senza fermate intermedie (it)
Grazie a Dario B. che di treni ne sa…
«Allora che fa, Schiavone?» il questore lo sorprese alle spalle. Rocco si voltò con il bicchierino di plastica ancora pieno a metà. «Mi prendo un caffè!».
«Non fraintenda», Costa infilò la pennetta nel distributore, «mi riferisco a giovedì» e spinse il pulsante. Schiavone prese tempo sorseggiando la ciofeca amarognola dal colore paludoso. «E non lo so. Giovedì?» non ricordava minimamente cosa sarebbe accaduto giovedì di così importante.
«Eh sì, giovedì» insistette il questore osservando il suo bicchierino che si stava riempiendo di quella sostanza giallastra che la macchinetta si ostinava a chiamare cappuccino, ma che al cappuccino somigliava come un trattore a una Ferrari.
«Giovedì, giovedì, giovedì…».
«Schiavone!» sbuffò il superiore. «Giovedì c’è l’inco…?» e lo guardò intensamente, aspettandosi che il vicequestore proseguisse, ora che l’aveva instradato.
«C’è l’incontro…?».
Costa annuiva. «Ottimo, Schiavone. Perché c’è l’incontro per la fe…».
«Per la fede?» azzardò Rocco.
«Ma quale fede e fede! Comunicare con lei mi debilita».
«Dottor Costa, le confesso che non ho la più pallida idea di cosa mi stia parlando».
«La festa del centosessantunesimo anno dalla fondazione della polizia di stato!».
«Ammazza, sò già passati 161 anni? Come vola il tempo, dottore».
Costa non apprezzò. Tolse la bevanda ormai pronta dal distributore. «E la celebriamo come sempre in questura. Ho fatto girare la circolare, lei non legge le circolari?».
«Sempre, dottore».
«Ma ha memoria corta».
«Purtroppo la mia memoria è ottima, dottor Costa».
«Daremo anche un premio ai poliziotti che si sono distinti durante l’anno».
Rocco accartocciò il suo bicchierino di plastica e lo gettò nel secchio. «La prego, non mi dica che…».
«No, tranquillo, lei non è nella lista. Ci mancherebbe» e sorrise a bocca chiusa. «Però deve partecipare. Ci sono i giornalai, le autorità, procura, regione eccetera eccetera. Ah, e quest’anno ho incaricato il viceispettore Rispoli di preparare anche un rinfresco. Che non si dica che abbiamo il braccino corto».
«Ottimo, dottore. Ora se permette torno al lavoro».
«Vada, vada» finalmente sorseggiò il cappuccino. Una smorfia di disgusto si dipinse sul volto abbronzato del questore. «Schiavone, lei crede che ci siano i termini per una denuncia ai gestori di questa macchinetta per tentato omicidio? Questo è veleno!».
«Credo proprio di sì» e sorridendo Rocco si avviò verso la sua stanza.
Appena entrato si fiondò alla scrivania, tanto che Lupa si risvegliò dalla pennichella e abbaiò due volte.
«Niente, Lupa, qui bisogna cercare… dov’è? Dov’è?» cominciò a scartabellare fra fogli di carta e la posta lasciata lì da giorni. Lettere della banca, un paio di bollette, la famosa circolare del questore che appallottolò e gettò a Lupa. «Dove l’ho messa? Sono sicuro che era qui. L’ho ricevuta l’altro ieri!». Altri fogli misteriosi, appunti presi con una grafia da medico condotto. Niente, non trovava niente. Aprì un cassetto. Agende, post it da riempire, penne e pennarelli. «Giuro che era qui! Chi tocca le mie cose?» urlò, sapendo perfettamente che nessuno, neanche le donne delle pulizie, osavano sfiorare quella scrivania. Poi la vide. La lettera da Roma. Sorridendo e con gli occhi illuminati la alzò verso il soffitto, come fosse il Graal. L’ossigeno tornava nei polmoni. «Eccola!».
Era la convocazione che aveva ricevuto una settimana prima dal condominio di via Poerio, Monteverde Vecchio, Roma, casa sua. Veniva indetta una importantissima riunione per il rifacimento della facciata storica del palazzo. Giorni prima, appena l’aveva letta, aveva imprecato. C’erano i preventivi, il nulla osta delle belle arti. A lui che di millesimi condominiali ne aveva una barca spettava la cifra più onerosa: 50.000 euro da pagare in due comode rate. La riunione in seconda convocazione era proprio per giovedì! Lo ricordava bene. Non aveva intenzione di parteciparvi, una riunione condominiale si stanziava all’ottavo grado della scala delle rotture di coglioni. Ma rispetto a una festa della polizia in questura, nono grado pieno con una tendenza al nove e mezzo, l’assemblea condominiale era una passeggiata. E poi una spesa così esagerata richiedeva la sua presenza. Avrebbe dovuto affrontare i coniugi Salmassi, le mummie sorde del secondo piano di cui nessuno conosceva l’età, anche se Ines la portiera raccontava di aver visto una volta una foto del marito in camicia di orbace e fez in testa. E anche la famigliola De Luca, del primo piano. Una coppia di idioti che avevano anche avuto il pessimo gusto di figliare mettendo al mondo altri due idioti di 9 e 11 anni. E poi c’era la vedova Ardenzi. Una donna cattiva, con gli occhi di serpente e i capelli verdognoli, l’oro al collo e l’acido nelle vene. Senza pensare a Guido, un ex infermiere che aveva accudito il vecchio che abitava all’interno 18. Quello poi era morto e Guido, detto il merda, era riuscito a farsi intestare la casa rubando documenti e brigando al comune. Rocco s’era ripromesso tante volte di andare in fondo alla faccenda perché Guido detto il merda gli era parecchio antipatico e il fatto che con un sotterfugio si fosse preso gratis una casa da 600.000 euro lo mandava in bestia. Guardò la lettera di convocazione. Strinse fra le mani la sua salvezza. Il questore avrebbe capito.
«50.000 euro, dottore, le pare che posso assentarmi?».
Costa leggeva il foglio e scuoteva la testa. «E non può delegare l’amministratore di condominio?».
«Ma è pazzo? Lo sa come funzionano ’ste cose? Sono loro i primi a mangiarci. Chiamano la ditta amica e prendono la stecca. Almeno a Roma spesso le cose vanno così».
Il questore restituì il foglio. «È un falso che ha appena prodotto lei o devo crederle?».
«Dottore, lei si fida molto poco di me».
«E faccio male?».
«Malissimo. Cosa crede, che è divertente prendere il treno, andare a Roma, partecipare a una riunione condominiale, no dico, ri-u-nio-ne con-do-miniale e poi tornare al lavoro? Me lo dica lei!».
«Per carità, io ci mandavo mia moglie» e il viso di Costa si rannuvolò. Pensava a sua moglie fuggita con un cronista de «La Stampa», ora giornalista anche lei. Un tradimento che il dirigente non aveva mai mandato giù. «Ma come lei saprà» riprese dopo una tirata di naso, «mia moglie non c’è e allora tocca a me. No, partecipare a una riunione condominiale è terribile. Ecco perché la prossima casa che prendo sarà un villino. Almeno il condominio sarò solo io!».
«Quindi tutti d’amore e d’accordo, no?» scherzò Rocco.
«Mica è detto, Schiavone. Spesso mi contraddico. Lei non si contraddice mai?».
«Sono una contraddizione vivente».
«Bene» e Costa allungò la mano, «vada a Roma e ci vediamo quando torna. In bocca al lupo!».
«Buona festa, dottore». Rocco gliela strinse e uscì dalla stanza con l’animo sollevato.
