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Stories / Poems

Stories by nevil shute

l’ultima spiaggia

italian

1
Il tenente Peter Holmes, della Regia Marina Australiana, si svegliò poco dopo l’alba. Rimase coricato per qualche minuto, in uno stato di dormiveglia, conscio del tiepido conforto di Mary che dormiva accanto a lui, gli occhi fissi alla prima luce del sole australiano sulle tendine di cretonne della loro stanza. Dalla inclinazione dei raggi sapeva che dovevano essere circa la cinque; presto la luce avrebbe svegliato la piccola Jennifer nella sua culla, e allora avrebbero dovuto alzarsi e cominciare a darsi da fare. Ma non c’era bisogno di iniziare prima che ciò avvenisse: poteva restarsene a letto ancora un po’.
Si era svegliato felice, e ci volle qualche tempo prima che la sua mente conscia se ne rendesse conto e individuasse l’origine di questa felicità. Non era il Natale, perché il Natale era già passato. Avevano illuminato il piccolo abete in giardino con una fila di lampade colorate collegate mediante un lungo filo alla presa di corrente accanto al camino, in anticamera, ricopiando in piccolo l’enorme albero illuminato a un miglio di distanza, davanti al municipio di Falmouth. La sera di Natale avevano preparato, con alcuni amici, il barbecue in giardino. Natale era passato, e quel giorno doveva essere – il suo cervello riprendeva lentamente a funzionare – giovedì 27. Mentre giaceva a letto, la schiena gli faceva ancora un po’ male per il sole preso il giorno precedente sulla spiaggia e durante la corsa in vela. Avrebbe fatto meglio a tenere la camicia per quella giornata. Poi, come riprese pienamente coscienza, capì che quel giorno avrebbe dovuto tenere la camicia, naturalmente. Per le undici aveva un appuntamento nell’ufficio del vice-ammiraglio, al Ministero della Marina, a Melbourne. Questo significava un nuovo incarico, il suo primo lavoro da cinque mesi a quella parte. Poteva persino significare una missione in mare, se era fortunato, e lui moriva dal desiderio di trovarsi di nuovo su una nave.
Significava lavoro, in ogni modo. Questo pensiero lo aveva reso felice quando si era coricato, e la sua felicità era durata per tutta la notte. Non aveva più avuto incarichi da quando era stato nominato tenente ad agosto e, date le circostanze, aveva quasi rinunciato alla speranza di potersi mettere di nuovo al lavoro. Ma il Ministero della Marina lo aveva mantenuto a stipendio completo per tutti quei mesi, cosa per la quale lui non poteva fare a meno di essere grato ai suoi superiori.
La piccola si mosse, poi, subito, cominciò a scalciare e a frignare. L’ufficiale allungò un braccio e girò l’interruttore del fornelletto elettrico sistemato accanto al letto su un vassoio, assieme al necessario per il tè e alla pappa per la bambina. E vicino a lui anche Mary si mosse e gli domandò che ora era. Glielo disse, poi la baciò e annunciò: — È ancora una splendida mattina.
Lei si mise a sedere e si buttò indietro i capelli. — Mi sono presa una bella scottatura ieri. Ho spalmato Jennifer con un po’ di pomata, ma credo sia meglio non portarla di nuovo in spiaggia oggi. — Poi anche lei ricordò. — Oh, Peter... è oggi che devi andare a Melbourne, vero?
Annuì. — Al tuo posto, starei a casa e passerei tutta la giornata all’ombra.
— Credo che farò proprio così.
Poi si alzò e andò in bagno. Quando tornò Mary si stava spazzolando i capelli davanti allo specchio. Si mise a sedere sul bordo del letto, nella luminosissima striscia orizzontale di un raggio di sole, e preparò il tè.
Lei disse: — Farà molto caldo a Melbourne oggi, Peter. Forse potremmo scendere al club verso le quattro, e tu magari ci raggiungerai poi per una nuotata. Potrei portare il rimorchietto e il tuo costume da bagno.
Avevano una piccola macchina in garage, ma non erano più stati in grado di adoperarla da quando, un anno prima, la breve guerra era terminata. Però Peter Holmes, che era ricco di risorse e se la cavava benissimo con gli attrezzi, era riuscito a creare un più che discreto sostituto. Tanto lui quanto Mary avevano una bicicletta. Aveva costruito un minuscolo rimorchio servendosi delle ruote anteriori di due motociclette e aveva piazzato tanto sulla sua bicicletta quanto su quella di Mary un solido gancio da traino; in questo modo il rimorchio serviva loro sia come carrozzella che come mezzo da trasporto per pacchi e simili. Il guaio principale era la lunga salita che dovevano percorrere quando venivano da Falmouth.
Annuì. — Non è una brutta idea. Prenderò la bicicletta e la lascerò alla stazione.
— Che treno devi prendere?
— Quello delle nove e cinque. — Bevve il tè e diede una occhiata all’orologio. — Ora che ho terminato questo, vado a recuperare il latte.
Infilò un paio di calzoni corti e una camicia sportiva, e uscì. Abitava al pianterreno di una vecchia casa che si drizzava sulla collina dominante la città e che era stata divisa in appartamenti; nella sua qualità di inquilino, lui aveva diritto a una rimessa e a buona parte del giardino. C’era una veranda, ed era là che lui teneva le biciclette e il rimorchietto. Sarebbe stato più logico lasciare la macchina sotto gli alberi e adoperare la rimessa, ma non era mai riuscito a decidersi a fare un passo del genere. La piccola Morris era la prima macchina che avesse mai posseduto, era la macchina sulla quale aveva fatto la corte a Mary. Si erano sposati nel 1961, sei mesi prima della guerra, prima che lui salpasse con la H.M.A.S. Anzac per quella che essi credevano sarebbe stata una separazione di durata indefinita. Era seguita la guerra breve e sconvolgente, la guerra la cui storia non era stata scritta e ormai non sarebbe più stata scritta, la guerra che aveva infuriato in tutto l’emisfero settentrionale e che, nel suo trentasettesimo giorno, si era spenta con l’ultima registrazione sismica di una esplosione. Al termine del terzo mese lui era tornato a Williamstown con l’Alzac che aveva ormai esaurito le sue scorte di nafta, mentre gli uomini di governo dell’emisfero meridionale si riunivano a Wellington, in Nuova Zelanda, per uno scambio di informazioni e per una valutazione del nuovo stato di cose che era venuto a crearsi; era tornato a Falmouth, dalla sua Mary e dalla sua Morris Minor. La macchina aveva nel serbatoio tre galloni, e lui li aveva usati senza pensarci troppo, assieme ad altri cinque acquistati a un distributore, prima che gli australiani si rendessero conto che tutto il petrolio veniva dall’emisfero settentrionale.
Portò fuori dalla veranda bicicletta e rimorchio e assicurò l’uno all’altra; poi balzò in sella e si avviò. Doveva percorrere quattro miglia per andarsi a procurare latte e panna, perché la scarsità dei mezzi di trasporto impediva ora che questi prodotti venissero raccolti dalle fattorie della zona, e loro avevano imparato a prepararsi da soli il burro con il frullino. Si inoltrò giù per la discesa, nel tiepido sole mattutino, i recipienti vuoti che tintinnavano sul rimorchio alle sue spalle, felice all’idea del lavoro che lo aspettava.
C’era pochissimo traffico sulla strada. Superò un veicolo che una volta era stata una automobile e che ora, privato del motore e del parabrezza, era trainato da un bue. Superò due signori a cavallo che si tenevano accuratamente sul tratto di ghiaia sul bordo della strada, lungo la striscia di asfalto. Lui non aspirava a possedere un cavallo; quegli animali, di natura delicata, erano terribilmente scarsi e venivano venduti solo intorno alle mille sterline, ma aveva pensato più di una volta a un bue per Mary. Non gli sarebbe riuscito difficile trasformare la Morris, anche se condurre a termine un lavoro del genere gli avrebbe certo fatto male al cuore.
Raggiunse in una mezz’ora la fattoria e puntò dritto sulle stalle dove si eseguiva la mungitura. Conosceva bene il proprietario, un uomo alto, magro, che parlava lentamente e che zoppicava un po’ in seguito a una ferita riportata nella Seconda guerra mondiale. Lo trovò nel locale dei separatori, dove il latte fluiva in una zangola e la panna in un’altra, al ronzio attutito del motorino elettrico che azionava la macchina. — Buongiorno, signor Paul — disse l’ufficiale. — Come va oggi?
— Bene, signor Holmes. — Il fattore gli prese di mano il recipiente del latte e lo riempì alla tinozza. — E come va per voi?
— Benissimo. Oggi devo andare a Melbourne, al Ministero della Marina. Credo che finalmente abbiano qualche incarico da affidarmi.
— Ah — fece il fattore — una bella cosa davvero. Secondo me, deve essere piuttosto noioso restarsene sempre con le mani in mano.
Peter annuì. — Le cose si complicheranno un po’ se si tratta di una missione di mare. Ma verrà Mary per il latte, due volte la settimana. Pagherà in contanti, come sempre.
Il fattore disse: — Non dovete comunque preoccuparvi per il denaro fino a quando lei sarà tornato. Malgrado la siccità, ho più latte di quello che i maiali riescono a consumare. L’altro giorno ne ho buttati venti galloni nel ruscello, perché non riuscivo a liberarmene altrimenti. Forse dovrei allevare un maggior numero di maiali, ma non mi sembra che ne valga la pena. È piuttosto difficile dire che cosa bisogna fare... — Rimase in silenzio per qualche istante, poi aggiunse: — Sarà piuttosto complicato per sua moglie venire qui. Come farà con Jennifer?
— Probabilmente se la porterà con sé, sul rimorchietto.
— Una cosa piuttosto difficile per lei, questa. — Il fattore uscì nel viale davanti alle stalle e si fermò al tiepido sole a guardare bicicletta e rimorchio. — Un ottimo rimorchio davvero! — osservò. — Il migliore rimorchietto che abbia mai visto. Se lo è costruito lei, vero?
— Sì.
— Come ha fatto a procurarsi le ruote, se è lecito chiederglielo?
— Sono ruote di motocicletta. Le ho comprate in Elizabeth Street.
— Crede di riuscire a procurarsene un paio per me?
— Potrei provare — disse Peter. — Credo che ancora qualcuna ce ne debba essere. Sono migliori delle ruote piccole... Il traino risulta più facile. — Il fattore annuì. — Ma sono piuttosto scarse, oggi. Sembra che la gente non ne voglia sapere di rinunciare alle proprie motociclette.
— Dicevo a mia moglie — osservò il fattore, lentamente — che, se avessi un rimorchio come quello, potrei trasformarlo in carrozzella per lei, attaccarlo alla bicicletta e portarla a Falmouth a fare la spesa. Una donna si sente molto sola in un posto del genere, in questi giorni — spiegò. — Non è come prima della guerra, quando poteva prendere la macchina e arrivare in città in venti minuti. Con il carro a buoi ci vogliono tre ore e mezzo ad andare e tre ore e mezzo a tornare, cioè sette ore di solo viaggio. Ha provato a imparare ad andare in bicicletta, ma non riuscirà mai a farcela, no certo, alla sua età e con un altro pupo in viaggio. Preferirei che non ci si mettesse nemmeno. Ma, se avessi un rimorchio come quello che si è costruito lei, potrei portarla a Falmouth due volte la settimana, e consegnare nello stesso tempo il latte e la panna alla signora Holmes. — Una pausa. — Mi piacerebbe poter fare questo per mia moglie — osservò. — Dopo tutto, stando a quello che dice la radio, ci resta ancora ben poco tempo.
L’ufficiale annuì. — Potrei dare un’occhiata oggi e vedere se riesco a trovare qualcosa. Il prezzo non le importa, vero?
Il fattore scosse la testa. — Purché siano buone ruote, di quelle che non danno fastidi. Gomme a posto, questo è l’essenziale... gomme che durino. Come le sue, insomma.
L’ufficiale annuì. — Le cercherò oggi stesso.
— Ma in questo modo la porto di un bel pezzo fuori strada.
— Posso fare una corsa con il tram fino a laggiù. Non sarà affatto un disturbo per me. E ringraziamo Dio per la lignite.
Il fattore si voltò verso il punto dove il separatore stava ancora funzionando. — Proprio così. Ci troveremmo in un grosso pasticcio davvero se non ci fosse l’elettricità. — Fece scivolare abilmente una zangola nel flusso schiumoso del latte e subito la ritrasse, piena. — Mi dica una cosa, signor Holmes. Non adoperano quelle enormi macchine scavatrici per procurarsi il carbone? Specie di bulldozers o simili?
L’ufficiale annuì. — Bene, e dove si procurano la benzina, per farle funzionare?
— Me lo sono fatto spiegare una volta — rispose Peter. — La distillano sul posto dalla lignite. Viene a costare circa due sterline al gallone.
— Dice niente! — Il fattore rimase per qualche istante pensieroso. — Immaginavo che, se la facevano per loro, potevano farne un po’ anche per noi. Ma, a quel prezzo, non sarebbe certo pratico...
Peter prese i recipienti del latte e della panna, li mise sul rimorchietto e si avviò verso casa. Erano le sei e mezzo quando fu di ritorno. Fece la doccia, indossò l’uniforme che aveva portato così di rado da quando aveva ottenuto la promozione, consumò in fretta la prima colazione e si precipitò con la bicicletta giù per la collina per prendere il treno delle 8.15, in modo da avere il tempo di cercare le ruote nei negozi dei commercianti di meccanica prima dell’ora del suo appuntamento.
Lasciò la bicicletta nel garage dove, una volta, aveva l’abitudine di lasciare l’automobile. Ora il locale non ospitava più automobili. Dove una volta c’erano state macchine c’erano adesso cavalli, i cavalli degli uomini d’affari che abitavano in campagna e che ora, in calzoni da equitazione e giacche di plastica, lasciavano i loro animali nelle stalle mentre loro raggiungevano la città con il treno elettrico. Le pompe di benzina servivano ora da colonna dove affrancare i cavalli. Alla sera, scendevano dal treno, sellavano la loro bestia, assicuravano alla sella la borsa di studio e tornavano a casa al galoppo. Il tempo della vita commerciale andava rallentando, e questo li favoriva; l’espresso che partiva dalla città alle 5.03 era stato annullato e sostituito da un altro anticipato alle 4.17.
Mentre viaggiava alla volta della città, Peter Holmes avanzò molte ipotesi a proposito del suo nuovo incarico, perché l’estrema scarsezza di carta aveva segnato la fine di tutti i giornali quotidiani e ormai le notizie venivano comunicate soltanto per radio. La Regia Marina Australiana si era ridotta a una minuscola flotta. Con spese ingenti e con grandi difficoltà, a sette piccole navi era stato sostituito l’apparato motore a nafta con un apparato motore, molto meno efficiente, a lignite; il tentativo di trasformare la portaerei Melbourne era stato sospeso quando si era dimostrato che il colosso sarebbe stato troppo lento per permettere un sicuro atterraggio degli apparecchi senza un vento molto forte. Inoltre, le riserve della benzina per gli aerei dovevano essere amministrate con tanta cura che i programmi di addestramento si erano ridotti praticamente a zero, tanto da fare apparire ormai inutile l’idea di mantenere una aeronautica. Non aveva avuto notizia di mutamenti fra gli ufficiali dei sette dragamine e caccia che ancora restavano in attività. Forse qualcuno si era ammalato e doveva essere sostituito, o forse era stato deciso di rimpiazzare gli ufficiali in servizio con quelli in aspettativa, in modo di far conservare al maggior numero possibile di dipendenti una esperienza nautica. Più probabile però che quella chiamata significasse l’incarico per qualche noiosissimo lavoro a terra, un lavoro d’ufficio in caserma o l’amministrazione di magazzini in qualche deprimente località mezzo deserta come il Deposito Navale Flinders. Sarebbe rimasto molto deluso se non lo avessero mandato in mare, ma pure sapeva che sarebbe stato molto meglio per lui se fosse rimasto a terra. A terra, avrebbe potuto badare a Mary e alla piccola come stava facendo, e non c’era più molto tempo ormai.
Raggiunse la città in un’ora e mezzo circa e, appena uscito dalla stazione, saltò su un tram. Il pesante mezzo di trasporto pubblico sferragliò senza incontrare ostacoli per le strade vergini di altri veicoli e lo portò in breve alla zona dei commercianti di meccanica. Quasi tutti i negozi erano stati chiusi o rilevati dai pochi che ancora rimanevano aperti, e le vetrine apparivano piene di cose assolutamente inutili. Girò per un po’ qua e là, cercando due ruote leggere, in buone condizioni, che potessero appaiarsi, e comperò alla fine ruote della stessa misura ma di due marche di motocicletta diverse, il che avrebbe reso un po’ complicato il piazzamento dell’assale, compito di cui si sarebbe dovuto incaricare l’unico meccanico che ancora restava nel suo garage.
Tornò con il tram al Ministero della Marina, portando le ruote legate assieme con un pezzo di corda. Nell’ufficio del vice-ammiraglio, si presentò al segretario, un tenente d’amministrazione che conosceva. Il giovane disse: — Buongiorno, signore. L’ammiraglio ha sulla scrivania la sua pratica. Vuole vederla personalmente. Lo avvertirò che lei è qui.
Il tenente corrugò la fronte. Era una procedura piuttosto insolita, ma, con una marina ridotta ai minimi termini, tutto assumeva, più o meno, un andamento insolito. Appoggiò le ruote alla scrivania del segretario, diede una occhiata preoccupata alla propria uniforme, tolse un filo dal risvolto della giacca e strinse il berretto sotto il braccio.
— L’ammiraglio l’aspetta, signore.
Entrò nell’ufficio e si mise sull’attenti. L’ammiraglio, seduto alla scrivania, piegò un po’ la testa. — Buongiorno, tenente. Stia pur comodo. Si sieda.
Peter si mise a sedere in una poltrona accanto alla scrivania. L’ammiraglio si piegò in avanti, gli offrì una sigaretta dal suo astuccio e gliel’accese con un acciarino. — Lei è rimasto in aspettativa per qualche tempo?
— Sì, signore.
L’ammiraglio accese la propria sigaretta. — Bene, ho un incarico in mare per lei. Temo di non poterle dare un comando, e non posso nemmeno imbarcarla su una delle nostre navi. La nomino ufficiale di collegamento sull’U.S.S. Scorpion. — Guardò fissamente il suo più giovane interlocutore. — Credo che abbia già incontrato il comandante Towers.
— Sì, signore. — Aveva incontrato il capitano dello Scorpion due o tre volte nel corso degli ultimi mesi: un uomo tranquillo, sui trentacinque anni, che parlava con voce piana e con un lieve accento del New England. Aveva letto il rapporto americano sullo stato di servizio bellico della sua nave. Towers si era trovato con il suo sommergibile atomico in servizio di pattuglia in mare, fra Kiska e le Midway, quando erano scoppiate le ostilità, e, dopo aver aperto gli ordini sigillati quando aveva ricevuto il segnale convenzionale, si era immerso e aveva fatto rotta alla volta di Manila, alla massima velocità di crociera. Il quarto giorno, a nord di Iwojima, si era alzato fino ad altezza di periscopio, come prescriveva il regolamento per ogni turno di servizio diurno, e aveva trovato la visibilità molto limitata, apparentemente per qualcosa di simile a una specie di nebbia; contemporaneamente, l’indicatore del periscopio aveva registrato una altissima percentuale di radioattività. Aveva cercato di trasmettere in codice questa notizia a Pearl Harbour, ma non era riuscito a ottenere risposta; aveva allora continuato per la sua rotta, notando un aumento della radioattività a mano a mano che si avvicinava alle Filippine. La notte seguente si era messo in contatto radio con Dutch Harbour e aveva trasmesso un segnale in codice al suo ammiraglio, ma gli era stato detto che le comunicazioni erano ora irregolari e non aveva ottenuto risposta. La notte successiva aveva cercato invano Dutch Harbour. Aveva continuato la sua missione, dirigendo la rotta a nord di Luzon. Nel canale di Balingtang aveva trovato molta polvere e una radioattività di gran lunga superiore al livello letale; il vento spirava da occidente, con forza da quattro a cinque. Il settimo giorno di guerra lo aveva sorpreso nella baia di Manila mentre guardava la città attraverso il periscopio, sempre senza ordini. La radioattività atmosferica era un po’ inferiore lì, anche se sempre al disopra del punto di pericolo; lui non si era arrischiato a salire alla superficie o a spingersi oltre i moli. La visibilità era scarsa; al periscopio aveva visto una cappa di fumo che gravava sulla città ed era giunto alla conclusione che almeno una esplosione nucleare doveva aver avuto luogo in quella zona nel corso degli ultimissimi giorni. Dalla distanza di cinque miglia, nella baia, non aveva notato attività alcuna a terra. Mentre si avvicinava a riva, si era inaspettatamente incagliato nel canale, a profondità di periscopio, in un punto dove le carte nautiche indicavano un fondo più che sufficiente. Dando aria ai cassoni, si era liberato senza difficoltà, poi aveva virato di novanta gradi ed era tornato in mare aperto.
Quella notte non era riuscito a mettersi in contatto con una qualsiasi stazione americana o con una nave che potesse ritrasmettere i suoi segnali. Per riempire i cassoni aveva dovuto fare ricorso in misura eccessiva all’aria compressa, e non gli andava certo l’idea di immagazzinare aria contaminata in quella zona. Si trovava ormai in immersione da otto giorni; il suo equipaggio era ancora in discrete condizioni, anche se cominciavano a manifestarsi alcuni casi di nevrosi provocati soprattutto dall’ansia di sapere che cosa stava succedendo in patria. Era riuscito a stabilire un contatto radio con la stazione australiana di Port Moresby, nella Nuova Guinea; là le condizioni erano normali, a quanto pareva, ma quelli non erano in grado di ritrasmettere i suoi segnali.
La soluzione migliore gli era sembrata quella di puntare a sud. Era tornato a nord di Luzon e aveva fatto rotta per Yap Island, una stazione radio controllata dagli Stati Uniti. Là, la percentuale della radioattività era così bassa da poter essere considerata normale; era emerso con mare abbastanza calmo, aveva lasciato scorrere liberamente nel sottomarino l’aria pura, e, una volta riempiti di nuovo i cassoni, l’equipaggio era stato autorizzato a salire sul ponte, a turni. Entrando nella rada, aveva avuto la soddisfazione di trovare un incrociatore americano. Lo avevano indirizzato all’ancoraggio e gli avevano mandato una scialuppa; dopo aver gettato gli ormeggi, lui aveva autorizzato tutto l’equipaggio a rimanere in coperta e si era imbarcato sulla scialuppa per andare a prendere ordini dal capitano dell’incrociatore, un certo capitano Shaw. Aveva così avuto per la prima volta notizia della guerra russo-cinese che era derivata dalla guerra Russia-Nato, derivata a sua volta dal conflitto fra arabi e israeliani che aveva avuto inizio in Albania. Aveva saputo che tanto i cinesi quanto i russi avevano fatto ricorso a bombe al cobalto; la notizia giungeva per vie traverse dall’Australia, dove era arrivata dal Kenya. L’incrociatore stava aspettando a Yap una nave cisterna della flotta; si trovava là da una settimana, ma negli ultimi cinque giorni non era riuscito a mettersi in contatto con gli Stati Uniti. Il capitano aveva nelle stive combustibile sufficiente per trasferire, alla velocità più economica, la nave a Brisbane, ma non più oltre.
Il comandante Towers si era trattenuto a Yap per sei giorni, mentre le frammentarie notizie che arrivavano davano un quadro sempre più cupo della situazione. Non erano stati in grado di mettersi in contatto con una qualsiasi stazione statunitense o europea, ma nei primi due giorni avevano potuto sentire il giornale radio di Mexico City, e quanto erano venuti a sapere non sarebbe potuto essere peggiore. Poi anche quella stazione era scomparsa, e allora avevano dovuto accontentarsi di quelle di Panama, Bogotá e Valparaiso, dove non si sapeva praticamente nulla di quanto stava succedendo nel continente settentrionale. Erano riusciti a mettersi in contatto con alcune navi statunitensi in navigazione nel Pacifico del Sud, per la maggior parte a corto di combustibile come loro. Il capitano dell’incrociatore a Yap era risultato l’ufficiale più alto in grado di tutte queste navi; lui aveva preso allora la decisione che il naviglio statunitense al gran completo facesse rotta alla volta delle acque australiane e si mettesse agli ordini del comando australiano. Era stato allora trasmesso l’ordine che tutte le unità si riunissero a Brisbane. Quindici giorni dopo undici navi statunitensi si erano ritrovate in quel porto, tutte senza combustibile e con scarsissime speranze di potersene procurare. Questo era avvenuto un anno prima; le navi si trovavano ancora là.
L’energia nucleare necessaria all’U.S.S. Scorpion non era disponibile in Australia all’epoca dell’arrivo del sommergibile, ma poteva essere preparata. L’unità risultò l’unico naviglio esistente in acque australiane dotato di autonomia a largo raggio, ed era stato allora trasferito a Williamstown, l’arsenale di Melbourne, il porto più vicino al quartier generale del Ministero della Marina. Si trattava, infatti, dell’unica nave da guerra esistente in Australia sulla quale si potesse fare qualche conto. Era rimasta ferma per qualche tempo mentre veniva apprestato il combustibile nucleare, poi, sei mesi prima, era stata rimessa in attività di servizio. Aveva fatto una crociera fino a Rio de Janeiro, per rifornire un altro sommergibile atomico che si era rifugiato là, poi era tornata in bacino, a Melbourne, per rifare un pieno che sarebbe venuto a costare piuttosto caro.
Tutti questi precedenti del comandante Towers erano noti a Peter Holmes, che li passò rapidamente in rassegna mentre sedeva dinanzi alla scrivania dell’ammiraglio. L’incarico che gli era stato offerto rappresentava una novità: non c’erano stati ufficiali di collegamento australiani sullo Scorpion durante la crociera alla volta del continente sudamericano. L’idea di Mary e della piccola lo turbava e lo spinse a chiedere: — E quanto tempo durerà questo incarico, signore?
L’ammiraglio si strinse lievemente nelle spalle. — Un anno, diremmo. Immagino che questa sia la sua ultima missione, Holmes.
Il giovane rispose: — Lo so, signore. Le sono molto grato dell’opportunità che mi sta dando. — Esitò, poi chiese: — L’unità sarà in mare per tutto questo tempo, signore? Sono sposato e ho una bambina. La situazione è piuttosto complessa, oggi come oggi, rispetto a quello che era una volta, e c’è sempre qualche difficoltà a casa. E, comunque, non ci rimane ancora molto da aspettare.
L’ammiraglio annuì. — Siamo tutti sulla stessa barca, certo. Ecco perché volevo vederla prima di offrirle questo incarico. Non la rimprovererò certo se mi chiederà di esentarla, ma, in tal caso, non posso prometterle di affidarle qualche altra missione. Per ciò che riguarda il periodo di navigazione vera e propria, al termine del rifornimento, il quattro di... — diede un’occhiata al calendario — cioè fra poco più di una settimana, il sommergibile raggiungerà Cairns, Port Moresby e Port Darwin per accertarsi delle condizioni attuali in quelle località, poi farà ritorno a Williamstown. Secondo il comandante Towers, la crociera avrà la durata di undici giorni. Dopo di che, stiamo progettando una crociera più lunga, di due mesi circa.
— Ci sarà un intervallo tra queste crociere, signore?
— Direi che il sommergibile si tratterrà in arsenale per una quindicina di giorni.
— Ci sono altri programmi per il futuro?
— Nessuno, per il momento.
Il giovane ufficiale rimase per un istante meditabondo, il pensiero fisso agli acquisti, alle indisposizioni della piccola, al rifornimento del latte. Era estate, e non ci sarebbe stato bisogno di spaccare legna. Se la seconda crociera aveva inizio verso la metà di febbraio, sarebbe stato di nuovo a casa per la metà di aprile, prima che la temperatura si facesse così fredda da rendere indispensabile il riscaldamento. Forse il fattore avrebbe potuto rifornire Mary di legna da ardere, se lui fosse rimasto assente più a lungo, ora che gli aveva procurato le ruote per il rimorchio. Sarebbe stato opportuno per lui accettare, se la situazione non peggiorava ulteriormente. Ma se fosse venuta a mancare la distribuzione dell’elettricità, o se la radioattività si fosse allargata a sud più rapidamente di quanto gli scienziati pensavano... Ma era meglio non avanzare ipotesi del genere.
Mary si sarebbe irritata moltissimo se avesse rifiutato l’incarico e sacrificato la propria carriera. Era figlia di un ufficiale di marina, nata e cresciuta a Southern, nel sud dell’Inghilterra; l’aveva conosciuta a una festa da ballo sull’Indefatigable, mentre si trovava in servizio in Inghilterra presso la Regia Marina. Lei gli avrebbe certo consigliato di accettare il posto.
Sollevò la testa. — Va bene per queste due crociere, signore — disse. — Sarà possibile poi rivedere la situazione? Non è facile fare piani per il futuro per ciò che riguarda la casa, con quello che sta succedendo.
L’ammiraglio rimase un momento pensieroso. Date le incostanze, era ragionevole che un uomo rivolgesse una richiesta del genere, specie un uomo appena sposato e con una bambina ancora in fasce. Il caso era nuovo, perché i posti disponibili risultavano pochissimi, ma lui non poteva certo aspettarsi che quell’ufficiale accettasse una missione in mare, lontano dalle acque australiane, negli ultimissimi mesi. Annuì. — Possiamo fare così, Holmes. Le affido l’incarico per cinque mesi, fino al trentuno di maggio. Si presenti di nuovo a rapporto da me quando tornerà dalla seconda crociera.
— Benissimo, signore.
— Prenderà servizio sullo Scorpion martedì, primo gennaio. Se aspetta qui fuori un quarto d’ora, le farò consegnare la lettera di nomina per il capitano. Il sommergibile è ormeggiato a Williamstown accanto alla Sidney, la sua nave base.
— Lo so, signore.
L’ammiraglio si alzò. — Va bene, tenente. — Gli tese la mano. — Tutti i miei auguri per la sua missione.
Peter Holmes strinse energicamente la mano che gli veniva tesa. — Grazie per avermi preso in considerazione, signore. — Prima di uscire dalla stanza, si fermò. — Sa per caso se il comandante Towers è a bordo oggi? — chiese. — Dato che sono qui, potrei fare un salto laggiù per presentargli le mie credenziali e magari visitare la nave. Mi piacerebbe farlo prima di entrare in servizio.
— Per quello ne so, è a bordo — rispose l’ammiraglio. — Può informarsene attraverso la Sidney. Se ne interesserà il mio segretario. — Diede un’occhiata all’orologio. — C’è un trasporto che parte dal cancello principale alle undici e mezzo. Potrebbe prendere quello.
Venti minuti dopo Peter Holmes era seduto accanto al conducente del camion elettrico che faceva servizio da trasporto fino a Williamstown, scivolando in silenzio per le strade deserte. Una volta quel camion era stato adoperato come furgone da un grande magazzino di Melbourne, ma al termine della guerra le autorità lo avevano requisito e dipinto del color grigio della Marina. Ora procedeva a un massimo di trenta chilometri all’ora, senza trovare l’ostacolo di un altro qualsiasi traffico. Raggiunse l’arsenale a mezzogiorno, e Peter Holmes si spinse a piedi fino al posto d’ancoraggio occupato dalla H.M.A.S. Sidney, una portaerei immobilizzata accanto al molo. Salì a bordo e scese nel quadro degli ufficiali.
C’erano soltanto una dozzina di ufficiali nel vasto locale, e sei di essi indossavano l’uniforme da fatica di gabardine kaki della marina statunitense. Fra loro c’era il capitano dello Scorpion, che si fece avanti, sorridendo, per ricevere Peter. — Sono molto contento che sia venuto, tenente.
Peter Holmes disse: — Speravo non le sarebbe spiaciuto, signore. Devo prendere servizio solo martedì, ma, già che mi trovavo al Ministero della Marina, ho pensato che forse sarebbe stato contento se fossi venuto per pranzo e magari per dare una occhiata alla nave.
— Oh, certo — rispose il capitano. — Sono stato molto contento quando l’ammiraglio Grimwade mi ha comunicato che le avrebbe affidato l’incarico di unirsi a noi. Mi permetta di presentarle i miei, ufficiali. — Si rivolse agli altri. — Questo è il mio ufficiale subalterno, il signor Farrell, e questo il mio ufficiale di macchina, il signor Lundgren. — Sorrise. — Occorre personale altamente specializzato per far funzionare i nostri motori. E questi sono il signor Benson, il signor O’Doherty e il signor Hirsch. — I giovani si inchinarono, un po’ goffamente. Il capitano tornò a voltarsi verso Peter. — Che ne direbbe di un bicchiere prima di pranzo, tenente?
L’australiano rispose: — Oh, grazie mille. Prenderò un gin rosa. — Il capitano premette il campanello sulla paratia. — Quanti ufficiali ha con voi sullo Scorpion, signore?
— Undici, complessivamente. Si tratta di un sottomarino come si deve, e abbiamo quattro ufficiali di macchina.
— Dovete avere una sala ufficiali molto grande.
— Ci si sta piuttosto stretti quando ci siamo tutti assieme, ma una cosa del genere capita piuttosto di rado a bordo di un sottomarino. Comunque, le abbiamo riservato una cuccetta, tenente.
Peter sorrise. — Tutta per me, o dovrò avvicendarmi a turno con qualcun altro?
Parve che l’osservazione lasciasse un po’ sconcertato il capitano. — Oh, no certo. Tutti gli ufficiali e tutti i marinai hanno una cuccetta singola sullo Scorpion. — In risposta alla chiamata, il cameriere di bordo comparve sulla soglia. Il capitano disse: — Ci vuole portare un gin rosa e sei aranciate?
Peter si sentì molto imbarazzato, e si sarebbe preso a calci per l’errore commesso. Fermò il cameriere. — Lei non beve in porto, signore?
Il capitano sorrise. — Oh, no. È una cosa che lo zio Sam non apprezza. Ma lei faccia pure. È una nave inglese, questa.
— Preferirei fare come lei, se non le dispiace — replicò Peter. — Sette aranciate.
— Sette allora — fece il capitano, con disinvoltura. Il cameriere scomparve. — Ci sono marine che adottano un sistema e ci sono marine che ne adottano un altro — osservò. — Ma, da quanto ho potuto vedere, non ci sono mai grandi differenze alla fine.
Pranzarono sulla Sidney, una dozzina di ufficiali in fondo a una delle lunghissime tavole vuote. Poi passarono sullo Scorpion, ormeggiato sotto bordo. Era il più grande sottomarino che Peter Holmes avesse mai visto; dislocava circa seimila tonnellate, e le sue turbine atomiche sviluppavano più di diecimila cavalli. Oltre agli undici ufficiali, aveva un equipaggio di una settantina di uomini, fra sottufficiali e marinai. Tutti costoro lavoravano e dormivano in un vero labirinto di tubi e di fili, come capita in tutti i sottomarini, ma l’unità era ottimamente attrezzata per i tropici, con un perfetto condizionatore d’aria e un immenso impianto frigorifero. Peter Holmes non era ufficiale di sottomarini e non poteva quindi dare giudizi dal punto di vista tecnico, ma il capitano gli spiegò che lo scafo rispondeva docilmente ai controlli ed era perfettamente manovrabile malgrado la sua lunghezza.
La maggior parte dell’armamento e delle riserve belliche era stata scaricata durante le operazioni di rifornimento, e tutti i lanciasiluri, a eccezione di due, erano stati tolti. In questo modo veniva a rimanere maggior spazio per comodità assolutamente insolite in un sottomarino, e la scomparsa di sei tubi di lancio di poppa e della scorta dei siluri aveva reso meno faticose per gli specialisti le condizioni della sala macchine. Peter passò un’ora in questa parte della nave con l’ufficiale di macchina, il tenente Lundgren. Non aveva mai prestato servizio su una nave atomica, e le attrezzature, protette per la massima parte dal segreto militare, rappresentavano una novità per lui. Gli fu necessario un po’ di tempo per farsi un quadro generale del circuito a sodio liquido destinato a raffreddare il reattore, dei vari distributori di calore, dei circuiti a ciclo chiuso di elio per le due turbine accoppiate ad altissima velocità che azionavano la nave mediante enormi ingranaggi riduttori, molto più grandi e molto più sensibili di qualsiasi altro attrezzo dell’impianto motore.
Tornò poi nella minuscola cabina del capitano. Il comandante Towers chiamò con una scampanellata il cameriere, ordinò due caffè e aprì per Peter la poltrona pieghevole. — È andato a dare una occhiata alle macchine? — chiese.
L’australiano annuì. — Non sono un tecnico — rispose. — Molto di quanto ho visto supera la mia comprensione, ma è stato molto interessante. Le danno molti fastidi, quei motori?
Il capitano scosse la testa. — Non me ne hanno mai dati, fino a oggi. Ma se si guastassero mentre siamo in navigazione, ci resterebbe ben poco da fare. Ci resta solo da fare i debiti scongiuri e da sperare che continuino a funzionare.
Venne servito il caffè, che bevvero in silenzio. — Ho l’ordine di prendere servizio martedì — disse poi Peter. — A che ora preferisce che mi presenti?
— Salperemo martedì per prove in mare aperto — rispose il capitano. — Dovrebbe essere mercoledì, ma non credo che ritarderemo tanto. Imbarcheremo il necessario lunedì, e l’equipaggio dovrà trovarsi a bordo.
— Sarà meglio allora che prenda servizio lunedì — disse l’australiano. — Andrebbe bene nel pomeriggio?
— Andrebbe benissimo. Conto che saremo pronti a salpare martedì a mezzogiorno. Ho avvertito l’ammiraglio che mi andrebbe di fare una piccola crociera nello stretto di Bass, per rientrare magari venerdì e presentare un particolareggiato rapporto sulle attuali condizioni di navigabilità del sommergibile. Secondo me, andrebbe benissimo se si presenterà a una qualsiasi ora del pomeriggio di lunedì.
— C’è qualcosa che intanto posso fare per lei? Sono pronto a presentarmi domenica, se questo le riesce di qualche utilità.
— La ringrazio molto, tenente, ma non è proprio il caso. Una metà dell’equipaggio è in questo momento in franchigia, e domani nel pomeriggio metterò in libertà l’altra metà per il finesettimana. Sabato e domenica resteranno a bordo soltanto un ufficiale e sei uomini di guardia. No, lunedì nel pomeriggio sarà più che sufficiente per lei. — Guardò Peter. — Qualcuno le ha per caso detto che cosa vogliono che facciamo?
L’australiano rimase sorpreso. — Non l’hanno messa al corrente, signore?
L’americano rise. — No certo. A quanto pare, l’ultima persona a venire a conoscenza degli ordini di servizio è il capitano.
— Il vice-ammiraglio mi ha mandato a chiamare per affidarmi questo incarico. Mi ha detto che avremmo fatto una crociera a Cairns, Port Moresby e Darwin, una crociera che avrebbe richiesto undici giorni.
— Il suo capitano Nixon, dell’Ufficio Operazioni, mi ha chiesto quanto tempo ci sarebbe voluto — osservò il capitano. — Ma non mi sono stati ancora trasmessi ordini in proposito.
— L’ammiraglio mi ha detto stamattina che, terminata questa missione, ci sarebbe stata un’altra missione molto più lunga, della durata di due mesi circa.
Il capitano Towers si irrigidì, la chicchera sospesa a mezz’aria. — Ecco qualcosa che mi riesce nuovo — mormorò. — E le ha detto dove dovevamo andare?
Peter scosse la testa. — Ha detto soltanto che sarebbero stati necessari due mesi circa.
Seguì un breve silenzio. Poi l’americano si scosse e sorrise. — Credo che, se capiterà qui stanotte, mi troverà intento a studiare le carte nautiche — mormorò. — E domani notte, e dopodomani notte ancora.
L’australiano giudicò opportuno dare alla conversazione un tono più frivolo. — Ha qualche progetto per il fine-settimana? — domandò.
Il capitano scosse la testa. — Rimarrò qui. Forse, un pomeriggio, andrò in città, al cinema.
Era un programma di fine settimana niente affatto allettante per uno straniero lontano dalla patria, in terra straniera. Peter disse: — Le alletterebbe l’idea di venire a Falmouth per un paio di notti, signore? Abbiamo una stanza da letto per gli ospiti. Questa estate abbiamo passato la maggior parte del nostro tempo al circolo della vela, a nuotare e a uscire in barca. Mia moglie sarebbe molto contenta se accettasse di venire.
— Molto gentile da parte sua — rispose il capitano, pensieroso. Bevve un altro sorso di caffè mentre considerava la proposta. Era raro che gli abitanti dell’emisfero settentrionale riuscissero ad amalgamarsi bene con quelli dell’emisfero meridionale. Troppe cose li dividevano, un vero e proprio abisso si apriva fra le rispettive esperienze, una vera e propria barriera si drizzava fra di loro. Lo sapeva perfettamente, e sapeva anche che doveva saperlo quel marinaio australiano, malgrado il suo invito. Ma sentiva che, per dovere puro e semplice, gli sarebbe piaciuto conoscere meglio quell’ufficiale di collegamento. Se doveva comunicare per mezzo suo con il Comando Navale Australiano gli sarebbe piaciuto sapere che tipo di uomo era, e ciò rappresentava un punto in favore della visita a casa sua. Quel cambiamento lo avrebbe comunque sollevato dalla depressione che lo tormentava ormai da qualche mese; per quanto imbarazzante potesse apparirgli la situazione, sarebbe stato sempre meglio che non un fine-settimana a bordo della portaerei vuota ed echeggiante, con l’unica compagnia dei propri pensieri e dei propri ricordi.
Abbozzò un sorriso mentre appoggiava la chicchera sul tavolino. Sarebbe stato imbarazzante se si fosse recato là, ma sarebbe stato ancora più imbarazzante se avesse rifiutato senza tanti complimenti il cortese invito di quel suo nuovo ufficiale. — È sicuro che la mia visita non rappresenterà un disturbo per sua moglie? — chiese. — Con una bambina ancora in fasce?
Peter scosse la testa. — Ne sarà lietissima — rispose. — Sarà una distrazione anche per lei. Data la situazione, non le capita spesso di vedere facce nuove. Naturalmente, anche la presenza della bambina complica un po’ le cose.
— Mi andrebbe l’idea di venire per una sera, certo — disse l’americano. — Domani dovrò rimanere qui, ma mi piacerebbe molto capitare da voi sabato per una nuotata. È molto, moltissimo tempo che non nuoto più. Se venissi da voi con il treno di sabato mattina andrebbe bene? Domenica sera, comunque, dovrò trovarmi qui.
— Verremo a prenderla alla stazione. — Discussero un po’ l’orario dei treni, poi Peter chiese: — Sa andare in bicicletta? — E, alla risposta affermativa: — Le farò trovare una bici alla stazione. Abitiamo a circa due miglia di distanza.
Il comandante Towers disse: — Andrà benissimo così. — La rossa Oldsmobile si stava trasformando per lui in qualcosa di simile a un sogno. Erano passati solo quindici mesi da quando l’aveva guidata fino all’aeroporto, ma ora quasi non riusciva a ricordare che aspetto avesse il cruscotto o da che parte fosse la leva per regolare il seggiolino. Doveva essere ancora nel garage della sua casa del Connecticut, intatta forse, con tutte le altre cose alle quali si era imposto di non pensare più. Era necessario vivere nel mondo nuovo e fare del proprio meglio per dimenticare il vecchio; ora c’era la bicicletta a una stazione ferroviaria australiana.
Peter si congedò per prendere il furgone che lo riportava al Ministero della Marina; ritirò la lettera di nomina e le ruote, poi saltò sul tram diretto alla stazione. Fu di ritorno a Falmouth verso le sei, assicurò alla meno peggio le ruote al manubrio della bicicletta, si tolse la giacca e pedalò energicamente su per la salita fino a casa. Arrivò una mezz’ora dopo, fradicio di sudore perché il pomeriggio era molto caldo e trovò Mary freschissima, in abito estivo, al tonificante ronzio dell’innaffiatore a spruzzo del prato.
Lei gli venne incontro. — Oh, Peter, come sei accaldato! — esclamò. — Vedo che sei riuscito a trovare le ruote.
Annuì. — Mi spiace di non essere potuto venire alla spiaggia.
— Immaginavo che ti avrebbero trattenuto. Siamo tornate a casa alle cinque e mezzo. Come è andata allora con quell’appuntamento?
— È una storia molto lunga. — Andò a riporre bicicletta e ruote sulla veranda. — Adesso faccio una doccia, poi ti racconterò tutto.
— Notizie buone o cattive?
— Buone. Navigherò fino ad aprile. Poi, basta.
— Oh, Peter! — esclamò lei. — Ma è meraviglioso, semplicemente. Va’ a fare la tua doccia e, quando ti sentirai più fresco, raccontami tutto. Porterò fuori le sdraio, e c’è una bottiglia di birra in ghiacciaia.
Un quarto d’ora dopo, perfettamente a suo agio nella camicia dal collo aperto e nei calzoni di tela, le disse della proposta che aveva accettato. Poi le chiese: — Hai mai avuto occasione di conoscere il comandante Towers?
Lei scosse la testa. — Jane Freeman ha incontrato tutti gli ufficiali americani in occasione della festa a bordo della Sidney, e dice che è una persona molto simpatica. Come te la caverai sotto di lui?
— Benissimo, credo. È un ufficiale che conosce il fatto suo. Forse, nei primi tempi, mi troverò un po’ a disagio a bordo di una nave americana. Ma devo riconoscere che mi sono sembrati tutti a posto. — Rise. — Ho commesso subito un grosso errore ordinando un gin rosa. — Le raccontò come erano andate le cose.
Lei annuì. — Proprio come mi ha detto Jane. Bevono a terra, ma non a bordo. Anzi, credo che, in divisa, non bevano mai. Avevano una specie di cocktail di frutta piuttosto scoraggiante. Tutti gli altri, invece, trincavano come tanti lavandini.
— L’ho invitato per il fine-settimana — le disse. — Arriverà sabato mattina.
Lo guardò, con aria costernata. — Chi? Il comandante Towers?
Annuì. — Ho sentito di doverlo fare. Si troverà perfettamente a suo agio.
— Oh, Peter... no! Non si trovano mai a loro agio. È terribilmente penoso per loro entrare nelle case altrui.
Fece del suo meglio per rassicurarla. — Oh, ma è diverso, quello. È abbastanza avanti con gli anni, per prima cosa. Credimi, si troverà perfettamente a suo agio.
— Proprio quello che pensavi quando hai invitato quel capitano della RAF — replicò. — Sì, quello... non ricordo più come si chiamasse... quello che ha incominciato a piangere.
Non gli andava di ricordare quella sera. — È piuttosto difficile per loro, lo so — ammise. — Entrare in una casa altrui dove ci sono bambini e simili. Ma, in tutta sincerità, il capitano Towers non farà certo scene del genere.
Lei si rassegnò all’inevitabile. — Per quanto tempo si fermerà?
— Per una notte soltanto — le rispose. — Per domenica deve essere di nuovo a bordo dello Scorpion.
— Se è per una notte soltanto, forse la situazione non è poi tanto brutta... — Rimase immobile per qualche istante, la fronte corrugata. — Ma dovremo fare in modo da distrarlo continuamente, da tenerlo sempre occupato. Non deve mai avere un solo momento vuoto. Ecco l’errore che abbiamo commesso con quel tale della RAF. Che cosa gli va di fare?
— Nuotare — rispose. — Vuole fare una bella nuotata.
— Andare a vela? C’è una corsa sabato.
— Non gliel’ho chiesto. Ma credo che gli piaccia. È precisamente il tipo d’uomo da amare la vela.
Lei bevve un sorso di birra. — Potremmo portarlo al cinema — mormorò, pensierosa.
— Che cosa danno?
— Non lo so. Ma non importa, purché riusciamo a tenerlo occupato.
— Sarebbe brutta se fosse un film sull’America — osservò. — Magari ci potrebbero essere riprese girate proprio nella sua città natale.
Lo guardò, costernata. — Oh, sarebbe davvero spaventoso! Dov’è la sua città natale, Peter? In quale parte dell’America?
— Non lo so. Non lo immagino nemmeno lontanamente.
— Oh, mio Dio! Dobbiamo fare qualcosa per tenerlo occupato la sera, Peter. Un film inglese sarebbe più sicuro, ma può darsi che ci sia e può darsi che no.
— Potremmo dare una festa — suggerì.
— Faremo così, se non ci sono film inglesi. E sarà meglio, in qualunque modo. — Dopo qualche istante di meditazione, chiese: — Era sposato, vero?
— Non so, ma direi di sì.
— Credo che Moira Davidson potrebbe esserci di molto aiuto — mormorò pensierosa. — Se non ha altro da fare.
— E se non è ubriaca — osservò lui.
— Non è sempre ubriaca — replicò la moglie. — E poi, è il tipo adatto per dare vivacità a una festa.
Lui considerò la proposta. — Non è una cattiva idea — ammise. — Io le direi subito che cosa deve fare. Mai un momento di noia. — Una pausa. — A letto o fuori.
— Non è un tipo del genere, lo sai benissimo.
Sorrise. — Fa’ tu come meglio credi.
Telefonarono quella sera a Moira Davidson e avanzarono la proposta. — Peter si è sentito in dovere di invitarlo — le spiegò Mary. — È il suo nuovo capitano, capisci. Ma sai anche tu come sono e che cosa provano quando entrano in qualche casa altrui dove ci sono bambini, odore di birra, poppatoi in una cogoma di acqua calda e altre cose del genere. Così abbiamo pensato di ripulire ben bene la casa, di far scomparire tutto e di cercare di farlo divertire... senza un solo momento di noia, capisci. Il guaio è che, con Jennifer, non posso prodigarmi molto. Potresti venire a darci una mano, cara? Temo che questo significhi un letto da campo in anticamera o sulla veranda, se preferisci. Ma è solo per sabato e domenica. Tenerlo continuamente occupato: ecco che cosa abbiamo pensato. Mai un momento di noia. Abbiamo progettato per sabato sera una festa alla quale invitare diversa gente.
— Le prospettive non sono certo rosee — rispose la signorina Davidson. — Mettiamo bene in chiaro una cosa: è per caso uno di quei tipi maledettamente attaccaticci? Comincerà a piangermi fra le braccia e a dirmi che sono come la sua defunta moglie, tale e quale? C’è anche chi fa così.
— Non saprei — rispose Mary, incerta. — Non l’ho mai visto. Aspetta un momento e lo chiedo a Peter. — Dopo qualche istante tornò all’apparecchio. — Moira? Secondo Peter, è più probabile che cominci a prenderti a pugni, una volta che è ubriaco.
— Meglio così! — esclamò la signorina Davidson. — Va bene, verrò sabato mattina. A proposito, ho rinunciato al gin.
— Rinunciato al gin?
— Ti corrode, il gin. Ti perfora l’intestino e ti procura le ulcere. Lo bevevo ogni mattina, e adesso ci ho rinunciato. È cognac, ora. Direi che sei bottiglie sono sufficienti... per un fine-settimana. Puoi bere cognac fino a quando ti pare.
Il sabato mattina Peter Holmes scese alla stazione di Falmouth con la bicicletta. E là trovò Moira Davidson, una ragazza esile, dai capelli biondi e diritti e dal viso pallido, figlia di un allevatore proprietario della stazione di Harkaway, nei dintorni di Berwick. Era arrivata alla stazione con un carrozzino a quattro ruote, recuperato da chissà quale stalla abbandonata e rimesso in ordine un anno prima a chissà quale prezzo; fra le stanghe c’era una stupenda e vivacissima giumenta grigia. Lei indossava calzoni di tela di un rosso acceso e una camicia dello stesso colore, in perfetta armonia con le labbra, le unghie delle mani e quelle dei piedi. Richiamò con ampi cenni della mano Peter, che si affrettò a raggiungerla, poi scese a terra e legò le redini a un palo orizzontale di ferro dove una volta i passeggeri facevano la fila prima di salire sull’autobus.
— Buongiorno, Peter — disse. — Il suo amico non si è ancora fatto vedere?
— Arriverà con il prossimo treno — rispose. — A che ora è partita da casa? — Lei doveva percorrere più di trenta chilometri per raggiungere Falmouth.
— Alle otto. Una cosa terribile.
— Ha preso qualcosa prima di uscire?
Lei annuì. — Cognac. E ne prenderò un altro prima di rimettermi a cassetta.
Peter cominciò a preoccuparsi. — Non ha mangiato niente?
— Mangiato? Uova al prosciutto e altre porcherie del genere? Mio caro ragazzo, i Syme hanno dato una festa ieri sera. E la semplice idea di mangiare mi dà la nausea.
Si avviarono assieme verso la banchina. — A che ora è andata a letto? — le domandò.
— Più o meno, alle due e mezzo.
— Non so come riesca a resistere. Io non ce la farei.
— Io ce la faccio, invece. Posso resistere fino a quando sarà necessario, e non ci resta più molto ormai. In sostanza, voglio dire che non mi va l’idea di sciupare il tempo dormendo. — Uscì in una risata, un po’ aspra. — Sarebbe una sciocchezza.
Non rispose, perché lei aveva ragione, senza dubbio, anche se lui la pensava diversamente. Rimasero ad aspettare fino a quando il treno arrivò, poi mossero incontro al comandante Towers, sulla banchina. Lui era in borghese: giacca grigia e calzoni marroni, di taglio spiccatamente americano, che lo facevano subito apparire come uno straniero in mezzo alla folla.
Peter Holmes fece le presentazioni. Mentre si allontanavano dalla banchina, l’americano disse: — Sono anni che non vado più in bicicletta. Probabilmente finirò per cadere.
— Abbiamo trovato una soluzione migliore per lei — rispose Peter. — Moira ha portato la sua carriola.
L’americano corrugò la fronte. — Non capisco.
— Macchina sportiva — precisò la ragazza. — Jaguar XK 140. Thunderbird per lei, se non mi sbaglio. Modello nuovissimo, a un solo cavallo, ma in piano riesce anche a fare i suoi tredici o quattordici chilometri all’ora. Cristo, ho proprio voglia di bere qualcosa!
Quando raggiunsero la vettura con la giumenta grigia fra le stanghe, lei andò a sciogliere le redini. L’americano si fermò qualche passo indietro, a guardare quell’elegantissimo equipaggio che scintillava al sole. — Accidenti! — esclamò. — Una bella carretta davvero si è procurata.
Moira arretrò un po’ e disse: — Una carretta! Ecco la parola adatta. Perché è una carretta, vero? Bene, Peter, non faccia quella faccia. È quello che è. Abbiamo una Customline ferma in garage, comandante Towers, ma non posso adoperarla. Una carretta! Avanti, salga, e io mi metterò accanto a lei e le farò vedere come va.
Towers prese posto e la ragazza si mise a sedere vicino a lui.
— Ho qui la bicicletta, io — disse Peter. — Vi precederò e ci troveremo a casa.
Moira prese la frusta, fece girare la giumenta e la mise al trotto su per la strada, dietro la bicicletta. — Devo fare una cosa prima di lasciare la città — mormorò al suo compagno: — bere. Peter è simpaticissimo, e anche Mary, ma non bevono abbastanza. Mary dice che l’alcol dà le coliche alla pupa. Spero che non le spiaccia. Lei, se preferisce, può prendere una coca o simili.
Il comandante Towers si sentiva perplesso e sollevato a un tempo. Non ricordava più da quanto non aveva più a che fare con ragazze di quel tipo. — Farò come lei — rispose. — In questo ultimo anno ho buttato giù coca sufficiente a far galleggiare il mio sommergibile ad altezza di periscopio. Qualcosa di alcolico non mi spiacerebbe davvero.
— Siamo in due, allora — osservò lei. Fece svoltare, con una certa qual maestria, il suo equipaggio sul corso. Parcheggiate diagonalmente lungo il marciapiede c’erano alcune macchine ab bandonate; erano là da più di un anno. Il traffico era così scarso che non rappresentavano certo un ostacolo, e non si era trovato quel minimo di benzina indispensabile per rimorchiarle altrove. Lei andò a fermarsi davanti al Pier Hotel e scese; legò le redini al paraurti di una delle macchine ed entrò con il suo compagno nella Sala per Signore.
Lui chiese: — Che cosa posso ordinare per lei?
— Un cognac doppio.
— Acqua?
— Un po’ soltanto, e molto ghiaccio.
Dopo aver trasmesso l’ordine al barista, rimase per qualche istante incerto, mentre la ragazza lo osservava. Non era neppure il caso di parlare di rye, e lo scotch mancava ormai da molti mesi. Senza una ragione precisa, il whisky australiano lo lasciava profondamente sospettoso. — Non bevo mai cognac a questo modo — osservò. — Com’è?
— Delizioso. Mette addosso un formicolio che è una meraviglia. E non fa male. Proprio per questo lo bevo.
— Credo che mi atterrò al whisky. — Lo ordinò, poi tornò a voltarsi verso di lei, divertito. — Beve piuttosto forte, vero?
— È quello che mi dicono tutti. — Prese il bicchiere che le era stato appoggiato davanti e pescò fuori dalla borsetta un pacchetto di sigarette, di una miscela di tabacco sudafricano e australiano. — Ne vuole una? Sono orribili, ma non sono riuscita a procurarmi altro.
Gliene offrì una delle sue, egualmente orribili, e gliel’accese. Lei soffiò fuori dalle narici una lunga nuvola di fumo. — È qualcosa di nuovo, tanto per cambiare. Come si chiama?
— Dwight — rispose. — Dwight Lionel.
— Dwight Lionel Towers — ripeté. — Io sono Moira Davidson. Abbiamo un allevamento di bestiame a una ventina di miglia da qui. Lei è il capitano del sottomarino, vero?
— Precisamente.
— Le va il suo lavoro? — gli chiese, cinicamente.
— Era un onore ricevere un comando del genere — le rispose, adagio. — E credo che lo sia ancora.
Lei abbassò gli occhi. — Mi spiace di averglielo chiesto. Ma, quando non sono piena di alcol, divento un vero maiale. — Vuotò il bicchiere di un fiato. — Me ne ordini un altro, Dwight.
Egli obbedì, mentre, per ciò che lo riguardava, continuava ad avere dinanzi a sé il suo whisky. — Mi dica — chiese la ragazza, — che cosa fa quando è libero? Gioca a golf? Va in vela? Va a pescare?
— Vado a pescare, in genere. — Gli balenò alla memoria un lontano fine-settimana con Sharon alla penisola di Gaspé, ma si affrettò a pensare ad altro. Doveva concentrarsi sul presente e dimenticare il passato. — Fa troppo caldo per giocare a golf — disse. — Il tenente Holmes ha accennato a una nuotata.
— Già — fece lei. — C’è una regata questo pomeriggio al club. Le va l’idea?
— Certo. — Nella sua voce c’era una nota di soddisfazione. — E che tipo di barca ha?
— Un affare che si chiama Gwen Dodici — gli rispose. — È una specie di scatola a prova d’acqua, con una vela. Non so se ha intenzione di pilotarla personalmente. In caso contrario, farò io equipaggio con lei.
— Se dobbiamo andare a vela — disse lui, deciso — faremo meglio a smetterla di bere.
— Non farò certo equipaggio con lei se continuerà a essere marina statunitense dalla testa ai piedi — replicò lei. — Le nostre navi non sono secche come le vostre.
— E va bene — fece lui, conciliante. — Allora sarò io a fare equipaggio con lei.
Lei lo guardò fissamente. — Le è mai capitato che qualcuno le spaccasse una bottiglia in testa?
Sorrise. — Oh, un mucchio di volte.
Vuotò il bicchiere. — Bene, ne prenda un altro.
— No, grazie. Gli Holmes si staranno chiedendo che cosa diavolo ci è successo.
— Oh, lo sanno — rispose la ragazza.
— Andiamo, voglio vedere il mondo dall’alto di quella vettura. — La pilotò verso la porta.
Lei lo lasciò fare, senza opporre resistenza. — È una carriola — disse.
— Niente affatto. Siamo in Australia ora. È una vettura.
— Ha torto invece — replicò. — È una di quelle carriole che chiamano buggy. Un buggy di Abbot. Ha più di settanta anni. Papà dice che è stato costruito in America.
Lui considerò il veicolo con rinnovato interesse. — Dico — esclamò — mi stavo appunto chiedendo dove l’avevo già visto. Mio nonno ne aveva uno proprio come questo, in legnaia, nel Maine, quando ero ragazzo.
Non doveva lasciargli pensare al passato. — Le stia vicino alla testa mentre la faccio retrocedere — disse. — Non se la cava troppo bene quando deve andare indietro. — Si issò al posto di guida e torse crudelmente la bocca della giumenta, in modo che lui avesse da darsi da fare. La giumenta si inalberò un po’ e lo sfiorò con una zampa anteriore; Towers riuscì a farla girare verso la strada, poi saltò accanto alla ragazza, mentre si avviavano al trotto. Moira disse: — È ancora fresca adesso. Ma appena comincerà la salita, si calmerà. Queste maledette strade di asfalto... — L’americano si tenne saldo ai braccioli mentre uscivano dalla città; la bestia continuava a scivolare e a barcollare su quella superficie liscia, e lui si chiese più di una volta come faceva una ragazza a portare tanto male un cavallo.
Arrivarono alla casa degli Holmes pochi minuti dopo, con la giumenta in un mare di sudore. Il tenente e sua moglie vennero loro incontro. — Devi scusarci se abbiamo fatto tardi — disse freddamente la ragazza. — Quando siamo passati davanti a un bar, il comandante Towers ha voluto assolutamente fermarsi.
Peter osservò: — Mi sembra che abbiate recuperato il tempo perduto.
— Abbiamo fatto una bella galoppata — ammise il comandante. Scese e venne presentato a Mary. Poi si rivolse alla ragazza. — E se facessi passeggiare un po’ la bestia avanti e indietro fino a quando non si è ripresa?
— Benissimo — concesse Moira. — Sarà bene toglierle i finimenti e portarla nel recinto... Peter le farà vedere dov’è. Io aiuterò Mary per il pranzo. Peter, Dwight vuole pilotare la sua barca questo pomeriggio.
— Ma non ho mai detto niente di simile — protestò l’americano.
— Certo che lo ha detto. — Guardò la giumenta, lieta che suo padre non fosse lì a vederla. — La massaggi ben bene con qualcosa; c’è una coperta sul retro, sotto l’avena. Le darò da bere più tardi, dopo che anche noi avremo buttato giù qualcosa.
Quel pomeriggio Mary rimase a casa con la bambina, per dedicarsi tranquillamente ai preparativi per la festa di quella sera; Dwight Towers, in compagnia di Peter e di Moira, raggiunse faticosamente in bicicletta il circolo della vela. Portarono gli asciugamani legati intorno al collo e i costumi da bagno infilati in tasca; appena arrivati si cambiarono perché prevedevano che, nel corso della navigazione, si sarebbero bagnati. La barca era una specie di scatola di legno compensato con un minuscolo pozzetto e una velatura più che discreta. Dopo aver preparato tutto, la spinsero in acqua e arrivarono sulla linea di partenza con cinque minuti di anticipo; l’americano era al timone, Moira lo aiutava e Peter seguiva la regata dalla riva.
Erano partiti in costume da bagno, Dwight Towers con un vecchio paio di calzoncini, la ragazza con un due pezzi bianco. Manovrarono per qualche minuto al tiepido sole, dietro la linea di partenza, incrociando fra una dozzina di altre imbarcazioni di classi varie che partecipavano alla regata. Il comandante non andava più in vela da molti anni ormai e non aveva mai pilotato uno scafo di quel tipo, ma si accorse in breve che rispondeva bene ai comandi e che doveva essere molto veloce. Si sentiva pieno di fiducia e, al colpo di cannone, tagliarono quinti la linea di partenza della gara che comportava tre giri di un campo di regata triangolare.
Come capita sempre nella baia di Port Phillip, il vento era piuttosto teso. Al termine del primo giro si era ancora rinforzato, e loro navigavano ormai con il parapetto a fior d’acqua; il comandante Towers era troppo occupato con le vele e la barca per avere tempo di badare ad altro. Iniziarono il secondo giro virando fra nuvole di schiuma che brillavano al sole come diamanti; la manovra concentrò tutta la sua attenzione, e lui non si accorse che la ragazza aveva spinto con un piede un angolo della vela maestra sotto la bietta, in modo da mandarla ad aggrovigliare con il fiocco. Arrivarono alla boa e lui virò alla perfezione, dando di barra e allentando la vela, ma questa, dopo essersi gonfiata un poco, si irrigidì. Una raffica di vento li investì, la ragazza si affrettò ad allentare il fiocco, e subito allora l’imbarcazione si piegò e le vele andarono a colpire di piatto l’acqua. Un attimo dopo stavano nuotando accanto allo scafo.
Lei disse, con tono di accusa: — Non ha mollato la vela principale! — Poi aggiunse: — Accidenti! Mi sta saltando il reggipetto!
Era infatti riuscita a dare uno strappo al nodo dietro le spalle mentre si buttava in acqua, e ora il reggipetto le galleggiava accanto. Lo prese e disse: — Portiamoci dall’altra parte e sediamoci al centro dello scafo. Reggerà benissimo. — E prese a mulinare energiche bracciate accanto a lui.
Videro in distanza la candida imbarcazione della pattuglia di soccorso virare di bordo e dirigersi verso di loro. Brontolò al suo compagno: — Ecco che vengono a recuperarci. Ma procediamo con ordine. Mi aiuti a rimettere questo affare prima che arrivino, Dwight. — Avrebbe potuto sbrigarsela benissimo da sola, ma questo non faceva parte dei suoi piani. — Così va bene... un nodo molto stretto. No, non stretto fino a questo punto; non sono una giapponese, io. Così va bene. E adesso raddrizziamo lo scafo e continuiamo la regata.
Si arrampicò sulla carena che sporgeva orizzontalmente dall’acqua e si drizzò in piedi, afferrandosi al parapetto, mentre lui si tuffava, un po’ perplesso sia per le linee snelle del corpo di quella ragazza che per la sua sfacciataggine. Spinse con tutte le proprie forze e l’imbarcazione sollevò le vele fradicie dall’acqua, rimase per qualche istante come incerta, poi si drizzò di scatto. La ragazza si lasciò cadere con un abile volteggio nel pozzetto e si affrettò a liberare la vela principale, prima che Dwight le fosse accanto. In meno di un minuto, prima che l’imbarcazione di soccorso li raggiungesse, avevano ripreso la gara, con la barca appesantita dall’acqua che impregnava le vele. — Che una cosa del genere non si ripeta più — disse lei, severa. — Questo è il costume per i bagni di sole, e non è certo adatto per nuotare.
— Non so come mi sia successo — si scusò lui. — Tutto era andato così bene fino a quel momento!
Portarono a termine la regata senza ulteriori incidenti, finendo penultimi. Puntarono verso la spiaggia e Peter si spinse a incontrarli fino a un punto dove l’acqua gli arrivava al petto. — È stata una bella corsa? — chiese. — Ho visto che vi siete rovesciati.
— È stata una bellissima corsa — rispose la ragazza. — Dwight l’ha fatta rovesciare, io ho perduto il reggipetto, e così abbiamo provato qualcosa di emozionante tutti e due. Neppure un momento di noia. La sua barca va meravigliosamente, Peter.
Saltarono in acqua, trascinarono la barca a terra, abbassarono le vele e la spinsero sui binari dello scivolo per rimorchiarla sulla spiaggia. Poi fecero il bagno al largo del molo e andarono a sedersi a fumare nel tiepido sole serale, al riparo di uno sprone roccioso che li proteggeva dal vento del largo.
L’americano guardò la sconfinata distesa azzurra, le rocce rosse, i motoscafi alla fonda che beccheggiavano sull’acqua. — Un posto davvero stupendo — osservò, pensieroso. — Credo sia uno dei più bei circoli della vela che abbia mai visto.
— Non prendono la vela troppo sul serio — osservò Peter. — Ecco il segreto.
La ragazza disse: — È il segreto di tutto. Quando si ricomincia a bere, Peter?
— Gli invitati arrivano alle otto — le rispose. Poi si rivolse al suo ospite. — Viene da noi qualcuno stasera. Ho pensato che avremmo fatto bene ad andare a mangiare all’albergo. Per rendere meno faticoso l’andamento domestico, capisce.
— Certo. Andrà benissimo così.
La ragazza disse: — Non porterà di nuovo il comandante Towers al Pier Hotel, vero?
— Era proprio là che avevamo pensato di cenare.
Lei mormorò, cupa: — Non mi sembra una decisione molto saggia.
L’americano rise. — Non mi sta certo creando una buona reputazione da queste parti.
— È stato lei a crearsela — replicò. — Io sto facendo del mio meglio per non screditarla. Non andrò a raccontare a nessuno che mi ha levato il reggipetto!
Dwight Towers la guardò, incerto, poi scoppiò a ridere. Rise come non rideva più da un anno, dimenticando per un attimo tutto quanto era successo prima.
— E va bene — disse alla fine. — Tutto questo rimarrà un segreto fra lei e me.
— Lo rimarrà certo, per quello che mi riguarda — fece cerimoniosamente la ragazza. — Ma lei, questa sera, più tardi, quando sarà pieno come un uovo, andrà a raccontarlo a tutti.
Peter disse: — Faremo meglio ad andarci a cambiare. Ho avvertito Mary che saremmo stati di ritorno a casa per le sei.
Percorsero il molo in direzione delle cabine, si cambiarono e si avviarono in bicicletta. A casa trovarono Mary che, in giardino, stava innaffiando il prato. Discussero il sistema migliore per raggiungere l’albergo, e decisero alla fine di bardare la giumenta e di servirsi della carrozza. — Sarà molto meglio così per il comandante — disse la ragazza. — Non ce la farebbe certo a risalire la collina dopo un’altra seduta al Pier Hotel.
Si recò al recinto con Peter per recuperare la giumenta e prepararla. Mentre le faceva scivolare il morso fra i denti e le sistemava le briglie sopra le orecchie, chiese: — Come me la sto cavando, Peter?
Le sorrise. — Se la sta cavando a meraviglia. Neppure un momento di noia.
— Bene, era proprio questo che Mary mi aveva detto di desiderare. Non è ancora scoppiato in lacrime, in ogni modo.
— Se continua così, sarà più facile che gli scoppi una vena.
— Non so se sarò capace di tanto. Ormai ho quasi completamente esaurito il mio repertorio. — Affrancò la sella sul dorso della giumenta.
— Con il trascorrere della notte, avrà nuove ispirazioni — osservò lui. — Forse.
Venne la sera. Cenarono all’albergo, risalirono la collina ad andatura abbastanza moderata, liberarono la giumenta e la misero nel recinto per la notte, e alle otto erano pronti a ricevere gli ospiti. Parteciparono alla modesta festicciola quattro coppie: un giovane medico e sua moglie, un altro ufficiale di marina, un tipo giovialissimo che viveva in un modo misterioso per l’americano, e il giovane proprietario di una piccola industria meccanica. Per tre ore continuarono a ballare e a bere, evitando accuratamente ogni argomento di discussione seria. Nella tiepida notte, la stanza si faceva sempre più calda, giacche e cravatte scomparvero prestissimo, e il grammofono veniva continuamente alimentato da una enorme pila di dischi, una buona metà dei quali Peter si era fatto prestare per quella sera. Malgrado le finestre spalancate dietro le zanzariere, la stanza si riempì di fumo di sigarette. Ogni tanto Peter vuotava i portacenere nel cestino della carta straccia; ogni tanto Mary raccoglieva i bicchieri vuoti, passava in cucina, li lavava e poi li riportava. Poi, verso le undici e mezzo, servi il tè con crostini imburrati e pasticcini, il che, in Australia, stava a indicare che la festa era finita. Poco dopo gli ospiti cominciarono a congedarsi per tornare a casa in bicicletta.
Moira e Dwight percorsero assieme il breve viale per accompagnare fino alla strada il medico e sua moglie. Poi si voltarono per tornare in casa. — Una festa riuscita — disse il comandante del sottomarino. — Tutta gente simpatica, simpatica davvero.
Si stava bene al fresco del giardino, dopo il caldo soffocante della sala. Era una notte serena. Fra gli alberi, si vedeva la linea della spiaggia di Port Phillip che correva da Falmouth verso Nelson, alla tenue luce delle stelle.
— Si soffocava là dentro — osservò la ragazza. — Me ne starò un po’ qui fuori a prendere il fresco prima di coricarmi.
— Farà meglio a procurarsi uno scialle.
— Farà meglio a procurarmi qualcosa da bere, Dwight.
— Qualcosa di analcolico? — suggerì.
Scosse la testa. — Un mezzo bicchiere di cognac con molto ghiaccio, se ce n’è ancora.
Si allontanò per fare quanto gli aveva detto. Quando tornò, reggendo un bicchiere per mano, la trovò seduta sul bordo della veranda, al buio. Gli prese il bicchiere con una parola di ringraziamento, e lui si sistemò accanto a lei. Dopo il chiasso e l’animazione della sera, la pace notturna del giardino gli dava una sensazione di sollievo. — È bello, certo, restarsene seduti e tranquilli per un po’ — disse.
— Fino a quando le zanzare non cominciano a mordere — gli rispose. Una brezza tiepida frusciava fra gli alberi. — Ma forse non morderanno, con questo vento. Non riuscirei a dormire, se andassi a letto adesso, piena come sono. Continuerei a voltarmi e a rivoltarmi tutta notte.
— È rimasta alzata fino a tardi ieri sera?
— E anche l’altro ieri sera.
— Secondo me, farebbe meglio a cercare di andare a letto presto, una volta tanto.
— E a che cosa servirebbe? — replicò. — A che cosa può servire qualsiasi cosa, oggi come oggi. — Il capitano non cercò neppure di rispondere, e dopo qualche istante la ragazza chiese: — Perché Peter si imbarca con lei sullo Scorpion, Dwight?
— È il nostro nuovo ufficiale di collegamento.
— Ne avete mai avuti prima d’ora? — Scosse la testa.
