la ruzzica de li porci (it)
Era la mattina di giovedì 3 marzo, e per Pippo Megara stava per iniziare il lungo weekend di Carnevale, i giorni più pesanti dell’anno. Da giovedì a martedì grasso il suo locale, il «Mykonos», aveva tutte le serate prenotate. Sei feste private scalmanate. Sei giorni di lavoro senza soste. Già si vedeva a chiamare ambulanze, a sedare risse, a tornare a casa all’alba con le orecchie massacrate dalle casse dell’amplificazione e dalle urla. E se da un lato Pippo avrebbe dato un dito di una mano per essere già nella Quaresima, dall’altro sapeva perfettamente che in quei giorni il suo locale alle pendici del Monte dei Cocci avrebbe fruttato decine di migliaia di euro. E a 35 anni con una figlia in arrivo non poteva rinunciare a tutto quel ben di dio. Al momento quella che la preoccupava di più era la serata del sabato. Il «Mykonos» era stato prenotato per una festa café y leche, caffè e latte. Ma il nome non doveva trarre in inganno. Non si trattava di un party a base di cappuccino, bensì una serata trans, dove per caffè e latte doveva intendersi il colore della pelle dei partecipanti. Brasile, Sud America, Nord Africa. Già lo sapeva. Sarebbe cominciata come un’allegra festa con samba, mambo e Brigitte Bardot-Bardot, e sarebbe finita a coltellate fra gruppi di naziskin imbucati, finti trans padri di famiglia ubriachi e pieni di testosterone e l’immancabile gruppo lesbo sulle Harley. Aveva provato ad avvertire il commissariato più vicino, ma il vicequestore, un uomo indisponente e arrogante, gli aveva risposto che uomini non ne aveva e soprattutto non era il suo mestiere fare servizio d’ordine alle feste del «Mykonos». «Ci saranno risse» aveva detto Pippo al tutore dell’ordine, ma quello scrutandolo negli occhi gli aveva risposto: «Se ha paura, eviti la festa. E soprattutto non rompa i coglioni a me».
Che stronzo! Si sentiva il padre eterno, seduto dietro la sua scrivania in un ufficio che puzzava di cannabis lontano un miglio. La polizia. Pippo non s’era mai fidato di quella gente. Forse avrebbe dovuto fare come gli aveva consigliato Marta, sua moglie, e allungare a quel bastardo di vicequestore una mazzetta, ma non se l’era sentita. C’era qualcosa negli occhi del poliziotto che lo spaventava e gli suggeriva di volare basso. Così Pippo aveva speso quasi duemila euro per assoldare dodici bestioni della palestra «San Basilio» e assicurarsi un minimo di servizio d’ordine. L’unico rischio era che i trans avrebbero potuto toccare il culo a quei macho palestrati facendo scoppiare l’inferno, ma a quell’evenienza non voleva neanche pensarci.
Parcheggiò l’auto proprio davanti al cancello del suo locale, sotto il Monte dei Cocci. Un montarozzo di una trentina di metri, uno dei cocuzzoli più strani della capitale, nato in epoca romana come discarica. Per secoli ci avevano buttato i cocci delle anfore dell’olio dal vicino porto fluviale.
Oggi invece è pieno di locali, ristoranti e pure un teatro, scavati dentro quegli antichi pezzi di vasi protetti dalla sovrintendenza della città.
Pippo infilò la chiave nella serratura del cancelletto che dava nel piccolo giardino del «Mykonos». Un patio con tavolini di legno dietro il quale si aprivano le porte di ferro e vetro che immettevano nella grotta principale. Qualcosa non andava. Due tavolini erano rovesciati e l’asta di un ombrellone era spaccata a metà.
«Che cazzo?».
Succedeva ogni tanto che dei ragazzini scavalcassero le inferriate per fare dei danni al suo e agli altri locali del Monte dei Cocci, ma tutti i proprietari pagavano più di trecento euro al mese per dei metronotte che limitassero quegli incidenti.
«Ma porca puttana…» masticò fra i denti Pippo avvicinandosi ai tavolini capovolti.
Ma dopo tre passi si bloccò. Una scarica di orrore gli aveva imbullonato le ginocchia e i peli delle braccia s’erano messi sull’attenti. Osservava lo spettacolo a pochi metri da lui, sapendo già che quell’immagine non l’avrebbe più abbandonato per il resto dei suoi giorni.
Al commissariato Cristoforo Colombo dell’EUR era una giornata come tante altre. Il vicequestore Rocco Schiavone arrivava in ufficio sempre più tardi e si occupava delle incombenze con superficialità e distrazione. La sua non era mancanza di energia, calo di potassio o ferro nel sangue. Meglio, c’era anche quell’aspetto fisiologico nel suo umore. Ma la cosa che lo faceva alzare dal letto con sempre maggior sforzo, che lo teneva la sera fra le mura del suo bellissimo attico a Monteverde, che non gli faceva più frequentare gli amici e lavare i capelli, era l’attesa del fatidico giorno in cui avrebbe lasciato Roma, destinazione Aosta. Lo aveva saputo a Natale, ma la data del trasferimento era scivolata a dopo le vacanze estive. Anche perché Rocco aveva più di due mesi e mezzo di ferie non godute. Aveva deciso che prima di affrontare i picchi alpini, se ne sarebbe andato alla fine di giugno da qualche parte da solo per restare fino ad agosto inoltrato a prendere il sole, a leggere e fumarsi un’intera piantagione di erba. A Panarea, oppure Stromboli. Se non addirittura Seychelles, non erano certo i soldi che gli mancavano per raggiungere quel paradiso tropicale e restarci a lungo. Certo lì sarebbe stato difficile trovare la maria. Ma la colonia rasta di Praslin avrebbe facilmente risolto quel problema.
Quel giovedì grasso entrò in commissariato alle dieci passate col solito passo strascicato, non salutò nessuno, si chiuse nel suo ufficio, si accese uno spino e rimase in contemplazione del soffitto coi piedi appoggiati alla scrivania. La notizia del suo trasferimento disciplinare ormai era a conoscenza di tutti. E De Silvestri, l’anziano agente suo braccio destro, Elena Dobbrilla e perfino l’agente Parrillo avevano versato una lacrima a quella notizia. Ma Rocco aveva spiegato a tutti che era meglio andare a lavorare ad Aosta che stare in una cella due per due a Rebibbia a non fare una mazza. Su questo s’erano trovati tutti d’accordo. Da Natale a quel giovedì grasso non s’era occupato di nessuna faccenda. Aveva lasciato le carte ai suoi agenti, e i casi di omicidio ai suoi viceispettori. Neanche era andato sul campo. Tanto lettere e telefonate di richiamo non lo spaventavano più. Cos’altro gli potevano fare? Aosta o entroterra sardo, Domodossola o Isernia, qualsiasi altra destinazione che non fosse Roma per lui era equivalente.
Spense lo spinello nel portacenere e decise di andarsi a fare quattro passi nel vicino viale Europa, una bella strada elegante piena di negozi.
Nel corridoio fu intercettato dall’agente Parrillo.
«Dottore?».
«Che c’è?».
«Una chiamata… una brutta storia al Testaccio».
«Parla con Ferlaino o con Cercini… insomma, trovati un ispettore e non rompermi il cazzo».
«Si tratta di omicidio, dottore».
«E allora?».
«Pare una roba efferata. Dentro al “Mykonos”, il locale a Monte Testaccio».
«Ah, sì, il “Mykonos”» fece Rocco. «Il night di quello stronzetto che voleva gli facessimo le guardie del corpo».
«Esatto, Pippo Megara, è stato proprio lui a ritrovare il cadavere».
Rocco annuì silenzioso. «C’è Elena Dobbrilla?».
«No, oggi è in libertà».
«Quindi mi toccherebbe venire con te?».
L’agente Parrillo annuì. «Andiamo?».
Fu il gusto di dire in faccia a Pippo Megara che il locale doveva restare chiuso per indagini, mandandogli così a scatafascio tutte le feste carnevalesche con conseguente perdita di migliaia di euro, ad avere la meglio sulla depressione del vicequestore. «Guido io però, che tu sei una pippa».
Sotto un sole timido di inizio marzo le strade della capitale erano intasate come sempre. Al terzo semaforo Rocco Schiavone sbottò, uscì dall’auto cedendo il volante a Parrillo. «Tanto si va avanti a passo d’uomo» aveva detto.
«Vuole che metto la sirena, dotto’?».
«Ma che sei scemo? Vai avanti così. Tanto se c’è un morto non è che scappa».
Dalla fiera di Roma avevano tagliato per la Garbatella per raggiungere Testaccio direttamente dall’Ostiense. E proprio al semaforo del ponte di ferro, un uovo si spiaccicò sul parabrezza dell’auto. «Figli di…» disse Parrillo.
Rocco guardò fuori. Tre ragazzini con le felpe si divertivano a tirare uova e farina alle auto bloccate all’incrocio. «Mo’ scendo e…».
«Stai fermo Parrillo, che scendi? È un uovo» lo bloccò il vicequestore.
«È un fatto di rispetto».
«Stai buono e prosegui. Siamo su un’auto blu, senza scritte, magari ci hanno scambiato per qualche assessore. Ora prendi a destra e taglia per il cimitero inglese…».
Parrillo obbedì passando con due ruote sul marciapiede.
