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antonio manzini

rocco va in vacanza (it)

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«Si avvisano i signori passeggeri che fra poco daremo inizio all’imbarco per il volo KK 243 per Marsiglia...».
Rocco si alzò dalla poltroncina di pelle e buttò un’occhiata alla fila che si andava già formando davanti al gate 15 D, quello per Marsiglia, la sua destinazione. C’erano già un’ottantina di persone in piedi, in attesa di farsi strappare la carta d’imbarco dalla hostess. Era un interrogativo al quale non era ancora riuscito a dare una risposta: perché la gente alla prima chiamata per l’imbarco si ammucchiava disordinatamente di fronte al gate ancora chiuso, pronta a farsi una fila di mezz’ora? Qual era il rischio che si correva a salire per ultimi sul velivolo? Nessuno si sarebbe appropriato dei loro posti. Il 7 C, il 24 A stavano lì ad attendere il sedere del legittimo proprietario, quindi perché sottoporsi a quella tortura? Se a questo poi si aggiungeva che invece del comodo corridoio a gomito per salire sull’aereo ai passeggeri del volo per Marsiglia sarebbe toccato il penoso bus, la fretta era ancora meno giustificata. Tanto primo o ultimo a passare il controllo, sempre su quell’autobus di merda che attraversava mezzo aeroporto ci dovevi finire, pensava Rocco. Era per il bagagliaio? Arrivare troppo tardi a prendere posto significava non trovare spazio per il trolley sulla cappelliera? Anche quello lo riteneva un falso problema. Bastava allungarlo alla hostess e dire «Ci pensi lei, qui non c’è posto!» e la stessa hostess gentile se ne sarebbe occupata per riconsegnarlo al momento dell’atterraggio. No, proprio non riusciva a capirlo. E allora, visto che la fila invece di diminuire andava ingrossandosi e il cancello del gate era ancora chiuso, il vicequestore tornò a sedersi sulla poltroncina di pelle davanti a un monitor al plasma che trasmetteva le temperature nel mondo. 28 luglio. A Berlino si prevedevano 24 gradi. Ad Atene 30. Marsiglia se la cavava con un discreto 29, Roma segnava 33, ma con l’aria condizionata del Leonardo da Vinci, li potevi solo immaginare. Bastava dare un’occhiata fuori dai finestroni che affacciavano sulle piste. Aria grigia e nuvole stese come una garza calda sul mondo.
La meta di Rocco Schiavone non era Marsiglia. Quella era solo una tappa. Lì avrebbe affittato una macchina per girare la Provenza. Prima di fossilizzarsi ad Aosta, città dove l’avevano esiliato i suoi superiori per un periodo «non inferiore ai quattro anni», Rocco aveva deciso di andare a dare un’occhiata a quella splendida regione del sud-est francese, il posto che lui e sua moglie avevano scelto per passare la vecchiaia. Voleva prendere il sole, fare i bagni e andare a guardare qualche casale fra il mare e la campagna. Un po’ di appuntamenti al telefono se li era fatti prendere dall’agente Dobbrilla che il francese lo masticava. Poi una volta lì, con un po’ di gesti, smorfie e italiano francesizzato Rocco si sarebbe fatto capire.
Il monitor era passato ad esaminare le temperature del Nord Africa. Erano molto più minacciose. Casablanca 39 gradi, Cairo riportava un allegro 43. Lui c’era stato una sola volta in Egitto, tanti anni prima, con Marina. In un bel resort sul Mar Rosso. Aveva anche fatto la motorata nel deserto e s’era cappottato spezzando la falange del dito mignolo a sua moglie. E poi aveva commesso l’errore fatale di mangiare i datteri. Mai mangiare datteri. Lo paghi per settimane a venire, questo Rocco l’aveva imparato sulla sua pelle con una dissenteria e una febbre a 38 che l’aveva inchiodato a letto per 12 giorni una volta tornato a Roma.
«Ma che ci vado a fare a Marsiglia?» si chiese Rocco.
«A vedere i colori» gli rispose sua moglie, anche se il sedile accanto era vuoto, a parte un quotidiano stropicciato e abbandonato lì. «E poi ti aspetta Aosta... ricordatelo».
Come scordarlo?
Insieme ai suoi amici Seba, Brizio e Furio avevano studiato su internet la temperatura media di quella città. Aosta. D’inverno molto meno di zero, l’estate poco più di 15. «Te rendi conto? Vai al polo!» aveva detto Furio ridendo. Ma Rocco non ci aveva trovato niente da ridere. «Devi anna’ ad Aosta a settembre, meglio che ti dai una scaldata alle ossa prima». E allora per andarsi a «scalda’ le ossa» aveva deciso la Provenza, nonostante i suoi amici l’avessero invitato chi in Sardegna chi a Ponza. No, lui voleva la Provenza, l’aveva promesso a Marina. Anche se adesso Marina non c’era più.
Il monitor passò ad esaminare le temperature del Medio Oriente. Rocco tornò a dare un’occhiata al gate. Era ancora chiuso e la fila era sempre lì, lunga e compatta, mentre la hostess si guardava le unghie in attesa di ordini.
Avrò tempo per un caffè? Considerando quelle ciofeche che danno sull’aereo, perché no? si disse. Lasciò lo zainetto sulla poltroncina e si avvicinò al bar che era a pochi metri dal gate. Un barman sopra i 60 annoiato e con le borse sotto gli occhi puliva il banco con uno straccio umido e sporco. Sempre nello stesso punto, sempre con lo stesso gesto. Aveva la mano rossa e lo sguardo perso davanti a sé. In testa portava una visiera di carta.
«Che me lo fa un caffè?».
«Se lei me fa prima lo scontrino alla cassa» rispose quello, continuando a girare lo straccetto blu sul cristallo.
Seduta alla cassa c’era una ragazza truccata che masticava una gomma americana e giocava col cellulare. Come il barman, anche lei in testa portava una visiera con un nome scritto in mezzo: Luana. Quando Rocco si avvicinò, neanche tirò su lo sguardo.
«Luana, pago un caffè» disse Rocco.
«Non me chiamo Luana» rispose quella senza alzare gli occhi dal display.
«Così c’è scritto sulla visiera».
Alzò gli occhi al cielo. Era forse la quindicesima volta che lo ripeteva. «Luana è il nome del bar. Io me chiamo Luciana» disse con una cantilena.
«Luciana... vabbè, toglici la “ci” e sei Luana».
Finalmente la ragazza lo guardò. «Non ho capito».
«Lascia stare. Un caffè».
«Un euro e quaranta».
«Cazzo, manco al Danieli».
«Al che?».
«Lascia stare, e due». Pagò e prese lo scontrino. Luciana si rimise a trafficare con i messaggi o la chat, chissà.