— No, mai.
— E perché allora ve lo hanno imposto adesso?
— Non saprei. Forse faremo una crociera in acque australiane. Non ho ordini, ma questo mi hanno detto. A quanto pare, il capitano è l’ultima persona a essere informata a bordo di una nave.
— E dove dicono che andrete, Dwight?
Lui esitò un istante. Il segreto militare apparteneva ormai al passato, anche se occorreva uno sforzo cosciente per ricordarlo; ora che non c’erano più nemici al mondo, uno stato d’animo del genere era dovuto, più che altro, all’abitudine. — Mi hanno riferito che faremo una piccola crociera fino a Port Moresby — le disse. — Può darsi che si tratti di una semplice diceria, ma è tutto quanto so.
— Ma Port Moresby è finita, vero?
— Credo di sì. Da diverso tempo ormai non arrivano più le comunicazioni radio.
— Ma, se è finita, non potrete scendere a terra, vero?
— Una volta o l’altra, qualcuno deve bene andare a dare un’occhiata. Non ci azzarderemo nel porto se il livello della radioattività non sarà press’a poco normale. Se è alto, non emergeremo nemmeno. Ma qualcuno deve andare a vedere, una volta o l’altra. — Si interruppe, e il silenzio gravò nel giardino illuminato dalla fioca luce delle stelle. — Ci sono molti e molti posti che qualcuno dovrebbe andare a vedere — continuò poi. — Ci sono trasmissioni radio che giungono da una località non identificata, nei dintorni di Seattle. Sono trasmissioni senza senso, saltuarie, una specie di accozzaglia di linee e di punti. Qualche volta si interrompono per un paio di settimane, poi ricominciano. Forse laggiù c’è qualcuno in vita, qualcuno che non sa adoperare un apparecchio trasmittente. Ci sono molte cose strane nell’emisfero settentrionale, cose che qualcuno dovrebbe andare a vedere.
— Ci può essere ancora qualcuno in vita là?
— Direi di no, anche se, in linea puramente teorica, non sarebbe impossibile. Questo qualcuno dovrebbe vivere in una stanza ermeticamente chiusa, con una abbondante riserva di generi alimentari e acqua, una stanza dove l’aria, prima di entrare, venisse accuratamente filtrata. In pratica, non credo che una cosa del genere sia fattibile.
Lei annuì. — È vero che Cairns è finita, Dwight?
— Credo di sì... Cairns e Darwin. Forse andremo a dare un’occhiata anche là. Forse per questo Peter è stato comandato sullo Scorpion: conosce bene quelle acque.
— Qualcuno ha detto a papà che una epidemia provocata dalla radioattività si sta manifestando a Townsville. Crede che possa essere vero?
— In coscienza, non saprei... non ne ho ancora sentito parlare. Ma, secondo me potrebbe essere benissimo vero. Townsville è a sud di Cairns.
— E continuerà a diffondersi in giù, verso sud, fino a quando non ci avrà raggiunto?
— È quello che affermano.
— Ma nessuna bomba è stata sganciata nell’emisfero meridionale! — esclamò lei, con collera. — Perché deve arrivare fino a noi? Non si può fare qualcosa per arrestarla?
Scosse la testa. — Niente di niente. È il vento. È terribilmente difficile bloccare quello che il vento trasporta. Non si concluderebbe nulla. Dobbiamo accettare quanto sta per succederci e fare del nostro meglio.
— Non capisco — fece lei, ostinata. — Una volta si sosteneva che i venti non soffiano attraverso l’equatore e che noi saremmo stati a posto. Ora invece, a quanto pare, non siamo a posto per niente.
— Non ce la saremmo cavata, in ogni modo — disse lui, adagio. — Anche se avessero avuto ragione per ciò che riguardava le particelle pesanti, la polvere radioattiva (e ragione non avevano), sarebbero sempre rimaste le particelle leggere sparpagliate per diffusione. Ora quelle ci sono già. A livello di terra, qui, oggi, la radioattività è otto o nove volte superiore rispetto all’anteguerra.
— A quanto sembra, questo non ci danneggia — replicò. — Ma questa polvere di cui si parla... è il vento a trasportarla, vero?
— Precisamente. Ma nessun vento soffia direttamente dall’emisfero settentrionale a quello meridionale. In caso contrario, saremmo già tutti morti.
— Oh, vorrei che lo fossimo! — mormorò lei, amara. — È come aspettare di essere impiccati.
— Forse. O forse è un periodo di grazia.
A questa frase seguì un breve silenzio. — Perché ci mette tanto tempo, Dwight? — chiese poi la ragazza. — Perché il vento non può soffiare direttamente e farla finita?
— In fondo, non è una cosa troppo difficile da capire. In ogni emisfero, i venti turbinano in grandi vortici, attraverso migliaia di miglia, fra il polo e l’equatore. C’è un sistema di circolazione dei venti nell’emisfero boreale e un altro nell’emisfero australe. Ma ciò che li divide non è l’equatore che si vede su un globo. È un fenomeno chiamato pressione equatoriale, che si sposta a nord o a sud, con le stagioni. A gennaio, Borneo e Indonesia fanno parte del sistema boreale, mentre a luglio la divisione si sposta a nord, in modo che India, Siam e quanto altro si trova a sud di essa entrano a far parte del sistema australe. Così, a gennaio, i venti del nord portano la polvere radioattiva, diciamo, in Malesia. Poi, a luglio, la Malesia entra a far parte del sistema boreale, e allora i venti raccolgono questa polvere e la trasportano fin qui. Ecco perché essa impiega tanto tempo ad arrivare fino a noi.
— E non si può fare niente?
—Niente di niente. L’umanità non è in grado di affrontare un problema di simile portata. Dobbiamo accettare quanto sta succedendo.
— Ma io non l’accetto! — esclamò lei, con veemenza. — Non è giusto. Nessuno nell’emisfero boreale ha sganciato una bomba, a idrogeno, al cobalto o di qualsiasi altro tipo. Non abbiamo nulla a che fare con questa faccenda, noi. Perché dovremmo morire per il semplice fatto che altri Paesi distanti da noi nove o diecimila miglia hanno voluto farsi la guerra? È maledettamente ingiusto!
— Ha ragione — ammise lui. — Ma le cose stanno così.
Seguì una pausa, poi lei disse, con collera: — Non è che abbia paura di morire, Dwight. Dobbiamo ben morire tutti, una volta o l’altra. Sono tutte le cose che non potrò vedere, ammirare... — Si voltò verso di lui, alla tenue luce delle stelle. — Non sono mai uscita dall’Australia. Ho sempre desiderato di vedere Rue de Rivoli, per il suo nome romantico, immagino. È una sciocchezza, perché probabilmente si tratta di una strada come tante altre. Ma desideravo vederla, e ora invece non la vedrò, mai. Perché non c’è più Parigi, non c’è più Londra, non c’è più New York.
Le sorrise. — Può darsi che Rue de Rivoli ci sia ancora, con le sue vetrine piene di cose meravigliose e tutto il resto. Non so se Parigi è stata colpita o meno da una bomba. Forse è tutto ancora come prima, con il sole che brilla sulla strada che lei desidera tanto di vedere. È così che mi piace immaginare i posti del genere. Ma più nessuno ci vive, semplicemente.
Lei si alzò in piedi, eccitata. — Non è così che desideravo vederla. Una città di morti... Mi porti un altro bicchiere, Dwight.
Sempre seduto, lui la guardò e le sorrise. — Ma nemmeno per idea. È ora che lei vada a letto.
— Allora andrò a prendermelo io. — Entrò furibonda, in casa. Lui sentì il tintinnio del cristallo e, dopo qualche istante, la ragazza tornò a uscire, stringendo in mano un bicchiere pieno più che a mezzo, sul quale galleggiava un cubo di ghiaccio. — Dovevo andare in Inghilterra a marzo — esclamò. — A Londra. Era una cosa decisa già da anni. Avrei passato sei mesi in Inghilterra e sul continente, poi avrei fatto ritorno, via America. Avrei visto Madison Avenue. È maledettamente ingiusto.
Bevve un lungo sorso, poi si scostò il bicchiere dalle labbra, con aria disgustata. — Cristo, che cosa è questa porcheria?
Si alzò, le prese il bicchiere di mano e lo annusò. — È whisky — le disse.
Si affrettò a recuperare il bicchiere e lo annusò a sua volta. — È vero — brontolò. — Finirà per uccidermi, dopo il cognac. — Buttò giù di un fiato il liquido e scaraventò lontano, sull’erba, il cubo di ghiaccio.
Lo guardò dritto negli occhi, alla incerta luce delle stelle. — Non avrò mai una famiglia come Mary — mormorò. — Non è giusto. Anche se lei mi portasse a letto stanotte, non avrei una famiglia perché non ci sarebbe tempo. — Rise istericamente. — Buffissimo davvero. Mary aveva paura che lei cominciasse a piangere alla vista della bambina e dei pannolini appesi ad asciugare. Come quel comandante della RAF che avevano invitato una volta. — Le sue parole cominciarono a farsi incerte. — Tienilo occ... occupato. — Barcollò e si aggrappò a una delle colonne della veranda. — Questo mi aveva detto. Mai un momento di noia. Non lasciargli vedere la bambina o forse... forse comincerà a piangere. — Le lacrime presero a rotolarle giù per le guance. — Non ha nemmeno pensato che potessi essere io a mettermi a piangere, non lei.
Si lasciò cadere accanto alla veranda, a testa in giù, fra un diluvio di lacrime. Il comandante esitò per un momento, fece il gesto di sfiorarle una spalla con una mano, poi retrocedette. Finì per voltarsi e rientrare in casa. Trovò Mary in cucina, intenta a rimettere un po’ di ordine dopo la confusione della festa.
— Signora Holmes — disse, un po’ imbarazzato — forse farà meglio a uscire e a dare un’occhiata alla signorina Davidson. Ha bevuto un mezzo bicchiere di whisky puro dopo il cognac. Credo desideri che qualcuno la metta a letto.
2
I bambini non tengono conto dei sabati o delle festicciole serali; alle sei del mattino seguente, gli Holmes si stavano già dando da fare, e Peter era in strada sulla sua bicicletta con il rimorchio a pedalare per andarsi a procurare il latte e la panna. Si trattenne un po’ con il fattore a discutere dell’assale per il nuovo rimorchio, della barra di trazione, e buttò giù persino un paio di schizzi che dovevano servire da modello al meccanico. — Devo riprendere servizio domani — disse alla fine. — È l’ultima volta che posso venire per il latte.
— Non si preoccupi — rispose il signor Paul. — Lasci fare a me. Martedì e sabato. Farò in modo che la signora Holmes abbia panna e latte.
Fu di ritorno a casa per le otto; si rasò, fece la doccia, si vestì e cominciò ad aiutare Mary per la prima colazione.
Il comandante Towers comparve alle nove meno un quarto, con un’aria fresca e riposata. — Molto simpatica la vostra festicciola di ieri sera — disse. — Non ricordo di essermi mai divertito tanto a una riunione.
— Qui nella zona vive diversa gente davvero a posto — fece il padrone di casa. Diede un’occhiata al suo capitano e sorrise. — Mi spiace per Moira. Di solito non si lascia mai andare fino a quel punto.
— Colpa del whisky. È già alzata?
— Credo che non la vedremo molto presto. Stanotte, verso le due, ho sentito qualcuno che stava male. Era per caso lei?
L’americano rise. — Oh, no!
Venne servita la prima colazione, e si misero a sedere tutti e tre. — Le andrebbe un’altra nuotata stamattina? — chiese Peter al suo ospite. — Anche oggi ha tutta l’aria di essere una giornata calda.
L’americano esitò. — Preferirei andare in chiesa la domenica mattina. A casa lo facciamo sempre. C’è una cappella della Chiesa d’Inghilterra in questi dintorni?
— Proprio ai piedi della collina — rispose Mary. — A poco più di un chilometro da qui. La funzione è alle undici.
— Potrei andarci a piedi. Non avete nulla in contrario, vero?
— No certo, signore — lo rassicurò Peter. — Temo però di non poterla accompagnare. Ho qualcosa da sbrigare prima di imbarcarmi sullo Scorpion.
Il capitano annuì. — Certo. Sarò di ritorno in tempo per il pranzo, poi dovrò rientrare a bordo. Mi sarebbe molto comodo un treno verso le tre.
Raggiunse a piedi la chiesa, al tiepido sole. Quando arrivò, mancava ancora un quarto d’ora all’inizio della funzione, ma entrò egualmente. Gli scaccini gli diedero un libro delle preghiere e un libro degli inni, e lui si scelse un posto verso il fondo, perché non conosceva la liturgia di quelle regioni, e di là avrebbe potuto vedere quando gli altri si inginocchiavano e quando si alzavano. Recitò le preghiere che aveva imparato da bambino, poi si mise a sedere e si guardò attorno. La chiesa assomigliava molto a quella della sua città natale, Mystic, nel Connecticut. Aveva persino lo stesso odore.
Quella ragazza, Moira Davidson, era terribilmente sconvolta, certo. Beveva troppo, ma c’è chi non sa accettare le cose come sono. Una brava ragazza, comunque. Era sicuro che anche Sharon l’avrebbe trovata simpatica.
Nella tranquillità della cappella si abbandonò al pensiero della propria famiglia, cominciò a passare in rassegna i componenti, a uno a uno. Era, fondamentalmente, un uomo molto semplice. Sarebbe stato di nuovo a casa, a settembre, di ritorno dai suoi viaggi. Li avrebbe rivisti tutti, di lì a meno di nove mesi. E, quando si fosse ricongiunto a loro, essi non dovevano avere l’impressione che si fosse estraniato, che avesse dimenticato cose di grande importanza per le loro vite. Junior doveva essere cresciuto molto, come capita sempre ai ragazzi di quell’età. Probabilmente il berretto di lontra e il costume da cacciatore del West non gli si adattavano più, sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. Era ora che avesse una canna da pesca, una piccola Fiberglas da lancio, e che imparasse ad adoperarla. Sarebbe stato divertente insegnare a Junior a pescare. Il suo compleanno era il 10 di luglio. Dwight non poteva mandargli la canna per la sua festa, e nemmeno poteva portarla con sé, anche se forse valeva la pena di tentare. Era probabile che riuscisse a trovarne una anche lì.
Il compleanno di Helen era il 17 aprile, e sarebbe stato il sesto. Nemmeno a quello sarebbe potuto essere presente, a meno che non capitasse qualcosa allo Scorpion. Doveva ricordare di dirle che gli spiaceva moltissimo, e di lì a settembre doveva pensare a qualcosa da portarle. Sharon le avrebbe spiegato tutto il giorno del compleanno, le avrebbe detto che papà era lontano, in mare, ma che sarebbe tornato a casa prima dell’inverno e allora le avrebbe portato un regalo. Sharon se la sarebbe cavata benissimo con Helen.
Continuò a pensare alla sua famiglia per tutta la funzione, inginocchiandosi quando gli altri si inginocchiavano e alzandosi in piedi quando gli altri si alzavano. Ogni tanto si scuoteva per intonare le semplici e familiari parole di un inno, ma per il resto del tempo si abbandonò a un sogno a occhi aperti della sua famiglia e della sua casa. Al termine della funzione, uscì dalla chiesa con la mente fresca e riposata. Fuori, non conosceva nessuno e nessuno lo conosceva; sotto il portico, il vicario gli sorrise, incerto, e lui rispose, poi si avviò su per la collina, sotto il sole, concentrando ora i suoi pensieri sullo Scorpion, sui rifornimenti, sulle molte cose che doveva sbrigare, sulle molte cose che doveva controllare prima di prendere il largo.
A casa, trovò Mary e Moira Davidson sedute sulle sdraio, in veranda; la piccola era in carrozzina, accanto a loro. Come lo vide avvicinarsi, Mary si alzò. — Deve essere accaldato — disse. — Si levi la giacca e si metta a sedere all’ombra. Come ha trovato la cappella?
— Oh, bellissima. — Si levò la giacca e si appoggiò al bordo della veranda. — Molto osservante, la vostra congregazione. Non c’era un solo posto libero.
— Non è stato sempre così — replicò lei, asciutta. — Posso portarle qualcosa da bere?
— Mi andrebbe qualcosa di analcolico. — Diede un’occhiata ai loro bicchieri. — Che cosa state bevendo, voi?
Fu Moira Davidson a rispondere. — Succo di limone e acqua. Si risparmi la pena di dire che va benissimo.
Scoppiò a ridere. — Ne porti uno anche a me. — Mary andò a prepararlo, e lui si rivolse alla ragazza. — Ha preso qualcosa stamattina?
— Una mezza banana e un bicchierino di cognac — rispose, disinvolta. — Non mi sentivo troppo bene.
— Colpa del whisky. Ecco l’errore che ha commesso.
— Uno degli errori. Non ricordo più nulla, dopo la nostra conversazione sul prato, al termine della festa. È stato lei a mettermi a letto?
Scosse la testa. — Credo che abbia provveduto a ciò la signora Holmes.
Lei abbozzò un sorriso. — Ha perduto una buona occasione. Devo ricordarmi di ringraziare Mary.
— Al suo posto, lo farei. Una persona davvero come si deve, la signora Holmes.
— Mi ha detto che lei torna a Williamstown nel pomeriggio. Non può fermarsi per un altro bagno?
Scosse la testa. — Devo sbrigare un mucchio di cose a bordo prima di domani. Prendiamo il mare questa settimana. Probabilmente c’è una montagna di comunicazioni sulla mia scrivania.
— Credo che lei sia uno di quei tipi che lavorano duro, sempre, ci sia da fare o meno.
Rise. — Temo che abbia ragione. — La guardò. — E lei lavora?
— Certo. Sono una donna occupatissima, io.
— E qual è la sua occupazione?
Lei sollevò il bicchiere. — Questa. Ciò che ho fatto da quando l’ho conosciuta ieri.
Sorrise. — Non le capita di annoiarsi qualche volta?
— La vita è noiosa — citò. — Non qualche volta, ma sempre.
Annuì. — Sono fortunato io ad avere tanto da fare.
Lo guardò fissamente. — Posso venire a visitare il suo sottomarino la settimana prossima?
Rise, pensando a tutto il lavoro che c’era da sbrigare a bordo. — No che non può. Prendiamo il mare, la settimana prossima. — Poi, perché la sua frase non suonasse scortese, aggiunse: — Le interessano i sottomarini?
— Per essere sincera, no — rispose, un po’ troppo vivacemente. — Ho pensato che mi sarebbe piaciuto vederne uno, ma, se ci sono difficoltà, non parliamone più.
— Sarò lieto di farglielo visitare. Ma non la settimana ventura. Potrebbe venire a pranzare con me un giorno, in un momento di calma, quando non dobbiamo schizzare qua e là come gatti arrabbiati. Un giorno di calma, quando potrò illustrarle tutto come si deve. Poi, magari, potremmo andare in città a cenare in qualche locale.
— L’idea mi sembra buona. Quando sarà, in modo che possa tenermi libera?
Rimase per un momento pensieroso. — Non sono in grado di dirglielo ora. Verso la fine della settimana prossima presenterò un rapporto sulle condizioni dell’unità, e credo che ci faranno salpare per la prima crociera nel giro di un paio di giorni. Dopo di che, dovremo avere un periodo di riposo in arsenale prima di partire di nuovo.
— La prima crociera... quella fino a Port Moresby?
— Precisamente. Cercherò di combinare prima di allora, ma non posso garantire niente. Se mi dà il suo numero di telefono, chiamerò verso venerdì e le farò sapere qualcosa.
— Berwick 8641 — gli dettò lei. — L’ora migliore per chiamare è prima delle dieci. La sera sono quasi sempre fuori.
Annuì. — Benissimo. Può darsi che venerdì siamo ancora in mare. Può darsi che non possa telefonarle prima di sabato. Ma, in ogni modo, le telefonerò, signorina Davidson.
Gli sorrise. — Mi chiamo Moira, Dwight.
Scoppiò in una risata. — E va bene!
Dopo il pranzo, fu lei ad accompagnarlo alla stazione con il buggy, dato che doveva tornare a casa, a Berwick. Quando lui scese nel piazzale, gli disse: — Arrivederci, Dwight. Non lavori troppo. — Poi aggiunse: — Mi scusi se ho fatto la figura della sciocca ieri sera.
Le sorrise. — È sempre inopportuno mescolare i liquori. Che questo le serva da lezione.
Lei rise, un po’ troppo forte. — Le lezioni sono perfettamente inutili per me, sempre. Probabilmente ripeterò la stessa cosa domani sera e dopodomani sera ancora.
— In fondo, è lei che ci va di mezzo — osservò, conciliante.
— È questo il guaio — replicò. — Ci vado di mezzo io, e io soltanto. Se venisse chiamato in causa qualcun altro, sarebbe diverso, ma ormai è troppo tardi. Un vero peccato.
Annuì. — Arrivederci presto, allora.
— Davvero?
— Certo. Le telefonerò all’ora che mi ha detto.
Lui raggiunse Williamstown con il treno elettrico, mentre la ragazza percorreva le venti miglia che la separavano dalla sua casa in piena campagna. Moira arrivò verso le sei, tolse i finimenti alla giumenta e la chiuse nella stalla. Il padre venne ad aiutarla, e assieme spinsero la carrozza nel garage, accanto alla ormai inutile Customline, diedero alla bestia un secchio d’acqua e la solita razione di biada, poi passarono in casa. La madre era seduta nella veranda a vetri e stava ricamando.
— Ciao, cara — disse lei. — Te la sei passata bene?
— Benissimo — rispose la ragazza. — Peter e Mary hanno dato una festa ieri sera. Piuttosto divertente. Ma mi sento ancora un po’ scombussolata.
La madre sospirò, ma ormai aveva imparato che sarebbe stato inutile protestare. — Devi andare a letto presto stasera — si limitò a consigliare. — Ti sei coricata sempre troppo tardi in questi ultimi giorni.
— Credo che farò proprio così.
— Com’era quell’americano?
— Simpatico. Molto tranquillo e molto marinaio.
— Sposato?
— Non gliel’ho chiesto, ma ho l’impressione di sì.
— Che cosa avete fatto?
La ragazza dominò l’irritazione che le procurava quella specie di catechismo; mamma era fatta così, e restava ormai troppo poco tempo perché valesse la pena di sciuparlo in discussioni. — Nel pomeriggio siamo usciti con la vela. — Raccontò alla madre quasi tutto quanto era accaduto in quel fine-settimana, tacendo il particolare del reggipetto e buona parte di quello che era avvenuto alla festa.
A Williamstown, il comandante Towers attraversò l’arsenale e raggiunse la Sidney. Aveva a propria disposizione due cabine comunicanti che davano sulla sala ufficiali, una delle quali era stata adibita a ufficio. Mandò un piantone a chiamare l’ufficiale di servizio dello Scorpion, e pochi minuti dopo il tenente Hirsch comparve, stringendo in mano un fascio di comunicazioni. Le prese e le lesse con attenzione. In genere, si trattava di questioni di ordinaria amministrazione riguardanti il rifornimento e il vettovagliamento, ma ce n’era una, dell’ufficio del contro-ammiraglio, che lo sorprese. Con essa gli si comunicava che un funzionario civile dell’Organizzazione Ricerche Scientifiche e Industriali del Commonwealth era stato dislocato a bordo dello Scorpion a scopo di studio. Questo funzionario, che sarebbe stato alle dirette dipendenze dell’ufficiale di collegamento australiano, rispondeva al nome di J.S. Osborne.
Il comandante Towers, che stringeva ancora in mano la comunicazione di servizio, guardò il tenente. — Dico, sa qualcosa di questo individuo?
— È già qui, signore. È arrivato stamattina. L’ho accompagnato nella sala ufficiali e ho incaricato l’ufficiale di servizio di assegnargli una cabina per questa notte.
Il comandante corrugò la fronte. — Bene, che tipo è?
— Molto alto e molto magro. Capelli tagliati cortissimi. Porta gli occhiali.
— Età?
— Un po’ più vecchio di me, direi. Sotto i trenta, comunque.
Il capitano rimase pensieroso per qualche istante. — Temo che si starà piuttosto stretti nella sala ufficiali. Credo che dovremo finire per sistemarlo con il tenente Holmes. Ha tre uomini a bordo?
— Esatto. Isaac, Holman e De Vries. E c’è anche il nostromo Mortimer.
— Dica al nostromo che un’altra cuccetta deve essere piazzata a prua, nella paratia F, a dritta. Può prenderne una di quelle che ritrovano nel deposito dei siluri.
— Benissimo, signore.
Il comandante Towers sbrigò con il suo ufficiale le altre questioni di ordinaria amministrazione proposte dalle comunicazioni di servizio, poi mandò il tenente a invitare Osborne a passare nel suo ufficio. Quando il professore entrò, gli indicò una poltrona, gli offrì una sigaretta e congedò con un cenno il suo subalterno. — Bene, signor Osborne — disse — è stato proprio una sorpresa per me. Ho letto ora l’ordine che le ingiunge di unirsi a noi. Sono lieto di conoscerla.
— Temo che sia stata una decisione piuttosto precipitosa — disse lo scienziato. — Ne sono stato informato soltanto l’altro ieri.
— Capita spesso così nelle questioni di servizio. Bene, cominciamo allora dalle cose importanti. Come si chiama precisamente?
— John Seymour Osborne.
— Sposato?
— No.
— Benissimo. A bordo dello Scorpion, o a bordo di qualsiasi altra unità, mi chiamerà capitano Towers, e, ogni tanto, signore. A terra, fuori servizio, il mio nome è Dwight per lei... non per gli ufficiali subalterni. — Lo scienziato sorrise. — D’accordo, signore.
— Ha mai navigato prima di oggi in un sottomarino?
— No.
— Si accorgerà che si vive un po’ stretti, ma finirà per abituarsi. Ho dato ordine di assegnarle una cuccetta nel reparto ufficiali, e, naturalmente, mangerà alla nostra stessa mensa. — Considerò per un momento l’elegante abito grigio dello scienziato. — Probabilmente avrà bisogno di cambiare abbigliamento. Si metta a contatto con il tenente Holmes, quando arriverà a bordo domattina, e gli chieda di assegnarle un pacco di indumenti prelevato dalla nostra riserva. A bordo dello Scorpion, rovinerebbe subito l’abito che indossa in questo momento.
— Grazie, signore.
Il capitano si appoggiò alla spalliera della poltrona e fissò lo scienziato, notando il viso affilato e intelligente, il corpo magro e un po’ goffo. — Mi spieghi un po’ una cosa: che deve fare a bordo di questa unità?
— Ho l’incarico di tenere osservazioni e di fare appunti sulla percentuale di radioattività atmosferica e marina, specie per ciò che riguarda la radioattività subacquea e la intensità delle radiazioni nell’interno dello scafo. Mi hanno detto che state per intraprendere una crociera in direzione nord.
— È quanto hanno detto a tutti, all’infuori che a me. Deve essere proprio così, e finiranno bene per avvertirmi, un giorno o l’altro. — Corrugò la fronte. — Prevede un aumento della percentuale della radioattività nell’interno dello scafo?
— Non saprei, e spero sinceramente di no. Ma dubito che possa verificarsi in immersione, a meno che le condizioni non siano estremamente critiche. Vale la pena, comunque, di eseguire un controllo. Immagino che voglia essere avvertito immediatamente di ogni variazione che esuli dalla norma.
— Certo.
Discussero a lungo i vari accorgimenti tecnici che una operazione del genere comportava. Quasi tutti gli strumenti che Osborne si era portato appresso erano di piccole dimensioni e non richiedevano una particolare sistemazione a bordo. Scendeva il crepuscolo quando lui indossò una tuta che gli era stata prestata dal capitano e passò con Dwight sullo Scorpion per dare un’occhiata al segnalatore di radiazioni piazzato sul periscopio di dritta e per dare le disposizioni necessarie a sincronizzarlo a un misuratore standard. Un controllo del genere venne effettuato sul segnalatore piazzato nella sala macchine, e fu necessario predisporre qualche ritocco per i due lanciasiluri ancora in attività, in modo che fosse possibile prelevare campioni di acqua marina. Era ormai notte quando tornarono sul Sidney per cenare nella enorme sala ufficiali, vuota ed echeggiante.
L’indomani fu un giorno di attività frenetica. Quando Peter arrivò a bordo, nel pomeriggio, il suo primo compito fu quello di telefonare a un amico, al Reparto Operazioni, per avvertire che sarebbe stato, a dir poco, cortese mettere al corrente il capitano di quello che ormai sapevano tutti gli ufficiali australiani alle sue dipendenze e richiedere il suo parere sull’ordine di servizio ormai predisposto. Ora di sera, l’ordine era stato trasmesso e debitamente ricevuto e commentato, John Osborne si era attrezzato per un soggiorno in un sottomarino, i lavori al portello del lanciasiluri di dritta erano terminati e i due australiani stavano sistemando i loro effetti personali nel poco spazio che era stato loro concesso a questo scopo. Quella notte dormirono sul Sidney, e si trasferirono sullo Scorpion il martedì mattina. Gli ultimi ritocchi vennero condotti a termine in un paio d’ore, poi Dwight annunciò di essere pronto per le prove in mare aperto. Ricevettero il benestare, pranzarono a mezzogiorno a bordo del Sidney, poi salparono. Dwight pilotò il sottomarino a velocità ridotta giù per la baia, verso gli Heads.
Per tutto il pomeriggio si dedicarono a prove sulla radioattività, incrociando intorno a una maona che, ancorata al centro della baia, aveva a bordo un elemento di una radioattività nota; John Osborne continuava a correre avanti e indietro, per annotare le registrazioni dei suoi vari strumenti, e si riempiva di lividi gli stinchi sugli scalini di ferro, mentre volava su e giù per la scaletta della torretta per raggiungere il ponte, si picchiava la testa contro le paratie e i manometri mentre si aggirava in gran fretta per la cabina di controllo. Alle cinque le prove erano terminate; mentre la maona veniva rimorchiata a terra dal gruppo di scienziati che l’avevano attrezzata, essi puntarono verso il mare aperto.
Rimasero in superficie tutta notte, adeguandosi agli ordini di servizio, a mano a mano che procedevano verso occidente. All’alba erano al largo di Cape Banks, nell’Australia Meridionale, con una fresca brezza di sud-ovest e mare abbastanza calmo. A questo punto si immersero di una quindicina di metri, portandosi ad altezza di periscopio ogni ora per dare un’occhiata attorno. Nelle ultime ore del pomeriggio erano al largo di Cape Borda, verso le isole Kangaroo, e fecero rotta su per lo stretto, a profondità di periscopio, alla volta di Port Adelaide. Verso le dieci del mercoledì sera potevano vedere la città attraverso il periscopio; dopo una decina di minuti il capitano virò di bordo, senza affiorare, e puntò di nuovo verso il mare aperto. All’alba del giovedì si trovavano a nord, al largo della King Island e si stavano dirigendo verso il loro porto. Risalirono alla superficie come furono vicini agli Heads, entrarono nella baia di Port Phillip alle prime luci dell’alba e si ormeggiarono accanto alla portaerei a Williamstown in tempo per la prima colazione del venerdì, con la piena consapevolezza che a bordo c’erano solo pochissimi particolari da mettere a punto.
Quella mattina il sottosegretario alla Marina, il vice-ammiraglio Sir David Hartman, venne a ispezionare la sola unità ai suoi ordini che valesse la pena di tenere in qualche conto. Dopo una visita di un’ora circa, lui rimase un quarto d’ora in ufficio con Dwight e Peter Holmes, a discutere con loro le modifiche proposte per una perfetta messa a punto. Poi si congedò per andare a discutere con il Primo Ministro, che in quel momento si trovava a Melbourne; senza aerei di linea in attività, la situazione del governo federale a Camberra si faceva sempre più difficile, e le riunioni parlamentari diventavano sempre più brevi e sempre meno frequenti.
Quella sera Dwight telefonò a Moira Davidson, come aveva promesso. — Bene — disse — siamo tornati ancora interi. C’è qualcosa da fare a bordo, ma niente di molto importante.
Gli chiese: — Questo significa che posso vedere il sommergibile?
— Sarò ben lieto di farglielo visitare. Non ripartiremo certo prima di lunedì.
— Rivedrò molto volentieri lei, Dwight. Va bene domani o sarà meglio domenica?
Rimase per un momento pensieroso. Se partivano lunedì, la domenica avrebbe avuto molto da fare. — Direi che domani andrebbe meglio.
Anche lei cercò di riflettere, in fretta. Avrebbe dovuto rinunciare al ricevimento di Anne Sutherland, ma si trattava comunque di una festa che si prospettava poco divertente. — Domani andrà benissimo — disse. — Devo raggiungere Williamstown in treno?
— Sarebbe la soluzione migliore. Sarò alla stazione ad aspettarla. Con quale treno arriverà?
— Non conosco l’orario. Diciamo allora il primo dopo le undici e mezzo.
— D’accordo. Se per caso fossi occupato, manderò al mio posto Peter Holmes, o magari John Osborne.
— John Osborne ha detto?
— Precisamente. Lo conosce?
— Un australiano... laureato in fisica?
— Proprio lui. Un individuo molto alto, con gli occhiali.
— È, in un certo senso, mio parente, perché sua zia ha sposato uno dei miei zii. Fa parte anche lui dei vostri?
— Certo. Ce lo hanno aggregato come ufficiale con mansioni scientifiche.
— È un po’ suonato — lo informò. — Anzi, completamente pazzo. Finirà per affondarvi la nave.
Rise. — Va bene. Venga a visitarla prima che mi apra le paratie.
— Verrò più che volentieri, Dwight. Arrivederci sabato mattina, allora.
Il mattino seguente andò ad aspettarla alla stazione, dato che non aveva nulla di particolare da fare a bordo. Lei arrivò tutta in bianco: sottana bianca pieghettata, camicetta bianca con un ricamo a colori di stile vagamente norvegese, scarpe bianche. Faceva piacere a guardarla, ma, mentre la salutava, lui si sentiva lievemente preoccupato; sarebbe stato un problema per lei destreggiarsi senza sporcarsi fra quell’intrico di macchine lucide di grasso che era lo Scorpion, e quella sera dovevano uscire a cena assieme.
— Buongiorno, Dwight — disse lei. — Aspetta da molto tempo?
— Pochi minuti soltanto. È partita di buon’ora?
— Non presto come l’altra volta — si affrettò a rassicurarlo. — Papà mi ha portato alla stazione, e ho preso un treno che partiva poco dopo le nove. Abbastanza presto, comunque. Mi offre qualcosa da bere prima di pranzo, vero?
Esitò. — Lo zio Sam non è del parere che si beva a bordo — rispose poi. — Ci saranno soltanto Coca-Cola e aranciata.
— Anche sul Sidney?
— Anche sul Sidney — confermò deciso. — E poi, sono sicuro che si rifiuterà di bere liquori con i miei ufficiali quando loro bevono Coca.
Lei replicò vivacemente: — Voglio bere qualche liquore, come lo chiama lei, prima di mangiare. Mi sembra di avere la bocca trasformata nel fondo della gabbia di un pappagallo. E lei non vuole certo che cominci a strillare davanti ai suoi ufficiali, vero? — Si guardò attorno. — Ci deve ben essere un bar da qualche parte. Mi offra qualcosa prima di salire a bordo, e così mi limiterò a soffiare addosso ai suoi ufficiali zaffate di cognac mentre bevo Coca.
— E va bene — fece, conciliante. — Ci deve essere un bar all’angolo. Andiamo là.
Raggiunsero assieme il bar; lui entrò e diede una occhiata circolare, per accertarsi dell’ambiente, poi la pilotò nel reparto signore. — Credo che possa andare.
— Non lo sapeva? Non è mai stato qui prima di oggi?
Scosse la testa. — Cognac?
— Doppio. Con ghiaccio e un po’ d’acqua. Non è mai stato qui?
— Non sono mai stato qui — ammise.
— Nemmeno per prendere un cicchetto? — volle sapere. — Con tutte quelle sere nelle quali non aveva niente da fare?
— Ci ho provato all’inizio — ammise. — Ma poi ho preferito spingermi fino in città. Meglio non andare mai a far bisboccia nei dintorni di casa. Ma ho rinunciato dopo un paio di settimane. Era una cosa che non dava la minima soddisfazione.
— Che cosa fa la sera, quando la sua unità non è in navigazione?
— Leggo una rivista, o magari un libro. Qualche volta vado al cinema. — Comparve il barista, e lui ordinò un cognac per lei e un mezzo whisky per sé.
— Mi sembra proprio che non faccia bene — osservò. — Mi assento un momento. Tenga d’occhio la mia borsetta. — Riuscì a trascinarla fuori dopo il secondo cognac doppio e, dopo averla pilotata attraverso l’arsenale, la fece salire a bordo del Sidney, sperando solo che si comportasse bene davanti ai suoi ufficiali. Ma i suoi timori svanirono subito; lei infatti seppe dar prova di stile e di cortesia nei riguardi degli americani. Solo con Osborne rivelò il suo vero carattere.
— Salve, Osborne — disse. — Che cosa diavolo ci fa qui?
— Faccio parte dell’equipaggio della nave — le rispose. — Mansioni scientifiche. E do fastidio a tutti, in genere.
— Proprio quello che mi diceva il comandante Towers — osservò lei. — Andrà a stare con loro a bordo del sottomarino? In pianta stabile?
— Così sembra.
— Conoscono le sue abitudini?
— Ha detto, scusi?
— E va bene, non ne parlerò. È una faccenda che non mi riguarda. — E si allontanò per parlare con il comandante Lundgren.
Quando arrivò il momento degli aperitivi, ordinò un’aranciata; faceva uno strano effetto, quella mattina, vederla bere nella sala ufficiali del Sidney, con gli americani, sotto il ritratto della Regina. Approfittando di questa pausa, il capitano prese da parte il suo ufficiale di collegamento.
— Non può andare sullo Scorpion con quegli abiti — mormorò. — Non potrebbe procurarle una tuta?
Peter annuì. — Le procurerò una tuta da meccanico. Credo che la taglia uno dovrebbe andare bene. Ma dove si cambierà?
Il capitano si passò una mano sul mento. — Saprebbe darmi qualche consiglio in proposito?
— Il posto più indicato sarebbe la sua cabina personale, signore. Nessuno la disturberebbe certo là.
— Non finirei mai di sentirmelo rinfacciare... da lei.
— Sono convinto del contrario, signore.
Lei cenò assieme agli americani, in fondo a una delle lunghissime tavole, e prese il caffè nel salottino adiacente. Poi gli ufficiali subalterni si congedarono per dedicarsi alle loro mansioni, e la ragazza rimase con Dwight e con Peter. Peter spiegò sulla tavola una tuta da meccanico, di bucato. — Questa servirà a ripararla — disse.
Dwight si schiarì la gola. — È facile sporcarsi di grasso in un sottomarino, signorina Davidson — mormorò.
— Moira — lo corresse.
— Va bene, Moira. Ho pensato che avrebbe fatto meglio a indossare una tuta per la nostra visita. In caso contrario, temo che a bordo dello Scorpion finirebbe per rovinarsi quel vestito.
Lei prese la tuta. — Un consiglio abbastanza sensato. Dove posso andare a cambiarmi?
— Pensavo che potrebbe servirsi della mia cabina — suggerì. — Nessuno verrà a disturbarla là.
— Spero di no, anche se non ne sono troppo sicura. No certo, dopo quanto è accaduto a bordo di quella barca. — Lui rise. — Va bene, Dwight, mi accompagni. Bisogna bene provare di tutto a questo mondo.
La guidò nella cabina, poi si fermò davanti alla porta ad aspettarla. Nel minuscolo vano dove il capitano dormiva, lei si guardò attorno, con curiosità. C’erano quattro fotografie, e in tutte appariva una giovane donna dai capelli neri con due piccoli: un ragazzo di otto o nove anni e una bimba di un paio d’anni più giovane. Una rappresentava evidentemente la posa di una madre con due figli. Le altre erano ingrandimenti di istantanee; una scattata in una località balneare, forse sulla spiaggia di un lago, ritraeva la famiglia seduta su un trampolino. Un’altra era stata presa, a quanto pareva, su un prato, forse il prato di casa, perché sullo sfondo si vedevano una macchina e l’angolo di una costruzione in legno bianco. Indugiò a osservarle con interesse; aveva l’aria simpatica, quella gente. Doveva essere duro, certo, ma tutto quanto era duro, ormai. Inutile continuare a crucciarsi.
Si cambiò, lasciando vestiti e borsetta sulla branda, si esaminò con attenzione al minuscolo specchio, poi raggiunse fuori il suo ospite. Lui le mosse incontro. — Bene, eccomi qui — esclamò la ragazza. — Sono conciata davvero per le feste. Per compensarmi, il suo sottomarino deve essere, come minimo, qualcosa di meraviglioso.
Rise e la prese sotto braccio per pilotarla. — è meraviglioso, certo — disse. — La migliore unità della marina americana. Da questa parte. — Lei riuscì a fatica a non fargli osservare che si trattava probabilmente dell’unica unità della marina americana; non ci sarebbe stato senso a offenderlo. La accompagnò attraverso la passerella fino allo stretto ponte e poi in plancia, e subito cominciò a spiegarle tutto quello che si vedeva. Lei non si intendeva di navi, e tanto meno di sottomarini, ma prestava la massima attenzione, e un paio di volte lo sorprese con la pronta intelligenza delle sue domande. — Quando vi immergete, come mai l’acqua non entra dal tubo acustico?
— Basta girare questo comando.
— E se ve ne dimenticate?
— Ce n’è un altro, più sotto — rispose sorridendo.
Attraverso gli strettissimi corridoi, la guidò fino alla sala-controllo. Lei rimase a lungo al periscopio a guardare il porto, mentre i comandi automatici per le manovre di immersione e di emersione le risultarono incomprensibili e non la interessarono eccessivamente. Osservò le macchine con l’espressione di chi non riesce a raccapezzarsi, mentre dormitori e mensa la lasciarono perplessa, al pari della cucina. — E gli odori? — chiese. — Che cosa succede quando siete in immersione e fate cuocere i cavoli?
— Cerchiamo di evitarlo — le rispose. — Niente cavoli freschi, in ogni modo. L’odore permane per un poco. Poi il deodorante ne viene a capo, a mano a mano che si cambia e si riossigena l’aria. Dopo un paio d’ore, non lo si avverte più.
Le offrì una tazza di tè nel minuscolo cubo che rappresentava la sua cabina. Mentre lo sorseggiava, lei gli chiese: — Ha finalmente ricevuto gli ordini, Dwight?
Annuì. — Cairns, Port Moresby e Darwin. Poi facciamo ritorno qui.
— Ma non c’è più nessuno che vive in quelle località, vero?
— Non saprei. È precisamente quello che dobbiamo accertare.
— Scenderete a terra?
Scosse la testa. — Non credo. Tutto dipende dalla percentuale della radioattività, ma non credo che ci spingeremo fino a terra. Forse non saliremo neppure in coperta. Potremmo fermarci ad altezza di periscopio, se le condizioni sono veramente pessime. Ma proprio per questo portiamo con noi John Osborne: per avere qualcuno che sia perfettamente in grado di valutare i rischi.
Corrugò la fronte. — Ma, se non potete salire nemmeno sul ponte, come potete accertare se c’è ancora qualche essere vivente laggiù?
— Potremo chiamare con l’altoparlante... avvicinarci a terra il più possibile e chiamare con l’altoparlante.
— E, se vi rispondessero, riuscireste a sentire?
— Non come se potessimo parlare. Abbiamo un microfono piazzato in cima all’antenna, ma occorre essere molto vicini per sentire una persona che risponde. È pur sempre qualcosa.
Lo guardò fissamente. — È già capitato che qualcuno si spingesse in un’area radioattiva, Dwight?
— Oh, certo. Tutto va per il meglio, se si ha la testa sulle spalle e non si corrono rischi. Ne abbiamo traversate anche noi, durante la guerra, da Iwojima alle Filippine e poi più a sud, fino a Yap. Si sta in immersione e tutto procede come il solito. Naturalmente, non bisogna lasciarsi prendere dalla fantasia di salire sul ponte.
— Di recente, voglio dire. Qualcuno si è spinto in aree radioattive da quando la guerra è terminata?
Annuì. — Lo Swordfish, la nostra unità gemella, ha fatto una crociera nel Nord Atlantico. Ha fatto ritorno a Rio de Janeiro circa un mese fa. Sono in attesa di una copia del rapporto di Johnny Dismore, il suo capitano, ma non l’ho ancora ricevuta. Nessuna nave si è spinta fino al Sud America ultimamente. Ho chiesto che una copia mi venisse trasmessa per telescrivente, ma a tutt’oggi non ho ancora ricevuto evasione.
— Fino a dove si sono spinti?
— Un viaggio piuttosto lungo, credo. Hanno costeggiato gli Stati orientali, dalla Florida al Maine e, risalendo l’Hudson, sono entrati nel porto di New York City fino a quando non li hanno fermati i resti del ponte George Washington. Si sono spinti fino a New London, Halifax e St. John, poi, traversato l’Atlantico, hanno raggiunto la Manica, inoltrandosi su per il Tamigi, senza riuscire però ad arrivare molto oltre. Hanno visto Brest e Lisbona, poi i rifornimenti cominciavano a scarseggiare, l’equipaggio appariva esausto, e allora hanno fatto ritorno a Rio. — Fece una pausa. — Non so quanti giorni siano rimasti in immersione, ed è una cosa, questa, che mi piacerebbe sapere. Comunque, hanno certo stabilito un nuovo record.
— Hanno trovato qualcuno in vita, Dwight?
— Non credo, perché, in caso contrario, lo avremmo certo saputo.
Guardò, oltre la tenda che faceva da parete alla cabina, lo stretto corridoio con il suo intrico di tubi e di cavi elettrici. — Riesce a immaginarsele, Dwight?
— Immaginare che cosa?
— Tutte quelle città, tutti quei campi e quelle fattorie, dove nulla e nessuno è rimasto in vita. Non c’è più nulla là, ecco. È una cosa che non posso ammettere, semplicemente.
— Nemmeno io lo posso ammettere. E non ci provo neppure. Preferisco pensarle com’erano.
— Io non le ho mai viste, certo — lei osservò. — Non sono mai stata fuori dall’Australia, e ormai non ci andrò più. Non che lo desideri, oggi come oggi. Conosco tutti quei posti solo dal cinema e dai libri... li conosco come erano. Non credo che li vedremo mai in film quali sono ora.
Scosse la testa. — Sarebbe impossibile. Un operatore non potrebbe restare in vita, per quello che ne so. Credo che nessuno, all’infuori di Dio, saprà mai ora che aspetto ha l’emisfero boreale. — Fece una breve pausa. — E credo che sia un bene. Si cerca di non ricordare com’era una persona morta... si desidera ricordarla com’era da viva. Ed è proprio così che mi piace pensare New York.
— È troppo grossa, non posso ammetterlo — ripeté lei. — È troppo grossa per me — rispose. — Non posso crederci, sinceramente, non riesco ad abituarmi all’idea. Mancanza, di immaginazione, probabilmente. Ma non desidero averne di più. Sono tutte vive per me, quelle località degli Stati Uniti, proprio come una volta. E voglio che tali rimangano fino al prossimo settembre.
Lei disse, adagio: — Certo.
Si scosse: — Un’altra tazza di tè?
— No, grazie.
Tornò ad accompagnarla in coperta; lei si fermò sul ponte, a massaggiarsi una caviglia contusa e a respirare a pieni polmoni l’aria marina. — Deve essere una cosa terribile rimanere a lungo in immersione — osservò. — Nel corso di questa crociera, quanto tempo resterete sotto acqua?
— Non molto. Sei o sette giorni, forse.
— Maledettamente poco salubre.
— No, dal punto di vista fisico. Si soffre per la mancanza della luce diurna. Abbiamo un paio di lampade solari, ma certo rimanere sul ponte è tutta un’altra cosa. Il peggio è l’effetto psicologico. C’è chi, ottimo sotto gli altri riguardi, non regge. Dopo un poco, tutti attraversano un periodo di crisi. Occorre forza di carattere. E calma soprattutto, direi.
Annuì, pensando che non doveva certo essere la forza di carattere a mancare al suo interlocutore. — E siete tutti all’altezza della situazione?
— Direi di sì, per la maggior parte.
— Tenga d’occhio John Osborne — osservò. — Credo che lui non lo sia affatto.
La guardò, sorpreso. Era una cosa alla quale non aveva pensato, e lo scienziato aveva sopportato brillantemente il giro di prova. Ma, ora che lei gliene parlava, cominciò ad avere qualche dubbio. — Oh, lo terrò d’occhio, certo. E grazie per il consiglio.
Attraverso la passerella raggiunsero di nuovo il Sidney. Nelle rimesse della portaerei c’erano ancora gli apparecchi con le ali ripiegate; pareva che sulla nave gravasse un silenzio di morte. Lei si fermò un momento. — Neppure uno di questi apparecchi prenderà di nuovo il volo, vero?
— Credo proprio di no.
— Oggi gli aerei non volano più?
— Da diverso tempo non ne sento. So che sono terribilmente a corto di benzina speciale.
Raggiunse la cabina camminando adagio al suo fianco, insolitamente tranquilla. Ma, tolta la tuta e indossato di nuovo il solito vestito, ritrovò tutto il suo spirito. Quelle dannate navi morbose! Quelle dannate realtà morbose! Sentiva, imperiosa, la necessità di andarsene, di bere, di ascoltare musica, di ballare. Dinanzi allo specchio, dinanzi alle fotografie della moglie e dei figli di lui si fece le labbra più rosse, le guance più accese, i suoi occhi ritrovarono la loro fiamma. Filare, adesso! Uscire da quelle pareti d’acciaio, al più presto! Non era posto per lei, quello! Tuffarsi nel mondo delle romanticherie, dell’ipocrisia, dei cognac doppi! Filare, tornare al mondo che era il suo.
Dalle fotografie in cornice, Sharon la guardava con una espressione comprensiva, di approvazione.
Nella sala ufficiali, lui le andò incontro. — Accidenti! — esclamò. — È meravigliosa!
Gli rivolse un rapido sorriso. — Mi sento maledettamente a terra — gli rispose. — Battiamocela di qui e andiamo a respirare un po’ d’aria. Fermiamoci a quell’albergo a bere qualcosa, poi cerchiamo qualche posto dove si balli.
— Come vuole.
La lasciò con John Osborne mentre andava a mettersi in borghese. — Mi accompagni sul ponte di volo, John — disse lei. — Se rimango a bordo un minuto ancora, incomincio a strillare.
— Non sono sicuro di sapere da che parte si passa per arrivare sul tetto — osservò lui. — Sono nuovo di qui.
Trovarono una ripidissima scala che portava a una torretta d’artiglieria, scesero precipitosamente, vagarono per un corridoio d’acciaio e finalmente sbucarono in coperta. Sull’ampio e libero ponte di volo il sole era tiepido, il mare azzurro, la brezza fresca. — Sia ringraziato Dio, sono finalmente fuori! — esclamò lei.
— Ho l’impressione che non sia precisamente innamorata della Marina — osservò lui.
— Bene, e lei si diverte?
— Sì, credo proprio di sì — rispose, dopo qualche istante di riflessione. — Sarà una cosa piuttosto interessante.
— Guardare i morti attraverso un periscopio? Ho una idea ben diversa del divertimento, io.
Percorsero qualche metro in silenzio. — È sempre utile allargare le proprie cognizioni — disse John alla fine. — Bisogna cercare di sapere che cosa è successo. Tutto potrebbe essere andato in maniera completamente diversa da quello che pensiamo noi. Magari gli elementi radioattivi sono stati assorbiti da qualcosa. Potrebbe essere accaduto qualcosa che noi ignoriamo. Anche se non scopriamo niente di buono, si tratta pur sempre di una scoperta. Credo che non scopriremo niente di buono, niente che possa dare adito a speranze. Ma, anche così, è divertente indagare.
— Chiama un divertimento scoprire qualcosa di brutto?
— Sì, certo — rispose, deciso. — Ci sono giochi che divertono anche quando si perde. Anche quando si sa di perdere prima ancora di cominciare. È divertente il gioco di per se stesso, semplicemente.
— Ha idee piuttosto strane sul divertimento e sui giochi.
— Il suo guaio è che non vuole guardare in faccia la realtà. Tutto questo è accaduto, e sta accadendo, ma lei non lo accetta. Dovrà pure guardare in faccia la realtà della vita, un giorno o l’altro.
— E va bene — replicò, irritata. — La guarderò in faccia. Il prossimo settembre, se quanto si dice corrisponde alla realtà. C’è ancora abbastanza tempo per me.
— Come preferisce. — La guardò, sorridendo. — Ma non punterei troppo su settembre — aggiunse. — È settembre, sì, ma con uno scarto di tre mesi in più o in meno. Può anche darsi che sia giugno, per quello che si sa. O può anche darsi che sia in grado di farle un regalo di Natale.
Chiese, furibonda: — Non lo sa?
— No, non lo so. Mai niente di simile si è verificato prima d’ora nella storia del mondo. — Si interruppe, poi aggiunse ironicamente: — Se si fosse verificato, noi non saremmo certo qui a parlarne.
— Se dice una parola ancora, la faccio volare giù dal ponte. — Il comandante Towers comparve in cima a una scaletta e si diresse verso di loro, irreprensibile nel suo doppio petto blu. — Mi stavo chiedendo dove potevate essere andati — osservò.
La ragazza disse: — Mi scusi, Dwight. Avremmo dovuto lasciarle un messaggio. Avevo bisogno di un po’ di aria fresca.
John Osborne intervenne. — Le consiglio di fare attenzione, signore. È di umore serissimo. Le girerei alla larga, al suo posto, per paura di ricevere un morso.
— Ha continuato a stuzzicarmi! — esclamò la ragazza. — Come Albert e il leone. Andiamo, Dwight.
— Arrivederci domani, signore — disse lo scienziato. — Io mi tratterrò a bordo per tutto il fine-settimana.
Il capitano si allontanò assieme alla ragazza, e assieme discesero la scala che portava sotto coperta. Mentre percorrevano il corridoio d’acciaio alla volta della passerella, lui le chiese: — A che proposito la stuzzicava, cara?
— A proposito di tutto — rispose, vaga. — Non la smetteva di punzecchiarmi. Andiamo a bere qualcosa prima di metterci in treno, Dwight. Poi mi sentirò meglio.
L’accompagnò allo stesso bar, sul corso. Davanti ai bicchieri, le chiese: — Fino a che ora possiamo rimanere assieme stasera?
— L’ultimo treno parte da Flinders Street alle undici e un quarto. Farò meglio a prenderlo, Dwight. Mamma non mi perdonerebbe mai se passassi la notte con lei.
— Lo credo bene. E che cosa farà quando sarà arrivata a Berwick? Ci sarà qualcuno ad aspettarla?
Scosse la testa. — Abbiamo lasciato una bicicletta alla stazione stamattina. Se accetterà di fare a modo mio, non sarò certo in grado di servirmene, ma comunque c’è. — Terminò il primo cognac doppio. — Me ne offra un altro, Dwight.
— Gliene offrirò un altro ancora. Poi andremo a prendere il treno. Mi aveva promesso che saremmo andati a ballare.
— E ci andremo, certo. Ho fissato una tavola da Mario. Ma barcollo maledettamente quando sono piena.
— Io non ho nessuna intenzione di barcollare. Voglio ballare.
Prese il bicchiere che le tendeva. — È molto esigente, lei. Non cominci a punzecchiarmi anche lei, adesso. Non lo potrei sopportare. E poi, sono ben pochi gli uomini che sanno ballare.
— Io risulterò uno di quelli. Ballavamo molto, negli Stati Uniti. Ma, da quando è cominciata la guerra, non ho più avuto occasione di provare.
— Se non mi sbaglio, conduce una esistenza piuttosto limitata.
Riuscì a trascinarla fuori dal bar dopo il secondo bicchiere, e si avviarono a piedi verso la stazione, nel crepuscolo. Arrivarono in città un’ora e mezzo più tardi e uscirono in strada. — È presto — disse lei. — Camminiamo un poco. — La prese sotto braccio per pilotarla attraverso la folla serale del sabato. Quasi tutti i negozi avevano ancora le vetrine piene di merce, ma pochi soltanto erano aperti. Ristoranti e caffè erano affollati e lavoravano moltissimo; i bar erano chiusi, ma per le strade non era difficile notare persone ubriache. Si aveva l’impressione di una allegria chiassosa e sfrenata, più di stile 1890 che non 1963. Per gli ampi viali il solo traffico era quello dei tram, e la gente occupava quasi tutta la sede stradale. All’angolo di Swanston e di Collins Street un italiano stava suonando un enorme e sgargiante mandolino, e lo suonava bene davvero. Intorno a lui, la gente ballava. Mentre passavano davanti al Regal Cinema, un tale, che li precedeva barcollando, cadde, rimase un momento sulle mani e sulle ginocchia, poi rotolò lungo il bordo del marciapiede, ubriaco fradicio. Nessuno gli badò più di tanto. Un poliziotto, che procedeva a passo lento, lo rovesciò sulla schiena, lo guardò distrattamente e proseguì poi per la sua strada.
— A quanto pare, se la spassano qui, la sera — osservò Dwight.
— Oh, ormai non è più brutto come prima — replicò la ragazza. — Era molto peggio, subito dopo la fine della guerra.
— Lo so. Ho l’impressione che si siano stancati. — E, dopo una pausa, aggiunse: — Come me.
Annuì. — È sabato, certo. In una sera normale, invece, tutto è molto tranquillo. Più o meno come prima della guerra.
Entrarono nel ristorante. Il proprietario li accolse con molte cerimonie, perché conosceva bene la ragazza che frequentava il locale almeno una volta la settimana e sovente anche più spesso. Dwight Towers ci era stato una mezza dozzina di volte, forse, perché preferiva il suo club, ma il capo-cameriere lo conosceva come il comandante del sottomarino americano. Furono accompagnati a un’ottima tavola d’angolo, lontano dall’orchestra, e ordinarono gli aperitivi e la cena.
— Sono molto gentili qui — osservò Dwight, soddisfatto. — È un locale che non frequento spesso, e non spendo molto quando ci vengo.
— Io invece capito qui abbastanza di frequente. — La ragazza rimase un momento meditabonda. — Sa che lei è un uomo davvero fortunato?
— Perché dice questo?
— Perché ha un lavoro che la tiene continuamente occupato.
Non si era mai reso conto prima di allora di essere fortunato. — È vero — ammise lentamente. — Certo non mi resta molto tempo per girare con le mani in mano.
— A me sì, invece. È tutto quanto ho da fare.
— Non lavora? Non ha una occupazione?
— Niente di niente. Qualche volta, a casa, faccio passeggiare un bue attraverso i campi per rivoltare il concime. E questo è tutto.
— Credevo che lavorasse in qualche posto, qui in città — osservò.
— Sarebbe simpatico — lei replicò, un po’ cinicamente. — Ma non è così facile, mi creda. Mi sono laureata in Storia a Bottega poco prima della guerra.
— A Bottega?
— All’Università. Volevo poi seguire un corso di stenografia e di dattilografia. Ma che senso avrebbe avuto studiare per un anno soltanto? Non avrei avuto il tempo di finire. E, se anche avessi finito, non ci sarebbero stati posti.
— Vuole dire che il commercio va scomparendo?
Annuì. — Molti miei amici sono ormai disoccupati. Non si lavora più come una volta, non c’è più bisogno di segretarie. Una buona metà degli amici di papà ha smesso di andare in ufficio, come faceva una volta. Se ne sta a casa, come se fosse in pensione. E moltissimi uffici hanno chiuso i battenti.
— Mi sembra una cosa abbastanza sensata. Un uomo ha bene il diritto di fare quello che vuole nei suoi ultimi mesi, se solo ha da parte danaro a sufficienza.
— E lo stesso diritto ha una ragazza. Anche se quello che desidera fare è qualcosa di diverso, qualcosa che non sia far passeggiare un bue per i campi perché rivolti il concime.
— Proprio non ci sono posti? — chiese.
— Che facciano per me, no. E mi sono data da fare, glielo assicuro. Ma, vede, non so nemmeno scrivere a macchina.
— Potrebbe imparare. Potrebbe iscriversi a quel corso che aveva intenzione di seguire.
— A che scopo, se non c’è tempo di finirlo o di metterlo a profitto poi?
— Avrebbe qualcosa da fare. E, almeno, questo rappresenterebbe una alternativa ai cognac doppi.
— Il lavoro fine a se stesso? — chiese. — È una sciocchezza.
Prese a tamburellare nervosamente con le dita sulla tavola.
— Meglio del bere fine a se stesso — replicò. — Almeno non le dà il mal di testa.
— Mi offra un altro doppio cognac, Dwight — esclamò lei, irritata — e poi vediamo se sa ballare.
Mentre l’accompagnava sulla pista, si sentiva vagamente spiacente per lei. Era in uno stato d’animo piuttosto nero, la ragazza. Immerso nelle proprie preoccupazioni e nel proprio lavoro, non gli era mai capitato di pensare che, in un periodo come quello, anche i giovani ancora da sposare avevano i propri problemi, le proprie delusioni. Si sforzò di renderle piacevole la sera parlando dei film e delle commedie musicali che avevano visto tutti e due, delle loro conoscenze comuni. — Peter e Mary Holmes sono buffi — disse lei, a un certo punto. — Lei va assolutamente pazza per i lavori di giardinaggio. Hanno preso in affitto quella casa per tre anni. Mary vuole piantare questo autunno non so che cosa perché sbocci l’anno prossimo.
Sorrise. — Mi sembra che faccia benissimo. Non si sa mai. — Poi si affrettò a portare la conversazione su argomenti più anodini. — Ha visto il film di Danny Kay al Plaza?
Vela e nuoto erano soggetti assolutamente sicuri, e ne discussero a lungo. Mentre terminavano di cenare, ebbe inizio lo spettacolo di varietà, che li divertì per un po’, poi ballarono ancora. Alla fine la ragazza disse: — Devo incominciare a pensare a quel treno, Dwight.
Pagò il conto mentre lei era alla toeletta, e l’aspettò sulla porta. Le strade della città erano ormai tranquille; non si sentiva più musica, i ristoranti e i caffè erano chiusi. Restavano solo gli ubriachi, che barcollavano sui marciapiedi o dormivano sdraiati per terra. La ragazza storse il naso. — Dovrebbero fare qualcosa per mettere fine a questo sconcio — disse. — Prima della guerra non era così.
— È un grosso problema — fece lui, pensieroso. — Uno di quei problemi che si presentano continuamente in Marina. Io sono del parere che un uomo abbia il diritto di fare ciò che vuole quando va a terra, purché non infastidisca gli altri. In un periodo come questo, c’è chi sente il bisogno di riempirsi di alcol. — Guardò un poliziotto fermo all’angolo. — E dello stesso parere sembrano gli agenti, in questa città, in ogni modo. Non ho ancora visto un ubriaco che venisse arrestato per il semplice fatto che era ubriaco.
Alla stazione, lei indugiò per ringraziarlo e per augurargli la buonanotte. — È stata una sera meravigliosa — disse. — Ed è stata meravigliosa anche la giornata. Grazie di tutto, Dwight.
— Mi sono divertito anch’io, Moira. Erano anni che non ballavo più.
— Se l’è cavata abbastanza bene. — Poi chiese: — Sa quando salperete per il nord?
Scosse la testa. — Non ancora. Prima che ce ne andassimo, ho ricevuto la comunicazione di presentarmi a rapporto lunedì mattina con il tenente Holmes, negli uffici dell’Ammiragliato. Immagino che ci daranno le ultime istruzioni, e forse salperemo lunedì nel pomeriggio.
— Buona fortuna allora. Mi telefonerà quando sarà di ritorno a Williamstown?
— Certo, con il massimo piacere. Forse potremo uscire ancora a vela, o magari ripetere una serata come questa.
— È stata molto divertente. Ma adesso devo andare, se non voglio perdere il treno. Buonanotte ancora, e grazie di tutto.
— È stata molto divertente davvero. Buonanotte. — La seguì con gli occhi fino a quando non si perdette in mezzo alla folla. Vista di schiena, con quel leggero abito estivo, la ragazza assomigliava a Sharon; o forse stava dimenticando, le sue idee cominciavano a farsi un po’ confuse? No, assomigliava un po’ a Sharon nel modo di camminare. In questo e in niente altro. Ecco perché la trovava simpatica, forse: perché assomigliava soltanto un po’ a sua moglie.
Uscì e andò a prendere il treno che doveva portarlo a Williamstown.
Il mattino seguente andò alla chiesa di Williamstown, come aveva l’abitudine di fare quando le circostanze glielo permettevano. Alle dieci del lunedì mattina era con Peter Holmes al Ministero della Marina, in attesa di essere ricevuto dall’ammiraglio, sir David Hartman. Il segretario disse: — Sarà qui subito, signore. Mi risulta che la accompagnerà agli uffici governativi del Commonwealth.
— Davvero?
Il tenente annuì. — Ha ordinato una macchina. — Risuonò il ronzio attutito di un campanello, e il giovane si precipitò nell’ufficio, per ricomparire quasi subito. — Può entrare.
Quando entrarono nell’ufficio, il vice-ammiraglio si alzò in piedi per salutarli. — Buongiorno, comandante Towers. Buongiorno, Holmes. Il Primo Ministro vuole parlare con voi prima della vostra partenza, e di conseguenza andremo subito da lui. Ma, per prima cosa, voglio darvi questo. — Si chinò e prese dalla scrivania un dattiloscritto abbastanza voluminoso. — È il rapporto del comandante dell’U.S.S. Swordfish sulla sua crociera da Rio de Janeiro al Nord Atlantico. — Lo diede a Dwight. — Mi spiace che arrivi così tardi, ma il traffico radio con il Sud America è molto intenso, e, come vedete, si tratta di un pezzo piuttosto lungo. Portatelo con voi e leggetelo quando avrete un momento di tempo.
L’americano lo prese e lo sfogliò con interesse. — Ci sarà molto utile, signore. C’è qualcosa che possa interessare direttamente la nostra crociera?
— Non credo. Ha trovato un’alta percentuale di radioattività... radioattività atmosferica... in tutta la zona, maggiore a nord che non a sud, come c’era da immaginare. Si è messo in immersione... vediamo... — Riprese il dattiloscritto e sfogliò in fretta le pagine. — ... si è messo in immersione a latitudine Due Sud, al largo di Parnaiba, e ha navigato sott’acqua per tutta la durata della crociera, per riaffiorare a latitudine Cinque Sud, al largo di Cape Sao Roque.
— Per quanto tempo è rimasto in immersione, signore?
— Per trentadue giorni.
— Rappresenterebbe un record.
L’ammiraglio annuì. — Credo di sì. Credo che lo dica da qualche parte. — Restituì il dattiloscritto. — Bene, portatelo con voi e studiatelo. Ci dà un quadro generale delle condizioni del nord. A proposito, se volete mettervi in comunicazione con lui, ha trasferito la sua unità nell’Uruguay. Attualmente si trova a Montevideo.
Peter chiese: — La situazione si sta facendo critica a Rio, signore?
— Il cerchio si va stringendo.
Uscirono dal Ministero della Marina e, in cortile, salirono su una macchina elettrica, che li trasportò silenziosamente per le vie deserte della città, su per Collins Street, fino agli uffici del Commonwealth. Pochi minuti dopo erano seduti a un tavolo con Donald Ritchie, il Primo Ministro.
Questi disse: — Volevo vederla prima della sua partenza, capitano, per chiarirle un po’ gli scopi di questa crociera e per augurarle buona fortuna. Ho letto il suo ordine di operazione, e mi resta ben poco da aggiungere. Deve spingersi fino a Cairns, Port Moresby e Darwin per fare un rapporto sulle condizioni esistenti in quelle località. Qualsiasi segno di vita, sia umana che animale, sarebbe naturalmente di particolare interesse. La vegetazione, anche. E gli uccelli marini, se è in grado di raccogliere qualche informazione su di loro.
— Credo che sarà piuttosto difficile, signore — disse Dwight.
— Già, lo immagino. In ogni modo, so che la accompagna uno dei nostri scienziati.
— Sì, signore. Il signor Osborne.
Il Primo Ministro si passò una mano sul viso, in un gesto che gli era abituale. — Bene, non voglio che corra rischi. Anzi, glielo vieto formalmente. Vogliamo che torni con la nave intatta e con l’equipaggio in buone condizioni fisiche. Sta a lei decidere, dietro consiglio dell’addetto scientifico, se salire o meno sul ponte, se portare o meno l’unità in superficie. Se la percentuale della radioattività lo permette, potrebbe sbarcare e visitare le città. Ma credo che non sarà possibile.
L’ammiraglio scosse la testa. — Ne dubito molto anch’io. Credo che troverà necessario mettersi in immersione quando arriverà a Ventidue Sud.
L’americano fece un rapido calcolo mentale. — Cioè a sud di Townsville.
Il Primo Ministro disse, scandendo le parole: — Sì. C’è ancora gente in vita a Townsville. Le è vietato formalmente di recarsi là, a meno che il suo ordine di operazioni non venga modificato da un segnale del Ministero della Marina. — Sollevò la testa e guardò dritto negli occhi l’americano. — Può sembrarle duro, comandante. Ma non possiamo aiutarli, ed è meglio non suscitare inutili speranze con la visita della vostra nave. E, dopo tutto, sappiamo in quali condizioni si trova Townsville. Siamo ancora in contatto telegrafico con quella città.
— Capisco, signore.
— E arriviamo così al punto che devo mettere bene in chiaro — continuò il Primo Ministro. — Le viene espressamente vietato di prendere qualcuno a bordo della sua nave durante questa crociera, senza una esplicita autorizzazione del Ministero della Marina, ottenuta per via radio. Capirà, ne sono certo, l’evidente necessità che né lei né un qualsiasi membro del suo equipaggio venga a trovarsi in contatto con una persona radioattiva. È chiaro?
— Chiarissimo, signore.
Il Primo Ministro si alzò. — Bene, buona fortuna a tutti. Conto di parlare ancora con lei, comandante Towers, fra una quindicina di giorni.
3
Nove giorni dopo, l’U.S.S. Scorpion emerse all’alba. Nella luce ancora incerta, mentre le stelle scomparivano a poco a poco, i periscopi apparvero sul mare calmissimo al largo di Sandy Cape, vicino a Bundebarg, nel Queensland, alla latitudine di ventidue gradi Sud. Rimase sotto il pelo dell’acqua per un quarto d’ora circa, mentre il capitano controllava la sua posizione sul faro della riva ancora distante e sulle riflessioni acustiche e mentre John Osborne, che maneggiava con dita nervose i suoi strumenti, calcolava la radioattività dell’atmosfera e del mare. Poi l’unità emerse dagli abissi: un lungo scafo grigio, bassissimo sull’acqua, che si dirigeva a sud alla velocità di venti nodi. Sul ponte, un portello si aprì fragorosamente e comparve l’ufficiale di servizio, seguito dal capitano e da molti altri. Dato che il tempo era sereno, tutti i tubi lanciasiluri furono spalancati e l’aria pura prese a circolare liberamente sotto coperta. Una corda di sicurezza venne tesa da prua a poppa, e tutti coloro che non erano di servizio salirono sul ponte a respirare la fresca brezza mattutina, pallidissimi, felici di trovarsi di nuovo all’aperto ad ammirare il sorgere del sole. Erano stati in immersione per più di una settimana.
Mezz’ora dopo avevano fame, una fame più forte di quella che avessero mai avvertito da diversi giorni a quella parte. Quando venne dato il segnale della prima colazione, si precipitarono sotto coperta, e allora furono i cuochi a salire a respirare una boccata d’aria. Quando venne il momento del cambio della guardia, altri uomini si precipitarono al sole. Gli ufficiali apparvero sul ponte, la sigaretta stretta fra le labbra, e l’unità si adeguò a quelle che erano le normali condizioni della navigazione in superficie, puntando verso sud sul mare azzurro, lungo le coste del Queensland. Non appena fu issata l’antenna della radio, fu trasmessa, in codice, la posizione. Subito cominciarono a ricevere i programmi messi normalmente in onda, e la musica leggera riempì lo scafo, mescolandosi al ronzio delle turbine e allo sciacquio dei flutti lungo le fiancate.
Sul ponte, il capitano disse al suo ufficiale di collegamento: — Sarà abbastanza difficile la redazione di questo rapporto.
Peter annuì. — C’è quella nave cisterna, signore.
— Già — fece Dwight — c’è quella nave cisterna. — Fra Cairns e Port Moresby, nel Mare dei Coralli, avevano incrociato una nave. Era una cisterna, vuota e in zavorra, che andava alla deriva con le macchine spente. Apparteneva al registro di Amsterdam. Le avevano incrociato attorno, chiamandola con l’altoparlante senza ottenere risposta, osservandola attraverso il periscopio mentre ne controllavano l’origine sui registri del Lloyd. Tutte le imbarcazioni di salvataggio erano al loro posto, ma sembrava che a bordo non ci fosse anima viva. E c’era molta ruggine, ruggine dappertutto. Erano giunti alla conclusione che si trattava di un relitto alla deriva sul mare dall’epoca della guerra; non si notavano danni che non fossero quelli procurati dalle intemperie. Non potevano fare nulla, e la percentuale della radioattività atmosferica era troppo alta perché potessero arrischiarsi sul ponte e magari tentare di salire a bordo del relitto, ammesso che potessero riuscire ad arrampicarsi su per le fiancate a strapiombo. Così, dopo un’ora circa, si erano allontanati, dopo averla fotografata attraverso il periscopio e dopo averne rilevato la posizione. Era la sola nave che avessero incontrato durante la loro crociera.
L’ufficiale di collegamento disse: — Tutto si ridurrà, più o meno, a un rapporto sulle registrazioni della radioattività.
— Già, sarà così, più o meno — convenne il capitano — perché abbiamo ben poco da riferire. Ma c’era quel cane.
