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Stories / Poems

Stories by silvio tasso

nessuno lo avrebbe fermato

italian

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«Jed! Jed! Ci ha fregati!»
«?»
«Il danese ci ha fregati!» urlò lo smilzo.
Jedediah Seymour impiegò alcuni secondi per connettere le idee, mentre teneva sotto tiro con la sua colt il postiglione e il conducente della diligenza per Santa Fe.
Il rumore di un cavallo lanciato al galoppo si frappose al nitrire dei cavalli della diligenza, i quali eccitati dalla confusione che si era venuta a creare, avevano iniziato a scalpitare, trattenuti dalle redini del conducente.
«Continuate a tenere in alto le mani e nessuno si farà del male gente!» vociò Jedediah, mentre con la coda dell’occhio cercava di capire cosa era accaduto.
« …Sam cosa diavolo è successo?» continuò Jedediah.
Uno dei passeggeri della diligenza, un tipo baffuto e con una bombetta in testa, tentò di sporsi il con capo fuori dal finestrino. Per un attimo gli sguardi del viaggiatore e quello del bandito si incrociarono.
«Ehi bello, torna a dormire dentro la cuccia» gli gridò Jedediah puntandogli addosso la canna della pistola. Il tipo con la bombetta non se lo fece ripetere due volte.
«Accidenti Jed, il danese si è preso la sacca dei soldi ed è scappato con il malloppo» urlò lo smilzo, mentre con un fucile stava tenendo sotto tiro l’altro lato della diligenza.
Jed alzò lo sguardo di quel tanto che poteva, pur continuando a controllare la situazione. Sulla collina sulla sua sinistra scorse un cavaliere che montava un baio, il quale cavalcava a tutta velocità per allontanarsi da quel posto: «il danese» sussurrò tra se. Gli era bastato poco al fuggiasco per prendere la sacca dei soldi che il postiglione gli aveva gettato, mentre i suoi due soci, Jed e Sam lo smilzo, tenevano sotto tiro il veicolo della Wells & Fargo, che faceva settimanalmente spola tra Escalante a Santa Fe, nel Nuovo Messico. Un colpo facile doveva essere. Lo avevano progettato sopra il tavolo di un fumoso saloon di Durango un mese prima, quando Sam Dayton, una vecchia conoscenza di Jed, gli aveva fatto sapere di avere conosciuto un tale di nome Jensen, o il danese come veniva soprannominato da tutti, il quale gli aveva raccontato di conoscere i giorni in cui la diligenza della Wells & Fargo trasportava il denaro per la paghe dei minatori su alla miniera di argento di Spencerville. Il danese sembrava che sapesse il fatto suo a sentire Sam, ed era sicuro delle date in cui veniva spedito il denaro perché nella miniera aveva un suo basista, un insospettabile impiegato della compagnia. A sentire il danese, si trattava di una montagna di dollari e ce ne sarebbero stati per tutti. Non ci volle poi molto per organizzare il colpo, e i tre decisero che si sarebbe fatto a breve tempo, su al passo di Folkestone, lungo la strada che portava a Santa Fe. Laggiù la diligenza dopo una serie di tornanti, avrebbe rallentato la sua corsa, e loro sarebbero sbucati da dietro i grossi massi di roccia che contornavano i bordi della strada e avrebbero fatto fermare il veicolo. Jed avrebbe intimato al conducente e al postiglione armato di fermarsi, mentre lo smilzo avrebbe tenuto sotto tiro l’altro lato della diligenza. Il danese doveva farsi consegnare il malloppo e poi via veloci come il vento. Una volta allontanatisi e giunti lontano da ogni possibile inseguitore, si sarebbero spartiti comodamente il denaro. Il danese tuttavia gli aveva giocati, e approfittando del fatto che i suoi due soci erano occupati a tenere sotto tiro i rapinati, appena il postiglione, su ordine di Jed, gli aveva lanciato la sacca contenente il bottino della rapina, non ci aveva pensato due volte; così si era involato galoppando veloce, lasciando basito lo smilzo, volendo creare sorpresa e confusione sulla scena. Ci era ben riuscito a quanto pare!
«Cristo, Sam!» imprecò ad alta voce Jed, il quale da quella posizione non poteva scorgere il suo socio. «…te la senti di provare a inseguirlo?» continuò, alzando ancor di più il tono di voce.
Sam, che tutti chiamavano lo smilzo, non mancava certo di coraggio: «certo, ma tu Jed come te ne vieni fuori?»
«Non ti preoccupare Sam, so il fatto mio, presto ti raggiungo, vedrai che lo riacciuffiamo il bastardo!».
Si erano fatti fregare come due pivelli. Un turbine di pensieri sorvolò la mente di Jed in quel breve momento, e fu proprio una piccola disattenzione che non gli fece scorgere la pistola che era comparsa tra le mani del postiglione, il quale rapidamente sparò verso lo smilzo, mentre questi stava tirando le redini del proprio cavallo per lanciarsi all’inseguimento del danese.