Il vicequestore si voltò per andare al banco. Quasi urtò contro la rastrelliera dei giornali in esposizione. Riportavano tutti la stessa notizia: «Cominciano gli incontri del Mediterraneo». Non era un evento importante da sbattere in prima pagina ma si sa, d’estate i quotidiani cercano le notizie come un tossico una dose. Gli incontri del Mediterraneo erano una di quelle riunioni inutili dove politici di mezza tacca si davano appuntamento per discutere dell’andamento della politica e dell’economia nel Mediterraneo, appunto. Il tutto avveniva a Nizza. Sulla Costa Azzurra. In piena estate. Bastavano questi due elementi per far capire l’importanza di quel meeting. Fatelo a Isernia, pensò Rocco. Oppure a Lione. No, a fine luglio in Provenza. Una bella vacanza premio di una settimana pagata dallo Stato. Mica male.
«Me lo fa adesso un caffè?» e posò lo scontrino sul bancone.
L’uomo lentamente si girò verso la macchina e cominciò ad armeggiare coi braccetti. Il vicequestore buttò un occhio alla fila davanti al gate. Era ancora lì. Compatta, russa.
«Va in vacanza, dotto’?» disse il barman di spalle. Rocco si guardò intorno. Era solo al banco. Dunque ce l’aveva con lui. Tutto poteva aspettarsi tranne che l’apatia di quell’uomo stanco e sfiduciato potesse partorire una domanda anche se generica, un interesse di qualsiasi tipo verso un altro essere umano.
«Sì, vado in vacanza».
«Beato lei». Poi si girò con la tazzina fumante e la posò sul bancone.
«Lei niente ferie?».
«Ma non me riconosce, eh?».
Rocco scavò nella memoria. Cercò, aprì cassapanche e cassetti, ante e armadi, ma quella faccia non gli diceva niente.
«E se je dico: Tormarancia, 12 febbraio del 2009? Ufficio postale?».
Il cielo si aprì, il sole spuntò e quel viso acquistò immediatamente un nome. «Alfonso Liguori! Come va?».
L’uomo sorrise e riprese a passare lo straccio blu sul bancone di cristallo. «E come deve anna’, dotto’? Lo vede pure lei. Sto qui».
«Bene, no?».
«Ah sicuro. Almeno mo’ ci ho un lavoro, me calcolano la pensione. In più ferie e malattie so’ pagate».
Aprile del 2009. Alfonso Liguori era entrato nell’ufficio postale a Tormarancia armato di un taglierino che teneva nascosto nella manica della giacca a vento. Aveva preso il biglietto eliminacode per effettuare un pagamento, aveva pazientemente aspettato il suo turno, poi si era avvicinato al bancone. Invece di consegnare il bollettino, che peraltro non aveva, con un gesto rapido aveva sfoderato il taglierino dalla manica del giubbotto pronunciando: «Dammi i soldi, sennò ti sgarro!». Ma l’impiegata non aveva avuto nessuna reazione. Ora, a parte l’opinabile potenza della frase scelta dal Liguori per la minaccia, la mancata reazione della donna dietro la cassa era dovuta a un fatto spiacevole, almeno per Alfonso Liguori. Il taglierino preso dall’astuccio del nipote, studente delle medie inferiori, in quel rapido gesto del polso aveva perso la lama che difatti era volata via ad un paio di metri dal bancone. L’impiegata postale s’era vista quindi minacciata da un pezzo di plastica arancione e non capiva come comportarsi. «T’ho detto dammi i soldi!» aveva ripetuto Alfonso Liguori. La donna aveva guardato la sua collega che aveva allargato le braccia. «Vuoi che ti sfregio?» e Alfonso aveva alzato minaccioso il taglierino. Solo allora si era accorto che la lama non era al suo posto. Si era cercato nelle tasche, senza trovarla, sempre sotto lo sguardo attonito delle due lavoratrici delle Poste. Poi aveva cominciato a cercare per terra.
«Ha perso qualcosa?» una vecchina con il cappello di lana in testa e una busta di plastica al braccio in fila per la pensione si interessava al problema di Alfonso. «Eh?». «Dico, ha perso qualcosa?». «S... sì». E insieme s’erano messi a cercare sul pavimento. «Se mi dice che cerchiamo, forse facciamo prima. Io ho 87 anni ma la vista è ottima, sa?».
«Che cercate?» era intervenuto un uomo sui 70. «Non lo so. Questo signore s’è perso qualcosa». «Ah. Cosa?» aveva chiesto il pensionato. «Non lo so. Non lo dice». Alfonso aveva guardato i due signori, le altre sei persone in attesa, e aveva detto: «Cerco la lama del mio taglierino». «La lama?». «Sì, pare che stia facendo una rapina» aveva precisato l’impiegata. La vecchina e il pensionato si erano guardati. «Una... rapina?». «Sì, una rapina, cazzo! Una rapina!» aveva sbottato Alfonso, poi come una belva si era voltato verso le impiegate delle Poste. «Tirate fuori i soldi, cazzo, oppure vi spacco la faccia!». Dal momento che la lama non s’era trovata, aveva ripiegato sulla violenza fisica. La disperazione aveva caricato di rabbia la sua voce e i suoi occhi, di solito placidi come quelli di un ruminante, erano diventati rossi e aggressivi. Le due donne s’erano spaventate, la prima aveva già messo le mani nel cassetto, l’altra invece s’era alzata gridando: «Dottore! Dottore!». Neanche tre secondi e il direttore dell’ufficio era spuntato da una porta blu. «Che succede?». Era alto un metro e un paio di barattoli e portava il codino e la mosca, neanche fosse uno dei tre moschettieri. «Una ra... rapina!» aveva balbettato la donna indicando Alfonso. Il quale, esasperato, aveva preso la rincorsa per saltare dall’altra parte del banco e fare una strage. «Aaaahhh» aveva urlato scaraventandosi come una furia verso il bancone. E se questa è un’operazione piuttosto facile da fare quando si è giovani, a 61 anni non è una passeggiata. Aveva tentato il salto ma i muscoli non avevano fatto il loro lavoro. Dopo aver battuto forte sul divisorio di ferro, era crollato a terra fra lo stupore generale. «Mi dite che cazzo succede?» aveva detto il direttore, al quale la situazione ancora non s’era chiarita.
Quando Alfonso Liguori si era svegliato, ad aspettarlo c’era il vicequestore Rocco Schiavone. Gli avevano offerto il caffè, poi Alfonso era scoppiato a piangere. Un curriculum di disoccupazione e malattia. Una tragedia esistenziale di cui non si vedeva il fondo. Il direttore D’Artagnan voleva soprassedere, Rocco non ci pensava neanche ad andare avanti con la denuncia e alla fine le otto persone in attesa di pagare i loro bollettini o esigere la pensione, avevano fatto un accordo. Cinque euro a testa e almeno la spesa Alfonso l’avrebbe potuta fare. A quei quaranta euro si erano aggiunti venti euro degli impiegati e altri trenta direttamente dal vicequestore. «Novanta euro, Alfonso. Buttali via!». Alfonso Liguori commosso aveva ringraziato ed era uscito dall’ufficio postale contando i quattrini che s’era guadagnato in una rocambolesca mattinata romana.
Il caffè era buono. Alfonso lo sapeva fare. «Grazie Alfonso. Oh, stammi bene. E continua così».
«E certo dotto’, le pare? Io non finirò mai di ringraziarla».
