Korimba

Stories / Poems

Stories by lord dunsany

il tesoro dei gibbelin

italian

Save as PDF
Come si sa, ai Gibbelin piace mangiar bene, e niente è meglio dell'uomo. La loro torre maledetta è unita alla Terra Cognita da un unico ponte. Il loro tesoro supera i confini della ragione, ma essi ignorano l'avarizia e l'avidità; hanno un sotterraneo a parte per gli smeraldi e un altro sotterraneo per gli zaffiri; hanno riempito una cavità d'oro da dove lo scavano fuori quando ne hanno bisogno. E l'unico uso noto per questa loro fantastica ricchezza è quello di attirare nella loro grassa dispensa una continua riserva di cibo. In tempo di carestia si sono fatti notare per aver distribuito diversi rubini fuori dai loro confini, hanno lasciato una piccola scia di queste pietre preziose in alcune città dell'Uomo, e subito le loro capaci dispense poterono riempirsi di nuovo.
La loro torre sorge sull'altro lato di quel fiume non ignoto a Omero, üñüóòá´÷áíüéó, che circonda il mondo. I voraci signori dei Gibbelin costruirono la torre dove il fiume è stretto e guadabile, per il piacere di vedere ladri e grassatori rispondere docilmente alle loro lusinghe. E da lì ricavavano il nutrimento, i grandi alberi e quello che il suolo non gli dava lo aspiravano dalle due rive del fiume con le colossali radici.
Là vivevano i Gibbelin, e si ingozzavano indegnamente.
Alderico, Cavaliere dell'Ordine della Città e dell'Assalto, custode ereditario della Pace Mentale del Re, un uomo non indegno d'essere ricordato tra i facitori di miti, meditò così a lungo sul tesoro dei Gibbelin da giungere a ritenerlo ormai come cosa sua. Ahimè! Purtroppo devo narrare di un'avventura tanto rischiosa, intrapresa nel cuore della notte da un uomo valoroso, che come fondamento aveva la più cupa avidità! Ma proprio sull'avarizia e l'avidità contavano i Gibbelin per tener piene le loro sontuose dispense, e una volta ogni cento anni mandavano le loro spie nelle città degli uomini per vedere come andavano le cose presso gli avari, e le spie ritornavano sempre alla torre dicendo che tutto andava bene.
Si può pensare che, col passare degli anni e con la crescente paura dell'Uomo a spingersi fino alle mura di quella torre, fossero sempre in meno a sbarcare alla tavola dei Gibbelin: invece per i Gibbelin la risposta era diversa.
Alderico giunse alla torre non perché spintosi dalla follia e dalla vanità della giovinezza, ma dopo aver studiato accuratamente per parecchi anni il modo in cui ladri e scassinatori affrontavano il loro destino quando si spingevano in cerca del tesoro: un tesoro che Alderico considerava ormai suo. In tutti i casi essi erano entrati dalla porta.
Consultò quanti erano informati su questa cerca; prese appunti su ogni particolare e ne pagò allegramente il conto, deciso com'era a trascurare tutti i loro consigli, tutte le loro strategie. Cos'erano diventati adesso i loro clienti? Nient'altro che esempi d'arte culinaria, ricordi ormai dimenticati di un banchetto lontano. E molti, forse, neanche quello.
I requisiti per compiere una buona cerca, così com'erano consigliati di solito a gente come lui, erano: un cavallo, una barca, una corazza a maglie e almeno tre uomini armati. Alcuni dicevano: "Suona il corno alla porta della torre"; e altri: "Non toccarlo nemmeno".
Alderico dunque prese questa decisione: non avrebbe portato un cavallo oltre quel fiume. Né avrebbe usato una barca a remi. Sarebbe andato da solo e seguendo le vie della Foresta Ermetica.
Come attraversare, direte voi, l'inattraversabile? Il suo piano era questo: c'era un drago, e di lui si sapeva che se le preghiere dei contadini fossero state ascoltate si meritava di morire, non soltanto a causa del numero di fanciulle crudelmente trucidate ma perché portava danni ai raccolti. Metteva a sacco le loro terre ed era la rovina di tutto il ducato.
Alderico si era risolto a combatterlo. Prese lancia e cavalcatura e diede di sprone finché non incontrò il drago e il drago venne fuori contro di lui respirando fumo amaro.
E Alderico gli gridò: - Folle d'un drago, hai mai ucciso un vero cavaliere?
E il drago che ben sapeva di non averlo mai fatto fece ciondolare la testa e restò in silenzio, perché era saturo di sangue.
- Allora - disse il cavaliere - se vorrai gustare ancora il sangue delle tenere fanciulle dovrai diventare il mio fido destriero. Se no, con questa lancia ti accadrà tutto quello che i trovatori predicono ai disperati della tua specie.
E il drago non aprì la bocca mostruosa né si gettò a corpo morto sul cavaliere, emettendo fuoco; conosceva infatti molto bene il fato di chi aveva fatto queste cose. Preferì accettare di buon grado i termini impostigli e giurò al cavaliere che sarebbe diventato il suo fido destriero.
Fu su una sella posta sul dorso di questo drago che dopo un po' Alderico fece vela al di sopra della Foresta Ermetica e anche al di sopra delle cime di quegli alberi smisurati, figli dell'incanto. Ma per prima cosa rifletté che quel suo piano così abile era molto più ingegnoso del limitarsi a evitare tutto quanto era stato tentato in passato. E allora impartì degli ordini a un fabbro, e il fabbro gli forgiò una picca.