Non sarebbe stato facile redigere il rapporto perché avevano visto e appreso ben poco nel corso della loro crociera. Si erano avvicinati a Cairns in superficie ma senza lasciare lo scafo, dato che la percentuale della radioattività era troppo alta per permettere di salire sul ponte. Per raggiungere la loro meta si erano spinti con molte precauzioni attraverso la barriera di scogli corallini, restando fermi per una notte perché Dwight considerava pericoloso navigare al buio in quelle acque, senza la guida sicura di fari e di luci di direzione. Quando finalmente avevano raggiunto la Green Island e si erano avvicinati a terra, la città era apparsa ai loro occhi assolutamente normale. L’avevano vista illuminata dal sole sulla costa, sullo sfondo della catena montagnosa di Atherton. Attraverso il periscopio, avevano inquadrato le strade a negozi del quartiere commerciale, ombreggiate da file di palme, un ospedale e graziose villette a un piano, alte sul terreno grazie a un sistema di palafitte; c’erano macchine ferme per le strade, e un paio di bandiere sventolavano ancora. Si erano spinti su per il fiume fino ai moli. Ma qui c’era poco da vedere: qualche imbarcazione all’ancora, in un ambiente perfettamente normale, e nessuna nave agli ormeggi. Le gru, saldamente assicurate, allungavano le loro braccia gigantesche a dritta e a manca. Anche se erano arrivati vicinissimi a terra, avevano potuto vedere ben poco, perché il periscopio arrivava a stento all’altezza delle piazzole di scarico e i magazzini impedivano allo sguardo di spaziare. Avevano visto soltanto i moli silenziosi, come se fosse stata domenica o una qualsiasi altra festa, anche se, nei giorni di riposo, ci sarebbe stata una certa quale attività fra le imbarcazioni di piccolo cabotaggio. A un certo momento, era comparso un enorme cane nero, che aveva incominciato ad abbaiare nella loro direzione da uno dei moli di scarico.
Si erano trattenuti nel fiume, all’altezza dei moli, per un paio d’ore, chiamando con l’altoparlante aperto al massimo, con un volume di voce che sarebbe dovuto risuonare per tutta la città. Non era successo nulla, perché la città era sprofondata nel più eterno dei sonni.
Avevano virato di bordo allora e si erano spinti fino a un punto da dove potevano vedere ancora lo Strand Hotel e parte del quartiere commerciale. Si erano fermati per un poco, sempre chiamando ma senza ottenere risposta alcuna. Avevano desistito allora e avevano puntato verso il mare aperto per trovarsi oltre la barriera degli scogli prima del crepuscolo. Con l’eccezione delle registrazioni sulla radioattività rilevate da John Osborne, non erano venuti a capo di nulla, salvo l’informazione puramente negativa che Cairns appariva esattamente quale era sempre stata. Il sole brillava sulle strade, le palme scintillavano sulle colline, le tende multicolori ombreggiavano le vetrine dei negozi della città. Una graziosissima località dei tropici dove sarebbe stato molto simpatico vivere, solo che non ci viveva nessuno, salvo che, a quanto pareva, un cane.
Port Moresby era stato, più o meno, la stessa cosa. Dal mare, la città, inquadrata dal periscopio, non aveva mostrato nulla di particolare. Una nave mercantile registrata a Liverpool era all’ancora nella baia, la scaletta di bordo sollevata. Altre due navi erano incagliate sulla spiaggia, probabilmente perché qualche uragano le aveva strappate ai loro ormeggi. Si erano trattenuti lì per alcune ore, ispezionando le strade, risalendo i moli, sempre chiamando attraverso l’altoparlante. Non avevano ottenuto risposta, e dopo un po’ si erano allontanati, perché sarebbe stato inutile trattenersi più a lungo.
Due giorni dopo avevano raggiunto Port Darwin e si erano fermati nel porto, di fronte alla città. Avevano visto soltanto gli scali, il tetto del municipio e un angolo del Darwin Hotel. Avevano incrociato intorno alle imbarcazioni da pesca all’ancora, chiamandole e osservandole attentamente al periscopio. Erano riusciti a sapere soltanto che, quando la fine era venuta, la gente era morta dopo aver lasciato tutto nel più perfetto ordine. — Fanno così anche gli animali — aveva detto John Osborne. — Si trascinano nelle loro tane per morire. Probabilmente sono tutti a letto.
— Comincio ad averne abbastanza — aveva mormorato il capitano.
— È vero — aveva ammesso lo scienziato.
— Già, è vero. E adesso non parliamone più.
Sarebbe stato piuttosto difficile scrivere quel rapporto. Avevano lasciato Port Darwin, come già avevano lasciato Cairns e Port Moresby, erano tornati attraverso lo stretto di Torres e avevano puntato a sud, in immersione, lungo la costa del Queensland. Intanto la fatica della crociera cominciava a farsi sentire; avevano parlato pochissimo fra loro fino a quando non erano tornati in superficie, tre giorni dopo essersi allontanati da Darwin. Tonificati dall’aria aperta, avevano ora il tempo di pensare a quello che avrebbero dovuto riferire, una volta che avessero fatto ritorno a Melbourne.
Ne parlarono dopo pranzo, mentre fumavano al tavolo della sala ufficiali. — Le stesse cose che ha rilevato lo Swordfish, naturalmente — disse Dwight. — Non ha visto praticamente nulla, né negli Stati Uniti né in Europa.
Peter allungò un braccio verso l’ormai spiegazzato rapporto che stava su una piccola credenza, alle sue spalle. Tornò a sfogliarlo, anche se lo aveva già letto più e più volte durante la crociera. — Non ci avevo pensato — disse, lentamente. — Non lo avevo considerato da questo punto di vista, ma, ora che me ne accenna, è vero. In pratica, non c’è niente qui sulle condizioni a terra.
— Non avrebbero potuto accertarle più di quanto abbiamo fatto noi — disse il capitano. — Nessuno saprà mai realmente come appaia una località inquinata. E questo vale per tutto quanto l’emisfero australe.
— Meglio così, probabilmente — commentò Peter.
— Lo credo anch’io — convenne il comandante. — Ci sono cose che una persona non può desiderare di andare a vedere.
John Osborne disse: — Ci riflettevo questa notte. Avete pensato che nessuno rivedrà mai Cairns...? O Moresby? O Darwin?
Lo fissarono, mentre questo nuovo concetto si imprimeva nelle loro menti. — Nessuno rivedrà quello che abbiamo visto noi — mormorò il capitano.
— Chi altro potrebbe andare là se non noi? E noi non ci torneremo. Non c’è tempo.
— Proprio così — fece Dwight, pensieroso. — Non credo che abbiano intenzione di rimandarci laggiù. Non ho mai pensato in questo senso, ma avete perfettamente ragione. Siamo gli ultimi esseri viventi che abbiano visto quelle località. — Fece una pausa. — E, in pratica, non abbiamo visto niente. Sì, credo che abbiate ragione.
Peter si mosse, a disagio. — È un avvenimento storico — commentò. — Dovrebbe essere registrato da qualche parte, non vi pare? Qualcuno sta scrivendo qualcosa di simile a una storia della nostra epoca?
John Osborne rispose: — Che io sappia, no. Ma me ne informerò. Comunque, non mi sembra ci sia scopo a scrivere roba che nessuno leggerà.
— In ogni modo, dovrebbe rimanere qualche testimonianza scritta — protestò l’americano. — Anche se dovesse essere letta solo per i pochi mesi che ci rimangono. Mi piacerebbe leggere una storia dell’ultima guerra. Vi ho partecipato, nel mio piccolo, ma non ne so niente di niente. C’è qualcuno che ne abbia scritto qualcosa?
— Una storia, no — rispose Osborne. — Non che io sappia, in ogni modo. Le informazioni che abbiamo ricevuto sono a disposizione di tutti, naturalmente, ma manca una storia coerente. Ci sarebbero lacune, immagino, perché ignoriamo troppe cose.
— Mi accontenterei delle cose che sappiamo — osservò il capitano.
— E cioè, signore?
— Bene, tanto per cominciare, quante bombe sono state sganciate? Bombe nucleari, bene inteso?
— Gli osservatori sismici ne hanno registrate circa quattromila e settecento. Ma alcune registrazioni erano molto deboli, ed è probabile quindi che siano state di più.
— Quante sono state quelle di enorme potenza... le bombe a fusione, le bombe a idrogeno o come diavolo le chiamano?
— Non saprei. Probabilmente una percentuale altissima. Tutte le bombe sganciate nella guerra russo-cinese erano bombe a idrogeno, credo... per la maggior parte con un elemento a cobalto.
— Perché hanno fatto questo? Perché si sono serviti del cobalto, voglio dire? — domandò Peter.
Lo scienziato si strinse nelle spalle. — Guerra radiologica. Non potrei essere più preciso su questo punto.
— Credo di poter dire qualcosa io — intervenne l’americano. — Ho partecipato a un corso per ufficiali superiori a Yerba Buena, San Francisco, il mese prima della guerra. Ci hanno spiegato che cosa, a giudizio dei nostri governanti, sarebbe accaduto fra Russia e Cina. Se poi ci hanno detto quello che realmente è accaduto sei settimane dopo... bene, le vostre ipotesi, qui, valgono le mie.
John Osborne chiese adagio: — E che cosa le hanno detto?
Il capitano rimase per qualche istante pensieroso, poi rispose: — Tutto si riduceva, in sostanza, ai porti ad acque libere. La Russia non ha un solo porto che non geli d’inverno, salvo quello di Odessa, cioè nel Mar Nero. Per arrivare da Odessa alle rotte d’alto mare, il traffico doveva passare per due stretti controllati dalla N.A.T.O. in tempo di guerra: il Bosforo e Gibilterra. Murmansk e Vladivostok possono essere tenuti liberi dai ghiacci nel corso dell’inverno, ma sono terribilmente lontani dai centri di produzione russi. Quel funzionario del servizio informazioni ci ha detto in sostanza che la Russia mirava a Shanghai.
Lo scienziato chiese: — È a portata di mano per le loro industrie siberiane?
Il capitano annuì. — Precisamente. Durante la Seconda guerra mondiale avevano trasferito molte delle loro industrie lungo la transiberiana, a est degli Urali, fino al lago Bajkal. Avevano costruito nuove città perfettamente attrezzate. Bene, queste località erano molto, molto distanti dal porto di Odessa. Il tragitto che li separava da Shanghai era meno della metà. — Dopo una pausa, continuò, pensieroso: — E un’altra cosa ci ha detto. La Cina aveva una popolazione tripla rispetto a quella della Russia, una popolazione che viveva, per così dire, gomito a gomito. La Russia, confinante al nord, aveva milioni e milioni di miglia quadrate di terra che non sfruttava perché non aveva modo di popolarle. Quel tale ci ha detto che, dopo lo sviluppo delle industrie cinesi nel corso degli ultimi venti anni, la Russia aveva incominciato a temere un attacco da parte della Cina. Mosca si sarebbe sentita molto più tranquilla se ci fossero stati duecento milioni di cinesi in meno, e poi aspirava a Shanghai. È così che si è arrivati alla guerra radiologica...
Peter osservò: — Ma, servendosi del cobalto, si vietavano automaticamente di avanzare e di catturare Shanghai.
— È vero. Ma potevano rendere inabitabile la Cina del nord per un certo numero di anni spaziando in maniera appropriata le bombe. Se avessero sganciato le bombe nei punti esatti, la Cina sarebbe scomparsa fino al mare. Il pulviscolo avrebbe fatto il giro del mondo in direzione est, attraverso il Pacifico; se avesse raggiunto, sia pure in quantità minima, gli Stati Uniti, non credo che i russi avrebbero precisamente pianto per questo. Se facevano bene i loro calcoli, la polvere sarebbe risultata innocua una volta che, compiuto il giro del mondo, avesse di nuovo raggiunto l’Europa e la Russia Occidentale. Certo, le truppe non avrebbero potuto avanzare e occupare Shanghai per un certo numero di anni, ma, a lungo andare, sarebbero arrivate anche a questo.
Peter si rivolse allo scienziato. — Quanto tempo sarebbe occorso perché fosse possibile rimettere in attività Shanghai?
— Con una bomba al cobalto? Non riesco neppure a immaginarlo. Dipende da troppi fattori. Sarebbe stato necessario mandare in avanscoperta squadre di esplorazione. Più di cinque anni, comunque, direi. E meno di venti. Ma è una cosa che non si può affermare con certezza.
Dwight annuì. — Chi fosse arrivato là, cinese o altro, ci avrebbe trovato i russi.
John Osborne si voltò verso di lui. — E che cosa pensavano di tutto ciò i cinesi?
— Oh, loro consideravano la questione da un altro punto di vista. Non è che desiderassero particolarmente di sterminare i russi. Volevano semplicemente ridurli a un popolo agricolo che non nutrisse aspirazioni su Shanghai o su qualsiasi altro porto. I cinesi miravano ad annientare le regioni industriali russe, una città via l’altra, con un bombardamento di bombe al cobalto mediante i loro missili transcontinentali. Volevano fare in modo che i russi non fossero più in grado di usare una sola macchina per i prossimi dieci anni, più o meno. Avevano in animo di attenersi a una limitata diffusione delle particelle pesanti, non tale da essere in grado di fare il giro del mondo. Probabilmente non avrebbero neppure colpito in pieno le città; avrebbero fatto esplodere le loro bombe una decina di miglia a occidente, lasciando poi che il vento facesse il resto. — Fece una pausa. — Una volta distrutta l’industria sovietica, i cinesi sarebbero stati in grado di avanzare quando credevano più opportuno e di occupare le parti più sicure del paese, quelle che preferivano. Poi, una volta attenuate le radiazioni, avrebbero occupato le città.
— Avrebbero trovato le macchine piuttosto arrugginite — osservò Peter.
— È molto probabile. Ma, in questo modo, la guerra non avrebbe dato loro preoccupazioni.
John Osborne chiese: — E pensa che le cose si siano svolte proprio così?
— Non saprei — rispose l’americano. — Forse nessuno lo sa. Questo è quanto ci ha detto quel funzionario del Pentagono al corso per ufficiali superiori. — Dopo una breve pausa, continuò, pensieroso: — C’era un particolare che giocava a favore della Russia. La Cina non aveva amici o alleati, a eccezione della Russia stessa. E, quando la Russia si fosse mossa, nessun altro si sarebbe mosso né avrebbe scatenato una guerra su un altro fronte o simili.
Rimasero a fumare in silenzio per qualche minuto. — Secondo lei, che cosa ha fatto divampare alla fine il conflitto? — chiese poi Peter. — Gli attacchi russi su Londra e Washington?
John Osborne e il capitano lo guardarono fissamente. — I russi non hanno mai bombardato Washington — disse Dwight. — È stato dimostrato ormai.
Li fissò, sbalordito. — Il primissimo attacco, voglio dire.
— Precisamente, il primissimo attacco. Si trattava di bombardieri russi a lungo raggio, II 626, ma i piloti erano egiziani. Erano decollati dal Cairo.
— È sicuro che sia vero?
— È verissimo. Sono riusciti ad abbatterne uno a Porto Rico, sulla via del ritorno. Si sono accorti che si trattava di egiziani solo quando avevano già bombardato Leningrado, Odessa e gli stabilimenti nucleari di Kharkov, Kuibyshev e Molotov. Tutto si deve essere svolto a un ritmo terribilmente accelerato quel giorno.
— Vuole dire che abbiamo bombardato la Russia per errore? — L’idea era così orribile da apparire incredibile.
John Osborne disse: — È vero, Peter. La cosa non è mai stata ammessa pubblicamente, ma è esattissima. La prima è stata la bomba su Napoli. Quella era albanese, naturalmente. Poi c’è stata la bomba su Tel Aviv. Nessuno sa chi l’abbia sganciata, o, in ogni modo, non ne ho sentito parlare. Allora inglesi e americani sono intervenuti con un volo dimostrativo sul Cairo. L’indomani gli egiziani hanno fatto decollare tutti i bombardieri in attività di servizio che avevano a disposizione: sei per Washington e sette per Londra. Su Washington ne è arrivato uno, su Londra due. Dopo di che, erano ben pochi gli uomini di stato americani o inglesi che rimanevano ancora in vita.
Dwight annuì. — I bombardieri erano russi, e ho sentito dire che avevano i contrassegni russi. È una cosa possibilissima.
— Mio Dio! — esclamò l’australiano. — E allora noi abbiamo bombardato la Russia?
— Precisamente questo è accaduto — rispose il capitano scandendo le parole.
John Osborne disse: — Ed è comprensibile. Londra e Washington erano distrutte, rase al suolo. Le decisioni dovevano essere prese dai comandi militari sparpagliati per tutto il Paese, e dovevano essere prese al più presto, prima che arrivasse una nuova scarica di bombe. I rapporti con la Russia erano tesi, dopo la bomba albanese, e quegli aerei erano stati identificati come russi. — Una pausa. — Qualcuno doveva prendere una decisione, naturalmente, e prenderla nel giro di pochi minuti. A Camberra sono adesso del parere che questo qualcuno abbia preso una decisione sbagliata.
— Ma, se si trattava di un errore, perché non si sono riuniti per mettere termine alle ostilità? Perché hanno continuato?
Il capitano disse: — È difficile troncare una guerra quando tutti gli uomini di stato sono rimasti uccisi.
— Il guaio è che quei maledetti aggeggi costavano troppo poco — osservò lo scienziato. — Negli ultimi tempi, una bomba all’uranio veniva a costare soltanto cinquantamila sterline. Qualsiasi minuscola nazione turbolenta, come l’Albania, poteva procurarsene a volontà, e qualsiasi piccola nazione, una volta che le aveva, pensava di essere in grado di sconfiggere le grandi potenze mediante un attacco a sorpresa. È stato questo il vero guaio.
— E un altro è stato quello degli aerei — venne di rincalzo il capitano. — Erano anni che i russi fornivano aerei agli egiziani. E lo stesso faceva anche l’Inghilterra, che riforniva pure Israele e la Giordania. Il più grosso errore è stato quello di fornire aerei a lungo raggio d’azione.
Peter disse, adagio: — Bene, e in questo modo è scoppiato un conflitto fra la Russia e le potenze occidentali. Quando è intervenuta la Cina?
— Credo che nessuno lo sappia con precisione — rispose il capitano. — Ma, con ogni probabilità, la Cina ha colto l’occasione per attaccare la Russia con i suoi missili e la sua guerra radiologica. Probabilmente ignoravano fino a qual punto la Russia aveva preparato la guerra radiologica contro la Cina. Ma sono tutte ipotesi, queste. Le comunicazioni sono state interrotte quasi subito, e quelli che ancora restavano non avevano certo il tempo per parlare con noi quaggiù o con il Sud Africa. Sappiamo soltanto che, nella maggior parte dei Paesi, il comando è finito nelle mani di ufficiali subalterni.
John Osborne abbozzò un sorriso. — Il maggiore Chan Sze Lin.
Peter chiese: — E chi era questo maggiore Chan Sze Lin?
Lo scienziato rispose: — Credo che nessuno lo sappia; risulta soltanto che era un ufficiale dell’aeronautica cinese, e sembra che, verso la fine, abbia impugnato le redini del comando. Il Primo Ministro era in contatto con lui, nel tentativo di intervenire per mettere un freno a quanto stava succedendo. A quanto pare, aveva un ampio rifornimento di missili in varie località della Cina, nonché moltissime bombe da sganciare. Il suo pari grado in Russia sarà stato, con ogni probabilità, un individuo altrettanto insignificante. Ma non credo che il nostro Primo Ministro sia mai riuscito a mettersi in contatto con i russi. Comunque, non ho mai sentito un nome.
Seguì una lunga pausa. — Deve essere stata una situazione molto difficile — disse alla fine Dwight. — Che cosa poteva fare, quello sciagurato? Si trovava in piena guerra, e aveva a disposizione moltissime armi per combatterla. Secondo me, deve essere stata la stessa cosa in tutti i Paesi, dopo che gli uomini di Stato sono rimasti uccisi. E tutto ciò rende molto difficile interrompere una guerra.
— Certo ha reso difficile interrompere questa. Le ostilità sono cessate solo quando tutte le bombe erano state sganciate, tutti gli aerei erano inservibili. E, allora, ci si era spinti ormai troppo oltre.
— Accidenti — brontolò l’americano — non so davvero che cosa avrei fatto al loro posto. Sono contento di non esserci stato.
Lo scienziato disse: — Sono convinto che avrebbe almeno tentato di negoziare.
— Con un nemico che trasformava gli Stati Uniti in un inferno e uccideva la nostra gente? Quando avevo ancora armi valide? Avrei smesso di combattere per arrendermi? Amo pensare di essere di vedute larghe, ma... bene, non so. — Sollevò la testa. — Non ho mai preso lezioni di diplomazia. Se mi fosse stata affidata la responsabilità della situazione, non avrei saputo come affrontarla.
— E nemmeno loro hanno saputo affrontarla — disse lo scienziato. Si stiracchiò con uno sbadiglio. — Un vero peccato. Ma non bisogna dare la colpa ai russi. Non sono state le grandi potenze a scatenare il conflitto: sono state le piccole nazioni, le irresponsabili.
Peter Holmes commentò, con un sorriso: — È abbastanza duro per tutti noi altri.
— Abbiamo ancora sei mesi — osservò John Osborne. — Più o meno. Accontentiamoci di questo. Abbiamo sempre saputo che, un giorno o l’altro, saremmo dovuti morire. Bene, ora sappiamo anche quando. Questo è quanto. — Rise. — Dobbiamo sfruttare al meglio il tempo che ancora ci rimane.
— Lo so — rispose Peter. — Ma il guaio è che non riesco a pensare di fare qualcosa che già non faccio.
— Rimanere chiuso in questo dannato Scorpion?
— Bene, sì. È il nostro lavoro. Ma, per essere sincero, alludevo a casa.
— Mancanza di immaginazione. Dovrebbe farsi maomettano e aprire un harem.
Il comandante scoppiò in una risata. — Forse il suggerimento non è sbagliato.
L’ufficiale di collegamento scosse la testa. — Una buona idea, ma difficilmente realizzabile. Mary non l’apprezzerebbe certo. — Il sorriso gli morì sulle labbra. — Il guaio è che non posso credere a quello che sta succedendo. E voi?
— Neppure dopo quello che ha visto?
Peter tornò a scuotere la testa. — No. Se avessimo visto rovine...
— Mancanza di immaginazione — ripeté lo scienziato. — È proprio questo il difetto di voi ufficiali. “A me non può succedere.” — E, dopo una breve pausa: — Può succedere invece. E succederà.
— Manco di immaginazione, certo — mormorò Peter, pensieroso. — È... è la fine del mondo. È la prima volta che mi trovo nella necessità di immaginare qualcosa di simile.
John Osborne rise. — Non è affatto la fine del mondo. È soltanto la fine di noi tutti. Il mondo continuerà come prima, ma noi non ci saremo. Oso affermare che se la caverà benissimo senza di noi.
Dwight Towers sollevò la testa. — Credo che abbia ragione. Tutto appariva più o meno a posto a Cairns o a Port Moresby. — Si interruppe, mentre ricordava gli alberi in fiore che aveva visto sulla spiaggia, le palme dritte al sole... — Forse siamo stati troppo sciocchi per meritarci un mondo come questo.
Lo scienziato disse: — Esatto, in tutto e per tutto.
Sembrava non ci fosse altro da aggiungere sull’argomento, e allora salirono sul ponte a fumare, al sole e all’aria. Doppiarono gli Heads, all’ingresso del porto di Sidney, poco dopo l’alba del giorno seguente e proseguirono a sud, attraverso lo stretto di Brass. L’indomani mattina erano nella baia di Port Phillip, e poco dopo mezzogiorno si ormeggiavano accanto alla portaerei-appoggio a Williamstown. Il vice-ammiraglio era ad aspettarli, e salì a bordo dello Scorpion non appena fu piazzata la passerella.
Dwight Towers lo attendeva sul ponte. Il vice-ammiraglio rispose al saluto. — Bene, capitano, come è andata la vostra crociera?
— Non abbiamo avuto difficoltà, signore. La missione è stata condotta a termine in base agli ordini ricevuti. Ma temo che lei possa trovare i risultati piuttosto deludenti.
— Non siete riusciti a raccogliere molte notizie?
— Abbiamo moltissime registrazioni relative alle radiazioni, signore. A nord di Latitudine Venti non era più possibile salire sul ponte.
Il vice-ammiraglio annuì. — Avete avuto casi di malattia?
— Un caso soltanto, che il medico ha definito morbillo. Niente di origine radioattiva.
Scesero nella minuscola cabina del capitano. Dwight mostrò gli appunti del rapporto, scritti a matita su fogli protocollo, con una appendice delle percentuali della radioattività a ogni turno di guardia della crociera, lunghe colonne di minuscole cifre nella precisa calligrafia di John Osborne. — Li farò battere subito a macchina sul Sidney — disse. — Ma tutto, in sostanza, si riduce a questo: abbiamo trovato pochissimo.
— Nessun segno di vita in quelle località?
— Niente. Naturalmente, abbiamo potuto vedere ben poco dai moli, ad altezza di periscopio. Non mi ero mai reso conto prima di quanto limitato fosse il nostro campo di visuale. Forse avrei dovuto immaginarlo. A Cairns ci siamo spinti abbastanza oltre nel canale principale, e lo stesso abbiamo fatto a Port Moresby. Non abbiamo visto la città di Darwin, alta sulla scogliera, ma soltanto i moli. — Dopo una pausa aggiunse: — Sembrava che tutto fosse, più o meno, normale.
Il vice-ammiraglio scorse rapidamente i fogli, fermandosi ogni tanto a leggere una frase. — Vi siete trattenuti per qualche tempo in ogni località?
— Cinque ore circa. E sempre abbiamo continuato a chiamare con l’altoparlante.
— E avete ottenuto risposta?
— No, signore. Abbiamo avuto l’impressione di sentire qualcosa a Darwin, ma era soltanto la catena di una gru che cigolava a un ormeggio. Ce ne siamo accorti non appena ci siamo avvicinati.
— Uccelli marini?
— Nessuno. Non abbiamo visto un uccello a nord di Latitudine Venti. Abbiamo visto un cane a Cairns.
L’ammiraglio si trattenne una ventina di minuti. Alla fine disse: — Va bene, prepari al più presto questo rapporto e me ne faccia recapitare direttamente una copia. È una delusione, ma lei ha certo fatto tutto quello che si poteva fare.
L’americano disse: — Ho letto il rapporto dello Swordfish, signore. Anche quello dà pochissime informazioni sulla situazione a terra, sia negli Stati Uniti che in Europa. Credo che non abbiano visto molto più di noi, dai moli. — Esitò un istante. — C’è un suggerimento che vorrei fare.
— E cioè, capitano?
— La percentuale della radioattività non era altissima dappertutto. L’addetto scientifico sostiene che un uomo potrebbe lavorare al sicuro con una combinazione isolante... elmetto, guanti e tutto il resto, naturalmente. Potremmo mandare un ufficiale a terra in una di quelle località, con una barca a remi e con una bombola di ossigeno.
—La decontaminazione quando torna a bordo: ecco il problema — disse il vice-ammiraglio. — Ma forse non si tratta di un problema insuperabile. Lo suggerirò al Primo Ministro e vedrò se vuole informazioni su qualche punto specifico. Può darsi che, a suo giudizio, non valga la pena di tentare. Comunque, è una idea.
Si avviò verso la scaletta di ferro per salire sul ponte. — Potremo dare libera uscita a terra, signore?
— Difetti?
— Niente di importante.
— Dieci giorni — disse il vice-ammiraglio. — Nel pomeriggio firmerò un ordine di servizio in proposito.
Dopo pranzo, Peter Holmes telefonò a Mary. — Eccomi di nuovo qui, e tutto intero — disse. — Senti, cara, arriverò a casa stasera a un’ora imprecisata, non so quando. Devo prima redigere un rapporto, che consegnerò, strada facendo, al Ministero della Marina, dove devo in ogni modo passare. Non so quando riuscirò a liberarmi. Ma tu non preoccuparti per me; verrò a piedi dalla stazione.
— È meraviglioso sentire di nuovo la tua voce — gli rispose. — Non avrai ancora mangiato quando arriverai a casa, vero?
— Credo di no, ma me la sbrigherò da solo, mi preparerò qualche uovo o simili.
Lei rapidamente pensò. — Preparerò una casseruola, e così potremo mangiarla quando preferiamo.
— Ottimo. Senti, c’è un’altra cosa. Abbiamo avuto un caso di morbillo a bordo, e così sono, più o meno, in quarantena.
— Oh, Peter! Ma tu hai già fatto il morbillo, vero?
— Sì, ma avevo quattro anni allora. Il medico dice che potrei contrarlo nuovamente. Il periodo di incubazione è di tre settimane. Tu lo hai fatto... di recente?
— L’ho fatto quando avevo tredici anni.
— Credo allora che possa considerarti abbastanza al sicuro.
— Ma... e Jennifer? — chiese lei, un po’ in ansia.
— Lo so. Stavo appunto pensando a lei. Dovrò fare in modo di starle lontano.
— Oh, mio Dio! Si può prendere il morbillo quando si ha l’età di Jennifer?
— Non lo so, cara. Potrei chiederlo al medico di bordo.
— Ma se ne intenderà di bambini, il vostro medico di bordo?
Rimase un momento incerto. — In coscienza, non credo che abbia molta esperienza in proposito.
— Prova a chiederglielo, Peter, e io intanto telefonerò al dottor Halloran. In un modo o nell’altro, sistemeremo anche questo. È meraviglioso che tu sia di nuovo qui.
Lui interruppe la comunicazione, mentre Mary si abbandonava al suo peccato preferito, il telefono. Chiamò la signora Foster, in fondo alla strada, che doveva andare in città per una riunione dell’Associazione Femminile, e la pregò di comperarle una libbra di carne di vitello e un paio di cipolle. Chiamò il medico, il quale le disse che la piccola poteva benissimo contrarre il morbillo e che sarebbe stato opportuno fare molta attenzione. Poi pensò a Moira Davidson, che le aveva telefonato la sera prima per chiederle se aveva notizie dello Scorpion. La trovò all’ora del tè, alla fattoria di Berwick.
— Carissima — disse — sono tornati. Peter mi ha telefonato poco fa da bordo. Si sono presi tutti il morbillo.
— Si sono presi che cosa?
— Il morbillo... quello che hai avuto anche tu quando eri a scuola.
All’altro capo della linea risuonò uno scoppio di risa, un po’ isterico e acuto. — C’è poco da ridere — protestò Mary. — Sono preoccupata per Jennifer, che potrebbe prenderlo da Peter. Lui lo ha già fatto, ma potrebbe avere una ricaduta. Non immagini nemmeno quanto sia in pensiero. — La risata si interruppe. — Scusami, cara, ma la cosa mi sembra tanto buffa! Niente a che vedere con la radioattività, vero?
— Oh, credo di no. Peter ha detto che si trattava di un sem plice morbillo. — E, dopo una breve pausa, aggiunse: — Non è terribile?
La signorina Davidson tornò a ridere. — Ma guarda un po’ che cosa ti vanno a fare! Incrociano per un paio di settimane in zone dove tutti sono morti di radiazioni e ti prendono il morbillo! Oh, ma mi farò sentire con Dwight... gli parlerò chiaro! Hanno trovato qualcuno ancora in vita da quelle parti?
— Non saprei, cara. Peter non mi ha detto niente in proposito. Ma, in ogni modo, non è questo che importa. Che cosa devo fare con Jennifer? Il dottor Halloran dice che può contrarre la malattia, e Peter sarà contagioso per tre settimane.
— Dovrà dormire e consumare i pasti in veranda.
— Non fare la sciocca, cara.
— Bene, allora dovrà essere Jennifer a dormire e a consumare i suoi pasti in veranda.
— Le mosche — fece la madre. — Le zanzare. Un gatto potrebbe andare ad acciambellarsi sulla sua faccia e soffocarla. È già capitato, sai.
— Metti una zanzariera sulla culla.
— Non ho zanzariere.
— Credo che debba essercene una da qualche parte, quella che papà adoperava quando era nel Queensland. Ma, probabilmente, sarà piena di buchi.
— Mi piacerebbe che tu la cercassi al più presto, cara. È il gatto a preoccuparmi soprattutto.
— La cercherò subito. Se la trovo, te la manderò per posta questa sera stessa. O magari potrei portartela. Inviterai ancora il comandante Towers, ora che sono tornati?
— Non ci ho ancora pensato, per essere sincera. Non so se Peter desidera averlo qui. Temo che non si possano più vedere, dopo essere rimasti chiusi per quindici giorni in quel sottomarino. Ti piacerebbe se lo avessimo qui di nuovo?
— La cosa non mi interessa — rispose la ragazza, con noncuranza. — Non mi importa se lo invitate o meno.
— Oh, cara!
— È proprio cosi. E smettila di punzecchiarmi. È sposato, dopo tutto.
Perplessa, Mary disse: — Assurdo, cara. Non è possibile che sua moglie ci sia ancora.
— È tutto quello che so — replicò la ragazza. — E questo rende le cose un po’ più difficili. Adesso vado a cercare quella zanzariera.
Quando arrivò a casa, quella sera, Peter si accorse che Mary si interessava pochissimo a Cairns, ma era molto preoccupata per la bambina. Moira aveva telefonato per avvertire che spediva per posta la zanzariera, ma ci sarebbe certo voluto un po’ prima che il pacco arrivasse. Come palliativo, Mary si era procurata un pezzo di mussola e lo aveva drappeggiato intorno alla culla sulla veranda, ma non era riuscita a cavarsela troppo brillantemente, e l’ufficiale di collegamento dovette dedicare buona parte di quella sua prima sera in famiglia a sistemare alla meno peggio quel riparo di fortuna. — Spero che possa respirare — mormorò la moglie in ansia. — Peter, sei sicuro che circoli aria a sufficienza?
Fece del suo meglio per rassicurarla, ma per ben tre volte, nel corso di quella notte, lei si alzò e andò sulla veranda per assicurarsi che la piccola fosse ancora viva.
L’ambiente sociale a bordo dello Scorpion la interessava molto di più dei requisiti tecnici dell’unità. — Hai invitato ancora il comandante Towers? — gli chiese.
—Per essere sincero, non ci ho pensato. Ti piacerebbe averlo ancora qui?
— Mi è riuscito simpatico. Moira, poi, lo ha trovato simpaticissimo. E, in un certo senso, non me l’aspettavo da lei, dal momento che si tratta di un uomo tanto tranquillo. Ma non si può mai dire.
—L’ha portata fuori una sera, prima che partissimo. Le ha fatto visitare la nave e poi l’ha portata fuori. Scommetto che lei lo ha costretto a ballare.
— Mi ha telefonato tre volte mentre eravate in navigazione per chiedermi se avevo notizie. E non credo l’abbia fatto per te.
— Con ogni probabilità, era annoiata, semplicemente — osservò lui.
Dovette tornare in città l’indomani per incontrarsi al Ministero della Marina con John Osborne e con il responsabile della sezione scientifica. La riunione ebbe fine verso mezzogiorno; mentre uscivano dall’ufficio, Osborne disse: — A proposito, ho qualcosa per lei. — Prese un pacchetto di carta scura legato con una corda. — Una zanzariera. Moira mi ha pregato di consegnarglielo.
— Oh, grazie! Mary lo aspettava con ansia.
— Che cosa fa per pranzo?
— Non ci ho ancora pensato.
— Andiamo al Pastoral Club.
Il giovane ufficiale sbarrò gli occhi, perché si trattava di un circolo molto elegante e molto caro. — Lei è socio?
John Osborne annuì. — Avevo sempre desiderato di diventarlo prima di morire. E allora mi sono detto: o adesso o mai più.
Presero un tram fino al club, che si trovava all’altro capo della città. Peter Holmes ci era già stato un paio di volte, e ne era rimasto più che favorevolmente impressionato. Era un edificio antico per l’Australia, più che centenario, costruito senza badare allo spazio, sullo stile dei migliori club londinesi dell’epoca. Anche se i tempi erano mutati, aveva conservato le vecchie abitudini e le vecchie tradizioni; più inglese degli inglesi, non aveva praticamente mutato cucina o servizio dalla metà del diciannovesimo secolo alla metà del ventesimo. Prima della guerra era stato probabilmente il miglior club del Commonwealth. Ma ora le cose erano certo cambiate.
Lasciarono i cappelli al guardaroba, si lavarono le mani negli antiquati camerini, poi andarono a bere un aperitivo nel chiostro a giardino. Trovarono là un buon numero di soci, per la maggior parte signori di mezza età, che discutevano gli avvenimenti del giorno. Fra di loro Peter Holmes notò alcuni ministri di Stato o federali. Un anziano signore li salutò con un cenno della mano e, staccandosi da un gruppo fermo sul prato, si diresse verso di loro.
John Osborne disse, adagio: — È il mio prozio, il tenente generale Douglas Froude.
Peter annuì. Sir Douglas Froude era stato comandante in capo dell’esercito prima che lui nascesse, ma si era presto dimesso, ritirandosi dalla carriera militare per chiudersi nell’oscurità di una piccola proprietà nei dintorni di Macedon, dove allevava pecore e cercava di scrivere le proprie memorie. Venti anni dopo era ancora alle prese con la pagina scritta, anche se andava a mano a mano rinunciando alla lotta. Da quel tempo il suo interesse si concentrava sul giardinaggio e sullo studio degli uccelli selvatici australiani; l’unica attività sociale che ancora esercitasse era una visita settimanale in città per cenare al Pastoral Club. Anche se aveva i capelli bianchi e il viso acceso, camminava ancora con un portamento molto eretto. Salutò allegramente il nipote.
— Salve, John — disse. — Ho saputo ieri sera che eri tornato. Hai fatto un buon viaggio?
John Osborne presentò l’ufficiale. — Ottimo — rispose poi. —Non che abbiamo trovato molto, e uno degli uomini dell’equipaggio ha preso il morbillo. Pure, è stato un lavoro interessante.
— Morbillo, eh? Meglio quello che non il colera, in ogni modo. Spero che nessuno di voi due lo abbia preso. Andiamo a bere qualcosa... offro io.
Si diressero verso il tavolo che lui occupava. John disse: — Grazie, zio. Non mi aspettavo di trovarti qui oggi. Credevo che il tuo giorno fosse venerdì.
I due giovani ordinarono gin rosa. — Oh, no, no! Era il venerdì, una volta. Tre anni fa, il medico mi ha detto che, se non la smettevo di bere il porto del club, non poteva garantirmi più di un anno di vita. Ma oggi tutto è cambiato, certo. — Sollevò il suo bicchiere di sherry. — Bene, questo per ringraziare la Provvidenza per il tuo ritorno a casa sano e salvo. Bisognerebbe rovesciarlo per terra, immagino, a mo’ di libagione o simili, ma la situazione in cui ci troviamo è troppo grave. Sai che nella cantina di questo club ci sono soltanto trecento bottiglie di porto di marca, mentre dobbiamo continuare ancora per sei mesi, se quanto affermano gli scienziati è esatto?
John Osborne rimase debitamente impressionato. — In buone condizioni?
— In condizioni ottime, assolutamente ottime. Il Fonseca è forse un po’ troppo giovane, di un paio d’anni, direi, ma il Gould Campbell è di prima, di primissima classe. Non posso nascondere che il Comitato Vini non si è mostrato all’altezza della situazione. Avrebbero dovuto prevedere quello che stava per accadere.
Peter Holmes represse un sorriso. — Piuttosto difficile biasimare qualcuno — disse, conciliante. — Che io sappia, nessuno ha previsto quanto poi è accaduto.
— Sciocchezze! Io l’avevo previsto venti anni fa. Ma è inutile ora attribuire la colpa a questo o a quello. Ci resta solo da ricavare il meglio da quanto ci rimane.
John Osborne chiese: — E che cosa fai del porto?
— C’è una cosa sola da fare — rispose il vecchio.
— E cioè?
—Berlo, ragazzo mio, berlo fino all’ultima goccia. Inutile lasciarlo per chi verrà poi, con i cinque anni di inabitabilità provocati dalla bomba al cobalto. Ora vengo qui tre volte alla settimana e mi porto a casa una bottiglia. — Bevve un altro sorso del suo sherry. — Se devo morire, come certo finirà per succedermi, preferisco morire di porto che non di quel colera. Dici che nessuno di voi lo ha contratto nel corso della vostra crociera?
Peter Holmes scosse la testa. — Abbiamo preso tutte le precauzioni possibili. Ci siamo immersi e abbiamo navigato quasi sempre sott’acqua.
— Ah, è un’ottima protezione, quella. — Li guardò. — Non c’è più nessuno ancora in vita nel North Queensland, vero?
— A Cairns no, signore. A Townsville non so.
Il vecchio scosse la testa. — Non ci sono più comunicazioni con Townsville da giovedì scorso, e adesso è la volta di Bowen. Qualcuno diceva che si erano già verificati alcuni casi a Mackay.
John Osborne sorrise. — Farai meglio a sbrigarti con quel porto, zio.
— Lo so. È una situazione terribile. — In un cielo limpidissimo brillava un sole tiepido e confortante; l’enorme noce del giardino allungava sul prato le sue ombre marezzate. — Pure, stiamo facendo del nostro meglio. Il segretario mi ha detto che abbiamo consumato più di trecento bottiglie il mese scorso. — Si rivolse a Peter: — Come si è trovato a bordo di una unità americana?
— Benissimo, signore. È tutto un po’ diverso rispetto alle nostre abitudini, naturalmente, ed era la prima volta che venivo ordinato di servizio su un sottomarino. Ma mi sono trovato perfettamente a mio agio con il resto dell’equipaggio.
— Niente musoneria? Niente vedovi inconsolabili?
Scosse la testa. — Sono tutti piuttosto giovani, salvo il capitano. Credo che non siano molti quelli sposati. Lo era il capitano, naturalmente, e qualcuno fra i sottufficiali. Ma, per la maggior parte, ufficiali e marinai sono sotto la trentina. Sembra che molti si siano fatti la ragazza qui in Australia. — Una pausa. — Oh, non c’era niente di cupo a bordo.
Il vecchio annuì. — Già, è ormai passato diverso tempo. — Tornò a bere qualche sorso e poi chiese: — Il capitano... è il comandante Towers, vero?
— Precisamente, signore. Lo conosce?
— È stato qui un paio di volte, e me lo hanno presentato. Credo, anzi, che sia socio onorario. Bill Davidson mi diceva che Moira lo conosce.
— Certo, signore. Si sono conosciuti a casa mia.
—Bene, spero che quella ragazza non lo metta in qualche guaio.
Proprio in quel momento Moira stava telefonando al comandante a bordo della portaerei, e faceva del suo meglio precisamente per metterlo in imbarazzo. — Parla Moira, Dwight — disse. — Che cosa è questa storia che a bordo avete tutti il morbillo?
Il cuore gli batté più forte al suono di quella voce. — Ha ragione — rispose. — Ma si tratta di una informazione riservata.
— Che cosa significa?
— Una informazione segreta, insomma. Se una unità americana non è in grado per qualche tempo di partecipare a un’azione non andiamo a raccontarlo a tutti.
— Tutto quel perfettissimo macchinario immobilizzato da una sciocchezza come il morbillo? Ho l’impressione che si tratti di cattiva direzione. È proprio convinto che lo Scorpion abbia il capitano che si merita?
— Sono assolutamente sicuro che no — rispose, disinvolto. — Andiamo in qualche posto, lei e io, a discutere della sua sostituzione. Nemmeno io sono soddisfatto di lui.
— Va da Peter Holmes per questo fine-settimana?
— Non mi ha invitato.
— Ci andrebbe, se la invitasse? O, dall’ultima volta che ci siamo incontrati, lo ha messo ai ferri per insubordinazione?
— Non è riuscito a catturare nemmeno un gabbiano. È questa l’unica colpa che gli faccio. Ma non sono certo arrivato fino al punto di bastonarlo.
— Voleva che le catturasse dei gabbiani?
— Certo, lo avevo nominato cacciatore in capo, ma non si è dimostrato all’altezza del suo compito. Il Primo Ministro, il vostro signor Ritchie, si irriterà moltissimo con me per questo. Ma un capitano ha sempre gli ufficiali che si merita.
Gli chiese: — Ha per caso bevuto, Dwight?
— Certo. Coca-Cola.
— È proprio questo il guaio. Ha bisogno di un doppio cognac... no, whisky. Posso parlare con Peter Holmes?
— Impossibile, non c’è. È a pranzo con John Osborne da qualche parte. Al Pastoral, credo.
— Di male in peggio. Se per caso la invita, verrà? Mi piacerebbe vedere se questa volta riesce a cavarsela meglio con la barca a vela. E per il reggipetto mi sono procurata un lucchetto.
Rise. — Verrò più che volentieri. Anche a queste condizioni.
— Può darsi che non la inviti — precisò lei. — Non mi piace per niente quella storia dei gabbiani. Ho l’impressione che ci siano stati attriti a bordo.
— Ne parleremo.
— Certo. Ascolterò con la massima attenzione quello che avrà da dirmi.
Lei interruppe la comunicazione, e riuscì ad avere all’apparecchio Peter proprio mentre questi stava per lasciare il club. Venne direttamente al punto, senza tanti preamboli. — Peter, vuole invitare Dwight Towers a casa sua per il fine-settimana? Glielo chiedo come un piacere.
Lui cercò di guadagnare tempo. — Non so che cosa mi farà Mary se per caso le attacca il morbillo.
— Le dirò che lo ha preso da lei. Lo inviterà allora?
— Se proprio lo vuole. Ma credo che non verrà.
— Verrà invece.
Lo andò a prendere alla stazione di Falmouth con il buggy, come la volta precedente. Mentre usciva dal recinto ferroviario, lui la salutò con un: — Ehi, dove è andato a finire quel suo abbigliamento rosso?
La ragazza era infatti vestita in kaki: camicia kaki e calzoni di tela kaki, di taglio semplice e pratico. — Non mi sentivo sicura a indossarlo di nuovo, dato che dovevo trovarmi con lei. Non avevo nessuna intenzione di vedermelo rovinare tutto.
Rise. — Bella opinione davvero che ha di me!
— Le precauzioni non sono mai troppe per una ragazza — replicò vivacemente. — No certo, con tutto questo fieno in giro.
Si avviarono lentamente verso il buggy e il cavallo legato alla sbarra di ferro. — Credo che faremo meglio a liquidare la faccenda dei gabbiani prima di trovarci con Mary — disse lei. — E non è certo una questione da discutersi in presenza di terzi. Che ne direbbe del Pier Hotel?
— Per me va benissimo. — Presero posto sul veicolo e, percorrendo le strade deserte, raggiunsero l’albergo. Lei legò il cavallo allo stesso paraurti della stessa macchina, poi entrarono nel reparto signore.
Le offrì un cognac doppio, mentre per sé volle un whisky semplice. — Che cosa è questa storia dei gabbiani, Dwight? — chiese la ragazza. — Farà meglio a vuotare il sacco, anche se si tratta di una faccenda che torna poco a suo credito.
— Prima di salpare per la crociera ho visto il Primo Ministro — le rispose. — Mi ha accompagnato da lui il vice-ammiraglio. Ci ha detto molte cose, e voleva fra l’altro che raccogliessimo ogni dato possibile sulla vita animale nell’area radioattiva.
— Benissimo. E non è riuscito a trovargli niente?
— Niente di niente. Niente sugli uccelli, niente sui pesci, e ben poco sul resto.
— Non ha catturato neppure un pesce?
Le sorrise. — Mi piacerebbe proprio sapere come si fa a prendere un pesce o un gabbiano da un sottomarino in immersione, quando nessuno può salire sul ponte. Forse sarebbe una cosa possibile, con una attrezzatura speciale. Tutto è possibile. Ma la richiesta ci è stata rivolta all’ultimo momento, mezz’ora prima che salpassimo.
— Così siete tornati senza neppure un gabbiano?
— Precisamente.
— Il Primo Ministro è rimasto molto contrariato?
— Non saprei. Non ho avuto il coraggio di andarlo a trovare.
— La cosa non mi sorprende affatto. — Si interruppe per bere un sorso, poi continuò, con tono più serio: — Mi dica, c’è ancora qualcuno vivo laggiù?
Scosse la testa. — Non credo. Ma è difficile affermarlo con sicurezza, se non si è disposti a mandare un uomo a terra, con la tuta protettiva. Ripensandoci, credo che proprio questo avremmo dovuto fare in qualcuno di quei posti. Ma non avevamo ricevuto ordini in proposito, e a bordo l’equipaggiamento mancava. Il problema più grave è rappresentato dalla decontaminazione, quando si torna sulla nave. Comunque, stavolta è andata così.
— Stavolta — ripeté lei. — Ha intenzione di effettuare un’altra crociera?
Annuì. — Credo di sì. Non ho ancora avuto ordini, ma ho l’impressione che ci manderanno fino agli Stati Uniti.
Lei sbarrò gli occhi. — E siete in grado di arrivare fin là?
Annuì. — È alquanto distante, e dovremo stare molto a lungo in immersione. Piuttosto dura per l’equipaggio. Ma pure... è una cosa possibile. Lo Swordfish ha fatto una crociera del genere, e di conseguenza possiamo farla anche noi.
Le parlò dello Swordfish e della sua crociera nell’Atlantico del Nord. — Il guaio è, purtroppo, che si vede pochissimo attraverso il periscopio. Abbiamo ricevuto il rapporto del capitano sulla crociera dello Swordfish, e, tutto sommato, sono riusciti a sapere ben poco. Non molto più di quanto si può sapere se si riflette attentamente. Si possono vedere soltanto i moli, da una altezza di sei metri circa. Si può vedere se ci sono danni da bombardamento in una città o in un porto, ma questo è tutto. Lo stesso è capitato a noi. Abbiamo rilevato ben poco durante la nostra crociera. Ci siamo trattenuti per qualche tempo a chiamare con l’altoparlante, e, quando nessuno appariva per dare un’occhiata o rispondere, pensavamo che fossero tutti morti. — Una pausa. — Ed era, questa, l’unica ipotesi ragionevole.
Lei annuì. — Qualcuno diceva che si sono già verificati alcuni casi a Mackay. Crede che la notizia sia vera?
— Temo di sì. L’epidemia si va costantemente diffondendo in direzione sud, proprio come gli scienziati avevano predetto.
— Se continua con lo stesso ritmo, quanto tempo ci vorrà perché arrivi qui?
— Sarà per settembre, secondo me. Ma potrebbe anche essere un po’ prima.
Lei si alzò in piedi, di scatto. — Mi offra un altro bicchiere, Dwight. — E, come glielo ebbe portato, aggiunse: — Voglio andare da qualche parte... fare qualcosa... ballare!
— Come preferisce, cara.
— Non ho nessuna intenzione di rimanermene qui a piangere e a disperarmi su quello che sta per capitarci.
— Ha perfettamente ragione. Ma che cosa vuole fare più di quello che sta facendo?
— Cerchi di non essere troppo ragionevole! — replicò lei, con una punta di isterismo. — È una cosa che non posso sopportare, ecco.
— E va bene — fece lui, conciliante. — Termini il suo bicchiere, andiamo dagli Holmes e più tardi usciremo con la vela.
Risultò che Peter e Mary avevano organizzato per la sera una cena sulla spiaggia. E la cosa non era solo più economica di un ricevimento e più simpatica, con il caldo estivo, ma, a giudizio di Mary, che si sentiva piuttosto confusa, era anche meglio che gli uomini girassero alla larga dalla sua casa perché, in questo modo, avrebbero avuto minori possibilità di trasmettere il morbillo alla piccola. Nel pomeriggio, dopo un rapido pranzo, Moira e Dwight scesero alla spiaggia per attrezzare la barca e prepararla alla regata, e Peter e Mary li seguirono più tardi, con la bambina sistemata ben bene sul rimorchio della bicicletta.
La gara andò abbastanza bene questa volta. Urtarono contro la boa alla partenza, e durante il secondo giro ingaggiarono un duello sottovento che ebbe come risultato una piccola collisione perché nessuno conosceva a fondo il regolamento, ma gli incidenti del genere erano abbastanza frequenti a quel circolo della vela e nessuno protestava mai. Si classificarono al sesto posto, il che rappresentava un netto miglioramento rispetto alla volta precedente, e in condizioni molto migliori. Al termine della regata si diressero verso la spiaggia, ormeggiarono l’imbarcazione a un banco di sabbia e raggiunsero a guado la riva dove bevvero una tazza di tè e mangiarono pasticcini con Peter e Mary.
Fecero il bagno quando il sole cominciava già a tramontare; in costume, liberarono la barca, ammainarono le vele e la rimorchiarono fino al suo solito posto, sulla sabbia asciutta della spiaggia. Il sole scomparve dietro l’orizzonte, e allora si cambiarono, bevvero qualcosa prelevandolo da quanto si erano portati appresso, poi si spinsero fino alla punta del molo per ammirare il tramonto, mentre Peter e Mary si davano da fare per preparare la cena.
Mentre sedeva accanto a lui sulla balaustra, gli occhi fissi ai riflessi rosati che si allungavano sul mare calmo, pervasa dalla sensazione di benessere che le davano la tiepida sera e l’alcol, lei gli chiese: — Dwight, mi parli un po’ di quella crociera dello Swordfish. Ha detto che si sono spinti fino agli Stati Uniti?
— Precisamente. — E, dopo un attimo di pausa, continuò: — Si sono spinti dove potevano lungo la costa orientale, ma tutto si è limitato a qualche piccola rada, a qualche porto secondario, alla baia del Delaware, al fiume Hudson e, naturalmente, a New London. Hanno corso un grosso rischio quando sono andati a dare un’occhiata a New York City.
La ragazza rimase perplessa. — Era pericoloso?
Lui annuì. — I campi di mine... delle nostre mine. Tutti i porti e tutte le foci dei fiumi di qualche importanza, sulla costa orientale, erano difesi da una serie di campi di mine. È una nostra ipotesi abbastanza fondata, comunque. E anche quelli della costa occidentale. — Si interruppe per un momento, pensieroso. — Dovrebbero averli preparati prima della guerra. Ma, li abbiano messi prima, li abbiano messi poi o li abbiano messi, semplicemente... non lo sappiamo, questo è quanto. Sappiamo soltanto che dovrebbero esserci campi di mine e che, se non si ha la carta nautica che indica la rotta precisa per superarli, non si può entrare.
— Volete dire che, a urtare una mina, si finisce a fondo?
— Questo è certo. Se non si ha una carta nautica ben precisa, è un grosso rischio il semplice fatto di avvicinarsi.
— E avevano una carta nautica ben precisa quando si sono spinti fino a New York?
Scosse la testa. — Ne avevano una vecchia di otto anni, che recava la stampigliatura: DA NON ADOPERARSI. Rappresentano documenti segreti, quelle carte, e vengono consegnate solo quando una unità deve avventurarsi in quel determinato porto. Essi avevano solo quella carta, ormai vecchia. Devono aver sentito il desiderio irresistibile di spingersi fino alla città. Hanno cercato di immaginare quali modifiche potevano essere state apportate, basandosi sui principali punti di riferimento per individuare la rotta di ingresso. Hanno pensato che la carta in loro possesso non doveva aver avuto grandi mutamenti, salvo che in qualche particolare. Hanno corso il rischio, e ce l’hanno fatta, sia a entrare che a uscire. Forse i campi di mine non esistevano neppure.
— Hanno rilevato qualcosa di interessante quando si sono spinti nel porto?
Scosse la testa. — Niente che già non sapessero. È sempre così, quando si va a esplorare qualche località in quel modo. Non si riesce a scoprire molto.
— C’era qualcuno ancora in vita?
— Oh, no! Tutta la geografia appariva alterata. E la percentuale di radioattività era altissima.
Rimasero in silenzio a lungo, gli occhi fissi al riflesso del tramonto, la sigaretta stretta fra le labbra. — Quale altra località mi ha detto che hanno visitato? — chiese alla fine la ragazza. — New London?
— Sì.
— E dov’è?
— Nel Connecticut, nella parte orientale dello Stato. Alla foce del fiume Thames.
— Hanno corso un grosso rischio a entrare là?
Scosse la testa. — Era il loro porto d’origine. Avevano la carta nautica dei campi di mine, perfettamente aggiornata. — Dopo una breve pausa, continuò, adagio: — Era la più importante base statunitense per sottomarini sulla costa orientale. Quasi tutti gli uomini abitavano là, credo, o nella zona circostante. Come me.
— Lei abitava là?
Annuì.
— Ed era come in tutti gli altri posti?
— Così pare — rispose, stancamente. — Non danno molti particolari nel rapporto, ma si limitano a riferire le percentuali di radioattività. Si sentivano piuttosto depressi. Erano di nuovo alla loro base, al molo dal quale erano salpati. Deve essere stato piuttosto strano tornare a quel modo, ma non si parla molto di questo nel rapporto. La maggior parte degli ufficiali e dei marinai doveva abitare nei dintorni. Ma non c’era niente da fare, naturalmente. Si sono fermati un poco, poi hanno continuato la loro missione. Nel suo rapporto, il capitano dice che hanno tenuto a bordo qualcosa di simile a una funzione religiosa. Deve essere stato un momento molto penoso.
Nel tiepido, roseo riflesso del tramonto c’era ancora tutta la bellezza del mondo. — Chissà perché sono andati là — mormorò lei.
— È proprio quello che mi sono chiesto anch’io, da principio. Per ciò che mi riguarda, io avrei tirato dritto, immagino. Ma forse... bene, non so. Ripensandoci, ho capito che dovevano andare. Con l’eccezione della baia del Delaware, era la sola località di cui avessero la carta nautica aggiornata. Erano soltanto due i porti dove potevano entrare in perfetta sicurezza. Non hanno fatto che sfruttare quanto sapevano con certezza sui campi di mine.
Lei annuì. — Lei abitava là, vero?
— Non proprio a New London — rispose, adagio. — La base è sull’altra riva del fiume, la riva orientale. Stavo a quindici miglia di distanza dalla foce, sulla costa. In un paesino che si chiamava West Mystic.
— Non parli di questo argomento, se non se la sente.
La guardò. — Con qualcuno non mi importa di parlarne. Ma non voglio annoiarla. — Sorrise. — E non intendo certo cominciare a piangere perché ho visto la bambina.
Lei arrossì un poco. — Quando mi ha prestato la sua cabina perché mi cambiassi, ho visto le fotografie. Sono quelle della sua famiglia?
Annuì. — Quelle di mia moglie e dei miei due bambini. — C’era una punta di orgoglio nella sua voce. — Sharon. Dwight va alle elementari, e Helen ci andrà l’autunno prossimo. Per il momento, frequenta un piccolo asilo d’infanzia, sulla nostra stessa strada.
Lei sapeva ormai che moglie e famiglia erano reali per lui, molto più reali di quel crepuscolo di vita in un lontano angolo del mondo dove era stato ridotto dall’epoca della guerra. Le devastazioni dell’emisfero boreale non erano reali per lui come non reali per lei. Lui, come lei, non aveva visto le rovine della guerra; quando pensava alla moglie e alla sua casa, gli era impossibile immaginarle diverse da come erano quando le aveva lasciate. Non era dotato di grande immaginazione, e ciò rappresentava la parte più resistente di quella corazza che gli impediva di abbandonarsi alla disperazione, in Australia.
Ella sapeva di muoversi su un terreno terribilmente pericoloso. Voleva mostrarsi gentile con lui, e doveva dirgli qualcosa. Gli chiese, piuttosto timidamente: — Che cosa farà Dwight quando sarà grande?
— Mi piacerebbe mandarlo all’Accademia — rispose. — L’Accademia navale. Perché entri poi a far parte della Marina, come me. È una bella vita per un ragazzo... non ne conosco una migliore. Se poi riesca o meno a ottenere i galloni, bene, questa è un’altra faccenda. Non è molto forte in matematica, ma forse è ancora troppo presto per dirlo. Avrà dieci anni solo a luglio prossimo. Mi piacerebbe vederlo entrare all’Accademia. Credo che anche lui lo desideri.
— Il mare gli piace?
Annuì. — Viviamo vicino alla spiaggia. Passa quasi tutta l’estate in acqua, a nuotare o a girare in fuori bordo. — Si interruppe, pensieroso. — E diventano poi così abbronzati! È una cosa che capita a tutti i ragazzini. Qualche volta penso che i ragazzini si abbronzino più di noi, pur rimanendo esposti al sole per lo stesso periodo di tempo.
— Si abbronzano moltissimo anche qui — osservò lei. — Gli ha già insegnato a uscire a vela?
— Non ancora. Prenderò una imbarcazione a vela quando tornerò a casa per la prossima licenza.
Si lasciò scivolare giù dalla balaustra dove erano rimasti seduti fino a quel momento e fissò, immobile, per qualche istante i riflessi del tramonto.
— Credo che sarà per il settembre prossimo — continuò poi, adagio. — Piuttosto tardi per incominciare a uscire a vela, a Mystic.
Lei rimase silenziosa, perché non avrebbe saputo cosa dire.
Si voltò verso di lei. — Probabilmente mi giudicherà pazzo. Ma è così che vedo la situazione, io, e non posso nemmeno immaginare di vederla diversamente. In ogni modo, non piango quando mi trovo davanti i bambini.
Anche lei si alzò e si avviò al suo fianco giù per il molo. — Non la giudico affatto pazzo — disse.
Camminarono assieme in silenzio fino alla spiaggia.
4
L’indomani mattina, domenica, tutti si alzarono in ottima forma a casa degli Holmes, a differenza dell’altra domenica che il comandante Towers aveva trascorso là. Si erano coricati a un’ora ragionevole, senza passare attraverso l’atmosfera un po’ eccitante di una festa. Durante la prima colazione, Mary chiese all’ospite se voleva andare in chiesa, perché nel suo intimo pensava che più se ne stava lontano dalla casa e minori sarebbero state le probabilità che trasmettesse il morbillo a Jennifer.
— Sarei lieto di andarci — le rispose — se non avete nulla in contrario.
— Certo che non abbiamo nulla in contrario. Faccia quello che preferisce. Avremmo pensato di prendere il tè al circolo questo pomeriggio, a meno che non abbia in programma di fare qualcos’altro.
Scosse la testa. — Mi andrebbe di fare un’altra nuotata. Ma dovrò tornare a bordo stasera sul tardi, magari dopo cena.
— Proprio non può fermarsi fino a domattina?
Tornò a scuotere la testa, perché sapeva quanto lei fosse preoccupata a proposito del morbillo. — Devo proprio tornare stasera.
Appena terminata la prima colazione, uscì subito in giardino a fumare una sigaretta, perché non voleva tenere troppo a lungo in pena Mary. Quando ebbe finito di aiutare a riassettare la cucina, Moira lo trovò là, seduto su una sdraia, in un punto da dove si poteva dominare la baia. Prese posto accanto a lui. — Ha davvero intenzione di andare in chiesa? — gli domandò.
— Certo.
— Posso accompagnarla?
Voltò la testa e la guardò, sorpreso. — Oh, certo. Non la frequenta regolarmente?
Lei sorrise. — In coscienza, non posso proprio affermarlo. Ma sarebbe meglio se lo facessi. Forse non berrei tanto.
Egli rimase per un momento pensieroso. — Può darsi — disse alla fine, incerto. — Ma, per essere sincero, non vedo proprio che rapporto ci sia.
— È proprio sicuro di non preferire di andarci solo?
— Oh, no certo. Mi va, anzi, l’idea di avere compagnia.
Mentre si avviavano a piedi alla volta della cappella, Peter Holmes comparve in giardino per innaffiare un po’ i fiori prima che il sole si facesse troppo caldo. Poco dopo, anche sua moglie uscì di casa. — Dov’è Moira? — gli chiese.
— È andata alla funzione con il capitano.
— Moira? È andata alla funzione?
Sorrise. — Che tu ci creda o meno, è proprio così.
Lei rimase in silenzio per un buon minuto. — Spero solo che tutto finisca per il meglio — mormorò poi.
— E perché dovrebbe finire diversamente? Lui è un uomo a posto, e lei non è una cattiva ragazza, una volta che la si conosce. Potrebbero magari sposarsi.
Lei scosse la testa. — C’è qualcosa di buffo in questa faccenda. Spero solo che tutto finisca per il meglio.
— Non è affar nostro, in ogni modo. Succede un bel mucchio di cose strane in questo periodo.
Lei annuì, poi si diede da fare per curare il giardino, mentre il marito innaffiava. Dopo un poco, Mary disse: — Stavo pensando una cosa, Peter. Credi che potremmo togliere di mezzo questi due alberi?
Le andò accanto e li guardò. — Potrei chiederlo al padrone di casa. E perché te ne vuoi sbarazzare?
— Abbiamo troppo poco spazio per la verdura. E, al negozio, la verdura costa terribilmente cara. Se potessimo eliminare questi due alberi e tagliare i cespugli avremmo a disposizione lo spiazzo per un orto da qui a là. — Indicò con un cenno i punti. — Sono sicura che, in questo modo, riusciremmo a risparmiare almeno una sterlina alla settimana. E sarebbe divertente, per di più.
Lui osservò attentamente gli alberi. — Non dovrebbe essere difficile abbatterli, e ci procurerebbero anche una buona scorta di legna da ardere. Sarebbe legna verde, certo, troppo verde perché sia possibile adoperarla questo inverno. Ma potremmo tenerla a stagionare per un anno. Il guaio sarà quello di far scomparire i cespugli. Una impresa piuttosto difficile, credo.
— Ce ne sono soltanto due. Potrei darti una mano... cominciare a sfoltirli mentre tu sei assente. Se riuscissimo a farli scomparire per l’inverno e a rimuovere il terreno, potrei seminare in primavera e per l’estate prossima avremmo la verdura. Piselli e fagioli. E zucchine. Mi piace la marmellata di zucchine.
— Ottima idea. — Osservò gli alberi, dall’alto al basso. — Non sono molto grandi. E, quando non ci saranno più, andrà meglio per il pino.
— E c’è un’altra cosa che vorrei fare — disse lei. — Mettere un albero della gomma qui. Credo che d’estate sarebbe bellissimo.
— Ci vogliono almeno cinque anni prima che butti fiori.
— Non importa. Un albero della gomma sarebbe bellissimo lo stesso contro l’azzurro del mare. E potremmo vederlo dalla finestra della nostra camera da letto.
Cercò per un momento di immaginare lo spettacolo dei fiori scarlatti di quell’albero gigantesco contro l’azzurro del mare, al riflesso accecante del sole. — Certo dovrebbe apparire stupendo, quando fosse in fiore — ammise. — E dove vorresti metterlo? Qui?
— Un po’ più in qua. E, quando fosse cresciuto, potremmo eliminare i rami più bassi e mettere una panchina qui. — Una breve pausa. — Mentre eri via, sono andata a dare un’occhiata ai vivai di Wilson. Ha dei giovani e bellissimi alberi della gomma per nemmeno undici scellini. Credi che potremo piantarne uno per questo autunno?
— Sono molto delicati. Secondo me, sarebbe più opportuno piantarne due, vicinissimi, in modo che, se uno muore, ci resti sempre l’altro. E, se sopravvivono tutti e due, di qui a un paio d’anni potremmo toglierne uno.
— Per sbagliare, magari, e togliere quello più debole — osservò lei.
Continuarono allegramente a fare progetti per il giardino, progetti che abbracciavano come minimo i prossimi dieci anni, e la mattina passò molto in fretta. Stavano ancora discutendo quando Moira e Dwight tornarono dalla chiesa, e loro li convocarono subito per chiedere il loro parere sull’orto. Poco dopo Peter e Mary rientrarono in casa, lui a preparare gli aperitivi, lei il pranzo.
La ragazza guardò l’americano. — C’è qualcuno pazzo qui — disse. — Sono io o sono loro?
— Perché me lo chiede?
— Non saranno più qui fra sei mesi. Io non ci sarò più. Lei non ci sarà più. E quelli pensano alla verdura per l’anno prossimo.
Dwight rimase silenzioso per un momento, lo sguardo fisso al mare azzurro, alla lunga linea ricurva della spiaggia. — E con questo? — disse poi. — Forse non ci credono. Forse pensano di potersi portare tutto appresso, di trasferirlo dove andranno, chissà dove. Non saprei. — Una breve pausa. — Il punto è che si divertono a fare progetti che riguardano il loro giardino. Inutile rovinare loro questo divertimento, accusandoli di essere pazzi.
— Oh, non lo farò mai, certo. — Rimase in silenzio per quasi un minuto. — Nessuno di noi crede davvero a quello che sta per accadere... nessuno di noi. Sotto tale punto di vista, siamo tutti pazzi, in un modo o nell’altro.
— Ha perfettamente ragione — ammise lui, con una punta di enfasi.
L’arrivo degli aperitivi mise termine alla conversazione, e poi ci fu il pranzo. Dopo pranzo, Mary spedì gli uomini in giardino, perché li considerava contagiosi, mentre lei lavava i piatti assieme a Moira. Seduto su una sdraio, con una tazza di caffè, Peter chiese al suo capitano: — Ha sentito qualcosa a proposito della nostra prossima missione, signore?
L’americano lo guardò fissamente. — Assolutamente niente. E lei?
— Niente di preciso. Ma, a quella conferenza ufficiale, sono stati fatti accenni che mi hanno fatto chiedere se c’era qualcosa nell’aria.
— E che riguardavano questi accenni?
— Qualcosa sull’impianto a bordo di un nuovo tipo di radio da direzione. Ne sa niente, lei?
Dwight scosse la testa. — Il nostro impianto radio è perfettamente efficiente.
— Questo dovrebbe servire per la rilevazione precisa di un punto. Forse quando siamo immersi a profondità di periscopio. E questo non è possibile attualmente, vero?
— Con l’attrezzatura esistente, no. Ma a che cosa dovrebbe servirci?
— Non lo so. L’argomento non è stato messo in discussione. Ne ha accennato privatamente uno dei funzionari.
— Vogliono per caso che risaliamo all’origine dei segnali radio?
— In tutta sincerità, non lo so, signore. Si sono limitati a chiedere se l’indicatore delle radiazioni poteva essere trasferito al periscopio di prua, in modo da poter piazzare quell’aggeggio al periscopio di dritta. John Osborne si è detto sicuro che una cosa del genere era possibile, ma ha dichiarato che l’ultima parola sarebbe spettata a lei.
— Esatto. Può andare sul periscopio anteriore. Pensavo che ne volessero piazzare due.
— Non credo, signore. Credo che vogliano piazzare quell’altro aggeggio sul periscopio di dritta.
L’americano seguì con gli occhi il fumo che si levava dalla sua sigaretta. Poi disse: — Seattle.
— Che cosa, signore?
— Seattle. C’erano segnali radio che arrivavano da qualche località nei dintorni di Seattle. Sa se vengono ancora ricevuti?
Peter scosse la testa, sbalordito. — Ignoro nella maniera più assoluta questa storia. Vuole dire che c’è ancora qualcuno che fa funzionare un trasmettitore?
Il capitano si strinse nelle spalle. — Può darsi. Ma, in questo caso, si tratta di qualcuno che non sa come cavarsela. Qualche volta è un gruppo di parole, qualche volta una parola in chiaro. Ma, in genere, è tutto un solenne pasticcio, come se un bambino si divertisse a giocare in una stazione radio.
— Ed è una cosa continua?
Dwight scosse la testa. — Non credo. Le trasmissioni vengono intercettate ogni tanto, a intervalli irregolari. So soltanto che stanno quasi costantemente in ascolto su quella frequenza. O almeno, così facevano fino a Natale. Poi non ne ho più sentito parlare.
L’ufficiale di collegamento disse: — Ma questo significa che ci deve essere qualcuno in vita laggiù.
— È una possibilità. Non ci può essere radio senza forza motrice, e questo significa azionare qualcosa di simile a un motore. Un motore piuttosto potente, tale da far funzionare una stazione radio con vastissimo raggio di azione. Ma... non so. Occorrerebbe pensare a qualcuno in grado di azionare un impianto di quella portata e a farlo funzionare... occorrerebbe pensare a qualcuno che conosce l’alfabeto Morse. Anche se dovesse sillabare due parole al minuto, tenendosi davanti il codice.
— Pensa che dovremo andare laggiù?
— Può darsi. Era proprio questo uno dei punti a proposito dei quali volevano informazioni, l’ottobre scorso. Volevano ogni informazione in nostro possesso sulle stazioni radio statunitensi.
— E conosceva qualcosa che potesse riuscire utile?
Dwight scosse la testa. — Ero aggiornato solo sulle stazioni della Marina, mentre sapevo pochissimo su quelle dell’aeronautica o dell’esercito. Sulle stazioni civili, poi, le mie conoscenze erano praticamente nulle. E, sulla costa occidentale, le stazioni radio erano numerosissime.
Nel pomeriggio scesero a piedi alla spiaggia, lasciando a casa Mary con la bambina. Stesa sulla sabbia tiepida fra i due uomini, Moira chiese: — Dwight, dove si trova lo Swordfish? Si sta per caso dirigendo qui?
— No, che io sappia. L’ultima notizia che ho in proposito è che si trovava a Montevideo.
— Ma potrebbe arrivare qui, se lo volesse — intervenne Peter Holmes. — Ha l’autonomia necessaria.
L’americano annuì. — Esatto. Forse lo manderanno in Australia un giorno o l’altro, con posta o passeggeri. Diplomatici o simili.
— Dov’è Montevideo? — chiese la ragazza. — Dovrei saperlo, ma lo ignoro.
Dwight rispose: — È in Uruguay, sulla costa orientale del Sud America. In posizione molto meridionale.
— Mi sembrava avesse detto che era a Rio de Janeiro. E Rio de Janeiro non è in Brasile?
Lui annuì. — Ma questo avveniva quando ha fatto la crociera nel Nord Atlantico. Avevano la loro base a Rio allora. Poi si sono trasferiti nell’Uruguay.
— A causa delle radiazioni?
— Uh-uh.
Peter disse: — Non so se siano già arrivate fin là. Ma è possibile, anche se la radio non ha detto niente in proposito. È più o meno all’altezza dei tropici, vero?
— Esatto — rispose Dwight. — Come Rockhampton.
La ragazza domandò: — Sono già arrivate a Rockhampton?
