie frastagliate che sembravano essere tante enormi mani dai larghi palmi, con dita rigide distese per afferrarlo; mani gentilmente indaffarate o mani bloccate in una spaventosa immobilità, un’immobilità attenta a cogliere l’opportunità di prenderlo, di avvolgerlo, di strangolarlo, di tenerlo finché fosse morto; mani che lo avrebbero trattenuto morto, che non l’avrebbero mai lasciato andare, che si sarebbero attaccate al suo corpo per sempre finché esso fosse stato distrutto – annientato nella loro stretta frenetica e tenace.
E tuttavia il mondo era pieno di vita. Tutte le cose, tutti gli uomini che egli conosceva esistevano, si muovevano, rimpiccioliti, distinti, desiderabili, irraggiungibili, preziosi… perduti per sempre. Intorno a lui, incessantemente, continuava senza un suono il pazzo tumulto della vita tropicale. Dopo che lui fosse morto tutto questo sarebbe rimasto! Voleva afferrare, abbracciare cose solide; aveva un ardente desiderio di sensazioni; di toccare, premere, vedere, avere in mano, di conservare tutte queste cose. Tutto questo sarebbe rimasto – rimasto per anni, per secoli, per sempre. Dopo che lui fosse miserabilmente morto lì, tutto questo sarebbe rimasto, sarebbe vissuto, sarebbe esistito nella gioiosa luce solare, avrebbe respirato nella frescura delle notti serene. Per cosa, poi? Lui sarebbe morto. Sarebbe stato disteso nella calda umidità del terreno, non provando niente, non vedendo niente, non sapendo niente; sarebbe stato disteso rigido, passivo, decomponendosi lentamente; mentre sopra di lui, sotto di lui, attraverso lui – incontrastate, occupate, frettolose – le infinite e minute moltitudini di insetti, piccoli mostri brillanti dalle forme ripugnanti, con antenne, chele, tenaglie, sarebbero sciamate a torrenti, a ondate, nell’avida lotta per il suo corpo; sarebbero sciamate innumerevoli, tenaci, feroci e ingorde – finché sarebbe rimasto solo il bianco luccichio delle ossa sbiancate nell’erba alta; nell’erba alta che avrebbe mandato fuori i suoi fili lievi in mezzo alle costole spolpate e lucide. Sarebbe rimasto solo questo di lui; non sarebbe mancato a nessuno; nessuno lo avrebbe ricordato.
Sciocchezze! Non poteva essere. C’erano dei modi per uscire da questo. Qualcuno sarebbe potuto arrivare. Qualche essere umano sarebbe venuto. Lui avrebbe parlato, supplicato – usato la forza per ottenere l’aiuto da loro. Si sentì forte; era molto forte. Avrebbe… lo scoraggiamento, la convinzione dell’inutilità delle sue speranze ritornava in un’acuta sensazione di dolore al cuore. Cominciava di nuovo i suoi vagabondaggi senza meta. Vagava finché era sul punto di stramazzare, senza essere capace di calmare con la fatica del corpo il tormento dell’anima. Non c’era riposo, né pace sul suolo disboscato della sua prigione. C’era sollievo soltanto nella nera liberazione del sonno, di un sonno senza memoria e senza sogni; in un sonno che veniva brutale e pesante come il comando che uccide. Dimenticare nel sonno annichilente; cadere a testa in giù, come tramortito, fuori dalla luce del giorno nella notte di oblio, era per lui l’unico e raro sollievo alla sua esistenza che per mancanza di coraggio non poteva sopportare né finire.
Viveva, lottava con l’indistinto delirio dei suoi pensieri sotto gli occhi della silenziosa Aïssa. Lei condivideva quel tormento con uno straziante stupore, con un acuto desiderio, con la disperata incapacità di comprendere la causa di quella rabbia e di quella repulsione; l’odio di quegli sguardi; il mistero di quel silenzio; la minaccia di quelle rare parole – di quelle parole che, dette nella lingua degli uomini bianchi, le venivano gettate addosso con rabbia, con disprezzo, con l’evidente desiderio di ferirla; di ferire lei che aveva dato se stessa, la sua vita – tutto quello che aveva da dare – a quell’uomo bianco; di ferire lei che aveva voluto mostrargli la via della vera grandezza, che aveva cercato di aiutarlo, nel suo sogno femminile di affetto eterno, duraturo e immutabile. Del breve contatto che aveva avuto con i bianchi nel crollo precipitoso della sua vecchia vita, le rimaneva dentro l’imponente idea di un potere irresistibile e di una forza crudele. Aveva trovato un uomo della loro razza – e con tutte le loro qualità. Tutti i bianchi erano uguali. Ma il cuore di quest’uomo era pieno di rabbia contro la propria gente, pieno di rabbia che conviveva con il desiderio che aveva di lei. E si era inebriata nella speranza di grandi cose, concepita nell’orgogliosa e tenera consapevolezza dell’influenza che aveva su di lui. Aveva udito un momentaneo sussurro di stupore e paura davanti all’esitazione, alla resistenza, ai compromessi di lui, e tuttavia con fiducia femminile in una duratura saldezza di cuori, nell’irresistibile fascino della propria personalità, lo aveva spinto avanti, avendo fiducia nel futuro, ciecamente, fiduciosamente; sicura di raggiungere al suo fianco quello che più desiderava dalla vita, se soltanto lo avesse potuto spingere oltre la possibilità di ritirarsi. Lei non conosceva e non poteva immaginare niente degli ideali di lui – così elevati. Pensava che quell’uomo fosse un guerriero e un capo, pronto alla battaglia, alla violenza e al tradimento della propria gente – per lei. Cosa c’era di più naturale? Non era lui un uomo forte, grande? Quei due, circondati entrambi dall’impenetrabile muro delle loro aspirazioni erano disperatamente soli, fuori vista, fuori portata d’orecchio l’uno dell’altro; ciascuno il centro di orizzonti diversi e distanti; fermi ciascuno su una terra diversa, sotto un cielo diverso. Lei ricordava le parole, gli occhi, le labbra tremanti, le mani protese di lui; ricordava la grande, incommensurabile dolcezza di quando si era arresa, l’inizio di quel potere che doveva durare fino alla morte. Lui ricordava i bordi dei moli e i magazzini; l’eccitamento di una vita in un turbinio di monete d’argento; la magnifica insicurezza di una caccia al denaro; i suoi numerosi successi, le perdute possibilità di ricchezza e di conseguente gloria. Lei, donna, era la vittima del proprio cuore, della propria femminile fiducia che non esista niente al mondo, tranne l’amore, che sia eterno. Lui era la vittima dei suoi strani principi, della sua castità, della cieca fede in se stesso, della solenne venerazione per la voce della sua sconfinata ignoranza.
In un momento di ozio, di incertezza, di scoraggiamento, lei era venuta – quella creatura – e con il tocco della sua mano aveva distrutto il suo futuro, la dignità di uomo intelligente e civilizzato, aveva risvegliato nel suo petto l’infame cosa che lo aveva portato a fare quello che aveva fatto e a finire miseramente in quella regione selvaggia e ad essere dimenticato con odio e disprezzo. Lui non osava guardarla, perché ora, ogniqualvolta lo faceva, il suo pensiero sembrava toccare il crimine, come una mano protesa. Lei poteva soltanto guardarlo – e nient’altro. Cos’altro c’era? Lei lo seguiva con uno sguardo timoroso, con uno sguardo sempre in attesa, paziente e implorante. E aveva negli occhi lo stupore e la desolazione di un animale che conosce solo la sofferenza, di un’anima incompleta che conosce il dolore, ma non conosce la speranza; che non può trovare riparo dagli avvenimenti nell’illusoria convinzione della dignità della vita, di un elevato destino futuro; nella divina consolazione di una fiducia nell’origine importante dell’odio che la vita prova.
Per i primi tre giorni dopo che Lingard fu andato via, lui non le aveva neanche parlato. Lei preferiva il silenzio al suono delle parole odiose e incomprensibili che ultimamente le aveva rivolto con una feroce violenza di modi, passando immediatamente dopo ad una completa apatia. E durante quei tre giorni lui non lasciò quasi mai il fiume, come se su quella riva fangosa si fosse sentito più vicino alla sua libertà. Ci rimaneva fino a tardi; ci rimaneva fino al tramonto; guardava lo splendore dorato che spariva in mezzo alle nuvole in una brillante vampata rossa, come uno schizzo di sangue caldo. Gli sembrava minaccioso e agghiacciante, un presagio di morte violenta che lo chiamava da tutte le parti – anche dal cielo.