«Sam!» gridò quasi a voler avvertire il socio del pericolo, rendendosi conto del fulmineo gesto del postiglione. Jed sparò a sua volta due colpi della sua colt che freddarono l’uomo, il quale cadde come un sacco di patate a terra.
Lo smilzo era stato raggiunto allo stomaco dal proiettile e si piego sulla sella, senza peraltro cadere da cavallo. Il cavallo di Jed a sua volta, si impennò al cielo spaventato dagli spari, ma il bandito seppe tenere sotto controllo la situazione: «restate tutti immobili gente, altrimenti qualcuno farà la stessa fine di quel dannato bastardo!» urlò ad alta voce e con sangue freddo Jedediah, puntando la sua colt verso il conducente che era rimasto ammutolito per la rapidità degli eventi, continuando a tenere in alto le mani. Rapidamente volse le briglie e si portò accanto al suo socio. Lo smilzo era piegato sulla sella e la sua faccia era segnata da una smorfia di dolore.
«Sam, dobbiamo filarcela da qui, ce la fai a reggerti sulla sella?».
Il ferito rispose solo con un cenno della testa. Jed gli prese le briglie e sparati due colpi in aria si allontanò dalla diligenza al galoppo. Presero la direzione che aveva seguito il danese. Il sole era ancora alto e il deserto intorno a loro, gli avvolgeva nella folle corsa verso il tramonto.
* * *
Cavalcarono a lungo, seguendo la labile pista che il danese aveva lasciato su quelle lande desolate del Nuovo Messico. Jed spronava il suo cavallo e allo stesso tempo teneva le briglie del cavallo dello smilzo. Il cavallo del suo socio si faceva guidare facilmente. Sam fino a quel momento si era retto sopra la sua sella e ogni tanto emetteva dei lamenti che giungevano fiochi all’orecchio del suo compagno. Jed rallentò la sua andatura e poi con un brusco movimento delle briglie fermò il suo cavallo. Aveva dovuto cavalcare a lungo verso ovest, sia per seminare eventuali inseguitori della diligenza della Wells & Fargo, sia per cercare di ridurre la distanza tra lui e il danese. Ora però doveva fermarsi per vedere in che condizioni versava lo smilzo.
«Sam, mi senti Sam?» disse con apprensione Jed scendendo da cavallo. Sam pareva avere perso i sensi, e si manteneva chissà come ben saldo sul pomo della sua sella, piegato in maniera innaturale in avanti. Jed lo sollevo quasi di peso e faticando parecchio lo smontò di sella e lo coricò a terra. Lo smilzo era pallido e aveva perso molto sangue. Il proiettile della pistola lo aveva colpito proprio nello stomaco e la camicia di cotone marrone era tutta intrisa di sangue. Il sangue aveva anche bagnato la sella e la groppa del roano che montava.
«Sta tranquillo Sam, non ti lascerò morire in questo buco di deserto» gli disse il suo compagno.
Il ferito, si poteva vedere, stava per morire e lui non avrebbe potuto farci nulla.
«Jed…» mormorò il moribondo con un filo di voce in gola, «…Jed, mi sento bruciare la pancia».
«Shhhh, non sforzarti amico mio, adesso ti do un sorso d’acqua» e così dicendo si sollevò e andò a prendere la borraccia. Tornò e si chinò sul ferito, ma si accorse che lo smilzo era spirato. Sam giaceva con gli occhi sbarrati e la bocca aperta in una specie di ghigno. Jed posò la mano sopra gli occhi del suo compagno e gli chiuse le palpebre.
«Riposa in pace smilzo» disse semplicemente.
Intorno a loro le tenebre stavano calando e Jed si guardò intorno un po’
smarrito. La sua mente stava tornando a molti anni addietro, quando aveva conosciuto lo smilzo in un saloon di Valdez in Colorado. Ne avevano passate insieme di notti all’addiaccio sempre in cerca di fortuna. Questa volta la sorte gli era stata avversa al suo compare. Ne era sinceramente dispiaciuto. Ora doveva dare la caccia al danese e avrebbe ripreso il malloppo della rapina. Il danese, questo lo sapeva, aveva le ore contate. Raramente lo avevano fregato in quel modo e raramente se seguiva una pista si lasciava sfuggire la sua preda; doveva solo avere pazienza e presto sarebbe venuto il momento in cui ci sarebbe stata la resa dei conti, e allora lui avrebbe giocato le sue carte e avrebbe vinto.
* * *
Dopo aver seppellito il povero smilzo, la notte era scesa rapida nel deserto, così a Jed non rimase altro che togliere le selle ai due cavalli, e dopo aver preso una borraccia, aveva inumidito le labbra dei due animali. Bevve anche lui un sorso, poi scavò una buca nel terreno e si coricò apprestandosi a trascorrere la notte. Non aveva mangiato per tutta la giornata, ma non aveva fame. La tensione nervosa gli aveva fatto perdere l’appetito, e dentro la sua mente si stava caricando un sentimento di odio verso il danese, che difficilmente avrebbe potuto smaltire in fretta. In alto il cielo era tempestato di stelle e la via lattea brillava di fulgida bellezza. Si coprì con la coperta e si addormentò, cullato dal vento del deserto.