— No, che io sappia — rispose Peter. — La radio diceva stamattina che hanno raggiunto Salisbury, nella Rhodesia del Sud. E mi pare che Salisbury sia un po’ più a nord.
— Pare anche a me — convenne il capitano. — E poi, Salisbury si trova al centro di un continente, e questo può comportare una differenza. Tutte le altre località di cui stiamo parlando sono sulla costa.
— Alice Springs non è, più o meno, ai tropici?
— Può darsi. Non saprei. Ma anche quella si trova al centro del continente.
La ragazza chiese: — Si propaga più rapidamente lungo la costa che non all’interno?
Peter scosse la testa. — Non saprei. Non credo che abbiano prove su questo punto, in un senso o nell’altro.
Peter rise. — Se ne accorgeranno solo quando sarà arrivata qui. E allora incideranno tutto sul vetro.
La ragazza corrugò la fronte. — Incidere su vetro?
— Non ha ancora sentito parlare di questo?
La ragazza scosse la testa.
— John Osborne me lo ha raccontato ieri — disse lui. — Sembra che qualcuno dell’Istituto Superiore di Fisica si stia dando da fare per compilare una storia di quello che ci sta accadendo. E lo fa su una lastra di vetro. Incidono una lastra poi ce ne fondono sopra un’altra, chissà come, in modo che lo scritto rimanga nel mezzo.
Dwight inarcò le sopracciglia, interessato. — Ecco una cosa che non sapevo. E che cosa fanno poi delle loro lastre?
— Le trasportano in cima al monte Kosciusko — rispose Peter. — È la vetta più alta dell’Australia. Se mai il mondo tornerà a essere abitato, è possibile che qualcuno capiti lassù. Il picco non è tanto alto da risultare inaccessibile.
— Ma che cosa dice? Davvero stanno facendo questo?
— Così afferma John. Hanno costruito lassù una specie di cantina in cemento. Qualcosa di simile alle piramidi.
La ragazza chiese: — Ma quanto è lunga questa storia?
— Non lo so. Ma non credo molto. Lo fanno anche con pagine ricavate da libri. Le sigillano fra lastre di vetro molto spesso.
— Ma quelli che verranno dopo di noi non sapranno leggere la nostra scrittura — osservò la ragazza. — Può darsi che siano... animali.
— Credo che si stiano dando molto daffare a questo proposito — rispose Peter. — Primi elementi di lettura. Il disegno di un gatto e, sotto, la parola GATTO, o simili. John mi ha detto che, per ora, erano arrivati, più o meno, a questo punto. — Una pausa. — E la soluzione mi sembra abbastanza intelligente. Impedirà molti errori da parte dei futuri scienziati.
— La figura di un gatto non avrà molto significato per loro — osservò Moira. — Non ci saranno più gatti. Non sapranno che cosa è un gatto.
— Forse andrebbe meglio la figura di un pesce — suggerì Dwight. — PESCE. O, diciamo, quella di un gabbiano.
— Propone parole troppo difficili da decifrare.
La ragazza si rivolse a Peter, incuriosita. — E quali sono i libri che vogliono tramandare? Quelli che insegnano come si fa a costruire una bomba al cobalto?
— Dio non voglia! — Risero. — Non so precisamente che cosa stiano facendo. Secondo me, una copia dell’Enciclopedia Britannica andrebbe benissimo, ma temo che sia maledettamente troppo lunga. In tutta sincerità, non so che cosa stiano facendo. Forse John Osborne lo sa... o potrebbe saperlo.
— Si tratta soltanto di una oziosa curiosità — disse lei. — È una faccenda che non riguarda lei o me. — Lo guardò, con un’ironica aria di costernazione. — Non venga però a raccontarmi che cercano di conservare qualche giornale. Non lo sopporterei.
— Credo proprio di no — le rispose. — Non sono pazzi fino a questo punto.
Dwight si mise a sedere sulla sabbia. — Mi sembra una sciocchezza trascurare questa meravigliosa acqua tiepida. Penso proprio che dovremmo approfittarne.
Anche Moira si alzò. — Ha perfettamente ragione — convenne. — Non ci rimane granché d’altro.
Peter sbadigliò. — Approfittate voi due dell’acqua. Io mi accontenterò del sole.
Lo lasciarono disteso sulla spiaggia e scesero in mare assieme. Mentre nuotavano lei disse: — È piuttosto veloce in acqua, vero?
Egli rallentò per permetterle di rimanere alla sua altezza. — Una volta, quando ero più giovane, nuotavo moltissimo. Ho anche gareggiato per l’Accademia contro West Point.
Lei annuì. — Immaginavo che fosse qualcosa di simile a un atleta. Nuota molto ora?
Lui scosse la testa. — Non in gara. Bisogna rinunciare molto presto all’agonismo se non si ha molto tempo per dedicarcisi e per tenersi in allenamento. — Rise. — Credo che l’acqua sia più fredda ora che non quando ero ragazzo. Non qui, naturalmente. A Mystic, voglio dire.
— È nato a Mystic?
Scosse la testa. — Sono nato a Long Island Sound, ma non a Mystic. In una località chiamata Westport. Mio padre era medico là. Aveva prestato servizio sanitario nella Marina durante la Prima guerra mondiale, poi si era dedicato alla pratica civile a Westport.
— È sul mare?
Annuì. — Nuotare, andare a vela e pescare: ecco le mie principali occupazioni quando ero ragazzo.
— Quanti anni ha, Dwight?
— Trentatré. E lei?
— Che domanda indiscreta! Ne ho ventiquattro. — Una pausa. — Anche Sharon è di Westport, vero?
— In un certo senso. Suo padre fa l’avvocato a New York City, abita in un appartamento della Ottantaquattresima Strada, vicino al parco. Ma hanno una casa estiva a Westport.
— Così, vi siete conosciuti là.
— Precisamente.
— Deve essersi sposato molto giovane.
— Appena terminati gli studi. Avevo ventidue anni, ed ero aspirante sul Franklin. Sharon aveva diciannove anni, e non ha mai finito l’università. Lo avevamo deciso più di un anno prima. I nostri genitori si sono consultati quando hanno visto che non avremmo mutato parere, e sono giunti alla conclusione che avrebbero fatto meglio ad aiutarci per un po’. — Una breve pausa. — Suo padre è stato molto buono a questo proposito. Avremmo potuto aspettare fino a quando non fossimo riusciti, in un modo o nell’altro, ad avere un po’ di danaro, ma hanno pensato che una cosa del genere non sarebbe certo stata un bene per noi. Così, ci hanno lasciato sposare.
— Le hanno assegnato una specie di mensile?
— Precisamente. Lo abbiamo accettato per tre o quattro anni, poi una zia è morta, io ho ottenuto la promozione e tutto si è sistemato.
Nuotarono fino in fondo al molo, poi uscirono dall’acqua e si sdraiarono ad asciugare al sole. Poco dopo raggiunsero a piedi Peter sulla spiaggia, si misero a sedere con lui mentre fumavano una sigaretta e andarono a cambiarsi. Si ritrovarono tutti sull’arenile, con le scarpe in mano, per asciugare comodamente i piedi al sole e ripulirli dalla sabbia. Dopo qualche minuto Dwight cominciò a infilarsi le calze.
La ragazza osservò: — Molto elegante andare in giro con calze a quel modo.
Il comandante la guardò. — È solo in punta — disse. — Non si vede.
— Non è solo in punta. — Si chinò e gli sollevò il piede. — Mi è sembrato di vederne un altro. Il calcagno è un buco solo.
— Ma non si vede, comunque — replicò lui. — No, quando ho le scarpe.
— Non c’è nessuno che gliele rammendi?
— Di recente hanno congedato diversi uomini del Sidney. Il mio attendente mi rifà ancora il letto, ma ormai ha troppo da fare per poter pensare ai rammendi. Comunque, le cose non sono mai andate troppo bene a bordo di quella nave. Qualche volta mi rammendo io le calze. Ma, in genere, preferisco buttarle via e comperarmene un paio nuovo.
— Le manca anche un bottone della camicia.
— Nemmeno quello si vede — rispose, conciliante. — È uno di quelli in basso, di quelli sotto la cintura.
— Ma è una vera sciagura, lei — osservò lei. — So che cosa direbbe l’ammiraglio, se la vedesse andare in giro a quel modo. Direbbe che lo Scorpion ha bisogno di un altro capitano.
— Ma non lo vedrebbe! — replicò. — No, a meno che non mi costringesse a levarmi i calzoni.
— La conversazione sta prendendo una piega niente affatto simpatica — disse la ragazza. — Quante paia di calze ha in quelle condizioni?
— Non saprei. Da diverso tempo ormai non faccio ispezione ai cassetti.
— Se me le dà, le porterò a casa e le rammenderò.
La guardò. — Un’offerta molto gentile da parte sua. Ma non ce n’è bisogno, glielo assicuro. È ora che me ne procuri altre. Queste hanno fatto il loro tempo.
— Ed è in grado di procurarsene altre? — chiese lei. — Papà non ci è riuscito. Dice che sono scomparse dal mercato, con un mucchio di altra roba. Non è nemmeno riuscito a trovare fazzoletti nuovi.
— Esattissimo — confermò Peter. — Io non ho trovato calze della mia misura, l’ultima volta che le ho cercate. Quelle che avevano erano di due numeri troppo grandi.
Moira era decisa a non lasciargli tregua. — Ha cercato di comperare calze ultimamente?
— Bene... no. Le ultime me le sono procurate ancora quest’inverno.
Peter sbadigliò. — Sarà opportuno che gliele lasci rammendare, signore. Farà una bella fatica a trovarne altre.
— Se le cose stanno così — disse Dwight — le sono molto riconoscente dell’avvertimento. — Si rivolse alla ragazza. — Ma non c’è bisogno che lo faccia lei. Posso sbrigarmela da solo. — Sorrise. — E abbastanza bene, anche.
Lei sbuffò energicamente. — Allo stesso modo con il quale comanda il suo sommergibile, più o meno. Farà meglio a preparare un pacco di tutto quanto ha da rammendare e a farmelo recapitare. Compresa quella camicia. Ha conservato il bottone?
— Credo di averlo perduto.
— Dovrebbe fare maggior attenzione. Quando un bottone si stacca, non deve buttarlo via, semplicemente.
— Se parla così — disse lui, cupo — le darò davvero tutto quanto ha bisogno di essere riparato. E lei annegherà in mezzo a quella roba.
— Ora sì che si comincia a ragionare — osservò lei. — Pensavo che volesse nascondere la realtà della situazione. Metta tutto quanto in un baule, o in due bauli magari, e me lo faccia recapitare.
— Le ripeto che è un bel mucchio di roba.
— Lo sapevo. Se sarà troppa, ne passerò un po’ alla mamma, che probabilmente la distribuirà per tutto il distretto. Il vice-ammiraglio abita vicino a noi, e mamma darà forse a lady Hartman le sue mutande da riparare.
La guardò con espressione ironicamente allarmata. — Ehi, allora sì che lo Scorpion avrà bisogno di un altro capitano.
Lei disse: — La nostra conversazione si sta trasformando in un circolo vizioso. Mi mandi tutto quello che ha bisogno di essere rammendato, in ogni modo, e vedremo se mi riesce di vestirla come un ufficiale di marina.
— Va bene. Dove devo portare tutta la roba?
Lei rimase per un momento pensierosa. — È in licenza, vero?
— Più o meno. Abbiamo ottenuto un periodo di riposo di dieci giorni, ma io non posso permettermi tanto. Il capitano deve essere sempre presente, o almeno pensa di dover essere sempre presente.
— Probabilmente torna di vantaggio alla nave se non c’è — replicò lei. — Sarà bene che mi porti quella roba a Berwick e che si fermi un paio di sere. Sa far passeggiare un bue?
— Non ci ho mai provato, ma potrei tentare.
Lo guardò, pensierosa. — Credo che se la caverà benissimo. Se sa comandare un sottomarino, probabilmente non se la caverà poi tanto male con uno dei nostri buoi. Papà ha ora un cavallo che si chiama Prince, ma non credo che glielo lascerà toccare. Non avrà invece obiezioni a che porti in giro uno dei buoi.
— Per me va benissimo — fece lui, timidamente. — E che cosa dovrei fare con quel bue?
— Sparpagliare il concime. Lo sterco animale. Il bue è bardato in modo da trascinare per mezzo di una catena un erpice sull’erba. Lei ci cammina accanto, guidandolo con la cavezza. Avrà anche un bastone per pungolarlo. È un’occupazione molto riposante. Ottima per i nervi.
— Ne sono certo. Ma... a che cosa serve? Voglio dire, perché è necessaria?
— Per ottenere un buon pascolo. Se lascia gli escrementi là dove cadono, l’erba cresce a ciuffi e gli animali non la mangiano. E, se non lavora di erpice, l’anno seguente il pascolo perde quasi tutto il suo valore. Papà si fa un punto di passare e ripassare ogni pascolo quando le bestie si sono allontanate. Una volta ci servivamo per questo del trattore. Ora invece tocca farlo al bue.
— E suo padre fa così per ottenere un miglior pascolo l’anno prossimo?
— Già — rispose lei, con tono deciso. — Senta, non c’è bisogno che venga a raccontarmelo. È buona regola agricola erpicare i prati, e papà è un agricoltore che sa il fatto suo.
— Ne sono più che sicuro. E quanti acri ha a disposizione?
— Circa cinquecento. Alleviamo vitelli Angus e pecore.
— Tosate le pecore per la lana?
— Certo.
— E in che stagione? — chiese. — Non ho mai assistito a una tosatura.
— Di solito è ottobre. Ma papà è un po’ preoccupato e dice che, se aspetteremo fino a ottobre, quest’anno non se ne farà nulla. Sta pensando di anticipare la tosatura ad agosto.
— Una cosa molto sensata — disse, gravemente. Si chinò a infilarsi le scarpe. — Da moltissimo tempo non metto più piede in una fattoria. Sarò lieto di venire a trascorrere da voi un paio di giorni, se riuscirete a tollerarmi. Farò del mio meglio per rendermi utile, in un modo o nell’altro.
— Non si preoccupi per questo. Provvederà papà a che si renda utile. Sarà una vera benedizione per lui avere a propria disposizione un altro uomo.
Sorrise. — E davvero vuole che porti con me tutta la mia roba da rammendare?
— Non la perdonerò mai se mi compare con due paia di calze e mi dice che i suoi pigiami sono in perfetto ordine. E poi, lady Hartman freme dal desiderio di metterle in ordine le mutande. Non lo sa, ma è così.
— La prendo sulla parola.
Lo accompagnò alla stazione, quella sera, con il buggy. Come il capitano mise il piede a terra, lei disse: — Allora la aspetto martedì alla stazione di Berwick. Mi telefoni per avvertirmi dell’orario del treno, se può. In caso contrario, sarò là verso le quattro e la aspetterò.
Annuì. — Le telefonerò. Vuole davvero che porti tutta la mia roba da riparare?
— Se non la porta, non la perdonerò mai.
— E va bene. — Esitò. — Sarà scuro quando arriverà a casa. Faccia molta attenzione.
Gli sorrise. — Oh, me la caverò benissimo. Arrivederci martedì. Buonanotte, Dwight.
— Buonanotte — le rispose con voce un po’ incerta. La seguì con lo sguardo mentre si allontanava, fino a quando il buggy scomparve dietro un angolo.
Erano le dieci di sera quando lei entrò nel cortile di fronte alla casa. Il padre sentì il cavallo e uscì per aiutarla a togliere i finimenti e a spingere il buggy nella rimessa. Alla luce incerta, mentre sistemavano il veicolo al coperto, la ragazza disse: — Ho invitato qui Dwight Towers per un paio di giorni. Arriverà martedì.
— Lo hai invitato qui?
— Sì. Hanno un po’ di licenza prima di partire per un’altra crociera. Non hai niente in contrario, vero?
— No certo. Spero soltanto che non si annoi. Come faremo a tenerlo occupato tutto il giorno?
— Gli ho detto che avrebbe potuto far passeggiare il bue per i prati. È un tipo molto pratico.
— Mi sarebbe molto utile qualcuno che mi desse una mano a vuotare i silo.
— Immagino che riuscirà a cavarsela. Dopo tutto, se comanda un sommergibile atomico, non dovrebbe far fatica a imparare a ripulire un silo.
Rientrarono in casa. Più tardi, quella sera, il vecchio parlò alla moglie della visita. Lei rimase debitamente impressionata. — Credi che ci sia qualcosa?
— Non lo so — le rispose. — In ogni modo, deve trovarlo molto simpatico.
— Non ha più avuto niente dopo quel giovane Forrest, prima della guerra.
Annuì. — Ricordo. Ma non mi è mai andato troppo quel tipo. Sono contento che la storia sia finita.
— Era la sua Austin-Healey — osservò la madre. — In fondo, non si è mai interessata eccessivamente a lui.
— Questo ha un sottomarino — fece il padre, speranzoso. — È probabilmente la stessa cosa.
— Almeno non può portarla in giro a centocinquanta all’ora. — E, dopo una pausa, aggiunse: — Naturalmente, deve essere vedovo ormai.
Lui annuì. — Tutti dicono che è una persona perfettamente a posto.
La madre disse: — Spero proprio che ne salti fuori qualcosa. Mi piacerebbe vederla sistemata, felicemente sposata con bambini.
— Dovrà sbrigarsi, se vuoi vedere qualcosa del genere — fece notare il padre.
— Oh, mio Dio, me ne dimentico sempre. Ma capisci che cosa voglio dire.
Egli arrivò il martedì nel pomeriggio, e la trovò alla stazione con il buggy e la giumenta. Scese dal treno e si guardò attorno, respirando a pieni polmoni l’aria tiepida della campagna. — Ehi — osservò — siete in una località meravigliosa, qui. Da che parte è la vostra casa?
Lei indicò il nord. — Laggiù, a circa tre miglia di distanza.
— Su quella catena di colline?
— Non precisamente, ma a mezza costa.
Dwight portava una valigia, e la caricò sul buggy, spingendola sotto il sedile. — È tutto lì? — chiese la ragazza.
— Certo. C’è un mucchio di rammendi da fare.
— A me non sembra molto. Sono sicura che deve avere dell’altro.
— No, ho portato tutto. Davvero.
— Spero che mi dica la verità. — Presero posto a cassetta e si diressero verso il villaggio. Quasi subito lui esclamò: — Ecco un faggio! Ed eccone un altro!
Lo guardò, un po’ perplessa. — Ce ne sono molti, in questa zona. Credo che sulle colline la temperatura sia troppo fresca.
Lui fissò la strada, come incantato. — Ecco una quercia, molto grande. Credo di non aver mai visto una quercia di quelle dimensioni. Ed ecco un gruppo di aceri! — Si voltò verso di lei. — Sembra proprio la strada di una cittadina degli Stati Uniti, questa!
— Davvero? È così negli Stati Uniti?
— Tale e quale. Qui avete alberi dell’emisfero boreale. Nelle zone dell’Australia che ho visto finora c’erano soltanto alberi della gomma e acacie.
— Sente forse un po’ di nostalgia?
— Oh, no! Ma sono felice di rivedere questi alberi settentrionali.
— Ce ne sono moltissimi, su alla fattoria. — Attraversarono il villaggio, dalle strade asfaltate e deserte, fino al bivio per Harkaway. Poco dopo ebbe inizio la salita; la giumenta si mise al passo e cominciò a cercare di scrollarsi di dosso i finimenti. La ragazza disse: — A questo punto faremo meglio a scendere e continuare a piedi.
Lui mise piede a terra con lei, e proseguirono al passo, tenendo la bestia per la cavezza. Dopo il soffoco dei moli e il calore che emanava dalle pareti di ferro a bordo, l’aria di campagna sembrava a Dwight fresca e corroborante. Si tolse la giacca, la buttò sul buggy e si slacciò il collo della camicia. A mano a mano che risalivano il pendio, il panorama si faceva sempre più vasto davanti a loro, sulla distesa della pianura fino alla baia di Port Phillip, a dieci miglia di distanza. Si stavano inoltrando in una zona di fattorie disseminate sui pendii, dove prati tenuti alla perfezione si alternavano, a macchie e a ciuffi d’alberi. Lui osservò: — È davvero fortunata ad abitare qui, lei.
Lei lo guardò. — Il posto è bello, certo. Ma è terribilmente noioso starci.
Lui si fermò in mezzo alla strada, ad ammirare il vasto panorama. — Credo di non aver mai visto un posto più bello — disse.
— È bello davvero? — gli chiese. — È bello come tante località dell’America o dell’Inghilterra?
— Oh, certo. Non conosco molto bene l’Inghilterra, ma mi hanno detto che ci sono posti simili in tutto e per tutto al regno delle fate. Si possono ammirare molti scenari meravigliosi negli Stati Uniti, ma non ho mai visto niente di simile a qui. No, è una zona bellissima, perfettamente in grado di reggere qualsiasi confronto.
— Sono contenta che me lo dica. Voglio dire, tutto qui mi piace moltissimo, ma non ho mai visto nient’altro. Viene sempre da pensare che in America e in Inghilterra tutto sia più bello. Qui è bello rispetto al resto dell’Australia, ma ciò non significa molto.
Lui scosse la testa. — Non è affatto così. Qui è bello in senso assoluto, rispetto a qualsiasi altra località.
Quando raggiunsero il pianoro, tornarono a salire sul buggy, e la ragazza si diresse verso il cancello d’ingresso. Un breve viale portava, fra due filari di pini, a una casa di legno a un solo piano, una casa piuttosto grande, dipinta di bianco, che si confondeva con gli edifici agricoli sullo sfondo. Un’ampia veranda, schermata a vetri, correva sul fronte e lungo i fianchi. La ragazza passò davanti alla costruzione e raggiunse il cortile sul retro. — Mi spiace farla entrare dalla porta di servizio — disse. — Ma la giumenta non rimarrebbe certo tranquilla una volta che si trova così vicino alla stalla.
Un contadino che rispondeva al nome di Lou, l’unico dipendente fisso ancora in servizio, corse ad aiutarla, e il padre mosse loro incontro per riceverli degnamente. Dopo che lei ebbe presentato Dwight, lasciarono giumenta e buggy a Lou e raggiunsero in casa la madre. Più tardi si riunirono sulla veranda, al tiepido sole serale, a bere gli aperitivi prima di cena. Si godeva un panorama bucolico da là: pascoli in pendio, macchie e, in basso, sotto agli alberi, la vasta distesa della pianura. Dwight tornò a elogiare la bellezza del paesaggio.
— Sì, è abbastanza bello — convenne la signora Davidson. — Ma non c’è nemmeno da fare il paragone con l’Inghilterra. L’Inghilterra è meravigliosa.
L’americano chiese: — È nata in Inghilterra, signora?
— Io? No, sono nata in Australia. Mio nonno è arrivato a Sidney all’epoca dei pionieri, ma non era un pregiudicato. Si è fatto assegnare un po’ di terra a Riverina. Ci sono ancora membri della nostra famiglia laggiù. — Una breve pausa. — Sono stata una volta sola nella mia patria d’origine. Abbiamo fatto un viaggio in Inghilterra e sul continente nel 1948, dopo la Seconda guerra mondiale. Abbiamo trovato l’Inghilterra meravigliosa. Ma temo che ora sia molto cambiata.
Poco dopo uscì dalla veranda con Moira per andare a preparare il tè, e Dwight rimase solo con il vecchio. Davidson disse: — Mi permetta di servirle un altro whisky?
— Oh, grazie, lo accetto molto volentieri.
Era delizioso restarsene seduti, con il bicchiere in mano, al tepore del sole al tramonto. Dopo un po’ l’allevatore disse: — Moira ci ha parlato della crociera che ha appena condotto a termine a nord
Il capitano annuì. — Non abbiamo trovato molto.
— Così ci ha detto.
— Non potevamo vedere un granché, dal mare e attraverso il periscopio. Non è che ci fossero devastazioni da bombardamenti o simili. Tutto appare, più o meno, come è sempre stato. Solo che non c’è più nessuno a vivere laggiù.
— La radioattività è molto elevata, vero?
Dwight annuì. — Più ci si spinge a nord e più aumenta. A Cairns, quando c’eravamo noi, sarebbe stato possibile vivere per qualche giorno. A Port Darwin, invece, una cosa del genere sarebbe stata assolutamente impossibile.
— Quando è stato a Cairns?
— Circa quindici giorni fa.
— Ormai la radioattività deve essere aumentata a Cairns, vero?
— È probabile. Non fa che aumentare, con il passare del tempo. E finirà per raggiungere, più o meno, lo stesso livello in tutto il mondo.
— Continuano a ripetere che arriverà qui a settembre.
— È una ipotesi, a mio giudizio, fondata. Continua a diffondersi con ritmo costante. Sembra che le località situate alla stessa latitudine vengano investite, più o meno, contemporaneamente.
— Dicevano alla radio che si sono già verificati dei casi di epidemia a Rockhampton.
Il capitano annuì. — L’ho sentito anch’io. E anche ad Alice Springs. Si sta diffondendo a ritmo uniforme nel senso della latitudine.
Il padrone di casa sorrise, un po’ cupo. — Inutile crucciarsi a questo proposito. Un altro whisky?
— Credo di no, per il momento. Grazie.
Il signor Davidson si riempì a mezzo il bicchiere. — In ogni modo, noi saremo gli ultimi a risentirne.
— Così sembra. Se continua allo stesso ritmo, Città del Capo sarà investita un po’ prima di Sidney, più o meno contemporaneamente a Montevideo. Melbourne è la metropoli più meridionale del mondo, e in questo modo noi dovremmo essere gli ultimi. — Si interruppe per qualche istante, pensieroso. — La Nuova Zelanda potrebbe resistere un po’ di più, e, naturalmente, la Tasmania. Quindici giorni o tre settimane, forse. Non so se ci sia qualcuno nell’Antartide. In tal caso, questo qualcuno vivrebbe ancora un po’ più a lungo.
— Ma Melbourne sarà l’ultima metropoli?
— Così almeno sembra, per il momento.
Rimasero in silenzio per qualche minuto. — E lei che cosa farà? — chiese poi l’allevatore. — Trasferirà la sua unità?
— Non ho ancora deciso su questo punto — rispose il capitano, lentamente. — E forse non spetterà a me decidere. C’è un ufficiale che mi è superiore di grado a Brisbane. Non credo che trasferirà la sua nave perché non è in grado di muoversi. Forse mi impartirà ordini... non so.
— Si trasferirebbe, se dipendesse da lei?
— Non ho ancora deciso su questo punto — ripeté il capitano. — Ma, a mio modo di vedere, non ci sarebbe molto da guadagnare. Un buon 40 per cento del mio equipaggio si è fatto la ragazza a Melbourne, anche se molti di costoro sono già sposati. Partiamo dal punto di vista che mi sposti a Hobart. Non potrei portare con me le donne, e i miei uomini non potrebbero tornare qui, o, ammesso che potessero, non saprebbero dove andare a vivere. Sarebbe crudele separare i miei uomini dalle loro donne negli ultimi, pochi giorni che ancora rimangono, a meno che non ci fosse qualche superiore ragione nell’interesse del servizio navale. — Sollevò la testa, sorridendo. — In ogni modo, credo che non verrebbero. Sono convinto che, per la maggior parte, diserterebbero.
— Lo credo anch’io. Con ogni probabilità, deciderebbero di mettere, prima di ogni altra cosa, le donne.
L’americano annuì. — Più che ragionevole. Ed è inutile dare ordini quando si sa che non verranno osservati.
— La sua unità sarebbe in grado di prendere il mare senza di loro?
— Sì, per un tragitto molto breve. E Hobart sarebbe un viaggio cortissimo, di cinque o sei ore al massimo. Potremmo trasferire là il sottomarino con una dozzina di uomini, o anche meno. Non potremmo navigare in immersione, se fossimo così a corto di equipaggio, e nemmeno potremmo viaggiare a lungo. Ma, se arrivassimo là, o anche in Nuova Zelanda, diciamo a Christchurch, senza l’equipaggio al completo, verremmo a perdere ogni e qualsiasi utilità dal punto di vista operativo. Saremmo semplicemente dei profughi.
Rimasero seduti in silenzio per qualche minuto. — C’è un particolare che mi ha sempre sorpreso — disse poi l’allevatore — e cioè il fatto che ci siano così pochi profughi. Un numero trascurabile di persone è calato dal nord... da Cairns, da Townsville e da località del genere.
— Davvero? — fece il capitano. — Ma è più o meno impossibile trovare un letto a Melbourne o nella zona.
— Profughi ce ne sono, lo so. Ma il loro numero non è certo quello che avrei immaginato.
— È la radio, secondo me — fece Dwight. — Quei discorsi del Primo Ministro sono stati piuttosto espliciti. La radio ha fatto un buon lavoro, spiegando la situazione quale essa è realmente. Dopo tutto, non c’è scopo a lasciare la propria casa e a venire qui a vivere in una tenda o su un carro per soccombere allo stesso destino, come massimo, un paio di mesi più tardi.
— Forse — ammise l’allevatore. — So di gente che, dopo un paio di settimane di una esistenza del genere, è tornata nel Queensland. Ma non sono affatto sicuro che le cose stiano precisamente così. Penso che nessuno creda realmente a quanto sta accadendo fino a quando non cominciano a manifestarsi i primi sintomi dell’epidemia. E, a questo punto, non costa molto restarsene dove si è e accettare il proprio destino. Una volta che si è contratta la malattia, non si può più guarire, vero?
— Non credo sia così. Credo si possa guarire, se si esce dalla zona radioattiva e ci si fa ricoverare in un ospedale dove si viene sottoposti a una cura appropriata. Attualmente, negli ospedali di Melbourne, ci sono molti ammalati provenienti dal nord.
— Non lo sapevo.
— Lo credo bene. È una di quelle notizie che la radio non trasmette. A che cosa servirebbe? In fondo, ammesso che guariscano, quelli ammalati avranno una ricaduta fatale nel settembre prossimo.
— Simpatica prospettiva — fece l’allevatore. — Vuole un altro whisky adesso?
— Credo di sì. — Si alzò e si riempì il bicchiere. — Sa — continuò poi — ora che mi sono abituato all’idea, preferisco che sia così. Dobbiamo tutti morire un giorno o l’altro, presto o tardi. Il guaio è che non siamo mai pronti, perché non sappiamo quando toccherà a noi. Bene, ora lo sappiamo e non ci possiamo fare nulla. L’idea non mi spiace. Mi va di pensare che rimarrò in buona salute fino alla fine di agosto e poi... buona sera. Meglio così, piuttosto che vivere una vita da invalido dai settanta ai novanta anni.
— È proprio un ufficiale di marina dalla testa ai piedi — osservò l’allevatore. — Probabilmente è più abituato di me a prospettive del genere.
— Sfollerà lei? — domandò il capitano. — Andrà da qualche altra parte quando il momento si avvicinerà? In Tasmania?
— Io? Allontanarmi da qui? Ma nemmeno per idea! Quando arriverà il momento, sarò qui, su questa veranda, con il bicchiere in mano, su questa poltrona. O magari nel mio letto. Non lascerò mai questa casa.
— Ho l’impressione che molti la pensino allo stesso modo, ora che si stanno abituando all’idea.
Rimasero seduti sulla veranda, ai raggi del sole al tramonto, fino a quando Moira non venne ad avvertirli che il tè era pronto. — Beva pure — disse lei — e poi entri in casa a farsi passare la sbronza, se riesce ancora a camminare.
Il padre l’ammonì: — Non è questa la maniera di parlare al tuo ospite.
— Lo conosco molto meglio di te, papà. E ti assicuro che è impossibile passare con lui davanti a un bar. A qualsiasi bar.
— È più probabile che questo possa dirsi di te quando sei con lui. — Ed entrarono in casa.
I due giorni seguenti furono due giorni di pace per Dwight Towers. Aveva portato con sé un mucchio di roba da rammendare, e le due donne se ne impossessarono, la divisero e si misero alacremente al lavoro. Nelle ore di luce, lui si dava da fare per la fattoria con il signor Davidson, dall’alba al tramonto. Fu iniziato all’arte di governare le pecore, di caricare il foraggio su un carretto e di distribuirlo nei chiusi; passò lunghe ore ad andare avanti e indietro con un bue per i pascoli, illuminati dal sole. Quel mutamento di abitudini gli giovò, dopo la vita limitata a quattro mura a bordo del sottomarino e della nave-appoggio; la sera andava a letto presto, si addormentava profondamente e si svegliava l’indomani perfettamente riposato.
L’ultima mattina del suo soggiorno, dopo la prima colazione, Moira lo trovò dinanzi alla porta di un piccolo ripostiglio, vicino alla lavanderia, che veniva adoperato ora come deposito per le valigie, le assi da stiro, gli stivali da caccia e gli articoli più disparati. Era fermo sulla soglia, la sigaretta stretta fra le labbra, e guardava la confusione di tutti quegli oggetti accumulati alla rinfusa nell’interno. Gli disse: — È qui che mettiamo tutto quando riordiniamo la casa, con la precisa intenzione di offrire poi la roba più in ordine a una fiera di beneficenza, cosa che ci dimentichiamo regolarmente di fare.
Le sorrise. — Anche noi abbiamo una stanza del genere, anche se meno stipata. Forse perché non è poi molto tempo che stiamo in quella casa. — Continuava a fissare con interesse quella specie di guazzabuglio. — Ehi, di chi era quel triciclo?
— Mio.
— Doveva essere molto piccola quando andava in giro con quello.
Lo guardò. — Sembra minuscolo adesso, vero? Credo che dovevo avere allora quattro o cinque anni.
— Oh, guarda, un bastone a molla! — Allungò un braccio e lo prese. — Sono anni che non vedevo più un bastone a molla. Per un certo periodo, sono stati molto in voga, al mio paese.
— Erano scomparsi dalla circolazione, poi sono tornati di moda. Moltissimi ragazzi qui attorno hanno adesso i bastoni a molla.
— Quanti anni aveva quando l’adoperava?
Rimase per un momento pensierosa. — È venuto dopo il triciclo, dopo l’automobilina a pedali, prima della bicicletta. Dovevo avere circa sette anni.
Lo bilanciò in mano, meditabondo. — Proprio l’età più indicata per i bastoni a molla. È possibile trovarli nei negozi di qui?
— Credo di sì. I bambini ci giocano spesso.
Tornò a rimetterlo a posto. — Da anni non li vedevo più negli Stati Uniti. Erano scomparsi dalla circolazione, come dice lei. — Si guardò attorno. — E di chi erano quei trampoli?
— Prima di mio fratello e poi miei. Sono stata io, anzi, a rompere quello.
— Era maggiore di lei, vero?
Annuì. — Maggiore di due anni... anzi di due e mezzo.
— È in Australia adesso?
— No, è in Inghilterra.
Scosse la testa, perché sarebbe stato inutile insistere su questo punto. — Questi trampoli sono piuttosto alti — osservò. — Doveva essere abbastanza grandicella allora.
— Avrò avuto dieci o undici anni.
— Gli sci. — Cercò di valutarne la lunghezza. — E qui dovevate essere ancora più avanti con gli anni.
— Ho incominciato a sciare quando avevo sedici anni. Ma ho adoperato questo paio fino a poco prima della guerra, quando ha cominciato a diventare troppo piccolo per me. L’altro paio era di Donald.
Girò lo sguardo fra la confusione di oggetti dello stanzino. — Oh, ecco un paio di sci d’acqua.
— Li usiamo ancora... o meglio li abbiamo usati fino alla guerra. Andavamo sempre a trascorrere le vacanze estive a Barwon Heads. Ogni anno la mamma prendeva in affitto la stessa casa... — Rimase per un momento silenziosa, pensando alla casetta piena di sole, lungo la riva ricurva del golfo, alla sabbia tiepida, al vento fresco che la sferzava mentre volava dietro il motoscafo, in un turbine di spuma. — E quelle sono le palette di legno che adoperavo per costruire castelli di sabbia quando ero piccolissima.
Le sorrise. — Buffo guardare i giocattoli altrui e cercare di immaginare che cosa devono essere stati a quell’età. Riesco appena a vederla, a sette anni, mentre scatta qua e là con quel bastone a molla.
— E mi arrabbiavo ogni cinque minuti — mormorò lei. Rimase immobile per qualche istante, gli occhi fissi oltre la porta. — Non ho mai permesso che mamma desse via qualcuno dei miei giocattoli — continuò poi, adagio. — Dicevo che volevo conservarli perché ci giocassero i miei bambini. E ormai non potrò più averne.
— Un vero peccato. Eppure, non ci resta che rassegnarci. — Impugnò la maniglia e chiuse la porta su tutte quelle speranze sentimentali. — Credo che dovrò tornare a bordo, questo pomeriggio, per vedere se per caso la mia unità non è affondata al suo posto di ancoraggio. Sa a che ora c’è un treno?
— Non lo so, ma possiamo telefonare alla stazione e chiederlo. Proprio non può fermarsi un giorno ancora?
— Ne sarei lietissimo, ma credo di non potere, sinceramente. Sulla scrivania ci saranno mucchi di pratiche che esigono la mia attenzione.
— Mi informerò a proposito dell’orario. Che cosa fa stamattina?
— Ho detto a suo padre che avrei finito di passare l’erpice al chiuso sulla collina.
— Ho da lavorare per un’ora circa in casa. Poi, probabilmente, uscirò e verrò a tenerle un po’ di compagnia.
— Mi farà un vero piacere. Il vostro bue è un lavoratore accanito, ma la sua conversazione non è certo brillante.
Dopo pranzo, gli diedero la biancheria rammendata. Lui li ringraziò moltissimo per tutto quanto avevano fatto per lui, preparò il bagaglio, poi si avviò alla stazione assieme a Moira. C’era una mostra di pittura religiosa australiana alla Galleria Nazionale; stabilirono di andarla a vedere assieme prima che lui salpasse per la nuova crociera; le avrebbe telefonato. Il capitano prese il treno che doveva riportarlo a Melbourne e al suo lavoro.
Arrivò a bordo della portaerei verso le sei. Come aveva immaginato, c’era un mucchio di carte sulla sua scrivania, compresa una busta sigillata con la soprascritta: RISERVATA. L’aprì, e vide che conteneva un ordine di operazioni, con l’aggiunta di un biglietto personale del vice-ammiraglio, il quale lo pregava di telefonargli per fissare un appuntamento allo scopo di discutere la missione progettata.
Scorse rapidamente l’ordine. Era, più o meno, quello che si era aspettato. La sua unità sarebbe stata perfettamente in grado di portare a termine quell’incarico, purché non ci fossero mine sulla costa occidentale degli Stati Uniti, ipotesi, questa, che gli sembrava piuttosto arrischiata.
Quella stessa sera telefonò a casa di Peter Holmes, a Falmouth. — Ho trovato sulla scrivania un ordine di operazioni — disse. — C’è acclusa una lettera del vice-ammiraglio che mi invita a passare da lui. Sarebbe bene che fosse a bordo domattina per prendere visione di quanto mi è stato comunicato. Poi dovrebbe venire con me al Ministero.
— Sarò a bordo domattina presto, signore — rispose l’ufficiale di collegamento.
— Benissimo. Mi spiace interrompere la sua licenza, ma è necessario darsi da fare.
— Perfettamente, signore. Mi accingevo soltanto ad abbattere un albero.
La mattina seguente alle nove e mezzo, Peter era seduto nella cabina-ufficio del comandante Towers e leggeva l’ordine. — È, più o meno, quello che, secondo lei, doveva essere, vero signore? — chiese.
— Più o meno — convenne il capitano. Andò al tavolo laterale. — Ecco tutto quanto abbiamo sui campi di mine. La stazione radio che dobbiamo cercare sarebbe stata individuata nella zona di Seattle. E fin qui, tutto bene. — Prese una carta dalla tavola. — Ecco la disposizione dei campi di mine di Juan de Fuca e del Puget Sound. Potremmo entrare tranquillamente nell’arsenale di Bremerton. Siamo a posto per ciò che riguarda Pearl Harbour, ma non ci chiedono di andare là. Il golfo di Panama, Sin Diego e San Francisco... ecco tutte località di cui non abbiamo nulla.
Peter annuì. — Lo spiegheremo all’ammiraglio. Anzi, credo che sia già al corrente. A quanto mi risulta, è sempre pronto a una discussione molto ampia sulle questioni del genere.
— Dutch Harbour — disse il capitano. — Non abbiamo niente sulla zona.
— Incontreremo ghiacci lassù?
— Credo di sì. E nebbia, moltissima nebbia. Non è simpatico navigare in quei paraggi, in questo periodo dell’anno senza servizio di guardia sul ponte. Dovremmo procedere con la massima attenzione lassù.
— Chissà perché vogliono che ci andiamo.
— Non saprei. Ma forse ce lo diranno.
Assieme, consultarono a lungo le carte. — Quale rotta seguirebbe? — chiese l’ufficiale di collegamento, a un certo punto.
— In superficie lungo la latitudine Trenta, a nord della Nuova Zelanda, a sud di Pitcairn, fino a quando arriviamo a longitudine Uno-Venti. Poi, dritto seguendo la longitudine. Tocchiamo così gli Stati Uniti in California, nei dintorni di Santa Barbara. Lo stesso per il ritorno da Dutch Harbour. Dritti a sud lungo l’Uno-Sei-Cinque fino a oltre le Hawaii. Già che ci siamo, credo che andremo a dare un’occhiata a Pearl Harbour. Poi ancora a sud, fino a quando non potremo riemergere nei dintorni delle Friendly Islands, o magari un po’ più a sud.
— In questo modo, quanto tempo dovremmo navigare in immersione?
Il capitano si voltò e prese un foglio dalla scrivania. — Ho cercato di calcolarlo questa notte. Credo che non ci fermeremo a lungo in ogni località, come abbiamo fatto l’ultima volta. Ho calcolato la distanza intorno ai duecento gradi, dodicimila miglia in immersione. Arriviamo così a seicento ore di crociera cioè venticinque giorni. Aggiungiamoci un paio di giorni per ricerche ed eventuali ritardi. Diciamo allora ventisette giorni.
— Un periodo di tempo piuttosto lungo in immersione.
— Lo Swordfish ha fatto di più. È rimasto in immersione trentadue giorni. L’essenziale è di prendersela calma, di non lasciarsi dominare dai nervi.
L’ufficiale di collegamento studiò la carta del Pacifico. Puntò il dito su un gruppo di scogli corallini e di isole, a sud delle Hawaii. — Ci sarà poco da prendersela calma quando dovremo passare di qui, navigando in immersione. E questo avverrà verso la fine della nostra crociera.
— Lo so. — Guardò la carta. — Forse ci sposteremo un po’ a occidente e raggiungeremo le Fiji da nord. Ma Dutch Harbour mi preoccupa molto più del ritorno.
Continuarono a studiare per una mezz’ora le carte in base all’ordine di operazioni. Poi l’australiano disse: — Bene, sarà una crociera memorabile. Qualcosa che varrà la pena di raccontare ai propri nipoti.
Il capitano gli diede una rapida occhiata, poi le sue labbra si atteggiarono a un sorriso. — Ha perfettamente ragione.
L’ufficiale di collegamento attese nella cabina mentre il comandante Towers telefonava al segretario dell’ammiraglio, al Ministero della Marina. L’appuntamento venne fissato per le dieci del mattino seguente. Ormai Peter Holmes non aveva più motivo di fermarsi; dopo aver stabilito con il capitano che si sarebbero trovati l’indomani nell’ufficio del segretario, poco prima dell’ora dell’appuntamento, prese il primo treno che doveva riportarlo a casa, a Falmouth.
Scese, poco prima di pranzo, alla stazione dove aveva lasciato la bicicletta. Era accaldato quando arrivò a casa, e fu lieto di togliersi l’uniforme e di fare una doccia prima di sedersi a tavola a mangiare qualcosa di freddo. Trovò Mary molto preoccupata pergli improvvisi progressi che la piccola aveva fatto nella locomozione sulle mani e sulle ginocchia. — L’ho lasciata nell’atrio — disse — sul tappeto di lana, e sono andata in cucina a pelare le patate. Poi, a un certo momento mi sono accorta che era nel corridoio, proprio davanti alla porta della cucina. È un piccolo demonio. Ormai sa girare con una velocità spaventosa.
Si misero a sedere a tavola. — Dovremmo procurarci uno di quella specie di recinti — disse Peter. — Uno di quegli affari di legno che si ripiegano.
Lei annuì. — Ci pensavo proprio anch’io. Uno di quelli con le file di palline da una parte, qualcosa di simile a un pallottoliere.
— Credo che sia ancora possibile trovare recinti. Conosci nessuno che abbia smesso di avere bambini? Potrebbe averne uno di cui desidera liberarsi.
Scosse la testa. — No. Sembra che tutti i nostri amici abbiano un bambino via l’altro.
— Darò un’occhiata in giro per vedere se riesco a trovarlo — la rassicurò.
Solo quando avevano quasi terminato di mangiare lei riuscì a cancellare momentaneamente la piccola dai propri pensieri. E allora chiese: — A proposito, Peter, come è andata con il comandante Towers?
— Ha ricevuto un ordine di servizio. Credo si tratti di una missione segreta, e così sarà meglio non parlarne in giro. Vogliono che facciamo una crociera piuttosto lunga nel Pacifico. Panama, San Diego, San Francisco, Seattle, Dutch Harbour e ritorno, probabilmente passando per le Hawaii. Ma tutto è ancora piuttosto vago.
Lei non era troppo sicura della sua geografia. — Un viaggio molto lungo, vero?
— Sì, piuttosto. Ma non credo che potremo fare tutto. Dwight è contrario a entrare nel golfo di Panama perché non ha la minima informazione sui campi di mine, e, se non andiamo là, veniamo a risparmiare migliaia di miglia. Ma anche così rimane un viaggio piuttosto lungo.
— E quanto tempo ci vorrà? — gli chiese.
— Non lo abbiamo ancora calcolato con esattezza. Probabilmente, un paio di mesi. Vedi — spiegò — non si può fare rotta direttamente, per esempio, su San Diego. Il capitano vuole ridurre al minimo il tempo da passare in immersione. Questo significa che punteremo a est, a una latitudine di sicurezza, navigando in superficie fino a traversare due terzi del Pacifico, poi continueremo dritti a nord e raggiungeremo così la California. Una rotta piuttosto tortuosa, ma verremo a risparmiare molto tempo che altrimenti dovremmo passare in immersione.
— E per quanto tempo navigherete in immersione?
— Per ventisette giorni, secondo i calcoli del capitano.
— Oh, per un periodo di tempo terribilmente lungo, vero?
— Abbastanza lungo, certo. Non è il record, e neppure lo avvicina. Comunque, un periodo di tempo molto lungo da passare senza aria pura. Quasi un mese.
— E quando dovresti partire?
— Non lo so. L’idea originale era che salpassimo verso la metà del mese prossimo, ma ora abbiamo a bordo quel maledetto morbillo. Non possiamo partire fino a quando non saremo considerati fuori pericolo.
— Avete avuto altri casi?
— Uno l’altro ieri. Il medico è convinto che sarà l’ultimo. Se ha ragione, potremo essere considerati fuori pericolo verso la fine del mese. In caso contrario, se cioè ci saranno nuovi ammalati, sarà per un giorno imprecisato di marzo.
— Il che significa che sarai di ritorno per giugno?
— Credo di sì. Saremo considerati immuni dal morbillo per il dieci di marzo, qualunque cosa accada. Il che vuol dire che dovremmo essere di ritorno per il dieci di giugno.
L’accenno al morbillo aveva rinfocolato l’ansia di Mary. — Spero proprio che Jennifer non lo prenda.
Passarono un pomeriggio molto casalingo in giardino. Peter cominciò a darsi da fare per abbattere l’albero. Non era un albero molto grande, e di conseguenza non fu difficile segarlo a metà e farlo crollare poi con una corda, in modo che cadesse sul prato e non sulla casa. All’ora del tè, aveva già potato i rami e li aveva messi da parte per bruciarli durante l’inverno, e aveva ormai segato una buona quantità di ceppi dal tronco. Mary comparve con la bambina, che si era appena svegliata dal sonno pomeridiano, stese un tappeto sul prato e vi sistemò sopra la piccola. Poi rientrò in casa a prendere il necessario per il tè, e quando tornò sorprese la figlia a tre o quattro metri dal tappeto, mentre cercava di mangiare un pezzo di corteccia. Strapazzò allora il marito e lo lasciò di guardia perché doveva andare a ritirare la cogoma dal fuoco.
— È inutile — lei disse poi. — Dobbiamo assolutamente procurarci un recinto.
Lui annuì. — Vado in città domattina. Abbiamo un appuntamento al Ministero della Marina, ma poi dovrei essere libero. Passerò da Myers per vedere se hanno ancora qualcosa del genere.
— Spero che ne abbiano. Non so come potremo cavarcela se non riusciamo a trovarne uno.
— Potremmo legarle una briglia alla vita e assicurarla a un piolo piantato per terra.
— Ma è impossibile, Peter! — replicò lei, indignata. — Se la attorciglierebbe intorno al collo e si strangolerebbe.
Ce la fece ad ammansirla, perché era abituato a sentirsi accusare di essere un padre senza cuore. Per tutta l’ora seguente giocarono con la bimba sull’erba, al sole tiepido, incoraggiandola a strisciare sul prato. Poi Mary la riportò in casa per farle il bagno e darle da mangiare, mentre Peter continuava a segare i ceppi.
Si trovò con il capitano il mattino seguente, al Ministero della Marina, e vennero introdotti assieme nell’ufficio del vice-ammiraglio, che aveva con sé un capitano dell’Ufficio Operazioni. Furono accolti molto cordialmente e invitati ad accomodarsi. — Bene — chiese loro sir Hartman — avete dato un’occhiata all’ordine di operazioni che vi abbiamo mandato?
— L’ho studiato con la massima attenzione, signore — disse il capitano.
— E qual è stata, in linea generale, la sua reazione?
— I campi di mine — rispose Dwight. — Alcuni degli obiettivi stabiliti sono quasi certamente minati. — L’ammiraglio annuì. — Abbiamo informazioni particolareggiate su Pearl Harbour e sulla zona di Seattle. Sugli altri non conosciamo assolutamente nulla.
Discussero a lungo e molto dettagliatamente il progetto.
Alla fine l’ammiraglio si appoggiò allo schienale della poltrona. — Bene, in questo modo vengo ad avere un quadro generale. Era precisamente questo che volevo. E adesso farò meglio a spiegarvi come stanno precisamente le cose. Forse si tratta di una teoria dettata dal desiderio. Fra gli scienziati, o almeno fra parte di essi, esiste una corrente di pensiero in base alla quale la radioattività atmosferica potrebbe diminuire, decrescere di intensità abbastanza rapidamente. Alla base di tale teoria sta il presupposto che le precipitazioni dello scorso inverno nell’emisfero boreale, la pioggia e la neve, possano avere, per così dire, ripulito l’aria. — L’americano annuì. — Secondo detta teoria, gli elementi radioattivi dell’atmosfera si disperderebbero in terra o in mare più rapidamente del previsto. In tal caso, le distese dell’emisfero boreale continuerebbero a restare inabitabili per molti secoli, ma il diffondersi della radioattività fino a noi verrebbe progressivamente a decrescere. In questo modo, la vita... la vita umana... potrebbe continuare qui, o, comunque, nell’Antartide. Il professor Jorgensen è uno strenuo difensore di tale ipotesi. — Dopo una breve pausa continuò: — Bene, questa è la teoria nelle sue linee essenziali. Moltissimi scienziati non sono d’accordo, e giudicano eccessivo l’ottimismo di Jorgensen. Data la grande maggioranza di voti contrari, non si è accennato a questo nelle trasmissioni radio, e la stampa ci ha risparmiato. Sarebbe perfettamente inutile dare adito a speranze che non hanno fondamento. Ma, come è logico, dovremo condurre una piccola inchiesta in proposito.
— Capisco, signore — disse Dwight. — Si tratta di una cosa della massima importanza. È questo il principale obiettivo della nostra crociera?
L’ammiraglio annuì. — Certo. Se Jorgensen ha ragione, dovreste trovare, a nord dell’equatore, una radioattività atmosferica dapprima costante e poi a poco a poco decrescente. Non dico subito, ma a un certo momento tale diminuzione dovrebbe risultare evidente. Ecco perché vogliamo che vi spingiate a nord, sul Pacifico, quanto più è possibile, fino a Kodiack e a Dutch Harbour. Se Jorgensen ha ragione, la radioattività dovrebbe essere minore lassù. Potrebbe persino avvicinarsi alla normalità. In tal caso, voi sareste in grado di salire sul ponte. A terra, naturalmente, la radioattività risulterebbe ancora troppo forte. Ma sul mare, al largo, la vita potrebbe riuscire possibile.
Peter chiese: — Esiste già qualche prova atta a suffragare una simile teoria, signore?
L’ammiraglio scosse la testa. — Ben poco. L’aeronautica ha fatto decollare un apparecchio l’altro giorno. Ha già sentito qualcosa in proposito?
— No, signore.
— Hanno fatto decollare un bombardiere a pieno carico. È partito da Perth in direzione nord e ha raggiunto il mar della Cina, a latitudine Trenta, al largo di Shanghai, prima di virare di bordo. Una distanza troppo breve per gli scienziati, ma era questa l’autonomia massima dell’apparecchio. Le prove raccolte non sono state conclusive. La radioattività atmosferica continuava a crescere, ma verso il punto più settentrionale del volo aumentava lentamente. — Sorrise. — I funzionari degli uffici stanno ancora discutendo di questo. Jorgensen, naturalmente, grida vittoria. Sostiene che, prima che sia raggiunta la latitudine Cinquanta o Sessanta, ci sarà una riduzione più che notevole.
— Sessanta — disse il capitano. — Potremmo spingerci fino a quel punto, nel golfo dell’Alaska. Lassù dovremmo soltanto fare attenzione ai ghiacci.
Ripresero a discutere i particolari tecnici dell’operazione. Venne stabilito che nel sottomarino ci sarebbero state tute protettive per permettere a uno o due uomini di salire sul ponte in condizioni discrete, e che la decontaminazione per irrorazione sarebbe stata eventualmente effettuata in una delle camere di uscita in immersione. Un canotto di gomma gonfiabile sarebbe stato sistemato sulle sovrastrutture, e la nuova antenna di direzione sarebbe stata piazzata sul periscopio di dritta.
Alla fine l’ammiraglio disse: — Bene, in questo modo vengono a essere definite tutte le questioni che ci riguardano. Secondo me, ora mi resta soltanto da convocare una riunione con l’Istituto Superiore di Fisica e con gli altri enti interessati. La convocherò per la settimana prossima. Intanto, capitano, potrà accordarsi con il sottosegretario alla Marina o con uno dei suoi dipendenti per il lavoro da sbrigare in arsenale. Vorrei vedervi partire per la fine del mese prossimo.
Dwight disse: — Dovrebbe essere possibile, signore. Quello che c’è da fare non è molto. La sola cosa che potrebbe fermarci è il morbillo.
L’ammiraglio scoppiò in una breve risata. — C’è in gioco il destino della vita umana nel mondo, e ci troviamo alle prese con il morbillo! Bene, capitano, so che farà del suo meglio.
Quando uscirono, Dwight e Peter si separarono, Dwight per telefonare al sottosegretario della Marina, Peter per andare a cercare John Osborne nel suo ufficio in Albert Street. Spiegò allo scienziato ciò che aveva appreso quella mattina.
— So tutto di Jorgensen — rispose Osborne, con una punta di impazienza. — È un vecchio pazzo, quello. Il suo non è altro che un pio desiderio.
— Non tenga in molta considerazione quello che l’aereo ha rilevato: il diminuito ritmo di aumento della radioattività a mano a mano che ci si spinge a nord?
— Non metto neppure in dubbio la prova. Può darsi che l’effetto Jorgensen esista. Anzi, con ogni probabilità esiste. Ma nessuno all’infuori di Jorgensen lo considera significativo.
Peter si alzò in piedi. — Che se la sbrighi chi è più saggio di me — citò ironicamente. — Io devo andare a comperare un recinto per la mia figlia maggiore ancora nubile.
— E dove andrà a cercarlo?
— Da Myers.
Anche lo scienziato si alzò. — La accompagno. C’è in Elizabeth Street qualcosa che vorrei farle vedere.
Non disse di che cosa si trattava. Camminarono assieme in mezzo alle strade libere dal traffico, raggiunsero la vecchia zona del commercio automobilistico della città, svoltarono in una laterale, poi entrarono in un cortile. John Osborne prese di tasca una chiave, aprì la doppia porta di una piccola costruzione e la spalancò.
Si trattava, evidentemente, della rimessa di un commerciante di automobili. Macchine silenziose erano allineate lungo le pareti, alcune senza targa, tutte coperte di polvere e di sudiciume e con le gomme a terra. Al centro del locale c’era una macchina da corsa, una monoposto rossa, bassissima, piccola, con un minuscolo parabrezza davanti al posto di pilotaggio, vicinissimo a terra. Le gomme apparivano a posto, tutto era stato lucidato e ripulito con la massima cura, la vernice brillava alla luce che entrava dalla porta. Aveva l’aria di essere terribilmente veloce, quella macchina.
— Mio Dio! — esclamò Peter. — Che cosa è?
— È una Ferrari — rispose John Osborne. — Quella con la quale Donezzetti correva prima della guerra. Quella con la quale ha vinto il Gran Premio di Siracusa.
— Come mai è qui?
— Johnny Bowles l’aveva acquistata e fatta spedire. Poi è scoppiata la guerra e non ha mai potuto pilotarla in corsa.
— Di chi è adesso?
— Mia.
— Sua?
Lo scienziato annuì. — Sono sempre stato appassionato di corse. Avrei sempre voluto parteciparvi, ma mi mancava il denaro necessario. Poi ho saputo di questa Ferrari. Bowles era rimasto in Inghilterra. Sono andato dalla vedova, e le ho offerto un centinaio di sterline per la macchina. Deve avermi considerato pazzo, certo, ma è stata più che lieta di vendermela.
Peter fece il giro della minuscola automobile dalle ruote molto grandi, osservandola con la massima attenzione. — Sono d’accordo con lei. Che cosa diavolo ne farà?
— Non lo so ancora. So soltanto di essere il proprietario di quella che probabilmente è la più veloce macchina del mondo.
L’ufficiale continuava a guardare, come affascinato. — Posso sedermi al volante?
— Faccia pure.
Si infilò a fatica nello stretto sedile, dietro al parabrezza di plastica. — Quanto fa, più o meno?
— Con precisione non saprei. Deve battere i trecento.
Peter strinse fra le mani il volante e provò i comandi. Gli sembrava di fare un tutto unico con quella monoposto. — L’ha collaudata su strada?
— Non ancora.
Si strappò dal seggiolino con riluttanza. — Che cosa adopererà al posto della benzina?
Lo scienziato sorrise. — Non va a benzina.
— Non va a benzina?
— No, viene alimentata da una miscela speciale alcol-etere. Una miscela assolutamente inutile per una macchina comune. Ne ho otto bidoni in fondo al giardino della casa di mia madre. — Il suo sorriso si accentuò. — Me li sono procurati prima di comperare la macchina.
Sollevarono il cofano e rimasero a lungo a studiare il motore. Dopo il ritorno dalla prima crociera, John Osborne aveva dedicato quasi tutte le sue ore di libertà a lucidare e a mettere a punto la macchina da corsa; sperava di poterla provare in strada di lì a un paio di giorni. — E non ci sarà certo da preoccuparsi per il troppo traffico — osservò sorridendo.
Si staccarono a malincuore dall’auto e chiusero la porta della rimessa. Si fermarono per qualche istante nel cortile silenzioso. — Se salpiamo per questa crociera alla fine del mese prossimo — disse Peter — dovremmo essere di ritorno per i primi di giugno. Sono un po’ preoccupato per Mary e per la bambina. Crede che le troverò in buone condizioni di salute quando sarò di nuovo qui?
— La radioattività, vuole dire?
L’ufficiale annuì.
Lo scienziato rimase un momento pensieroso. — Qualunque ipotesi può essere valida — disse alla fine. — Il ritmo di diffusione può accelerare o può rallentare. Finora questo ritmo si è mantenuto costante dappertutto, cioè nei limiti che più o meno ci aspettavamo. Attualmente siamo a sud di Rockhampton. Se si continua così, si dovrebbe arrivare appena a sud di Brisbane i primi di giugno. Diciamo, mille e trecento chilometri a nord di qui. Ma, ripeto, il ritmo può accelerare o può anche rallentare. È tutto quanto posso dirle.
Peter si strinse le labbra fra i denti. — È una cosa un po’ preoccupante. Non mi va l’idea di creare panico a casa. Ma, comunque, mi sentirei più tranquillo se sapessero che cosa fare, ammesso che io non ci fossi.
— Può darsi benissimo che non ci sia — osservò John Osborne. — A quanto pare, ci sono diversi rischi di origine naturale in questa crociera, prescindendo dalle radiazioni. Campi di mine, ghiacci e via dicendo. Non so che cosa succederebbe se, in immersione, alla massima velocità di crociera, andassimo a urtare contro un iceberg.
— Lo so benissimo io — disse Peter.
Lo scienziato rise. — Bene, allora tocchiamo ferro e speriamo che non ci succeda. Voglio tornare e pilotare quell’aggeggio. — Con un cenno del capo indicò la macchina dietro la porta chiusa.
— È una cosa un po’ preoccupante — ripeté Peter. Si avviarono verso la strada. — Credo che dovrò fare qualcosa prima della nostra partenza.
Camminarono in silenzio fino al corso. John Osborne svoltò nella direzione del suo ufficio. — Viene dalla mia parte?
Peter scosse la testa. — Devo andare a vedere se riesco a trovare un recinto per la bambina. Mary dice che, se non lo troviamo, finirà per ammazzarsi.
Si separarono, e lo scienziato si allontanò molto sollevato all’idea di non essere sposato.
Peter si mise alla caccia del recinto, e riuscì a trovarlo nel secondo negozio che visitò. Non è molto facile portare un recinto pieghevole in mezzo a una folla, ma ce la fece a caricarlo sul tram e a scendere alla stazione di Flinders Street. Arrivò a Falmouth verso le quattro del pomeriggio. Lasciò il recinto nel deposito bagagli per passare a ritirarlo più tardi con il rimorchio, saltò sulla bicicletta e raggiunse lentamente la zona dei negozi. Entrò nella solita farmacia, dove era già noto e di cui conosceva il proprietario. Chiese alla ragazza al banco se poteva vedere il signor Goldie.
Il farmacista comparve in camice bianco. Peter chiese: — Potrei parlare con lei un momento in privato?
— Certo, tenente. — E lo accompagnò sul retro.
Peter disse: — Volevo discutere con lei della malattia da radiazioni. — Il viso del farmacista rimase assolutamente impassibile. — Devo assentarmi. Parto in crociera con lo Scorpion, il sottomarino americano. Sarà un viaggio piuttosto lungo. Non potremo essere di ritorno prima dell’inizio di giugno, nella migliore delle ipotesi. — Il farmacista annuì lentamente. — E non sarà una missione facile, no certo. C’è anche la possibilità che non torniamo più.
Rimasero in silenzio per un momento. — Ed è preoccupato per la signora Holmes e per Jennifer? — chiese poi il farmacista.
Peter annuì. — Voglio essere ben sicuro, prima di partire, che mia moglie abbia una visione ben chiara della situazione. Mi spieghi che cosa succede precisamente.
— Nausea. È questo il primo sintomo. Poi vomito e diarrea. Sangue nelle feci. Tutti questi sintomi aumentano di intensità. Può verificarsi un lieve miglioramento, che risulta però di brevissima durata. La morte sopravviene per esaurimento puro e semplice. — Una pausa. — All’ultimissimo stadio, infezione e leucemia possono essere la causa del decesso. I tessuti vengono distrutti dalla mancanza di sali organici nei fluidi. Può succedere l’una cosa o l’altra.
— Qualcuno diceva che è qualcosa di simile al colera.
— Esatto. È precisamente qualcosa di simile al colera.
— E ha qualcosa per questo, vero?
— Per guarirlo, temo proprio di no.
— Non volevo dire per guarirlo. Per farla finita.
— Non possiamo ancora consegnarlo, tenente. Una settimana prima che una zona venga investita, verranno date per radio le disposizioni necessarie. Dopo di che potremo distribuirlo a tutti coloro che ce lo chiederanno. — Si interruppe brevemente. — Devono esserci terribili complicazioni dal punto di vista religioso. Ed è una questione, questa, che ognuno deve risolvere da solo.
— Devo fare in modo di spiegare tutto ben chiaramente a mia moglie — disse Peter. — Lei dovrà provvedere a che la bambina... E può darsi che io non ci sia. Insomma, è necessario che, prima di partire, predisponga tutto per il meglio.
— Potrei spiegare tutto io alla signora Holmes, quando sarà il momento.
— Preferirei farlo io. Sarà una cosa che la sconvolgerà, certo.
— Naturalmente... — Rimase immobile per un momento, poi disse: — Mi accompagni in magazzino.
Da una porta chiusa a chiave entrarono in una stanza sul retro. In un angolo c’era una cassa con il coperchio sollevato. Il farmacista lo tolse completamente. La cassa era piena di scatolette rosse, di due misure.
Goldie ne prese una per misura e tornò nel laboratorio. Aprì la più piccola: conteneva un minuscolo tubetto di plastica con due pastiglie bianche. Tolse la chiusura, prese le pastiglie, le mise accuratamente da parte e le sostituì con due pastiglie di aspirina. Rimise il tubetto nella scatola rossa e la chiuse.
— Questo è per chi vorrà prendere una pastiglia — disse. — Può tenerle e mostrarle alla signora Holmes. Una è sufficiente a provocare la morte quasi immediata. La seconda è di riserva. Quando verrà il momento, saranno distribuite al banco.
— Grazie mille — disse Peter. — E che cosa si può fare per la bambina?
Il farmacista prese l’altra scatola. — La bambina, o un animale casalingo, un cane o un gatto... Qui la cosa è un po’ più complicata. — Aprì la seconda scatola e prese una minuscola siringa. — Ne ho una usata che posso lasciarle. Eccola. Segua le istruzioni accluse alla scatola. Pratichi una iniezione ipodermica, molto superficiale. Si addormenterà immediatamente.
Rimise al suo posto la siringa e la consegnò a Peter, assieme al resto.
— Oh, è davvero molto gentile! — esclamò l’ufficiale, riconoscente. — Sarà in grado di prenderle dal canterano, quando verrà il momento?
— Oh, certo.
— C’è qualcosa da pagare?
— No, niente — rispose il farmacista. — Figurano nell’elenco dei medicinali gratuiti.
5
Dei tre regali che Peter portò a casa quella sera alla moglie, il recinto fu il più apprezzato.
Era un recinto nuovissimo, verniciato in verde pastello, con un pallottoliere multicolore da una parte. Lo sistemò sul prato prima di entrare in casa, poi chiamò Mary a vederlo. Lei lo esaminò molto criticamente, saggiandone la stabilità per essere ben sicura che la piccola non potesse rovesciarselo addosso. — Spero che la vernice non si scrosti — disse. — Perché si mette in bocca tutto quello che trova, sai. La vernice verde è terribilmente pericolosa. Contiene verderame.
— Mi sono informato al negozio. Non è vernice a olio, è Duco. Deve avere acetone nella saliva per riuscire a scrostarla.
— Oh, riesce a scrostare la vernice da tutto, quella. — Mosse un passo indietro e guardò il recinto. — Il colore è molto bello. Va perfettamente d’accordo con le tendine della sua stanza.
— Ci avevo pensato anch’io. Ce n’era un altro azzurro, ma ho avuto l’impressione che avresti preferito questo.
— Oh, certo! — Lo abbracciò e lo baciò. — È un bellissimo regalo. Chissà quanta fatica hai fatto a portarlo in tram! Grazie mille.
— Oh, di niente. — Le restituì il bacio. — Sono contento che ti piaccia.
Lei andò a prendere la bambina in casa e la mise nel recinto. Poi si prepararono gli aperitivi, si misero a sedere sul prato, accanto alla piccola, a fumare e a osservare le sue reazioni al nuovo ambiente. La videro stringere uno dei suoi minuscoli pugni intorno alle sbarre.
— Non credi che si alzi in piedi troppo presto, con quel sostegno? — chiese la madre, preoccupata. — Voglio dire che, senza di quello, ci metterebbe ancora molto tempo prima di imparare a camminare. E, se camminano quando sono ancora piccoli, poi crescono con le gambe storte.
— Credo proprio di no. Tutti hanno un recinto, io ne avevo uno quando ero piccolo, e non sono certo cresciuto con le gambe storte.
— Credo che, se non si attaccasse a quello, si attaccherebbe a qualcosa d’altro. Una sedia o simili.
Quando Mary portò via la bambina per farle il bagno e prepararla ad andare a letto, Peter prese il recinto e andò a sistemarlo nella stanza da gioco. Poi preparò la tavola per la cena. Quando ebbe terminato, passò sulla veranda, giocherellando con le scatolette rosse che aveva in tasca, chiedendosi come avrebbe potuto consegnare alla moglie quest’altro regalo.
Poco dopo rientrò e si versò un whisky.
Lo fece quella sera, poco prima che Mary portasse di sopra la piccola per andarsi a coricare. Disse, con tono un po’ incerto: — C’è un’altra cosa di cui voglio parlarti, prima di partire per quella crociera.
Lei alzò la testa. — E cioè?
— Su quella malattia da radiazioni che colpisce la gente. Ci sono un paio di cose che tu dovresti conoscere.
Lei replicò con impazienza: — Oh, via, non siamo ancora a settembre. Non ho nessuna voglia di parlarne.
— Temo proprio che dovremo parlarne, invece.
— Non vedo perché. Me ne parlerai quando il momento sarà vicino. Quando sapremo che sta per arrivare. La signora Hildred dice che suo marito ha sentito da qualcuno che non arriverà mai, dopo tutto. Sta rallentando il ritmo di diffusione o simili. Non si spingerà fin qui.
— Non so con chi abbia parlato il marito della signora Hildred. Ma posso assicurarti che non c’è una parola di vero in questo. Arriverà qui, certo. Potrebbe essere per settembre, ma potrebbe anche essere prima.
Lo guardò, gli occhi sbarrati. — Vuoi dire che ne rimarremo tutti colpiti?
— Sì. Ne rimarremo tutti colpiti. Moriremo tutti. Ecco perché voglio parlartene un poco.
— Non puoi parlarmene quando il momento sarà più vicino? Quando sapremo che sta davvero per succedere?
Scosse la testa. — È meglio che te ne parli ora. Vedi, potrebbe anche darsi che non mi trovassi qui allora. Potrebbe anche darsi che arrivasse prima di quanto immaginiamo, mentre sono assente. O io potrei finire sotto un autobus, o simili.
— Non ci sono più autobus — rispose lei, adagio. — Tu pensi a quel sottomarino.
— Comunque sia, mi sentirei molto più tranquillo, durante la mia assenza, se sapessi che tu conosci la situazione meglio di quanto la conosca adesso.
— E va bene — fece lei, con una certa qual riluttanza. Accese una sigaretta. — Avanti, parla.
Lui rimase per qualche istante pensieroso. — Dobbiamo tutti morire un giorno — disse alla fine. — Non so se morire in questo modo è peggio che morire in un altro. Quello che succede è che ti ammali. Cominci con un senso di nausea, e poi ecco che vomiti. E continui a vomitare... non riesci più a tenere giù nulla. Poi si manifesta la diarrea, che peggiora continuamente. Puoi magari riprenderti per un poco, ma dopo tutto ricomincia come prima. E alla fine ti riduci a uno stato di debolezza tale che... muori, semplicemente.
Lei soffiò una boccata di fumo verso l’alto. — E quanto tempo dura tutto questo?
— Non lo so. Credo che vari da individuo a individuo. Può durare due o tre giorni. Ma, se hai un miglioramento, credo possa durare due o tre settimane.
Seguì un breve silenzio. — Un brutto pasticcio — lei mormorò poi. — Credo che, se tutti la prendono contemporaneamente, non ci sarà nessuno ad aiutarci. Niente dottori e niente ospedali?
— Temo proprio di no. Credo sarà una battaglia che dovremo combattere da soli.
— Ma tu sarai qui, Peter?
— Ci sarò — la rassicurò. — Parlavo solo per mettermi al riparo da quell’unica probabilità su mille.
— Ma, se sarò sola, chi baderà a Jennifer?
— Lasciamo stare Jennifer per il momento. Discuteremo di lei più tardi. — Si chinò verso la moglie. — Le cose stanno così, cara. Non c’è possibilità di guarigione. Ma non bisogna morire in mezzo al sudiciume. Bisogna morire decentemente quando la situazione si fa troppo brutta. — Prese di tasca la più piccola delle due scatole rosse.
Lei la guardò, come affascinata. — Che cosa è? — chiese.
Aprì la scatoletta e prese fuori il tubetto. — Questo è un campione. Non sono vere. Goldie me le ha date perché ti facessi vedere come si fa. Ne butti giù una con qualcosa di liquido... qualunque cosa di liquido. Quello che preferisci. Poi ti stendi sul letto, ed è la fine.
— Si muore, vuoi dire? — Stringeva fra le dita la sigaretta spenta.
Annuì. — Quando la situazione diventa insostenibile... è la migliore via d’uscita.
— E a che cosa serve l’altra pastiglia? — bisbigliò.
— È di riserva. Credo che la diano nel caso che tu ne perda una o la sciupi.
Lei rimase immobile, gli occhi fissi sulla scatola rossa.
— Quando verrà il momento — continuò Peter — comunicheranno tutto questo per radio. Allora tu potrai andare da Goldie, e chiedere le pastiglie alla ragazza al banco, in modo da averle a casa. E lei te le darà. Potranno averle tutti quelli che le desiderano.
Lei si piegò in avanti, lasciò cadere la sigaretta spenta e gli prese di mano la scatola. Lesse attentamente le istruzioni stampate in nero sul fondo rosso, poi disse: — Ma, se anche fossi terribilmente ammalata, non potrei mai farlo, Peter. Chi baderebbe a Jennifer?
