Capitolo primo
«Kaspar! Makan!».
Quella voce stridula, così ben conosciuta, riportò bruscamente Almayer dal sogno di uno splendido futuro alla spiacevole realtà del presente. E anche la voce era spiacevole. Erano molti anni che la sentiva e ogni anno gli era piaciuta di meno. Non aveva importanza; tutto questo sarebbe finito presto.
Si mosse a disagio, ma non badò oltre al richiamo. Coi gomiti appoggiati sulla balaustra della veranda continuò a fissare il grande fiume che scorreva – indifferente e veloce – davanti ai suoi occhi. Gli piaceva guardarlo al tramonto; forse perché a quell’ora il sole calante spandeva una luminosa sfumatura dorata sulle acque del Pantai e i pensieri di Almayer erano spesso impegnati dall’oro; oro che non era riuscito ad assicurarsi; oro di cui altri si erano impadroniti – in modo disonesto, naturalmente – oppure oro che ancora intendeva procurarsi, con i propri onesti sforzi, per sé e per Nina. Si immerse nel suo sogno di ricchezza e di potere, lontano da quella costa dove aveva abitato per così tanti anni, dimenticando l’amarezza della fatica e della lotta nella visione di una ricompensa grande e splendida. Sarebbero vissuti in Europa, lui e la figlia. Sarebbero stati ricchi e rispettati. Nessuno avrebbe pensato al suo sangue misto davanti alla grande bellezza di lei e all’immensa ricchezza di lui. Testimone dei trionfi della figlia anche lui sarebbe ringiovanito, avrebbe dimenticato i venticinque anni di lotta straziante su quella costa dove si sentiva come prigioniero. Tutto questo era quasi a portata di mano. Mancava solo che Dain tornasse! E doveva tornare presto – nel proprio interesse e per la propria parte. Era in ritardo di più di una settimana! Forse sarebbe tornato quella notte.
Erano questi i pensieri di Almayer mentre, in piedi sulla veranda della casa nuova, ma che si stava già deteriorando – quell’ultimo fallimento della sua vita – continuava a guardare il grande fiume. Non aveva nessuna sfumatura d’oro quella sera, perché era stato ingrossato dalle piogge e, sotto i suoi occhi disattenti, faceva rotolare una piena fangosa e tempestosa, trasportando alla deriva piccoli legni e grandi tronchi morti e interi alberi divelti con ancora tutti i rami e le foglie tra le quali l’acqua mulinava e rumoreggiava con furia.
Uno di questi alberi alla deriva si arenò sulla riva in declivio e Almayer, trascurando il suo sogno, lo osservò con un debole interesse. L’albero ruotò lentamente su se stesso, in mezzo al sibilo e alla schiuma dell’acqua e, liberandosi rapidamente dall’ostacolo, cominciò di nuovo a scendere giù per la corrente, girando lentamente e levando in alto un lungo ramo spoglio, come una mano alzata verso il cielo in una muta supplica contro la brutale e inutile violenza del fiume. L’interesse di Almayer per il destino di quell’albero crebbe rapidamente. Si sporse per vedere se avrebbe superato la secca sottostante. La superò e allora lui si ritrasse, pensando che ora la corsa dell’albero era libera fino al mare e invidiò la sorte di quella cosa inanimata che diventava piccola e indistinta nella crescente oscurità. Quando lo perse completamente di vista cominciò a domandarsi quanto sarebbe andato lontano nel mare. La corrente lo avrebbe portato a nord o a sud? A sud probabilmente, finché non fosse stato trasportato in vista di Celebes, fino a Macassar, forse!
Macassar! L’eccitata immaginazione di Almayer si lanciò dietro l’albero nel suo viaggio immaginario, e la sua memoria, tornando indietro nel tempo di circa vent’anni o più, vide un Almayer magro e giovane, vestito tutto di bianco e dall’aspetto modesto, che sbarcava da un postale olandese sulla banchina polverosa di Macassar e veniva a cercare fortuna nei magazzini del vecchio Hudig. Era un momento importante della sua vita, l’inizio di una nuova esistenza. Suo padre, un funzionario subalterno impiegato ai giardini botanici di Buitenzorg, era stato senza dubbio contentissimo di sistemare il figlio in un’azienda del genere. Anche il giovanotto non era stato affatto restio a lasciare le perniciose coste di Giava e le scarse comodità del bungalow dei genitori, dove il padre si lamentava tutto il giorno della stupidità dei giardinieri indigeni e la madre, sprofondata nella sua poltrona rimpiangeva le glorie perdute di Amsterdam, dove era stata allevata, e la sua posizione, là, di figlia di un commerciante di sigari.
Almayer aveva lasciato la sua casa con il cuore leggero e la tasca ancora più leggera, parlando bene l’inglese e ben preparato in aritmetica; pronto a conquistare il mondo, non dubitando mai che ci sarebbe riuscito.
Dopo quei venti anni, in piedi nella soffocante e afosa calura di una sera del Borneo, ricordò con piacevole rammarico l’immagine dei freschi e alti magazzini di Hudig con i loro lunghi e dritti percorsi di casse di gin e balle di merci di Manchester; la grande porta che si apriva senza rumore; la luce incerta del luogo, così piacevole dopo quella abbagliante delle strade; i piccoli spazi, separati tra loro da steccati di legno, in mezzo a pile di mercanzie dove impiegati cinesi, freddi e dagli occhi tristi scrivevano rapidamente e in silenzio in mezzo al frastuono delle squadre di operai che facevano rotolare i barili o spostavano le casse mormorando un canto che finiva in un grido disperato. All’estremità superiore, di fronte alla grande porta, c’era uno spazio cintato più grande, bene illuminato; là il rumore era attutito dalla distanza e sopra di esso si alzava il tintinnio tenue e continuo dei fiorini olandesi d’argento che altri riservati cinesi stavano contando e ammucchiando sotto la supervisione di Mr Vinck, il cassiere, il genio che aveva il controllo del posto – il braccio destro del padrone.
In quello spazio luminoso, Almayer lavorava al suo tavolo non lontano da una porticina dipinta di verde, accanto alla quale stava sempre un malese, con una fascia rossa intorno alla vita e un turbante, la cui mano teneva una cordicella che pendeva dall’alto e si muoveva su e giù con la regolarità di un meccanismo. La corda azionava un punkah dall’altra parte della porta verde, dov’era il cosiddetto ufficio privato, e dove il vecchio Hudig – il padrone sedeva come su un trono, dando udienze rumorose. A volte la porticina si spalancava di colpo rivelando al mondo esterno, attraverso la nebbia azzurrognola del fumo di tabacco, un lungo tavolo pieno di bottiglie di varie forme e un’alta brocca per l’acqua, poltrone di malacca occupate da uomini rumorosi in atteggiamenti scomposti, mentre il padrone, con la testa fuori dalla porta e tenendo la maniglia, borbottava qualcosa di riservato a Vinck; forse mandava un ordine tuonante giù nei magazzini o spiava uno straniero esitante e lo salutava con un amichevole ruggito: «Penfenuto, capitano! Ta tofe fiene? Bali, eh? Ha portato cafalli? Io foglio cafalli! Foglio tutto cvello che ha; ah! ah! Entri!». A quel punto lo straniero veniva trascinato dentro, la porta veniva chiusa in una tempesta di urla e i rumori abituali riempivano il posto; il canto degli operai, il rombo dei barili, lo stridio di penne rapide; mentre sopra a tutto si alzava il musicale tintinnio dei larghi pezzi d’argento che scorrevano incessantemente tra le dita gialle dei cinesi solleciti.
A quel tempo Macassar era brulicante di vita e di commerci. Era il punto dell’isola dove si dirigevano tutti quegli spiriti arditi che, dopo aver armato golette sulla costa australiana, invadevano l’arcipelago malese in cerca di denaro e di avventure. Spavaldi, spericolati, scaltri negli affari, non restii a qualche scaramuccia con i pirati, che si trovavano, anche allora, lungo diverse coste, per fare denaro rapidamente, erano soliti avere un “rendez-vous” generale nella baia sia per commerciare sia per fare bagordi. I mercanti olandesi chiamavano quegli uomini i venditori ambulanti inglesi; alcuni di loro erano indiscutibilmente gentiluomini per i quali quel tipo di vita aveva un suo fascino; la maggior parte erano marinai; il re riconosciuto di tutti loro era Tom Lingard, quello che i malesi, onesti o disonesti, tranquilli pescatori o disperati tagliagole, riconoscevano come “il raja Laut” – il signore del mare.
Almayer aveva già sentito parlare di lui ancora prima che fossero trascorsi tre giorni dal suo arrivo a Macassar, aveva udito le storie delle sue brillanti transazioni d’affari, dei suoi amori e anche dei suoi accaniti combattimenti con i pirati Sulu, insieme con la storia romantica di una certa ragazza trovata in un prao di pirati dal vittorioso Lingard quando, dopo un lungo combattimento, egli aveva abbordato l’imbarcazione, buttando in mare l’equipaggio. Era risaputo che Lingard aveva adottato la ragazza, la stava facendo educare in un convento di Giava e parlava di lei come «mia figlia». Aveva fatto solenne giuramento di farla sposare a un uomo bianco prima di tornare a casa e di lasciarle tutto il suo denaro. «E il capitano Lingard ha molto danaro», diceva Mr Vinck solennemente, con la testa inclinata sulla spalla, «un monte di denaro; più di Hudig!». E dopo una pausa, – giusto per dare il tempo agli ascoltatori di riprendersi da un’affermazione così incredibile – aggiungeva in un sussurro chiarificatore: «Sapete, lui ha scoperto un fiume».
Questo era tutto! Aveva scoperto un fiume! Questo era il fatto che poneva il vecchio Lingard così al di sopra della folla comune di avventurieri d’alto mare che commerciavano con Hudig di giorno, e di notte bevevano champagne, giocavano, cantavano canzoni sguaiate e facevano l’amore con ragazze meticce sotto l’ampia veranda del Sunda Hotel. In quel fiume, di cui soltanto lui conosceva la via d’accesso, Lingard teneva i suoi carichi di vari tipi di merci di Manchester, gong d’ottone, fucili e polvere da sparo. Il suo brigantino Flash, che comandava egli stesso, in quelle occasioni spariva discretamente durante la notte dalla rada, mentre i suoi amici smaltivano gli effetti della bevuta notturna e mentre Lingard, che poteva bere quanto voleva senza risentirne, aspettava di vederli finire sotto il tavolo ubriachi, prima di salire a bordo. Molti avevano cercato di seguirlo e di trovare quella terra dove guttaperca e calamo, conchiglie di madreperla e nidi d’uccelli, cera e gomma-lacca abbondavano, ma il piccolo Flash poteva navigare più veloce di qualunque altra imbarcazione in quei mari. Alcuni di loro naufragarono su banchi di sabbia nascosti o su scogliere coralline, perdendo tutto e salvando a malapena la vita dalla morsa crudele di quel mare assolato e sereno; altri si scoraggiarono e per molti anni le isole verdi dall’aria tranquilla, che custodivano gli accessi alla terra promessa, mantennero il loro segreto con tutta la spietata serenità della natura tropicale. E così Lingard andava e veniva nelle sue segrete o palesi spedizioni, diventando agli occhi di Almayer un eroe per l’audacia e gli enormi profitti delle sue imprese e insomma proprio un grand’uomo allorché lo vedeva marciare lungo il magazzino, grugnire un «Come sta?» a Vinck o salutare Hudig, il padrone, con un impetuoso: «Salve, vecchio pirata! Ancora vivo?» quale preliminare prima di sbrigare gli affari dietro la porticina verde. Spesso la sera, nel silenzio del magazzino ormai deserto, Almayer, mentre metteva via le sue carte prima di essere costretto ad andare a casa con Mr Vinck, presso cui abitava, indugiava ad ascoltare il rumore di un’accesa discussione nell’ufficio privato, udiva il borbottio cupo e monotono del padrone e le interruzioni di Lingard espresse a voce alta – due mastini che combattevano per un osso succulento. Ma alle orecchie di Almayer risuonava come un litigio fra Titani – una battaglia di dèi.
Dopo circa un anno Lingard, che gli affari avevano portato spesso in contatto con Almayer, prese improvvisamente e, per gli spettatori, piuttosto inspiegabilmente in simpatia il giovanotto. Ne cantò le lodi, una notte tardi, davanti a un’allegra bicchierata, ai suoi amici al Sunda e una bella mattina elettrizzò Vinck dichiarando che doveva avere «quel giovane amico come commissario di bordo. Una specie di impiegato del capitano che faccia tutto il lavoro di scribacchino per me». Hudig acconsentì. Almayer, con la naturale voglia di cambiamento della gioventù, non fu affatto riluttante, e dopo aver impacchettato le sue poche cose, cominciò sul Flash una di quelle lunghe crociere in cui il vecchio marinaio era abituato a visitare quasi ogni isola dell’arcipelago. I mesi passavano e l’amicizia di Lingard sembrava aumentare. Spesso, andando su e giù per il ponte con Almayer, quando la debole brezza notturna, carica degli effluvi aromatici delle isole, spingeva dolcemente avanti il brigantino sotto un cielo calmo e scintillante, il vecchio marinaio si confidava con il suo ascoltatore incantato. Parlava della sua vita passata, dei pericoli cui era sfuggito, dei grandi profitti del suo commercio, di nuove combinazioni future che avrebbero portato i profitti a essere ancora più grandi. Aveva nominato spesso la figlia, la ragazza trovata sul prao pirata, parlandone con una strana ostentazione di tenerezza paterna. «Deve essere una ragazza ora», diceva. «Sono quasi quattro anni dacché l’ho vista! Accidenti a me, Almayer, se in questo viaggio non correremo a Sourabaya». E dopo una dichiarazione del genere si cacciava sempre nella sua cabina mormorando a se stesso: «Si deve fare qualcosa – si deve fare». Più di una volta aveva stupito Almayer dirigendosi rapidamente verso di lui, schiarendosi la gola con un poderoso «Ehm!», come se stesse per dire qualcosa, e poi, allontanandosi rapidamente per sporgersi dalle murate in silenzio e osservare, immobile, per ore, lo scintillio del mare fosforescente lungo le fiancate della nave. La notte prima di arrivare a Sourabaya uno di quei tentativi di comunicazione confidenziale riuscì. Dopo essersi schiarito la gola parlò. Parlava con uno scopo: voleva che Almayer sposasse la figlia adottiva. «E non recalcitrare perché sei bianco!», gridò improvvisamente, non lasciando tempo al giovanotto sorpreso di dire neanche una parola. «Niente di tutto questo con me! Nessuno vedrà il colore della pelle di tua moglie. I dollari sono troppo fitti, perché questo sia possibile, te lo dico io! E bada, saranno ancora più fitti prima che io muoia. Ce ne sono milioni, Kaspar! Milioni, dico! E tutti per lei – e per te, se farai quello che ti si dice».
Sbigottito dall’inaspettata proposta, Almayer esitò e restò zitto per un minuto. Aveva il dono di una forte e vivace immaginazione e in quel breve lasso di tempo vide, come in un lampo di luce abbagliante, grandi pile di fiorini lucenti e realizzò tutte le possibilità di un’esistenza opulenta. La stima, l’indolente agiatezza di vita – per la quale si sentiva così adatto – le sue navi, i suoi magazzini, le sue merci (il vecchio Lingard non sarebbe vissuto in eterno) e, a completare l’opera, in un lontano futuro, brillava come un palazzo delle favole il grande palazzo ad Amsterdam, quel paradiso terrestre dei suoi sogni, dove, diventato re in mezzo agli uomini in virtù del denaro di Lingard, avrebbe passato la sera delle sue giornate in un inesprimibile splendore. Per quanto riguardava l’altra faccia della medaglia – dover condividere la vita con una ragazza malese, quell’eredità di una barca di pirati – in lui c’era soltanto una confusa consapevolezza di vergogna dato che lui era un uomo bianco. Tuttavia, un’educazione di quattro anni in un convento! – e poi lei poteva caritatevolmente morire. Lui era sempre fortunato e il denaro è potente! Buttarcisi dentro. Perché no? Aveva una vaga idea di rinchiuderla da qualche parte, da qualunque parte, fuori dal suo splendido futuro. Era abbastanza facile disporre di una donna malese, una schiava, dopo tutto, per la sua mentalità orientale, convento o non convento, cerimonia o non cerimonia.
Alzò la testa e affrontò il marinaio ansioso e ancora risentito.
«Io – naturalmente – qualunque cosa desideri, capitano Lingard».
«Chiamami papà, ragazzo mio. Lei lo fa», disse ammansito il vecchio avventuriero. «Accidenti a me, se fino alla fine non ho pensato che tu avessi intenzione di rifiutare. Bada, Kaspar, io ottengo sempre ciò che voglio, per cui non ti sarebbe servito a niente. Ma tu non sei uno sciocco».
Ricordava bene quel momento – lo sguardo, il tono, le parole, l’effetto che avevano prodotto in lui, anche le cose che lo circondavano. Ricordava lo stretto ponte inclinato del brigantino, la costa silenziosa e addormentata, la liscia superficie nera del mare con una grande striscia d’oro posata dalla luna che stava sorgendo. Ricordava tutto questo e ricordava le sue sensazioni di folle esultanza al pensiero di quella fortuna capitatagli fra le mani. Non era sciocco allora e non lo era adesso. Le circostanze gli erano state contrarie; la fortuna se n’era andata, ma rimaneva la speranza.
Rabbrividì nell’aria notturna e fu d’un tratto consapevole dell’intensa oscurità che, alla scomparsa del sole, aveva circondato il fiume, nascondendo i contorni della riva opposta. Solo il fuoco di rami secchi acceso fuori della palizzata del campo del raja faceva vedere ad intermittenza i tronchi irregolari degli alberi intorno, creando una macchia di rosso acceso in mezzo al fiume dove i tronchi portati dalla corrente correvano verso il mare nelle tenebre impenetrabili. Ricordò confusamente che a un certo punto della sera era stato chiamato dalla moglie. Per la cena probabilmente. Ma un uomo intento a contemplare i relitti del suo passato all’alba di nuove speranze non può avere fame tutte le volte che il suo riso è pronto. Era tempo di tornare a casa, tuttavia; si stava facendo tardi.
Appoggiò cautamente i piedi sulle assi sconnesse verso la scala. Una lucertola, disturbata dal rumore, emise una nota lamentosa e si affrettò verso l’erba alta che cresceva sulla riva. Almayer scese cautamente la scala; ora pienamente memore delle realtà della vita grazie all’attenzione necessaria a prevenire una caduta sul terreno accidentato, dove pietre, assi che stavano marcendo e travi segate a metà erano accatastate in un’inestricabile confusione. Mentre si voltava verso la casa dove abitava – “la mia vecchia casa” la chiamava – il suo orecchio avvertì il tonfo continuo di pagaie nell’oscurità del fiume. Restò immobile sul sentiero, attento e sorpreso che ci fosse qualcuno sul fiume così gonfio a quell’ora tarda. Ora poteva udire distintamente le pagaie e anche parole scambiate rapidamente a voce bassa, il pesante respiro degli uomini che combattevano contro la corrente e che costeggiavano la riva dove era lui. Piuttosto vicino anche, ma era troppo buio per distinguere qualunque cosa sotto gli arbusti sporgenti.
«Arabi, senza dubbio», borbottò tra sé Almayer scrutando nella fitta oscurità. «Che stanno facendo ora? Sarà uno degli affari di Abdulla; maledetto!».
L’imbarcazione era molto vicina ora.
«Ohi! C’è qualcuno?», gridò Almayer.
Il suono delle voci cessò, ma le pagaie andarono con impeto come prima. Poi la vegetazione davanti ad Almayer tremò e il secco rumore delle pagaie che cadevano dentro la canoa risuonò nella quiete della notte. Si stavano trattenendo fra i cespugli ora; ma Almayer poteva a malapena scorgere l’indistinta sagoma scura di una testa e delle spalle di un uomo al di sopra della riva.
«Sei tu, Abdulla?», disse Almayer dubbioso.
Una voce profonda rispose:
«Tuan Almayer sta parlando a un amico. Non c’è nessun arabo qui».
Il cuore di Almayer dette un gran balzo.
«Dain!», esclamò. «Finalmente! Finalmente! Ti ho aspettato ogni giorno e ogni notte. Ti avevo quasi dato per spacciato».
«Niente mi avrebbe potuto impedire di tornare qui», disse l’altro quasi violentemente. «Neanche la morte», mormorò a se stesso.
«Questo è un discorso da amico ed è molto bello», rispose Almayer di cuore. «Ma qui sei troppo lontano. Scendi al molo e lascia che i tuoi uomini cuociano il loro riso nel mio campo mentre noi parliamo in casa».
Non ci fu risposta a quell’invito.
«Che succede?», chiese Almayer a disagio. «E tutto a posto con il brigantino, spero?»
«Il brigantino è dove nessun Orang Blanda ci può mettere le mani sopra», disse Dain con un tono triste nella voce che Almayer, nella sua euforia, mancò di notare.
«Bene», disse. «Ma dove sono tutti i tuoi uomini? Ce ne sono solo due con te».
«Ascolta, Tuan Almayer», disse Dain. «Il sole di domani mi vedrà nella tua casa e allora parleremo. Ora devo andare dal raja».
«Dal raja? Perché? Che vuoi da Lakamba?»
«Tuan, domani parleremo da amici. Devo vedere Lakamba stanotte».
«Dain, non starai per abbandonarmi ora che tutto è pronto?», chiese Almayer, con voce supplichevole.
«Non sono ritornato? Ma per prima cosa devo vedere Lakamba per il tuo e per il mio bene».
Quella testa indistinta scomparve improvvisamente. Il cespuglio, lasciato andare dal rematore di prua, scattò all’indietro con un sibilo e spruzzò Almayer di acqua fangosa, mentre lui si chinava in avanti, cercando di vedere.
In breve la canoa si portò velocemente nella striscia di luce che si spandeva sul fiume dal grande fuoco sulla riva opposta, svelando i profili dei due uomini che stavano remando e una terza figura a poppa che agitava la pagaia di direzione, la testa coperta da un enorme cappello rotondo, come un fungo stranamente spropositato.
Almayer osservò la canoa finché questa oltrepassò la linea di luce. Poco dopo il mormorio di numerose voci lo raggiunse attraverso l’acqua. Vide le torce prese dalla pila fiammeggiante che per un momento resero visibile il cancello della palizzata intorno alla quale si erano affollati. Poi, a quanto parve, entrarono. Le torce scomparvero e il fuoco sparpagliato mandò soltanto un bagliore debole e intermittente.
Almayer si diresse verso casa a lunghi passi e con la mente inquieta. Sicuramente Dain non stava pensando d’ingannarlo. Era assurdo. Sia Dain che Lakamba erano troppo interessati al successo del suo piano. Fidarsi dei malesi è un lavoro sterile; ma poi anche i malesi hanno un po’ di buon senso e capiscono quali sono i loro interessi. Sarebbe andato tutto bene – doveva andare bene. A questo punto della sua elucubrazione si trovò ai piedi dei gradini che portavano alla veranda di casa sua. Dal punto dove si trovava poteva vedere entrambi i rami del fiume. Il ramo principale del Pantai era perso in un’oscurità completa, dal momento che anche il fuoco del raja si era spento; ma su per il tratto navigabile di Sambir poteva seguire la lunga fila di case malesi che affollavano la riva, con una debole luce che brillava qua e là attraverso le pareti di bambù o una torcia fumigante che bruciava sulle piattaforme costruite sul fiume. Più in là, dove l’isola finiva in una bassa scogliera, s’innalzava una nera massa di costruzioni torreggiante sopra i fabbricati malesi. Costruite solidamente sopra un terreno duro con molto spazio intorno, costellate di molte luci che per splendore e intensità facevano pensare alla paraffina e alle lampade di vetro, si ergevano la casa e i magazzini di Abdulla bin Selim, il grande mercante di Sambir. Per Almayer quella vista era molto sgradevole e mostrò il pugno a quelle costruzioni che, nella loro evidente prosperità, gli sembravano fredde, insolenti e sprezzanti delle sue scomparse fortune.
Salì lentamente gli scalini di casa.
In mezzo alla veranda si trovava un tavolo rotondo. Su di esso una lampada a kerosene senza il globo spandeva un bagliore violento sui tre lati interni. Il quarto lato era aperto e affacciava sul fiume. Fra i supporti grezzi del tetto a punta pendevano logori stuoini. Non c’era soffitto e la cruda lucentezza della lampada sfumava in alto in una dolce penombra che si perdeva nell’oscurità fra le travi. La parete centrale era divisa in due dalla porta di un corridoio centrale chiusa da una tenda rossa. La stanza delle donne affacciava su quel corridoio che portava al cortile posteriore e alla baracca della cucina. In una delle pareti laterali c’era una porta. Parole mezzo cancellate – UFFICIO: LINGARD & CO. – erano ancora leggibili sulla porta polverosa che aveva l’aria di non essere stata aperta da molto tempo. Vicino all’altra parete laterale si trovava una sedia a dondolo di legno incurvato a fuoco, mentre vicino al tavolo e per la veranda quattro poltrone di legno erano desolatamente disposte come se si vergognassero dello squallore che le circondava. Un mucchio di comuni stuoini giaceva in un angolo, con una vecchia amaca tesa diagonalmente sopra. Nell’altro angolo dormiva un malese, la testa avvolta in un pezzo di calicò rosso, raggomitolato in un mucchio senza forma, uno degli schiavi della casa di Almayer – che lui definiva “la mia gente”. Una numerosa e caratteristica adunata di falene stava tenendo un gran festino intorno alla lampada seguendo la musica vivace degli sciami di zanzare. Sotto il tetto di foglie di palma le lucertole correvano sulle travi chiamando sommessamente. Una scimmia incatenata a uno dei supporti della veranda – che si era ritirata per la notte sotto la grondaia – scrutava e faceva larghi sorrisi ad Almayer, mentre si appendeva a uno dei bastoncelli di bambù del tetto e provocava uno sgrullo di polvere e foglie secche che andava a cadere sul tavolo malridotto. Il pavimento era scabro, con molte piante appassite e terra secca sparse qua e là. Un’aria generale di squallida trascuratezza pervadeva il posto. Grandi macchie rosse sul pavimento e sulle pareti stavano a testimoniare quanto frequentemente e indiscriminatamente fosse masticata la noce di betel. La leggera brezza che veniva dal fiume faceva oscillare dolcemente le veneziane strappate, facendo giungere dalle foreste della riva opposta un profumo debole e malsano, come di fiori in decomposizione.
Sotto il passo pesante di Almayer le assi della veranda scricchiolarono rumorosamente. L’uomo che dormiva nell’angolo si mosse a disagio, mormorando parole indistinte. Ci fu un leggero fruscio dietro la tenda davanti alla porta e una voce dolce chiese in malese: «Sei tu, papà?»
«Sì, Nina. Ho fame. Dormono tutti in questa casa?».
Lo disse allegramente e si lasciò cadere con un sospiro di contentezza nella poltrona più vicina al tavolo. Nina Almayer venne alla porta seguita da una vecchia malese che si dette da fare a mettere sul tavolo un piatto pieno di pesce e riso, una brocca d’acqua e una bottiglia mezza piena di genever, e dopo aver ordinatamente messo davanti al padrone un bicchiere incrinato e un cucchiaio di stagno se ne andò senza far rumore. Nina rimase vicino al tavolo appoggiandovi leggermente una mano. Il viso rivolto verso l’oscurità esterna, attraverso la quale i suoi occhi sognanti sembravano vedere qualche immagine incantevole, aveva uno sguardo d’impaziente attesa. Come meticcia era alta, con il profilo regolare del padre, modificato e accentuato dalla forma quadrata della parte inferiore del viso ereditata dagli avi materni – i pirati sulu. La bocca decisa, con le labbra leggermente aperte che facevano vedere il luccichio dei denti bianchi, conferiva una vaga idea di ferocia all’espressione impaziente dei suoi lineamenti. Tuttavia gli occhi scuri e perfetti avevano tutta la tenera dolcezza di espressione comune alle donne malesi, ma con il bagliore di un’intelligenza superiore. Guardavano gravemente, spalancati e seri, come se fossero di fronte a qualcosa invisibile ad altri occhi, mentre lei rimaneva lì tutta vestita di bianco, eretta, flessuosa, aggraziata, inconscia di sé, la fronte bassa ma spaziosa incorniciata da una massa splendente di lunghi capelli neri che le cadevano sulle spalle in folte trecce e facevano sembrare la sua carnagione leggermente olivastra ancora più chiara in contrasto al loro colore carbone.
Almayer attaccò il riso con avidità, ma dopo pochi bocconi s’interruppe, il cucchiaio in mano e guardò la figlia in modo strano.
«Hai sentito passare una barca circa mezz’ora fa, Nina?», chiese.
La ragazza gli dette una rapida occhiata e, togliendosi dalla luce, volse le spalle al tavolo.
«No», disse lentamente.
«C’era una barca. Finalmente! Dain stesso, e ha continuato per andare da Lakamba. Lo so perché me l’ha detto lui. Gli ho parlato, ma non è voluto venire qua stanotte. Verrà domani, ha detto».
Ingoiò un’altra cucchiaiata, poi disse:
«Sono quasi felice stanotte, Nina. Posso vedere la fine di una lunga strada che ci porta lontano da questo miserabile pantano. Presto andremo via di qui, tu e io, mia cara figlioletta, e allora…».
Si alzò da tavola e rimase a guardare fisso davanti a sé, come se stesse contemplando qualche visione affascinante.
«E poi saremo felici», continuò, «tu e io. Vivere ricchi e rispettati lontano da qui e dimenticare questa vita e tutta questa lotta e tutta questa miseria!».
Si avvicinò alla figlia e le carezzò i capelli.
«Non è bene fidarsi di un malese», disse, «ma devo riconoscere che questo Dain è un perfetto gentiluomo – un perfetto gentiluomo», ripeté.
«Gli hai chiesto di venire qui, papà?», domandò Nina, senza guardarlo.
«Certo, naturalmente. Partiremo dopodomani», disse Almayer allegramente. «Non dobbiamo perdere tempo. Sei contenta, ragazzina?».
Lei era alta quasi quanto lui, ma gli piaceva ricordare quando era piccola ed erano tutto l’uno per l’altra.
«Sono contenta», rispose lei, molto piano.
«Naturalmente», disse Almayer, gaiamente, «non puoi immaginare cosa ti aspetta. Anch’io non sono mai stato in Europa, ma ne ho sentito parlare così spesso da mia madre che mi sembra di saperne tutto. Vivremo una… una vita spendida. Vedrai».
Di nuovo rimase zitto accanto alla figlia, preso da quella visione incantevole. Dopo un po’ agitò il pugno verso il villaggio addormentato.
«Ah! Abdulla, amico mio», gridò, «vedremo chi avrà la meglio dopo tutti questi anni!».
Volse gli occhi verso il fiume e commentò placidamente:
«Un altro temporale. Bene! Nessun tuono mi terrà sveglio stanotte, lo so! Buonanotte, ragazzina», sussurrò, baciandole teneramente la guancia. «Non sembri molto felice stasera, ma domani avrai un viso più allegro. Eh?».
Nina aveva ascoltato il padre con viso impassibile, con gli occhi semichiusi che ancora guardavano nella notte, fattasi ora più scura per una cupa nube carica di pioggia che era avanzata lentamente giù dalle colline nascondendo le stelle, amalgamando cielo, foresta e fiume in un’unica massa di oscurità quasi palpabile. La debole brezza era scomparsa, ma il rombo distante del tuono e i tenui guizzi dei lampi avvertivano che la tempesta si stava avvicinando. Con un sospiro la ragazza si girò verso il tavolo.
Almayer era sull’amaca, già mezzo addormentato.
«Prendi la lampada, Nina», mormorò assonnato. «Questo posto è pieno di zanzare. Va’ a dormire, figlia».
Ma Nina spense la lampada e si voltò di nuovo verso la balaustra della veranda, mettendo un braccio intorno al sostegno di legno e guardando impaziente il tratto navigabile del Pantai. E lì, immobile nella calma opprimente della notte tropicale, vedeva, a ogni lampo, la foresta, che fiancheggiava entrambe le rive a monte del fiume, piegarsi per le furiose raffiche della tempesta incipiente e il tratto a monte del fiume battuto dal vento fino a diventare schiuma bianca e le nubi nere, lacerate in forme fantastiche, che si allungavano basse sopra gli alberi ondeggianti. Intorno a lei tutto era ancora calmo e immobile, ma udiva in lontananza il ruggito del vento, il sibilo della pioggia intensa, lo sciabordio delle onde sul fiume tormentato. Si avvicinavano sempre più, con forti rombi di tuono e lunghi lampi vividi, seguiti da brevi periodi di terrificante oscurità. Quando la tempesta raggiunse il punto in cui l’acqua era più bassa e divideva il fiume in due rami, la casa fu scossa dal vento, la pioggia batté rumorosamente sul tetto di foglie, il tuono si fece sentire in un rombo prolungato, i lampi incessanti illuminarono un tumulto di acque agitate, tronchi alla deriva e grandi alberi che si piegavano per quella forza brutale e spietata.
Non turbato dalla manifestazione notturna del monsone, il padre dormiva serenamente, dimentico delle sue speranze, delle sue disgrazie, dei suoi amici e dei suoi nemici e la figlia rimaneva immobile, scrutando avidamente, a ogni lampo, il largo fiume con uno sguardo fisso e ansioso.
Capitolo secondo
Quando, aderendo all’inaspettata domanda di Lingard, Almayer aveva acconsentito a sposare la ragazza malese, nessuno sapeva che il giorno in cui l’interessante giovane convertita aveva perduto tutti i suoi parenti naturali e aveva trovato un padre bianco, aveva combattuto disperatamente come gli altri a bordo del prao e che soltanto una brutta ferita a una gamba le aveva impedito di saltare fuoribordo, come i pochi altri sopravvissuti. Là, sul ponte di prua del prao, la trovò il vecchio Lingard, sotto un mucchio di pirati morti o morenti, e la fece portare sulla poppa del Flash prima che l’imbarcazione malese fosse data alle fiamme e mandata alla deriva. Lei era cosciente e nella grande pace e immobilità della sera tropicale che seguì il tumulto della battaglia, guardò andare alla deriva nell’oscurità in un grande rombo di fumo e fiamme tutto quello che, nel suo modo selvaggio di pensare, aveva caro sulla terra. Rimase lì, non badando alle mani attente che si prendevano cura della sua ferita, silenziosa e assorta, a osservare la pira funebre di quegli uomini coraggiosi che lei aveva ammirato così tanto e aiutato così bene nella lotta contro il temibile «raja Laut».
La leggera brezza notturna spinse dolcemente il brigantino verso sud e la grande fiammata di luce diventò sempre più piccola finché scintillò soltanto all’orizzonte come una stella cadente e tramontò: la spessa calotta di fumo rifletté per un breve momento il bagliore delle fiamme ormai nascoste e poi scomparve anch’essa.
Lei capì che in quel bagliore che svaniva se ne andava anche la sua vecchia vita. Da quel momento ci sarebbe stata schiavitù in paesi lontani, fra gente straniera, in ambienti sconosciuti e forse terribili. Pur avendo solo quattordici anni, realizzò la sua posizione e arrivò a quella conclusione, l’unica possibile per una ragazza malese, maturata presto sotto il sole tropicale e non ignara delle proprie attrattive delle quali aveva udito esprimere una calorosa ammirazione da parte di molti coraggiosi guerrieri dell’equipaggio del padre. Temeva l’ignoto; per il resto accettava la sua posizione con calma, com’era costume della sua gente, e la considerava anche quasi naturale; non era infatti figlia di guerrieri, conquistata in battaglia e non apparteneva giustamente al raja vittorioso? Anche l’evidente gentilezza del terribile vecchio doveva provenire, così pensava, dall’ammirazione per la prigioniera e la vanità lusingata le alleviò gli spasimi di dolore dopo una così terribile calamità. Forse, se avesse conosciuto i muri alti, i giardini tranquilli e le suore silenziose del convento di Samarang, dove il destino la stava portando, avrebbe cercato la morte per il timore e l’odio di una tale costrizione. Ma nell’immaginazione, si raffigurava la solita vita di una ragazza malese – il solito succedersi di duro lavoro e amore appassionato, di intrighi, ornamenti d’oro, duro lavoro domestico e di quella grande seppure occulta influenza che è uno dei pochi diritti delle donne quasi selvagge. Ma il suo destino, nelle rudi mani di quel vecchio lupo di mare che agiva sotto gli irrazionali impulsi del cuore prese un aspetto, dal suo punto di vista, terribile e strano. Sopportò tutto – la reclusione, l’insegnamento e la nuova fede – con calma sottomissione, nascondendo l’odio e il disprezzo per tutta quella nuova vita. Imparò molto facilmente la lingua eppure capì molto poco della nuova fede che le buone suore le insegnarono, assimilando rapidamente soltanto gli elementi superstiziosi della religione. Chiamava Lingard padre, in modo dolce e carezzevole, a ognuna delle visite brevi e rumorose che le faceva, per la netta impressione che egli fosse una potenza grande e pericolosa che era bene propiziarsi. Non era il suo padrone ora? E durante quei lunghi quattro anni nutrì la speranza di trovare favore ai suoi occhi e infine diventarne la moglie, il consigliere e la guida.
Questi sogni per il futuro furono dispersi dall’ordine del raja Laut che fece la fortuna di Almayer come quel giovane ardentemente sperava. E vestita di un odioso abbigliamento elegante che veniva dall’Europa, al centro del circolo interessato della società di Batavia, la giovane convertita rimase davanti all’altare insieme a un bianco sconosciuto e dall’aria imbronciata. Perché Almayer era a disagio, un po’ disgustato e fortemente incline a scappare. Un prudente timore per il suocero di adozione e una giusta considerazione del proprio benessere materiale gli impedirono di fare uno scandalo; tuttavia, mentre giurava fedeltà, stava architettando piani per liberarsi di quella graziosa ragazza malese in un futuro più o meno lontano. Lei, comunque, ricordava abbastanza gli insegnamenti del convento per capire bene che, per le leggi degli uomini bianchi, stava per diventare la compagna di Almayer e non la sua schiava e si ripromise di agire di conseguenza.
Così quando il Flash carico di materiali per costruire una nuova casa lasciò il porto di Batavia, portando la giovane coppia nello sconosciuto Borneo, non portava sul ponte tutto quell’amore e quella felicità di cui il vecchio Lingard era abituato a vantarsi davanti ad amici occasionali sulle verande di diversi alberghi. In quanto a lui, il vecchio marinaio era perfettamente felice. Ora aveva fatto il suo dovere verso la ragazza. «Sapete, io l’ho resa orfana», concludeva spesso solennemente, quando parlava delle proprie faccende a un uditorio di bighelloni di passaggio sulla costa – com’era sua abitudine fare. E le grida di approvazione di quegli ascoltatori mezzi ubriachi riempivano quell’anima semplice di orgoglio e delizia. «Io porto tutto a buon fine», era un altro dei suoi modi di dire e in ottemperanza a quel principio, spingeva la costruzione della casa e dei magazzini sul fiume Pantai con fretta febbrile. La casa per la giovane coppia; i magazzini per il grande commercio che Almayer stava per sviluppare mentre lui (Lingard) si sarebbe potuto dedicare a qualche lavoro misterioso di cui si era parlato solo per accenni, ma era chiaro si riferiva a oro e diamanti nell’interno dell’isola. Anche Almayer era impaziente. Avesse saputo quello che lo aspettava non avrebbe potuto essere così impaziente e pieno di speranza mentre rimaneva a guardare l’ultima canoa della spedizione di Lingard sparire alla curva superiore del fiume. Quando, voltandosi, osservò la graziosa casetta, i grandi magazzini costruiti accuratamente da un esercito di carpentieri cinesi, il nuovo molo intorno al quale erano raggruppate le canoe mercantili, provò un’improvvisa esaltazione al pensiero che il mondo era suo.
Ma il mondo doveva per prima cosa essere conquistato e la conquista non era così facile come aveva pensato. Gli fu ben presto fatto capire che non era desiderato in quell’angolo di mondo dove il vecchio Lingard e la propria debole volontà lo avevano collocato, in mezzo a intrighi senza scrupoli e a una feroce competizione commerciale. Gli arabi avevano scoperto il fiume, avevano stabilito una stazione commerciale a Sambir e dove commerciavano loro, volevano essere padroni e non ammettevano rivali. Lingard tornò senza avere avuto successo dalla sua prima spedizione e partì di nuovo, spendendo tutti i profitti del commercio legale in quei viaggi misteriosi. Almayer lottò con le difficoltà della sua posizione, senza amici e senza aiuto, salvo per la protezione accordatagli, per rispetto a Lingard, dal vecchio raja, il predecessore di Lakamba. Lakamba stesso, che allora viveva come privato cittadino in una radura di riso, sette miglia a valle del fiume, esercitò tutta la sua influenza per favorire i nemici dell’uomo bianco, complottando contro il vecchio raja e Almayer con una evidenza di coincidenze, che dimostrava chiaramente una profonda conoscenza dei loro affari più segreti. Apparentemente amichevole, si poteva vedere spesso la sua sagoma corpulenta sulla veranda di Almayer; il turbante verde e il bolero ricamato d’oro brillavano nella prima fila della dignitosa ressa di malesi venuti a salutare Lingard al suo ritorno dall’entroterra; i suoi inchini cerimoniosi erano i più profondi e le sue strette di mano le più calorose quando dava il benvenuto al vecchio mercante. Ma i suoi occhietti coglievano i segni del tempo ed egli si allontanava da quegli incontri con un sorriso soddisfatto e furtivo per avere poi lunghi conciliaboli con il suo amico e alleato, Syed Abdulla, il capo della stazione commerciale araba, un uomo di grande ricchezza e grande influenza nelle isole.
A quel tempo nel villaggio si credeva generalmente che le visite di Lakamba a casa di Almayer non fossero limitate a quegli incontri ufficiali. Spesso, nelle notti di luna, i pescatori di Sambir in ritardo vedevano una piccola canoa uscire velocemente dallo stretto ruscello dietro la casa dell’uomo bianco e il solitario occupante remare cautamente lungo il fiume nelle ombre profonde della riva; e quegli episodi, debitamente riferiti, venivano discussi intorno al fuoco serale fino a notte inoltrata con quelle espressioni ciniche tanto comuni tra gli aristocratici malesi e con un malizioso piacere per le sfortune domestiche dell’Orang Blanda – l’odiato olandese. Almayer continuò a lottare disperatamente, ma con una debolezza di propositi che lo privava di ogni possibilità di successo contro uomini così privi di scrupoli e risoluti quali erano i suoi rivali: gli Arabi. L’attività commerciale scomparve dagli ampi magazzini e anche questi marcirono pezzo per pezzo. Il banchiere del vecchio, Hudig di Macassar, fallì e con questo se ne andò l’intero capitale disponibile. I profitti degli anni passati erano stati assorbiti dalla smania esplorativa di Lingard che era nell’interno – forse morto – e in ogni caso non dava segno di vita. Almayer rimase solo in mezzo a quelle circostanze avverse, provando un po’ di conforto soltanto nella compagnia della figlioletta, nata due anni dopo il matrimonio e che a quel tempo aveva sei anni. La moglie aveva ben presto cominciato a trattarlo con selvaggio disprezzo che si manifestava con un imbronciato silenzio che solo occasionalmente mutava in una marea di selvagge invettive. Sentì che lei lo odiava e ne vide gli occhi gelosi osservare lui e la bambina quasi con un’espressione d’odio. Era gelosa dell’evidente preferenza della fanciulla per il padre e Almayer sentì di non essere al sicuro con quella donna in casa. Mentre lei bruciava il mobilio e faceva a pezzi le belle tende nel suo irragionevole odio per quei segni di civiltà, Almayer, spaventato da quegli scoppi di natura selvaggia, meditava in silenzio il modo migliore per liberarsi di lei. Pensò a tutto; progettò anche di ucciderla in modo irresoluto e poco efficace, ma non osò far niente – aspettando ogni giorno il ritorno di Lingard con le notizie di qualche immensa e abbondante ricchezza. Lui effettivamente tornò, ma invecchiato, malato, il fantasma di quello che era stato, con un fuoco febbrile che gli bruciava negli occhi infossati, quasi l’unico sopravvissuto di una spedizione numerosa. Ma era riuscito alla fine! Indicibili ricchezze erano a portata di mano; aveva ancora bisogno di denaro – solo un altro po’ per realizzare il sogno di una favolosa ricchezza. E Hudig era fallito! Almayer racimolò tutto quello che poté, ma il vecchio ne voleva di più. Se Almayer non poteva ottenerlo, sarebbe andato a Singapore – anche in Europa, ma prima di tutto a Singapore e avrebbe portato la piccola Nina con sé. La bambina doveva essere educata decentemente. Aveva buoni amici a Singapore che avrebbero avuto cura di lei e le avrebbero fatto avere un insegnamento adeguato. Sarebbe andato tutto bene e quella bambina, sulla quale il vecchio marinaio sembrava aver trasferito tutto l’affetto che aveva avuto per la madre, sarebbe stata la donna più ricca dell’Oriente – anche del mondo. Così gridava il vecchio Lingard, andando su e giù per la veranda con il passo pesante che teneva sul cassero, gesticolando con un sigaro acceso; cencioso, scarmigliato, entusiasta; e Almayer, sedendo raggomitolato su una pila di stuoie, pensò con terrore alla separazione dall’unico essere umano che amava – con terrore ancora maggiore, forse, alla scena con la moglie, quella tigre selvaggia privata della prole. Mi avvelenerà, pensò il povero sventurato, ben consapevole di quella maniera facile e definitiva di risolvere i problemi sociali, politici o familiari nella vita malese.
Con sua grande sorpresa lei prese la notizia con molta calma, dando a lui e a Lingard solo un’occhiata furtiva, senza dire una parola. Questo non le impedì, comunque, il giorno successivo di saltare nel fiume e nuotare dietro l’imbarcazione sulla quale Lingard stava portando via la bambinaia con la bambina che strillava. Almayer dovette inseguirla con la baleniera e tirarla su per i capelli in mezzo a grida e maledizioni sufficienti a tirar giù il cielo. Eppure dopo due giorni passati a lamentarsi, tornò al suo precedente modo di vivere, masticando noce di betel e sedendo tutto il giorno in mezzo alle sue donne in una istupidita oziosità. Da allora invecchiò rapidamente e si scuoteva dalla sua apatia soltanto per riconoscere la presenza accidentale del marito con una osservazione aspra o un’esclamazione insultante. Lui le aveva costruito nel campo un rifugio presso la riva dove lei viveva in perfetta solitudine. Le visite di Lakamba erano cessate quando, in seguito a un adeguato decreto della Provvidenza e l’aiuto di una piccola manipolazione scientifica, il vecchio governante di Sambir aveva lasciato questa vita. Ora al suo posto regnava Lakamba, essendogli stati utili i suoi amici arabi presso le autorità olandesi. Syed Abdulla era il grand’uomo e il grande mercante del Pantai. Almayer era rovinato e inerme sotto la fitta rete dei loro intrighi e doveva la vita soltanto alla supposta conoscenza del prezioso segreto di Lingard che era scomparso. Questi aveva scritto una volta da Singapore dicendo che la bambina stava bene ed era affidata a una certa signora Vinck e che lui stava per andare in Europa per procurarsi il denaro necessario alla grande impresa. «Tornerò presto indietro. Non ci dovrebbero essere difficoltà», scrisse, «la gente accorrerà con il denaro». Evidentemente non l’aveva fatto, perché ci fu soltanto un’altra lettera in cui egli diceva di essere malato, di non aver trovato nessun parente vivo, eccetto qualcuno alla lontana. Poi ci fu il silenzio completo. Apparentemente l’Europa aveva ingoiato il raja Laut e Almayer cercò invano a ovest un raggio di luce in quell’oscurità di speranze andate in frantumi. Gli anni passarono e le rare lettere della signora Vinck e più tardi della ragazza stessa erano le uniche cose che rendevano la vita sopportabile in mezzo alla trionfante crudeltà del fiume. Ora Almayer viveva solo, avendo smesso anche di andare a trovare i suoi debitori che non pagavano, sicuri della protezione di Lakamba. Il fedele sumatrese Alì gli cuoceva il riso e gli faceva il caffè perché lui non si fidava di nessun altro e meno di tutti della moglie. Ammazzava il tempo vagando tristemente tra i sentieri inselvatichiti intorno alla casa, visitando i magazzini ormai a pezzi dove qualche arma d’ottone coperta di verderame e solo poche casse rotte di merci di Manchester ridotte in pezzi gli ricordavano i bei tempi andati, quando tutto era pieno di vita e di merci e lui godeva la vista di una scena piena d’attività sulla riva del fiume, avendo a fianco la figlioletta. Ora le canoe provenienti dall’entroterra scivolavano oltre il piccolo molo sconnesso della Lingard & Co., per remare verso il ramo a monte del Pantai e raggrupparsi intorno alla nuova banchina di Abdulla. Non che amassero Abdulla, ma non osavano commerciare con l’uomo la cui stella era tramontata. Se lo avessero fatto sapevano che non si dovevano aspettare compassione dall’arabo o dal raja; non avrebbero avuto riso a credito in tempi di carestia da nessuno dei due e Almayer non poteva aiutarli, avendone a volte appena a sufficienza per sé. Almayer, nel suo isolamento disperato, spesso invidiava il vicino, il cinese Jim-Eng che vedeva allungato su una pila di fresche stuoie, un cuscino di legno sotto la testa, una pipa d’oppio tra le dita deboli. Lui, comunque, non cercava consolazione nell’oppio – forse era troppo dispendioso – o forse il suo orgoglio di uomo bianco lo salvava da quella degradazione; ma più verosimilmente era il pensiero della figlia che si trovava nei lontani insediamenti degli Stretti. Aveva avuto più spesso sue notizie da quando Abdulla aveva comprato una nave a vapore che ora percorreva la rotta fra Singapore e l’insediamento sul Pantai, ogni tre mesi circa. Almayer si sentì più vicino alla figlia e programmò un viaggio a Singapore, ma rimandò la partenza di un anno, aspettando sempre un qualche cambiamento favorevole della fortuna. Non voleva incontrarla a mani vuote e senza parole di speranza da dire. Non poteva riportarla in quella vita selvaggia alla quale era condannato lui stesso. Aveva anche un po’ paura di lei. Che cosa avrebbe pensato di lui? Contò gli anni. Una donna ormai. Una donna civile, giovane e piena di speranze; mentre lui si sentiva vecchio e disperato e molto simile a quei selvaggi che aveva intorno. Si chiese quale sarebbe stato il futuro della figlia. Non poteva ancora rispondere a quella domanda e non osò presentarsi di fronte a lei. Eppure desiderava ardentemente vederla. Esitò per anni.