Una sera rimase sulla riva dopo il tramonto, incurante della foschia notturna che gli si era chiusa intorno, l’aveva avvolto e gli stava attaccata come un lenzuolo funebre bagnato. Un leggero brivido lo richiamò in sé e s’incamminò su per il cortile verso la casa. Il fuoco brillava debolmente rosso attraverso il proprio fumo che restava sospeso, denso, sotto i rami del grande albero. Aïssa, che vi era seduta davanti, si alzò e gli si avvicinò di fianco mentre lui stava per raggiungere la piattaforma della casa. La vide fermarsi per consentirgli di salire. Nell’oscurità la figura di lei era come l’ombra di una donna con le mani giunte protese a supplicare. Si fermò – non poté fare a meno di darle un’occhiata. Nella grazia triste della sua figura eretta, delle membra, dei lineamenti – tutto era vago e indistinto, tranne il luccichio degli occhi alla fievole luce delle stelle. Volse nuovamente la testa e andò avanti. Ne avvertiva i passi dietro di sé sul tavolato incurvato, ma continuò a salire senza voltarsi. Sapeva quello che lei voleva. Voleva entrare. Rabbrividì al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere nell’impenetrabile oscurità della casa se si fossero trovati soli – anche per un momento. Si fermò nel vano della porta e la udì dire:
«Lasciami entrare. Perché questa rabbia? Perché questo silenzio?… Lasciami vegliare… accanto a te… non ho vegliato fedelmente! Ti è mai venuto danno quando hai chiuso gli occhi mentre io ti ero accanto?… Io ho aspettato… ho aspettato il tuo sorriso… le tue parole… non posso aspettare più… guardami… parlami. C’è un cattivo spirito in te? Un cattivo spirito che ha divorato il tuo coraggio e il tuo amore? Lasciati toccare. Dimentica tutto… tutto. Dimentica i cuori malvagi, le facce arrabbiate… e ricorda soltanto il giorno in cui venni da te… da te! O cuore mio! O vita mia!».
L’implorante tristezza di quella supplica riempì l’aria del tremore della sua voce bassa, che recava tenerezza e lacrime nella grande pace del mondo addormentato. Tutt’intorno a loro le foreste, le radure, il fiume coperti dal silenzioso velo della notte, sembrarono svegliarsi e ascoltare le parole in un’immobilità attenta. Dopo che il suono della sua voce si fu spento in un singhiozzo soffocato, sembrarono rimanere in ascolto; e tra le ombre informi si muovevano solo le innumerevoli lucciole che brillavano in mutevoli grappoli, in coppie plananti, in punti vaganti e solitari – come l’incerta luce vagante di sparsa polvere di stelle.
Willems si voltò lentamente, riluttante, come costretto da una forza poderosa. Il volto di lei era nascosto tra le mani ed egli guardò, al di sopra della testa china, la scura luminosità della notte.
Era una di quelle notti che danno l’impressione dell’immensità, quando il cielo sembra più alto, quando le folate passeggere della brezza tiepida sembrano portare con sé deboli sussurri da luoghi più lontani delle stelle. L’aria era piena di una dolce fragranza, una fragranza affascinante, penetrante e violenta come l’impulso d’amore. Guardò nella vastità oscura che profumava del respiro della vita, del mistero dell’esistenza, rinnovata, feconda, indistruttibile ed ebbe paura della propria solitudine, della solitudine del suo corpo, della tristezza della sua anima alla presenza di questa lotta inconscia e ardente, di questa altera indifferenza, di questa impietosa e misteriosa determinazione che perpetuava conflitto e morte attraverso il corso dei secoli. Per la seconda volta nella vita avvertì un’improvvisa percezione del bisogno che sentiva di gridare aiuto in quella regione selvaggia e per la seconda volta si trovò di fronte una disperata indifferenza. Poteva gridare aiuto da ogni parte e nessuno avrebbe risposto. Poteva allungare le mani, poteva chiedere soccorso, sostegno, simpatia, conforto – e nessuno sarebbe venuto. Nessuno. Non c’era nessuno là – tranne quella donna. Il suo cuore fu commosso, intenerito dalla pietà per l’abbandono in cui si trovava. La rabbia che provava nei confronti di quella donna, di lei che era la causa di tutte le sue disgrazie, svanì davanti all’estremo bisogno che aveva di un qualsiasi tipo di consolazione. Forse – se doveva rassegnarsi al suo destino – lei poteva aiutarlo a dimenticare. Dimenticare! Per un momento, in un accesso di disperazione così profondo che sembrò fosse l’inizio di assenza di conflitti mentali, pensò di scendere deliberatamente dal suo piedistallo, di buttare via la sua superiorità, tutte le sue speranze, le vecchie ambizioni, l’ingrata civiltà. Per un momento gli sembrò possibile poter dimenticare tra le braccia di lei e, attratto da quella possibilità, quello che gli sembrava un rinnovato desiderio s’impadronì del suo cuore improvvisamente, incurante e sprezzante di qualunque cosa al di fuori di lui – in un feroce disdegno della terra e del cielo. Si disse che non si sarebbe pentito. La punizione per il suo unico peccato era troppo pesante. Non c’era pietà sotto il cielo. Non ne voleva. Pensò, disperatamente, che se avesse potuto trovare di nuovo con lei la follia del passato, lo strano delirio che lo aveva cambiato, che aveva lavorato alla sua rovina, lui sarebbe stato pronto a pagarlo con la perdizione eterna. Era inebriato dai tenui profumi della notte; era eccitato dal suggestivo lieve movimento della brezza calda; era posseduto dalla esaltazione della solitudine, del silenzio, dei suoi ricordi, alla presenza di quella figura che si offriva con una devozione umile e paziente; che veniva a lui in nome del passato, in nome di quei giorni, quando lui non poteva vedere niente, pensare a niente, desiderare niente – se non l’abbraccio di lei.
La prese improvvisamente tra le braccia e lei gli strinse le mani intorno al collo con un debole grido di gioia e di sorpresa. La prese tra le braccia e aspettò l’estasi, la pazzia, le sensazioni ricordate e perdute e mentre lei singhiozzava dolcemente sul suo petto, lui la tenne avvinta e si sentì freddo, malato, stanco, esasperato da quel fallimento – e finì col maledirsi. Lei lo strinse tremando per l’intensità della propria felicità e del proprio amore. Lui la udì bisbigliare – il viso nascosto nella sua spalla – del passato dolore, della gioia futura che sarebbe durata per sempre; della sua salda fiducia nell’amore di lui. Aveva sempre creduto. Sempre! Anche quando distoglieva il viso da lei nei giorni bui, quando la sua mente vagava nella sua terra, tra la sua gente. Ma non si sarebbe più allontanato da lei, ora che era ritornato. Avrebbe dimenticato le facce fredde e i cuori duri della gente crudele. Cosa c’era da ricordare? Niente? Non era così?…
Ascoltò senza più speranza quel fievole mormorio. Rimase fermo e rigido, stringendola meccanicamente al petto, mentre pensava che al mondo non c’era più niente per lui. Era stato derubato di tutto; derubato della passione, della libertà, dell’oblio, della consolazione. La donna, fuori di sé dalla gioia, continuava rapidamente a sussurrare d’amore, di luce, di pace, di lunghi anni… Al di sopra della testa di lei, egli guardò desolatamente nella più profonda desolazione del cortile. E, tutto d’un tratto, gli sembrò di stare scrutando in una cavità oscura, in un profondo buco nero pieno di marciume e di ossa sbiancate in una tomba immensa e ineluttabile piena di putrefazione dove presto o tardi doveva inevitabilmente cadere. Il mattino dopo uscì presto, e rimase per un po’ sul vano della porta, ascoltando il leggero respiro dietro di sé – in casa. Lei dormiva e lui non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Rimase lì vacillando – poi si appoggiò allo stipite della porta. Era esausto, stremato; si credette vivo a mala pena. Provò un orrore disgustato di sé che, mentre guardava l’uniforme mare di foschia ai suoi piedi, si trasformò velocemente in una torpida indifferenza. Era come un’improvvisa e definitiva debolezza dei sensi, del suo corpo, dei pensieri. In piedi sull’alta piattaforma guardò sopra la distesa della bassa nebbia notturna sulla quale sporgevano qua e là le teste piumate degli alti ciuffi di bambù e le cime rotonde di alberi solitari che assomigliavano a piccole, nere e solide isolette emergenti da un mare spettrale e impalpabile. A oriente, sullo sfondo debolmente luminoso del cielo, la linea scura delle grandi foreste, delimitava quel mare uniforme di vapori bianchi come una riva fantastica e irraggiungibile. Lui guardava senza vedere niente – pensando a se stesso. Davanti ai suoi occhi la luce del sole che sorgeva scoppiò sopra la foresta con la subitaneità di un’esplosione. Non vide niente. Poi, dopo un po’ – parlando a se stesso a mezza voce per la violenta emozione provocata da un pensiero penetrante, mormorò con convinzione:
«Sono un uomo perduto».
