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antonio manzini

castore e polluce (it)

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Lasciata la macchina, a Saint-Jacques, avevano iniziato la salita inerpicandosi fra i boschi carichi di neve. Carlo Polenghi, Sandro Biamonte e Ludovico Venier seguivano il sentiero segnato respirando a pieni polmoni l’aria rarefatta. La Pasqua era vicina ma di neve ce n’era ancora tanta. Pochi erano gli escursionisti che si avventuravano per quei picchi, la maggior parte si accontentava delle piste da sci. Loro no. Carlo Sandro e Ludovico avevano programmato la salita al Polluce, 4.092 mt s.l.m. da circa due mesi. In pieno inverno, quando i turisti della roccia non c’erano e a salire lassù erano i più preparati e i più coraggiosi. Le piccozze sbattevano contro le borracce. I caschetti ben annodati allo zaino riflettevano la luce del sole che era appena spuntato fra la coltre di nuvole. Il tempo prometteva bene per il giorno dopo, quando cioè avrebbero attaccato la parete, e l’eccitazione si accordava al ritmo dei loro passi. Ludovico masticava la gomma americana compulsivamente. Era un rumore fastidioso, ma i due colleghi non erano riusciti a fargliela sputare. «Mi calma…» diceva. Preferivano sopportare quel rumore che i nervi non sempre saldi di Ludovico. In studio dove lavoravano gomito a gomito erano riusciti a evitare quel tramestio costante. Carlo, che aveva da poco compiuto i 50, non ne voleva sapere. Rovinava la concentrazione. Disegnare e creare progetti per gli arredi interni richiedeva calma, attenzione e ore di lavoro al tavolo. D’accordo con Sandro, il vice capo, avevano vietato sigarette, gomme da masticare, caffè e telefonate personali. «Quando si disegna è come stare in chiesa» diceva Carlo coi suoi occhi ardenti verde smeraldo, «avete mai visto uno che in chiesa va a pregare con il cellulare acceso?».
Finito il passaggio in mezzo ai boschi, raggiunsero l’altopiano, poi si inerpicarono verso il rifugio Mezzalama per l’ammazzacristiani, un sentiero ripido che l’estate segava le gambe dei trekker poco allenati, ora che la neve lo ricopriva c’era anche il rischio di scivolare. Dovevano procedere a passo lento, cadenzato. Solo il giorno prima erano nei loro uffici di Biella a chiudere l’affare della loro vita, e i polmoni ancora non si erano abituati all’altitudine. Passo dopo passo Carlo Polenghi apriva la marcia seguito da Sandro, chiudeva il terzetto Ludovico, il meno capace ma con un talento innato e un amore per la montagna che sopperiva alla sua inesperienza.
«Che meraviglia…» disse Carlo fermandosi a guardare il panorama. Le nuvole s’erano fermate intorno alla corona delle cime innevate. Il silenzio era talmente profondo da risultare rumoroso. Lontano un rombo cupo avvertiva che forse, da qualche parte, una piccola slavina s’era lasciata andare su qualche pendio. I ghiacciai davanti a loro erano splendidi. Turchesi come acqua di un paese tropicale, le rocce che spuntavano punteggiavano il manto bianco di macchie nere. Su in alto si scorgeva il costone dove era costruito il rifugio Mezzalama a più di tremila metri.
«Stanotte ci fermiamo lì?» chiese Ludovico ciancicando la gomma.
«No. Saliamo alle Guide d’Ayas. 3.420 metri. È lì che dormiamo!» rispose Sandro.
«Ti sei portato il pigiamino?».
Sandro e Carlo risero.
«Sì, con gli orsacchiotti e gli alberi di natale. Ma andate a cagare!».
«Ludovi’, guarda che su la gomma la sputi però!».
«Sì sì, la sputo… che palle!».
Ripresero la salita concentrandosi solo sui passi e su dove mettevano i piedi. Sotto la neve c’erano le rocce e prima di poggiarci il peso dovevano assicurarsi non ci fosse il ghiaccio. Una caduta lì non era cosa pericolosa, ma avrebbe sicuramente leso l’amor proprio, ammaccato la dignità e sarebbe stata occasione di prese in giro per i mesi a venire.
«Fra un po’ comincia il ghiacciaio… ci mettiamo i ramponi» avvertì Carlo.
«Va bene».
Ludovico non rispose. In quel momento suonò il cellulare.
«Nooo» gridò Carlo Polenghi. «Chi è?».
Era quello di Sandro. Fermarono l’ascesa. Non avrebbe mai risposto, il divieto c’era nello studio di progettazione come lassù, in mezzo alle meraviglie della natura, ma era un’urgenza, una telefonata che tutti e tre aspettavano da un momento all’altro. Ne andava del loro futuro.
«Sì? Dimmi, Loredana…» si mise in ascolto. Gli altri due cercavano di interpretare la faccia di Sandro seminascosta dal cappello di pile. Loredana era la segretaria personale di Sandro e Carlo. «Mmh… mmh… sì…».
Ludovico guardò Carlo. «Embè?».
«E che ne so Ludo… è lui che parla!».
«Bene, benissimo. Ti richiamo io». Sandro chiuse la telefonata, con calma mise il cellulare nella tasca. Sapeva che i due fremevano di curiosità, ma ci godeva a prendersi tutto il tempo a disposizione prima di parlare.
«Sandro, se non parli ti prendo a piccozzate!» disse Carlo.
«Il direttore della Velvet Airways ha firmato! Il lavoro è nostro!».
«Sììììììì» urlarono tutti e tre e si abbracciarono. Cominciarono a saltellare sulle rocce, Carlo mise un piede in fallo e scivolò a terra. Non aveva importanza. Gli altri gli si fiondarono addosso e si abbracciarono sul terreno, come calciatori dopo un goal.
«Evvai!».
«Grandi!».
Il progetto di ristrutturazione di tutti gli interni dei charter e delle sedi negli aeroporti era loro. Un affare di qualche milione di euro. Lo studio Polenghi e associati ormai entrava di diritto fra i grandi della città. Fra tre anni ci sarebbe stata l’Expo 2015, in lizza per i lavori adesso c’erano anche loro! Carlo Polenghi aveva realizzato il sogno di una vita. Sandro coi suoi baffoni sporchi di neve aveva le lacrime agli occhi. «Glielo faccio vedere io a quello stronzo di mio padre!» disse pulendosi il naso. Che dall’alto dei suoi uffici finanziari e delle sue frequentazioni non aveva mai creduto in lui, nel suo lavoro. «Sandrino» gli disse Carlo, «a 43 anni ancora pensi a tuo padre? Hai due figli e una moglie. Pensa a loro, no?».
«Meglio di no!» intervenne Ludovico. «Che sennò gli succhiano tutta la sua parte di soldi!». Risero ancora. Si rassettarono guardandosi felici negli occhi. «Lo studio Polenghi e company…» mormorò Carlo. «Ce l’abbiamo fatta, amici miei!».
«Torniamo a noi. Il Polluce ci aspetta!» disse Sandro rincalcandosi il berretto.
Ancora un paio di pacche poi la fila indiana riprese l’anabasi verso il rifugio Mezzalama.
Si fermarono per poco in quella casetta incastonata nelle rocce per proseguire la marcia attraversando il ghiacciaio. D’estate pericoloso per la presenza di crepacci, l’inverno per il freddo e il gelo. La temperatura era calata sensibilmente e i tre alpinisti proseguivano in silenzio, risparmiando il fiato. Perfino Ludovico s’era messo la gomma americana tra i denti e evitava di masticarla. I ramponi mordevano la neve, e si sentiva solo il rumore dei ferri ad ogni passo, quello della piccozza contro il casco, lo sciacquare dell’acqua nella borraccia. Poi si unì un vento freddo e leggero che cominciò a fargli compagnia fischiandogli nelle orecchie. Finalmente raggiunsero il rifugio Guide d’Ayas, a 3.420 metri. Si fermarono a guardare il paesaggio. In quei momenti di silenzio, con il fiatone per la salita, le orecchie che ronzavano, gli occhi umidi e le cime, i ghiacciai del Rosa e la valle davanti a loro, Carlo, Sandro e Ludovico provarono qualcosa che somigliava molto alla felicità. Poi si voltarono a guardare la vetta del Polluce, la loro meta, 4.092 metri.
«E facciamocela una foto!» disse Ludovico.
Prese il cellulare, si strinsero davanti all’entrata del rifugio, alzarono le mani e sorrisero verso l’obiettivo come tre ragazzi alla gita dei cento giorni.