— Tutti saranno colpiti — disse lui. — Ogni essere vivente. Cani, gatti, bambini... tutti. Ne rimarrò colpito io. Ne rimarrai colpita tu. Ne rimarrà colpita anche Jennifer.
Lo fissò. — Jennifer sarà colpita da... questa specie di colera?
— Temo di sì, cara. Ne saremo colpiti tutti.
Lei abbassò gli occhi. — È una cosa bestiale! — affermò con veemenza. — Non mi importa niente per me. Ma è... è una vigliaccheria, ecco.
Cercò di confortarla. — È la fine di tutto per tutti. Noi perderemo molti degli anni di vita che ci eravamo prospettati, e Jennifer li perderà tutti. Ma per lei non sarà molto doloroso. Quando la situazione sarà senza speranza, potrai aiutarla ad andarsene in pace. Occorrerà un po’ di coraggio da parte tua, ma dovrai trovarlo. Ecco che cosa devi fare, se io non ci sarò.
Prese di tasca l’altra scatola rossa e cominciò a spiegarle come doveva adoperarla. Lei continuava a fissarlo, con una ostilità sempre crescente. — Mettiamo le cose bene in chiaro — disse a un certo momento, e la sua voce era decisamente dura. — Stai cercando di mostrarmi che cosa devo fare per uccidere Jennifer?
Lui intuì che si stavano avvicinando momenti difficili per lui, ma doveva comunque fronteggiarli. — Precisamente — disse. — E, se sarà necessario, lo farai.
Lei si abbandonò a un improvviso scatto d’ira. — Devi essere pazzo! — esclamò. — Non farò mai una cosa del genere, per quanto ammalata possa essere. La curerò fino alla fine. Devi aver perduto completamente la testa, tu. Il guaio è che non le vuoi bene. Non le hai mai voluto bene. Ma per me non rappresenta un fastidio. Il fastidio sei tu, e ora sei arrivato al punto da tentare di convincermi a ucciderla. — Si alzò in piedi, livida di rabbia. — Se dici una parola ancora, ti uccido.
Era la prima volta che la vedeva tanto arrabbiata. Si alzò in piedi anche lui. — Fa’ come preferisci — disse stancamente. — Puoi evitare di fare ricorso a queste cose, se non te la senti.
Lei replicò, furibonda: — Ci deve essere un tranello qui sotto. Stai cercando di convincermi ad assassinare Jennifer e poi a suicidarmi. Così sarai libero di metterti con qualche altra donna.
Non aveva pensato che la situazione potesse mettersi così male. — Non dire sciocchezze! — esclamò, seccamente. — Se sarò qui, me la sbrigherò da solo. Se non ci sarò, se dovrai affrontare gli eventi con le tue forze, questo avverrà perché io sarò già morto. Rifletti un momento, e cerca di ficcartelo ben bene in testa. Sarò già morto.
Lo guardò, in silenzioso furore.
— C’è un’altra cosa alla quale farai meglio a pensare — continuò lui. — Può darsi che Jennifer ti sopravviva. — Levò alta la prima scatola rossa. — Puoi buttare queste nella spazzatura. Puoi combattere fino al limite delle tue forze prima di morire. Ma può darsi che Jennifer non sia ancora morta. Può darsi che ti sopravviva per diversi giorni, piangendo e vomitando nella sua culla, distesa fra il suo stesso sudiciume, e tu sarai morta sul pavimento lì accanto, e nessuno la aiuterà. Poi, naturalmente, finirà per morire anche lei. Vuoi forse che muoia in questo modo? Se lo vuoi tu, non lo voglio io, certo. — Si voltò per allontanarsi. — Rifletti, e smettila di fare la sciocca.
Lei rimase silenziosa. Per un istante gli parve che fosse sul punto di cadere, ma ormai era troppo irritato anche lui per aiutarla.
— È il momento di dimostrare il proprio coraggio e di fare fronte alla situazione — disse.
Lei corse via, e poco dopo la sentì singhiozzare nella sua stanza da letto. Ma non la raggiunse. Si versò invece un whisky e soda, uscì sulla veranda e si mise a sedere su una sdraio, gli occhi fissi al mare. Maledette le donne, con quella loro mania di cercare riparo dalla realtà in un mondo loro di sogni sentimentali! Se solo avessero saputo fronteggiare le cose, sarebbero state in grado di aiutare un uomo, di aiutarlo enormemente. Ma, se continuavano a rimanere abbarbicate al loro mondo di sogno, non rappresentavano altro che un maledetto sasso attorno al collo.
Verso mezzanotte, dopo il terzo whisky, rientrò in casa e passò in camera da letto. Mary era già coricata, con la luce spenta; si spogliò al buio, per timore di svegliarla. Lei gli voltava la schiena; si sdraiò lontano da lei, e, grazie al whisky, si addormentò subito. Verso le due si svegliò, e la sentì singhiozzare al suo fianco. Allungò allora una mano per consolarla.
Lei si voltò verso di lui, sempre singhiozzando. — Oh, Peter, scusami se mi sono mostrata così stupida!
Non parlarono più delle scatole rosse, ma l’indomani mattina lui le mise nell’armadietto dei medicinali, in bagno, verso il fondo, dove non sarebbero state in evidenza, ma dove lei non avrebbe potuto fare a meno di vederle. In ogni scatola lasciò un biglietto per spiegare che si trattava di campioni privi di qualsiasi efficacia, per ripetere che cosa doveva fare per procurarsi l’originale. Aggiunse a ogni biglietto qualche parola affettuosa, pensando che, forse, quando Mary le avesse lette, lui sarebbe stato già morto.
Il bel tempo estivo durò fino a marzo inoltrato. A bordo dello Scorpion non si verificarono altri casi di morbillo, e i lavori procedevano rapidamente, perché i dipendenti dell’arsenale non avevano altro da fare. Peter Holmes abbatté il secondo albero, lo tagliò e mise i ceppi a essiccare, in modo che fosse possibile adoperarli l’anno seguente, poi cominciò a lavorare intorno ai cespugli per preparare l’orto.
John Osborne mise a punto la sua Ferrari e la portò in strada. Non c’erano neppure proibizioni esplicite a proposito della circolazione a motore. Non c’era benzina disponibile perché, ufficialmente, non esisteva benzina nel Paese; anche le riserve di emergenza per i medici e per gli ospedali erano state esaurite. Ma, sia pure molto di raro, si vedevano ancora macchine che giravano per le strade. Ogni automobilista aveva latte di benzina accantonate in rimessa o in qualche nascondiglio privato; erano state messe da parte quando la situazione nel campo petrolifero aveva incominciato a peggiorare, e qualche volta, in casi di disperata emergenza, si faceva ricorso a queste riserve. La presenza della Ferrari di John Osborne in strada non provocò l’intervento della polizia, anche se il piede gli scivolò sull’acceleratore al primo rettilineo, e in seconda, in piena Bourke Street, cioè al centro della città, toccò i centoquaranta. Se non avesse ucciso qualcuno, gli agenti non si sarebbero certo scomodati per una infrazione di così lieve entità.
Non uccise nessuno, ma provò una buona dose di paura. C’era una pista privata a South Gippsland, vicino al villaggio di Tooradin, di proprietà di un club di appassionati che ne curava la gestione. Si trattava di un largo nastro di cemento di forma più o meno circolare, chiuso al pubblico, della lunghezza di tre miglia circa. A un lungo rettilineo si susseguivano curve larghe e curve a forcina. Venivano ancora tenute gare laggiù, gare alle quali presenziava uno scarsissimo pubblico, per mancanza di mezzi di trasporto. Da dove gli appassionati si procurassero la benzina restava un mistero, anzi tutta una serie di misteri, perché sembrava che ognuno avesse la sua riserva privata, proprio allo stesso modo in cui John Osborne aveva i suoi otto bidoni di miscela speciale in fondo al giardino della madre.
John Osborne si recò laggiù più volte con la sua Ferrari, prima per allenarsi e poi per partecipare alle gare, gare dal percorso piuttosto breve per fare economia di carburante. Quella macchina rappresentava un utile diversivo nella sua esistenza. Aveva sempre vissuto la vita di uno scienziato, di un uomo cioè che passa il suo tempo a teorizzare in un ufficio, o, al massimo, in un laboratorio. La vita di azione gli era sempre stata estranea. Non era mai stato abituato a correre rischi, a mettere a repentaglio la propria pelle, e proprio per questo la sua esistenza gli era sembrata meno ricca. Quando era stato comandato a bordo del sottomarino per il servizio scientifico, si era sentito piacevolmente eccitato da questo taglio netto con le sue abitudini, ma, nel suo intimo, si era sentito paralizzare dalla paura ogni volta che si immergevano. Era sempre riuscito a controllarsi e a sbrigare le sue mansioni senza lasciar trasparire la minima traccia di nervosismo durante la settimana della crociera sottomarina a nord, ma aveva sempre avvertito una accentuata inquietudine all’idea di quasi un mese in immersione nel corso della nuova crociera ormai imminente.
La Ferrari mutò radicalmente questo stato di cose. Ogni volta che prendeva in mano il volante, si sentiva eccitato. Da principio, non guidava molto bene. Dopo aver superato i duecento su rettilineo, non riusciva a rallentare abbastanza da abbordare le curve con sicurezza. Ogni curva rappresentava da principio una specie di sfida contro la morte, e due volte sbandò e finì sul bordo erboso, pallido, tremante, vergognoso di trattare la macchina a quel modo. Ogni corsa e ogni allenamento in circuito gli rendevano più chiari gli errori che non avrebbe più dovuto ripetere, gli facevano capire di aver evitato la morte per questione di centimetri.
Ora che aveva la mente tutta presa da questo eccitamento di nuovo genere, l’idea della crociera sullo Scorpion smise di terrorizzarlo. Non c’erano pericoli paragonabili a quelli che affrontava al volante della sua macchina da corsa. L’interludio navale diventò per lui qualcosa di simile a un noioso compito da sbrigare, a una perdita di tempo, ora che il tempo si stava facendo prezioso, fino a quando non fosse tornato a Melbourne per dedicare alle corse i tre mesi che lo avrebbero separato ancora dalla fine.
Come ogni corridore automobilista, dedicava moltissimo tempo al tentativo di rintracciare nuove riserve di carburante.
Secondo quanto aveva stabilito, sir David Hartman convocò la conferenza. Dwight Towers vi partecipò come capitano dello Scorpion e si fece accompagnare dal suo ufficiale di collegamento. Portò con sé anche l’ufficiale addetto alla radio e agli impianti elettrici, un certo tenente Sunderstrom, perché, con ogni probabilità, si sarebbero discusse questioni che si ricollegavano alla radio di Seattle. L’Istituto Superiore di Fisica era rappresentato dal direttore e da John Osborne, il sottosegretario alla Marina era presente con uno dei suoi dipendenti, e il gruppo era completato da uno dei segretari del Primo Ministro.
All’inizio, il vice-ammiraglio sottolineò le difficoltà dell’operazione. — È mio desiderio — disse — ed è ordine del Primo Ministro che lo Scorpion non si esponga a pericoli troppo gravi nel corso di questa crociera. In primo luogo, vogliamo i risultati delle osservazioni scientifiche che vi mandiamo a rilevare. Data la scarsa altezza dell’antenna dell’unità e la necessità che navighi in immersione per tanto e tanto tempo, non possiamo contare su un facile collegamento radio. Non fosse che per questo, è necessario che ritorni sana e salva, perché, in caso contrario, l’operazione verrebbe a risultare assolutamente inutile. Ma, prescindendo da ciò, si tratta dell’unica unità a largo raggio d’azione che rimanga a nostra disposizione per eventuali comunicazioni con il Sud America o il Sud Africa. Tenendo presente ciò, ho apportato variazioni drastiche alla crociera discussa nella nostra ultima riunione. È stata annullata la tappa al Canale di Panama. Anche San Diego e San Francisco sono stati eliminati. E tutto questo per colpa dei campi di mine. Comandante Towers, vuole spiegarci brevemente qual è la sua situazione nei confronti dei campi di mine?
Il comandante Towers tenne una breve dissertazione sulle mine e sui pericoli che comportava la mancanza di carte di determinate località. — Possiamo entrare a Seattle e possiamo avventurarci nel Puget Sound — disse. — Lo stesso vale per Pearl Harbour. Non credo ci sia grande pericolo di mine nel golfo dell’Alaska, in conseguenza al movimento dei ghiacci. Il ghiaccio rappresenta un problema a quelle latitudini, e lo Scorpion non è un rompighiaccio. Pure, a mio giudizio, possiamo spingerci fin là senza mettere eccessivamente a repentaglio la nave. Se riusciamo ad arrivare a latitudine Sessanta, avremo fatto del nostro meglio. Penso che, con ogni probabilità, faremo più di quanto desidera.
Discussero poi i segnali radio che arrivavano ancora da una località nei dintorni di Seattle. Sir Phillip Goodall, il direttore dell’Istituto Superiore di Fisica, mostrò un riassunto dei segnali intercettati dopo la guerra. — Si tratta, per la maggior parte, di segnali incomprensibili — disse. — Si riscontrano a intervalli irregolari, più spesso in inverno che non in estate. La loro frequenza è di 4.92 kilocicli. — L’ufficiale radiotelegrafista prese un appunto su un foglio che aveva dinanzi. — Sono state intercettate centosessantanove trasmissioni. Di queste, tre contenevano gruppi in codice riconoscibili, sette gruppi complessivamente. Due contenevano parole in chiaro, in inglese, una per ciascuna. I gruppi erano indecifrabili; li ho qui, se qualcuno vuole vederli. Le parole erano: “Acqua” e “Collegare”.
Sir David Hartman chiese: — Quante ore di trasmissione sono state intercettate in totale?
— Circa centosei ore.
— E in tutto questo tempo si sono rilevate solo due parole in chiaro? Tutto il resto era privo di senso?
— Precisamente.
L’ammiraglio disse: — Non credo che le parole possano avere un significato. Si tratta probabilmente di una trasmissione fortuita. Dopo tutto, se un numero infinito di scimmie comincia a battere su un numero infinito di macchine da scrivere, una scimmia finirà per comporre una commedia di Shakespeare. Il vero punto da chiarire è: come mai avvengono queste trasmissioni? Sembra certo che laggiù esista ancora forza motrice disponibile. E dietro questa forza motrice potrebbe esserci un agente umano. Non è molto probabile, ma resta sempre possibile.
Il tenente Sunderstrom si piegò verso il suo capitano e gli parlò a bassa voce. Dwight disse forte: — Il signor Sunderstrom conosce le istallazioni radio di quella zona.
Il tenente appariva un po’ incerto. — Non posso certo dire di conoscerle tutte. Ho seguito un breve corso sulle comunicazioni navali all’isola di Santa Maria, cinque anni fa. Una delle frequenze che venivano usate allora era di 4.92 kilocicli.
L’ammiraglio chiese: — Dov’è l’isola di Santa Maria?
— Vicinissimo a Bremerton, nel Puget Sound, signore. Ma ce ne sono diverse altre lungo la costa. Quella era la principale scuola di comunicazioni della Marina per la zona.
Il comandante Towers spiegò una carta e indicò l’isola con un dito. — Eccola, signore. È collegata alla terraferma mediante un ponte che la unisce a Manchester, vicino alla Clam Bay.
L’ammiraglio chiese: — E quale dovrebbe essere il raggio della stazione dell’isola di Santa Maria?
— Non lo so con sicurezza, signore, ma immagino che sia globale.
— Ha l’aria di essere una stazione globale? Con antenne molto alte?
— Oh, sì, signore. Le antenne sono davvero uno spettacolo. Credo faccia parte del regolare sistema di comunicazioni della zona del Pacifico, ma non ne sono certo. Ho frequentato soltanto la scuola comunicazioni.
— Le è mai capitato, mentre era a bordo di qualche nave, di comunicare direttamente con questa stazione?
— No, signore. Lavoravamo su una diversa serie di frequenze.
Discussero un po’ di particolari tecnici della radio. — Se risulta che si tratta di Santa Maria — disse Dwight alla fine — potremo dare una occhiata senza grandi difficoltà. — Guardò la carta che aveva studiato precedentemente, quasi per avere conferma delle proprie impressioni. — Ci sono una quindicina di metri d’acqua sotto riva. Potremo accostare un molo, forse. In ogni modo, abbiamo il canotto di gomma. Se la percentuale della radioattività è ragionevole, potremo mandare a riva per un po’ un ufficiale, con la tuta protettiva, naturalmente.
Il tenente disse: — Sarei lieto che questa missione venisse affidata a me. Credo di conoscere abbastanza bene la disposizione di quegli impianti.
Lasciarono la questione a questo punto e concentrarono la loro attenzione sull’effetto Jorgensen e sulle osservazioni scientifiche necessarie per accettarlo o respingerlo.
Dopo la riunione, Dwight si trovò con Moira Davidson per pranzo. Avevano scelto per il loro incontro un piccolo ristorante nella zona commerciale, e fu lui ad arrivare per primo. Lei comparve poco dopo, con una borsa da ufficio.
La salutò e le offrì un aperitivo prima di mangiare. La ragazza chiese un cognac e soda, che lui si affrettò a ordinare. — Doppio? — chiese, mentre il cameriere aspettava.
— Semplice — fu la risposta.
Dopo aver congedato con un cenno il cameriere, lui fissò la borsa. — È stata a fare acquisti? — domandò.
— Acquisti? Io? — replicò, indignata. — Ma sono un monumento di virtù, io.
— Mi scusi. Deve per caso andare da qualche parte?
— No. — La sua curiosità evidentemente la divertiva. — Le autorizzo ad avanzare tre ipotesi circa il contenuto di questa borsa.
— Cognac — insinuò lui.
— No, quello me lo porto dentro.
Rimase per un momento pensieroso. — Un coltello a serramanico. Intende tagliare dalla cornice uno di quei quadri religiosi, portarselo via e appenderlo in bagno.
— No. Un’altra ipotesi ancora.
— Un lavoro a maglia.
— Non lavoro a maglia. Non faccio mai niente di riposante, io. Dovrebbe saperlo ormai.
Arrivarono i bicchieri. — E va bene — disse lui. — Ha vinto. Che cosa c’è dentro?
Lei fece scattare la serratura della borsa. Dentro, c’erano un taccuino, una matita e un manuale di stenografia.
Lui sbarrò gli occhi. — Ehi! — esclamò. — Non si sarà messa per caso a studiare quella roba, vero?
— E che male c’è? Una volta proprio lei mi ha detto che avrei dovuto farlo.
Ricordava vagamente quello che aveva detto una volta, in un momento di noia. — Sta seguendo un corso o simili?
— Tutte le mattine. Devo alzarmi prima delle sette.
Sorrise. — Una vera sciagura. E perché lo fa?
— Per fare qualcosa. Cominciavo a essere stufa di rivoltare il letame.
— Da quanto tempo ha incominciato?
— Da tre giorni. E me la cavo benissimo. So già tracciare i segni.
— E una volta che li ha tracciati, sa che cosa significano?
— Non ancora — ammise. Bevve un sorso di cognac. — Per quello, bisogna essere molto più avanti con lo studio.
— E fa anche dattilografia?
Annuì. — E contabilità. Tutto assieme.
La guardò sbalordito. — Una volta che avrà finito, sarà una segretaria perfetta.
— L’anno prossimo. Potrò trovarmi un buon posto l’anno prossimo.
— E sono molti quelli che fanno come lei? Frequentare una scuola o simili?
Annuì. — Sono più di quanti avrei immaginato. Credo che siano circa la metà del normale. Non c’erano più allievi, subito dopo la guerra, e avevano licenziato quasi tutti gli insegnanti. Ma ora hanno dovuto riassumerli perché gli studenti sono aumentati di numero.
— Sono aumentati di numero?
— Si tratta, per la maggior parte, di ragazzi al disotto dei venti anni. In mezzo a loro mi sembra di essere una nonna. Credo che i genitori si siano stancati di tenerseli a casa e li abbiano mandati a fare qualcosa. Lo stesso succede all’Università. Ora le iscrizioni sono molto più numerose che non qualche mese addietro.
—Non avrei mai immaginato che le cose prendessero questa piega — osservò lui.
— È noioso vivere a casa, semplicemente. A Bottega trovano tutti i loro amici.
Le offrì un altro bicchiere, ma lei rifiutò, e cominciarono allora a mangiare. — Ha sentito di John Osborne e della sua macchina? — gli chiese lei.
Rise. — Certo. E me l’ha anche fatta vedere. Credo che la faccia vedere a tutti. Una macchina stupenda.
— Deve aver perduto completamente la testa. Finirà per ammazzarsi.
Si portò alle labbra un cucchiaio del consommé freddo.
— E con questo? Purché non si ammazzi prima che salpiamo per quella crociera. Si diverte moltissimo.
— E quando partirete per quella crociera? — gli chiese.
— Credo che sarà fra una settimana circa.
— E sarà un viaggio pericoloso? — domandò, a bassa voce. Ci fu una breve pausa. Poi: — Oh, no! Che cosa glielo fa pensare?
— Ieri ho parlato per telefono con Mary Holmes. Sembrava un po’ preoccupata per qualcosa che Peter le aveva detto.
— A proposito della crociera?
— Non direttamente. O almeno, non credo. Più probabile che si trattasse del testamento o simili.
— Ecco un’ottima precauzione — osservò lui. — Tutti dovrebbero fare un testamento... tutti gli uomini sposati, certo.
Furono servite le bistecche. — Mi dica, è pericoloso? — tornò a chiedere lei.
Scosse la testa. — È una crociera molto lunga. Saremo assenti per circa due mesi, e per una buona metà di questo tempo dovremo navigare in immersione. Ma non è più pericolosa di qualsiasi altra operazione nelle acque dell’emisfero boreale. È sempre piuttosto rischioso andare a ficcare il naso in acque dove può essere avvenuta una esplosione nucleare. Specie in immersione. Non si sa mai in che cosa ci si può imbattere. Mutamenti del fondo marino... Può urtare contro una nave affondata di cui ignorava l’esistenza. Occorre procedere con la massima attenzione, certo. Ma che sia pericoloso proprio non direi.
— Torni sano e salvo, Dwight — disse lei, adagio.
Sorrise. — Certo che tornerò sano e salvo. Ce lo hanno perfino ordinato. L’ammiraglio vuole avere ancora a disposizione il suo sottomarino.
Lei si appoggiò allo schienale della sedia e rise. — Appena divento un po’ sentimentale, ecco che subito comincia a non prendermi più sul serio.
— Credo di non essere il tipo sentimentale. Sharon me lo ripete sempre.
— Davvero?
— Certo. Si inquieta spesso con me.
— Non posso certo dire che la cosa mi sorprende. Anzi, sono molto spiacente per lei.
Terminarono di mangiare, uscirono dal ristorante e si avviarono a piedi verso la Galleria Nazionale per visitare l’esposizione di quadri religiosi. Erano quasi tutti dipinti a olio, per la maggior parte in stile moderno. Passeggiarono per la galleria riservata alle quaranta tele della mostra, la ragazza molto interessata, l’ufficiale di marina francamente scettico. Non ebbero molto da dire sulle crocifissioni verdi o sulle natività rosa; cinque o sei tele che trattavano gli aspetti religiosi della guerra non li trovarono d’accordo. Indugiarono davanti al vincitore, un Cristo in gramaglie sullo sfondo delle rovine di una grande città. — Mi sembra che questo abbia raggiunto qualcosa — disse lei. — Credo, per una volta tanto, di essere d’accordo con i giudici.
— Io invece non lo posso sopportare, semplicemente.
— Che cos’è che non le piace?
Lo studiò attentamente. — Tutto. Per me è semplicemente falso. Nessun pilota con la testa sulle spalle volerebbe mai così basso fra tante esplosioni termonucleari.
La composizione è buona e i colori sono ottimi.
Oh, certo. Ma il soggetto è falso.
In che senso?
— Se quello è il grattacielo della R.C.A., l’autore ha messo il ponte di Brooklyn dalla parte del New Jersey e l’Empire State in mezzo al Central Park.
Lei diede un’occhiata al catalogo. — Qui non si dice che si tratta di New York.
— Qualunque cosa voglia dire, è falso — replicò lui. — Non può essere andata così. Troppo drammatico. — Si scostò e si guardò attorno, con aria disgustata. — Non c’è niente che mi piaccia qua dentro.
— Proprio non riesce a vedere nulla di religioso? — gli chiese. Era buffo, in fondo, perché era lui a frequentare la chiesa, e lei aveva pensato che una mostra del genere gli sarebbe piaciuta.
La prese per un braccio. — Io non sono un uomo religioso — disse. — Ma questa è colpa mia, non degli artisti. Loro vedono le cose in maniera diversa da me.
Uscirono dalla sala della mostra. — Le interessa la pittura? — gli domandò. — O la considera semplicemente una noia?
— Oh, non la considero affatto una noia. Mi piace moltissimo quando è ricca di colori e non cerca di insegnarci qualcosa. C’è un pittore che si chiama Renoir, vero?
Lei annuì. — C’è qualche Renoir qui. Le piacerebbe vederlo?
Raggiunsero la sezione dell’arte francese e si fermarono davanti a un dipinto che rappresentava una strada che correva lungo un fiume, con molte case bianche e molti negozi, un dipinto molto francese, dalle tinte vivacissime.
— Ecco il tipo di pittura che mi piace — disse lui. — Non mi stancherei mai di guardarla.
Percorsero tutta la galleria, chiacchierando e fermandosi ad ammirare i quadri. Poi Moira dovette congedarsi: sua madre non stava bene, e aveva promesso di trovarsi a casa per il tè. Lui l’accompagnò in tram alla stazione.
In mezzo alla calca dell’ingresso, si voltò verso di lui. — Grazie per il pranzo e per il pomeriggio — gli disse. — Spero che gli altri quadri l’abbiano compensata per quelli di argomento religioso.
Rise. — Oh, certo. Sono sempre pronto a tornare a vedere quelli. Ma, per ciò che riguarda la religione, non è il mio campo, ecco.
— Frequenta regolarmente la chiesa.
— Oh, ma quella è un’altra cosa — replicò.
Non se la sentiva di discutere con lui su questo punto, e non avrebbe potuto nemmeno tentarlo, in mezzo a tutta quella folla. Si limitò a dire: — Potremo vederci ancora, prima della sua partenza?
— Avrò moltissimo da fare, di giorno, in questo periodo. Potremmo andare al cinema una sera, ma sarà meglio fissare l’appuntamento piuttosto presto. Salperemo non appena saranno terminati i lavori, che ora procedono a ritmo accelerato.
Stabilirono di trovarsi per cena il martedì seguente, poi Moira lo salutò e scomparve fra la folla. Dwight non aveva nulla di particolarmente urgente che richiedesse la sua presenza in arsenale, e mancava ancora un’ora alla chiusura dei negozi. Uscì in strada e camminò lungo il marciapiede, guardando le vetrine. Quando si trovò dinanzi a un magazzino di articoli sportivi, esitò per un istante e poi entrò.
Nel reparto pesca disse al commesso: — Vorrei un completo da lancio, con canna, mulinello e filo di nylon.
— Certo, signore. È per lei?
L’americano scosse la testa. — No, è per mio figlio che ha dieci anni. La sua prima canna. Vorrei qualcosa di marca, ma piccolo e leggero. Ha niente in Fiberglas?
Il commesso scosse la testa. — Temo che, in questo momento, siamo sprovvisti di quell’articolo. — Prese una canna dalla rastrelliera. — Ecco un ottimo completo in acciaio.
— Non prenderà la ruggine con l’acqua di mare? Abita in riva al mare, e sa anche lei come sono i ragazzi.
— Oh, non deve preoccuparsi per questo. Vendiamo moltissimi di questi completi per la pesca in mare. — Andò a prendere i mulinelli mentre Dwight osservava attentamente la canna e provava a stringerla in pugno. — Abbiamo questi mulinelli di plastica per la pesca in mare. O preferisce per caso un mulinello multiplo in acciaio inossidabile? Sono quanto di meglio esista sul mercato, ma, naturalmente, vengono a costare molto di più.
Dwight li esaminò attentamente. — Credo che mi deciderò per il mulinello multiplo.
Scelse poi il filo, e il commesso fece un pacco unico dei tre articoli. — Davvero un bel regalo per un ragazzo — osservò.
— Certo — convenne Dwight. — E avrà modo di divertirsi moltissimo.
Pagò, prese il pacco e passò nel reparto dove si vendevano biciclette per bambini e automobiline a pedale. Chiese alla ragazza al banco: — Avete bastoni a molla?
— Bastoni a molla? No, credo. Ma sarà meglio che lo domandi al direttore.
Il direttore comparve dopo pochi istanti. — Temo che i bastoni a molla siano esauriti. Non erano molto richiesti in questi ultimi tempi, e abbiamo venduto l’ultimo pochi giorni fa.
— Ne riceverete presto altri?
— Ne abbiamo ordinati una dozzina. Non so quando arriveranno. Oggi come oggi, c’è un po’ di disorganizzazione. Si trattava di un regalo, vero?
Il comandante annuì. — Lo volevo per una bambina di sei anni.
— Abbiamo queste automobiline a pedali. Un bellissimo regalo per una piccola di quell’età.
Scosse la testa. — Ha già l’automobilina a pedali.
— Abbiamo anche queste biciclette per bambini.
Troppo pesanti e troppo mal finite, ma non lo disse: — No, era un bastone a molla che volevo. Lo cercherò altrove, e forse tornerò se non riesco a trovarlo.
— Può provare da McPhails. Può darsi che ne abbiano ancora qualcuno.
Uscì e provò da McPhails, ma anche là i bastoni a molla erano esauriti. Tentò in un altro negozio, con lo stesso risultato; sembrava che i bastoni a molla fossero scomparsi dalla circolazione. Più ostacoli incontrava sulla sua strada, più aveva l’impressione che un bastone a molla fosse quello che realmente desiderava, che nulla avrebbe potuto sostituirlo. Passeggiò per Collins Street alla ricerca di un altro negozio di giocattoli, ma quella era la zona non di articoli del genere, ma di altri articoli molto più cari.
Quando già era imminente l’ora della chiusura dei negozi, si fermò davanti alla vetrina di una gioielleria. Il locale era evidentemente di primissimo ordine, e lui indugiò a lungo davanti alla lastra di cristallo. Smeraldi e diamanti sarebbero andati magnificamente. Gli smeraldi si sarebbero accordati alla perfezione con i suoi capelli neri.
Entrò nel negozio. — Pensavo a un braccialetto — disse al giovane in giacca nera dietro al banco. — Smeraldi e diamanti, magari. Smeraldi, in ogni modo. La signora è bruna e ama moltissimo il verde. Ha niente del genere?
Il giovane andò alla cassaforte e tornò con tre braccialetti che appoggiò a un cuscino di velluto nero. — Abbiamo questi, signore — disse. — Fino a che cifra sarebbe disposto ad arrivare?
— Non saprei — rispose il comandante. — Voglio un bel braccialetto.
Il commesso ne prese uno. — Abbiamo questo, che costa quaranta ghinee... o questo, che ne costa sessantacinque. Sono molto eleganti tutti e due, a mio giudizio.
— E quello?
L’altro glielo mostrò. — Questo viene a costare molto di più, signore. Un pezzo meraviglioso. — Diede un’occhiata al minuscolo cartellino. — Sono duecentoventicinque ghinee, signore.
Aveva riflessi stupendi sul velluto nero. Dwight lo prese e lo esaminò attentamente. Il commesso non aveva mentito quando aveva detto che si trattava di un pezzo meraviglioso. Lei non aveva niente di simile nel suo astuccio per i gioielli. Sapeva per certo che le sarebbe piaciuto moltissimo.
— Si tratta di un pezzo di origine inglese o australiana? — chiese.
Il commesso scosse la testa. — Viene da Parigi, da Cartier. Faceva parte delle proprietà di una signora di Toorak. Può considerarsi nuovo, come vede. Di solito, riteniamo necessario cambiare il fermo, ma, per questo, non abbiamo dovuto nemmeno sobbarcarci tale fatica. È in perfetto ordine.
Gli sembrava già di vedere la sua gioia. — Lo prendo — disse. — Dovrò pagarla con un assegno. Passerò a ritirarlo domani o dopodomani.
Compilò l’assegno e ritirò la ricevuta. Stava già per uscire quando tornò a rivolgersi al commesso. — Un’altra cosa — disse. — Sa per caso dove potrei trovare un bastone a molla, un regalo per una bambina? Sembra che, attualmente, siano piuttosto rari sul mercato.
— Temo di non poterle essere utile, signore. Il solo consiglio che posso darle è quello di cercare in tutti i negozi di giocattoli.
I negozi stavano già chiudendo, e non avrebbe avuto il tempo di fare altro quella sera. Portò con sé il pacco fino a Williamstown, e, appena arrivò a bordo della portaerei, passò sul sottomarino e lo mise dietro la sua cuccetta, in un posto dove poteva passare inosservato. Due giorni dopo, ritirò il braccialetto, portò anche quello a bordo del sottomarino e lo chiuse nella cassaforte d’acciaio dove teneva i codici segreti.
Quello stesso giorno una certa signora Hector Fraser portò dal gioielliere un braccialetto d’argento da far saldare un’ansa che si era staccata. Come uscì di nuovo in strada, incontrò Moira Davidson, che conosceva da bambina. La fermò per chiederle notizie della salute della madre. Poi disse: — Mia cara, conosci il comandante Towers, l’americano, vero?
La ragazza rispose: — Certo, lo conosco molto bene. La settimana scorsa ha passato da noi qualche giorno.
— È per caso pazzo? O forse tutti gli americani sono pazzi... non so.
— Non più pazzi di noi, in un periodo come questo. Ma che cosa è successo?
— Ha cercato di comperare un bastone a molla da Simmonds.
Lei si fece improvvisamente attenta. — Un bastone a molla?
— Sì, mia cara, ed è andato a scegliere proprio Simmonds. Come se vendessero bastoni a molla lì! Sembra che sia entrato a comperare il più bello dei braccialetti disponibili, per una cifra favolosa. Non sarà destinato a te, per caso?
— No, che io sappia. E una cosa simile non è certo da lui.
— Non si conoscono mai abbastanza gli uomini. Forse un giorno te ne farà omaggio di sorpresa.
— E che cosa è questa storia del bastone a molla?
— Dopo aver comperato il braccialetto, ha chiesto a Thompson, quel simpatico giovane biondo... gli ha chiesto se sapeva dove poteva trovare un bastone a molla. Ha detto che voleva regalarlo a una bambina.
— E che c’è di male in ciò? — chiese la signorina Davidson, a bassa voce. — Sarebbe un bellissimo regalo per una bambina dell’età adatta.
— Lo credo bene. Ma è buffo che il capitano di un sottomarino cerchi una cosa del genere. E proprio da Simmonds.
La ragazza disse: — Probabilmente sta facendo la corte a una ricca vedova con una bambina. Il braccialetto è per la madre, il bastone a molla per la figlia. Che c’è di male in ciò?
— Niente — rispose la signora Fraser — solo che, a opinione generale, faceva la corte a te.
— Ecco dove si sbaglia — replicò la ragazza, calmissima. — Sono io che sto facendo la corte a lui. — Cominciò ad avviarsi. — Devo andare adesso. Sono molto contenta di averla incontrata. Lo dirò alla mamma.
Si allontanò giù per il marciapiede, ma non riusciva a togliersi di mente la storia del bastone a molla. Quel pomeriggio giunse fino al punto di informarsi sulle condizioni di mercato del bastone a molla, con il solo risultato di trovare che era terribilmente depresso. Se proprio voleva un bastone a molla, Dwight avrebbe incontrato molte difficoltà a procurarselo.
Tutti manifestavano un grano di pazzia in quei giorni, certo: Peter e Mary Holmes con il loro giardino, suo padre con i suoi progetti agricoli, John Osborne con la sua macchina da corsa, sir Douglas Froude con il porto del club, e ora Dwight Towers con i bastoni a molla. Tutti con qualcosa di eccentrico, di molto prossimo alla pazzia derivante dall’epoca in cui vivevano.
Avrebbe desiderato aiutarlo, avrebbe desiderato moltissimo aiutarlo, ma sapeva di dover cercare di avvicinarlo con ogni precauzione. Quando arrivò a casa, quella sera, andò nello sgabuzzino, prese il suo vecchio bastone a molla e lo ripulì accuratamente con uno straccio. Il manico di legno andava scrostato completamente e poi riverniciato da un esperto artigiano, certo, ma poi sarebbe potuto passare per nuovo, anche se l’umidità lo aveva macchiato qua e là di scuro. La ruggine aveva intaccato profondamente le parti in metallo, e uno dei poggiapiedi appariva in pessime condizioni. Nessuna quantità di vernice sarebbe mai riuscita a fare apparire nuova quella parte, e lei era ancora abbastanza vicina all’infanzia per ricordare il disgusto che aveva sempre suscitato in lei l’idea di un giocattolo di seconda mano. Non era, non poteva essere quella la risposta.
Si incontrò con lui il martedì sera per andare al cinema, come avevano stabilito. A cena, gli chiese come procedevano i lavori del sottomarino. — Non c’è male — le rispose. — Stanno piazzando un secondo rigeneratore elettronico a ossigeno che funzionerà in parallelo con quello già esistente. Direi che tutto potrebbe essere finito per domani sera, e in questo caso potremmo fare un giro di prova giovedì. Dovremmo essere in grado allora di partire per la fine della settimana.
— È molto importante?
Sorrise. — Dovremo navigare in immersione a lungo. Non mi andrebbe di trovarmi a corto d’aria e di essere costretto a emergere in una zona radioattiva per non soffocare.
— È una specie di apparecchio di riserva, allora?
Annuì. — Siamo stati molto fortunati a procurarcelo. Lo hanno trovato nei magazzini navali, a Freemantle.
Era piuttosto distratto quella sera. Con lei si dimostrava simpatico e cortese come al solito, ma lei aveva la precisa impressione che pensasse continuamente ad altro. Cercò diverse volte, durante il pranzo, di suscitare il suo interesse, ma senza troppo successo. Fu lo stesso al cinema: cercò di far capire che si divertiva, ma era troppo di cattivo attore per convincerla. Moira si disse che non poteva aspettarsi altro, con la prospettiva di quella lunga crociera che lo attendeva.
Dopo lo spettacolo, si avviarono giù per le strade deserte verso la stazione. Quando furono vicini alla loro meta, lei si fermò nel vano scuro di un portone, dove avrebbero potuto parlare in pace. — Fermiamoci un momento qui, Dwight — gli disse. — C’è una cosa che voglio chiederle.
— Certo. Avanti.
— È un po’ preoccupato, vero?
— Oh, no! Temo di essere stato una compagnia poco simpatica stasera.
— Si tratta per caso del sottomarino?
— Assolutamente no. Torno a ripeterle che non ci sono pericoli da quel lato. Si tratta di un’altra faccenda.
— Non si tratta per caso di un bastone a molla, vero?
La guardò, sbalordito, nella penombra. — Ehi, dove l’ha saputo?
Rise adagio. — Ho le mie spie. Che cosa ha preso per Junior?
— Una canna da pesca. — Una breve pausa, poi: — Immagino che mi giudichi pazzo.
Scosse la testa. — Niente affatto. È riuscito a trovare un bastone a molla?
— No. Sembra che siano completamente esauriti.
— Lo so. — Rimasero per qualche istante in silenzio. Poi lei continuò: — Sono andata a dare un’occhiata al mio. Può prenderlo, se le serve. Ma è molto vecchio, e le parti in metallo sono tutte coperte di ruggine. Anche se funziona ancora, credo che non potrà certo risultare un bel regalo.
Annuì. — Lo avevo notato. Credo che faremo meglio a lasciare le cose come sono. Se avrò tempo prima della partenza, tornerò qui e cercherò nei negozi qualcos’altro.
Lei disse: — Sono sicura che deve essere possibile trovare un bastone a molla. Se non mi sbaglio, li costruivano nei dintorni di Melbourne. In Australia, in ogni modo. Il difficile è pescarne uno in questo periodo.
— Lasciamo perdere. Era una pazza idea che mi era balenata per la testa. Non è importante.
— È importante, invece. Importante per me. — Levò il viso. — Gliene farò trovare uno per il giorno del suo ritorno. Glielo farò trovare, a costo di farlo fabbricare apposta. So che non sarebbe precisamente quello che vuole. Ma potrebbe andare?
— Molto gentile da parte sua — mormorò lui. — Le dirò che lo portava sempre con lei.
— Come preferisce. Ma in ogni modo, l’avrò con me quando ci incontreremo di nuovo.
— Può darsi che sia allora costretta a portarlo per un viaggio molto lungo.
— Non si preoccupi, Dwight. L’avrò con me quando ci incontreremo di nuovo.
Nella penombra del portone, la prese fra le braccia e la baciò. — Questo per la promessa — disse, adagio — e per tutto il resto. A Sharon non importa certo che lo faccia. È da parte di tutti e due.
6
Venticinque giorni dopo l’U.S.S. Scorpion si stava avvicinando al primo obiettivo della sua crociera. Erano trascorsi dieci giorni da quando si era immerso, trenta gradi a sud dell’equatore. Avevano avvistato terra alle Isole San Nicolas, al largo di Los Angeles, e si erano tenuti molto distanti dalla città, per evitare di andare a incappare in qualche banco di mine sconosciuto. Avevano fatto rotta verso Santa Rosa e si erano avvicinati alla costa a occidente di Santa Barbara; di là avevano proseguito verso nord, a profondità di periscopio, a circa due miglia dalla spiaggia. Si erano avventurati con molte precauzioni nella baia di Monterrey e avevano esplorato il porto da pesca, senza vedere segno di vita e raccogliendo scarsissime informazioni. La radioattività era costantemente alta, e avevano allora giudicato prudente tenere lo scafo in immersione.
Avevano ispezionato San Francisco da cinque miglia al largo del Golden Gate. Erano riusciti soltanto a rilevare che il ponte era crollato. A quanto pareva, era stato distrutto il pilone di supporto all’estremità sud. Le case visibili dal mare intorno al Golden Gate Park apparivano molto danneggiate dalle fiamme e dall’esplosione, e tutte quante avevano l’aria di essere state rese inabitabili. Non avevano notato traccia di vita umana, e la percentuale della radioattività faceva apparire improbabile che la vita potesse ancora esistere in quella zona.
Si erano trattenuti per qualche ora a scattare fotografie attraverso il periscopio e a esplorare, nei limiti del possibile. Poi si erano spinti a sud fino alla Half Bay Moon e si erano avvicinati fino a mezzo miglio dalla costa, affiorando per una volta tanto e chiamando con l’altoparlante. Lì le case non apparivano molto danneggiate, ma, comunque, non si vedeva segno di vita. Si erano fermati fino al crepuscolo, poi avevano fatto rotta a nord, doppiando Point Reyes e proseguendo a tre o quattro miglia dalla spiaggia lungo la costa.
Da quando avevano superato l’equatore, affioravano regolarmente a ogni turno di guardia per permettere all’antenna di raggiungere il massimo della sua altezza e per intercettare le eventuali trasmissioni da Seattle. L’avevano sentita una volta, a latitudine Cinque nord: una quarantina di minuti di trasmissione senza senso, che poi si era bruscamente interrotta. Da allora non erano più riusciti a captarla. Ma quella notte, al largo di Fort Bragg, affiorarono con forte vento di nord-ovest e mare mosso, e avevano appena girato gli interruttori dell’apparecchio quando la sentirono di nuovo. Questa volta riuscirono a individuarla abbastanza accuratamente.
Dwight, chino sul tavolo di navigazione con il tenente Sunderstrom, terminò i rilevamenti. — Santa Maria — disse poi. — A quanto pare, aveva ragione.
Rimasero ad ascoltare l’accozzaglia di segnali privi di significato che pioveva dall’altoparlante. — È una trasmissione a caso — disse alla fine il tenente. — Non è qualcuno che trasmette, sia pure qualcuno che non si intende di radio. È quello che capita, semplicemente.
— Così pare. — Rimase in ascolto. — Ma c’è forza motrice, là. E dove c’è forza motrice c’è gente.
— Non è assolutamente necessario — precisò il tenente.
— Gli impianti idroelettrici, lo so. Ma, diavolo, impossibile che quelle turbine funzionino da due anni senza manutenzione.
— Non si può mai dire. Ci sono impianti assolutamente perfetti.
Dwight brontolò qualcosa e tornò a fissare le carte. — Conto di essere al largo di Capo Flattery all’alba. Continueremo di questo ritmo fino a mezzogiorno, poi adatteremo la velocità alle circostanze. Se tutto procederà bene, entreremo, a profondità di periscopio, in modo da potere vuotare i cassoni se andiamo a urtare contro qualcosa che non dovrebbe esserci. Forse riusciremo a spingerci fino a Santa Maria, forse no. In caso favorevole, è disposto a scendere a terra?
— Certo — rispose il tenente. — Mi andrebbe di uscire un po’ dalla nave.
Dwight sorrise. Erano in immersione ormai da undici giorni e, anche se la salute era buona, tutti cominciavano ad avvertire una certa tensione nervosa. — Tocchiamo ferro — disse — e speriamo di riuscire a farcela.
— Vuole sapere una cosa? — fece il tenente. — Se non possiamo superare lo stretto, potrei arrivare fin là per via terra. — Prese la carta. — Se tocchiamo Grays Harbor, potrei raggiungere la riva a Hoquiam o ad Aberdeen. Questa strada porta diritti a Bremerton e a Santa Maria.
— Sono cento miglia.
— Non sarà certo difficile trovare macchina e benzina.
Il capitano scosse la testa. Duecento miglia con una leggera tuta protettiva, su una macchina inquinata e con benzina inquinata attraverso un territorio inquinato, non erano certo consigliabili. — Ha una riserva d’aria di due ore soltanto. Potrebbe prendere qualche cilindro di scorta, lo so. Ma non è una cosa fattibile. Finiremmo per perderla, in una maniera o nell’altra. Comunque, non è questo l’importante.
Tornarono a immergersi e proseguirono per la loro rotta. Quando affiorarono di nuovo, quattro ore dopo, le trasmissioni erano cessate.
Continuarono in direzione nord per tutto l’indomani, quasi sempre a profondità di periscopio. Il morale dell’equipaggio stava ora diventando una questione della massima importanza per il capitano. Il lungo soggiorno in un ambiente ristretto cominciava a far sentire i suoi effetti; da molto ormai non potevano più sentire le trasmissioni di musica leggera, e i dischi che avevano a disposizione erano già stati suonati fino alla noia. Per tenerli alti di morale e per dare loro qualche argomento di discussione, lui aveva autorizzato chi voleva a servirsi del periscopio anche se c’era ben poco da vedere. Quella costa rocciosa e in un certo senso poco interessante era la costa della loro terra natale, e bastava la vista di un caffè con una Buick ferma davanti a farli parlare, a ridare vivacità alle loro menti affaticate.
A mezzanotte affiorarono, come d’abitudine, al largo della foce del fiume Columbia. Il sottotenente Benson doveva dare il cambio al tenente Farrell. Il tenente sollevò il periscopio e vi appoggiò l’occhio, facendolo ruotare. Poi si voltò di scatto verso il suo collega. — Vada a chiamare subito il capitano. Luci a riva, dai trenta ai quaranta gradi a dritta.
Dopo un paio di minuti, tutti guardavano a turno al periscopio e consultavano poi la carta. Erano presenti anche Peter Holmes e John Osborne. Dwight era chino sul tavolo di navigazione con il suo secondo. — Sulla parte destra della foce — disse. — Dovrebbero essere intorno alle località di Long Beach e di Ilwaco. Non c’è niente nello Stato dell’Oregon.
Alle sue spalle, il tenente Sunderstrom disse: — Impianti idroelettrici.
— È probabile. Se ci sono luci, molte cose verrebbero a trovare spiegazione. — Si rivolse allo scienziato. — Quale è la percentuale della radioattività all’esterno, signor Osborne?
— Superiore al 30 per cento, signore.
Il capitano annuì. Troppo alta per permettere all’organismo umano di vivere, anche se non immediatamente letale; c’erano stati ben pochi sbalzi negli ultimi cinque o sei giorni. Andò al periscopio e vi si trattenne a lungo. Non si arrischiava di portare la sua unità più vicina a riva, di notte. — Va bene — disse alla fine. — Proseguiremo alla stessa velocità di ora. Dia gli ordini in proposito, signor Benson.
Tornò a letto. L’indomani sarebbe stata una giornata faticosa, estenuante; doveva dormire. Nell’intimità della sua minuscola cabina chiusa da una tenda, apri la cassaforte dove teneva riposti i codici segreti e prese il braccialetto; le gemme scintillavano in maniera meravigliosa alla luce artificiale. Le sarebbe piaciuto, certo. Lo ripose accuratamente nella tasca interna della giacca. Poi si distese sul letto, una mano sulla canna da pesca, e si addormentò.
Affiorarono di nuovo alle quattro del mattino, avanti l’alba, un poco a nord di Grays Harbor. Non si vedevano luci a terra, ma in quella zona strade e centri abitati erano molto rari, e la cosa, di conseguenza, non aveva grande significato. Tornarono a profondità di periscopio e continuarono. Quando Dwight entrò nella sala di controllo alle sei, era ormai giorno fatto, e quei membri dell’equipaggio che non erano di servizio guardavano a turno dal periscopio la spiaggia desolata. Dopo aver consumato la prima colazione, andò al tavolo nautico, la sigaretta stretta fra le labbra, e studiò la carta dei campi di mine che già conosceva alla perfezione, l’ingresso allo stretto Juan de Fuca, che ricordava benissimo.
Alle sette e quarantacinque il secondo lo avvertì che erano all’altezza di Capo Flattery. Schiacciò allora il mozzicone della sigaretta. — Va bene — disse. — Avanti. La rotta è zero-settecinque. Quindici nodi.
Il ronzio dei motori diminuì di tono per la prima volta dopo tre settimane; nell’interno dello scafo, quel relativo silenzio risultava quasi insopportabile. Per tutta la mattina continuarono in direzione sud-est, giù per lo stretto fra il Canada e gli Stati Uniti, facendo continui rilevamenti al periscopio, discutendo a lungo davanti al tavolo nautico, mutando più di una volta rotta. A riva si notavano pochissimi cambiamenti, salvo in un punto dell’isola di Vancouver, vicino al fiume Jordan, dove una vasta area del pendio meridionale del monte Valentine appariva bruciata e devastata. Calcolarono che questa area doveva avere almeno sette miglia di lunghezza e cinque di larghezza, e in essa non cresceva la benché minima vegetazione, anche se il suolo sembrava aver mantenuto le sue caratteristiche.
— Qualcosa che è scoppiato in aria — disse il comandante, allontanandosi dal periscopio. — Forse un missile teleguidato è arrivato fin qui.
A mano che si avvicinavano a zone più popolate, c’erano costantemente almeno un paio di uomini che aspettavano di guardare al periscopio non appena gli ufficiali lo lasciavano libero. Poco dopo mezzogiorno erano al largo di Port Towsend e, dopo aver virato a sud, entrarono nel Puget Sound. Continuarono, lasciando a sinistra l’isola di Whidbey, e nel primo pomeriggio raggiunsero il continente all’altezza della cittadina di Edmonds, una quindicina di miglia a nord dal centro di Seattle. Avevano ormai superato tutti gli sbarramenti protettivi di mine. Dal mare, la località appariva indenne, ma la percentuale di radioattività era ancora alta.
Il capitano indugiò a studiarla al periscopio. Se il contatore Geiger era esatto, nessun organismo umano avrebbe potuto resistere più di pochi giorni, eppure tutto appariva così normale al sole primaverile da dargli la precisa impressione che doveva esserci qualcuno là. Si scostò dal periscopio. — Dieci a sinistra, sette nodi — ordinò. — Ci avvicineremo a riva, ci fermeremo al largo del piolo e chiameremo per un poco.
Lasciò il comando al secondo e diede disposizioni perché l’altoparlante venisse provato e preparato. Il tenente Farrell fece affiorare l’unità e la portò a fermarsi a un centinaio di metri dal molo.
Il nostromo sfiorò rispettosamente una spalla del suo superiore. — Autorizza Swain a dare un’occhiata, signore? — chiese. — È la sua città natale. — Il marinaio scelto Ralph Swain era addetto al servizio radar.
— Oh, certo.
Si scostò, e il marinaio scelto si avvicinò al periscopio. Vi rimase a lungo, poi sollevò la testa. — Ken Puglia ha lasciato aperto il suo emporio — disse. — La porta è spalancata, le saracinesche alzate. Ma ha dimenticato accesa l’insegna al neon. E Ken non è tipo da lasciarla accesa di giorno.
Il nostromo chiese: — Visto qualcosa che si muoveva, Ralph?
L’addetto al radar tornò ad avvicinare l’occhio al periscopio. — No. C’è una finestra rotta nella casa della signora Sullivan, lassù in cima.
Indugiò a guardare per tre o quattro minuti, fino a quando il secondo, dopo avergli battuto una mano su una spalla, non prese il suo posto. Lui allora si portò sul fondo della sala di controllo.
Il nostromo gli chiese: — Vista la tua casa, Ralphie?
— No. Impossibile vederla dal mare. È in fondo a Rainier Avenue, oltre il cavalcavia. — Prese a muovere nervosamente le mani. — Non ho visto niente di diverso. Tutto sembra come prima, tale a quale.
Il tenente Benson prese il microfono e cominciò a parlare. Disse: — Qui è il sottomarino Scorpion che chiama Edmonds. Qui è il sottomarino Scorpion che chiama Edmonds. Se qualcuno ci ascolta, scenda al porto, al molo in fondo al corso. Qui è il sottomarino Scorpion che chiama Edmonds.
Il marinaio scelto uscì dalla sala di controllo e scomparve. Dwight Towers andò al periscopio, scostandone un altro marinaio, e rimase a lungo a guardare a riva. La cittadina si innalzava, gradatamente, a ventaglio, dai moli verso la collina, ed era così possibile osservare comodamente le strade e le case. Dopo un certo tempo, si ritrasse. — Sembra che i danni si riducano a ben poco — osservò. — E c’era da pensare che, con l’obiettivo della Boeing, questa zona sarebbe stata molto battuta.
Farrell disse: — Qui erano state apprestate difese molto forti. Tutti i missili teleguidati...
— Già. Ma sono riusciti ad arrivare su San Francisco.
— Qui non sembra che siano riusciti, invece. — Una pausa. — C’era quell’area devastata, più indietro, sullo stretto.
Dwight annuì. — Vede quell’insegna al neon ancora accesa sopra l’emporio? — Poi: — Continui a chiamare ancora per un poco... diciamo per una mezz’ora.
— Bene, signore.
Il capitano si allontanò dal periscopio, e il secondo prese il suo posto, impartì qualche ordine per tenere la nave in posizione. Al microfono, il tenente continuava a chiamare; Dwight accese una sigaretta e si appoggiò al tavolo nautico. Poco dopo spense il mozzicone e diede un’occhiata all’orologio.
Da prua risuonò il tonfo di un portello metallico; lui sussultò e si guardò in giro. Dopo un attimo, un nuovo tonfo, poi uno scalpiccio di piedi sul ponte, sopra le loro teste. Subito dopo, un rumore di piedi in corsa nel corridoio, e il tenente Hirsch comparve nella sala di controllo. — Swain è uscito dal tubo di salvataggio, signore — disse. — In questo momento si trova sul ponte.
Dwight si strinse le labbra fra i denti. — Chiuso il tubo di salvataggio?
— Sì, signore. L’ho controllato.
Il capitano si rivolse al nostromo. — Piazzi una guardia ai tubi di salvataggio di prua e di poppa.
Ci fu un tonfo nell’acqua, fuori dallo scafo, mentre il nostromo si allontanava di corsa. Dwight disse a Farrell: — Guardi se riesce a vedere che cosa sta facendo.
Il secondo abbassò il periscopio al minimo e cominciò a farlo ruotare. Il capitano chiese a Hirsch: — Perché nessuno lo ha fermato?
— Credo che abbia agito con una rapidità fulminea. È venuto da poppa e si è messo a sedere, mordendosi le unghie. Nessuno gli badava. Io ero nella sala dei siluri, e così non ho visto. Prima che gli altri se ne rendessero conto, era nel tubo di salvataggio, si era chiuso alle spalle il primo portello e aveva aperto quello esterno. Nessuno se l’è sentita di seguirlo fuori.
Dwight annuì. — Certo. Faccia in modo di assicurarsi che il portello esterno sia ben chiuso.
Dal periscopio, Farrell disse: — Sono riuscito a inquadrarlo adesso. Sta nuotando verso il molo.
Dwight si chinò fin quasi a terra e vide il suo marinaio. Subito si rialzò e mormorò qualcosa al tenente Benson, sempre fermo al microfono. Il tenente aumentò il volume di emissione e disse: — Marinaio scelto Swain, mi ascolti bene. — Il nuotatore si fermò e prese a battere energicamente l’acqua. — Il capitano le ordina di tornare immediatamente. Se obbedisce, la prenderà a bordo, accettando il rischio di una infezione. Ma deve tornare subito, senza il minimo indugio.
Tutti sentirono la risposta che usciva dall’altoparlante sul tavolo di navigazione. — Andate a farvi impiccare!
L’ombra di un sorriso balenò per un attimo sulle labbra del capitano. Tornò a chinarsi al periscopio e osservò l’uomo che nuotava verso la riva, lo vide arrampicarsi su per la scaletta del molo. Allora si drizzò. — Bene, ecco fatto — disse. Si rivolse a John Osborne, che gli stava accanto. — Per quanto tempo potrà reggere, secondo lei?
— Da principio non avvertirà niente — rispose lo scienziato. — Ma domani sera, probabilmente, avrà i primi conati di vomito. Poi... bene, per il resto si possono solo avanzare ipotesi, signore. È una cosa che varia, secondo la costituzione, da individuo a individuo.
— Tre giorni? Una settimana?
— Proprio non saprei dirglielo. Ma non dovrebbe resistere più a lungo, con questa percentuale di radioattività.
— E fino a quando potremmo considerarci al sicuro, se lo riprendessimo a bordo?
— Non ho esperienza in proposito. Ma, dopo poche ore, tutto quanto lui evacua dovrebbe essere considerato fonte di infezione. Non saremmo in grado di garantire la sicurezza dell’equipaggio, se si ammalasse gravemente qui.
Dwight sollevò il periscopio e avvicinò l’occhio alla lente. Si scorgeva ancora l’uomo che camminava su per la strada, bagnato fradicio. Lo videro fermo davanti alla porta dell’emporio, a guardare dentro, poi svoltò un angolo e scomparve. Il capitano disse: — Bene, sembra non abbia nessuna intenzione di tornare. — Fece cenno al secondo di prendere il suo posto al periscopio. — Chiuda quell’altoparlante. Fare rotta alla volta di Santa Maria, al centro del canale. Velocità, dieci nodi.
Nel sottomarino calò un silenzio di tomba, rotto soltanto dagli ordini di servizio, dal ronzio attutito delle turbine e dal sibilo intermittente dell’apparato di timoneria. Dwight Towers tornò con passo stanco nella sua cabina, e Peter Holmes lo seguì. L’australiano chiese: — Non vuole tentare di recuperarlo, signore? Potrei scendere a terra con una tuta protettiva.
Dwight guardò il suo ufficiale di collegamento. — Un’offerta molto generosa la sua, tenente, ma non posso accettarla. Ci avevo pensato anch’io. Ammettiamo di mandare un ufficiale e due uomini a terra per rintracciarlo. Per prima cosa, dovremmo trovarlo. Forse rimarremmo qui quattro o cinque ore, senza sapere quali rischi correremmo ad accoglierlo di nuovo fra noi. Potrebbe aver mangiato cibi contaminati, o bevuto acqua inquinata.. — Una breve pausa. — E c’è un’altra cosa, poi. Nel corso di questa missione dobbiamo navigare in immersione e vivere in aria rarefatta per ventisette o forse ventotto giorni. Ora della fine, molti di noi saranno in pessime condizioni. E, l’ultimo giorno, c’è chi potrebbe rinfacciarmi quelle quattro o cinque ore in più, ore perdute nel tentativo di recuperare il marinaio scelto Swain.
— Benissimo, signore. Mi sentivo semplicemente in dovere di avanzare la proposta che le ho fatto.
— Certo. Apprezzo molto il suo gesto. Saremo di ritorno qui stanotte o domani subito dopo l’alba. Allora ci fermeremo un po’ e lo chiameremo con l’altoparlante.
Il capitano tornò nella sala di controllo e si fermò accanto al secondo, alternandosi con lui al periscopio. Si avvicinarono all’ingresso del canale del lago Washington, sempre scrutando la spiaggia, doppiarono Fort Lawton e si fermarono nell’arsenale e nel porto commerciale della Elliott Bay, al centro della città.
Il grosso centro abitato appariva indenne. Un dragamine era all’ancora di fronte alla stazione marittima, e cinque o sei navi da trasporto erano attraccate ai moli. Nei grattacieli del centro, quasi tutti i vetri delle finestre erano ancora intatti. Non si avvicinarono troppo, per timore di ostacoli subacquei, ma, a quanto potevano constatare dal periscopio, sembrava che la città non avesse riportato danni, anche se non si vedeva traccia di gente in giro. Molti lampioni e molte insegne al neon erano ancora accesi.
Chino al periscopio, il tenente Farrell disse al suo capitano: — Qui la difesa si presentava più agevole, molto più agevole che non a San Francisco. La penisola di Olimpic si spinge a occidente per più di cento miglia.
— Lo so — rispose il capitano. — Qui, come cortina difensiva, avevano moltissimi missili teleguidati.
Non avendo motivo di trattenersi più a lungo uscirono dalla baia e puntarono a sud-ovest, in direzione dell’isola di Santa Maria; già riuscivano a intravedere le altissime antenne radio. Dwight chiamò il tenente Sunderstrom nella sua cabina. — Ha predisposto tutto per la sua esplorazione? — chiese.
— Tutto pronto, signore — rispose l’ufficiale radiotelegrafista. — Mi resta soltanto da infilare la tuta protettiva.
— Benissimo. Metà della sua missione è già compiuta prima ancora che lei parta, perché sappiamo che c’è ancora forza motrice. E siamo quasi matematicamente sicuri che non può più esserci vita, anche se non lo sappiamo con assoluta certezza. Certo finirà per scoprire che quei segnali radio sono dovuti a una causa accidentale. Se fosse solo per sapere qual è questa causa accidentale, non arrischierei certo la nave, non arrischierei la mia unità e non arrischierei lei. Capito?
— Perfettamente, signore.
— Bene, adesso mi stia a sentire. Ha aria per due ore in quei cilindri. Voglio che sia di ritorno per la decontaminazione entro un’ora e mezzo. Non avrà bisogno di portare un orologio. Le segnalerò io il tempo, da qui. Farò suonare la sirena ogni quarto d’ora. Un colpo quando sarà passato un quarto d’ora; due alla mezz’ora, e così via. Quando sentirà quattro colpi acceleri quello che state facendo. Ai cinque colpi abbandonerà tutto, qualunque cosa possa essere, e tornerà direttamente qui. Prima dei sei colpi dovrà essere a bordo e decontaminarsi nel serbatoio di salvataggio. Chiaro?
— Chiarissimo, signore.
— Bene. Ormai, non desidero particolarmente che questa missione sia condotta a termine. Desidero solo che torni a bordo sano e salvo. Per quello che mi riguarda, non la manderei nemmeno, perché ormai sappiamo quasi tutto quello che eravamo venuti a cercare, ma ho detto all’ammiraglio che avrei mandato qualcuno a terra a dare un’occhiata. Non voglio però che lei corra rischi eccessivi. Preferisco che torni a bordo, anche se non riesce ad appurare con precisione l’origine di quei segnali. Sarà giustificato a esporsi solo nel caso che trovi a terra un qualsiasi segno di vita.
— Capisco, signore.
— E niente ricordi prelevati laggiù, mi raccomando. Nello scafo rientrerà lei soltanto, e nudo come un verme.
— Benissimo, signore.
Il capitano tornò nella sala di controllo, e l’ufficiale radiotelegrafista andò a prua. Il sottomarino riprese la sua rotta alla volta di Santa Maria, a pelo d’acqua, a velocità ridotta nella luce del sole primaverile, pronto a fermare le macchine e a vuotare i serbatoi se avesse incontrato qualche ostacolo. Procedevano molto cautamente, ed erano quasi le cinque quando si fermarono al largo del molo, dove la profondità era di una decina di metri circa.
Dwight andò a prua e trovò il tenente Sunderstrom che, in tuta protettiva, ma senza elmetto e serbatoi di ossigeno, se ne stava seduto a fumare una sigaretta. — Bene, amico — disse. — Andiamo, adesso.
Il giovane si alzò e schiacciò il mozzicone della sigaretta; due uomini allora gli avvitarono l’elmetto e gli sistemarono sulla schiena il cilindro mediante cinghie. Provò l’aria, diede un’occhiata al misuratore di pressione, poi sollevò un pollice ed entrò nel serbatoio di salvataggio, chiudendosi il portello alle spalle.
Sul ponte, si stiracchiò e respirò profondamente, felice di godersi la luce del sole fuori dallo scafo. Poi aprì il portello di una sovrastruttura, sollevò la scatola di cartone di un canotto di gomma, tolse i nastri adesivi che la chiudevano, prese fuori il canotto e premette la leva della bottiglia di aria compressa che doveva gonfiarlo. Legò il cannello e calò in acqua la leggera imbarcazione di gomma, prese un remo e rimorchiò il canotto fino alla scala vicino alla torretta rientrante. Saltò a bordo e si allontanò dal sottomarino.
Non era facile manovrare con un solo remo, e gli furono necessari dieci minuti buoni per raggiungere il molo. Dopo aver assicurato l’imbarcazione, si arrampicò su per la scala; mentre si avviava verso la riva, udì un colpo di sirena del sottomarino. Si voltò un attimo per agitare alto un braccio, poi continuò.
Raggiunse un gruppo di edifici grigi, magazzini di chissà che cosa. Su un muro esterno c’era un interruttore elettrico; si avvicinò, lo girò e una lampada si accese sopra la sua testa. Subito la spense e proseguì.
Arrivò all’altezza di una latrina. Si fermò un attimo, poi attraversò la strada e vi guardò dentro. Un corpo in gabardine kaki, già in stato di avanzata decomposizione, giaceva mezzo dentro e mezzo fuori da uno degli scompartimenti. Era, più o meno, quello che si era aspettato di vedere, ma lo spettacolo non era certo piacevole. Si affrettò ad allontanarsi e riprese a risalire la strada.
La Scuola Comunicazioni era sulla destra, in un edificio a sé. Si trattava della parte degli impianti che conosceva meglio, ma non era venuto per vedere quella. L’Ufficio Codice era sulla sinistra, e lì vicino doveva esserci quasi certamente l’ufficio trasmissioni principale.
Entrò nella costruzione a mattoni che era stata l’Ufficio Codice e indugiò nell’atrio a provare una porta via l’altra. Sembrava che tutte fossero chiuse, salvo due che davano sui gabinetti. Ma lui preferì non spingersi là dentro.
Uscì e si guardò in giro. Una stazione di trasformazione con un complesso di fili e di isolanti attrasse la sua attenzione e, seguendo i fili, raggiunse un’altra costruzione a due piani. Mentre si avvicinava, udì il ronzio di una macchina elettrica in funzione, e proprio nello stesso istante la sirena del sottomarino fece risuonare due sibili.
Quando la eco dei sibili fu scomparsa, tornò a udire il ronzio, e lo seguì fino a una centrale. Il trasformatore in funzione non era molto grande; doveva avere, più o meno, la potenza di cinque kilowatts. Sul pannello indicatore, gli aghi dei manometri erano immobili, ma quello che indicava la temperatura si trovava già nel settore rosso. E, sotto il tranquillo ronzio della macchina, si avvertiva già un debole rumore raschiante. Era chiaro ormai che il complesso non poteva più funzionare a lungo.
Si allontanò dalla centrale ed entrò nell’ufficio. Là tutte le porte erano chiuse soltanto con la molla, anzi alcune erano persino spalancate. Le stanze al pianterreno dovevano essere state gli uffici degli ufficiali superiori; documenti e codici erano sparpagliati per terra, come foglie morte spazzate via dal vento. In una stanza mancava l’intelaiatura di una finestra, e l’acqua aveva provocato molti danni. Traversò il locale e guardò fuori dalla finestra; l’intelaiatura giaceva al suolo, là sotto, strappata via dai cardini.
Salì al primo piano e trovò la sala trasmissioni. Su due tavoli troneggiavano due imponenti apparecchi dipinti di grigio. Uno di questi era morto e silenzioso, con tutti gli indicatori a zero.
L’altro era vicino alla finestra, e anche lì l’intelaiatura era stata strappata dai suoi cardini e giaceva di traverso sulla tavola. Una sua estremità sporgeva all’esterno dell’edificio e ondeggiava lievemente alla brezza. Uno degli angoli superiori era appoggiato a una bottiglia di Coca-Cola rovesciata sulla scrivania. Il tasto di trasmissione era sotto l’intelaiatura che premeva sopra di esso in equilibrio instabile, scuotendosi al vento.
Si piegò in avanti e lo toccò con la mano guantata. L’intelaiatura ondeggiò sul tasto, e l’ago di un milliametro di fronte all’apparecchio si spostò in avanti, di scatto. Lasciò andare l’intelaiatura, e l’ago tornò indietro. In questo modo era stato portato a termine uno dei compiti affidati allo Scorpion, una missione che aveva richiesto un viaggio di diecimila miglia, qualcosa che aveva imposto tanti sforzi e suscitato tanta attenzione in Australia, all’altro capo del mondo.
Sollevò dal tavolo l’intelaiatura della finestra e l’appoggiò con precauzione per terra; la struttura di legno non appariva danneggiata, e non sarebbe certo risultato difficile ripararla e rimetterla a posto. Poi si mise a sedere al tavolo, con una mano guantata impugnò il tasto e cominciò a trasmettere in inglese e in chiaro.
Comunicò: — Santa Maria dall’U.S.S. Scorpion. Nessuna traccia di vita qui. Chiuso. — Continuò a ripetere il messaggio, e in quel mentre la sirena fece risuonare tre sibili.
Mentre se ne stava seduto lì, ripetendo meccanicamente i segnali che con quasi assoluta certezza sarebbero stati intercettati in Australia, fece vagare lo sguardo per l’ufficio. C’era una stecca di sigarette americane alla quale mancavano soltanto due pacchetti; avrebbe dato qualunque cosa pur di prelevarla, ma gli ordini del capitano erano stati espliciti. C’erano un paio di bottiglie di Coca-Cola. Sul davanzale di una finestra c’era una pila di copie del “Saturday Evening Post”.
Smise di trasmettere quando giudicò che fossero passati una ventina di minuti. Nelle tre ripetizioni finali aggiunse le parole: — Qui tenente Sunderstrom. Tutto bene a bordo. Continuiamo a nord, alla volta dell’Alaska. — Poi trasmise: — Ora si chiude la stazione e si distaccano gli apparecchi.
Tolse la mano dal tasto e si appoggiò alla spalliera della sedia. Accidenti, quelle valvole e quei trasformatori, quel milliametro e quel convertitore rotante avevano fatto un lavoro stupefacente. Quasi due anni senza manutenzione o sostituzioni, e funzionavano ancora come se niente fosse! Si alzò, osservò attentamente l’apparecchio e girò tre interruttori. Poi passò sul retro, scostò un pannello e cercò sulle valvole il nome del fabbricante; gli sarebbe piaciuto scrivergli una lettera per esprimergli tutti i suoi elogi.
Tornò a guardare la stecca di Lucky Strikes, ma il capitano aveva perfettamente ragione; certo, dovevano essere inquinate, e fumarle avrebbe significato la morte sicura. Con rimpianto, le lasciò dov’erano e scese dabbasso. Andò alla centrale elettrica dove il trasformatore continuava a funzionare, studiò attentamente i comandi e girò due interruttori. Il ronzio della macchina diminuì progressivamente, e lui rimase ad aspettare fino a quando non si fu taciuto del tutto. Aveva fatto un lavoro splendido quella macchina, e avrebbe certo ripreso a funzionare dopo una ispezione agli ingranaggi. Non avrebbe potuto sopportare l’idea di lasciarla in movimento fino a quando si fosse guastata.
La sirena fece risuonare quattro sibili mentre si trovava là, ma ormai il suo lavoro era terminato. Aveva ancora un quarto d’ora a propria disposizione. C’era tutto da esplorare, lì, ma, se anche avesse fatto qualcosa, non ne avrebbe ricavato utile alcuno. Sapeva che nei quartieri residenziali avrebbe trovato corpi come quello che aveva già trovato alla latrina, e non sentiva il minimo desiderio di vederne altri. Nella stanza dei codici, se avesse abbattuto una porta, avrebbe trovato documenti del massimo interesse per gli storici in Australia, ma non avrebbe saputo che cosa sarebbe stato più opportuno prendere, e poi il capitano gli aveva proibito di portare qualcosa a bordo.
Tornò di sopra, nell’ufficio trasmissioni. Aveva ancora alcuni minuti a propria disposizione, e puntò dritto sul mucchio di “Saturday Evening Post”. Come aveva immaginato, c’erano tre numeri usciti dopo che lo Scorpion aveva lasciato Pearl Harbor, prima dello scoppio delle ostilità, tre numeri che non aveva letto e che nessuno a bordo aveva visto. Li sfogliò con interesse. Contenevano le ultime tre puntate del romanzo La signora e il taglialegna. Si mise a sedere e cominciò a leggere.
La sirena fece risuonare cinque fischi e lo scosse avanti che fosse arrivato alla metà della prima puntata. Doveva andare. Esitò un attimo, poi arrotolò le tre riviste e le infilò sotto un braccio. La scialuppa e la tuta protettiva erano inquinate e dovevano essere lasciate in uno scomparto della struttura esterna perché l’acqua del mare le lavasse; poteva lasciare quelle riviste inquinate nel canotto sgonfiato, e forse ce l’avrebbero fatta a superare la prova, forse sarebbe stato possibile decontaminarle, asciugarle e leggerle quando fossero tornati a sud, a una latitudine di sicurezza. Uscì dall’ufficio, chiudendosi accuratamente la porta alle spalle, e si diresse verso il molo.
