le ferie di agosto (it)
«Che fai dopodomani?».
Era la quarta volta che glielo chiedeva in meno di un’ora. E per la quarta volta Luca rispose: «Torno a casa». Che significava: sto due giorni coi miei a Como poi finalmente prendo Barbara e me ne vado in vacanza due settimane ad Is Arutas in Sardegna, e mi dimentico gli assegni, i giroconto, le telefonate per gli scoperti, la puzza di aria condizionata e gomma che c’è in questa agenzia del cazzo mista a quella dei vostri profumi da supermercato squallidi e cenciosi come voi.
«Passi Ferragosto coi tuoi?» insisteva Luisella.
«Sì» disse Luca e poi bofonchiò «mi pare evidente».
Poi Luisella si azzittì. Le era toccata la signora Bedetti. Settanta e passa anni di pignoleria condensati in un corpo piccolo e insignificante. E invece aveva tre conti con un ammontare di quasi tre milioni di euro. Era una cliente speciale per l’agenzia numero 14 di piazzale Anco Marzio, Ostia, frazione di Roma, e andava trattata coi guanti di velluto, pure se era estate. Per fortuna quella mattina del 12 agosto era toccata a Luisella. «Salve» disse la cliente. «Restituisco il libretto degli assegni. E mentre aspetto il direttore mi può stampare l’estratto conto?» berciò con la sua vocetta esile e cattiva. «Sia del 5000/13 che del 5263/13 e pure del 5894/13. Mi servono tutti e tre. Grazie».
Davanti alla cassa di Luca invece si presentò Graziano, il meccanico. Luca lo amava. Lo faceva sempre ridere e gli piacevano quelle mani enormi e sporche di grasso con le quali consegnava soldi e depositava assegni. Quelle mani avevano scritto «lavoro» su ogni piega, su ogni unghia e centimetro di pelle. Lavoro, quello vero. Che ti fa sudare, che ti fa venire i calli e le vesciche. Non come il suo. La banca. Numeri e cifre di soldi che non esistono, investimenti su lavori che non esistono, su società che non esistono. Battere al computer, timbrare i libretti degli assegni, emettere un circolare, depositare, cambiare, consegnare denaro e prenderlo, contarlo. Che razza di lavoro era?
«A Luca ma quando annamo in vacanza?» disse Graziano.
«Dopodomani se Dio vuole!» rispose sorridendo il cassiere.
«Senti un po’! Mi guardi se m’è arrivato un bonifico?».
«Quando doveva arrivare?».
«Ieri o l’altro ieri».
Controllò la schermata. Non c’era traccia di bonifico. «Chi te lo doveva fare?».
«Pierpaolo Castroni» rispose il meccanico grattandosi la barba lunga. Altra cosa che Luca non poteva permettersi. Quella di non radersi. Ci provò una volta, e il direttore gli fece una nota. Niente da fare, in banca capelli corti e barba tagliata. Peggio che al militare. Luca odiava il direttore, Turrini. Un pezzo di merda arrivista che pensava solo alla carriera. Lavorava come tre giapponesi e aspirava alla filiale centrale. E Luca gliel’augurava con tutto il cuore, se non altro si sarebbe levato di torno.
«Mi dispiace, Graziano. Niente da fare».
«Sto fijo de na mignotta» disse a bassa voce Graziano «seimila euro de riparazione e pezzi per la bmw e ancora non paga».
«Magari se ti fai dare il cro posso controllare».
«Ma quale cro e cro… quello non paga. E non pagherà mai. Capirai, dopodomani è Ferragosto, e pure venerdì, bene che va io i soldi li vedo a fine mese». Poggiò la mano enorme sul piano della cassa. «Lo sai che ti dico Luca? Meglio un lavoro come il tuo. Mensile assicurato, ferie e malattie pagate. Mica come me, sempre in mezzo a una strada. Ma se rinasco giuro sulla testa di mamma bonanima che nun me fermo alla seconda media!» e guardò alla sua destra, dove la signora Bedetti stava firmando delle carte. «Dico bene signo’?».
La Bedetti si voltò con la bocca che sembrava avesse appena morso un limone e fece sì con la testa tre volte. Poi riprese a firmare. Graziano si infilò la mano in tasca: «Tieni, incassamelo per piacere» e allungò un assegno a Luca. Poca roba, trecento euro.
Luca prese il modulo. Alzò la testa per sorridere a Graziano. Alle spalle dell’omone c’era il vetro dell’uscita di emergenza che dava sulla strada. Assolata, calda, con la gente in shorts e ciabatte che andava su e giù. Un deficiente stava cercando di parcheggiare sul marciapiede una Fiat Multipla blu. «Comunque ringraziamo il Signore che un lavoro l’abbiamo, no?» disse Luca.
«Questo è vero» rispose Graziano. «Pensa a tutti quei poveracci che non arrivano manco a fine mese».
In strada la grossa familiare era salita con le ruote anteriori sul marciapiede. Ma sembrava che la cosa non gli bastasse. «Ma guarda un po’? Ma dove vuole parcheggiare quello lì?» disse Luca.
Graziano si girò. E proprio in quel momento anche le ruote posteriori della Multipla montarono sul marciapiede. Poi all’improvviso l’auto, che sembrava un grosso insetto famelico che aveva individuato la preda, accelerò e puntò dritto verso la vetrina della cassa di risparmio. Il muso sfondò la porta a vetri e la macchina balzò prepotente dentro la banca in una pioggia di vetri. Ruggendo travolse Graziano e cozzò contro il banco di legno della cassa. Luca sentì una botta secca allo sterno e cadde all’indietro. Si ritrovò per terra schiena sul pavimento. In bocca qualcosa di caldo. Bava? Sangue? La testa cominciò a girargli. Vedeva il neon acceso fare girotondo sul soffitto, s’era trasformato in un ventilatore, ma i ventilatori la banca mica li aveva. C’era l’aria condizionata, no? Sentiva passi, rumore di scarpe, ancora grida. Poi chiuse gli occhi.
L’aria condizionata aveva trasformato la stanza del vicequestore Rocco Schiavone in un frigo per alimenti surgelati. Le finestre serrate tenevano fuori il caldo opprimente e il rumore della città. Si percepiva l’odore dolciastro della canna che il poliziotto aveva appena spento nel piccolo portacenere d’argento misto a quello amaro del dopobarba che Rocco centellinava. Era stato l’ultimo regalo di sua moglie. Più di quattro anni fa ormai. Concentrato Schiavone osservava la lettera sulla scrivania. «All’attenzione del vicequestore Schiavone Rocco, presso il commissariato Cristoforo Colombo, EUR. S.p.m.». La prese. Poi tirò un respiro e con uno strappo preciso la aprì.
Un solo foglio. Scritto al computer. Poche righe.
Caro Dottor Schiavone
Chi le scrive è uno riconoscente. Mi sa che le informazioni che tengo sono robba mica tanto felice per lei. Di fatti un collega mi a detto che le cose per lei mica si stanno mettendo bene. Stanno a decidere bene dove la trasferiscono. Sicuro a Roma non ci rimane dottore. Però questo mio collega mi a pure detto che in Sardegna no. E manco in calabbria. Però la destinazione definitiva ancora non esce fuori. Sarà mia cura di dirgliela al più presto. Non appena la so. Un suo amico.
Come al solito non era firmata, ma sarebbe stato inutile. La prosa inconfondibile era meglio di un autografo. L’aveva scritta Gegè Mosciarelli. Che lui aveva fatto trasferire dall’entroterra molisano a Roma dove «teneva la fidanzata». Era davvero uno «riconosciente» perché da quando era a Roma di fidanzate ne aveva trovate altre tre. Gegè Mosciarelli lavorava alla questura centrale e da mesi si dava da fare per carpire informazioni sul destino di Rocco Schiavone. Questa era la terza lettera che gli scriveva. Faceva sorridere il fatto che scrivesse in anonimato, ma Rocco non voleva rovinargli questa atmosfera da romanzo di Le Carré. Gegè faceva del suo meglio e si sentiva un po’ una spia oltrecortina inseguito dalla STASI. Solo che informazioni ne dava poche. Eliminare dalla lista entroterra sardo e aspromonte era comunque un passo avanti. Ma dove l’avrebbero mandato? Questa era la domanda che restava inevasa come le pratiche nel suo ufficio. I suoi vecchi colleghi stavano abbottonati, molti gli avevano anche tolto il saluto. Solo un primo dirigente al Viminale, Gerardo Mastrodomenico, in un afflato di simpatia gli aveva spifferato una volta «Caro Schiavone, ringrazi Iddio che non la cacciano dal corpo di polizia. Fosse per me lei a quest’ora dovrebbe stare in galera». Mentre Rocco bruciava la lettera anonima di Gegè Mosciarelli nel portacenere, il telefono squillò. Era la prima telefonata di quel 12 agosto. Era proprio Gerardo Mastrodomenico: «Uè Schiavone, sono Mastrodomenico».