Le volute di fumo denso si alzavano pigre verso il soffitto bianco bisognoso di tinteggiatura. La porta chiusa appannava i rumori dei corridoi e solo il ronzio del condizionatore che d’inverno faceva da termosifone segnava pigramente il passaggio del tempo. Sul display i gradi che quella pompa di calore cercava di infondere a tutta la stanza. Il divano di pelle nero a due posti aveva un taglio sul bracciolo sinistro dal quale usciva l’imbottitura grigia. La scrivania colma di carte, appunti e numeri di telefono misteriosi e senza nome. Le Clarks accanto alla pompa dell’aria calda. Scure, rovinate. Teneva i piedi poggiati sulla scrivania. S’era messo un calzino blu e uno nero e i pantaloni di velluto chiaro erano scuciti sull’orlo. Il suo loden appeso all’attaccapanni pareva una pelle scorticata stesa ad asciugare. Anche la sigaretta sapeva di muffa. Era una di quelle mattine in cui la noia gli piombava addosso con tutta la sua virulenza e lo lasciava inebetito e senza forze.
«Dovresti fare delle cure omeopatiche per l’energia» gli aveva consigliato Italo Pierron, il suo agente di fiducia. «Dovrebbe prendersi una vacanza» era stato invece il suggerimento del viceispettore Caterina Rispoli, ora che la Pasqua era alle porte.
Una vacanza. E per andare dove? All’estero. Londra. Parigi. Amsterdam. Magari Barcellona. Per passare tre giorni in un albergo da solo a guardare la televisione in una lingua incomprensibile? «Ci sono musei bellissimi» aveva detto Caterina. I più belli li aveva visitati con Marina. Tate Gallery, British Museum, Jeu de Paume, Rijkmuseum, Gare d’Orsay. Non gli era mai piaciuto fare il turista. Si sentiva una specie di cucciolo di facocero in mezzo ai leoni pronti a sbranarlo. Gli occhi affamati di ristoratori, albergatori, bigliettai di musei, stadi, teatri e concerti. Tutti lì, pronti ad azzannare il portafoglio e le carte di credito dei turisti, a spennarli per rimandarli a casa intontiti e bisognosi di riposo. A lui in una città piaceva stare giorni, settimane, mischiarsi con la gente, carpirne l’odore e il sapore, le abitudini e la quotidianità. Favoloso weekend a Stoccolma! Tre giorni a Madrid, corrida inclusa! A cosa serviva? A nulla. Solo a scattare qualche foto e poter dire: ci sono stato. Senza aver capito niente, senza aver impresso nella memoria nulla di più che un ristorante messicano coi mariachi o un quadro che ormai non sapeva più se stava alla Gare d’Orsay o al Van Gogh Museum. Cannibalizzazione della memoria. Consumismo superficiale e frenetico. «Ci vogliono almeno tre giorni per vedere il Louvre» diceva sempre a Marina. «Così di corsa non ci capisco un cazzo!». In più non aveva mai condiviso le frenesie delle feste, sapeva solo che quando si avvicinavano date come la Pasqua, il Ferragosto, il Natale, il lavoro nelle questure aumentava in maniera esponenziale. Lavoro stupido, noioso, inutile. Fatto di piccole denunce, liti condominiali e simili amenità. Aosta sotto una coltre di neve s’era riempita di turisti, come l’ufficio di gente pronta a sporgere denuncia. Guardava il cielo grigio che prometteva altra neve. Ma a Pasqua di solito a Roma, se non piove, e piove sempre, si cominciano a vedere i primi segni della primavera. Ad Aosta sembrava di stare alla Vigilia. Avrebbe potuto prendere un aereo e tornarsene nella capitale.
Ma a fare che? In quella casa imbustata che aveva lasciato da sette mesi, e gli sembrava già un’eternità.
«È permesso?». Italo s’era affacciato alla porta.
«Che vuoi?».
«Rocco, io andrei. Non c’è niente da fare…».
Erano passate da poco le cinque del pomeriggio e la noia, come una nebbia pestilenziale, affogava le esistenze dei poliziotti della questura di Aosta.
«Vai, vai…».
«Domattina posso venire un po’ più tardi?».
«Italo, fai quello che cazzo ti pare!».
Rocco si alzò. Andò ad infilarsi le scarpe che erano ancora bagnate. «Che schifo…» disse. Italo non provò nemmeno a suggerirgli di comprarsene di nuove, tanto sapeva che a quelle calzature il vicequestore non avrebbe mai rinunciato. Con un sorrisino l’agente sparì mentre Rocco si annodava i lacci. Afferrò il loden e uscì dalla stanza senza spegnere le luci.
Nel corridoio illuminato dai neon gli venne incontro l’agente D’Intino. Aveva le guance e la fronte striate da segni rossi e obliqui.
«Dotto’, proprio a lei cercavo!».
«D’Intino, che cazzo hai in faccia?».
«La ’atta de la vedova Frescobaldi».
«La… ’atta?».
«Sì. Era salita su un albero, io e Deruta le semo aiutate per farla scendere».
«E mi sa che la ’atta non voleva, no?».
«Mica tanto».
«Poliziotti che si occupano di gatti… roba da matti. Ti sei disinfettato?».
«No».
«Ecco, bravo, non farlo. Magari ti viene una setticemia fulminante che ti si porta via».
«Dice? Senta, dotto’, ci stanno un po’ di denunce da prendere».
«Che denunce?».
«Furtarelli, cose facili, insomma posso dire all’agente Casella che le pigliasse lui?».
«Ma fate come cazzo ve pare!» e ad ampie falcate piantò lì il poliziotto.
Non gli restava che tornare a casa e chiamare Nora. Non che morisse dalla voglia di vederla, ma almeno avrebbe passato una serata con una donna, che era l’unica cosa decente che Aosta gli avesse riservato in quei lunghi mesi.
Il sole era andato a nascondersi dietro le cime piene di neve. Nel rifugio Guide d’Ayas c’erano solo loro tre. D’estate in quel posto bisognava fare i turni per mangiare, tanti erano gli alpinisti che tentavano la cima del Polluce. Con l’inverno ancora in piena attività pochi si spingevano fin lassù. Ed era aperto solo il locale invernale. Uno stanzone con le brande, qualche scatoletta di cibo, un tavolaccio e le candele per la notte. Carlo e Sandro afferrarono le scodelle con la zuppa di farro che s’erano cucinate sui fornelletti da campo. Ludovico appiccicò la gomma americana sotto il tavolo.
«Non ci posso credere!» fece Sandro. «La conservi per dopo?».
«Volete che riprenda a fumare?» chiese ai suoi amici mettendo in bocca la prima cucchiaiata. «E allora non rompete le palle!».
«Invece parliamo un attimo del lavoro» fece Carlo. Aveva il viso arrossato e gli occhi, due pezzi di giada, risaltavano vivi e eccitati. «C’è una cosa importante che devi sapere Ludo… io e Sandro la settimana scorsa abbiamo cambiato i colori degli interni».
«Perché?» chiese Ludovico ingoiando un cucchiaio di farro.
«Perché dalla direzione è arrivato il nuovo ordine di colori. Hanno preferito rosso e blu invece che rosso e bianco».
«Che schifo!» mormorò Ludovico. «Gli interni rosso blu… peggio di una squadra di calcio!».
«Lo so, ma che ce ne importa?».
«E abbiamo dovuto ripresentare il progetto?».
«Già» disse Sandro. «Appena torniamo devi firmarlo anche te. Ma intanto gliel’abbiamo sottoposto».
Ludovico guardò i due colleghi «Spiegatemi una cosa. Perché non mi avete avvertito? Sarei venuto a darvi una mano, no? E giacché c’ero, avrei anche firmato» aggiunse con una punta di rabbia. «Ora risulta che il progetto è solo vostro?».
Carlo poggiò il cucchiaio. «Giacché c’eri? Vorrei ricordarti che eri a Torino! A fare lo stronzo con Myriam. Noi abbiamo dovuto lavorare di notte per cambiare tutto!».
«Sarei venuto».
«Vabbè» si intromise Sandro. «È andata. Era una sciocchezza, Ludovico, l’abbiamo fatta, il nostro progetto è passato, abbiamo il lavoro. Ora non pensiamoci più e godiamoci ’sta vacanza».
«Hai ragione, Sandrino» fece Ludovico, «è che sono un po’ stanco. Scusa Carlo…».
«No, scusa tu. L’importante è il lavoro. Alla nostra!» e alzò il bicchiere colmo a metà di vino rosso. Sandro e Ludovico lo imitarono e fecero un brindisi guardandosi negli occhi.