«Io lo odio il Carnevale» fece Parrillo accelerando. «Fin da piccolo. Quando mi costringevano a vestirmi in maschera».
«Da che ti vestivi?».
«Da Zorro».
«Che tristezza. Ma ti facevi i baffetti con il tappo di sughero?» chiese Rocco.
«Sì. Pure lei?».
«Ma sei matto? A Trastevere nel Settanta se ti vestivi da Zorro a casa non tornavi».
«Perché?».
«Ai miei tempi da quelle parti non avevano il senso dell’umorismo».
«E da che si travestiva?».
«Non mi travestivo. Semplicemente correvo molto veloce. Vai che siamo arrivati».
La solita scena. Le macchine della polizia davanti all’ingresso del locale, il furgone della mortuaria, quelli della scientifica che indossavano le tute, il capannello di curiosi e un paio di viceispettori coi Ray-Ban e la barba lunga, molto presi nel loro ruolo di tutori dell’ordine, che allontanavano le macchine mentre contemporaneamente parlavano al cellulare. Parrillo lasciò l’auto a una ventina di metri dalla recinzione del «Mykonos» mentre Rocco si avvicinava. Subito gli si parò davanti un ispettore con la barba sfatta e gli occhiali da sole, in pieno delirio di personaggio di una fiction americana. Gli poggiò la mano sul petto. «Stop! Cerca di andartene. Non lo vedi che è una scena del crimine?».
Rocco gli fissò la mano. «Levami subito la mano dal petto».
L’ispettore alzò le lenti scure degli occhiali per mostrare gli occhi a Rocco Schiavone. Cerchiati, gonfi e con la sclera rossa. Con la bocca impastata disse: «Perché sennò che fai, mezza sega?» e l’alito di whisky penetrò nelle narici di Rocco.
«Ti prendo a calci nel culo fino a casa e ti metto sotto le pezze». Con uno scatto si liberò di quella mano sul petto mentre con la sinistra colpì gli occhiali dell’ispettore che volarono per terra. L’ispettore cercò di affondare col destro, ma non fece in tempo ad alzare la mano che Rocco gliel’aveva già torta dietro la schiena. Poi gli sussurrò nell’orecchio: «Datti una calmata. Vatti a lavare la faccia e torna a casa. Sei gonfio e pieno di roba, imbecille!». Mollò la presa. L’azione fu così rapida che, a parte Parrillo che sopraggiungeva fischiettando, nessuno s’era accorto dell’accaduto. L’ispettore spennazzò gli occhi. Raccolse gli occhiali da sole, li rindossò, sorrise al vicequestore e si allontanò verso l’auto.
«Ma chi cazzo è quel deficiente?» chiese Rocco. «Lo conosci?».
«Quello è Malaguti, un poveraccio della mobile. La moglie l’ha lasciato. Beve come un cammello e ogni tanto tira pure».
Rocco annuì. Poi si girò e superando gli uomini della scientifica entrò nel giardino del «Mykonos».
Il corpo era coperto da un lenzuolo bianco. L’anatomopatologo Spartaco Pichi detto Uccio stava rimettendo a posto le sue cose dentro la borsa di pelle. «Uelà Schiavone! Alla buon’ora!».
«Ciao Uccio. Che mi racconti?».
«Dai un’occhiata e poi ti dico».
«Brutta storia?».
«Brutta storia è un eufemismo». E si tolse uno dei due guanti di lattice facendolo schioccare.
Rocco si avvicinò al cadavere. Lentamente scoprì il lenzuolo.
Era un uomo. Anziano. Ma del viso non rimaneva più niente di antropomorfo. Una maschera gonfia di sangue e bozzi. La mascella fratturata riposava di lato. Aveva pochi denti nell’arcata superiore. Che fosse anziano lo si capiva dai pochi capelli bianchi che spuntavano dalla calotta cranica sfracellata. La camicia era zuppa di sangue come i pantaloni.
Rocco ricoprì quei resti sgualciti. Guardò Uccio. «Ha documenti addosso?».
«Macché. Niente. Ma non deve essere difficile rintracciarlo».
«Perché?».
«Il piede destro. È di legno».
Rocco buttò un occhio. Dal lenzuolo spuntavano i piedi della vittima. La scarpa destra era tre volte più grossa della sinistra.
«Secondo te quando è morto?».
«A occhio e croce stamattina presto. Non più tardi delle sei. Ma potrò essere più preciso».
«L’hanno massacrato».
«Già. Capire la causa della morte sarà un bel problema. Ha ferite d’arma da taglio sull’addome e sul petto, una anche sull’occhio sinistro. Ma non è detto che siano quelle la causa. Hai visto come è ridotta la faccia? Il cranio mezzo spappolato, e poi c’è un brutto particolare che non hai potuto vedere».
«Perché?».
«Perché sta dentro i pantaloni».
Rocco deglutì: «Che vuoi dire?».
«Gli hanno asportato il pene con un colpo preciso. Poi lo hanno rivestito».
«Mi pare che abbiamo individuato la causa della morte».
«No, c’è poco sangue laggiù. Io dico che il trofeo gliel’hanno strappato dopo che era morto. Guarda, mi ci gioco tutte e due le palle».
«Uccio, non ti sembra un’ironia fuori luogo?».
«No. A me no. Fuori luogo è questo corpo su questo patio».
Rocco prese una sigaretta e l’accese. «Infatti» concordò il vicequestore, «con tutto quello che gli hanno fatto, qui c’è troppo poco sangue. Ce l’hanno portato dopo».
«Eh già, l’ho pensato pure io. Mi sa proprio di sì. Non l’hanno ammazzato qui».
«Evirato».
«Esatto…» fece Uccio. «È la prima volta che mi capita una cosa del genere».
«Tu continua a fare lo stronzo con tua moglie e vedrai che non sarà neanche l’ultima».
Il medico si fece una bella risata.
Rocco osservò il resto dello scenario. Due tavolini rovesciati, un ombrellone spezzato e macchiato di sangue. Il resto del patio era in ordine, le sedie allineate e le casse di birra vuote impilate una sull’altra. Sopra il locale, che confinava con un ristorante e un altro night, dominava la cima del Monte dei Cocci col crocifisso di ferro piantato sopra.
Seduto dentro il «Mykonos» c’era il proprietario. Accanto a lui una ragazza sui 20 anni coi capelli biondo platino tagliati corti e vestita di nero. I jeans attillati mettevano in mostra un sedere perfetto.
«Salve» fece Rocco. «L’ha trovato lei?» gli chiese.
«Sì» rispose Pippo. «Noi ci conosciamo, vero?».
«Ci siamo visti al commissariato, sì. Mi sembra inutile dirle che il locale deve restare chiuso per i prossimi giorni». E lo guardò per spiare la reazione.
«Lo immaginavo» disse Pippo Megara annuendo e passandosi la mano sugli occhi. «Lei lo sa quanti soldi perdo?».
«Lei si rende conto che qui dentro c’è stato un omicidio?».
«Ma porca…».
Intervenne la giovane biondina dal culo perfetto. «Non si potrebbe fare uno strappo?».
«Lei chi è?».
«Lalla Romano. Lavora qui» rispose il proprietario anticipando la ragazza.
«Bene Lalla, cos’è che mi ha chiesto?».
«Se non si potrebbe fare uno strappo».
«A cosa?».
«Lasciarci lavorare questa settimana e riprendere le indagini più tardi?».
Rocco sorrise. «Li vede quei puffi bianchi col cappuccio?» e indicò gli agenti che s’erano messi al lavoro sulla scena del crimine.
«Sì».
«Non sono puffi. Sono agenti della scientifica. Fra un po’ si mettono a raccogliere polvere, pietruzze, peli, saliva, cose che lei neanche immagina. Che mi dice? Che possiamo aprire il locale e mandare a puttane prove e indizi?» e serissimo guardò la biondina. Stava godendo nel dare quella notizia, e in realtà il suo tono di voce severo e fermo era tutto per Pippo Megara. Per lui e le sue richieste di servizio di guardiania privata alla polizia di Stato.
«Ah… sono della scientifica. Allora mi sa di no».
«Brava» fece Rocco guardando gli agenti al lavoro, che in quel momento avevano trovato un mazzo di chiavi nella tasca della vittima e lo stavano riponendo in una busta di plastica. Un mazzo di chiavi enorme, di quelli che una volta potevano tenere in tasca i sacrestani.
«Quello che posso promettere è di accelerare il più possibile le operazioni. Ma niente di più. Vi saluto». Si girò per andarsene. Poi arrivato sulla porta a vetri tornò a guardare Pippo Megara. «Lei il cancelletto l’ha trovato chiuso o aperto?».
«Chiuso, con la catena e tre mandate, come lo avevo lasciato ieri sera».
«Grazie. Me la toglie una curiosità?».
«Se posso» rispose Pippo.
«Perché l’ha chiamato “Mykonos”? Non ha niente di greco ’sto posto».
«Perché a Mykonos c’è sempre un bel casino, discoteche, ragazzi che bevono. Insomma comunica che qui ci si sballa e ci si diverte».
«Capito».
«Lei pensa che uscirà sui giornali?» fece la ragazzina. Era troppo interessata ai destini del locale. Non poteva essere una semplice barman.
«“Il Messaggero” sicuro, dal momento che lì fuori vedo già Moriani, della nera, che prende appunti» rispose il vicequestore gettando un’occhiata in strada.