«Felice di sentirla».
«Le tocca uscire dal suo ufficio con l’aria condizionata e andare al mare».
«Odio il mare».
«Fa bene, c’è lo iodio» e si mise a ridere. Era una sua prerogativa. Il primo dirigente del Viminale rideva da solo alle battute che faceva. Se uno voleva fare carriera bastava stargli accanto e sganasciarsi dalle risate per ogni cazzata che quello sparava a squarciagola.
«Senta Mastrodomenico…».
«Per lei dottore, Schiavone. Mica andiamo a pranzo insieme».
Rocco chiuse gli occhi, e stritolò la cornetta: «Dottore. Che cosa dovrei andare a fare al mare?».
«Per la precisione a piazzale Anco Marzio. Rapina in banca. Si dia da fare».
«C’è un bel commissariato a Ostia o l’avete chiuso?».
«Non mi fa ridere».
«Non era una battuta!».
«Ho solo un viceispettore laggiù, e questa cosa non la può affrontare».
«Io invece sì?».
«Lei invece sì».
«Mi faccia capire. Sono un pezzo di merda che dovrebbe finire in galera però ora sono l’unico in tutta la città a poter affrontare la cosa?».
Anche Mastrodomenico tirò un respiro profondo. E probabilmente anche lui stava strizzando la cornetta del telefono. «Schiavone, perché glielo devo ricordare? Lei sta appeso a un filo. È questione di giorni e la sua nuova destinazione le arriverà fra capo e collo. È un attimo, sa? Magari hanno deciso una bella città come Firenze oppure Venezia. Invece lei fa girare i coglioni a un primo dirigente e per magia diventa, che so? Petrizzi?».
«Cos’è Petrizzi?».
«Un paese dell’entroterra calabrese».
«E c’è un commissariato?».
«Lo facciamo costruire apposta per lei». E rise. Da solo. «Oppure preferisce Bucchianico?».
«Questa mi manca».
«Male. È dove sono nato io».
«Sicuro che allora ci sarà una targa commemorativa, dottore».
«Quando imparerà a mettersi l’ironia in quel posto?».
«Impossibile, il locale è già pieno».
«Vada a Ostia a fare il suo dovere. Ricevuto?».
«Forte e chiaro. Mi saluti Bucchianico».
«Vada a fare in culo».
Si alzò dalla sedia e si avventurò fuori dalla sua stanza, l’unica del commissariato ad avere l’aria condizionata. Appena aprì la porta gli arrivò un ceffone bollente in faccia. Il corridoio era peggio di un forno per le pizze. Vuoto e deserto, il 12 agosto il personale era ridotto all’osso. Rocco si piazzò a gambe divaricate e urlò: «C’è nessuno in questo commissariato o lavoro solo io?». Subito da una porta sbucò Elena Dobbrilla: «Dica dottore!».
«Forza, dobbiamo andare ad Ostia».
«C’è pure l’agente Parrillo».
«Per carità! No, vieni tu».
Elena annuì e rientrò velocemente nella stanza per prepararsi mentre Rocco slacciandosi la cravatta si incamminò verso l’uscita. «Sbrigati Elena e niente costume, non andiamo a prendere il sole!».
«Chissà perché ma me l’aspettavo» urlò allegra l’agente Elena Dobbrilla dalla sua stanza.
All’esterno Roma dava il meglio di sé. Il sole incocciava e vetri e cromature delle auto rimandavano i raggi accecando gli occhi. Vapore si alzava dall’asfalto bollente, gli alberelli secchi non muovevano una foglia e il sudore era un adesivo che si attaccava ai vestiti. In cielo non c’era una nuvola e neanche un alito di vento. Elena e Rocco salirono sull’Audi.
«Metti l’aria condizionata al massimo, Elena».
Si immisero subito sulla Cristoforo Colombo puntando verso Ostia. Alle dieci e mezzo il traffico era lento e sonnacchioso. Ma si sa, quella è l’ora antelucana in cui i romani decidono di andare a farsi una giornata di mare.
«Datti da fare Elena, io file non ne voglio fare» disse Rocco accendendosi una Camel.
«Metto la sirena?».
«No. Io odio la sirena. Fammi vedere che hai imparato al corso. Hai dieci punti. Se non fai errori e arriviamo a Ostia con almeno sette punti ti pago il pranzo».
Elena guardò Rocco con aria di sfida, sgasò e l’Audi schizzò sulla Colombo.
Dopo una gimcana di 15 chilometri dove Elena si divertì come una ragazzina al lunapark, l’Audi si fermò proprio davanti all’agenzia 12 di Ostia della Cassa di Risparmio di Trieste e Trento.
Prima di scendere Rocco guardò serio Elena: «Guidi mica male. A parte a Casalpalocco. Hai messo la sirena, quindi hai perso punti».
«Se non mettevo la sirena ci sfasciavamo contro il camion».
«Hai perso punti lo stesso».
«Quanti?» chiese Elena.
«Tre. Quindi sei a sette. Hai il pranzo pagato». E Rocco smontò dalla macchina accompagnato dal bel sorriso della giovane agente.
La piazza della banca era nella parte più antica di Ostia. Quella dove qualche villino liberty aveva retto l’attacco dei geometri del dopoguerra. Che però avevano vinto la battaglia già due strade più indietro, trasformando un vecchio posto di villeggiatura in un orrendo quartiere dormitorio di periferia. Lì dentro, fra i sette piani delle costruzioni, i negozi e le macchine parcheggiate, l’aria di mare spariva come acqua sulla sabbia.
Il caldo era opprimente ma per fortuna il lato del marciapiede della banca era all’ombra. Se la cosa aiutava da un punto di vista climatico, non lo faceva dal punto di vista dell’ordine pubblico. Aiutate dalla frescura dell’ombra, decine di persone se ne stavano ammucchiate curiose tutt’intorno al nastro messo dai poliziotti. Altri stavano affacciati alle finestre o fuori dai negozi. Qualcuno in costume da bagno, chi trascinando il figlio carichi di palette e secchielli, chi col cane erano tutti accorsi come falene davanti a un falò. Un uomo pelato sui 35 anni trotterellò incontro a Rocco. «Schiavone? Sono Astolfi, commissariato Ostia».
«A te devo l’onore?» chiese Rocco. Astolfi rimase in silenzio con la faccia a punto interrogativo. «Dico, a te devo l’onore di questa rottura di coglioni?».
«Mi deve scusare… ma qui la cosa è grossa. Ho chiesto io la sua presenza perché…».
Rocco lo fermò con un gesto della mano: «Astolfi, il fatto che ti debba fare Ferragosto in ufficio non ti dà il diritto di rompere le palle a un tuo collega».
«Ma lo sa che Ostia l’estate triplica gli abitanti?».
«E tu lo sai quanto me ne può fregare? Vabbè, andiamo a vedere che abbiamo».
Attraversarono la zona delimitata dalla polizia. La Multipla blu era ancora dentro la banca. «Poi dice che a Roma non si trovano i parcheggi» fece Rocco e seguito dal viceispettore entrò. Girarono intorno al portellone posteriore che per l’urto si era spalancato. L’auto aveva sfondato il bancone delle casse. Fogli e vetri sparsi dappertutto.
Seduto su una sedia c’era un uomo pallido coi baffi e la camicia slacciata. Accanto a lui un infermiere del 118.
«Al momento c’erano due clienti. Ora sono ricoverati. Graziano Cerveglioni, meccanico, ha il bacino fratturato, l’altra, la signora Bedetti, invece…».
«Andata?».
«No. Coma. Vigile, pare».
Rocco si affacciò all’interno della Multipla. Sul sedile c’erano pezzi di cristallo sbriciolato. I fili dell’accensione spuntavano da sotto il cruscotto coi loro colori sgargianti. Rocco li osservò. Ce n’era uno blu, uno rosso, uno bianco e uno nero attaccato a un altro filo che spuntava dallo stereo. «I cassieri?» chiese.
«Anche loro ricoverati. Luisella Comiso setto nasale rotto, invece Luca Sparta è svenuto. Sterno e clavicole».
«Insomma ha fatto uno strike». Rocco mollò i fili elettrici strappati. «Dov’è il direttore?».
«È quello lì» disse il viceispettore indicando l’uomo pallido seduto sulla sedia con accanto l’infermiere che pompava lo sfigmomanometro. Rocco si avvicinò. I vetri frantumati a terra scricchiolavano sotto le scarpe del vicequestore. «Salve. Schiavone. Mobile di Roma. Ce la fa a fare due chiacchiere?».
L’uomo alzò il viso, aprì la bocca ma non uscì neanche un suono. Rimise la testa giù. Schiavone guardò l’infermiere: «Come sta?».