* * *
All’alba accese un fuoco e si preparò un caffè, nero e bollente come piaceva a lui. Doveva riprendere la caccia al danese e non aveva tempo da perdere. Le tracce del fuggitivo puntavano sempre verso ovest e lui le avrebbe seguite, anche se fossero andate in capo al mondo. Sellò i cavalli e penso che ora con due cavalli a disposizione, avrebbe potuto avere maggiori possibilità di raggiungere il danese, potendo contare sempre su un cavallo fresco da cavalcare. Diede una piccola occhiata al piccolo cumulo di sabbia e pietrisco che costituiva la tomba dello smilzo, poi spronò il proprio cavallo all’inseguimento del fuggitivo, mentre teneva nelle mani le briglie dell’altra bestia.
Era da poco passato mezzogiorno, quando lontano vide la sagoma della piccola stazione di posta di Combstone, gestita dal vecchio Taft. Avrebbe fatto volentieri una sosta, non fosse altro per mangiare qualcosa di caldo e per bere qualcosa di forte. Si avvicinò alla stazione di posta. Essa era una bassa costruzione in pietra rosa dal tetto piatto; accanto alla stazione, un piccolo recinto con due pacifici stalloni che mangiavano pigramente in capienti mangiatoie. A sinistra, poco distante dalla porta di ingresso, la pompa dell’acqua e un abbeveratoio. Jedediah smontò da cavallo e diede da bere alle bestie, poi si avviò verso l’ingresso ed entrò nella stazione. Il locale era nella penombra, ma tanto gli bastò per accorgersi subito della presenza dietro un grosso bancone, del vecchio Taft. Edward Taft era un omaccione sulla settantina, dai grossi baffi bianchi e calvo in testa. Indossava una camicia color rosso fiammante, e laggiù, in quelle lande desolate del Nuovo Messico era conosciuto da tutti, o quasi, anche perché la sua stazione di posta era l’unico punto di ristoro dell’intera regione, distante più di quaranta miglia dalla cittadina più vicina. Il vecchio Taft insomma, si poteva dire che era una autentica miniera di informazioni per chi voleva sapere cosa succedeva in quelle lande desolate, e Jed voleva approfittarne per sapere se il danese si fosse fermato in quella stazione di posta.
«Guarda guarda chi si rivede, il buon Jedediah Seymour!» disse amabile Taft.
« E’ da parecchio tempo che non ti vedo vecchio» disse il nuovo venuto appoggiando le braccia sul bancone.
«Eh si, dici bene Jed, qui di persone se ne vedono ben poche…» disse affabile il vecchio. Seguì un breve momento di silenzio: «…cosa ti posso dare di buono?».
«Ho la bocca asciutta Taft!».
L’anziano prese da sotto il bancone una bottiglia piena di un liquido chiaro.
«Cosa è?» chiese Jed.
«Mescal!» rispose l’altro.
«Dammene un bicchiere».
Taft riempì il bicchiere e lasciò la bottiglia accanto a Jed, così che se ne potesse servire liberamente.
«Di cosa ti occupi ora Jed?» chiese fingendo curiosità il gestore.
«Affari» rispose secco il nuovo arrivato buttando giù il liquore d’un fiato e riempiendo nuovamente il bicchiere.
«L’ultima volta che sei passato di qui mi avevi detto che ti occupavi di bestiame».
«Roba vecchia Taft».
Il gestore si vedeva che aveva la lingua lunga e che approfittava delle rare visite, per poter discorrere con gli avventori su quel che succedeva nella regione: «sai, anche il tipo che è arrivato stamattina presto mi ha detto che si occupava di affari…cosa vuoi, oramai tutti si occupano di affari di questi tempi…» disse con eleganza il vecchio, «…ma che io sia dannato se qualcuno mi dice esattamente di che genere di affari si tratta».
Gli occhi di Jed si illuminarono per una frazione di secondo: « per caso era un tipo biondo, alto, occhi grigi e…»
Taft non lo lasciò terminare: «…e una cicatrice profonda sopra l’occhio destro», disse indicando con l’indice il proprio occhio destro.
‘Il danese’ pensò tra se Jed.
«Perché lo conosci?» chiese curioso il gestore.
«Si da il caso che mi deve una certa somma di denaro».
«Beh, dalla fretta che aveva si vedeva che non voleva incontrare nessuno».
«Ha detto per caso dove andava?» disse riempiendo di nuovo il bicchiere Jed.
Taft capì che il tizio che era venuto quella mattina era braccato da Jed: «no, ha bevuto anche lui del Mescal e ha preso dei viveri, ma è ripartito di fretta…mi sembra che ha preso la direzione della pista per Santa Fe.»