«Bene. Settimana a puttane e pure pubblicità sul giornale».
«È sempre pubblicità. Conoscendo la gente, le assicuro che faranno la fila per venire a vedere questo posto».
«Posso tornare a casa da mia moglie?» domandò Megara.
«Certo che può. E le do un consiglio. Si prenda una sbronza. Altrimenti la roba che ha visto lì fuori non se la cancella più dalla testa».
Pippo annuì convinto.
«Signor Megara, se dovessi avere bisogno di lei mi rifaccio vivo. Lei ovviamente non ha la più pallida idea di chi sia il tipo».
«Difficile a dirsi per come è ridotto. Certo dall’età che sembra avere, non è un mio cliente».
«Certo, ovvio. E lei s’è fatto un’idea del perché sia nel suo patio?».
«Nessuna, mi creda».
«Sabato facciamo una festa da paura» gli disse Seba mentre Rocco se ne stava seduto nel suo ufficio col cellulare attaccato all’orecchio.
«Seba, a me il Carnevale fa schifo».
«Sì, ma aspetta che mo’ ti dico. Andiamo tutti alla villa di Stampella ad Anzio. Tutti mascherati».
«Mi viene da vomitare».
«Ma mica mascherati col costume da Zorro e Capitano Uncino. Mascherati solo in faccia, come quel film con Tom Cruise».
«E una volta che siamo lì tutti mascherati?».
«Rocco, siamo una trentina di maschi e quaranta donne. E mica donne qualsiasi. Roba forte».
«Che mi stai proponendo? Una specie di orgia?».
«Una specie».
Rocco si alzò in piedi. «Non lo so. Mi pare una cazzata».
«Ma è fichissimo» disse Seba con la voce che tremava dall’eccitazione. «Tu rimorchi una, te la porti su in stanza e non sai manco chi è».
«E metti che è tua moglie?».
Ci fu un breve silenzio. Seba stava pensando. «Adele mica è invitata».
«L’hai deciso ora?».
«L’ho deciso ora».
«Sei un cazzone, Seba. Non mi piace quest’idea. Poi lo sai, io voglio sapere con chi sto facendo l’amore. A me ’ste cose misteriose e cafone, con la maschera, non solo non mi eccitano, ma mi fanno anche un po’ schifo».
«Allora non vieni?».
«Sicuro. Però grazie, Sebastiano».
Seba tirò fuori l’asso. «C’è pure la cugina di Furio».
Stava parlando di Carolina. Una che dai tempi del liceo Rocco avrebbe voluto portarsi a letto, ma non c’era mai riuscito. Poi lui aveva incontrato Marina, lei s’era sposata con un architetto e la cosa era finita lì.
«Pure lei?».
«Ah ah! Merdone! Improvvisamente che fai? Cambi idea?».
«Stai calmo, Seba. Allora facciamo così. Io ci vengo solo ad un patto».
«E dimmi un po’?».
«Che prima dell’inizio della festa te mi dici di che colore è la maschera di Carolina».
«Gliela faccio mettere rossa».
«Ma viene pure il marito?» chiese Rocco.
«No. Si sono lasciati sei mesi fa. Ti dico solo che quando le ho detto che c’eri anche tu, ha detto subito di sì».
«Allora ci vediamo lì» fece Rocco.
«Certo, merdone. A sabato».
«Un’ultima cosa. Dove cazzo la compro una maschera?».
«Te la rimedio io, tranquillo». E mise giù il telefono.
Carolina. Alta e mora, con due occhi verde bottiglia. Piccola di seno ma con un paio di cosce affusolate e la carnagione scura. Guardando fuori dalla finestra, con il ricordo di Carolina ventenne negli occhi, non si era accorto che alle sue spalle era entrato De Silvestri.
«Dottore?».
Rocco sobbalzò. «Alfredo. Dimmi, che c’è?».
«Forse una cosa che ci interessa. C’è un tipo qui che cerca il suo datore di lavoro».
«E che c’è di interessante?».
«Lo faccio entrare?».
«Se proprio devi. Prego…».
De Silvestri fece un cenno e nella stanza di Rocco entrò un ragazzo sui 30 anni. Biondo, alto e con gli occhi azzurri. Poteva sembrare uno svedese, ma il suo accento partenopeo tradì le sue origini. «Buongiorno. Mi chiamo Stefano. Stefano Curcio».
«Dimmi tutto, Stefano Curcio».
«Ma gli amici mi chiamano Chicco».
«Sì, ma io e te non siamo amici. Allora?».
Il ragazzo sorrise. Quel sorriso pieno e sincero mise Rocco di buon umore. «Lavoro in via dei Giubbonari, in un negozietto. Compriamo e rivendiamo oro».
«Sì?».
«Io sono il commesso e il negozio è di Paride Ciasullo».
«Bene. Va’ avanti».
«Stamattina Paride non era al negozio».
Tutto qui. Aveva finito.
«E allora?».
«Allora? Paride ha 77 anni e da quando lavoro per lui, cioè da due anni, è sempre stato al negozio. Mai un giorno di assenza, neanche sotto le feste. E apre lui. Arriva sempre prima di me».
«Magari s’è beccato l’influenza. A 77 anni è una cosa possibile».
«È quello che pensavo. Vede, Paride abita a trecento metri dal negozio, a via delle Zoccolette. E sono andato a citofonare. Niente. Nessuna risposta. Allora mi sono fatto aprire dal vicino e insieme siamo andati a bussare. Niente».
Rocco guardò De Silvestri. «Vai avanti, Stefano».
«Bene. Allora il vicino, che è amico di Paride da sempre e ha le chiavi di casa, ha aperto. Insomma, in casa non c’era nessuno. E il letto era intonso. Segno che Paride non ci ha neanche dormito».
«Questo Paride Ciasullo ha parenti?».
«Qui a Roma no. Credo che abbia una sorella, ma sta a Milano e io non l’ho mai vista. Solo una volta ci ha parlato al telefono e hanno litigato».
«Aveva amici?».
«Guardi dotto’, a parte il ragazzo del bar e i clienti, io in negozio non ho mai visto entrare un suo amico. Paride amici non ne aveva».
«Manca qualcosa in negozio?».
«E chi c’è entrato? Le chiavi ce l’ha solo Paride».
«Che pensi?» chiese Rocco a De Silvestri.
«Che forse dovremmo andare a dare un’occhiata».
«Quant’è alto Paride Ciasullo?».
Stefano detto Chicco alzò la mano fino alla sua spalla. «Più o meno così».
«Stefano, ora un mio agente ti accompagna all’istituto di medicina legale».
«Perché?».
«A vedere se riconosci un cadavere. Anche se, a dirtela tutta, è conciato talmente male che è molto difficile capirci qualcosa».
«Dotto’, se potessi evitare».
«No, non puoi. Un dettaglio, un particolare, magari i vestiti… forse possono bastare solo quelli».
«Guardi, glielo dico subito. Paride Ciasullo aveva un piede di legno. Se può bastare…».
«Basta e avanza» disse Rocco.
Avevano l’identità del cadavere.
Il negozio era a una sola vetrina, non lontano dal monte dei pegni. L’insegna era semplice e chiara: «DA PARIDE. COMPRO E VENDO ORO». Nelle vetrine, protette da una bella cancellata di ferro e ghisa, c’erano anelli, collane, spille e orecchini. Cose antiche, cose comprate a due lire da qualche disperato e rivendute a prezzo di mercato di un negozio del centro storico. Rocco s’era fatto portare le chiavi dagli agenti della scientifica e insieme all’agente Parrillo e al giovane commesso era entrato nel negozio.
Dentro c’era un bancone con una bilancia e una serie di cassetti, tutti chiusi a chiave. Una piccola porta dava sul retro. «Lì c’è la cassaforte» disse Stefano Curcio.
«Quanto ti ci vuole per fare una verifica, Stefano?» gli chiese Rocco mentre guardava un bel servizio d’argento chiuso in una delle tre vetrine interne.
«Poco tempo. Una mezz’ora. Tutta la merce è segnata su quel quaderno verde» e indicò una rubrica poggiata sulla piccola libreria dietro la cassa. «Me la posso sbrigare in meno di una mezz’oretta».
«Ti lascio con Parrillo. Non fare cazzate, che per farmi dare il permesso in procura ci ho messo mezz’ora».
«Quali cazzate?» chiese il commesso un po’ offeso.
«Mi hai capito. C’è di mezzo un morto».
«Se sta alludendo al fatto che potrei far sparire qualcosa nel negozio io…».
«Io non l’ho detto, ma tu l’hai capito. Ora se non ti dispiace, vado a fare una visita a dei miei amici qui vicino». E uscì dal negozio sotto lo sguardo adirato di Stefano Curcio.
«Stronzo…» disse quello fra i denti.
«T’ho sentito!» urlò Rocco chiudendo la porta a vetri del negozio.
«Ecco, le vuoi provare?» gli chiese la proprietaria del negozio di via dei Giubbonari.
«Anna, ma quando mai le ho provate!» rispose Rocco Schiavone rinfilando la Clark marrone nella scatola. «Non è che il piede mi cresce più, no?».
Anna sorrise. «Allora sono 120 euro».
«Sì, ma me ne dai pure un paio beige».