«Pressione alta. Sotto shock. Io lo porto all’ospedale».
Rocco annuì. Si allontanò dal direttore e tornò da Astolfi: «Chi altri c’era in banca?».
«C’era un altro impiegato negli uffici dietro e la guardia giurata».
«Ci posso parlare o sono svenuti pure loro?».
«No, stanno di là. Ci può parlare».
Rocco fece un cenno a Elena che si avvicinò: «Senti Elena, una cosa importante».
«Mi dica».
«Ho finito le sigarette».
«Ricevuto. Camel?».
Rocco annuì: «Poi vedi di informarti di un ristorante decente in zona. Sul mare».
Elena uscì dalla banca, Rocco attraversò il corridoio. Astolfi lo seguì. «Tu stai di là».
«A fare che?».
«Arrivano i giornalisti, no? Parlaci te».
«E che gli dico?».
Ma Rocco tirò dritto.
L’impiegato aveva passato la trentina e aveva la faccia sveglia e riposata. Bene, si disse Rocco, qualcuno con cui parlare. Perché, a guardare la guardia giurata ridotta peggio di uno straccio per pavimenti, c’era poco da sperare. «Lei è?».
«Diego Malara» rispose l’impiegato. «È successo tutto in un attimo. Io ero di là con le pratiche, ho sentito un botto della miseria e pensavo che fosse scoppiato un tubo. Che ne so? Puoi mica andare a pensare che t’hanno parcheggiato una Multipla in ufficio?».
«No, non lo puoi pensare. E mi sai dire chi ha combinato ’sto macello?».
«No. Non lo so. So solo che le casse erano aperte. Ancora non glielo so dire, ma a occhio e croce manca qualche migliaia di euro. Sono io quello che controlla l’apertura della cassaforte e alle casse avevo dato dodici mila euro in grosso e piccolo taglio. Ora ce n’è sì e no duemila».
La guardia giurata si alzò in piedi. Barcollava. Aveva una pancia a cocomero e saliva ai lati della bocca.
«Lei?».
«Io?».
«Sì, lei» insisté Rocco Schiavone.
«Io non ci ho capito un cazzo. Ho visto la macchina entrare».
«Sì, ma chi c’era in macchina l’ha visto?».
«Uno».
Rocco cominciò a spazientirsi. «Uno. Bene. L’ha visto in faccia?».
«No. Ce l’aveva nera».
«Vuol dire che era un nero?».
«No che era nera. Forse aveva una calza, un passamontagna, e che ne so?».
«Lei è la guardia giurata?».
«Sì».
«E non le è venuto in mente di fare qualcosa? Tipo prendere quella cosa che ha nel fodero e bloccare il tipo?».
«Per mille e cinque al mese?» rispose accarezzandosi l’addome.
Rocco scosse la testa. «Almeno l’avete una telecamera a circuito chiuso dentro la banca?».
Fu l’impiegato a rispondere: «Sì, ma le chiavi ce l’ha il direttore».
«Però…» intervenne la guardia giurata. «È guasta. Lo so perché sono due giorni che ho chiamato i tecnici e ancora non sono venuti a ripararla».
Rocco alzò gli occhi al cielo. «Almeno per millecinquecento al mese ha visto quello che è successo?».
La guardia si concentrò «Sì. È entrata ’sta macchina, no? E da lì è sceso uno con la faccia nera. Che ha fatto questo?».
«Che ha fatto?» chiese Rocco con il filo della pazienza rosicchiato dal tarlo dell’odio e ridotto ormai a meno di un millimetro.
«È sceso, ha dato ’na capocciata secca a Luisella sul setto nasale, no?».
«No che? Gliel’ha data o no?».
«Certo che gliel’ha data, no? Poi che ha fatto ’sto scemo? Ha acchiappato quello che poteva acchiappare, poi è zompato nell’altra cassa, tanto Luca stava sdraiato per terra, no? E pure lì ha acchiappato quello che poteva, no? E poi s’è dato».
«Fine?».
«Fine».
Rocco guardò Diego Malara che allargando le braccia sembrava voler dire «Che le devo dire? Questo ci danno e questo ci teniamo».
«Astolfi, fai una cosa. Rintraccia un po’ il proprietario di questa Multipla».
«Già fatto, dottore» rispose il viceispettore. «Mario Mazzarotto. E qui c’è l’indirizzo». E consegnò un biglietto a Rocco. Che sorrise. «Bel lavoro, ottimo, grazie. Tutti i poveracci che ’sta Multipla ha buttato giù? Dove sono?».
«Al Grassi. L’ospedale sta qui vicino. Ce la porto?».
«Resta qui. Me ne occupo io. Buone vacanze Astolfi».
«L’ho già fatte a luglio. Fino a Natale…».
Rocco annuì: «Buon Natale allora».
Poi uscì dalla banca seguito dall’agente Elena Dobbrilla. «Dove andiamo?».
«Che or’è?».
«Quasi mezzogiorno».
«Tu hai trovato un ristorante decente?».
«Così mi dicono, sta verso la rotonda. Si chiama Poisson de mer».
«Poisson de mer a Ostia?» fece scettico Rocco. «Vabbè, prima andiamo da Mario».
L’agente Dobbrilla annuì. «Che sarebbe?».
«Il proprietario dell’auto. Poi il ristorante». Appena attraversarono il marciapiede per salire sull’auto, Rocco si ricordò dell’insana promessa che aveva fatto a Sebastiano e Furio. Di passare il Ferragosto insieme al Circeo. Ma come m’è venuto in mente, si disse aprendo la portiera dell’Audi. Al Circeo poi. Quel monte che si tuffa nel mare, pieno di lecci, ginepri fenici e pezzi della sua vita di prima che ora non c’era più. Doveva disdire assolutamente.
La casa di Mario Mazzarotto era vicino all’idroscalo, dove il 2 novembre del 1975 s’era fermata la vita di Pierpaolo Pasolini. Allora era un luogo abbandonato, pieno di sterpaglie e baracche. Adesso era un luogo abbandonato pieno di cemento e casermoni. Sul citofono del civico 32 una quarantina di cognomi.
«Sì?».
«Signor Mazzarotto?».
«Chi è?».
«Polizia» disse Rocco. E il citofono gracchiò. Poi un buzz e il portone di ferro battuto e vetro si aprì. «Che piano?» urlò Rocco.
«Sesto. Però l’ascensore è rotto».
Rocco grugnì e buttò via la sigaretta.
La salita fu faticosa. Ogni piano aveva sei appartamenti. L’odore era quello del cavolo bollito. Verdura invernale, ma che evidentemente aveva inesorabilmente impregnato l’intonaco del condominio. Sui muri delle scale c’erano graffiti e scritte fatte con le bombolette: «Er secco was here», «lazziale devi morì» poi una sul muro al terzo piano che fece vomitare dalle risate l’agente Dobbrilla. In realtà era un dialogo. Lo si capiva dalle due diverse grafie. Il primo aveva scritto «Donne, lo sperma c’inquina» e qualcuno sotto aveva aggiunto «er cazzo tombola!».
Quando finalmente Rocco raggiunse il sesto piano cominciò a pensare seriamente all’infarto. Il cuore trottava nel petto e le 35 Camel giornaliere gli avevano massacrato il fiato. Elena Dobbrilla invece sembrava appena uscita da un massaggio corroborante. «Porca puttana, non ce la faccio più» ansimò il vicequestore.
«Forza che siamo arrivati. Deve rimettersi in forma, dottore».
Mario Mazzarotto li aspettava sull’uscio dell’interno 41. Era in canottiera e short hawaiani a fiori. Sui 50, barba lunga e capelli pettinati con le miccette. Non aveva la faccia preoccupata. Anzi. Sembrava aspettare due vecchi amici. «Mi dispiace per l’ascensore. È rotto da luglio».
Rocco non rispose. Un po’ perché non gli venne in mente niente, sangue al cervello in quel momento ne arrivava poco, un po’ perché se l’avesse fatto avrebbe cominciato l’incontro con il piede sbagliato. Elena sorrise: «Un po’ di moto fa pure bene».
La casa era piccola. Spoglia. Un covo delle bierre. Pulita, ma sempre un covo sembrava. I muri nudi a parte un calendario di una ditta idraulica. In un angolo del salone c’era la cucina, vuota, solo la moka appoggiata sul fornello. Il salone era un divano a fiori posizionato proprio davanti alla televisione. Il resto dell’arredamento consisteva in una piccola libreria di vimini schiacciata in un angolo. Sopra c’era la collezione di Martyn Mistère e tre soprammobili. Due clown di vetro e una giraffetta africana. Niente tavolo dove mangiare, niente sedie. «Lei è proprietario di una Multipla blu targata…».
Intervenne l’agente Dobbrilla: «ZA 762 HM»: disse leggendo un foglietto.