Alla sua esitazione pose fine l’inaspettata comparsa di Nina a Sambir. Arrivò con il vapore sotto la protezione del capitano. Almayer la osservò sorpreso e meravigliato. Durante quei dieci anni la ragazza era diventata una donna dai capelli neri, la carnagione olivastra, alta e bella, con grandi occhi tristi in cui l’espressione spaventata comune alle donne malesi era mitigata da una sfumatura pensosa ereditata dagli antenati europei. Almayer pensò con sgomento all’incontro fra la moglie e la figlia, a quello che questa seria fanciulla in abiti europei avrebbe pensato di quella madre che masticava noce di betel, accoccolata in una capanna buia, disordinata, mezza nuda e musona. Temeva anche uno scoppio d’ira da parte di quella peste di donna che fino a quel momento aveva fatto in modo di tenere tollerabilmente calma, salvando così quello che rimaneva del mobilio in rovina. E rimase lì sotto il sole cocente davanti alla porta chiusa della capanna ad ascoltare il mormorio delle voci, a domandarsi cosa stesse succedendo nell’interno, da cui tutte le ragazze di servizio erano state cacciate all’inizio dell’incontro e ora, vicino agli steccati, con le facce mezze coperte, stavano raggruppate curiose a chiacchierare e a fare congetture. Lui si dimenticò di dove si trovava nel tentativo di cogliere qualche occasionale parola attraverso le pareti di bambù, finché il capitano del vapore, che era venuto su con la ragazza, temendo un’insolazione, non lo prese sotto braccio e lo portò sotto l’ombra della veranda dove si trovava già il baule di Nina, sbarcato dai marinai del vapore. Non appena il capitano Ford ebbe un bicchiere davanti ed ebbe acceso il sigaro, Almayer gli chiese una spiegazione per quell’arrivo inaspettato della figlia. Ford disse poco, a parte generalizzare in termini vaghi ma violenti sulla stupidità delle donne in generale e della signora Vinck in particolare.
«Sai, Kaspar», disse, come conclusione, ad Almayer che era tutto agitato, «è terribilmente scomodo avere una ragazza meticcia in casa. Ci sono in giro tanti sciocchi. C’era quel giovane della banca che andava a casa dei Vinck a ogni ora. La vecchia pensò che fosse per la sua Emma. Quando scoprì cosa lui voleva esattamente, ci fu un fracasso, te lo posso dire io. Non voleva avere Nina in casa – neanche un’altra ora. Fatto sta che sentii di questa faccenda e portai la ragazza da mia moglie. Mia moglie è piuttosto una brava donna – come tutte le donne – e parola mia l’avremmo tenuta finché tu non fossi arrivato, ma lei non è voluta rimanere. E adesso! Non adirarti, Kaspar. Siediti lì fermo. Che ci puoi fare? È meglio così. Lasciala stare con te. Lei non è mai stata felice là. Quelle due ragazze Vinck non sono meglio di scimmie ben vestite. La trattavano con disprezzo. Non puoi farla diventare bianca. Non serve a niente imprecare contro di me. Non puoi. Malgrado tutto, è una brava ragazza, ma non ha voluto raccontare niente a mia moglie. Se vuoi sapere qualcosa, chiediglielo tu stesso; ma fossi in te, la lascerei da sola. Non ti preoccupare del denaro del viaggio, amico mio, se adesso sei a corto». E il capitano, buttando via il sigaro, se ne andò per «andare a vedere quello che stava succedendo a bordo» (come disse).
Almayer aspettò invano di sentire dalla figlia la causa del suo ritorno. Né quello, né un qualche altro giorno lei alluse mai alla sua vita a Singapore. Lui non si preoccupò di chiedere, intimorito dalla calma impassibilità di quel viso, da quegli occhi seri che guardavano, oltre lui, le grandi e immobili foreste addormentate in un maestoso riposo con l’accompagnamento del mormorio del grande fiume. Accettò la situazione, felice dell’affetto gentile e protettivo che la ragazza gli dimostrava, abbastanza irregolarmente, perché, come diceva lei, aveva i suoi giorni di cattivo umore in cui andava a trovare la madre e rimaneva lunghe ore nella capanna sulla riva, uscendone impenetrabile come sempre, ma pronta a rispondere a qualunque discorso del padre con uno sguardo sprezzante e una parola brusca. Lui si abituò anche a questo e in quei giorni se ne stava tranquillo, anche se era profondamente preoccupato dell’influenza della moglie sulla ragazza. Per il resto Nina si adattò magnificamente alle circostanze di una vita mezza selvaggia e miserabile. Accettò senza domande o senza apparente disgusto l’incuria, il deterioramento, la povertà della casa, l’assenza di mobilio e la preponderanza della dieta a base di riso sulla tavola familiare. Viveva con Almayer nella casetta (che ora stava tristemente andando in rovina) costruita originariamente per la giovane coppia. I malesi diligentemente discussero il suo arrivo. All’inizio ci furono affollate udienze mattutite di donne con i loro bambini, che impazienti cercavano di ottenere «Ubat» per tutte le malattie del corpo dalla giovane Mem Putih. Nella frescura della sera, arabi seri, nelle lunghe vesti bianche e con i boleri gialli, camminavano lentamente sul sentiero polveroso lungo la riva verso il cancello di Almayer e facevano formali visite a quel miscredente con inconsistenti scuse d’affari, soltanto per dare in modo molto decoroso un’occhiata a quella giovane fanciulla. Anche Lakamba uscì dalla sua palizzata con una gran pompa di canoe da guerra e ombrelli rossi e sbarcò sul marcio moiette della Lingard & Co. Venne, parlò, comprò un paio di fucili d’ottone come regalo per un amico, il capo dei daiaki di Sambir e mentre Almayer, sospettoso ma cortese, si dava da fare a dissotterrare nei magazzini i vecchi fucili ad aria compressa, il raja sedeva su una poltrona della veranda, circondato dal suo seguito rispettoso, aspettando invano l’apparizione di Nina. Lei era in uno dei suoi giorni di malumore e rimase nella capanna della madre osservando con lei i cerimoniosi comportamenti che si tenevano sulla veranda. Il raja se ne andò, frustrato ma affabile e presto Almayer cominciò a raccogliere il beneficio delle migliorate relazioni con il governante sotto la forma del recupero di alcuni debiti, che gli furono pagati con molte scuse e molti profondi inchini cerimoniosi da debitori che fino a quel momento egli aveva considerato insolventi senza speranza. In queste migliorate circostanze Almayer si rianimò un po’. Forse non tutto era perduto. Pensò che quegli arabi e malesi alla fine avevano visto che lui era un uomo abbastanza capace. E cominciò, com’era sua abitudine, a programmare grandi cose, a sognare grandi ricchezze per sé e per Nina. Specialmente per Nina! Sotto questi impulsi vivificanti chiese al capitano Ford di scrivere ai suoi amici in Inghilterra e fare ricerche di Lingard. Era vivo o morto? Se era morto, aveva lasciato delle carte, dei documenti, delle indicazioni o delle tracce sulla sua grande impresa? Nel frattempo lui aveva trovato, in mezzo ai rifiuti in una delle stanze vuote, un taccuino del vecchio avventuriero. Studiò l’illeggibile scrittura di quelle pagine e spesso vi si soffermò a rifletterci. Anche altre cose lo risvegliarono dalla sua apatia. Lo scalpore provocato in tutte le isole dalla fondazione della British Borneo Company influì anche sul pigro corso della vita sul Pantai. Si aspettavano grandi cambiamenti; si parlava di annessione; gli arabi diventarono gentili. Almayer cominciò a costruire una nuova casa per i futuri ingegneri, rappresentanti o colonizzatori della nuova compagnia. Spese per essa ogni fiorino disponibile con cuore fiducioso. Soltanto una cosa disturbava la sua felicità; la moglie uscì dal suo isolamento introducendo la giacca verde, i poveri sarong, la voce stridula e quell’aspetto da strega nella sua vita tranquilla dentro il piccolo bungalow. E la figlia sembrò accettare quella selvaggia intrusione nella sua esistenza quotidiana con calma meravigliosa. A lui non piaceva, ma non osò dire niente.
Capitolo terzo
Le deliberazioni di Londra hanno un’importanza di vasta portata e così la decisione presa negli uffici nascosti dalla nebbia della compagnia del Borneo oscurarono per Almayer la brillante luce solare dei tropici e aggiunsero un’altra goccia di amarezza al calice delle sue disillusioni. La rivendicazione di quella parte della costa orientale fu abbandonata, lasciando il Pantai sotto la sovranità nominale dell’Olanda. A Sambir ci furono gioia ed eccitazione. Gli schiavi furono fatti sparire in fretta nella foresta e nella giungla e le bandiere furono issate sugli alti pennoni del campo del raja in attesa di una visita delle navi da guerra olandesi.
La fregata rimase ancorata fuori della foce del fiume e le imbarcazioni arrivarono rimorchiate da una lancia a vapore facendosi cautamente strada in mezzo a una ressa di canoe piene di malesi elegantemente vestiti. Gli ufficiali comandanti ascoltarono con aria seria i discorsi di lealtà di Lakamba, ricambiarono gli inchini di Abdulla e, in eccellente malese, assicurarono quei signori dell’amicizia e della buona volontà del grande raja di Batavia verso il sovrano e gli abitanti di quello stato modello che era Sambir.
Almayer, dalla veranda, osservò il festoso procedere delle cose dall’altra parte del fiume, udì la detonazione delle armi d’ottone che salutava la nuova bandiera offerta a Lakamba e il basso mormorio della folla di spettatori che ondeggiava intorno alla palizzata. Il fumo delle salve si alzò in nuvole bianche sullo sfondo verde delle foreste ed egli non poté fare a meno di paragonare le proprie speranze con quel fumo che svaniva rapidamente. Pur essendo olandese, non esultò affatto per l’evento, eppure dovette costringersi a comportarsi cortesemente quando, finito il ricevimento ufficiale, gli ufficiali di marina della commissione traversarono il fiume per fare visita al solitario bianco di cui avevano sentito parlare desiderando anche, senza dubbio, vederne di sfuggita la figlia. Da quel lato furono disillusi, dato che Nina rifiutò di farsi vedere; ma sembrarono consolarsi facilmente con il gin e i sigari che un ospitale Almayer mise loro davanti e, sprofondati a loro agio nelle poltrone zoppicanti all’ombra della veranda, mentre fuori il sole fiammeggiante sembrava aver messo a bollire a fuoco lento il grande fiume, riempirono il piccolo bungalow con i suoni inusuali delle lingue europee, con le risate e il chiasso delle arguzie marinare alle spalle del grasso Lakamba con cui si erano congratulati così tanto, proprio quella mattina. I più giovani, con un impulso improvviso di buon cameratismo, fecero parlare il loro ospite e Almayer, stimolato dalla vista di facce europee, dal suono di voci europee, aprì il cuore a quegli stranieri comprensivi, non accorgendosi del divertimento che la narrazione delle sue numerose sventure provocava in quei futuri ammiragli. Bevvero alla sua salute, gli augurarono di trovare molti grossi diamanti e una montagna d’oro, espressero anche la loro invidia per gli alti destini che ancora lo aspettavano. Incoraggiato da tanta cordialità, lo sciocco sognatore con i capelli bianchi invitò i suoi ospiti a visitare la sua nuova casa. Vi andarono passando tra l’erba alta in processione disordinata, mentre le loro imbarcazioni erano pronte a ridiscendere il fiume nel fresco della sera. Nelle grandi stanze vuote, dove il vento tiepido, che entrava da quelle che avrebbero dovuto essere finestre, faceva volteggiare dolcemente le foglie secche e la polvere di molti giorni d’abbandono, Almayer, in giacca bianca e sarong a fiori, circondato da un circolo di scintillanti uniformi, batté il piede per mostrare la solidità dei pavimenti accuratamente montati e si dilungò sulle bellezze e le comodità della costruzione. Ascoltarono e annuirono, stupiti della meravigliosa semplicità e della sciocca fiducia di quell’uomo, finché Almayer, trascinato dalla sua eccitazione, non espresse il rammarico per il mancato arrivo degli inglesi «che sapevano come sviluppare un paese ricco», secondo la sua espressione. A quell’affermazione così genuina ci fu una risata generale tra gli ufficiali olandesi che si mossero verso le imbarcazioni; ma quando Almayer, poggiando cautamente i piedi sulle assi marcite del molo Lingard, cercò di avvicinare il capo della commissione accennando timidamente alla protezione necessaria a un cittadino olandese contro gli astuti arabi, quel diplomatico d’acqua salata gli rispose significativamente che gli arabi erano cittadini migliori di quegli olandesi che facevano commercio illegale di polvere da sparo con i malesi. L’innocente Almayer riconobbe immediatamente in questo la lingua melliflua di Abdulla e la solenne capacità di persuadere di Lakamba, ma, prima che avesse il tempo di formulare un’indignata protesta, la lancia a vapore e la fila di imbarcazioni si mossero rapidamente giù per il fiume, lasciandolo sul molo a bocca aperta per la rabbia e la sorpresa. Si doveva discendere il fiume per trenta miglia da Sambir fino alle isole dell’estuario simili a gemme dove la fregata stava aspettando il ritorno delle imbarcazioni. La luna era spuntata molto tempo prima che le barche avessero percorso la metà della distanza e le nere foreste, che dormivano tranquillamente sotto i suoi freddi raggi, quella notte furono svegliate dalle risate risonanti in quella piccola flottiglia, provocate da qualche rievocazione della dolorosa narrazione di Almayer. Salate facezie alle spalle del pover’uomo passarono da barca a barca, la mancata apparizione della figlia fu commentata con grave disappunto e la casa incompiuta, costruita per accogliere gli inglesi, ricevette in quella festosa notte il nome di «Follia di Almayer» per voto unanime di quegli allegri marinai.
Per molte settimane dopo questa visita la vita a Sambir ebbe lo stesso corso piatto e tranquillo. Il sole che ogni giorno lanciava i suoi raggi mattutini al di sopra delle cime degli alberi, illuminava l’usuale scena di attività quotidiana. Nina, che camminava sul sentiero che costituiva l’unica strada dell’insediamento, vedeva il consueto spettacolo di uomini distesi sul lato ombroso delle case, sulle alte piattaforme; di donne laboriosamente impegnate a pilare il riso quotidiano; di scuri bambini nudi che correvano lungo i sentieri ombrosi e stretti che portavano alle radure. Jim-Eng, che girellava davanti alla casa, la salutava con un cenno amichevole prima di entrare a cercare la sua adorata pipa di oppio. I bambini più grandi le facevano crocchio intorno, per la vecchia conoscenza, tirandole l’orlo della veste bianca con le loro dita scure e mostrando i denti brillanti aspettando una pioggia di perline di vetro. Lei li salutava con un placido sorriso, ma aveva sempre parole amichevoli per una ragazza siamese, una schiava di Bulangi, le cui numerose mogli si diceva che avessero un carattere violento. Voci ben fondate dicevano anche che i litigi domestici di quell’industrioso coltivatore finivano generalmente in un assalto combinato di tutte le mogli contro la schiava siamese. La ragazza non si lamentava mai – forse per ragioni di prudenza – ma più probabilmente per quella strana, rassegnata apatia propria di quelle donne mezzo-selvagge. La si poteva vedere fin dal mattino presto sui sentieri tra le case – vicino alla riva o sui moli con il vassoio di dolci, che aveva il compito di vendere, perfettamente bilanciato sulla testa. Durante la grande calura del giorno cercava abitualmente rifugio nel campo di Almayer, trovando spesso riparo in un angolo ombroso della veranda, dove, quando veniva invitata da Nina, si accoccolava con il vassoio davanti a sé. Per la “Mem Putih” aveva sempre un sorriso, ma la presenza della signora Almayer, il suono stesso di quella voce stridula erano il segnale per un’affrettata partenza.
Nina parlava spesso alla ragazza; gli altri abitanti di Sambir non udirono mai o raramente il suono della sua voce. Si abituarono alla figura silenziosa che si muoveva in mezzo a loro calma e vestita di bianco, un essere di un altro mondo e a loro incomprensibile. Tuttavia la vita di Nina, nonostante tutta la sua compostezza esteriore, nonostante tutto quell’apparente distacco dalle cose e dalle persone che la circondavano, era lontana dall’essere tranquilla, a causa della signora Almayer che era fin troppo attiva per la felicità e anche per la sicurezza della casa. Aveva ripreso qualche rapporto con Lakamba, non personalmente, è vero (dato che la dignità teneva quel sovrano all’interno della sua palizzata), ma per mezzo del suo primo ministro, capitano di porto, consigliere finanziario e factotum. Quel signore – di origine Sulu – era certamente dotato delle qualità di statista, pur essendo totalmente privo di attrattive personali. In verità era assolutamente repellente, avendo un occhio solo e la faccia butterata, con il naso e le labbra terribilmente sfigurati dal vaiolo. Questo individuo così poco attraente gironzolava spesso nel giardino di Almayer in un costume informale, composto da un pezzo di cotonina rosa intorno alla vita. Là, dietro la casa, accoccolandosi sui talloni sulle ceneri sparse, molto vicino alla grande caldaia di ferro, dove veniva cotto dalle donne il riso quotidiano della famiglia sotto la supervisione della signora Almayer, quell’astuto negoziatore portava avanti lunghe conversazioni in lingua sulu con la moglie di Almayer. Quale fosse il soggetto dei loro discorsi lo si poteva indovinare dalle scenate che seguivano presso il focolare domestico di Almayer.
Da qualche tempo Almayer aveva cominciato a fare escursioni a monte del fiume. In una piccola canoa, con due rematori e il fedele Alì come timoniere, spariva pochi giorni per volta. Tutti i suoi movimenti erano certamente osservati da vicino da Lakamba e da Abdulla, perché si supponeva che quell’uomo, che una volta era il confidente del raja Laut, fosse in possesso di preziosi segreti. La popolazione della costa del Borneo crede senza riserve che nell’interno si trovino diamanti di valore favoloso e miniere d’oro d’enorme ricchezza. Tutte quelle fantastiche dicerie erano accresciute dalla difficoltà di penetrare profondamente nell’interno, specialmente lungo la costa nord-orientale, dove i malesi e le tribù rivierasche dei Daiaki o cacciatori di teste sono, da sempre, in lotta. È abbastanza vero che un po’ d’oro raggiunge la costa nelle mani di quei Daiaki quando questi, durante i brevi periodi di tregua in quel discontinuo guerreggiare, visitano gli insediamenti malesi sulla costa. E così su quell’esigua base si costruiscono e crescono le esagerazioni più pazzesche.
Almayer, come bianco – e come Lingard prima di lui – aveva in qualche modo relazioni migliori con le tribù a monte del fiume. Tuttavia anche le sue escursioni non erano senza pericolo e i suoi ritorni erano ansiosamente attesi dall’impaziente Lakamba. Ma ogni volta il raja rimaneva deluso.
I colloqui accanto alla pentola del riso del suo factotum Babalatchi con la moglie dell’uomo bianco erano inutili. L’uomo bianco stesso era impenetrabile – impenetrabile alla persuasione, alle blandizie, agli insulti; alle parole dolci e agli strilli ingiuriosi; alle implorazioni disperate o alle minacce di morte; perché la signora Almayer, con il suo acutissimo desiderio di persuadere il marito ad allearsi con Lakamba, interpretava l’intera gamma delle passioni. Con la veste sporca avvolta strettamente sotto le ascelle sul petto magro, i radi capelli grigiastri che cadevano in disordine sugli zigomi sporgenti, in atteggiamento supplice, descriveva con stridula loquacità i vantaggi di una stretta unione con un uomo così buono e che si comportava così lealmente.
«Perché non vai dal raja?», strillava. «Perché torni da quei daiaki nella grande foresta? Dovrebbero essere uccisi. Tu non puoi ucciderli, tu non puoi; ma gli uomini del nostro raja sono coraggiosi! Tu di’ al raja dov’è il tesoro del vecchio uomo bianco. Il nostro raja è buono! È proprio nostro padre, Datu Besar! Ucciderà quei miserabili daiaki e tu avrai la metà del tesoro. Oh, Raspar, di’ dove si trovail tesoro! Dimmelo! Dimmi del surat del vecchio dove leggi così spesso la notte».
In quelle occasioni Almayer sedeva con le spalle curve sotto l’esplosione di quella tempesta domestica, sottolineando soltanto ogni pausa nel torrente di eloquenza della moglie con un borbottio arrabbiato: «Non c’è nessun tesoro! Vai via, donna!». Esasperata alla vista di quel paziente ripiegarsi, lei alla fine girava intorno al tavolo in modo da averlo di fronte e afferrandosi la veste con una mano, stendeva l’altro braccio magro e la mano simile a un artiglio per accentuare, in uno scoppio di rabbia e di disprezzo, la rapida raffica di dure osservazioni e amare maledizioni con cui ricopriva l’uomo indegno di associarsi con i coraggiosi capi malesi. Tutto questo finiva generalmente con Almayer che si alzava lentamente, la lunga pipa in mano, il viso chiuso in un’espressione di intimo dolore e si allontanava in silenzio. Scendeva gli scalini e s’immergeva nell’erba alta mentre andava verso la solitudine della casa nuova, trascinando i piedi in uno stato di collasso fisico per il disgusto e la paura davanti a quella furia. Lei lo seguiva fino alla soglia delle scale e lanciava frecciate di indiscriminati insulti dietro la figura umana che si ritirava. E ognuna di queste scene si concludeva con un grido penetrante, che lo raggiungeva da lontano: «Lo sai, Raspar, io sono tua moglie! La tua vera moglie secondo la vostra legge Blanda!». Perché lei sapeva che questa era la cosa peggiore di tutte; il maggior rammarico della vita di quell’uomo.
A tutte queste scene Nina assisteva impassibile. Non esprimeva alcuna opinione, come se fosse sorda, muta e senza sentimenti. Spesso, tuttavia, quando il padre aveva cercato rifugio nelle grandi stanze polverose della «Follia di Almayer» e la madre, esausta per gli sforzi oratori, si accoccolava stancamente sui talloni appoggiandosi a una gamba del tavolo, Nina le si avvicinava curiosa, proteggendosi la gonna dal succo di betel che cospargeva il pavimento e la fissava come si potrebbe guardare nel cratere quiescente di un vulcano dopo una distruttiva eruzione. I pensieri della signora Almayer, dopo quelle scene, erano solitamente rivolti ai ricordi dell’infanzia e li esprimeva in una sorta di monotono recitativo – leggermente sconnesso, ma che in generale descriveva le glorie del sultano di Sulu, il suo grande splendore, il suo potere, il suo grande valore; il terrore che paralizzava i cuori degli uomini bianchi alla vista dei suoi veloci prao pirata.
E queste affermazioni sulla potenza del nonno erano mescolati a frammenti di ricordi più recenti, in cui il combattimento con il brigantino del “diavolo bianco” e la vita nel convento di Samarang occupavano il posto principale. A quel punto, generalmente, lasciava cadere il filo della narrazione e tirando fuori la piccola croce d’ottone, che portava sempre al collo, la contemplava con timore superstizioso. L’unico bagaglio teologico che la signora Almayer aveva per affrontare la tempestosa strada della vita era un sentimento superstizioso connesso a alcune vaghe proprietà magiche di quel pezzetto di metallo e l’ancor più confuso ma terribile concetto di alcuni cattivi geni e tormenti orribili inventati, così pensava lei, per punirla in modo particolare, dalla buona madre superiora in caso avesse perduto quel talismano. La signora Almayer aveva perlomeno qualcosa cui attaccarsi, ma Nina, allevata sotto l’ala protestante della rispettabile signora Vinck, non aveva neanche un pezzetto d’ottone che le ricordasse gli insegnamenti del passato. E ascoltando la narrazione di quelle glorie selvagge, di quei barbari combattimenti, di quei festini feroci, la storia di atti di valore, anche se in qualche modo sanguinari, in cui gli uomini della razza della madre spiccavano molto al di sopra degli Orang Blanda, si sentiva irresistibilmente affascinata e vedeva con indefinibile sorpresa il meschino manto di moralità, in cui persone ben intenzionate avevano avvolto la sua giovane anima, cadere e lasciarla tremante e indifesa come sull’orlo di un abisso profondo e sconosciuto. La cosa più strana era che quell’abisso non la spaventava quando era sotto l’influenza di quell’essere simile a una strega che chiamava madre. Nell’ambiente civilizzato sembrava aver dimenticato quale fosse la sua vita prima che Lingard l’avesse, per così dire, rapita da Sambir. Da allora aveva avuto un insegnamento cristiano, un’educazione mondana, e una buona vaga idea della vita civilizzata. Sfortunatamente i suoi insegnanti non avevano capito la sua natura e l’educazione era finita in una scena umiliante, in una esplosione di disprezzo da parte dei bianchi per il suo sangue misto. Ne aveva sentita tutta l’amarezza e ricordava perfettamente che l’indignazione della virtuosa signora Vinck non era tanto diretta contro il giovanotto della banca quanto contro l’innocente causa dell’infatuazione del giovanotto. E non aveva neanche dubbi che la causa principale del risentimento della signora Vinck era il pensiero che una cosa del genere fosse dovuta accadere in un nido bianco, dove erano appena tornate dall’Europa le sue colombe bianche come la neve, le due signorine Vinck, per trovare riparo sotto l’ala materna e lì aspettare l’arrivo degli irreprensibili uomini del loro destino. Neanche il pensiero del denaro così faticosamente messo insieme da Almayer e così puntualmente spedito per le spese di Nina, aveva potuto dissuadere la signora Vinck dalla sua virtuosa risoluzione. Nina era stata mandata via e in verità la ragazza stessa voleva andarsene, nonostante fosse un po’ spaventata dal cambio imminente. E ora da tre anni viveva sul fiume con una madre selvaggia e un padre che si aggirava in mezzo ai trabocchetti, con la testa fra le nuvole, debole, indeciso e infelice. Aveva vissuto una vita priva di tutte le norme del vivere civile, in condizioni familiari miserevoli; aveva respirato quell’atmosfera di sordidi complotti per ottenere profitti, di intrighi e delitti non meno disgustosi per concupiscenza o denaro e quelle cose, insieme alle liti familiari, erano gli unici eventi di quei tre anni di esistenza. Non era morta di disperazione e di disgusto il primo mese, come si aspettava e quasi sperava. Al contrario, dopo sei mesi le era sembrato di non aver conosciuto altra vita. La sua giovane mente cui era stato maldestramente permesso di avere un’idea di cose migliori e che era stata poi ributtata indietro nel pantano privo di speranza della barbarie, pieno di passioni forti e incontrollate, aveva perduto la capacità di fare distinzioni. A Nina non sembrava ci fosse cambiamento o differenza. Vedeva soltanto le stesse manifestazioni di amore, di odio e di sordida avidità nell’inseguire l’incerto dollaro in tutti i suoi aspetti molteplici ed evanescenti, sia che commerciassero in magazzini di mattoni o sulla riva fangosa del fiume; sia che cercassero di ottenere molto o poco; sia che facessero l’amore sotto l’ombra dei grandi alberi o all’ombra della cattedrale sulla passeggiata di Singapore; sia che complottassero per i propri fini sotto la protezione delle leggi e secondo i dettami della condotta cristiana oppure che cercassero la gratificazione dei loro desideri con l’astuzia selvaggia e la sfrenata crudeltà di nature così prive di cultura come le loro immense e oscure foreste. Alla sua natura risoluta, comunque, dopo tutti quegli anni, la sincerità d’intenti selvaggia e senza compromessi dimostrata dai suoi consanguinei malesi, le sembrava in ultimo preferibile alla melliflua ipocrisia, alle cortesi finzioni, alle virtuose pretese di quei bianchi con cui aveva avuto la sfortuna di venire in contatto. Dopo tutto questa era la sua vita e lo sarebbe stata e pensandola così, era caduta sempre più sotto l’influenza della madre. Cercando, nella sua ignoranza, l’aspetto migliore di quella vita, ascoltava con avidità i racconti della vecchia delle glorie scomparse dei raja, dalla cui razza lei era nata e era diventata a poco a poco più insofferente, più sprezzante della parte bianca della sua discendenza rappresentata da un padre debole e senza tradizioni.
Le difficoltà di Almayer erano senza dubbio diminuite grazie alla presenza della ragazza a Sambir. È vero che l’agitazione causata dal suo arrivo era sparita e Lakamba non aveva rinnovato le sue visite, ma circa un anno dopo la partenza dei battelli delle navi da guerra, il nipote di Abdulla, Syed Reshid, era tornato dal pellegrinaggio alla Mecca, con una giacca verde e l’orgoglioso titolo di Hadji. Ci fu un gran lancio di razzi a bordo del vapore che lo portava e un gran battere di tamburi nel campo di Abdulla per tutta la notte, mentre la festa di benvenuto si prolungava fino alle prime ore del mattino. Reshid era il nipote favorito e l’erede di Abdulla e lo zio amorevole, incontrando un giorno Almayer vicino al fiume, si fermò educatamente per uno scambio di cortesie e per chiedere formalmente un incontro. Almayer sospettò un tentativo di truffa o comunque qualcosa di spiacevole, ma naturalmente acconsentì manifestando grande letizia. Perciò la sera successiva, dopo il tramonto, Abdulla venne, accompagnato da diversi altri uomini dalla barba grigia e dal nipote. Il giovanotto – dall’aspetto vizioso e dissoluto – ostentò la massima indifferenza per tutto quello che succedeva. Quando i portatori di torce si furono raggruppati in fondo agli scalini e i visitatori si furono seduti sulle sedie zoppicanti, Reshid rimase da solo nell’ombra, esaminandosi le piccole mani aristocratiche con grande attenzione. Almayer, sorpreso dalla grande solennità dei visitatori, si appollaiò in un angolo del tavolo con caratteristica mancanza di dignità, immediatamente notata dagli arabi con grave disapprovazione. Ma in quel momento parlò Abdulla, fissando, oltre Almayer, la tenda rossa che pendeva davanti all’entrata e che tremava leggermente, denotando la presenza delle donne dall’altra parte.
Cominciò col rallegrarsi abilmente con Almayer per i molti anni trascorsi insieme in cordiale vicinanza e pregò Allah che gli concedesse ancora molti anni per rallegrare gli occhi degli amici con la sua gradita presenza. Fece un cortese accenno alla grande considerazione dimostrata ad Almayer dalla commissione olandese e ne dedusse la lusinghiera conclusione della grande importanza di Almayer fra la propria gente. Anche lui – Abdulla – era importante fra tutti gli arabi e suo nipote Reshid sarebbe stato l’erede di quella posizione sociale e di grandi ricchezze. Ora era un Hadji. Possedeva diverse donne malesi, continuò Abdulla, ma era tempo che avesse una moglie favorita, la prima delle quattro consentite dal Profeta. E, parlando con affettata cortesia, spiegò inoltre allo stupito Almayer che, se egli avesse acconsentito all’unione della figlia con quel vero credente e uomo virtuoso che era Reshid, lei sarebbe stata la padrona di tutti gli splendori della casa di Reshid e la prima moglie dell’arabo più importante delle isole, quando lui – Abdulla – sarebbe stato chiamato alle gioie del Paradiso da Allah il totalmente misericordioso. «Sai, Tuan», disse infine, «le altre donne sarebbero sue schiave e la casa di Reshid è grande. Da Bombay ha portato grandi divani, tappeti costosi e mobili europei. C’è anche un grande specchio in una cornice che brilla come l’oro. Cosa potrebbe volere di più una ragazza?». E mentre Almayer lo guardava sbigottito, Abdulla parlò in tono più confidenziale, facendo cenno al suo seguito di allontanarsi e finì il discorso mettendo in rilievo i vantaggi materiali di una tale alleanza e offrendo di depositare a nome di Almayer tremila dollari come segno della sua sincera amicizia e come prezzo della ragazza. Il povero Almayer stava per avere un colpo. Bruciando dal desiderio di prendere Abdulla per la gola, gli bastò pensare alla sua posizione disperata in mezzo a uomini senza legge per capire la necessità di una soluzione diplomatica. Dominò i suoi impulsi e parlò cortesemente e freddamente, dicendo che la ragazza era giovane ed era la luce dei suoi occhi. Tuan Reshid, un fedele e un pellegrino, non avrebbe voluto un infedele nel suo harem e, vedendo Abdulla sorridere scettico a quell’ultima obiezione, rimase zitto, non fidandosi di dire altro, non osando né rifiutare categoricamente né dire qualcosa di compromettente. Abdulla comprese il significato di quel silenzio e si alzò per congedarsi con un grave inchino cerimonioso. Augurò al suo amico Almayer “mille anni” e si avviò giù per le scale, doverosamente aiutato da Reshid. I portatori di fiaccole spensero le torce, spandendo una pioggia di faville sul fiume e il corteo si allontanò, lasciando Almayer agitato, ma enormemente sollevato che se ne fossero andati. Si lasciò cadere su una sedia e stette a guardare le luci baluginanti fra i tronchi degli alberi finché scomparvero e al passo pesante dei piedi e al mormorio delle voci seguì un completo silenzio. Non si mosse finché la tenda non frusciò e Nina uscì sulla veranda e sedette sulla sedia a dondolo dove passava molte ore ogni giorno. Le diede un leggero movimento, appoggiandosi indietro con gli occhi semichiusi, i lunghi capelli che le riparavano il viso dalla luce fumosa della lampada sul tavolo. Almayer la guardò con circospezione, ma quel viso era impassibile come sempre. Lei volse leggermente la testa verso il padre e sorprendendolo grandemente, chiese in inglese:
«Era Abdulla quello che era qui?»
«Sì», disse Almayer, «se n’è appena andato».
«E cosa voleva, papà?»
«Voleva comprarti per Reshid», rispose Almayer, brutalmente, facendo prevalere la rabbia e guardando la ragazza come se si aspettasse che manifestasse un qualche sentimento. Ma Nina rimase apparentemente impassibile, fissando con aria sognante la notte buia.
«Fa’ attenzione, Nina», disse Almayer, alzandosi dopo un breve silenzio, «quando te ne vai sola sulla tua canoa a remare per i torrenti. Quel Reshid è un farabutto violento e non si sa quel che può fare. Mi senti?».
Lei ora era in piedi, pronta a rientrare, con una mano che già teneva la tenda dell’entrata. Si voltò, mandando indietro le trecce pesanti con un gesto improvviso.
«Pensi che oserebbe?», chiese rapidamente e quindi si voltò di nuovo per entrare, aggiungendo a voce più bassa: «Non oserebbe. Gli arabi sono tutti codardi».
Almayer guardò meravigliato dove lei era scomparsa. Non cercò il riposo dell’amaca. Percorse il pavimento con aria assente, fermandosi di tanto in tanto accanto alla balaustra a pensare. La lampada si spense. La prima striscia dell’alba eruppe sopra la foresta; Almayer rabbrividì nell’aria umida. «Ci rinuncio», mormorò tra sé, distendendosi stancamente. «Accidenti a quelle donne! Bene! Accidenti se la ragazza non aveva l’aria di voler essere rapita!».
E sentì un’indicibile paura insinuarglisi nel cuore, facendolo rabbrividire ancora.
Capitolo quarto
Quell’anno, verso il finire del monsone di sud-ovest, voci inquietanti raggiunsero Sambir. Il capitano Ford, salendo alla casa di Almayer per una chiacchieratina serale, portò gli ultimi numeri dello «Straits Times» che riferivano le notizie della guerra di Acheen e dell’insuccesso della spedizione olandese. I nakamba dei rari prao da carico che risalivano il fiume facevano visita a Lakamba, discutevano con quel sovrano l’incerto stato delle cose e scuotevano gravemente la testa nel raccontare la pressione fiscale dell’Orang Blanda, la severità e la diffusa tirannia, come era esemplificato dalla totale interruzione del commercio di polvere da sparo e dalla rigorosa perquisizione di tutte le imbarcazioni sospette che commerciavano negli stretti di Macassar. Anche la leale anima di Lakamba fu profondamente scossa da un intimo scontento per l’improvvisa confisca di centocinquanta barili di quel prodotto da parte della cannoniera Princess Amelia, quando, dopo un viaggio rischioso, aveva quasi raggiunto l’imboccatura del fiume. Le spiacevoli notizie gli furono date da Reshid che, dopo la non riuscita conclusione dei suoi progetti matrimoniali, aveva fatto un lungo viaggio tra le isole per scopi commerciali; aveva comprato la polvere per l’amico e, sulla via del ritorno, la sua nave era stata perquisita a fondo e il carico gli era stato sequestrato, quando già si stava congratulando con se stesso per l’acume con cui era sfuggito alla perlustrazione.
La collera di Reshid era rivolta principalmente contro Almayer che egli sospettava avesse informato le autorità olandesi della guerriglia condotta dagli arabi e dal raja contro le tribù daiaki a monte del fiume.
Con grande sorpresa di Reshid, il raja accolse le sue lamentele molto freddamente e non mostrò di avere alcuna intenzione di vendetta nei confronti dell’uomo bianco. In verità, Lakamba sapeva molto bene che Almayer era perfettamente innocente riguardo ogni intromissione negli affari dello stato e inoltre il suo atteggiamento, nei confronti di quell’individuo così perseguitato, era del tutto cambiato in conseguenza della riconciliazione tra lui e il vecchio nemico, favorita da un recente amico di Almayer, Dain Maroola.
Almayer ora aveva un amico. Poco dopo la partenza di Reshid per il suo viaggio commerciale, Nina, lasciando portare lentamente lacanoa dalla marea nel suo ritorno verso casa, dopo una delle sue solitarie escursioni, aveva udito un tonfo, come di pesanti cime che cadevano nell’acqua e il canto ritmato dei marinai malesi quando devono tirare qualcosa di pesante. Attraverso i bordi fitti dei cespugli che nascondevano l’imbocco del torrente, aveva visto gli alti alberi di un veliero attrezzato all’europea che sovrastava le cime delle palme di nipa. Un brigantino veniva tirato fuori dal piccolo torrente verso il fiume. Il sole era tramontato e, durante i brevi momenti del crepuscolo, Nina aveva visto il brigantino, aiutato dalla brezza serale e dalla marea che saliva, dirigersi verso Sambir con la vela di trinchetto spiegata. La ragazza aveva fatto girare la canoa, fuori dal ramo principale del fiume, in uno dei molti stretti canali in mezzo alle boscose isolette e aveva remato energicamente sulle nere e stagnanti acque, verso Sambir. La canoa aveva sfiorato le palme acquatiche, rasentato i brevi tratti di riva fangosa dove alligatori tranquilli la guardavano con pigra indifferenza e, proprio mentre l’oscurità stava prevalendo, era scivolata velocemente nella larga congiunzione dei due rami principali del fiume, dove il brigantino era già all’ancora con le vele serrate, i pennoni bracciati in croce e i ponti apparentemente deserti. Nina doveva traversare il fiume e passare piuttosto vicino al brigantino per raggiungere la casa sul basso promontorio tra i due rami del Pantai. A monte di entrambi i rami, nelle case costruite lungo le rive e sull’acqua, brillavano già le luci che si riflettevano nelle acque ferme sottostanti. Il brusio delle voci, il pianto occasionale di un bambino, il rullio rapido e bruscamente interrotto dei tamburi di legno, insieme a qualche lontano richiamo nell’oscurità di pescatori che stavano tornando, l’avevano raggiunta di là dalla larga distesa del fiume. Aveva esitato un po’ prima di traversare, dato che la vista di un oggetto così insolito come una nave attrezzata all’europea le causava un senso di molestia, ma il fiume nella sua ampia distesa era scuro abbastanza da rendere invisibile la piccola canoa. Aveva spinto la piccola imbarcazione con colpi veloci della pagaia, stando in ginocchio sul fondo e piegandosi in avanti per cogliere ogni suono sospetto, mentre manovrava verso il moletto della Lingard & Co. verso cui serviva da guida la forte lampada a kerosene che brillava sulla veranda dipinta di bianco del bungalow di Almayer. Il molo stesso, all’ombra della riva ricoperta da cespugli piegati in giù, era nascosto nel buio. Ancor prima di vederlo, aveva udito il cupo urto di un grande battello contro i pali in rovina e aveva udito anche il mormorio di una conversazione a bassa voce in quell’imbarcazione, la cui tinta bianca e le grandi dimensioni, vagamente visibili avvicinandosi di più, le avevano fatto giustamente supporre che appartenesse al brigantino appena ancorato. Fermando la corsa della canoa con un rapido movimento della pagaia, con un altro rapido colpo l’aveva mandata a girare lontano dal pontile e l’aveva diretta verso un piccolo ruscelletto da cui si entrava nel cortile posteriore della casa. Era sbarcata sulla punta fangosa del torrente e si era avviata verso casa attraverso l’erba calpestata del cortile. A sinistra, proveniente dalla cucina, attraverso il boschetto di banani, risplendeva un bagliore rosso e, nel silenzio della sera, le giungeva il rumore di risate femminili, segno che sua madre non era vicina, dato che risate e signora Almayer non andavano d’accordo. La madre doveva essere in casa, aveva pensato Nina, mentre correva leggera su per il piano inclinato di assi traballanti che conduceva alla porta posteriore dello stretto corridoio che divideva la casa in due. Fuori dell’entrata, nell’ombra più fitta, stava il fedele Alì.
«Chi c’è là?», aveva chiesto Nina.
«È venuto un importante uomo malese», aveva risposto Alì in tono di eccitazione contenuta. «È ricco. Ha con sé sei uomini con le lance. Un principe reale, capisci. E il suo vestito è magnifico. Io l’ho visto. Brilla! Che gioielli! Non andare là, Mem Nina. Tuan ha detto di no: ma la vecchia Mem è andata. Tuan si arrabbierà. Allah misericordioso! Che gioielli ha quell’uomo!».
Nina era scivolata oltre la mano protesa dello schiavo, nel corridoio buio, dove, nella rossa luminosità della tenda appesa, all’altra estremità, aveva visto una piccola forma nera accoccolata vicino alla parete. La madre stava rifacendosi gli occhi e le orecchie con quello che stava succedendo sulla veranda e Nina si era avvicinata per avere la sua parte di quel raro piacere che era costituito da ogni novità. Era stata accolta dal braccio proteso della madre e da un basso mormorio che avvertiva di non fare rumore.
«Li hai visti, mamma?», aveva chiesto Nina in un bisbiglio appena accennato.
La signora Almayer aveva volto la faccia verso la ragazza e quegli occhi infossati erano stranamente brillanti nella mezza luce rossa del corridoio.
«Ho visto lui», aveva detto in tono quasi inudibile, stringendo la mano della figlia con le dita ossute. «Un gran raja è venuto a Sambir – un figlio del cielo», aveva mormorato tra sé la vecchia. «Va’ via, figlia».
Le due donne erano rimaste accanto alla tenda, Nina che voleva avvicinarsi allo spacco del tessuto e la madre che difendeva la posizione con irata ostinazione. Dall’altra parte c’era stato un momentaneo arresto della conversazione, ma nella breve pausa si era udito il respiro di diversi uomini, l’occasionale leggero tintinnio di qualche ornamento, quello dei foderi metallici o dei recipienti d’ottone per il betel passati di mano in mano. Le donne stavano lottando silenziosamente quando si udì un rumore strascicato e l’ombra della figura corpulenta di Almayer cadde sulla tenda.
Le donne smisero di lottare e rimasero immobili. Almayer si era alzato per rispondere al suo ospite, volgendo la schiena all’entrata, ignaro di quel che stava succedendo dall’altra parte. Aveva parlato con un’irritazione piena di rammarico.
«Sei venuto nella casa sbagliata, Tuan Maroola, se vuoi commerciare come dici. Una volta ero un mercante, non ora, qualunque cosa tu possa aver sentito di me a Macassar. E qualunque cosa tu cerchi, non la troverai qui; io non ho niente da dare e non voglio niente. Dovresti andare dal raja di qui; alla luce del giorno puoi vedere le sue case dall’altra parte del fiume, là, dove sulla riva stanno bruciando quei fuochi. Lui ti aiuterà e commercerà con te. O, ancora meglio, vai dagli arabi laggiù», aveva continuato amaramente, indicando con la mano le case di Sambir. «Abdulla è l’uomo di cui hai bisogno. Non c’è niente che lui non comprerebbe e non c’è niente che non venderebbe; credimi, io lo conosco bene».
Aveva aspettato un poco una risposta, poi aveva aggiunto:
«Tutto quello che ho detto è vero e non ho altro da dire».
Nina, tenuta indietro dalla madre, aveva udito una voce bassa replicare con una calma uniformità d’intonazione tipica delle classi superiori malesi:
«Chi dubiterebbe delle parole di un Tuan bianco? Un uomo cerca i suoi amici dove gli dice il cuore. Non è vero anche questo? Sono venuto, anche se così tardi, perché ho qualcosa da dire che tu potresti essere contento di udire. Domani andrò dal sultano; un mercante ha bisogno dell’amicizia dei grandi. Poi tornerò qui per dire parole serie, se Tuan permette. Non andrò dagli arabi; le loro menzogne sono molto grandi! Cosa sono loro? Chelakka!».
La risposta di Almayer era risuonata un po’ più affabile.
«Bene, come vuoi. Posso ascoltarti domani in qualunque momento tu voglia, se hai qualcosa da dire. Bah! Dopo che avrai visto il sultano Lakamba, non vorrai tornare qui, Inchi Dain. Vedrai. Solo bada, io non intendo avere niente a che fare con Lakamba. Puoi dirglielo – che rapporti d’affari vuoi avere con me, dopo tutto?»
«Domani parleremo, Tuan, ora che ti conosco», aveva risposto il malese. «Parlo un po’ d’inglese, così potremo parlare e nessuno capirà e allora…».
Si era interrotto improvvisamente, chiedendo sorpreso: «Cos’è questo rumore, Tuan?».
Anche Almayer aveva sentito il rumore crescente della baruffa ricominciata dalla parte della tenda dove si trovavano le donne. Evidentemente la forte curiosità di Nina stava per sopraffare il nobile senso delle convenienze sociali della signora Almayer. Erano perfettamente udibili dei respiri affannosi e la tenda ondeggiava durante la contesa, che era soprattutto fisica, nonostante si udisse la voce della signora Almayer che faceva irate rimostranze con la solita mancanza di un ragionamento rigorosamente logico, ma con la ben nota ricchezza d’invettive.