E con lo stesso animo sollevato se ne stava seduto al bar di Ettore nella piazza centrale a prendere un caffè degno di quel nome. Quando non aveva niente da fare, osservava il viavai della gente. Gli piaceva guardare le persone, com’erano vestite, il modo di camminare, vizi di postura, incertezze e soprattutto lo sguardo. C’era chi lo teneva a terra, chi perso col naso all’insù guardando il cielo, chi invece lo nascondeva dietro gli occhiali da sole. Si immaginava la vita e il carattere di quegli estranei provando a indovinare con la sola osservazione di un passo o di un’occhiata. Supponeva timidezze, arroganze, incertezze, di ognuno ipotizzava la vita, i sogni, le difficoltà e le speranze. Chi parlava con la mano davanti al cellulare, chi invece a piena voce fregandosene che gli altri ascoltassero i suoi fatti privati. Chi gettava occhiate furtive, chi sembrava avesse paura di schiacciare delle uova disseminate sul marciapiede, chi era orgoglioso del suo cane, chi del suo didietro o delle labbra fresche di sala operatoria. Poi lontano vide una figura familiare. Camminava a testa in giù, ad ampie falcate, immerso nei suoi pensieri. Ogni tanto si passava la mano fra i capelli aggiustandosi il ciuffo. Aveva i pantaloni a quadretti, la giacca a righe e una camicia rosa. Non c’era bisogno di aspettare che alzasse il viso per riconoscerlo. La foggia e la leggera zoppia alla gamba destra e le scarpe slacciate non potevano che appartenere ad Alberto Fumagalli, l’anatomopatologo livornese, che avanzava tenendo una linea dritta che idealmente avrebbe tagliato in due la piazza. Avrebbe, perché a una decina di metri quella retta immaginaria del percorso del medico incocciava con il secondo lampione della piazza. Pochi secondi e ci sarebbe stato l’impatto. Fumagalli guardava fisso in terra, il palo del lampione era sempre più vicino. Rocco si girò verso il suo vicino di tavolino: «Dieci euro che lo prende in pieno». Quello lo guardò senza capire. E invece Alberto con un’abile e improvvisa veronica evitò l’ostacolo e riprese a camminare nella direzione prestabilita. «Sbagliato» fece Rocco finendo il caffè. «Se c’era Sebastiano m’ero giocato dieci euro…». Alberto alzò lo sguardo. Riconobbe Schiavone ma non sorrise. Deciso, deviò dal suo binario invisibile per avvicinarsi al tavolo. «Lo stipendio a fine mese lo vai a prendere col passamontagna?».
«Situazione tranquilla» rispose Rocco allargando le braccia. «Te invece? Prima volta che ti vedo in giro e non in obitorio».
«Situazione tranquilla. Talmente tranquilla che mi sono preso le ferie» alzò una mano, «tre giorni. Vuoi sapere dove vado?».
«No».
«Te lo dico uguale. Nella tua città. C’è una mostra di Cézanne parecchio interessante e un concerto… ma questo non è roba per te, non ci arrivi, è musica colta».
«Mi sottovaluti».
«Ah sì?» si sedette al tavolino e guardò il vicequestore negli occhi. «Allora due composizioni di Gervasoni e una di Boccadoro».
Rocco lo guardò in silenzio. «No, non ci arrivo».
«T’ho detto! Vatti a sentire gli Spandau Ballet e non metterti in cose più grandi di te».
«Sei rimasto indietro, gli Spandau non esistono da anni. Anche io vado a Roma. Scendo mercoledì».
«Io pure. Torino-Milano-Roma Frecciarossa?».
«Esatto».
«Mica vorrai prendere il posto accanto al mio?».
«Tranquillo, vado in prima classe, non metterti in cose più grandi di te».
«Ah» Fumagalli fece una smorfia. «Mi vai in prima».
«Certo. In seconda parlano tutti al cellulare ad alta voce, scendi stanco e rincoglionito. Vado a una riunione condominiale, la prima classe è d’obbligo».
«Allora ci si vede sul treno?».
«Se proprio dobbiamo».
L’anatomopatologo si alzò. «La prossima volta fa’ almeno il gesto di offrirmi un caffè» girò le spalle e si allontanò. «Mica ti porterai il cane» disse ammiccando a Lupa.
«Che dici Lupa, vuoi venire in treno o te ne stai da Caterina?».
Lupa scodinzolò felice. «Ricevuto».
La prima parte del viaggio in auto con Deruta dalla questura di Aosta a Torino Porta Nuova era stata devastante. L’agente aveva guidato in autostrada alla velocità di 90 chilometri all’ora e alla prima sigaretta di Rocco era stato aggredito da un attacco di tosse talmente violento che dovette cedere il volante al vicequestore. E finalmente la velocità di crociera aumentò di 40 chilometri orari. Salito sul treno però sembrava che la giornata avesse cambiato segno. Nel vagone erano solo in quattro. Rocco sapeva che c’era poco da sperare. A Milano sicuramente si sarebbero aggiunti altri passeggeri. Poi il treno avrebbe tirato dritto fino alla stazione di Roma Termini senza fermate intermedie. Il vicequestore si sedette. I sedili erano comodi e nella carrozza numero 2 regnava un silenzio piacevole e un odore di pulito. Evitò con accortezza il caffè del carrellino e provò a leggere le notizie sul cellulare, ma il wi-fi del treno, come spesso succedeva, non funzionava. Dovette appropriarsi di un quotidiano per scorrere qualche notizia, ma a parte questo fino a Milano filò tutto liscio. Lì come c’era da aspettarsi salirono un sacco di persone che riempirono quasi metà carrozza. Rocco si trovò a ritirare le gambe per non intrecciarle a quelle di un ragazzo pieno di piercing che cercava di sistemare la custodia di una chitarra sulla cappelliera. Accanto gli si sedette una donna con gli occhiali da sole che a giudicare dalla puzza di aglio che emanava, la sera prima doveva aver ingollato 18 bruschette. Rocco non poteva sostenere la puzza di aglio emanata dalla pelle. Non avrebbe resistito fino a Roma con quella accanto che, una volta preso posto, aveva tirato fuori un pacco enorme di riviste di moda e cominciato a sfogliarle umettandosi l’indice della mano destra a ogni pagina, cosa che a Rocco faceva schifo. Era un gesto che sua zia Annarella, aiuto pescivendola al mercato di piazza San Cosimato, eseguiva ieraticamente ogni volta che le capitava «Oggi» o «Gente» per le mani. Si sedeva con le spalle alla finestra e alzando le sopracciglia in tono altezzoso cominciava a sfogliare la rivista ciucciandosi il dito e fracicando il giornale. Muoveva la testa da destra a sinistra mentre girava la pagina. Guardava solo le figure, s’era fermata alla terza elementare e a malapena sapeva leggere il suo nome, però commentava con risolini sarcastici gli articoli. Le sue mani puzzavano perennemente di pesce. Quell’odore terribile di marcio tornava alle narici di Rocco ogni volta che qualcuno praticava il volta-pagina inumidito, e se alla puzza di pesce marcio si aggiungeva l’aglio della bruschetta l’effetto poteva essere devastante. Si sentì appestato, la camicia, i pantaloni, perfino i capelli contaminati da quel tanfo. «Mi scusi!». Si alzò in piedi e si scrostò dalla trappola olfattiva. Doveva andare al bagno a lavarsi almeno le mani, poi avrebbe rischiato un caffè alla carrozza bar e infine avvertito il controllore di trovargli un altro posto lontano dalla bruschettara.
Il bagno della carrozza 2 era fuori servizio. Rocco alzò gli occhi al cielo e proseguì verso la numero 5, quella del bar. Incontrò altre toilette, tutte in funzione ma occupate. Si annusò le mani. Sapeva che puzzavano di pesce o di aglio. E infatti. Con una smorfia di disgusto se le allontanò dal viso. Un addetto alle pulizie in tuta da lavoro e un secchio in mano gli cedette il passo. «Senta» gli disse il vicequestore, «il bagno della carrozza 2 è fuori servizio, e gli altri occupati».