Scosse la mano sopra la testa in un gesto incurante e tragico, poi si avviò giù nella foschia che si richiuse sopra di lui in brillanti ondulazioni, sotto il primo alito della brezza mattutina.
Capitolo ventiseiesimo
Willems si diresse indifferente a tutto verso il fiume, poi ripercorse i suoi passi verso l’albero e si lasciò cadere all’ombra sul sedile. Dall’altra parte dell’immenso tronco udiva la vecchia che si dava da fare, sospirava sonoramente, borbottava tra sé, spezzava ramoscelli secchi, attizzava il fuoco. Dopo un po’ una folata di fumo si spostò lentamente intorno al luogo dove era seduto. Questo gli fece sentire la fame e quella sensazione fu come una nuova offesa aggiunta a un’intollerabile carico di umiliazioni. Gli venne quasi da piangere. Si sentiva molto debole. Alzò le braccia davanti agli occhi e osservò per un po’ di tempo il tremore del braccio piegato. Pelle e ossa, per Dio! Com’era magro!… Aveva sofferto molto di febbre e ora pensò con doloroso sgomento che Lingard, nonostante gli avesse mandato del cibo – e che cibo, gran Dio: un po’ di riso e pesce essiccato; piuttosto inadatto a un uomo bianco – non gli aveva mandato nessuna medicina. Il vecchio selvaggio pensava che fosse come le bestie feroci che non sono mai malate? Aveva bisogno di chinino.
Appoggiò la nuca all’albero e chiuse gli occhi. Pensò debolmente che se avesse potuto acchiappare Lingard gli sarebbe piaciuto scorticarlo vivo; ma fu solo un pensiero confuso, breve e passeggero. Alla sua immaginazione, esausta per i ripetuti abbozzi del futuro, non era rimasta abbastanza forza per contemplare l’idea di una vendetta. Non era risentito e ribelle. Era intimorito. Era intimorito dall’immenso cataclisma del suo fallimento. Come la maggior parte degli uomini, aveva portato solennemente dentro di sé tutto l’universo, e la prossima fine di ogni cosa nella distruzione della sua personalità lo riempiva di un timore paralizzante. Ogni cosa si stava rovesciando. Batté gli occhi velocemente e gli sembrò che la stessa luce del mattino rivelasse nella sua luminosità una traccia di un qualche significato nascosto e sinistro. Nel suo irragionevole timore cercò di nascondersi dentro di sé. Tirò su i piedi, la testa gli si infossò nelle spalle, le braccia si strinsero ai fianchi. Sotto l’albero alto ed enorme che torreggiava superbamente fuori della foschia nel vigoroso espandersi degli alti rami, con un inquieto e impaziente fruscio delle sue innumerevoli foglie nella chiara luce del sole, egli rimase immobile, raggomitolato sul sedile: terrorizzato e immobile.
Lo sguardo fisso di Willems vagò per il terreno e poi osservò con stupida fissità una mezza dozzina di formiche nere che entravano coraggiosamente in un ciuffo d’erba alta che, a loro, doveva sembrare una giungla buia e pericolosa. D’un tratto pensò: “Ci deve essere qualcosa di morto là dentro. Qualche insetto morto. Morte da ogni parte!”. Chiuse di nuovo gli occhi, in un accesso di tremante dolore. Morte da ogni parte – ovunque si guardi. Non voleva vedere le formiche. Non voleva vedere niente e nessuno. Sedette in quell’oscurità che si era fatto, riflettendo amaramente che non c’era pace per lui. Ora udiva delle voci… Illusione! Sofferenza! Tormento! Chi sarebbe venuto? Chi avrebbe parlato? Che interesse aveva a sentire voci?… Tuttavia le udiva debolmente venire dal fiume. Debolmente, come se fossero state gridate molto lontano da lì, arrivarono le parole: «Torniamo indietro subito»… Delirio e scherno! Chi sarebbe tornato indietro? Nessuno torna mai indietro! La febbre ritorna. Ce l’aveva addosso quella mattina. Ecco cos’era. Udì inaspettatamente la vecchia borbottare qualcosa vicino a lui. Era venuta dalla sua parte dell’albero. Aprì gli occhi e la vide ritrarsi davanti a lui. Stava in piedi e con la mano si faceva ombra davanti agli occhi per guardare verso l’approdo. Poi scivolò via. Aveva visto – e ora tornava alle sue pentole: una donna priva di curiosità; che non si aspettava niente; senza paura e senza speranza.
Era ritornata dietro l’albero e ora Willems poteva vedere una figura umana sul sentiero verso l’approdo. Gli sembrò che fosse una donna, vestita di rosso, che portava tra le braccia un qualche fagotto pesante: era un’apparizione inaspettata, familiare e strana. Bestemmiò tra i denti… Ci mancava anche questo! Vedere cose simili in pieno giorno! Stava molto male – molto male… Fu mortalmente atterrito da questo terribile sintomo del suo disperato stato di salute. Il panico durò lo spazio di un fulmine e il momento successivo gli fu chiaro che la donna era reale; che stava venendo verso di lui; che era sua moglie! Mise velocemente i piedi a terra, ma non fece nessun altro movimento. Spalancò gli occhi. Era così stupito che per un po’ dimenticò assolutamente la propria esistenza. La sua sola idea in testa era: Perché diavolo è venuta qui?
Joanna stava salendo su per il cortile con passi impazienti, frettolosi. Portava tra le braccia il bambino, avvolto in una delle coperte bianche di Almayer che aveva strappato dal letto all’ultimo momento, prima di lasciare la casa. Sembrava fosse abbagliata dal sole; sconcertata dal paesaggio. Avanzava, guardando rapidamente a destra e a sinistra nell’impaziente attesa di vedere il marito da un momento all’altro. Poi, avvicinandosi all’albero, d’un tratto si accorse di una specie di cadavere secco, giallo, che sedeva molto rigido su una sedia all’ombra e che la guardava con grandi occhi vividi. Quello era suo marito.
Lei si fermò di colpo, immobile. Si fissarono in profondo silenzio, con occhi pieni di stupore, con occhi furiosi per i ricordi di cose lontane che sembravano perdute nel passare del tempo. I loro sguardi s’incrociarono, si trapassarono e sembrarono lanciarsi loro addosso da fantastiche distanze, arrivare dritti dall’Incredibile.
Guardandolo continuamente lei si avvicinò e depositò la coperta con il bambino sul sedile. Il piccolo Louis, dopo aver urlato di terrore nell’oscurità del fiume per la maggior parte della notte, ora dormiva profondamente e non si svegliò. Gli occhi di Willems seguirono la moglie, girando lentamente la testa dietro di lei. Accettava la sua presenza lì con stanca acquiescenza nell’incredibile improbabilità. Poteva succedere qualunque cosa. Per quale motivo era venuta? Era parte dello schema generale della sua disgrazia. Quasi si aspettava che gli si sarebbe scagliata contro, che gli avrebbe strappato i capelli e graffiato la faccia. Perché no? Poteva succedere qualunque cosa. Esagerando la sua sensazione di grande debolezza fisica, si sentì in qualche modo timoroso di un possibile assalto. A ogni modo gli avrebbe urlato contro. La conosceva da molto tempo. Era molto brava a strillare. Aveva pensato di essersene sbarazzato per sempre. Probabilmente era venuta per vedere la fine…
D’un tratto lei si voltò e abbracciandolo scivolò dolcemente per terra. Questo lo sbigottì. Con la fronte sulle ginocchia di lui, singhiozzava senza parlare. Le guardò tristemente la nuca. Che voleva da lui? Non aveva la forza di muoversi – di andare via. La udì mormorare qualcosa e si chinò per ascoltare. Colse la parola “Perdona”.
Era per questo che era venuta! Tutta quella strada. Le donne sono strane. Perdona. Non lui!… Tutto d’un tratto gli guizzò nel cervello questo pensiero: Come era venuta? In una barca. Barca! Barca!
Gridò «Barca!», e saltò su, facendola cadere. Prima che lei avesse il tempo di rialzarsi, le era piombato sopra e la stava trascinando per le spalle. Non appena lei si rimise in piedi lo abbracciò saldamente, coprendogli di baci disperati il viso, gli occhi, la bocca, il naso. Lui tirò indietro la testa, liberandosi dalle sue braccia, cercando di tenerla lontano, di parlare, di chiederle… Era venuta in una barca, barca, barca! Lottarono e girarono, barcollando in un semicerchio. Lui sbottò: «Smettila. Ascolta», mentre le tirava le mani. Questo incontro di amore legittimo e gioia sincera somigliava a un combattimento. Louis Willems dormiva pacificamente sotto la sua coperta.