La mensa Ufficiali era dalla parte del Sound, un po’ spostata rispetto al molo. Quando aveva messo piede a terra non l’aveva osservata in maniera particolare, ma ora qualcosa attirò la sua attenzione e lo spinse a deviare di una cinquantina di metri, da quella parte. L’edificio aveva una grande veranda che dava direttamente sul mare. Si accorse allora che c’era in corso una piccola festa. Cinque uomini in gabardine kaki sedevano in poltrona con due donne intorno a una tavola; alla brezza leggera, una sottana estiva ondeggiava dolcemente. Sul tavolo c’erano bicchieri semplici e bicchieri più old fashioned.
Per un attimo si lasciò ingannare e si avvicinò, in fretta. Poi si fermò di colpo, inorridito, perché quella festa doveva essere in corso da più di un anno. Si voltò e tornò quasi di corsa al molo; ora desiderava soltanto rientrare nell’ambiente ristretto, nella tiepida atmosfera di amicizia e di sicurezza del sottomarino.
Sul ponte, sgonfiò il canotto e lo ripose nell’apposito vano, dopo aver sistemato fra le pieghe le sue riviste. Poi si spogliò, in fretta, mise elmetto e tuta nell’armadio, chiuse energicamente il portello e lo assicurò, scese nel serbatoio di salvataggio e aprì la doccia. Cinque minuti dopo emergeva nell’atmosfera umida e soffocante del sottomarino.
John Osborne lo aspettava con un contatore Geiger per controllarlo e dichiararlo a posto; poco dopo, una salvietta stretta intorno alle reni, lui presentava il suo rapporto al comandante Towers, nella sua cabina; erano presenti anche il secondo e l’ufficiale di collegamento. — Abbiamo ricevuto qui i suoi segnali radio — disse il capitano — ma non so se li hanno intercettati anche in Australia. È giorno, laggiù, devono essere circa le undici del mattino. Qual è il suo parere?
— Secondo me, dovrebbero averli intercettati — rispose l’ufficiale radiotelegrafista. — È autunno da quelle parti, cioè una stagione che ha poche perturbazioni elettriche.
Il capitano lo mandò a vestirsi e si rivolse al suo secondo. — Ci fermeremo qui questa notte. Sono le sette, e non potremmo, raggiungere i campi di mine prima del calare delle tenebre. — Senza luci sulle quali basarsi, non osava correre il rischio di navigare alla cieca attraverso i campi di mine dello stretto Juan de Fuca. — Siamo in periodo di bassa marea. L’alba è alle zero-quattro-quindici, cioè mezzogiorno di Greenwich. Partiremo allora.
Si trattennero tutta la notte nelle calme acque del porto, al largo di Santa Maria, a osservare al periscopio le luci che scintillavano sulla spiaggia. All’alba si avviarono sulla stessa rotta del giorno precedente, ma subito andarono a urtare contro un banco di sabbia. La marea era al minimo, e sarebbe ancora rimasta tale per un paio d’ore, ma anche così, in base alla carta, avrebbero dovuto avere ancora un paio di metri d’acqua sotto la chiglia. Vuotarono i serbatoi per risalire a galla, avvertendo un fortissimo ronzio alle orecchie per la riduzione di pressione nello scafo, maledicendo il servizio cartografico, e cercarono ancora di disimpegnarsi, due volte, ma sempre con lo stesso risultato. Di pessimo umore, decisero allora di aspettare l’alta marea, e verso le nove della mattina infilavano il canale principale e facevano rotta a nord, verso il mare aperto.
Alle dieci e venti, il tenente Hirsch, che si trovava al periscopio, esclamò a un tratto: — Barca davanti a noi, a dritta. — Il secondo lo scostò, guardò per un momento e ordinò: — Vada a chiamare il capitano. — E, quando Dwight comparve, disse: — Imbarcazione con fuoribordo a dritta, signore. A tre miglia circa. Una persona a bordo.
— Viva?
— Credo di sì. L’imbarcazione è in movimento.
Dwight si chinò sul periscopio e indugiò a lungo a guardare, poi si drizzò. — Credo sia il marinaio scelto Swain — disse, adagio. — Ma, chiunque sia, sta pescando. Ha un fuori bordo, benzina per farlo funzionare, ed è andato a pescare.
Il secondo lo guardò, sbalordito. — Ma che cosa dice!
Il capitano rimase per un momento pensieroso. Poi: — Avviciniamo quella imbarcazione e fermiamoci quanto più prossimi è possibile. Voglio parlare con lui.
Nel sottomarino regnava un silenzio profondo, rotto soltanto dagli ordini del secondo. Dopo un po’ lui fece fermare le macchine e annunciò che la scialuppa era vicinissima, a dritta. Dwight prese l’asta del microfono e andò al periscopio. Disse: — Qui parla il capitano. Buongiorno, Ralphie. Come va?
Tutti sentirono la risposta che usciva dall’altoparlante. — Benissimo, capitano.
— Ha già preso qualcosa?
Nella scialuppa, il marinaio scelto levò in alto un salmone. — Questo ho preso. — Poi: — Un momento, capitano, mi sta impigliando il filo. — Nel sottomarino Dwight sorrise e disse: — Sta facendo ruotare indietro il mulinello.
Il tenente Farrell chiese: — Dobbiamo spostarci un po’ avanti?
— No, restiamo dove siamo; si è già disimpegnato ormai. Dopo aver sistemato tutto, il pescatore disse: — Capitano, certo mi consideri un bel farabutto per aver tagliato la corda a quel modo.
— Oh, niente affatto, amico mio. Capisco che cosa ha provato. Ma non posso riprenderla a bordo. Devo pensare a tutto il resto dell’equipaggio.
— Certo, capitano, lo so. Sono infetto, e continuo a infettarmi di più ogni minuto che passa.
— Si sente bene?
— Benissimo, per ora. Vuole chiedere al signor Osborne quanto potrò durare così?
— È del parere che resisterà un giorno o due e poi si ammalerà.
Dal canotto, il pescatore disse: — Oh, una giornata davvero stupenda, per essere l’ultima. Non sarebbe stato un grosso guaio se avesse piovuto?
Dwight rise. — È così che bisogna prenderla. Mi dica, come vanno le cose a riva?
— Sono tutti morti, capitano, ma immagino che lo sappia già. Sono andato a casa. Papà e mamma erano morti a letto... credo che abbiano preso qualcosa. Sono andato a cercare la ragazza, ed era morta anche lei. È stato un errore venire qui. Niente cani, gatti o uccelli, niente di niente... credo che siano tutti morti anche loro. Ma, a parte ciò, ogni cosa è, più o meno, quella di sempre. Mi spiace di aver disertato, capitano, ma sono contento di essere a casa. — Una pausa. — Ho la mia macchina e la benzina per farla funzionare, e ho la mia imbarcazione, il mio fuori bordo e i miei attrezzi da pesca. È una bellissima giornata, piena di sole. Preferisco buscarmela qui, nella mia città natale, che non a settembre, in Australia.
— Certo, amico. Capisco che cosa deve provare. Desidera che le lasciamo qualcosa sul ponte? Stiamo per rimetterci in rotta, e non torneremo.
— Ha per caso a bordo una di quelle pastiglie da knockout, una di quelle che si prendono quando le cose si mettono male? Il cianuro?
— Non ne abbiamo, Ralphie. Lascerò sul ponte una automatica, se vuole.
Il pescatore scosse la testa. — Ho il mio fucile. Darò una occhiata in farmacia quando tornerò a riva... forse troverò qualcosa là. Ma credo che la soluzione migliore sia ancora il fucile.
— Ha bisogno di qualcos’altro?
— Grazie, capitano, ma credo di avere tutto a casa. E senza dover pagare un soldo. Saluti tutti per me a bordo, questo è quanto.
— Non mancherò di farlo, amico. E adesso partiamo. Buona pesca.
— Grazie, capitano. Si stava piuttosto bene con lei, e mi spiace di aver disertato.
— Va bene. E adesso, faccia attenzione ai risucchi mentre ci allontaniamo. — Si rivolse al secondo. — Prenda lei il comando, adesso. Avanti, alla velocità di dieci nodi.
Quella sera, Mary Holmes chiamò Moira a casa. Era una serata umida, di autunno inoltrato, e il vento ululava intorno all’edificio di Harkaway. — Carissima — le disse — sono riusciti a comunicare per radio. Stanno tutti bene.
La ragazza rimase per qualche istante perplessa. — E come hanno fatto a mettersi in contatto con qui?
— Mi ha telefonato poco fa il comandante Peterson. Lo hanno trasmesso da quella misteriosa stazione che erano andati a cercare. All’apparecchio c’era il tenente Sunderstrom, e ha detto che tutti stavano bene. Non è una notizia meravigliosa?
La gioia era tale che la ragazza ebbe per qualche istante la precisa impressione di essere sul punto di svenire. — Una notizia davvero meravigliosa — bisbigliò. — E credi che sia possibile trasmettere loro un messaggio?
— Credo di no. Sunderstrom ha detto che chiudeva la stazione e che laggiù non rimaneva più nessuno in vita.
— Oh!... — La ragazza si interruppe per qualche istante. — Penso che ci rimanga soltanto da pazientare.
— Avevi qualcosa di importante da comunicare?
— Oh, no. Volevo avvertire Dwight di una cosa, semplicemente. Ma posso aspettare.
— Cara, volevi per caso dire che...?
— Ma nemmeno per idea!
— Ti senti bene, cara?
— Meglio di quanto non mi sentissi cinque minuti fa. E tu come stai? E come sta Jennifer?
— Sta benissimo. Ci sentiamo benissimo, ed è un vero peccato che piova continuamente. Non puoi venirci a trovare qualche volta? Sono secoli che non ci vediamo.
La ragazza disse: — Potrei venire da voi una sera, dopo il lavoro, e andarmene la mattina seguente?
— Oh, sarebbe meraviglioso!
Arrivò alla stazione di Falmouth due sere dopo, e percorse a piedi le due miglia su per la collina, sotto una pioggia minuta e insistente. A casa, Mary aveva preparato per lei un allegro fuoco nel soggiorno. Si cambiò le scarpe, aiutò l’amica a fare il bagno alla piccola e a metterla a letto, poi cenarono. Più tardi, si sedettero una accanto all’altra per terra, davanti al fuoco.
La ragazza chiese: — Quando credi che torneranno?
— Peter ha detto che sarebbero stati di nuovo qui per il quattordici di giugno. — Prese un calendario dalla scrivania alle sue spalle. — Ancora tre settimane. Ho cancellato ogni giorno, a uno a uno.
— Credi che siano arrivati in orario a quella località... a quel posto da dove hanno trasmesso i segnali?
— Non so. Avrei dovuto chiederlo al comandante Peterson. Secondo te, non commetterei un errore se gli telefonassi domani e glielo domandassi?
— Credo che non ci vedrebbe niente di strano.
— Lo credo anch’io. Peter dice che è la sua ultima missione per conto della Marina e che, una volta tornato, non avrà più niente da fare. Stavo pensando se non potremmo andarcene per una breve vacanza, in giugno o in luglio. È così triste qui d’inverno, con tutte quelle piogge e quelle bufere!
La ragazza accese una sigaretta. — E dove vorreste andare?
— In qualche posto dove fa caldo. Nel Queensland o simili. È terribilmente seccante non potersi più servire della macchina. Dovremo portare Jennifer in treno, immagino.
Moira soffiò verso l’alto una boccata di fumo. — Mi sembra che le cose non vadano troppo bene nel Queensland.
— Per l’epidemia? Ma è ancora molto lontana.
— Hanno già avuto più di un caso a Maryborough, cioè poco più a nord di Brisbane.
— Ma ci sono molte località a clima caldo dove si può andare senza bisogno di spingersi fino a là, vero?
— Credo di sì. Ma l’epidemia si sta allargando a sud a ritmo costante!
Mary si voltò e la fissò. — Dimmi, sei proprio convinta che arriverà fino a qui?
— Credo proprio di sì.
— Vuoi dire che moriremo tutti? Come affermano gli scienziati.
— Lo temo.
Mary si voltò e prese da un mucchio di giornali un catalogo di giardinaggio. — Oggi sono andata da Wilson e ho comperato cento narcisi — disse. — Bulbi King Alfred... questi. — Indicò la fotografia. — Li pianterò in quell’angolo del giardino dove Peter ha abbattuto la pianta. È un punto molto riparato, quello. Ma, se proprio dobbiamo morire tutti, credo che sia una sciocchezza.
— Non certo una sciocchezza maggiore di quella mia, che mi sono messa a studiare stenografia e dattilografia — replicò la ragazza, asciutta. — Se proprio vuoi il mio parere, siamo tutti un po’ pazzi. Quando fioriranno quei narcisi?
— Dovrebbero fiorire per la fine di agosto — rispose Mary. — Naturalmente, non daranno un granché, quest’anno, ma saranno stupendi l’anno prossimo e l’altro anno ancora. Si moltiplicano, capisci.
— Molto sensato da parte tua piantarli. Li vedrai, in ogni modo, e avrai così la sensazione di aver fatto qualcosa.
Mary la guardò, riconoscente. — Proprio come la penso io. Insomma... non potrei sopportare di restarmene con le mani in mano, di non fare più niente. Tanto vale allora morire e farla finita.
Moira annuì. — Se quanto si afferma è esatto, nessuno di noi avrà il tempo di fare quello che abbiamo progettato di fare. Ma possiamo continuare a occuparci fino al limite del possibile.
Rimasero sedute sul tappeto, e Mary prese a giocherellare con un ferro e con la legna da ardere. A un certo momento disse: — Ho dimenticato di chiederti se vuoi cognac o simili. C’è una bottiglia nell’armadio, e da qualche parte dovrebbe esserci la soda.
La ragazza scosse la testa. — No, grazie. Sto bene così.
— Davvero?
— Davvero.
— Ti sei messa sulla buona strada o simili?
— O simili — fece eco la ragazza. — Non mi ubriaco mai a casa. Solo quando sono a qualche festa o mi trovo con uomini. Quando mi trovo con uomini, specialmente. Ma, per essere sincera, ormai comincio a esserne stufa.
— Non si tratta di uomini, vero, cara? Non adesso. Si tratta di Dwight Towers.
— Sì, si tratta di Dwight Towers.
— Non senti mai il desiderio di sposarti? Anche se siamo tutti destinati a morire nel settembre prossimo.
La ragazza fissò gli occhi sul fuoco. — Volevo sposarmi — rispose adagio. — Volevo avere tutto quello che tu hai. Ma ormai mi sarà impossibile.
— Non potresti sposare Dwight?
La ragazza scosse la testa. — Credo di no.
— Sono sicura che gli piaci molto.
— Già, gli piaccio molto.
— Ti ha mai baciata?
— Sì, una volta.
— Sono sicura che ti sposerebbe.
La ragazza tornò a scuotere la testa. — Non lo farebbe mai. È già sposato, capisci. Ha moglie e due figli in America.
Mary la guardò fissamente. — Cara, non è possibile. Devono essere morti.
— Non la pensa così, lui — rispose, con tono stanco. — Pensa di tornare a casa da loro, il prossimo settembre. Nella sua cittadina natale, a Mystic. — Una breve pausa. — Siamo tutti un po’ pazzi, a modo nostro. Bene, questo è il modo suo.
— Vuoi dire che crede davvero la moglie ancora in vita?
— Se lo creda o meno, non lo so. Direi di no. Pensa di morire nel prossimo settembre, ma pensa di tornare a casa, da loro, da Sharon, da Dwight Junior, da Helen. Continua a comperare regali per quei suoi cari.
Mary si sforzò di capire. — Ma, se la pensa così, perché ti ha baciata?
— Perché gli ho detto che gli avrei dato una mano a trovare i regali.
Mary si alzò in piedi. — Vado a bere qualcosa — disse, con voce decisa. — E credo che farai meglio a bere qualcosa anche tu. — E quando, preparate le bibite, si misero a sedere, il bicchiere in mano, domandò, incuriosita: — Deve essere strano sentirsi gelosi di qualcuno che è morto, vero?
La ragazza bevve un sorso e fissò gli occhi sulla fiamma. — Non sono gelosa di lei — rispose alla fine. — Non credo, almeno. Si chiama Sharon, un nome biblico. Deve essere una persona meravigliosa, immagino. Lui, vedi, è un uomo così pratico...
— Non desideri sposarlo?
La ragazza rimase a lungo in silenzio prima di rispondere: — Non lo so. Non so se lo desidero o meno. Se non ci trovassimo nelle condizioni in cui ci troviamo... sarei ricorsa a ogni trucco possibile per strapparglielo. Credo che non potrei mai essere felice con un altro. Ma ormai ci rimane troppo poco tempo per essere felici con qualcuno.
— Ci sono sempre tre o quattro mesi — disse Mary. — Ricordo un motto che ho visto una volta appeso a un muro, una di quelle frasi destinate a farti coraggio. Diceva: “Non preoccuparti... può darsi che non succeda mai”.
— Sono convinta invece che succederà — replicò Moira. Cominciò a giocherellare con l’attizzatoio che aveva preso in mano. — Se fosse per tutta la vita, sarebbe diverso. Varrebbe la pena di farle lo sgambetto per avere Dwight per sempre, e bambini, e una casa, e una esistenza felice. Se vedessi una qualche probabilità in questo senso, sarei pronta a tutto. Ma farle lo sgambetto per lo sterile piacere di tre mesi... bene, è un’altra faccenda. Può darsi che sia una donna perduta, ma non credo di essere perduta fino a questo punto. — Sollevò la testa, sorridendo. — E poi, sono convinta che non ne avrei il tempo. Credo che ci vorrebbe una bella fatica a strapparglielo.
— Oh, mio Dio! — fece Mary. — Una situazione molto difficile, vero?
— Non potrebbe essere peggiore — convenne Moira. — Credo che finirò per morire come una vecchia zitella.
— È una assurdità. Ma nulla sembra sensato, di questi tempi. Peter... — Si interruppe bruscamente.
— Che c’è su Peter? — chiese la ragazza, incuriosita.
— Non so. È stata una cosa orribile e folle, semplicemente. — Si mosse a disagio.
— Di che si trattava? Raccontami.
— Hai mai assassinato qualcuno?
— Io? Non ancora. Ma l’ho spesso desiderato. Specie le signorine dei centralini telefonici di campagna.
— Era una cosa seria, quella. È un peccato mortale assassinare qualcuno, vero? Si va a finire all’inferno, voglio dire.
— Non lo so. Credo di sì. E chi vuoi assassinare?
Lei rispose, con voce atona: — Peter mi ha detto che sarei potuta trovarmi nella necessità di uccidere Jennifer. — Una lacrima le rotolò giù per la guancia.
La ragazza si chinò avanti, d’impulso, e le carezzò una mano. — Non è possibile, cara. Devi aver capito male.
Scosse la testa. — Non ho capito male — singhiozzò. — È proprio così. Mi ha detto che sarei potuta trovarmi nella necessità di farlo, e mi ha mostrato come. — Le lacrime ora le scendevano dagli occhi a torrenti.
Moira la prese fra le braccia, la calmò, e, a poco a poco, venne fuori tutto. Da principio, la ragazza non poteva credere a quello che udiva, ma poi non si sentì più così sicura. Alla fine andarono assieme in bagno a guardare le scatole rosse nell’armadietto. — Avevo sentito qualcosa di questa faccenda — disse lei, profondamente seria. — Ma non sapevo che si fossero già spinti tanto oltre... — Ormai era tutto un susseguirsi di pazzie che si accumulavano l’una all’altra.
— Non potrei farlo da sola — bisbigliò la madre. — Anche se fosse terribilmente ammalata, non potrei farlo. Se Peter non c’è... se succede qualcosa allo Scorpion... verrai ad aiutarmi, vero, Moira?
— Certo che verrò — rispose, commossa. — Certo che verrò ad aiutarti. Ma Peter ci sarà. Torneranno, ne sono sicura. Dwight non è tipo da rimanere per strada. — Prese di tasca un minuscolo fazzoletto appallottolato e lo diede a Mary. — Asciugati gli occhi e prepariamoci un po’ di tè. Vado a mettere la cogoma sul fornello.
Bevvero una tazza di tè davanti al fuoco morente.
Diciotto giorni dopo, l’U.S.S. Scorpion emerse in atmosfera non inquinata a trentun gradi di latitudine sud, vicino all’isola di Norfolk. D’inverno, all’ingresso del mare di Tasmania, il tempo era brutto, il mare burrascoso, e il ponte, basso sull’acqua, veniva continuamente spazzato dalle onde. Gli uomini dell’equipaggio potevano salire in coperta solo a otto o dieci per volta; scivolavano fuori pallidi e tremanti, e se ne stavano addossati l’uno all’altro, stretti nei loro impermeabili, per ripararsi dalla pioggia e dagli spruzzi. Dwight tenne il sottomarino con la prua contro vento per buona parte della giornata, fino a quando tutti non ebbero goduto della loro mezz’ora d’aria, anche se furono pochi quelli che rimasero sul ponte per tutto il tempo stabilito.
La resistenza degli uomini al freddo e all’umido del mare aperto era molto diminuita, ma almeno li aveva riportati tutti vivi, con l’eccezione del marinaio scelto Swain. Erano tutti pallidi e anemici dopo essere rimasti per trentun giorni chiusi nello scafo, e si erano verificati tre casi di depressione così forti da rendere inabile al servizio chi ne era rimasto colpito. Dwight aveva avuto un brutto spavento quando il tenente Brody aveva manifestato i sintomi di una appendicite acuta; con l’aiuto di John Osborne, aveva letto tutto il procedimento dell’operazione e si era preparato a eseguirla sul tavolo della mensa. Ma poi i sintomi si erano calmati, e ora il paziente riposava nella sua cuccetta; Peter Holmes lo aveva sostituito, e il capitano sperava che riuscisse a reggere ancora per cinque giorni, quando avrebbero attraccato al molo di Williamstown. Peter era normale come erano normali tutti gli altri a bordo; John Osborne appariva nervoso e irritabile, anche se continuava a sbrigare con efficienza i suoi compiti; parlava continuamente della sua Ferrari.
Erano riusciti a dimostrare l’assurdità dell’effetto Jorgensen. Si erano spinti lentamente fino al golfo dell’Alaska, servendosi dell’indicatore delle mine come difesa contro i ghiacci galleggianti, e avevano raggiunto la latitudine di Cinquantotto Nord, nelle vicinanze di Kodiak. Il ghiaccio aveva uno spessore troppo alto verso terra, e non avevano potuto avvicinarsi; nella zona, la percentuale di radioattività era ancora letale, e differiva ben poco, da quella che avevano rilevato nel distretto di Seattle. Non sarebbe stato logico mettere a repentaglio più a lungo dello stretto necessario l’unità in quelle acque; dopo aver fatto i soliti rilievi, si erano spostati a sud, fino a raggiungere acque più tiepide, dove minori erano i pericoli dei ghiacci, poi avevano fatto rotta a sudovest, verso le Hawaii e Pearl Harbour.
A Pearl Harbour erano riusciti ad apprendere ben poco. Erano entrati nel porto e si erano spinti fino al molo da dove erano salpati, prima dell’inizio delle ostilità. Dal punto di vista psicologico, era stata una cosa abbastanza semplice, perché, prima di iniziare la crociera, Dwight si era assicurato che nessun membro del suo equipaggio fosse originario di Honolulu o avesse stretti legami affettivi con l’isola. Avrebbe potuto mandare a terra un ufficiale con la tuta protettiva, come aveva fatto a Santa Maria, e aveva discusso a lungo, per diversi giorni, la questione con Peter Holmes, mentre erano in rotta alla volta di quell’arcipelago, ma erano giunti alla conclusione che avrebbero avuto ben poco da guadagnare da una spedizione del genere. Quando aveva avuto tempo a disposizione all’isola di Santa Maria, il tenente Sunderstrom non aveva trovato di meglio da fare che non fosse leggere il “Saturday Evening Post”, e sarebbe stato difficile immaginare quale mansione più utile avrebbe potuto sbrigare un ufficiale che fosse stato spedito a terra a Pearl Harbour. La percentuale di radioattività era risultata, più o meno, quella di Seattle; avevano notato ed elencato le molte navi in porto, le vaste distruzioni che si vedevano a riva, e si erano allontanati.
Quel giorno, controvento all’ingresso del mare di Tasmania, erano nel raggio delle normali comunicazioni radio con l’Australia. Drizzarono l’antenna e trasmisero segnali per avvertire della loro posizione e del giorno in cui pensavano di poter far ritorno a Williamstown. Come risposta, ricevettero un segnale che li invitava a dare un quadro dello stato di salute generale, e Dwight rispose con un messaggio piuttosto lungo nel quale riepilogava, con una certa quale difficoltà, l’incidente del marinaio scelto Swain. Seguirono poi altri messaggi di normale amministrazione: bollettino meteorologico, rifornimenti, riparazioni che si sarebbero rese necessarie quando fossero arrivati, poi, verso la metà della mattina, ecco una comunicazione più importante.
Portava la data di tre giorni prima e diceva:
Da / Comandante Forze Navali Americane, Brisbane.
A / Comandante Dwight Towers, U.S.S. Scorpion.
Argomento / Assunzione di ulteriori mansioni.
1) Con il ritiro in data odierna dell’attuale comandante in capo delle forze navali americane nella zona, assumerà lei il comando di dette forze. Userà a suo giudizio di dette forze a sua disposizione, e le ritirerà o continuerà a tenerle sotto comando australiano, come giudicherà più opportuno.
2) Credo che, in base a tale disposizione, possa autonominarsi ammiraglio, se lo desidera. Addio e buona fortuna. Jerry Shaw.
3) Copia della presente al vice-ammiraglio della Regia Marina Australiana.
Dwight lesse questo messaggio nella sua cabina, impassibile. Poi, dato che una copia era già stata trasmessa agli australiani, mandò a chiamare il suo ufficiale di collegamento. Quando Peter comparve, gli consegnò il foglio senza una parola di commento.
Il tenente lo lesse. — Congratulazioni, signore — mormorò.
— Se non mi sbaglio... — cominciò il capitano. Una breve pausa, poi continuò: — Se non mi sbaglio, questo significa che ormai Brisbane è stata investita.
Brisbane si trovava duecentocinquanta miglia a nord rispetto alla loro posizione di quel momento. Peter annuì, pensando alla percentuale di radioattività del giorno prima. — La situazione era ancora piuttosto brutta, ieri nel pomeriggio.
— Pensavo che avrebbe lasciato la nave e si sarebbe spostato a sud — disse il capitano.
— Non erano assolutamente in condizioni di muoversi?
— Non avevano più nafta. Avevano dovuto sospendere ogni attività a bordo. I serbatoi erano completamente asciutti.
— Credevo che si sarebbe trasferito a Melbourne, almeno lui. Dopo tutto, il comandante supremo della Marina Americana...
Dwight sorrise, un po’ amaro. — è una cosa che non significa un granché, ormai. No, il punto è che era capitano della sua nave, e che la nave non poteva muoversi. Non se l’è sentita di abbandonare il suo equipaggio.
Non c’era altro da dire, e congedò l’ufficiale di collegamento. Redasse un breve messaggio di ricevuta e lo consegnò all’ufficiale radiotelegrafista perché lo trasmettesse via Melbourne, con una copia per il vice-ammiraglio. Poco dopo un marinaio scelto venne a consegnargli una comunicazione urgente.
— Suo 12/05663.
— Spiacenti, ma non è più possibile comunicare con Brisbane.
Il capitano annuì. — Va bene — disse. — Vada pure.
7
L’indomani del suo ritorno a Williamstown, Peter Holmes si presentò a rapporto al vice-ammiraglio. Con un cenno, l’alto ufficiale lo invitò ad accomodarsi.
— Ieri sera ho visto per qualche minuto il comandante Towers, tenente — disse. — Sembra che sia soddisfatto di lei.
— Sono molto contento di sentirglielo dire, signore.
— Certo. E ora immagino che voglia sapere qualcosa circa un eventuale prolungamento del suo incarico.
Peter disse, sulla difensiva: — In un certo senso, sì. La situazione generale è, più o meno, la stessa, vero? Cioè, ci rimangono soltanto due o tre mesi ancora.
L’ammiraglio annuì. — Temo proprio di sì. L’ultima volta che ci siamo visti, mi ha detto che avrebbe preferito restare a terra in questi mesi finali.
— Esatto. — Una breve pausa. — Devo pensare un po’ a mia moglie.
— Più che naturale. — Offrì al giovane una sigaretta e ne accese una per sé. — Lo Scorpion sta per entrare in bacino per una revisione allo scafo. Immagino che lo sappia già.
— Sì, signore. Il capitano attende con impazienza l’inizio di questo lavoro. Proprio per questo stamattina mi sono presentato agli uffici del sottosegretario alla Marina.
— Normalmente, un lavoro del genere richiederebbe tre settimane. Ma, nelle condizioni attuali, è probabile occorra un periodo di tempo maggiore. Non avrebbe nulla in contrario a continuare a esplicare le mansioni di ufficiale di collegamento mentre i lavori sono in corso? — Una pausa. — Il comandante Towers ha chiesto che fosse confermato nel suo incarico.
— Potrei vivere a casa, a Falmouth? Mi ci vogliono quasi due ore di treno per arrivare all’arsenale.
— Farà meglio a mettersi d’accordo con il comandante Towers. Non credo che abbia obiezioni in proposito. Non è come se la nave fosse in servizio. Mi risulta che intende lasciare in libertà la maggior parte dell’equipaggio. Credo che il suo non sia un compito di grande impegno, ma dovrà aiutarlo a trattare con i dipendenti dell’arsenale.
— Mi piacerebbe continuare a lavorare con lui, signore, sempre se mi fosse concesso di vivere a casa. Ma, se l’unità ha in programma un’altra crociera, preferirei essere sostituito. Non credo di poter accettare un altro incarico in mare. — Esitò. — È una cosa che non mi va proprio di dire.
L’ammiraglio sorrise. — Benissimo, tenente. Non lo dimenticherò. Torni da me, se vuole essere esonerato. — Mise termine al colloquio, alzandosi in piedi. — Tutto a posto a casa?
— Più o meno. Sembra che l’andamento familiare si sia fatto un po’ più complicato di quando sono partito, e mia moglie incontra più di una difficoltà, specie con la bambina a cui badare.
— Lo so. E temo che la situazione non migliori certo, con il passare del tempo.
Quella mattina, verso mezzogiorno, Moira Davidson telefonò a Dwight Towers a bordo della portaerei. — Buongiorno, Dwight — disse. — Mi hanno avvertito che devo congratularmi con lei.
— Chi glielo ha detto? — chiese.
— Mary Holmes.
— Si congratuli pure allora, se le fa piacere — disse, un po’ seccato. — Ma preferirei che me lo risparmiasse.
— Glielo risparmierò allora... non ne farò nulla. Come sta, Dwight?
— Bene. Mi sento un po’ scombussolato, oggi, ma sto bene. — Tutto quanto aveva dovuto sbrigare da quando era tornato a bordo della portaerei gli era costato un grande sforzo; aveva dormito male e si sentiva terribilmente stanco.
— Ha molto da fare?
— Dovrei averne. Ma non so. Sembra che non si concluda nulla, e meno si fa e più resta da fare.
Era un Dwight diverso da quello che era abituata a conoscere. — Parla come se fosse ammalato — disse, severa.
— Non sono ammalato, cara — replicò, con una punta di irritazione. — C’è molto da fare, semplicemente, e tutti se ne sono andati. Siamo stati in mare per tanto tempo che, a quanto pare, abbiamo dimenticato che cosa sia il lavoro.
— Penso che dovrebbe prendersi un po’ di riposo anche lei. Non potrebbe venire a Harkaway per un po’?
Rimase per un momento pensieroso. — Molto gentile da parte sua. Ma temo di non potere proprio, per il momento. Domani portiamo lo Scorpion in bacino.
— Lascia che se la sbrighi per lei Peter Holmes.
— Nemmeno da pensarci. Allo zio Sam una cosa del genere non piacerebbe affatto.
Faticò a trattenersi dal replicare che lo zio Sam non lo avrebbe mai saputo. — Poi la sua unità rimarrà affidata ai funzionari e ai dipendenti dell’arsenale, vero?
— La sa piuttosto lunga sulla Marina, a quanto pare.
— Certo. Sono una bellissima spia, una Mata Hari, una femme fatale che riesce a strappare i segreti agli ingenui ufficiali di Marina davanti a un bicchiere di doppio cognac. La sua unità verrà affidata ai funzionari dell’arsenale, vero?
— Esatto.
— E allora potrà scaricare ogni responsabilità su Peter Holmes e prendersi un po’ di riposo. Quando trasferirete lo Scorpion in bacino?
— Domani mattina alle dieci. E per mezzogiorno l’operazione sarà probabilmente conclusa.
— Venga allora a farci visita a Harkaway, domani nel pomeriggio. Fa un freddo cane quassù. Il vento non fa che ululare intorno alla casa. Piove quasi di continuo e non si può uscire senza stivaloni di gomma. Camminare accanto al bue attraverso i pascoli è il più gelido lavoro che possa fare un uomo... o una donna, in ogni modo. Venga e vedrà. Dopo qualche giorno desidererà soltanto di tornare a seppellirsi nel suo sottomarino.
Rise. — Ehi! Il suo invito si prospetta davvero attraente.
— Lo so. Verrà domani nel pomeriggio?
Sarebbe stato un sollievo rilassarsi un poco, dimenticare per un paio di giorni il peso che gli gravava sulle spalle. — Credo di sì — rispose. — Dovrò precipitare un po’ le cose, ma penso di potercela fare.
Gli fissò un appuntamento per le quattro del pomeriggio seguente all’Australia Hotel. Quando lo vide, il suo aspetto la preoccupò; lui la salutò allegramente e pareva contento di trovarsi con lei, ma sotto l’abbronzatura la sua pelle aveva assunto un colore giallastro, e, nei momenti in cui si lasciava andare, appariva depresso. Lei lo fissò, corrugando la fronte. — Mi dà l’aria di qualcosa che il gatto si è portato dentro e che ormai non desidera più — gli disse. — Si sente bene? — Gli provò il polso. — È caldo. Ha per caso febbre?
Si affrettò a ritirare la mano. — Sto benissimo — replicò. — Che cosa vuole bere?
— Lei prende un doppio whisky e tre pastiglie di chinino. Un doppio whisky, in ogni modo. Al chinino provvederò quando saremo a casa. Dovrebbe mettersi a letto.
Era simpatico sentirsi strapazzare a quel modo, distendeva i nervi. — Doppio cognac per lei? — le chiese.
— Semplice per me, doppio per lei. Dovrebbe vergognarsi ad andare in giro in quello stato. Probabilmente sta disseminando germi dappertutto. Si è fatto visitare da un medico?
Ordinò le bibite. — Non ci sono medici all’arsenale. Lo Scorpion è l’unica unità in bacino, e ci stanno lavorando attorno i manovali. Mentre eravamo in crociera, hanno trasferito l’unico medico della Marina.
— Ma ha febbre, vero?
— Può darsi che ne abbia qualche linea. Forse si tratta semplicemente di un raffreddore in arrivo.
— Niente di più facile. Beva quel whisky mentre io telefono a papà.
— Per che cosa?
— Perché venga a prenderci con il buggy alla stazione. Avevo detto che avremmo risalito a piedi la collina, ma, con lei in quello stato, non c’è nemmeno da pensarci. Potrebbe morirmi fra le braccia, e allora non mi riuscirebbe certo facile spiegare tutto al coroner. Potrebbe perfino sorgere un incidente diplomatico.
— Con chi?
— Con gli Stati Uniti. Non è una sciocchezza assassinare il comandante supremo della Marina Americana.
Lui disse, stancamente: — Credo che gli Stati Uniti si riducano a me, ormai. Stavo pensando di presentarmi candidato alla presidenza.
— Bene, ci rifletta un po’ sopra mentre vado a telefonare a mamma.
Nella minuscola cabina, lei disse: — Credo che abbia l’influenza, mamma. E, per prima cosa, è terribilmente stanco. Appena arriveremo a casa, dovrà andare subito a letto. Non potresti accendergli un fuoco in stanza e mettergli una bottiglia d’acqua calda fra le lenzuola? E, mamma, chiama il dottor Fletcher e chiedigli se può passare da noi stasera. Credo sia una semplice influenza, ma è stato in una zona radioattiva per quasi un mese e, dopo il ritorno, non si è fatto visitare. Di’ al dottor Fletcher di chi si tratta. Ora è un personaggio molto importante, sai.
— Che treno prenderete, cara?
Diede un’occhiata all’orologio. — Quello delle quattro e venti. Senti, mamma, farà molto freddo sul buggy. Di’ a papà di portare un paio di scialli.
Interruppe la comunicazione e tornò nel bar. — Finisca di bere e andiamo — gli disse. — Dobbiamo prendere il treno delle quattro e venti.
Le obbedì, senza discutere. Un paio d’ore dopo era in una stanza, riscaldata da un allegro fuoco di legna, a crogiolarsi fra le coperte tiepide, con un po’ di febbre. Se ne rimase tranquillamente sdraiato mentre i brividi si calmavano, lieto di rilassarsi, di rimanersene immobile, gli occhi fissi al soffitto, l’orecchio teso allo scroscio della pioggia fuori dalle finestre. Poi il padrone di casa portò al suo ospite un whisky e limone caldo, e gli chiese se voleva mangiare qualcosa, ricevendo una risposta negativa.
Alle otto risuonò, fuori, lo scalpiccio di un cavallo, seguito da un suono di voci fra la pioggia. Poi il medico comparve nella stanza; si era tolto il cappotto fradicio, ma i calzoni a mezza gamba e gli stivali erano scuri di pioggia e presero a eruttare vapore quando lui si avvicinò al fuoco. Era un uomo sulla quarantina, gioviale e molto competente.
— Dottore — disse il malato — mi spiace che l’abbiano chiamato qui in una sera come questa. Non è niente di grave, e un paio di giorni di letto saranno sufficienti a rimettermi in piedi.
Il medico sorrise. — È stato un piacere per me venirla a conoscere. — Sollevò una mano dell’americano e ne provò il polso. — Mi hanno riferito che è stato in una zona radioattiva.
— Certo. Ma non ci siamo mai esposti.
— Siete sempre rimasti chiusi nello scafo del sottomarino?
— Sempre. C’era con noi un tale dell’Istituto Superiore di Fisica che ci passava ogni giorno al contatore Geiger. Non si tratta di questo, certo.
— Ha mai avuto vomito o diarrea?
— Assolutamente. E nessun membro dell’equipaggio ha accusato questi sintomi.
Il medico gli infilò un termometro in bocca e tornò a provargli il polso. Poi controllò la temperatura. — Trentotto e mezzo. Farà meglio a restare a letto per un poco. Quanto tempo è rimasto in mare?
— Quarantatré giorni.
— E per quanto ha navigato in immersione?
— Per più della metà di questo tempo.
— Si sente stanco?
Il capitano rimase per un momento pensieroso. — Può darsi — ammise.
— Non mi è difficile crederlo. Farete meglio a rimanere a letto fino a quando la temperatura scompare, e un altro giorno ancora. Dovrebbe trattarsi di una semplice influenza; ce n’è molta in giro. E non dovete tornare al lavoro prima che sia passata una settimana dal giorno in cui vi alzate; sarebbe opportuno che vi prendeste un po’ di licenza. È una cosa possibile?
— Ci penserò.
Parlarono un po’ della crociera e delle condizioni a Seattle e nel Queensland. Alla fine il medico disse: — Probabilmente verrò a darle un’occhiata domani e le porterò un paio di cose che farà meglio a prendere. Devo andare a Dandenong; il mio collega di studio deve operare a quell’ospedale, e io gli darò una mano e farò da anestesista. Preleverò là i medicinali e, prima di tornare a casa, passerò di qui.
— Si tratta di un’operazione difficile?
— Non troppo. Estirpazione di un tumore benigno dallo stomaco di una donna. In questo modo, potrà continuare a vivere in piena attività per qualche anno ancora.
Si congedò, e Dwight udì, fuori dalla finestra, il cavallo che retrocedeva e scalciava mentre il padrone montava in sella, udì il medico che bestemmiava. Poi tese l’orecchio allo scalpiccio degli zoccoli che andava facendosi sempre più debole, a mano a mano che si allontanavano giù per il viale, sotto la pioggia. Poco dopo la porta della stanza si aprì e comparve la ragazza.
— Bene — disse lei — domani dovrà rimanersene a letto, allora. — Si avvicinò al fuoco e vi aggiunse un paio di ceppi. — Un uomo simpatico, vero?
— È pazzo — disse il comandante.
— Perché? Perché le ha ordinato di restarsene a letto?
— Non per questo. Domani, all’ospedale, opera una donna per darle ancora qualche anno di vita in piena attività.
Lei rise. — Oh, non mi è difficile crederlo. Non ho mai conosciuto un individuo più coscienzioso. — Una pausa. — Papà intende costruire un’altra chiusa, l’estate ventura. Ne parlava già da diverso tempo, ma ora afferma che intende mettersi presto all’opera. Oggi ha telefonato al proprietario di un bulldozer e lo ha prenotato perché venga non appena la terra si sarà rassodata.
— E questo quando avverrà?
— Verso Natale. Gli fa proprio male al cuore vedere tutta questa bella pioggia che va perduta. Qui l’acqua è piuttosto scarsa d’estate. — Prese il bicchiere vuoto dal comodino accanto al letto. — Vuole bere ancora qualcosa di caldo?
Scosse la testa. — No, grazie. Sto benissimo così.
— Vuole mangiare qualcosa?
Tornò a scuotere la testa.
— Vuole un’altra bottiglia d’acqua calda?
La testa tornò a scuotersi per una terza volta. — Sto benissimo così.
Lei uscì, ma pochi minuti dopo era di ritorno, e questa volta aveva in mano un pacco piuttosto lungo, un pacco con un rigonfiamento a un’estremità. — Glielo lascio, in modo che possa ammirarselo tutta notte.
Lo mise in un angolo della stanza, ma lui si sollevò su un gomito. — Che cos’è?
Lei rise. — Le lascio avanzare tre ipotesi, e domattina potrà vedere qual era quella esatta.
— Voglio vedere subito.
— Domani.
— No, subito.
Moira prese il pacco, glielo portò sul letto e rimase a guardarlo mentre lui toglieva la carta. Il comandante supremo della Marina Americana non era, in fondo, che un ragazzino, pensò.
Il bastone a molla che lui stringeva in mano appariva nuovo e scintillante sullo sfondo della coperta. Il manico di legno era verniciato e lucido, il posapiedi di metallo brillava di un rosso lacca. Sul manico di legno spiccavano, in nitide lettere rosse, le parole Helen Towers.
— Ma è una meraviglia! — mormorò lui, rauco. — Non ne avevo mai visti con nome e tutto. Le piacerà moltissimo. — Sollevò la testa. — Dove l’ha trovato?
— Ho individuato la fabbrica che li produceva, nei dintorni di Elsternwick. Non ne fabbricano più, ma hanno preparato questo appositamente per me.
— Non so proprio che cosa dire. Adesso, finalmente, ho qualcosa per ognuno di loro.
Lei raccolse la carta che era scivolata per terra. — Siamo a posto allora — disse, con tono disinvolto. — In fondo, è stato un divertimento per me. Devo metterlo in un angolo?
Scosse la testa. — Me lo lasci qui.
Annuì e si diresse verso la porta. — Spegnerò la luce principale. Non resti così per troppo tempo. È sicuro di avere tutto quanto vuole?
— Certo. Ora ho tutto.
— Buonanotte.
Si chiuse la porta alle spalle. Lui rimase immobile per qualche tempo, a pensare a Sharon e a Helen, alle splendide giornate estive e alle imbarcazioni a vela di Mystic, a Helen che saltava con il bastone a molla sul marciapiede spazzato, fra due trincee di neve, a quella ragazza e alla sua gentilezza... Poi piombò nel sonno, una mano sul bastone a molla che si era tenuto accanto.
L’indomani Peter Holmes pranzò con John Osborne all’United Services Club. — Ho telefonato a bordo stamattina — disse lo scienziato. — Volevo vedere Dwight per mostrargli il rapporto prima di batterlo a macchina. Mi hanno risposto che è a Harkaway, a casa dei genitori di Moira.
Peter annuì. — Si è buscato l’influenza. Moira mi ha telefonato ieri sera per avvertirmi che non lo avrei visto per una settimana almeno, o anche più, se solo fosse riuscita a convincerlo.
Lo scienziato corrugò la fronte. — Non posso aspettare tanto. Jorgensen ha già avuto sentore di quanto abbiamo rilevato, e va in giro a raccontare che non abbiamo svolto il nostro lavoro come si deve. Devo consegnare questa minuta al dattilografo per domani al massimo.
— Ci darò un’occhiata io, se vuole, e forse riusciremo a pescare il secondo, anche se è quasi sempre in giro. Ma Dwight deve vederla prima che venga consegnata. Perché non telefona a Moira e non glielo porta a Harkaway?
— Ma ci sarà Moira? Credevo che venisse ogni giorno a Melbourne per le sue lezioni di stenografia e di dattilografia.
— Via, cerchi di ragionare! Certo che ci sarà.
Il viso dello scienziato si illuminò. — Potrei portarglielo questo pomeriggio con la Ferrari.
— La sua miscela non le durerà certo molto se l’adopererà per viaggi come questo. C’è un treno comodissimo.
— Si tratta di una faccenda ufficiale, di una faccenda che riguarda la Marina — replicò Osborne. — E, così stando le cose, si è autorizzati a prelevare dalle riserve navali. — Si piegò verso Peter e abbassò la voce. — Conoscete la Sidney, vero? Bene, in uno dei suoi serbatoi ci sono circa trecento galloni della mia miscela alcol-etere. L’adoperavano per far alzare dal ponte a pieno regime gli apparecchi a pistone.
— Ma non può toccarla! — esclamò Peter, perplesso.
— Non posso toccarla? Ma è una mansione che riguarda la Marina, questa, e ce ne saranno molte e molte altre ancora.
— Bene, io non ne so niente. E una Morris Minor funzionerebbe con quella miscela?
— Dovrebbe fare qualche prova con la carburazione, e dovrebbe aumentare la compressione. Levi la guarnizione e la sostituisca con una sottile lastra di rame assicurata con cemento. Vale la pena di provare.
— E lei riesce a guidare con sicurezza quel suo bolide su strada?
— Oh, certo. Non c’è molto contro cui andare a sbattere in strada, salvo un tram. E i pedoni, naturalmente. Porto sempre con me un paio di latte di riserva, perché perde olio se la si tiene al disotto dei tremila giri.
— E quanto fa a tremila giri?
— Oh, impossibile metterla in presa diretta, naturalmente. Dovrebbe fare i centosessanta, magari un po’ di più. In prima, a quel regime, tocca gli ottanta. Parte con una accelerazione stupefacente; è necessario avere davanti un paio di centinaia di metri di strada libera. Di solito, la spingo a mano fuori dal cortile in Elizabeth Street, poi aspetto il momento in cui non passano tram.
Fece così anche quel pomeriggio, subito dopo pranzo, e Peter Holmes lo aiutò a spingere. Sistemò la borsa accanto al sedile, poi scivolò al posto di guida, strinse la cintura di sicurezza e si allacciò il casco, davanti a una folla in ammirazione. Peter disse, adagio: — Per l’amor di Dio, non ammazzi qualcuno.
— In ogni modo, saranno tutti morti fra un paio di mesi — replicò lo scienziato. — Sarò morto anch’io, e sarà morto anche lei. E, così stando le cose, voglio prima divertirmi un poco.
Lasciò passare un tram, poi schiacciò la messa in moto, ma il motore, ancora freddo, non si accese. Stava arrivando un altro tram, e, non appena fu passato, una dozzina di volonterosi spinsero la macchina da corsa fino a quando questa, con un ruggito, non schizzò via come un razzo, fra le detonazioni dello scappamento, lo stridio dei pneumatici e un odore di gomma bruciata, in mezzo a una nuvola di fumo. La Ferrari non aveva sirena, che sarebbe risultata perfettamente inutile dal momento che la si sentiva arrivare da un paio di miglia di distanza; particolare ancora più importante, non aveva neppure fanali, e, alle cinque, in quella stagione, faceva già scuro. Se voleva arrivare a Harkaway, sbrigare quello che aveva da fare ed essere di ritorno in buone condizioni di visibilità, John Osborne doveva schiacciare a fondo.
Superò il tram sugli ottanta, svoltò stretto in Lonsdale Street e si sistemò più comodamente sul seggiolino mentre saettava attraverso la città sui centoventi. Le macchine in circolazione rappresentavano ormai una rarità, e nelle strade urbane doveva badare soltanto ai tram; la folla si scostava in fretta per lasciarlo passare. In periferia era diverso; i ragazzi si erano abituati a giocare giù dal marciapiede e non pensavano nemmeno a togliersi di mezzo; dovette frenare energicamente più e più volte, far ruggire il motore mentre diminuiva di regime, ossessionato dall’idea di rovinare gli ingranaggi, consolato dal pensiero che quel cambio era stato fabbricato per essere usato in corsa.
Arrivò a Harkaway in trentatré minuti, a una media di circa centodieci all’ora, senza aver potuto innestare una sola volta la presa diretta. Si fermò con una lunga slittata davanti alla casa, vicino a una aiuola, e spense il motore; l’allevatore, sua moglie e sua figlia uscirono precipitosamente e rimasero a guardarlo mentre si toglieva il casco e metteva piede a terra, un po’ intorpidito. — Sono venuto a trovare Dwight Towers — disse. — Mi hanno fatto sapere che era qui.
— Sta cercando di dormire — rispose Moira, con tono sostenuto. — Una macchina davvero terribile, John. Quanto fa?
— Credo che superi i trecento. Voglio vederlo... per ragioni di lavoro. Ho qui qualcosa che deve leggere prima che venga battuto a macchina. E deve essere battuto a macchina entro domani al massimo.
— Bene, non credo che si sia già addormentato.
Lo accompagnò nella camera da letto degli ospiti. Dwight era sveglio, seduto sul letto. — Immaginavo che fosse lei — disse. — Ha già accoppato qualcuno?
— Non ancora — rispose lo scienziato. — Comunque, spero di essere io il primo a rimetterci le penne. Non mi andrebbe di passare in prigione gli ultimi giorni della mia vita. Sono già vissuto in qualcosa di simile a una prigione nei due mesi scorsi. — Aprì la borsa e spiegò che cosa era venuto a fare.
Dwight prese il rapporto e lo lesse, rivolgendogli di tanto in tanto qualche domanda. — Mi spiace di non aver lasciato quella stazione radio com’era — osservò a un certo punto. — Forse saremmo riusciti a sapere qualcosa di più dal marinaio scelto Swain.
— Era piuttosto distante da quell’apparecchio.
— Aveva il fuoribordo. Poteva, magari, spingersi fin là un giorno, dopo essersi stancato di pescare, e mandare un messaggio.
— Non credo che abbia resistito abbastanza per fare una cosa del genere, signore. Potevo dargli tre giorni di vita, come massimo.
Il capitano annuì. — Non credo, comunque, abbia sentito il desiderio di prendersi questo disturbo. Io non me lo sarei preso, se i pesci abboccavano e se fosse stato il mio ultimo giorno. — Continuò a leggere, interrompendosi ogni tanto per domandare qualcosa. Alla fine disse: — Va benissimo. Ma farà meglio a togliere quell’ultimo periodo che riguarda me e la mia nave.
— Preferirei lasciarlo, signore.
— E io preferirei che venisse tolto. Non mi va che si dicano cose del genere su quella che era semplicemente una normale operazione di servizio.
Lo scienziato prese di tasca la matita. — Come vuole.
— Avete qui la Ferrari?
— Sono venuto con quella.
— Oh, me ne sono accorto. Posso vederla dalla finestra?
— Certo. È qui fuori.
Il capitano scese dal letto e, in pigiama, andò alla finestra. — Una macchina stupenda — disse. — Che cosa intende farne?
— Correre. Non rimane più molto tempo, e la stagione delle corse avrà così inizio prima del solito. Normalmente non comincia prima di ottobre, a causa delle strade bagnate. Ma quest’anno ci sono già state corse di secondaria importanza anche in inverno. Anzi, prima di partire ne ho fatte un paio.
Il capitano tornò a letto. — Me lo aveva detto. Non ho mai pensato di correre. E non ho mai guidato una macchina come quella. Che cosa si prova in gara?
— Una paura terribile. Ma, non appena è terminata, sente il desiderio di ricominciare.
— Aveva mai corso prima?
Lo scienziato scosse la testa. — Non avevo mai trovato né il tempo né il denaro. Ma era una cosa che avevo desiderato fare, sempre.
— E adesso continuerà a farla, fino alla fine?
Ci fu una pausa. — Mi piacerebbe — rispose poi Osborne. — Piuttosto che morire in mezzo al sudiciume o buttare giù quelle pastiglie... Solo non mi va l’idea di rovinare la Ferrari, questo capolavoro di meccanica... Credo che, volontariamente, non riuscirò a convincermi a fare una cosa del genere.
Dwight sorrise. — Forse non lo farà volontariamente, se correrà a trecento su strade bagnate.
— Bene, è precisamente quello che stavo pensando. E, se mi succedesse, non so se mi importerebbe, da oggi in poi.
Il capitano annuì. — Non esiste la possibilità che la diffusione rallenti e ci dia, qui, una tregua?
John Osborne scosse la testa. — Assolutamente no. Nulla sta a indicarlo, anzi sembra che il ritmo si sia accelerato. Ciò si ricollega con ogni probabilità alla riduzione dell’area terrestre a mano a mano che l’epidemia scende all’equatore; pare che adesso si vada diffondendo più rapidamente nel senso della latitudine. La nostra ora dovrebbe arrivare verso la fine di agosto.
Il capitano annuì. — È un bene saperlo. Non potrà mai essere troppo presto per me.
— Dovrà riportare in mare lo Scorpion?
— Non ho ricevuto ordini. Sarà di nuovo in grado di navigare per i primi di luglio. Ho deciso di tenerlo sotto comando australiano fino alla fine. Se poi avrò l’equipaggio per farlo funzionare... bene, questa è un’altra faccenda. Quasi tutti i miei uomini, anche se per più di un quarto sono sposati, hanno la ragazza a Melbourne. Bisognerà vedere se si sentiranno allergici all’idea di un’altra crociera. Per quello che mi riguarda, credo proprio di sì. — Dopo una pausa, continuò: — Quasi la invidio per quella Ferrari. Io dovrò continuare a preoccuparmi e a lavorare fino alla fine.
— Proprio non vedo che bisogno ha di farlo — osservò lo scienziato. — Dovrebbe prendersi un po’ di riposo... vedere qualcosa dell’Australia.
L’americano sorrise. — Ormai non rimane più molto da vedere.
— È vero. Ma ci sono le montagne. Stanno sciando come pazzi a Mount Buller e a Hotham. Scia, lei?
— Sciavo, una volta. Ma ormai sono passati più di dieci anni. Non mi andrebbe di rompermi una gamba e di restarmene inchiodato a letto fino alla fine. — Poi: — Ehi, si pescano trote in quelle montagne?
John Osborne annuì. — Moltissime.
— C’è una stagione, o si può pescare tutto l’anno?
— Nell’Eildon Weir il persico si può pescare tutto l’anno. Di solito lo fanno con la tirlindana, da una barca. Ma in tutti i torrenti della zona la pesca delle trote è ottima. — Abbozzò un sorriso. — Ma quest’anno la stagione sarà molto breve, dato che si aprirà soltanto il primo di settembre.
Seguì una breve pausa. — Il periodo più adatto — disse poi Dwight. — Certo mi piacerebbero un paio di giorni di pesca alla trota, ma, stando a quanto mi ha annunciato, potremmo avere ben altro da fare allora.
— Credo che nessuno le metterà i bastoni fra le ruote se, quest’anno, anticiperà di una quindicina di giorni l’apertura della stagione.
— Mi andrebbe di fare una cosa del genere — mormorò l’americano, serissimo. — Negli Stati Uniti... sì. Ma penso che chi si trova in un Paese straniero deve attenersi strettamente alle leggi.
Il tempo passava, e John Osborne non aveva fanali sulla sua Ferrari e non poteva tenere una velocità inferiore agli ottanta all’ora. Raccolse le sue carte, le rimise nella borsa, salutò Dwight Towers e uscì per rimettersi in strada alla volta della città. Nell’anticamera incontrò Moira. — Come lo ha trovato? — gli chiese la ragazza.
— Benissimo. Anche se ha qualche idea balzana che gli ronza per la testa.
Lei corrugò la fronte; si trattava per caso del bastone a molla? — A che proposito?
— Vorrebbe dedicarsi un paio di giorni alla pesca della trota prima che ce ne andiamo tutti a nanna. Ma si rifiuta di farlo avanti che si apra la stagione, e cioè il primo di settembre.
Lei rimase silenziosa per qualche istante. — E con questo? Non fa che attenersi alla legge. Si comporta molto meglio di lei, con quella terribile macchina. Da dove si procura la benzina per farla andare?
— Non va a benzina. Va a qualcosa che esce dalle provette di laboratorio.
— Lo si capisce dall’odore. — Continuava a fissarlo mentre si sistemava sul seggiolino, si allacciava il casco, faceva ruggire il motore e si avviava di scatto giù per il viale, lasciando per terra, marcatissimi, i segni delle ruote.
Quindici giorni dopo, al Pastoral Club, Alan Sykes entrò nella saletta da fumo per un aperitivo, alle dodici e venti. Il pranzo sarebbe stato pronto solo per l’una, e lui era così il primo a comparire; si servì un gin e se ne rimase là, solo, a considerare il suo problema. Sykes era il responsabile del sottosegretariato Pesca e Sport, e amava svolgere il proprio lavoro in base a principi etici, senza interferenze politiche. Le perplessità che caratterizzavano quel periodo non avevano avuto la minima influenza sul suo modo di considerare le cose, e lui in quel momento si sentiva profondamente sconcertato.
Sir Douglas Froude entrò nella sala. Sykes, guardandolo, pensò che camminava faticosamente e che il suo viso era più rosso che mai. Disse: — Buongiorno, Douglas. Offro io, oggi.
— Oh, grazie, grazie tante — disse il vecchio. — Prenderò uno sherry spagnolo, allora. — Se lo versò con mano tremante. — Sa, credo che il Comitato dei vini abbia perduto completamente la testa. Abbiamo più di quattrocento bottiglie di un magnifico sherry secco, Ruy de Lopez 1947, e, a quanto sembra, intendono lasciarlo in cantina. Dicono che i soci non lo berrebbero perché costa troppo. Io li ho ammoniti: regalatelo, se non potete venderlo. Ma non lasciatelo lì. Così, adesso, costa come un qualsiasi vino australiano, tale e quale. Permette che gliene faccia assaggiare un bicchiere, Alan. È una cosa meravigliosa.
— Lo accetterò più tardi. Mi sbaglio, o ho sentito dire che quel Bill Davidson è suo congiunto?
Il vecchio annuì, incerto. — Congiunto, sì, molto alla lontana. Parente d’acquisto, se non mi sbaglio. Sua madre ha sposato mio... ha sposato mio... Non ricordo più. Ho l’impressione che la mia memoria non sia più quella di una volta.
— Conosce sua figlia Moira?
— Una simpatica ragazza, ma beve troppo. E se la fa con il cognac, a quanto mi dicono, il che non è affatto salutare.
— Mi ha messo in un brutto pasticcio.
— Che cosa?
— È andata dal Ministro, e quello me l’ha mandata con un biglietto. Vuole che quest’anno apriamo prima del solito la stagione delle trote perché, in caso contrario, più nessuno andrà a pescare. Il Ministro ha giudicato molto opportuna la proposta. Secondo me, pensa già alle prossime elezioni.
— Anticipare l’inizio della stagione delle trote? Spostarla a un’epoca anteriore al primo di settembre?
— È proprio questo il suggerimento che mi è stato fatto.
— Un pessimo suggerimento, se mi è lecito dirlo. I pesci non avranno ancora terminato il periodo della fecondazione e saranno in forma scadente. Con un provvedimento del genere, si rovinerebbe la pesca per anni. E quando vuole che la stagione venga aperta?
— Ha suggerito il dieci di agosto. — Una pausa. — E, all’origine di tutto, c’è quella ragazza, quella sua congiunta. Credo che, senza di lei, non gli sarebbe mai passata per la testa un’idea del genere.
— Una proposta inammissibile. Assolutamente irresponsabile. Non so dove andremo a finire se...
La discussione continuò, mentre altri soci arrivavano a mano a mano nella sala e si univano al gruppo. Sykes notò che la grande maggioranza era a favore del cambiamento di data. — Dopo tutto, chi si troverà là in agosto, se il tempo sarà bello, comincerà a pescare, le piaccia o meno — disse un tale. — E non potrà nemmeno multarli o mandarli in prigione, perché non ci sarà il tempo di discutere la causa. Molto meglio stabilire una data ragionevole e fare di necessità virtù. Naturalmente — aggiunse, per scrupolo di coscienza — dovrebbe essere solo per quest’anno.
Un chirurgo di chiara fama osservò: — Mi sembra un’ottima idea. Dopo tutto, se il pesce è in cattive condizioni, non siamo obbligati a tenerlo: possiamo sempre rimetterlo in acqua. E, se la stagione non è molto in anticipo, non potremo trovare mosche e dovremo servirci di vermi. Ma sono favorevole alla proposta, comunque. Quando andrò lassù, sarei più che soddisfatto di trascorrere una giornata di sole sulle rive del Delatite, con la canna da pesca in mano.
Qualcuno disse: — Come quel tale che ha disertato dal sottomarino americano.
— Già, proprio così. Secondo me, quel tale ha avuto un’idea meravigliosa.
Dopo aver fatto una specie di censimento sulle più influenti opinioni cittadine, Sykes tornò nel suo ufficio molto più sollevato, telefonò al Ministro, e nello stesso pomeriggio redasse un comunicato che sarebbe stato trasmesso per radio, comunicato che rappresentava uno dei rapidi mutamenti di politica per andare incontro ai bisogni del momento, abbastanza facili in un Paese piccolo e di alto livello di civiltà, caratteristiche, queste, dell’Australia. Dwight Towers lo sentì quella sera echeggiare nella vasta e deserta Sala Ufficiali della Sidney, e si meravigliò moltissimo, anche se non lo ricollegò alla conversazione che aveva avuto con lo scienziato pochi giorni prima. Subito cominciò a fare progetti per provare la canna di Junior. Il viaggio sarebbe stato piuttosto complicato, ma non dovevano certo esistere difficoltà insuperabili per il comandante supremo della Marina Americana.
Verso la metà dell’inverno, la tensione si allentò in quello che restava ancora dell’Australia. All’inizio di luglio, quando Broken Hill e Perth erano già state eliminate, pochi erano a Melbourne coloro che non esplicassero un lavoro che non fosse di loro completo gradimento. L’energia elettrica continuava a essere fornita regolarmente, e continuava regolarmente l’afflusso dei generi alimentari di prima necessità, mentre cominciavano a scarseggiare la legna da ardere e alcuni generi voluttuari. Con il trascorrere delle settimane, il consumo dell’alcol fra la popolazione diminuì notevolmente; c’erano ancora feste chiassose, c’erano ancora ubriachi che dormivano sul marciapiede, ma in numero molto minore rispetto a quanto avveniva prima. E, come annuncio della ormai imminente primavera, le macchine cominciarono ad apparire, a una a una, nelle strade deserte.
Sarebbe stato difficile dire, da principio, da dove venivano o come facevano a procurarsi la benzina, perché ogni caso sul quale veniva condotta una rapida inchiesta risultava assolutamente eccezionale. Il padrone di casa di Peter Holmes comparve un giorno con una Holden per portare via la legna da ardere degli alberi abbattuti, spiegando, con un certo quale imbarazzo, che aveva conservato un po’ del prezioso liquido per ripulire i ve stiti. Un cugino che prestava servizio nell’aviazione australiana venne a trovarli da Laverton al volante di una M.G., spiegando che aveva accantonato la benzina ma che ormai sarebbe stato assurdo risparmiarla più a lungo; era una storia, certo, perché Bill non aveva mai accantonato niente. Un tecnico che lavorava alla raffineria della Shell a Corio disse di essere riuscito a procurarsi un po’ di benzina al mercato nero di Fitzry, ma rifiutò opportunamente di fare il nome del disonesto che gliel’aveva venduta. Come una spugna strizzata dalla pressione delle circostanze, l’Australia cominciò a gocciolare benzina, e, a mano a mano che si avvicinava agosto, il gocciolio si fece più intenso.
Un giorno, Peter Holmes portò con sé una latta a Melbourne e andò a trovare John Osborne. Quella sera, per la prima volta dopo due anni, sentì il rombo del motore della sua Morris, mentre nuvole di fumo nero uscivano dallo scappamento. Spense l’accensione, tolse lo spruzzatore del carburatore e diminuì il getto. Poi la provò in strada, mentre Mary, felice, gli sedeva accanto, tenendo Jennifer sulle ginocchia. — Sembra di ritornare all’epoca della propria prima macchina — esclamò lei. — È meraviglioso! Peter, credi di riuscire a procurarti altro carburante?
— Questo lo avevamo accantonato — le rispose. — Lo avevamo accantonato noi. Abbiamo alcune latte seppellite in giardino, ma non dobbiamo dire a nessuno quante.
— Nemmeno a Moira?
— Mio Dio, no. A lei meno che agli altri. — Una pausa. — Adesso il problema è rappresentato dalle gomme. Non so come faremo a cavarcela con quelle.
L’indomani andò in macchina a Williamstown, entrò nell’arsenale e lasciò la Morris sul molo, accanto alla portaerei praticamente deserta. Alla sera tornò a casa sempre con la macchina.
Le sue mansioni all’arsenale erano ormai semplicemente nominali. I lavori del sottomarino procedevano a rilento, e la sua presenza non era richiesta più di due giorni alla settimana, il che si accordava perfettamente con le esigenze della sua macchina. Dwight Towers c’era quasi sempre il mattino, ma anche lui, ormai, era in grado di spostarsi liberamente. L’ammiraglio lo aveva mandato a chiamare un giorno e, con viso impassibile, aveva dichiarato che il comandante supremo della Marina Americana doveva assolutamente avere a propria disposizione un mezzo di trasporto; così Dwight si era visto assegnare una Chevrolet grigia e, come autista, il primo marinaio Edgar. Si serviva della macchina soprattutto per andare a pranzo al club e per spingersi fino a Harkaway a camminare accanto al bue e a rivoltare il letame, mentre il suo autista spalava il foraggio.
La seconda parte di luglio rappresentò, per la popolazione in generale, un periodo molto piacevole. Il tempo era abbastanza brutto, con forti venti, piogge frequenti e temperatura bassa, ma uomini e donne non badavano più a tutti quegli obblighi che li avevano tenuti schiavi. La busta paga aveva ormai poco o nessun valore; se si andava in ufficio il venerdì, la si ritirava, si avesse lavorato o meno, e, una volta che la si aveva in tasca, era di ben scarsa utilità. Dal macellaio, la cassiera accettava il danaro che le veniva porto, ma non si preoccupava granché se non la pagavano, e, se c’era carne, bastava prenderla. Se non ce n’era, si andava a cercarla da qualche altra parte fino a quando non la si trovava. E per fare questo si aveva a disposizione tutto il giorno.
Sulle montagne, gli sciatori si dedicavano al loro sport prediletto e nei giorni feriali e nei giorni festivi. Nel loro giardino, Mary e Peter prepararono nuove aiuole e piantarono una siepe attorno all’orto, ricoprendola con un rampicante. Mai, prima di allora, avevano avuto tanto tempo da dedicare al giardinaggio o avevano fatto tanti progressi. — Sarà meraviglioso — osservava lei, soddisfatta. — Sarà il più bel giardino da questa parte di Falmouth.
In città, John Osborne lavorava intorno alla sua Ferrari, aiutato da una piccola squadra di entusiasti. A quell’epoca il Gran Premio d’Australia era la più importante corsa dell’emisfero australe, e si era deciso di anticiparla dal novembre al 17 agosto. Nelle precedenti occasioni la gara aveva avuto luogo all’Albert Park di Melbourne, l’equivalente, più o meno, del Central Park a New York e di Hyde Park a Londra. Il club organizzatore sarebbe stato ben lieto che il campo della competizione rimanesse quello classico, ma le difficoltà risultarono insuperabili. Apparve chiaro fin da principio che non si sarebbero trovati né agenti a sufficienza né la manodopera necessaria per le più elementari misure di sicurezza a salvaguardia della folla di centocinquantamila persone che avrebbe probabilmente presenziato all’avvenimento. Nessuno si preoccupava molto all’idea che una macchina uscisse di pista e uccidesse alcuni spettatori, o all’idea che il permesso di trasformare il parco in un autodromo venisse abrogato negli anni avvenire. Ma sembrava improbabile ottenere agenti a sufficienza per tenere la folla lontana dalla strada sulla quale sarebbero sfrecciate le macchine, e, anche in tempi così insoliti, pochi corridori erano disposti a puntare dritto su un gruppo di spettatori, a duecento all’ora. Le macchine da corsa sono delicatissime a quella velocità, e basta un urto contro una persona a metterle fuori uso. Venne deciso a malincuore che sarebbe stato impossibile tenere il Gran Premio all’Albert Park, e si stabilì che la corsa avrebbe avuto luogo sulla pista di Tooradin.
In questo modo la gara divenne una gara per corridori soli; data la scarsità dei mezzi di trasporto, c’era da prevedere che pochissimi spettatori soltanto si sarebbero spostati di quaranta miglia dalla città per assistervi. Le iscrizioni incontrarono invece, contro ogni previsione, un successo enorme. Pareva che tutti i proprietari di una macchina veloce, vecchia o nuova, del Victoria e del New South Wales, volessero partecipare all’ultimo Gran Premio d’Australia, e le auto iscritte risultarono, in ultima analisi, ben duecentottanta. Sarebbe stato impossibile far correre assieme tante macchine, e nei due fine-settimana precedenti il gran giorno vennero tenute batterie eliminatorie per le varie classi. Queste batterie venivano composte in base a sorteggio, e John Osborne si trovò a competere con una tre litri Maserati pilotata da Jerry Collins, con un paio di Jaguar, con una Thunderbird, con due Bugatti, con tre vecchie Bentley e con uno strano aggeggio composto da uno chassis Lotus e da un reattore Gipsy Queen, un modello con scarsissima visibilità anteriore, costruito e pilotato da un giovane motorista dell’aviazione, Sam Bailey, e ritenuto molto veloce.
Data la distanza dalla città, c’era soltanto pochissima gente lungo le tre miglia della pista. Dwight Towers arrivò con la sua Chevrolet ufficiale, dopo essere passato a prendere prima Moira Davidson e poi Peter e Mary Holmes. Quel giorno si correvano cinque batterie di classe, a partire dalle cilindrate minime, su una distanza di cinquanta miglia. La prima batteria non era ancora terminata, e già gli organizzatori avevano chiamato con urgenza Melbourne perché venissero mandate subito altre due ambulanze, dato che le due già dislocate in precedenza avevano troppo da fare.
Per prima cosa, la pista era bagnata, anche se non pioveva al momento della partenza della prima batteria. Sei Lotus gareggiavano con otto Cooper, e con cinque M.G., una delle quali era pilotata da una ragazza, la signorina Fay Gordon. La pista misurava circa tre miglia. Un lungo rettilineo, a metà del quale si trovavano i posti di rifornimento, portava a una curva a sinistra, molto larga, che costeggiava uno specchio d’acqua, la cosiddetta Curva del Lago. Seguiva la Curva del Forcone, sulla destra, di circa centoventi gradi, piuttosto secca, e veniva, subito dopo, la Forcina, un dietrofront sulla sinistra in cima a una piccola sopraelevazione, in modo che era necessario prima salire e poi scendere. C’era poi un tratto sinuoso e molto veloce che terminava con una secca curva a destra giù per un ripido pendio, il cosiddetto Scivolo. Da lì, una lunga e veloce curva a sinistra riportava sul rettilineo d’arrivo.
Fin dalla partenza della prima batteria apparve evidente che la corsa si sarebbe staccata dagli schemi normali. Le macchine si lanciarono a tutta andatura, tanto da lasciar capire subito che i corridori non avrebbero risparmiato né i motori, né gli avversari, né se stessi. Miracolosamente, tutti riuscirono ad abbordare la prima curva, ma subito dopo ebbero inizio gli incidenti. Una M.G. sbandò alla Curva del Forcone, uscì di strada e si trovò a scarrocciare fra i bassi cespugli del terreno incolto lungo la pista. Il pilota pigiò forte sull’acceleratore e, descrivendo un semicerchio, riportò la macchina in gara. Una Cooper che stava sopraggiungendo sterzò bruscamente per evitare di andare a urtare contro la M.G., slittò sulla strada bagnata e fu speronata da un’altra Cooper che la seguiva. Il primo pilota rimase ucciso sul colpo mentre le due macchine andavano a fracassarsi sui bordi della pista; il secondo pilota, sbalzato fuori del sedile, se la cavò con la frattura di un femore e lesioni interne. Nel corso del secondo giro, quando abbordò la curva, il conducente della M.G. si chiese che cosa diavolo poteva aver provocato tutto quello sconquasso.
Durante il quinto giro, una Lotus superò Fay Gordon in fondo al rettilineo d’arrivo, poi, trenta metri davanti a lei, slittò sulla strada bagnata, alla Curva del Lago. Un’altra Lotus stava superando la ragazza sulla destra; in questo modo, non le rimase altro che sterzare a sinistra. Uscì di pista sui centocinquanta all’ora, attraversò la breve striscia di terra che la separava dal lago nel tentativo di riportarsi a destra e di tornare in strada, sfiorò i cespugli e piombò in acqua. Quando la nuvola di schiuma scomparve, la M.G. giaceva rovesciata a una decina di metri dalla riva, le ruote posteriori che affioravano dall’acqua per una piccolissima parte. Solo dopo una mezz’ora i volonterosi che si erano avventurati a guado riuscirono a recuperare il cadavere.