«Devi ringraziare il taglierino di tuo nipote. Stammi bene». Tornò verso il gate. Ora la fila non c’era più. Poteva finalmente prendere il suo bagaglio a mano e consegnare il biglietto alla hostess.
Non stava comodo. Le gambe entravano a malapena e sbatteva le ginocchia contro la poltrona davanti. Ma quello che lo impensieriva non era tanto lo spazio a disposizione quanto la sua vicina. Sopra la cinquantina, a guardarle gli occhi spiritati e le guance rinsecchite doveva avere la borsetta carica di psicofarmaci. Stava lì, fissa a osservare la pista battendo continuamente le palpebre mentre l’indice della mano destra tremava fuori controllo. Ogni 15 secondi si passava la mano sul petto ad aggiustarsi la collana. Teneva le gambe accavallate e continuava a molleggiare la destra battendo un suo ritmo interiore. Era una pila carica, pronta a esplodere energia e rotture di coglioni. Tutto il contrario del suo vicino dall’altra parte del corridoio. Sulla trentina, triplo mento, carnagione chiara e capelli corti. Portava un paio di short bianchi e ai piedi i sandali Birkenstock. Rideva e chiacchierava con la sua compagna, una ragazza magra e bruna. L’uomo sudava. Colpa dei troppi chili di sovrappeso che le sue ossa erano costrette a portarsi in giro.
La donna accanto al vicequestore alzò improvvisamente un braccio e aprì la valvola dell’aria condizionata. Una lama gelida colpì il collo di Rocco. La vicina si scusò con un mezzo sorriso e direzionò su di sé lo sbocco. Dopo pochi secondi, decise che era meglio chiuderlo. Ripeté l’operazione per ben quattro volte. Intanto, dalle grate sopra le cappelliere, usciva il fumo dell’aria condizionata. All’interno dell’aereo Rocco calcolò che la temperatura si aggirasse sui tre gradi sopra lo zero.
«Non è che potete abbassare un po’?» chiese all’hostess gentile, quella che gli aveva sistemato lo zainetto nella cappelliera. La ragazza sorrise: «Ma certo... effettivamente è un po’ freddino». La osservò andare via. Nonostante la gonna al ginocchio la fasciasse come una seconda pelle, lì dietro non c’era niente di sostanziale da guardare. Il vicequestore, appena entrato sull’aereo, con un’occhiata rapida aveva già controllato e soppesato il personale di bordo. Tre hostess e uno steward. L’uomo l’aveva guardato a malapena. La prima hostess, quella dell’ingresso, era quella gentile. Roscetta, con gli occhi chiari, pelle spellata dal troppo sole sugli zigomi, un bel sorriso ma niente di più. Poi c’era la bruna, quella riccia, dal naso troppo grosso, e infine la più anziana, abbondantemente sopra i 40, che però era una femmina di prima classe. E ovviamente stava in coda all’aereo, lontana dal suo posto che era il 9 B.
Finalmente l’aria condizionata si placò e la sua vicina si sentì in dovere di aprire di scatto il tavolinetto. Poi lo richiuse. Lo riaprì. Lo richiuse. Controllò che il blocco di plastica girasse e riaprì il tavolino per la terza volta. Rocco non perse un movimento. Solo quando sembrò soddisfatta, richiuse per la quarta volta il pianale di plastica, si girò e sorrise a Rocco. Poi si rimise a guardare fuori.
«Signore e signori benvenuti a bordo del volo KK 243 da Roma Fiumicino diretto a Marsiglia Provenza. Il nostro decollo è previsto fra dieci minuti circa. Vi preghiamo di spegnere i cellulari...». Era partita la ridda degli annunci. Rocco non li ascoltava mai. Di solito si distraeva con la lettura della rivista di bordo oppure spingeva la faccia in un giornale. E non guardava mai la pantomima degli assistenti di volo che spiegavano come indossare maschere, scappare lungo linee luminose e gonfiare salvagenti in caso di ammaraggio. Se l’immaginava l’aereo in mezzo al mare pronto ad inabissarsi. Il panico, la gente che sveniva, vomitava, se la faceva addosso. Tutti che correvano a cazzo di cane come galline decapitate a cercare una finestra, una porta. Le urla, i pianti. Altro che gonfiare il giubbotto, togliersi le scarpe, mettere la maschera, dare la precedenza alle donne e ai bambini. Ci sarebbero stati più morti per passare avanti che affogati nelle profondità marine. La sua opinione era semplice. Se cade, cade. Tutto qui. E si rammaricava di come il suo pensiero, ogni volta che prendeva l’aereo, nonostante la quantità di voli fatti, andasse sempre a finire lì: alla disgrazia, alla caduta, all’incidente. La vicina s’era rimessa a guardare la pista. Poi allungò un dito. Toccò la plastica dell’oblò e lo ritirò. Ritoccò l’oblò di plastica altre tre volte. Poi soddisfatta si mise il mento sul palmo della mano e proseguì l’osservazione del mondo fuori dall’aereo.
Si accesero i motori e la vicina di Rocco ebbe un sussulto. «Li scaldano» la rassicurò il vicequestore. Si era sentito in dovere di tranquillizzarla. «Non è niente...». La donna sembrò soddisfatta della spiegazione e con un gesto rapido prese in mano la rivista infilata nel tascone della poltrona.
La pantomima delle hostess era finita. Passò prima quella riccia col nasone a contare i passeggeri, poi quella col sorriso gentile a controllare che tutti avessero tirato su lo schienale e allacciato le cinture di sicurezza. Cosa che la vicina di Rocco fece immediatamente. Non una, ben quattro volte. Alla fine si rimise a leggere la rivista. Ma neanche cinque secondi e ricontrollò la chiusura della cintura. Una, due, tre e...
«E quattro...» mormorò Rocco, ma la donna non lo sentì.
Le hostess, finita la conta e i controlli, sparirono dietro le tendine in testa e in coda al velivolo. Ma l’aereo, coi motori accesi, rimaneva fermo. Nessun segno di partenza imminente. Rocco guardò l’orologio. I dieci minuti erano passati, ma un minimo di ritardo era cosa normale. La vicina di Rocco decise che era arrivato il momento di controllare lo schienale della sedia. Lo tirò giù. Poi tornò su. Lo riportò ancora giù e ancora su. Ripeté l’operazione per quattro volte. Stavolta Rocco sbottò.
«Signora...» le disse. «Allora... l’aria condizionata funziona, il tavolinetto mi pare che scenda bene, il finestrino c’è ed è chiuso ermeticamente, la cintura s’aggancia a meraviglia e pure lo schienale mi pare che vada benone. Va tutto bene, stia tranquilla».
Quella lo guardò senza capire. «Lo so» rispose con una voce rauca da fumatrice. «Perché mi dice queste cose?».
«Perché da venti minuti non fa che agitarsi...».
«Io? Ma chi si agita? Io sto tranquilla seduta al mio posto, lei piuttosto...».
«Io che?».
«Lei... è ingombrante e m’ha preso il bracciolo».
Rocco guardò alla sua sinistra. Era vero, aveva il gomito poggiato sul bracciolo in comune con la tipa. Ritirò sorridendo il braccio. «Ecco, è tutto suo».