«Che posso fare?».
«Ce l’ha un po’ di sapone?».
Quello lo guardò senza capire.
«Mi devo lavare le mani con urgenza!».
«Al prossimo vagone c’è il bagno».
«Sì, ma guardi» e Rocco gli indicò la lucina rossa accesa. «È occupato pure quello».
«Eh sì, è una cosa strana, appena il treno si muove tutti al bagno!» notò il ragazzo con una punta di tristezza. «E non le dico cosa ci tocca pulire… lasciamo perdere, va’!».
«Allora ce l’ha del sapone qui con lei?».
Quello alzò le spalle. «Veda un po’ se va bene questo. Lo uso io per disinfettarmi».
Gli allungò un flaconcino con dentro del gel trasparente. «Che è?». Rocco avvicinò il naso. Una smorfia di disgusto. «Sa di mela, schifo! Mela con aglio e pesce, è terribile! No, vabbè, lasci perdere» e continuò per la sua strada.
Sballonzolato dalla velocità del treno entrò finalmente nella carrozza bar. «Due caffè per favore. Uno lo bevo, l’altro mi dia solo la cialda».
L’addetto al bar lo guardò stranito. «E che ci deve fare?».
«Lei non si preoccupi. Lo pago. Mi dia la cialda!».
«Come vuole lei» fece quello alzando le spalle e consegnandogli un piccolo cilindro di plastica. Rocco lo afferrò e tolse la sicurezza di alluminio.
«Lo lecchi?» fece una voce alle sue spalle. Rocco neanche si voltò. «No, Albè, mi serve per un’altra cosa».
Fumagalli si mise ad osservarlo. Schiavone si rovesciò la polvere di caffè sulle mani, poi cominciò a sfregarle.
«Dio bono, tu non stai bene».
«Lascia perdere…». Finita l’operazione spolverò nel lavandino la polvere restante e infine si annusò le mani. «Ahhh! Sì, il caffè spazza tutto via! Senti che meraviglia!» provò ad avvicinare le mani al naso dell’anatomopatologo, ma quello si ritrasse. «Ma va’ via, va’… Mi fa un caffè pure a me?».
«Certo. Intanto il secondo caffè, dottore. Lo beve o ci si lava i denti?».
Rocco mise delle monete sul bancone. «A lei…».
«Ma che ha toccato?» gli chiese il barista del treno contando il resto.
«Sapevano di aglio» rispose Rocco. «Una cosa schifosa». Bevve il caffè. «Più o meno come ’sta ciofeca!». Il barman sorrise. «Non lo dica a me. Sono di Caserta e a fare il caffè con questo trabiccolo mi viene da piangere…».
«Come va il viaggio, Fumagà?».
«Male. Parlano tutti al cellulare e sono dietro ad un bambino che urla».
«Il bimbo che urla è un ottavo livello pieno. Ottavo livello. Una volta me ne capitò uno di tre anni in aereo. Gridava che sembrava lo stessero operando senza anestesia. Poi alla fine voleva solo il cavalluccio. Dico io, tu mamma, tu padre…».
«Ce l’hai con me?».
«È un modo di dire. Tu madre sai che quello vuole il cavalluccio? E dagli il cavalluccio e non spaccare le orecchie a mezzo boeing… invece fino a Dublino niente!».
Fumagalli tracannò il caffè. Si rivolse al barman: «Il mio amico ha ragione. Questa è una ciofeca vera! Vabbè, me ne torno al mio posto. In seconda classe, in mezzo alla gente che urla al cellulare, ai bambini che piangono e a quelli che si addormentano e russano con la bocca aperta».
«Ci sono anche in prima, amico mio. È solo questione di fortuna!».
«Io preferisco le penne lisce!…».
Il treno sfrecciava nella pianura avvolta da una nebbia delicata che lasciava intravedere alberi e case ma non l’orizzonte o il cielo. Rocco s’era allontanato di una decina di poltrone dal vecchio posto ma era capitato davanti a un uomo che continuava a parlare al cellulare a voce alta.
«Le penne rigate non lo so… mi danno idea di… come? Lo so che prendono meglio il sugo…». Era da mezz’ora che parlava e sbraitava. Schiavone cercava di leggere il «Corriere», gentile omaggio delle Ferrovie dello Stato, ma concentrarsi era impossibile.
«Dici? Appena torno me lo compro anche io. A proposito, ieri grande partita, eh? Non se l’aspettava l’avvocato di perdere così… no no, pure tu hai giocato bene».
Rocco si sgranchì il collo, le mani, respirò profondamente, guardò fuori dal finestrino.
«Il gol che hai fatto? Un capolavoro!» gridava quello. Il vicequestore abbassò il giornale e scambiò uno sguardo con una signora elegante che alzò gli occhi al cielo evidentemente anche lei infastidita dal vocione dell’uomo al cellulare.
«Ancora con la Fiat? Ancora con la Fiat?».
Rocco si alzò. Il tipo era sui 40 anni, capelli cortissimi, pizzetto disegnato, giacca e cravatta, girava distrattamente le pagine di una rivista. «Fa’ come vuoi, solo scordati i consumi ridotti…».
Rocco riuscì ad attrarre la sua attenzione. Gli fece cenno di abbassare un po’ la voce. Quello lo guardò sorpreso. «Aspetta un attimo, Luca» fece al telefono. «Dica?».
«Può abbassare un po’ la voce, per favore?».
«La voce? Perché, sto urlando?».
«Se glielo chiedo evidentemente sì». Un sorriso e il vicequestore riprese il suo posto. La signora elegante lo ringraziò con un piccolo cenno del capo e tornò a leggere il libro.
«Dai Luca, ma allora sei fuori! Le hai detto così! Ahahahahah».
No, non aveva capito. Meglio, aveva ignorato la cortese richiesta di Rocco Schiavone. Si rialzò dal sedile. «Mi scusi?».
L’uomo alzò gli occhi al cielo. «Scusa Luca» poi esasperato tornò a guardare Schiavone. «Che c’è!».
«C’è che lei sta urlando. E sta dando fastidio a tutti. Le ho chiesto di abbassare il volume, ma non mi ascolta».
«Solo a lei do fastidio?».
«No. Alla signora laggiù per esempio, e se dà un’occhiata agli altri passeggeri…» l’uomo si affacciò nel corridoio. Lo stavano guardando tutti in cagnesco. «Ecco, si rende conto che sta disturbando l’intero vagone? Per favore, cosa le costa abbassare la voce?».
«Vabbè, saranno cinque minuti, ora finisco la telefonata e…».
«Lei sta parlando da una buona mezz’ora».
L’uomo non disse niente. Si rimise a parlare con l’amico. «Scusa Luca, allora appena arrivo a Roma ti chiamo. Qui ci sono persone dall’udito sensibile…» ridacchiò.
Rocco si girò verso la signora che scuoteva la testa. Il vicequestore allargò le braccia «Me lo dica lei signora, che devo fare?».
«Non lo so» rispose quella, «lo vuole picchiare?».
«Che ci vuoi fare, Luca? La gente non si fa i cazzi suoi. Comunque non riesco ad andare on line, cercalo tu il ristorante, per favore!».