Nel corso del tredicesimo giro tre macchine si scontrarono allo Scivolo e si incendiarono. Due dei piloti riportarono soltanto ferite di lieve entità, e riuscirono a recuperare il terzo, che aveva tutt’e due le gambe spezzate, prima che il fuoco lo raggiungesse. Su diciannove partecipanti, sette terminarono la prova, e i primi due si qualificarono per il Gran Premio.
Mentre la bandiera a scacchi veniva abbassata per segnalare il vincitore, John Osborne accese una sigaretta. — Una vera corsa alla morte — osservò. La sua batteria sarebbe stata l’ultima di quel giorno.
Peter disse, pensieroso: — Corrono per vincere, questo è certo...
— Ma è naturale — fece lo scienziato. — È così che devono essere le gare. Una volta che si è impegnati, non si ha più niente da perdere.
— Salvo fracassare la Ferrari.
John Osborne annuì. — Sarebbe una cosa che mi spiacerebbe moltissimo, questa.
Cominciò a cadere una pioggia sottile, che bagnò di nuovo la pista. Dwight Towers se ne stava un po’ appartato con Moira. — Salga in macchina — le disse. — Si bagnerà.
Lei non si mosse. — Non possono continuare con questa pioggia, vero? — chiese. — No certo, dopo tutti quegli incidenti.
— Non saprei. Ma credo che continueranno. In ultima analisi, le condizioni sono eguali per tutti. Nulla li costringe ad andare tanto veloci da volare fuori strada. E, se rimandano tutto a una giornata asciutta, in questo periodo dell’anno, può darsi siano costretti ad aspettare più di quanto non sia possibile.
— Ma è spaventoso! — protestò lei. — Nella prima batteria ci sono già stati due morti e sette feriti. Non si può continuare così. Sarebbe come ripetere la storia dei gladiatori romani, o simili.
Lui rimase per qualche istante immobile sotto la pioggia. — Non è precisamente come dice — replicò poi. — Non hanno pubblico. Niente li costringe a fare quello che fanno. — Si guardò attorno. — Se si escludono i corridori e i meccanici, credo che non ci siano nemmeno cinquecento persone. Nessuno ha pagato il biglietto d’ingresso. Lo fanno perché si divertono a farlo, cara.
— Mi rifiuto di crederlo.
Sorrise. — Vada da John Osborne e gli suggerisca di ritirare la sua Ferrari e di tornarsene a casa. — Lei non disse nulla. — Venga in macchina e le offrirò un cognac.
— Due dita soltanto, Dwight. Se devo assistere a questo massacro, voglio esser in pieno possesso di tutti i miei sentimenti.
Nelle due batterie seguenti ci furono nove incidenti, quattro dei quali richiesero l’intervento delle ambulanze, ma un morto soltanto, il guidatore di una Aston Martin che era rimasto coinvolto nello scontro di quattro macchine alla Forcina. La pioggia si era ridotta a un sottile spolverio d’acqua, che non valeva però a placare i bollenti spiriti dei concorrenti. John Osborne aveva lasciato gli amici poco prima dell’ultima corsa, e ora, nel recinto, seduto a bordo della Ferrari, scaldava il motore, circondato dai suoi meccanici. Quando si ritenne soddisfatto, scese a terra e si trattenne a chiacchierare e a fumare con alcuni degli altri concorrenti. Don Harrison, il pilota di una Jaguar, teneva in mano un bicchiere di whisky e accanto a lui, su una cassa rovesciata, c’erano due bottiglie e altri bicchieri; offrì da bere a John, che però rifiutò.
— Non ho portato niente da offrire a voi, vecchie volpi — disse, sorridendo. Anche se aveva probabilmente la più veloce macchina in gara, non poteva certo vantare l’esperienza degli altri corridori. La sua Ferrari recava ancora, sulla coda, le tre strisce bianche che stavano a indicare il corridore principiante; si rendeva perfettamente conto di non accorgersi ancora, per istinto, quando era sul punto di slittare. Una sbandata lo coglieva sempre impreparato, di sorpresa. Non sapeva però che tutti i conducenti si trovavano nelle stesse sue condizioni, con quell’asfalto bagnato; nessuno era abituato a guidare con quelle strade, e la coscienza della propria inesperienza rappresentava per lui una migliore salvaguardia di quello che non fosse per gli altri un’eccessiva fiducia.
Quando i meccanici spinsero in pista la Ferrari, si trovò in seconda fila, dietro la Maserati, le due Jaguar e la Gipsy-Lotus, accanto alla Thunderbird. Si sistemò comodamente sul sedile, fece ruggire il motore al massimo per scaldarlo, affrancò la cintura di sicurezza e accomodò con la massima precisione casco e occhiali. Aveva in testa un pensiero fisso: “Questa è la volta che mi ammazzo”. Meglio così, però, piuttosto che morire, vomitando, in mezzo al sudiciume, di lì a meno di un mese. Meglio guidare come un pazzo e andarsene dal mondo facendo quello che si desiderava fare. Era meraviglioso stringere fra le mani il volante, il rombo dello scappamento sembrava alle sue orecchie una musica deliziosa. Si voltò a sorridere ai suoi meccanici, con sincera soddisfazione, poi fissò gli occhi sul mossiere.
Quando la bandierina si abbassò, fece un’ottima partenza, sopravanzando la Gipsy-Lotus, mentre passava in terza, e staccando la Thunderbird. Abbordò la Curva del Lago alle calcagna delle due Jaguar, ma guidando con precauzione sulla strada bagnata, dato che rimanevano ancora diciassette giri da compiere. Avrebbe giocato le sue carte negli ultimi cinque giri. Continuò a seguire le due Jaguar oltre la Curva del Forcone, oltre la Forcina, e sul rettilineo di ritorno premette il piede sull’acceleratore. Ma non abbastanza, a quanto pareva, perché, con un ruggito, la Gipsy-Lotus lo superò sulla destra, innaffiandolo d’acqua; quel Sam Bailey guidava davvero come un pazzo.
Rallentò un po’ mentre si ripuliva gli occhiali e si accodò. La Gipsy-Lotus ondeggiava paurosamente da un lato all’altro della strada, dominata soltanto dall’ammirevole rapidità di riflessi del suo guidatore. John Osborne avvertì una sensazione di sciagura imminente; meglio seguire per un po’ a distanza di sicurezza e stare a vedere che cosa sarebbe successo. Diede un rapido sguardo allo specchio retrovisore: la Thunderbird era distaccata di una cinquantina di metri, e la Maserati la stava sopravanzando. Avrebbe avuto il tempo di prendersela calma giù per lo Scivolo, ma poi sarebbe stato opportuno per lui schiacciare l’acceleratore.
Entrando in rettilineo al termine del primo giro vide che la Gipsy-Lotus aveva raggiunto una delle Jaguar. Passò a oltre duecento davanti agli stalli, accodandosi alla seconda Jaguar; ora che un’altra macchina lo divideva dalla Gipsy-Lotus si sentiva più sicuro. Un’occhiata allo specchio mentre frenava prima della Curva del Lago gli mostrò che aveva distanziato i due che lo seguivano; se gli era riuscito di fare questo, avrebbe potuto conservare ancora la quarta posizione per un paio di giri, abbordando le curve con prudenza.
Continuò così fino al sesto giro. Intanto la Gipsy-Lotus aveva preso la testa e le prime quattro macchine avevano doppiato una delle Bentley. Mentre accelerava in fondo allo Scivolo, guardò nello specchio e intravide confusamente alla curva quello che gli parve il più colossale degli scontri. La Maserati e la Bentley sembravano aggrovigliate in mezzo alla pista, e la Thunderbird stava volando, letteralmente. Ma non poteva indugiare a guardare. Davanti a lui, in testa, la Gipsy-Lotus stava cercando di doppiare una delle Bugatti, sincronizzando le sbandate a oltre duecento all’ora alla manovra per il sorpasso. Le due Jaguar seguivano a distanza di sicurezza.
Quando tornò a imboccare lo Scivolo vide che l’incidente alla curva aveva coinvolto due macchine soltanto: la Thunderbird giaceva rovesciata a una cinquantina di metri dalla pista, mentre la Bentley era ferma, con la coda fracassata, lungo la striscia di asfalto, in mezzo a una enorme pozza di benzina. A quanto pareva, la Maserati era ancora in corsa. Passò oltre e iniziò l’ottavo giro; proprio in quel momento prese a piovere forte. Era ora che incominciasse a schiacciare l’acceleratore.
La stessa cosa dovettero pensare quelli che lo precedevano, perché proprio in quel giro la Gipsy-Lotus fu superata da una delle Jaguar, che sfruttò l’evidente nervosismo di Sam Bailey a una curva, su quella macchina instabile. I due capintesta doppiarono una Bugatti e, subito dopo, una Bentley. La seconda Jaguar si accinse a superarle alla Curva del Forcone, seguita immediatamente da John Osborne. La Bugatti slittò in curva e fu urtata dalla Bentley, che deviò sulla traiettoria della sopravveniente Jaguar; questa fece una duplice capriola e finì sul bordo della strada, senza il pilota; John Osborne non ebbe il tempo né di frenare né di sterzare: la Ferrari andò a urtare contro la Bugatti sui centoventi e finì per fermarsi, con una ruota anteriore storta.
John Osborne era intontito, ma illeso. Don Harrison, il pilota della Jaguar che gli aveva offerto un bicchiere prima della partenza, giaceva, moribondo, fra i cespugli: era stato sbalzato fuori dalla macchina e investito in pieno dalla Bentley. Lo scienziato esitò un momento, ma si era già radunata gente sul punto del disastro; provò allora la Ferrari. Il motore ruggì e la macchina si mosse in avanti, ma la ruota danneggiata urtava contro il telaio. La corsa era finita per lui, addio Gran Premio! Con il cuore stretto, aspettò che la Gipsy-Lotus passasse, poi attraversò la pista per vedere se poteva fare qualcosa per il pilota moribondo. Mentre se ne stava là, impotente, la Gipsy-Lotus passò ancora.
Rimase per alcuni secondi immobile sotto la pioggia scrosciante prima di accorgersi di non aver visto altre macchine fra i due passaggi della Gipsy-Lotus. E, non appena se ne rese conto, tornò di corsa alla Ferrari. Se infatti una sola macchina era rimasta in gara, lui aveva ancora la possibilità di qualificarsi per il Gran Premio; se fosse riuscito a raggiungere gli stalli, poteva ancora cambiare la ruota e piazzarsi al secondo posto. Procedette lentamente, lavorando a fatica sul volante, mentre la pioggia gli gocciolava giù per il collo e la Gipsy-Lotus lo doppiava una terza volta. La gomma cedette allo Scivolo, dove sei macchine sembravano essersi ammucchiate l’una sull’altra, e lui continuò sul cerchione e raggiunse gli stalli mentre la Lotus lo superava una volta ancora.
Il cambio della ruota da parte dei meccanici richiese una trentina di secondi, e un rapido esame mostrò che i danni si limitavano a qualche ammaccatura alla carrozzeria. Tornò a partire con diversi giri di ritardo, mentre anche una Bugatti si disimpegnava dal caos dello Scivolo e riprendeva la gara. Ma non rappresentava certo una minaccia, quella macchina, e John Osborne continuò ad andatura ridotta per andare a occupare il secondo posto e qualificarsi così per il Gran Premio. Degli undici partenti di quella batteria, otto erano stati costretti al ritiro e tre piloti erano morti.
Portò la Ferrari nel recinto e spense il motore, mentre meccanici e amici lo circondavano per congratularsi con lui. Ma li sentiva appena; ora che la tensione nervosa era finita, le mani gli tremavano forte. Un solo pensiero lo ossessionava: riportare la Ferrari a Melbourne e smontare tutto il treno anteriore; lo sterzo infatti non funzionava bene, anche se era riuscito a terminare la corsa. Doveva esserci qualcosa di allentato o di rotto; la macchina aveva avuto la tendenza a sbandare forte a sinistra negli ultimi giri.
Oltre gli amici che gli si stringevano attorno, vide, vicino al punto dove Don Harrison aveva parcheggiato la sua Jaguar, i bicchieri e le due bottiglie di whisky. — Dio — disse, senza rivolgersi a qualcuno in particolare — ora sì che berrò qualcosa con Don. — Mise piede a terra e si diresse con passo incerto verso la cassa; una delle bottiglie era ancora quasi piena. Si servì abbondantemente, aggiungendo pochissima acqua, poi vide Sam Bailey fermo accanto alla Gipsy-Lotus. Riempì un altro bicchiere e lo portò al vincitore, facendosi strada fra la gente. — Ho bevuto alla salute di Don — disse. — Sarà opportuno che lo faccia anche lei.
Il giovane annuì, prese il bicchiere e lo vuotò in un fiato. — Come ha fatto a cavarsela? — chiese. — Ho visto che ha avuto un incidente.
— Mi sono fermato per cambiare una ruota — rispose lo scienziato. — La mia macchina sbanda adesso come un maiale ubriaco. Come una maledetta Gipsy-Lotus.
— La mia Gipsy tiene la strada meravigliosamente — fece l’altro, con noncuranza. — Ha il solo guaio di ballare un poco. Torna in città in macchina?
— Se riesco a farcela.
— Al suo posto, prenderei il carro attrezzi di Don. Lui non ne avrà più bisogno, certo.
Lo scienziato lo guardò fissamente. — È un’idea... — Il pilota morto aveva portato fino alla pista la Jaguar con un vecchio camion per evitare qualsiasi eventuale incidente per strada. E ora il camion era in un angolo del recinto, abbandonato a se stesso.
— Al suo posto mi sbrigherei, prima che qualcun altro se lo prenda.
John Osborne buttò giù il whisky, tornò di corsa accanto alla sua macchina e, con la nuova idea, suscitò l’entusiasmo dei suoi meccanici. Con l’aiuto di volonterosi, spinsero la Ferrari su per gli scivoli di ferro fino al cassone dell’autocarro e la legarono saldamente. Poi si guardarono attorno, incerti. Un agente passò lì accanto e John Osborne lo fermò. — Qualcuno dei meccanici di Don Harrison è qui attorno?
— Credo che siano tutti sul punto dell’incidente. So per certo che sua moglie è là.
Non ci avrebbe pensato due volte a portarsi via la Ferrari a quel modo, perché Don non avrebbe più avuto bisogno dell’autocarro, e non ne avrebbe più avuto bisogno la sua Jaguar. Ma la sciare i suoi meccanici e sua moglie senza un mezzo che li riportasse in città era un’altra faccenda.
Uscì dal recinto e si diresse a piedi verso la Curva del Forcone, assieme a Eddie Brook, uno dei suoi meccanici. Vide un gruppetto fermo sotto la pioggia accanto alle carcasse delle macchine, e in questo gruppetto c’era una donna. Sua intenzione era stata quella di parlare con i meccanici di Don, ma, come notò che la moglie aveva gli occhi asciutti, mutò parere e si rivolse direttamente a lei.
— Ero il concorrente della Ferrari — disse. — Sono veramente addolorato di quanto è accaduto, signora Harrison.
Lei piegò un po’ la testa: — Quando li ha urtati, tutto era già finito — disse. — Non c’entra niente in questa faccenda, lei.
— Lo so. Ma sono veramente addolorato.
— Oh, non ne ha affatto motivo — rispose lei, adagio. — Se n’è andato proprio come desiderava di andarsene. Niente malattia e tutto il resto. Forse, se non avesse bevuto quel whisky... non so. Ma se n’è andato come desiderava andarsene. Era suo amico?
— Lo conoscevo appena. Mi aveva offerto un bicchiere prima della corsa, ma l’ho rifiutato. L’ho bevuto adesso invece.
— Davvero? Bene, buon pro’ vi faccia. È proprio così che sarebbe piaciuto a Don. C’è ancora un po’ di whisky?
Esitò. — Ce n’era, quando mi sono allontanato dal recinto. Ne ha bevuto Sam Bailey e ne ho bevuto io. Può darsi che i ragazzi abbiano scolato le bottiglie.
Lo guardò: — Che cosa vuole, allora? La sua macchina? Dicono che è inutilizzabile ormai.
Diede un’occhiata alla sconquassata Jaguar. — Non direi. Ma volevo semplicemente caricare la mia macchina sul suo carro attrezzi e riportarla in città. C’è un guasto allo sterzo, ma riuscirò certo a ripararlo per il Gran Premio.
— Si è qualificato, allora? Bene, è di Don, quel camion, ma lui sarà più contento a vederlo trasportare una macchina che non una carcassa. Va bene, amico, lo prenda pure.
Egli fu colto un po’ di sorpresa. — Dove posso farglielo riavere?
— Oh, io non l’adoprerò più, certo. Può tenerselo.
Pensò per un momento di offrirle del denaro, ma si affrettò a respingere una idea del genere; ormai il denaro non serviva più. — Molto gentile da parte sua — disse. — Sarà della massima utilità per me potermi servire di quel carro attrezzi.
— Benissimo. Insista e cerchi di vincere il Gran Premio. E, se ha bisogno di qualche parte di quella — indicò la carcassa della Jaguar — se la prenda pure.
— E come farà a tornare in città? — le chiese.
— Io? Aspetterò di andarci in ambulanza, con Don. Ma dicono che prima ci sono molti altri feriti da trasportare all’ospedale, e così, probabilmente, riusciremo a partire solo verso la mezzanotte.
Sembrava che lui non potesse fare un granché d’altro per lei. — Posso riportare qualcuno dei meccanici?
Lei annuì e si rivolse a un uomo grasso, mezzo calvo, sulla cinquantina, il quale ordinò a due individui molto più giovani di tornare con Osborne. — Alfie resterà qui con me fino a quando tutto non sarà finito — disse la signora Harrison, con voce atona. — Lei vada pure, signore, e cerchi di vincere il Gran Premio.
Lui si scostò di qualche passo e parlò a Eddie Brooks, fermo sotto la pioggia. — I pneumatici sono della stessa misura dei nostri. Le ruote sono diverse, ma se preleviamo anche i mozzi... Poi c’è la Maserati che si è rovesciata allo Scivolo. Potremmo dare un’occhiata anche a quella. Credo che molti dei pezzi del treno anteriore potrebbero riuscirci utili...
Raggiunsero a piedi l’autocarro di cui erano diventati così inaspettatamente i proprietari, lo trasferirono, nella penombra, alla Curva del Forcone e iniziarono il piuttosto macabro compito di togliere dalle carcasse delle macchine ormai fuori uso quanto sarebbe potuto servire per la Ferrari. Era ormai notte quando ebbero terminato e si avviarono alla volta di Melbourne, sotto la pioggia.
8
Nel giardino di Mary Holmes i primi narcisi sbocciarono il primo agosto, il giorno in cui la radio annunciò, con studiata obiettività, che casi di malattia da radiazioni si erano verificati ad Adelaide e a Sidney. La notizia non la turbò particolarmente; tutte le notizie erano cattive ormai, e chi aveva la testa sulle spalle non vi badava. L’importante era che fosse una giornata piena di sole; i suoi primi narcisi erano fioriti, e quelli selvatici stavano già mostrando alcuni boccioli. — Sarà uno spettacolo meraviglioso — disse, felice, a Peter. — Sono molti, moltissimi. Credi che qualche bulbo possa aver dato due germogli?
— Non lo credo affatto. Penso che una cosa del genere sia impossibile. Si dividono in due e danno origine a un altro bulbo, o simili.
Lei annuì. — Dovremo levarli dalla terra, quest’autunno, quando i germogli saranno sfioriti, e separarli. Così ne avremo tanti e tanti di più, e li metteremo là. E, fra un paio d’anni, saranno stupendi, credimi. — S’interruppe un momento, pensierosa. — Potremmo metterne da parte qualcuno e piantarlo in casa.
Una cosa soltanto la turbava in quella giornata altrimenti perfetta: Jennifer stava mettendo il primo dente, aveva un po’ di temperatura ed era molto irritabile. Mary aveva un libro, Il primo anno del bambino, dove si diceva che tutto ciò era normale, che non c’era motivo d’impensierirsi, ma lei si sentiva egualmente preoccupata. — Non possono sapere tutto, gli autori di quei libri — disse. — E poi, non tutti i bambini sono eguali. Non dovrebbe continuare a piangere così, non ti pare? Credi che faremmo meglio a chiamare il dottor Halloran?
— Non mi sembra il caso. Ha mangiato di ottimo appetito.
— Ma è calda, povera piccola. — La sollevò dalla culla e le fece appoggiare la testina su una spalla; la bambina, che proprio questo voleva, smise di piangere. A Peter il silenzio fece la precisa impressione di qualcosa di materiale. — Credo che stia benissimo — osservò. — Desiderava soltanto un po’ di compagnia. — Sentiva che non sarebbe più riuscito a farcela, dopo una notte trascorsa con gli occhi sbarrati, con la piccola che continuava a piangere e Mary che si alzava ogni cinque minuti per calmarla. — Stammi a sentire, cara. Mi spiace molto, ma devo proprio andare al Ministero della Marina. Ho un appuntamento nell’ufficio del sottosegretario per le dodici meno un quarto.
— E il dottore allora? A tuo giudizio, sarebbe bene che la vedesse?
— Non mi sembra il caso di chiamarlo. Sul libro c’è scritto che si dimostrerà piuttosto inquieta per un paio di giorni. Bene, potrebbe continuare così per altre trentasei ore. — Purtroppo, pensò fra sé.
— Potrebbe trattarsi di qualcos’altro... potrebbero non essere i denti. Potrebbe essere cancro, o qualcosa di simile. Dopo tutto, non può dirci dove le fa male.
— Lascia tutto in sospeso fino a quando non torno. Dovrei essere di nuovo qui per le quattro o le cinque al massimo. Vedremo come starà allora.
— Va bene — mormorò lei, riluttante.
Prese le latte della benzina e le sistemò in macchina, poi infilò la strada, lieto di andarsene. Non aveva appuntamenti al Ministero della Marina, ma non sarebbe certo stato sbagliato di andarci, ammesso che fosse riuscito a trovare qualcuno in ufficio. Lo Scorpion, terminati i lavori in bacino, era di nuovo ormeggiato accanto alla portaerei, in attesa di ordini che forse non sarebbero arrivati mai; avrebbe potuto spingersi fin là e, nella peggiore delle ipotesi, riempire il serbatoio e le latte.
In quella splendida mattina non c’era nessuno negli uffici del sottosegretariato della Marina, salvo una segretaria, occhialuta, molto compresa dalle proprie mansioni e coscienziosissima. Gli disse che aspettava il comandante Mason da un momento all’altro. Peter rispose che forse sarebbe tornato, risalì in macchina e si spinse fino a Williamstown. Andò a fermarsi accanto alla portaerei, salì la passerella, reggendo in mano le latte, e rispose al saluto dell’ufficiale di servizio. — Buongiorno. Il capitano Towers è a bordo?
— Credo che sia sullo Scorpion, signore.
— Avrei bisogno di un po’ di carburante.
— Benissimo, signore. Se vuole lasciarmi qui le latte... Devo far riempire anche il serbatoio?
— Se vuole. — Attraversò la nave, deserta, fredda ed echeggiante e passò sul sottomarino. Mentre metteva piede a bordo, Dwight comparve sul ponte. Peter lo salutò in base ai regolamenti. — Buongiorno, signore — disse. — Sono venuto per vedere se c’è qualcosa da fare e per procurarmi un po’ di benzina.
— Prelevi pure benzina — disse l’americano. — Non ne rimane molta, ormai. Non so davvero come faremo a procurarcene dell’altra. Ha qualche novità da comunicarmi?
Peter scosse la testa. — Sono passato adesso al Ministero della Marina, ma sembra non ci sia nessuno, salvo la segretaria.
— Sono stato più fortunato di lei. Ieri ho trovato un tenente... Era solo di passaggio, naturalmente.
— Ormai c’è poco ancora da aspettare. — Erano appoggiati alla balaustra del ponte, e lui guardò il capitano. — Ha saputo di Adelaide e di Sidney?
Dwight annuì. — Certo. Prima si trattava di mesi, poi di settimane, e adesso ci andiamo riducendo ai giorni. Quanto tempo pensano che si possa durare?
— Non lo so. Volevo mettermi in contatto oggi con John Osborne per conoscere le ultime previsioni.
— Non lo troverà certo in ufficio. Sta lavorando intorno alla sua macchina. La gara è stata davvero emozionante, non le pare?
Peter annuì. — Andrà a vedere la prossima... il Gran Premio? A quanto pare, è l’ultima corsa che mai si terrà a questo mondo. E ciò significa pure qualcosa, vero?
— Bene, non so. Moira non si è divertita troppo, l’ultima volta. Credo che le donne considerino le cose in modo diverso da noi. Prenda il pugilato o la lotta, per esempio. — Una breve pausa. — Ora torna in macchina a Melbourne?
— Tale sarebbe la mia intenzione... se la mia presenza non è necessaria qui, signore.
— Non è affatto necessaria. Non c’è niente da fare qui. Anzi, credo che le chiederò un passaggio fino in città. Il mio autista, Edgar, non si è fatto vedere con la macchina oggi; credo che cominci a essere anche lui a corto di benzina. Se mi aspetta una decina di minuti mentre mi cambio, vengo con lei.
Quaranta minuti dopo stavano discutendo con John Osborne, nella rimessa del cortile. La Ferrari, la parte anteriore sospesa al soffitto da una carrucola, aveva tutto l’avantreno smontato. John, in tuta, stava lavorando con i meccanici; badava tanto alla pulizia che sulle sue mani non c’erano quasi tracce di sudiciume. — È stata una vera fortuna che siamo riusciti a recuperare i pezzi di quella Maserati — disse, con la massima serietà. — Uno dei tiranti si era irrimediabilmente distorto. Ma la forma è la stessa; abbiamo dovuto soltanto faticare un po’ per aggiungere qualche bullone. Non mi sarebbe andata l’idea di correre con il vecchio tirante portato al punto di fusione e raddrizzato. Non si sa mai che cosa possa succedere, dopo una riparazione del genere.
— Credo che non sappia in ogni modo che cosa può succedere in una corsa del genere — osservò Dwight. — Quando sarà il Gran Premio?
— Ho avuto una discussione piuttosto animata a questo proposito. Lo avevano fissato per sabato diciassette agosto, ma temo che sia troppo tardi. Credo che dovrebbero anticiparlo a sabato dieci.
— Ci rimane così poco tempo allora?
— Secondo me, sì. Dopo tutto, si sono già verificati casi indiscutibili a Camberra.
— Non lo sapevo. La radio ha parlato solo di Adelaide e di Sidney.
— La radio è sempre in ritardo di tre giorni. Cercano di non suscitare allarme fino all’ultimo momento. Ma oggi c’è un caso sospetto ad Albury.
— Ad Albury? Il che significa poco più di trecento chilometri a nord.
— Lo so. Per questo credo che sabato diciassette sia troppo tardi.
Peter chiese: — Secondo lei allora, John, per quanto tempo ancora potremo tirare avanti?
Lo scienziato lo guardò. — Io l’ho già, ormai. Ce l’ha lei, ce l’hanno tutti. Quella porta, questa chiave inglese... sono già inquinate di polvere radioattiva. L’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, le foglie d’insalata, perfino le uova al prosciutto... Ci stiamo avvicinando al limite massimo della tolleranza individuale. Chi ha una tolleranza inferiore alla media potrebbe anche manifestare i primi sintomi da qui a quindici giorni. Forse anche prima. — Una breve pausa. — Secondo me, è una pazzia organizzare il Gran Premio, cioè una gara della massima importanza, sabato diciassette. Ci sarà una riunione del Comitato Organizzatore questo pomeriggio, e io parlerò chiaro. Impossibile che la corsa sia regolare se una metà dei concorrenti ha vomito e diarrea. In questo modo, il Gran Premio potrebbe essere vinto da chi offre una maggiore resistenza alla radioattività. E non è precisamente per questo che noi corriamo.
— Non mi è difficile crederlo — convenne Dwight. Li lasciò nella rimessa, perché aveva un appuntamento per pranzo con Moira Davidson. John Osborne invitò l’ufficiale di collegamento a mangiare con lui al Pastoral Club, si ripulì le mani con uno straccio pulito, si tolse la tuta, chiuse la rimessa e si avviò con il suo ospite.
Mentre camminavano, Peter gli chiese: — Come va suo zio?
— Sta dando fondo al porto, con i suoi compagnoni — rispose lo scienziato. — Non sta troppo bene, naturalmente. Ma, con ogni probabilità, lo vedremo; ormai viene quasi tutti i giorni. È un grande vantaggio per lui potersi muovere in macchina.
— E da dove fa saltar fuori la benzina?
— Lo sa Dio. L’esercito, probabilmente. Da dove si fa saltar fuori la benzina, in un momento come questo? — Una breve pausa. — Credo che riuscirà a reggere il colpo, anche se non sarei pronto a scommetterlo. Forse il porto gli permetterà di resistere più a lungo di noi.
— Il porto?
L’altro annuì. — Sembra che l’alcol, in dosi massicce, aumenti la resistenza alla radioattività. Non lo sapeva?
— Vuole dire che, se ci si ubriaca, si resiste più a lungo?
— Di qualche giorno. Con lo zio Douglas, è una vera e propria gara a quello che lo ucciderà per primo. La settimana scorsa era convinto che la palma stesse per spettare al porto, ma ieri, quando l’ho visto, appariva piuttosto in forma.
Entrarono nel club e trovarono sir Douglas Froude seduto nella veranda, perché l’aria era piuttosto fresca. Aveva un bicchiere di sherry sul tavolino vicino, e stava chiacchierando con due vecchi amici. Cercò di alzarsi in piedi quando li vide, ma, su precisa richiesta di John, finì per rinunciare. — Non mi sento più bene come una volta — disse. — Prendete una poltrona e bevete un po’ di questo sherry. Ormai siamo ridotti a una cinquantina di bottiglie di Amontillado. Qualcuno suoni quel campanello.
John Osborne obbedì, poi avvicinarono le poltrone. — Come ti senti oggi?
— Così e così. Il medico aveva probabilmente ragione. Mi ha detto che, se fossi tornato alle mie vecchie abitudini, avrei resistito, come massimo, qualche mese, e, a quanto sembra, non si sbagliava. Ma lui non resisterà molto più a lungo e anche tu, quanto a questo. — Ridacchiò. — Ho sentito che hai vinto quella corsa alla quale hai partecipato.
— Non l’ho vinta, mi sono piazzato secondo. Ma mi sono qualificato comunque per il Gran Premio.
— Bene, cerca di non ammazzarti, anche se non so se importi molto in un momento come questo. Ho sentito dire che è già arrivata a Città del Capo. Credi che sia vero?
Il nipote annuì. — Temo di sì, purtroppo. Già da diversi giorni cominciano a manifestarsi casi di malattia laggiù. Ma siamo ancora in contatto radio.
— Così, sono stati investiti prima di noi?
— Precisamente.
— Il che significa che tutta l’Africa è, o sarà, fuori causa prima che venga la nostra volta?
John Osborne sorrise. — Ha tutta l’aria di essere così. A quanto pare, l’Africa sarà fuori causa entro una settimana o poco più. — Una pausa. — Dai dati in nostro possesso, sembra che il ritmo di diffusione si sia accelerato. È un po’ difficile averne la certezza perché, quando più della metà degli abitanti di un centro è morta, le comunicazioni, di norma, si interrompono, e noi non possiamo più sapere che cosa succede. Vengono a cessare anche i servizi e i rifornimenti alimentari. E la metà superstite scompare, a quanto sembra, molto rapidamente... Ma, ripeto, non sappiamo con precisione che cosa succeda alla fine.
— Meglio così, credo — proclamò energicamente il generale. — Lo sapremo abbastanza presto, comunque. — Una pausa. — Allora l’Africa è scomparsa. Ho passato dei simpatici momenti laggiù, all’epoca della Prima guerra mondiale, quando ero ancora ufficiale subalterno. Ma non mi è mai piaciuta quella rigida divisione razziale... Questo significa che noi ce ne andremo per ultimi?
— Non precisamente — rispose il nipote. — Saremo l’ultima metropoli, questo sì. Si sono già verificati casi a Buenos Aires e a Montevideo, e un paio anche ad Auckland. Può darsi che la Tasmania e la South Island della Nuova Zelanda resistano una quindicina di giorni più di noi. Gli ultimi a morire saranno gli indiani della Terra del Fuego.
— E l’Antartico?
Lo scienziato scosse la testa. — Nessuno abita là, per quello che ne sappiamo. — Sorrise. — Naturalmente, questo non segnerà la fine della vita sulla terra. Non devi nemmeno pensarlo. Ci sarà vita, qui a Melbourne, quando noi ce ne saremo andati da un pezzo.
Lo guardarono con aria interrogativa. — Quale vita? — chiese Peter.
Il suo sorriso si fece più largo. — I conigli. Sono gli animali più resistenti che si conoscano.
Il generale si drizzò sulla poltrona, il viso atteggiato a un’espressione di collera profonda. — Vuoi forse dire che i conigli vivranno più a lungo di noi? Che saranno vivi e vegeti quando noi saremo tutti morti?
John Osborne annuì. — I cani ci sopravvivranno. I topi resisteranno ancora più a lungo, anche se non quanto i conigli. Per quello che ne sappiamo, sarà il coniglio ad avere la meglio su tutti gli altri, a morire per ultimo. Ma finiranno per morire anche loro, certo. Per la fine del prossimo anno non rimarrà più nulla di vivo qui.
Il generale tornò ad abbandonarsi sulla poltrona. — Il coniglio! Dopo tutto quello che abbiamo fatto, dopo tutto quello che abbiamo speso per combatterlo... Sapere che, in ultima analisi, il vincitore sarà lui. — Si rivolse a Peter. — Prema quel pulsante, lì, accanto a lei. Ho bisogno di un cognac, prima di mettermi a tavola. Anzi, sarà bene che prendiamo tutti un cognac.
Al ristorante, Moira e Dwight presero posto a un tavolo d’angolo e ordinarono il pranzo. Poi la ragazza chiese: — Che cosa la turba, Dwight?
Lui incominciò a giocherellare con una forchetta. — Oh, non è niente.
— Avanti, me lo dica.
Sollevò la testa. — Ho un’altra unità ai miei ordini: l’U.S.S. Swordfish a Montevideo. La situazione si sta facendo brutta laggiù. Tre giorni fa ho radiotelegrafato al capitano per chiedergli se giudicava opportuno salpare e trasferire qui la sua nave.
— E che cosa ha risposto?
— Ha risposto negativamente. L’equipaggio aveva quelle che ha definito “amicizie a terra”. Ragazze, in sostanza, come capita sullo Scorpion, tale e quale. Ha detto che avrebbe cercato di venire se ci fosse stata una necessità imperativa, ma che avrebbe dovuto rinunciare a una metà almeno dei suoi uomini. E intraprendere un viaggio in quelle condizioni sarebbe stato impossibile. Non sarebbe stato in grado di governare la sua unità.
— Gli ha detto di rimanere dov’è?
Esitò. — Sì — rispose alla fine. — Gli ho ordinato di portare lo Swordfish oltre il limite delle dodici miglia e di affondarlo in alto mare, in acque profonde. — Fissò gli occhi sulle punte della forchetta. — Non so se ho fatto bene o meno. Credo però di aver interpretato il desiderio del Ministero della Marina: non lasciare una nave come quella, piena di attrezzature segrete, abbandonata in un altro Paese. Anche se presto non ci sarà più nessuno. — La guardò. — Così, ora la Marina Americana si è ancora ridotta di numero. Da due unità siamo passati a una.
Rimasero in silenzio per qualche minuto. — E farà lo stesso con lo Scorpion? — lei gli domandò poi.
— Credo di sì. Mi sarebbe piaciuto riportarlo negli Stati Uniti, ma non credo sia possibile. Troppe “amicizie a terra”, per usare l’espressione del mio collega.
Venne servito il pranzo. — Dwight — disse lei, quando il cameriere si fu allontanato — ho un’idea.
— Cioè?
— Hanno anticipato l’apertura della stagione delle trote a sabato di questa settimana. Chissà se le piacerebbe portarmi in montagna per un week-end. — Gli sorrise debolmente. — Per pescare... per pescare soltanto. Non per altro. È molto bello nei dintorni di Jamieson.
Esitò un momento. — È proprio il giorno in cui John Osborne spera si possa correre il Gran Premio.
Lei annuì. — Lo immaginavo. E desidera assistervi?
Scosse la testa. — E lei?
— No. Non ho nessuna voglia di vedere altra gente che si ammazza. Avremo tempo di vederne abbastanza fra un paio di settimane.
— Sono anch’io dello stesso parere. Non ho voglia di vedere quella corsa, e magari di vedere John Osborne che si uccide. Preferisco andare a pescare. — La guardò dritta negli occhi. — C’è una cosa, però. Mi rifiuto di venire se lei finirà per sentirsi offesa.
— Non mi sentirò affatto offesa. Non nel senso che intende lei.
Diede un’occhiata alla sala del ristorante, molto affollato. — Devo tornare a casa presto — disse lui. — Sono rimasto assente per molto tempo, ma ormai è quasi finita. Sa anche lei come stanno le cose. C’è a casa una moglie che amo, e sono sempre stato leale con lei in questi due anni di lontananza. Non vorrei rovinare tutto adesso, negli ultimi giorni.
— Lo so — rispose lei. — L’ho sempre saputo. Mi ha fatto molto bene, Dwight. Ignoro che cosa sarebbe successo se non l’avessi conosciuta. Ma, quando si è affamati e non si ha pane, anche poche briciole possono essere sufficienti.
Corrugò la fronte. — Non capisco.
— Non importa. Non ho nessuna intenzione di iniziare una sudicia relazione amorosa quando, fra una settimana o dieci giorni, dovrò morire. Ho anch’io il mio orgoglio... adesso almeno.
Le sorrise. — Potremmo provare la canna di Junior...
— Immaginavo che lo avrebbe desiderato. Potrei portare una piccola canna da mosche, ma non valgo un granché per ciò che riguarda la pesca.
— Ha mosche?
— Non lo so. Mi guarderò intorno e vedrò a casa che cosa posso trovare.
— Andremo in macchina, vero? E dovremo fare molta strada?
— Credo che avremo bisogno di benzina per ottocento chilometri circa. Ma non deve preoccuparsi per questo. Ho chiesto a papà se posso prendere la Customline. L’ha rimessa in efficienza, e si è procurato quasi un centinaio di galloni di benzina, che tiene nascosti in granaio, sotto la paglia.
Tornò a sorridere. — Pensa a tutto, lei. E dove ci fermeremo?
— All’albergo, immagino. Ce n’è uno soltanto, molto piccolo, ma credo sia la soluzione migliore. Potrei farmi dare le chiavi di qualche villa, ma risulterebbe certo disabitata da due anni almeno, e dovremmo passare tutto il nostro tempo a riordinarla. Telefonerò e fisserò i posti all’albergo. Due stanze.
— Va bene. Dovrò cercare il marinaio scelto Edgar e vedere se posso servirmi della macchina senza portarmelo appresso. Non sono sicuro di essere autorizzato a guidare da solo.
— La cosa non è poi tanto importante, non le pare? Voglio dire, può prendersi tranquillamente la sua auto e andarsene dove vuole.
Scosse la testa. — Non mi piacerebbe fare una cosa del genere.
— Ma perché no, Dwight? E poi, non importa, perché possiamo prendere la Customline. Ma, se la macchina è stata messa a sua disposizione, può servirsene come meglio crede, certo. Saremo tutti morti fra un paio di settimane. E allora più nessuno adopererà quella macchina.
— Lo so... Ma mi va di fare tutto come si deve, fino alla fine. Se c’è un ordine, bisogna obbedire. Sono stato abituato così, e non cambierò certo ora. Se è contrario ai regolamenti che un ufficiale si serva di una macchina di servizio per andare a passare un fine-settimana in montagna con la sua ragazza, non sarò certo io a mettermi contro i regolamenti. Non ci sarà mai una sola goccia di alcol a bordo dello Scorpion, nemmeno negli ultimi cinque minuti. — Sorrise. — E, così stando le cose, mi permetta di offrirle un altro bicchierino.
— Capisco che dovremo finire per prendere la Customline. È un tipo molto difficile, e sono contenta di non essere uno degli uomini che prestano servizio ai suoi ordini. No, niente bicchierino, Dwight, grazie. Oggi nel pomeriggio ho il mio primo esame.
— Il suo primo esame?
Annuì. — Devo cercare di scrivere sotto dettatura alla velocità di cinquanta parole al minuto. Bisogna riuscire a trascrivere e a battere a macchina con un massimo di tre errori nella stenografia e tre nella dattilografia. Una prova molto difficile.
— Lo credo bene. Presto sarà una segretaria meravigliosa.
Abbozzò un sorriso. — A cinquanta parole al minuto, no certo. Per essere appena presi in considerazione, occorre, arrivare alle centoventi. — Drizzò la testa. — Mi piacerebbe venirla a trovare in America un giorno. Voglio conoscere Sharon... se anche lei vuole conoscere me, bene inteso.
— Certo che vorrà conoscerla. Anzi, sono sicuro che le è già molto riconoscente.
Un altro sorriso tornò a sfiorarle le labbra. — Non lo so. Le donne sono molto strane per quello che riguarda gli uomini... Se mai venissi a Mystic, c’è una scuola di stenografia dove potrei finire il mio corso?
Rimase per qualche istante pensieroso. — A Mystic, no. Ma ci sono molte e ottime scuole commerciali a New London, a meno di venticinque chilometri di distanza.
— Verrò soltanto per un pomeriggio — mormorò lei. — Voglio vedere Helen che gioca con il bastone a molla. Ma poi credo che farò meglio a tornarmene qui.
— In questo caso, Sharon resterebbe molto delusa. Sarebbe ben lieta di averla come ospite.
— È una sua idea, questa. Non sarà molto facile convincermi su tale punto.
— Credo che, allora, tutto sarà molto diverso.
Annuì, adagio. — Forse. Piace anche a me pensare così. Comunque, lo sapremo abbastanza presto. — Diede un’occhiata all’orologio da polso. — Ma adesso devo andare, Dwight, o arriverò tardi all’esame. — Prese guanti e borsetta. — Senta, dirò a papà che sarà meglio se prendiamo la Customline con una trentina di galloni di benzina.
Esitò. — Mi informerò per ciò che riguarda la mia macchina. Non mi va l’idea di privare vostro padre dell’auto per tanto tempo e di consumargli tutta quella benzina.
— Oh, lui non l’adopererà, certo. Sono quindici giorni che l’ha rimessa in efficienza, e se n’è servito soltanto un paio di volte. Deve sbrigare un mucchio di cose alla fattoria, mentre c’è ancora tempo.
— A che cosa sta lavorando adesso?
— Alla palizzata lungo il bosco. Sta scavando le buche per i nuovi pali, e, dato che il tratto è molto lungo, saranno necessarie almeno un centinaio di buche.
— Non c’è molto da fare attualmente a Williamstown. Potrei venire ad aiutarlo, se vuole.
Ella annuì. — Glielo dirò. Posso telefonarle stasera, verso le otto?
— D’accordo. — L’accompagnò alla porta. — E molti auguri per l’esame.
Non aveva impegni per il pomeriggio. Quando lei si fu congedata, rimase fermo davanti alla porta, senza sapere assolutamente che cosa fare. L’inattività rappresentava per lui qualcosa di insolito, di sconcertante. A Williamstown la sua presenza era inutile; la portaerei era deserta, e tutte le navi, all’infuori della sua, erano deserte. Anche se non aveva ricevuto ordini, sapeva che non sarebbe mai partito per una nuova crociera; per prima cosa, ora che erano fuori discussione il Sud America e il Sud Africa, non avrebbe avuto dove andare, a meno che non si trattasse della Nuova Zelanda. Aveva lasciato in licenza a terra metà dell’equipaggio, a turni alternati di una settimana; e dell’altra metà teneva a bordo soltanto dieci uomini per i lavori di manutenzione e di pulizia del sottomarino, e autorizzava gli altri a restarsene in libera uscita. Ormai non aveva più pratiche da sbrigare; una volta alla settimana, per semplice formalità, firmava un ordine di prelievo dai magazzini, anche se i generi di cui avevano bisogno venivano forniti dai magazzini stessi con un sovrano disprezzo per i documenti ufficiali. Non voleva ammetterlo, ma sapeva che la sua nave non era più in attività di servizio, proprio come lui. E non aveva nulla che sostituisse il suo lavoro.
Pensò di andare al Pastoral Club, ma rinunciò subito all’idea; non avrebbe trovato niente da fare là. Si voltò e si avviò verso il quartiere industriale, dove avrebbe trovato John Osborne indaffarato intorno alla sua macchina; forse là avrebbe scovato qualche lavoro che poteva interessarlo. Doveva tornare a Williamstown in tempo per ricevere la telefonata di Moira alle otto; era questa l’unica cosa da fare che avesse per il momento. L’indomani sarebbe andato a dare una mano al signor Davidson per la palizzata, e l’idea di questa occupazione gli appariva semplicemente deliziosa.
Mentre attraversava la città, entrò in un negozio di articoli sportivi e chiese se avevano mosche o esche. — Mi spiace, signore — rispose l’uomo dietro al banco, — ma non ci resta più una sola esca o una sola mosca. Ci rimangono ancora pochi ami soltanto. Abbiamo venduto tutto in questi ultimi giorni, con l’anticipo dell’apertura della stagione, e non possiamo neppure contare su nuovi arrivi. Molto soddisfacente, come ho fatto notare a mia moglie. Ridurre al minimo il magazzino prima di chiudere: è così che piace agli amministratori, anche se credo che ormai la cosa non li interessi eccessivamente. È una situazione piuttosto strana.
Attraversò a piedi la città. Nella zona dei prodotti meccanici, c’erano ancora macchine nelle vetrine, c’erano ancora aratrici, ma le vetrine erano sudicie, i negozi chiusi, gli esemplari esposti mezzo sepolti dalla polvere e dalla sporcizia. Le strade apparivano coperte da pezzi di carta e rifiuti vari; evidentemente da molti giorni ormai gli spazzini avevano smesso di lavorare. I tram funzionavano ancora, ma la città si stava facendo sempre più sporca e cominciava a puzzare; agli occhi dell’americano, appariva come una città orientale ancora molto arretrata. Pioveva un poco, e il cielo era grigio; in un paio di punti, gli scarichi dei tombini erano ostruiti, ed enormi pozzanghere si allargavano sulla strada.
Raggiunse il cortile e aprì la porta della rimessa. John Osborne stava lavorando con due meccanici, e Peter Holmes, senza la giacca dell’uniforme, era intento a lavare chissà quali pezzi della Ferrari in un bagno di petrolio, più prezioso ancora, in quel momento, del mercurio. In quel locale c’era un’allegra atmosfera di attività che gli riscaldò il cuore.
— Immaginavo che sarebbe venuto — disse lo scienziato. — Cerca una occupazione?
— Certo — rispose Dwight. — Non posso sopportare di girare per la città. Ha qualcosa da darmi da fare?
— Sì. Aiuti Bill Adam a montare nuove gomme su tutte le ruote che riesce a trovare. — Indicò un mucchio di gomme da corsa nuove di zecca: sembrava che dappertutto ci fossero ruote cromate.
Dwight si affrettò a togliersi la giacca. — Ha qui una bella quantità di ruote.
— Undici, se non mi sbaglio. Abbiamo recuperato quelle della Maserati, che sono eguali alle nostre. Voglio una gomma nuova su ogni ruota che abbiamo. Bill lavora per la Goodyear e sa come cavarsela, ma ha bisogno di qualcuno che lo aiuti.
Mentre si arrotolava le maniche, l’americano si rivolse a Peter. — Ha messo a lavorare anche lei?
L’ufficiale annuì. — Ma presto dovrò andarmene. Jennifer sta mettendo i denti, e da due giorni non fa che piangere. Ho detto a Mary che mi spiaceva moltissimo di dovermi trovare a bordo oggi, ma che sarei stato di ritorno prima delle cinque.
Dwight sorrise. — E così l’ha lasciata a sbrigarsela con la piccola.
— Già, le ho comprato un erpice da giardino e acqua di aneto, ma devo essere di ritorno per le cinque.
Se ne andò una mezz’ora dopo, salì in macchina e prese la strada che portava a Falmouth. Arrivò a casa all’ora indicata, e trovò Mary in anticamera e tutto meravigliosamente tranquillo. — Come sta Jennifer? — chiese.
Lei si portò un dito alle labbra. — Dorme — bisbigliò. — È crollata dopo pranzo, e non si è ancora risvegliata.
Mentre lui si dirigeva verso la camera da letto, Mary lo seguì e aggiunse, sempre in un sussurro: — Non svegliarla.
— Oh, non ci penso nemmeno — rispose, sullo stesso tono. Indugiò un istante a guardare la piccola che dormiva tranquillamente. — Credo proprio che non abbia il cancro — osservò.
Tornarono in anticamera, dopo essersi chiusi adagio la porta alle spalle, e lui le diede i propri regali. — Ero già riuscita a procurarmi acqua di aneto — disse Mary. — Ne avevo trovata quanta ne volevo, e ormai Jennifer non ne ha più bisogno. Sei in ritardo di almeno tre mesi, tu. L’erpice è molto bello. Mi sarà utilissimo per togliere le foglie e le erbacce dal prato. Ieri sera avevo cominciato a raccoglierle a mano, ma è una cosa che spezza la schiena.
Dopo che ebbero bevuto gli aperitivi, lei chiese: — Ora che sei riuscito a procurarti benzina, Peter, non potremmo comprarci una falciatrice meccanica?
— Costano un bel mucchio di soldi — obiettò, quasi automaticamente.
— Il particolare non è molto importante, oggi come oggi, non ti pare? E, con l’approssimarsi dell’estate, ci sarebbe della massima utilità. So che non abbiamo molto prato da tenere in ordine, ma con la falciatrice a mano è un lavoro terribilmente faticoso, e può darsi che tu debba ancora spingerti in mare. Se avessimo una piccola falciatrice meccanica, potrei sbrigarmela da sola. Ne basterebbe anche una elettrica. Dorys Haynes ne ha una elettrica che non le ha mai dato il minimo fastidio.
— I fili si sono tagliati almeno tre volte, e ogni volta Dorys ha corso il rischio di rimanere fulminata.
— Oh, basta fare un po’ di attenzione. Credo che sarebbe bellissimo averla.
Mary viveva in un mondo irreale di sogno, o forse non ammetteva la realtà: Peter non avrebbe saputo affermarlo con sicurezza. In ogni caso, gli piaceva così com’era. Probabilmente, la falciatrice meccanica non sarebbe mai servita, ma comunque sua moglie sarebbe stata felice di possederla. — Vedrò se riesco a trovarne una la prossima volta che vado in città — disse. — Ci sono in vendita molte falciatrici a benzina, questo lo so, mentre non sono affatto sicuro per ciò che riguarda quelle elettriche. — Rimase per un momento pensieroso. — Temo che non sia più possibile trovarne di elettriche. Le avranno comperate tutte quando la benzina ha cominciato a scarseggiare.
— Andrebbe bene anche un motore di potenza ridotta, Peter. Basterebbe che tu mi insegnassi come si fa a metterlo in moto.
Annuì. — Oh, è facilissimo adoperarli.
— E c’è un’altra cosa che mi piacerebbe avere: una panchina per il giardino. Una di quelle che puoi lasciare fuori tutto l’inverno per poi servirtene in una bella giornata. Pensavo che sarebbe stato molto bello avere una panchina in quell’angolo riparato, vicino ai sempreverdi. Ci riuscirebbe della massima comodità, l’estate ventura. E forse potremmo sfruttarla tutto l’inverno, anche.
Annuì. — Non è una brutta idea. — Non avrebbero certo potuto adoperarla, l’estate seguente, ma era meglio lasciar perdere. Il trasporto avrebbe presentato non poche difficoltà; con la Morris Minor, sarebbe riuscito a trasportare una panchina solo sistemandola sul tetto, e in questo modo, se l’imballo non era perfetto, avrebbe corso il rischio di rovinare la vernice. — Prima prenderemo la falciatrice meccanica, e poi vedremo a che punto è il conto corrente in banca.
L’accompagnò in macchina a Melbourne, l’indomani, a cercare una falciatrice meccanica; portarono anche Jennifer, sistemandola con la sua culla sul sedile posteriore. Da molte settimane ormai Mary non veniva più in città, e quello che vide la lasciò sbalordita e perplessa. — Peter — disse — che cosa significa tutto questo? C’è dappertutto sudiciume, c’è dappertutto una puzza orribile.
— Credo che gli spazzini abbiano smesso di lavorare — osservò.
— Ma perché dovrebbero averlo fatto? Perché non lavorano? C’è per caso uno sciopero?
— Ogni forma di attività si va estinguendo. Dopo tutto, nemmeno io lavoro.
— Ma il tuo caso è diverso. Tu sei nella Marina. — Lui scoppiò in una risata. — No, voglio dire che tu vai in mare per mesi e mesi, e poi ti prendi un po’ di riposo. Per gli spazzini è un’altra storia. Il loro compito non permette pause. O almeno era così, una volta.
Credette opportuno non insistere su questo punto, e andarono a fermarsi davanti a un grande magazzino di ferramenta. C’erano pochi clienti e pochissimi commessi. Lasciarono la bimba in macchina, andarono subito al reparto giardinaggio e dovettero aspettare a lungo qualcuno che li servisse. — Falciatrici meccaniche? — disse l’impiegato. — Potrete cercarle al banco qui accanto, oltre l’arco. Guardate se trovate quella di vostro gradimento.
Ne adocchiarono una molta piccola, di dodici pollici. Peter guardò il cartellino del prezzo, prelevò la macchina e andò a cercare il commesso. — Prendo questa — disse.
— Ottima scelta — fece l’altro. — Una falciatrice piccola ma perfetta. — Sorrise, ironico. — Le durerà fino a quando rimarrà al mondo.
— Quarantasette sterline — disse Peter. — Posso pagare con un assegno?
— Può pagare con bucce d’arancio, per quello che mi riguarda. Stasera chiudiamo.
L’ufficiale andò a un tavolo e compilò l’assegno; Mary si trattenne a parlare con il commesso. — Perché chiudete? — chiese. — Non c’è più nessuno che compra?
L’altro rise. — Oh, per comprare comprano, anche se non c’è più molto da vendere ormai. Ma non ho nessuna intenzione di continuare così fino alla fine, e dello stesso parere sono i miei colleghi. Abbiamo tenuto una riunione, ieri sera, e abbiamo avvertito la direzione. Dopo tutto, ci restano quindici giorni soltanto. E così questa sera si chiude.
Peter tornò e diede l’assegno al commesso. — Perfetto — fece quello. — Non so se lo pagheranno, ora che in amministrazione non c’è più nessuno. Farò meglio a lasciarle una ricevuta, nel caso si scatenino alle sue calcagna l’anno prossimo... — Scrisse la ricevuta, poi si dedicò a un altro cliente.
Mary rabbrividì. — Peter, andiamocene e torniamo a casa. È terribile qui, e tutto puzza.
— Non vuoi fermarti per pranzo? — Aveva pensato che avrebbe gradito un po’ di distrazione.
Lei scosse la testa. — Preferisco tornare a casa a mangiare.
Uscirono in silenzio dalla città e raggiunsero il piccolo e ridente centro marittimo dove abitavano. Come furono di nuovo nella loro casa, sulla collina, lei recuperò il suo equilibrio: lì ritrovava tutte le cose alle quali era abituata: la pulizia che rappresentava il suo orgoglio, il giardino perfettamente curato, il vasto e nitido panorama sulla baia. Si provava una sensazione di sicurezza, lì.
Dopo pranzo, mentre fumava prima di riordinare, lei disse: — Credo che non tornerò più a Melbourne, Peter.
Sorrise. — Sta diventando piuttosto sudicia, vero?
— È orribile — affermò energicamente. — Tutto chiuso, sporco, puzzolente... È come se fosse già la fine del mondo.
— Ci siamo abbastanza vicini, lo sai benissimo.
Rimase per un momento silenziosa. — Lo so, perché tu continui a ripetermelo. — Lo guardò fissamente. — Quanto tempo ci resta ancora, Peter?
— Una quindicina di giorni. Non è una cosa che avviene in un batter d’occhio. Ci si comincia ad ammalare ma non tutti nello stesso giorno. C’è chi è più resistente, c’è chi è meno resistente.
— Ma tutti finiranno per rimanere contagiati, vero? — domandò, a voce bassa.
Annuì. — Tutti finiranno per rimanere contagiati.
— E le differenze individuali sono forti? Per quello che riguarda la resistenza al contagio, voglio dire.
Scosse la testa. — Non saprei. Ma credo che nel giro di tre settimane tutto sarà finito.
— Tre settimane a partire da adesso o tre settimane a partire dal primo caso?
— Tre settimane a partire dal primo caso. Ma non ne sono affatto sicuro. È anche possibile rimanere contagiati in forma lieve e superare la crisi. Ma questa si ripeterà dopo dieci o quindici giorni al massimo.
— Non è sicuro allora che tu e io ci ammaleremo contemporaneamente? E Jennifer? Ognuno di noi potrebbe restare contagiato in momenti diversi?
Annuì. — Proprio così. Dobbiamo accettare le cose come vengono. Dopo tutto, lo abbiamo sempre saputo, anche se non abbiamo mai guardato in faccia la realtà perché eravamo giovani. Può darsi che Jennifer muoia per prima fra noi tre, e può darsi che il primo a morire sia io. Non c’è niente di nuovo in questo.
— Non credo. Ma spero che tutto accada in un unico giorno.
Le prese una mano. — Può darsi che vada a finire così. Ma... avremo bisogno di molta fortuna. — La baciò. — Laviamo i piatti adesso. — Lo sguardo gli cadde sulla falciatrice meccanica. — Poi, questo pomeriggio, lavoreremo al prato.
— L’erba è ancora umida — obiettò lei tristemente. — Finiremo per rovinare la macchina.
— L’asciugheremo al fuoco del camino — le promise. — Non ho nessuna intenzione di lasciarla arrugginire.
Dwight Towers passò il fine-settimana dai Davidson, a Harkaway, a lavorare dall’alba al crepuscolo alla costruzione della palizzata. Il duro esercizio fisico valse ad alleviare la tensione che lo attanagliava, ma si accorse che il suo ospite era piuttosto preoccupato. Qualcuno gli aveva parlato della resistenza dei conigli alla radioattività. I conigli non lo impensierivano eccessivamente, perché Harkaway non ne era mai stata infestata, ma la relativa immunità degli animali da pelliccia sollevava questioni per ciò che riguardava il bestiame, questioni per le quali non aveva risposta.
Una sera, si sfogò con l’americano. — Non ci avevo mai pensato — disse. — Partivo dal punto di vista che gli Aberdeen Angus morissero contemporaneamente a noi. Ma ora sembra che debbano sopravviverci di diverso tempo. Non sono riuscito a sapere per quanto. Pare che non abbiano fatto ricerche in proposito. Attualmente, la loro alimentazione è a base di fieno e di foraggio, e quassù, in un anno normale, continuiamo di questo ritmo fino alla metà di settembre, con una media di mezza balla per bestia al giorno. Non si può fare altrimenti, se si vuole mantenerle in buona forma. E, se non ci sarà più nessuno, come riusciranno a sopravvivere? Ecco il problema.
— Non potrebbe lasciare aperto un fienile, in modo che possano entrare e mangiare a loro piacimento?
— Ci avevo pensato, ma non arriverebbero mai a sciogliere le balle. E, ammesso che ci riuscissero, calpesterebbero e rovinerebbero la maggior parte del fieno. Mi sto sforzando di pensare se sarebbe possibile trovare una soluzione basata su un orologio e su un cancello azionato elettricamente. Ma, da qualunque punto di vista si consideri la questione, questo significherebbe mettere la razione di fieno per un mese in un recinto aperto, alla pioggia. Non so davvero che cosa fare... — Si alzò. — Mi permetta di offrirle un whisky.
— Grazie, due dita soltanto. — L’americano tornò al problema del fieno. — Molto difficile, certo. Potrebbe scrivere ai giornali per cercare di sapere come se la cavano gli altri. — Rimase dai Davidson fino al martedì mattina, poi tornò a Williamstown... Nell’arsenale, la sua autorità andava a mano a mano scomparendo, malgrado tutti gli sforzi del secondo e del nostromo. Due marinai non erano rientrati dalla licenza a terra, e uno, a quanto pareva, era rimasto ucciso in una rissa di strada a Geelong, anche se la notizia mancava ancora di conferma. Undici marinai, rientrati ubriachi, erano in attesa della punizione che una mancanza del genere comportava, ma lui veniva in questo modo a trovarsi in una posizione piuttosto difficile. Sarebbe stato assurdo consegnarli a bordo quando non c’era niente da fare e restavano ancora due settimane di vita. Mentre rifletteva, lasciò i colpevoli chiusi nella cella della portaerei, per dar loro modo di smaltire i fumi della sbornia, poi li fece allineare dinanzi a sé, sul cassero di poppa.
— Non si può essere una cosa e l’altra contemporaneamente — disse allora. — Ormai non rimane più molto tempo ancora, né a voi né a me. Ma, oggi come oggi, fate parte dell’equipaggio dell’U.S.S. Scorpion, cioè dell’ultima unità americana ancora in attività di servizio. Potete continuare a far parte di questo equipaggio, o potete essere congedati con ignominia, come preferite. — Una breve pausa. — Da questo momento in avanti, chi rientrerà a bordo ubriaco o in ritardo dalla libera uscita, sarà congedato l’indomani. E, quando dico congedato, intendo congedato con ignominia. Lo priverò dell’uniforme e lo metterò alla porta dell’arsenale in mutande, e alla Marina Americana non interessa se gelerà o marcirà a Williamstown. Riflettete bene su quanto avete sentito. Andate pure.
Ci fu un caso di ubriachezza l’indomani, e lui mise allora quel marinaio alla porta dell’arsenale, in camicia e mutande, perché se la sbrigasse da solo. Fu l’unico caso del genere che dovette affrontare.
Lasciò l’arsenale il venerdì mattina, di buon’ora, sulla Chevrolet guidata dal suo marinaio scelto e, per prima cosa, si fermò nel cortile di Elizabeth Street. Come aveva immaginato, trovò John Osborne intento a lavorare intorno alla Ferrari; la macchina da corsa appariva lucida e perfettamente a punto, pronta a partecipare subito a una gara. Dwight disse: — Mentre passavo, sono venuto a trovarla per dirle quanto mi spiace di non poter essere presente ad applaudire la sua vittoria di domani. Mi sono impegnato ad andare in montagna, alla pesca delle trote.
Lo scienziato annuì. — Moira me lo aveva già detto. Non mi resta che augurarle buona pesca. Credo che questa volta i presenti saranno pochissimi, oltre ai concorrenti e ai medici.
— Pensavo che ci sarebbero stati molti spettatori, dato che si tratta di un Gran Premio.
— Può darsi che, per un mucchio di gente, sia l’ultimo finesettimana in buona salute. E tutti avranno certo altro da fare.
— Peter Holmes ci sarà?
John Osborne scosse la testa. — Si dedicherà al giardinaggio, lui. — Esitò. — E, per essere sincero, anch’io non dovrei correre.
— Lei non ha un giardino.
Lo scienziato sorrise, senza la minima allegria. — No, ma ho una vecchia madre la quale, a sua volta, ha un pechinese. Solo adesso si è resa conto che il piccolo Ming potrà sopravviverle di diversi mesi, ed è terribilmente preoccupata di quanto può succedergli... — Una breve pausa. — Stiamo attraversando un momento maledettamente difficile. Sarò contento quando tutto sarà finito.
— La data rimane sempre fissata per la fine del mese?
— Prima per molti di noi. — Mormorò qualcosa a voce bassa, poi aggiunse: — Non vada a ripeterlo a nessuno. Sarà domani nel pomeriggio per me.
— Spero che non sia vero — disse l’americano. — Voglio proprio vederla vincere quella coppa.
Lo scienziato diede alla macchina una occhiata quasi amorevole. — È abbastanza veloce, certo. Vincerebbe, se fosse portata in maniera decente. Ma sono io a rappresentare il punto debole.
— Toccherò costantemente ferro per lei.
— Va bene, e quando torna mi faccia omaggio di un pesce.
L’americano uscì nel cortile e risalì in macchina, chiedendosi se avrebbe ancora visto lo scienziato. Disse al suo marinaio scelto: — E adesso mi porti alla fattoria del signor Davidson, a Harkaway, nei dintorni di Berwick. Dove mi ha già portato una volta.
Si abbandonò sullo strapuntino posteriore, giocherellando con la canna da pesca, mentre attraversavano la periferia, gli occhi fissi alle strade e alle case immerse nella luce grigia di una giornata invernale. Molto presto, di lì a un mese forse, non ci sarebbe stato più nessuno là, più nessuna creatura vivente all’infuori dei cani e dei gatti che avrebbero avuto un breve periodo di respiro. Poi anche loro sarebbero scomparsi; sarebbero passati inverni ed estati, e solo quelle strade e quelle case li avrebbero visti. Poi, con il trascorrere del tempo, anche la radioattività si sarebbe dissolta; con un periodo di fissazione del cobalto di circa cinque anni quelle strade e quelle case sarebbero state di nuovo abitabili di lì a venti anni, come massimo, e probabilmente anche più presto. La razza umana sarebbe stata spazzata via, il mondo sarebbe stato pronto ad accogliere, senza ulteriori indugi, altri e più saggi abitanti. Bene, in fondo si trattava di una soluzione abbastanza sensata.
Arrivò a Harkaway verso le dieci; la Ford era nel cortile, il portabagagli pieno di latte di benzina. Moira, che lo stava aspettando, aveva sistemato sul sedile posteriore una minuscola valigia e alcuni attrezzi da pesca. — Ho pensato che avremmo fatto meglio a partire prima di pranzo e a mangiare qualche sandwich per strada — gli disse. — Le giornate sono molto corte.
— Perfettamente d’accordo. Sono pronti i sandwiches?
Annuì. — E c’è anche birra.
— Pensa a tutto, lei. — Si rivolse all’allevatore. — Non mi va l’idea di privarla della sua macchina. Potremmo prendere la Chevrolet, se preferisce.
Davidson scosse la testa. — Sono andato a Melbourne ieri. Credo che non ci tornerò. Troppo deprimente.
L’americano annuì. — C’è un mucchio di sudiciume in giro.
— Già. No, prenda pure la Ford. Meglio consumare tutta la benzina che sono riuscito a mettere da parte, e credo di non averne ancora bisogno. C’è troppo da fare qui.
Dwight trasferì i suoi attrezzi sulla Ford e rimandò il marinaio scelto all’arsenale con la Chevrolet. — Probabilmente non farà quello che gli ho ordinato — mormorò, pensieroso, mentre seguiva con gli occhi la macchina che si allontanava. — Ma è meglio fingere, come se niente fosse.
Salirono sulla Ford. Moira disse: — Guidi lei.
— No — rispose — è meglio che guidi lei. Non sono abituato alla vostra circolazione, e potrei andare a urtare contro qualcosa, fuori mano.
— Non guido più da due anni. C’è anche lei ad arrischiare la pelle. — Si mise a sedere al volante e, dopo aver armeggiato per qualche istante, riuscì a innestare la prima. Si avviarono giù per il viale e uscirono sulla strada.
Provava una grande, una grandissima soddisfazione a guidare di nuovo. L’accelerazione della macchina le dava un senso di libertà, di evasione dalle pastoie della vita quotidiana. Valicarono per strade secondarie la catena montagnosa dei Dandenongs, tutta punteggiata di capanne e di ville, e si fermarono a mangiare nei dintorni di Lilydale, sulle rive di un torrente spumeggiante. La giornata si era rasserenata, e ora brillava il sole; poche nuvole bianche navigavano in un cielo di un azzurro intenso.
Mentre divoravano i sandwiches osservarono il corso d’acqua con occhio professionale. — Una corrente piuttosto torbida — disse Dwight. — Immagino sia così perché siamo in netto anticipo sulla stagione.
— Lo credo anch’io. Papà ha detto che le acque sarebbero state troppo fangose per la pesca con la mosca. Ha detto che avremmo fatto bene a servirci del cucchiaino, ma mi ha consigliato di scavare lungo la riva fino a quando non fossi riuscita a trovare un verme, e di insistere con quello.
L’americano rise. — Credo abbia ragione, se lo scopo è quello di catturare pesci. Ma io, in ogni modo, adotterò, almeno per un poco, il cucchiaino perché voglio vedere come funziona questa canna.
— Mi piacerebbe prendere almeno un pesce — disse la ragazza. — Anche se sarà così misero che lo ributteremo nel fiume. Credo che proverò con il verme, se l’acqua, a Jamieson, non è molto chiara.
— Potrebbe essere più chiara, in alto, con tutta quella neve che si sta sciogliendo.
Si voltò verso di lui. — I pesci vivranno più a lungo di noi? Come i cani?
Scosse la testa. — Non saprei.
Raggiunsero Warburton e presero una strada che saliva serpeggiando attraverso le foreste. Un paio d’ore dopo sbucarono sull’altopiano a Matlock; c’era ancora neve per terra e sui pendii delle montagne circostanti coperte di boschi; il mondo appariva gelido e cupo. Discesero in una valle fino alla cittadina di Woods Point, poi risalirono fino a un altro crinale. Da lì, un tratto di una ventina di miglia attraverso la splendida e ondulata valle di Gouldburn li portò all’albergo di Jamieson, dove arrivarono poco prima del crepuscolo.
L’americano scoprì allora che l’albergo era composto da tutta una serie di edifici di legno a un piano solo alcuni dei quali, piuttosto trascurati, dovevano risalire alla prima epoca della colonizzazione dello Stato. Avevano fatto molto bene a prenotare le stanze, perché c’erano pescatori dappertutto. Davanti alla costruzione principale erano ferme più macchine che non in una normale giornata dell’epoca di pace; dentro, il bar faceva affari d’oro. Ebbero qualche difficoltà a trovare la padrona, che aveva il viso rosso di eccitamento. Mentre li accompagnava nelle loro camere, piccole, scomode e male arredate, lei disse: — Non è bello avere di nuovo qui tutti voi pescatori? Non potete nemmeno immaginare che cosa è stato in questi ultimi due anni, quando i nostri rarissimi clienti arrivavano a cavallo. Ma adesso è ancora come nei vecchi tempi. Avete portato gli asciugamani? Bene, vedrò di trovarveli io. Ma siamo così pieni! — E si allontanò, palesemente felice.
L’americano la seguì con lo sguardo. — Bene, è molto soddisfatta, certo — disse. — Andiamo, voglio offrirle qualcosa da bere.
Entrarono nella sala del bar, affollatissima: il soffitto a travi di legno lievemente ricurve, un allegro fuoco di ceppi nel camino, molti tavoli e moltissime sedie nichelate, gente dappertutto.
— Che cosa vuole?
— Cognac — gli gridò, al disopra del brusio. — È l’unica cosa da fare qui questa sera, Dwight.
Le sorrise e si fece strada fra la folla fino al banco. Dopo qualche minuto, fece faticosamente ritorno con un cognac e un whisky. Si guardarono attorno per cercare le sedie, e le trovarono a un tavolo dove due signori serissimi, in maniche di camicia, stavano lavorando intorno ai loro attrezzi. I due alzarono la testa e salutarono con un cenno del capo quando Dwight e Moira si accomodarono.
— Pesce per prima colazione — disse uno.
— Si alza presto? — chiese Dwight.
L’altro lo guardò. — Vado a letto tardi. La stagione si apre a mezzanotte.
— Uscirà allora? — gli chiese con interesse.
— Sì, se non nevica. È il momento migliore per pescare. — Mostrò una grande mosca bianca infilata su un minuscolo amo. — Adopererò questa. E abboccheranno, certo. Metta un paio di piombini, La cali bene a fondo e poi cominci a strisciare. È una ricetta che non sbaglia mai.
— Con me sbaglia invece — disse il compagno. — Io preferisco la ranocchia. Ci si piazza vicino a uno stagno verso le due del mattino con una ranocchia, le si infila l’amo molto superficialmente alla pelle della schiena, poi si lancia in modo da lasciarla nuotare attorno... È così che faccio io. Voi uscite stanotte?
Dwight diede un’occhiata alla ragazza e sorrise. — Credo di no. Ci limitiamo a pescare di giorno, noi. Non siamo dei tecnici come voi. E non catturiamo un granché.
L’altro annuì. — Anch’io facevo così una volta. Ammirare gli uccelli, e il fiume, e il sole sulle increspature dell’acqua, senza badare troppo a quello che si prende. E lo faccio ancora, abbastanza spesso. — Diede un’occhiata all’americano. — C’è un pesce addirittura mostruoso nello stagno oltre la curva, e sono due anni che sto cercando di catturarlo. Ero riuscito ad agganciarlo con una rana due anni fa, ma, dopo avermi preso quasi tutto il filo, lo ha spezzato. L’ho agganciato ancora, una sera dell’anno scorso, ma anche quella volta è riuscito a liberarsi, rompendo un nylon nuovo di zecca. Deve essere sui nove chili, non meno di certo. Ma questa volta voglio assolutamente catturarlo, dovessi passare in piedi tutte le notti, fino alla fine.
L’americano si rivolse a Moira. — Vuole uscire alle due del mattino?
Lei rise. — Desidero soltanto andare a letto. Ma lei faccia pure quello che preferisce.
Scosse la testa. — Non sono un pescatore di quel tipo, io.
— Già, è il tipo del bevitore. Tiriamo a sorte chi deve andare a ingaggiare la lotta per procurarsi un altro bicchiere.
— Glielo porterò io.
Lei scosse la testa. — Resti qui a imparare qualcosa sulla pesca. Vado io.