La donna lo occupò immediatamente. «Grazie!» disse piccata.
«Prego» rispose Rocco.
Cambiare posto gli sembrò l’unica soluzione praticabile e divenne un imperativo categorico nel suo cervello. Una fila più indietro ce n’erano addirittura due senza passeggeri. Allora allungò il collo, per chiamare una hostess e chiederle il trasferimento, ma in quel momento l’aereo si mosse. Lento, a marcia indietro. La vicina di Rocco si aggrappò con le unghie al bracciolo e sbarrò gli occhi.
Non ce la posso fare, pensò Rocco. La biondina sarebbe esplosa molto prima che l’aereo toccasse terra a Marsiglia Provenza.
Ma il velivolo dopo pochi metri si fermò un’altra volta. Falso allarme. Ancora non si partiva. L’hostess riccioluta spuntò fuori dalla tendina e si fece un paio di vasche per controllare se i passeggeri continuassero a tenere le cinture allacciate e non si fossero già sbracati sugli schienali. Quando gli passò accanto, Rocco la fermò.
«Scusi...».
La hostess si abbassò, perché Rocco aveva tutta l’aria di volerle confidare un segreto. «Dica...».
«Non è che mi può cambiare di posto?» chiese a bassa voce.
La hostess buttò un’occhiata veloce alla vicina. «Vedo se la cosa è possibile». Sorrise e se ne andò. L’aereo ripartì con la marcia indietro, e ancora una volta la tipa affondò le unghie nei braccioli. Pochi metri dopo il jet fermò nuovamente la manovra.
«Madò che palle...» mormorò il vicequestore. Aveva già voglia di alzarsi e fumarsi una sigaretta. Il ciccione dall’altra parte del corridoio s’era addormentato. E pure la sua compagna. All’improvviso la sua vicina accese la luce di cortesia. Poi la rispense. Poi la riaccese, poi la rispense. Mentalmente il vicequestore contò, sapendo perfettamente che un obbligo interiore costringeva la donna a ripetere la cosa per almeno quattro volte.
Dov’è la hostess? pensò Rocco. Dov’è? Non posso farmi il viaggio accanto a Rain man, pensava, non avrebbe retto. Cosa sarebbe accaduto al momento del decollo? Già si vedeva la vicina abbarbicata intorno al collo come una scimmia impazzita. E all’atterraggio? Una così poteva fare qualsiasi cosa, in qualsiasi momento. Difficile prevedere le sue reazioni scomposte. Una mina innescata. A furia di premere i tasti, la donna aveva schiacciato anche quello per chiamare la hostess. Per ben quattro volte. Rocco avrebbe voluto schiaffeggiarla, stordirla, renderla innocua. Ma la hostess col sorriso gentile arrivò bloccando l’istinto omicida del vicequestore.
«Posso aiutarla?» chiese.
«Eh?» disse la vicina.
«Dico, posso aiutarla?».
«Perché?».
«Perché lei ha chiamato quattro volte!» intervenne Rocco ad alta voce. «Ha spinto quattro volte quel cazzo di pulsante per vedere se funzionava. Be’, ora se n’è accorta, funziona! Adesso, ha qualcosa da dire all’assistente di volo?».
«Lei è un cafone!».
«E lei è una rompicoglioni. Allora? Niente?». Rocco si rivolse alla hostess: «Vada pure e la scusi... dovrebbe aver finito».
«In che senso avrebbe finito?» chiese la roscetta con gli zigomi spellati.
«La signora ha toccato tutto. Non ha più niente da premere, muovere, sganciare, controllare. Credo che siamo pronti al decollo, se vuole avvertire il comandante».
«Voglio cambiare posto!» esclamò la vicina.
«Magari, ma l’ho già chiesto io, non si preoccupi. Anzi, ha qualche novità sulla cosa?».
«Ora vedo». La hostess sgambettò via. Dal sedile davanti era spuntata la faccia di un uomo con la barba sfatta e i capelli rasati a zero. Il volto rugoso e magro sembrava avere un occhio più scuro dell’altro. «Voi avete intenzione di fare così per tutto il viaggio?» chiese minaccioso.
«Ah, non lo so. Chiedilo a lei» fece Rocco.
«Stronzo...» mormorò quella fra i denti.
«No, perché si dà il caso che invece io voglia stare tranquillo».
«Allora cambia di posto con me» propose il vicequestore, «mettiti tu vicino al Nido del cuculo».
Il passeggero guardò prima Rocco, poi la vicina, poi sparì.
Col cazzo che ci viene, pensò il vicequestore. E invidiò il ciccione con i sandali che invece dormiva placido e sereno con la testa della compagna poggiata sulla spalla.
Finalmente la hostess riccia tornò. «Purtroppo ho una brutta notizia...».
«Il posto non c’è» concluse la frase Rocco.
«Già».
«Può spargere la voce? Do cinquanta euro a chiunque voglia fare cambio con me».
La riccia si mise a ridere. La vicina di Rocco invece si voltò di scatto: «Io ne do cento».
«Centocinquanta» alzò la posta il vicequestore.
«Duecento!» sparò la donna.
Il passeggero con gli occhi strani riapparve: «Ve ne do trecento se ve ne state zitti!».
«Per favore» disse la hostess. «Cerchiamo di mantenere la calma. Ora l’aereo decolla e...».
«E questa sbrocca di brutto, glielo dico io» assicurò il vicequestore. «Non ce l’ha un valium nella sua borsetta?».
«Non prendo il valium!».
«Vabbè, quello che ha. Perché non s’attacca alla boccetta e si stordisce fino a Marsiglia?».
«È un’idea» fece il passeggero con gli occhi strani.
«Siete... siete degli schifosi!».
«Per favore, per favore!» la hostess alzò la voce. «Adesso vedo se c’è qualcuno che è disposto a cambiare il posto con lei».
«Sì, ma dia la priorità a medici o infermieri...».
«Basta!» la donna si slacciò la cintura di sicurezza e si alzò. «Io qui non ci sto più. Ecco, lì ci sono due posti vuoti. Mi faccia passare!». Rocco slacciò la cintura e si alzò. «Prego».
«Per favore restate seduti, l’aereo è in fase di...».
«Di che?» intervenne l’amico del passeggero con gli occhi strani. «È mezz’ora che stiamo fermi. La faccia andare lì».
Mentre la vicina di Rocco scartava il vicequestore per andare a occupare uno dei due posti liberi, la hostess spellata sugli zigomi si avvicinò: «Per favore, quei posti devono restare liberi, non si può».
«E perché?» chiese la vicina di Rocco. «Io accanto a questo il viaggio non lo faccio».
«Siamo d’accordo» fece Rocco. «Avete a bordo un letto di contenzione? Potete metterla lì».
«Vada-a-fare-in-culo!» sparò la donna bello tondo in faccia al vicequestore e senza aspettare altro andò a sedersi in uno dei posti vacanti.
«Signora, non si può!» la hostess riccia cercò di fermarla. Arrivò anche la bella, l’assistente di volo bruna e con gli occhi neri come due olive greche. Guardava la scena ma non alzava un dito. Rocco si perse a osservarla e per qualche secondo non sentì più nulla. La sua mente era proiettata altrove. Un letto, lenzuola fresche, il corpo di quella donna steso accanto al suo.