Alla fine Willems riuscì a liberarsi e a staccarsela di dosso, tenendole ferme giù le braccia. La guardò. Ebbe un mezzo sospetto di stare sognando. Le labbra di lei tremavano, gli occhi vagavano inquieti, tornando sempre al viso di lui. La vide la stessa di sempre. Appariva spaventata, tremante, pronta a piangere. Non gl’ispirava fiducia. Gridò:
«Come sei venuta?».
Lei rispose con parole affrettate, guardandolo intensamente:
«In una grande canoa con tre uomini. So tutto. Lingard è lontano. Sono venuta per salvarti. So… Almayer me l’ha detto».
«Canoa! – Almayer – Menzogne. Ti ha detto – a te!», farfugliò Willems distrattamente. «Perché a te? – Detto cosa?».
Gli mancarono le parole. Fissò la moglie, pensando con timore che lei – stupida donna – si fosse fatta strumento di qualche piano di tradimento… di qualche complotto mortale.
Lei cominciò a gridare:
«Non guardarmi così, Peter. Che cosa ho fatto? Sono venuta per implorare – per implorare – perdono… Salvati – Lingard – pericolo».
Lui tremò d’impazienza, di speranza, di paura. Lei lo guardò e disse singhiozzando in un nuovo scoppio di dolore:
«Oh! Peter. Cosa c’è che non va? – Sei malato?… Oh! Sembri così malato…».
E mentre lei rimaneva in silenzio terrorizzata e meravigliata, lui la scosse violentemente.
«Come ti permetti! Io sto bene – perfettamente bene… Dov’è quella barca? Mi dirai alla fine dov’è quella barca? La barca, dico… Tu!…».
«Mi fai male», gemette lei.
La lasciò andare e, padroneggiando il proprio terrore, lei rimase lì tremante a guardarlo con strana intensità. Poi fece per muoversi, ma lui alzò un dito e lei si trattenne con un lungo sospiro. Willems si calmò improvvisamente e la esaminò con fredda critica, con lo stesso aspetto di quando, ai vecchi tempi, era solito trovare errori nelle spese di casa. Lei provò una specie di spaventosa delizia in questo improvviso ritorno al passato; alla sua vecchia sottomissione. Lui rimase in piedi, apparentemente ora padrone di sé e ascoltò la sua storia sconnessa. Le parole di lei sembravano cadergli intorno con il confuso vocio di saluti assordanti. Ne colse il significato qua e là e subito si smarrì nel tremendo sforzo di ricavarne una qualche comprensibile idea degli eventi. C’era una barca. Una barca. Una grande barca che, se necessario, avrebbe potuto portarlo fino al mare. Quello era chiaro. Lei l’aveva portata. Perché Almayer aveva mentito così con lei? Era un piano per attirarlo in qualche agguato? Meglio quello di una disperata solitudine. Lei aveva denaro. Gli uomini erano pronti ad andare ovunque… disse lei.
«Dove sono ora?»
«Verranno subito», rispose lei in tono lacrimoso. «Subito. Ci sono alcune poste di pesca qua vicino – hanno detto. Verranno subito».
Ancora una volta parlava e piangeva contemporaneamente. Lei voleva essere perdonata. Perdonata? Per cosa? Ah! La scena a Macassar. Come se lui avesse tempo di pensare a quello! Che gl’importava di ciò che lei aveva fatto mesi prima? Sembrava che fosse impegnato nelle fatiche di sogni complicati dove tutto era impossibile, eppure naturale, dove il passato prendeva gli aspetti del futuro e il presente gli gravava pesantemente sul cuore – sembrava prenderlo per la gola come la mano di un nemico. E mentre lei supplicava, implorava, gli baciava le mani, piangeva sulla sua spalla, lo scongiurava, in nome di Dio, di perdonare, di dimenticare, di dire la parola che lui desiderava ardentemente, di guardare suo figlio, di credere al suo pentimento e alla sua devozione – i suoi occhi, dalle pupille splendenti, incantate e immobili, guardavano lontano, lontano, oltre lei, oltre il fiume, oltre questa terra, attraverso giorni, settimane, mesi; guardavano nella libertà, nel futuro, nel suo trionfo… nella grande possibilità di una sbalorditiva vendetta.
Sentì un improvviso desiderio di ballare e gridare. Gridò:
«Dopo tutto, c’incontreremo di nuovo, capitano Lingard».
«Oh, no! No!», gridò lei, congiungendo le mani.
Lui la guardò sorpreso. Aveva dimenticato che fosse lì finché quel grido, che aveva interrotto i toni monotoni della preghiera che gli stava rivolgendo, lo riportò dal glorioso tumulto dei suoi sogni, in quel cortile. Era molto strano vederla lì – vicino a lui. Si sentì quasi affettuoso. Dopo tutto, era arrivata giusto in tempo. Poi pensò: «Quell’altra. Devo andare via senza scene. Chi sa; può essere pericolosa!»… E tutto d’un tratto sentì di odiare Aïssa, di un odio immenso che sembrava soffocarlo. Disse alla moglie:
«Aspetta un momento».
Obbediente, lei inghiottì alcune parole che volevano uscire fuori. Lui borbottò: «Stai qui», e sparì dietro l’albero.
L’acqua, nella pentola di ferro sul fuoco, bolliva furiosamente, eruttava una quantità di vapore bianco che si mescolava con il sottile filo di fumo nero. Attraverso questo la donna gli apparve come in una nebbia, accoccolata sui talloni, impassibile e misteriosa.
Willems le andò vicino e chiese: «Dov’è lei?».
La donna non alzò neanche la testa, ma rispose subito, prontamente, come se avesse aspettato la domanda da molto tempo.
«Mentre eri addormentato sotto l’albero, prima che venisse la strana canoa, lei è uscita dalla casa. L’ho vista guardarti e passare con una gran luce negli occhi. Una grande luce. Ed è andata verso il luogo dove il nostro padrone Lakamba aveva i suoi alberi da frutta. Quando eravamo tanti qui. Tanti, tanti. Uomini con le armi al fianco. Tanti… uomini. E chiacchiere… e canzoni…».
Lei continuò così, vaneggiando dolcemente tra sé per molto tempo dopo che Willems l’ebbe lasciata.
Willems tornò indietro dalla moglie. Arrivò vicino a lei e scoprì che non aveva niente da dire. Ora tutte le sue facoltà erano concentrate sul desiderio di evitare Aïssa. Poteva rimanere tutta la mattina in quel frutteto. Perché quei disonesti marinai se n’erano andati? Provava una ripugnanza fisica a guardarla. E da qualche parte, proprio in fondo al cuore, c’era la paura di lei. Perché? Che poteva fargli? Niente al mondo poteva fermarlo ora. Si sentì forte, sprezzante, spietato e superiore a tutto. Voleva conservare davanti alla moglie l’altera purezza del suo carattere. Pensò: Non sa. Almayer è stato zitto su Aïssa. Ma se lo scopre sono perduto. Se non fosse stato per il bambino mi sarei… liberato di tutte e due… L’idea gli guizzò nella testa. Non lui! Sposato… Giurato solennemente. No… Sacro vincolo… Guardando la moglie, sentì per la prima volta nella vita qualcosa che si avvicinava al rimorso. Rimorso che nasceva dalla concezione che aveva della terribile natura di un giuramento davanti all’altare… Non doveva scoprirlo… Oh, per quella barca. Doveva correre dentro e prendere il revolver. Non poteva pensare di contare su se stesso disarmato con quei bajow. Prendila ora mentre lei è via. Oh, per quella barca!… Lui non osava andare al fiume e mandare un grido di richiamo. Pensò: Lei potrebbe sentirmi… Andrò e prenderò… cartucce… poi sarà tutto pronto… niente altro. No!
E mentre rimaneva lì a meditare profondamente prima di potersi decidere a correre verso la casa, Joanna supplicava aggrappandosi al suo braccio – supplicava disperatamente, straziata dal dolore, perdendo la speranza ogni volta che alzava lo sguardo al viso di lui, che le sembrava avere l’aspetto di una rettitudine che non perdona, di una virtuosa severità, di una giustizia spietata. E supplicava umilmente – confusa davanti a lui, davanti all’aspetto fermo dell’uomo che aveva offeso, in sprezzo alle leggi umane e divine. Lui non udì una parola di quello che lei diceva finché non alzò la voce in una supplica finale:
«…Non vedi che ti ho sempre amato? Loro mi hanno detto cose orribili di te… Mia madre stessa! Mi dissero – che tu eri stato – che tu mi eri stato infedele e io…».
«È una dannata menzogna!», gridò Willems, scuotendosi per un momento in una virtuosa indignazione.