«Parlando di cose serie. Domani sveglia all’alba. Apro io, segue Sandro e tu Ludovico chiudi».
«Va bene». Sandro si asciugò labbra e baffi. «Controlliamo l’attrezzatura ora?».
«Domani, Sandro… ora andiamo a letto e cerchiamo di dormire».
«Alle sei e mezza?» protestò Ludovico guardando l’orologio.
«Alle sei e mezza!» rispose Sandro.
Ludovico guardò triste i tre sacchi a pelo già posizionati sulle brande.
Era sgattaiolato fuori dalle coperte di Nora alle tre di notte per uscire in strada al freddo, sotto un nevischio insistente. A piedi fino a casa sua dove riuscì a farsi altre tre ore di sonno. Poi non c’era stato più verso di addormentarsi. Dopo la doccia e la vestizione aveva guardato fuori dalla finestra convinto che avrebbe dovuto affrontare un’altra giornata fredda, squallida, grigia. Invece con il suo massimo stupore, un sole splendente e aggressivo illuminava la città. Sorrise appena e gli venne voglia di uscire e camminare per le strade di Aosta, a viso aperto, pronto a farselo schiaffeggiare dai raggi e dal calore.
I turisti già affollavano le strade del centro, prendevano d’assalto i negozi di souvenir, scattavano foto senza una apparente logica a tutto ciò che gli si parava davanti. Con le mani in tasca entrò da Ettore per fare colazione. Trovò il banco pieno di gente che comprava uova di cioccolato in mostra sulle mensole del locale. «Che prende, dottore?».
Mai dalla sua bocca sarebbe uscita la fatidica frase: il solito! Significava arrendersi all’evidenza di essersi integrato, avere un’abitudine con quella città, e ammettere che lì gli toccava restare per il resto dei suoi giorni fino alla pensione. Quindi ogni mattina cambiava ordinazione. «Un decaffeinato macchiato caldo con latte di soia e senza cacao!» disse. Ettore annuì. «E vuole anche la brioche al cioccolato?».
«No. Semplice, col miele!» che poi neanche gli piaceva tanto il miele, ma erano tre colazioni che ordinava il cornetto al cioccolato. Errore da non ripetere con tanta leggerezza.
Perse ancora un’oretta a guardare i negozi e alla libreria Aubert, dove comprò due romanzi. Ormai non aveva più scuse. Doveva andare in ufficio a passare un’altra giornata di noia colossale seduto a fumare e a sentire le cazzate dei suoi agenti. Ed erano ancora le dieci e mezza.
Solo a mezzogiorno passato, dopo una canna, sei Camel, due caffè al distributore e tre partite a poker on line, arrivò la telefonata che avrebbe movimentato quella Pasqua di noia.
«Dottore!» disse Italo affacciato alla porta.
«Che c’è?».
«Telefonata dal 118. Un brutto incidente…».
«E cos’abbiamo stavolta? Una vecchia è scivolata sul ghiaccio? A un turista hanno rubato una grolla di legno?».
«No, Rocco, una cosa brutta. In montagna. Un alpinista…».
«Che?».
«Caduto dal Polluce. I soccorsi sono già sul posto».
«Cos’è il Polluce?».
«È una cima. 4.092 metri».
«Che ci faceva lassù?» a parlare fu la totale inesperienza di Schiavone. Lui di montagna ne sapeva poco o niente, non riusciva ancora a convincersi che fosse un luogo dove passare le vacanze.
«Si scala. Si va lassù a conquistare la cima».
«Co ’sto freddo?».
«D’inverno è più difficile».
«L’ho visto. E questo ci ha lasciato la pelle?».
Italo annuì. «Un volo di qualche centinaio di metri».
«E io che devo fare? Non ci sono quelli del soccorso?».
«Sì, ma insomma, forse dovremmo…».
«Cosa? Mi vuoi mandare a 4.000 metri? Ma che sei deficiente?».
Il corpo di Ludovico Venier arrivò alla morgue mezz’ora dopo. I giornalisti s’erano già sparsi per procure, questure, alla centrale del soccorso alpino a carpire informazioni. L’Ansa aveva messo in rete la notizia e una televisione locale era pronta con il servizio da mandare in onda. Schiavone aveva raggiunto l’aeroporto Gex. L’elicottero rosso del soccorso alpino era fermo sulla pista. Accanto al mezzo lo attendeva un uomo biondo e bassino, vestito di rosso. Ai piedi portava scarponi giganteschi. Mangiava una banana.
«Vicequestore Schiavone, questura di Aosta».
«Sono Michele Dujardin, il medico…».
«Mi spiega cos’è successo?».
«È semplice. Alle 12 e 15 abbiamo ricevuto una telefonata di soccorso. Siamo partiti. Abbiamo trovato il corpo di Ludovico Venier ai piedi della parete rocciosa del Polluce. Un volo di qualche centinaio di metri».
«Morto sul colpo?».
«Direi di sì. Sul volto parecchi segni e sangue intorno alla bocca. Aveva i pantaloni calati e parecchie ossa fracassate».
«Pantaloni calati?» chiese Rocco.
«Già. Era su con due compagni di cordata. Li abbiamo portati all’ospedale. Hanno qualche escoriazione e sono sotto shock. I miei colleghi hanno deciso di trattenerli per una notte almeno».
Dopo aver ordinato il sequestro dell’attrezzatura da montagna degli alpinisti, come da procedura, alle due del pomeriggio Rocco entrò nella stanza dov’erano ricoverati Carlo Polenghi e Sandro Biamonte distrutti dal dolore. Carlo aveva un’escoriazione sul viso. Sandro invece guardava la finestra e respirava lento. Erano sfiniti. Rocco aveva preso una sedia e s’era piazzato ai piedi del letto di Carlo. Notò che Sandro aveva un polso fasciato.
«Ce la fate a spiegarmi come è successo?».
Annuirono insieme.
«Evitate termini tecnici che io non ne so niente» si raccomandò Rocco.
«Siamo partiti all’alba dal rifugio delle guide della Val d’Ayas. In cordata e…».
«Stop!» fece Rocco. «Che significa?».
Prese la parola Carlo. «Io sono il più esperto e aprivo. Legato alla corda c’era Sandro e per ultimo Ludovico, quello che mastica meno la roccia, che chiudeva la fila».
«Mastica la roccia?».
«Sì, insomma, che ne capiva meno».
«Vada avanti…».
«Abbiamo superato un piccolo terrazzo».
«Aristop! Che è?».
«Una sporgenza della roccia. Più o meno un metro. Una piazzola, ecco».
«Continui…».
«E poi abbiamo ripreso la salita. Ci avvalevamo anche dei canaponi che…».
«Stop! Che cazzo sono i canaponi?».
Stavolta a rispondere fu Sandro: «Sono delle corde messe dalle guide per facilitare la salita. Faccia conto, dottore, dei corrimano… come nelle scale di un condominio». Le parole gli uscivano a fatica.
«Ottimo. Poi?».
«Siamo arrivati in cima. Uno splendore. Siamo stati un po’ lassù a goderci la vista, a 4.000 metri il panorama può togliere il fiato, e Sandro ha fatto una foto a tutti e tre. Insomma, l’impresa per degli alpinisti non professionisti non è roba da poco, sa?».
«Poi?».
«Poi abbiamo cominciato la discesa. Il primo era Ludovico. Poi Sandro e infine io».
«E mi dica, dottor Polenghi, cos’è successo?».
«A un certo punto, neanche a metà discesa, Ludovico ci avverte che deve espletare un bisogno».
«Che vuol dire?».
Sandro imbarazzato fece: «Doveva fare la cacca».
«Lassù? A 4.000 metri?».
«Succede. Allora approfittò di quel terrazzo. Solo che… ha fatto un errore».
«Quale?».
«S’è tolto l’imbracatura. S’è slacciato i pantaloni ed è scivolato giù…». Sandro chiuse gli occhi. «Noi abbiamo sentito un grido e abbiamo capito. Lo chiamavamo ma lui non rispondeva. Da lassù non vedevamo il terrazzo. Abbiamo cominciato veloci la discesa e l’abbiamo visto…».
«Era ruzzolato fino ai piedi della parete ed è finito in fondo, sul ghiacciaio». Sandro riprese a guardare la finestra.
«Una cosa terribile» aggiunse Carlo. «Allora abbiamo chiamato subito il soccorso e abbiamo terminato la discesa. Quando siamo arrivati in contemporanea con l’elicottero Ludovico era già…». Carlo tirò su con il naso. Rocco annuì.
