vespe
italian
Armande, una ragazzina assai pigra, se ne stava da un’ora col suo libro in mano a studiare una lezione che avrebbe potuto perfettamente apprendere in meno di venti minuti. Anziché studiare, guardava distrattamente fuori dalla finestra, invidiando la libertà che veniva concessa al fratello. E a momenti piangeva per quello che considerava come un’ingiustizia; e poiché la piccola orgogliosa non voleva confessare a se stessa che anche lei avrebbe potuto divertirsi come più le piaceva, così come il fratellino, si affrettò a finire i compiti.
All’improvviso notò Melchior immobile davanti a un roseto, lo guardava così fissamente che pareva trattenesse il fiato. Spinta dalla curiosità, Armande aprì la finestra: «E allora? Cosa guardi di così interessante» gli gridò «che te ne stai lì come una statua?»
«Oh, sorella! È una cosa davvero incredibile. Vieni, presto, vieni a vedere anche tu!»
«Sai bene che non posso uscire» replicò spazientita la ragazzina «perché non ho ancora imparato la lezione!»
«Sbrigati a finire; mi trovi qui.»
Armande, pungolata dalla curiosità, si concentrò seriamente sulla lezione e la imparò presto. E così corse incontro al fratello che, un dito sulle labbra per raccomandarle di fare silenzio, le mostrò un ramo del roseto dal quale pendeva una sfera di cartone grigio. Una delle facce era bucata da fori regolari simili a celle di alveare. Numerose vespe andavano e venivano portando delle pallette di una sostanza molle e grigiastra che stendevano, uniformavano, facendone un alveolo.
I due ragazzini trascorsero così in contemplazione il tempo della loro ricreazione ed ebbero il piacere di vedere finite molte delle celle che si aggiungevano al volume della sfera.
Rientrando, domandarono al signor Barrus, il padre, dove le vespe prendessero il cartone col quale fabbricavano il nido.
«Sono loro stesse che si procurano piccoli frammenti di corteccia che staccano dagli alberi con grande abilità e che riducono in pappetta inumidendola con la loro saliva.»
Una mattina, Armande e suo fratello trovarono il vespaio terminato: era grande quanto una mela. In ogni alveolo si trovava una larva che le vespe allevavano. Poi, un bel giorno, sembrò loro che le larve fossero divenute vespe.
Armande, volendo accertarsene, si avvicinò al roseto, senza accorgersi che il suo cappello piegava un ramo che finì per colpire il nido.
Subito le madri vespe si avventarono con furia sulla povera ragazzina, che fuggì via urlando perché una delle vespe le aveva punto un orecchio.
Melchior correva dietro alla sorella, e quando la raggiunse strofinò con forza sopra la puntura un pugno d’erba che aveva strappato dal prato. Il dolore sparì presto così come il gonfiore.
Armande si recò dal padre dicendogli che non voleva più osservare le vespe perché erano cattive proprio come le api.
«Cattive è una parola impropria. Gli animali agiscono senza riflettere e non obbediscono che al loro istinto; inoltre, non si possono certo fare paragoni fra l’ape e la vespa; quest’ultima attacca e punge col suo aculeo gli animali che vuole catturare, mentre l’altra non dipende da nessuno, non si serve della sua arma se non per difendere se stessa.»
E così dicendo, arrivarono nei pressi degli alveari.
«Ecco, figlioli, siamo arrivati giusto in tempo per osservare un esempio di quello che vi ho appena detto. Vedete la lotta di quella vespa contro un’ape, lì, accanto all’alveare?»
«Sì, papà; guardate come la abbranca per la vita! La povera ape si dimena con tutte le forze per sottrarsi dalle grinfie di quella bestia feroce. Ah! Ecco che cade agonizzante.»
«È perché la vespa è riuscita a infilare il suo pungiglione fra la testa e il torace.»
«Guardate!» esclama Armande, che si era avvicinata sebbene avesse deciso di non occuparsi più delle vespe. «Eccola, quella malvagia che succhia una goccia di miele dalla bocca della sua vittima!»
«E se la porta via» aggiunse il fratello «cosa ne farà?»
«Di certo la porterà alla sua larva. Capisci bene che non è per cattiveria che ha ucciso l’ape, ma solo per avere il cibo necessario per il suo piccolo.»
«Andiamo a vedere il suo nido, caro papà, perché penso proprio che non è questa la vespa che stava appesa al roseto.»