I bicchieri in mano, si fece strada fra la folla fino al banco, e poco dopo tornò al tavolo vicino al fuoco. Come la vide, Dwight si alzò, e, mentre così faceva, la giacca sportiva gli si aprì. Dopo avergli dato il suo bicchiere, Moira disse, con tono di accusa: — Ha perduto un bottone del pullover!
Controllò con una rapida occhiata. — Lo so. Mi è caduto mentre venivamo qui.
— E avete il bottone?
Annuì. — L’ho trovato sul pavimento della macchina.
— Farà meglio a darmi quel pullover stasera, e glielo riattaccherò.
— Oh, non importa.
— Certo che importa, invece. — Accennò un sorriso. — Non posso rimandarla da Sharon in quello stato.
— Non ci baderebbe...
— Ma ci baderei io. Me lo dia stasera, e glielo farò riavere domani mattina.
Glielo diede sulla porta della sua camera da letto, quella sera, verso le undici. Avevano passato le ultime ore a fumare e a bere, in mezzo al chiasso della folla, facendo progetti per l’indomani, discutendo se sarebbe stato più opportuno pescare nel lago o nei torrenti. Avevano alla fine deciso di tentare nel fiume Jamieson, perché non avevano barca. La ragazza prese il pullover e disse: — Grazie per avermi portato qui, Dwight. È stata una splendida sera, e domani sarà una splendida giornata.
Rimase un attimo incerto. — Dice davvero, cara? Non si sente offesa?
Lei rise. — Non mi sento affatto offesa, caro. So che è sposato. Vada a letto. Glielo farò riavere domattina.
— Va bene. — Si voltò ad ascoltare i rumori e i frammenti di canzoni che ancora salivano dal bar. — Si stanno divertendo davvero. Ancora non riesco a convincermi che, dopo questo fine-settimana, non potrà più essere così.
— E chi lo sa? — replicò lei. — Magari tutto questo potrà ripetersi, su un altro pianeta o simili. In ogni modo, divertiamoci e cerchiamo di fare buona pesca domani. Dicono che sarà una bella giornata.
Lui sorrise. — Chissà se piove mai, su quell’altro pianeta.
— Non lo so. Ma lo scopriremo abbastanza presto.
— Pure, deve esserci un po’ d’acqua nei fiumi — fece lui, pensieroso, — perché, in caso contrario, non sarà possibile pescare. — Si voltò. — Buonanotte, Moira. E cerchiamo di divertirci domani.
Lei chiuse la porta e rimase per qualche istante immobile, stringendo forte in mano il pullover. Dwight era quello che era: un uomo sposato che aveva il cuore nel Connecticut, dalla moglie e dai figli, un cuore che non sarebbe mai stato suo. Se avesse avuto più tempo, forse le cose sarebbero potute andare diversamente, ma ci sarebbero voluti molti anni. Cinque anni almeno, pensò, prima che il ricordo di Sharon, di Junior e di Helen cominciasse ad affievolirsi; allora si sarebbe rivolto a lei, e lei gli avrebbe dato un’altra famiglia, lo avrebbe fatto di nuovo felice. Ma non le era concesso di contare su cinque anni; più probabile che fossero cinque giorni soltanto. Una lacrima le scivolò giù per il naso, e lei l’asciugò con gesto irritato: era sciocco compassionarsi. O si trattava semplicemente del cognac? La luce dell’unica, fievolissima lampada che pendeva dal soffitto della stanza in penombra era troppo debole per permetterle di attaccare un bottone. Si spogliò, infilò il pigiama e si coricò, mettendo il pullover sul cuscino, vicino alla testa. Alla fine si addormentò.
Il mattino seguente, dopo la prima colazione, andarono a pescare nel Jamieson, non molto lontano dall’albergo. Le acque del fiume in piena erano torbide; lei provò con la mosca, nella corrente, senza eccessivo successo, ma Dwight, verso la metà della mattina, catturò un pesce di quasi un chilo, e la ragazza lo aiutò a portarlo a riva con la retina. Lei insistette perché continuasse e prendesse qualcosa d’altro, ma ora che aveva provato la canna, l’americano credette opportuno darle una mano. Verso mezzogiorno, uno dei loro compagni di tavola al bar, la sera precedente, comparve sulla riva; camminava lentamente, studiando l’acqua, senza pescare. Si fermò a chiacchierare un po’ con loro.
— Un bel pesce — disse, guardando la preda di Dwight. — Lo ha preso con la mosca?
L’americano scosse la testa. — Con il cucchiaino. Adesso stiamo provando con la mosca. Come è andata stanotte?
— Cinque. La più grossa era sui due chili e mezzo. Ma, verso le tre, mi è venuto sonno e sono rientrato. Mi sono alzato adesso. Non combinerete un granché con la mosca, in quest’acqua. — Prese di tasca una scatola di plastica e vi frugò dentro con l’indice. — Provate questa. — Diede loro un minuscolo cucchiaino, una lastra di metallo delle dimensioni di un soldo, completata da un amo. — Provatela in uno stagno dove non c’è corrente. Dovrebbero abboccare, in una giornata come questa.
Lo ringraziarono, poi Dwight preparò la canna per la sua compagna. Da principio lei non riuscì nemmeno a lanciare; sembrava che il cucchiaino pesasse una tonnellata, e la lenza ricadeva sempre in acqua, quasi davanti ai suoi piedi. Ma, a poco a poco, le riuscì di migliorare la sua tecnica, e ce la fece a effettuare lanci fin quasi al centro dello stagno. Al quinto o sesto tentativo ci fu uno strappo improvviso, la canna si piegò e il mulinello prese a ronzare, mentre il filo si svolgeva. Lei balbettò: — Credo di aver preso qualcosa, Dwight.
— Certo che ha preso qualcosa! Tenga la canna dritta e si scosti un po’ da questa parte. — Il pesce guizzò alla superficie. — Una bella preda. Tenga il filo teso, ma lo lasci correre, se proprio lo vuole. Stia calma, e riusciremo a portarlo a riva.
Cinque minuti dopo il pesce, esausto, era davanti ai piedi della ragazza, e lui si affrettò a portarlo a riva con la reticella. Lo finì con un colpo secco, poi rimase ad ammirarlo. — Più di mezzo chilo. Sette etti, forse. — Tolse con cura il cucchiaino dalla bocca. — E adesso ne prenda un altro.
— È più piccolo del suo — disse lei, ma si sentiva orgogliosissima di sé.
— Il prossimo sarà più grosso. Avanti. — Ma era quasi ora di pranzo, e lei decise di rimandare tutto al pomeriggio. Rientrarono a piedi all’albergo, sfoggiando con orgoglio le loro prede, e si trattennero un po’ al bar a bere una tazza di birra e a chiacchierare con gli altri pescatori.
Tornarono a uscire verso la metà del pomeriggio, si fermarono nello stesso tratto di fiume, e lei prese un pesce, di quasi un chilo questa volta, mentre Dwight ne prese due, più piccoli, uno dei quali venne subito ributtato in acqua. Verso sera, si riposarono un po’ prima di tornare all’albergo, piacevolmente stanchi e soddisfatti della loro giornata, il pesce abbandonato per terra accanto a loro. Appoggiati a un rialzo del terreno lungo la riva, le sigarette strette fra le labbra, rimasero a godersi gli ultimi raggi del sole prima che tramontasse dietro le colline. L’aria si andava facendo fredda, ma non se la sentivano ancora di allontanarsi dal mormorio della corrente.
Un pensiero improvviso le balenò alla mente. — Dwight — esclamò — a quest’ora il Gran Premio deve essere già finito!
La guardò. — Accidenti! Avevo intenzione di ascoltarlo alla radio, ma me ne sono completamente dimenticato.
— Anch’io. — E, dopo una breve pausa: — E me ne spiace sinceramente. Mi sono comportata come una perfetta egoista.
— Non avremmo potuto far niente, cara.
— Lo so. Ma... non so. Spero solo che John se la sia cavata bene.
— Il giornale radio è alle sette. Lo ascolteremo allora.
— Sono proprio impaziente di sapere come è andata. — Fissò gli occhi sull’acqua appena lievemente increspata, sulle ombre che si andavano allungando nella luce dorata della sera. — È un posto delizioso. Riesce a credere... a credere davvero che non lo rivedremo più?
— Io me ne torno a casa — rispose, adagio. — È un bellissimo Paese, questo, e mi sono trovato molto bene qui. Ma non è il mio Paese, e ora torno alla mia cittadina, dalla mia gente. Mi sono trovato bene in Australia, ma sono contento di tornare finalmente a casa mia, nel Connecticut. — Si voltò verso di lei. — Io non rivedrò più questo posto perché me ne torno a casa.
— E parlerà di me a Sharon? — gli chiese.
— Certo. Forse sa già.
Fissò i sassi vicino ai suoi piedi. — E che cosa le dirà?
— Molte, moltissime cose. — Parlava sempre adagio. — Le dirò che ha trasformato per me in un periodo simpatico quello che sarebbe potuto essere un periodo insopportabile. Le dirò che lo ha fatto anche se sapeva, fin da principio, che non aveva assolutamente nulla da guadagnare. Le dirò che è merito suo se sono tornato da lei quale sono sempre stato e non come un alcolizzato. Le dirò che mi ha reso facile esserle fedele, anche se questo le è costato molto.
Lei si alzò. — Torniamo all’albergo — disse. — Sarà fortunato se crederà a un quarto di tutto questo.
Si alzò anche lui. — Non sono di questo parere. Sono anzi convinto che crederà a tutto, perché si tratta della verità pura e semplice.
Rientrarono, portando le loro prede. Dopo essersi messi in ordine, si trovarono di nuovo nel bar per bere qualcosa prima del tè, ma si sbrigarono perché volevano essere davanti all’apparecchio prima del giornale radio. Poco dopo ebbe inizio la trasmissione, che riguardava soprattutto argomenti sportivi; mentre essi attendevano, ansiosi, l’annunciatore disse: — Il Gran Premio d’Australia che si è corso oggi a Tooradin è stato vinto da John Osborne su Ferrari. Il secondo posto...
La ragazza esclamò: — Oh, Dwight, ce l’ha fatta! — Tutti e due si chinarono in avanti, per sentire meglio.
— La gara è stata caratterizzata da molti gravi incidenti. Dei diciotto partenti, solo tre hanno condotto a termine gli ottanta giri; sei piloti sono morti sul colpo, e molti altri sono stati trasportati all’ospedale con ferite più o meno gravi. Il vincitore, John Osborne, ha guidato molto prudentemente durante la prima metà della prova, e a metà gara aveva tre giri di ritardo sulla macchina di testa, pilotata da Sam Bailey. Poco dopo Sam Bailey si è rovesciato alla curva nota come lo Scivolo, e da questo momento in avanti la Ferrari ha aumentato la sua andatura. Al sessantesimo giro la Ferrari era già in testa, in un campo ridotto ormai a cinque concorrenti, e Osborne non è più stato seriamente minacciato. Al sessantacinquesimo giro lui ha stabilito il record della corsa, a una media di 148,155 all’ora, compiendo una impresa davvero notevole, data la natura del circuito. Poi Osborne, obbedendo ai segnali del suo stallo, ha ridotto la velocità, e ha terminato a una media generale di 139,285 all’ora. Osborne è un funzionario dell’Istituto Superiore di Fisica; non ha rapporti con l’industria automobilistica e corre come dilettante.
Più tardi, prima di coricarsi, si trattennero per qualche minuto sulla veranda dell’albergo, a guardare la linea nera delle colline e il cielo stellato. — Sono contenta che John abbia ottenuto ciò che desiderava — disse la ragazza — che desiderava tanto. Questo servirà a rendergli tutto più facile.
L’americano annuì. — Tutto ci sta diventando più facile, ormai.
— Lo so. Non ci rimane più molto tempo, Dwight. Credo di voler tornare a casa domani. Abbiamo trascorso una giornata deliziosa quassù e abbiamo catturato qualche pesce. Ma c’è tanto da fare, e ci rimane pochissimo tempo per sbrigarlo.
— Certo. È precisamente quello che stavo pensando io. Ma è contenta di essere venuta, vero?
Lei annuì. — Sono stata molto felice, Dwight, tutto il giorno. Non so perché... ma è soltanto perché sono riuscita a catturare qualche pesce. Provo quello che deve provare John... è come se avessi riportato una vittoria su qualcosa. Ma non so di che si tratti.
Sorrise. — Cerchi di non analizzare troppo a fondo. Lasci le cose così come sono, e le accetti, riconoscente. Anch’io sono stato felice. Ma sono del suo stesso parere: è meglio che torniamo domani. Ormai la situazione sta cominciando a precipitare.
— Brutte notizie? — gli chiese.
Nelle tenebre, annuì. — Non ho voluto rovinarle la passeggiata. Ma ieri, prima che partissimo, John Osborne mi ha detto che fin da giovedì sera si sono verificati casi di malattia da radiazioni a Melbourne. Credo che a quest’ora siano molti e molti di più.
9
Il martedì mattina Peter Holmes andò a Melbourne in macchina. Dwight Towers gli aveva telefonato per fissargli un appuntamento per le undici meno un quarto nell’anticamera dell’ufficio del vice-ammiraglio. La radio, quella mattina, aveva annunciato i primi casi di malattia da radiazioni in città, e Mary Holmes si era molto preoccupata per il fatto che il marito dovesse proprio recarsi laggiù. — Fa’ attenzione, Peter — gli disse. — Con tutta quella infezione che c’è in giro... È proprio indispensabile che tu vada?
Non se la sentì di dirle che l’infezione era anche intorno a loro, in quel piccolo e simpatico appartamento; lei o non avrebbe capito, o non avrebbe voluto capire. — Devo andare — rispose. —Non mi tratterrò un minuto di più di quanto non sia necessario.
— Non devi fermarti a mangiare. Sono sicura che l’atmosfera è molto più salubre quassù.
— Tornerò direttamente a casa.
Un’idea le balenò alla mente. — Stammi a sentire, prendi quelle pastiglie alla formaldeide che mi hai procurato per la tosse, e mettine in bocca una, di tanto in tanto. Sono ottime per le infezioni di qualsiasi origine. E rappresentano degli antisettici meravigliosi.
Sarebbe stata più tranquilla se l’avesse accontentata. — Non è una brutta idea — rispose.
Rimase meditabondo per tutto il tempo del viaggio. Ormai non era più questione di giorni, ma di ore. Non sapeva ancora quale sarebbe stato l’argomento della riunione nell’ufficio del vice-ammiraglio, ma era evidente che si trattava di uno degli ultimi doveri della sua carriera di marinaio. Al momento del ritorno, quel pomeriggio, la sua vita militare sarebbe stata con ogni probabilità conclusa, e di lì a poco si sarebbe conclusa anche la sua vita fisica.
Parcheggiò la macchina ed entrò nel ministero della Marina. L’edificio era praticamente deserto; quando raggiunse l’anticamera, trovò Dwight Towers in divisa, solo. Il capitano disse allegramente: — Salve, amico.
— Buongiorno, signore. — Si guardò attorno; la scrivania del segretario era chiusa, il locale vuoto. — Non si è ancora fatto vedere il tenente Torrens?
— No, che io sappia. Probabilmente si è preso un giorno di libertà.
La porta dell’ufficio del vice-ammiraglio si aprì e sir David Hartman comparve sulla soglia. Peter non aveva mai visto, su quel viso di solito così sorridente e rubicondo, un’espressione tanto grave e stanca. Sir David disse: — Accomodatevi, signori. Oggi il mio segretario non c’è.
Entrarono, e vennero invitati a prendere posto davanti alla scrivania. L’americano disse: — Non so se quanto ho da dire riguarda o meno il tenente Holmes. Può darsi che richieda qualche lavoro speciale in arsenale. Preferisce che aspetti fuori, signore?
— Per ciò che mi riguarda, no — rispose l’ammiraglio. — Meglio che rimanga, se questo può facilitare la nostra conversazione. Che cosa vuole, comandante?
Dwight esitò un attimo, per scegliere bene le sue parole. — Sembra che io sia ormai l’ufficiale più anziano della Marina Americana — disse. — Non avrei mai immaginato di arrivare così in alto, ma così è, a quanto pare. Vorrà scusarmi, signore, se non mi esprimo nella forma più appropriata. Ma devo comunicarle che intendo sottrarre la mia unità al suo comando.
L’ammiraglio annuì lentamente. — Benissimo, comandante. Vuole lasciare le acque territoriali australiane o preferisce rimanere qui come nostro ospite?
— Intendo portare la mia unità fuori dalle acque territoriali. Non posso ancora dire quando salperò, ma sarà probabilmente prima della fine della settimana.
L’ammiraglio annuì, poi si rivolse a Peter. — Dia all’arsenale gli ordini necessari per il rifornimento e il vettovagliamento. Il comandante Towers deve essere facilitato in tutto e per tutto.
— Benissimo, signore.
L’americano disse: — Non so che cosa suggerire per ciò che riguarda i pagamenti. Deve scusarmi, ma non sono troppo esperto in materia.
L’ammiraglio abbozzò un sorriso. — Ho l’impressione che la cosa non abbia molta importanza, oggi come oggi. Secondo me, sarà opportuno seguire la normale trafila d’ufficio. Tutti i prelievi vengono regolarmente segnati e conteggiati, e saranno poi presentati al suo addetto navale a Camberra, per un’eventuale liquidazione. Ma credo che non debba preoccuparsi eccessivamente su questo punto.
— Posso semplicemente levare le ancore e salpare?
— Esatto. Conta di fare ritorno in acque australiane?
L’americano scosse la testa. — No, signore. Intendo portare la mia unità nello stretto di Brass per affondarla.
Peter lo aveva immaginato, ma il fatto che si discutesse della questione come di una cosa normale rappresentò un duro colpo per lui; gli sembrava si trattasse di una di quelle cose che non possono mai accadere. Per un istante pensò di chiedere a Dwight se voleva che il sottomarino fosse accompagnato da una maona destinata a riportare indietro l’equipaggio, ma poi decise di non farne nulla. Se l’americano voleva una maona per prolungare di un paio di giorni la vita dei suoi uomini, l’avrebbe chiesta, ma lui era sicuro che non avrebbe mai rivolto una domanda del genere. Meglio il mare che non la morte per malattia e diarrea, in terra straniera.
L’ammiraglio disse: — Al suo posto, mi comporterei allo stesso modo anch’io probabilmente... Bene, non mi resta che ringraziarla per tutta la collaborazione che ci ha dato, signore. E le auguro buona fortuna. Se ha bisogno di qualcosa prima di partire, non si faccia scrupolo di chiedermelo... o se lo prenda, semplicemente. — Mentre una espressione di dolore gli attraversava il viso, strinse forte una matita che aveva preso dalla scrivania. Ma, subito dopo, ritrovò tutta la sua disinvoltura, e si alzò. — Scusatemi — disse. — Devo assentarmi per qualche minuto.
Uscì in fretta, e la porta si chiuse alle sue spalle. Il capitano e l’ufficiale di collegamento, che si erano alzati a loro volta, rimasero immobili e si scambiarono un’occhiata. — Ci siamo — disse l’americano.
Peter mormorò: — Crede che si tratti della stessa cosa anche per il segretario?
— Lo temo.
Tacquero per un paio di minuti, lo sguardo fisso fuori della finestra. — Approvvigionamenti — disse alla fine Peter. — Non c’è un granché, a bordo dello Scorpion. Vuole far compilare dal secondo un elenco di quello di cui ha bisogno, signore?
Dwight scosse la testa. — Non abbiamo bisogno di nulla. Mi limiterò ad arrivare fuori dalla baia, appena oltre il limite delle acque territoriali.
L’ufficiale di collegamento rivolse allora la domanda che già in precedenza aveva pensato di rivolgere: — Devo dare disposizioni perché una maona la accompagni e riporti indietro l’equipaggio, signore?
Dwight rispose: — Non è necessario.
Attesero in silenzio per quasi dieci minuti. Poi l’ammiraglio ricomparve, pallidissimo. — Siete stati molto gentili ad aspettarmi — disse. — Non mi sento troppo bene... — Non si mise a sedere, ma rimase in piedi accanto alla scrivania.— È questa, la fine di una lunga e fruttuosa collaborazione, capitano. Noi, inglesi, ci siamo sempre trovati molto bene a lavorare con voi americani, soprattutto in mare. Abbiamo molto spesso avuto occasione di esservi riconoscenti, e credo che, a nostra volta, vi abbiamo trasmesso un po’ della nostra esperienza. E ora tutto è finito. — Rimase per qualche istante pensieroso, poi allungò avanti una mano, sorridendo. — Non mi resta, dunque, che salutarla.
Dwight strinse quella mano che gli veniva tesa. — È stato molto simpatico lavorare ai suoi ordini, signore. E parlo non solo a nome mio, ma anche a quello di tutto il mio equipaggio.
Uscirono dall’ufficio e, dopo aver attraversato quella enorme costruzione vuota e desolata, raggiunsero il cortile. Peter chiese: — E adesso, signore? Vuole che l’accompagni all’arsenale?
Il capitano scosse la testa. — Può ormai considerarsi libero da ogni obbligo di servizio. Non ci sarà più bisogno di lei laggiù.
— Se c’è qualcosa che posso fare, sarò ben lieto di venire.
— No. Se risulterà che la sua presenza è necessaria, le telefonerò a casa. Ma è là il suo posto adesso, amico.
Era quello, allora, il momento che avrebbe segnato la fine dei loro rapporti. — Quando salperà? — chiese Peter.
— Non lo so con precisione. Fino a questa mattina, si erano già avuti sei casi fra il mio equipaggio. Credo che ci tratterremo ancora un paio di giorni e che partiremo, con ogni probabilità, sabato.
— Saranno in molti a salpare con lei?
— Dieci. Undici con me.
Peter lo fissò. — Si sente bene, per il momento?
Dwight sorrise. — Mi sembrava di sì, ma ora non ne sono più troppo sicuro. In ogni modo, non mangerò niente oggi. — Una breve pausa. — E lei come si sente?
— Benissimo. E anche Mary... credo.
Dwight si avviò verso le macchine. — Torni da lei, subito. Ormai non c’è più nulla che la trattenga qui.
— Ci rivedremo, signore?
— Non credo che mi rivedrà. Sto per tornarmene a casa ormai, a Mystic, nel Connecticut, e ne sono felice.
Non c’era altro da dire o da fare. Si strinsero la mano, salirono sulle rispettive macchine e si avviarono ognuno per la propria strada.
Nella vecchia casa a mattoni a due piani, di stile antiquato, a Malvern, John Osborne era fermo accanto al letto della madre. Non si sentiva bene, ma la vecchia signora si era ammalata fin dalla domenica mattina, l’indomani, cioè, della vittoria del figlio al Gran Premio. Il lunedì lo scienziato era riuscito a far venire un medico, ma questi aveva dichiarato che ormai non c’era più nulla da fare e che non sarebbe tornato. La domestica a giornata non si era presentata, ed era John che doveva sbrigare tutto per la madre ammalata.
Lei aprì gli occhi per la prima volta dopo un quarto d’ora. — John — mormorò — è quello che dicevano doveva accadere, vero?
— Credo di sì, mamma. E presto toccherà anche a me.
— Lo ha confermato anche il dottor Hamilton? Proprio non riesco a ricordare.
— Lo ha confermato, mamma. E non credo che tornerà. Ha detto che cominciava a sentirsi poco bene anche lui.
Seguì un lungo silenzio. — Quanto ci vorrà prima che muoia, John?
— Non lo so. Forse una settimana.
— Assurdo! — mormorò la vecchia. — Troppo tempo.
Lei chiuse gli occhi. Lo scienziato portò il catino in bagno, lo lavò accuratamente, poi lo riportò nella stanza da letto. La madre aprì gli occhi. — Dov’è Ming? — chiese.
— L’ho messo in giardino. Mi sembrava che avesse voglia di uscire.
— Sono molto preoccupata per lui — mormorò. — Si sentirà terribilmente solo, senza di noi.
— Oh, se la caverà benissimo, mamma — rispose il figlio, senza eccessiva convinzione. — Avrà un mucchio di altri cani con i quali giocare.
Non insistette sull’argomento, ma disse: — Sto benissimo adesso. Va’ a fare quello che devi fare.
Esitò. — Sarà necessario che vada a dare un’occhiata in ufficio — disse. — Sarò di ritorno per pranzo. Che cosa vuoi mangiare, stasera?
Lei tornò a chiudere gli occhi. — C’è ancora latte?
— Ce n’è ancora una bottiglia in ghiacciaia. Vedrò se riesco a procurarmene dell’altro. Ma non sarà troppo facile. Ieri non ce n’era.
— Bisognerebbe darne un po’ a Ming. Gli fa tanto bene! E in dispensa dovrebbero esserci tre barattoli di coniglio. Aprine uno per il suo pranzo, e metti il resto in ghiacciaia. E non preoccuparti per il mio pasto fino a quando non sarai tornato. Se continuo a sentirmi così, potrei anche prendere una tazza di pappa d’avena.
— Sei sicura di non aver bisogno di niente se esco? — le chiese.
— Sicurissima. — Sollevò le braccia. — Dammi un bacio prima di andartene.
La baciò sulle guance avvizzite, e lei tornò a sdraiarsi, sorridendo.
Uscì di casa e andò direttamente in ufficio. Non c’era nessuno, ma trovò sulla scrivania il rapporto quotidiano sull’infezione radioattiva. Allegato, c’era un biglietto della sua segretaria. La ragazza gli diceva che non si sentiva bene e che molto probabilmente non sarebbe più tornata in ufficio. Lo ringraziava per tutte le sue gentilezze, si congratulava con lui per la vittoria al Gran Premio e terminava affermando che si era trovata molto bene a lavorare con lui. Mise da parte il biglietto e prese il rapporto. Sembrava che a Melbourne circa il 50 per cento della popolazione fosse già rimasto contagiato. Si aveva notizia di sette casi a Hobart, in Tasmania, e di tre a Christchurch, in Nuova Zelanda. Il rapporto, probabilmente l’ultimo che avrebbe mai ricevuto, era molto più corto del solito.
Attraversò i locali deserti, raccogliendo qua e là qualche documento e leggendolo. Era una fase della sua vita che stava per chiudersi, con tutto il resto. Non si trattenne a lungo, perché si sentiva un po’ preoccupato per sua madre. Uscì e tornò a casa con uno dei rari e affollatissimi tram ancora in servizio. A bordo c’era il manovratore, ma non il bigliettaio; ormai non era più il caso di pensare a pagare la corsa. Parlò con il manovratore, che gli disse: — Continuerò a guidare questo maledetto tram fino a quando non mi ammalerò. Allora lo porterò al deposito di Kew e me ne andrò a casa. Sono trentasette anni che porto in giro tram, con la pioggia o con il bel tempo, e non la smetterò certo ora.
A Malvern scese dal tram e si mise alla caccia di un po’ di latte. Ma dovette in breve accorgersi che sarebbe stato inutile: quel poco che c’era ancora era stato riservato dai rivenditori ai bambini. Così tornò a casa, dalla madre, a mani vuote.
Entrò portandosi appresso il pechinese, perché pensava che sua madre sarebbe stata contenta di vederlo. Salì nella stanza da letto, al primo piano, il cane che saltava sui gradini, accanto a lui.
Nella camera trovò la madre distesa sulla schiena, gli occhi chiusi, il letto in perfetto ordine. Le andò più vicino e le sfiorò una mano: era morta. Sul comodino, vicino al bicchiere, un biglietto a matita e una scatoletta di cartone rossa, aperta, con il tubetto vuoto. Ignorava come fosse riuscita a procurarsela.
Prese il biglietto, che diceva:
Figlio mio carissimo, è assurdo che tu rovini i tuoi ultimi giorni di vita per badare alla mia, che ormai rappresenta per me solo un peso. Non preoccuparti per il funerale. Chiudi la porta e lasciami nel mio letto, nella mia stanza, in mezzo alle mie cose. Mi troverò benissimo così.
Fa’ quello che giudichi più opportuno per Ming. Sono molto, molto spiacente per lui, ma non so che farci.
Sono molto contenta che tu abbia vinto quella corsa.
Con tutto il mio affetto
Mamma
Qualche lacrima gli scivolò giù per le guance, ma qualcuna soltanto. La mamma aveva sempre avuto ragione, per tutta la sua vita, e ora aveva ragione ancora una volta. Uscì dalla stanza e scese in salotto, sforzandosi di riflettere con la maggior chiarezza possibile. Non era ancora ammalato, ma ormai era forse soltanto questione di ore. Il cane lo seguiva; si mise a sedere in poltrona e lo prese in braccio, carezzandogli le orecchie che sembravano di seta.
Dopo un po’ si alzò, lasciò il cane in giardino e andò dal farmacista all’angolo. Cosa abbastanza sorprendente, c’era ancora, dietro al banco, una ragazza, che gli diede una scatoletta rossa. — Le chiedono tutti — gli spiegò sorridendo. — Ci danno un bel daffare, mi creda.
Rispose al sorriso. — Vorrei la mia ricoperta di cioccolata.
— Anch’io — gli rispose. — Ma non credo le preparino a quel modo. Prenderò la mia con un ice-cream soda.
Sorrideva ancora quando si allontanò dal banco. Tornò a casa, fece rientrare il pechinese dal giardino e cominciò a preparargli da mangiare in cucina. Aprì una delle scatole di coniglio, la fece scaldare un po’ nel forno, vi sciolse dentro quattro pastiglie di Nembutal. Poi mise la scodella davanti al cane, che l’attaccò avidamente, e sistemò davanti alla stufa il cesto dove la bestiola dormiva.
Andò al telefono in anticamera, chiamò il club e fissò una stanza da letto per una settimana. Poi salì in camera sua e cominciò a preparare la valigia.
Mezz’ora dopo tornò a scendere in cucina. Il pechinese era nel suo cesto, mezzo addormentato. John Osborne lesse attentamente le istruzioni stampate sulla scatola, poi fece alla bestiola l’iniezione, senza che la sua mano accusasse la minima incertezza.
Quando fu certo che il cane era morto, lo portò di sopra con il suo cesto e lo sistemò per terra, accanto al letto della madre.
Poi uscì di casa.
La notte del martedì fu piuttosto agitata per gli Holmes. La bambina cominciò a piangere verso le due e continuò, quasi senza interruzione, fino all’alba. Padre e madre non riuscirono, si può dire, a chiudere occhio. Verso le sette si manifestò il primo accesso di vomito.
Fuori, pioveva e faceva freddo. Si guardarono, a quella incerta luce grigia, stanchi e sconvolti. Mary disse: — Peter... ci siamo, vero?
— Non so, ma temo proprio di sì. Sembra che tutti ormai rimangano contagiati.
Lei si passò una mano sulla fronte, con gesto stanco. — Credevo che, qui in campagna, saremmo riusciti a cavarcela bene.
Non sapeva che cosa dire per consolarla, e allora mormorò: — Se metto una cogoma sul fornello, prenderai una tazza di tè?
Lei tornò ad avvicinarsi alla culla e guardò la bambina, che si era momentaneamente quietata. Peter ripeté: — Prenderai una tazza di tè?
A lui avrebbe fatto bene, pensò Mary; era rimasto alzato quasi tutta la notte. Si costrinse a sorridere. — Molto volentieri.
Peter andò in cucina e accese il fuoco sotto la cogoma. Lei si sentiva malissimo, e ora avvertiva anche una sensazione di nausea. Ciò avveniva perché era rimasta alzata tutta notte, certo, e per la preoccupazione che le dava Jennifer. Il marito si stava dando da fare in cucina, e in questo modo avrebbe potuto andare in bagno senza che lui se ne accorgesse. Le capitava spesso di accusare crisi di nausea, ma questa volta Peter avrebbe potuto pensare che si trattava di qualcosa d’altro, avrebbe potuto preoccuparsi.
In cucina c’era odore di muffa, o almeno così sembrava. Peter Holmes riempì la cogoma al rubinetto e innestò la spina; girò l’interruttore e vide con sollievo accendersi la luce della spia di corrente. Presto la forza motrice sarebbe venuta a mancare, certo, e allora sarebbero cominciati i veri guai.
Si soffocava in quella cucina; aprì la finestra. Aveva caldo, poi, improvvisamente, fu scosso da un brivido, e seppe allora di essere sul punto di ammalarsi. Raggiunse il bagno, in punta di piedi, ma trovò la porta chiusa, doveva esserci dentro Mary. Non era il caso di allarmarla: uscì dalla porta sul retro, nella pioggia, e vomitò in un angolo appartato, dietro alla rimessa.
Rimase là per qualche minuto. Quando tornò, era pallido e debolissimo, ma cominciava a sentirsi meglio. L’acqua stava bollendo, e allora preparò il tè, mise due tazze su un vassoio e lo portò nella stanza da letto. Disse a Mary, china sulla culla: — Il tè è pronto.
Lei non si voltò, per timore che il suo viso la tradisse. Mormorò: — Oh, grazie, versalo pure. Sarò con te subito. — Non se la sentiva di bere il tè, ma a lui avrebbe fatto bene, certo.
Lui riempì le due tazze e si mise a sedere sul bordo del letto, sorseggiando la sua; aveva l’impressione che quel liquido caldo gli giovasse allo stomaco. Dopo un po’ disse: — Vieni a bere il tuo tè, cara. Si sta raffreddando.
Lei si avvicinò, con una certa qual riluttanza; forse sarebbe riuscita a buttar giù quel liquido. Lo guardò, e notò che aveva la vestaglia fradicia di pioggia. — Ma sei tutto bagnato, Peter! — esclamò. — Sei stato fuori?
Lui diede un’occhiata alla propria manica; ecco un particolare che aveva dimenticato. — Sono dovuto uscire — ammise.
— Per che cosa?
Non se la sentiva di continuare a fingere. — Ho avuto un accesso di nausea — rispose. — Ma credo che non sia niente.
— Oh, Peter, l’ho avuta anch’io!
Si guardarono in silenzio per quasi un minuto, poi lei disse, roca: — Devono essere state quelle polpette che abbiamo mangiato a cena. Non hai notato che avevano un sapore un po’ strano?
Scosse la testa. — Mi è sembrato che avessero il solito sapore. E poi, Jennifer non ha mangiato polpette.
— E allora, secondo te, Peter, ci siamo?
Le prese una mano. — È quello che succede a tutti. Non possiamo illuderci di essere immuni.
— No — rispose lei, pensierosa. — Credo proprio di no. — Alzò la testa e lo fissò negli occhi. — È la fine, vero? Non faremo che peggiorare fino a quando sopravverrà la morte.
— Credo che sia questo lo schema generale. — Le sorrise. — È la prima volta che mi capita, ma dicono che va proprio così.
Mary si scostò da lui e passò in anticamera; dopo un momento d’incertezza, lui la seguì. La trovò in piedi accanto alla portafinestra, lo sguardo fisso al giardino che amava tanto, ora grigio, invernale e spazzato dalla pioggia. — Mi spiace che non abbiamo comperato la panchina — mormorò, distratta. — Starebbe benissimo sotto quel tratto di muro.
— Potrei fare un salto e comperarla oggi.
Si voltò verso di lui. — No, se non ti senti bene.
— Vedrò come mi sentirò più tardi. Meglio fare qualcosa che non restarsene seduti a pensare alla nostra condizione miseranda.
Gli sorrise. — Ho l’impressione di stare meglio ora. Te la senti di mangiare qualcosa per prima colazione?
— Bene, non saprei. Non so se mi sento bene fino a questo punto. Che cosa c’è?
—Abbiamo tre pinte di latte. Riusciremo a procurarcene altro?
— Credo di sì. Potrei andarlo a ritirare con la macchina.
— Che ne diresti allora di una pappa d’avena? Sulla scatola c’è scritto che i fiocchi d’avena sono ricchi di glucosio. E il glucosio è molto indicato dopo un accesso di nausea, vero?
Annuì. — Adesso farò una doccia, e credo che poi mi sentirò meglio.
Quando, dopo essere rimasto qualche minuto sotto l’acqua bollente, uscì dalla stanza da letto, Mary era in cucina e stava preparando la prima colazione. Con suo grande stupore la sentì cantare, cantare una gaia canzonetta nella quale si chiedeva chi aveva lucidato il sole. Le andò accanto. — Mi sembri allegra — osservò.
Si voltò verso di lui. — È un tale sollievo! — disse, e solo allora lui si accorse che, mentre cantava, piangeva un poco. Le asciugò gli occhi, perplesso, e la strinse a sé.
— Ero tanto, tanto preoccupata! — singhiozzò Mary. — Ma ora tutto va per il meglio.
Le cose non sarebbero potute andare peggio, pensò, ma non lo disse. — Che cosa ti preoccupa? — le chiese.
— L’infezione non colpisce tutti contemporaneamente. Così almeno dicono. C’è chi può contrarla quindici giorni prima degli altri. Mi sarei potuta ammalare prima io, e avrei allora dovuto lasciare te e Jennifer, o ti saresti potuto ammalare prima tu, e ci avresti lasciate sole. È stato un incubo spaventoso... — Lo fissò negli occhi, sorridendogli fra le lacrime. — E invece siamo stati colpiti tutti assieme, nello stesso giorno. Non siamo stati fortunati?
Il venerdì Peter Holmes andò in macchina a Melbourne, con il pretesto di comperare una panchina. Percorse il tragitto a una velocità piuttosto elevata, perché non voleva rimanere assente da casa troppo a lungo. Desiderava trovare John Osborne, e trovarlo al più presto; provò per prima cosa alla rimessa nel cortile, che però risultò chiusa, poi provò agli uffici dell’Istituto di Fisica Superiore. Finì per rintracciarlo in una stanza del Pastoral Club, e notò subito che aveva un aspetto debole e malaticcio.
Peter disse: — John, mi spiace di disturbarla. Non si sente bene?
— È toccata anche a me — rispose lo scienziato. — Sono due giorni ormai. E lei?
— Proprio per questo volevo vederla. Il nostro medico è morto, credo, o almeno non esercita più. Senta, John. Mary e io abbiamo cominciato ad avvertire i primi sintomi martedì. Lei sta piuttosto male. Ma giovedì, cioè ieri, io ho cominciato a riprendermi. Non gliel’ho detto, ma mi sento sano come un pesce, e ho una fame maledetta. Strada facendo, mi sono fermato a un bar per la prima colazione, ho mangiato uova al prosciutto con ogni contorno immaginabile, e ho ancora appetito. Credo di essermela cavata. È possibile una cosa del genere?
Lo scienziato scosse la testa. — Si tratta di un fenomeno temporaneo. Può darsi che si senta bene per un po’, ma avrà una ricaduta, è inevitabile.
— Che cosa significa quel suo “un po’”?
— Potrà resistere una decina di giorni. Poi avrà una ricaduta. E allora sarà la fine. Mi dica, come sta Mary?
— Non troppo bene. Devo tornare da lei al più presto.
— È a letto, vero?
Peter scosse la testa. — È scesa a Falmouth con me stamattina per comperare la polvere antitarme.
— Per comperare che cosa?
— Polvere antitarme. Naftalina. — Esitò. — La voleva assolutamente. Quando l’ho lasciata, stava mettendo sotto cellophane tutti i nostri abiti per difenderli dalle tarme. Si dà da fare fra un accesso e l’altro, ed è decisa a portare a termine questo lavoro. — Tornò all’argomento per il quale era venuto. — Senta, John, allora, anche se avrò una settimana o una decina di giorni di tregua, non c’è per me la più piccola speranza?
— Neppure la più piccola speranza, vecchio mio. Nessuno riuscirà a sopravvivere. Saremo spazzati via tutti, dal primo all’ultimo.
— Meglio saperlo. Inutile farsi delle illusioni. C’è qualcosa che posso fare per lei? Devo tornare da Mary al più presto.
Lo scienziato scosse la testa. — Ormai è finita per me. Ci sono ancora un paio di cose che devo sbrigare oggi, poi posso lasciare che tutto vada per il suo verso.
Peter sapeva che lui aveva ancora responsabilità di famiglia. — Come sta sua madre?
— È morta — rispose laconicamente lo scienziato. — Mi sono stabilito qui adesso.
Peter annuì, ma l’idea di Mary lo ossessionava. — Devo andare — disse. — Buona fortuna, vecchio mio.
Lo scienziato abbozzò uno stanco sorriso. — Arrivederci — rispose.
Quando l’ufficiale di Marina se ne fu andato, si alzò dal letto e uscì nel corridoio. Rientrò una mezz’ora dopo, debolissimo, le labbra atteggiate a una smorfia di disgusto per la ormai quasi inesistente forza di reazione del proprio organismo. Doveva fare quel giorno quello che aveva da fare; l’indomani ne sarebbe stato incapace.
Si vestì con la massima cura e scese dabbasso. Diede una occhiata nel giardino d’inverno; il camino era acceso, e suo zio sedeva davanti al fuoco, un bicchiere di sherry a portata di mano. Il vecchio alzò la testa e disse: — Buongiorno, John. Come hai dormito?
Lo scienziato rispose laconicamente. — Piuttosto male. Il mio stato di salute sta peggiorando.
Un’espressione preoccupata si disegnò sul viso rosso e rubicondo del vecchio. — Sono davvero spiacente di saperlo, mio caro ragazzo. A quanto pare, tutti sono ormai ammalati. Sai che sono dovuto scendere personalmente in cucina e prepararmi da solo la prima colazione? E in un club come questo, intendiamoci bene!
Si era stabilito lì da tre giorni, dopo la morte della sorella che aveva sempre badato all’andamento della sua casa a Macedon. — Però adesso è arrivato Collins, il guardaportone, e sarà lui a cucinarci il pranzo. Mangi qui oggi a mezzogiorno?
John Osborne sapeva perfettamente che non sarebbe stato in grado di mangiare quel giorno. — Mi spiace, ma proprio oggi non posso, zio. Devo uscire.
— Oh, un vero peccato. Speravo proprio che ci fossi anche tu oggi a bere un po’ di quel porto. Siamo quasi alla fine ormai... credo che ne restino soltanto una cinquantina di bottiglie. Dovrebbe bastarci fino all’ultimo.
— Come ti senti oggi, zio?
— Non troppo bene, ragazzo mio, non troppo bene. Barcollavo un po’ ieri sera, dopo cena, ma credo sia stato il Borgogna. Sono convinto che il Borgogna non se la fa troppo con gli altri vini. In Francia, ai vecchi tempi, se prendevi Borgogna, lo bevevi da un recipiente della capacità di una pinta o del suo equivalente francese, ma non bevevi altro. Invece, sono venuto qui a gustarmi un cognac con un po’ di ghiaccio, e quando sono andato di sopra mi sentivo di nuovo in perfetta forma. No, ho passato una notte molto tranquilla.
Lo scienziato si chiese fino a quando sarebbe durata l’immunità dalla infezione radioattiva procurata dall’alcol. Per quello che ne sapeva, non erano mai state fatte ricerche in proposito; ora che se ne presentava l’occasione, non c’era nessuno che potesse eseguirle. — Mi spiace di non potermi trattenere a pranzo — disse — ma ci rivedremo stasera, forse.
John Osborne uscì dal club e si avviò giù per il viale alberato come in un sogno. La Ferrari richiedeva tutta la sua attenzione, e lui doveva andare là, assolutamente; poi avrebbe potuto riposare. Passò davanti alla porta aperta di una farmacia ed esitò un momento prima di entrare. Il locale appariva deserto, non c’era nessuno al banco. Per terra si vedeva una cassa aperta, piena di scatolette rosse, e altre scatolette rosse erano ammucchiate in disordine sul banco, fra gli specifici per la tosse e il rosso per le labbra. Ne prese una, se la fece scivolare in tasca e continuò per la sua strada.
Quando ebbe spinto da parte le porte scorrevoli della rimessa, si trovò davanti la Ferrari, come l’aveva lasciata, pronta a far risuonare ancora una volta il rombo del suo possente motore. Aveva superato la prova del Gran Premio senza nemmeno un graffio, e ora appariva come nuova. Era una gioia per lui esserne il proprietario, specie ora, dopo la corsa. Si sentiva ormai troppo male per guidarla, ma non tanto male da non poterla toccare, lucidare, da non poterci lavorare attorno. Appese la giacca a un chiodo e si mise all’opera.
Prima di tutto, era necessario sollevare le ruote e piazzare un martinetto sotto l’assale, in modo che le gomme non toccassero terra. Lo sforzo che tutta questa operazione richiese lo lasciò profondamente spossato. Non c’era gabinetto nella rimessa, ma, sul retro, si apriva un cortiletto sudicio, pieno delle carcasse nere e chiazzate d’olio di vecchie macchine. Si ritirò là, ma tornò quasi subito al lavoro, più debole che mai, più risoluto che mai a portare a termine quanto si era prefisso.
Finì di sollevare le ruote prima che si manifestassero i sintomi di un secondo accesso. Sollevò il cofano per togliere l’acqua dal radiatore, poi dovette uscire nel cortile. Ma non importava ormai, perché quanto gli rimaneva da sbrigare era abbastanza facile. Staccò i morsetti della batteria e ingrassò i giunti. Poi tolse a una a una le sei candele, riempi d’olio i cilindri e tornò ad avvitare, molto strette, le candele.
Riposò un poco, appoggiandosi alla macchina; ora quasi tutto poteva considerarsi a posto. Fu colto da un nuovo accesso, e dovette uscire ancora una volta nel cortile. Quando rientrò, stava calando la sera e la luce si faceva sempre più incerta. Aveva fatto tutto quello che poteva per l’auto che amava tanto, ma vi rimase accanto, riluttante a lasciarla, timoroso che un nuovo accesso lo cogliesse senza neppure permettergli di raggiungere il club.
Si sarebbe seduto per l’ultima volta al posto di guida e avrebbe provato i comandi. Casco e occhiali erano sul sedile; si mise il casco in testa, con la massima cura e accomodò gli occhiali intorno al collo, sotto il mento. Poi salì sulla macchina e si piazzò dietro il volante.
Si stava comodi lì, molto più comodi che non al club. Il volante sotto le mani gli dava una sensazione di conforto, i tre manometri neri, piazzati sul cruscotto, erano come vecchi amici. Quella macchina aveva vinto per lui la corsa che era stata il punto culminante della sua vita. Perché preoccuparsi ulteriormente?
Pescò fuori di tasca la scatola rossa, prese dal tubetto le pastiglie e buttò la scatola per terra, accanto alla macchina. Non c’era motivo che se ne andasse; era così che gli piaceva di finire.
Si mise in bocca le pastiglie e le deglutì, senza il minimo sforzo.
Uscito dal club, Peter Holmes raggiunse in macchina il magazzino di ferramenta di Elizabeth Street, dove aveva già comperato la falciatrice meccanica. Non c’erano più impiegati, non c’era nessuno là dentro, ma qualcuno aveva abbattuto una porta, e il locale era stato in parte saccheggiato nel senso che chi voleva qualcosa entrava e se la prendeva, semplicemente. Nell’interno c’era pochissima luce, perché avevano abbassato il distributore centrale di energia elettrica. Il reparto giardinaggio era al secondo piano; salì la rampa di scale e trovò le panchine che ricordava perfettamente. Ne scelse una chiara, con un lungo cuscino dai colori vivacissimi che certo sarebbe piaciuto a Mary e che sarebbe anche servito a non rovinare il tetto della macchina. A fatica trasportò la panchina giù per le scale fino al marciapiede antistante il negozio, poi rientrò per recuperare il cuscino e un po’ di corda. Trovò su un banco un mucchio di stracci. Tornato in strada, sollevò la panchina sul tetto della Morris Minor e l’assicurò con molti giri di corda saldamente affrancati. Poi iniziò il viaggio di ritorno.
Aveva ancora una fame terribile e si sentiva benissimo. Non aveva detto a Mary di essersi ripreso, e non intendeva certo dirglielo ora: non avrebbe fatto che sconvolgerla, dato che lei si sentiva sicura che se ne sarebbero andati tutti quanti insieme. Strada facendo, si fermò allo stesso bar dove aveva consumato la prima colazione; i proprietari, una coppia dall’aspetto rubicondo, sembravano godere di ottima salute. Per pranzo avevano preparato roast-beef, e lui ne mangiò due piatti, seguiti da una abbondante porzione di stuzzichini al prosciutto. Poi, ripensandoci, si fece preparare un enorme pacco di sandwiches alla carne; lo avrebbe lasciato nel portabagagli della macchina, dove Mary non lo avrebbe certo trovato, e alla sera, senza che lei lo sapesse, avrebbe potuto assentarsi per un po’ e mangiare tranquillamente.
Fu di ritorno a casa nelle prime ore del pomeriggio; lasciò la panchina sul tetto della macchina ed entrò. Trovò Mary sdraiata sul letto, mezzo vestita, sotto un piumino; tutto, là dentro, sem brava freddo e umido. Si mise a sedere sul letto accanto a lei. — Come ti senti adesso? — le chiese.
— Malissimo. Peter, sono terribilmente preoccupata per Jennifer. Non riesco a farle prendere niente, e continua a sporcarsi. — Aggiunse qualche particolare.
Lui attraversò la stanza e andò a guardare la bambina nella culla. Appariva magra e debolissima, come Mary. Tutte e due avevano l’aria di essere molto ammalate.
Lei chiese: — Peter... e tu come ti senti?
— Non troppo bene. Ho vomitato due volte nel viaggio di andata e una in quello di ritorno. E la diarrea mi ha tormentato continuamente.
— Non saresti dovuto andare...
Le sorrise. — Sono riuscito a procurarmi la panchina, in ogni modo.
Il suo viso si illuminò un poco. — Davvero? E dov’è?
— Sulla macchina. Tu rimani qui coricata, al caldo. Io accenderò il fuoco e renderò la casa un po’ più accogliente. Poi scaricherò la panchina dalla macchina e così tu potrai vederla.
— Non posso restarmene coricata — replicò, stancamente. — Bisogna cambiare Jennifer.
— Lo farò io, per prima cosa. — La costrinse a distendersi di nuovo. — Tu rimani qui, al caldo.
Un’ora dopo un allegro fuoco brillava nel soggiorno e la panchina era al suo posto, sotto il muro, là dove lei l’aveva sempre desiderata. Mary la guardò dalla porta-finestra, con quel suo cuscino dai colori vivacissimi. — Bella — disse. — È proprio quello di cui avevamo bisogno per quell’angolo. Sarà delizioso restarsene seduti là, nelle sere d’estate... — Il pomeriggio invernale stava volgendo al termine, e cadeva una pioggia sottile. — Peter, ora che l’ho vista, vuoi andare a prendere quel cuscino e metterlo nella veranda? O, meglio, portalo qui, dove è asciutto. Voglio che si conservi bello per l’estate.
Lui si affrettò a obbedire, poi portò nella stanza più calda anche la culla della bambina. Mary chiese: — Peter, vuoi qualcosa da mangiare? C’è molto latte, se riesci a tenerlo giù.
Scosse la testa. — Non potrei mangiare nemmeno una briciola. E tu?
Scosse la testa anche lei.
— E se preparassi un po’ di cognac caldo e limone — suggerì Peter — ti andrebbe?
Lei rimase un momento pensierosa. — Potrei tentare. — Si strinse addosso la vestaglia. — Ho tanto freddo...
Il fuoco brontolava nel camino. — Esco a prendere un altro po’ di legna — disse lui. — Poi ti porto da bere qualcosa di caldo. — Andò al mucchio di ceppi, nel buio sempre più fondo, e colse l’occasione per aprire il portabagagli della macchina e mangiare tre sandwiches. Quando tornò nel soggiorno con un cesto di legna, trovò la moglie dritta accanto alla culla. — Ci hai messo molto tempo — osservò lei. — Che cosa hai fatto?
— Non mi sono sentito troppo bene. Sempre colpa di quelle polpette, probabilmente.
Il suo viso si addolcì. — Povero, vecchio Peter! Ci troviamo tutti in una ben brutta situazione... — Si chinò sulla culla e sfiorò con una mano la fronte della piccola, che ora giaceva inerte, come se fosse troppo debole per piangere. — Peter, credo che stia morendo...
Le cinse le spalle con un braccio. — Lo temo — disse, adagio — e lo stesso sta succedendo anche a te. Nessuno di noi ha molto da scampare. Ho messo la cogoma sul fornello. Beviamo qualcosa di caldo adesso.
La portò lontano dalla culla, al calore del grande fuoco che aveva alimentato. Mary si mise a sedere per terra, e lui le servì allora cognac caldo e acqua con un po’ di limone. Lei sorseggiò quel liquido bollente, gli occhi fissi alla fiamma, ed ebbe l’impressione di sentirsi un po’ meglio. Peter bevve a sua volta poi rimasero in silenzio per alcuni minuti.
Alla fine Mary chiese: — Peter, perché ci è capitato tutto questo? Perché Russia e Cina hanno cominciato a combattere fra loro?
Annuì. — È per questo, più o meno. Ma c’è anche altro. America, Inghilterra e Russia avevano già iniziato bombardamenti distruttivi. E all’origine di tutto c’era l’Albania.
— Ma non avevamo niente a che fare con questa storia, vero? Noi australiani.
— Avevamo dato il nostro appoggio morale all’Inghilterra. Non credo proprio che abbiamo avuto il tempo di darle altro. Dopo un mese, tutto era finito.
— Qualcuno avrebbe potuto arrestare questo?
— Non lo so... Ci sono pazzie che non si possono arrestare, semplicemente. Voglio dire, se un paio di centinaia di milioni di persone decidono che il loro onore nazionale li costringe a sganciare bombe al cobalto sul loro vicino, non possiamo farci niente, tu e io. La sola speranza possibile sarebbe stata quella di educarli in modo che non potessero spingersi fino a pazzie del genere.
— Ma come sarebbe stato possibile questo, Peter? Voglio dire, tutti ormai avevano lasciato la scuola.
— I giornali. Si sarebbe potuto fare qualcosa con i giornali, e non ne abbiamo fatto nulla. Nessuna nazione ha mosso un dito in questo senso, perché eravamo tutti troppo sciocchi. Ci piacevano i nostri giornali con fotografie di reginette di bellezza e titoli a caratteri di scatola sulle rapine, e nessun governo è stato così saggio da impedire che venissero fatti a quel modo. Ma si sarebbe potuto arrivare a qualcosa con i giornali, se solo fossimo stati più intelligenti.
Lei non riusciva a comprendere del tutto il suo ragionamento. — Sono contenta che non ci siano più giornali adesso — disse. — Si sta molto meglio così.
Uno spasimo la scosse, e Peter l’aiutò a raggiungere il bagno. Mentre lei era chiusa là dentro, tornò nel soggiorno e si fermò a guardare la bambina. Stava malissimo, era chiaro, e più nulla ormai le avrebbe giovato; c’era persino da dubitare che passasse la notte. Pure Mary stava malissimo, anche se non fino a quel punto. L’unico che stesse ancora bene era lui, e non poteva darlo a vedere.
L’idea di sopravvivere a Mary gli parve insopportabile. Non avrebbe potuto fermarsi in casa; nei pochi giorni che gli sarebbero stati ancora concessi non avrebbe saputo dove andare, non avrebbe saputo che cosa fare. Gli balenò alla mente il pensiero che, se lo Scorpion era ancora a Williamstown, avrebbe potuto andare con Dwight Towers e farla finita in mare, in quel mare dove aveva trascorso la sua vita di lavoro. Ma perché avrebbe dovuto farlo? Non voleva quel tempo extra che uno strano scherzo del suo metabolismo gli aveva concesso. Voleva restare con la sua famiglia.
Mary lo chiamò dal bagno, e lui andò ad aiutarla. La riportò davanti al fuoco, perché aveva freddo e continuava a tremare. Le diede un altro cognac bollente e la coprì sistemandole il piumino sulle spalle. Lei rimase seduta, col bicchiere stretto fra le due mani per dominare i tremiti che la scuotevano tutta.
Dopo un poco, lei disse: — Peter, come sta Jennifer?
Si alzò, andò a dare un’occhiata alla culla e tornò accanto a lei. — È tranquilla adesso. Credo che stia, più o meno, come prima.
— E tu come stai?
— Malissimo. — Si chinò e le prese una mano. — Ma credo che tu stia peggio di me — le disse, perché anche lei sapesse. — Credo che, forse, resisterò un paio di giorni più di te, non di più. Probabilmente perché sono fisicamente più forte.
Lei annuì. — Non c’è speranza, vero? Per nessuno di noi.
Scosse la testa. — Nessuno riuscirà a cavarsela, cara.
— Credo che non sarò in grado di raggiungere il bagno domani, Peter caro, vorrei farla finita stanotte e portarmi con me Jennifer. Giudichi assurdo questo mio desiderio?
La baciò. — Lo considero molto sensato. Verrò anch’io.
Lei protestò debolmente: — Ma tu non sei ammalato come noi.
— Lo sarò domani. È inutile insistere.
— Che cosa dobbiamo fare, Peter?
Rimase per un momento soprappensiero. — Riempirò le bottiglie dell’acqua calda e le metterò nel letto — rispose poi. — Tu intanto indossa una camicia da notte pulita, coricati e cerca di riscaldarti. Porterò di là Jennifer. Poi chiuderò la casa, preparerò una bibita bollente e la faremo finita a letto, assieme, con le pastiglie.
— Ricordati di levare la corrente — gli disse. — Un topo potrebbe rosicchiare un filo e mettere a fuoco la casa.
— Non lo dimenticherò certo.
Lo fissò, con gli occhi pieni di lacrime. — Farai tu quello che deve essere fatto a Jennifer, vero?
Le carezzò i capelli. — Non preoccuparti — le disse, adagio. — Ci penso io.
Riempì le bottiglie d’acqua calda e le mise nel letto, dopo averlo riordinato come meglio sapeva. Aiutò la moglie a coricarsi, tornò in cucina e mise per l’ultima volta la cogoma sul fornello; mentre aspettava che l’acqua bollisse, tornò a leggere con la massima attenzione le istruzioni sulle tre scatole rosse.
Riempì il thermos di acqua bollente e lo sistemò su un vassoio assieme ai due bicchieri, al cognac e a un mezzo limone, poi portò tutto nella stanza da letto. Facendo scivolare indietro la culla, la lasciò accanto al capezzale. Come vide la culla, Mary, che ora aveva un’aria fresca e pulita, si mise faticosamente a sedere.
Le chiese: — Devo prenderla in braccio? — Pensava che forse lei avrebbe desiderato cullare un po’ la piccola.
Mary scosse la testa. — È troppo ammalata. — Rimase immobile per quasi un minuto, gli occhi fissi sulla bambina, poi si lasciò ricadere stancamente indietro. — Preferisco pensarla com’era quando stavamo tutti bene. Sbrigati con quella iniezione, Peter, e facciamola finita.
Aveva ragione, pensò lui; meglio sbrigarsi, meglio non trascinare troppo a lungo le cose. Fece l’iniezione alla bambina, in un braccio. Poi si spogliò, indossò un pigiama pulito, spense tutte le luci della casa, salvo quella del comodino, mise il parafuoco nel soggiorno e accese una candela che tenevano in riserva in caso di mancanza di corrente. La lasciò sul comodino e abbassò il commutatore centrale della luce.
Si coricò accanto a Mary, riempì i bicchieri e prese le pastiglie dalle scatole rosse. — Ce la siamo passata bene da quando ci siamo sposati — disse lei, adagio. — Grazie di tutto, Peter.
L’attirò a sé e la baciò. — Ce la siamo passata bene davvero. E adesso, facciamola finita.
Si misero in bocca le pastiglie e bevvero.
Quella sera Dwight Towers telefonò a Moira Davidson, a Harkaway. Dubitava di ottenere la comunicazione, o, ammesso che l’avesse ottenuta, di ricevere risposta. Ma il centralino funzionava ancora, e Moira rispose quasi subito.
— Ehi — le disse — non ero sicuro di sentirla. Come vanno le cose, lì da voi?
— Male. Credo che per papà e mamma sia quasi finita.
— E lei?
— Anche per me è quasi finita, Dwight, più o meno. Lei come si sente?
— Potrei darle la sua stessa risposta. Ho telefonato per dirle addio, per sempre. Domani portiamo lo Scorpion al largo e lo affondiamo.
— Voi non tornerete indietro? — gli chiese.
— No, cara. Non torneremo indietro. Dobbiamo sbrigare questo ultimo compito, e poi per noi è finita. — Una breve pausa. — L’ho chiamata per ringraziarla per questi ultimi sei mesi. Ha voluto dire molto per me il fatto di averla vicina.
— Ha voluto dire molto anche per me — rispose. — Dwight, se riesco a farcela, posso venire a vedervi partire?
Esitò un istante, poi: — Certo. Ma non possiamo aspettare. Gli uomini sono già abbastanza deboli adesso, e domani saranno ancora più deboli.
— A che ora partite?
— Ci metteremo in mare alle otto. Non appena sarà giorno fatto.
— Bene, ci sarò.
La incaricò di salutare suo padre e sua madre, poi interruppe la comunicazione. Lei andò nella loro stanza, dove essi giacevano su letti gemelli, in condizioni molto peggiori delle sue, e trasmise i saluti. Poi spiegò loro quello che aveva intenzione di fare. — Sarò di ritorno per l’ora di cena — disse.
La madre mormorò: — Lo devi andare a salutare, cara. È stato un meraviglioso amico per te. Ma, se non ci siamo più quando torni, devi capire.
Lei si mise a sedere sul letto della madre. — Stai tanto male, mamma?
— Temo di sì, cara. E papà sta peggio di me oggi. Ma abbiamo tutto il necessario, nel caso che la situazione precipiti.
Dal suo letto il padre disse debolmente: — Piove?
— In questo momento no, papà.
— Vuoi andare ad aprire il cancello del recinto che dà sul vicolo, Moira? Tutti gli altri cancelli sono aperti, ma devono essere in grado di arrivare fino al fieno.
— Vado ad aprirlo subito, papà. Posso fare qualcos’altro?
Chiuse gli occhi. — Saluta per me Dwight. Mi spiace che non abbia potuto sposarti.
— Spiace anche a me. Ma è proprio il tipo d’uomo che non si lascia conquistare troppo facilmente.
Uscì nella notte, aprì il cancello e controllò che anche tutti gli altri del recinto fossero aperti; non si vedevano bestie in giro. Quando tornò in casa a riferire al padre, questi le parve molto sollevato. Dato che non avevano bisogno di altro, augurò loro la buonanotte con un bacio e andò a coricarsi, dopo aver puntato la piccola sveglia sulle cinque, nel caso si fosse addormentata.
Dormì pochissimo. Nel corso della notte dovette andare quattro volte in bagno e bevve mezza bottiglia di cognac, la sola cosa che, a quanto pareva, riusciva a tenere giù. Si alzò allo squillo della sveglia e, dopo una doccia calda, che sembrò giovarle, indossò la camicia e i pantaloni rossi che aveva portato quando aveva conosciuto Dwight, mesi addietro. Si truccò con cura il viso e si buttò sulle spalle un cappotto. Poi aprì la porta della camera dei genitori, adagio, e guardò dentro, facendosi schermo con la mano al fascio luminoso di una torcia elettrica. Suo padre sembrava addormentato, ma la madre le sorrise dal letto; anche loro avevano dovuto alzarsi più e più volte quella notte. Lei si avvicinò in punta di piedi, baciò la madre, poi uscì, chiudendosi la porta alle spalle, senza fare il minimo rumore.
Prese dalla dispensa una bottiglia di cognac nuova, raggiunse la rimessa, mise in moto la macchina e si avviò giù per la strada che portava a Melbourne. Nei dintorni di Oalleigh si fermò in mezzo alla via deserta, nella prima, grigia luce dell’alba e, prima di ripartire, bevve un generoso sorso dalla bottiglia.
Attraversò la città deserta e percorse tutto il lunghissimo viale che portava fino a Williamstown. Arrivò all’arsenale alle sette e un quarto; non c’era guardia ai cancelli aperti, e allora puntò direttamente sul molo al quale era ormeggiata la portaerei. Niente guardia alla passerella, nessun ufficiale di giornata ad accoglierla. Girò per la nave, cercando di ricordare dove era andata quando Dwight le aveva fatto visitare il sottomarino, e dopo un po’ trovò un graduato americano che la indirizzò a un portello di ferro sulla fiancata della nave, da dove un’altra passerella portava direttamente sullo Scorpion.
Fermò un uomo che stava per passare sull’altra unità. — Se vede il capitano Towers, può chiedergli se può venire qui un momento a parlare con me? — disse.
— Certo, signorina — le rispose l’altro. — Glielo dirò subito — e dopo pochi minuti Dwight comparve e attraversò la passerella per raggiungerla.
Aveva un’aria molto ammalata, pensò lei, come tutti, del resto. Lui le prese le mani, senza badare a quanti stavano a guardare. — È stato molto gentile da parte sua venirmi a salutare — disse. — E come va a casa?
— Malissimo. Per papà e mamma sarà finita molto presto, e credo che sia così anche per me. Oggi sarà la fine per noi tutti. — Esitò un momento, poi: — Dwight, voglio chiederle una cosa.
— Che cosa?
— Posso venire con lei, nel sottomarino? — Fece una breve pausa prima di continuare. — Credo di non aver più motivo di tornare a casa. Papà mi ha detto di lasciare la Customline in una strada. Non ne avrà più bisogno. Posso venire con lei?
Lui rimase in silenzio così a lungo da rendere subito chiaro che la risposta sarebbe stata: “No”. Poi disse: — Quattro uomini mi hanno chiesto la stessa cosa stamattina, ma a tutti ho opposto un rifiuto, perché allo zio Sam non piacerebbe. Ho sempre fatto funzionare questa unità secondo il regolamento della Marina, e continuerò a farla funzionare così fino alla fine. Non posso portarla con me, cara. Dovremo prendere ognuno la nostra strada.
— È giusto — mormorò lei, abbattuta. Poi sollevò la testa e lo guardò. — Ha con sé i regali, vero?
— Certo che li ho. Grazie.
— Parli a Sharon di me. Non abbiamo niente da nascondere.
Le sfiorò un braccio. — Porta lo stesso abito che aveva quando ci siamo conosciuti.
Lei abbozzò un sorriso. — “Tienilo occupato... non dargli tempo di pensare, se no magari comincerà a piangere.” Ho svolto bene il mio compito, Dwight?
— Benissimo, davvero. — La prese fra le braccia e la baciò, e lei si strinse a lui per un istante.
Poi si liberò di scatto. — Non prolunghiamo questa agonia — mormorò. — Ci siamo detti tutto quanto avevamo da dirci. Fra quanto tempo partite?
— Prestissimo. Inizieremo le manovre fra circa cinque minuti.
— E a che ora farà affondare la sua unità?
Rifletté per qualche istante. — Trenta miglia fino in fondo alla baia e poi altre dodici miglia. Quarantadue miglia in tutto. Non perderemo certo tempo. Diciamo allora, due ore e dieci minuti dopo la partenza da qui.
Lei annuì lentamente. — Penserò a lei. — Poi disse: — Vada adesso, Dwight. Forse ci rivedremo un giorno nel Connecticut.
L’attirò a sé per baciarla ancora, ma lei lo respinse. — No, vada adesso. — E mentalmente pronunciò le parole: “O sarò io a mettermi a piangere”.
Lui annuì, disse: — Grazie di tutto — poi si voltò, attraversò la passerella e scomparve nel sottomarino.
Ora c’erano con lei due o tre donne ferme a capo della passerella. A quanto pareva, non c’erano a bordo della portaerei gli uomini per ritirare la passerella. Lei vide Dwight apparire sul ponte dall’interno del sottomarino per dirigere la manovra, vide la parte inferiore della passerella liberarsi, mentre le gomene venivano mollate. Vide la gomena di prua allentarsi mentre Dwight parlava nel tubo portaordini, vide l’acqua turbinare a poppa mentre le eliche giravano lentamente e il timone si piegava. Ora una pioggia sottile cadeva dal cielo grigio. Vennero mollate anche le gomene di prua, e gli uomini le arrotolarono e le chiusero nel ripostiglio di acciaio della sovrastruttura mentre il sottomarino si allontanava lentamente dalla portaerei, descrivendo un ampio arco. Poi tutti scomparvero sotto coperta, e sul ponte rimasero soltanto Dwight e un altro. Lui sollevò una mano in cenno di saluto, e lei rispose allo stesso modo, gli occhi annebbiati dalle lacrime; in breve il basso scafo doppiò Point Gellibrand e scomparve nella foschia.
Si allontanò dal portello assieme alle altre donne. — Ora non ci rimane più niente per cui vivere — disse.
Una delle donne replicò: — Bene, nessuno la costringe a farlo, anatroccola mia.
Atteggiò le labbra all’ombra di un sorriso e diede un’occhiata all’orologio. Le otto e tre minuti. Alle dieci e dieci Dwight se ne sarebbe andato a casa, nel suo villaggio del Connecticut che amava tanto. Per lei ormai non c’era più nulla da fare a casa; se fosse tornata a Harkaway avrebbe trovato soltanto il bestiame e tanti, tanti tristi ricordi. Non era potuta andare con Dwight perché il regolamento della Marina lo vietava, ed era una cosa, questa, che capiva perfettamente. Ma gli sarebbe stata vicina quando lui avrebbe iniziato il suo viaggio, a sole dodici miglia di distanza. Se gli fosse comparsa al fianco con un sorriso sulle labbra, forse le avrebbe permesso di accompagnarla, e lei avrebbe potuto vedere Helen che giocava con il bastone a molla.
Attraversò in fretta le cupe ed echeggianti caverne della morta portaerei, trovò la passerella e raggiunse la macchina sul molo. C’era molta benzina nel serbatoio; aveva fatto il pieno il giorno prima, attingendo alle latte nascoste dietro il granaio. Salì e aprì la borsetta; la scatola rossa c’era ancora. Sturò la bottiglia di cognac e bevve un lungo sorso; faceva bene quella roba, certo, perché, da quando era partita, non si era ancora sentita male. Accese il motore e, dopo aver costeggiato i moli, uscì dall’arsenale e, attraverso strade secondarie di periferia, raggiunse la statale per Geelong.
Schiacciò allora l’acceleratore e si avviò, a più di cento all’ora, in direzione di Geelong: una ragazza a testa nuda, pallidissima, vestita di rosso, lievemente ubriaca, che guidava a grande velocità una macchina enorme. Attraversò Laverton con il suo spazioso aerodromo, Werribee con la sua fattoria sperimentale, e proseguì a tutta andatura verso sud, per la strada deserta. Nei dintorni di Corio fu colta da uno spasmo, e dovette allora fermarsi e cercare rifugio fra i cespugli: quando ricomparve, un quarto d’ora dopo, bevve un lungo sorso dalla bottiglia di cognac.
Poi ripartì, ancora più veloce di prima. Attraversò la zona industriale di Corio, lasciandosi sulla sinistra il centro universitario, e arrivò a Geelong, dominata dalla sua cattedrale. In cima all’altissimo campanile, le campane stavano suonando per chissà quale servizio divino. Rallentò un po’ mentre attraversava la città, ma le strade erano deserte, anche se notò molte macchine abbandonate accanto ai marciapiedi. Vide soltanto tre persone, tutti uomini.
Uscendo da Geelong prese la strada di quattordici miglia che portava a Barwon Heads e al mare. Mentre passava attraverso la zona paludosa, si rese conto che le forze cominciavano ad abbandonarla, ma ormai era vicina alla meta. Un quarto d’ora dopo svoltava nel grande viale a palme che rappresentava il corso della cittadina. Giunta in fondo, girò a sinistra, dalla parte opposta rispetto ai campi di golf e alla casetta dove aveva passato tante ore felici della sua infanzia, con la precisa consapevolezza che non l’avrebbe mai più rivista. Alle dieci meno venti, al ponte, girò a destra e, attraversato il parco dei divertimenti deserto, raggiunse la punta della penisola. Il mare si stendeva dinanzi a lei, grigio e increspato dalle onde che, provenendo da sud, venivano a infrangersi contro le rupi sottostanti.
L’oceano appariva deserto e grigio sotto il cielo plumbeo, ma a oriente c’era uno squarcio fra le nuvole e una fascia di luce pioveva sulla distesa d’acqua. Si fermò in un punto da dove poteva dominare un vasto tratto di mare, scese dalla macchina, bevve un altro sorso dalla bottiglia, poi cominciò a scrutare l’orizzonte, alla ricerca del sottomarino. Mentre si voltava verso il faro di Point Lonsdale e l’ingresso di Port Phillip Bay, scorse la lunga sagoma grigia a non più di cinque miglia di distanza: aveva doppiato gli Heads e si stava dirigendo verso sud.
Non poteva distinguere i particolari, ma sapeva che Dwight era sul ponte, per guidare la nave nella sua ultima crociera. Sapeva che lui non poteva vederla, non poteva sapere che lo stava guardando, ma lo salutò egualmente con ampi cenni delle braccia. Poi risalì in macchina, perché il vento, proveniente dalle regioni polari, era impetuoso e gelido, e lei si sentiva molto male; avrebbe potuto continuare a guardarlo anche se se ne stava al riparo.
Rimase seduta, la bottiglia stretta fra le ginocchia, a seguire con lo sguardo la lunga forma grigia che si dirigeva verso l’orizzonte nebbioso. Era la fine... la fine di tutto... di tutto.
Poco dopo non le riuscì più di scorgere il sottomarino; era svanito fra la bruma. Diede un’occhiata all’orologio da polso: le dieci e uno. In quegli ultimi minuti ritrovò la religione della propria infanzia; era necessario che facesse qualcosa per riesumarla, pensò. Un po’ ebbra, recitò una preghiera.
Poi prese dalla borsetta la scatola rossa, aprì il tubetto e si fece scivolare in mano le pastiglie. Un altro spasmo la squassò, e lei trovò la forza di sorridere ancora. — Questa volta non riuscirai a farmela — disse.
Tolse il turacciolo della bottiglia. Erano le dieci e dieci. Mormorò, con tono profondamente serio: — Dwight, se ti sei già avviato, aspettami.
Poi, seduta al volante della sua enorme macchina, si mise in bocca le pastiglie e le buttò giù con un sorso di cognac.