«Stellina a nonna tua?» chiamò Anna e si affacciò suo nipote, un ragazzo con un bel sorriso e la faccia carica di brufoli. «Me ne prendi pure un paio beige per il signor Rocco?». Il nipotino annuì e sparì dietro la porta del magazzino.
«Siccome prendo due paia, invece di 240 facciamo 220».
Anna fece una smorfia che le trasformò le rughe della faccia in solchi lunari. «Ma stiamo a Carnevale, mica sotto Natale, che te faccio il regalo?».
«Anna, lo sai tu e lo so pure io, i negozi so’ mezzi vuoti. Prenditi ’sti 220 euro e stiamo in pace».
Anna sbuffò ancora. «Rocco, ma che me voi fa micca? Venti euro de sconto?».
«Lo sai quanti negozi vendono le Clarks a Roma? Centinaia».
«E allora perché non ce vai?».
«Perché sono innamorato di te da 20 anni».
Anna sorrise. «Hai sentito Franco?» gridò verso l’ufficetto che stava dietro la cassa. «Rocco s’è innamorato di me».
«Ma magari te se portasse via!» berciò la voce di Franco Limentani dal magazzino.
«Mio marito mi ama».
«Lo so».
Il nipote tornò con l’altra scatola. Anna l’aprì e controllò il contenuto. Subito il profumo di para mista alla pelle scamosciata colpì le narici di Rocco.
«Aspetta… fammi sentire» e afferrò la scatola. Si mise ad annusarla come un bracco. «Ahhh… lo senti? Dimmi un po’, quali altre scarpe fanno ’st’odore?».
«A Rocco, non è che passo la giornata a sniffa’ le scatole io…» e batté lo scontrino alla cassa. «Ho fatto 220 e buon Carnevale!» sorrise.
«E grazie. Ma da quando si augura buon Carnevale?». Mentre Rocco le passava il bancomat, Anna alzò la testa. «Perché dopo c’è la Quaresima, Rocco, quindi ricordamose sempre: carpe dies».
«Diem».
«Che?».
«Si dice carpe diem, Anna».
«Quello che è. Stella, non me andresti a prende un caffè a nonna tua?».
«Certo nonna!» e il ragazzo uscì dal negozio. Anna scuoteva la testa mentre premeva i tasti del pos.
«E vedi de nun fatte tira’ addosso la farina».
Rocco aveva capito che Anna Pappalettera in Limentani voleva restare un paio di minuti sola con lui. Voleva sfogarsi. «Che c’è che non va Annì?» le chiese Rocco.
«… settimana prossima famo il barmizva’ a mio nipote» e indicò la porta del negozio da dove il ragazzo era appena uscito, «… e quello smandrappato de mi fijo dice che nun po’ torna’ a casa… che sta in mezzo ai casini su a Milano… la verità? È che ci ha una, ’na mezza mignotta de su. E a mio nipote che je dico? Tu’ padre nun viene che ci ha l’amante su a Milano?… Sai che smagra che fa er padre? E allora…».
Rocco digitò il pin. «Ma non ho capito scusa… e la madre?».
«Quella da mo’ che ha sgamato i movimenti. Solo sai che? Se la pija ariosa. Aspetta. Tanto a lei der fijo nun je ne frega più niente, er marito non l’ama più da anni. Sta aspetta’ er momento bono e je presenta er conto. Sai a ride quando je dovrà paga’ gli alimenti? Ah, ma io a mi fijo je l’ho detto: te sei infognato da solo co’ ’ste du’ zoccole? E da solo te la devi cava’! L’unico che me preoccupa è ’sto nipote mio…». Consegnò scontrino e ricevuta del bancomat a Rocco. Poi lo guardò e gli porse la busta. «A scola è un macello, manco una sufficienza, gli amici so’ tutti marci… allora me lo so’ messo a bottega. Almeno impara er mestiere».
«Hai fatto bene, Anna».
«Che de’ ’sti tempi chi lo sa er futuro che ce promette?».
«Non ne parliamo del futuro Annare’… lo sai ando’ me mannano?».
«Di’ un po’?».
«Aosta!».
Anna rimase a bocca aperta. «Aosta? Robba da fasse veni’ er marcaduco. Poi un giorno me dirai perché te sbattono via da Roma».
«Un giorno te lo dirò».
In quella rientrò il nipote con il caffè. «Che lo voleva pure lei, dotto’?» chiese a Rocco. Il vicequestore negò con la testa. Poi il ragazzo tornò in sala a servire un cliente appena entrato. Anna lo guardò con i lucciconi negli occhi. «Mi fijo e su’ moje… andranno pe’ l’avvocati. E sto nipote bello? Che fine farà?».
«Sta con nonna sua, no?» suggerì Rocco.
«Eh già. C’è sempre nonna tanto. Chi te credi che paga er barmizva’? Suo padre? Quer purciaro? Guarda, solo perché l’ho tenuto in panza nove mesi e so’ sempre stata ’na santa e so che è fijo mio, ma quando ce penso mi dico: Signore mio, ma perché me l’hai mandato? Io un fijo come te volevo!» disse improvvisamente tenera, stringendo la mano di Rocco. «Tu e Marina. Quant’eravate belli… Io solo ’na coppia ho visto ar mondo mejo de me e quel becalino di mio marito. Eravate te e Marina. Ma la sorte infame non ha voluto così». Lasciò la mano di Rocco per asciugarsi una lacrima.
Rocco annuì: «Sei sempre nel mio cuore Anna…».
«E come no. Dici così e poi te vedo solo quando te sei bucato le sòle delle scarpe».
«Non è vero! Se sto qui è pure per un altro motivo».
«E so’ tutt’orecchi».
«Lo conosci a Paride Ciasullo?».
«Quello che compra oro?».
«Sì».
«Lo conosco sì. Ha il negozio a cento metri da qui, da sempre. Perché?».
«L’hanno ammazzato».
«Ma per tutti… Franco?» chiamò.
«Che voi mo’?» rispose dall’ufficetto il marito.
«Vie’ un po’ qui».
«Che palle».
Il rumore di una sedia trascinata sul pavimento e Franco Limentani apparve in tutta la sua rotondità. Portava gli occhiali da presbite sul naso. «Sto affa’ i conti, che c’è? Ciao Rocco…».
«Hai sentito? Paride… l’hanno ammazzato».
«No» fece Franco con la bocca che disegnava una «o» perfetta.
«Stanotte. L’abbiamo trovato massacrato nel giardino di un locale a Testaccio» precisò il vicequestore.
«A Testaccio? Un locale? Paride? Ma se quello alle otto se chiudeva in casa e chi s’è visto s’è visto».
«Che mi dite di lui?».
«E che ti dobbiamo di’? Niente. Stava ar negozio, lavorava e se ne tornava a casa. Hanno rubato?» disse Franco.
Rocco negò con la testa.
«Paride era la persona più tranquilla de ’sto mondo!» fece Anna. «Chi può esse stato?».
«Chi lo può dire moglie mia…» attaccò Franco. «Ognuno di noi è pieno di sorprese. Che ne sai? Magari era frocio».
«No, dimme mo’ che c’entra?» fece Anna.
«E che ne sai? Quante volte si sente di’ in giro che…».
«Franco, ma che sei becalino? Paride abitava a via delle Zoccolette, a cento metri da mi cugina. E non era frocio, come dici te. Anzi. Lo sai, Rocco? Una volta se stava pure pe’ sposa’!».
«E che vuol dire? Sai quanti ne conosco che…».
«A Fra’» urlò Anna, «non capisci niente. Va’ torna a fa’ i conti all’ufficetto».
«Nun te sopporto più!» fece Franco sorridendo.
«Ma ringrazia che ci sono io, sennò mo’ stavi pe’ strada a vende li stracci».
Franco baciò la moglie e come un paguro si ritirò dentro il suo ufficio.
«E che voi fa’? Franco è così… ha le sue idee».
«Insomma Anna, se ti dovesse venire in mente qualcosa, qualsiasi cosa, fammela sapere».
«E certo che… aspetta! Lo so! Myriam!».
«Chi è?».
«Chi è Myriam? Myriam Ancona! La mia vicina di casa. Sa tutto. Mo’ stasera ci parlo. Quella è un’enciclopedia».
«Il mio numero ce l’hai?».
«E ce l’ho sì».
«Chiamami, anche per una cosa che magari a te non dice niente ma invece è importante». Rocco prese la busta.
«Ma ad Aosta fa freddo!» fece Anna saltando di palo in frasca.
«E allora?».
«E allora mica ci puoi andare con quelle!» e indicò le scatole delle scarpe.
«Lo dici tu, queste vanno benissimo».
«Ci nevica ad Aosta. Franco ha fatto il militare ad Alessandria e c’era più neve che erba. E Aosta è pure più su di Alessandria».
«Anna, io altre scarpe non me le compro».
«Sai le risate quando te cioncano le dita dei piedi perché te se so’ congelate!».
Rocco rise. Baciò la sua vecchia amica sulla guancia ed uscì dal negozio.
Doveva andare a dare un’occhiata nell’appartamento del vecchio Paride Ciasullo.