«La Multipla blu ce l’ho sì. La targa non me la ricordo. Ma perché?».
«Ci possiamo sedere?».
Mario annuì. Il copridivano sintetico a fiori neri e viola era bollente. «Dove dovrebbe essere l’auto?».
«Dove l’ho lasciata ieri sera. Qui sotto proprio».
«Non c’è».
«E lei che ne sa?».
«Perché poco fa qualcuno l’ha parcheggiata in una banca» disse Rocco.
Mario guardò i due poliziotti senza capire.
«Sì. È entrata nella Cassa di Risparmio di Trieste e Trento sfondando la porta a vetri che dà sulla strada».
«O madonna. Ma come…?».
«Forse gliel’hanno rubata e ci hanno appena fatto una rapina. Aveva l’allarme?».
«No. Chi vuole che rubi una Multipla del ’98?».
«E invece…» fece Rocco.
«Vi posso offrire un caffè?».
Rocco accettò. Mario sorrise e andò all’angolo cottura. «Ma come l’hanno fatta la rapina?».
«Hanno sfondato il vetro, preso a capocciate un’impiegata, afferrato i soldi e scappati a piedi».
«Con la mia macchina» fece Mario riempiendo d’acqua la macchinetta.
«Già. Le posso chiedere dov’era lei stamattina?».
Mario indicò la porta del saloncino: «A letto. Mi sono svegliato da neanche una mezz’ora. Ieri sera ho fatto tardi. Per tornare in me c’è voluta una macchinetta intera di caffè!». E ammiccò a Rocco. Solo in quel momento Rocco si accorse che Mario Mazzarotto indossava le ciabatte da piscina con il fascione. Lui odiava gli uomini con le ciabatte da piscina col fascione che facevano uscire le dita davanti fin quasi a toccare il pavimento. Gli uomini in ciabatte erano una delle cause principali dell’odio che Rocco nutriva per l’estate in città. Poteva sopportare le infradito ma solo in prossimità di una piscina o in un villaggio greco vicino al mare. In città gli uomini non dovevano mostrare i piedi. Perché i piedi degli uomini lo facevano vomitare. E gli venne subito voglia di pestarglieli quei piedoni sgraziati a Mario Mazzarotto. E vedere se poi se ne sarebbe andato in camera da letto a mettersi dei mocassini o dei sandali di cuoio.
«Lei che lavoro fa?».
«Vendo la roba su e-bay. Cioè metto gli annunci per la gente che vuole vendere le cose e mi prendo una percentuale».
«Comodo. E ci guadagna?».
«Così così. Prima vendevo i Folletto porta a porta. Ma la mia agenzia ha chiuso».
«Mi fa vedere le chiavi?».
«Della macchina?».
«Bravo».
Mario andò all’attaccapanni vicino alla porta di casa e cominciò a cercare nella giacca di cotone. Non le trovava. «Che strano, eppure… ah, sì, in camera da letto mi sa». E sparì dietro la porta. Elena guardò Rocco. Che rispose alla sua domanda silenziosa: «Curiosità. Invece Elena ma non ti pare una cosa allucinante? Siamo a 100 metri dalla spiaggia e non si sente manco l’aria del mare?».
«Già…» fece Elena.
«Ma devo fare la denuncia adesso?» fece Mario rientrando in salone con un mazzo di chiavi in mano. Le consegnò a Rocco che le prese e le guardò. C’era il logo della Fiat, e il portachiavi con il nome dell’autosalone dove l’auto era stata acquistata. «L’aveva presa nuova o di seconda mano?».
«Di seconda mano. Anni fa. L’avevo pagata sui seimila euro. Aveva solo 70 mila chilometri».
Sembrava un dialogo fra un venditore e un acquirente.
«Grazie. Noi ce ne andiamo. Aveva intenzione di partire?».
«Volevo andare a fare Ferragosto a Santa Marinella».
«Resti a disposizione, signor Mazzarotto. Non sparisca. E non mi faccia fare troppi sforzi per venirla a cercare dovessi avere bisogno di lei».
Lo disse serio e finalmente il sorriso sparì dal viso di Mario, «Il caffè non lo prende?» chiese il padrone di casa.
«Non mi va più. Buona giornata» e detto questo uscì di casa seguito da Elena.
«Perché l’ha odiato?».
«Non l’ho odiato, Elena. Mai essere gentili se si va in giro a cercare uno che ha appena fatto una rapina».
«Ma lui che c’entra poveraccio? Gli hanno solo rubato la macchina».
«Mo’ ce ne andiamo al ristorante a mangiare. Ricordi? Ti devo un pranzo».
«Ottimo. E poi?».
«Ospedale. Divertente, no?».
Elena ingranò la marcia e fece un sorrisetto. «Però il caffè lo poteva prendere. È stato gentile, no?».
«No. Non era gentile. Faceva il gentile. Ed è tutto un altro paio di maniche».
«Perché lo dice?».
«S’era svegliato mezz’ora fa. E ha detto che per tirarsi su s’è fatto una macchinetta intera di caffè».
«E che c’è di male?».
«Che se poi prepari un altro caffè con la moka dovresti prima togliere la polvere vecchia e gettarla nella pattumiera, no?».
«Non l’ha fatto?».
«Non l’ha fatto. La caffettiera era pulita. Questo che ti dice Elena?».
«Che il caffè appena sveglio non se l’era preso?».
«Vedi che quando ti ci metti le cose le sai? Ora a mangiare».
Poisson de mer in realtà era il ristorante di uno stabilimento. Tutto sembrava tranne che uno stabilimento. Il pavimento in pietra arenaria nera, i muri color cioccolata e una serie di tavolini grigi rivestiti di una striscia di cotone bianco e un vaso con un’orchidea. Aveva la stessa personalità della hall di un Novotel a Cracovia. Un’enorme vetrata in PVC dava sulla spiaggia. Qui e lì si vedevano spuntare come funghi le teste degli ombrelloni. Che non erano di stoffa, ma di foglie di palma intrecciate. Era la moda dei lidi come Riccione, Rimini o anche Ostia quella di dare un tocco esotico alla spiaggia per cercare di far dimenticare lo squallore di un mare sporco, inutile e tetro come un cielo di novembre. C’erano solo quattro clienti con lo sguardo spaurito. Non deponeva a favore. E infatti. Il solerte cameriere, convinto di essere in forze in un ristorante pluristellato, aveva servito la pasta alle vongole, scotta e piena di sabbia, dentro dei grossi bicchieri da cocktail. Il calamaro ripieno invece in una scatola di legno. Avrebbe fatto migliore figura avvolto in una carta stagnola della Brooklyn, data la sua consistenza gommosa. Il vino imbarazzante e caldo. E mentre pagava i 98 euro del conto, Rocco decise che gli avrebbe mandato i Nas e la finanza. Non necessariamente lo stesso giorno.
Graziano Cerveglioni, il meccanico, era steso sul letto. La moglie accanto a lui aveva il viso pallido e disperato. Non s’aspettava certo di farsi un Ferragosto in ospedale. Nonostante il bacino rotto Graziano non aveva perso il buonumore. «Commissa’, che roba, eh? La racconto ai nipoti. Uno va in banca a versare un assegno di trecento euro e viene investito da una Multipla».
«Roba da matti, hai ragione».
«Che poi meno male che non era una Land Rover. Quella con le quattro ruote motrici capace che montava sul bancone e mi stritolava» aggiunse professionalmente il meccanico.
«Mi dispiace. Però se vuoi ti posso dare due belle notizie».
«E me le dia, commissario».
«Prima notizia è che i commissari non esistono più. Mo’ ci chiamiamo vicequestori».
«Ah, nun lo sapevo» fece il meccanico.
«E mica eri tenuto. Seconda notizia chiama un avvocato e fai le pratiche perché becchi un sacco di soldi d’assicurazione».
«Dice?».
«Dico. Mi dispiace che passi il resto dell’estate così» disse Rocco e si alzò, subito imitato dalla moglie del meccanico.
«E vabbè. Me riposo commissa’… scusi, vicequestore. Se poi lo prendete quel fijodenamignotta me lo faccia sapere».
«Sarai il primo!».
Chi stava veramente male era la signora Bedetti. In rianimazione, la testa fasciata, le palpebre calate e la prognosi riservata, come usano dire i medici. Non dava segni di risveglio e sua figlia, Lucia Bedetti in Tagliaferri, aveva gli occhi rossi e consumati dal pianto. Continuava a scuotere la testa e i suoi capelli con i colpi di sole tremavano come gelatina. «Non ci posso credere. Se mamma fosse venuta a Sabaudia con me a quest’ora… gliel’avevo detto. Che è tutta ’sta prescia di andare in banca? Vacce dopo Ferragosto, no? Ma niente, non c’è stato niente da fare».
Rocco guardava attentamente la donna. La carnagione color cartone e gli zigomi falsi gli ricordavano qualcuno. «Ma lei non ha un bar a viale Europa?» le chiese.