Rocco strinse i pugni. Stava per avventarsi sul disturbatore quando l’urlo di una donna dall’altra parte della carrozza gelò il sangue di tutti. «Aiuto!». Rocco si voltò cercando di individuare la fonte di quel grido. Anche altri passeggeri si erano alzati in piedi. «Aiuto! Aiuto!». Il vicequestore si fece strada nel corridoio e arrivò finalmente al suo vecchio posto. La donna bruschetta s’era tolta gli occhiali, il ragazzo coi piercing era pallido come uno straccio. Nei quattro posti alle loro spalle una donna anziana continuava a gridare mentre un uomo sui 50 cercava di calmarla: «Basta mamma, calmati. Calmati adesso!». La donna teneva stretto tra le mani inanellate un piccolo beauty case di pelle blu. Nel viso rugoso spuntavano gli occhi terrorizzati, grandi, verdi come smeraldi. «Aiuto!». Davanti alla madre e al figlio, un trentenne brizzolato che lavorava col notebook era congelato dal terrore.
«Che succede?» gridò Schiavone.
«Mi hanno rubato tutto. Tutto!» rispose la donna con la voce querula.
«Come tutto? Che dice?».
«Mamma, mamma, per favore calmati».
La donna cominciò a tremare per tutto il corpo.
«Si alzi!» ordinò Rocco al trentenne, che afferrò il suo computer e cedette il posto al vicequestore. «Signora! Signora!».
«Mamma per favore…» e quella abbassò le palpebre chiudendosi come un fiore al tramonto. «Mamma? Mamma!».
Il figlio era seduto accanto a sua madre. Le teneva la mano che spuntava dal cappotto verde che il controllore insieme a Schiavone avevano steso come un sudario sulla donna. Piangeva in silenzio, gli occhi erano diventati rossi. Il treno continuava la sua corsa. Avevano sgombrato il vagone e trasferito tutti i passeggeri nella carrozza numero 3. Il capotreno era corso ad avvisare Roma Termini per l’organizzazione del trasporto della salma. «Avvertiamo i gentili passeggeri che al centro del treno è attivo il bar dove potrete trovare caffè, panini e bibite… Frecciarossa ringrazia…» la voce asettica della speaker risuonava nelle casse mentre i monitor indicavano che non mancava troppo a Bologna.
«Si potrebbe almeno spegnere ’sta voce in questa carrozza?» chiese Rocco al controllore che allargò le braccia. «Non… non credo».
«E allora magari interrompiamo gli annunci. Se n’è accorto che abbiamo un morto?».
Il controllore annuì e si avviò verso la testa del treno. Dall’altra parte della carrozza fece il suo ingresso Fumagalli con il trolley e una valigetta. Scambiò un’occhiata con Rocco, poi fece gentilmente alzare il figlio della donna. «Per favore… sono un medico… posso dare un’occhiata?».
Il figlio, come se braccia e gambe si muovessero autonomamente, si alzò cedendo il posto a Fumagalli che subito scoprì il corpo.
«Venga con me» fece Rocco e prese sottobraccio l’uomo sconvolto per portarlo nella carrozza 1.
«Chi… chi è?» chiese il figlio.
«È un medico. Un mio amico. Venga, venga con me».
«Un medico? È tardi per un medico, no?».
«Non per quel tipo di medico».
Erano seduti nel piccolo scompartimento di servizio. Flavio Sommaruga, il figlio della vittima, beveva un tè. Il capotreno si passava la mano sulla testa pelata e soffiava dal naso come un motore a vapore.
«Mamma era cardiopatica» disse Flavio, «era questione di tempo… prima o poi…».
«Io intanto ho chiamato in stazione. Stanno organizzando tutto» fece il capotreno. «Lei, dottor Schiavone…».
Rocco non diede il tempo al capotreno di formulare la domanda. «Che cosa hanno rubato?».
«Eravamo andati a Varese… mia zia, la sorella di mamma, è morta quattro giorni fa… aveva 85 anni. Stavamo tornando a casa dopo i funerali. Mamma aveva preso le gioie di zia, le aveva messe nel beauty e all’improvviso s’è accorta che il sacchetto di velluto non c’era più…».
Il capotreno abbassò la testa. «Cosa c’era nel sacchetto?».
«Gioielli. Antichi. Di valore, sa? Insomma, io non me ne intendo, ma a sentire mamma c’erano rubini, anelli d’oro. Tutti ricordi di famiglia».
Il capotreno si limitava ad annuire a testa bassa.
«Mamma dormiva. Io leggevo il giornale. Non mi sono accorto di nulla. Solo all’improvviso l’ho vista chinarsi per prendere il beauty, come se avesse avuto un presentimento, e infatti i gioielli non c’erano più».
«Signor Sommaruga, posso farle una domanda?».
«Certo» rispose quello.
«Avete aperto il beauty prima di salire in treno? Oppure mentre eravate a bordo? Ci pensi bene…».
L’uomo si guardò le mani. «Non mi pare».
«Sicuro?».
«Sto pensando… ah sì, certo. Mamma prima di salire ha preso il pacchetto di preziosi che era in valigia per metterlo nel suo beauty… sì, le ho anche detto che doveva stare tranquilla, che non sarebbe successo niente, e invece… povera mamma» e scoppiò a piangere silenzioso. Solo lo sterno si muoveva come sconquassato da colpi che qualcuno menava dall’interno della cassa toracica.
Rocco si alzò. «Va bene, signor Sommaruga… ora lei resti qui, si beva il tè e cerchi di calmarsi» poi fece un cenno al capotreno che si alzò e lo seguì fuori dallo scompartimento.
«Come si chiama?».
«Io? Muslera Ferdinando».
Rocco lo guardò. «Senta un po’, Muslera Ferdinando, lei che mi dice?».
«Che le dico? Che sono stufo! È il terzo furto nel giro di un mese, porco Giuda ladro. E a me è la seconda volta che capita!».
Il treno prese un paio di scossoni. Rocco si appoggiò al vano portabagagli. «Va bene, questo fino a Roma non ferma, giusto?».
«Giusto, dottore… e allora? Che fa? Il ladro è a bordo di sicuro, si mette a perquisire tutti i viaggiatori? Saranno 300».
«Non solo, signor Muslera, non solo. Anche la refurtiva è ancora a bordo. Qui i finestrini non si aprono. Abbiamo meno di tre ore per trovare qualcosa. Io direi di darci da fare».
«Come posso aiutare?» chiese il capotreno.
«Lei ce l’ha una lista dei nomi dei passeggeri?».
«Sì, basta guardare i biglietti».
«E chiamando Roma può rimediare la lista degli altri due treni, quelli dove sono avvenuti ultimamente i furti?».
Muslera allargò le braccia. «Non lo so se c’è. Ci posso provare».
«Ci provi. Dobbiamo fare una breve fermata a Bologna. Facciamo salire due agenti della Polfer che mi tornano utili, ma mi raccomando, aprite una sola porta. Nessuno, dico nessuno, deve lasciare il treno!».
«Signorsì!» rispose il capotreno che evidentemente aveva fatto il militare.
«Un’ultima cosa. Se devo fumare?».
«Qui non si può».
«E io come faccio a lavorare?».
«Non lo so… beva dell’acqua, no?».
«Col cazzo…».
Trovò Fumagalli accanto alla donna. «Cosa vuoi che ti dica, Rocco? Se n’è andata con un infarto».
Rocco annuì. Un uomo anziano faceva dei cenni dal fondo del vagone.
«Sì? Che c’è?».
«Dottore, mi scusi. Devo prendere una pillola, ce l’ho nella valigia. Posso?».
«Prego».
Facendo molta attenzione l’anziano si avvicinò poggiandosi agli schienali delle poltrone fino a raggiungere il suo posto. Era proprio accanto a quello della donna, solo dall’altra parte del corridoio.
«Lei ha visto qualcosa?» gli chiese Rocco
«No… niente… solo all’improvviso la signora ha urlato…».
«E mi dica, si ricorda chi era seduto dietro alla signora?».