«Tu donna spudorata! Sei forse una schiava?», strillava l’irata matrona. «Velati il viso, miserabile scostumata! Tu serpe bianca, non ti lascerò passare!».
Il viso di Almayer esprimeva irritazione ma anche il dubbio se fosse il caso d’interferire tra madre e figlia. Aveva dato uno sguardo al visitatore malese, che stava aspettando in silenzio la fine di quello strepito in un atteggiamento di divertita attesa e, muovendo sprezzantemente la mano, aveva borbottato:
«Non è niente. Qualche donna».
Il malese aveva annuito serio e il suo viso aveva assunto un’espressione di serena indifferenza, come richiedeva l’etichetta dopo una spiegazione del genere. La contesa dietro la tenda era finita ed evidentemente la più giovane l’aveva avuta vinta perché il rapido stropiccio e i colpi secchi dei sandali dai tacchi alti della signora Almayer si erano spenti in lontananza. L’ormai tranquillizzato padrone di casa stava per riprendere la conversazione quando, colpito dall’inaspettato cambiamento d’espressione sul volto dell’ospite, aveva voltato la testa e aveva visto Nina in piedi nel vano della porta.
Dopo la ritirata dal campo di battaglia della signora Almayer, Nina, con una sprezzante esclamazione. «Si tratta solo di un mercante», aveva alzato la tenda conquistata e ora rimaneva in piena luce, incorniciata dallo sfondo buio del corridoio, le labbra semiaperte, i capelli in disordine dopo lo sforzo, il luccichio arrabbiato non ancora spento degli occhi vittoriosi e scintillanti. Con un solo sguardo aveva colto il gruppo degli uomini vestiti di bianco con le lance che stavano immobili nell’ombra dell’estremità più lontana della veranda e il suo sguardo aveva fissato con curiosità il capo di quell’imponente scorta. Egli era in piedi, quasi di fronte a lei, un po’ di lato e colpito dalla bellezza di quell’apparizione inaspettata, si era inchinato profondamente, portando le mani unite sopra la testa in un segno di rispetto accordato dai malesi ai grandi di questa terra. La luce chiara della lampada aveva brillato sui ricami d’oro della giacca di seta nera, si era franta in una miriade di raggi sfavillanti sull’impugnatura ingioiellata del kriss che sporgeva dalle innumerevoli pieghe del sarong rosso raccolto da una fascia in vita e aveva danzato sulle pietre preziose dei molti anelli delle dita scure. Egli si era drizzato velocemente dopo il profondo inchino e con aggraziata disinvoltura, aveva messo la mano sull’elsa della pesante daga ornata di frange di crine di cavallo colorate vivacemente. Nina, esitante sulla soglia, aveva visto un’agile figura eretta di altezza media e spalle larghe che suggerivano una gran forza. Sotto le pieghe del turbante blu, le cui estremità frangiate pendevano aggraziate sulla spalla sinistra, c’era un volto pieno di determinazione e che esprimeva un noncurante buon umore, non scevro, comunque, di una certa dignità. La mascella quadrata, le labbra rosse e piene, le narici frementi e l’orgoglioso portamento della testa davano l’impressione di un essere semi-selvaggio indomito, forse crudele e correggevano la limpida dolcezza degli occhi quasi femminei che è la caratteristica comune della razza. In quel momento, passata la prima sorpresa, Nina aveva visto quegli occhi che la fissavano con una tale incontrollata espressione di ammirazione e di desiderio che aveva sentito una timidezza sconosciuta fino a quel momento, mista a timore e a un certo piacere, entrare e penetrare tutto il suo essere. Confusa da quelle sensazioni insolite era rimasta ferma sul vano della porta e istintivamente aveva sollevato la parte inferiore della tenda davanti al volto, lasciando scoperti solo metà di una guancia rotonda, una treccia e un occhio con cui contemplare quell’essere splendido e ardito dall’aspetto così diverso dai rari esemplari di mercanti che aveva visto in precedenza su quella stessa veranda.
Dain Maroola, abbagliato da quella visione inaspettata, aveva dimenticato il disorientato Almayer, il suo brigantino, la scorta che stava a guardare a bocca aperta per l’ammirazione, lo scopo della sua visita e tutto il resto, nell’irresistibile desiderio di prolungare la contemplazione di tanta bellezza incontrata così improvvisamente in un posto – secondo lui – tanto improbabile.
«È mia figlia», aveva detto Almayer con fare imbarazzato. «È una cosa di nessuna importanza. Le donne bianche hanno le loro abitudini, come sai Tuan, dato che hai viaggiato molto, come hai detto. Comunque è tardi; finiremo il nostro discorso domani».
Dain si era inchinato profondamente cercando di mandare alla ragazza, in un’ultima occhiata, l’audace espressione della sua travolgente ammirazione. Il minuto successivo stava stringendo la mano ad Almayer con austera cortesia, dopo aver assunto un atteggiamento di impassibile disinteresse per qualunque presenza femminile. I suoi uomini erano usciti in fila ed egli li aveva seguiti velocemente, scortato da vicino da un tarchiato sumatrese dall’aspetto selvaggio che era stato presentato quale comandante del brigantino. Nina si era diretta alla balaustra e aveva visto la lucentezza della luna sull’acciaio delle punte delle lance e udito il rimico tintinnio dei bracciali d’ottone alle caviglie mentre gli uomini si dirigevano in fila indiana verso il molo. Dopo poco l’imbarcazione si era allontanata dalla riva, profilandosi grande nella piena luce della luna, una massa nera informe nella tenue foschia che sovrastava l’acqua. Nina aveva creduto di poter distinguere l’aggraziata figura del mercante che stava eretta tra le banchette, ma in poco tempo tutti i contorni si erano velati, si erano fatti confusi ed erano disparsi, presto avvolti nei vapori bianchi che nascondevano il centro del fiume.
Almayer si era avvicinato alla figlia e, appoggiandosi con le braccia alla ringhiera, stava guardando di malumore il sottostante mucchio di sporcizia e di bottiglie rotte.
«Cos’era tutta quella confusione poco fa?», aveva brontolato stizzito senza alzare lo sguardo. «Al diavolo te e tua madre! Che voleva? Che sei uscita a fare?»
«Non voleva lasciarmi uscire», aveva detto Nina. «È arrabbiata. Dice che l’uomo che è appena andato via è un qualche raja. Ora penso che abbia ragione».
«Io credo che tutte voi donne siate pazze», aveva detto Almayer irato. «Che succede a te, a lei, a chiunque? Quell’uomo vuole raccogliere trepang e nidi di uccelli nelle isole. Così mi ha detto, quel vostro raja. Verrà domani. Voglio che tutte e due ve ne stiate lontane dalla casa e lasciate che mi occupi dei miei affari in pace».
Dain Maroola era venuto il giorno successivo e aveva avuto una lunga conversazione con Almayer. Questo era stato l’inizio di rapporti stretti e amichevoli che, sulle prime, erano stati molto commentati a Sambir, finché la popolazione si era abituata alla vista frequente di molti fuochi che bruciavano nel campo di Almayer, dove gli uomini di Maroola si scaldavano durante le freddi notti del monsone di nord-est, mentre il loro padrone aveva lunghi colloqui con il Tuan Putih – come tra di loro chiamavano Almayer. Grande era stata la curiosità a Sambir a proposito del nuovo mercante. Aveva visto il sultano? Cosa aveva detto il sultano? Aveva portato dei doni? Cosa avrebbe venduto? Cosa avrebbe comprato? Queste erano le domande che avidamente si ponevano gli abitanti delle case di bambù costruite sul fiume. Anche negli edifici ben più solidi, in casa di Abdulla, nelle residenze dei principali mercanti, arabi, cinesi e bugis l’eccitazione era stata intensa ed era durata parecchi giorni. Per connaturata diffidenza non volevano credere alla semplice spiegazione che il giovane mercante era sempre pronto a dare di se stesso. E tuttavia aveva tutta l’apparenza di essere la verità. Diceva di essere un mercante e di vendere riso. Non voleva comprare guttaperca o cera d’api, perché intendeva impiegare il suo numeroso equipaggio per raccogliere trepang sulla terraferma. Si dichiarava pronto a comprare quei due articoli se in quella maniera si poteva ottenere qualcosa. Diceva di essere di Bali e bramino e convalidava quest’ultima affermazione rifiutando qualunque cibo durante le frequenti e ripetute visite nelle case di Lakamba e di Almayer. Da Lakamba andava generalmente di notte e aveva lunghe udienze. Babalatchi, che era sempre il terzo partecipante di quegli incontri tra sovrano e mercante, sapeva come resistere a tutti i tentativi fatti dai curiosi per rendersi conto del soggetto di così tanto lunghe chiacchierate. Quando veniva interrogato con languida cortesia dal contegnoso Abdulla, cercava rifugio nella fissità vacua dell’unico occhio affettando un’estrema semplicità.
«Sono solo lo schiavo del mio padrone», mormorava Babalatchi, esitante. Poi, come se si decidesse d’un tratto a fare un’imprudente confidenza, informava Abdulla di qualche transazione di riso, ripetendo le parole: «Il sultano ha comprato un centinaio di grossi sacchi; un centinaio, Tuan!», in tono misteriosamente solenne. Abdulla, fermamente convinto dell’esistenza di rapporti ben più importanti, accoglieva, comunque, l’informazione con tutte le possibili manifestazioni di rispettosa sorpresa. E i due si separavano, l’arabo che malediceva dentro di sé quel cane astuto, mentre Babalatchi continuava il suo cammino sul sentiero polveroso, il corpo ondeggiante, il mento, con quei pochi peli grigi, proteso in avanti, somigliando a una capra curiosa intenta a qualche spedizione illegale. Occhi attenti osservavano i suoi movimenti. Jim-Eng, scorgendo Babalatchi di lontano, si scrollava dal torpore del fumatore d’oppio abituale e, traballando verso il centro della strada, aspettava l’avvicinarsi di quella persona importante, pronto per rivolgergli un invito ospitale.
Ma la discrezione di Babalatchi era a prova anche dell’assalto combinato di buon cameratismo e gin forte somministrato in precedenza dal generoso cinese. Jim-Eng, riconoscendosi battuto, veniva lasciato ignorante, con la bottiglia vuota, a fissare tristemente la figura dello statista di Sambir che se ne andava proseguendo il suo cammino instabile a zig zag che, come al solito, lo portava al campo di Almayer. Fin da quando Dain Maroola aveva compiuto la riconciliazione fra il suo amico e il raja, il diplomatico orbo era di nuovo diventato un ospite abituale della casa dell’olandese. Con grande disappunto di Almayer, lo si poteva vedere là a ogni ora, gironzolare per la veranda con aria quasi distratta, rintanarsi nei corridoi oppure apparire da angoli inaspettati, sempre pronto a impegnare la signora Almayer in una conversazione confidenziale. Era molto guardingo verso il padrone, quasi sospettasse che i sentimenti repressi dell’uomo bianco nei suoi confronti potessero trovare sfogo in un calcio improvviso. Ma la baracca della cucina era il suo posto favorito e diventò là un ospite abituale, accoccolato per ore in mezzo alle donne affaccendate, con il mento appoggiato alle ginocchia, le braccia scarne strette intorno alle gambe e l’unico occhio che vagava circospetto – il ritratto stesso della bruttezza guardinga. Più di una volta Almayer avrebbe voluto protestare con Lakamba per l’intrusione del suo primo ministro, ma Dain lo aveva dissuaso. «Non possiamo dire una parola qui che lui non senta», brontolava Almayer. «Allora vieni e parliamo a bordo del brigantino», replicava Dain, con un sorriso tranquillo. «È bene lasciare che quell’uomo venga qui. Lakamba pensa così di sapere parecchio. Forse il sultano crede che io voglia scappare. Meglio lasciare che quel coccodrillo con un occhio solo si scaldi al sole nel tuo campo, Tuan».
E Almayer, restio, acconsentiva, minacciando vagamente di usare personalmente la violenza, mentre fissava con malevolenza l’anziano statista che sedeva con calma ostinazione accanto alla pentola del riso.
Capitolo quinto
Finalmente l’eccitazione scomparve da Sambir. Gli abitanti si abituarono a vedere l’andirivieni tra la casa di Almayer e la nave, ora ormeggiata alla riva di fronte, e le supposizioni sulla febbrile attività dei battellieri di Almayer nel riparare vecchie canoe smise d’interferire con il doveroso disbrigo delle faccende domestiche da parte delle donne dell’insediamento. Anche il frustrato Jim-Eng lasciò perdere di confondersi il cervello annebbiato con i segreti del commercio e, con l’aiuto della pipa d’oppio, ricadde in uno stato di intontita beatitudine, lasciando che Babalatchi continuasse a passare dietro casa sua senza più invitarlo e apparentemente senza notarlo.
Così, in quel caldo pomeriggio, quando il fiume deserto scintillava sotto il sole a picco, lo statista di Sambir poté, senza essere intralciato da amichevoli investigatori, allontanare dalla riva la sua piccola canoa tirandola fuori da sotto i cespugli dove veniva abitualmente nascosta durante le visite al campo di Almayer. Babalatchi remò adagio e pigramente, accoccolato sul fondo della canoa, facendosi piccolo sotto l’enorme cappello per sfuggire il cocente calore riflesso dall’acqua. Non aveva fretta; il suo padrone, Lakamba, a quell’ora del giorno stava sicuramente riposando. Aveva un ampio margine di tempo per fare la traversata e salutarlo al suo risveglio con notizie importanti. Sarebbe stato contento? Avrebbe battuto il bastone d’ebano irosamente sul pavimento, spaventandolo con l’incoerente violenza delle sue esclamazioni o si sarebbe seduto a gambe incrociate con un sorriso allegro e, strofinando delicatamente le mani sullo stomaco con un gesto abituale, avrebbe sputato abbondantemente nel recipiente d’ottone per il betel, dando sfogo a un basso mormorio elogiativo? Erano questi i pensieri di Babalatchi mentre manovrava abilmente la pagaia, traversando il fiume verso il campo del raja di cui si vedevano le palizzate dietro il denso fogliame della riva, proprio di fronte al bungalow di Almayer.
In effetti aveva un rapporto da fare. Qualcosa di certo, infine, per confermare la chiacchiera quotidiana di sospetti, le quotidiane tracce di familiarità, di sguardi furtivi che aveva visto, di brevi e ardenti parole che aveva udito, per caso, scambiarsi Dain Maroola e la figlia di Almayer. Lakamba, fino a quel momento, aveva ascoltato tutto ciò con calma e con evidente dubbio; ora avrebbe dovuto convincersi dato che Babalatchi aveva la prova; l’aveva avuta quella stessa mattina, mentre all’alba stava pescando nel ruscello sotto la casa di Bulangi. Là, dalla sua barchetta, aveva visto da vicino la lunga canoa di Nina portata dalla corrente, con la ragazza, seduta a poppa, china su Dain che stava allungato sul fondo con la testa appoggiata sulle ginocchia della ragazza. Aveva visto. Li aveva seguiti, ma dopo poco essi avevano preso le pagaie e si erano allontanati dal suo occhio osservatore. Pochi minuti dopo aveva visto la schiava di Bulangi che remava in una piccola canoa verso il villaggio con i dolci da vendere. Nell’alba grigia anche lei li aveva visti. E Babalatchi ridacchiò dentro di sé al ricordo della faccia sconvolta della schiava, dello sguardo duro degli occhi, del tremore della voce quando aveva risposto alle sue domande. Quella piccola Taminah evidentemente ammirava Dain Maroola. Benissimo! E Babalatchi rise forte all’idea; poi tornando improvvisamente serio, cominciò, per qualche strana associazione d’idee, a fare congetture sul prezzo a cui Bulangi avrebbe, forse, venduto la ragazza. Scosse tristemente la testa pensando che Bulangi era un uomo ostinato e solo poche settimane prima aveva rifiutato cento dollari per quella stessa Taminah; poi si accorse improvvisamente che, durante la sua meditazione, la canoa era stata portata troppo lontano a valle. Scacciò lo scoraggiamento con la certezza del carattere venale di Bulangi e, prendendo la pagaia, in pochi colpi deviò verso la chiusa della casa del raja.
Quel pomeriggio Almayer, com’era ultimamente sua abitudine, girellò lungo la riva, controllando le riparazioni dei battelli. Alla fine si era deciso. Guidato dai frammenti d’informazioni contenute nel taccuino del vecchio Lingard, stava per andare alla ricerca della ricca miniera d’oro, di quel posto dove doveva soltanto chinarsi per raccogliere un’immensa fortuna e realizzare il sogno della sua gioventù. Per ottenere l’aiuto necessario aveva condiviso quel che sapeva con Dain Maroola, aveva acconsentito a riconciliarsi con Lakamba che aveva dato il suo appoggio all’impresa a patto di dividere i profitti; aveva sacrificato il suo orgoglio, il suo onore, la sua lealtà di fronte all’enorme rischio dell’iniziativa, abbagliato dalla grandezza dei risultati che si potevano ottenere con un’alleanza così sgradevole eppure così necessaria. Il pericolo era grande, tuttavia Maroola era coraggioso; i suoi uomini sembravano temerari come il loro capo e, con l’aiuto di Lakamba, il successo era assicurato.
Negli ultimi quindici giorni Almayer era stato assorbito dai preparativi, camminando tra gli schiavi e gli operai in una specie di trance vigile, in cui ai dettagli pratici, come approvigionare i battelli, si univano i vividi sogni di un’indicibile ricchezza, in cui lo squallore del sole cocente, della riva fangosa e maleodorante del fiume, spariva nella magnifica visione di una splendida esistenza futura per sé e per Nina. Durante quegli ultimi giorni, non vide Nina quasi per niente, nonostante la figlia adorata fosse sempre presente nei suoi pensieri. A mala pena notò Dain la cui costante presenza in casa gli era diventata naturale ora che erano uniti da una comunanza d’interessi. Quando incontrava il giovane capo lo salutava in maniera assente e passava oltre, come se desiderasse evitarlo, con la mente rivolta a dimenticare l’odiata realtà del presente impegnandosi nel suo lavoro oppure lasciando che la sua immaginazione volasse in alto sopra le cime degli alberi nelle grandi nuvole bianche, lontano, verso ovest, dove quel paradiso che era l’Europa stava aspettando il futuro milionario orientale. E Maroola, ora che l’affare era concluso e non c’erano più dettagli da discutere, evidentemente non desiderava la compagnia dell’uomo bianco. Tuttavia Dain era sempre per casa, ma raramente rimaneva a lungo vicino alla riva. Durante le sue visite quotidiane all’uomo bianco, il capo malese preferiva passare silenziosamente dal corridoio centrale della casa e uscire nel giardino sul retro, dove nella cucina il fuoco stava bruciando con il paiolo del riso che vi oscillava sopra, sotto l’attenta supervisione della signora Almayer. Evitando quella capanna, con il suo fumo nero e il gorgheggio di voci femminili, Dain girava a sinistra. Lì, al margine del boschetto di banani, un gruppo di palme e di alberi di mango formavano un recesso ombroso, cui pochi cespugli sparsi creavano un certo isolamento in cui potevano penetrare soltanto il chiacchierio delle domestiche e un occasionale scoppio di risa. Una volta dentro era invisibile e nascosto là, appoggiato al tronco scabroso di un’alta palma, aspettava con gli occhi splendenti e un sorriso spavaldo di udire il debole fruscio d’erba secca sotto i passi leggeri di Nina.
Proprio dal primo momento in cui i suoi occhi avevano visto questa – per lui – perfezione di bellezza, aveva avuto nel profondo del cuore la convinzione che sarebbe stata sua; aveva sentito il penetrante spirito di reciproca comprensione tra le loro due nature selvagge e non aveva avuto bisogno dei sorrisi d’incoraggiamento della signora Almayer per cogliere ogni opportunità di avvicinare la ragazza e ogni volta che le parlava, ogni volta che la guardava negli occhi, Nina, nonostante distogliesse il viso, aveva sentito che quell’essere dall’aspetto spavaldo, che diceva parole appassionate al suo orecchio disposto a sentirle, era l’incarnazione del suo destino, la creatura dei suoi sogni – audace, feroce, pronto con il kriss scintillante per i nemici e con un abbraccio appassionato per la sua adorata – l’ideale capo malese della tradizione materna.
Con un brivido di delizioso timore fu consapevole della misteriosa identità che aveva con quell’essere. Ascoltandone le parole, le sembrava di essere nata solo allora per conoscere una nuova esistenza, poiché la sua vita era completa solo quando gli era vicina e si abbandonava alla sensazione di sognante felicità, mentre con il volto semivelato e in silenzio – come si addiceva a una ragazza malese – ascoltava le parole di Dain che le dichiaravano tutto il tesoro d’amore e di passione di cui quella natura era capace con lo sfrenato entusiasmo di un uomo non ostacolato da alcuna influenza di civilizzata autodisciplina.
E passavano molte ore deliziose e veloci sotto l’albero di mango, dietro l’amichevole cortina dei cespugli, finché la voce acuta della signora Almayer non dava il segnale di una separazione indesiderata. La signora Almayer si era assunta il facile compito di controllare che il marito non interrompesse il tranquillo andamento della relazione amorosa della figlia, in cui aveva posto un grande e benevolo interesse. Era orgogliosa e felice di vedere l’infatuazione di Dain, ritenendolo un capo grande e potente e trovava anche soddisfazione ai suoi istinti venali nella munifica generosità di Dain.
Il giorno precedente a quello in cui i sospetti di Babalatchi erano stati confermati da una prova oculare, Dain e Nina erano rimasti più a lungo del solito nel loro rifugio ombroso. Soltanto il passo pesante di Almayer sulla veranda e la sua lamentosa richiesta del pasto decisero la signora Almayer ad alzare un grido d’avvertimento. Maroola saltò agilmente oltre il basso steccato di bambù e si fece strada furtivamente attraverso il boschetto di banani verso la riva fangosa del ruscello retrostante, mentre Nina si avviava lentamente verso casa per provvedere alle necessità del padre, com’era sua abitudine ogni sera. Almayer si sentiva piuttosto felice quella sera; i preparativi erano quasi completati; l’indomani avrebbe messo in acqua le imbarcazioni. Con gli occhi della mente vide il ricco premio già in suo possesso e con il cucchiaio di stagno in mano stava dimenticando il piatto colmo di riso davanti a lui per i fantastici preparativi di uno splendido banchetto da imbandire al suo arrivo ad Amsterdam. Nina, distesa sulla sedia a dondolo, ascoltava distrattamente le poche parole sconnesse che sfuggivano dalle labbra del padre. Spedizione! Oro! Che le importava di tutto questo? Ma, quando il padre nominò Maroola, fu subito attenta. Dain avrebbe disceso il fiume con il brigantino l’indomani e sarebbe rimasto via alcuni giorni, diceva Almayer. Era molto seccante, quel ritardo. Non appena Dain fosse ritornato, sarebbero dovuti partire senza perdere tempo, perché il fiume si stava ingrossando. Non si sarebbe sorpreso se fosse arrivata una grande piena. E alzandosi da tavola allontanò il piatto con un gesto d’impazienza. Ma ora Nina non lo udiva. Dain andava via! Ecco perché le aveva ordinato, con quella calma imperiosità, alla quale per lei era un piacere obbedire, di incontrarlo all’alba sul torrente davanti alla casa di Bulangi. Aveva una pagaia nella canoa? si domandò. Era pronta? Sarebbe dovuta partire presto – alle quattro, tra poche ore.
Si alzò, pensando che aveva bisogno di riposo prima della lunga remata mattutina. La lampada stava bruciando fiocamente e il padre, stanco dopo la giornata di lavoro, era già nell’amaca. Nina spense la lampada e passò nella grande stanza che divideva con la madre a sinistra del corridoio centrale. Entrando, vide che la signora Almayer aveva lasciato il cumulo di stuoini che le serviva da letto in un angolo della stanza e in quel momento era china sul coperchio aperto della sua grande cassapanca di legno. Un guscio di noce di cocco pieno di petrolio, dove uno straccio di cotone galleggiava come lucignolo, era poggiato per terra, cingendola con un alone di luce rossastra che brillava attraverso il fumo nero e odoroso. La schiena della signora Almayer era piegata e la testa e le spalle erano nascoste nella cassa profonda. Frugava con le mani nell’interno, da dove proveniva un tenue tintinnio come di monete d’argento. Sulle prime non notò l’avvicinarsi della figlia e Nina, in piedi silenziosa accanto a lei, stette a guardare giù i sacchetti di cotone allineati sul fondo della cassapanca, da cui la madre tirava fuori manciate di splendenti fiorini e dollari messicani, lasciandoli scorrere lentamente giù attraverso le dita simili ad artigli. La musica dell’argento tintinnante sembrava deliziarla e i suoi occhi brillavano al bagliore riflesso delle monete appena coniate. Stava mormorando tra sé: «E questo, e questo e anche questo! Presto me ne darà di più – quanto più ne vorrò. È un grande raja – un figlio del cielo! E lei sarà una ranee. Ha dato tutto questo per lei! Chi mai ha dato qualcosa per me? Io sono una schiava! Ma lo sono? Io sono la madre di una grande ranee!». Si accorse improvvisamente della presenza della figlia e smise di parlare, chiudendo violentemente il coperchio; poi senza alzarsi dalla posizione accucciata, guardò la ragazza che stava lì vicino con un indefinibile sorriso sul viso sognante.
«Hai visto, vero?», strillò. «È tutto mio e per te. Non è abbastanza! Dovrà darcene ancora prima di portarti via nelle isole del sud dove suo padre è re. Mi senti? Tu vali di più, nipote di raja! Di più! Di più!».
Si sentì la voce assonnata di Almayer che dalla veranda chiedeva silenzio. La signora Almayer spense il lucignolo e strisciò nel suo angolo della stanza. Nina si distese supina su un mucchio di soffici stuoini, le mani intrecciate dietro la testa, fissando, attraverso l’apertura senza imposte che serviva da finestra, le stelle che brillavano nel cielo nero; stava aspettando il momento della partenza per il luogo dell’appuntamento. Con tranquilla felicità pensò all’incontro nella grande foresta, lontano da tutti gli sguardi e suoni umani. La sua anima, abbandonandosi di nuovo all’umore selvaggio, che il genio della civilizzazione operante per mano della signora Vinck non aveva mai potuto distruggere, provò una sensazione d’orgoglio e di leggero turbamento per l’alto valore che la madre, che aveva esperienza della vita, dava alla sua persona; ma ricordò le occhiate eloquenti e le parole di Dain e, tranquillizzata, chiuse gli occhi in un brivido di piacere pensando all’incontro.
Ci sono situazioni in cui il barbaro e il così detto uomo civilizzato s’incontrano sullo stesso terreno. Si può supporre che Dain non fosse straordinariamente contento della futura suocera né che effettivamente approvasse l’avidità di quella rispettabile donna per i dollari lucenti. Tuttavia, in quel mattino nebbioso in cui Babalatchi, lasciate da parte le cure di stato, andò a controllare le sue nasse nel ruscello di Bulangi, Maroola non aveva timori, provava solo impazienza e desiderio mentre remava verso la riva orientale che formava l’angolo appartato in questione. Nascose la canoa tra i cespugli e traversò a passi svelti l’isoletta, respingendo con impazienza i ramoscelli del fitto sottobosco che s’intrecciavano sul suo cammino. Per ragioni di prudenza non aveva portato la canoa al luogo dell’appuntamento, come aveva fatto Nina. La lasciò dall’altra parte dell’isola nel torrente principale fino al suo ritorno. La fitta nebbia calda si stava richiudendo rapidamente intorno a lui, che riuscì però a cogliere un fuggevole barlume lontano, sulla sinistra, proveniente dalla casa di Bulangi. Poi non riuscì più a vedere niente nel vapore che s’infittiva e continuò per il sentiero soltanto per una sorta d’istinto, che lo portò proprio nel punto della riva opposta che voleva raggiungere. Là si era arenato un grande tronco, ad angolo retto con la riva, che formava così una specie di molo contro cui la rapida corrente si frangeva con gorgoglii rumorosi. Vi salì con un movimento rapido ma sicuro e in due passi si trovò all’altra estremità con l’acqua spumeggiante che scorreva rapida e turbinava ai suoi piedi.
Lì in piedi, da solo, quasi separato dal mondo, con il cielo, la terra, la stessa acqua rumoreggiante sotto di lui ingoiati nel fitto velo della nebbia mattutina, chiamò sottovoce Nina, in quello spazio apparentemente infinito, sicuro di essere udito, istintivamente sicuro della vicinanza di quell’incantevole creatura; certo che, come lui, anche lei era consapevole della sua vicinanza. La prua della canoa di Nina si delineò vicino al tronco, inclinata alta sull’acqua per il peso di lei a poppa. Maroola appoggiò la mano sull’asta di prua e saltò agilmente dentro, scostandola energicamente dalla riva. La leggera imbarcazione, obbedendo al nuovo impulso, evitò il tronco per un soffio e il fiume, con obbediente complicità, la fece girare di traverso nella corrente e la portò via silenziosa e rapida tra le rive invisibili. E ancora una volta Dain, ai piedi di Nina, dimenticò il mondo, si sentì portare lontano, inerme, da una grande ondata di sublime emozione, da un empito di gioia, di orgoglio e di desiderio; capì, una volta di più, con opprimente certezza, che non gli era possibile vivere senza quell’essere che teneva stretto con forza appassionata in un abbraccio prolungato.
Nina si svincolò dolcemente con una sommessa risata.
«Farai rovesciare la barca, Dain», sussurrò.
La guardò ardentemente per un attimo e la lasciò andare con un sospiro, poi, stando sdraiato nella canoa, le mise la testa sulle ginocchia, fissandola e allungando le braccia fino ad abbracciarle la vita. Lei si chinò su di lui e scuotendo la testa, incorniciò i loro visi tra i lunghi capelli neri ricadenti.
E così continuarono a lasciarsi portare dalla corrente, lui che parlava con tutta la rude eloquenza di una natura selvaggia che si abbandona senza riserbo a una passione travolgente, lei che si chinava per cogliere quel mormorio di parole per lei più dolci della vita stessa. Per quei due, in quel momento, non esisteva niente fuori dai fianchi della stretta e fragile imbarcazione. Era il loro mondo, pieno di un amore così intenso che eliminava tutto. Non prestarono attenzione alla foschia che s’infittiva o alla brezza che stava calando prima del sorgere del sole; dimenticarono l’esistenza delle foreste che li circondavano, di tutta la natura tropicale che aspettava l’avvento del sole in un silenzio solenne e impressionante.
Sopra la bassa foschia del fiume che nascondeva l’imbarcazione con il suo carico di giovane vita appassionata e di felicità dimentica di tutto, le stelle impallidirono e da est avanzò lentamente nel cielo una tinta grigio-argento. Non c’era un alito di vento, né uno stormire di foglie, né un tuffo di pesce a disturbare il sereno riposo di tutte le cose viventi sulle rive del grande fiume. Terra, fiume e cielo erano avvolti in un sonno profondo, da cui sembrava non ci sarebbe stato risveglio. Ogni fermento e ogni movimento della natura tropicale sembrava concentrato negli occhi ardenti, nei cuori che battevano tumultuosamente di quei due esseri portati dalla canoa sotto la bianca calotta di foschia, sulla superficie liscia del fiume.
D’un tratto un grande fascio di raggi dorati irruppe verso l’alto da dietro la nera barriera di alberi che costeggiavano le rive del Pantai. Le stelle scomparvero; le nuvolette nere allo zenit rosseggiarono per un momento e la fitta foschia, sospinta dalla brezza leggera, sospiro della natura che si svegliava, volteggiò e si franse in fantastici brandelli, scoprendo l’increspata superficie del fiume che scintillava nella piena luce del giorno. Grandi stormi di uccelli bianchi volteggiarono stridendo sopra le cime ondeggianti degli alberi. Il sole era sorto sulla costa orientale.
Dain per primo tornò alle cure della vita quotidiana. Si alzò e dette una rapida occhiata a monte e a valle del fiume. Notò l’imbarcazione di Babalatchi a poppa e un altro puntino nero sull’acqua scintillante, che era la canoa di Taminah. Si spostò cautamente avanti e, inginocchiandosi, prese una pagaia; Nina, a poppa, prese la sua. Si piegarono a pagaiare sollevando l’acqua a ogni vogata e la piccola imbarcazione andò avanti velocemente, lasciando una scia sottile orlata da un bordo simile a un nastro di schiuma bianca e luccicante. Senza voltare la testa, Dain disse:
«C’è qualcuno dietro di noi, Nina. Non dobbiamo lasciare che si avvicini. Penso che sia troppo lontano per riconoscerci».
«C’è qualcuno anche davanti a noi», ansimò Nina, senza smettere di pagaiare».
«Credo di sapere chi è», replicò Dain. «Il sole brilla da quella parte, ma immagino sia Taminah. Viene tutte le mattine sul brigantino a vendere dolci – spesso rimane tutto il giorno. Non importa; dirigi più verso riva; dobbiamo andare sotto i cespugli. La mia canoa è nascosta poco lontano».
Mentre parlava osservava le palme di nipa dalle grandi foglie che sfioravano nella loro corsa veloce e silenziosa.
«Attenta, Nina», disse finalmente, «là dove finiscono le palme acquatiche e quei ramoscelli pendono sotto l’albero inclinato. Dirigi verso il grosso ramo verde».
Si alzò attento e Nina guidò lentamente l’imbarcazione verso riva con un movimento leggero ed esperto della pagaia. Quando fu vicino abbastanza, Dain afferrò il grosso tronco e, piegandosi indietro, spinse la canoa sotto una bassa volta verde di rampicanti fittamente intrecciati che dava accesso a una microscopica insenatura formatasi per l’erosione della riva durante l’ultima grande piena. La sua imbarcazione era là, ancorata a una pietra, e lui vi salì, tenendo la mano sul fianco della canoa di Nina. In un momento i due piccoli gusci di noce con i loro occupanti si lasciarono portare dolcemente dalla corrente fianco a fianco, riflessi dall’acqua nera nella debole luce che penetrava a fatica attraverso l’alto baldacchino del denso fogliame, mentre in alto, su nel pieno giorno, fiammeggiavano enormi fiori rossi che mandavano sulle loro teste un profluvio di grandi petali, brillanti di rugiada, che scendevano roteando lentamente in un flusso continuo e profumato e sopra di loro, sotto di loro, nell’acqua assonnata, tutto intorno a loro in un cerchio di vegetazione lussureggiante bagnata dall’aria calda carica di profumi forti e aspri, continuava l’intenso lavoro della natura tropicale: piante che si allungavano verso l’alto, attorcigliate, mischiate in una inestricabile confusione, che si arrampicavano, brutalmente e in modo confuso, l’una sull’altra, nel terribile silenzio di una lotta disperata verso il sole che in alto dava la vita – come colpite da un orrore improvviso per il ribollente ammasso di decomposizione sottostante, per la morte e il marciume da cui nascevano.
«Ora dobbiamo separarci», disse Dain, dopo un lungo silenzio. «Devi tornare indietro immediatamente, Nina. Io aspetterò che il brigantino si sposti fin qui e allora salirò a bordo».
«E starai lontano molto tempo, Dain?», chiese Nina a bassa voce.
«Molto!», esclamò Dain. «Un uomo vorrebbe rimanere a lungo in un luogo buio? Quando non sono vicino a te, Nina, sono come un cieco. Cos’è la vita per me senza luce?».
Nina si sporse e con un sorriso orgoglioso e felice prese tra le mani il viso di Dain, guardandolo negli occhi con uno sguardo ardente ma indagatore. Evidentemente vi trovò la conferma delle parole appena dette, per una sensazione di piacevole sicurezza che le alleggeriva il peso della pena nell’ora della separazione. Fu certa che lui, il discendente di molti grandi raja, il figlio di un grande capo, padrone di vita e di morte, provasse la gioia della vita soltanto con lei. Un immenso empito di gratitudine e d’amore le sgorgò dal cuore verso di lui. Come poteva esternare tutto quello che sentiva per l’uomo che le aveva riempito il cuore di tanta gioia e di tanto orgoglio? E nel grande tumulto di emozioni, come un lampo di luce, le sovvenne quella civiltà disprezzata e quasi dimenticata a cui aveva dato solo un’occhiata nei giorni di relegazione, di dolore e di rabbia. Tra le ceneri fredde di quel passato odioso e infelice aveva trovato la testimonianza d’amore, l’espressione adeguata della illimitata felicità del presente, il pegno di un futuro splendido e radioso. Portò le braccia intorno al collo di Dain e lo baciò, con un bacio lungo e ardente. Lui chiuse gli occhi, sorpreso e spaventato dalla tempesta che gli si era scatenata in cuore per quel contatto strano e, fino a quel momento, sconosciuto e dopo che Nina ebbe spinto la canoa nel fiume, rimase parecchio tempo immobile, senza osare aprire gli occhi, timoroso di perdere quella sensazione di inebriante delizia che aveva provato per la prima volta. Ora gli mancava solo l’immortalità, per essere uguale agli dèi e la creatura che poteva aprire così i cancelli del paradiso doveva essere sua – presto sarebbe stata sua per sempre!
Aprì gli occhi in tempo per vedere, attraverso la volta di rampicanti, la prora del brigantino avanzare lentamente, mentre la nave si spostava nella sua rotta verso valle. Doveva andare a bordo ora, ma era restio a lasciare il luogo dove aveva imparato a conoscere cosa volesse dire essere felici. «C’è tempo ancora. Che vadano», mormorò tra sé e chiuse di nuovo gli occhi sotto la pioggia rossa di petali profumati, cercando di ricreare la scena con tutta la sua delizia e terrore.
Doveva essere riuscito a raggiungere in tempo il brigantino, dopo tutto, e aver trovato molto da fare fuori dal fiume perché Almayer aspettò invano il rapido ritorno dell’amico. Il tratto navigabile del fiume più a valle, dove dirigeva lo sguardo così spesso e con tanta impazienza, rimaneva deserto, a parte il rapido transito di qualche canoa da pesca; ma dal corso a monte venivano nuvole nere e violenti piovaschi che annunciavano il definitivo inizio della stagione delle piogge con i suoi temporali e le sue grandi piene che rendevano il fiume quasi impossibile da risalire per le canoe indigene.
Almayer, vagando lungo la riva fangosa tra le sue case, osservava con apprensione il fiume che saliva a poco a poco, avvicinandosi lentamente sempre più alle imbarcazioni, ora pronte e tirate a secco in fila sotto la copertura di gocciolanti stuoie di Kajang. La fortuna sembrava sfuggirgli di mano e in quell’affaticato vagare sotto la pioggia battente che cadeva dal cielo incombente, s’impossessò di lui una sorta di disperata indifferenza. Che importava? Era semplicemente la sua fortuna! Quei due infernali selvaggi, Lakamba e Dain, lo avevano indotto, con le loro promesse d’aiuto, a spendere fino al suo ultimo dollaro per armare le imbarcazioni e ora, uno era andato chissà dove e l’altro, chiuso dentro la sua palizzata, non dava segno di vita. No, neanche quella canaglia di Babalatchi, pensò Almayer, si faceva vedere, ora che gli avevano venduto tutto il riso, i gong d’ottone e la tela necessari alla sua spedizione. Avevano preso proprio il suo ultimo soldo e non si preoccupavano se se ne andava o rimaneva. E con un gesto di desolato scoraggiamento Almayer saliva fino alla veranda della casa nuova per ripararsi dalla pioggia e chinandosi sulla ringhiera, la testa incassata nelle spalle, si abbandonava alla corrente di pensieri amari, dimentico del trascorrere del tempo e dei morsi della fame, sordo alle grida acute della moglie che lo chiamava per il pasto serale. Quando il primo rombo del temporale serale lo scuoteva dalle sue tristi meditazioni, si avviava lentamente con passo incerto verso la debole luce della casa vecchia, l’ormai quasi spenta speranza rendeva le sue orecchie acute in modo soprannaturale a qualunque suono del fiume. Diverse notti di seguito aveva udito il tonfo delle pagaie e aveva visto la forma indistinta di un battello, ma, quando aveva salutato a voce alta l’indistinta apparizione, con il cuore che sussultava d’improvvisa speranza a udire la voce di Dain, ogni volta era deluso dalla scontrosa risposta che gli faceva capire che sul fiume c’erano gli arabi diretti a far visita al casalingo Lakamba. Questo gli aveva causato molte notti insonni, passate a far congetture su quale tipo di infamia stessero ora tramando quei due stimabili personaggi. Alla fine, quando ogni speranza sembrava morta, era stato felicissimo di sentire la voce di Dain; ma anche Dain pareva molto ansioso di vedere Lakamba e Almayer si era sentito inquieto dato che nutriva una profonda e indistruttibile sfiducia sulle intenzioni di quel sovrano nei suoi confronti. Tuttavia, Dain, alla fine, era tornato. Evidentemente intendeva rispettare i patti. La speranza si risvegliava, mentre Nina osservava il fiume infuriato sotto la sferza del temporale che passava velocemente in avanti verso il mare.
Capitolo sesto
Dopo aver lasciato Almayer, Dain non ci mise molto a traversare il fiume. Sbarcò davanti alla chiusa della palizzata che racchiudeva il gruppo di case che componevano la residenza del raja di Sambir. Evidentemente là aspettavano qualcuno, perché il cancello era aperto e uomini con le torce furono pronti a precedere il visitatore lungo il piano inclinato di assi che portava alla casa più grande dove risiedeva Lakamba e dove erano invariabilmente trattati tutti gli affari di stato. Le altre costruzioni dentro il recinto servivano solo ad accogliere la numerosa famiglia e le mogli del sovrano.
La casa di Lakamba era una robusta struttura di solide assi, sollevata su alti pali, con una veranda di bambù tagliati che la circondavano da tutti i lati; il tutto era ricoperto da un tetto smisuratamente a punta di foglie di palma, che poggiava su travi annerite dal fumo di molte torce. La costruzione era parallela al fiume e uno dei lati lunghi era di fronte alla chiusa della palizzata. Una porta sul lato corto guardava verso il fiume e il tavolato inclinato portava dritto dal cancello alla porta. All’incerta luce delle torce fumose, nell’ombra scura alla sua destra, Dain notò i vaghi contorni di un gruppo di uomini armati. Da quel gruppo si staccò Babalatchi per aprire la porta e Dain entrò nella sala delle udienze della residenza del raja. Una tenda di fattura europea la separava dal resto della casa; vicino alla tenda c’era una grande poltrona di legno nero intagliato e davanti a questa un tavolo di pino grezzo. Per il resto, nella stanza c’era solo una gran profusione di stuoini. A sinistra dell’entrata si trovava una rudimentale fuciliera, con tre fucili con le baionette inastate. Vicino alla parete, nell’ombra, le guardie del corpo di Lakamba – tutti amici e parenti – dormivano in un mucchio confuso di braccia scure, gambe e indumenti multicolori, da cui proveniva un occasionale russare o il sommesso lamento di qualche dormiente scomodo. Sul tavolo una lampada europea con un paralume verde consentiva a Dain di vedere tutto questo in maniera piuttosto indistinta.
«Che sia benvenuto il tuo arrivo qui», disse Babalatchi, guardando Dain in modo interrogativo.
«Devo vedere il raja, immediatamente», rispose Dain.
Babalatchi fece un gesto di assenso e, giratosi verso il gong d’ottone appeso sotto la fuciliera, picchiò due colpi sonori.
Il frastuono assordante svegliò le guardie. Il russare cessò; le gambe allungate si ripiegarono; l’intero mucchio si mosse e lenta mente si trasformò in individui che sbadigliavano molto e si stropicciavano gli occhi assonnati; dietro le tende ci fu un’esplosione di chiacchierio femminile; poi si udì la voce di basso di Lakamba.
«È quel mercante arabo?»
«No, Tuan», rispose Babalatchi, «Dain è ritornato finalmente. È qui per parlare di cose importanti, bitcharra – se tu benignamente acconsenti».
Evidentemente la clemenza di Lakamba arrivava a tanto – perché in breve uscì da dietro la tenda – ma non fino a indurlo a fare una lunga toilette. Un corto sarong rosso stretto velocemente intorno ai fianchi era il suo unico indumento. Il clemente governante di Sambir appariva assonnato e piuttosto imbronciato. Sedette nella poltrona, le ginocchia ben divaricate, i gomiti sui braccioli, il mento sul petto, respirando pesantemente e aspettando maldisposto che Dain aprisse l’importante conversazione.
Ma Dain non sembrava ansioso di cominciare. Diresse lo sguardo verso Babalatchi, che si era accovacciato comodamente ai piedi del padrone e rimase in silenzio con la testa leggermente china come in cortese attesa delle parole di saggezza che stavano per arrivare.
Babalatchi tossì discretamente e, piegandosi in avanti, spinse verso Dain alcuni stuoini su cui sedersi, poi alzando la voce stridula, gli assicurò, con inquieta loquacità, che tutti erano contenti di quel ritorno tanto atteso. Il suo cuore aveva desiderato ardentemente di vedere il viso di Dain e le orecchie stavano appassendo per la mancanza del rinfrescante suono della sua voce. I cuori e le orecchie di tutti erano nella stessa triste situazione, secondo Babalatchi, mentre con un ampio gesto indicava l’altra riva del fiume dove l’insediamento dormiva pacificamente, inconsapevole della gran gioia che lo attendeva l’indomani quando si fosse saputo della presenza di Dain in mezzo a loro. «Perché», continuò Babalatchi, «qual è la gioia di un pover’uomo se non la mano aperta di un mercante generoso o di un grande…».
Qui s’interruppe bruscamente con calcolato imbarazzo e l’occhio, che fino ad allora aveva vagato per la sala, fissò il pavimento, mentre un sorriso di scusa gl’indugiava per un attimo sulle labbra. Una volta o due, durante questo discorso d’apertura, un’espressione divertita era passata velocemente sul volto di Dain, per lasciar subito posto, comunque, a un’aria di grave preoccupazione. La fronte di Lakamba era molto corrucciata e le labbra si muovevano irate mentre ascoltava l’eloquenza del primo ministro. Nel silenzio che cadde nella stanza quando Babalatchi smise di parlare, un coro di svariati russamenti si alzò dall’angolo dove le guardie del corpo avevano ripreso il sonno interrotto, ma il rombo distante del tuono, che nello stesso momento aveva riempito il cuore di Nina d’apprensione per la sicurezza del suo amato, passò inosservato a quei tre uomini, ognuno intento nei suoi propositi, per la vita o per la morte.
Dopo un breve silenzio Babalatchi, mettendo a quel punto da parte le frasi fiorite e cortesi, parlò di nuovo, ma con frasi brevi e affrettate e a bassa voce. Loro erano stati molto in ansia. Perché Dain era rimasto via tanto a lungo? Gli uomini che abitavano i tratti a valle del fiume avevano udito le detonazioni dei grandi cannoni e visto un brulotto olandese tra le isole dell’estuario. Per questo erano ansiosi. Voci di un disastro avevano raggiunto Abdulla pochi giorni prima e da allora avevano aspettato il ritorno di Dain temendo qualche sventura. Per giorni avevano chiuso gli occhi con paura e si erano svegliati allarmati e andavano in giro tremando, come uomini davanti al nemico. E tutto per Dain. Non voleva calmare le loro paure per la sua sicurezza, non per la loro? Loro erano pacifici, fedeli e devoti al gran raja di Batavia – possa il suo destino condurlo sempre alla vittoria per la gioia e il vantaggio dei suoi servi! «E qui», continuò Babalatchi, «il mio padrone Lakamba stava diventando magro dall’ansia per il mercante che aveva preso sotto la sua protezione e così Abdulla, perché cosa non avrebbero detto uomini malvagi se per caso…».
«Taci, sciocco!», grugnì Lakamba, arrabbiato. Babalatchi sprofondò nel silenzio con un sorriso soddisfatto, mentre Dain, che lo aveva osservato come affascinato, si volgeva con un sospiro di sollievo verso il signore di Sambir. Lakamba non si mosse e, senza alzare la testa, guardò Dain da sotto le sopracciglia, respirando rumorosamente, con le labbra arricciate e un’aria di generale insoddisfazione.
«Parla, o Dain!», disse infine. «Abbiamo sentito molte voci. Molte notti di seguito il mio amico Reshid è venuto qui con cattive nuove. Le notizie corrono veloci lungo la costa. Ma possono non essere vere; ci sono più menzogne sulle bocche degli uomini di questi tempi di quando io ero giovane, ma ora è meno facile ingannarmi».
«Tutte le mie parole sono vere», disse Dain con naturalezza. «Se vuoi sapere cosa è accaduto al mio brigantino, allora sappi che è nelle mani degli olandesi. Credimi, raja», continuò, con improvvisa energia, «l’Orang Blanda ha ottimi amici a Sambir, perché altrimenti come avrebbero saputo che stavo tornando?».