«Lo so! Lo so… Sii generoso… Pensa alla mia sofferenza da quando sei andato via… Oh! Sarei stata capace di strapparmi la lingua… Non crederò mai a nessuno. – Guarda il bambino. – Sii misericordioso. – Non potrei mai trovare pace finché trovo te… Di’… una parola – una sola parola…».
«Che diavolo vuoi?», esclamò Willems, guardando verso il fiume. «Dov’è quella dannata barca? Perché li hai lasciati andare via? Stupida!».
«Oh, Peter! – So che in cuor tuo mi hai perdonato. – Sei così generoso. – Io voglio sentirtelo dire… Dimmelo – vuoi?»
«Sì! Sì!», disse Willems, con impazienza. «Ti perdono, non essere sciocca».
«Non andare via. Non lasciarmi sola qui. Dov’è il pericolo? Sono così spaventata… Sei solo qui? Sicuro?… Andiamo via!».
«Questo è buon senso», disse Willems, sempre guardando ansiosamente verso il fiume.
Lei singhiozzava dolcemente, appoggiandosi al suo braccio.
«Lasciami andare», disse lui.
Aveva visto al di sopra della riva scoscesa le teste di tre uomini che scivolavano avanti agevolmente. Poi, dove la riva digradava verso il punto d’approdo, comparve una grande canoa che arrivò lentamente a toccare terra.
«Eccoli qua», continuò lui, bruscamente. «Devo prendere il mio revolver».
Fece pochi passi affrettati verso la casa, ma sembrò scorgere qualcosa, si voltò bruscamente e tornò indietro dalla moglie che lo fissò, allarmata dall’improvviso cambiamento avvenuto sul viso di lui. Appariva molto turbato. Balbettò un po’ mentre cominciava a dire:
«Prendi il bambino. Vai giù alla barca e di’ loro di portarla fuori vista, alla svelta, dietro i cespugli. Mi senti? Svelta! Io verrò là da te subito. Spicciati!».
«Peter che c’è? Non ti lascerò. C’è qualche pericolo in questo posto orribile».
«Vuoi fare quel che ti dico?», disse Willems irritato, in un sussurro.
«No! No! No! Non ti lascerò. Non ti perderò di nuovo. Dimmi, che c’è?».
Da dietro la casa arrivò una debole voce che cantava. Willems scosse la moglie per la spalla.
«Fai quel che ti dico! Corri subito!».
Lei gli afferrò il braccio e gli si attaccò disperatamente. Lui guardò il cielo come per prenderlo a testimone dell’infernale follia di quella donna. La canzone diventò più sonora, poi s’interruppe improvvisamente e Aïssa apparve alla vista, mentre camminava lentamente, le mani piene di fiori.
Aveva svoltato l’angolo della casa, uscendo in pieno sole e la luce sembrò guizzare su di lei in un flusso brillante, tenero e carezzevole, come attratto dalla raggiante felicità di quel viso. Si era vestita come per un giorno di festa, per il giorno memorabile del ritorno di lui a lei, del ritorno di lui a un amore che sarebbe durato per sempre. I raggi del sole mattutino erano catturati dalla fibbia ovale della cintura ricamata che le fermava il sarong di seta intorno alla vita. Il bianco tessuto abbagliante della sua giacchetta era incrociato dalla striscia gialla e argento della sua sciarpa e nei neri capelli, acconciati alti sulla piccola testa, brillavano le palle rotonde di spilloni dorati in mezzo ai fiori rossi e a quelli bianchi stellati, con cui lei si era incoronata per incantare gli occhi di lui; quegli occhi che non dovevano per l’avvenire vedere altro al mondo se non la sua immagine risplendente. E si muoveva lentamente, chinando il viso sulla grande quantità di Champaca e gelsomini di un bianco assoluto che teneva premuti al petto, in un inebriamento sognante di dolci fragranze e di più dolci speranze.
Sembrò che non vedesse niente, si fermò per un momento ai piedi del tavolato che portava alla casa, poi, lasciando lì i suoi sandali di legno col tacco alto, salì le tavole in una corsa leggera; eretta, aggraziata, flessuosa, e silenziosa, come se si fosse librata verso la porta con ali invisibili. Willems spinse violentemente la moglie dietro l’albero e decise velocemente di correre verso casa, afferrare il revolver e… Pensieri, dubbi, espedienti sembravano bollire nel suo cervello. Pensò in un lampo di tramortirla con un colpo, di legare quella donna adorna di fiori nella casa buia – una visione di cose fatte velocemente con una fretta dannata per salvare il suo prestigio, la sua superiorità – qualcosa che aveva un’immensa importanza… Non aveva fatto neanche due passi quando Joanna gli si attaccò dietro, afferrò i lembi della sua giacca logora, ne strappò un bel pezzo e istantaneamente si agganciò con tutte e due le mani al colletto, quasi trascinandolo giù sulla schiena. Nonostante fosse stato colto di sorpresa, lui riuscì a rimanere in piedi. Da dietro, lei gli ansimò all’orecchio:
«Quella donna! Chi è quella donna? Ah! Era questo quello di cui stavano parlando quei marinai. Li ho sentiti… Li ho sentiti… sentiti… nella notte. Parlavano di una certa donna. Non osavo capire. Non chiedevo… ascoltavo… credevo! Come ho potuto! Allora è vero. No. Di’ no… Chi è quella donna?».
Lui barcollò, tirando in avanti. Lei gli dette degli strattoni finché il bottone cedette e lui scivolò mezzo fuori della giacca e, voltandosi, rimase stranamente immobile. Il cuore sembrava battergli in gola. Si strozzò – cercò di parlare – non riuscì a trovare nessuna parola. Pensò con furia: “le ucciderò tutte e due”.
Nella grande e vivida chiarezza del giorno, per un secondo, nel cortile non si mosse niente. Solo giù, verso l’approdo, un albero di Waringan, tutto una fiammata di grappoli di bacche rosse, sembrava vivo per il trambusto di piccoli uccelli che riempivano con il febbrile frullio delle loro piume l’intrico dei rami sovraccarichi. D’un tratto lo stormo variegato si alzò piroettando in un dolce frullio e si disperse, squarciando la soleggiata foschia con i contorni ben delineati delle ali tese nel volo. Mahmat e uno dei suoi fratelli apparvero, lance in mano, per cercare i loro passeggeri, venendo su dall’approdo.
Aïssa, che usciva in quel momento a mani vuote dalla casa, scorse i due uomini armati. Per la sorpresa, emise un debole grido, svanì indietro e in un lampo riapparve sul vano della porta con il revolver di Willems in mano. Per lei la presenza lì di chiunque, poteva avere solo un significato sinistro. Nel mondo esterno non c’erano altro che nemici. Lei e l’uomo che amava erano soli, con niente altro intorno a loro se non pericoli minacciosi. Non se ne preoccupava, perché se la morte fosse venuta, non importa da quale mano, sarebbero morti insieme.
I suoi occhi risoluti abbracciarono tutto il cortile in uno sguardo circolare. Notò che i due stranieri avevano smesso di avanzare e stavano fermi, vicini l’uno all’altro, appoggiandosi alle lucide aste delle loro armi. Il momento successivo vide Willems che le volgeva le spalle, che apparentemente lottava con qualcuno sotto l’albero. Non vedeva niente distintamente e, senza esitare, volò giù per il tavolato gridando: «Vengo!».
Lui udì il grido e con un’inaspettata velocità portò la moglie indietro sul sedile. Lei vi cadde; lui si strappò completamente la giacca e lei si coprì il viso con gli stracci sporchi. Allora accostò le labbra vicino a lei, chiedendo: «Per l’ultima volta, vuoi prendere il bambino e andare?». Lei gemette dietro le sporche rovine della giacca di lui. Borbottò qualcosa. Lui si piegò più in basso per sentire. Lei stava dicendo: «Non lo farò. Manda via quella donna. Non posso guardarla!».
«Stupida!».
Sembrò sputarle addosso le parole, poi, prendendo una decisione, si girò per fronteggiare Aïssa che ora stava venendo lentamente verso di loro, con uno sguardo d’infinito stupore sul viso. Poi si fermò e fissò lui – che rimase fermo, spogliato fino alla vita, a testa nuda e cupo.
Un po’ più lontano, Mahmat e suo fratello si scambiarono rapide parole a voce bassa e calma… Questa era la forte figlia del santo uomo che era morto. L’uomo bianco è molto alto. Ci sarebbero state tre donne e un bambino da prendere nella barca, oltre a quell’uomo bianco che aveva il denaro… Il fratello andò via verso la barca e Mahmat rimase a guardare. Rimase come una sentinella, la lama a forma di foglia della sua lancia che gli scintillava sopra la testa.