«Nessuno. Lo so perché mi ci volevo mettere io. Non mi piace stare seduto in senso contrario di marcia. Lì c’erano due posti vuoti e comodi per me…» l’uomo si mise a cercare nella sua valigia. Trovò le pillole e con un sorriso si accomiatò. Rocco aspettò che fosse a distanza, poi si rivolse ad Alberto: «Pare sia il terzo furto in poco tempo. Chiunque sia stato è uno organizzato. La cosa l’ha già fatta e evidentemente ha funzionato. Vuoi darmi una mano?».
«Perché no?».
«Allora guardati intorno. Che vedi?».
Fumagalli obbedì. «Carrozza vuota, qualche curioso che ci sta osservando dalla porta a vetri laggiù, l’anziano che è arrivato senza spaccarsi il femore alla fine del vagone, fuori mi pare l’Appennino, il che significa che fra un po’ arriviamo a Bologna, e che altro? Niente!».
«Io vado a fumare».
«Non si può!».
«Vado nel bagno e copro con la plastica il rilevatore di fumo. Vieni con me?».
«Nel bagno? Secondo te ho voglia di chiudermi in una camera a gas?».
La sigaretta aveva un brutto sapore, Rocco la spense al secondo tiro. Prima di tornare nella carrozza 2 fece un salto in quella successiva. Ancora in piedi, sconvolto, trovò il trentenne che lavorava al notebook. Sembrava tremare. «Mi scusi… perché non si siede?».
«Eh?».
«Vicequestore Rocco Schiavone, polizia di stato. Lei è?».
«Storti. Francesco Storti. Ma che è successo?».
«Lei era seduto davanti alla signora. Ha visto niente?».
«No… niente». Gli occhi tondi e distanti con mezza palpebra calata, la bocca grande e senza labbra che pareva un taglio netto a unire le due guance, il collo grasso, nel bestiario di Rocco Schiavone questi dettagli catalogavano il giovane alla voce Hyla arborea, comunemente detta raganella.
«All’improvviso mentre lavoravo l’ho sentita urlare… poi tremava, tremava… non me lo scordo più».
«Mi dica se ha notato qualche movimento strano poco prima del fatto».
Storti abbassò gli occhi, stava cercando di radunare le idee. «No dottore, proprio no… sono salito a Milano, ho preso posto, loro erano già seduti, ho aperto il computer e mi sono messo a lavorare. Niente di più. Mi dispiace non poter aiutare, mi dispiace proprio… ma che è successo?».
«Un furto».
A Bologna erano saliti due agenti della polizia ferroviaria che ora se ne stavano seduti qualche poltrona più in là del cadavere. Rocco il capotreno e Alberto erano davanti a un mucchio di fogli e a un portatile.
«Ecco» fece Muslera, «questa che ho sul pc è la lista dei passeggeri. E questo foglio è la lista di uno dei due treni dov’è avvenuto il furto la settimana scorsa. L’altra me la mandano fra poco».
«Mica vorrai controllarli tutti?» chiese Fumagalli.
«Facciamo così» propose il vicequestore. «Alberto legge il nome, lei signor Muslera lo scrive sul pc e lo cerca nella lista del treno di una settimana fa. Trovate una coincidenza, segnate il nome. È facile».
«Che palle» mormorò Alberto. «Non sono manco in ordine alfabetico, c’è da diventare scemi…».
«Va bene. Allora comincio con la prima classe. Rossella Tito…».
«Non c’è» fece il capotreno.
«Barzucchi Luca…».
«Come sopra».
«Schiavone Rocco…».
«Che sono io e quindi saltatelo».
Il vicequestore si era alzato e avvicinato al posto 8A, quello della vittima. Il figlio le era seduto accanto e aveva ripreso la mano di sua madre. Se ne stava con gli occhi chiusi mentre la testa dondolava al ritmo delle rotaie. Rocco guardò i posti alle spalle, il 6A e il 6B. Si mise seduto proprio dietro la donna. Si chinò. Da sotto il sedile riuscì a scorgere i piedi della vittima. A terra la moquette era pulita, come pulito era il sedile. Allungò una mano e quasi poteva toccare le caviglie della poverina. Annusò. Chiuse gli occhi.
«Bimbo, che cazzo fai?» gli chiese Alberto.
«Osservo, annuso». Guardava l’anatomopatologo dal basso verso l’alto. «Solo che dall’altra parte del sedile da qui non ci arrivo…».
«Ed è una cosa grave?».
«No, ma è importante. Te che hai da dirmi?».
«Abbiamo trovato ben sei nominativi. Che facciamo, li controlliamo?».
«No, aspettiamo l’altra lista. E vediamo se ci sono altri riscontri». Si disincagliò dai sedili e tornò nel corridoio. Andarono a prendere posto accanto agli agenti della Polfer. «Come va?» chiese Rocco. I due annuirono. «Insomma… a me è la prima volta che capita una cosa simile» fece quello più giovane.
«I furti capitano più spesso sui regionali. Ci sono un sacco di fermate, i finestrini si aprono».
«Infatti secondo voi dov’è nascosta la refurtiva?» chiese Rocco osservandoli.
«Boh. In valigia? Ma non è che possiamo perquisire 300 bagagli, no?».
«Giusto» fece Rocco. «Ma per sicurezza?».
«Non ne abbiamo idea» risposero in coro.
«Facciamo la stessa domanda al ladro e vediamo cosa risponde».
«Che intendi?» chiese Alberto.
«Aspetta e osserva». Poi chiamò: «Muslera?».
Il treno correva tagliando la campagna toscana. Passati gli Appennini il sole era tornato e splendeva illuminando paesaggi rinascimentali. Ville di campagna con torri al centro decorate con orologi e meridiane, pecore al pascolo, terra coltivata a scacchi verdi e marroni. «Attenzione prego… chi vi parla è il vicequestore Rocco Schiavone, polizia di stato» risuonò nella carrozza. Alberto e i due agenti alzarono istintivamente lo sguardo. «Agenti della polizia ferroviaria passeranno nelle carrozze per un controllo dei bagagli e di tutte le valigie del personale di bordo. Vi preghiamo la massima tolleranza e disponibilità, l’operazione durerà pochi minuti. Grazie per la pazienza…».
L’agente più anziano sgranò gli occhi: «E che, mo’ ci tocca guardare dentro 300 bagagli?».
«Non credo» rispose Alberto. «Credo invece che sia solo una scena che fa il vicequestore».
«E perché?».
«Per restringere ancora di più la ricerca, amico mio» e sorridendo si lasciò andare sul sedile.
«Bene, allora stavolta è più semplice. Abbiamo i sei nomi della lista del treno di una settimana fa. Lei Muslera ha invece i nominativi dell’altro treno, quello di tre settimane fa dove pure è avvenuto il furto?».
«Pronto!» disse il capotreno davanti al suo pc.
«E vediamo se uno di questi sei era presente anche su quell’altro treno…». Con gli occhi incollati alle carte Rocco iniziò a declamare i nomi. Muslera digitava sul portatile e negava con la testa. Fumagalli invece guardava fuori dal finestrino.
«Francesco Storti».
«Ce l’ho!» urlò Muslera.
«Ah! Il vicino di posto della vittima. E uno… Rossella Casale… Paolo Romiti…».
«E ricordiamoci che io ho i nomi del personale di bordo» disse Muslera gettando un taccuino sulla poltrona accanto alla sua. «Solo tre stavano sugli altri treni. Un controllore, un addetto alla ristorazione e uno delle pulizie».
«Lasci perdere quello della ristorazione. Solo il controllore e l’addetto alle pulizie» fece Rocco. «Andiamo avanti… Marzia Altobelli…».
«Ce l’ho!» urlò il capotreno.