Accompagnato da Ugo Cimarosa, il vicino amico di casa della vittima, Rocco salì i due piani su una scala a chiocciola antica e buia fino ad arrivare all’interno di Ciasullo. Ugo s’era fermato un paio di volte a riprendere fiato, i suoi quasi 80 anni non gli permettevano una tirata unica. L’appartamento era piccolo e pieno di mobili. Sui soffitti c’erano le travi a vista e i muri erano tappezzati di quadri, stampe, manifesti e disegni a matita. Regnava un ordine maniacale. Ma quell’ordine maschile, che somiglia tanto alla disciplina militare. Odore di caserma, insomma, senza la grazia né il tocco di una mano femminile. Il plaid a scacchi sull’unico divano era ripiegato e appoggiato sullo schienale, sul tavolino basso impilati dei libri d’arte accanto a due posaceneri d’argento. Una libreria a vetri conservava vecchi tomi rilegati in pelle e sulla scrivania sotto la finestra c’era tutto il necessario per scrivere lettere. In una cartella di pelle i fogli bianchi con due penne Parker poggiate accanto, le buste perfettamente allineate in un contenitore di legno, un calendario perpetuo in ottone da tavolo che segnava il mercoledì 2 marzo. Paride non aveva fatto in tempo a rinnovarlo. In un raccoglitore di metallo la corrispondenza. Niente era fuori posto.
«La lascio qui?» chiese Ugo.
Rocco si sedette alla scrivania. «Grazie. Ci metterò un po’».
Il vecchio sorrise e tornò alla porta d’ingresso. «Quando ha finito può farmi la cortesia di chiudere e portarmi giù le chiavi?».
«Senz’altro».
Ugo si asciugò una lacrima. «Povero Paride. Povero amico mio…» abbassò la testa e uscì dall’appartamento.
Non sapeva cosa stesse cercando. Cominciò con i cassetti della scrivania. Nel primo c’era materiale di cancelleria. Gomme, una spillatrice, graffette e temperamatite. Tutto in ordine e stipato in un contenitore giallo di legno. Nel secondo cassetto fatture. Luce, acqua, gas, condominio, rifiuti, tutto catalogato anno per anno. Il terzo cassetto era chiuso a chiave. Dal cassetto della cancelleria prese un cacciavite e con un piccolo movimento fra legno e ferro fece scattare la serratura. C’erano dei quaderni. Una ventina. Ognuno sulla copertina aveva segnato un anno di riferimento. Rocco prese quello più in alto, il 2011, e lo aprì. C’erano nomi e piccole cifre segnate a fianco. Quasi tutti i nomi avevano una piccola «x» rossa accanto. Tutti tranne uno. Un cognome che si ripeteva almeno sei volte con accanto svariate cifre. Il cognome era Malaguti. Le cifre variavano dai 300 euro fino ai 1.200. E mai accanto a quel cognome c’era la crocetta rossa.
«Ma che prestavi i soldi?» disse Rocco a bassa voce.
Continuò a cercare aprendo l’ultimo cassetto, il quarto. Anche lì c’erano quaderni, anche quelli avevano sul frontespizio l’anno di riferimento. Rocco aprì subito il 2011. Su ogni foglio c’era un cognome e delle piccole fotografie che ritraevano monili, anelli, spille. Sotto ogni foto una cifra che corrispondeva esattamente a quella dell’altro quaderno. Paride Ciasullo teneva un archivio maniacale di chi gli portava oggetti e delle cifre versate in corrispondenza. Malaguti aveva ben tre fogli. Pieni di fotografie. Anche lì ori e gioielleria varia, più una foto di un servizio di posate.
«Perché ’sto Malaguti non ha la crocetta rossa? Che vuol dire?» si chiese Rocco.
Doveva cercare ancora. Non poteva mancare da qualche parte una rubrica, uno schedario, un indirizzario.
Impiegò tre quarti d’ora, poi lo trovò nel posto più stupido e scontato. Accanto al telefono in camera da letto. Anche lì l’ordine di Paride Ciasullo regnava sovrano. Ogni nome con tanto di indirizzo, numero fisso e cellulare. Malaguti doveva averlo cambiato spesso. Accanto al suo nome ce n’erano ben cinque cancellati e riscritti. Rocco si segnò il numero di Malaguti e rimise a posto la rubrica sul comodino sul quale erano appoggiati due flaconi di medicinali, novalgina e En, e una scatola nuova di Diazepam. Aprì il cassetto. C’erano dei tappi per le orecchie e una fotografia. Rocco la prese. Ritraeva una donna sui 20 anni in posa davanti a una 600 multipla parcheggiata di fronte alla fontana di Trevi. Bruna, un bel sorriso e una collana di perle che lei toccava appena con le mani guantate. Una foto degli anni Sessanta, quando ancora si poteva entrare in centro storico con l’auto. Dietro la foto una dedica: «A Paride. Per sempre nel mio cuore. Clara».
«Chi è ’sta Clara, Paride?» chiese Rocco. Poi rimise a posto la foto. Sotto un paio di fazzoletti con le inziali P.C. c’era un intero portafoglio in plastica pieno di fotografie. Rocco lo prese e cominciò a sfogliarle. Dai vestiti e dalla Fiat Ritmo si capiva che erano foto degli anni Ottanta. C’era Paride quarantenne con un bel ciuffo di capelli su un prato in montagna. Accanto a lui si poteva riconoscere Clara, che con gli anni sembrava aver acquistato in bellezza e armonia. Erano foto di una gita sulle Dolomiti. Alberi, un fiumiciattolo dove la donna si bagna i piedi. Prati con le mucche. Un paesaggio alpino al quale Rocco, tempo pochi mesi, avrebbe dovuto far l’abitudine, in forze oramai presso la questura di Aosta. Il pensiero del trasferimento lo stomacò e gli fece rigettare il contenitore di foto dentro il cassetto.
Rispose al terzo squillo. «Sì?».
«Parlo con Malaguti?» chiese Rocco seduto alla sua scrivania.
«Dipende chi lo vuole sapere» rispose quello con la voce catarrosa e strascinata.
«Vicequestore Schiavone. Polizia di Stato».
Ci fu una breve pausa. «Anche io».
«Cosa anche lei?».
«Anche io sono la polizia di Stato. Ispettore Renzo Malaguti».
«Ma sei quel Malaguti? Quello che ho incontrato oggi sotto il Monte Testaccio?».
Altra piccola pausa. «Sì, stamattina ero lì. Un omicidio. Lei però…».
«Sono quello che hai tentato di fermare e t’ha consigliato di andarti a fare un riposino».
«Ah… è lei? Mi scusi, sa, ma sono tre notti che non chiudo occhio. Mi dica… che posso fare?».
«Di che commissariato sei?».
«Trastevere».
«Quanto ci metti a venire qui all’EUR?».
«Dieci minuti. Ma c’è qualcosa che non va?».
«Non lo so. Forse me lo devi spiegare tu».
«Va bene. Arrivo subito».
«Ho cambiato idea» fece Rocco. «Vengo io. Sei a Trastevere?».
«Fino a stasera».
«Ti chiamo più tardi. Ci vediamo al bar di piazza San Cosimato, angolo via Santini, va bene?».
«Perfetto. Aspetto una sua chiamata».
«Scendi?».
«Arrivo».
Rocco Schiavone si accese una sigaretta. Il sole stava tramontando e il cielo di Roma era diventato arancione. Si appoggiò al muro del palazzo di via della Scala dove abitava Furio. Dopo neanche un minuto sentì il portone aprirsi. Furio uscì mentre si infilava un giubbotto di pelle nero. «Ciao Rocco… ci andiamo a prendere una cosa?».
Rocco annuì e a passo spedito si incamminarono verso vicolo del Bologna. «T’ha chiamato Seba? Per la festa di sabato?».
«Sì. Te ci vai?».
«Non lo so. A me ’sta cosa delle maschere me pare una cazzata».
«Vero» confermò Rocco. Davanti a loro sfrecciarono due ragazzini in motorino che veloci come fulmini riempirono due turiste ventenni di farina.
«Che teste di cazzo» fece Furio mentre le tedesche ridendo cercavano di togliersi la farina dai capelli e dagli occhi.
«Il Carnevale non ha più senso» continuò Furio. «Secondo me in Italia è un Carnevale continuo. Solo che è finto, perché in realtà stiamo in Quaresima da parecchi anni».
«E da dove ti viene ’sta botta di filosofia?» chiese Rocco.
«So’ tutti travestiti, Rocco. Ormai vacci a capire chi è chi».
Si sedettero al bar in strada e ordinarono due gin tonic.
«Allora, dimmi un po’?».
«È un ispettore, commissariato Trastevere. Si chiama Malaguti. L’hai mai sentito?».
«Renzo Malaguti, come no. Una merda» disse Furio.
Il barman poggiò la guantiera con i gin tonic. «Volete pure le patatine?».
«Ah Gabrie’» disse Furio, «quant’è che mi conosci?».
«Saranno trentacinque anni».
«M’hai mai visto mangia’ le patatine?».
«Che c’entra, uno po’ sempre cambia’. Per esempio, Rocco qui magari le vuole».
«No, grazie, Gabrie’… va bene così».
«Allora so’ dieci euro. E visto che te conosco da 35 anni Furio, vedi de paga’ subito».
Furio sorrise e pagò Gabriele che rientrò nel bar.
Rocco riprese il discorso. «Una merda? E perché?».
«Renzo Malaguti ha gli impicci. Gioca».
«E…?».
«E deve soldi a mezza Roma».
Rocco annuì. «S’è venduto tutti i gioielli di famiglia, mi sa. A tale Paride Ciasullo».