«Perché s’è liberato dell’imbraco?» chiese il vicequestore.
«Chi lo sa, dottore? Forse non riusciva a slacciarsi i pantaloni» azzardò Sandro.
«So che siete colleghi di lavoro».
«Sì. Abbiamo uno studio di arredamento d’interni. Siamo architetti».
«Avevamo appena chiuso un affare importantissimo con una compagnia aerea… la svolta delle nostre carriere, dottore».
«Questo Ludovico Venier ha famiglia? Figli?».
«No. Era un po’… diciamo farfallone».
«Si divertiva» disse Rocco. «Voi come vi sentite?».
«Male, dottore. Male» rispose Carlo. Sandro invece si portò la mano col polso fasciato al viso e si asciugò gli occhi.
«Le vostre famiglie?».
«Stanno salendo le nostre mogli, da Biella. Siamo di lì».
«In bocca al lupo» fece Rocco e si alzò dalla sedia.
«Una sfiga tremenda». Italo era nell’ufficio di Schiavone insieme a Caterina.
«Non è sfiga, Italo. Se uno va in pieno inverno a scalare una montagna di 4.000 e passa metri può succedere. Sfiga è uno che attraversa la strada per andare a fare la spesa e gli cade un vaso in testa».
«Già» concordò il viceispettore Rispoli.
«’Sti cosi sono fatti da paura!» il vicequestore armeggiava col cellulare ultima generazione del fu Ludovico Venier. «Ha fatto un volo di non so quanti metri e funziona ancora».
«Ecco qui!». Casella era entrato senza bussare.
«Non si bussa più?».
«Ho trovato la porta aperta e credevo che…».
«E credevi male! Che vuoi?».
Casella depositò un foglio sulla scrivania di Rocco. «Direttamente dall’obitorio. Questa è la lista degli oggetti del cadavere. Gliela lascio qui?».
Rocco ci buttò un’occhiata distratta: «Fai pure…».
«Posso andare?».
«Ma magari»» disse Rocco con gli occhi sulla lista.
«No, dico… a casa?».
«Sono le tre e mezza, Casella, vuoi andare a casa?».
«Io ho finito. Giù alle denunce ci sono…».
«Non hai il permesso. Vai a lavorare, rimetti a posto l’archivio, c’è una montagna di pratiche accumulate che ’st’inverno ci vanno a sciare. Arriva fino all’orario e poi te ne puoi andare a casa».
Casella mise su la faccia triste e uscì dall’ufficio.
«Che palle… com’è un guanto solo?».
Italo si avvicinò al vicequestore e buttò un’occhiata alla lista. «L’avrà perso cadendo?».
«Qui dice un guanto d’alpinismo North Face destro. Dov’è il sinistro?».
«In effetti è strano» disse Caterina. «Si usano dei guanti e si agganciano con un laccetto al polso così te li puoi togliere se hai bisogno di sensibilità alle dita, ma rimangono appesi. E poi è facile rimetterli».
«Sei esperta di montagna?» le chiese Rocco.
«Insomma, a venti anni ci andavo spesso».
«Magari se l’era tolto per slacciarsi i pantaloni, no?» azzardò Italo.
«Sì, ma sarebbe rimasto allacciato al polso, giusto, Caterina?».
«Forse il nastrino nella caduta s’è rotto? Anche se la vedo difficile».
«Forse. Ma perché il sinistro? Era mancino?» chiese Rocco.
«Boh! Lo possiamo chiedere ai suoi compagni» propose Italo.
«O magari…». Rocco riafferrò il cellulare di Ludovico. Aprì le fotografie. «Se si è fatto gli autoscatti, li ha sicuramente fatti con la mano che usava, no?».
«Giusto!» fece Caterina.
«Ecco. La più recente… sono in posa sul picco… e il nostro usa la mano destra, no?» passò alla seconda foto. «Anche qui di fronte al rifugio delle guide della Val d’Ayas… Tutti e tre in posa! E usa ancora la destra».
Caterina e Italo s’erano messi accanto al capo a guardare le foto. «Ci stiamo facendo gli affari di questo poveraccio» mormorò Italo.
«No. Facciamo il nostro lavoro. Eccoli qui tutti e tre… è di ieri. Venier in questa seconda foto non ha i guanti».
«Già».
Rocco osservò la foto in silenzio. Tre omoni imbacuccati con la faccia da bambini felici. «Agenti, cosa c’è che non va?».
I due poliziotti guardarono attentamente l’immagine sul display. «Sorridono… alzano tutti la mano come per salutare… l’attrezzatura alle loro spalle… non saprei» disse Caterina. Rocco invece riprese il foglio arrivato della morgue. Riguardò la lista. Senza dire niente afferrò il telefono. Compose un numero. «Schiavone, mi passa Fumagalli?».
«Ma che succede, dottore?» chiese Italo che in presenza di terzi tornava a dargli del lei.
«Alberto? Schiavone!».
«Che vuoi?».
«Senti un po’, a proposito del morto su in montagna».
«Poveretto. È ridotto malissimo. Presenta fratture alla base del cranio e alla spina dorsale… poi i polsi e le dita delle mani sono spappolati e…».
«Non me ne frega niente delle fratture. Parliamo della lista degli oggetti».
«Compilata da me personalmente».
«Ne manca uno. Un orologio da polso con cinturino d’acciaio a chiusura automatica».
«Amico caro, io non dimentico nulla, lo sai. Se non c’è su quella lista, non è qui. Figurati se dimenticavo un orologio da polso!».
«Ma lui l’aveva» disse Rocco. «Lo sto guardando adesso, su una foto dal suo cellulare».
«L’ha perduto nella caduta?» suggerì Caterina.
Rocco annuì e trasferì la domanda all’anatomopatologo.
«Avrebbe potuto perderlo, sì» rispose quello, «ma se avesse avuto i guanti, come poteva succedere?».
«A proposito di guanti, guarda che il sinistro non c’è…».
«Allora ammettiamo che quando è caduto non aveva i guanti… e ammettiamo pure che una roccia gliel’abbia strappato, insomma, un cinturino d’acciaio a chiusura automatica è cosa difficile, ma ripeto, ammesso e non concesso… avrebbe delle escoriazioni sul polso, no?».
«Già. E ce l’ha?».
«E che ne so? Mi fai andare da Ludovico a controllare?» e il medico buttò giù la cornetta.
Italo se ne stava in piedi con gli occhi sbarrati: «Ma che significa? Che gliel’hanno rubato?».
«Rubare un orologio a un amico morto? Ecchecazzo, Italo, che sono, iene? Magari è solo una sciocchezza, ora Alberto ci dirà che l’escoriazione sul polso c’è eccome!».
«Non ha niente» si udì dall’altra parte del telefono. «Ha le dita fracassate, ma il polso niente. Né un graffio né escoriazioni. Nulla».
«Cazzo…» mormorò Rocco. «Grazie, Albe’».
«Figurati, dovere».
Mise giù il telefono. Guardò i due colleghi. «Nessuna escoriazione!».
«Che vuol dire?».
«Non lo so, Caterina. So solo che vedo profilarsi all’orizzonte una rottura di coglioni di decimo grado».
«Che facciamo?».
«Ci dividiamo. Caterina, voglio che vai a dare un’occhiata all’attrezzatura di Ludovico e dei due amici che abbiamo sequestrato. Guarda nello zaino, nelle tasche, nell’auto. Magari l’orologio è lì».
«E io?».
«Io e te, Italo, dobbiamo salire, cazzarola».
«Salire dove? Lassù?».
«Sì. Io, te e un paio di guide, a dare un’occhiata».
Italo gli guardò le scarpe: «Mica vorrà salire con quelle!».
«Dici di no?».
«Dottore, con le Clarks a 3.900 metri le amputano le dita dei piedi, sicuro come il sole. L’ha visto, no? Con queste montagne non si scherza!».
«Cos’è ’sta storia?» chiese il giudice Baldi che Rocco aveva fermato davanti al bar sotto la procura mentre quello beveva un analcolico dal colore preoccupante. Rocco gli riportò l’incidente, i sospetti. «Sento che qualcosa non va, dottore».
Baldi tracannò l’analcolico giallo urina. «Lei mi sale a 4.000 metri?».
«Sì, con l’elicottero però. Ma oggi no. È tardi, fra poco è buio. Saliamo domattina presto».
«E cosa vuole da me?».