«E due…».
Controllando i numeri dei posti Muslera faceva strada attraversando i vagoni a Rocco Schiavone e ai due agenti della Polfer. «Sono tutti in seconda. Allora, Francesco Storti carrozza 7 posto 18B…».
I viaggiatori erano in allarme, osservavano i poliziotti con un misto di ansia e di curiosità. Non capivano cosa stesse succedendo. Qualcuno lo chiese, a qualcuno Rocco rispose, ma i più se ne stavano seduti in silenzio a guardare i 4 uomini passare di carrozza in carrozza col treno a quasi 300 chilometri orari, preoccupati dal solito guasto, non sia mai, da un attentato terroristico. Ma Rocco sorrideva, e questo aiutava a sciogliere un poco la tensione. «Allora 14… 15… e 16… Eccoci qua. Ci rivediamo?».
La raganella alzò lo sguardo dal notebook. «Salve…».
«Ma lei non era in prima classe?».
«Io sì… è che posto non ce n’era più e sono venuto qui».
«Può per cortesia aprire il suo bagaglio?».
«Certo!» e indicò la cappelliera. «È quella sacca verde. Quella con la tracolla».
L’agente giovane della ferroviaria la prese immediatamente.
«Posso chiederle perché va spesso a Milano?».
«Lavoro in un’azienda di investimenti. Faccio la spola con Roma. Io in realtà sono di Milano, domani ho una riunione in banca a Roma».
«Si tiene sempre al corrente con le borse di tutto il mondo, no?».
«È il mio lavoro. Lo sa, basta arrivare cinque secondi in ritardo e l’affare può andare in fumo. A proposito, posso rimettermi al lavoro?».
«Voi avete qualcosa da chiedere al signore?» fece Rocco agli agenti e al capotreno.
«No» risposero quelli alzando le spalle.
«Ah no, io una cosa sì. Ma lei ci capisce qualche cosa?» e indicò il monitor del notebook. Un titolo cubitale davanti a un diagramma rosso e blu: «Esistenza di relazione negativa con il livello di disclosure».
«Direi di sì, è il mio lavoro. Però per spiegarglielo impiegherei un sacco di tempo. La finanza è una cosa complessa».
«Quindi non è questione di fortuna?».
«No. È una scienza, signor mio. Lei dà molto peso alla fortuna?».
«Preferisco i fatti. Mi stia bene, signor Storti. Passiamo al prossimo» disse al capotreno.
«Che è alla carrozza 8 posto 2A, signora Marzia Altobelli».
Stessa scena per ogni vagone. Stessi sguardi attenti e allarmati, chi dormiva si risvegliava, chi se ne stava in piedi si rimetteva seduto. La campagna idilliaca e il sole all’esterno stonavano con l’aria tesa che si respirava dentro il treno. Incrociarono il giovane addetto alle pulizie. Il capotreno lo salutò. «Uè Luigi…».
«Buonasera, ma che succede?».
«Un furto alla carrozza 2» disse Muslera, ormai parte integrante dell’indagine.
«Di nuovo?».
«Già…».
«Ah dottore, ha trovato poi il sapone?» chiese l’addetto a Rocco.
«Ho fatto con il caffè. Grazie però!».
«Con il caffè?».
«Era solo una questione di odore, non di pulizia. E il caffè copre tutto, non lo sapeva?».
«A proposito» fece il capotreno. «Luigi era sui treni quando avvennero gli altri due furti».
Luigi annuì. «Sì, c’ero anche io… è vero».
Rocco lo osservò. «Ha delle valigie con sé?».
«No, io no. Faccio la tratta e poi torno a casa. Ho solo questi» e alzò il secchio e una valigetta nera. «Ci sono le cose per pulire».
«Possiamo dare un’occhiata?».
«Certo!».
A parte qualche straccio, prodotti per le pulizie e i passepartout per aprire i bagni non c’era altro. «Grazie Luigi e buon lavoro» e Rocco riprese a camminare seguito dagli agenti.
Marzia Altobelli era una donna sopra i 50 anni. Teneva i ferri da maglia posati in grembo. Stava lavorando a un pullover nero a collo alto. «Sono io Marzia Altobelli, che succede?».
«Vicequestore Rocco Schiavone. Vuole essere così gentile da mostrarci la sua valigia?».
«Guardi, è quella rossa, lì sopra» e indicò un valigione con tanto di rotelle. L’agente giovane l’afferrò e con fatica la portò a terra. Un bambino curioso spuntò fuori dallo schienale della poltrona proprio davanti alla signora.
«Ma che succede? Ho sentito anche l’annuncio prima…».
«Una brutta storia alla carrozza 2, prima classe» rispose Rocco guardando la valigia. C’era qualche vestito e una quantità di recipienti di plastica con coperchio infilati uno dentro l’altro.
«Mia figlia. S’è trasferita a Milano da sei mesi, ancora le porto da mangiare e le vado a fare un po’ di lavatrici. Lo sa come sono i figli?».
«No, non lo so» rispose Schiavone, «non ne ho».
Marzia Altobelli si tolse gli occhiali. «Fanno gli indipendenti, poi alla prima bolletta restano con la bocca aperta e non sanno dove andare».
«Non è colpa loro, signora».
«Ah no?».
«No. La colpa è nostra. Lei a venti anni sapeva pagare una bolletta? Farsi una lavatrice?».
«Direi di sì… sì, anche se sono passati secoli!».
Rocco restituì il sorriso alla donna. «Appunto. Non è che le generazioni rincoglioniscono. A meno che la precedente non ce la metta tutta per dargli una mano».
«Ricevuto, dottore… ricevuto!».
«La lasci senza cibo e senza lavatrice. Dopo tre giorni avrà trovato il modo di sopravvivere. Ma io sono sicuro che non sia quello il problema».
«Lo so cosa sta dicendo. Siamo noi che non tagliamo il cordone, e ha ragione».
Rocco gettò un’occhiata all’agente che aveva finito di ispezionare il bagaglio. «Mi dica almeno che il maglione è per lei!».
«Per mia figlia dice?».
«Esatto».
«No, è per il suo fidanzato».
Rocco si strinse le labbra. «Annamo bene. Vabbè, signora, buon viaggio…».
Erano arrivati all’ultima carrozza. Al posto 4D, l’ultimo viaggiatore da controllare.
«Guglielmo Sartori?».
L’uomo con un barbone nero striato di bianco e una pancia enorme alzò lo sguardo verso Rocco togliendosi gli occhiali. «Sì… sono io».
«Vicequestore Schiavone. Vuole essere così gentile da farmi controllare il suo bagaglio?».
«No, se non mi dice perché».
«Si tratta solo di un controllo. Mi creda, prima mi dà retta e prima facciamo».
Scuotendo il testone barbuto l’uomo si alzò. Non era alto, ma molto tondo.
«La sua valigia?».
«Non ce l’ho. Ho solo lo zainetto» e passò una sacca nera vecchia e sporca che teneva accanto.
Rocco fece un gesto ai poliziotti. Niente intanto sfuggiva all’attenzione dei viaggiatori che stavano in ascolto, almeno quelli a portata di udito. L’agente anziano chiese a Sartori di aprire lo zainetto. Cosa che l’uomo fece immediatamente. C’erano carte, una mela e una maglietta. «Lei fa spesso Milano-Roma in treno?».
«Da due mesi. Mio padre è ricoverato in clinica. Ma posso sapere?».
«Certo. C’è stato un morto in carrozza 2 in seguito a un furto».
Nonostante il barbone, Rocco notò l’uomo impallidire. «Un morto? Oh mio…».
«Già. Mi scusi per il disturbo» disse Rocco e salutò. «Faccio il mio lavoro».