«... seduti per favore!» fu la voce acuta e un po’ effemminata dello steward col pizzetto a riportarlo alla realtà. A riportare invece la situazione sui binari del vivere civile, fu l’aereo che si mosse e ricominciò a fare la retromarcia. Il vicequestore si mise seduto, tutti i passeggeri si piazzarono pronti al decollo mentre le hostess continuavano a cercare di convincere la vicina di Rocco che non voleva saperne di tornare al suo posto. Alla fine si arresero. Allargando le braccia, tutti e quattro gli assistenti di volo tornarono chi in coda chi in testa al velivolo.
Sembrava ristabilita la calma. L’aereo aveva finito la sua retromarcia e ora puntava lentamente verso le piste. Solo il rumore dei motori al minimo e il fischio dell’aria condizionata. Qualcuno dell’equipaggio ebbe l’idea di calmare l’atmosfera mettendo una musichetta. Rocco riconobbe una versione da aeroporto di What the world needs now di Bacarach. Cercò di rilassarsi e di pensare alla Provenza. Aveva preso il primo albergo a Saint-Rémy, tre giorni, poi si sarebbe spostato ad Arles e infine dritto per Saint-Paul-de-Vence.
Da solo. Ne valeva davvero la pena? Aveva un senso per lui questo viaggio? Forse sarebbe stato meglio andare a Stintino con Seba, oppure con Brizio e Furio al Circeo. Almeno la notte non sarebbe stato un buco nero. Una zona di non ritorno che neanche il sole pallido dell’alba avrebbe rischiarato. Era stufo di riempire quello spazio con incontri casuali, senza senso, senza spessore e senza vita. Ebbe un brivido a pensare alle notti che avrebbe passato ad Aosta. In una casa sconosciuta, in un posto sconosciuto con quelle temperature micidiali.
A che ora farà notte d’inverno ad Aosta? si chiese. Alle tre di pomeriggio? Prima?
L’aereo si fermò per la quarta volta. A fare un calcolo azzardato, aveva percorso sì e no un centinaio di metri e l’ora del decollo era passata da più di mezz’ora. La musichetta si acquietò per lasciare spazio alla voce del comandante. «Signore e signori benvenuti a bordo del volo KK 243 per Marsiglia Provenza, io sono Carlo Cencetti e sono il vostro comandante. Fra poco decolleremo... ci scusiamo del ritardo dovuto a...». Il comandante fece una pausa. «... a cause tecniche. Prevediamo l’arrivo per le 12 e 35, speriamo di recuperare qualcosa durante il volo... dopo il decollo...» e si zittì.
Dopo il decollo? Non disse più niente. Ripresero a sparare aria condizionata al massimo. Ripartì la musichetta. Una versione orchestrata di Let it be.
L’aereo sembrava si fosse inchiodato sulla pista. Le hostess e lo stewart erano spariti, rintanati dietro le tendine alla testa e alla coda dell’aereo, i passeggeri muti aspettavano che il bolide muovesse verso la pista, aumentasse i giri del motore, corresse come un cavallo imbizzarrito per poi prendere il volo verso Marsiglia.
Invece niente. Passarono più di dieci minuti di attesa. Poi una voce dalla coda del velivolo si alzò. Roca, romana, scoglionata. «Ao’, e ’nnamo un po’! Io per Natale ci ho da fa’!».
Più dei tre quarti dei passeggeri scoppiò a ridere. Rocco compreso. Poi l’aereo riprese la sua lenta marcia. Rocco si allungò verso il finestrino. E notò che la punta dell’aereo virava decisamente verso l’aeroporto, come se volesse tornare nel parcheggio. Infatti, neanche cinque minuti dopo, il volo KK 243 per Marsiglia Provenza era fermo a poche centinaia di metri dai gate.
«Che succede?» disse Rocco a mezza voce. Quando i motori addirittura si spensero, qualcuno si alzò in piedi. «Che è? Che succede? Ma si può sapere...» risuonavano le voci dei passeggeri. Rocco si slacciò la cintura di sicurezza. In quel momento dalla radio emerse come un fantasma la voce dello steward: «Signore e signori ci scusiamo...».
Di che? si chiese Rocco. La voce riprese: «... ci scusiamo dell’inconveniente. Sono Michele Mambri, il capocabina. Purtroppo per cause non dipendenti dalla nostra volontà, dobbiamo ritardare il volo di circa... di circa mezz’ora...».
Si alzò un boato. «Mezz’ora!». «Ma siamo impazziti?». «Ma che vi dice il cervello?».
Rocco era in piedi in mezzo al corridoio. Gli altri passeggeri lo guardavano. Nei loro occhi il vicequestore lesse chiara l’autorizzazione a farsi portavoce di tutti. Si diresse verso la testa dell’aereo mentre la voce del capocabina continuava a spiegare: «... purtroppo cause tecniche e indisponibilità della pista a Marsiglia ci costringono a questa attesa... ora gli assistenti di volo passeranno per un rinfresco e...». Rocco scostò la tenda con un gesto secco della mano e trovò lo steward in piedi che parlava dentro il microfono. Gli occhi del vicequestore puntuti come spilli strozzarono le parole in gola al capocabina. «Dica...».
«Che vuol dire mezz’ora? Perché siamo tornati al parcheggio?».
«La prego, torni al suo posto e...».
«Voglio sapere che succede! Ora! Mi faccia parlare con il comandante».
«È impegnato alla radio».
«Allora mi dia una spiegazione, motivata, e la dica ad alta voce nel microfono. A tutti!» insistette Rocco. Lo steward guardò la collega riccia che si mordeva le labbra. «Ci sono problemi a Marsiglia» disse con un filo di voce.
«Quali?».
«Non lo sappiamo ancora. Il comandante sta cercando di capire. Pare ci siano delle piste in gestione».
Rocco rifletté sul senso di quelle parole per almeno cinque secondi. Poi esplose: «Ma che vuol dire? In gestione? E che è, un negozio?».
Intanto tre passeggeri delle prime file si erano alzati e facevano capoccetta dietro le spalle del vicequestore.
«Be’, significa che forse un aereo ha perso carburante, oppure c’è congestione del traffico. Oppure...».
«Oppure lei ci sta dicendo solo cazzate!» fece una voce alle spalle di Rocco.
«Vi prego, per favore, tornate seduti. In meno di mezz’ora decolleremo. Vi do la mia assicurazione».
Rocco si passò una mano nei capelli, poi si girò per tornare al suo posto facendosi largo fra i curiosi che s’erano assiepati nel corridoio. I passeggeri rimasti seduti invece lo osservarono dalle poltrone con l’aria un po’ spaventata. Un uomo con gli occhiali lo fermò: «Ma che succede?».
«Non si capisce. Un ritardo... pare ci siano problemi a Marsiglia».
Quello con gli occhiali sbuffò recuperando l’italica pazienza di fronte ai soprusi mentre il vicequestore se ne tornò al suo posto. Si sedette senza agganciare la cintura di sicurezza, tanto di partire non se ne parlava proprio.