Lakamba rivolse a Dain uno sguardo breve e ostile. Babalatchi si alzò silenziosamente e, direttosi alla fuciliera, colpì il gong violentemente.
Fuori della porta ci fu uno stropiccio di piedi nudi; dentro le guardie si svegliarono e si sedettero sorprese e assonnate.
«Sì, tu fedele amico del raja bianco», continuò Dain sprezzante, volgendosi verso Babalatchi, che era tornato al suo posto, «io sono fuggito e sono qui per allietare il tuo cuore. Quando vidi la nave olandese, diressi il brigantino verso gli scogli e lo incagliai. Non osarono seguirci con la nave, così mandarono i battelli. Noi prendemmo i nostri e cercammo di allontanarci, ma la nave fece cadere su di noi palle infuocate che uccisero molti miei uomini. Ma io sono sopravvissuto, o Babalatchi! Gli olandesi stanno venendo qui a cercarmi. Stanno venendo per informarsi dal loro fedele amico Lakamba e dal suo schiavo Babalatchi. Rallegratevi!».
Ma nessuno dei suoi ascoltatori sembrava di umore allegro. Lakamba aveva poggiato una gamba sul ginocchio e continuava delicatamente a grattarlo con aria meditabonda, mentre Babalatchi, seduto a gambe incrociate, sembrava improvvisamente diventare più piccolo e molto debole, guardando dritto davanti a sé con aria assente. Le guardie dimostrarono qualche interesse allo svolgersi degli eventi, allungandosi completamente sugli stuoini per essere più vicine a chi parlava. Una di loro si era alzata e ora stava appoggiata alla fuciliera, giocando distrattamente con i bordi dell’elsa della sua spada.
Dain aspettò finché il fragore del tuono non si fu spento in lontani borbottii prima di parlare di nuovo.
«Sei sordo, o signore di Sambir oppure il figlio di un grande raja non è degno della tua attenzione? Sono venuto qui per cercare rifugio e per metterti in guardia e voglio sapere cosa intendi fare».
«Tu sei venuto qui per la figlia dell’uomo bianco», ritorse Lakamba, prontamente. «Il tuo rifugio era con tuo padre, il raja di Bali, il figlio del cielo, lo “Anak Agong” in persona. Chi sono io per proteggere grandi principi? Soltanto ieri ho piantato riso in un terreno da poco disboscato; oggi dici che ho in mano la tua vita».
Babalatchi dette un’occhiata al suo padrone. «Nessun uomo può sfuggire al suo destino», mormorò pietosamente. «Quando l’amore entra nel cuore di un uomo, lui è come un bambino – senza alcuna capacità d’intendere. Sii misericordioso, Lakamba», aggiunse, tirando un lembo del sarong del raja come ammonimento.
Lakamba tirò via arrabbiato il lembo del sarong. Man mano che gli si chiarivano le intollerabili difficoltà che causava il ritorno di Dain a Sambir, cominciò a perdere quel tanto di compostezza che fino ad allora era stato capace di mantenere e alzò la voce al di sopra del fischio del vento e della pioggia battente sul tetto nel violento piovasco che stava passando sulla casa.
«Sei venuto qui la prima volta come mercante con parole dolci e grandi promesse, chiedendomi di guardare dall’altra parte mentre tu persuadevi l’uomo bianco là a fare quel che volevi. E io l’ho fatto. Che vuoi ora? Quando ero giovane combattevo. Ora sono vecchio e voglio solo la tranquillità. È più facile per me farti uccidere che non combattere gli olandesi. Ed è meglio».
L’acquazzone era passato, ora, e nel breve silenzio del momento di calma della tempesta, Lakamba ripeté sommessamente, come a se stesso: «Molto più facile e molto meglio».
Dain non sembrò scomporsi molto per le parole minacciose del raja. Mentre Lakamba stava parlando, aveva dato rapidamente un’occhiata alle sue spalle, solo per essere sicuro che non ci fosse nessuno dietro a lui e, tranquillizzato, aveva tirato fuori una scatola di betel dalle pieghe del perizoma e stava avvolgendo accuratamente il pezzetto di noce di betel e un pizzico di lumia nella foglia verde portagli cortesemente dall’attento Babalatchi. L’aveva accettata come un’offerta di pace da parte del silenzioso statista – una specie di muta protesta contro l’avventata violenza del suo padrone e come un auspicio che si potesse ancora arrivare a un’intesa. A parte ciò Dain non era a disagio. Nonostante riconoscesse la veridicità della supposizione di Lakamba, che lui fosse tornato a Sambir solo per amore della figlia dell’uomo bianco, tuttavia non gli sembrava di aver dato prova di infantile mancanza di comprensione, come aveva suggerito Babalatchi. In effetti, Dain sapeva molto bene che Lakamba era troppo profondamente implicato nel contrabbando di polvere da sparo per augurarsi un’indagine in materia da parte delle autorità olandesi. Quando era stato mandato dal padre, il raja indipendente di Bali, al tempo in cui le ostilità fra olandesi e malesi minacciavano di allargarsi da Sumatra a tutto l’arcipelago, Dain aveva trovato tutti i grandi mercati sordi alle sue caute proposte e non corruttibili dagli enormi prezzi con cui era pronto a pagare la polvere. Era andato a Sambir come ultima e quasi disperata risorsa, avendo sentito parlare a Macassar del bianco che vi viveva e del battello che faceva regolare servizio con Singapore – attratto anche dal fatto che sul fiume non c’era un residente olandese, il che avrebbe senza dubbio reso le cose più facili. Le sue speranze erano andate quasi distrutte per l’ostinata lealtà di Lakamba che scaturiva dalla sicura conoscenza del proprio interesse; ma alla fine, la generosità del giovanotto, il suo convincente entusiasmo, il prestigio del grande nome del padre, avevano vinto la prudente esitazione del signore di Sambir. Lakamba non aveva voluto avere niente a che fare personalmente con nessun traffico illegale. Aveva obiettato anche che fosse possibile servirsi degli arabi in quell’occasione; ma aveva suggerito Almayer, dicendo che era un uomo debole, facilmente persuadibile e che il suo amico, il capitano inglese del vapore, avrebbe potuto essere molto utile –molto probabilmente si sarebbe anche unito all’affare, portando di nascosto la polvere sul vapore senza che Abdulla lo sapesse. E qui Dain aveva incontrato in Almayer un’altra resistenza inaspettata; Lakamba aveva dovuto mandare Babalatchi con la solenne promessa che i suoi occhi sarebbero rimasti chiusi in segno d’amicizia per l’uomo bianco, dato che Dain pagava quella promessa e l’amicizia in buoni fiorini d’argento dell’odiato Orang Blanda. Almayer, finalmente acconsentendo, aveva detto che la polvere si sarebbe trovata, ma Dain doveva dargli i dollari da mandare in pagamento a Singapore. Avrebbe indotto Ford a comprarla e a trasferirla di nascosto dal vapore a bordo del brigantino. Per la transazione non voleva denaro, ma Dain, dopo aver mandato via il brigantino, doveva aiutarlo nella sua grande impresa. Almayer aveva spiegato a Dain che non si poteva fidare del solo Lakamba in quella faccenda; avrebbe avuto paura di perdere tesoro e vita per la cupidigia del raja; tuttavia questi aveva dovuto essere informato e aveva insistito per avere una parte dei profitti dell’operazione o i suoi occhi non sarebbero rimasti chiusi ancora a lungo. Almayer aveva dovuto sottostare. Se Dain non avesse visto Nina, probabilmente avrebbe rifiutato d’impegnare sé e i propri uomini nella progettata spedizione a Gunong Mas – la montagna d’oro. Così come stavano le cose, aveva pensato di tornare con metà degli uomini non appena il brigantino fosse stato liberato dagli scogli, ma la caccia persistente che gli aveva dato la fregata olandese lo aveva obbligato a dirigersi a sud e alla fine a far naufragare e distruggere la nave per conservare la libertà e forse anche la vita. Sì, era tornato a Sambir per Nina, sebbene fosse consapevole che gli olandesi lo avrebbero cercato là, ma aveva anche calcolato le sue possibilità di salvezza nelle mani di Lakamba. Nonostante il feroce discorso, il misericordioso sovrano non lo avrebbe ucciso, perché molto tempo prima si era convinto che Dain possedesse il segreto del tesoro dell’uomo bianco; né lo avrebbero consegnato agli olandesi, nel timore che fosse fatta qualche fatale rivelazione di complicità nel proditorio commercio. Così Dain si sentiva ragionevolmente sicuro mentre restava seduto riflettendo con calma sulla risposta da dare al discorso assetato di sangue del raja. Sì, gli avrebbe fatto notare in che condizioni si sarebbe trovato se lui – Dain – fosse caduto nelle mani degli olandesi e avesse dovuto dire la verità. E se era tornato a Sambir, disturbando così la tranquillità di spirito di Lakamba, cosa c’era? Era venuto per salvaguardare la sua proprietà. Non aveva profuso argento nel grembo avido della signora Almayer? Aveva pagato, per la ragazza, un prezzo degno di un grande principe, anche se inadeguato per quella creatura che lo faceva deliziosamente impazzire e che la sua anima indomita desiderava ardentemente con un’intensità molto più straziante del dolore più acuto. Voleva la sua felicità. Aveva il diritto di essere a Sambir. Si alzò e, avvicinatosi al tavolo, vi appoggiò i gomiti; Lakamba, come in risposta, spostò la poltrona un po’ più vicino, mentre Babalatchi balzava in piedi e protendeva la testa curiosa fra il padrone e Dain. Si scambiarono rapidamente le idee, sussurrando sui volti l’uno dell’altro, molto vicini, con Dain che proponeva, Lakamba che contraddiceva, Babalatchi che conciliava temendo fortemente che sopraggiungessero difficoltà. Parlò lui più degli altri, con molta serietà e a bassa voce, volgendo lentamente la testa da una parte all’altra in modo di poter vedere a turno con l’unico occhio i suoi interlocutori. Perché doveva esserci discordia? disse. Che Tuan Dain, che era la persona che amava di più dopo il suo padrone, andasse fiduciosamente a nascondersi. C’erano tanti posti adatti. La casa di Bulangi lontana nella radura era il migliore. Bulangi era un uomo fidato. Nessun uomo bianco avrebbe potuto trovare la strada nella tortuosa rete dei canali. Gli uomini bianchi erano forti, ma molto sciocchi. Era spiacevole combatterli, ma ingannarli era facile. Erano come donne sciocche – non conoscevano l’uso della ragione e lui era in grado di competere con ciascuno di loro – continuò Babalatchi, con tutta la fiducia che dà la mancanza d’esperienza. Probabilmente gli olandesi avrebbero cercato Almayer. Forse avrebbero portato via il loro connazionale, se lo avessero sospettato. Questa sarebbe stata un’ottima cosa. Dopo che gli olandesi fossero andati via, Lakamba e Dain avrebbero preso il tesoro senza problemi e ci sarebbe stata una persona di meno con cui dividerlo. Non parlava con saggezza? Voleva Tuan Dain andare alla casa di Bulangi finché fosse passato il pericolo, andare immediatamente?
Dain accettò il suggerimento di andare a nascondersi come se facesse un favore a Lakamba e all’ansioso statista, ma rispose alla proposta di andare immediatamente con un deciso no, guardando significativamente Babalatchi. Lo statista sospirò come un uomo che accetta l’inevitabile e indicò silenziosamente l’altra riva. Dain chinò la testa lentamente.
«Sì, andrò là», disse.
«Prima che venga giorno?», chiese Babalatchi.
«Andrò là ora», rispose Dain, con decisione. «Gli Orang Blanda non saranno qui prima di domani notte, forse, e io devo dire ad Almayer dei nostri accordi».
«No, Tuan. No; non dire niente», protestò Babalatchi. «Andrò io stesso là all’alba e glielo farò sapere».
«Vedrò», disse Dain, preparandosi ad andare.
Fuori stava ricominciando la tempesta, con le pesanti nubi che ora incombevano basse sopra la testa. C’era un rombo costante di tuoni lontani punteggiato da schianti secchi più vicini e, nel continuo gioco dei lampi azzurri, le foreste e il fiume erano visibili a tratti, con tutta l’indefinibile chiarezza di dettagli caratteristica di una scena del genere. Fuori della porta della casa del raja, Dain e Babalatchi rimasero sulla veranda che vacillava, sbalorditi e storditi dalla violenza della tempesta. Rimasero lì tra le figure rannicchiate degli schiavi e i dipendenti del raja che avevano cercato riparo dalla pioggia e Dain chiamò forte i suoi rematori, che risposero con un generale «Ada! Tuan!» mentre guardavano il fiume preoccupati.
«Questa è una grande piena!», gridò Babalatchi nell’orecchio di Dain. «Il fiume è molto infuriato. Guarda! Guarda i tronchi alla deriva! Puoi andare?».
Dain dette un’occhiata dubbiosa alla livida distesa di acqua ribollente delimitata in lontananza dall’altra parte della sottile linea nera delle foreste. D’un tratto, al vivido chiarore di un lampo, la bassa punta di terra con gli alberi piegati e la casa di Almayer si videro improvvisamente, tremolarono e sparirono. Dain spinse da parte Babalatchi e corse verso la chiusa seguito dai rematori tremanti.
Babalatchi rientrò dentro lentamente e chiuse la porta, poi si girò e guardò in silenzio verso Lakamba. Il raja stava seduto immobile, guardando con sguardo furente e duro il tavolo e Babalatchi fissò con curiosità l’umore confuso dell’uomo che aveva servito per così tanti anni nella buona e nella cattiva sorte. Senza dubbio l’orbo statista sentì nel suo petto selvaggio e molto cinico un indesiderato sentimento di solidarietà con l’uomo che chiamava padrone, e forse anche pietà per lui. Dalla posizione sicura di consigliere privato poteva, nell’indistinto panorama degli anni trascorsi, vedere se stesso – un noncurante assassino – trovare rifugio sotto il tetto di quell’uomo nella modesta radura di riso dei primi inizi. Poi era venuto un periodo di ininterrotto successo, di saggi consigli e di misteriosi complotti risolutamente attuati dall’impavido Lakamba, mentre tutta la costa orientale da Poulo Laut a Tanjong Batu dava ascolto alla saggezza di Babalatchi che parlava per bocca del signore di Sambir. In quei lunghi anni a quanti pericoli erano sfuggiti, quanti nemici avevano affrontato coraggiosamente, quanti uomini bianchi avevano raggirato con successo! E ora vedeva il risultato di così tanti anni di paziente fatica: l’impavido Lakamba spaventato dall’ombra di una difficoltà incombente. Il sovrano stava diventando vecchio e Babalatchi, avvertendo una spiacevole sensazione alla bocca dello stomaco, vi mise sopra le mani con la percezione improvvisamente vivida e triste del fatto che anche lui stava diventando vecchio; che per tutti e due era passato il tempo dell’audacia spericolata e dovevano cercare rifugio nell’astuzia prudente. Avevano bisogno di pace; erano disposti a ravvedersi; erano pronti anche a fare economie, in modo da avere il necessario per sottrarsi ai giorni cattivi, se potevano farlo. Babalatchi sospirò per la seconda volta quella notte, mentre si accoccolava di nuovo ai piedi del padrone e gli porgeva con muta comprensione la sua scatola con la noce di betel. E sedettero lì nella stretta eppure silenziosa intima unione dei masticatori di noce di betel, muovendo lentamente le mascelle, sputando dignitosamente nel recipiente d’ottone dalla bocca larga che si passavano l’un l’altro e ascoltando il terribile frastuono degli elementi in lotta all’esterno.
«C’è una piena molto seria», fece notare Babalatchi con aria triste.
«Sì», disse Lakamba. «Dain è andato?»
«È andato, Tuan. È corso al fiume come un uomo posseduto dal demonio».
Ci fu un’altra lunga pausa.
«Può finire affogato», insinuò Lakamba alla fine, dimostrando un certo interesse.
«I tronchi galleggianti sono molti», rispose Babalatchi, «ma lui è un buon nuotatore», aggiunse con indifferenza.
«Deve vivere», disse Lakamba, «sa dov’è il tesoro».
Babalatchi assentì con un grugnito di malumore. Non essere riuscito a penetrare il segreto dell’uomo bianco circa il luogo dove si trovava l’oro era un tasto doloroso per lo statista di Sambir, perché era l’unico evidente fallimento in una carriera altrimenti brillante.
Al tumulto della tempesta era ora succeduta una grande pace. Solo le nuvolette tardive, che in alto si affrettavano per raggiungere il corpo principale che lampeggiava silenziosamente in lontananza, facevano cadere brevi rovesci che picchiettavano delicatamente con un sibilo calmante sul tetto di foglie.
Lakamba si riscosse dalla sua apatia con l’aria di avere finalmente afferrato la situazione. «Babalatchi», chiamò bruscamente, dandogli un calcio leggero.
«Ada Tuan! Sto ascoltando».
«Se gli Orang Blanda vengono qui, Babalatchi e portano Almayer a Batavia per punirlo di aver contrabbandato la polvere da sparo, cosa farà lui, secondo te?»
«Non lo so, Tuan».
«Sei uno sciocco», commentò Lakamba, esultante. «Per ottenere clemenza, dirà loro dov’è il tesoro. Lo farà di sicuro».
Babalatchi guardò il padrone e annuì e la sorpresa non fu certo piacevole. Lui non ci aveva pensato; c’era una nuova complicazione.
«Almayer deve morire», disse Lakamba risolutamente, «per rendere sicuro il nostro segreto. Deve morire senza chiasso, Babalatchi. Lo devi fare tu».
Babalatchi assentì e si alzò stancamente in piedi. «Domani?», chiese.
«Sì; prima che vengano gli olandesi. Egli beve molto caffè», rispose Lakamba, apparentemente divagando. Babalatchi si stirò sbadigliando, ma Lakamba, per la lusinghiera consapevolezza di aver risolto un complesso problema con i suoi soli ragionamenti, era d’un tratto perfettamente sveglio.
«Babalatchi», disse allo statista esausto, «va’ a prendere la scatola da musica che mi dette il capitano bianco. Non posso dormire».
A quest’ordine una profonda ombra di mestizia si posò sul volto di Babalatchi. Andò riluttante dietro la tenda e dopo poco riapparve portando tra le braccia un piccolo organino, che appoggiò sul tavolo con profondo abbattimento. Lakamba si sistemò comodamente nella poltrona.
«Gira, Babalatchi, gira», mormorò, con gli occhi chiusi.
La mano di Babalatchi afferrò la manopola con l’energia della disperazione e, mentre girava, la profonda tristezza del suo aspetto mutò in un’espressione di disperata rassegnazione. Attraverso le imposte aperte le note della musica di Verdi si librarono nell’aria, nel grande silenzio del fiume e della foresta. Lakamba ascoltava ad occhi chiusi, con un sorriso felice; Babalatchi girava, a volte si appisolava e poi si scuoteva riprendendosi spaventato con pochi veloci giri della manopola. La natura dormiva in un riposo stremato dopo il violento tumulto, mentre sotto la mano malferma dello statista di Sambir, il Trovatore a intermittenza piangeva, gemeva e diceva addio alla sua Leonora ripetutamente, in un dolente giro di ripetizioni tristi e senza fine.
Capitolo settimo
Dopo la notte tempestosa il sole splendente del limpido mattino senza foschia inondò il sentiero principale del villaggio che portava dalla bassa riva del ramo del Pantai al cancello del campo di Abdulla. Il sentiero quella mattina era deserto; allungava la sua superficie giallo-scura, ben battuta dal calpestio di molti piedi nudi, in mezzo a ciuffi di palme, i cui alti tronchi la striavano a intervalli irregolari di nette linee nere, mentre il sole, sorto da poco, proiettava lontano le ombre delle loro cime frondose sopra i tetti delle costruzioni che costeggiavano il fiume e anche sul fiume stesso, mentre scorreva veloce e silenzioso oltre le case deserte. Perché anche le case erano deserte. Sulla stretta striscia di erba calpestata che si trovava tra le porte aperte e la strada, il fuoco mattutino covava sotto la cenere trascurato, mandando nell’aria fredda colonne di fumo sottili e increspate e spargendo un leggerissimo velo di misteriosa foschia azzurrina nell’assolata solitudine del villaggio. Almayer, appena sceso dall’amaca, fissò assonnato quell’insolito aspetto di Sambir, vagamente stupito di quell’assenza di vita. Anche la sua casa era molto silenziosa; non sentiva la voce della moglie né il rumore dei passi di Nina nella grande stanza che si apriva sulla veranda e che lui chiamava il suo soggiorno, quando, in compagnia di uomini bianchi, voleva affermare le sue pretese riguardo le comuni norme del vivere civile. Non ci si era mai seduto nessuno; non c’era niente su cui sedersi, perché la signora Almayer nei suoi momenti selvaggi, quando era eccitata dai ricordi del periodo piratesco della sua vita, aveva tirato via le tende per fare sarong alle schiave e aveva bruciato la fantastica mobilia pezzo a pezzo per cuocere il riso. Ma ora Almayer non stava pensando ai mobili. Stava pensando al ritorno di Dain, al colloquio notturno di Dain con Lakamba, alla possibile influenza che ciò avrebbe potuto avere sui suoi piani a lungo meditati, ora che si avvicinava il momento della loro attuazione. Era anche inquieto per la mancata comparsa di Dain che gli aveva promesso una visita di prima mattina. «L’amico aveva avuto tutto il tempo che voleva per traversare il fiume», rifletté, «e c’era così tanto da fare oggi. Definire i dettagli per partire presto domani; mettere in acqua i battelli; i centomila ultimi ritocchi. Perché la spedizione doveva partire al cornpleto, non si doveva dimenticare niente, niente doveva…».
D’un tratto la sensazione dell’inclita solitudine lo impressionò e, nell’inusuale silenzio, si trovò a desiderare anche il suono solitamente sgradito della voce della moglie per rompere l’oppressiva immobilità che, alla sua immaginazione spaventata, sembrava preannunziare l’arrivo di qualche nuova sventura. «Che è successo?», borbottò quasi a voce alta, mentre strascicava i piedi non perfettamente calzati nelle pantofole verso la balaustra della veranda. «Sono tutti addormentati o morti?».
Il villaggio era vivo e molto sveglio. Era sveglio fin dal primo spuntare dell’alba, quando Mahmat Banjer, in un attacco di energia senza precedenti, si era alzato e, prendendo l’accetta, aveva scavalcato le sagome addormentate delle due mogli e si era diretto tremando verso il bordo dell’acqua per accertarsi che la casa che stava costruendo non fosse stata trascinata via dalla corrente durante la notte.
L’intraprendente Mahmat stava costruendo la casa su un’ampia zattera e l’aveva saldamente ormeggiata proprio al riparo della punta di terra fangosa, alla congiunzione dei due rami del Pantai, in modo che fosse fuori dal percorso dei tronchi alla deriva che si sarebbero senza dubbio incagliati in quel punto durante la piena. Mahmat camminò attraverso l’erba bagnata rabbrividendo e maledicendo sommessamente le dure necessità di una vita laboriosa che dal suo caldo giaciglio lo spingeva al lavoro nel freddo del mattino. Un’occhiata gli bastò per vedere che la casa era ancora lì e si congratulò con se stesso per aver avuto la previdenza di tirarla fuori dalla rotta pericolosa, perché la luce che stava aumentando gli faceva vedere una confusa rovina di tronchi mezzo incagliati nel basso terreno fangoso coi rami incastrati in una zattera informe, che si sballottavano avanti e indietro, schiacciandosi l’un l’altro nel vortice provocato dall’incontro delle correnti dei due rami del fiume. Mahmat si diresse verso il bordo dell’acqua per esaminare gli ormeggi di giunco della casa proprio mentre, sulla riva opposta, il sole rischiarava gli alberi della foresta. Mentre si chinava sulle legature, dette un’altra occhiata disattenta alla tumultuosa giungla di tronchi e ci vide qualcosa che gli fece mollare l’accetta e alzarsi in piedi, riparando con la mano gli occhi dai raggi del sole nascente. Era qualcosa di rosso e i tronchi vi rotolavano sopra, a volte chiudendovisi intorno, a volte nascondendolo. Sulle prime gli sembrò una striscia di stoffa rossa. Il momento successivo Mahmat aveva capito cosa fosse e proruppe in un forte grido.
«Ah ja! Là!», urlò Mahmat. «C’è un uomo in mezzo ai tronchi». Mise i palmi delle mani intorno alla bocca e, il viso rivolto verso il villaggio, gridò scandendo distintamente le parole: «C’è il corpo di un uomo nel fiume! Venite a vedere! Uno straniero – morto!».
Le donne della casa più vicina erano già fuori ad accendere i fuochi e a pilare il riso del mattino. Ripeterono il grido con insistenza ed esso passò così di casa in casa, morendo in lontananza. Gli uomini si precipitarono fuori eccitati ma silenziosi e corsero verso la punta fangosa dove i tronchi inconsapevoli sbattevano e rotolavano sullo straniero morto con la stupida ostinazione delle cose inanimate. Le donne li seguirono tralasciando le faccende domestiche e senza tener conto del possibile malcontento familiare, mentre gruppi di bambini facevano la retroguardia, gorgheggiando allegramente, per la gioia di quell’agitazione inaspettata.
Almayer chiamò forte la moglie e la figlia, ma non ricevendo risposta, rimase ad ascoltare attentamente. Gli giunse debolmente il mormorio della folla, che portava con sé la certezza che fosse accaduto qualcosa di insolito. Dette un’occhiata al fiume proprio mentre stava per lasciare la veranda e si fermò vedendo una piccola canoa che traversava venendo dall’attracco del raja. Il solitario occupante (in cui ben presto Almayer riconobbe Babalatchi) effettuò la traversata un po’ più a valle della casa e pagaiò verso il molo Lingard nell’acqua stagnante sotto l’argine. Babalatchi s’inerpicò fuori lentamente e continuò a legare la canoa con cura meticolosa, come se non avesse fretta d’incontrare Almayer, che vedeva guardare verso di lui dalla veranda. Questo indugio dette ad Almayer il tempo di notare con grande stupore la tenuta ufficiale di Babalatchi. Lo statista di Sambir indossava un costume consono al suo alto rango. Un sarong a quadri sgargianti gli circondava la vita e dalle ricche pieghe spuntava l’impugnatura d’argento del kriss che vedeva la luce soltanto nelle grandi festività o durante le udienze ufficiali. A bandoliera sul petto solitamente nudo dell’anziano diplomatico brillava una fascia di pelle lucida che recava una piastra d’ottone con lo stemma dell’Olanda sotto l’iscrizione «Sultano di Sambir». La testa era coperta da un turbante rosso, le cui estremità frangiate, ricadenti sulla guancia sinistra e sulla spalla, davano a quel volto invecchiato un’espressione ridicola di allegra spensieratezza. Quando infine fu soddisfatto del modo in cui aveva assicurato la canoa, si raddrizzò, sistemando le pieghe del sarong e mosse a grandi passi verso la casa di Almayer, facendo oscillare regolarmente il lungo bastone d’ebano, la cui impugnatura d’oro adorna di pietre preziose scintillava al sole mattutino. Almayer agitò la mano a destra verso la punta di terra, che lui non vedeva, ma perfettamente visibile dal molo.
«Ohi, Babalatchi! Ohi!», chiamò, «che succede laggiù? Puoi vedere?»
Babalatchi si fermò e fissò intensamente la folla sull’argine del fiume e dopo un po’ lo stupito Almayer lo vide lasciare il sentiero, raccogliere il sarong in mano e partire al trotto attraverso l’erba verso la punta fangosa. Almayer, ora fortemente interessato, corse giù per gli scalini della veranda. Il mormorio delle voci maschili e le grida stridule delle donne in quel momento gli giungevano piuttosto distintamente e non appena voltò l’angolo della casa poté vedere la folla sul basso promontorio ondeggiare e accalcarsi intorno a qualcosa d’interessante. Poteva udire vagamente la voce di Babalatchi, poi la folla si aprì davanti all’anziano statista e si chiuse dietro di lui con un brusio eccitato che finì in un alto grido. Mentre Almayer si avvicinava alla ressa, un uomo corse fuori e schizzò dietro di lui verso il villaggio, senza far caso alla sua richiesta di fermarsi e spiegargli la causa di quell’eccitazione. Proprio ai margini della folla Almayer si trovò bloccato da una impenetrabile massa umana, incurante delle sue preghiere di farlo passare, insensibile alle delicate spinte con cui cercava di aprirsi la strada verso la riva.
Nel mezzo di questo lieve e lento progresso credette d’un tratto d’aver udito la voce della moglie dove la ressa era più fitta. Non poteva non riconoscere molto bene i toni acuti della signora Almayer, tuttavia le parole erano troppo indistinte perché ne capisse il significato. Si fermò nei suoi tentativi di aprirsi un passaggio, proponendosi di ottenere qualche notizia da quelli intorno a lui, quando uno strillo lungo e penetrante squarciò l’aria, facendo tacere i mormorii della folla e le voci dei suoi informatori.
Per un attimo Almayer restò pietrificato dallo stupore e dall’orrore, perché ora era certo di avere udito la moglie emettere alti lamenti per il morto. Ricordò l’insolita assenza di Nina e, impazzito di paura che lei non fosse salva, si fece largo ciecamente e violentemente mentre la folla con grida di sorpresa e di dolore indietreggiava davanti a quella frenetica avanzata.
Sulla punta di terra, in un piccolo spazio sgombro, giaceva il corpo dello straniero appena liberato dai tronchi. Babalatchi stava di lato, il mento appoggiato sul manico del bastone e l’unico occhio che fissava costantemente la massa informe di membra spezzate, carne straziata e stracci macchiati di sangue. Quando Almayer sbucò dal cerchio di spettatori inorriditi, la signora Almayer gettò il velo che portava in testa sulla faccia rovesciata dell’uomo affogato e accoccolandovisi accanto, con un altro dolente grido, fece rabbrividire la folla ora silenziosa. Mahmat, grondante acqua, si voltò verso Almayer, impaziente di raccontare la sua storia.
Nel primo momento di reazione al dolore della sua paura, il sole sembrò ondeggiare davanti agli occhi di Almayer che ascoltò le parole dette intorno a lui senza comprenderne il significato. Quando, con un forte sforzo di volontà, riprese possesso delle sue facoltà, Mahmat stava dicendo:
«È successo così, Tuan. Il suo sarong si è impigliato in un ramo spezzato e lui è rimasto appeso con la testa sott’acqua. Quando ho visto cosa fosse, non lo volevo qui. Volevo liberarlo e lasciarlo alla corrente. Perché dovremmo seppellire uno straniero tra le nostre case affinché il suo fantasma spaventi le nostre donne e i nostri bambini? Non abbiamo abbastanza fantasmi in questo luogo?».
Qui lo interruppe un mormorio d’approvazione. Mahmat guardò Babalatchi con aria di rimprovero.
«Ma Tuan Babalatchi mi ha ordinato di trascinare il corpo a riva», continuò guardando gli ascoltatori circostanti, ma rivolgendosi solo ad Almayer, «e io l’ho trascinato per i piedi; l’ho trascinato nel fango, nonostante il mio cuore desiderasse vederlo trascinato dalla corrente giù per il fiume per arenarsi forse nella radura di Bulangi – possa la tomba di suo padre essere contaminata!».
A quest’ultima ci fu una risata sommessa, perché l’inimicizia fra Mahmat e Bulangi era materia di pubblico dominio e di incessante interesse per gli abitanti di Sambir. In mezzo a quell’ilarità, la signora Almayer lanciò di nuovo improvvisamente alte grida.
«Allah! Di cosa si lamenta la donna», proruppe Mahmat, arrabbiato. «Ecco, io ho toccato quella carcassa venuta non si sa da dove e molto probabilmente mi sono contaminato prima di mangiare il riso. Per ordine di Tuan Babalatchi ho fatto questa cosa per compiacere l’uomo bianco. Ti fa piacere, o Tuan Almayer? E quale sarà la mia ricompensa? Tuan Babalatchi ha detto che ci sarebbe stata una ricompensa e da parte tua. Ora considera. Io sono stato contaminato e se non contaminato posso essere sotto il sortilegio – guarda i suoi braccialetti alle caviglie! Chi ha mai sentito di un cadavere che appare durante la notte fra i tronchi con braccialetti d’oro alle caviglie? C’è un maleficio qui. Comunque», aggiunse Mahmat dopo averci riflettuto un po’, «prenderò i braccialetti se mi è permesso, perché ho un talismano contro i fantasmi e non ho paura. Dio è grande!».
Un nuovo scoppio di rumoroso dolore da parte della signora Almayer interruppe il fiume dell’eloquenza di Mahmat. Almayer, perplesso, guardò a turno la moglie, Mahmat, Babalatchi e alla fine posò lo sguardo affascinato sul corpo che giaceva nel fango, con la faccia coperta, in un contorcimento grottescamente innaturale di membra spezzate e straziate, un braccio disteso, distorto e squarciato, con le ossa bianche che sporgevano in molti punti dalla carne dilaniata; la mano con le dita distese che quasi gli toccavano il piede. «Sai chi sia?», chiese a Babalatchi, a bassa voce.
Babalatchi, che aveva lo sguardo fisso davanti a sé, mosse appena le labbra, mentre i persistenti lamenti della signora Almayer coprivano il mormorio di risposta rivolto solo all’orecchio di Almayer.
«Era destino. Guarda ai tuoi piedi, uomo bianco. Vedo un anello che conosco bene su quelle dita straziate».
Dicendo questo, Babalatchi avanzò mettendo incautamente, come per caso, il piede sulla mano del cadavere premendola nel fango morbido. Roteò minacciosamente il bastone verso la folla che indietreggiò un poco.
«Andate via», disse severamente, «e mandate le vostre donne ai loro fuochi che non avrebbero dovuto lasciare per correre dietro a uno straniero morto. Questo è un lavoro da uomini, qui. Me ne occuperò io ora, in nome del raja. Che non rimanga nessuno qui tranne i servi di Tuan Almayer. Ora andate!».
Con riluttanza la folla cominciò a disperdersi. Le donne andarono per prime, trascinandosi via i bambini che pendevano all’indietro dalla mano materna con tutto il loro peso. Gli uomini camminarono lentamente dietro di loro in gruppi che continuamente si formavano e cambiavano e che gradualmente si dispersero mentre si avvicinavano al villaggio e ogni uomo raggiunse la propria casa con passi affrettati nell’affamata pregustazione del riso mattutino. Soltanto sulla piccola altura dove il terreno scendeva verso la punta fangosa rimasero pochi uomini, amici e nemici di Mahmat, a fissare curiosamente, ancora per un po’, il piccolo gruppo in piedi intorno al corpo sull’argine del fiume. «Non capisco cosa vuoi dire, Babalatchi», disse Almayer. «Di quale anello parli? Scoprigli la faccia», continuò, rivolgendosi alla signora Almayer, che, accovacciata vicino alla testa del cadavere, si dondolava avanti e indietro, scuoteva di tanto in tanto i capelli arruffati e borbottava lugubremente.
«Ah!», proruppe Mahmat, che si era attardato lì vicino. «Guarda, Tuan; i tronchi si sono scontrati così», e qui premette insieme i palmi delle mani, «e la testa doveva essere nel mezzo e ora non c’è nessuna faccia da guardare. Ci sono la carne e le ossa, il naso e le labbra e forse gli occhi, ma nessuno potrebbe distinguere gli uni dagli altri. Era scritto il giorno in cui nacque che nessun uomo avrebbe potuto guardarlo nella morte ed essere in grado di dire: “Questo è il volto del mio amico”».
«Silenzio, Mahmat; basta!», disse Babalatchi, «e togli gli occhi dal suo braccialetto, tu mangiatore di carne di porco. Tuan Almayer», continuò abbassando la voce, «hai visto Dain, stamattina?».
Almayer sgranò gli occhi e apparve spaventato. «No», disse rapidamente, «tu non l’hai visto? Non è con il raja? Lo sto aspettando; perché non viene?».
Babalatchi chinò tristemente la testa.
«È venuto, Tuan. Se n’è andato stanotte quando la tempesta era grande e il fiume parlava irato. La notte era molto buia, ma aveva dentro di sé una luce che gli mostrava la via per la tua casa piana come una stretta acqua stagnante, e i molti tronchi non erano per lui più grandi di pezzetti di erba secca. Perciò se n’è andato e ora giace qui». E Babalatchi chinò la testa verso il corpo.
«Come puoi dirlo?», disse Almayer turbato, spingendo da parte la moglie. Strappò via il velo e guardò l’informe massa di carne, capelli e fango che si stava seccando, dove ci sarebbe dovuta essere la faccia dell’annegato. «Nessuno può dirlo», aggiunse voltandosi con un brivido.
Babalatchi era in ginocchio a pulire dal fango le dita rigide della mano protesa. Si alzò e fece brillare davanti agli occhi di Almayer un deformato anello d’oro con una grande pietra verde.
«Questo lo conosci bene», disse. «Non ha mai lasciato la mano di Dain. Ora ho dovuto lacerare la carne per tirarlo via. Ci credi ora?».
Almayer si portò le mani alla testa e le lasciò ricadere fiaccamente, nel totale abbandono della disperazione. Babalatchi, guardandolo con curiosità, fu sorpreso di vederlo sorridere. Una strana fantasia si era impossessata del cervello di Almayer, turbato da questa nuova disgrazia. Gli sembrava di essere caduto per molti anni in un precipizio profondo. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, era caduto, caduto, caduto; era una cosa liscia, rotonda, nera e le pareti nere erano corse verso l’alto con tediosa rapidità. Una grande caduta di cui gli sembrava di udire ancora il rumore e ora, con un terribile shock, aveva raggiunto il fondo e guarda! Era vivo e vegeto e Dain era morto con tutte le ossa rotte. Lo colpì il grottesco della cosa. Un malese morto; aveva visto molti malesi morti senza alcuna emozione e ora avrebbe pianto, ma sul destino di un uomo bianco che conosceva; un uomo che era caduto in un precipizio profondo e non era morto. Gli sembrava in qualche modo di essere in piedi da una parte, un po’ discosto, a guardare un certo Almayer che si trovava in un bel guaio. Povero, povero amico! Perché non si taglia la gola? Desiderava incoraggiarlo; era molto ansioso di vederlo giacere morto sopra quell’altro cadavere. Perché non muore e mette fine a questa sofferenza? Inconsciamente gemette a voce alta e trasalì di spavento nel sentire la propria voce. Stava diventando pazzo? Terrorizzato da quest’idea si volse e corse verso casa ripetendosi: «Non sto diventando pazzo; naturalmente no, no, no, no!». Cercò di aggrapparsi tenacemente all’idea. Pazzo no, pazzo no. Inciampò mentre correva ciecamente su per i gradini ripetendo sempre più rapidamente quelle parole in cui gli sembrava si trovasse la sua salvezza. Vide Nina là in piedi e volle dirle qualcosa, ma non riuscì a ricordare cosa, così preoccupato com’era di non dimenticare che non stava diventando pazzo che continuò ancora a ripeterselo mentalmente mentre correva intorno al tavolo, finché inciampò in una poltrona e vi cadde esausto. Sedette fissando Nina con occhi da pazzo, continuando a rassicurarsi della propria salute mentale e chiedendosi perché la ragazza si allontanasse da lui con gli occhi sgranati di paura. Che le prendeva? Era insensato. Colpì violentemente il tavolo con il pugno e urlò aspramente: «Portami il gin! Corri!». Poi, mentre Nina spariva di corsa, rimase nella poltrona, fermo e tranquillo, stupito del chiasso che aveva fatto.
Nina ritornò con un bicchiere mezzo pieno di gin e trovò il padre che guardava davanti a sé con aria vacua. Almayer ora si sentiva molto stanco, come se fosse arrivato da un lungo viaggio. Si sentiva come se quel mattino avesse camminato per miglia e miglia e ora desiderava moltissimo riposare. Prese il bicchiere con mano tremante e, mentre beveva, i denti batterono contro il bicchiere che vuotò fino in fondo e appoggiò pesantemente sul tavolo. Volse lentamente gli occhi verso Nina in piedi accanto a lui e disse con calma:
«Ora è tutto finito, Nina. Lui è morto e io posso anche bruciare tutti i battelli».
Si sentì molto orgoglioso di essere capace di parlare con tanta calma. Chiaramente non stava diventando pazzo. Questa certezza fu molto confortante e continuò a raccontare del ritrovamento del corpo, ascoltando con soddisfazione la propria voce. Nina rimase tranquilla, la mano leggermente appoggiata sulla spalla del padre, il volto impassibile, ma ogni lineamento, l’atteggiamento di tutto il corpo esprimevano la più intensa e ansiosa attenzione.
«E così Dain è morto», disse freddamente, quando il padre smise di parlare.
Il comportamento studiatamente calmo di Almayer cedette in un attimo a uno scoppio di violenta indignazione.
«Stai lì come se fossi viva solo a metà e mi parli», proruppe arrabbiato, «come se fosse una cosa senza importanza. Sì, lui è morto! Capisci? Morto! Che t’importa? Non ti è mai importato; mi vedevi affannarmi, lavorare e lottare impassibile e non sei mai riuscita a vedere la mia sofferenza. No, mai. Non hai cuore, non hai cervello altrimenti avresti capito che era per te, per la tua felicità che io stavo lavorando. Volevo essere ricco; volevo andare via di qui. Volevo vedere uomini bianchi inchinarsi profondamente davanti al potere della tua bellezza e ricchezza. Vecchio come sono, desideravo cercare una terra sconosciuta, una civiltà a cui sono estraneo, per trovare una nuova vita nella contemplazione delle tue grandi fortune, dei tuoi trionfi, della tua felicità. Per questo ho sopportato pazientemente il peso del lavoro, della delusione, dell’umiliazione in mezzo a questi selvaggi e avevo tutto ciò quasi in pugno».
Guardò il viso attento della figlia e balzò in piedi rovesciando la poltrona.
«Ci senti? Avevo tutto questo qui; così; a portata di mano».
S’interruppe, cercando di reprimere la collera crescente e non ci riuscì.
«Non hai sentimenti?», continuò. «Sei vissuta senza speranze?». Il silenzio di Nina lo esasperò; alzò la voce nonostante cercasse di dominare i suoi sentimenti.
«Sei soddisfatta di vivere in questo squallore e morire in questo buco miserabile? Di’ qualcosa, Nina; non hai comprensione? Non hai una parola di conforto per me? Per me che ti ho voluto tanto bene».
Aspettò una risposta e, non ricevendola, agitò il pugno davanti al viso della figlia.
«Credo tu sia cretina!», urlò.
Si guardò intorno cercando la poltrona, la tirò su e vi si sedette tutto d’un pezzo. La rabbia che aveva provato era scomparsa e si vergognò del suo scatto, ma fu sollevato al pensiero che ora aveva messo in chiaro davanti alla figlia il significato recondito della sua vita. Pensò questo in perfetta buona fede, ingannato da una valutazione sentimentale delle proprie ragioni, incapace di vedere la tortuosità del suo procedere, l’irrealtà dei suoi fini, la futilità dei suoi rimpianti. E ora aveva il cuore pieno soltanto di grande tenerezza e amore per la figlia. Voleva vederla infelice e dividere con lei la propria disperazione, ma lo voleva soltanto come tutte le nature deboli che cercano nella sventura la compagnia di persone che non ne conoscono la causa. Se anche lei avesse sofferto, lo avrebbe capito e compatito; ma ora non aveva trovato o non era stata in grado di trovare una parola di conforto o d’amore per lui in questa terribile e difficile situazione. La percezione di quanto fosse assolutamente solo gli toccò il cuore sul vivo con una forza tale che lo fece rabbrividire. Vacillò e cadde con la faccia sul tavolo, le braccia allungate, distese e rigide. Nina si mosse velocemente verso il padre e rimase a guardare la testa grigia, le spalle ampie scosse convulsamente dalla violenza dei sentimenti che alla fine trovarono sollievo in lacrime e singhiozzi.
Nina sospirò profondamente e si allontanò dal tavolo. Il suo volto aveva perso quell’aspetto di spietata indifferenza che aveva fatto infuriare il padre in quello scoppio di rabbia e di dolore. L’espressione del volto, che ora il padre non vedeva, aveva subito un rapido cambiamento. Aveva ascoltato la sua preghiera di essere compreso, di una parola di conforto, apparentemente indifferente, ma lacerata dentro di sé da impulsi contrastanti, nati inaspettatamente da eventi che non aveva previsto o al più che non si era aspettata accadessero così presto. Profondamente commossa nel vedere la sofferenza di Almayer, sapendo che era in suo potere mettervi fine con una parola, desiderando dare pace a quel cuore turbato, udì con terrore la voce del suo grandissimo amore che le ordinava di tacere. E si arrese dopo una lotta breve e crudele del vecchio io con il nuovo concetto fondamentale della sua vita. Si ammantò di un assoluto silenzio, l’unica salvaguardia contro qualche fatale confessione. Non si poteva fidare di fare un gesto, di mormorare una parola per timore di dire troppo e proprio la violenza di sentimenti che agitava i più intimi recessi della sua anima sembrava trasformarla in una statua. Le narici dilatate e gli occhi fiammeggianti erano gli unici segni della tempesta imperversante e Almayer non vide quei segnali dell’emozione della figlia, perché la sua vista era offuscata dall’autocommiserazione, dalla rabbia e dalla disperazione.
Se Almayer avesse guardato la figlia mentre si chinava sulla ringhiera della veranda, avrebbe potuto vedere l’espressione di indifferenza far posto a uno sguardo di dolore e anche quello passare, lasciando la meravigliosa bellezza del suo volto sciupata da profonde rughe di attenta ansietà. Nel calore del mezzogiorno l’erba alta del cortile trascurato si ergeva dritta dinanzi ai suoi occhi. Si sentivano voci provenire dall’argine del fiume e l’andatura strascicata di piedi nudi che si avvicinavano alla casa; si poteva udire Babalatchi che dava direttive agli uomini di Almayer e il sommesso lamento della signora Almayer diventò udibile quando la piccola processione che portava il corpo dell’annegato guidata da quella dolente matrona voltò l’angolo della casa. Babalatchi aveva tolto il braccialetto spezzato dalla gamba dell’uomo e ora, mentre si muoveva a fianco dei portatori, lo teneva in mano e Mahmat ciondolava dietro timidamente sperando nella ricompensa promessa.
«Appoggiatelo lì», disse Babalatchi agli uomini di Almayer, indicando una catasta di assi messe a seccare davanti alla veranda. «Appoggiatelo lì. Era un kaffir figlio di un cane ed era amico dell’uomo bianco. Beveva la forte acqua dell’uomo bianco», aggiunse con ostentato orrore. «L’ho visto io stesso».
Gli uomini allungarono le membra spezzate su due tavole che avevano appoggiato orizzontalmente, mentre la signora Almayer copriva il corpo con un pezzo di cotone bianco e dopo aver bisbigliato con Babalatchi si allontanò per sbrigare le faccende domestiche. Gli uomini di Almayer, dopo aver appoggiato il loro carico, si dispersero in cerca di luoghi ombrosi dove poltrire il resto della giornata. Babalatchi fu lasciato solo accanto al cadavere che giaceva rigido sotto la stoffa bianca nella splendente luce del sole.
Nina scese gli scalini e raggiunse Babalatchi, che si portò la mano alla fronte e s’inginocchiò con grande deferenza.
«Hai un bracciale da caviglia lì», disse Nina, guardando il viso e l’occhio di Babalatchi rivolti verso lei.
«Che l’ho, Mem Putih», rispose il cortese statista. Poi girandosi verso Mahmat, lo chiamò più vicino, gridando: «Vieni qui!».
Mahmat si avvicinò con una certa esitazione. Evitò di guardare Nina, tenendo gli occhi fissi su Babalatchi.
«Ora, ascolta», disse Babalatchi, duramente. «Hai visto l’anello e il braccialetto e sai che appartengono a Dain il mercante e a nessun altro. Dain tornò la notte scorsa su una canoa. Parlò con il raja e nel mezzo della notte se ne andò per traversare verso la casa dell’uomo bianco. C’era una grande piena e stamani lo hai trovato nel fiume».
«Per i piedi l’ho trascinato fuori», borbottò Mahmat a mezza voce. «Tuan Babalatchi, ci sarà una ricompensa!», esclamò a voce alta.
Babalatchi tenne alto il braccialetto davanti agli occhi di Mahmat. «Quel che ti ho detto, Mahmat, è per tutte le orecchie. Quel che ti do ora è solo per i tuoi occhi. Prendi».