Si fecero grandi feste quando si sparse la voce della cerca di Alderico. Tutti sapevano infatti che si trattava di un uomo avveduto, e s'auguravano che avrebbe avuto successo e avrebbe reso ricco il mondo, e tutti in città si sfregavano le mani al pensiero di quelle ricchezze e dell'abbondanza che ne sarebbe derivata. Anche nel paese di Alderico ci furono manifestazioni di gioia da parte di tutti, tranne forse tra i prestatori di denaro, che temettero di venir pagati troppo presto. E fecero festa anche perché c'era chi sperava che una volta rubato il tesoro ai Gibbelin, questi avrebbero ridotto a pezzi il loro altissimo ponte e spezzato le catene d'oro che li tenevano legati al mondo, ripartendo, loro e la loro torre, per la Luna dalla quale erano giunti e alla quale a buon diritto appartenevano. C'era poco, pochissimo amore per i Gibbelin, benché tutti gli uomini invidiassero il loro tesoro.
Quindi lo acclamarono tutti a gran voce, il giorno in cui salì in groppa al suo drago, come se già fosse un vincitore, e quel che li compiacque più del bene che speravano avrebbe fatto al mondo, fu l'oro che distribuì mentre spronava il suo destriero. Non ne avrebbe avuto più bisogno, disse, se avesse trovato il tesoro dei Gibbelin e ancor più non ne avrebbe avuto bisogno se l'avessero servito affumicato sulla tavola dei Gibbelin.
Quando vennero a sapere che aveva rifiutato i consigli e gli avvisi di chi aveva voluto dargliene, ci fu chi disse che quel cavaliere era morto. Altri dissero che lui era più grande di coloro che avevano voluto consigliarlo ma nessuno riconosceva grande valore al suo piano.
Lui ragionava in questo modo: per secoli gli uomini erano stati ben consigliati e avevano scelto la via più intelligente, mentre i Gibbelin li aspettavano quando arrivavano in barca, o li andavano a prendere alla porta quando la loro ricca dispensa era vuota, come se gli esseri umani fossero simili alle beccacce della palude. Ma, si disse Alderico, se una beccaccia si fosse posata sulla cima di un albero, l'avrebbero trovata lassù? Mai! Era semplicemente assurdo! E allora Alderico decise di passare a nuoto il fiume e di non presentarsi alla porta e di aprirsi un passaggio nella torre attraverso la pietra. Inoltre aveva pensato nella sua mente di lavorare sotto il livello dell'oceano, il fiume (come Omero sapeva) che chiude come in una guaina il mondo: se fosse riuscito a fare un buco liei muro l'acqua ci si sarebbe riversata, confondendo i Gibbelin e diluviando nei sotterranei che correva voce fossero a sei-sette metri di profondità e lì lui si sarebbe tuffato per prendere gli smeraldi come un tuffatore si tuffa per prendere le perle.
E nel giorno di cui parlo, Alderico galoppò via di casa spargendo e distribuendo grandi quantità d'oro, come ho già detto, e passò attraverso molti regni, col drago che mostrava le zanne alle ragazze, impotente a divorarle a causa del morso nella bocca, e senza meritarsi altra ricompensa oltre a un cortese colpo di sprone dove la sua pelle era più tenera e morbida. E così giunsero al tetro precipizio arboreo della Foresta Ermetica. Il drago vi si slanciò sopra in volo in un crepitar d'ali. Più di un agricoltore che stava vicino all'orlo del mondo lo vide là in alto dove indugiava il crepuscolo, una debole linea nera tremolante. E scambiandolo per una fila di oche in arrivo dall'oceano per prendere terra, era rientrato allegramente in casa fregandosi le mani e dicendo che l'inverno era in arrivo, e che presto sarebbe caduta la neve. E velocemente anche in quel luogo il crepuscolo svanì e quando planarono sull'orlo del mondo era notte e la Luna risplendeva alta. L'oceano, l'antico fiume, in quel punto stretto e poco profondo, scorreva senza emettere alcun rumore. Se i Gibbelin stavano banchettando oppure erano di guardia alla porta, anche loro non emettevano alcun rumore. E Alderico smontò e si tolse l'armatura e, mormorata una preghiera alla sua signora, nuotò portando la sua picca. Non si separò dalla spada, per paura di incontrare un Gibbelin. Approdato sull'altra riva, cominciò subito a darsi da fare, e tutto procedeva nel migliore dei modi. Niente mise fuori la testa da una finestra e tutte d'altronde erano illuminate dall'interno, cosicché nulla e nessuno potevano vederlo in quell'oscurità. I colpi della sua ascia venivano attutiti da quelle spesse mura. Lavorò duro per tutta la notte, e nessun suono lo molestò e all'alba l'ultimo pezzo di roccia si staccò bruscamente e cadde all'interno seguito dal riversarsi del fiume. Allora Alderico prese una pietra e andò fino all'ultimo gradino e scagliò la pietra contro la porta. Ne udì l'eco che rimbombava nella torre, allora tornò indietro di corsa e si tuffò attraverso quel buco nel muro.
Si trovò nel sotterraneo degli smeraldi. Non si vedeva una luce nella cripta superba che si ergeva sopra di lui ma, tuffandosi entro quei pochi metri d'acqua, sentì che il pavimento era irto di smeraldi e di scrigni aperti pieni di pietre preziose. A un debole raggio della Luna si accorse che anche l'acqua era verde-smeraldo e, riempitane una bisaccia, riaffiorò in superficie. E lì c'erano i Gibbelin immersi nell'acqua fino alla vita, con le torce in mano! E, senza dire una parola o senza l'ombra di un sorriso, lo appesero accuratamente sulla parete esterna, perché questo racconto non è di quelli che hanno un lieto fine.
Save as PDF