Lucia Tagliaferri parve riprendersi «E certo. Bar pasticceria La Casina del Lago. Perché? Bazzica?» e lo pronunciò come fosse una parola chic francese.
«Sì, bazzico» rispose Rocco. «Sono Schiavone. Commissariato Colombo dell’EUR».
«Ah, ecco, me pareva una faccia familiare la sua».
«E suo marito?».
«Carlo è rimasto a Sabaudia coi pupi».
«Sua mamma è sposata?».
«Vedova. Papà se n’è andato 10 anni fa. Era suo il bar all’EUR».
«E sua madre ci lavorava?».
«E come no. Viene tre volte a settimana a fare i conti. E a controllare. Ci tiene al bar mamma. E poi come fa i bignè mia madre nessuno guardi, manco Scaturchio a Napoli».
«Pure i cannoli sono buoni» fece il vicequestore.
«Vero. Quelli li fa Carlo, mio marito. Glieli ha imparati un pasticciere di Siracusa».
«Ma i migliori li fanno a Palermo».
«No, a Catania» rispose subito Lucia.
«Palermo, e non ammetto repliche» fece sorridendo Rocco. Lucia rispose al sorriso. Aveva tutti i denti bianchi. O forse sembravano più bianchi esaltati dal colore bruciato della pelle del viso.
«Lei lo sa perché mamma aveva tutta ’sta prescia di andare in banca?».
«S’era fissata che non era buona. Voleva spostare i conti. Ma dico io se lo faceva dopo Ferragosto, ma che cambiava?».
«Niente. Non cambiava niente».
Lucia guardò con attenzione il vicequestore: «Che vuol dire che non cambiava niente?».
«Non ci faccia caso. Pensieri di un poliziotto che non va in ferie. Le faccio i miei migliori auguri a lei e soprattutto a sua madre».
Lucia annuì triste. «Io mo’ che faccio?».
«E che deve fare? Crede in Dio?».
«So cattolica apostolica romana, certo che ce credo».
«E allora lo preghi. Magari aiuta».
«Qual è il problema Rocco?» mi chiede Marina. Vuole sapere qual è il problema. Da dove comincio? Che la pasta con le vongole a Roma non la sanno fare? Che per bere un vino bianco decente devi tirare fuori almeno 30 euro sennò ti fa male la testa tutto il giorno? Oppure il trasferimento? Che devo lasciare questa casa?
«Niente va bene, Marina. Niente». Otto e un quarto e il sole se ne sta andando giù. I tetti sono arancioni. A Roma non c’è nessuno. A parte me. E Furio. Che dovrebbe già essere qui.
«Che dici la vendiamo?».
«La casa?» mi chiede. «Ma sei matto? Ora non è il momento di vendere. Un attico a Monteverde vecchio poi? Non cala mai di valore. Tienila Rocco. Magari un giorno ci ritorni a Roma».
Magari. Intanto chissà dove cazzo mi mandano. «Pensa positivo. Magari finisci in Toscana, in mezzo alla campagna». «Non credo Marina. Non credo proprio. Ne ho le palle piene».
«Che vuoi fare?» mi chiede. «Partire?».
«Non mi posso muovere. C’è una rapina. Una è finita in coma». Marina queste cose non le vuole sentire. Me lo disse il giorno del matrimonio «Il lavoro lo lasci fuori dalla porta di casa, va bene?». Certo che mi va bene. Però il lavoro in casa entra lo stesso. C’è entrato lo stesso. «Te lo ricordi ancora il giorno Marì?». Sorride. Certo che lo ricorda. 7 luglio 2007. «Non ce la scordiamo la data vero?». «No Rocco, non ce la scordiamo». Quant’è rapido il sole a calare. E quant’è caldo d’estate st’appartamento. È il problema degli attici. Freddi l’inverno e bollenti l’estate. «Io me ne vado a guardare un po’ di televisione» fa Marina. Io le sorrido. Me ne andrei a dormire. Ma suona il citofono. È Furio.
Furio arrivò alle otto e mezza. Si fece il solito drink ghiacciato. «Dimmi un po’, dov’è che dobbiamo andare?» chiese sbatacchiando il ghiaccio nel bicchiere di Martini.
«Al deposito. Una cosa non mi torna». Furio si fece un bel sorso. «Al commissariato, a Ostia. Devi dare un’occhiata a una macchina rubata».
Furio annuì. «Perché? Che c’è che non torna?».
«I fili».
«L’hanno fatta partire coi fili? Di che anno è?».
«Del ’98».
«Allora hanno fatto contatto come si faceva una volta».
«Sì, ma a occhio mi sembra sbagliato».
Furio si fece una bella risata: «A occhio? Perché quante auto hai messo in moto così?».
«Solo una. Per questo mi serve uno che per anni ha fatto ’sto mestiere».
Furio finì il Martini e posò il bicchiere sul tavolino di cristallo. Si guardò intorno. «La sai una cosa? Ci dovresti mettere un paio di quadri in questo salone. È un po’ vuoto. Spoglio».
«E secondo te con due quadri ho risolto il problema?».
Furio lo guardò in silenzio. «Lascia perdere Furio. Lo so che parlavi dell’arredamento. Scusami. Andiamo va».
La Multipla stava nel deposito sotto un lampione alogeno con ancora i cristalli del finestrino sbriciolati sui sedili. Furio li pulì con un paio di manate mentre Rocco saliva dal lato del passeggero.
«E diamo un’occhiata!».
Rocco accese la torcia. E apparvero i fili del cruscotto. «Allora… fammi vedere dallo stereo partono i tre fili, vedi? Rosso è il positivo, blu negativo, il nero è la massa…».
Furio smanettò per un minuto. «Hai ragione Rocco. Bella prova. Lo vedi lo starter sotto al cruscotto? Da qui invece partono quattro fili. Rosso, blu, positivo e negativo, poi ci sono il nero e il bianco che sono le due chiavi. Per farla partire devi unire le due chiavi, nero e bianco, e attaccarci il filo nero dello stereo, la massa, quella che dà la corrente della batteria. Invece qui non è così».
«Infatti» fece Rocco. «Qui hanno unito i rossi e i blu, ma il bianco e nero dello starter sono attaccati a cazzo di cane».
«Esatto. Questa macchina è stata avviata con la chiave. Normalmente. E i fili sono stati uniti per fare un po’ di scena».
Il vicequestore sorrise. «Rocco, a saperlo che avevi ’sta manualità anni fa ti portavo con me a fare un po’ di belle macchine tedesche».
«A saperlo» disse Rocco e sorrise.
«Questo che abbiamo scoperto stasera che significa sbirro?» gli chiese Furio mentre l’alogena del deposito gli illuminava una porzione del cranio rasato e lo faceva sembrare un pianeta in orbita nel cielo nero.
«Significa parecchio. Ma soprattutto significa che stanno provando a prendermi per il culo. E la cosa non mi va».
«Dopodomani andiamo al Circeo, te lo ricordi?».
Certo che se lo ricordava. Anche se ne avrebbe volentieri fatto a meno. «Ma perché proprio il Circeo, Furio?».
«Da Saporetti, no? Ci siamo sempre andati».
«Sì, ma era un’altra vita».
Furio guardò l’amico. «Lo so. Però magari ti aiuta. Passiamo una bella giornata all’aria. E ci facciamo due risate a ricordare le cose che abbiamo fatto insieme».
«Quello è il problema. Ricordare, Furio». Gli occhi di Rocco si inumidirono.
«Marina sta sempre con noi» gli disse l’amico stringendogli la mano.
Rocco lo guardò. Ora il pianeta in orbita gli sembrava bagnato, e anche il buio aveva un alone umido. Spennazzò le ciglia e se le asciugò. Furio lo abbracciò forte.
Ad agosto a Roma può succedere che il cielo si gonfi e diventi denso e nero. E l’aria ancora più calda. Tutto si ferma in attesa della pioggia che tanto non arriverà mai. Ci si sente schiacciati da un peso insopportabile, si suda anche a respirare e si prega per un tuono. Così era la mattina del 13 quando Rocco arrivò davanti al civico 20 di via delle Montagne Rocciose, quartiere EUR, residenza del dottor Turrini, al secolo direttore della filiale della Cassa di Risparmio di Trieste e Trento. Non una bava di vento. A parte l’aria smossa dalle automobili.
Gli aprì la moglie Elisa. Bruna coi capelli appena fonati, gli occhi neri, grandi e di fuoco. Magra, asciutta, un seno piccolo che premeva sulla camicetta di Hermès. Si muoveva a scatti facendo tintinnare gli orecchini d’oro. «Benvenuto dottor Schiavone» voce calda e da ex fumatrice. Rocco se la sarebbe scopata direttamente lì in ingresso, sul tappeto bukara. «Mio marito arriva subito. Gradisce un caffè?».