Mahmat prese avidamente il braccialetto e lo nascose nelle pieghe del perizoma. «Sono così sciocco da mostrare questa cosa in una casa dove ci sono tre donne?», grugnì. «Ma dirò loro di Dain il mercante e ci sarà da parlare a sufficienza».
Si voltò e andò via, accelerando l’andatura non appena uscì fuori dal campo di Almayer. Babalatchi lo seguì con lo sguardo finché scomparve dietro i cespugli. «Ho fatto bene, Mem Putih?», chiese umilmente rivolgendosi a Nina.
«L’hai fatto», rispose Nina. «L’anello puoi tenerlo tu».
Babalatchi si toccò le labbra e la fronte e scattò in piedi. Guardò Nina, come se aspettasse che dicesse ancora qualcosa, ma lei si volse verso la casa e salì i gradini, facendogli cenno con la mano di andare via.
Babalatchi raccolse il bastone e si accinse ad andarsene. Faceva molto caldo e non aveva voglia di fare la lunga remata fino alla casa del raja. Tuttavia doveva andare a raccontarglielo – raccontargli l’accaduto; il cambiamento dei piani; i suoi sospetti. Si diresse al molo e cominciò a sciogliere la barbetta di giunco della canoa.
Davanti a lui si stendeva l’ampia distesa del tratto più basso, con la superficie scintillante punteggiata dai punti neri delle canoe da pesca. Sembrava che i pescatori stessero gareggiando in velocità. Babalatchi interruppe il suo lavoro e guardò con improvviso interesse. L’uomo nella prima canoa, ora a portata di voce delle prime case di Sambir, mise da parte la pagaia e si alzò in piedi gridando:
«Le lance! Le lance! Stanno venendo le lance da guerra! Sono qui!».
In un attimo il villaggio fu di nuovo animato di gente che correva verso la riva. Gli uomini cominciarono a slegare le loro imbarcazioni, le donne rimasero in gruppo a guardare la curva a valle del fiume. Sopra gli alberi che costeggiavano il tratto navigabile un leggero sbuffo di fumo apparve come una macchia nera nel blu splendente del cielo senza nuvole.
Babalatchi restò lì perplesso, la barbetta in mano. Guardò giù il fiume poi su verso la casa di Almayer e di nuovo il fiume come se fosse indeciso su cosa fare. In fine di corsa riassicurò di nuovo la canoa e corse verso la casa e su per i gradini della veranda.
«Tuan! Tuan!», chiamò ansiosamente. «Le lance stanno venendo. Le lance della nave da guerra. Faresti meglio a prepararti. Gli ufficiali verranno qui, sono sicuro».
Almayer alzò lentamente la testa dal tavolo e lo guardò con aria stupita.
«Mem Putih», esclamò Babalatchi rivolto a Nina, «guardalo. Non sente. Devi fare attenzione», aggiunse con aria significativa.
Nina annuì con un sorriso incerto e stava per parlare quando una secca detonazione del cannoncino montato a prua della lancia a vapore che compariva proprio in quel momento, le bloccò le parole sulle labbra. Il sorriso scomparve e fu sostituito dal vecchio sguardo di ansiosa attenzione. Dalle colline lontane l’eco tornò indietro in un sospiro lungo e dolente come se il paese lo avesse mandato in risposta alla voce dei suoi padroni.
Capitolo ottavo
La notizia dell’identità del corpo che ora giaceva nel campo di Almayer si era diffusa rapidamente per il villaggio. Durante la mattinata la maggior parte degli abitanti rimase sulla lunga strada a discutere del ritorno misterioso e della morte inaspettata dell’uomo che loro avevano conosciuto come mercante. Il suo arrivo durante il monsone di nord-est, il lungo soggiorno in mezzo a loro, la partenza improvvisa con il brigantino e, soprattutto, la misteriosa comparsa del corpo, che si diceva fosse il suo, in mezzo ai tronchi, erano elementi di cui stupirsi e di cui parlare e riparlare con inalterato interesse. Mahmat si spostava di casa in casa e di gruppo in gruppo, sempre pronto a raccontare la sua storia: come aveva visto il corpo bloccato dal sarong su un tronco biforcuto; come la signora Almayer, arrivata tra i primi alle sue grida, lo avesse riconosciuto, ancor prima che fosse tirato a riva; come Babalatchi gli avesse ordinato di portarlo fuori dall’acqua. «Per i piedi l’ho trascinato e non c’era la testa», esclamava Mahmat, «e come poteva la moglie dell’uomo bianco sapere chi fosse? Era una strega, era risaputo. E avete visto come l’uomo bianco stesso è corso via alla vista del corpo? Correva come un daino!». E qui Mahmat imitava i lunghi passi di Almayer, per la grande gioia degli spettatori. E per tutto il suo disturbo non aveva avuto niente. Tuan Babalatchi aveva tenuto l’anello con la pietra verde. «Niente! Niente!». Sputava per terra in segno di disgusto e lasciava quel gruppo per cercare più in là nuovi ascoltatori.
La notizia diffusa fin negli angoli più lontani del villaggio scovò Abdulla nei freschi recessi del suo magazzino dove sedeva controllando gli impiegati arabi e gli uomini che caricavano e scaricavano le canoe dell’interno del paese. Reshid, che era impegnato sul molo, fu convocato alla presenza dello zio e lo trovò, come al solito, molto calmo e anche allegro, ma molto sorpreso. La voce della cattura o distruzione del brigantino di Dain aveva raggiunto gli orecchi dell’arabo tre giorni prima, proveniente dai pescatori che vivevano sul mare, attraverso gli abitanti dei tratti a valle del fiume. Aveva risalito la corrente da un vicino all’altro finché Bulangi, là cui radura era la più vicina al villaggio, aveva portato egli stesso quella notizia ad Abdulla di cui cercava di ottenere il favore. Ma la voce parlava anche di un combattimento e della morte di Dain a bordo della sua nave. E ora tutto il villaggio parlava della visita di Dain al raja e della sua morte mentre nel buio traversava il fiume per vedere Almayer. Non riuscivano a capire. Reshid pensò che era molto strano. Si sentì dubbioso e a disagio. Ma Abdulla, dopo il primo momento di sorpresa, con l’avversione propria della vecchiaia a risolvere indovinelli, mostrò una conveniente rassegnazione. Fece notare che, in ogni caso, ora l’uomo era morto e di conseguenza non era più pericoloso. Che senso aveva interrogarsi sui decreti del fato, specialmente se erano propizi ai veri credenti? E con una devota invocazione ad Allah il Misericordioso, il Pietoso, Abdulla sembrò per il momento considerare chiuso l’incidente.
Non così Reshid. Indugiò vicino allo zio, tirandosi pensosamente la barba accuratamente tagliata.
«Ci sono molte menzogne», mormorò. «Era già morto una volta e torna in vita per morire di nuovo ora. Gli olandesi saranno qui fra pochi giorni e reclameranno l’uomo. Non devo credere ai miei occhi piuttosto che alle lingue delle donne e degli oziosi?»
«Dicono che stanno portando il corpo nel campo di Almayer», disse Abdulla. «Se vuoi andare là devi farlo prima che gli olandesi arrivino qui. Vai sul tardi. Non si dovrà dire che ultimamente siamo stati visti nel recinto di quell’uomo».
Reshid riconobbe la verità di quest’ultima osservazione e si allontanò dallo zio. Si appoggiò allo stipite del portone e guardò pigramente attraverso il cancello aperto la strada principale del villaggio. Era vuota, dritta e gialla sotto il profluvio di luce. Nel caldo mezzogiorno i tronchi lisci delle palme, i contorni delle case e, lontano, all’altra estremità della strada, il tetto della casa di Almayer visibile oltre gli arbusti contro il nero sfondo della foresta, sembravano tremare per il calore che s’irradiava dalla terra fumante. Sciami di farfalle gialle si alzavano e si posavano, per alzarsi di nuovo in brevi voli davanti agli occhi mezzi chiusi di Reshid. Nell’erba alta del cortile, sotto i suoi piedi, si levava il monotono ronzio degli insetti. Lui continuò a guardare con aria sonnolenta.
Da un sentiero laterale in mezzo alle case una donna uscì sulla strada, un’esile figure di ragazza che camminava all’ombra di un ampio vassoio tenuto in equilibrio sulla testa. Vedere qualcosa che si muoveva rese relativamente vigili i sensi mezzo addormentati di Reshid. Riconobbe Taminah, la schiava di Bulangi, con il vassoio di dolci da vendere – un’apparizione che ricorreva ogni giorno e di nessuna importanza in ogni caso. Stava andando verso la casa di Almayer. Ci si poteva servire di lei. Si scosse e corse verso il cancello gridando: «Taminah ehi!». La ragazza si fermò, esitò e tornò indietro lentamente. Reshid aspettò, facendole segno con impazienza di andare più vicino.
Quando fu vicina a Reshid, Taminah rimase a occhi bassi. Reshid la guardò per un po’ prima di chiedere:
«Stai andando alla casa di Almayer? Nel villaggio dicono che Dain il mercante, quello che hanno trovato annegato stamattina, giace nel campo dell’uomo bianco».
«Ho sentito questa storia», mormorò Taminah. «e stamani sulla riva ho visto il corpo. Non so dove sia ora».
«Così l’hai visto?», chiese Reshid, impaziente. «È Dain? Tu l’hai visto molte volte. Dovresti conoscerlo».
Le labbra della ragazza fremettero e lei rimase in silenzio per un po’, respirando velocemente.
«L’ho visto, non molto tempo fa», disse infine. «La storia è vera; è morto. Cosa vuoi da me, Tuan? Devo andare».
Proprio allora fu udita la detonazione del colpo di cannone sparato dalla lancia a vapore, che interruppe la risposta di Reshid. Lasciando la ragazza, corse verso casa e nel cortile incontrò Abdulla che stava andando verso il cancello.
«Gli Orang Blanda sono venuti», disse Reshid, «e ora avremo la ricompensa».
Abdulla scosse la testa dubbioso. «Le ricompense degli uomini bianchi tardano a venire», disse. «Gli uomini bianchi sono pronti alla collera e lenti alla gratitudine. Vedremo».
Rimase al cancello lisciandosi la barba grigia e ascoltando le lontane grida di saluto dall’altra parte del villaggio. Mentre Taminah si voltava per andarsene, la richiamò indietro.
«Ascolta, ragazza», disse, «ci saranno molti uomini bianchi nella casa di Almayer. Tu devi stare lì a vendere i tuoi dolci agli uomini del mare. Devi riferire a me ciò che vedi e ciò che senti. Vieni qui prima che il sole tramonti e ti darò un fazzoletto blu a pallini rossi. Ora vai e non dimenticare di tornare».
Mentre lei si stava allontanando, le dette una spinta con la punta del lungo bastone facendola inciampare.
«Questa schiava è molto lenta», fece notare al nipote osservando la ragazza con grande disapprovazione.
Taminah continuò a camminare, il vassoio sulla testa, gli occhi fissi a terra. Mentre passava, dalle porte aperte delle case si sentiva amichevolmente chiamare per entrare a vendere i suoi dolci, ma lei, trascurando le vendite, non ci badò mai, tutta intenta com’era a pensare. Fin dalla mattina presto aveva udito molte cose, ne aveva anche viste molte che le riempivano il cuore di gioia mista a una gran sofferenza e a paura. Prima dell’alba, prima di lasciare la casa di Bulangi per remare fino a Sambir, aveva udito delle voci fuori, mentre in casa dormivano tutti tranne lei. E ora, conoscendo le parole che erano state pronunciate nell’oscurità, teneva in pugno una vita e portava in cuore un grande dolore. Tuttavia dal passo elastico, dalla figura eretta, dal volto velato con lo sguardo usuale di apatica indifferenza, nessuno avrebbe potuto indovinare il carico doppio che portava sotto quello visibile del vassoio con i dolci ben ammucchiati, fatti dalle mani parsimoniose delle mogli di Bulangi. In quell’agile figura dritta come una freccia, dall’andatura così aggraziata e sciolta, dietro quegli occhi dolci che esprimevano solo un’inconsapevole rassegnazione, albergavano tutti i sentimenti e tutte le passioni, tutte le speranze e tutte le paure, la maledizione della vita e la consolazione della morte. E lei non sapeva niente di tutto questo. Viveva come le alte palme attraverso le quali stava passando, cercando la luce, desiderando la luce del sole, temendo la tempesta, inconsapevole di tutto. La schiava non aveva speranza e non conosceva cambiamenti. Non conosceva nessun altro cielo, nessuna altra acqua, nessun’altra foresta, nessun altro mondo, nessun’altra vita. Non aveva desideri, speranze, amore, nessuna paura se non quella delle botte e nessuna sensazione intensa se non quella occasionale della fame, che era rara perché Bulangi era ricco e c’era abbondanza di riso nella casa solitaria nella radura. La sua felicità era la mancanza di dolore e di fame e quando si sentiva infelice era semplicemente più stanca del solito, dopo il lavoro della giornata. Allora nelle notti calde del monsone di sud-ovest dormiva senza sogni sotto le stelle scintillanti sulla piattaforma costruita sul fiume e fuori della casa. Anche dentro dormivano: Bulangi vicino alla porta; le mogli più dentro; i bambini con le madri. Poteva udirne i respiri; la voce assonnata di Bulangi; il grido acuto di un bambino presto calmato con tenere parole. E lei chiudeva gli occhi al mormorio dell’acqua sotto di lei, al sussurro del vento caldo sopra di lei, inconsapevole della vita incessante di quella natura tropicale che le parlava invano con le mille voci della vicina foresta, con il soffio del vento tiepido; con i forti profumi che le indugiavano intorno alla testa; con i fantasmi bianchi della nebbia mattutina che la sovrastavano nel silenzio solenne di tutto il creato prima dell’alba.
Questa era stata la sua esistenza prima dell’arrivo del brigantino con gli stranieri. Ricordava bene quel periodo. L’agitazione nel villaggio, l’incessante sorpresa, i giorni e le notti di chiacchiere e d’eccitazione. Ricordava la propria timidezza con quegli stranieri, finché il brigantino ormeggiato alla riva era diventato in un certo modo parte del villaggio e la paura era sparita lentamente nella familiarità dei rapporti costanti. La visita a bordo divenne perciò parte del suo giro quotidiano. Camminava esitante su per le assi inclinate del barcarizzo in mezzo alle grida incoraggianti e agli scherzi più o meno discreti degli uomini che oziavano sulle murate. Là vendeva i suoi prodotti a quegli uomini che parlavano così forte e si comportavano così liberamente. C’era una folla di gente, un costante andirivieni; richiami scambiati, ordini dati ed eseguiti gridando; il rumore secco dei bozzelli, il lanciare in giro ruote di cavo. Lei sedeva in disparte all’ombra della tenda, il vassoio davanti a sé, il velo ben tirato sul viso, sentendosi timida fra tutti quegli uomini. Sorrideva a tutti i compratori, ma non parlava con nessuno, lasciando passare i loro scherzi con imperturbabile indifferenza. Udiva raccontare intorno a sé molte storie di paesi lontani, di strani costumi e di avvenimenti ancora più strani. Quegli uomini erano coraggiosi; ma anche i più coraggiosi parlavano del loro capo con timore. Spesso l’uomo che chiamavano loro padrone le passava davanti, camminando dritto e indifferente, nell’orgoglio della gioventù, nell’ostentazione del ricco abbigliamento, con un tintinnio di ornamenti d’oro, mentre tutti si tenevano in disparte osservando ansiosamente se muoveva le labbra, pronti a eseguire i suoi ordini. Allora tutta la vita sembrava affluirle negli occhi e di sotto il velo lo fissava incantata, eppure timorosa di attrarre l’attenzione. Un giorno lui la notò e chiese: «Chi è quella ragazza?»
«Una schiava, Tuan! Una ragazza che vende dolci», risposero contemporaneamente una dozzina di voci. Lei si alzò atterrita per correre a terra, quando lui la richiamò e, mentre rimaneva tremante a testa china davanti a lui, le disse parole gentili, alzandole il mento con le mani e guardandola negli occhi con un sorriso. «Non aver paura», disse. Non le parlo più. Qualcuno chiamò dalla riva; lui si volse e ne dimenticò l’esistenza. Taminah vide Almayer sulla riva con Nina sottobraccio. Udì la voce di Nina chiamare gaiamente e vide il viso di Dain illuminarsi di gioia mentre si precipitava a terra. Da quel momento odiò il suono di quella voce.
Dopo quel giorno smise di frequentare il campo di Almayer e passava le ore del mezzogiorno sotto l’ombra della tenda del brigantino. Aspettava il suo arrivo con il cuore che batteva sempre più svelto mentre lui si avvicinava, nel violento tumulto dei sentimenti nati da poco, di gioia, speranza e di paura che svanivano quando la figura di Dain si allontanava, lasciandola sfinita, come dopo una lotta, a sedere immobile per lungo tempo in un languore sognante. Poi nel pomeriggio pagaiava lentamente verso casa, lasciando spesso che la canoa fosse portata dalla pigra corrente nell’acqua stagnante del fiume. La pagaia pendeva inoperosa nell’acqua mentre lei sedeva a poppa, il mento appoggiato a una mano, gli occhi spalancati, ascoltando attentamente il sussurro del suo cuore che alla fine sembrava gonfiarsi in un canto di estrema dolcezza. A casa pilava il riso ascoltando quel canto; le ottundeva le orecchie agli striduli litigi delle mogli di Bulangi, al suono dei rimproveri arrabbiati rivolti a lei. E quando il sole era vicino al tramonto andava verso il punto riservato per bagnarsi e lo udiva, mentre rimaneva sull’erba tenera dell’argine basso, la veste ai piedi e guardava il riflesso della sua figura sulla superficie del fiume simile a uno specchio. Lo ascoltava mentre tornava lentamente indietro, i capelli bagnati che le pesavano sulle spalle; distesa per riposare sotto le stelle scintillanti, chiudeva gli occhi al mormorio dell’acqua sotto di lei, del vento caldo sopra di lei; alla voce della natura che parlava tramite i deboli rumori della grande foresta e al canto del suo cuore.
Udiva, ma non capiva e godeva della gioia sognante della nuova esistenza senza preoccuparsi di cosa significasse o di quando sarebbe finita finché arrivò alla piena consapevolezza della vita attraverso il dolore e la collera. E soffrì spaventosamente la prima volta che vide la lunga canoa di Nina andare lentamente alla deriva dietro la casa addormentata di Bulangi, portando i due innamorati nella foschia bianca del grande fiume. La gelosia e la rabbia culminarono in un parossismo di dolore fisico che la lasciò prostrata sulla riva, nella muta agonia di un animale ferito. Ma continuò a muoversi pazientemente nel cerchio incantato della schiavitù, assolvendo il suo compito giorno dopo giorno, con tutto il patimento del dolore che non poteva manifestare neanche a se stessa, chiuso nel cuore. Si teneva lontana da Nina come dalla lama affilata di un coltello che le tagliasse la carne, ma continuò ad andare sul brigantino per nutrire la sua anima muta e inconsapevole della propria disperazione. Vide spesso Dain. Lui non le parlò mai, non la guardò mai. Quegli occhi potevano vedere l’immagine di una sola donna? Le orecchie potevano udire la voce di una sola donna? Non la notò mai; neanche una volta.
E poi andò via. Lo vide con Nina per l’ultima volta quella mattina in cui Babalatchi, mentre controllava le sue nasse, ebbe confermati oltre ogni ombra di dubbio i suoi sospetti sulla storia d’amore della figlia dell’uomo bianco con Dain. Dain disparve e il cuore di Ta-minah, dove si trovavano inutili e sterili i germi di tutto l’amore e di tutto l’odio, le capacità di tutte le passioni e di tutti i sacrifici, dimenticò le gioie e le sofferenze allorché fu privato dell’aiuto dei sensi. La sua mente sviluppata solo a metà e selvaggia, schiava del corpo – come il corpo era schiavo di un’altra volontà – dimenticò l’immagine vaga e indistinta dell’ideale che era nato dagli impulsi fisici della sua natura selvaggia. Ricadde nel torpore della vita precedente e trovò consolazione – anche una certa specie di felicità – pensando che ora Nina e Dain erano separati, forse per sempre. Lui avrebbe dimenticato. Questo pensiero lenì gli ultimi spasimi di quella morente gelosia che ora non aveva niente di cui alimentarsi e Ta-minah trovò pace. Era come la desolata tranquillità del deserto, dove c’è pace solo perché non c’è vita.
E ora lui era tornato. Aveva riconosciuto la voce che nella notte chiamava forte Bulangi. Era strisciata fuori dietro il padrone per ascoltare più da vicino quel suono inebriante. Dain era là, su un battello, che parlava con Bulangi. Taminah, che ascoltava trattenendo il respiro, udì un’altra voce. Quella gioia folle, che soltanto un secondo prima aveva pensato non sarebbe stata capace di contenere nel cuore che batteva veloce, scomparve e la lasciò tremante per il vecchio tormento di dolore fisico che aveva già provato una volta vedendo Dain e Nina. Era Nina che parlava ora, ordinando ed implorando e Bulangi rifiutava, disapprovava e alla fine acconsentiva. Entrò per prendere una pagaia dal mucchio dietro la porta. Fuori il mormorio delle voci continuò e lei colse una parola qua e là. Capì che lui stava fuggendo dagli uomini bianchi, che stava cercando un posto per nascondersi, che si trovava in un qualche pericolo. Ma udì anche parole che svegliarono l’impeto di gelosia che le aveva dormito in petto per così tanti giorni. Rannicchiata nel fango, nella nera oscurità fra le palafitte, udì sussurrare nel battello che la fatica, le privazioni, il pericolo, la vita stessa diventavano leggeri se in cambio c’era un momento sia pur breve per un abbraccio, uno sguardo, per sentire il leggero respiro, il tocco delle labbra morbide. Così diceva Dain mentre teneva le mani di Nina, seduto nella canoa ad aspettare il ritorno di Bulangi e Taminah, sostenendosi alla palafitta vischiosa, sentì come un gran peso che la schiacciava giù, giù nella nera acqua oleosa ai suoi piedi. Voleva gridare, correre verso di loro e separare le loro ombre indistinte; buttare Nina nell’acqua liscia, avvinghiarla, tenerla sul fondo dove quell’uomo non l’avrebbe potuta trovare. Non poteva gridare, non poteva muoversi. Poi si udirono dei passi sulla piattaforma di bambù sopra la sua testa; vide Bulangi salire sulla canoa più piccola e partire per primo, l’altra imbarcazione lo seguiva, con Dain e Nina alle pagaie. Le loro figure indistinte le passarono davanti agli occhi doloranti e svanirono nell’oscurità del fiume con un leggero tonfo delle pagaie immerse cautamente nell’acqua.
Lei rimase lì nel freddo e nell’umidità incapace di muoversi, respirando dolorosamente sotto il peso schiacciante che la misteriosa mano del fato aveva così improvvisamente deposto sulle sue esili spalle e tremando, sentì dentro un fuoco bruciante che sembrava alimentarsi della sua stessa vita. Quando il giorno nascente ebbe disteso un pallido nastro dorato sui neri contorni delle foreste, lei prese il vassoio e si allontanò verso il villaggio, svolgendo il suo compito per pura forza d’abitudine. Mentre si avvicinava a Sambir, vide l’agitazione e udì con momentanea sorpresa del ritrovamento del corpo di Dain. Non era vero, naturalmente. Lei lo sapeva bene. Si rammaricava che non fosse morto. Avrebbe preferito che fosse morto, così da essere separato da quella donna – da tutte le donne. Sentiva un forte desiderio di vedere Nina, ma senza uno scopo preciso. La odiava e la temeva e sentiva un impulso irresistibile che la spingeva verso la casa di Almayer per vedere il volto della donna bianca, per guardare bene quegli occhi, per udire di nuovo quella voce, per il suono della quale Dain era pronto a rischiare la libertà e anche la vita. L’aveva vista molte volte; in passato ne aveva udito la voce ogni giorno. Cosa c’era in lei? Cosa c’era in quell’essere che faceva parlare un uomo come aveva parlato Dain, che lo rendeva cieco davanti a tutti gli altri volti e sordo a tutte le altre voci?
Lasciò la folla della riva e vagò senza meta tra le case vuote, resistendo all’impulso che la spingeva verso il campo di Almayer per cercare negli occhi di Nina il segreto della propria sofferenza. Il sole che stava salendo accorciava le ombre e riversava su di lei un flusso di luce e di caldo soffocante, mentre passava dall’ombra alla luce, dalla luce all’ombra, tra le case, i cespugli, gli alberi alti e fuggendo inconsciamente la pena del cuore. Nel suo profondo dolore non era in grado di trovare parole di preghiera che le dessero sollievo perché non conosceva un cielo cui rivolgerle e continuava a vagare con i piedi stanchi, muta per lo stupore e il terrore dell’ingiustizia, della sofferenza inflittale senza motivo e senza rimedio.
La breve conversazione con Reshid, la proposta di Abdulla, la calmarono un po’ e fecero volgere i suoi pensieri in un’altra direzione. Dain si trovava in grave pericolo. Si stava nascondendo agli uomini bianchi. Questo aveva ascoltato di nascosto la notte prima. Tutti pensavano che fosse morto. Lei sapeva che era vivo e dove s’ nascondeva. Cosa volevano sapere gli arabi a proposito degli uomini bianchi? Gli uomini bianchi cosa volevano da Dain? Volevano ucciderlo? Poteva riferire loro tutto – no, non avrebbe detto niente e di notte sarebbe andata da lui e gli avrebbe venduto la vita in cambio o una parola, di un sorriso, anche di un gesto e di essere la sua schiava in paesi lontani, lontano da Nina. Ma c’erano dei pericoli: l’orbo Babalatchi che sapeva tutto; la moglie dell’uomo bianco – che era una strega. Forse avrebbero parlato. E poi c’era Nina. Doveva affrettarsi e vedere.
Impaziente com’era, lasciò il sentiero e corse verso l’abitazione di Almayer attraverso il sottobosco tra le palme. Uscì fuori dietro la casa, dove uno stretto fossato pieno di acqua stagnante straripata dal fiume, separava il campo di Almayer dal resto del villaggio. I fitti cespugli che crescevano sull’argine le nascondevano l’ampio cortile con la capanna della cucina. Sopra di essi s’innalzavano diverse sottili colonne di fumo e da dietro il suono di voci straniere avvertì Taminah che gli uomini del mare della nave da guerra erano già sbarcati ed erano accampati tra il fossato e la casa. A sinistra, una delle schiave di Almayer scese al fossato e si chinò sull’acqua scintillante per lavare una marmitta. A destra, le cime del boschetto di banani, visibili sopra ai cespugli, ondeggiavano e tremavano al tocco di mani invisibili che coglievano i frutti. Nell’acqua calma diverse canoe ormeggiate a un pesante palo erano addossate le une alle altre formando quasi un ponte sul fossato, proprio fin dove si trovava Taminah. A volte le voci nel cortile si alzavano in uno scoppio di richiami, risposte e risate e poi si estinguevano in un silenzio che era ben presto ancora rotto da un nuovo strepito. Di tanto in tanto, il sottile fumo blu si levava più nero e denso e si espandeva in un cumulo profumato sul fiume, avvolgendola per un momento in un velo soffocante; poi, quando la legna fresca aveva attecchito bene, il fumo svaniva nella brillante luce del sole e soltanto il profumo del legno aromatico si spingeva lontano, sottovento ai fuochi crepitanti.
Taminah appoggiò il vassoio sul ceppo di un albero e rimase in piedi con gli occhi rivolti verso la casa di Almayer, di cui erano visibili sopra ai cespugli il tetto e una parte di parete bianca. La schiava finì il suo lavoro e, dopo aver guardato per un po’ Taminah con curiosità, si aprì la strada verso il cortile attraverso il folto boschetto. Ora intorno a Taminah c’era una completa solitudine. Si buttò per terra e nascose il viso tra le mani. Ora che era così vicina, non aveva il coraggio di vedere Nina. Ad ogni scoppio di voci più alte tremava per paura di sentirne la voce. Prese la decisione di aspettare lì finché fosse buio e poi andare dritta al nascondiglio di Dain. Da dove si trovava poteva osservare i movimenti degli uomini bianchi, di Nina, di tutti gli amici e di tutti i nemici di Dain. Le erano così odiosi, perché tutti lo avrebbero portato lontano, dove lei non avrebbe potuto raggiungerlo. Si nascose nell’erba alta ad aspettare ansiosamente il tramonto che sembrava così lento ad arrivare.
Dall’altra parte del fossato, dietro i cespugli, accanto ai fuochi luminosi, i marinai della fregata si erano accampati accettando l’invito di Almayer che scosso dalla sua apatia dalle preghiere e dall’insistenza di Nina, era riuscito a scendere al molo in tempo per ricevere gli ufficiali al loro sbarco. Il tenente di vascello che era al comando, accettò l’invito a casa sua facendo notare che in ogni caso il loro compito lo riguardava – e forse non sarebbe stato piacevole, aggiunse. Almayer a malapena lo sentì. Strinse loro le mani con aria assente e fece strada verso la casa. Era appena consapevole delle cortesi parole di benvenuto con cui aveva salutato gli stranieri e che ripeté anche dopo, diverse volte, nello sforzo di apparire a proprio agio. L’agitazione dell’ospite non sfuggì agli occhi degli ufficiali e a bassa voce il capo manifestò al subalterno i suoi dubbi sulla sobrietà di Almayer. Il giovane sottotenente rise e in un sussurro espresse la speranza che non fosse tanto ubriaco da trascurare di offrire qualcosa da bere. «Non sembra molto pericoloso», aggiunse, mentre seguivano Almayer su per gli scalini della veranda.
«No, sembra più uno sciocco che un mascalzone; ho sentito parlare di lui», rispose il superiore.
Sedettero intorno al tavolo. Almayer fece dei cocktail-gin, li offrì in giro e bevve anche lui, sentendosi ad ogni sorso più forte, più sicuro e maggiormente in grado di affrontare tutte le difficoltà della sua posizione. Ignorando la sorte del brigantino, non sospettò il vero scopo della visita degli ufficiali. Aveva una vaga idea che dovesse essere trapelato qualcosa sul traffico di polvere da sparo, ma non temeva niente oltre qualche fastidio temporaneo. Dopo aver vuotato il bicchiere, cominciò a chiacchierare con disinvoltura appoggiandosi allo schienale della poltrona con una gamba posata negligentemente su un bracciolo. Il tenente, a cavalcioni sulla sedia, un sigaro acceso all’angolo della bocca, ascoltava con un sorriso circospetto dietro le dense volute di fumo che gli sfuggivano dalle labbra serrate. Il giovane sottotenente, appoggiandosi con i gomiti al tavolo, la testa fra le mani, guardava con aria assonnata, per il torpore provocato dalla fatica e dal gin. Almayer continuava a parlare:
«È un gran piacere vedere facce bianche qui. Ho vissuto qui molti anni in grande solitudine. I malesi, voi capite, non sono la compagnia adatta per un uomo bianco; per di più non sono cordiali; non capiscono i nostri punti di vista. Sono dei grandi mascalzoni. Credo di essere l’unico uomo bianco che risieda stabilmente sulla costa orientale. Qualche volta abbiamo dei visitatori da Macassar o da Singapore – mercanti, agenti o esploratori, ma sono rari. Un anno fa o poco più c’è stato qui uno scienziato. Viveva a casa mia: beveva dalla mattina alla sera. Visse piacevolmente per alcuni mesi e, quando il liquore che aveva portato con sé fu finito, tornò a Batavia con un rapporto sulla ricchezza di minerali dell’interno. Ah, ah, ah! Buona, vero?».
S’interruppe bruscamente e guardò i suoi ospiti con uno sguardo spento. Mentre loro ridevano, lui stava ripetendosi la vecchia storia: «Dain morto, tutti i miei piani distrutti. Questa è la fine di ogni speranza e di tutto». Il suo cuore sprofondò. Si sentì come se fosse mortalmente malato.
«Ottima. Magnifica!», esclamarono entrambi gli ufficiali.
Almayer uscì dal suo scoraggiamento con altre chiacchiere irruenti.
«Ehi! Che ne direste di cenare? Avete portato un cuoco con voi. Va benissimo. C’è una capanna da cucina nell’altro cortile. Io posso darvi un’oca. Guardate le mie oche – le uniche oche della costa orientale – forse di tutta l’isola. È quello il vostro cuoco? Molto bene. Ehi, Alì, fa’ vedere a. questo cinese il posto della cucina e di’ alla Mem Almayer di fargli posto. Mia moglie, signori, non uscirà; mia figlia può darsi. Nel frattempo beviamo qualche altra cosa. È una giornata calda».
Il tenente si tolse il sigaro di bocca, guardò la cenere con aria critica, la scosse e si volse verso Almayer.
«Abbiamo un compito piuttosto spiacevole nei suoi confronti», disse.
«Mi dispiace», rispose Almayer, «sicuramente non può essere niente di molto serio».
«Se lei non ritiene una faccenda seria un tentativo di far saltare in aria almeno quaranta uomini, non troverà molta gente della sua idea», replicò seccamente l’ufficiale.
«Far saltare in aria! Cosa? Non ne so niente», proruppe Almayer «Chi l’ha fatto o ha cercato di farlo?»
«Un uomo con il quale ha avuto dei rapporti», rispose il tenente. «Qui era conosciuto con il nome di Dain Maroola. Gli ha venduto lei la polvere che aveva in quel brigantino che abbiamo catturato?»
«Come avete saputo del brigantino?», chiese Almayer. «Non so niente della polvere che può avere avuto».
«Un mercante arabo di qui ha fatto giungere a Batavia informazioni dei suoi movimenti qui, un paio di mesi fa», disse l’ufficiale. «Noi stavamo aspettando il brigantino al largo, ma ci è scivolato dietro all’imbocco del fiume, e abbiamo dovuto inseguire l’amico verso sud. Quando ci avvistò, corse verso gli scogli e incagliò il brigantino. L’equipaggio fuggì sui battelli prima che potessimo prenderlo. Mentre le nostre lance si avvicinavano alla nave, questa saltò in aria con una tremenda esplosione; uno dei battelli, che era troppo vicino, finì affondato. Due uomini annegarono – questo è il risultato della sua speculazione, Mr Almayer. Ora noi vogliamo questo Dain. Abbiamo buoni motivi per supporre che sia nascosto a Sambir. Lei sa dove sia? Farebbe meglio a mettersi a posto il più possibile con le autorità con l’essere perfettamente franco con me. Dov’è questo Dain?».
Almayer si alzò e si diresse alla balaustra della veranda. Sembrava che non pensasse alla domanda dell’ufficiale. Guardava il corpo disteso dritto e rigido sotto il telo bianco su cui il sole, calando tra le nuvole verso ovest, gettava una pallida tinta rossa. Il tenente aspettava una risposta, tirando veloci boccate dal sigaro mezzo spento. Dietro di loro, Alì si muoveva senza rumore apparecchiando la tavola, sistemando correttamente le terracotte male assortite e scadenti, i cucchiai di stagno, le forchette con i rebbi rotti e i coltelli con le lame come seghe e i manici malfermi. Aveva quasi dimenticato come si preparasse la tavola per gli uomini bianchi. Fece un passo indietro per ammirare il suo lavoro, sentendosi molto orgoglioso. Così doveva andare bene e se dopo il padrone si fosse arrabbiato e avesse bestemmiato, allora tanto peggio per Mem Nina. Perché non aveva aiutato? Lasciò la veranda per andare a prendere la cena.
«Bene, Mr Almayer, vuole rispondere alla domanda così francamente come io gliel’ho rivolta?», chiese il tenente, dopo un lungo silenzio.
Almayer si voltò e guardando fisso il suo interlocutore: «Se prenderete questo Dain cosa ne farete di lui?», chiese.
Il viso dell’ufficiale diventò rosso. «Questa non è una risposta», disse seccato.
«E cosa ne farete di me?», continuò Almayer non badando all’interruzione.
«Mira a contrattare?», brontolò l’altro. «Sarebbe una cattiva politica, glielo assicuro. Al momento non ho ordini su di lei, ma ci aspettiamo il suo aiuto per prendere quel malese».
«Ah!», interruppe Almayer, «proprio così; voi non potete fare niente senza di me e io, conoscendo bene quell’uomo, devo aiutarvi a trovarlo».
«È esattamente quello che ci aspettiamo», assentì l’ufficiale. «Lei ha infranto la legge, Mr Almayer e deve fare ammenda».
«E salvare voi?»
«Bene, in un certo senso sì. La sua testa non è in pericolo», disse il tenente, con una breve risata.
«Molto bene», disse Almayer, con decisione, «vi consegnerò l’uomo».
Ambedue gli ufficiali si alzarono velocemente in piedi cercando le pistole che si erano tolti. Almayer rise sgradevolmente.
«Calma, signori!», esclamò. «Quando e come vorrò io. Dopo cena, signori, lo avrete».
«Questo è assurdo», incalzò il tenente. «Mr Almayer qui non c’è da scherzare. Quell’uomo è un criminale. Merita di essere impiccato. Mentre ceniamo, può fuggire; la notizia del nostro arrivo…».
Almayer si diresse verso la tavola. «Vi do la mia parola d’onore, signori, che non fuggirà; lo tengo molto al sicuro».
«L’arresto deve essere effettuato prima che faccia notte», fece notare il giovane sottotenente.
«La riterrò responsabile di qualsiasi fallimento. Noi siamo pronti, ma al momento non possiamo fare niente senza di lei», aggiunse il superiore, con evidente irritazione.
Almayer fece un cenno d’assenso. «Sulla mia parola d’onore», ripeté incerto. «E ora ceniamo», aggiunse con vivacità.
Nina entrò e rimase per un momento sulla soglia a tenere alzata la tenda per far passare Alì e la vecchia malese che portavano i piatti; poi si mosse verso i tre uomini accanto al tavolo.
«Consentitemi», disse Almayer, pomposamente. «Questa è mia figlia. Nina, questi signori, ufficiali della fregata al largo, mi hanno fatto l’onore di accettare la mia ospitalità».
Nina rispose ai profondi inchini dei due ufficiali con un leggero cenno della testa e prese posto a tavola, di fronte al padre. Tutti si sedettero. Il timoniere della lancia a vapore venne su portando alcune bottiglie di vino.
«Mi consente di metterle in tavola?», chiese il tenente ad Almayer.
«Cosa! Vino! Siete molto gentili. Certamente. Io non ne ho. Sono tempi molto duri».
Le ultime parole furono dette con voce esitante. Il pensiero che Dain era morto gli era tornato di nuovo vividamente e sentiva come una mano invisibile che gli stringeva la gola. Mentre stavano stappando il vino, prese la bottiglia di gin e ne trangugiò un gran sorso. Il tenente, che stava parlando con Nina, gli dette una rapida occhiata. Il giovane sottotenente cominciò a riprendersi dallo stupore e dall’imbarazzo che gli avevano causato l’inaspettata apparizione e la grande bellezza di Nina. “È molto bella e solenne”, rifletté, “ma dopo tutto è una meticcia”. Questo pensiero lo rincuorò e guardò Nina di traverso. Nina, col viso calmo, stava rispondendo con voce bassa e uniforme alle cortesi domande dell’ufficiale più anziano sul paese e sulle sue abitudini di vita. Almayer allontanò il piatto e bevve in cupo silenzio il vino degli ospiti.
Capitolo nono
«Posso credere a quanto mi racconti? È come una storia che gli uomini ascoltano svegli solo a metà accanto ai fuochi dell’accampamento e sembra uscita dalla lingua di una donna».
«Chi dovrei ingannare qui, o raja?», rispose Babalatchi. «Senza di te io non sono niente. Tutto ciò che ti ho detto credo sia vero. Da molti anni sono al sicuro nel cavo della tua mano. Questo non è il momento di dare adito a sospetti. Il pericolo è molto grande. Dobbiamo decidere e agire immediatamente, prima che il sole tramonti».
«Giusto. Giusto», mormorò Lakamba pensosamente.
Durante l’ultima ora erano rimasti insieme seduti nella sala delle udienze della casa del raja, perché Babalatchi, non appena aveva assistito allo sbarco degli ufficiali olandesi, aveva traversato il fiume per riferire al padrone gli avvenimenti del mattino e per accordarsi con lui sulla linea di condotta da seguire in seguito alle mutate circostanze. Erano tutti e due perplessi e spaventati per la piega inaspettata che avevano preso gli avvenimenti. Il raja, seduto a gambe incrociate nella poltrona, fissava il pavimento; Babalatchi gli era accoccolato vicino in un atteggiamento di profondo scoraggiamento.
«E dove hai detto che è nascosto ora?», chiese Lakamba rompendo infine quel silenzio pieno di tristi presagi in cui entrambi si erano a lungo smarriti.
«Nella radura di Bulangi – quella più lontana dalla casa. Sono andati là la notte stessa. Ce lo ha portato la figlia dell’uomo bianco. Me lo ha detto lei stessa, parlandomi francamente, dato che è mezza bianca e non ha pudore. Mi ha detto che lo stava aspettando mentre lui si tratteneva qui; poi, dopo parecchio tempo, lui sbucò dall’oscurità e le cadde esausto ai piedi. Giacque come morto, ma lo riportò in vita stringendolo fra le braccia e facendolo respirare di nuovo con il proprio respiro. Questo è ciò che mi ha detto, parlandomi in faccia, come io sto ora parlando con te, raja. Lei è come una donna bianca e non conosce vergogna».
S’interruppe profondamente scosso. Lakamba annuì con la testa. «Bene e poi?», chiese.
«Chiamarono la vecchia», continuò Babalatchi, «e lui raccontò loro tutto – del brigantino e come aveva cercato di uccidere molti uomini. Sapeva che gli Orang Blanda erano molto vicini, anche se con noi non ne ha parlato; sapeva in quale grave pericolo si trovava. Pensava di averne uccisi molti, ma ci sono stati solo due morti, come ho sentito dagli uomini del mare che sono venuti sui battelli della nave da guerra».
«E l’altro uomo, quello che è stato trovato nel fiume?», lo interruppe Lakamba.
«Era uno dei suoi rematori. Quando la canoa fu rovesciata dai tronchi, quei due nuotarono insieme, ma l’altro uomo doveva essere rimasto ferito. Dain nuotò, tenendolo su. Lo lasciò tra i cespugli quando salì verso la casa. Quando tutti loro tornarono giù, il suo cuore aveva smesso di battere; poi parlò la vecchia; Dain pensò che era ottimo. Si tolse il bracciale da caviglia e lo ruppe girandolo intorno al piede dell’uomo. Mise il suo anello nella mano di quello schiavo. Si tolse il sarong e vestì quella cosa che non aveva bisogno di vesti, mentre le donne lo tenevano sollevato, con l’intento di ingannare tutti gli occhi e di trarre in inganno le menti del villaggio, in modo che potessero dichiarare sicuramente vero ciò che invece non era e che non ci potesse essere tradimento quando fossero venuti gli uomini bianchi. Poi Dain e la donna bianca se ne andarono a chiamare Bulangi e a trovare il nascondiglio. La vecchia rimase accanto al corpo».
«Ah!», esclamò Lakamba. «Lei è saggia».
«Sì, ha un demonio personale che le sussurra consigli all’orecchio», fu d’accordo Babalatchi. «Con grande sforzo trascinò il corpo nel punto in cui si erano arenati molti tronchi. Tutte queste cose furono fatte nell’oscurità dopo che la tempesta fu passata. Poi aspettò. Al primo accenno di luce, colpì ripetutamente la faccia del morto con una pesante pietra e poi lo spinse fra i tronchi. Rimase nei pressi, a osservare. Al sorgere del sole Mahmat Banjer arrivò e lo trovò. Tutti ci credettero; anch’io fui ingannato, ma non per molto. L’uomo bianco ci credette e, accorato, fuggì verso casa. Quando fummo soli io, che avevo dei dubbi, parlai con la donna e lei, temendo la mia collera e la tua potenza, mi disse tutto, chiedendomi aiuto per salvare Dain».
«Non deve cadere nelle mani degli Orang Blanda», disse Lakamba, «ma facciamo che muoia, se la cosa può essere fatta senza chiasso».
«Non si può, Tuan! Ricorda che c’è quella donna che, essendo mezza bianca, è indocile e solleverebbe un grande baccano. Anche gli ufficiali sono qui. Sono già arrabbiati abbastanza. Dain deve fuggire; deve andarsene. Dobbiamo aiutarlo ora per la nostra stessa salvezza».
«Gli ufficiali sono molto arrabbiati?», chiese Lakamba, con interesse.
«Sì. Il loro capo ha usato parole molto dure parlando con me – quando lo salutavo a tuo nome. Non credo», aggiunse Babalatchi, molto preoccupato, dopo una breve pausa, «non credo di aver mai visto prima un capo bianco così arrabbiato. Ha detto che eravamo negligenti o anche peggio. Mi ha detto che avrebbe parlato con il raja e che io non contavo».
«Parlare con il raja!», ripeté Lakamba pensosamente. «Ascolta Babalatchi: io sono malato e mi devo ritirare; rifai la traversata e dillo agli uomini bianchi».
«Sì», disse Babalatchi, «andrò immediatamente. E per quanto riguarda Dain?»
«Conducilo via meglio che puoi. Questa è una grande ansia per il mio cuore», sospirò Lakamba.
Babalatchi si alzò e, andando vicino al padrone, disse serio:
«Uno dei nostri prao è all’imboccatura meridionale del fiume. La nave da guerra olandese è a quella settentrionale che controlla l’imbocco principale. Attraverso canali nascosti, stanotte, in una canoa, manderò Dain a bordo del prao. Il padre è un grande principe e sentirà parlare della nostra generosità. Che il prao lo porti a Ampanam. La tua gloria sarà grande e avrai in premio una potente amicizia. Senza dubbio Almayer consegnerà agli ufficiali il corpo del morto convinto che sia Dain e gli stupidi uomini bianchi diranno: “Così va bene; che ci sia pace”. E l’ansia sarà allontanata dal tuo cuore, raja».
«È vero! È vero!», disse Lakamba.
«E poiché tutto questo sarà portato a termine da me che sono tuo schiavo, mi ricompenserai con mano generosa. Lo so! L’uomo bianco si sta affliggendo per il tesoro perduto, alla maniera degli uomini bianchi che sono avidi di dollari. Ora, quando tutto il resto sarà a posto, forse otterremo il tesoro dell’uomo bianco. Dain deve fuggire e Almayer deve vivere».
«Ora vai, Babalatchi, vai!», disse Lakamba, alzandosi dalla poltrona. «Io sono molto malato e ho bisogno di cure. Di’ così al capo bianco».
Ma non ci si poteva sbarazzare di Babalatchi in modo così sbrigativo. Sapeva che il padrone, come tutti i grandi, preferiva scaricare il peso delle fatiche e del pericolo sulle spalle del servo, ma nelle difficoltà in cui ora si trovavano il raja doveva fare la sua parte. Poteva essere molto malato per gli uomini bianchi, per tutto il mondo se preferiva, purché si assumesse il compito di eseguire almeno una parte del piano attentamente studiato da Babalatchi. Egli aveva bisogno di una grande canoa con dodici uomini da far uscire, dopo che si fosse fatto buio, verso la radura di Bulangi. Poteva presentarsi il caso che Dain dovesse essere sopraffatto. Non ci si può aspettare che un uomo innamorato veda chiaramente la via della salvezza se questa lo porta lontano dall’oggetto del suo amore, sostenne Babalatchi e in quel caso avrebbe dovuto usare la forza per farlo allontanare. Voleva il raja assicurarsi che uomini fidati prendessero posto nella canoa? La cosa doveva essere fatta in segreto. Forse il raja voleva andare personalmente, in modo da influire con tutto il peso della sua autorità su Dain se si fosse rivelato ostinato e avesse rifiutato di lasciare il nascondiglio. Il raja non volle compromettersi a fare una promessa precisa e sollecitò ansiosamente Babalatchi a muoversi, timoroso che gli uomini bianchi gli facessero una visita inaspettata. Riluttante, l’anziano statista prese congedo e andò nel cortile.