Jed stette un attimo assorto, poi un sorriso gli illuminò per un attimo la bocca: ‘se sono fortunato prima di sera lo raggiungo’ pensò.
«Grazie vecchio, mi sei stato utile» disse tirando fuori dalla tasca dei pantaloni una moneta d’argento e lasciandola cadere sopra il bancone. Poi si voltò e fece per uscire, quando la voce di Taft lo raggiunse sulla soglia.
«Ehi Jed, ma anche i tre messicani sono soci in affari con te?».
Jedediah si volse e rimase per un attimo attonito: «i tre messicani?».
Il vecchio Taft si mise a ridere di gusto: «ah ah ah, giuro che non mi era mai capitato di ricevere così tanta gente nel giro di mezza giornata. Giusto un’ora fa sono arrivati qui tre messicani, armati sino ai denti, che volevano sapere se era passato di qui un tipo alto, biondo, dagli occhi grigi e…»
«…e con una cicatrice profonda sopra l’occhio destro» finì la frase Jed.
«Esatto, come hai fatto a indovinarlo?» disse il gestore riprendendo a ridere di gusto.
* * *
Jed lasciò la stazione di posta pieno di pensieri. Il danese era passato nella prima mattinata alla stazione di posta del vecchio Taft, quindi il suo vantaggio non doveva essere così incolmabile. Lo poteva raggiungere facilmente entro breve tempo. Tuttavia chi erano mai i tre messicani che si erano messi sulle tracce del fuggitivo? Il danese nascondeva molte più cose di quello che aveva immaginato Jed e, sicuramente, ciò avrebbe significato complicare il proprio piano per riprendere il malloppo. Ora doveva fare molta attenzione, la situazione rischiava di sfuggirgli di mano. Jed riprese la propria caccia, mentre in alto il sole brillava sopra il terreno desertico.
Cavalcò per resto della giornata e si fermò solo per una breve pausa per mangiare della carne secca. Da quando aveva lasciato la diligenza il giorno prima, si era reso conto che non aveva toccato cibo e, neppure alla stazione di posta del vecchio Taft aveva potuto mangiare, preso come era dalla fretta di raggiungere il danese per riprendersi così il malloppo della rapina. Aveva dato da bere ai due cavalli e aveva cambiato la propria cavalcatura, così le bestie potevano riposarsi a turno. Il panorama intorno non era molto mutato, in lontananza alcune colline dai contorni violacei facevano da sfondo all’ambiente secco e brullo della regione. Poco distante, una mesa brillava nella luce del tramonto. Tra poco avrebbe dovuto fermarsi per la notte.
Galoppò ancora per un’ora abbondante, le colline violacee, che prima erano parse così lontane, erano diventate delle creste ricoperte di arbusti e cactus. Poi quando si era deciso a fermarsi accampandosi per riposare, poco distante, la dove la pista quasi invisibile si stava fondendo con le tenebre che stavano scendendo sulla terra, i suoi occhi notarono lo scintillio di un fuoco di un piccolo accampamento. Inizialmente pensò a uno scherzo dovuto alla stanchezza, ma poi si rese conto che quello che poteva osservare era veramente il fuoco di un bivacco. Si fermò un solo istante , poi riprese ad avanzare circospetto, per scoprire cosa e chi avrebbe trovato al bivacco.
L’ultimo centinaio di metri scese da cavallo, legò le bestie ad un alberello e imbracciato il proprio fucile, avanzò guardingo in direzione della luce che spandeva il riverbero del fuoco, facendo attenzione a non far rumore.
Avanzò in silenzio e presto si ritrovò al margine di una piccolo cono di luce. Tutto intorno a lui le tenebre oramai erano fitte e nessuno sembrava essersi accorto della sua presenza. La prima cosa che vide, furono due messicani che stavano tenendo fermo per le braccia il danese, mentre un terzo messicano, quello che doveva essere il capo, lo stava interrogando.
«…Allora hijo de puta, così volevi fregarci vero?...» disse il messicano, quello che doveva essere il capo, un uomo enorme con un gran sombrero sulla testa e due bandoliere cariche di proiettili a tracolla, incrociate sul petto. «…Ma non hai fatto i conti con Francisco Alvarez, brutto cabron».
Il danese se ne stava zitto, ma i suoi occhi trasparivano terrore.
Jed comprese che doveva intervenire. Se fosse stato rapido, avrebbe sfruttato l’effetto sorpresa, e avrebbe potuto sperare di riprendersi il malloppo della rapina alla diligenza. Così proprio mentre il massiccio messicano si era avvicinato al danese e gli aveva dato un pesante manrovescio sulla guancia, Jed uscì dalle tenebre imbracciando il fucile e apparendo alla luce del fuoco del bivacco.
«Fermi tutti amigos, temo di dover interrompere il vostro idillio»
«?»