Ma in testa all’aereo la ribellione bolliva. Gli altri passeggeri continuavano a protestare con lo steward e la hostess. C’era bisogno di un intervento superiore, delle parole di un leader che placasse gli animi. E improvvisamente dall’interfono affiorò la voce del comandante: «Signore e signori, sono il comandante. Vi spiego che succede...». Tutti si zittirono e si misero a guardare il soffitto dell’aereo. «... purtroppo a Marsiglia Provenza c’è un problema sulla pista 1 e sulla 3. Questo ci costringe ad attendere il segnale di partenza per... per almeno una mezz’ora. Mi rendo conto che è un inconveniente... fastidioso, ma vi prego di ritornare ai vostri posti». Le parole del comandante ebbero un effetto taumaturgico sui rivoltosi che come morti viventi tornarono mogi alle loro poltrone. «... fra pochi minuti gli assistenti di volo cercheranno di rendere più piacevole questa attesa...».
Rocco sorrise. Si immaginò l’assistente di volo con gli occhi greci prendere posto accanto a lui. In quel caso su quell’aereo avrebbe aspettato anche una settimana che la pista di Marsiglia Provenza si liberasse. Invece preparò lo stomaco alla ciofeca che stava per arrivare nei bricchi di peltro.
E puntuale il carrellino con le bevande cominciò il primo giro. L’odore di caffè e il rumore della carta dei biscotti s’impossessò della cabina. Rocco si limitò ad un bicchiere d’acqua.
La hostess riccia tornò dalla vicina di Rocco. Evidentemente la convinse perché la fece alzare e accomodare in coda all’aereo. Poi non accadde più nulla e la mezz’ora passò lenta e ottusa sotto lo sbocco sferzante dell’aria condizionata e la misteriosa orchestrina che sventrava canzoni come maiali al macello.
All’improvviso si aprì il portellone dell’aereo. Insieme a una folata di aria calda e stagnante entrarono due uomini. Quello che camminava davanti sulla cinquantina, cicciottello, pochi capelli, in giacca e cravatta, aveva lo sguardo di chi la sa lunga e non ha tempo da perdere. Della coppia il capo era lui. Era seguito da uno più giovane, sulla trentina, che portava una borsa di pelle nera e un vestito un po’ liso. Sui rever della giacca aveva una spolverata di granellini bianchi. Pareva una cascata di forfora, ma più probabilmente era zucchero. I due nuovi entrati attraversarono l’aereo e si andarono a sedere nei posti vuoti, quelli vietati che già Rocco e la sua vicina avevano adocchiato. Una hostess parlava al cicciottello sottovoce, quello annuiva senza sorridere.
A quel punto i motori dell’aereo si riaccesero.
Non quadrava. Non quadrava per niente.
Rocco guardò i nuovi arrivati, poi si alzò. Subito una hostess lo raggiunse, ma Rocco la scansò gentilmente. Cento occhi erano puntati sul vicequestore.
«Posso sapere chi siete?» chiese gentilmente Rocco ai due. Il cicciottello lo squadrò sprezzante: «Posso sapere chi è lei?».
«Vicequestore Rocco Schiavone. E lei?».
L’ometto sorrise: «Marco Giacomazzi». Poi per zittire quell’insolente snocciolò il suo curriculum. «Deputato della camera e sottosegretario alle politiche industriali. Cos’è, sono in arresto?» e si fece una risata, insieme al suo accompagnatore che intanto si puliva i granelli di zucchero dal vestito.
«No, assolutamente. Solo, vede? Noi dovevamo decollare più di un’ora fa, e invece abbiamo aspettato. Pare per degli inconvenienti a Marsiglia».
«Mi dispiace. Ma io che ci posso fare?».
Ora l’attenzione dell’aereo era tutta sui posti 11 C e D, quelli occupati dal sottosegretario e dal suo portaborse.
«Lei niente, figuriamoci. Però io comincio a credere che ’sta storia di Marsiglia è una bugia. Ne conviene?».
Tutti gli assistenti di volo si stavano avvicinando guardinghi. Nonostante l’aria condizionata, la temperatura all’interno dell’aereo stava salendo.
«Guardi vicequestore, faccia una cosa. Si metta seduto e si goda il viaggio. Marsiglia è una bella città. È piena di belle donne, sa?» gli fece l’occhiolino e aprì il giornale. Considerava il dialogo chiuso lì. Rocco prese il quotidiano, lo sfilò dalle mani del sottosegretario, lo appallottolò e lo scagliò lontano.
«Ma che...?».
«Io la vedo così» riprese. «Lei era prenotato su questo volo, era in ritardo, e noi qui come dei coglioni ad aspettare i suoi comodi, rollando sulla pista inutilmente. Mi dica se sbaglio».
«Come si permette? Mi ridia il giornale. Io la denuncio, sa?».
«Si accomodi, lavoro per la polizia di Stato».
«Anche per me è come dice lui» intervenne il passeggero dagli occhi strani. «Siamo stati qui ad aspettare i suoi porci comodi per più di un’ora, non è così?».
«Perché non dice come stanno le cose?» fece una voce di donna.
«Sentite, io non so cosa vi siete messi in testa. Io sono arrivato all’aeroporto, il volo era ancora qui e l’ho preso!» si giustificava Giacomazzi. «Sto andando a lavorare per gli interessi del paese agli incontri del Mediterraneo. Ora se permettete...».
L’aereo fece uno scossone e si mosse, i passeggeri in piedi erano più di una ventina. Inutilmente le hostess cercavano di farli tornare seduti.
«Cazzate!» urlò una voce.
«Vede, dottor Giacomazzi» riprese calmo Rocco, «io la penso diversamente. Lei era prenotato su questo volo, tanto è vero che i suoi posti sono lì, liberi, nonostante io e Hannibal Lecter, che ora è in coda, avessimo chiesto di poterne occupare uno. E sono sicuro che se andiamo a guardare la carta passeggeri il suo nome e quello del suo leccaculo spunterebbero in mezzo agli altri. Mi dica se sbaglio».
«Per favore tornate seduti che stiamo preparando il decollo».
Rocco si girò verso la hostess riccia guardandola dritto negli occhi. «Taccia!». Quella spaventata si azzittì.
«Io non devo rendere conto a lei né a nessun altro di nulla. Ora se ne vada, a meno che non abbia voglia di passare un guaio!» il sottosegretario era passato alle minacce.
E aveva sbagliato.
Rocco lo afferrò per la cravatta, lo fece alzare in piedi e lo trascinò nel corridoio, fra le urla e lo spavento degli altri passeggeri.
«Mi lasci. Come si permette? Guido... Guido!» urlava il sottosegretario. Guido il portaborse si alzò, ma la cintura lo inchiodò al sedile. Rocco intanto non mollava la presa. Attraversò l’aereo fra gli sguardi compiaciuti dei passeggeri trascinandosi l’ometto come un trolley. Arrivato in testa all’aereo, con sua sorpresa, trovò il comandante appena uscito dalla cabina di pilotaggio. Era un uomo alto e biondo con un naso a pinna di squalo. «Che sta succedendo?».