Improvvisamente Willems parlò.
«Dammelo», disse, allungando la mano verso il revolver. Aïssa fece un passo indietro. Le labbra le tremavano. Disse a voce molto bassa: «Gente tua?».
Lui annuì leggermente. Lei scosse la testa con aria pensosa e alcuni petali delicati dei fiori che stavano morendo tra i suoi capelli caddero ai suoi piedi come grandi gocce bianche e rosse.
«Li conosci?», sussurrò lei.
«No!», disse Willems. «Li hanno mandati per me».
«Digli di andarsene. Sono odiosi. Cosa c’è fra loro e te – e te che porti la mia vita nel tuo cuore!».
Willems non disse niente. Rimaneva davanti a lei guardando per terra e ripetendosi: “Devo toglierle quel revolver, subito, subito. Non posso pensare di contare soltanto su me stesso, dovessi affrontare quegli uomini senza armi. Devo avere quel revolver”.
Lei chiese, dopo aver dato un’occhiata a Joanna, che stava singhiozzando dolcemente:
«Chi è lei?»
«Mia moglie», rispose Willems, senza alzare lo sguardo. «Mia moglie secondo la legge di noi bianchi, che viene da Dio!».
«La vostra legge! Il vostro Dio!», mormorò Aïssa sprezzante.
«Dammi quel revolver», disse Willems perentorio. Era riluttante ad avvicinarlesi, a prenderlo con la forza.
Lei non ci fece caso e continuò:
«La vostra legge… o le vostre menzogne? Cosa devo credere? Sono venuta – sono corsa a difenderti quando ho visto gli stranieri. Mi hai mentito con le labbra, con gli occhi. Tu, cuore disonesto!… Ah!», aggiunse, dopo una brusca pausa. «Lei è la prima! Io devo dunque essere una schiava?»
«Tu puoi essere quel che vuoi», disse Willems brutalmente. «Io me ne sto andando».
Lo sguardo di lei si concentrò sulla coperta sotto la quale aveva notato un leggero movimento. Fece un lungo passo verso di essa. Willems si voltò a metà. Gli sembrava che le gambe gli fossero diventate di piombo. Si sentì svenire e così debole che, per un momento, in un’ondata di disperazione, gli passò per la mente la paura di morire lì dov’era prima di poter fuggire dal peccato e dal disastro.
Lei alzò il lembo della coperta e quando vide il bambino addormentato fu scossa da un improvviso brivido veloce come se avesse visto qualcosa d’indicibilmente orribile. Guardò Louis Willems con gli occhi sbarrati in uno sguardo incredulo e terrorizzato.
Poi le dita le si aprirono lentamente e un’ombra sembrò posarsi sul suo volto come se qualcosa di oscuro e fatale si fosse interposto tra lei e il sole. Rimase a guardare in basso, assorta, come se avesse osservato la dolente processione dei suoi pensieri in fondo a un cupo abisso.
Willems non si mosse. Tutte le sue facoltà erano concentrate sull’idea della sua liberazione. E fu solo allora che ne ebbe la certezza, con tale forza che gli sembrò di udire una voce sonora che, in cielo, gridava che tutto era finito, che fra altri cinque, dieci minuti sarebbe entrato in un’altra esistenza; che tutto questo, la donna, la pazzia, il peccato, i rimpianti, tutto se ne sarebbe andato, sarebbe precipitato nel passato, sparito, diventato polvere, fumo, nuvole in movimento – niente! Sì! Tutto sarebbe svanito nel passato implacabile che avrebbe ingoiato ogni cosa – anche il ricordo della sua tentazione e della sua caduta. Niente aveva importanza. Lui non si curava di niente. Aveva dimenticato Aïssa, la moglie, Lingard, Hudig – tutti, nella rapida visione del suo promettente futuro. Dopo un po’ udì Aïssa dire:
«Un bambino! Un bambino! Che cosa ho fatto per essere costretta a sopportare questa sventura e questo dolore? E mentre tuo figlio maschio e la madre vivevano, tu mi dicevi che non avevi niente da ricordare nel paese da cui venivi! E io pensavo che tu potessi essere mio. Pensavo che avrei…».
La voce le si spezzò in un rotto mormorio e con esso, nel suo cuore, sembrò morire la più grande e preziosa speranza della sua nuova vita. Lei aveva sperato che, nel futuro, le fragili braccia di un bambino avrebbero legato insieme le loro due vite in un legame che, sulla terra, niente avrebbe potuto spezzare, un legame fatto di amore, di gratitudine, di tenero rispetto. Lei, la prima – l’unica! Ma nell’istante in cui vide il figlio di quell’altra donna si sentì scacciata nel freddo, nell’oscurità, nel silenzio di una solitudine impenetrabile e immensa – molto lontana da lui, oltre ogni possibilità di sperare ancora, in un’infinità di torti senza nessuna soddisfazione.
A grandi passi si avvicinò a Joanna. Sentiva nei confronti di quella donna rabbia, invidia, gelosia. Davanti a lei si sentiva umiliata e infuriata. Afferrò la manica pendente della giacca in cui Joanna si stava nascondendo la faccia e gliela strappò di mano, prorompendo ad alta voce:
«Lasciami vedere il viso di colei davanti alla quale io sono soltanto una domestica e una schiava. Ya-wa! Ti vedo!».
Il suo grido inaspettato sembrò riempire lo spazio assolato delle radure, alzarsi in alto e continuare a correre lontano per il paese sopra le cime immobili delle foreste. Restò improvvisamente ferma, guardando Joanna con sorpreso disprezzo.
«Una donna Sirani!», disse, lentamente, meravigliata.
Joanna si precipitò da Willems – gli si avvinghiò, strillando: «Difendimi, Peter! Difendimi da quella donna!».
«Sta’ calma. Non c’è pericolo», borbottò Willems, in modo confuso.
Aïssa li guardò con disprezzo. «Dio è grande! Io siedo nella polvere ai tuoi piedi», proruppe beffarda, congiungendo le mani sopra la testa in un gesto di finta umiltà. «Davanti a te io sono niente». Si girò bruscamente verso Willems, spalancando le braccia. «Cosa hai fatto di me?», gridò, «tu figlio bugiardo di una madre maledetta! Cosa hai fatto di me? La schiava di una schiava. Non parlare! Le tue parole sono peggio del veleno dei serpenti. Una donna Sirani. Una donna di un popolo disprezzato da tutti».
Puntò il dito su Joanna, fece un passo indietro e cominciò a ridere.
«Falla smettere, Peter!», urlò Joanna. «Quell’infedele. Infedele! Infedele! Picchiala, Peter».
Willems scorse il revolver che Aïssa aveva appoggiato al sedile accanto al bambino. Disse in olandese alla moglie, senza muovere la testa:
«Afferra il bambino – e il mio revolver là. Guarda. Corri alla barca. Io la tratterrò. Ora è il momento».
Aïssa si avvicinò. Fissò Joanna mentre si scatenava in brevi accessi di risate spezzate, maneggiando distrattamente la fibbia della cintura.
«Per lei! Per lei – la madre di lui che parlerà della tua saggezza, del tuo coraggio. Tutto per lei. Io non ho niente. Prendi, prendi».
Si strappò la cintura e la tirò ai piedi di Joanna. Scagliò con furia i bracciali, le palle dorate, i fiori e i lunghi capelli, non più trattenuti, le ricaddero sparsi sulle spalle, incorniciando con il loro colore nero la selvaggia eccitazione del suo viso.
«Falla andare via, Peter. Fai andare via quella selvaggia infedele», insistette Joanna. Anche lei sembrava aver perso la testa. Pestò i piedi, aggrappandosi al braccio di Willems con tutte e due le mani.
«Guarda», gridò Aïssa. «Guarda la madre di tuo figlio! Ha paura. Perché non mi si toglie da davanti? Guardala. È brutta».
Joanna sembrò capire il tono sprezzante delle parole. Mentre Aïssa arretrava di nuovo più vicino all’albero, lei lasciò andare il braccio del marito, si precipitò su di lei come una pazza, la schiaffeggiò, poi, scostandosi indietro, si lanciò sul bambino che, senza che nessuno se ne fosse accorto, da un po’ si lamentava, e, avendolo afferrato, volò giù verso la riva strillando continuamente in un accesso di terrore folle.
Willems si avventò sul revolver. Aïssa lo superò rapidamente, dandogli una spinta inaspettata che lo mandò barcollando lontano dall’albero. Lei afferrò l’arma, se la mise dietro la schiena e gridò:
«Non l’avrai. Vai dietro a lei. Vai incontro al pericolo… Vai incontro alla morte… Vai disarmato… Vai a mani vuote e con dolci parole… come venisti da me… Vai indifeso e inganna le foreste, il mare… la morte che ti aspetta…».