Il massiccio messicano si voltò e rimase a bocca aperta per la sorpresa, ma si riebbe subito, puntando la pistola che teneva nella mano destra contro la figura del nuovo arrivato; lo stesso fece uno dei due messicani che tenevano fermo per le braccia il danese. Così Jed si ritrovò ben due pistole puntate contro la sua persona.
« Que pasa? Chi diavolo sei tu?» disse secco il capo.
«Chi siete voi invece» fece Jed.
Per un attimo la situazione sembrò degenerare. L’aria era carica di tensione, e tutti gli sguardi dei messicani erano rivolti verso il nuovo venuto, mentre Jed fissava a turno i due messicani che gli puntavano la pistola. Fu questione di un attimo, un breve istante, tanto bastò al danese per far volgere a suo vantaggio la situazione: approfittando della tensione che si era creata e della disattenzione che gli veniva rivolta, svincolatosi con una finta del proprio corpo, si liberò dalla presa del terzo messicano, sfilò dalla fondina di costui la pistola, e sparò a bruciapelo al messicano il quale fino a poco prima lo teneva immobilizzato, e che stava ora puntando la pistola verso Jed. Questi si accasciò senza emettere un rumore. Nella confusione del momento raggiunse la propria cavalcatura e salì a cavallo, per poi partire al galoppo spedito, perdendosi nella fitta tenebra.
«Manuel, Manuel!» urlò disperato il messicano a cui avevano sottratto la pistola, guardando il corpo del suo compagno riverso a terra in una pozza di sangue.
«Maledicion!» esclamò il capo, sempre tenendo sotto tiro Jed.
Jed rimase stordito dall’incalzare degli avvenimenti: «il danese ci ha fregati!» riuscì solamente a dire all’indirizzo dei due, abbassando l’arma.
Il capo dei messicani, Alvarez, veduto Jed abbassare l’arma, parve calmarsi e, dopo aver adocchiato velocemente il cadavere di Manuel riverso a terra, abbassò anche lui la pistola e rivolse lo sguardo a Jed.
Gli occhi di Alvarez erano scuri e magnetici. Gli sguardi dei due uomini si incrociarono e si lanciarono taciti messaggi.
«Ci ha fregati per bene il nostro amico, il danese, vero?» domandò il messicano, indicando con la pistola il cadavere dell’altro messicano.
Jed scorse con gli occhi il morto: «certo, ed ora dovrò mettermi ancora sulle sue tracce».
«Come ti chiami hombre?» chiese Alvarez.
«Jedediah Seymour, ma tutti i chiamano Jed».
«Io mi chiamo Francisco Alvarez, l’altro mio amico invece si chiama Pedro Ortega e la buonanima a terra si chiamava Manuel Cardoso, che Dio lo abbia in gloria…» disse segnandosi velocemente con la mano destra. «Pedro…» continuò Alvarez rivolto al suo compagno.
«Si Francisco?» rispose l’altro, un tipo magro e scheletrico, l’esatto opposto del capo.
«Vedi di scavare una degna sepoltura al nostro compare, intanto che io e questo gringo parliamo di affari».
«Si Francisco» disse il messicano magro chinandosi verso il cadavere.
«Si tratta di soldi vero? Quanto vi ha fregato?» chiese Jed all’indirizzo di Alvarez.
Il messicano si accarezzò la guancia prima di rispondere: «Il bottino di una rapina a Phoenix, in Arizona. Il bastardo si è dileguato ancor prima che stessimo uscendo dalla banca e si è volatilizzato».
Jed si mise a ridere.
«Perché ridi gringo?» domandò il messicano.
«Rido perché il nostro amico, il danese, penso che ci viveva fregando la gente in questo modo. A me e a un mio socio ci ha fregato ieri, su al passo di Folkestone, neanche il tempo di rapinare la diligenza per Santa Fe e ci ha piantato in asso con tutto il malloppo!».
«Così adesso siamo sulla stessa barca gringo, vero?».
«Si, ma penso anche che possiamo unire le nostre forze per ritrovare il danese e riprenderci il maltolto, non credi?» chiese Jed, osservando la faccia del messicano illuminata dal riverbero del fuoco.
Alvarez si tolse il sombrero e si grattò la testa: «beh, si può fare gringo, si può fare, credo che possiamo definirci soci sino alla cattura del danese e poi ognuno va per la sua strada dopo aver recuperato il bottino. Me gusta gringo!».
Jed esaminò la faccenda e ci pensò su un attimo; effettivamente non gli rimaneva altra scelta che unire le sue forze a quelle dei due messicani, e poi tornare a dare la caccia al danese, sempre ammesso che fossero riusciti ad agguantarlo. Ma c’era da fidarsi dei due? Una volta recuperato il bottino, avrebbero rinunciato anche alla sua parte? Lo avrebbero lasciato andare con il bottino della rapina alla diligenza? Probabilmente queste cose le stava pensando anche Alvarez, ma il suo viso non sembrava lasciare trasparire alcuna emozione. Lo stava fissando con aria compiaciuta, come quella di uno che sapeva di avere fatto un affare, e dove lui non rappresentava altro che una delle tante esche per pescare il pesce pieno di soldi in fuga. Sapeva che vi sarebbe stata la fregatura, ma al momento non poteva fare altro che adeguarsi alla situazione. Se poi le cose sarebbero andate diversamente da quanto sperato, avrebbe saputo venirne fuori.