«Ciasullo, come no. Lo zoppo. Sta a bottega a Campo de’ Fiori».
«Stava… l’abbiamo trovato morto».
«Ah. E c’entra Malaguti?» fece Furio.
«Questo ancora non lo so. Stava sui libri di Ciasullo però».
«Ma roba recente?».
«Da quello che ho visto io, si tratta di oggetti che ha portato a Ciasullo quest’anno».
«Quest’anno? Malaguti la roba sua da mo’ che se l’è impegnata».
«Che vuoi dire?».
«Che sono almeno tre anni che va al monte. Dopo tre anni che gioca e perde, a meno che non ha un tesoro a casa, spiegami che si può ancora andare a vendere a Ciasullo».
«Tutti i suoi oggetti non erano segnati» fece Rocco.
«Spiegati meglio».
«Vedi, Ciasullo teneva un registro con i nomi della gente che gli portava oggetti da vendere o che gli vendeva direttamente. Ognuno aveva accanto una “x” rossa. L’unico che ’sta “x” rossa non l’aveva è proprio Malaguti».
Furio bevve un sorso di gin tonic, si pulì la bocca con la manica del giubbotto, poi prese il pacchetto di sigarette dalla tasca. «Tu lo sai che vuol dire?» gli chiese Rocco.
Furio annuì. «È un modo per richiamare alla memoria che so’ pezzi storti».
«Tradotto?».
«Che la roba portata da Malaguti ha una provenienza illecita o dubbia. Ci scommetto che nessuno di quei preziosi sta in vetrina da Ciasullo. Controlla se vuoi, ma è così».
«Ricettazione?».
«No. Diciamo che Ciasullo non si fidava di Malaguti. Magari l’oro l’ha squagliato e le pietre l’ha vendute separate. Insomma, per non rischiare la ricettazione, molti fanno così quando sono incerti. La “x” rossa la metteva pure mio zio che aveva il banco a Governo Vecchio. Quando un pezzo è sicuro lo segnava con la “x”, altrimenti lo lasciava in bianco. Era una specie di promemoria. Ciasullo teneva pure le foto degli oggetti?».
Rocco annuì.
«A posto. Allora è come ti dico io». E con una sorsata Furio finì il suo gin tonic.
«Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile». Era la terza volta che la voce educata e distaccata della compagnia telefonica rispondeva al posto dell’ispettore Malaguti. Era inutile andare a cercarlo al commissariato di Trastevere.
«De Silvestri? Sono Schiavone».
«Dica, dottore».
«Rimediami l’indirizzo dell’ispettore Renzo Malaguti, in forza al commissariato di Trastevere».
«Ci metto un attimo. Ah, ha chiamato il dottor Spartaco Pichi».
«Ti ha detto che voleva?».
«Ci ha parlato Parrillo. Ho qui l’appunto, un attimo che glielo leggo».
«Fai pure».
«Allora dice testuale: dite a Schiavone che mentre lui se ne va in giro per la città io, e io l’ha sottolineato tre volte, lavoro».
«Tutto qui?».
«No. Poi dice… aspetti che Parrillo ha una calligrafia spaventosa… allora ecco… Paride Ciasullo è morto al massimo alle tre di notte. Saluti Uccio. Basta, solo questo».
«Grazie, De Silvestri. Mandami un sms con l’indirizzo di Malaguti».
«Subito».
Quando aprì la porta dell’appartamento a Rocco Schiavone, la moglie di Renzo Malaguti non disse niente. Solo un timido sorriso e lo fece entrare. Come se si aspettasse quella visita. Barbara era una donna bassina ma dalle proporzioni perfette. E nonostante le occhiaie e i capelli in disordine, gli occhi tristi e l’angoscia dipinta sul viso, era una donna sensuale e attraente.
A Rocco venne voglia di abbracciarla e morderle quelle piccole labbra carnose.
«Sono Barbara, lei cerca Renzo, vero?».
«Vicequestore Schiavone. Esatto».
La donna con un gesto fece accomodare Rocco nel salone. Voleva essere una casa hi-tech, coi mobili bianchi e il pavimento nero. Ma troppi interventi dell’Ikea, dagli schedari in ferro ai poster attaccati alle pareti, l’avevano trasformata in una sala d’attesa di un albergo a tre stelle. Fredda e impersonale, era dominata da un televisore al plasma da 50 e passa pollici. I divani in pelle con la struttura in alluminio erano scomodi e freddi.
«Ormai ci vediamo poco. È tornato a vivere dalla madre, credo» disse la donna sedendosi di fronte a Rocco.
«Quando l’ha visto l’ultima volta?».
Barbara sorrise. «Tre ore fa».
«Ah».
«È entrato di corsa, ha preso delle cose dai suoi cassetti e se n’è andato senza salutarmi. Che cosa ha combinato?».
«Non lo so ancora. Ma ho idea che sia coinvolto in un omicidio».
Barbara sgranò gli occhi. «Omicidio? Renzo?».
«Pare. Se dovesse sentirlo o rivederlo, gli dica di non fare cazzate e di presentarsi in questura. Da me. All’EUR. Abbiamo un po’ di cose da dirci».
«Omicidio…» il cervello di Barbara s’era inchiodato su quell’informazione e non riusciva ad andare avanti. «Ci mancava… io lo sapevo che prima o poi…».
«Cosa?».
«Si metteva nei guai seri. Renzo gioca. E gioca forte».
«Questo lo so».
«E s’è indebitato con brutta gente. Se la vuole sapere tutta, io non so se sta scappando da lei o da loro».
«Forse da tutti e due».
«Già…». Barbara si alzò e andò a prendersi una sigaretta dal pacchetto poggiato su un tavolo di ferro e cristallo. «Ma sa che le dico? Che questa cosa non mi riguarda più. Ho 32 anni, e se permette sono ancora in tempo per rifarmi una vita».
«Che lei sappia Renzo fa uso di sostanze stupefacenti?».
«No. Però beve. E tanto. Guardi…» con un gesto della mano indicò un carrellino pieno di bottiglie. Erano quasi tutte vuote.
«Negli ultimi tempi s’è visto con qualcuno, le ha mai parlato di un tale Ciasullo?».
«Ciasullo? No, mai. Non ne so niente».
«Se le chiedessi dov’era ieri notte, lei saprebbe dirmelo?».
«So che lavorava. Era in servizio. Il mercoledì e il venerdì ha il turno di notte».
Resort Constance Lemuria, a Praslin. Mi costa mille euro a settimana… ci sto quattro settimane, chissenefrega, quattro settimane è il minimo. Fino a fine giugno. Poi a luglio me ne vado quattro settimane qui… come si chiama? Ho perso tutti i volantini, che palle. Ma prima devo decidere come chiudere casa. Vabbè, ci penso ad agosto quando torno, magari chiedo a Seba se mi manda un paio di rumeni.
«Questa vacanza quanto ti costa?» mi chiede Marina. Sta fuori al balcone, sta innaffiando mi sa. Il vento sposta la tenda che accarezza dolce l’aria. Fuori ormai è notte. «Ma ti metti a innaffiare a quest’ora?» le dico. Non mi risponde. La raggiungo. Roma ha acceso tutte le sue luci. E c’è un’aria fresca. Sta per arrivare la primavera. «Fra due settimane è il tuo compleanno» le dico. «Diciassette giorni» risponde Marina. Ha sempre tenuto alla precisione, lei. Il 20 marzo. Marina è nata il 20 marzo, a mezzanotte. Un secondo dopo entrava la primavera. Mi sorride con l’innaffiatoio in mano. Alza le spalle e si gira per dare l’acqua ai limoni, che sono i suoi preferiti.
Il citofono gracchiò rimbombando nell’attico deserto del vicequestore. Rocco rientrò dal terrazzo. «Chi è che scassa…?» e andò a rispondere. «Sì?».
«Vice Schiavone?».
«Chi è?».
«Sono Malaguti. Apra, per favore».
L’ispettore Renzo Malaguti era ridotto uno straccio. Puzzava di alcol e sigarette. E nonostante il sole se ne fosse andato da un pezzo, portava gli occhiali scuri.
«Dovevamo vederci oggi pomeriggio» gli disse Rocco. «Non mi piace ricevere gente a casa».
«Lo so. Mi scusi… posso?» e togliendosi i Ray-Ban entrò in casa di Rocco. Aveva gli occhi cerchiati di rosso e sotto un paio di borse da poterci mettere la spesa. I capelli non vedevano uno shampoo da almeno una settimana. Erano ricci e umidi, sembrava avesse infilato la testa nello strutto. «Come fai a sapere il mio indirizzo?».
«Al commissariato Colombo. Me l’ha detto un suo agente».
Rocco si andò a sedere al divano. Malaguti passando sbirciò i dépliant dell’agenzia di viaggi sparpagliati sul tavolo. «Ci programmiamo un bel viaggio, eh?».
«Non ci facciamo i cazzi nostri, eh?» gli rispose Rocco.
«Mi scusi, deformazione professionale».
«Ma tu sei sicuro?».
«Di cosa?».
«Della tua professione? A me tutto pari tranne che un poliziotto».
«Parla lei?».
Renzo gli sorrise, ma Rocco non rispose.
«Perché non ti sei fatto trovare?».
«Perché ho saputo. Il morto, a Monte dei Cocci… è Paride Ciasullo».