«Si figuri… scusi lei se sono stato un po’ scortese. Non è un bel periodo».
«Non si preoccupi». Rocco strinse la mano all’uomo, poi prese il cellulare. «Alberto? Sei sempre lì?».
«E dove vuoi che vada? Manco ci si può gettare in corsa!».
«Mi devi togliere una curiosità. Vai alla carrozza 7, al posto 18B, hai segnato?».
«Non sono rincoglionito».
«Sì ma portati un foglietto. C’è uno, trent’anni, brizzolato, sta al computer. Dovresti leggere quello che ha scritto sul monitor e poi riportarmelo. Me lo fai il favore?».
«E certo…».
«Bene. Ci vediamo poi all’inizio della carrozza 8. Grazie».
«Oh, comunque è l’ultima volta che viaggio con te!» e chiuse la comunicazione.
Attendevano Fumagalli davanti alla toilette della carrozza 8. Rocco pareva un cane da caccia. Annusava tenendo il naso in alto. «Mela… pure qui puzza di mela».
«Lo so, è il disinfettante che usiamo» rispose il capotreno. «Non le piace?».
«Mi fa schifo. Lo usate solo nei bagni, vero?».
«Sì».
«Sulla moquette?».
«No. Lì si usano altri prodotti. Ma perché tutte queste domande?».
«Perché gli odori sono importanti, sa? E poi non abbiamo un cazzo da fare, inganniamo il tempo».
La porta si aprì e vomitò Fumagalli. «O bimbino, allora ci ho messo un’ora a capire. C’era scritto…» mise la mano in tasca e tirò fuori un appunto. «Dunque: Esistenza di relazione negativa con il livello di disclosure. È una teoria economica secondo la quale…».
«Stop! Non me ne frega niente, Alberto».
«È che ti volevo dare un saggio della mia infinita cultura che spazia dalla medicina alle scienze umanistiche per approdare infine a quelle…».
«Insomma, sta sempre sulla stessa pagina il ragazzo. E dimmi una cosa, era impegnato nella lettura di questo argomento oppure lavorava? Intendo, scriveva col computer?».
«No no, scriveva, ma ti dico la verità, non cambiava mai la pagina del monitor. Sempre dei diagrammi e quella scritta».
Rocco sorrise. «È chiaro, finge. Da dietro il sedile non ci si arriva. Serviva una mano».
Alberto lo guardò stranito: «Stento a capirti».
«Lascia stare, tu spazia dalla medicina alle scienze umanistiche, queste sono cose mie, da volgare poliziotto che s’è già rotto i coglioni e che manco un viaggio Milano-Roma in pace può fare senza lavorà!». Rocco riprese la strada verso la prima classe. «Torniamocene alla carrozza 2. Stacci a distanza, Alberto, meglio che la raganella non ti veda con noi…».
«La raganella?».
«Ora mi dica, Muslera», Rocco, gli agenti, il capotreno e Alberto erano seduti di nuovo nella carrozza 2 della prima classe, «quali altre coincidenze ci sono fra questo treno e quelli degli altri due furti?».
«Nessuna. Il macchinista non è lo stesso, e poi non lasciano mai il posto di guida. Anche gli altri due Frecciarossa erano dei Milano-Roma senza fermate intermedie. Ma a parte i lavoratori, Luigi, quello del bar di Caserta che non ha voluto incontrare e il controllore… a proposito, lo faccio chiamare?».
«Non c’è bisogno».
«Be’» riprese Muslera, «a parte questo non ci sono altre coincidenze».
Rocco si mise a guardare fuori dal finestrino. «Ogni quanti viaggi i treni vengono puliti?».
«In che senso? Sempre!» rispose il capotreno.
«No, io dico, i bagni, il bar…».
«Ci sono dei turni».
«A questo quando tocca?».
Muslera guardò Rocco. «Perché lo chiede?».
«Perché lo devo sapere. Io credo che dopo la corsa questo treno vada a fare le pulizie».
«Mi vado a informare». Muslera si alzò dal posto. Rocco si concentrò sugli agenti della Polfer. «State a sentire. Appena a Roma tu» e indicò quello più anziano, «ti metti dietro a Francesco Storti, quello del computer. Quando arriva in testa al treno lo fermi e lo porti in commissariato, ma mi raccomando, solo quando è arrivato in testa al treno». Il poliziotto annuì.
«È lui il ladro?» chiese Fumagalli.
«Non è solo. Ecco perché non dobbiamo farci vedere quando lo fermiamo. Invece tu» e Rocco indicò l’altro agente, «te ne stai qui con noi sul treno».
«Ricevuto».
Il capotreno ritornò leggendo un foglietto. «Ci ha preso, commissario…».
«Vicequestore. Sono vicequestore».
«Mi scusi. Ci ha preso in pieno. Il treno è diretto al piazzale per le pulizie».
Rocco sorrise soddisfatto. «Allora, agente, una volta portato Storti in ufficio, vieni con un po’ di uomini al piazzale delle pulizie. Lo sai dov’è?».
«Dopo i binari est, no?».
«Bravo. Agli scambi» confermò Muslera.
«Sì, ma io non ho capito chi è il complice» chiese Fumagalli, che ci aveva pensato su, ma era evidente non fosse arrivato a nessuna conclusione.
«I complici. Uno ancora non lo abbiamo conosciuto, l’altro è uno che puzza di mela».
Il treno fermò la sua corsa alla Stazione Termini. I passeggeri cominciarono a scendere. Rocco e Alberto osservavano le persone affrettarsi coi loro bagagli verso l’uscita. Un’ambulanza avanzava lenta sul marciapiede. Stavano venendo a prendere la povera donna. Il figlio si era alzato e aspettava sulla porta. La raganella, al secolo Francesco Storti, passò rapido sotto i finestrini. Parlava al cellulare, Rocco immaginava con chi. «Bene» fece il vicequestore al capotreno che era in piedi vicino al cadavere. «Noi andiamo nella cabina del primo vagone. Ci chiudiamo dentro. Nessuno deve sapere che siamo qui».
«Va bene, dottore. Ci vediamo in stazione?».
«Ci vediamo in stazione…». Fece un cenno ad Alberto e all’agente e insieme si avviarono per andarsi a chiudere nel piccolo scompartimento del capotreno.
«E che facciamo?».
«Aspettiamo, Alberto».
«Ma io vorrei scendere. Andare in albergo, farmi una doccia…».
«No, stai con me».
«Che palle. Te l’ho già detto che è l’ultima volta che viaggio con te?».
«Sì, me l’hai già detto».
Passò più di mezz’ora, poi il treno, svuotato dei passeggeri, lento si mosse lasciando il marciapiede della stazione. Rocco riconobbe le case di San Lorenzo, poi il treno si spostò verso il muro della stazione lasciando liberi i binari per i treni in arrivo. Ci furono due scambi che rumorosi fecero curvare il convoglio verso sinistra. Dal finestrino Rocco poteva scorgere la destinazione: un binario solitario stretto da due banchine lunghe sulle quali c’erano due uomini in attesa. Alle loro spalle un furgoncino simile a un muletto elettrico con due grosse cisterne. «Andiamo…» disse ad Alberto e all’agente. I tre uomini si alzarono e controllando che non ci fosse nessuno si avvicinarono alla porta della carrozza numero 2. Il treno si fermò. Le porte furono sbloccate e il macchinista uscì dalla cabina. Con una strizzatina d’occhio salutò Rocco, poi scese dal treno sul marciapiede. «Cosa aspettiamo?» chiese l’anatomopatologo.
«Verranno alla carrozza 2».
«Perché?» fece l’agente.
«Perché il bagno è guasto».
Fumagalli finalmente sorrise. Aveva capito.