«Va bene Alvarez, accetto».
«Muy bien!» fece il messicano.
* * *
Dopo che Manuel fu seppellito, Jed e i suoi nuovi soci messicani andarono a coricarsi; in fondo il danese poteva essere sfuggito nella notte, ma da solo non avrebbe potuto andare molto lontano, così i tre decisero che era più saggio riposarsi per la notte e proseguire l’inseguimento il giorno seguente. Certamente, pensava Jed, il danese gli aveva proprio ben giocati. Egli era davvero scaltro, e chissà se quando lo avrebbero riacciuffato, sarebbe stato capace di tendergli un nuovo tranello. Ma questa volta Jedediah Seymour, non aveva intenzione di farsi fregare nuovamente.
Si svegliarono di buon mattino e sellarono i cavalli. Jed cavalcava il suo baio e portava il roano dello smilzo. Alvarez invece cavalcava un bello stallone bianco, mentre Pedro Ortega montava un appaloosa. A disposizione dei due messicani vi era poi il cavallo del povero Manuel, un buon sauro. Seguirono la direzione che la notte precedente aveva preso il danese in fuga, ma vi erano pochi dubbi che il fuggitivo voleva arrivare a Santa Fe, la grande cittadina del Nuovo Messico, dove per lui sarebbe stato più facile far perdere le proprie tracce o magari trovare qualcheduno che, pagato o meno, lo avesse aiutato a sbarazzarsi dei suoi inseguitori. Così il gruppo spronò di buona lena i propri cavalli, sicuri del fatto che così facendo, avrebbero avuto maggiori possibilità di raggiungere il danese prima che arrivasse a destinazione. Cavalcarono a lungo, lungo un terreno che si faceva sempre più meno desertico; qua e la piccole macchie di arbusti e alberelli di bassa statura chiazzavano il paesaggio sino a che apparve anche l’acqua, dapprima in piccole pozze, quindi più il gruppo avanzava verso ovest, comparvero anche i primi torrentelli di acqua. In alto il cielo era terso e sgombro di nubi. Il sole riverberava i suoi raggi sul paesaggio sottostante e un leggero alito di vento accarezzava le piccole macchie di vegetazione e le cime dei radi alberi tra i quali cavalcavano i nostri tre inseguitori.
A metà giornata ebbero coperto molta strada e ancora nessuna traccia del fuggitivo. Si fermarono per un breve spuntino e Jed vide che Alvarez si era messo a confabulare con Ortega in spagnolo, poi Alvarez si volse verso l’americano: «Ehi gringo, mi sa che siamo seguiti».
«E cosa te lo fa pensare?» chiese Jed, il quale durante la mattinata aveva notato anche lui degli strani movimenti sulle cime delle colline soprastanti: forme umane che apparivano e poi sparivano rapidamente.
«Pedro, il mio amico, dice che siamo seguiti da un paio di ore da un gruppo di indiani», disse indicando con un gesto vago le colline.
«Indiani?» disse quasi nascondendo un pizzico di finta ingenuità nel tono di voce.
«Si, crede si tratta di apache mescaleros. Loro infestano questo territorio e normalmente sono dei gran razziatori di bestiame e cavalli. Che Dio li stramaledica tutti quanti!».
«Cosa pensi che faranno?» chiese Jed.
«Non ne ho idea, ma a sentire Pedro, si tratta di un gruppo abbastanza numeroso, almeno una ventina di guerrieri!».
«Non vorrei incontrarli faccia a faccia, se è quello che pensi Alvarez, ma non possiamo fare poi molto, pensiamo invece a concentrarci su quello che dobbiamo realizzare e speriamo che non ci importunino».
«Sarà meglio sbrigarci allora e raggiungere quel bastardo in fuga gringo» disse Alvarez, montando nuovamente a cavallo, seguito dagli altri due cavalieri.
Fu solo nel tardo pomeriggio, quando il gruppetto aveva raggiunto una vasta distesa piatta ricoperta di semplice erba mista a terra rossa, che Ortega, quello che sembrava avere una vista migliore e che in quel momento era in testa al gruppo, disse protendendo il braccio in avanti, indicando verso l’orizzonte: «Mira, el danes!».
Jed aguzzò la vista e poté scorgere una macchiolina marrone lontana, frammista al verde dell’erba: «ci siamo, lo abbiamo in pugno» esclamò.
«Si» gli fece eco Alvarez, «Vamonos!» urlò spronando il proprio cavallo.
I tre cavalieri, sfruttando anche la maggior freschezza delle loro bestie, che avevano montato a turno, spronarono i propri cavalli, in un ultima cavalcata che gli avrebbe portati ad acciuffare la loro preda.