Prima di dirigersi verso l’imbarcazione, Babalatchi si fermò per un po’ nel grande spazio aperto in cui gli alberi dal denso fogliame proiettavano nere macchie d’ombra che sembravano galleggiare in un profluvio intenso e liscio di luce che avvolgeva la casa e rotolava giù verso la palizzata e sul fiume, dove si frangeva e sfavillava in migliaia di piccole onde scintillanti, come un nastro intessuto d’azzurro e d’oro bordato dal verde brillante delle foreste che proteggevano entrambi gli argini del Pantai. Nella calma assoluta prima dell’arrivo della brezza pomeridiana la linea irregolarmente frastagliata delle cime degli alberi rimaneva fissa, come se fosse stata tracciata da una mano malferma sull’azzurro chiaro del cielo infuocato. Nello spazio riparato dalle alte palizzate indugiava l’odore dei fiori in decomposizione della foresta circostante, un olezzo di pesce messo a seccare e, di tanto in tanto, una folata di fumo acre dei fuochi dove si preparavano i pasti, quando turbinava giù da sotto i rami frondosi e aderiva pigramente all’erba bruciata. Quando Babalatchi guardò il pennone che si elevava sopra un gruppo di alberi bassi in mezzo al cortile, la bandiera tricolore dell’Olanda si mosse leggermente per la prima volta da che era stata alzata quella mattina all’arrivo dei battelli della nave da guerra. Con un lieve stormire degli alberi la brezza arrivò in lievi folate, giocando capricciosamente per un po’ con questo emblema del potere di Lakamba, che era anche il segno della sua dipendenza; poi la brezza rinforzò in un’improvvisa raffica di vento e la bandiera sventolò in fuori, dritta e salda sopra gli alberi. Un’ombra scura corse lungo il fiume, avvolgendo e coprendo lo scintillio della luce declinante del sole. Una grande nuvola bianca attraversò lentamente il cielo che si scuriva e restò sospesa a oriente come aspettando che il sole la raggiungesse là. Uomini e cose si scossero dal torpore del caldo pomeriggio e si risvegliarono alla vita al primo soffio della brezza marina.
Babalatchi si affrettò verso la chiusa; eppure, prima di passare, si fermò per dare uno sguardo al cortile, con le sue luci e ombre, con i suoi fuochi gioiosi, con i gruppi di soldati e di servi di Lakamba sparsi qua e là. La sua casa si trovava in mezzo alle altre costruzioni in quel recinto e lo statista di Sambir si chiese, sentendosi mancare il cuore, quando e come gli sarebbe stato concesso di tornarvi. Doveva trattare con un uomo più pericoloso di ogni bestia selvatica con cui aveva avuto a che fare: un uomo orgoglioso, un uomo ostinato come lo sono i principi, un uomo innamorato. E stava per andare a dire a quell’uomo parole di saggezza fredda e terrena. Ci poteva essere qualcosa di più terribile? Cosa sarebbe accaduto se quell’uomo si fosse offeso immaginando chissà quale affronto al suo onore o quale disprezzo del suo amore, e improvvisamente gli fosse presa la frenesia di uccidere? Il saggio consigliere sarebbe stato la prima vittima, senza dubbio, e la morte sarebbe stata la sua ricompensa. E ad accentuare il terrore della situazione c’era il pericolo di quegli sciocchi intriganti, gli uomini bianchi. La visione di un esilio sconsolato nella lontana Madura si parò davanti a Babalatchi. Questo non sarebbe stato peggiore della morte? E c’era quella donna mezza bianca dagli occhi minacciosi. Come poteva prevedere quello che una creatura incomprensibile di quella sorta avrebbe potuto o non avrebbe potuto fare? Ne sapeva così tanto da rendere impossibile l’uccisione di Dain. Questo era sicuro. E tuttavia il kriss affilato, dai bordi sinuosi, è un amico buono e discreto, pensò Babalatchi, mentre esaminava con affetto il suo e lo rimetteva nella guaina, con un sospiro di rammarico, prima di slegare la canoa. E, mentre mollava la barbetta, si spingeva nella corrente e prendeva la pagaia, si rese conto con chiarezza di quanto fosse inopportuno avere donne coinvolte negli affari di stato. Donne giovani, naturalmente. Per la matura saggezza della signora Almayer e per la disinvolta disposizione agli intrighi che viene con gli anni alle menti femminili, provava il più sincero rispetto.
Pagaiò senza fretta, lasciando che la canoa seguisse la corrente mentre traversava verso la punta. Il sole era ancora alto e non c’era niente di urgente. Il suo lavoro sarebbe cominciato solo con l’arrivo dell’oscurità. Evitando il molo Lingard, girò intorno alla punta e pagaiò su per il ruscello alle spalle della casa di Almayer. C’erano molte canoe appoggiate là, con le prue radunate, legate tutte allo stesso palo. Babalatchi vi spinse avanti la sua piccola imbarcazione e mise piede a terra. Dall’altra parte del fossato qualcosa si mosse nell’erba.
«Chi è che si nasconde?», chiamò Babalatchi. «Vieni fuori e parlami».
Non rispose nessuno. Babalatchi attraversò, passando di battello in battello e cacciò ferocemente il bastone nel posto sospetto. Taminah saltò fuori con un grido.
«Cosa stai facendo qui?», chiese lui, sorpreso. «Per poco non calpestavo il tuo vassoio. Sono un daiako che ti devi nascondere alla mia vista?»
«Ero stanca e… ho dormito», sussurrò Taminah, confusamente.
«Hai dormito! Non hai venduto niente oggi e sarai picchiata quando tornerai a casa», disse Babalatchi.
Taminah rimase davanti a lui confusa e in silenzio. Babalatchi la esaminò attentamente con grande soddisfazione. Decisamente avrebbe offerto cinquanta dollari in più a quel ladro di Bulangi. La ragazza gli piaceva.
«Ora vai a casa. È tardi», disse seccamente. «Di’ a Bulangi che sarò vicino alla sua casa prima che sia trascorsa metà della notte e voglio che prepari tutto per un lungo viaggio. Capisci? Un lungo viaggio verso sud. Diglielo prima del tramonto e non dimenticare le mie parole».
Taminah fece un gesto d’assenso e osservò Babalatchi riattraversare il fossato e sparire tra i cespugli che circondavano il campo di Almayer. Si spostò un po’ più lontano dal torrente e ricadde di nuovo con la faccia nell’erba, rabbrividendo in una sofferenza senza lacrime.
Babalatchi si avviò direttamente verso la capanna della cucina in cerca della signora Almayer. Nel cortile c’era una grande agitazione.
Uno strano cinese si era impossessato del focolare e stava rumorosamente chiedendo un altro tegame. In dialetto cantonese e in cattivo malese, lanciava duri rimproveri al gruppo delle schiave che stavano un po’ in disparte, in parte spaventate, in parte divertite davanti a quella furia. Dai fuochi dell’accampamento intorno ai quali erano seduti i marinai della fregata vennero parole d’incoraggiamento, unite a risate e scherni. In mezzo a questo rumore e a questa confusione Babalatchi incontrò Alì, con un piatto vuoto in mano.
«Dove sono gli uomini bianchi?», chiese Babalatchi.
«Stanno mangiando sulla veranda davanti», rispose Alì. «Non trattenermi, Tuan. Sto portando da mangiare agli uomini bianchi e sono occupato».
«Dov’è Mem Almayer?»
«Dentro, nel corridoio. Sta ascoltando la conversazione».
Alì fece un grande sorriso e proseguì; Babalatchi salì la pedana della veranda sul retro e fatto cenno alla signora Almayer di uscire, la impegnò in un’importante conversazione. Attraverso il lungo corridoio, chiuso all’estremità dalla tenda rossa, sentivano di tanto in tanto la voce di Almayer mescolata alla conversazione salire improvvisamente di altezza il che induceva la signora Almayer a guardare significativamente Babalatchi.
«Ascolta», disse. «Ha bevuto molto».
«Sì», sussurrò Babalatchi. «Dormirà pesantemente stanotte».
La signora Almayer sembrò dubbiosa.
«Qualche volta il demonio del gin forte lo fa restare sveglio e cammina su e giù per la veranda tutta la notte, imprecando; allora noi ci teniamo alla larga», spiegò la signora Almayer, con l’ampia esperienza nata da venti anni e più di vita coniugale.
«Ma allora non sente, né capisce e la sua mano, naturalmente non ha forza. Non vogliamo che senta stanotte».
«No», assentì la signora Almayer, con energia, ma con voce cautamente sommessa. «Se sente, ucciderà».
Babalatchi apparve incredulo.
«Sì, Tuan, puoi credermi. Non ho vissuto molti anni con quell’uomo? Non ho visto la morte nei suoi occhi più di una volta quando ero più giovane e lui cercava d’indovinare molte cose? Fosse stato uno del mio popolo non avrei visto uno sguardo del genere due volte, ma lui…».
Con un gesto di inesprimibile disprezzo sembrò liquidare come cosa da deboli l’avversione che aveva Almayer a spargere sangue all’improvviso.
«Se ha la volontà ma non la forza, allora cosa temiamo?», chiese Babalatchi, dopo un breve silenzio durante il quale entrambi ascoltarono le parole ad alta voce di Almayer finché queste non furono sommerse dal mormorio della conversazione generale. «Cosa temiamo?», ripeté Babalatchi.
«Per trattenere la figlia che ama colpirebbe il tuo cuore e il mio senza esitare», disse la signora Almayer. «Quando la ragazza sarà andata via, lui sarà come un diavolo scatenato. Allora tu e io faremo meglio a stare attenti».
«Io sono vecchio e non temo la morte», rispose Babalatchi ostentando una falsa indifferenza. «Ma tu cosa farai?»
«Io sono una vecchia e voglio vivere», replicò la signora Almayer. «Lei è anche mia figlia. Cercherò rifugio ai piedi del nostro raja, parlando in nome del passato quando eravamo entrambi giovani e lui…».
Babalatchi alzò la mano.
«Basta. Sarai protetta», disse, tranquillizzante.
Ancora una vola si udì il suono della voce di Almayer e ancora una volta, interrompendo la loro conversazione, essi ascoltarono le cose confuse che egli diceva a voce alta e che giungevano con differente intensità, con pause inaspettate e rumorose ripetizioni che consentivano loro di cogliere alcune parole e alcune frasi in quell’accozzaglia di grida eccitate sottolineate dal pugno che Almayer picchiava sul tavolo. Nei brevi intervalli di silenzio, l’acuta nota lamentosa dei bicchieri che, vicini l’uno all’altro, vibravano per il colpo, svaniva lentamente, diventando più debole, finché saltava su di nuovo in un tumultuoso tintinnio quando una nuova idea dava l’avvio a una nuova raffica di parole e portava di nuovo giù la mano pesante. Infine l’urlio litigioso cessò e il tenue lamento dei bicchieri messi in agitazione si estinse in una calma riluttante.
Babalatchi e la signora Almayer avevano ascoltato con curiosità, i corpi inclinati e le orecchie rivolte verso il corridoio. A ogni urlo più forte si facevano cenno con una ridicola ostentazione di scandalizzato decoro e rimasero in quell’atteggiamento per un po’ di tempo dopo che il rumore fu cessato.
«Questo è il demonio del gin», sussurrò la signora Almayer. «Sì, parla così, qualche volta, quando non c’è nessuno ad ascoltarlo».
«Cosa dice?», chiese Babalatchi ansiosamente. «Tu dovresti capire».
«Ho dimenticato il loro modo di parlare. Un poco ho capito. Ha parlato senza nessun rispetto del sovrano bianco di Batavia e di protezione e ha detto che è stato denigrato: questo l’ha detto diverse volte. Di più non ho capito. Ascolta! Parla di nuovo!».
«Tsh! Tsh! Tsh!», scattò Babalatchi, cercando di sembrare scandalizzato, ma con un allegro luccichio nell’unico occhio. «Ci sarà una grande agitazione fra quegli uomini bianchi. Ora girerò intorno e vedrò. Di’ a tua figlia che l’aspetta un lungo e imprevisto viaggio che finirà con molta gloria e splendore. E dille che Dain deve andarsene o morire e che non andrà solo».
«No, non andrà solo», ripeté lentamente la signora Almayer con aria pensosa, mentre strisciava nel corridoio dopo aver guardato Babalatchi sparire dietro l’angolo della casa.
Lo statista di Sambir, spinto da una viva curiosità, andò velocemente verso il davanti della casa, ma, una volta là, si mosse con lentezza e cautela mentre strisciava gradino per gradino su per le scale della veranda. Si sedette con calma sul gradino più alto, appoggiando i piedi su quello sottostante, pronto a fuggire se la sua presenza fosse risultata sgradita. Si sentiva abbastanza al sicuro così. La tavola era quasi longitudinale a lui e vedeva la schiena di Almayer; aveva invece Nina perfettamente di fronte e vedeva di fianco entrambi gli ufficiali; ma delle quattro persone sedute a tavola soltanto Nina e l’ufficiale più giovane notarono il suo arrivo silenzioso. Il brevissimo battito di ciglia di Nina mostrò di ammettere la presenza di Babalatchi; poi parlò immediatamente con il giovane sottotenente, che si volse verso di lei con sollecita prontezza, ma lo sguardo era concentrato attentamente sul viso del padre che stava dicendo rumorosamente:
«…slealtà e mancanza di scrupoli! Che cosa avete mai fatto perché io fossi leale? Voi non avete presa su questo paese. Devo badare a me stesso e quando chiesi protezione, ricevetti minacce e disprezzo e mi fu sbattuta in faccia una calunnia degli arabi. A me! Un uomo bianco!».
«Non s’infuri, Almayer», protestò il tenente. «Ho già sentito tutto questo».
«Allora perché mi parla di scrupoli? Avevo bisogno di denaro e ho dato in cambio la polvere da sparo. Come potevo sapere che qualcuno dei vostri disgraziati uomini sarebbe stato fatto saltare in aria? Scrupoli! Puah!».
Annaspò con mano malferma tra le bottiglie, esaminandole una dopo l’altra, borbottando fra sé nel frattempo. «Niente più vino», brontolò scontento.
«Ne ha bevuto abbastanza, Almayer», disse il tenente, mentre si accendeva un sigaro. «Non è ora che ci consegni il suo prigioniero? Credo che tenga chiuso questo Dain Maroola al sicuro da qualche parte. Tuttavia faremmo meglio a toglierci il pensiero di questa faccenda e poi berremo ancora. Andiamo! Non mi guardi in quel modo».
Almayer lo stava fissando con sguardo inespressivo e le dita tremanti annaspavano intorno alla gola.
«Oro», disse con difficoltà. «Ehm! Un groppo in gola, sapete. Sicuramente mi scuserete. Volevo dire – un po’ d’oro per un po’ di polvere. Che cos’è?»
«Lo so, lo so», disse il tenente per calmarlo.
«No! Lei non sa. Nessuno di voi sa!», gridò Almayer. «Il governo è stupido, ve lo dico io. Mucchi d’oro. Io sono l’uomo che sa dove si trova; io e un altro. Ma lui non parlerà. È…».
S’interruppe con un debole sorriso e, nel tentativo mancato di dare una pacca sulla spalla all’ufficiale, fece cadere un paio di bottiglie vuote.
«Personalmente lei è una brava persona», disse molto chiaramente, con condiscendenza. Mentre si sedeva borbottando tra sé, annuì con la testa con aria sonnolenta.
I due ufficiali si guardarono disorientati.
«Così non va», disse il tenente, rivolgendosi al più giovane. «Fate radunare gli uomini qui nel campo. Devo cavargli fuori un po’ di giudizio. Ehi! Almayer! Si svegli. Mantenga la sua parola. Ha dato la sua parola d’onore, lo sa».
Almayer allontanò con impazienza la mano dell’ufficiale, ma il suo cattivo umore svanì immediatamente e guardò in su, mettendo l’indice accanto al naso.
«Lei è molto giovane; c’è tempo per tutto», disse con aria furbesca.
Il tenente si volse verso Nina, che, appoggiata allo schienale della sedia, osservava attentamente il padre.
«Sono veramente molto addolorato di tutto questo per voi», esclamò. «Non so», continuò, parlando con un certo imbarazzo, «se ho il diritto di chiederle qualcosa, se non, forse, quello di ritirarsi da questa scena penosa, ma sento che devo – per il bene di suo padre – suggerirle che dovrebbe… voglio dire se ha un qualche ascendente su di lui dovrebbe impiegarlo ora per fargli mantenere la promessa che mi ha fatto prima che… prima che finisse in questo stato».
Osservò scoraggiato che lei non sembrava fare caso alle sue parole, dato che rimaneva seduta immobile, con gli occhi mezzi chiusi. «Io spero…», cominciò di nuovo.
«Di quale promessa sta parlando?», chiese bruscamente Nina, alzandosi e avvicinandosi al padre.
«Niente che non sia giusto e opportuno. Ha promesso di consegnarci un uomo che in un periodo di pace completa ha ucciso uomini innocenti per sfuggire alla punizione che meritava per aver infranto la legge. Ha combinato un guaio di vaste proporzioni. Non è certo merito suo se è fallito, in parte. Naturalmente avete sentito parlare di Dain Maroola. Suo padre lo ha catturato a quanto ho capito. Sappiamo che è fuggito risalendo questo fiume. Forse lei…».
«E ha ucciso degli uomini bianchi!», interruppe Nina.
«Mi duole dire che erano bianchi. Sì, due uomini bianchi hanno perso la vita per il capriccio di quella canaglia».
«Solo due!», esclamò Nina.
L’ufficiale la guardò sbalordito.
«Ma come! Che diamine! Lei…», balbettò confuso.
«Avrebbero potuto essere di più», lo interruppe Nina. «E quando avrete questa – questa canaglia, ve ne andrete?».
Il tenente, ancora senza parole, chinò la testa in segno d’assenso.
«Allora lo andrei a prendere io per voi, dovessi cercarlo nel fuoco», proruppe con veemenza. «Detesto vedere le vostre facce bianche. Odio il suono delle vostre voci cortesi. E così che parlate alle donne, lasciando cadere parole dolci davanti a ogni viso grazioso. Ho già sentito le vostre voci. Speravo di vivere qui senza vedere più altre facce bianche a parte questa», aggiunse in tono più dolce, toccando leggermente la guancia del padre.
Almayer smise di borbottare e aprì gli occhi. Afferrò la mano della figlia e se la premette sul viso, mentre Nina con l’altra lisciava gli arruffati capelli grigi, guardando con aria di sfida al di sopra della testa del padre, l’ufficiale che ora aveva riacquistato la padronanza di sé e ricambiò il suo sguardo con uno freddo e fermo. Sotto, davanti alla veranda, sentirono il passo pesante dei marinai che si radunavano secondo gli ordini. Il sottotenente salì su per le scale, mentre Babalatchi si alzava inquieto e, con un dito sulle labbra, cercava di cogliere lo sguardo di Nina.
«Sei una brava ragazza», sussurrò Almayer, con aria assente, lasciando cadere la mano della figlia.
«Papà! Papà!», gridò, chinandosi su di lui pregandolo ardentemente. «Vedi questi due uomini che ci guardano. Mandali via. Non li posso più sopportare. Mandali via. Fa’ quello che vogliono e lasciali andare».
Scorse Babalatchi e smise improvvisamente di parlare, ma batté rapidamente il piede sul pavimento al colmo di un’eccitazione nervosa. I due ufficiali rimasero vicini continuando a guardare con curiosità.
«Che è successo? Qual è il problema?», sussurrò il più giovane.
«Non lo so», rispose l’altro sottovoce. «Una è furiosa, l’altro è ubriaco. Nemmeno così tanto poi. Strano, questo. Guarda!».
Almayer si era alzato, sostenendosi al braccio della figlia. Esitò un attimo, poi lasciò andare la presa e barcollò fino al centro della veranda. Là riprese il dominio di sé e rimase eretto, respirando pesantemente e guardandosi furiosamente intorno.
«Gli uomini sono pronti?», chiese il tenente.
«Tutti pronti, signore».
«Ora, Mr Almayer, faccia strada», disse il tenente.
Almayer posò gli occhi su di lui come se lo vedesse per la prima volta.
«Due uomini», disse in modo confuso. Lo sforzo di parlare sembrò compromettere il suo equilibrio. Fece un passo affrettato per salvarsi da una caduta e rimase a oscillare avanti e indietro. «Due uomini», cominciò di nuovo, parlando con difficoltà. «Due uomini bianchi – uomini in uniforme – uomini onorabili. Voglio dire – uomini d’onore. Voi lo siete?»
«Andiamo! Basta», disse l’ufficiale, con impazienza. «Dateci quel vostro amico».
«Cosa pensa che io sia?», chiese Almayer, con violenza.
«Lei è ubriaco, ma non così tanto da non sapere cosa sta facendo. Basta con queste sciocchezze», disse l’ufficiale severamente, «o la farò mettere agli arresti domiciliari».
«Arresti!», rise Almayer sgradevolmente. «Ah! Ah! Ah! Arresti! Ma come, sono vent’anni che cerco di andarmene da questo posto infernale e non posso. Mi senti, uomo! Non posso e non potrò mai! Mai!».
Le parole finirono con un singhiozzo e malfermo scese le scale. Quando furono nel cortile, il tenente gli si avvicinò e lo prese sottobraccio. Il sottotenente e Babalatchi li seguirono a breve distanza.
«Così va meglio, Almayer», disse l’ufficiale con fare incoraggiante. «Dove sta andando? Ci sono solo troie là. Ehi!», continuò scuotendolo leggermente, «abbiamo bisogno di battelli?»
«No», rispose Almayer malignamente. «Avete bisogno di una tomba».
«Cosa? Di nuovo irragionevole! Cerchi di parlare assennatamente!».
«Tomba!», urlò, cercando di divincolarsi. «Un buco nella terra. Non capisce? Deve essere ubriaco. Mi lasci andare! Mi lasci, le dico!».
Si staccò dalla presa dell’ufficiale e barcollò verso le tavole dove il corpo giaceva sotto il velo bianco; poi gli girò intorno rapidamente e fronteggiò l’emiciclo di facce interessate. Il sole stava calando rapidamente, gettando sul cortile le lunghe ombre della casa e degli alberi, ma la luce indugiava ancora sul fiume, dove grossi tronchi passavano portati nel mezzo della corrente, molto netti e neri nella luminosità rossastra. I tronchi degli alberi della foresta sull’argine a est si perdevano nel buio mentre gli alti rami ondeggiavano dolcemente nella luce del sole morente. L’aria sembrò pesante e fredda nella brezza che spirava dall’acqua in leggere folate.
Almayer tremò mentre faceva uno sforzo per parlare e ancora una volta sembrò con un gesto incerto liberarsi la gola dalla presa di una mano invisibile. Gli occhi iniettati di sangue vagarono vacui da una faccia all’altra.
«Ecco!», disse alla fine. «Ci siete tutti? Lui è un uomo pericoloso».
Tirò via il velario con impetuosa violenza e il corpo rotolò rigidamente giù dalle tavole e si fermò davanti ai suoi piedi con rigida impotenza.
«Freddo, assolutamente freddo», disse Almayer guardandosi intorno con un sorriso triste. «Spiacente di non poter fare meglio. E non lo potete neanche impiccare. Come osserverete, signori», aggiunse seriamente, «non c’è la testa e quasi non c’è il collo».
L’ultimo raggio di luce fu strappato via dalle cime degli alberi, il fiume diventò improvvisamente scuro e, nella grande immobilità, il mormorio della corrente sembrò riempire la vasta distesa di un’ombra grigia che scendeva sulla terra.
«Questo è Dain», continuò Almayer rivolgendosi al gruppo silenzioso che lo circondava. «E io ho mantenuto la mia parola. Prima una, poi un’altra e questa è la mia ultima speranza. Ora non è rimasto niente. Pensate che ci sia un uomo morto qui? Vi sbagliate, ve l’assicuro. Io sono molto più morto. Perché non impiccate me?», suggerì improvvisamente, in tono amichevole, rivolgendosi al tenente. «Garantisco, le garantisco che sarebbe una que – questione di forma tutto – tutto sommato».
Mormorò queste ultime parole a se stesso e si diresse zigzagando verso casa. «Va’ via», tuonò ad Alì, che si stava avvicinando timidamente per offrirgli aiuto. Di lontano, gruppi sparsi di uomini e donne osservavano il suo procedere incerto. Si trascinò su per le scale reggendosi alla ringhiera e riuscì a raggiungere una sedia in cui si lasciò cadere pesantemente. Rimase seduto per un po’ ansimando per lo sforzo e la collera e guardandosi vagamente intorno in cerca di Nina; poi facendo un gesto minaccioso verso il campo dove aveva udito la voce di Babalatchi, rovesciò con un piede il tavolo che cadde con un grande fragore di terracotte infrante. Borbottò ancora minacciosamente tra sé, poi la testa gli ricadde sul petto, gli occhi si chiusero e con un profondo sospiro, cadde addormentato.
Quella notte – per la prima volta nella sua storia – il pacifico e fiorente villaggio di Sambir vide le luci brillare nella «Follia di Almayer». Erano le lanterne dei battelli attaccate dai marinai sotto la veranda dove i due ufficiali stavano tenendo un’inchiesta sulla verità della storia riferita loro da Babalatchi, che aveva riacquistato tutta la sua importanza. Fu eloquente e persuasivo, chiamando il cielo e la terra a testimoni della verità delle sue affermazioni. Ci furono anche altri testimoni. Mahmat Banjer e parecchi altri subirono un interrogatorio serrato che si trascinò faticosamente fino a tarda sera. Fu mandato un messaggero a chiamare Abdulla, che si disimpegnò dall’andare a motivo della sua venerabile età, tuttavia mandò Reshid. Mahmat dovette mostrare il bracciale da caviglia e, con umiliazione e rabbia, vide il tenente metterselo in tasca, come una delle prove della morte di Dain, per inoltrarlo con il rapporto ufficiale della missione. Anche l’anello di Babalatchi fu sequestrato per lo stesso scopo, ma l’esperto statista era rassegnato a quella perdita fin dall’inizio. Non gli dispiaceva, pur di essere sicuro che gli uomini bianchi credessero alla storia. Si pose seriamente questa domanda quando se ne andò, uno degli ultimi, al termine del procedimento. Non era sicuro. Tuttavia, anche se ci credevano solo per una notte, avrebbe messo Dain fuori della loro portata e si sarebbe sentito lui stesso al sicuro. Si allontanò veloce, guardandosi di tanto in tanto alle spalle per timore di essere seguito, ma non vide né udì niente.
«Le dieci», disse il tenente, guardando l’orologio e sbadigliando. «Dovrò sentire qualcuno dei piacevoli commenti del capitano quando torneremo indietro. È una faccenda sgradevole questa».
«Pensa che tutto questo sia vero?», chiese il più giovane.
«Vero! Può anche darsi. Ma anche se non è vero, cosa possiamo fare? Se avessimo una dozzina di battelli potremmo perlustrare i ruscelli e anche questo non servirebbe a molto. Quel pazzo ubriaco aveva ragione: non abbiamo abbastanza autorità su questa costa. Fanno quello che vogliono. Sono appese le nostre amache?»
«Sì, ho detto al timoniere di farlo. Strana coppia quella là», disse il sottotenente, con un gesto della mano verso la casa di Almayer.
«Ehm! Originali, sicuramente. Cosa ha detto alla ragazza? Io mi sono occupato del padre la maggior parte del tempo».
«Le assicuro che sono stato assolutamente cortese», protestò l’altro con calore.
«Va bene. Non si agiti. Alla ragazza non va a genio la cortesia, allora, da quanto capisco. Ho pensato che potesse essere stato tenero. Sa che siamo in servizio».
«Certo, naturalmente. Non l’ho mai dimenticato. Freddamente cortese. Questo è tutto».
Tutti e due risero un po’ e non avendo sonno cominciarono ad andare su e giù per la veranda fianco a fianco. La luna si levò nascostamente sopra gli alberi e d’improvviso trasformò il fiume in argento scintillante. La foresta uscì dallo spazio nero e vuoto e rimase cupa e mesta sopra l’acqua risplendente. La brezza si estinse in una calma soffocante.
Da marinai, i due ufficiali camminarono su e giù a passo cadenzato senza scambiare una parola. Il tavolato sconnesso scricchiolava regolarmente sotto i loro passi con un suono che risultava secco e importuno nel silenzio perfetto della notte. Mentre stavano girando per tornare indietro il più giovane si fermò attento.
«Lo ha sentito?», chiese.
«No!», disse l’altro. «Sentito cosa?»
«Mi è sembrato di sentire un grido. Anche se molto debole. Sembrava una voce di donna. In quell’altra casa. Ah! Di nuovo! Sentito?»
«No», disse il tenente dopo essere stato in ascolto per un po’. «Voi giovanotti sentite sempre voci di donne. Se sta per sognare farebbe meglio ad andare sulla sua amaca. Buonanotte».
La luna salì più in alto e le ombre calde diventarono più piccole e strisciarono via come a nascondersi dalla luce fredda e crudele.
Capitolo decimo
«È tramontato finalmente», disse Nina alla madre, indicando le colline dietro le quali il sole era calato. «Ascolta, mamma, ora andrò al ruscello di Bulangi e se non dovessi tornare più…».
S’interruppe, e qualcosa come un dubbio attenuò per un attimo il fuoco d’esaltazione trattenuta che aveva brillato nei suoi occhi e illuminato la serena impassibilità del suo volto con un raggio di ardente vitalità durante tutta quella lunga giornata d’eccitazione – giorno di gioia e ansia, speranza e terrore, di vago dolore e indistinta delizia. Mentre il sole brillava con quella luce abbagliante in cui il suo amore era nato e cresciuto fino a impadronirsi di tutto il suo essere, misteriosi sussurri di desiderio la fecero persistere nella sua incrollabile risoluzione, sussurri che le riempivano il cuore e le facevano desiderare con impazienza quell’oscurità che avrebbe significato la fine del pericolo e della lotta, inizio della felicità, appagamento dell’amore, completezza della vita. Era tramontato alla fine! Il breve crepuscolo tropicale scomparve prima che lei avesse potuto emettere un lungo sospiro di sollievo e ora l’improvvisa oscurità sembrava essere piena di voci minacciose che la incoraggiavano a buttarsi a capofitto nell’ignoto; a essere fedele ai propri impulsi, ad arrendersi alla passione che aveva suscitato e condiviso. Lui stava aspettando. Nella solitudine di una radura isolata, nell’immenso silenzio della foresta, lui stava aspettando da solo, un fuggiasco che temeva per la sua vita. Incurante del pericolo che correva, stava aspettando lei. Soltanto per lei era tornato e ora, mentre si avvicinava il momento in cui avrebbe dovuto avere la sua ricompensa, lei si chiedeva con sgomento cosa significasse quel dubbio che le raggelava la volontà e il desiderio. Con sforzo si scrollò di dosso il timore di quella debolezza passeggera. Lui avrebbe avuto la sua ricompensa. Il suo amore e il suo onore di donna vinsero la sfiducia esitante dell’ignoto futuro che l’aspettava nell’oscurità del fiume.
«No, tu non tornerai», mormorò la signora Almayer, profeticamente. «Senza te, lui non se ne andrà e se rimane qui…». Agitò la mano verso le luci della «Follia di Almayer» e la frase incompiuta si spense in un mormorio minaccioso.
Le due donne si erano incontrate dietro la casa e ora stavano camminando insieme, lentamente, verso il torrente dov’erano ormeggiate tutte le canoe. Arrivate al limite dei cespugli si fermarono, spinte dallo stesso impulso e la signora Almayer, appoggiandole la mano sul braccio, cercò invano di guardare da vicino il viso che la figlia distoglieva. Quando provò a parlare, le sue prime parole si persero in un singhiozzo soffocato che suonò strano venendo da quella donna che, di tutte le passioni umane, sembrava conoscere solo la collera e l’odio.
«Stai andando via per essere una grande ranee», disse infine, con una voce che era in quel momento abbastanza ferma, «e se sarai saggia avrai tanto potere che durerà molti giorni e anche fino alla vecchiaia. Cosa sono stata io? Una schiava per tutta la vita e ho cotto il riso per un uomo che non aveva coraggio né saggezza. Ahimè! Io! Anch’io fui data in dono da un capo e un guerriero a un uomo che non era né l’uno né l’altro. Ahimè. Ahimè!».
Pianse su se stessa sommessamente, rimpiangendo le perdute possibilità di assassinio e di delitto che le sarebbero potute toccare fosse stata unita a uno spirito congeniale al suo. Nina si chinò sull’esile figura della signora Almayer e, sotto le stelle che erano corse fuori nel cielo nero e ora pendevano trattenendo il respiro davanti a quella strana separazione, scrutò attentamente i lineamenti raggrinziti della madre e guardò da vicino quegli occhi infossati che potevano vedere nel suo oscuro futuro alla luce di una lunga e dolorosa esperienza. Ancora una volta si sentì affascinata, come in passato, dal modo esaltato di esprimersi della madre e dalla sua profetica certezza in quel che diceva che, insieme con i suoi scoppi di violenza, aveva contribuito non poco alla fama di strega di cui godeva nel villaggio.
«Io sono stata una schiava e tu sarai una regina», continuò la signora Almayer, guardando dritto davanti a sé, «ma ricorda la forza degli uomini e la loro debolezza. Trema davanti alla sua collera così che possa vedere la tua paura alla luce del giorno; ma in cuore puoi ridere perché, dopo il tramonto, egli è il tuo schiavo».
«Uno schiavo! Lui! Il padrone della vita! Tu non lo conosci, mamma».
La signora Almayer si degnò di ridere sdegnosamente.
«Parli come una sciocca donna bianca», proruppe. «Che ne sai della collera degli uomini e del loro amore? Hai osservato il sonno di uomini, stanchi di affrontare la morte? Hai sentito su di te il braccio forte che può infilare profondamente un kriss in un cuore palpitante? Yah! Sei una donna bianca e dovresti pregare un dio-donna!».
«Perché dici questo? Ho ascoltato così a lungo le tue parole che ho dimenticato la vecchia vita. Se fossi bianca, sarei qui, pronta ad andarmene? Mamma, devo tornare a casa e guardare ancora una volta il viso di mio padre».
«No!», disse la signora Almayer, con violenza. «No, ora lui dorme il sonno del gin e se torni indietro, può svegliarsi e vederti. No, non ti vedrà più. Quando il terribile vecchio ti portò via da me tu eri piccola, ricordi…».
«È stato così tanto tempo fa», mormorò Nina.
«Io me ne ricordo», continuò la signora Almayer violentemente.
«Volevo guardare ancora il tuo viso. Lui disse no! Ti sentii piangere e saltai nel fiume. Tu eri sua figlia allora; ora sei mia figlia. Non tornerai mai in quella casa; non traverserai mai più il cortile. No! No!».
La sua voce si alzò quasi in un grido. Dall’altra parte del torrente ci fu un fruscio nell’erba alta. Le due donne l’udirono e stettero in ascolto per un po’, in silenzio allarmato.
«Devo andare», disse Nina, in un sussurro cauto ma deciso. «Cosa significano per me il tuo odio e il tuo desiderio di vendetta?»
Si avviò verso casa con la madre che le si era attaccata e cercava di tirarla indietro.
«Fermati, non devi andare!», ansimò.
Nina spinse via la madre con impazienza e raccolse le gonne per correre più veloce, ma la signora Almayer corse avanti e si volse a fronteggiare la figlia con le braccia protese.
«Se fai un altro passo», proruppe respirando rapidamente, «griderò. Vedi quelle luci nella casa grande? Vi siedono due uomini bianchi, arrabbiati perché non possono avere il sangue dell’uomo che ami. E in quelle case buie», continuò con più calma, mentre indicava il villaggio «la mia voce potrebbe svegliare uomini che porterebbero i soldati Orang Blanda da lui che sta aspettando… te».
Non poteva vedere il viso della figlia, ma la figura bianca davanti a lei rimase silenziosa e irresoluta nell’oscurità. La signora Almayer aumentò il suo vantaggio.
«Rinuncia alla tua vecchia vita! Dimentica!», disse implorante. «Dimentica di aver mai visto una faccia bianca; dimentica le loro parole; dimentica i loro pensieri. Dicono menzogne. E pensano menzogne perché ci disprezzano, noi che siamo migliori di loro, ma non così forti. Dimentica la loro amicizia e il loro disprezzo; dimentica i loro tanti dèi. Ragazza, perché vuoi ricordare il passato quando c’è un guerriero e un capo pronto a dare molte vite – la sua stessa vita – per un tuo sorriso?»
Mentre parlava spingeva dolcemente la figlia verso le canoe nascondendo la propria paura, l’ansia e il dubbio dietro quel flusso di parole commosse che non lasciavano a Nina il tempo di riflettere né l’opportunità di protestare, anche se avesse voluto farlo. Ma ora non lo voleva. Alla base di quel desiderio passeggero di guardare ancora il viso del padre non c’era un forte affetto. Non aveva scrupoli né rimorsi a lasciare improvvisamente quell’uomo di cui non poteva capire, non era in grado neanche di vedere il sentimento che provava per lei. C’era soltanto un istintivo attaccamento alla vecchia vita, alle abitudini radicate, alle vecchie facce; quel timore di un atto definitivo che si cela nel cuore di ogni uomo e impedisce così tanti eroismi e così tanti delitti. Per anni si era trovata tra la madre e il padre, l’una così forte nella sua debolezza, l’altro così debole quando avrebbe potuto essere stato forte. Tra quei due esseri così diversi, così antitetici, era rimasta col cuore muto, sorpresa e arrabbiata con la realtà della propria esistenza. Sembrava così irragionevole, così umiliante essere buttata lì in quel villaggio e veder fuggire velocemente i giorni nel passato senza una speranza, un desiderio o uno scopo che giustificasse la vita che doveva sopportare con una stanchezza sempre crescente. Dava poco credito e non aveva comprensione per i sogni del padre; ma era accaduto che i selvaggi vaneggiamenti della madre colpissero una corda sensibile, da qualche parte nel profondo del cuore disperato e sognava con la tenace concentrazione di un prigioniero che pensa alla libertà fra le mura della sua cella. Con la venuta di Dain aveva trovato la strada verso la libertà, obbedendo alla voce di quegli impulsi appena nati e con gioia inaspettata aveva creduto di poter leggere negli occhi di lui la risposta a tutti gl’interrogativi del suo cuore. Capiva ora la ragione e lo scopo della vita e, nella trionfante scoperta di quel mistero, aveva gettato via sdegnosamente il passato con i suoi pensieri tristi, le sensazioni amare e i deboli affetti ora morti e inariditi a contatto della sua ardente passione.
La signora Almayer disormeggiò la canoa di Nina e, raddrizzatasi dolorosamente, rimase, con la barbetta in mano, a guardare la figlia.
«Svelta», disse, «vai via prima che si alzi la luna, mentre il fiume è buio. Ho paura degli schiavi di Abdulla. Quei miserabili si aggirano spesso furtivamente di notte e potrebbero vederti e seguirti. Ci sono due pagaie nella canoa».
Nina si avvicinò alla madre e, esitante, toccò lievemente con le labbra la fronte rugosa. La signora Almayer sbuffò sprezzante per protestare a quella tenerezza che ella, nondimeno, temeva potesse essere contagiosa.
«Ti rivedrò mai più, mamma?», mormorò Nina.
«No», disse la signora Almayer dopo un breve silenzio. «Perché dovresti tornare qui dov’è destino che io muoia? Vivrai lontana nello splendore e nel potere. Quando sentirò che gli uomini bianchi sono stati cacciati dalle isole, allora saprò che sei viva e che ricordi le mie parole».
«Le ricorderò sempre», replicò Nina seriamente, «ma dov’è il mio potere e cosa posso fare?»
«Non lasciare che lui ti guardi troppo a lungo negli occhi, né che appoggi la testa sulle tue ginocchia, senza ricordargli che gli uomini devono combattere prima di riposare. E se lui indugia, dagli tu stessa il kriss e ordinagli di andare, come deve fare la moglie di un principe potente quando i nemici sono vicini. Fagli uccidere gli uomini bianchi che vengono da noi per commerciare, con richieste sulle labbra e armi cariche nelle mani. Ah!», terminò con un sospiro, «essi sono su ogni mare e su ogni costa e sono troppi!».
Girò la prua della canoa verso il fiume, ma tenendovi la mano non lasciò andare il bordo della barca, persa in pensieri incerti. Nina mise la punta della pagaia contro l’argine, pronta a scostarsi dalla riva, nella corrente.
«Che c’è mamma?», chiese a voce bassa. «Senti qualcosa?»
«No», disse la signora Almayer, con aria assente. «Ascolta, Nina», continuò inaspettatamente dopo una leggera pausa, «negli anni a venire ci saranno altre donne…».
La interruppe un grido soffocato nell’imbarcazione e la pagaia sbatté nella canoa, sfuggita dalle mani che Nina aveva proteso avanti in un gesto di protesta. La signora Almayer cadde in ginocchio sulla riva e si sporse sul bordo, in modo da avere il viso vicino a quello della figlia.
«Ci saranno altre donne», ripeté decisamente, «ti dico questo perché sei mezza bianca e potresti dimenticare che lui è un grande capo e che certe cose devono succedere. Nascondi la tua collera e non lasciargli vedere sul tuo viso il dolore che ti mangerà il cuore. Vagli incontro con la gioia negli occhi e saggezza sulle labbra, perché è a te che si volgerà nella tristezza e nel dubbio. Fintantoché guarderà molte donne il tuo potere durerà, ma se ce ne dovesse essere una, una soltanto per la quale sembra dimenticarti, allora…».
«Non potrei vivere», proruppe Nina, coprendosi il viso con le mani. «Non parlare così, mamma; non potrebbe essere».
«Allora», continuò la signora Almayer, con calma, «a quella donna Nina, non mostrare pietà».
Spostò la canoa verso la corrente per mezzo della frisata e l’afferrò con tutte e due le mani, la prua rivolta verso il fiume.
«Stai piangendo?», chiese severamente alla figlia, che sedeva ancora coprendosi il volto. «Alzati e prendi la pagaia, perché lui ha già aspettato abbastanza. E ricorda Nina, nessuna pietà e se devi colpire, fallo con mano ferma».
Impegnò tutta la sua forza e oscillando il corpo sull’acqua, spinse la leggera imbarcazione lontano nella corrente. Quando si riprese dallo sforzo compiuto cercò invano di scorgere la canoa che sembrava essersi dissolta improvvisamente nella foschia bianca che strisciava sulle acque calde del Pantai. Dopo aver ascoltato intenta per un po’, stando sulle ginocchia, la signora Almayer si alzò con un profondo sospiro, mentre due lacrime le scorrevano lentamente lungo le guance avvizzite. Le tolse rapidamente con una ciocca dei capelli grigi, quasi si vergognasse di se stessa, ma non poté soffocare un altro forte sospiro, perché aveva il cuore pesante e soffriva molto, dato che non era abituata alle emozioni tenere. Questa volta pensò di aver udito un debole rumore, come l’eco del proprio sospiro e si fermò, tendendo gli orecchi per cogliere il minimo rumore e scrutando preoccupata i cespugli vicini.
«Chi è là?», chiese con voce malferma, mentre la sua fantasia popolava la solitudine della riva di fantasmi. «Chi è là?», ripeté debolmente.
Non ci fu risposta: soltanto la voce del fiume che bisbigliava triste dietro il velo bianco sembrò per un attimo aumentare d’intensità ed estinguersi di nuovo in un dolce sussurro di mulinelli che si frangevano sull’argine.
La signora Almayer scosse la testa come in risposta ai propri pensieri e si allontanò rapidamente dai cespugli, guardando vigile a destra e a sinistra. Andò dritta verso la capanna della cucina, notando che le ceneri del fuoco brillavano più del solito, come se qualcuno avesse aggiunto ai fuochi legna fresca durante la sera.
Mentre si avvicinava, Babalatchi, che era stato accoccolato nel tiepido calore, si alzò e le si fece incontro, fuori, nell’ombra.
«È andata?», chiese in fretta l’ansioso statista.
«Sì», rispose la signora Almayer. «Cosa stanno facendo gli uomini bianchi? Quando li hai lasciati?»
«Ora stanno dormendo, credo. Possano non svegliarsi mai!», proruppe Babalatchi, con fervore. «Oh! Ma sono diavoli e hanno fatto un gran parlare e agitarsi su quella carcassa. Il capo mi ha minacciato due volte con la mano e ha detto che mi avrebbe fatto legare a un albero. Legarmi a un albero! Me!», ripeté colpendosi il petto con violenza.
La signora Almayer rise beffarda.
«E tu hai fatto inchini cerimoniosi e hai chiesto pietà. Uomini con le armi al fianco agivano in altro modo quando io ero giovane».
«E dove sono, gli uomini della tua gioventù? Pazza!», rispose Babalatchi arrabbiato. «Uccisi dagli olandesi – Bene! Ma io vivrò per ingannarli. Un uomo sa quando combattere e quando dire pacifiche menzogne. Lo sapresti se non fossi una donna».
Ma la signora Almayer non sembrò sentirlo. Con il corpo piegato e un braccio proteso sembrava ascoltare qualche rumore dietro la capanna.
«Ci sono suoni strani», sussurrò con evidente preoccupazione. «Ho udito nell’aria suoni di dolore come un sospiro e un pianto. Questo prima, vicino alla riva. E ora l’ho udito di nuovo…».
«Dove?», chiese Babalatchi con voce alterata. «Cosa hai sentito?»
«Qui vicino. Era come un respiro trattenuto a lungo. Vorrei aver bruciato la carta sul corpo prima che fosse sepolto».
«Sì», convenne Babalatchi. «Ma gli uomini bianchi lo hanno subito buttato in una fossa. Sai che ha trovato la morte nel fiume», aggiunse allegramente, «e il suo fantasma può chiamare le canoe, ma lascerebbe la terra in pace».
La signora Almayer, che aveva allungato il collo per guardare dietro l’angolo della capanna, tirò indietro la testa.
«Non c’è nessuno qui», disse, rassicurata. «Non è ora che la canoa da guerra del raja vada alla radura?»
«L’aspetto qui, perché devo andare io stesso», spiegò Babalatchi. «Penso che attraverserò di nuovo il fiume per vedere cosa li fa ritardare. Quando verrai? Il raja ti dà asilo».
«Remerò là prima che faccia giorno. Non posso lasciarmi dietro i miei dollari», borbottò la signora Almayer.
Si separarono. Babalatchi traversò il cortile dirigendosi verso il torrente per prendere la canoa e la signora Almayer si avviò lentamente verso la casa, salì per il tavolato e, passando dalla veranda buia, entrò nel corridoio che portava sul davanti della casa; ma prima di entrarvi, sulla soglia, si voltò e guardò dietro di sé il cortile vuoto e silenzioso, ora rischiarato dai raggi della luna che sorgeva. Non era ancora scomparsa, comunque, che una figura indistinta, uscì velocemente dai fusti del boschetto di banani, sfrecciò nello spazio illuminato dalla luna e cadde nell’oscurità ai piedi della veranda. Avrebbe potuto essere l’ombra di una nuvola che avanzava, così rapido e silenzioso fu il suo passaggio, non fosse stato per la traccia dell’erba mossa, i cui steli tremarono e ondeggiarono per lungo tempo sotto la luce lunare prima di restare immobile e lucenti, come un disegno di spruzzi d’argento ricamati su un fondo scuro. La signora Almayer accese la lampada di cocco e alzando con cautela la tenda rossa, fissò il marito, schermando la lampada con la mano. Almayer, raggomitolato nella poltrona, un braccio penzoloni, l’altro appoggiato sulla parte inferiore del viso quasi a difesa da un nemico invisibile, le gambe allungate, dormiva pesantemente, inconsapevole degli occhi ostili che lo esaminavano con sprezzante critica. Ai suoi piedi giaceva il tavolo rovesciato in mezzo ai frantumi di terraglie e bottiglie rotte. L’apparenza che vi si fosse svolta una lotta accanita era accentuata dalle sedie che sembravano essere state disseminate con violenza dappertutto e ora, a terra per tutta la veranda, nel loro assetto inerme, avevano l’aspetto deplorevole dell’ubriachezza. Soltanto la grande sedia a dondolo di Nina, che stava in piedi nera e immobile sui suoi alti pattini, torreggiava sul caos dei mobili danneggiati, risolutamente dignitosa e paziente, in attesa del suo peso.