Smise come se fosse stata strangolata. Nell’orrore dei secondi che passavano, vide l’uomo mezzo nudo, dall’aspetto feroce, davanti a lei; udì debolmente le folli grida d’aiuto di Joanna da qualche parte presso la riva. La luce del sole si riversava su di lei, su di lui, sulla terra muta, sul fiume mormorante – la dolce luminosità di un mattino sereno che, a lei, sembrava attraversato da istanti spaventosi di incerta oscurità. L’odio riempì il mondo, riempì l’aria tra di loro – l’odio di razza, l’odio di un’insolubile diversità, l’odio di sangue; l’odio contro l’uomo nato nella terra delle menzogne e del male, da cui non viene altro che sventura per coloro che non sono bianchi. E mentre lei stava ferma, furibonda, udì un sussurro vicino a lei, il bisbiglio della voce del morto Omar che le diceva all’orecchio: «Uccidi! Uccidi!». Lei gridò, vedendolo muoversi:
«Non venirmi vicino… o morirai! Vai mentre ancora ricordo… ricordo…».
Willems si preparò a lottare. Non osava andarsene disarmato. Fece un lungo passo e la vide alzare il revolver. Notò che non aveva armato il cane e si disse che, se anche avesse sparato, lo avrebbe sicuramente mancato. Spara troppo alto; era un grilletto duro. Fece un altro passo – vide la lunga canna che si muoveva malferma all’estremità del braccio teso di lei. Pensò: “Questo è il mio momento…”. Si piegò leggermente sulle ginocchia, protendendo il corpo in avanti e scattò con un lungo balzo per una terribile corsa precipitosa.
Vide l’esplosione di una rossa fiammata davanti agli occhi e fu assordato da una detonazione che gli sembrò più rumorosa dello scoppio di un tuono.
Qualcosa lo fermò di colpo e rimase fermo inspirando l’acre odore del fumo azzurro che gli si addensava davanti agli occhi… “Mancato, per Dio!”… Pensò così!… E la vide molto lontana, che levava in alto le braccia, mentre il revolver, molto piccolo, giaceva per terra tra di loro… Mancato!… Ora sarebbe andato a raccoglierlo. Non aveva mai compreso prima, come in quel secondo, la gioia, la trionfante delizia della luce del sole e della vita. La sua bocca era piena di qualcosa di salato e caldo. Cercò di tossire; sputare… Chi strilla: In nome di Dio, muore!… lui muore!… Chi muore?… Bisogna sollevarlo… Notte!… Cosa?… Già notte…
Molti anni dopo Almayer stava raccontando la storia della grande rivoluzione a Sambir a un turista occasionale che veniva dall’Europa. Era un rumeno, mezzo naturalista, mezzo cercatore di orchidee per scopi commerciali, che era solito dichiarare a tutti, nei primi cinque minuti di conoscenza, la sua intenzione di scrivere un libro scientifico sui paesi tropicali. Nel suo cammino verso l’interno si era installato da Almayer. Era un uomo di una certa cultura, ma beveva gin liscio o, al massimo, vi spremeva appena il succo di una mezza lumìa. Diceva che gli faceva bene alla salute, e, con quella medicina davanti, descriveva allo stupito Almayer le meraviglie delle capitali europee; mentre Almayer, in cambio, lo annoiava esponendogli, con fervore, le proprie negative opinioni sulla vita sociale e politica di Sambir. Parlavano fino a notte fonda seduti uno da una parte del tavolo di pino e uno dall’altra, sulla veranda, mentre, tra di loro, insetti dalle ali coperte di scagliette, piccoli e mollicci, scontenti della luce lunare, si riversavano dentro e perivano a migliaia intorno alla luce fumosa della lampada maleodorante. Almayer, la faccia diventata rossa, stava dicendo: «Naturalmente, io non l’ho visto. Ti ho detto che ero bloccato nel torrente dove ero andato per non turbare la suscettibilità di papà – del capitano Lingard. Sono sicuro di aver fatto la cosa migliore cercando di facilitare la fuga di quel tizio; ma il capitano Lingard era quel tipo d’uomo – sai com’è – con cui non si può discutere. Proprio prima del tramonto l’acqua fu alta abbastanza e ci liberammo dal torrente. Raggiungemmo la radura di Lakamba che era quasi buio. Tutto era molto tranquillo; pensai se ne fossero andati, naturalmente, e mi sentii molto contento. Camminammo su per il cortile – vedemmo un grande mucchio che giaceva nel mezzo. Da questo mucchio lei si alzò e si avventò contro di noi. Per Dio… Conosci quelle storie di cani fedeli che fanno la guardia ai cadaveri dei loro padroni… che non fanno avvicinare nessuno… che devono essere respinti – e cose del genere… Bene, parola mia, noi la dovemmo respingere. Dovemmo! Era come una furia. Non ce l’avrebbe fatto toccare. Morto – naturalmente. Direi proprio così. Colpito al polmone, a sinistra, piuttosto in alto e anche a distanza piuttosto ravvicinata, perché i due buchi erano piccoli. Il proiettile era uscito dalla scapola. Dopo che l’avemmo sopraffatta – non puoi immaginare quanto fosse forte quella donna; occorsero tre di noi – portammo il corpo sulla lancia e ci scostammo dalla riva. Pensammo che lei dopo, fosse svenuta, ma invece si alzò e si slanciò nell’acqua dietro di noi. Bene, la lasciai arrampicare dentro. Cosa avrei potuto fare? Il fiume è pieno di alligatori. Non dimenticherò mai finché avrò vita quella risalita del fiume durante la notte. Lei sedeva sul fondo della lancia, tenendo in grembo la testa di lui e pulendogli di tanto in tanto il viso con i capelli. C’era molto sangue secco intorno alla bocca e al mento. E per tutte le sei ore del viaggio lei continuò a bisbigliare teneramente a quel cadavere!… Avevo il secondo della goletta con me. L’uomo disse, dopo, che non ci sarebbe voluto ripassare – neanche per una manciata di diamanti. E io gli credetti – sicuro. Mi fa rabbrividire. Pensi che mi abbia udito? No! Intendo dire qualcuno – qualcosa – udì?…».
«Io sono un materialista», dichiarò l’uomo di scienza, inclinando con mano vacillante la bottiglia sul bicchiere vuoto.
Almayer scosse la testa e continuò:
«Nessuno vide come realmente accadde tranne quell’uomo, Mahmat. Ha sempre detto che non era lontano da loro più di due volte la sua lancia. Sembra che le due donne abbiano litigato, mentre Willems stava fermo in mezzo a loro. Quel Mahmat dice che quando Joanna colpì l’altra e corse via, gli altri due sembrarono impazziti improvvisamente, contemporaneamente. Si slanciarono di qua e di là. Mahmat dice – queste furono le sue esatte parole: “La vidi ferma impugnare la pistola che spara molte volte e puntarla per tutto il campo. Io avevo paura che mi potesse sparare e saltai da una parte. Poi vidi l’uomo bianco che, velocemente, le andava addosso. Lui si mosse come la nostra padrona, la tigre, quando si avventa fuori dalla giungla contro le lance tenute dagli uomini. Lei non prese la mira. La canna della sua arma andò così, da parte a parte, ma nei suoi occhi potei vedere improvvisamente una grande paura. Ci fu soltanto uno sparo. Lei strillò mentre l’uomo bianco rimase fermo e ben eretto battendo gli occhi, il tempo di contare lentamente uno, due, tre; poi tossì e cadde a faccia avanti. Dal momento in cui lui cadde, la figlia di Omar strillò senza tirare il fiato. Allora andai via e lasciai il silenzio dietro di me. Queste cose non mi riguardano e nella mia barca c’era quell’altra donna che mi aveva promesso del denaro. Noi partimmo subito, senza prestare attenzione alle sue grida. Siamo solo poveri uomini – e abbiamo avuto solo una piccola ricompensa per il nostro disturbo!”. Questo è ciò che disse Mahmat. Non ha mai cambiato. Chiediglielo tu stesso. È l’uomo da cui hai noleggiato le barche, per il viaggio su per il fiume».
«Il ladro più avido che abbia mai incontrato!», esclamò il viaggiatore in modo confuso.
«Ah! Lui è un uomo rispettabile. – I suoi due fratelli si sono fatti infilzare con le lance – se lo sono meritato. Si divertivano a depredare le tombe dajaki. Ci sono ornamenti d’oro, sai. Se lo sono meritato. Ma lui si è mantenuto rispettabile ed è andato avanti. Si! Tutti sono andati avanti – tranne me –. E tutto per colpa di quel farabutto che portò qui gli arabi».