«Mi serve dare un’occhiata a…» trasse dal profondo della tasca del loden una carta. La aprì. «No, questa è la bolletta del telefono» cercò nell’altra tasca. Una seconda cartuccella bianca stropicciata. «Questa è una multa che ho beccato in centro. Mi devo ricordare di farmela leva’…».
Baldi alzò gli occhi al cielo. «Se è una cosa di giorno, Schiavone, che io per Pasqua avrei da fare».
Rocco prese il portafoglio e finalmente nella taschina dei soldi spiccioli trovò il biglietto da visita. «Ecco qui! Si chiama: Inner Life. È una società di arredo d’interni. Sono di Biella».
«E cosa ci dovrei cercare, se è lecito?».
«Non lo so neanche io. Però le cose non mi quadrano. E allora mi sono chiesto: cui prodest?».
«Eh già… cui prodest scelus, is fecit!».
«Gli studi classici so’ sempre studi classici, giusto dottor Baldi?».
«Non bastava usare un volgarissimo movente?».
«E allora saremmo come tutti gli altri, no?».
«Spesso mi chiedo, fra le tante questure d’Italia, lei proprio quassù doveva finire?».
«Sapesse quante volte me lo chiedo io!».
«Lo è il piede dei ruminanti, sette lettere» urla Marina dal divano. Invece di dirmi com’è che ’sto sugo non s’addensa. «Perché il sugo è acquoso?».
«Ci hai messo troppo olio?».
«Macché».
«Hai aggiunto acqua?».
«Un po’».
«Porta pazienza e gira. Allora? Il piede dei ruminanti?».
«Che ne so? Zoccolo?».
«No. Comincia per B e finisce per O».
«Bifido?».
«Quella è la lingua dei serpenti… aspetta, faccio il 3 verticale… facile, è iride… 4 verticale: dice di saperne parecchio».
«Sapiente?» le suggerisco.
«No, il sapiente ne sa per davvero. Questo è saccente! Allora la parola è BIS poi tre lettere poi O».
«Bisbetico?».
«Rocco, non ci sai fare. Trovato! Bisulco! Bella parola. Me la segno».
Mi affaccio in salone. È stravaccata sul divano. I polpacci sul bracciolo. I piedi scalzi poggiati sull’aria. «Non senti freddo?».
Mi guarda e sorride. «Bel sole oggi… hai visto? Domani vai lassù?».
«Quattromila metri. Roba da matti».
«Copriti, e non ti azzardare ad andare con il loden e le Clarks. Ti ritrovano ad agosto allo scioglimento dei ghiacci».
«Mica male come cosa, no?».
«Fa meno il cretino».
Vado al divano. Le prendo i piedi in mano. «Vuoi un massaggio?».
Ride. Le ha sempre fatto il solletico. «Perché non metti un po’ di quadri in casa? C’è un’aria triste».
«Stanno tutti a Roma… non mi va di portarli qui».
«Sì, ma c’è un’aria triste».
«C’è l’aria che ci deve essere, Mari’…».
Si alza. Poggia la «Settimana Enigmistica» sul cuscino. «Bisulco» mi dice. «Il piede di un ruminante…».
Che vuol dire. «Sarei io? Un ruminante?».
Si fa una bella risata e sparisce in camera da letto. Sono io, allora. Rumino. Rumino e non digerisco.
Lo vestirono con l’attrezzatura da montagna. Giacca rossa, pantaloni rossi, imbottiti, scarponi neri, pesanti coi lacci gialli. Si mise un berretto di pile in testa e come un astronauta avanzò verso l’elicottero che aveva le pale già accese. Italo gli scattò una foto: «Sei bellissimo» urlò per superare il rumore del motore.
«Vaffanculo!» gli rispose Rocco. «Sembro un palombaro!».
«Ce la fai a salire o vuoi un aiuto!».
«Arivaffanculo Italo» e mise un piede sull’elicottero. Il frastuono all’interno era insopportabile. Batté sulla spalla del pilota. «Non è che ’sto coso casca come un sercio?» chiese.
«Intende: non è che il mezzo cade giù come un sasso?» tradusse Italo.
«Tranquillo, dottore, è una meraviglia».
Salirono anche il medico e le due guide alpine, cariche di corde e di zaini, e finalmente chiusero le porte. Il motore salì di giri poi magicamente l’elicottero si staccò da terra. Rocco stringeva il bracciolo della sedia.
«Prima volta?» gli chiese Michele Dujardin.
«Su ’sto fregno? Sì».
«Tranquillo, dottore» fece una delle due guide con la barba lunga. «È sicuro».
«Sarà…».
«Metta questi» e tirò fuori due specie di tagliole di ferro.
«Che roba è?» urlò Rocco per farsi sentire. «Una trappola?».
La guida sorrise. «Atterriamo sul ghiacciaio. Sono ramponi, altrimenti scivola e rischia brutto».
Rocco guardò quei due oggetti dentati. La guida gli fece cenno di alzare un piede. Rocco glielo porse. Si sentì un cavallo da ferrare.
Tac! Con un solo gesto fece scattare una molla e chiuse l’attrezzo con un cinghietto. Lo stesso fece con il secondo. Il vicequestore si guardò i piedi. «Ma come faccio a cammina’ co ’sti cosi?».
«È più facile di quanto creda».
Sorvolarono la valle, superarono la città e cominciarono a volare in mezzo alle montagne. Italo guardava lo spettacolo di neve e rocce. Le guide erano indaffarate con l’attrezzatura mentre il medico giocava a qualcosa sul cellulare. Rocco ogni tanto buttava un’occhiata. Sui tetti bianchi degli alpeggi, le rocce nere e acuminate come denti di un rettile preistorico. I ghiacciai azzurri e la neve che ricopriva tutto. Una stradina appena visibile, altre casette sparse. I boschi s’erano diradati per lasciare il posto al manto bianco e alle pietre nere. Un paesaggio lunare circondato dalle corone dei monti. Italo alzò l’indice: «Ecco» urlò, «vede quel cocuzzolo laggiù? Quello è il Polluce. E accanto c’è il gemello, il Castore!».
«Che cazzo c’entrano gli argonauti con due picchi alpini?».
«Non lo chieda a me» fece Italo. «Io ho fatto l’alberghiero!».
Lentamente l’elicottero cominciò la discesa. Si avvicinò sempre di più al terreno alzando una massa di neve che copriva la visuale. Si assestò e finalmente il pilota mise il motore al minimo. «Quanto restate?» chiese a Rocco voltandosi all’indietro.
«Non lo so. Un paio d’ore, se mi regge».
«Allora io vado giù. Alla fine chiamate e torno a prendervi» e alzò il pollice a dare l’OK. Cominciarono a scendere. Prima Rocco Italo e il medico, infine le due guide che scaricarono il materiale. La neve era dura. Italo appoggiò la mano sulle spalle di Rocco per fargli abbassare la testa e lo portò a distanza dall’elicottero. Il vicequestore avanzava nel ghiaccio con i denti dei ramponi che si infilavano nella neve. «Ma come cazzo si fa a cammina’ co ’sti cosi…».
«Venga…» disse.
Si allontanarono di una ventina di metri. Il motore aumentò i giri, le pale alzarono nuovamente una nube di neve. «Si copra gli occhi!» urlò Italo. Poi il bestione riprese il volo e in un attimo sparì alla vista lasciando solo l’eco degli schiaffi nell’aria rimbalzare sulle coste delle montagne.
Nonostante la bella giornata di sole, la temperatura doveva essere di parecchi gradi al di sotto dello zero. Rocco alzò lo sguardo verso la roccia. «È lì?» chiese alle guide.
«Sì, l’abbiamo trovato laggiù, alla fine della parete. Vicino a quella sporgenza nera».
Più giù di una cinquantina di metri si vedeva il tetto del rifugio. «E quello che è?».
«Quello è il rifugio delle Guide d’Ayas, dottore» rispose Italo.
«Mi stai dicendo che qualcuno ci vive?».
«D’inverno no. D’estate sì».
«E andiamo, va».
Rocco con un passo incerto seguiva il medico, le guide alpine e Italo che invece sembravano aver vissuto sempre in mezzo a quel ghiaccio. Gli girava la testa e il fiato era corto e spezzato. «Porca puttana» sibilò fra i denti. «Co ’sti cosi ai piedi sembra di avere gli zoccoli!». La schiena di Italo che lo precedeva ebbe un sussulto. «Cazzo ridi, Pierron? Poi te le faccio pagare tutte in una volta!». Finalmente giunsero sul posto. «Ecco, ci siamo. Il corpo era qui» ancora evidenti sulla neve le tracce di movimenti di un sacco di persone. «E da dove sarebbe caduto?».