«Acqua, anche di rubinetto grazie». La donna attraversò il salone. Si sapeva muovere sui tacchi da 12 centimetri e il sedere ondeggiava ad ogni colpo d’anca. «Terribile quello che è successo ieri, no? S’accomodi». E sparì dietro una doppia porta. Rocco si guardò in giro. C’era un tavolo di noce e marmo con sei sedie a spalliera alta con accanto un comò antico appena restaurato. Il marmo del pavimento era coperto di bei tappeti persiani e i divani damascati gialli e blu stavano davanti alla finestra con le tende a pacchetto. Una libreria in radica e specchi correva tutt’intorno alla parete di fondo. C’erano tre enciclopedie e una serie dei grandi classici della letteratura tutti in pelle con le scritte in oro. Si vedeva che l’ultima mano che li aveva toccati era stata quella del rilegatore. I quadri erano imbarazzanti. Meglio, non avrebbero stonato a casa di un Diego della Valle o di un Agnelli. Difficile non riconoscere due cavalli di De Chirico e un paesaggio anemico di Schifano. Elisa rientrò con un vassoio d’argento e un bel bicchiere d’acqua sopra. «Si intende di arte?».
«Poco. Ma abbastanza da riconoscere gli autori di questi quadri».
«Sono copie, sa? Ci piacerebbe, ma noi mica ci possiamo permettere cose simili. Però sono fatte molto bene. E si fanno pagare per farli, sa?». E posò il vassoio sul tavolino di fronte ai divani. Poi allungò il bicchiere a Rocco. «Grazie. Suo marito è ancora sotto choc?».
«No, s’è ripreso. Eccolo».
Il dottor Turrini entrò in salone. Fresco di doccia coi capelli all’indietro e un paio di baffoni spioventi. Più basso della moglie di almeno 20 centimetri, 8 se si toglievano i tacchi alla tipa. Ora non era più pallido e spettinato. Ma sorrideva affabilmente. La Lacoste salmone stonava con il suo incarnato chiaro. «Stavate uscendo?».
«Non si preoccupi. Cosa posso fare per lei? Prego, si accomodi».
Si sedettero sui divani. La moglie sul bracciolo accavallando le belle gambe magre e muscolose. «Posso restare?» chiese. Schiavone annuì. «Tanto fra me e mia moglie nessun segreto» rassicurò il direttore.
«Dottor Turrini, le posso chiedere quanto hanno prelevato ieri?».
«Circa settemila euro».
«Settemila, trecento, per essere precisi» intervenne Elisa.
Rocco posò il bicchiere sul tavolino: «Tanto erano soldi assicurati, no?».
«Sì. Certo, subire una rapina non è mai una bella cosa per un direttore di una filiale».
«E cos’è una bella cosa per un direttore di una filiale?».
Turrini poggiò i gomiti sulle ginocchia e incrociò le mani. «Be’, che i clienti siano soddisfatti. Che gli investimenti diano i loro frutti. Vede? Io ogni trimestre devo guadagnare più di quanto spenda. La direzione fa i conti e mica è bello essere messo fra i cattivi».
«E creda» intervenne Elisa con la sua voce bassa e sensuale «checché se ne dica, le banche oggi mica guadagnano così tanto. Una rapina certo non è una buona pubblicità. Tempo perso, immagine rovinata…».
«E un cliente in coma» chiosò Rocco.
«Già. Se penso alla povera signora Bedetti».
«Lei sa come sta?» chiese la moglie.
«In coma».
Gli occhi neri di Elisa scattarono di lato, come a voler toccare il viso del marito. Che invece guardò in terra e prese un bel respiro. «E ne uscirà?».
«Difficile a dirsi. Lei parlava di scadenze trimestrali. Quando sarebbe la prossima?».
«Fine agosto. Con precisione il 20».
«Mi faccia fare un calcolo. Oggi 13 è mercoledì. Ferragosto cade di venerdì. Sabato e domenica 16 e 17. Mercoledì è 20. Giusto?».
«Giusto».
Elisa guardò seria il poliziotto: «Perché ci sta declinando il calendario?».
Rocco sorrise. «Pensavo agli impiegati. Una fortuna, no? Che il Ferragosto cada di venerdì. Un bel ponte fino al 18, o no?».
Turrini rise sotto i baffi da messicano. La moglie no. Rimase impassibile. Seria continuava a guardare Rocco. Dai suoi begli occhi passava un messaggio molto chiaro: «Poliziotto, io e te ci capiamo. Dove vuoi arrivare?». E da quelli di Rocco la risposta era altrettanto palese: «Lontano, amica mia. Molto lontano». Il silenzio che era calato nel salone imbarazzò il direttore di banca. Doveva spezzarlo a tutti i costi. Soprattutto doveva interrompere quell’incrocio di sguardi fra sua moglie e il poliziotto. «Bene, se non c’è altro io dovrei andare in filiale». Rocco posò lo sguardo sul direttore. Aveva la fronte imperlata di sudore. «No. Non c’è altro. Anzi sì. Mi dia per favore l’indirizzo e il telefono del cassiere».
«Luca?».
«Già. L’hanno dimesso dall’ospedale e devo farci due chiacchiere. Nessuna rottura di ossa. Solo una bella botta». Poi guardò Elisa: «Routine…» rispose alla domanda silenziosa. E si alzò.
Mostacciano è un quartiere residenziale sorto alla fine degli anni Settanta attaccato all’EUR. Belle case, belle macchine, tanti alberi. Via Sergio Forti era in salita, piena di buche e con i pini sui due lati della carreggiata. Se a Roma vuoi capire l’agiatezza degli abitanti di un quartiere, basta farsi un giro e cercare parcheggio ad agosto. Se ce n’è è segno che la gente è in ferie e il quartiere è agiato. Se al contrario non noti differenze con dicembre vuol dire che da quelle parti non se la passano tanto bene. Via Sergio Forti aveva più parcheggi che auto. Luca Sparta abitava a piano terra in un monolocale. Aveva anche un giardinetto ma non il pollice verde. C’erano solo graminacee alte due metri e erba secca. Resisteva solo un tronchetto della felicità invasato. Una sdraio mezza sfondata riposava all’ombra di una tettoia di legno. Per terra una tazzina di caffè. Mentre Rocco osservava quei particolari, il viso di un giovane apparve alla finestra aperta. «Vicequestore Schiavone?» gli chiese.
«Esatto. Che faccio, entro?» chiese Rocco da dietro le sbarre di ferro battuto.
Il ragazzo si guardò alle spalle. «Qui dentro è un mezzo letamaio. Sa, dovevo partire domani e non ho messo a posto. Ce ne andiamo al bar a prendere un gelato?».
«Volentieri» disse Rocco.
Il ragazzo sorrise e chiuse la finestra.
Camminava lento e ogni tanto si portava la mano allo sterno. Luca Sparta se l’era vista brutta. «Ho smesso di vomitare solo oggi all’alba» fu la prima cosa che aveva detto uscendo dal portone. Aveva la cadenza lombarda, infatti era di Como. In attesa del trasferimento dalle sue parti, sopportava in silenzio quell’esilio romano. Tutto quello a cui teneva era su, a Como. I suoi genitori, Barbara e pure quel ramo del lago. Che la sua fidanzata detestava e che lui invece amava con tutto se stesso. Gli mancava talmente tanto che a volte, di notte, ne percepiva l’odore. Così diceva.
«Brutta cosa ieri, eh?» fece Rocco leccando il pistacchio.
Luca annuì. «Terribile. Lei sa come sta la signora Bedetti?».
«Male. Chissà se ce la fa».
«Poveretta».
«Mi dà una mano?» chiese Rocco.
«Volentieri. Se posso».
«Può. Il dottor Turrini…».
Luca alzò gli occhi al cielo. Bene, pensò Rocco. Come sperava, il ragazzo non sopportava il suo capo. «Che tipo è?».
«Basta un’occhiata per capirlo. È un arrogante figlio di puttana. Arrivista e…» si fermò. Stava per aggiungere qualcos’altro. Ma s’era fermato.
«E?».
«E spero in Dio che faccia carriera e se ne vada e mi lasci in pace. Perché a me tocca un altro anno qui a Roma».
«Mi faccia capire».
Luca leccando rapido il suo gelato spiegò meglio la situazione. Turrini era in odore di una promozione, una roba seria. Alla filiale centrale, e sarebbe diventato dirigente. «Lei sa cosa vuol dire diventare dirigenti?» e Luca Sparta enumerò tutti i vantaggi, i benefit e i guadagni dei dirigenti. Appartenere alla «casta» della banca è tutta un’altra vita. «Solo che per fare carriera devi dimostrare che ci sai fare. I rendiconti trimestrali della tua filiale devono far sorridere quelli di su. Devi portare risultati, mica palle».