Rocco non rispose. Afferrò l’interfono, una specie di citofono, lo sbatté in mano al sottosegretario e guardandolo duro negli occhi disse: «Ora lei prende in mano questo coso, e si scusa con tutti i passeggeri spiegando loro il vero motivo del nostro ritardo!».
«Senta, sono il comandante e...».
«Lei stia zitto!» fece il vicequestore. Poi tornò ad occuparsi del politico. «Dica nome, cognome, e chieda scusa a questa gente che è qui che l’aspetta da più di un’ora. Avanti!».
«Io non...».
«Lei invece lo fa. Forza!».
Il sottosegretario si avvicinò al microfono. Mentre i passeggeri s’erano ammucchiati per vedere cosa stesse succedendo, il comandante e il suo vice osservavano tesi la scena. Guido cercava di farsi strada senza riuscire a raggiungere il suo datore di lavoro.
«Sssa... ssa prova microfono...» fece il sottosegretario.
«Guardi che non sta a un concerto» fece Rocco.
«Buongiorno a tutti. Sono Marco Giacomazzi... sottosegretario alle politiche industriali...».
«E chissenefrega!» fece una voce anonima di un passeggero.
«Vi prego di scusarmi. Il ritardo del volo è colpa mia. Purtroppo impegni di governo mi hanno bloccato al ministero...».
«Meno cazzate. Dica la verità» fece sottovoce Rocco.
«È la verità!».
Il vicequestore passò un dito sotto la guancia del politico. «Il sangue della barba di stamattina ancora non s’è coagulato. Dica la verità!».
Il sottosegretario riprese il microfono. «Purtroppo ho avuto un contrattempo...».
«S’è svegliato tardi» suggerì Rocco.
«Mi sono... svegliato un po’ tardi...».
«Va meglio».
«... e non potevo perdere l’aereo. Impegni di governo...».
«Non ricominci con le cazzate. Non poteva perderlo perché?».
«Perché?».
«Me lo dica lei».
«Perché alle 14 ho una riunione».
«Quindi...».
«Dovevo prenderlo assolutamente».
Tutti i passeggeri s’erano zittiti, ad ascoltare quel curioso dialogo amplificato dalle casse dell’interfono. Qualcuno ridacchiava, qualcun altro sgranava gli occhi. L’unico a non avere reazioni era il ciccione con i sandali che continuava a dormire insieme alla fidanzata. La vicina di Rocco in fondo all’aereo era tutta presa nell’aprire e chiudere il tavolino di plastica.
«... allora cosa ha fatto? Ha telefonato?» continuava Rocco.
«Sì. Ho chiamato la compagnia aerea e ho chiesto...».
«Chiesto?» fece Rocco dubbioso.
«Sì. Chiesto». Il deputato cominciava a sudare. Il muso s’era imperlato. Veloce come un rettile si passò la lingua per asciugarsi.
«Lei lo ha chiesto oppure intimato?». Ormai il vicequestore era entrato in fase interrogatorio, e la deformazione professionale gli impediva di lasciar cadere lì la cosa. Non era più su un aereo, era nella stanza della questura, all’Eur, di fronte a un mentecatto da inchiodare.
«No, guardi, ho chiesto gentilmente se potevano...».
«Dica la verità. Lei non l’ha chiesto, ha intimato alla compagnia aerea di ritardare il volo».
«Un po’...».
Rocco annuì. «Vada avanti».
«E così mi sono precipitato in aeroporto per prendere l’aereo».
Il vicequestore scosse la testa. «Io e lei avevamo fatto un patto, ricorda? Meno cazzate».
«È così!» protestò Giacomazzi. «Le sto dicendo la verità! Io e Guido ci siamo precipitati qui a prendere l’aereo».
«Precipitati. E allora perché il suo leccaculo ha lo zucchero sui rever della giacca?».
Giacomazzi fece una smorfia. «Non... non lo so... Guido?» gridò voltandosi verso il corridoio dell’aereo, «perché hai lo zucchero sulla giacca?».
«Lo dico io? Perché vi siete presi tutto il tempo per fare colazione e poi salire a bordo dell’aereo». Marco Giacomazzi annuì. Rocco buttò un’occhiata alle spalle del sottosegretario. «Com’era la ciambella, Guido?» urlò.
«No, era una bomba... alla crema» rispose la voce fievole del portaborse.
Il vicequestore tirò un fiato e riprese: «Allora ricominciamo. Ripeta con me. Nel microfono. Ho fatto tardi e...».
Il deputato si avvicinò e lentamente ripeté: «Ho fatto tardi e...».
«E nonostante tutto mi sono fermato a fare colazione...».
«E nonostante tutto mi sono fermato a fare colazione...».
Furono le ultime parole dette all’interfono. Poi si scatenò l’inferno.
«Basta» gridò qualcuno. «Ora basta!». Una ventina di passeggeri si scagliarono sul sottosegretario. Mani artigliate cercavano di ghermirlo. Volò uno sganassone che colpì Guido il leccaculo facendogli uscire il sangue dal naso. «Arrghh!» urlò il poveretto e finì a terra dimenticato come uno straccio. Ma nei cuori dei passeggeri non c’era più spazio per la pietà. Le hostess urlavano, un paio di bambini piangevano. Rocco afferrò il sottosegretario e facendo scudo con il suo corpo, con un movimento rapido lo portò dentro la cabina di pilotaggio. Entrò insieme al comandante e chiuse la porta. Il secondo pilota, ancora seduto al suo posto, si voltò spaventato.
«Non si può aprire da fuori, vero?» chiese Rocco al comandante.
«No» rispose Carlo Cencetti, «posso farlo solo io col codice dall’interno».
Intanto pugni e calci cercavano di sfondare la porta del cockpit.
«Chiami la polizia dell’aeroporto» ordinò Rocco. Il comandante scattò e cominciò ad armeggiare con dei tasti misteriosi.
«Mi dispiace» fece il vicequestore al sottosegretario, «credo di aver esagerato».
L’uomo, in preda al panico, guardava ora il poliziotto ora la porta della cabina temendo che quella potesse cedere da un momento all’altro e far entrare l’orda assassina. «Non... non si preoccupi... solo, per favore, mi tiri fuori di qui!».
«La polizia sta arrivando» comunicò il comandante.
Da fuori le urla aumentavano. «Fatelo uscire! Fatelo uscire!».
«Questi mi ammazzano» piagnucolava il deputato. Rocco gli mise una mano sulla spalla. «Aspetti, aspetti qui e non si muova» fece Rocco. «Comandante, mi apra».
«Ma...».
«Niente ma. Ho detto mi apra».
Il comandante premette dei tasti sulla consolle. «Deve solo spingere».
«Ma è sicuro? Guardi che...».
«Tranquillo...» fece Rocco. «È lei che vogliono, non me. Risolviamo questa cosa. Lei stia indietro, Giacomazzi».