Con un ultimo sguardo di disprezzo verso l’uomo addormentato, la signora Almayer passò nella sua stanza dietro la tenda. Una coppia di pipistrelli incoraggiati dall’oscurità e dalla situazione pacifica, riprese le sue capovolte oblique e silenziose sopra la testa di Almayer e per un lungo periodo la profonda quiete della casa fu rotta soltanto dal respiro profondo dell’uomo che dormiva e dal debole tintinnio dell’argento nelle mani della donna che si preparava alla fuga. Nella luce crescente della luna che ora si era levata sopra la foschia notturna, gli oggetti sulla veranda apparvero delineati nettamente in nere macchie d’ombra, con tutta la bruttezza irriducibile del loro disordine, e sulla calce sporca della parete dietro di lui apparve una caricatura del dormiente Almayer in dettagli grottescamente esagerati dell’atteggiamento e delle fattezze ingrandite a proporzioni imponenti. I pipistrelli scontenti si allontanarono alla ricerca di posti più bui e una lucertola uscì fuori con brevi corsette nervose e, soddisfatta della tovaglia bianca, vi si fermò così assolutamente immobile da far pensare a una morte improvvisa, non fosse stato per il melodioso richiamo che scambiava con un compagno meno avventuroso nascosto nel cortile in mezzo al legname. Poi le assi del corridoio scricchiolarono, la lucertola sparì e Almayer si mosse a disagio con un sospiro: lentamente, dall’annichilimento senza conoscenza del sonno da ubriaco, stava tornando, attraverso il mondo dei sogni, a una coscienza vigile. Nell’angoscia del suo sogno la testa di Almayer rotolò da una spalla all’altra; la volta celeste era piombata su di lui come un pesante mantello e formava, lontano sotto di lui, una scia di pieghe stellate. Stelle sopra, stelle tutt’intorno a lui; e dalle stelle sotto di lui si alzava un bisbiglio pieno di lacrime e di suppliche e facce addolorate volteggiavano tra gli ammassi di luce che riempivano lo spazio infinito sottostante. Come sfuggire all’assillo di quelle grida dolorose e allo sguardo di quegli occhi fissi e tristi nei volti che gli facevano ressa intorno fino a farlo boccheggiare sotto il peso schiacciante dei mondi che incombevano sulle spalle doloranti? Fuggire! Ma come? Se avesse provato a muoversi sarebbe caduto nel nulla e sarebbe perito nella caduta precipitosa di quell’universo di cui lui era l’unico sostegno. E cosa stavano dicendo quelle voci? Lo stavano spronando a muoversi! Perché? Muoversi per distruggersi! Non c’è pericolo! L’assurdità della cosa lo riempì d’indignazione. Fece in modo di avere una più salda presa dei piedi e irrigidì i muscoli nell’eroica risoluzione di portare quel peso per tutta l’eternità. E gli anni passavano in quello sforzo sovrumano, in mezzo al vortice di quei mondi circolari; nel lamentoso mormorio di quelle voci addolorate che lo sollecitavano a rinunciare prima che fosse troppo tardi – finché il misterioso potere che lo aveva gravato di quel compito gigantesco sembrò alla fine cercare la sua distruzione. Con terrore sentì una mano inesorabile che gli scuoteva la spalla, mentre il coro di voci aumentava d’intensità e lo pregava angosciato di andare, andare prima che fosse troppo tardi. Sentì di scivolare, di perdere l’equilibrio come se qualcosa gli tirasse le gambe e cadde. Con un debole grido cadde fuori dall’angoscia di quell’universo terribile in un dormiveglia che sembrava essere ancora sotto l’incantesimo del sogno.
«Cosa? Cosa?», borbottò assonnato, senza muoversi o aprire gli occhi. Si sentiva ancora la testa pesante e non aveva il coraggio di aprire gli occhi, d’indugiava ancora negli orecchi il suono di quel bisbiglio implorante – «Sono sveglio? – Perché sento le voci?», si chiese, confusamente – «Non riesco ancora a liberarmi di quell’orribile incubo – Ero molto ubriaco. – Cos’è che mi sta scuotendo? Sto ancora sognando – Devo aprire gli occhi e farla finita. Non sono ancora sveglio, è evidente».
Fece uno sforzo per scuotersi di dosso il torpore e vide una faccia vicino alla sua, che lo fissava con occhi furiosi. Chiuse di nuovo gli occhi stupito e inorridito e si mise seduto dritto nella poltrona, tremando in ogni fibra. Cos’era quell’apparizione? – La sua fantasia senza dubbio. – I suoi nervi erano stati messi a dura prova il giorno prima – e poi il bere! Non l’avrebbe più vista se avesse avuto il coraggio di guardare. – L’avrebbe fatto subito. – Prima ritornare un po’ più saldo. – Così. – Ora.
Guardò. La figura di una donna, in piedi nella luce metallica, le mani protese in un gesto di supplica, gli stava davanti nell’estremità più lontana della veranda e nello spazio tra lui e quell’ostinato fantasma fluttuava il mormorio di parole che gli cadevano negli orecchi in un’accozzaglia di frasi distorte, delle quali al suo cervello, nonostante il massimo sforzo, sfuggiva il significato. Chi parlava in malese? Chi fuggiva via? Chi era troppo in ritardo – e troppo in ritardo per cosa? Che significavano quelle parole d’amore e di odio mescolate così stranamente insieme, i nomi sempre ricorrenti che gli cadevano negli orecchi ancora e ancora – Nina, Dain; Dain, Nina? Dain era morto e Nina stava dormendo, ignara della terribile esperienza attraverso la quale lui ora stava passando. Sarebbe stato tormentato per sempre, nel sonno e da sveglio e non avrebbe avuto pace né di giorno né di notte? Che cosa voleva dire tutto questo?
Le ultime parole le urlò. La donna fantastica sembrò indietreggiare e ritrarsi un po’ da lui verso il vano della porta e ci fu uno strillo. Esasperato dalla natura incomprensibile del suo tormento, Almayer si lanciò verso l’apparizione che lo scansò e lui sbatté pesantemente contro la parete. Veloce come il fulmine si volse e inseguì spietatamente la figura misteriosa che lo sfuggiva con strilli acuti che erano come legna aggiunta alle fiamme della sua ira. Sopra i mobili, intorno al tavolo rovesciato e ora l’aveva messa all’angolo dietro la sedia di Nina. Si spostarono a sinistra, a destra con la sedia che oscillava furiosamente fra di loro, lei che emetteva uno strillo dopo l’altro a ogni finta e lui che a denti serrati, grugniva maledizioni senza senso. Oh! Quel diabolico rumore che gli spaccava la testa e sembrava tagliargli il respiro. – Lo avrebbe ucciso. – Doveva essere fermato! Una voglia pazza di schiacciare quella cosa urlante lo indusse a gettarsi avventatamente oltre la sedia nel tentativo disperato di afferrarla e caddero giù insieme in una nuvola di polvere in mezzo al legno ridotto in schegge. L’ultimo strillo si spense sotto di lui in un debolo gorgoglio e lui si assicurò il sollievo di un assoluto silenzio.
Guardò il viso della donna sotto di lui. Una donna vera! Lui la conosceva. Ma tutto questo è fantastico! Taminah! Saltò su vergognandosi della sua violenza e rimase perplesso, asciugandosi la fronte. La ragazza fece uno sforzo per mettersi in ginocchio e gli abbracciò le gambe, pregandolo convulsamente di avere pietà.
«Non aver paura», le disse, rialzandola. «Non ti farò del male. Perché vieni nella mia casa di notte? E se dovevi venire, perché non sei andata dietro la tenda dove dormono le donne?»
«Il posto dietro la tenda è vuoto», ansimò Taminah, riprendendo fiato a ogni parola. «Non ci sono più donne nella tua casa, Tuan. Ho visto la vecchia Mem andare via prima che cercassi di svegliarti. Non avevo bisogno delle tue donne, cercavo te».
«La vecchia Mem!», ripeté Almayer. «Vuoi dire mia moglie?».
Lei fece cenno di sì con la testa.
«Ma di mia figlia non hai paura?», disse Almayer.
«Non mi hai sentito?», proruppe lei. «Non ho parlato a lungo mentre tu eri disteso là con gli occhi semiaperti? Anche lei se ne è andata».
«Stavo dormendo. Non riesci a distinguere quando un uomo sta dormendo e quando è sveglio?»
«Talvolta», rispose Taminah a bassa voce, «talvolta lo spirito indugia vicino al corpo che dorme e può udire. Ho parlato a lungo prima di toccarti e ho parlato sommessamente per timore che si allontanasse per un rumore improvviso e ti lasciasse dormire per sempre. Ti ho preso per la spalla soltanto quando hai cominciato a borbottare parole che io non potevo capire. Dunque non hai sentito e non sai niente?»
«Niente di ciò che hai detto? Cos’è? Ridillo se vuoi che io sappia».
La prese per la spalla e, senza che lei resistesse, la condusse sul davanti della veranda dove la luce era più forte. Lei si torceva le mani con aria talmente addolorata che lui cominciò ad allarmarsi.
«Parla», disse. «Hai fatto tanto chiasso da svegliare anche i morti. E tuttavia nessun essere vivente è venuto», aggiunse tra sé in un ansioso sussurro. «Sei muta? Parla!», ripeté.
Con un fiotto di parole che, dopo una breve indecisione, le proruppe dalle labbra tremanti, lei raccontò la storia dell’amore di Nina e della propria gelosia. Diverse volte egli guardò inferocito quel viso e le disse di stare zitta; ma non riuscì a fermare quei suoni che gli sembravano correre fuori in un fiume rovente, girargli intorno ai piedi e alzarsi in onde cocenti su di lui, più in alto, più in alto, inondandogli il cuore, toccandogli le labbra con una sensazione di piombo fuso, coprendogli la vista con vapori brucianti, chiudendoglisi sulla testa, spietati e letali. Quando parlò della morte di Dain e del raggiro di cui era stato vittima appena quel giorno, le dette un’occhiata terribile e il viso perse improvvisamente ogni espressione, in uno sguardo fisso e duro che si perdeva lontano sul fiume. Ah! Il fiume! Il suo vecchio amico e nemico, che parlava sempre con la stessa voce, mentre correva da un anno all’altro a portare fortune o delusioni, felicità o dolore, sulla stessa superficie varia ma immutabile di correnti luccicanti e mulinelli turbinanti. Per molti anni aveva ascoltato quel mormorio imperturbabile e consolante che talvolta era stato un canto di speranza, a volte di trionfo, di incoraggiamento; più spesso il sussurro di consolazione che parlava dei giorni migliori che sarebbero venuti. Per così tanti anni! Così tanti! E ora con l’accompagnamento di quel mormorio ascoltava il battito lento e doloroso del suo cuore. Ascoltava attentamente, meravigliandosi della regolarità dei suoi battiti. Cominciò a contare meccanicamente. Uno, due. Perché contare? Al prossimo battito si doveva fermare. Nessun cuore poteva soffrire così e battere così regolarmente a lungo. Quei colpi regolari come quelli attutiti di un martello che gli risuonavano negli orecchi avrebbero dovuto fermarsi presto. Battevano ancora incessanti e crudeli. Nessun uomo lo può sopportare; ed è questo l’ultimo o lo sarà il prossimo? – Quanto tempo ancora? Oh Dio! Quanto ancora? La sua mano inconsciamente gravò di più sulla spalla della ragazza e lei disse le ultime parole della sua storia rannicchiata ai suoi piedi, piangendo di dolore, di vergogna e di rabbia. Doveva venirle a mancare la vendetta? Quest’uomo bianco era come una pietra insensibile. Troppo tardi! Troppo tardi!
«E tu l’hai vista andarsene?», la voce di Almayer risuonò aspramente sulla testa.
«Non te l’ho detto?», singhiozzò lei, cercando di svincolarsi dolcemente dalla sua stretta. «Non ti ho detto che ho visto la strega spingere la canoa? Ero nascosta nell’erba e ho udito tutte le parole. Quella che noi chiamiamo la Mem bianca voleva tornare per guardare il tuo viso, ma la strega glielo ha proibito e…».
Si piegò ancora di più sui gomiti, girandosi a mezzo sotto la pressione di quella mano pesante, il viso alzato verso di lui con occhi maligni.
«E lei ha obbedito», gridò ridendo e piangendo di dolore. «Lasciami andare, Tuan. Perché sei arrabbiato con me? Affrettati o sarà troppo tardi per mostrare la tua collera a quella donna ingannatrice».
Almayer la tirò in piedi e la guardò dritto in faccia, mentre lei si divincolava, distogliendo la testa da quello sguardo feroce.
«Chi ti ha mandata qui per tormentarmi?», chiese lui, violentemente. «Non ti credo. Menti».
Allungò il braccio improvvisamente e la scagliò attraverso la veranda verso il vano della porta, dove lei rimase immobile e in silenzio, come se avesse lasciato la propria vita nella presa di lui, un mucchietto scuro, senza un suono o un movimento.
«Oh! Nina!», mormorò Almayer, con una voce in cui parlavano insieme amore e rimprovero in una dolorosa tenerezza. «Oh! Nina! Non ci credo».
Una leggera corrente d’aria che veniva dal fiume passò veloce per il cortile, in un’onda di erba che si chinava e, entrando sulla veranda, toccò la fronte di Almayer con il suo freddo respiro, in una carezza d’infinita pietà. La tenda sul vano della porta delle donne si gonfiò e subito ricadde con sorprendente impotenza. Fissò il tessuto ondeggiante.
«Nina!», gridò Almayer. «Dove sei, Nina?».
Il vento lasciò la casa vuota con un tremulo sospiro e tutto fu immobile.
Almayer si nascose la faccia fra le mani come per non vedere qualcosa di disgustoso. Quando, sentendo un leggero fruscio, si scoprì gli occhi, il mucchio scuro presso la porta se ne era andato.
Capitolo undicesimo
Nel mezzo di uno spiazzo illuminato dalla luce della luna che brillava su una distesa liscia e uniforme di giovani germogli di riso, un piccolo capanno, appollaiato su alti pali, con vicino la catasta di fascine e le ceneri brillanti di un fuoco davanti al quale stava allungato un uomo, sembrava molto piccolo e come sperduto nell’iridescenza verdolina riflessa dal terreno. Su tre lati della radura, che apparivano molto lontani in quella luce ingannevole, i grandi alberi della foresta, stretti insieme con innumerevoli vincoli da una massa di rampicanti aggrovigliati, guardavano in basso quella giovane vita che cresceva ai loro piedi con la cupa rassegnazione di giganti che hanno perso fiducia nella loro forza. E in mezzo a loro gli spietati rampicanti si avvinghiavano ai loro grandi tronchi in rotoli simili a gomene, si lanciavano da un albero all’altro, pendevano in festoni spinosi dai rami più bassi e, spingendo verso l’alto sottili viticci per raggiungere i rami più piccoli, portavano la morte alle loro vittime in un trionfante tumulto di silenziosa distruzione. Sul quarto lato, seguendo la curva dell’argine del ramo del Pantai che costituiva l’unico accesso alla radura, correva una linea nera di alberelli, cespugli e fitto sottobosco interrotto soltanto in un punto da un piccolo varco. Da lì cominciava lo stretto sentiero che portava dal bordo dell’acqua al capanno fatto di erba, usato dai guardiani notturni quando il raccolto maturo doveva essere protetto dai maiali selvatici. Il sentiero finiva ai piedi dei pali su cui era costruita la baracca, in un’area circolare coperta da ceneri e pezzetti di legno bruciato. In mezzo a quello spiazzo, accanto al fievole fuoco, si trovava Dain.
Egli si voltò su un fianco con un sospiro d’impazienza e, appoggiando la testa sul braccio piegato, restò disteso con il viso rivolto al fuoco morente. Le braci incandescenti brillavano rossastre in un piccolo cerchio, proiettando un bagliore nei suoi occhi spalancati e a ogni respiro profondo la fine cenere bianca dei fuochi precedenti si alzava in una nuvola leggera davanti alle sue labbra semiaperte e danzava via dal tiepido calore nei raggi lunari che si riversavano sulla radura di Bulangi. Il suo corpo era stanco per lo sforzo dei giorni passati e la mente ancora più stanca per la tensione dell’attesa solitaria del suo destino. Mai prima d’allora si era sentito così impotente. Aveva udito la detonazione del cannoncino che aveva sparato dalla lancia e sapeva che la sua vita era in mani infide e che i suoi nemici erano molto vicini. Nelle lente ore del pomeriggio aveva vagato qua e là al margine della foresta o, nascondendosi tra i cespugli, aveva osservato il fiume con occhi inquieti in cerca di qualche segnale di pericolo. Non temeva la morte eppure desiderava ardentemente vivere, perché la vita per lui era Nina che aveva promesso di venire, di seguirlo, di condividere con lui il pericolo e lo splendore. Ma con lei al fianco non gl’importava del pericolo e senza di lei non ci poteva essere né splendore né gioia nell’esistenza. Rannicchiato nel suo ombroso nascondiglio, chiuse gli occhi, cercando di evocare l’immagine aggraziata e incantevole della bianca figura che per lui era l’inizio e la fine della vita. Con occhi e denti serrati, cercò con un grande sforzo di appassionata volontà di mantenere il contatto con quella visione di suprema delizia. Invano! Il cuore gli diventò pesante mentre l’immagine di Nina sbiadiva per essere sostituita da un’altra visione, questa volta – una visione di uomini armati, di facce arrabbiate, di armi scintillanti – e gli sembrò di udire il brusio di voci eccitate e trionfanti che lo scoprivano nel suo nascondiglio. Impressionato dall’acutezza della sensazione, aveva aperto gli occhi e, lanciandosi fuori nella luce del sole, aveva ripreso il suo vagare senza meta per la radura. Quando nella sua marcia stanca costeggiava il margine della foresta, di tanto in tanto dava un’occhiata in quell’ombra cupa, così allettante con quell’apparenza ingannevole di frescura, così repellente con quell’oscurità sempre uguale, dove giacevano, sepolte e putrefatte, innumerevoli generazioni d’alberi e dove i loro successori stavano lì come se fossero in lutto, con il loro fogliame verde scuro, immensi e inermi, in attesa del loro turno. Solo i parassiti sembravano vivere in una tortuosa corsa precipitosa verso l’alto, verso l’aria e la luce del sole, nutrendosi sia del morto che del morente e coronando le loro vittime di fiori rosa e blu che brillavano crudeli e fuori luogo fra i rami, come una nota stridente e beffarda nell’armonia solenne degli alberi condannati.
Un uomo vi si poteva nascondere, pensò Dain, mentre si avvicinava a un punto in cui i rampicanti erano stati strappati e tagliati a formare come un arco che avrebbe potuto costituire l’inizio di un sentiero. Mentre si chinava per guardarvi dentro, udì grugniti arrabbiati e un cinghialetto s’intrufolò nel sottobosco. Un odore acre di terra umida e di foglie in decomposizione lo prese alla gola e si tirò indietro con il viso atterrito, come se fosse stato toccato dal respiro della morte stessa. L’aria stessa sembrava morta là dentro – pesante e stagnante – avvelenata dalla corruzione d’infiniti anni. Continuò ad andare, barcollando, incalzato dall’inquietudine nervosa che gli faceva sentire la stanchezza e nello stesso tempo gli faceva odiare l’idea stessa dell’immobilità e del riposo. Era un selvaggio che si doveva nascondere nei boschi e forse esservi ucciso – nell’oscurità – dove non c’era spazio per respirare? Avrebbe aspettato i suoi nemici alla luce del sole dove poteva vedere il cielo e sentire la brezza. Sapeva come deve morire un capo malese. La furia cupa e disperata, quella precipua eredità della sua razza, s’impossessò di lui e guardò selvaggiamente con occhi furiosi oltre la radura quel varco nei cespugli presso la riva. Sarebbero venuti di là. In quel momento, con l’immaginazione, li vide. Vide le facce barbute e le giacche bianche degli ufficiali, i riflessi sulle canne spianate dei fucili. Cos’è il coraggio del più grande guerriero davanti alle armi nelle mani di uno schiavo? Sarebbe andato loro incontro con il viso sorridente, con le mani alzate in segno di resa finché fosse stato molto vicino. Avrebbe detto parole amichevoli – andando ancora più vicino – ancora più vicino – così vicino che lo potessero toccare con le mani e allungarle per farlo prigioniero. Quello sarebbe stato il momento: con un grido e un balzo sarebbe stato in mezzo a loro, il kriss in mano, a uccidere, uccidere e sarebbe morto con le grida dei nemici nelle orecchie e il loro sangue caldo che gli sprizzava davanti agli occhi.
Trascinato dall’eccitazione, afferrò il kriss nascosto nel sarong e, tirando un lungo respiro, si lanciò in avanti, colpì l’aria e cadde di faccia. Rimase disteso come tramortito per l’improvvisa reazione alla sua esaltazione, pensando che, anche se fosse morto così gloriosamente, sarebbe dovuto succedere prima di vedere Nina. Meglio così. Se l’avesse vista ancora, sentiva che la morte sarebbe stata troppo terribile. Con orrore, lui, discendente di raja e di conquistatori, dovette fronteggiare il dubbio sul proprio valore. Il desiderio di vivere lo tormentava in un parossismo di rimorso angoscioso. Non aveva il coraggio di muovere un muscolo. Aveva perduto la fiducia in se stesso e non c’era niente altro in lui di ciò che rende uomo un uomo. Rimaneva la sofferenza, perché è prescritto che essa debba rimanere nel corpo umano proprio fino all’ultimo respiro e rimaneva la paura. Poteva guardare confusamente nelle profondità del suo amore appassionato, vederne la forza e la debolezza e si sentiva spaventato.
Il sole calò lentamente. L’ombra della foresta a ovest avanzò nella radura, coprì le spalle bruciate dell’uomo con il suo freddo mantello e continuò in fretta per unirsi alle ombre delle altre foreste del fronte est. Il sole si attardò per un po’ in mezzo al leggero intreccio dei rami più alti, come fosse amichevolmente riluttante ad abbandonare il corpo allungato nel verde campo di riso. Allora Dain, rianimato dal fresco della brezza serale, si mise seduto e guardò fisso intorno a sé. Mentre lo faceva, il sole calò bruscamente, come vergognoso di essere stato scoperto in un atteggiamento compassionevole e la radura, che durante il giorno era tutta illuminata, diventò improvvisamente tutta un’oscurità in cui il fuoco brillava come un occhio. Dain si diresse lentamente verso il fiume e, togliendosi il lacero sarong, suo unico indumento, entrò cautamente nell’acqua. Non aveva avuto niente da mangiare quel giorno e non aveva osato mostrarsi alla riva per bere alla luce del giorno. Ora, mentre nuotava silenziosamente, ingoiò alcuni sorsi dell’acqua che gli lambiva le labbra. Questo gli fece bene e tornò verso il fuoco con maggiore fiducia in sé e negli altri. Fosse stato tradito da Lakamba, a quel punto tutto sarebbe già finito. Fece una grande fiammata e fintantoché durò fece in tempo ad asciugarsi e poi restò disteso accanto alle braci. Non poteva dormire, ma sentiva un grande intorpidimento in tutte le membra. L’irrequietezza se ne era andata ed era contento di restare fermo, a misurare il tempo osservando le stelle che si alzavano in una successione senza fine sopra le foreste, mentre le leggere folate di vento, sotto il cielo senza nuvole, sembravano attizzare il loro scintillio in una lucentezza maggiore. Come in sogno, continuava a rassicurarsi che lei sarebbe arrivata, finché la certezza gli s’insinuò nel cuore e lo riempì di una grande pace. Sì, al sorgere del nuovo giorno, sarebbero stati insieme sul grande mare blu che era come la vita – lontano dalle foreste che erano come la morte. Mormorò il nome di Nina in quello spazio silenzioso con un sorriso tenero: questo sembrò spezzare l’incantesimo d’immobilità, e lontano, vicino al fiume, una rana gracidò forte come in risposta. Un coro di alti gridi e richiami lamentosi si alzò dal fango lungo la linea dei cespugli. Lui rise di cuore; senza dubbio era il loro canto d’amore. Si sentì affettuoso verso le rane e ascoltò, contento di quella vita rumorosa vicino a lui.
Quando la luna fece capolino sopra gli alberi sentì rinascere dentro di sé l’impazienza e l’irrequietezza di prima. Perché era così in ritardo? È vero che era una strada lunga da fare con una sola pagaia. Con quale abilità e quale resistenza quelle piccole mani riuscivano a manovrare una pesante pagaia! Era veramente meraviglioso – mani così piccole, piccoli palmi così morbidi che sapevano come toccargli la guancia con un tocco più leggero del palpito di un’ala di farfalla. Meraviglioso! Si perse amorosamente nella contemplazione di questo mistero straordinario e guardò di nuovo la luna, che si era alzata di un palmo sopra gli alberi. Sarebbe venuta? Si costrinse a rimanere immobile, vincendo l’impulso di alzarsi e correre di nuovo precipitosamente intorno alla radura. Si voltò da una parte all’altra; infine, tremando per lo sforzo, rimase supino e vide il volto di lei che lo guardava dalle stelle.
Improvvisamente le rane smisero di gracidare.
Con i sensi all’erta dell’uomo braccato, Dain si mise seduto, ascoltando ansiosamente e udì diversi tonfi nell’acqua mentre le rane facevano rapidi tuffi nel fiume. Sapeva che erano state spaventate da qualcosa e si alzò in piedi, sospettoso e attento. Un leggero rumore stridente, poi il suono secco come di due pezzi di legno che si urtavano. Qualcuno stava per sbarcare. Raccolse una bracciata di fascine e, senza distogliere gli occhi dal sentiero, la tenne sollevata sopra le braci del fuoco. Aspettò, indeciso, e vide qualcosa brillare in mezzo ai cespugli; poi una figura bianca uscì dall’ombra e sembrò librarsi nella pallida luce verso di lui. Il cuore gli fece un gran balzo e rimase fermo, poi continuò a scuotergli il corpo con battiti furiosi. Lasciò cadere le fascine sulle braci ardenti e ebbe l’impressione di gridare il suo nome – di precipitarsi incontro a lei; invece non emise alcun suono, non si mosse di un centimetro, ma rimase silenzioso e immobile come bronzo cesellato sotto la luce lunare che scorreva sulle sue spalle nude. Mentre lui rimaneva fermo, cercando di respirare, come se fosse stato privato di tutti i sensi dall’intensità della gioia che provava, lei camminava verso di lui con passi veloci e risoluti e, con l’espressione di chi sta per saltare da un’altezza pericolosa, gli gettò le braccia al collo con un gesto improvviso. Un piccolo bagliore blu s’insinuò fra i rami secchi e lo scoppiettio del fuoco che si ravvivava fu l’unico suono mentre si trovavano di fronte l’uno all’altra nella muta emozione di quell’incontro; poi la legna secca attecchì velocemente e un bagliore vivido e caldo s’innalzò in una fiammata alta come le loro teste e a quella luce l’uno vide gli occhi dell’altro.
Nessuno dei due parlò. Lui stava recuperando la ragione e un leggero tremore gli correva per il corpo rigido e si soffermava sulle labbra tremanti. Lei tirò indietro la testa e lo fissò negli occhi con uno di quei lunghi sguardi che sono una delle armi più terribili di una donna; uno sguardo che è più eccitante del contatto più stretto e più pericoloso del colpo di un pugnale, perché tira via anche l’anima dal corpo, ma lo lascia vivo e indifeso, a oscillare qua e là tra le capricciose tempeste della passione e del desiderio; uno sguardo che avviluppa tutto il corpo e che penetra nei più intimi recessi dell’essere, sconfiggendo il conforto delirante di una conquista sicura. Ha lo stesso significato sia per l’uomo delle foreste e del mare che per l’uomo che s’infila fra i sentieri della ben più pericolosa distesa desolata di case e strade. Uomini che hanno sentito nei loro cuori l’enorme esultanza che uno sguardo del genere risveglia diventano semplici cose del presente – che è il paradiso; dimenticano il passato – che era sofferenza; non importa loro del futuro – che può essere perdizione. Desiderano vivere sotto quello sguardo per sempre. È lo sguardo di resa di una donna.
Lui capì e, come liberato improvvisamente dai suoi invisibili legami, le cadde ai piedi con un grido di gioia e, abbracciandole le ginocchia, le nascose la testa tra le pieghe del vestito, mormorando parole sconnesse di gratitudine e d’amore. Non si era mai sentito prima così orgoglioso come in quel momento, ai piedi di quella donna che per metà apparteneva ai suoi nemici. Le dita di lei giocarono con i suoi capelli in una carezza distratta, mentre lei rimaneva assorta nei suoi pensieri. La cosa era fatta. La madre aveva ragione. Quell’uomo era il suo schiavo. Mentre dava uno sguardo a quella sagoma inginocchiata, sentì una grande e pietosa tenerezza per quell’uomo che era solita chiamare – anche nei suoi pensieri – il padrone della vita. Alzò gli occhi e guardò tristemente il cielo verso sud sotto cui sarebbe passato il sentiero delle loro vite – la sua e quella dell’uomo ai suoi piedi. Non aveva detto egli stesso che lei era la luce della sua vita? Lei sarebbe stata la sua luce e la sua saggezza; sarebbe stata la sua grandezza e la sua forza; seppure nascosta agli occhi di tutti gli uomini lei sarebbe stata, soprattutto, la sua unica e duratura debolezza. Proprio una donna! Nella sublime vanità del suo sesso stava già pensando di plasmare un dio dal corpo umano ai suoi piedi. Un dio, per gli altri, da adorare. Era contenta di vederlo com’era ora e di sentirlo tremare al lievissimo tocco delle sue dita leggere. E, mentre gli occhi guardavano tristemente le stelle a sud, un lieve sorriso sembrò aleggiarle sulle labbra decise. Chi può dirlo alla luce incostante di un falò? Avrebbe potuto essere un sorriso di trionfo o di consapevole potenza o di tenera pietà o, forse, d’amore.
Gli parlò dolcemente e lui si alzò, cingendola con un braccio con la tranquilla consapevolezza del suo diritto di padrone; lei gli appoggiò la testa sulla spalla con un senso di sfida verso tutto il mondo, nella protezione accerchiante di quel braccio. Lui era suo con tutte le sue qualità e i suoi difetti. La forza e il coraggio, la noncuranza e l’audacia, la saggezza semplice e la selvaggia astuzia – tutto le apparteneva. Mentre insieme passavano dalla luce rossa del fuoco nella pioggia argentata di raggi che cadeva sulla radura, egli chinò la testa sul suo volto e lei gli vide negli occhi l’ebrezza sognante di sconfinante felicità che gli dava il contatto del suo corpo sottile stretto al fianco. Con un ondeggiamento ritmico dei corpi camminarono nella luce verso le ombre lontane delle foreste che sembravano fare la guardia alla loro felicità in una immobilità solenne. Le loro forme si fusero nel gioco di luce e ombra ai piedi dei grandi alberi, ma il mormorio delle parole tenere indugiò sulla radura vuota, diventò più debole e si spense. Un sospiro come d’immenso dolore passò sul terreno nell’ultimo sforzo della brezza morente e nel profondo silenzio che venne dopo, la terra e il cielo improvvisamente furono fatti tacere nella dolente contemplazione dell’amore e della cecità umana.
Tornarono lentamente vicino al fuoco. Le fece un sedile con i rami secchi e, gettandosi ai suoi piedi, le appoggiò la testa in grembo e si abbandonò alla sognante delizia dell’ora fuggente. Le loro voci si alzavano e si abbassavano, tenere o animate mentre parlavano del loro amore e del loro futuro. Lei, con poche abili parole dette di tanto in tanto, guidò i pensieri di lui e lasciò che la sua felicità scorresse in un flusso di parole appassionate e tenere, gravi o minacciose, a seconda dello stato d’animo che lei suscitava. Lui le parlò della sua isola, dove le tenebrose foreste e i fiumi fangosi erano sconosciuti. Parlò dei campi terrazzati, dei mormoranti e chiari ruscelli d’acqua scintillante che scendevano giù dai fianchi di grandi montagne, portando vita al terreno e gioia agli agricoltori. E parlò anche della vetta della montagna che, alzandosi solitaria sopra la zona degli alberi, conosceva i segreti delle nuvole che passavano ed era il posto dove abitava il misterioso spirito della sua razza, il genio tutelare della sua casa. Parlò di vasti orizzonti spazzati da venti violenti che sibilavano alti sopra le cime delle montagne che ardevano. Parlò dei suoi avi che, secoli prima, avevano conquistato l’isola di cui doveva diventare il futuro sovrano. E poi quando lei, interessata, portò il viso vicino al suo, lui, toccandole lievemente le pesanti trecce di lunghi capelli, sentì un improvviso impulso di parlarle del mare che amava così tanto; e le parlò di quella voce incessante che aveva ascoltato da bambino, curioso di conoscerne il significato nascosto che nessun essere vivente aveva ancora penetrato; dello scintillio affascinante; della furia insensata e capricciosa; come la superficie fosse sempre mutevole e pur sempre seducente, mentre le profondità erano sempre le stesse, fredde e crudeli e piene della saggezza di vite distrutte. Le disse come il mare tenesse gli uomini schiavi del suo fascino per tutta la vita e poi, incurante della loro devozione, li inghiottisse, irato per la loro paura del suo mistero, che non avrebbe mai svelato, neanche a coloro che lo amavano di più. Mentre lui parlava la testa di Nina si era gradualmente abbassata e ora il suo viso toccava quasi quello di lui! I capelli di lei gli ricadevano sugli occhi, il respiro gli sfiorava la fronte, le braccia gli passavano sul corpo. Due esseri non potevano essere più vicini l’uno all’altro e tuttavia lei indovinava più che capire il significato delle ultime parole che uscivano, dopo una lieve esitazione, in un debole mormorio, che si estingueva impercettibilmente in un silenzio profondo e significativo: «Il mare, Nina, è come il cuore di una donna».
Lei gli chiuse le labbra con un bacio improvviso e rispose con voce ferma:
«Ma per gli uomini che non hanno paura, o signore della mia vita, il mare è sempre leale».
Sopra le loro teste un velo nero di nubi simili a fili con l’aspetto come di un’immensa ragnatela che scorreva sotto le stelle, oscurò il cielo con il presagio del temporale imminente. Dalle colline invisibili venne il primo rombo lontano di tuono in un rullo prolungato che, dopo essere rimbalzato di collina in collina, si perse nelle foreste del Pantai. Dain e Nina si alzarono e il primo guardò con apprensione il cielo.
«Babalatchi dovrebbe essere già qui», disse. «È già passata più di metà della notte. La nostra strada è lunga e una pallottola viaggia più veloce della migliore canoa».
«Sarà qui prima che la luna sia nascosta dietro le nubi», disse Nina. «Ho udito un tonfo nell’acqua», aggiunse. «Lo hai sentito anche tu?»
«Un alligatore», rispose brevemente Dain, con un’occhiata indifferente verso il torrente. «Più scura è la notte», continuò, «più breve sarà la nostra strada, perché allora potremmo tenerci nella corrente del corso principale, ma se c’è luce – anche non più di quanta ce ne sia ora – dovremo seguire i piccoli canali d’acqua stagnante, dove niente aiuterà le nostre pagaie».
«Dain», interruppe Nina, pressante, «non era un alligatore. Ho sentito i cespugli frusciare vicino all’approdo».
«Sì», disse Dain, dopo aver ascoltato per un po’. «Non può essere Babalatchi, che verrà in una grande canoa da guerra e apertamente. Quelli che stanno venendo, chiunque siano, non vogliono fare molto rumore. Ma tu hai udito e ora io posso vedere», continuò velocemente. «È un uomo da solo. Stai dietro a me Nina. Se è un amico sarà il benvenuto; se è un nemico lo vedrai morire».
Appoggiò la mano sul kriss e attese l’avvicinarsi di quell’inaspettato visitatore. Il fuoco era molto basso e piccole nubi – precorritrici della tempesta – passarono davanti alla faccia della luna in rapida successione e le loro ombre passeggere oscurarono la radura. Non riusciva a distinguere chi potesse essere quell’uomo, ma si sentiva inquieto al continuo avanzare di quella figura alta che continuava a camminare sul sentiero con passo pesante e ad alta voce gli ordinò di fermarsi. L’uomo si fermò a una certa distanza e Dain si aspettò che parlasse, ma tutto quello che poté udire fu un respirare profondo. Da uno squarcio fra le nuvole fuggenti un chiarore improvviso e fugace scese sulla radura. Prima che l’oscurità si chiudesse di nuovo, Dain vide una mano che teneva un oggetto brillante teso verso di lui, udì Nina gridare: «Papà!» e in un secondo la ragazza si trovò tra lui e il revolver di Almayer. L’alto grido di Nina svegliò gli echi delle foreste addormentate e i tre rimasero immobili quasi aspettando il ritorno del silenzio prima di esprimere i loro vari sentimenti. Alla comparsa di Nina, l’arma di Almayer gli ricadde al fianco ed egli fece un passo avanti. Dain spinse delicatamente da parte la ragazza.
«Sono una bestia selvaggia che tu debba cercare di uccidermi all’improvviso e al buio, Tuan Almayer?», disse Dain, rompendo quell’innaturale silenzio. «Butta un po’ di legna secca sul fuoco», continuò, rivolgendosi a Nina, «mentre io sorveglierò il mio amico bianco in modo che non debba venire danno a te o a me, o delizia del mio cuore!».
Almayer digrignò i denti e alzò di nuovo l’arma. Con un balzo veloce Dain gli fu accanto; ci fu una breve mischia durante la quale il revolver sparò una volta senza danno, poi l’arma strappata dalla mano di Almayer, roteò nell’aria e cadde tra i cespugli. I due uomini rimasero vicini, respirando affannosamente. Il fuoco riattizzato proiettò un incerto cerchio di luce e brillò sul volto terrorizzato di Nina che li guardava con le mani protese.
«Dain», gridò allarmata, «Dain!».
Lui mosse la mano in un gesto rassicurante e, volgendosi verso Almayer, disse con grande cortesia:
«Ora possiamo parlare, Tuan. È facile procurare la morte, ma può la tua saggezza ridare la vita? Avrebbe potuto andarne di mezzo lei», continuò indicando Nina. «La tua mano tremava molto; da parte mia, io non avevo paura».
«Nina!», proruppe Almayer, «vieni immediatamente da me. Cos’è questa improvvisa follia? Cosa ti ha stregato? Vieni da tuo padre e insieme cercheremo di dimenticare questo terribile incubo!».
Aprì le braccia con la certezza di stringerla al petto il momento successivo. Lei non si mosse. Quando gli fu chiaro che lei non intendeva obbedirgli, sentì un freddo mortale insinuarglisi nel cuore e, premendosi i palmi delle mani sulle tempie, guardò per terra con muta disperazione. Dain prese Nina per un braccio e la portò verso il padre.
«Parlagli nella lingua della sua gente», disse. «Egli si sta affliggendo – chi non sarebbe addolorato a perdere te, mia perla! Digli le ultime parole che udrà dette dalla tua voce che dovrà essere molto dolce per lui, ma è tutta la vita per me!».
La lasciò e, ritirandosi di pochi passi dal cerchio di luce, rimase nell’ombra a guardarli con calmo interesse. Il riflesso del lampo di un fulmine lontano illuminò le nuvole sulle loro teste e, dopo un breve intervallo, fu seguito dal debole rombo del tuono, che si confuse con la voce di Almayer mentre questi cominciava a parlare.
«Sai cosa stai facendo? Sai cosa ti aspetta se seguirai quell’uomo? Non hai pietà di te stessa? Sai che in un primo tempo sarai il suo giocattolo e poi una schiava disprezzata, una bestia da soma e una serva di qualche nuovo capriccio di quell’uomo?».
Lei alzò la mano per fermarlo e, volgendo leggermente la testa, chiese:
«Lo senti, Dain. È vero?»
«Per tutti gli dèi!», giunse dall’oscurità la risposta appassionata, «sul cielo e sulla terra, sulla mia testa e sulla tua, io giuro: questa è una menzogna da uomo bianco. Ho affidato la mia anima alle tue mani per sempre; io respiro con il tuo respiro, vedo con i tuoi occhi, penso con la tua mente e ti tengo nel cuore per sempre».
«Ladro!», urlò Almayer infuriato.
Un profondo silenzio seguì quello scoppio, poi si udì di nuovo la voce di Dain.
«No, Tuan», disse dolcemente, «anche questo non è vero. La ragazza è venuta di sua volontà. Io non ho fatto nient’altro che mostrarle il mio amore di uomo; lei ha udito il grido del mio cuore ed è venuta e la dote l’ho data alla donna che chiami tua moglie».
Almayer gemette al colmo della rabbia e della vergogna. Nina gli appoggiò leggermente la mano sulla spalla e quel contatto, leggero come il tocco di una foglia cadente, sembrò calmarlo. Parlò velocemente e in inglese questa volta.
«Dimmi», disse, «dimmi cosa ti hanno fatto, tua madre e quest’uomo. Che cosa ti fa cedere a questo selvaggio? Perché è un selvaggio. Fra te e lui c’è una barriera che niente può rimuovere. Posso vedere nei tuoi occhi lo sguardo di quelli che si suicidano quando sono pazzi. Tu sei pazza. Non sorridere. Mi spezza il cuore. Se ti stessi vedendo affogare davanti ai miei occhi e senza la possibilità di aiutarti, non potrei soffrire un tormento maggiore. Hai dimenticato gli insegnamenti di così tanti anni?»
«No», lo interruppe lei, «li ricordo bene. Ricordo anche come è finita. Zimbello per zimbello, disprezzo per disprezzo, odio per odio. Io non sono della tua razza. Anche tra la tua gente e me c’è una barriera che niente può rimuovere. Chiedi perché voglio andare e io chiedo perché dovrei rinunciare».
Egli barcollò come se fosse stato colpito in faccia, ma con una presa veloce e risoluta, lei lo prese per il braccio e lo sorresse.
«Perché dovresti restare!», ripeté lui lentamente, come stordito e s’interruppe bruscamente, sbalordito dalla totalità della sua sventura.
«Ieri mi hai detto», continuò lei di nuovo, «che non potevo capire o vedere il tuo amore per me: è così. Come posso? Due esseri umani non possono comprendersi l’un l’altro. Possono comprendere solo le proprie voci. Tu volevi che io sognassi i tuoi sogni, vedessi le tue visioni – le visioni di una vita in mezzo alle facce bianche di quelli che mi scacciarono dalla loro cerchia con irato disprezzo. Ma mentre tu parlavi, io ascoltavo la mia voce: poi venne quest’uomo e tutto s’immobilizzò; c’era solo il mormorio del suo amore. Tu lo chiami selvaggio! Come chiami mia madre, tua moglie?»
«Nina!», gridò Almayer, «non guardarmi così».
Lei abbassò subito lo sguardo, ma continuò a parlare con una voce che era poco più di un sussurro.
«Col passare del tempo», continuò, «entrambe le nostre voci, di quest’uomo e la mia, parlarono insieme con una dolcezza che era intellegibile soltanto alle nostre orecchie. Tu parlavi dell’oro allora, ma le nostre orecchie erano piene del canto del nostro amore e non ti abbiamo udito. Poi scoprii che potevamo vedere l’uno negli occhi dell’altro; che lui vedeva cose che nessuno tranne lui ed io potevamo vedere. Entrammo in una regione dove nessuno poteva seguirci e tu meno di tutti. Allora io cominciai a vivere».
Esitò. Almayer tirò un profondo sospiro. Con gli occhi fissi a terra, lei riprese a parlare.
«E intendo vivere. Intendo seguirlo. Sono stata respinta con disprezzo dai bianchi e ora sono una malese! Lui mi ha preso fra le braccia, ha deposto la sua vita ai miei piedi. È valoroso; sarà potente e io tengo in pugno il suo coraggio e la sua forza e lo farò diventare grande. Il suo nome sarà ricordato a lungo dopo che entrambi i nostri corpi giaceranno nella polvere. Io ti voglio bene non meno di prima, ma non lo lascerò mai, perché senza di lui non posso vivere».
«Se avesse capito quel che hai detto», rispose Almayer sprezzante, «ne dovrebbe essere grandemente lusingato. Tu lo vuoi come strumento per una tua qualche incomprensibile ambizione. Basta, Nina. Se non scendi subito al fiume, dove Alì sta aspettando con la canoa, gli dirò di tornare al villaggio e di portare qui gli ufficiali olandesi. Non potete fuggire da questa radura perché ho mandato alla deriva la tua canoa. Se gli olandesi prendono questo tuo eroe, lo impiccano quant’è vero che io mi trovo qui. Ora vai».
Fece un passo verso la figlia e, afferratala con una mano per la spalla, con l’altra indicò il sentiero verso l’approdo.
«Attento!», proruppe Dain. «Questa donna appartiene a me!». Nina si liberò a forza e guardò dritto il volto arrabbiato di Almayer.
«No, non andrò», disse lei con disperata energia. «Se lui muore, morirò anch’io!».
«Tu morire!», disse Almayer, sprezzante. «Oh, no! Tu vivrai una vita di menzogne e di inganni finché qualche altro vagabondo verrà a cantarti, come lo hai definito? il canto d’amore per te! Deciditi alla svelta».
Aspettò un po’ e poi aggiunse significativamente:
«Devo chiamare Alì?»
«Chiama», rispose lei in malese, «tu che non puoi essere leale con gli stessi uomini del tuo paese. Soltanto pochi giorni fa stavi vendendo la polvere da sparo per la loro distruzione; ora gli vuoi consegnare l’uomo che ieri chiamavi tuo amico. Oh, Dain», disse, volgendosi verso la figura nel buio, immobile, ma attenta, «invece di portarti la vita, ti porto la morte perché lui ti tradirà se non ti lascio per sempre!».
Dain venne nel cerchio di luce e, passando il braccio intorno al collo di Nina, le sussurrò all’orecchio:
«Posso ucciderlo dove si trova, prima che un suono gli esca dalle labbra. Sta a te dire sì o no. Babalatchi non può essere lontano ora».
Si raddrizzò, togliendole il braccio dalla spalla e fronteggiò Almayer, che li guardava con un’espressione di furia concentrata.
«No!», gridò lei, attaccandosi a Dain con folle spavento. «No! Uccidi me! Allora forse lui ti lascerà andare. Tu non conosci la mente di un uomo bianco. Preferirebbe che fossi morta piuttosto che vedermi qui. Perdona me, tua schiava, ma non devi farlo». Cadde ai suoi piedi singhiozzando violentemente e ripetendo: «Uccidi me! Uccidi me!».
«Ti voglio viva», disse Almayer, parlando anche lui in malese con calma cupa. «O vai o lo impiccano. Vuoi ubbidire?».
Dain si liberò di Nina e, facendo un affondo improvviso, colpì Almayer in pieno petto con l’impugnatura del kriss, tenendo la punta rivolta verso di sé.
«Ehi, bada! Era facile per me girare la punta dall’altra parte», disse con la sua voce tranquilla. «Vai, Tuan Putih», aggiunse con dignità. «Ti do la tua vita, la mia vita e la sua. Io sono lo schiavo del desiderio di questa donna e lei vuole che sia così».
Ora nel cielo non c’era un barlume di luce e le cime degli alberi erano invisibili come i loro tronchi, persi in quell’ammasso di nubi che incombevano sulle foreste, sulla radura e sul fiume. Ogni contorno era scomparso nella densa oscurità che sembrava aver distrutto tutto, tranne lo spazio. Soltanto il fuoco luccicava debolmente come una stella dimenticata in questo annichilimento di tutte le cose visibili, e non si udì altro, dopo che Dain ebbe smesso di parlare, se non i singhiozzi di Nina, che egli teneva tra le braccia, inginocchiata accanto al fuoco. Almayer rimase a guardarli in una cupa meditazione. Mentre stava aprendo la bocca per parlare, trasalirono per un grido di avvertimento che veniva dalla riva, seguito dal tonfo di molte pagaie e dal suono di voci.
«Babalatchi!», gridò Dain, sollevando Nina mentre si alzava velocemente in piedi.
«Ada! Ada!», arrivò la risposta dall’ansimante statista che corse su per il sentiero e si trovò in mezzo a loro. «Corri alla canoa», disse a Dain tutto eccitato, senza notare affatto Almayer. «Corri! Dobbiamo andare. Quella donna ha detto loro tutto!».
«Quale donna?», chiese Dain, guardando Nina. In quel momento per lui c’era una sola donna in tutto il mondo.
«Quella cagna dai denti bianchi; la sette volte maledetta schiava di Bulangi. Ha urlato al cancello di Abdulla finché ha svegliato tutta Sambir. Ora gli ufficiali bianchi stanno venendo, guidati da lei e da Reshid. Se vuoi vivere, non guardarmi, ma vai!».
«Come sai tutto questo?», chiese Almayer.
«Oh, Tuan! Che importa come lo so! Io ho un solo occhio, ma ho visto le luci nella casa di Abdulla e nel suo campo mentre stavamo remando lì vicino. Ho orecchi e mentre ci trovavamo sotto l’argine ho udito i messaggeri mandati alla casa degli uomini bianchi».
«Partirai senza quella donna che è mia figlia?», chiese Almayer, rivolgendosi a Dain, mentre Babalatchi batteva il piede con impazienza, borbottando: «Corri! Corri subito!».