«Che tu conoscevi bene».
Renzo annuì sedendosi sul divano. I jeans sembravano sporchi di fango. Rocco pensò che l’indomani avrebbe dovuto mandare in tintoria i copricuscini. «Sì, e lei lo sa. Gli portavo in vendita un sacco di oggetti».
«Tuoi?».
Renzo alzò gli occhi e li strizzò per guardare meglio Schiavone. «Che intende?».
«Era roba tua o l’avevi presa in prestito?».
Renzo non rispose.
«Si può sapere perché sei venuto qui?».
«Perché lei è il male minore».
Rocco si alzò. Si versò un bicchiere di rum. Tornò a sedersi. Non l’offrì all’ispettore. E gli parve che quello si fosse passato veloce la lingua sulle labbra. «Vai, spiega e ti ascolto».
«Sono nei casini. Devo dei soldi a della gente che mi cerca. Paride Ciasullo mi doveva duemila euro per la merce, ma non si decideva a pagare». Rocco bevve un sorso e continuò a guardare Renzo. Quello proseguì. «Io con duemila euro avrei dato una calmata a quelli lì… almeno una decina di giorni. Poi mi sarei rifatto, lo so, e avrei onorato il debito».
Rocco continuava a stare in silenzio.
«Dovevamo vederci oggi pomeriggio con Paride. E non è venuto. Poi ho saputo dall’informativa che… sì insomma era lui il cadavere del “Mykonos”… ecco la storia».
«Tu ieri notte eri di turno?».
«Sì. Come fa a saperlo?».
«Con chi eri?».
«Con l’agente Caruso. Giulio Caruso. Lui può confermare. Abbiamo avuto una chiamata alle due sul raccordo anulare. Un barbone. Morto bruciato per scaldarsi sotto il cavalcavia di Casalotti Boccea. Guardi, lo possono confermare anche…».
Rocco lo fermò con un gesto della mano. «A chi dovevi i soldi e quanti?».
«Ventimila. A Toni Pezzella».
Toni Pezzella. Rocco sapeva benissimo chi fosse Toni Pezzella. Un paio di ristoranti a Roma, due ville a Sperlonga e controllava il traffico delle slot-machine a Roma sud e Pomezia. E quando si parlava di Pomezia e Sperlonga, il vicequestore sapeva benissimo che l’argomento era la camorra.
«Peggior creditore non te lo potevi trovare» disse svuotando il bicchiere di rum. «Toni Pezzella conosceva Paride Ciasullo?».
«No, non credo. Paride aveva il suo negozio, vendeva e comprava oro. Niente a che fare con quella gente lì».
«Ancora non mi hai detto perché sei sparito oggi pomeriggio».
Renzo Malaguti si passò le mani davanti alla faccia. «Paura. Volevo scappare. Ma ’ndo cazzo vado?».
«Ora dimmi i pezzi che hai portato a Ciasullo. Dove li hai presi?».
Renzo tirò su col naso. «Posso avere un goccio di rum?».
«No».
Renzo incassò la testa nel collo. «Sono i resti di una refurtiva. Li avevo intercettati in una casa a via Affogalasino. Una parte l’ho portata in questura, l’altra no. Che altro potevo fare? Mi sembrava la soluzione migliore, no?».
«Sei un cazzone, Renzo. Sei proprio un cazzone. Io i tuoi impicci non te li posso risolvere. L’unica cosa che posso fare è metterti in un posto tranquillo per un po’ di tempo. Ma poi quella storia con Toni Pezzella te la devi vedere tu».
Renzo Malaguti annuì. Rocco si alzò dalla poltrona e prese il cellulare. Fece un numero.
«Seba? Sono Rocco».
«Hai cambiato idea per la festa?».
«No, ci vengo, ci vengo» lo rassicurò. «Mi serve un aiuto».
«Dimmi».
«C’è una persona. Deve stare in un posto tranquillo per un po’».
«Mandamelo. Ci penso io».
Rocco chiuse la comunicazione senza salutare il suo vecchio amico. «Ora ti do un indirizzo» fece a Renzo. «Tu ci vai. Si chiama Sebastiano e a te ci penserà lui». Poi si avvicinò alle bottiglie. Riempì un bicchiere di rum e lo passò a Renzo. «Tieni. Alla salute. Sei proprio un cazzone, Renzo».
L’ispettore afferrò il bicchiere e lo tracannò in un sorso.
S’era fatto accompagnare dal dottor Maurizio Careddu, della sovrintendenza. Un uomo sulla quarantina, brizzolato, con la faccia onesta. Aveva le chiavi di tutti i cancelli per accedere sulla sommità del Monte dei Cocci.
«Il vero nome è Mons Testaceum, perché i cocci in latino si chiamano testae. È da qui che prende nome il quartiere, Testaccio» fece il sovrintendente che si sentiva in dovere di fare anche un po’ da cicerone a Rocco Schiavone. «Vede? Sono tutti vasi per l’olio. Ognuno ha impresso il marchio dell’importatore, la provenienza… a volerli studiare tutti si potrebbero scoprire molte cose interessanti sulla vita dell’antica Roma…».
Erano arrivati alla sommità, proprio accanto all’enorme crocifisso di ferro. «Qui nel medioevo inscenavano il Golgota… con la salita di Gesù con la croce e tutto il resto…».
Rocco si era chinato a terra. Fra i cocci e l’erba c’erano evidenti macchie di sangue.
«Oh porca…» fece Careddu. Rocco guardò verso il basso. Laggiù c’era il «Mykonos» e tre agenti della scientifica chini al lavoro. Fischiò alla pecorara e quelli alzarono la testa. «Venite su. Qui! Sbrigatevi!» urlò il vicequestore. Due agenti si mossero immediatamente. «Si passa da dietro!» gli indicò Rocco.
«Quanto sangue…» fece il sovrintendente.
«L’ha ammazzato qui. E poi l’ha buttato di sotto» fece Rocco. «Ma perché?».
Maurizio Careddu si allontanò da quella macchia di sangue. «Buttare uno giù da Monte Testaccio…». Il sovrintendente si morse le labbra. «Che strana coincidenza».
«Cosa?».
«Lo sa? Nel medioevo facevano un rito. Si chiamava la ruzzica de li porci, il rotolamento dei maiali. Da qui sopra gettavano maiali alla popolazione che li rincorreva e poi li uccideva e se li mangiava».
«Bella festa! E quand’è che la facevano?».
«A Carnevale».
«Non è una coincidenza, dottor Careddu» fece Rocco. «Anzi, la cosa è voluta. E ci spiega un paio di cose».
«E cioè?».
«La prima, il perché lo hanno evirato. La seconda, che qui i soldi non c’entrano niente. Questo è un delitto passionale. A Paride gli hanno fatto fare “la ruzzica de li porci”, perché per l’assassino Paride è un porco. Un maiale, capisce? Questo è un messaggio che ci hanno lasciato. Una firma. E sa cosa vuol dire anche?».
Careddu guardava il vicequestore con gli occhi sgranati. «No…».
«Che all’assassino non gliene frega niente di essere preso. Anzi… s’è vendicato e vuole far sapere a tutti che l’ha fatto».
«Come guidi bene Elena» fece Rocco stravaccato sul sedile dell’auto mentre l’agente Elena Dobbrilla percorreva via Arenula. «Niente a che vedere con le curve e gli strattoni di Parrillo. Mi sei mancata».
Elena sorrise e per tutta risposta mise la terza e scattò verso largo Argentina. Ancora due piccole strade e finalmente l’auto inchiodò davanti al negozio di scarpe di Anna Limentani. «Lasciala pure in mezzo alla strada, Elena, tranquilla» disse Rocco scendendo, ed entrò nel negozio.
«Hai capito che m’ha detto Myriam ieri sera?».
«Anna ripeti, Elena, ascolta pure te».
Anna prese un respiro. «Mo’ devi sape’ che ’sto bon’omo de Paride Ciasullo tanti anni fa ha avuto la sua storia d’amore».
«Fammi indovina’? Una certa Clara?».
«Bravo! Clara Petacci».
«Davvero?».
«Sì, ma nun è parente. È che su’ padre era un nostalgico, e se chiamava Petacci. Vabbè chissenefrega, no? Allora ’sta Clara insomma è stata parecchio co’ Paride Ciasullo. Almeno un par d’anni. Poi Dio se l’è chiamata a sé e Paride da allora… niente più».
Il nipote di Anna si affacciò alla cassa in quel momento. «Nonna? Mo’ nun c’è nessuno. Posso anda’ a fa’ un giro co’ due amici miei?».
«Un’ora e torni, che poi annamo a pranzo. Fai tardi e te do uno sgrugnone!». Il giovane sorridendo sparì. «Bello a nonna sua, ha sgropponato tutta la mattina, un giretto se lo merita, no? Che stavamo addi’?».
«Di questa Clara Petacci. D’accordo, Paride aveva un amore, però stiamo punto e accapo» disse Rocco.
«No, perché non sai tutto. L’amica mia Myriam m’ha detto una cosa che m’ha fatto attizza’ le recchie. Ecco perché t’ho chiamato».
«E cioè?».
«Che ’sta Clara Petacci era un amore proibito».
«In che senso?».
«Era la donna di Tullio Sorrentino».
Rocco cominciò a cercare nelle pieghe della memoria, ma quel nome non gli diceva niente.