Rocco annuiva. Luca sembrava anche aver dimenticato la botta allo sterno. Era un fiume in piena. Non amava il suo lavoro, questo era chiaro. Tanto che all’improvviso Rocco gli chiese: «Lei che avrebbe voluto fare da grande?».
Luca che aveva finito il gelato sgranò gli occhi sorpreso: «Perché me lo chiede?».
«Non il bancario».
«No. Le banche non erano nei miei pensieri. Le barche sì. Ho sbagliato solo una consonante, dopotutto» e sorrise. «Barche. Io avrei voluto progettare e costruire barche».
«Da lago?».
Luca sorrise: «No, dopo il Riva non ce n’è per nessuno. No. Parlo di bialberi». Bevve un goccio d’acqua. «Mi fanno male le tempie» disse.
«È perché ha mangiato il gelato troppo in fretta» fece Rocco. «Però un lavoro ce l’ha. Faccia carriera, diventi dirigente, così si potrà permettere una barca e poi se ne va in pensione e se la gode. No?».
«Per fare carriera devi avere pelo sullo stomaco. Io ce l’ho solo sul viso e sulla testa» disse accarezzandosi la folta capigliatura riccia.
«Ti devo fare una domanda delicata» passare al tu era calcolato. Come il volume basso e la voce calda e di petto. Tutto serviva a creare un’idea di intimità per indurre la persona ad aprirsi e aiutare le indagini.
«Mi dica» fece Luca avvicinandosi con il busto al vicequestore.
«Perché la signora Bedetti era in banca ieri?».
«Non lo so. Aveva chiesto gli estratti conto, questo me lo ricordo, e poi doveva vedere il direttore».
«Chissà perché».
«Io credo che se ne volesse andare. Minacciava di farlo da tempo».
«Senti, lo so che questa cosa non me la puoi dire, ma aiuterebbe. Quanti soldi aveva la signora Bedetti?».
Luca sorrise: «Sarebbe un’informazione riservata».
«Quella donna è in coma e forse non ne uscirà più».
Luca annuì: «Rimane tra lei e me?».
«Tra te e me».
«Duemilioni e ottocento mila e rotti».
«Porca…» disse Rocco. «Rendono i bar, eh? Sei stato di grande aiuto, Luca. Vedrai, me ne sarai grato».
«E perché?».
«Vedrai».
Il cielo era ancora nero. Lontano si sentì un tuono. Ma l’aria era secca e le rondini volavano alto. C’era poco da sperarci. Non avrebbe piovuto. Rocco e Furio erano seduti davanti al fontanone sul Gianicolo. Roma si stendeva come un tappeto colorato davanti ai loro occhi. I tetti, le cupole e la pesantezza del marmo bianco del palazzaccio e dell’altare della patria. Le montagne lontane non si vedevano coperte dalla foschia calda di un 13 agosto da cani. I gabbiani nel cielo percorrevano sempre le stesse linee. Puntavano a tutto i gabbiani. Pattumiera, resti di cibo, topi, cadaveri. «In America ci sono i condor, a Roma abbiamo i gabbiani» disse Furio osservandoli. «Lo sai che me ne viene uno ogni mattina a rompere i coglioni sul davanzale?».
«Da me vengono i piccioni» rispose Rocco.
«Perché stiamo qui?» fece Furio. «Non era meglio a casa mia?».
«Ti va di fare un lavoretto? Dieci minuti».
«E quanto ci guadagno?».
«Settemila trecento euro».
«Per dieci minuti ci sto. Di cosa si tratta?».
«Ti do un indirizzo. Via Vasco de Gama. Al 32. Casa di Mario Mazzarotto».
«Ce li ha lì?» fece Furio accendendosi una sigaretta.
«Credo proprio di sì. Lasciane 500 come corpo del reato. E giacché stai lì fammi un altro favore. Vacci mentre dorme e prendigli pure il cellulare».
«Ricevuto». Furio si alzò, fece due passi verso Trastevere, poi si voltò. «Domani però andiamo al Circeo».
«Sicuro».
«Vieni con Elena Dobbrilla come a Capodanno?».
«Ho un altro programma, se ci riesco».
Fu solo alle tre di notte di quel 14 agosto che il cielo si aprì e in meno di dieci minuti scaricò sulla città tonnellate di acqua. All’alba il sole era già pronto ad arrostire la capitale e la frescura notturna subito evaporò. Furio arrivò a casa di Rocco con i cornetti caldi e la faccia di chi non ha chiuso occhio. «Settemila euro. Trecento li aveva già spesi mi sa» e mostrò le banconote da 500 nuove di zecca a Rocco. Poi si mise la mano in tasca: «E questo è il cellulare». Un vecchio Nokia ancora acceso. «Ha chiamato tre volte il tipo ma non ho risposto». Rocco sorrise. «Ah, un’altra cosa. Il cretino s’è portato a casa una fascetta che teneva i soldi con il nome della banca. L’ho lasciata lì in bella evidenza». I cornetti erano caldi. Rocco si pappò quello alla crema. Poi se ne andò sotto la doccia. Furio invece gli chiese se si poteva allungare nella stanza degli ospiti. «Fai pure. Quando vai via tirati la porta».
Entrò nella stanza del commissariato che non erano ancora le otto, ma De Silvestri era già lì seduto che l’aspettava: «Dottore, ho fatto presto come mi ha chiesto. Poi fra una mezz’ora parto. Raggiungo mia moglie a Terracina» gli disse allungandogli la cartella. «Qui dentro c’è tutto».
«De Silvestri, sei una cosa meravigliosa!» e afferrò la cartella. L’anziano agente si alzò lasciando Rocco con il naso dentro i documenti che gli aveva portato. Sorrideva, De Silvestri, perché lo sapeva che dentro quelle carte c’erano buone notizie per il vicequestore Rocco Schiavone. Si bloccò sulla porta: «Ci aveva azzeccato, dottore. Questo mese il coglione sarebbe stato promosso». E sparì chiudendo piano la porta.
«Mario non mi devi mai chiamare su questo numero, cazzo!» grugnì il dottor Turrini seduto nel suo ufficio della banca mentre due operai stavano ricostruendo il bancone di legno e la cassa. Dall’altra parte nessun suono, nessuna voce. «Mario?». Fu allora che il dottor Turrini alzò lo sguardo e sulla porta vide il vicequestore Rocco Schiavone in piedi con un vecchio cellulare in mano. «Funziona ancora bene st’affare. I Nokia sono i migliori, secondo me».
Turrini diventò più bianco della Lacoste che portava abbottonata fino al collo. Stirò un sorriso. «Dottor Schiavone». Rocco avanzò di due passi e si sedette davanti al direttore della banca. «Allora mi dica se sbaglio. Cosa ha scoperto il mio solerte agente De Silvestri, in forza alla polizia dal lontano 1980?».
«Cosa?».
«Lei e il signor Mario Mazzarotto, che al momento grazie al giudice Pierannunzi i miei stanno traducendo a Rebibbia, vi eravate conosciuti nel 1974 al liceo Socrate alla Garbatella. Mario Mazzarotto fu bocciato al terzo anno. Ma siete rimasti in contatto. Almeno secondo quanto dice questo bel foglietto qui». E mostrò una carta fotocopiata al direttore che aveva la fronte fradicia di sudore. «È una denuncia del 1980. Lei aveva 20 anni e insieme a Mario Mazzarotto e ad altri tre giovanotti era stato beccato con qualche grammo di fumo in più. Errori di gioventù, vero?».
«Questo che significa?».
«Parecchio. Anche perché sul cellulare di Mario il suo numero è memorizzato sotto il nome di Carciofone. L’ho appena chiamata. Perché Carciofone?».
Il direttore alzò le spalle. «Carciofone. Eravate amici, vero? Ecco che avete combinato. Mazzarotto campava di espedienti, e questo lei lo sapeva. Dice che vende la roba su e-bay. Ma in realtà ricetta roba rubata. E anche questo lei lo sa. Lei aveva bisogno di una cosa: fermare la signora Bedetti. E mi dica se sbaglio».
«E perché avrei dovuto?».
«Perché lei aveva saputo che il giorno 12 la signora avrebbe chiuso i suoi conti e portato quasi tre milioni di euro da lei investiti in un’altra banca. Solo che il trimestre scadeva. Una brutta macchia sul suo curriculum, no? Che gli dice a quelli di su? Ora che lei è lì lì per essere promosso in centrale? Macchia incancellabile». Turrini si limitava a guardare Rocco con gli occhi attenti. Sembrava non respirasse più. Il vicequestore proseguì: «E allora ha pensato: la signora arriva il 12 che è mercoledì. Bastava tener duro fino al venerdì e la cosa era risolta. Perché venerdì è Ferragosto, mi corregga se sbaglio». Turrini non lo corresse. «E così se lei le avesse impedito il trasferimento e l’avesse rimandato a dopo Ferragosto, diciamo lunedì, che se non sbaglio è 18, insomma era fatta. Poi fra la rapina, la polizia, le indagini teneva chiuso un paio di giorni e a lei in realtà bastava e avanzava. Perché il 19 preparava i conti per la centrale e zac! Il gioco era fatto. La signora Bedetti poteva anche venire il 20 e cambiare banca. Tanto sulle rendicontazioni il passaggio sarebbe arrivato al prossimo trimestre, e lei magari già era su a parlare coi capi. Fin qui tutto chiaro?».