«No», rispose Dain, con fermezza. «Non andrò; non abbandonerò questa donna a nessun uomo».
«Allora uccidimi e salvati», singhiozzò Nina.
Lui la strinse a sé, guardandola teneramente e sussurrò: «Noi non ci separeremo mai, Nina!».
«Io non rimarrò qui più a lungo», s’intromise Babalatchi, con rabbia. «Questa è una grande pazzia. Nessuna donna vale la vita di un uomo. Io sono vecchio e lo so».
Raccolse il suo bastone e, voltandosi per andarsene, guardò Dain come se gli offrisse l’ultima possibilità di salvarsi. Ma il viso di Dain era nascosto fra le trecce nere di Nina ed egli non vide quell’ultima occhiata supplichevole.
Babalatchi svanì nell’oscurità. Poco dopo la sua scomparsa, udirono la canoa da guerra lasciare l’approdo nel fruscio delle numerose pagaie tuffate nell’acqua contemporaneamente. Quasi nel contempo, Alì venne su dalla riva del fiume con due pagaie sulle spalle.
«La nostra canoa è nascosta a monte del fiume, Tuan Almayer», disse, «in un fitto cespuglio dove la foresta arriva fino all’acqua. L’ho portata lì perché ho sentito dai rematori di Babalatchi che gli uomini bianchi stanno venendo qui».
«Aspettami là», disse Almayer, «ma tieni la canoa nascosta».
Rimase silenzioso, ascoltando i passi di Alì, poi si volse verso Nina.
«Nina», disse tristemente, «non avrai pietà di me?».
Non ci fu risposta. Lei non volse neanche la testa che era stretta al petto di Dain.
Lui fece un movimento come se stesse per lasciarli e si fermò. Al debole riverbero del fuoco che si spengeva vide le loro due figure immobili. La schiena della donna girata verso di lui con i lunghi capelli neri sparsi sul vestito bianco e il volto calmo di Dain che lo guardava al di sopra della testa di lei.
«Non posso», mormorò fra sé. Dopo una lunga pausa parlò di nuovo un po’ più basso, ma con voce malferma: «Sarebbe un disonore troppo grande. Io sono un bianco». A quel punto crollò del tutto e continuò tra le lacrime: «Io sono un uomo bianco e di buona famiglia. Ottima famiglia», ripeté, piangendo amaramente. «Sarebbe una vergogna… per tutte le isole…, l’unico uomo bianco della costa orientale. Non, non può essere… uomini bianchi che trovano mia figlia con un malese. Mia figlia!», gridò a voce alta con un accento di disperazione nella voce.
Dopo un po’ ritrovò la padronanza di sé e disse distintamente:
«Non ti perdonerò mai, Nina – mai! Se tu dovessi tornare indietro con me ora, il ricordo di questa notte avvelenerebbe tutta la mia vita. Cercherò di dimenticare che ho una figlia. C’era una donna meticcia in casa mia, ma se ne sta andando proprio ora. Tu, Dain, o qualunque sia il tuo nome, porterò io stesso te e quella donna all’isola alla bocca del fiume. Vieni con me».
Fece strada, seguendo l’argine fino alla foresta. Alì rispose al suo richiamo e, facendosi strada tra i fitti arbusti, entrarono nella canoa nascosta sotto i rami strapiombanti. Dain distese Nina sul fondo e sedette tenendole la testa sulle ginocchia. Almayer e Alì presero ognuno una pagaia. Mentre stavano per spingersi fuori Alì richiamò l’attenzione. Tutti stettero in ascolto.
Nella grande immobilità prima dello scoppio del temporale, poterono udire il suono dei remi che si muovevano ritmicamente nei loro scalmi. Il rumore si avvicinò regolarmente e Dain, che guardava nascosto tra i rami, poté vedere la forma vaga di un grande battello bianco. Una voce di donna disse in tono guardingo:
«Là è il posto dove potete sbarcare, uomini bianchi; un po’ più in alto… là!».
Il battello stava passando loro così vicino nello stretto torrente che i margini dei lunghi remi quasi toccarono la canoa.
«Abbrivio sufficiente! Pronti a saltare a terra! È solo e disarmato», fu l’ordine dato con calma e in olandese da una voce d’uomo.
Qualcun altro bisbigliò: «Credo di vedere il riverbero di un fuoco tra i cespugli». E poi il battello li sorpassò, scomparendo immediatamente nel buio.
«Ora», sussurrò Alì, impaziente, «scostiamo e andiamo via».
La piccola canoa ruotò nella corrente e mentre schizzava in avanti in risposta alla spinta vigorosa delle pagaie, poterono udire un grido arrabbiato.
«Non è vicino al fuoco. Sparpagliatevi e cercatelo!».
Luci blu splendettero in differenti punti della radura e la voce stridula di una donna gridò con dolore e rabbia:
«Troppo tardi! O sciocchi uomini bianchi! È fuggito!».
Capitolo dodicesimo
«Quello è il posto», disse Dain, indicando con la pala della pagaia una piccola isoletta a circa un miglio davanti alla canoa, «quello è il posto dove Babalatchi ha promesso che un battello del prao mi verrà a prendere quando il sole sarà alto. Lo aspetteremo là».
Almayer, che stava manovrando, annuì senza parlare e con un leggero colpo di pagaia impose alla prua della canoa la direzione richiesta.
Stavano lasciando in quel momento lo sbocco meridionale del Pantai che si stendeva dietro di loro in uno scorcio lungo e dritto di acqua scintillante tra due muraglie di fitta vegetazione che si rincorrevano su e giù l’una con l’altra, finché alla fine si univano e affondavano insieme in lontananza. Il sole, alzandosi sopra le acque calme degli Stretti, segnava il proprio cammino con una striscia di luce che scivolava sul mare e sfrecciava su per l’ampio tratto di fiume, un frettoloso messaggio di luce e vita per le oscure foreste della costa e in questa luminosità del sentiero tracciato dal sole scendeva lungo la corrente la canoa nera diretta all’isoletta che si stendeva inondata di luce, e la sabbia gialla della spiaggia che la circondava, brillava come un disco d’oro intarsiato nell’acciaio lucido del mare liscio. A nord e a sud sorgevano altre isolette, gioiose nella loro scintillante colorazione verde e gialla e lontano sulla costa la cupa linea delle foreste di mangrovie finiva verso sud nelle scogliere rossastre di Tanjong Mirrah, che avanzavano nel mare, ripide e senza ombre sotto la luce chiara del primo mattino.
Il fondo della canoa stridette sulla sabbia quando la piccola imbarcazione si arenò sulla spiaggia. Alì saltò a terra e tenne ferma la canoa, mentre Dain ne usciva portando fra le braccia Nina, esausta per gli avvenimenti e per il lungo viaggio della notte. Almayer fu l’ultimo a lasciare l’imbarcazione e, insieme con Alì, la tirò bene in secca. Allora Alì, spossato dalla lunga remata, si distese all’ombra della canoa e, senza potersi trattenere, cadde addormentato. Almayer si sedette accanto alla fiancata e con le braccia incrociate sul petto, guardò il mare verso sud.
Dopo aver attentamente deposto Nina all’ombra degli arbusti che crescevano nel mezzo dell’isoletta, Dain le si sdraiò accanto e osservò con silenziosa preoccupazione le lacrime che le scorrevano dalle palpebre chiuse e si perdevano in quella sabbia sottile su cui giacevano entrambi faccia a faccia. Quelle lacrime e quel dolore erano per lui un mistero profondo e inquietante. Ora che il pericolo era passato, perché lei si affliggeva? Non dubitò del suo amore più di quanto avrebbe dubitato della realtà della propria esistenza, eppure mentre stava disteso a guardare con passione quel viso, osservandone le lacrime, le labbra semiaperte, lo stesso respiro, si rendeva conto con apprensione che in lei c’era qualcosa che non poteva capire. Senza dubbio lei aveva la saggezza degli esseri perfetti. Sospirò. Sentiva che qualcosa d’invisibile si frapponeva tra di loro, qualcosa che gli permetteva di avvicinarsi a lei fino a un certo punto, ma non oltre. Nessuna preghiera, nessun desiderio intenso, nessuno sforzo di volontà o durata della vita avrebbe potuto distruggere questa vaga sensazione della loro diversità. Con sgomento, ma anche con grande orgoglio, concluse che era la sua stessa incomparabile perfezione. Lei era sua eppure era come una donna di un altro mondo. Sua! Sua! A quello splendido pensiero esultò; nondimeno le sue lacrime gli facevano male.
Avendole preso in mano, con timida reverenza, una ciocca di capelli, in un empito di goffa tenerezza, cercò di asciugarle le lacrime che le tremolavano sulle ciglia. Fu ricompensato con un fuggevole sorriso che le illuminò il viso per una breve frazione di secondo, ma subito le lacrime caddero più veloci di prima ed egli non poté più sopportarlo. Si alzò e si diresse verso Almayer, che era ancora seduto assorto a contemplare il mare. Era passato molto, molto tempo da quando aveva visto per la prima volta il mare – il mare che conduce ovunque, porta tutto e toglie così tanto. Aveva quasi dimenticato perché era lì e come in un sogno poteva vedere tutto il suo passato sulla superficie liscia e sconfinata che gli brillava davanti agli occhi.
La mano di Dain appoggiata sulla sua spalla lo richiamò, con un sussulto, da un paese davvero molto lontano.
Si voltò, ma i suoi occhi sembrarono guardare il posto dove Dain si trovava piuttosto che l’uomo stesso. Dain si senti a disagio sotto quello sguardo fisso e inconsapevole.
«Cosa?», disse Almayer.
«Lei sta piangendo», mormorò Dain con dolcezza.
«Lei sta piangendo! Perché?», chiese Almayer, con indifferenza.
«Sono venuto a chiedertelo. La mia ranee sorride quando guarda l’uomo che ama. È la donna bianca che sta piangendo ora. Tu dovresti saperlo».
Almayer scrollò le spalle e tornò a guardare il mare.
«Vai, Tuan Putih», sollecitò Dain. «Vai da lei; le sue lacrime per me sono più terribili della collera degli dèi».
«Davvero? Le vedrai più di una volta. Mi ha detto che non può vivere senza di te», rispose Almayer, parlando senza la minima traccia di espressione in viso, «per cui è giusto che sia tu ad andare da lei subito, per timore che tu possa trovarla morta».
Scoppiò in una risata fragorosa e sgradevole che indusse Dain a fissarlo con apprensione, tuttavia si staccò dalla fiancata della canoa e si mosse lentamente verso Nina, volgendo mentre camminava uno sguardo verso il sole.
«E andrete quando il sole sarà alto?», disse.
«Sì, Tuan. Andremo allora», rispose Dain.
«Non ho molto da aspettare», borbottò Almayer. «È importantissimo per me vedervi andare via. Tutti e due. Importantissimo», ripeté fermandosi bruscamente e guardando fisso Dain.
Riprese ad andare verso Nina e Dain rimase indietro. Almayer si avvicinò alla figlia e rimase un po’ a guardarla. Lei non aprì gli occhi, ma sentendo dei passi vicino a lei, mormorò con un singhiozzo soffocato: «Dain».
Almayer esitò per un minuto e poi le cadde accanto sulla sabbia. Lei, non udendo alcuna parola di comprensione, non sentendo alcun tocco, aprì gli occhi – vide il padre e si sedette subito con un moto di terrore.
«Oh, papà!», mormorò debolmente e in quella parola c’erano espressi rimpianti, paura e un principio di speranza.
«Non ti perdonerò mai, Nina», disse Almayer, con voce spassionata. «Mi hai strappato il cuore quando io sognavo la tua felicità. Mi hai ingannato. I tuoi occhi, che per me erano come la verità stessa, mi hanno mentito a ogni sguardo – per quanto tempo? Tu lo sai meglio di me. Quando mi stavi carezzando la guancia, stavi contando quanti minuti mancavano al tramonto che era il segnale per i tuoi incontri con quell’uomo… lì!».
Tacque e ambedue stettero in silenzio fianco a fianco, senza guardarsi, ma fissando la vasta distesa del mare. Le parole di Almayer avevano asciugato le lacrime di Nina e il suo sguardo divenne duro mentre fissava davanti a sé l’illimitata distesa blu che brillava limpida, ferma e uniforme come il cielo stesso. Anche lui la guardò, ma il suo volto aveva perduto ogni espressione e la vita sembrava essersene andata dai suoi occhi. Il viso era uno spazio vuoto, senza un segno di emozione, sentimento, ragione o anche coscienza di sé. Ogni passione, rimpianto, dolore, speranza o rabbia – tutto era sparito, cancellato dalla mano del destino come se dopo quel colpo tutto fosse finito e non ci fosse più bisogno di ricordare. Quei pochi che videro Almayer durante il breve periodo che gli rimase da vivere, furono sempre colpiti dalla vista di quella faccia che sembrava non sapere niente di quello che accadeva dentro: come la parete bianca di una prigione che racchiude peccati, rimorsi, dolore e vite sprecate, nella fredda indifferenza di pietre e malta.
«Cosa c’è da perdonare?», chiese Nina, non rivolgendosi ad Almayer direttamente, ma piuttosto come se parlasse con se stessa. «Non posso vivere la mia vita come tu hai vissuto la tua? La strada che avresti voluto che seguissi mi è stata chiusa e non per mia colpa».
«Non me lo hai mai detto», mormorò Almayer.
«Non me lo hai mai chiesto», rispose lei, «e io ho pensato tu fossi come gli altri e che non t’importasse. Ho sopportato il ricordo della mia umiliazione da sola. Per quale ragione avrei dovuto dirti che questo mi era capitato perché ero tua figlia? Sapevo che non potevi vendicarmi».
«E invece io pensavo solo a quello», interruppe Almayer, «e volevo darti anni di felicità per il breve periodo in cui avevi sofferto. Conoscevo solo una strada».
«Ah! Ma non era la mia!», replicò lei. «Mi potevi dare la felicità senza la vita? La vita!», ripeté con un’improvvisa energia che fece risuonare la parola sul mare. «Vita che significa potenza e amore», aggiunse a bassa voce.
«Quello!», disse Almayer, puntando il dito su Dain che si trovava vicino e li guardava con curioso stupore.
«Sì, quello!», replicò lei guardando bene in viso il padre e notando per la prima volta, con un leggero ansito di paura, la rigidità innaturale dei suoi lineamenti.
«Avrei preferito piuttosto strangolarti con le mie mani», disse Almayer con una voce inespressiva che era tanto in contrasto con la disperata amarezza dei suoi sentimenti da sorprendere anche lui. Si chiese chi parlasse e, dopo aver guardato lentamente intorno, come se si aspettasse di vedere qualcuno, rivolse di nuovo gli occhi al mare.
«Dici così perché non comprendi il significato delle mie parole», disse lei tristemente. «Fra te e mia madre non c’è mai stato amore. Quando tornai a Sambir trovai il posto, che pensavo sarebbe stato un rifugio di pace per il mio cuore, pieno di noia e di odio – e reciproco disprezzo. Ho ascoltato la tua e la sua voce. Allora capii che non potevi comprendermi; non ero io parte di quella donna? Di lei che era il rammarico e la vergogna della tua vita? Dovevo scegliere – esitai. Perché sei stato così cieco? Non vedevi che mi dibattevo davanti ai tuoi occhi? Ma, quando lui è venuto, tutti i dubbi sono scomparsi e ho visto solo la luce del cielo blu e senza nubi…».
«Ti dirò io il resto», la interruppe Almayer: «Quando venne quell’uomo anch’io vidi il blu e la luce solare del cielo. Un fulmine a ciel sereno è caduto e d’un tratto tutto è immobile e buio intorno a me, per sempre. Non ti perdonerò mai, Nina e domani ti avrò dimenticata! Non ti perdonerò mai», ripeté con meccanica ostinazione mentre lei sedeva a testa china, come timorosa di guardare il padre. Gli sembrava della massima importanza assicurarla che non intendeva perdonarla mai. Era convinto che la fede in lei fosse stata il principio fondamentale delle sue speranze, la ragione del suo coraggio, della sua determinazione a vivere e lottare e a riuscire a vincere per il suo bene. E ora la fiducia era sparita, lei l’aveva distrutta con le proprie mani; distrutta crudelmente, a tradimento, nel buio; nel momento stesso del successo. Nel completo naufragio dei suoi affetti e di tutti i suoi sentimenti, nel disordine caotico dei suoi pensieri, oltre la sensazione confusa di dolore fisico che lo avvolgeva in un tormento come una frusta che gli si arrotolava intorno, dalle spalle ai piedi, solo un’idea rimaneva chiara e definita – non perdonarla; soltanto un intenso desiderio – dimenticarla. E questo doveva farlo capire a lei – e a se stesso – con continue ripetizioni. Questa era l’idea che aveva del dovere nei confronti di se stesso – della sua razza – delle sue rispettabili conoscenze; dell’intero universo sconvolto e turbato da questa spaventosa catastrofe della sua vita. La vedeva chiaramente e credeva di essere un uomo forte. Era sempre stato molto orgoglioso della sua inflessibile fermezza. E tuttavia aveva paura. Lei era stata tutto per lui. Cosa sarebbe successo se avesse dovuto lasciare che il ricordo del suo amore per lei indebolisse il senso della sua dignità? Lei era una donna eccezionale; poteva vederlo; tutta la grandezza latente della sua natura – in cui lui onestamente credeva – era stata trasfusa in quella figura delicata di ragazza. Avrebbero potuto essere fatte grandi cose. E se improvvisamente l’avesse stretta al cuore, avesse dimenticato la vergogna, il dolore, la rabbia e – l’avesse seguita! E se avesse cambiato cuore, visto che non poteva cambiarsi la pelle e le avesse reso la vita più facile fra due amori che l’avrebbero protetta da ogni disgrazia! Il suo cuore la desiderava. E se le avesse detto che il suo amore per lei era più grande di…
«Non ti perdonerò mai, Nina!», gridò, sussultando insensatamente, improvvisamente terrorizzato dal suo sogno.
Fu l’ultima volta nella vita in cui lo si udì alzare la voce. Da allora in poi parlò sempre in un sussurro uniforme come uno strumento a cui sotto un colpo violento si fossero rotte tutte le corde, tranne una, in un ultimo risonante clamore.
Lei si alzò in piedi e lo guardò. La stessa violenza di quel grido la calmò, convincendola intuitivamente dell’amore del padre e strinse al petto i dolorosi avanzi di quell’affetto, con l’avidità priva di scrupoli delle donne che si attaccano disperatamente anche ai rimasugli e ai brandelli d’amore, come a una cosa che appartiene loro di diritto ed è il respiro stesso della loro vita. Mise le mani sulle spalle di Almayer e guardandolo un po’ teneramente e un po’ allegramente, disse:
«Dici così perché mi vuoi bene».
Almayer scosse la testa.
«Sì, è così», insistette lei dolcemente; poi dopo una breve pausa, aggiunse, «e non mi dimenticherai mai».
Almayer rabbrividì leggermente. Lei non avrebbe potuto dire una cosa più crudele.
«Ecco il battello che sta venendo», disse Dain, col braccio proteso verso un punto nero sull’acqua tra la costa e l’isoletta.
Guardarono tutti e rimasero in silenzio finché la piccola canoa arrivò dolcemente sulla spiaggia e un uomo sbarcò e si diresse verso di loro.
«Quali nuove?», chiese Dain.
«Abbiamo ricevuto ordini in segreto e di notte di portare via dall’isoletta un uomo e una donna. Vedo la donna. Chi di voi è l’uomo?»
«Vieni, delizia dei miei occhi», disse Dain a Nina. «Ora andiamo via e la tua voce sarà solo per i miei orecchi. Hai detto le tue ultime parole al Tuan Putih, tuo padre. Vieni».
Lei esitò un po’, guardando Almayer che mantenne gli occhi fissi sul mare, poi gli toccò la fronte con un lungo bacio e una lacrima – una delle sue lacrime – gli cadde sulla guancia e corse giù per la faccia impassibile.
«Arrivederci!», sussurrò lei e rimase lì irresoluta finché lui la spinse improvvisamente fra le braccia di Dain.
«Se hai un po’ di pietà per me», mormorò Almayer come se stesse ripetendo una frase imparata a memoria, «porta via quella donna».
Rimase ben eretto, le spalle all’indietro, la testa alta e li guardò mentre traversavano la spiaggia verso la canoa camminando abbracciati. Guardò la linea delle loro ombre sulla sabbia. Seguì le loro figure che si muovevano nella cruda luce abbagliante del sole allo zenith, in quella luce violenta e vibrante, come una fanfara trionfale di trombe d’ottone. Guardò le spalle scure e il sarong rosso intorno alla vita dell’uomo; l’alta, esile, abbagliante figura bianca che egli sosteneva. Guardò l’abito bianco, la massa di lunghi capelli neri che cadevano giù. Li guardò imbarcarsi e la canoa diventare più piccola per la distanza con la rabbia, la disperazione e il rimpianto nel cuore e sul viso una pace simile a quella di un’immagine scolpita dell’oblio. Nell’intimo si sentiva lacerato, ma Alì – che ora si era alzato – ed era rimasto accanto al suo padrone, vide su quel viso l’espressione vuota di coloro che vivono in quella calma disperata che solo occhi senza vista possono dare.
La canoa disparve e Almayer rimase immobile con gli occhi fissi sulla sua scia. Alì, facendosi ombra con la mano, esaminò la costa con curiosità. Mentre il sole declinava, la brezza del mare si alzò velocemente da nord e fece vibrare con il suo respiro la superficie trasparente dell’acqua.
«Dapat!», esclamò Alì allegramente. «Lo hanno raggiunto, padrone! Hanno raggiunto il prao! Non là! Guarda più dalla parte di Tanah Mirrah. Da quella parte! Vedi, padrone? Ora è chiaramente distinguibile. Vedi?».
Almayer seguì con gli occhi l’indice di Alì, per lungo tempo invano. Infine vide una macchia triangolare di luce gialla sullo sfondo rosso delle scogliere di Tanjong Mirrah. Era la vela del prao che aveva catturato la luce del sole e spiccava con la sua tinta vivace, nel rosso cupo del promontorio. Il triangolo giallo avanzò lentamente da una rupe all’altra, finché oltrepassò l’ultima punta di terra e splendette luminosamente per un fuggevole minuto sul blu del mare aperto. Poi il prao poggiò verso sud; la luce scomparve dalla vela e immediatamente l’imbarcazione stessa scomparve, svanendo nell’ombra dello scosceso promontorio che si affacciava, paziente e solitario, a sorvegliare il mare vuoto.
Almayer non si mosse. Intorno alla piccola isoletta l’aria era piena delle chiacchiere dell’acqua che si increspava. La spuma delle piccole onde correva su per la spiaggia audacemente, allegramente, con la leggerezza della gioventù e velocemente moriva, docilmente e graziosamente sulla sabbia gialla nelle ampie curve di schiuma trasparente. In alto, le nuvole bianche veleggiavano rapidamente verso sud come se fossero decise a raggiungere qualcosa. Alì sembrava ansioso.
«Padrone», disse timidamente «è ora di tornare a casa. Dobbiamo remare per molto tempo. È tutto pronto, signore».
«Aspetta», sussurrò Almayer.
Ora che lei se ne era andata, il suo compito era dimenticare e aveva la strana idea che dovesse essere fatto sistematicamente e con ordine. Con grande costernazione di Alì cadde carponi e, avanzando lentamente sulla sabbia, cancellò accuratamente con la mano ogni traccia dei passi di Nina. Li ricoprì con mucchietti di sabbia, lasciando dietro di sé una linea di tombe in miniatura che andavano dritte fino all’acqua. Dopo aver sepolto l’ultima leggera impronta del sandalo di Nina, si alzò in piedi e, volgendo il viso verso il promontorio dove aveva visto il prao l’ultima volta, fece uno sforzo per urlare forte ancora una volta la sua ferma intenzione di non perdonare mai. Alì, che lo osservava con apprensione, gli vide solo muovere le labbra, ma non udì alcun suono. Batté con forza il piede a terra. Era un uomo deciso – saldo come una roccia. Che lei se ne andasse pure. Lui non aveva mai avuto una figlia. Avrebbe dimenticato. Stava già dimenticando.
Alì gli si avvicinò di nuovo, insistendo per una partenza immediata e questa volta lui acconsentì e andarono insieme verso la loro canoa, con Alì in testa. Nonostante tutta la sua fermezza, appariva molto debole e abbattuto mentre trascinava lentamente i piedi sulla sabbia della spiaggia; e al suo fianco – invisibile ad Alì – avanzava silenziosamente e in modo sinistro quel particolare demone la cui missione è quella di risvegliare i ricordi degli uomini in modo che non debbano dimenticare il significato della vita. Sussurrò nell’orecchio di Almayer un balbettio infantile di molti anni prima. Almayer, la testa piegata da una parte, sembrava ascoltare quell’invisibile compagno, ma il suo viso era quello di un uomo che è stato colpito a morte alle spalle – un viso da cui tutti i sentimenti e ogni espressione sono stati improvvisamente cancellati dalla mano di una morte inaspettata.
Quella notte dormirono sul fiume, ormeggiando la loro canoa sotto i cespugli e distendendosi sul fondo fianco a fianco, in quell’assoluto spossamento che uccide fame, sete, ogni sensazione e ogni pensiero per l’insopportabile desiderio di quel sonno profondo che è come il temporaneo annichilimento del corpo stanco. Il giorno successivo ripartirono e combatterono accanitamente con la corrente tutta la mattina, finché verso mezzogiorno raggiunsero il villaggio e assicurarono la piccola imbarcazione al molo della Lingard & Co. Almayer si diresse subito verso casa e Alì lo seguì, con le pagaie in spalla, pensando che gli sarebbe piaciuto mangiare qualcosa. Mentre traversavano il cortile sul davanti, notarono l’aria abbandonata del luogo. Alì guardò dentro le diverse case dei servitori: erano tutte vuote. Nel cortile posteriore c’era la stessa assenza di suoni e di vita. Nella capanna della cucina il fuoco era spento e le ceneri nere, fredde. Un uomo alto e magro uscì furtivamente dal boschetto di banani e andò via rapidamente attraverso lo spazio aperto guardandoli da sopra la spalla con occhi grandi e spaventati. Qualche vagabondo senza padrone; ce n’erano molti del genere nel villaggio e consideravano Almayer il loro protettore. Si aggiravano furtivamente per la sua proprietà e coglievano lì il proprio sostentamento, sicuri che non poteva capitare loro niente di peggio che una sequela di maledizioni quando incappavano nell’uomo bianco, di cui si fidavano, che piaceva loro e che tra di loro chiamavano stupido. Nella casa, in cui Almayer entrò dalla veranda posteriore, l’unica cosa vivente che i suoi occhi incontrarono fu la sua piccola scimmia che, affamata e trascurata negli ultimi due giorni, cominciò a gridare e a lamentarsi nel linguaggio delle scimmie, non appena intravide quel viso familiare. Almayer la calmò con poche parole e ordinò ad Alì di portare qualche banana, poi mentre Alì era andato a prenderle, rimase sul vano della porta della veranda anteriore guardando il caos di mobili rovesciati. Alla fine raccolse il tavolo e vi si sedette sopra mentre la scimmia si lasciava calare dal bastone fissato al tetto lungo la catena e gli si appollaiava sulla spalla. Quando le banane arrivarono, fecero colazione insieme; tutti e due affamati, tutti e due mangiando avidamente e gettando con noncuranza le bucce intorno a loro, nel silenzio fiducioso di una perfetta amicizia. Alì se ne andò, brontolando, a cuocersi da solo un po’ di riso, perché tutte le donne della casa erano sparite e lui non sapeva dove. Ad Almayer non sembrava che importasse e, dopo che ebbe finito di mangiare, sedette sul tavolo dondolando le gambe e fissando il fiume come perso nei suoi pensieri.
Dopo un po’ di tempo si alzò e andò alla porta della stanza sulla destra della veranda. Quello era l’ufficio. L’ufficio della Lingard & Co. Molto raramente vi entrava. Non c’erano più affari ora e lui non aveva bisogno di un ufficio. La porta era chiusa a chiave e lui rimase a mordicchiarsi il labbro, cercando d’immaginare dove potesse essere la chiave. D’un tratto ricordò: nella stanza delle donne appesa a un chiodo. Si diresse verso la porta dove la tenda rossa pendeva in pieghe immobili ed esitò un attimo prima di spingerla da parte con la spalla come se stesse abbattendo un ostacolo solido. Un grande quadrato di sole entrato dalla finestra si allungava sul pavimento. Sulla sinistra vide la grande cassapanca di legno della signora Almayer, con il coperchio buttato indietro, vuota; vicino, le borchie d’ottone del baule europeo di Nina brillavano nelle grandi iniziali N.A. sul coperchio. Alcuni vestiti di Nina pendevano dai pioli di legno, irrigiditi in una parvenza di dignità offesa per il loro abbandono. Ricordò di aver fatto lui stesso quei pioli e notò che erano fatti molto bene. Dov’era la chiave? Si guardò intorno e la vide vicino alla porta dove lui si trovava. Era rossa di ruggine. Si sentì proprio molto seccato di questo e, immediatamente dopo, si stupì di quella sensazione. Che importanza aveva? Presto non ci sarebbe stata chiave – porta – niente! Esitò, chiave in mano, e si chiese se sapeva bene quel che stava per fare. Uscì di nuovo sulla veranda e rimase accanto al tavolo a pensare. La scimmia saltò giù e, afferrando una buccia di banana, s’impegnò diligentemente a sfilacciarla.
«Dimentica!», mormorò Almayer e quella parola avviò davanti a lui una sequenza di eventi, un programma dettagliato di cose da fare. Sapeva perfettamente bene cosa c’era da fare ora. Prima questo, poi quello, poi l’oblio sarebbe venuto facilmente. Molto facilmente. Aveva l’idea fissa che se non avesse dimenticato prima di morire avrebbe dovuto ricordare per tutta l’eternità. Determinate cose dovevano essere tolte dalla sua vita, estirpate dalla vista, distrutte, dimenticate. Rimase a lungo immerso in profondi pensieri, perduto nelle allarmanti possibilità di un ricordo invincibile, con la paura della morte e dell’eternità davanti a sé. «Eternità!», disse a voce alta e il suono di quella parola lo richiamò dalla sua fantasticheria. La scimmia sobbalzò, lasciò cadere la buccia e gli fece una smorfia amichevole.
Lui andò verso la porta dell’ufficio e con qualche difficoltà riuscì ad aprirla. Entrò in una nuvola di polvere che gli si alzò di sotto i piedi. Libri aperti con le pagine strappate erano sparsi per il pavimento; c’erano altri libri in giro sudici e neri, che sembravano non essere mai stati aperti. Libri contabili. Su quei libri si era ripromesso di tenere nota giorno per giorno delle sue crescenti fortune. Molto tempo prima. Proprio molto tempo. Da tanti anni non c’era stata nessuna nota da tenere su quelle pagine a righe rosse e blu! In mezzo alla stanza la grande scrivania da ufficio, con una gamba rotta, era inclinata da una parte come lo scafo di una nave arenata; la maggior parte dei cassetti era caduta giù, offrendo alla vista mucchi di carta, gialla di anni e di sporco. La sedia girevole era al suo posto, ma, quando cercò di farla ruotare, si accorse che il perno era bloccato. Non importava. Lasciò perdere e gli occhi vagarono lentamente sugli oggetti. Tutte quelle cose erano costate un monte di denaro a suo tempo. La scrivania, la carta, i libri strappati, gli scaffali rotti, tutti sotto uno spesso strato di polvere. Proprio la polvere e le spoglie di un’attività morta e sepolta. Guardò tutte quelle cose, tutto quello che era rimasto dopo così tanti anni di lavoro, di lotta, di noia, di scoraggiamento, sconfitti così tante volte. E tutto questo per cosa? Rimase tristemente a pensare alla sua vita passata finché udì distintamente la voce chiara di una bimba che parlava in mezzo a tutto quel naufragio, rovina e sperpero. Sobbalzò con una grande paura in cuore e febbrilmente cominciò a raccogliere le carte sparse sul pavimento, ridusse in pezzi la sedia, spaccò i cassetti sbattendoli contro la scrivania e fece un gran mucchio di tutta quella robaccia in un angolo della stanza.
Uscì velocemente, sbattendo la porta dietro di sé, girò la chiave e, dopo averla tolta, corse alla balaustra della veranda e, con un’ampia rotazione del braccio, lanciò sibilando la chiave nel fiume. Fatto questo tornò lentamente verso il tavolo, chiamò giù la scimmia, sganciò la catena e la persuase a rimanere ferma sotto la sua giacca. Poi sedette di nuovo sul tavolo e rimase a fissare la porta della stanza che aveva appena lasciato. Si mise anche attentamente in ascolto. Udì un suono secco di fruscii: secchi schianti come di legna secca che si spezza; un frullo come di ali di uccello quando si leva improvvisamente e poi vide una sottile striscia di fumo uscire dalla toppa. La scimmia si dimenò sotto la giacca. Alì apparve con gli occhi fuori dalle orbite. «Padrone! Casa brucia!», gridò.
Almayer si alzò in piedi tenendosi al tavolo. Udiva le grida di allarme e di sorpresa nel villaggio. Alì si torceva le mani, lamentandosi a voce alta.
«Smettila di strepitare, stupido!», disse Almayer con calma. «Raccogli la mia amaca e le coperte e portale nell’altra casa. Svelto, ora!». Il fumo sbucò dalle fessure della porta e Alì, con l’amaca fra le braccia, superò d’un balzo gli scalini della veranda.
«Ha preso bene», mormorò tra sé Almayer. «Sta’ buono, Jack», aggiunse, mentre la scimmia faceva un frenetico sforzo per fuggire dalla sua prigione.
La porta si spaccò da cima a fondo e un’ondata di fumo e di fiamme spinse Almayer lontano dal tavolo verso la balaustra della veranda. Rimase fermo lì finché un grande rombo sulla testa gli assicurò che il tetto era in fiamme. Allora corse giù per gli scalini della veranda, tossendo, mezzo soffocato dal fumo che lo inseguiva con spirali bluastre che gli si avvolgevano intorno alla testa.
Dall’altra parte del fossato, che separava il cortile di Almayer dal villaggio, una folla di abitanti di Sambir guardava la casa dell’uomo bianco che bruciava. Nell’aria calma le fiamme s’innalzavano alte di un pallido rosso-mattone, con riflessi violetti nella forte luce solare. La sottile colonna di fumo salì dritta e senza vacillare finché si perse nel blu del cielo, e nell’ampio spazio vuoto fra le due case gl’interessati spettatori videro la figura alta del Tuan Putih, a testa bassa e trascinando i piedi, allontanarsi lentamente dal fuoco verso il riparo della «Follia di Almayer».
Fu in quel modo che Almayer traslocò nella nuova casa. Prese possesso di quella nuova rovina e, nella perenne follia del suo cuore, si mise ad aspettare, con ansia e con dolore, quell’oblio che era così lento a venire. Aveva fatto tutto quello che poteva. Ogni traccia dell’esistenza di Nina era stata distrutta e ora, a ogni sorgere del sole, si chiedeva se il tanto atteso oblio sarebbe venuto prima del tramonto, se sarebbe venuto prima che morisse. Voleva solo vivere abbastanza per essere in grado di dimenticare e la tenacia della sua memoria lo riempiva di terrore e di orrore della morte; perché se fosse dovuta venire prima che avesse potuto realizzare lo scopo della sua vita, avrebbe dovuto ricordare per sempre! Desiderava anche la solitudine. Voleva essere solo. Ma non lo era. Nella luce fioca delle stanze con le loro persiane chiuse, nella luce splendente della veranda, ovunque andasse, da qualunque parte si voltasse, vedeva la piccola figura di una ragazzina con un grazioso viso olivastro, lunghi capelli neri, la piccola veste rosa che le scivolava dalle spalle, i grandi occhi voltati in su verso di lui, che lo guardavano con la tenera fiducia di una bimba coccolata. Alì non vedeva niente, ma era anche lui conscio della presenza di una bambina in casa. Nei suoi lunghi racconti intorno ai fuochi serali del villaggio raccontava ai suoi amici intimi gli strani modi di fare di Almayer. Il padrone era diventato uno stregone in vecchiaia. Alì disse che spesso, quando Tuan Putih si ritirava per la notte, poteva sentirlo parlare con qualcosa nella stanza. Alì pensava fosse uno spirito sotto forma di bambina. Sapeva che il padrone parlava a una bambina da certe espressioni e parole che il padrone usava. Il padrone parlava un po’ in malese, ma prevalentemente in inglese, che lui, Alì, capiva. Alle volte il padrone parlava alla bambina teneramente e poi piangeva, ci rideva, la rimproverava, la pregava di andare via; la malediceva. Era uno spirito cattivo e testardo. Alì pensava che il padrone lo avesse evocato imprudentemente e ora non se ne potesse liberare. Il padrone era molto coraggioso; non aveva paura di maledirlo proprio quando gli stava davanti e una volta ci aveva combattuto. Alì aveva udito un grande fracasso, come un correre per la stanza, e dei gemiti. Il padrone gemeva. Gli spiriti non gemono. Il padrone era coraggioso, ma sciocco. Non si può far del male a uno spirito. Alì si aspettava di trovare il padrone morto il mattino successivo, ma questi uscì molto presto, molto più vecchio del giorno prima e non mangiò niente tutto il giorno.
Questo era quanto raccontava Alì al villaggio. Con il capitano Ford era molto più loquace per la buona ragione che il capitano Ford teneva i fondi e dava gli ordini. In ciascuna delle visite mensili di Ford a Sambir, Alì doveva andare a bordo con un rapporto sugli abitanti della «Follia di Almayer». Durante la sua prima visita a Sambir, dopo la partenza di Nina, Ford si era fatto carico degli affari di Almayer, che non erano ingombranti. Il capannone per l’immagazzinamento delle merci era vuoto, i battelli erano scomparsi, presi – generalmente di notte – da vari cittadini di Sambir bisognosi di un mezzo di trasporto. Durante una grande piena il molo della Lingard & Co. si staccò dall’argine e si lasciò portare giù nel fiume, probabilmente in cerca di dintorni più allegri; anche il branco di oche – «le uniche oche della costa orientale» – se ne andarono da qualche parte – preferendo i pericoli sconosciuti del bosco alla desolazione della loro vecchia casa. Con il passare del tempo, l’erba crebbe sulla macchia nera di terreno dov’era prima la vecchia casa e non rimase niente a contrassegnare il posto dell’abitazione che aveva dato rifugio alle speranze giovanili di Almayer, al suo sciocco sogno di uno splendido futuro, al suo risveglio e alla sua disperazione.
Ford non andava spesso a trovare Almayer perché il farlo non era un compito piacevole. Dapprima egli rispose indifferente alle insistenti domande del vecchio marinaio sulla sua salute; fece anche degli sforzi per parlare, chiedendo le novità con una voce che faceva chiaramente capire che nessuna novità di questo mondo aveva alcun interesse per lui. Poi gradualmente diventò più silenzioso – non scontroso – ma come se stesse dimenticando come parlare. Era solito anche nascondersi nelle stanze più buie della casa, dove Ford doveva scovarlo guidato dallo scalpiccio della scimmia che gli galoppava davanti. La scimmia era sempre là per ricevere e far entrare Ford. L’animaletto sembrava essersi assunto completamene, la cura del padrone e ogniqualvolta desiderava la sua presenza sulla veranda gli strattonava con perseveranza la giacca, finché Almayer, obbediente, usciva alla luce del sole che sembrava dispiacergli così tanto.
Una mattina Ford lo trovò seduto sul pavimento della veranda, la schiena appoggiata alla parete, le gambe distese rigidamente, le braccia che gli pendevano sui fianchi. Il viso senza espressione, gli occhi spalancati con le pupille immobili e la rigidità della posa, lo facevano sembrare un immenso fantoccio rotto e buttato lì da parte. Quando Ford salì gli scalini, volse il capo lentamente.
«Ford», mormorò da terra, «non riesco a dimenticare».
«Davvero?», disse Ford innocentemente, cercando di essere gioviale: «Vorrei essere come te. Sto perdendo la memoria – l’età, suppongo; solo l’altro giorno il mio secondo…».
S’interruppe perché Almayer si era alzato, aveva barcollato e si era sorretto al braccio dell’amico.
«Ehi! Stai meglio oggi. Presto starai bene del tutto», disse Ford, allegramente, ma sentendosi piuttosto sgomento.
Almayer lasciò andare il braccio e rimase eretto con la testa alta e le spalle tirate indietro, guardando indifferente la moltitudine di soli che brillavano sulle increspature del fiume. La giacca e i pantaloni flosci sbatterono alla brezza sui suoi arti magri.
«Lascia che se ne vada!», mormorò con voce stridente. «Lascia che se ne vada. Domani avrò dimenticato. Sono un uomo risoluto… saldo come una… roccia… saldo…».
Ford guardò quel viso – e fuggì. Il capitano era lui stesso un uomo abbastanza forte – come potevano testimoniare quelli che avevano navigato con lui – ma la risolutezza di Almayer era tutto sommato troppo per la sua forza d’animo. La volta successiva che il vapore capitò a Sambir, Alì salì presto a bordo con una rimostranza. Protestò con Ford che Jim-Eng il cinese aveva invaso la casa di Almayer e effettivamente viveva lì da un mese.
«E tutti e due fumano», aggiunse Alì.
«Pfui! Oppio, vuoi dire?».
Alì annuì e Ford rimase pensieroso; poi mormorò tra sé: «Povero diavolo! Ora, prima è, meglio è». Nel pomeriggio salì verso la casa.
«Cosa stai facendo qui?», domandò autorevolmente a Jim-Eng che trovò a bighellonare per la veranda.
Jim-Eng spiegò in un cattivo malese e parlando con quella voce monotona, indifferente del fumatore d’oppio abituale, che la sua casa era vecchia, il tetto perdeva e il pavimento era marcio. Così, essendo un vecchio amico, da molti, molti anni, aveva preso il suo denaro, l’oppio e due pipe ed era venuto a vivere in questa grande casa.
«C’è un sacco di posto. Lui fuma e io vivo qui. Lui non fumerà a lungo», concluse.
«Dov’è ora?», chiese Ford.
«Dentro. Dorme», rispose Jim-Eng, stancamente.
Ford dette un’occhiata dentro dalla soglia. Alla debole luce della stanza, vide Almayer disteso supino sul pavimento, la testa su un cuscino di legno, la lunga barba bianca sparsa sul petto, la pelle del volto gialla, le palpebre socchiuse che facevano vedere soltanto il bianco degli occhi…
Rabbrividì e si allontanò. Mentre se ne stava andando notò una lunga striscia di seta rossa scolorita, con su scritte alcune lettere cinesi, che Jim-Eng aveva appena legato a uno dei due sostegni.
«Cos’è quello?», chiese.
«Quello», disse Jim-Eng, con la sua voce incolore, «quello è il nome della casa. Proprio uguale a quello della mia casa. Un nome molto bello».
Ford lo guardò per un po’ e andò via. Non sapeva che cosa significasse quel groviglio che sembrava pazzesco dell’iscrizione cinese sulla seta rossa. Lo avesse chiesto a Jim-Eng il paziente cinese lo avrebbe informato con giusto orgoglio che il suo significato era: «Casa della delizia celeste».
La sera di quello stesso giorno Babalatchi andò dal capitano Ford. La cabina del capitano si apriva sul ponte e Babalatchi sedette a cavalcioni sull’alto gradino, mentre Ford fumava la pipa sul divano all’interno. Il vapore sarebbe partito il mattino successivo e il vecchio statista era venuto, come al solito, per un’ultima chiacchierata.
«Abbiamo avuto notizie da Bali la luna scorsa», fece rilevare Babalatchi. «È nato un nipote al vecchio raja e c’è grande esultanza».
Ford si mise seduto dritto, interessato.
«Sì», continuò Babalatchi, in risposta allo sguardo di Ford. «Gliel’ho detto. È stato prima che cominciasse a fumare».
«Bene e allora cosa è successo?», chiese Ford.
«Ho scampato la vita», disse Babalatchi, con assoluta serietà, «perché l’uomo bianco è molto debole ed è caduto mentre si avventava su di me». Poi, dopo una pausa aggiunse: «Lei è pazza di gioia».
«Vuoi dire la signora Almayer?»
«Sì, vive nella casa del nostro raja. Lei non morirà presto. Donne del genere vivono a lungo», disse Babalatchi con un leggero tono di rimpianto nella voce. «Ha dei dollari e li ha seppelliti, ma noi sappiamo dove. Abbiamo avuto molti guai con quella gente. Abbiamo dovuto pagare un’ammenda e ascoltare le minacce degli uomini bianchi e ora dobbiamo stare attenti». Sospirò e rimase in silenzio a lungo. Poi riprese con energia:
«Ci saranno combattimenti. C’è aria di guerra tra le isole. Vivrò abbastanza per vedere?… Ah, Tuan!», continuò con più calma, «i vecchi tempi erano migliori. Io ho navigato persino con gli uomini lanun e abbordato di notte navi silenziose dalle vele bianche. Questo era prima che un raja inglese governasse a Kuching. Allora combattevamo fra noi ed eravamo felici. Ora quando combattiamo contro di voi possiamo soltanto morire!».
Si alzò per andarsene. «Tuan», disse, «ricordi la ragazza di Bulangi? Quella che ha provocato tutto il guaio?»
«Sì», disse Ford. «Che ne è stato?»
«Era diventata magra e non poteva lavorare. Allora Bulangi, che è un ladro e mangia carne di porco, me la dette per cinquanta dollari. L’ho mandata tra le mie donne perché ingrassasse. Volevo sentire il suono delle sue risa, ma doveva essere stata stregata e… è morta due giorni fa. No, Tuan. Perché dici cattive parole? Io sono vecchio – questo è vero – ma perché non dovrebbe piacermi la vista di un viso giovane e il suono di una voce giovane nella mia casa?». Fece una pausa e poi aggiunse con una risatina malinconica: «Sono come un uomo bianco che parla troppo di ciò che non è un discorso da uomini quando parlano l’uno con l’altro».
E andò via con un’aria molto triste.
La folla radunata in semicerchio davanti agli scalini della «Follia di Almayer», ondeggiò silenziosamente avanti e indietro e si aprì davanti al gruppo di uomini col turbante vestiti di bianco che avanzava sull’erba verso la casa. Per primo veniva Abdulla, sostenuto da Reshid e seguito da tutti gli arabi di Sambir. Quando si inoltrarono nel passaggio lasciato dalla folla rispettosa, ci fu un sommesso mormorio di voci, dove la parola “mati” era l’unica perfettamente udibile. Abdulla si fermò e si guardò intorno lentamente.
«È morto?», chiese.
«Possa tu vivere!», rispose la folla all’unisono e poi seguì un silenzio ansioso.
Abdulla fece pochi passi avanti e si trovò per l’ultima volta faccia a faccia con il vecchio nemico. Qualunque cosa avesse potuto essere una volta, ora non era pericoloso, mentre giaceva rigido e senza vita nella luce tenue del primo mattino. L’unico uomo bianco della costa orientale era morto e la sua anima, liberata dalle pastoie della sua follia terrena, si trovava ora alla presenza dell’Infinita Saggezza. Sul viso rivolto verso l’alto c’era quello sguardo sereno che segue l’improvvisa liberazione dall’angoscia e dal dolore e testimoniava silenziosamente, davanti al cielo senza nubi, che all’uomo che giaceva lì, sotto lo sguardo di occhi indifferenti, era stato concesso di dimenticare prima di morire.
Abdulla guardò tristemente quell’infedele che aveva combattuto così a lungo e su cui aveva avuto la meglio così tante volte. Questa era la ricompensa del fedele. Eppure, nel vecchio cuore dell’arabo c’era un senso di rimpianto per quella cosa uscita dalla sua vita. Si stava lasciando velocemente dietro amicizie e inimicizie, successi e disillusioni – tutto quello che costituisce una vita e davanti a lui c’era soltanto la fine. La preghiera avrebbe riempito il resto dei giorni concessi al vero credente! Prese in mano il rosario che gli pendeva al fianco.
«L’ho trovato qui, così com’è, stamattina», disse Alì a voce bassa e spaurita.
Abdulla dette un altro freddo sguardo a quel volto sereno.
«Andiamo», disse, rivolgendosi a Reshid.
E mentre passavano tra la folla che si faceva da parte davanti a loro i grani nelle mani di Abdulla battevano con colpi secchi, mentre, in un mormorio solenne, egli formulava piamente il nome di Allah! Il Misericordioso! Il Compassionevole!