Fu così che gli ci volle poco per raggiungere il danese, il quale resosi conto che i tre gli erano alle calcagna, aveva estratto la propria pistola e aveva incominciato a sparare contro i suoi inseguitori, continuando a cavalcare. Al fuoco del fuggitivo, risposero le pistole di Ortega e Alvarez, mentre Jed, un poco attardatosi, stava estraendo il proprio fucile dal fodero della propria sella. La scena si era riempita del crepitio dei colpi di pistola e la breve sparatoria si concluse con il corpo di Ortega che venne proditoriamente sbalzato da sella, da un proiettile fortuito, il quale lo aveva colpito al petto e ucciso sul colpo. Alvarez con la coda dell’occhio si accorse del fatto, ma fu Jed che montava il cavallo più veloce del gruppo, che si diede a incitare il suo baio affinché raggiungesse il fuggitivo.
«Geed hup, geed hup!» urlò con tutto il fiato che aveva in gola Jed facendo sentire gli speroni sul fianco del cavallo. La bestia parve prendere fuoco e aumentò la propria andatura. Jed poteva sentire l’afrore del sudore del cavallo salirgli fino al naso, e sentiva i muscoli del suo baio fremere sotto la propria sella. Superò la cavalcatura di Alvarez, il quale si era rimesso a sparare con la pistola, con scarsi risultati, poi, quando fu sicuro che con il proprio fucile avrebbe potuto facilmente colpire l’inseguitore, prese la mira e sparò. Colpì il cavallo del danese, il quale cadde ruzzolando in avanti sul terreno, mentre la bestia crollò anche essa rovinosamente a terra. Il danese si riprese in fretta da quel capitombolo, tanto che riuscì a rialzarsi un po’ frastornato impugnando la sua pistola. Puntò l’arma verso i due inseguitori che stavano arrivando di gran lena. Dapprima sparò un colpo, poi un secondo, ma Jed, quando fu a meno di una trentina di metri dall’uomo, sparò a sua volta, e colpì proprio al centro della testa il danese. Una massa di materia cerebrale schizzò in cielo e l’uomo cadde a faccia in avanti a peso morto.
Era finita. Il danese giaceva a terra, mentre il cavallo del fuggitivo si divincolava ferito e con le zampe spezzate a poca distanza da lui. Arrivarono Jed e Alvarez con le proprie bestie. Scesero a terra e diedero un’occhiata al cadavere, poi Jed si avvicinò al cavallo agonizzante e gli diede il colpo di grazia con la propria pistola.
«Certo che hai una bella mira» disse Alvarez indicando il corpo disteso sull’erba, «lo hai preso proprio in mezzo agli occhi».
« Dici? Veramente volevo solo ferirlo» rispose secco Jed.
«Adesso comunque quel gran bastardo starà friggendo tra le fiamme dell’inferno, come è giusto che sia!» aggiunse il messicano, il quale si era avvicinato alla carcassa del cavallo e si era impadronito velocemente della sacca contenente il bottino delle rapina alla diligenza. I tanto agognati dollari! Alvarez poi, con fare metodico, si era avvicinato al proprio cavallo e aveva caricato il malloppo fissando le cinghie della sacca al pomo della sua sella.
«Cosa stai facendo?» chiese Jed, che aveva seguito attentamente tutta la scena.
Il messicano gli voltava le spalle, rivolto come era verso la sua bestia: «mi prendo la mia parte» disse quasi sottovoce Alvarez.
«Cioè tutto il bottino della rapina alla diligenza?».
Alvarez si voltò e il suo viso si aprì in uno smagliante sorriso: «hombre, purtroppo non vedo altro denaro, quel gran hijo de puta deve essersi speso o giocato tutto il bottino della rapina alla banca di Phoenix, …così, sai come è, non pretenderai che il sottoscritto si possa accontentare delle semplici spoglie mortali del danese, non credi?».
«E fare a metà no?».
«Ah ah ah, certo che tu gringo sei proprio un bel tipo sai. Tu pensi che Alvarez si sia fatto infinocchiare da un bastardo come il danese, abbia dato inizio a una lunga caccia per tutto l’ovest degli stati uniti, per ritrovare il proprio denaro, e ha infine dovuto perdere anche due suoi uomini. E tutto questo poi per dividere il bottino con il primo gringo che capita. Non penserai questo vero?» disse il messicano continuando a fissare l’americano.
« Io credo che ti stai sbagliando di grosso Alvarez» disse Jed abbassando la mano verso la fondina della pistola.
Il messicano si fece serio e prese a scrutare con i suoi occhi magnetici l’americano. L’aria era carica di tensione. Di la a poco si sarebbe scatenato l’inferno.