La guida barbuta alzò lo sguardo: «Vede lassù? C’è quella rientranza nella roccia… quella specie di piazzola?».
«No, non la vedo».
«Lì, accanto a quei due buchi in parete… tenga» gli passò il binocolo.
Rocco puntò l’obiettivo fra la neve ancora adagiata sulle pietre e una corda bianca legata alla montagna.
«Cos’è quella cosa bianca?».
«È un canapone. Serve per aiutarsi nel caso…».
«Ah, sì sì» disse Rocco memore del dialogo avuto in ospedale con Carlo e Sandro. «Tipo un corrimano in un condominio».
«Esatto! Ora vada a destra di quella fune e troverà la sporgenza».
«Ecco, sì. Ora la vedo».
«Pare che Ludovico Venier si sia accovacciato per… insomma per fare la cacca ed è scivolato…».
Rocco guardò il precipizio. Diverse centinaia di metri. Un volo da far accapponare la pelle.
«Insomma, si sarebbe fermato lassù per defecare, è scivolato giù e addio…». Rocco restituì il cannocchiale alla guida. «Io ho bisogno di una cosa».
«Dica, dottore!».
«Io lassù non ci arrivo manco teletrasportato. Salite voi».
«Al terrazzo?».
«Al terrazzo. E date un’occhiata».
I due, rapidi e silenziosi, si prepararono alla salita.
«Guardi come fanno. È uno spettacolo!» disse Italo entusiasta.
E uno spettacolo lo erano davvero. Agili e veloci, le due guide raggiunsero in poco tempo il piccolo terrazzo. Rocco era rimasto a guardarli con tanto d’occhi. «Questi non sono uomini, so’ stambecchi». Il poliziotto trasteverino stava scoprendo un mondo nuovo. Dujardin e Italo sorrisero. La radio del medico gracchiò: «Ci siamo!».
Rocco la afferrò. «Ottimo. Date un’occhiata, passo».
«Che cerchiamo? Passo».
«Il massimo sarebbe se trovate un orologio, passo».
Italo guardò Rocco scettico.
«Va bene anche il minimo? Passo?» disse la radio.
«Perché? Passo?».
«Una cosa l’abbiamo trovata, ma non la tocchiamo, passo».
«Bravi». I due avevano visto qualche telefilm poliziesco. «E posso sapere cos’è? Passo?».
«Sembrerebbe… sì, direi una gomma americana…».
Alberto Fumagalli guardò l’involucro di plastica che conteneva la gomma biancastra. La afferrò con le pinzette tirandola fuori dalla bustina. «Uhm…».
«Mi pare che quella macchia…» disse Rocco «potrebbe essere sangue, no?».
«Potrebbe». Con perizia il medico aprì il chewing-gum come fosse il muscolo di una conchiglia. «È sangue, Rocco, te lo dico con sicurezza».
«Perché?».
«Se guardi bene qui dentro c’è anche un pezzo di dente. A prima vista sembra un incisivo. E conta che al cadavere gliene mancano sei. Mi gioco lo stipendio che questa mezza mentina gli appartiene…».
«Cazzo…» fece il vicequestore, «dammene prova certa, per favore».
«Mi metto al lavoro. Ma è una brutta notizia?».
«Per me no. Anzi, è la notizia!».
Incrociò Caterina Rispoli nei corridoi della questura. Erano le tre del pomeriggio, e non mangiava dalla sera prima. «Dottore! Ho esaminato le attrezzature di Polenghi e Biamonte».
«E?».
Caterina spiegò il foglio che aveva in mano: «Ci sono due corde da 80 metri blu, due piccozze, due caschi, tre paia di calze, due coltelli, un asciugamano, due lampade frontali, due…».
«Orologi?».
«Niente, dottore. Niente orologi».
«Allora vieni con me. Portami in ospedale».
«Si sente poco bene?».
«No. Diciamo che ho una sola carta da giocare e speriamo che funzioni. Avverti Italo che stanotte ce la passiamo cuore a cuore io e lui».
Il viceispettore lo guardò senza capire.
«Poi ti spiego. Cose da uomini».
«Lo sa?» gli disse. «Sta bene vestito da alta montagna. Le dona».
Il vicequestore sorrise lusingato: «Non paro un astronauta?».
«No, assolutamente. Più una sorta di vecchio alpinista che…».
«Hai detto una parola sbagliata».
«Alpinista?».
«Vecchio! Avanti marsch! Vieni con me!».
Carlo e Sandro erano seduti sul letto della loro stanza d’ospedale. Avevano abbandonato la camicia da notte e recuperato i loro abiti d’alta quota, non vedevano l’ora di lasciare la corsia.
«Signori miei, potete anche tornare a Biella. So che avete affari in corso e non voglio assolutamente ritardare la vostra partenza per delle sciocchezze burocratiche» esordì Rocco entrando nella stanza.
«Grazie… credo che prima di tornare in montagna ne passerà del tempo» fece Sandro toccandosi la fasciatura intorno al polso.
«Secondo me invece fareste bene a riprendere subito. Un po’ come quando si cade da cavallo. Subito in sella, altrimenti non si ritorna più».
«Forse ha ragione» disse Carlo alzandosi dal letto.
«Potete riprendervi l’attrezzatura, la trovate in questura».
«Grazie». Carlo sorrise.
«Solo una cosa mi dà fastidio e non capisco» disse Rocco. «Il vostro amico sfortunato, Ludovico… aveva un orologio da polso».
«Sì, un Rolex. Glielo regalammo noi tre anni fa».
«Bene, non si trova più».
«Come…» fece Carlo
«E la cosa mi disturba. Perché dio non voglia che qualcuno del soccorso abbia messo le mani dove non doveva!».
«Ma dottore!» fece Caterina. «Quelli del soccorso sono persone di specchiata fiducia!».
«Lo so. Ma l’orologio, il Rolex, non c’è».
«Forse gli sarà caduto?» azzardò Sandro.
«Naaa, impossibile. Non vi sto a spiegare perché. Comunque io vi giuro su dio che da domani riprendiamo le ricerche, setacciamo tutta la zona, costi quello che costi. Ne va del buon nome mio, degli uomini della questura e di quelli del pronto soccorso. Io l’orologio lo devo ritrovare. E appena lo ritroverò, ve lo spedirò a Biella. Ci tengo».
«È… è un bel pensiero da parte sua» affermò Sandro.
«Dovere. Bene, signori miei, è stata una brutta storia, spero ve la dimentichiate al più presto. Vi saluto!» e portandosi la mano alla fronte salutò da militare i due alpinisti. Caterina lo seguì.
In corridoio il viceispettore sussurrò al capo: «Ma veramente tutto questo tran tran per un orologio?».
Il solito elicottero, con un volo crepuscolare, li aveva fatti scendere al rifugio Guide d’Ayas. Il freddo tagliava le facce dei due poliziotti come una lama di rasoio spuntata. Pungeva sui loro visi, fracassava la pelle.
«Non c’è nessuno?» chiese il vicequestore vedendo le luci spente.
«Te l’ho detto, Rocco, è aperto solo il rifugio invernale. D’estate ci sono i gestori, adesso no».
L’elicottero ripartì e veloci il vicequestore Schiavone e Italo Pierron entrarono. Buio. Rocco provò ad accendere la luce. «Non c’è. Solo candele» e Italo ne prese un paio che erano messe lì apposta per i viandanti.
«Accendine di più. Non mi piace stare al buio!».
Italo ne consegnò due al vicequestore, due ne prese lui.
Lo stanzone aveva sei letti. Al centro un tavolaccio. Su una specie di mensola c’erano due fornelletti da campeggio e una libreria scheggiata in più punti conteneva barattoli e piccole bottiglie.
«Che se magnamo?» chiese Rocco. Italo indicò la libreria. «Vedi un po’ che c’è?».
«Ma te m’avevi detto che i rifugi sono quasi degli alberghi…».
«Ancora? D’estate. D’inverno no. Il cibo è lì sopra».
«Che roba è?» chiese Schiavone incollando le due candele sul vecchio tavolo. «Italo, io non mangio da ieri sera…» si avvicinò alla dispensa «… fagioli che se ricordano mio nonno. Piselli… tre zuppe liofilizzate con funghi e… no, vabbè, se mangio una di queste mi viene il tifo! So’ mezze arrugginite ’ste scatole».