«De mortuis nil ni… num», borbottò l’ospite di Almayer.
«Vorrei tu parlassi inglese invece di farfugliare nella tua lingua, che nessuno può capire», disse Almayer, scontrosamente.
«Non essere arrabbiato», rispose l’altro con un singhiozzo. «È latino ed è saggezza. Significa: Non sprecare il tuo fiato ad insultare le ombre. Senza offesa. Mi piaci. Ce l’hai con la Provvidenza – e anch’io. Ero destinato a diventare professore, mentre invece – guarda». Annuì. Sedette afferrando il bicchiere. Almayer camminava su e giù, poi si fermò bruscamente. «Sì, tutti sono andati avanti tranne me. Perché? Sono migliore di ciascuno di loro. Lakamba si definisce un sultano e quando vado da lui per affari manda Babalatchi – quel suo orbo spirito maligno – per dirmi che il sovrano sta dormendo e dormirà a lungo. E quel Babalatchi! È lo Shahbandar dello stato – se non ti spiace. Oh, Signore! Shahbandar! Quel porco! Un vagabondo cui non avrei fatto salire le scale quando venne qui la prima volta… Guarda Abdulla ora. Vive qui perché – dice – qui è lontano dai bianchi. Ma ne ha centinaia di migliaia. Ha una casa a Penang. Navi. Cosa gli mancava quando ha rubato il mio commercio! Qui ha sconfitto tutti completamente; ha spinto papà alla caccia dell’oro – poi in Europa, dove è scomparso. Figurati un uomo come il capitano Lingard sparire come fosse stato un comune coolie. Alcuni miei amici mi scrissero da Londra chiedendomi di lui. Nessuno là ha mai avuto sue notizie! Figurati! Non avere notizie del capitano Lingard!».
Il dotto raccoglitore di orchidee alzò la testa.
«Era un vecchio fi-filibustiere sen-timen-tale», balbettò, «mi piaceva. Anch’io sono sent-tale».
Strizzò lentamente l’occhio ad Almayer, che rise.
«Sì! Ti ho detto di quella lapide. Sì! Altri centoventi dollari buttati via. Vorrei averli ora. Lui volle farla. E l’epigrafe. Ah! Ah! Ah! “Peter Willies. Consegnato alla clemenza di Dio dal suo nemico”. Quale nemico – se non lo stesso capitano Lingard? E allora non ha senso. Era un grand’uomo – papà – ma per molti versi strano… Tu non hai visto la tomba? In cima alla collina, là, dall’altra parte del fiume. Te la devo far vedere. Ci andremo».
«Io no!», disse l’altro. «Non mi interessa – al sole – troppo faticoso… A meno che tu non mi ci porti».
Effettivamente ci fu portato pochi mesi dopo e la sua fu la seconda tomba di un bianco a Sambir; ma al momento era vivo anche se piuttosto ubriaco. Chiese bruscamente:
«E la donna?»
«Oh! Lingard, naturalmente mantenne lei e il suo ragazzaccio disgustoso a Macassar. Deplorevole spreco di denaro – quello! Solo il diavolo sa cosa ne sia stato di loro da quando papà andò a casa. Io mi dovevo occupare di mia figlia. Ti darò notizie per la signora Vinck a Singapore quando tornerai indietro. Vedrai la mia Nina là. Uomo fortunato. È bella e mi dicono così bene educata, così…».
«L’ho già sentita venti… un centinaio di volte la storia di tua figlia. Che mi di-ci-di-quell’altra, Aïssa?»
«Lei! Oh! L’abbiamo tenuta qui. È stata pazza per un lungo periodo in un modo piuttosto tranquillo. Papà aveva molto riguardo per lei. Le dette una casa, nel mio campo. Andava in giro, senza parlare con nessuno tranne quando scorgeva Abdulla e allora aveva un accesso di furore e strillava e malediva come una matta. Molto spesso spariva – e allora tutti noi dovevamo riunirci e darle la caccia, perché papà sarebbe stato in pensiero finché non l’avessimo riportata indietro. La trovavamo in ogni genere di posto. Una volta nel campong abbandonato di Lakamba. A volte semplicemente che vagava nella macchia. Aveva un posto favorito dove andavamo sempre come prima tappa. Dieci a uno la trovavamo là – una specie di radura erbosa sulle rive di un ruscelletto. Perché preferisse quel posto, non riesco a immaginarlo! E che fatica portarla via di lì. Dovevamo trascinarla via con la forza. Poi, con il passare del tempo, diventò più calma e più posata, per così dire. Tuttavia, tutta la mia gente la temeva moltissimo. Fu la mia Nina che la domò. Vedi la bambina era per natura senza paura e abituata a fare a modo suo, così andava da lei e la tirava per il sarong e la tiranneggiava, come faceva con tutti. Credo proprio che alla fine lei arrivò ad amare la bambina. Niente poteva resistere a quella piccolina – sai. Diventò una bambinaia eccellente. Una volta quando quel diavoletto mi scappò e cadde nel fiume dall’estremità del molo, lei saltò dentro e la tirò fuori in men che non si dica. Io per poco non morii di paura. Ora naturalmente vive con le mie domestiche, ma fa quel che vuole. Fintantoché avrò una manciata di riso o una pezza di cotone nel magazzino, a lei non mancherà niente. L’hai vista. Ha portato la cena insieme ad Alì».
«Cosa! Quella vecchiaccia curva?»
«Ah!», disse Almayer. «Invecchiano alla svelta qui. Le lunghe notti nebbiose passate nella macchia rompono presto anche le schiene più forti – come scoprirai presto da te».
«Dis…gustoso», grugnì il viaggiatore.
Si appisolò. Almayer rimase accanto alla balaustra guardando fuori la lucentezza azzurrina della notte illuminata dalla luna. Le foreste, immutate e cupe, sembravano restare sospese sull’acqua, ad ascoltare l’incessante mormorio del grande fiume e sopra il loro muro scuro la collina in cui Lingard aveva sepolto il corpo del suo prigioniero si alzava in una massa nera, arrotondata, contro il pallore argentato del cielo. Almayer guardò a lungo il nitido profilo della cima come cercando di distinguere, attraverso il buio e la distanza, la forma di quella costosa lapide. Quando infine si girò vide il suo ospite che dormiva, le braccia sul tavolo, la testa sulle braccia.
«Ora, guarda qui!», gridò, colpendo il tavolo con il palmo della mano.
Il naturalista si svegliò e si sedette tutto ranicchiato, fissandolo come un gufo.
«Ecco!», continuò Almayer, parlando molto forte e picchiando sul tavolo. «Voglio sapere. Tu, che dici di aver letto tutti i libri, semplicemente dimmi… perché mai sono consentite cose così infernali. Eccomi qua! Non ho fatto del male a nessuno, ho vissuto una vita onesta e un farabutto come quello nasce a Rotterdam o in qualche posto del genere, da qualche parte all’altro capo del mondo, viene fin qui, deruba il suo datore di lavoro, scappa dalla moglie e rovina me e la mia Nina – mi ha rovinato, ti dico – e si fa sparare alla fine da una povera sventurata selvaggia, che in realtà non sa assolutamente nulla di lui. Dov’è il senso di tutto questo? Dov’è la tua Provvidenza? Dov’è il buono per ciascuno in tutto questo? Il mondo è una truffa! Una truffa! Perché devo soffrire? Che cosa ho fatto per essere trattato così?».
Urlò la sua sfilza di domande e improvvisamente si azzittì. L’uomo che sarebbe dovuto diventare professore fece uno sforzo tremendo per articolare chiaramente:
«Mio caro amico, non-non vedi che il sem-semplice fatto che tu esista è off-offensivo… Mi-Mi piaci-piaci…».
Cadde in avanti sul tavolo e terminò i suoi commenti con un russare inaspettato e prolungato.
Almayer scrollò le spalle e ritornò vicino alla balaustra. Beveva molto raramente il gin che lui stesso importava ma, quando lo faceva, una quantità ridicolmente piccola bastava ad indurlo ad assumere un atteggiamento ribelle verso lo schema dell’universo. E ora, sporgendosi dalla ringhiera, gridò sfrontatamente nella notte, volgendo il viso verso quella lontana e invisibile lastra di granito importato su cui Lingard aveva pensato fosse opportuno annotare la misericordia di Dio e la fuga di Willems.
«Papà sbagliava – sbagliava!», urlò. «Voglio che tu paghi per questo – Devi pagare per questo! Dove sei Willems? Ehi?… Ehi?… Dove non c’è pietà per te – spero!».
«Spero», ripeterono le sbigottite foreste, il fiume e le colline in un eco assordante e Almayer, che era rimasto ad aspettare, con quel sorriso attento che ha sulle labbra chi è brillo, non udì altra risposta.