«Sarà difficile trovare quel nido, piccolo mio, tanto più che ognuna lo fa per conto suo. Lo scava orizzontalmente a terra, a più di un piede di profondità. Per fare questa lunga galleria, il povero insetto estrae la terra con le mandibole e la porta fuori dal buco, dove deporrà l’uovo.»
Si recarono a pranzo. Durante il dessert, delle grosse vespe vennero a posarsi sulla frutta che c’era in tavola. La signora Barrus, temendo di essere punta, si agitò molto.
«Ma no, stai calma, mia cara, e mangia pure tranquilla. Queste grosse vespe sono le più inoffensive di tutte: sono pericolose soltanto per le mosche che catturano; e perché pungano l’uomo, bisogna che siano davvero spaventate da lui.»
«Papà» chiese Armande «i nidi che fanno queste vespe devono essere proprio grandi?»
«Piccola mia, costruiscono il nido in qualche crepa di un vecchio muro, e spesso nel tronco di un albero cavo. Allargano la cavità staccando piccoli frammenti di corteccia che ostacolano la loro opera.»
Quella sera, tutta la famiglia fece una passeggiata su un vasto prato poco distante da casa. I bambini si divertivano con Ariel, il loro cane preferito. Ad un tratto, il povero animale, che fiutava in terra ai piedi di un albero, fece un balzo e prese ad abbaiare rabbioso e spaventato. I bambini corsero da lui ma un operaio, che lavorava in un fossato, li trattenne.
Il signor Barrus, che si era avvicinato al cane, disse loro: «Allontanatevi! Ariel è circondato dalle vespe che lo stanno pungendo furiosamente».
Subito l’operaio diede fuoco a una manciata di erba secca e infiammò il cane, che fu così liberato dai suoi nemici.
«Papà, ma io non vedo nessun vespaio qui.»
«Ce ne sono tanti, figliolo. Il tuo cane si è divertito a fiutare la terra intorno a uno di loro e le vespe si sono vendicate per l’invasione del loro territorio.»
Melchior condusse il suo amico cane fino a casa. Lì, il padre strofinò l’animale con dell’ammoniaca, che gli diede presto sollievo.
La sera, tutte le persone di casa si riunirono intorno al vespaio che stava in un cespuglio; Melchior lo illuminò così che il giardiniere potesse versare una grossa brocca di acqua bollente nel buco da cui uscivano le vespe. Quelle, numerose, che tentarono di fuggire da quella terribile inondazione così ardente, finirono bruciate dal vapore che si levava verso l’alto.
Il giorno seguente, durante la pausa della colazione, il signor Barrus condusse i figli nel prato dove trovarono il giardiniere che allargava il buco in cui, il giorno precedente, si trovava il vespaio.
«Oh, papà!» esclamò Melchior che seguiva con attenzione il lavoro del giardiniere «guardate quella grossa palla tutta coperta di pietruzze e di conchigliette!»
«È la casa delle vespe che abbiamo distrutto ieri sera.»
Il giardiniere ripulì il nido dalla terra in cui stava immerso, poi, dopo avere svuotato l’acqua che conteneva ed essersi assicurato che non restasse una sola vespa viva, lo consegnò al signor Barrus che lo portò nel suo studio, seguito dai figli per farglielo esaminare.
«È possibile, papà» chiese Melchior sbalordito «che delle vespe abbiano potuto costruire il cartone che forma questa palla che sembra davvero una sfera? Ha più di due centimetri di spessore.»
«Sì, piccolo mio, sono state proprio loro che hanno fatto questo cartone destinato a proteggere la loro vita sotterranea dall’umidità.»
«Quant’è grazioso questo cartone» esclamò Armande «con le sue righe gialle, grigie e marroni! Guardate! Questo nido ha due porte.»
«Una per entrare e l’altra per uscire, sorellina.»
«Proprio così, figlio mio! Questi insetti vivono appena un’estate, conoscono il prezzo del tempo, e mettono queste due porte opposte per evitare la confusione all’interno.»
«Questo nido è pieno di favi che somigliano a quelli delle nostre arnie delle api.»
«Ma non sono uguali, sorellina, perché quelli sono di cera e questi qui sono di cartone, e poi non contengono il miele.»
«Dato che sei un buon osservatore, figliolo, non noti nessun’altra differenza? Guarda, ecco il mondo delle vespe proprio com’era quando stava nel suo riparo sotterraneo.»
Melchior guardò attentamente e dopo averci pensato su un istante, disse: «Sì, certo, noto un’altra differenza! I favi delle api sono in verticale, e questi qui, distesi, somigliano a un tavolato a più piani sorretto da piccoli pilastri».