Improvvisamente si levò un grido rauco in lontananza. Gli occhi di Jed e quelli del messicano si incrociarono sorpresi. Jed fu il primo a voltarsi in direzione del grido e il suo sguardo si focalizzò sulla pianura che avevano appena percorso; a qualche centinaio di metri da loro, un gruppo di una ventina di indiani, apache mescaleros in sella ai loro cavalli, si stava avvicinando a tutta velocità, e dal loro aspetto non promettevano nulla di buono. Jed poté vedere che avevano approfittato della confusione degli eventi, per impossessarsi della cavalcatura del povero Pedro. Ora stavano arrivando bellicosi, con tutta l’intenzione di rubare il resto dei cavalli dei due avventurieri. Erano troppo vicini e troppo numerosi per poter pensare di evitare lo scontro e tentare una fuga precipitosa. Dovevano combattere per cercare di salvare le proprie vite e i propri beni.
«Apache mescaleros! Che il diavolo li porti! Ci sarà da ballare gringo!» disse secco il messicano.
«Prepariamoci a vendere cara la pelle!» rispose l’americano.
Jed andò a recuperare il suo fucile e Alvarez si mise a controllare la propria arma.
«La sai una cosa gringo? E’ stato veramente un piacere averti conosciuto. Peccato che tra poco ci rivedremo all’inferno!» disse con tono sprezzante del pericolo Alvarez.
« Si, sono troppi per noi due, ma all’inferno io non ci voglio andare in tua compagnia».
Il nutrito gruppo di indiani aveva iniziato ad avvicinarsi a gran velocità, e i guerrieri avevano preso a lanciare grida acute per intimorire gli avversari.
Ora Jedediah poteva sentire il rombo sul terreno dei cavalli lanciati al galoppo, tanto erano vicini i loro nemici: «spara quando sei sicuro di colpire».
«Spara e basta!» disse Alvarez, il quale prese a tirare contro la massa di nemici vocianti.
Gli indiani erano già a portata di tiro e presero anche loro a sparare; la maggior parte dei guerrieri era armata di vecchi fucili, solo alcuni di arco e frecce. I colpi cadevano loro intorno fitti. Jed per prendere meglio la mira, si era posto dietro il proprio baio, appoggiando la canna del fucile sulla sella. Il suo fucile prese a crepitare, e un paio di indiani fu subito messa fuori combattimento. Alvarez stava facendo del suo meglio, ma il numero dei nemici era soverchiante. Sparare e mettere a segno i propri colpi, contro una massa di indiani in movimento, non era sicuramente facile. Tutto poi si risolse in brevi attimi di confusione; il cavallo di Jed fu colpito, e dopo aver emesso un nitrito di dolore, cadde di peso sopra il corpo del suo proprietario. Jed si trovò così di colpo a terra. L’ultima cosa che vide, prima di perdere i sensi, fu Alvarez che sbraitando continuava a sparare, mentre ombre veloci di indiani e cavalli gli passavano ai lati, veloci.
* * *
La prima cosa che sentì appena riprese i sensi, fu un gran peso alla gamba destra. Aprì gli occhi e vide il cielo e grandi nubi biancastre che lentamente si spostavano nello spazio. Era ancora vivo! Doveva ringraziare il cielo per questo. Sollevò il capo e si accorse che aveva la gamba destra schiacciata sotto il corpo del suo baio. Le prime mosche stavano già ronzando copiose attorno alla carcassa della povera bestia. Fece uno sforzo, e lentamente riuscì a divincolarsi dalla stretta del corpo del suo cavallo. Aveva la gamba formicolante e mezza addormentata, ma fortunatamente non aveva ferite di sorta. Si sollevò e diede un’occhiata intorno a se: a poca distanza da lui, Alvarez giaceva disteso a pancia in su con una freccia conficcata nel petto. Il suo sombrero era a breve distanza dal suo capo. A una decina di metri dai due, i cadaveri del danese e del suo cavallo, così come li aveva visti l’ultima volta e, poco oltre, i corpi di quattro apache riversi sull’erba. Gli indiani avevano attaccato e vinto: avevano ucciso il messicano e pensato che lui fosse morto, poi avevano razziato tutti i cavalli ed erano fuggiti via, portandosi dietro anche la sacca contenente il bottino della rapina della diligenza per Santa Fe. Probabilmente presto si sarebbero resi conto che la loro razzia, gli avrebbe fruttato molti più soldi di quelli che gli avrebbero consentito di ottenere vendendo i cavalli rubati. Al solo pensiero, il volto di Jed fece una smorfia.
Ma lui era Jedediah Seymour e non si sarebbe fatto fregare da nessuno, tantomeno da una banda di apache mescaleros. I soldi erano suoi e nessuno al mondo gli avrebbe impedito di metter le mani su ciò che lui considerava di sua proprietà. Si guardò intorno e raccolto il fucile da terra, dopo aver preso la propria borraccia, iniziò ad incamminarsi nella direzione che il gruppo di razziatori aveva preso; le tracce erano ben evidenti sul terreno.
Il sole era alto nel cielo e lui stava arrivando. Nessuno lo avrebbe fermato.
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