«Tu sei troppo giovenotto per ricordatte… Sorrentino era n’erbaja, uno stinco de santo. Comannava lui fino a metà dell’anni Settanta ar Pigneto e Prenestina».
«E poi?».
«E poi voi de la madama l’avete crocifisso pe’ l’omicidio de’ un tale notaio e sua moglie, e quello s’è preso tre ergastoli. Myriam che ci ha la testa un po’ ingarbujata, capirai fijo mio, a giugno fa 88 anni, nun è che se ricorda bene… però m’ha detto che poteva essere l’anno che l’Italia ha vinto i mondiali».
«L’82» fece Elena.
«Brava fija, l’82. Quando Tullio andò a piggione dalla Stato».
«E mentre stava dentro, Paride ha fatto visita a casa sua» disse Rocco.
«E gli ha soffiato Clara Petacci. Che storia» concluse Elena.
De Silvestri fu rapido e preciso, come sempre. L’ultima residenza conosciuta del Sorrentino era a Garbatella, a viale Massaia.
«Spiegami bene, Alfredo» gli disse Rocco mentre fumava una sigaretta seduto alla sua scrivania.
«Allora, il Sorrentino è uscito da Rebibbia a febbraio di quest’anno. Gli hanno abbonato un po’ di pena. Poi in realtà ha fatto dentro e fuori con l’ospedale. Non sta bene. Qui sulla cartella risulta cardiopatico. Ma parecchio. Addirittura un paio di valvole da sostituire».
«E che è, una Fiat?» disse Rocco mentre con un riflesso condizionato spegneva subito la sigaretta nel portacenere. «A febbraio mi dici?».
«Così è scritto qui».
«Qual è l’ultima residenza conosciuta?».
«A Garbatella, viale Massaia 27».
Con poche speranze di trovarlo, Rocco e Elena in meno di venti minuti erano già davanti al portone del civico 27. Ma non c’era il cognome «Sorrentino» sul citofono.
«Chi state a cerca’?» berciò una vecchia dalla finestra del primo piano.
«Sorrentino».
«Chi?».
«Tullio Sorrentino».
«Ah, allora dovete citofona’ a Alessandroni. È er cognome della madre buonanima. Ma nun ce lo trovate. Ho saputo che quer fijo de ’na mignotta ieri l’hanno ricoverato. Speriamo che Dio se lo pija, una volta buona. M’ha pure avvelenato i gatti, lo possino ceca’!».
«Ricoverato dove?».
«A qualche Santo» fece la vecchia.
«Sant’Eugenio?».
«No, no».
«Santo Spirito?».
«Nemmanco».
«A signo’, io i Santi ospedalieri l’ho finiti» sbottò Rocco.
«Sant’Andrea?» chiese Elena.
«Brava fija. Proprio lì. Sant’Andrea!».
Elena guidava a 120 all’ora sul grande raccordo anulare. Superava macchine e furgoni lampando con gli abbaglianti. «Una vendetta?».
«Una storia vecchia quanto il mondo, Elena. L’ha rotolato giù come un maiale a Carnevale, l’ha evirato… cos’altro ci deve dire? Fesso io che non l’avevo capito subito».
Accompagnati dal medico, arrivarono alla terapia intensiva. Dietro un vetro c’erano tre letti. Su quello centrale c’era un uomo anziano e magro, nel braccio destro una flebo e la mascherina per l’ossigeno sul volto.
«Eccolo, dottor Schiavone…» fece il cardiologo di turno. «È quello sul letto centrale».
Rocco, Elena e il medico guardavano attraverso il vetro. «Lui ci può vedere?» chiese Rocco.
«Certo. Anche se sta combinato male. L’hanno portato qui ieri notte. Infarto. In più ha il cuore più malandato che abbia visto».
«Lo operate?».
Il dottore guardò Rocco. «Difficile. Ha il sangue scoagulato, aritmia e la pressione peggio di una montagna russa».
«Quindi?».
«Quindi magari ci proveremo, ma le dico cosa penso?».
«Se le va».
«Neanche una su cento che ce la fa. È già un miracolo che sia ancora vivo».
Proprio in quel momento Tullio Sorrentino aprì gli occhi. Il suo sguardo si fermò prima su Rocco Schiavone, poi sulla divisa di Elena Dobbrilla. Sorrise. Lentamente alzò la mano sinistra. Tirò su due dita, sembrava stesse facendo il segno della vittoria, la famosa «vu» degli inglesi. Invece cominciò a unire indice e medio ripetutamente, come a mimare un paio di forbici. E scoppiò a ridere.
«Che sta facendo? Che significa? Che sta tagliando?» chiese il medico.
«È un messaggio per noi, dottore. Ed è meglio che non le dica cos’è che ha tagliato. Se ce la dovesse fare dopo l’operazione, la prego di chiamarmi. Quel sacco di merda ha ucciso un uomo».
Tullio Sorrentino al di là del vetro continuava a sorridere e a fare il gesto delle forbici.
«Gli vorrei mettere le mani addosso» mormorò Rocco.
Il medico lo osservò. «Lasci perdere. Tanto dove sta andando è sicuramente peggio di qualsiasi condanna gli possa infliggere un tribunale, no?».
«Su questo ha ragione, dottore. Pienamente ragione». Girò le spalle e lasciò il vetro della terapia intensiva. Elena lo seguì subito dopo.
Scendendo le scale l’agente Dobbrilla si avvicinò a Rocco. «Una cosa strana…» disse. «Sono stata ieri in un ospedale, e come oggi stavo dietro ad un vetro, ma per vedere il figlio di mia sorella appena nato».
«E oggi hai visto uno che se ne sta andando. Capito, Elena? L’ospedale è tipo un aeroporto. Aerei che decollano e altri che atterrano».
«È una bella immagine».
«Dici? Ricordati di chiamare il “Mykonos” e di’ a quel povero disgraziato che può riaprire. Tiene famiglia pure lui».
E senza aggiungere altro tornarono al commissariato Colombo.
«Se voce quiser, vou lhe mostrar Bahia de caetano nossa gente boa heee meu amigo Charlie…».
La voce dello stereo era talmente potente da arrivare fino nel giardino che circondava la villa di Stampella. Era una serata umida, e il fiato riempiva l’aria di nuvolette di fumo.
Rocco si avvicinò a Sebastiano che se ne stava sotto il portico. Indossava una maschera che a stento ci stava su quel faccione da orso pieno di capelli ricci e indomabili. «E secondo te non ti riconosce nessuno?» gli chiese Rocco.
Sebastiano non gli rispose. Gli allungò una mascherina nera. «Tieni, indossala, così entriamo».
«Mi sento un coglione».
«E divertiti una volta, porca miseria!».
«Heeee meu amigo Charlie Brown, Charlie Brown… se voce quiser vou lhe mostrar…».
«Se entro e stanno facendo il trenino, giuro che me ne vado».
«Tranquillo. Entra pure, io aspetto Furio».
«Senti un po’, Carolina?».
«È già arrivata. È dentro».
«Maschera rossa?».
«Come il fuoco e la passione. Vai! Ah, aspetta, per quell’ispettore che m’hai mandato…».
«Renzo Malaguti… be’?».
«Glielo dici te che Tony Pezzella e i suoi stanno al gabbio col 41 bis?».
Rocco sorrise. «No, fallo cacare ancora un po’ sotto. E poi lascialo andare».
«Perché?».
«Perché io andrò ad Aosta, e avere un creditore in polizia, ti farà sempre comodo».
«Giusto. Un paio di giorni e glielo dico».
Rocco si mise la maschera e fece per entrare. «Rossa?».
«Rossa».
Dentro, la musica era assordante e le luci accecanti. Rocco affidò il loden a una mascherina che faceva da guardarobiera. Lasciò l’ingresso ed entrò nel salone.
C’erano una sessantina di persone intorno al tavolo dei rinfreschi. Camerieri che servivano da bere da una parte, dall’altra invece c’era da mangiare per un esercito. Rocco si guardò intorno per cercare la maschera rossa di Carolina.
E con orrore si accorse che tutte le donne invitate ne indossavano una. Tutte rosse con i brillantini e le piume.
«Ma porca…» disse fra i denti.
Carolina poteva essere quella col vestito azzurro luccicante, oppure quella con la minigonna verde. O anche quella cicciona con i pantaloni a zampa d’elefante.
«Piaciuto scherzetto?». Era Sebastiano che era arrivato alle sue spalle insieme a Furio. Tutti e due mascherati ridevano come scemi.
«Sei un coglione, Seba!».
«E fattela ’na risata».
«Come la trovo io a Carolina?».
«Ecchecazzo!» disse Furio. «Sei un vicequestore e non sei capace di trovare una donna in mezzo a una festa? Mi deludi Rocco. Mi deludi!».
«He… Meu amigo Charlie Brown!».
E puntuale come le tasse, il trenino passò accanto ai tre e si portò via Sebastiano e Furio. «E fattela ’na risata!» gli urlarono mentre avvinghiati come koala se ne andavano in giro per il salone.
Rocco sorrise. Poi lentamente si avvicinò al tavolo dei liquori. Per entrare nella festa gli servivano almeno tre bicchieri di rum. Doveva perdere coscienza, dimenticarsi chi era, parlare come se non fosse lui e soltanto allora, senza più maschere e armature, avrebbe potuto farsi una bella, lunga, grassa risata.