«È proprio così! Questi favi sono orizzontali, gli altri sono verticali. Una delle femmine, che è sopravvissuta all’inverno, comincia lo scavo in cui sarà costruito il nido; crea una parte di celle superiori e depone le uova negli alveoli. Poi, le vespe che nascono creano delle celle a loro volta e ingrandiscono lo scavo e, quando è della dimensione giusta, lo tappezzano con questo cartone che vi stupisce tanto. Non appena un piano di celle è finito, le operaie cominciano subito a crearne un altro più in basso.»
«Le piccole vespe hanno quindi già la forza di lavorare appena nate?»
«Sì, la loro infanzia trascorre nello stato di larva, ma dopo la metamorfosi sono tali e quali saranno per tutto il resto della vita. Le madri trascorrono l’estate a deporre uova e a nutrire le larve; le operaie costruiscono le celle e vanno in cerca di cibo.»
«E cosa danno da mangiare, a tutti? Queste larve che vedo qui, morte, nelle loro celle?»
«No, quelle sono le loro larve, ma ogni cibo va bene per le vespe! Spesso catturano le api quando stanno per ritornare al nido, le tagliano in due e portano via la parte che contiene il miele. Sottraggono dai banconi dei macellai pezzetti di carne spesso più grossi di loro; si infilano nelle pieghe della carta che avvolge il pan di zucchero e fanno delle grosse scorpacciate, con grande stizza dei bottegai che vedono violate le loro botteghe. Cominciano sempre nutrendosi in abbondanza e portano via tutto quello che non riescono a mangiare.»
«Papà, perché queste celle non toccano la parete interna del nido?»
«Per permettere agli abitanti di muoversi liberamente.»
Ascoltando il padre, Armande si divertiva a scomporre quella spessa parete, e la trovava formata da molti strati di cartone separati da uno spazio vuoto. Il fratello ne contò circa quindici.
«Quanti abitanti può contenere questo nido?» chiese.
«Circa quattordici, quindicimila, penso.»
«Oh, mio Dio! Così tanti! Avete fatto bene a distruggere tutte queste bestie malvagie che si erano stabilite così vicino alla nostra casa! Avrebbero divorato tutto il cibo della nostra tavola.»
«Figlia mia, queste bestie malvagie si prendono grande cura dei loro piccoli che nutrono proprio come fanno gli uccelli, imbeccandoli, di tanto in tanto, dopo avere inumidito in bocca il cibo che portano loro.»
«Queste larve ci mettono molto tempo per diventare insetti?»
«Circa venti giorni della loro vita; la larva chiude il suo bozzolo con un opercolo di seta che fila lei stessa; poi resta chiusa circa nove giorni nello stato di ninfa, in seguito si libera del suo bozzolo e la vespa appare in tutta la sua bellezza.»
«Ma un nido così solido dovrebbe durare abbastanza a lungo?»
«Ebbene, no. Di solito serve per un solo anno. Gli insetti che lo abitano uccidono tutti i piccoli che si schiudono dopo ottobre ed estirpano tutte le larve che in quel momento popolano gli alveoli. I maschi e le operaie muoiono, naturalmente, appena iniziano i primi freddi.»
«E cosa accade alle femmine, allora?»
«Trascorrono l’inverno in letargo in fondo al nido. In primavera, tutte quelle che sono sopravvissute al rigore della stagione fredda fondano una nuova famiglia, edificano un nuovo mondo. La madre di tutte le altre scava un buco in terra, come vi ho già spiegato, e costruisce alcune celle dove depone le uova. Lei da sola basta a nutrire le larve che nascono, e sopporta con coraggio tutte le fatiche di questa creazione.»
«Voglio ben sperare» dice Armande «che quella brava madre non uccida i suoi piccoli in autunno!»
«Buon Dio, sì, bambina mia! Ben sapendo che non troveranno più cibo per le loro larve, quelle madri le distruggeranno prima dell’ultima metamorfosi.»
«Papà, ci sono altre vespe da qualche parte qui in Francia?»
«Sì, certo. Si trovano dappertutto.»
Armande s’interessò così tanto a tutto quello che aveva osservato e imparato che chiese al padre di farle conoscere la vita di qualche altro insetto.
Il signor Barrus lo promise ma a condizione che lei studiasse diligentemente così come aveva fatto nell’ultimo periodo.
E Armande promise con tutto il cuore.