Rocco fu rapidissimo. Aprì la porta e se la richiuse alle spalle impedendo a chiunque di entrare nel cockpit. Il sottosegretario si asciugò il sudore. «Io lo denuncio a quel pezzo di merda». Il comandante scosse la testa. «Lei ringrazi Dio se esce vivo da questa cosa. E, detto fra noi, io la detesto con tutto me stesso».
Appena fuori dalla cabina Rocco guardò i passeggeri negli occhi. I capi della rivolta erano quello dagli occhi strani e il suo amico. «Per favore. Per favore, ascoltatemi. Non lo fate, non lo fate».
«Lei è stato bravo, ora però si tolga...».
«E che volete fare? Ucciderlo?».
Improvvisamente si zittirono. «Volete uccidere un coglione che ha fatto fare un’ora di ritardo all’aereo? Vi ha chiesto scusa, ha capito e...».
«L’ha fatto perché lei l’ha costretto» urlò una donna.
«Sì, ma l’ha fatto. Ora basta. Se non mi fossi alzato, se non l’avessi costretto, come dice lei, voi sareste restati comodi sulle poltrone in attesa del decollo. Cazzo, che diritto avete ora di fare i giacobini? Mettetevi comodi, prendete posto e lasciate che ’st’aereo decolli».
«Dobbiamo continuare ad abbozzare?» chiese quello con gli occhi strani.
«Perché? Fino ad oggi che cosa avete fatto? L’abbiamo umiliato, s’è scusato, ora basta».
«Lei l’ha preso per il collo, l’ha quasi picchiato e ora ci viene a fare la morale?».
«Sì» rispose tranquillo il vicequestore. «E vi dico anche perché. Perché quello che faccio io, lo faccio per me, e mi prendo le responsabilità delle mie azioni. Non l’ho fatto per sobillare voi, non l’ho fatto per un senso di giustizia. L’ho fatto perché odio essere preso per il culo. Tutto qui. Ora sono soddisfatto e pronto a partire per Marsiglia. E poteva essere un politico, un medico, un calciatore o un portantino. È l’uomo che mi fa arrabbiare, non il vestito. Chiaro?».
«Ha ragione» disse la ex vicina di Rocco, che s’era unita al gruppo di protesta. «Mica è un nuovo ’89... ha sbagliato, l’abbiamo castigato e ora basta. E che sarà mai?».
«È l’arroganza dei politici che non mi va più giù. Destra, sinistra, tutti uguali. Ritardano gli aerei e pure il paese! E io non ne posso più» disse quello con gli occhiali.
La ex vicina di Rocco lo affrontò decisa, guardandolo negli occhi. «E allora faccia cose concrete, non discorsi da bar. E soprattutto non tiri su forche e linciaggi per questa gente. È troppo facile e di pessimo gusto. Vi saluto» e a passi ampi se ne tornò al suo posto.
«Brava!» urlò una donna. «Brava!» e fece partire un applauso al quale si unì mezzo aereo che accompagnò con ovazioni e fischi la vicina di Rocco fino al suo posto. Appena seduta, festeggiò la riuscita dell’intervento accendendo per quattro volte la luce di cortesia. L’uomo con gli occhiali avrebbe voluto risponderle, ma fu un gesto deciso di Rocco ad impedirglielo. «Ascolti me, lasci stare Hannibal. Non siamo in grado di prevedere le sue reazioni». L’uomo annuì e tornò a sedersi insieme ai rivoltosi. Chi bofonchiando, chi mormorando parole strappate. Qualcuno sembrò risvegliarsi da un sogno a occhi aperti, imbarazzato di trovarsi lì e vergognandosi di quello che aveva pensato di fare. Solo Rocco rimase in piedi fino a che l’ultimo dei passeggeri si sedette. E in quel momento arrivarono due agenti di polizia direttamente dalla scaletta che le autorità aeroportuali avevano fatto riagganciare al velivolo. Rocco tirò fuori il tesserino: «Vicequestore Schiavone... è tutto a posto».
I due agenti sorrisero. La porta della cabina di pilotaggio si aprì e ne uscì Marco Giacomazzi. S’era rassettato ma aveva perso la sua aria di superiorità e soprattutto il sorrisetto che portava come un paio di baffi era sparito dalla faccia. Guardò il vicequestore, poi i due agenti.
«Scortate il signore al suo posto insieme a quell’altro» e indicò Guido il leccaculo che s’era rintanato in un angolo con un po’ di sangue che ancora colava dalla narice di destra. Gli agenti obbedirono. E Marco Giacomazzi, teso come una corda del bucato, percorse il corridoio sotto gli occhi minacciosi di tutti. Mentre lo seguiva, a Rocco venne in mente un vecchio film dove un soldato americano catturato dagli apache era costretto ad attraversare tutto il villaggio sotto gli occhi assassini dei pellerossa. Arrivato al suo posto, il 9 B, il vicequestore aprì la cappelliera e prese il suo zainetto. Poi si girò verso il sottosegretario. «Le auguro buon viaggio» gli disse. Quello sorrise appena e si immerse nella lettura della rivista di bordo. Poi Rocco andò dalla sua vicina in coda all’aereo. Aveva ripreso a smanettare con il tavolinetto. «Auguro buon viaggio anche a lei».
«Perché? Lei non viene?».
Rocco le sorrise: «No. Per oggi è sufficiente». E a passo veloce tornò alla testa dell’aereo raggiungendo i due agenti. «Aspettate. Vengo con voi!». Quelli gli sorrisero. Schiavone strinse la mano al comandante. Era dura ed asciutta: «Comandante, faccia buon viaggio».
«Non viene a Marsiglia?».
«E che ci vado a fare? Mi stia bene».
E detto questo il vicequestore uscì dall’aereo insieme ai poliziotti.
L’aria calda e soffocante del luglio romano lo strozzò mentre i boati dei motori riempivano l’aria ferma e bollente. «Che fa, dotto’?» chiese uno degli agenti. «Vuole un passaggio fino all’uscita?».
«Sì, grazie. Portatemi al parcheggio. Madonna che caldo».
«Eh già» disse l’altro.
Sull’auto di servizio la temperatura era ancora insopportabile. «Ma non l’avete l’aria condizionata?» chiese il vicequestore.
«Dotto’, ringraziamo che c’è la benzina» rispose quello che guidava. Rocco aprì il finestrino, ma anche quando l’auto partì lasciando il Boeing al suo destino, l’aria rimaneva appiccicosa e stagnante.
Ritrovò un po’ di serenità solo a bordo della sua Volvo sparando l’aria condizionata al massimo. Accese la radio che teneva fissa sempre sulla stessa stazione. Una radio che mandava solo classici del pop e del rock. Bette Midler stava cantando un successo dei Beatles. There are places I remember... Si accese una sigaretta e ingranò la prima.
«E allora? Non ci vai più?» gli chiese Marina.
«No. Non vado più».
«E dove passi queste vacanze?».
«Boh... andrò al Circeo da Furio».
«E gli appuntamenti delle case?».
«Tanto mica se ne vanno, quelle...».
Alzò il volume della radio. La voce calda e perfetta di Bette Midler cantava Some are dead and some are living in my life, I’ve loved them all... Il grande raccordo anulare era lì pronto ad abbracciarlo insieme ad un altro milione di macchine.
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