Stavano infilando i tubi di aspirazione dello svuota reflui nel condotto principale del bagno chimico. Lontano, in coda al treno altri tre uomini erano impegnati nella stessa operazione. Il motore diesel del rimorchio partì e la pompa cominciò ad aspirare.
«Com’è che svuotate i liquidi di un bagno guasto?». I due uomini si voltarono di scatto. Luigi, l’addetto alle pulizie, e un omone che manovrava la pompa sbiancarono alla vista di Rocco Schiavone accompagnato da un agente di polizia e da un terzo uomo. «Come?».
«Luigi, perché svuoti un bagno che non è stato praticamente usato?».
L’omone alla pompa mollò il tubo e si mise a correre in mezzo al pietrisco dei binari. Ma non andò lontano. Sei agenti della stazione di Roma Termini, accompagnati dal poliziotto anziano della Polfer, l’avevano già circondato. Luigi invece era rimasto vicino al trabiccolo. «Ti dispiace spegnere il motore, Luigi?».
Il ragazzo eseguì. Poi abbassò la testa. «Dove lo svuotavi?» gli chiese Rocco.
«Al magazzino, giù…».
Poi Rocco si avvicinò al ragazzo. «Brutto testa di cazzo, lo sai che hai combinato, sì?».
«Io non credevo che…».
«’Sto cazzo!» gli mollò uno schiaffo a piena mano che fece sobbalzare l’agente giovane lì accanto. «È morta, lo sai? Morta, lo capisci coglione?». Poi si voltò verso Alberto Fumagalli che era rimasto lì a guardare la scena senza sapere se intervenire o meno. «Andiamocene, Alberto. Portate via ’sta monnezza» e non si stava riferendo ai liquami dei bagni chimici. «Ricordatevi di recuperare la refurtiva dal bidone».
Rocco e Alberto riuscirono a passare sopra il pietrisco e a guadagnare finalmente il marciapiede che li avrebbe ricondotti alla stazione. «Bravo» fu la prima cosa che disse l’anatomopatologo.
«È la prima volta che mi fai i complimenti, Alberto».
«Ero ironico, imbecille. Te se non alzi le mani non sei contento, ma quello del computer che c’entra?».
«Il complice. Vedi, i preziosi li ha rubati Luigi, dalla poltrona dietro all’anziana. Ma da lì non si arriva fino in fondo. C’era bisogno di una spintarella al beauty case, e quella l’ha data il nostro amico col notebook. Ha seguito la donna, si è seduto davanti e hanno agito. Lui non doveva essere in prima classe, altrimenti mi spieghi perché al capotreno Francesco Storti risultava prenotato alla carrozza 7 posto 18B?».
«Già, non ci avevo pensato».
«Questo è il motivo che fa di te un medico e di me un poliziotto. La refurtiva probabile l’avesse quel Luigi, poi l’ha scaricata nel water. E visto il complice qui alla stazione sulla piattaforma delle pulizie finali, era una pratica già oliata. Rubano, buttano in un bagno, ci mettono la scritta fuori uso, così non entrerà nessuno, e arrivati alla stazione recuperano la refurtiva».
«Sono in tre?».
«Già. Uno che si mischia ai viaggiatori e sceglie la vittima, il braccio che ruba e alla fine i pulitori. Ora io me ne vado a casa che ho la riunione condominiale. E la sai una cosa? Era meglio se restavo ad Aosta per la festa della polizia».
«Ci vediamo. Se hai bisogno di me chiama».
«E che bisogno potrei avere?».
«Lo sai che la riunione condominiale è il posto dove gli esseri umani danno il peggio? Non mi stupirebbe se ci scappasse il morto».
«Vatti a sentire il concerto e statti bene».
Si separarono. Rocco si diresse verso l’ufficio di polizia della stazione e si accorse che quella storia schifosa gli aveva tolto il piacere di essere tornato nella sua città, anche se per una riunione condominiale, anche se solo per una mezza giornata. Avrebbe messo in conto pure questo a Luigi e company, aver trasformato un ottavo livello di rottura di coglioni in un decimo livello pieno con tanto di morto e di carte da riempire.
«Allora, sono presenti i signori Salmassi, i signori De Luca, la signora Caprini vedova Ardenzi, il signor Guido Torre, il dottor Schiavone, la famiglia Di Biase, il dottor Capuano notaio… allora i millesimi e li ho qui insieme alle deleghe dei signori…».
Rocco era seduto in fondo alla sala delle riunioni, una stanza sotterranea che fungeva da cantina condominiale e che più di una volta Guido Torre, l’ex infermiere detto il merda, aveva provato ad accaparrarsi, come aveva fatto con l’appartamento che abitava, ma la cocciutaggine e la perspicacia della vedova Ardenzi gliel’avevano impedito. Guardava gli abitanti del suo palazzo come esseri venuti da mondi lontani, da dimensioni parallele, da altre galassie. Non gliene fregava niente di dovere spendere 50.000 euro, e nemmeno che l’amministratore condominiale sicuramente ci avrebbe fatto la cresta chiamando una ditta di amici suoi. Aveva bisogno di farsi un giro per Roma, ora che il sole era ancora alto. Andare a Trastevere, prendersi una birra, guardare il cielo e osservare come i gabbiani contendevano piazze e strade a piccioni e cornacchie. Voleva stare seduto a guardare le donne, i bambini che giocavano con le bici, ascoltare le campane che suonavano, comprare accendini e calzini dagli africani, fumarsi una sigaretta, chiamare i suoi amici, organizzare una serata decente, farsi due chiacchiere con Marina in mezzo alla plastica dei mobili. Si alzò di scatto. «Senta, signor amministratore, la interrompo un momento».
«Dica» fece quello levandosi gli occhiali per guardarlo.
«Lascio la riunione, non me ne frega niente dei rifacimenti, anche se costosi, incarico Guido Torre di rappresentarmi…».
«Perché io?» chiese il merda che sospettava di tutto.
«Perché lei è tirchio, furbo e ci sa fare. Se è riuscito ad accaparrarsi una casa, sicuramente saprà difendere i suoi interessi».
L’uomo si alzò in piedi di scatto ma Rocco lo prevenne. «Guardi che le sto facendo un complimento. Le chiedo solo una cosa, signor amministratore».
«Dica».
«Non vada oltre il 3 per cento. Altrimenti la vengo a cercare. Ci siamo capiti?».
«Il 3 per cento? E di cosa?» chiese quello sbiancando.
«Mi ha capito benissimo. I lavori costeranno sui 200.000 euro, diciamo che se si intasca più di 6.000 torno a cercarla. E guardi che lo faccio».
«Lei mi sta accusando?» l’amministratore scattò in piedi. «Ci sono i termini per una querela, sa?».
«Si accomodi pure. Poi vengo con la finanza a guardare le carte del suo studio. Le toccherà pagare le spese legali e pure ricostruirsi una vita perché se mi fa incazzare, dottor che non so manco come si chiama, io la vita gliela distruggo».
«Dice il vero» intervenne la vedova Ardenzi sorridendo sbarazzina al vicequestore. «Quindi caro dottor Carotenuto le consiglio di soprassedere, riprendiamo la riunione condominiale, dovrà vedersela con me!» e sfiorandosi la collana di oro antico puntò gli occhi freddi e cattivi sull’amministratore che, spaventato, si rimise seduto.
«La stimo, signora Ardenzi» disse Rocco ricambiando il sorriso.
«Anche io, vicequestore. E come dice sempre lei, mi stia bene!».
Schiavone infilò la porta lasciando alle sue spalle riunione e bocche spalancate.
Si sentiva proprio un cesso chimico, aveva bisogno di un bidone svuota reflui che lo ripulisse da cima a fondo. Roma sarebbe servita allo scopo.