«Lei è pazzo. Però ha una bella immaginazione».
«Sa cosa vi ha fregato? Le chiavi. La Multipla aveva i fili fuori dal cruscotto, per fingere il furto. Sa come si fa, no? Un contatto e parte. L’ha visto in parecchi film. E pure Mario lo sapeva. Era un bell’alibi. Usare la macchina di proprietà del rapinatore per il colpo. La polizia mai lo andrebbe a pensare. Ma i fili stavano lì solo per fare scena. La Multipla è partita con le chiavi. Normalmente. Chiavi che Mazzarotto deve aver perso. Perché quando me le ha mostrate mi ha dato delle chiavi nuove con ancora il portachiavi dell’autosalone. Chiavi nuove per un auto del ’98? Non quadra. Erano i doppioni, su questo ne sono sicuro. E così il mio cervello ha cominciato a lavorare. E sono arrivato fin qui». Lo guardò serio. «Stanno arrivando, dottor Turrini. Ci tenevo però a dirle che lei dovrà anche rispondere di tentato omicidio. Speri vivamente che la signora Bedetti esca dal coma. Altrimenti vent’anni non glieli toglie nessuno. A lei e al signor Mazzarotto. La saluto. Carciofone». E detto questo si alzò lasciando entrare l’agente Elena Dobbrilla e Parrillo pronti a portarsi via il direttore della banca.
Doveva chiamare Graziano il meccanico e avvertirlo che il fijodenamignotta che gli aveva rovinato l’estate in realtà erano due e che se il suo bacino si sarebbe rimesso a posto le ossa di Mazzarotto e Turrini invece ci avrebbero messo un po’ di tempo prima di aggiustarsi. E poi avvertire anche Luca Sparta al quale, anche senza promozione, aveva tolto il direttore dalle palle definitivamente.
Elisa Turrini aveva pianto tutte le sue lacrime. Rocco era lì, seduto sui divani damascati gialli e blu, e aveva messo su la faccia triste di chi comprende la situazione e compatisce una povera donna caduta in un gioco più grande di lei. «Daniele… io mai l’avrei pensato» disse Elisa pulendosi il naso con un kleenex. «Come faccio adesso?».
«Se vuole le consiglio un buon avvocato. Un penalista di grido. Magari qualche anno glielo abbona a suo marito».
«La mia vita rovinata in un attimo. Ma perché ha fatto questo?».
«Arrivismo? Avidità?» e la guardò. Recitava da dio Elisa, su questo non c’erano dubbi. «Lei non ha mai avuto il sospetto di tutto questo?».
«Io? Mai!» disse sgranando gli occhi grandi e neri. «Fra l’altro le devo dire la verità. Le cose fra me e mio marito da tempo non andavano più così bene».
Troia, pensò Rocco.
«A dirla tutta stavo seriamente pensando a una separazione, magari momentanea… ultimamente era cambiato. Sempre con la testa al lavoro».
Rocco la osservò. Avrebbe voluto dirle: lo dominavi come una marionetta, Elisa. Solo che ti sono scappati i fili dalla mano.
Ma non era venuto in visita per fare a pezzi la donna. Non gli interessava. La meta era un’altra. Difficile, lontana, ma possibile. Almeno questo lo percepiva. Sferrò l’attacco finale. «Lei ha bisogno di un po’ di distrazione, Elisa. L’attende un periodo molto duro».
La donna annuì.
«Ha qualche parente qui a Roma che le può dare una mano?».
«Lei è un gentiluomo a preoccuparsi per me».
«Chiamami Rocco».
«Rocco, grazie, ma no. Non ho parenti. I miei sono tutti su a Bologna».
«Che a Ferragosto è calda come un ferro da stiro e in più non ha il mare».
«Già». Elisa sorrise. Aveva dei denti candidi che si accoppiavano con la lucentezza delle perle che portava al collo.
«Senti cosa ti propongo Elisa. Tu domani te ne vieni con me a pranzare nel migliore ristorante del Circeo. Io e un paio di amici carini con le loro fidanzate. Mi sento un po’ responsabile di quello che ti è capitato. Dammi la possibilità di alleviare un po’ il senso di colpa».
Elisa sorrise. E Rocco proseguì. «Non credere che mi faccia piacere distruggere la vita della gente. È il mio lavoro. E sai? A volte ne farei proprio a meno».
«Lo so che tu non hai colpa Rocco».
E ci mancherebbe, pensò il vicequestore.
«Ma forse è un po’ sconveniente per me venire con te dopo che…».
«E tuo marito? Non è stato sconveniente a fare tutto quello che ha fatto lasciandoti così? In questo, passami il termine, mare di merda?».
Come se tu non lo sapessi Elisa, avrebbe voluto aggiungere.
«Mi sentirei in colpa. Dico, lui dentro e io al mare».
«Lui si è sentito in colpa quando ha progettato tutto con quel Mazzarotto?».
«No».
«Lui ha calcolato il rischio di lasciarti in mezzo a una strada in lacrime?».
«No. Lui mi ha… lui non mi ha mai chiesto un parere».
«Lui ha mai pensato al tuo futuro? Lo sai come lo aveva memorizzato Mazzarotto a tuo marito sul cellulare? Con quale soprannome? Trombador!».
Elisa sgranò gli occhi. «Trombador? Non Carciofone?» chiese.
Ahi ahi Elisa, passo falso, pensò Rocco, passo falso. Ma se ne fregò. «No. Trombador. E secondo te che significa?».
«Una cosa brutta».
«Che quantomeno le altre donne le guardava. Sempre se si fermava lì».
«Ne ho sempre avuto il sospetto». Poi la donna puntò gli occhi su quelli di Rocco: «Io verrei volentieri. Ma non credo che…».
«Tanto Daniele per i prossimi giorni non si muove. Facciamo un bel pranzo all’aperto, mangiamo cose divine davanti al mare e chissà se per un giorno dimentichi questa brutta storia. Poi il 16 agosto vedremo che succede».
«Rocco, ma tu… non sei sposato?».
Un’ombra passò sugli occhi di Rocco. «Ti passo a prendere alle 10?».
«Mi… mi porto il costume da bagno?».
Rocco annuì.
Il pranzo da Saporetti era stato degno di un dio e lo aveva aiutato a sopportare i ricordi che affioravano presuntuosi ad ogni angolo del ristorante e della spiaggia. Sebastiano Furio Adele e Myriam avevano bevuto e riso alle lacrime. E come sempre avevano fatto la solita gara della caccia alla strega. Che viene meglio quando hai scolato la terza bottiglia di bianco. «Chi vede per primo il profilo della maga Circe?». E come ogni anno tutti a scrutare il promontorio sul mare per scoprire dove si nascondesse l’antica abitante del monte Circeo: ora sul profilo della vetta, ora giù in basso vero il mare fino alla torre paola. Ognuno la scorgeva in un posto diverso, come sempre, come ogni anno. Ma si sa, le maghe come i fantasmi tendono ad apparire nei posti più disparati e soprattutto non rispondono alla logica terrena della gente viva. Mentre il sole tramontava sul mare, Rocco ripensò a tutte le estati che aveva passato lì, nell’altra vita. Estati che non sarebbero più tornate. Come non sarebbe più tornata Marina. Steso sul lettino ascoltava il respiro del mare mentre Furio raccontava una barzelletta di guardie e ladri. Rocco si voltò. Marina era lì, stesa sul lettino accanto al suo. Lei si girò, si tolse gli occhiali da sole e lo salutò col suo sorriso dolce e lontano. Rocco le fece l’occhiolino. Poi chiuse gli occhi. E rimase col profumo di sua moglie nelle narici. Avrebbe voluto fermare quel momento. Ma sentì un respiro accanto a lui. Elisa bagnata e con la pelle d’oca s’era seduta sul suo lettino stringendosi le spalle. «Posso stendermi accanto a te?». Rocco annuì dandole il suo asciugamano. Il corpo in costume da bagno della moglie del direttore era freddo e perfetto come quello di un pesce. La vita andava avanti lo stesso. Spietata e inutile come quei giorni d’agosto. L’ultimo che forse avrebbe passato a Roma.
L’ennesima onda si abbatté sul bagnasciuga. Un altro respiro. Poi un altro. E un altro ancora…