«Te l’avevo detto di portare qualcosa noi da giù, no?». Italo afferrò una scatoletta. «Guarda qui! Questa l’ha lasciata un russo sicuramente! Polpa di granchio!».
«Ma che sei matto? Poi la lavanda gastrica chi me la fa? Non abbiamo una merendina, un cracker… va bene pure un pacchetto di Valda, che ne so?».
«No, Rocco. Se hai fame devi mangiare una di queste. E anzi ringrazia gli alpinisti che le hanno generosamente lasciate, sennò stavi a digiuno».
«Preferisco». Si staccò dalla scansia. Saggiò il letto. «Ma c’è solo la rete!».
«Per questo ho portato due sacchi a pelo». Italo andò agli zaini e li aprì. Afferrò una specie di coperta verdastra e la svolse su una branda. «Vedi? Dormiamo qui dentro».
«Ma che cazzo… ma è peggio di un campeggio! È da quando ho 16 anni che non ci vado, l’ho giurato a me stesso, povero sì, ma piuttosto niente vacanze. Il campeggio è all’ottavo livello delle mie rotture di coglioni, lo sai?».
«Vuoi dormire fuori? Ci sono 20 gradi sottozero! A che livello di rottura di coglioni è morire congelato?» e gli lanciò un sacco a pelo blu. «Provalo».
«Ma va va…» si mise una mano in tasca e prese il pacchetto di Camel.
«Qui non si può fumare!».
«Neanche?».
«Ma lo vedi che è tutto di legno? Se vuoi fallo fuori. Io non muoio bruciacchiato per colpa tua!».
Rocco scosse la testa e aprì la porta del rifugio. Un vento gelato lo colpì in pieno viso. Il corpo tremò dalle unghie dei piedi alla testa coperta da un berretto di lana. Ci rinunciò e rientrò immediatamente nella stanza.
«Embè?».
«Embè che? Fuori è il polo».
«Te l’avevo detto. Dai, mettiti giù. Facciamo i turni. Io preparo qualcosa. Faccio una zuppa?».
«Ma se manco abbiamo l’acqua».
«La vado a prendere fuori. Non so se hai notato quella cosa bianca tutt’intorno: è neve. Se la sciogli, miracolo! Hai dell’acqua!».
«Fa poca ironia, imbecille!».
Italo senza paura uscì ad affrontare il gelo. Rocco si affacciò alla finestrella che dava sulla valle. Una linea arancione disegnava le creste nere e i picchi, poi il cielo degradava verso un azzurro che diventava viola e infine, proprio sopra la sua testa, blu cobalto. Le stelle s’erano accese e a guardarle provava ancora più freddo di quanto già non ne facesse. Sentiva una puzza di muffa, cose morte, calzini sporchi, vino vecchio misto a legno fradicio, ascelle. «Che schifo…» disse fra i denti. Si sedette sulla branda. Affondò al centro, peggio che se si fosse seduto su una pozza di fango. Decise che il sacco a pelo l’avrebbe messo per terra. «Ma come cazzo m’è venuto in mente, dico io…». Si alzò. Su un tavolino alto che sembrava un leggio c’era un librone. Sopra gli alpinisti avevano lasciato decine di messaggi.
«22/12/2012 saliamo al Polluce! Grande giornata. Ugo Mario e Carla. 3/01/2013 happy new year!!! Frank & Andrew» faccette sorridenti, disegni di cani, cavalli, due donne nude. Italo rientrò sbattendo i piedi. «Mamma mia!» disse con la mandibola che tremava dal freddo. Nella pentola aveva raccolto un sacco di neve. «Dai, sorridi, Rocco. Ci facciamo la zuppa liofilizzata funghi e asparagi!».
«Te la magni tu!».
«È una cosa calda, pensaci! Accendino!».
«Ah, per cucinare si può e per fumare no?» e lanciò il briquet a Italo. Quello girò la manopola del primo fornelletto a gas. Niente. La seconda. Stesso risultato. «No gas, no zuppa!».
«Mi viene da piangere».
«Dai, Rocco, scegliti una bella scatola e ceniamo a lume di candela. Non è romantico?».
«No».
«Io prendo tonno e fagioli. Tu? Qui c’è pure una cosa strana, mi sa che è polacca… dal disegno si direbbero crauti» e lanciò il barattolo a Rocco.
Rocco l’osservò attentamente al lume della candela. «Dal disegno sembra merda di cane, Italo. Polacca, ma sempre merda è!» e gli restituì la lattina. «Niente. Io digiuno. Preferisco!».
Avvolto nel sacco a pelo come una mummia, tirava fuori solo la faccia e non riusciva a dormire. Il primo turno di guardia l’aveva preso Italo che stava appiccicato alla finestra. Alle decine di puzze schifose s’era aggiunta pure quella del tonno rancido della scatoletta. Avrebbe vomitato se nello stomaco ci fosse stato qualcosa. Provò a rigirarsi, ma il braccio incastrato nell’involto di piume d’oca non si muoveva. E la gamba destra sembrava stretta da un nodo scorsoio. «Porca troia…» bofonchiò scalciando.
«Non riesci a dormire?» chiese Italo.
«E come? Sembra che m’hanno legato qui dentro!».
«Facciamo a cambio? Io sto crollando».
«E famo a cambio». Provò a tirare fuori la mano per aprire la zip, ma non ci riuscì. «Aprime ’sta cazzo di trappola!».
Italo lo aiutò. Rocco scalciò via quell’inferno in poliestere e si alzò in piedi.
«Rimettiti le scarpe però, sennò t’ammali».
Rocco le infilò e andò alla finestra. Italo invece si stese sulla branda. Lento si chiuse la zip, poi gli occhi, neanche dieci secondi e l’agente si addormentò.
Come fa? pensò Rocco. Dalla piccola finestra si vedeva solo il buio della valle. C’era però la luna che aiutava e il nitore della neve rifletteva la luce. Spettrale, fu l’aggettivo che gli venne in mente. Appostamenti ne aveva fatti, in auto, su un treno, una volta addirittura nella gabbia di una gru. Ma a quasi 4.000 metri di altezza non gli era mai capitato.
Questi so’ matti, e ripensava alle persone che salivano fin lassù, affrontavano giornate di privazioni, di stenti, rischiando la pelle per potersi arrampicare sulla cima di uno di quei mostri solo per poter dire: «Io ci sono stato!». Pensò a Trastevere, alle luci dei locali, alle risate delle ragazze, alle gambe lunghe e tornite che attraversavano Ponte Sisto. Via delle Coppelle, uno spritz da Ciampini. Un rumore leggero attrasse la sua attenzione. La scatoletta di tonno e fagioli posata sulla mensola del cucinino aveva un secondo consumatore. Un topo di almeno quindici centimetri se ne stava appollaiato sul bordo a leccare avidamente i resti. Si tolse una scarpa e gliela lanciò.
«Che cazzo!» urlò Italo svegliato di soprassalto.
«Un topo!» fece Rocco.
«E allora?».
«E allora!? C’è una zoccola qui dentro e tu dici E allora?».
«M’hai svegliato!».
«A 4.000 metri ci sono i topi?».
Italo neanche gli rispose. Il ratto s’era infilato chissà dove. Saltellando arrivò al cucinino, si accucciò e recuperò la scarpa. In un angolo, ammucchiato, c’era un preservativo usato. «Non ci posso credere!».
«Che c’è ora?».
«Un preservativo!».
«Avranno passato una serata romantica».
«Qui? Che serata romantica passi qui? All’Excelsior con lo champagne passi una serata romantica. Qui devi essere malato di mente per farti una trombata!».
«Ora mi lasci dormire?».
Era tornato alla finestra. All’improvviso le vide. Piccole, fievoli, come due lucciole sperdute in una notte d’inchiostro. «Ci siamo!» gridò. Corse al tavolo e soffiò sulle candele. La stanza precipitò nel buio. Sentì Italo aprire la zip del sacco: «Sei sicuro?».
«Sicuro» e tornò alla finestra. Le due lucine avanzavano verso il rifugio. Lente e continue sembravano danzare sotto la spinta del vento. Italo raggiunse il vicequestore. «Eccoli!».
«Raccogli tutto. Non facciamo trovare niente qui dentro, nel caso si dovessero prima fermare al rifugio». Veloce Italo rimise a posto i sacchi a pelo. Rocco recuperò la lattina di fagioli. «E dove ci nascondiamo?».
«Fuori. Copriti bene…».
Attesero che le due luci si mostrassero per quello che erano: due torce montate sui caschi. Le due ombre avanzavano a fatica nella neve. Stavano affrontando l’ultimo tratto prima del rifugio. Rocco fece un cenno a Italo che lo seguì. Uscirono all’aria aperta. Una mano gelida li afferrò. Veloci andarono a mettersi dietro l’angolo della casa e si accucciarono in attesa.
«Congeliamo…» sussurrò Italo. Rocco si portò l’indice davanti al naso. Un minuto dopo la prima ombra spuntò da dietro la roccia. Un uomo alto, con la luce sul casco che allungò la mano e aiutò il compagno a raggiungere la piattaforma del rifugio. Guardarono il rifugio ma lo ignorarono. Poi proseguirono verso le pareti di roccia.
«Che facciamo? Li seguiamo?».
«No. Guardiamo dove vanno».
Fecero il giro della casupola. Le due luci continuavano a salire verso la roccia scura lasciando un alone chiaro sulla neve. Sparirono dietro un avvallamento.
«Quanto c’è a piedi da qui alla parete?» chiese Rocco.
«Un’oretta almeno!».
«La pistola l’hai portata o l’hai scordata con la cena?».
Pierron neanche gli rispose.
Un’ora e mezza dopo, Carlo e Sandro entrarono nel rifugio. Gettarono gli zaini a terra e accesero le due candele. La salita in piena notte a quasi 20 gradi sotto lo zero era stata dura e faticosa. Respiravano e si guardavano negli occhi soddisfatti. «Come ti senti?» chiese Carlo.
«Meglio» rispose Sandro.
Entrarono nella stanza col tavolaccio e le brande. La fievole luce illuminò due ombre. I due architetti sobbalzarono.
«Buonasera!».
In piedi vicino al tavolo c’era il vicequestore Rocco Schiavone. Davanti al cucinino l’agente Italo Pierron che brandiva la beretta. Con due passi veloci si mise alle loro spalle davanti alla porta. «Tutto bene?». Carlo e Sandro si guardarono perduti.
«Aprire lo zaino» ordinò Rocco. «Molto ma molto lentamente».
Carlo si chinò. Sganciò la chiusura e lo consegnò a Rocco. «E vediamo cosa abbiamo qui…» rovesciò il contenuto sul tavolo. Una corda blu da arrampicata. Mostrava un capo tagliato e sfilacciato. Un altro piccolo pezzo di corda blu poco più lungo di un metro. Un orologio da polso Rolex con il vetro spaccato. «Ecco qui! Visto, Italo?». Rocco ne osservò il quadrante. «Questo segna le 11 e 35. A che ora è arrivata la chiamata al 118?».
«Alle 12 e 10» disse Pierron.
«Di grazia, posso sapere perché c’è questa discrepanza?». Carlo e Sandro rimasero in silenzio. «Questo orologio secondo me s’è rotto al momento della caduta di Ludovico. Che è avvenuta presumibilmente alle 11 e 35. Perché avete chiamato i soccorsi… vediamo, 35 minuti dopo?».
I due alpinisti tacevano. «Ve lo dico io? Perché prima dovevate fare la messa in scena. Non si è ammazzato precipitando sul ghiacciaio per una sua imprudenza. No, lui è morto prima, sfracellandosi sul terrazzo dove secondo voi voleva cagare. E come c’è caduto? Semplice, gli avete tagliato la corda mentre lo calavate dalla parete che sta lì sopra. Appena si è appeso e si è sporto nel vuoto, zac, un taglio netto con il coltello ed è venuto giù per quindici metri, come da un palazzo di cinque piani. Solo che si è schiantato sul terrazzo. Allora siete scesi, lo avete trovato morto o magari agonizzante, gli avete tolto dall’imbracatura il moncherino di corda tagliata…» e Rocco alzò proprio quel metro di corda blu trovata nello zaino dei due alpinisti, «gli avete calato i pantaloni e lo avete buttato giù per il dirupo. Altrimenti la storia della defecazione a metà discesa mica reggeva, no?».
Italo annuiva convinto.
«Siete arrivati al corpo, e vi siete accorti dell’orologio fermo. Glielo avete tolto. Solo che dovevate rinfilare il guanto, cosa che non avete fatto. Perché? Difficile, forse il povero Ludovico aveva le dita fracassate? Solo allora avete chiamato il soccorso. Ed ecco la prova di come è caduto il vostro amico sul terrazzo!». Rocco alzò la corda blu. Mostrò una specie di fiore formato dai fili troncati da una lama, sfilacciati. «Gli avete tagliato la corda! Che poi avete inguattato insieme all’orologio per nascondere le prove. Tutto qua!».
«È una bella ricostruzione la sua. Da romanzo, ma è una ricostruzione» fece Carlo che non voleva arrendersi. «Lui s’era fermato su quel terrazzo per defecare e…».
«E allora mi spieghi perché proprio su quel terrazzo abbiamo trovato la gomma da masticare, col sangue di Venier e addirittura un dente incastrato dentro? Mi vuole dire che l’ha sputata lui prima del bisogno e siccome ha la piorrea o roba simile ha perso un dente? Pierron, ce l’hai i braccialetti?».
«Come no… prego, alzatevi signori!». Sandro e Carlo obbedirono. Italo li ammanettò insieme. «Sedetevi pure sul letto, grazie».
Carlo e Sandro si guardarono in silenzio.
«Bene. E ora aspettiamo l’alba che ci vengono a riprendere».
«E perché l’avremmo fatto, sentiamo!».
«Zitto!» urlò all’improvviso Rocco guardando Carlo negli occhi. La calma sfoderata fino a quel momento lasciò il campo alla bestia. «Stai zitto! È la gente come te e il tuo compare che mi rende la vita un inferno. Siete due imbecilli, due poveracci, mi avete costretto a fare cose che mai avrei sognato di fare. E tutto questo perché? Per soldi, è chiaro. Sto aspettando che il giudice mi faccia avere notizie, ma sono sicuro che qualche merdata l’avete combinata e dovevate eliminare quel poveraccio».
«Queste sono tutte illazioni. Noi siamo saliti qui per riprendere parte del nostro…».
Lo colpì in pieno viso e il guanto attutì il rumore. Carlo cadde di traverso sulla branda. «Se io dico zitto significa zitto! Non parlare, imbecille!».
«Io ti denuncio» urlò Sandro guardando l’amico.
«Tu ti fai vent’anni, pezzo di merda!».
I due ammanettati dormivano coperti dal piumone. Russavano. Italo se ne stava sulla branda di fronte e cercava di tenere gli occhi aperti. Rocco era sveglio come se fosse già mattina. «Rocco, io dormo un po’» disse Italo.
«Fai pure. Dove vanno tanto? Ammanettati manco Messner e Bonatti ce la farebbero a scendere fino alla valle…».
Poi si alzò. Andò al librone sul leggio. Prese la penna e scrisse: «26/3/2013. Andate affanculo! Rocco Schiavone».
Tornò al suo posto e si fissò a guardare la luna aspettando che diventasse un sole.
Quando scese dall’elicottero, Casella e Deruta comandati da Rispoli presero in consegna i due alpinisti. Rocco corse fino allo spogliatoio, non vedeva l’ora di togliersi quei vestiti da palombaro e tornare al suo abbigliamento civile.
«Schiavone, sono Baldi. Ho già saputo. Confermo l’arresto».
«Ha scoperto qualcosa a Biella?» chiese tenendosi il cellulare sulla spalla mentre cercava di allacciarsi le Clarks.
«Certo. Avevano truffato l’amico. Ripresentando il progetto senza la firma di Ludovico Venier e estromettendolo dall’affare. Con lui morto nessuno avrebbe detto più nulla».
«Ma l’affare, di cosa si tratta?».
«Una commessa da quattro milioni di euro, Schiavone».
«Tanto valeva la vita di Ludovico?».
«Ci rifletta. Valeva un terzo della somma!».
«Purciari…» disse Rocco sottovoce.
«Che ha detto?».
«Pezzenti, dottore. Pezzenti!».
«Può dirlo forte. Dopo passa in tribunale?».
«E certo, non vedo l’ora. Prima vado a fare colazione. Sono a digiuno dall’altra sera».
«A più tardi allora».
Si voltò. Italo s’era rimesso la divisa. Aveva la faccia verde. «Che hai, Italo? Vieni a fare colazione con me?».
«Rocco, io declinerei…».
«Sei verde».
«Il tonno. Mi sa che non andava».
«No? Non era un posto da serata romantica?».
Italo si voltò di scatto e vomitò sul pavimento degli uffici della protezione civile.
«Buona Pasqua, Italo. A domani, se ce la fai…».
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