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emilio de marchi

l'omnibus (it)

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ANCHE a Milano, l'Omnibus, dopo aver presa sì gran parte alla lotta delle cinque gloriose giornate, ajutando le barricate, e a quella ancora più gigantesca del progresso umano, tirando il popolo in carrozza, anche a Milano l'Omnibus sta per cedere il campo al tramvai.
Me ne rincresce, perchè anch'io come Vittor Hugo (tra noi, si sa) amo l'Omnibus e mi piace scorrere in lungo e in largo Milano, come a Vittore piace scorrere per Parigi in cerca di luce che divori le tenebre e inghiottisca la piovra della ipocondria. Io mi contento di più poco. Entro, passo fra quindici paia di ginocchi, siedo accanto a una bella sciorina, chiedendo scusa se la stringo troppo, accetto la presa del vecchietto in faccia e lascio che la lavandaia alla mia sinistra deponga sulle mie gambe un bel fagotto bagnato. L'Omnibus è democratico : riunisce e assorella le diverse classi sociali, mentre il tram, nel suo pigia pigia, nella sua fretta mi ha qualche cosa di torbido, di americano, che non mi piace. In Omnibus si è come in famiglia e per poco che la strada sia lunga si stringono delle amicizie, si mangiano delle castagne, ed è un peccato, un vero peccato che abbia a scomparire anche lui. Strano poi si è che minaccia di scomparire prima d'aver dato un nome a colui, che per più di cinquant'anni l'ha con tanta pazienza e abnegazione guidato per le via di Milano. Noi abbiamo il brumista, il fiaccheraio, il vetturino, il cocchiere, voci di lingua e del dialetto, ma niente che indichi quel poveretto collocato lassù, l'uomo il più alto e il più modesto del secolo. Omnibusaio è una parola dell'altro mondo. E costui passerà dunque come una sfinge? nessuna lapide porterà scritto il suo nome? nessuno dei posteri saprà che voce, che nome, che cuore abbia avuto nella sua vita un guidatore di Omnibus? Sarebbe un' ingratitudine per parte nostra : e per conto mio confesso che guardo sempre con riverenza a questa figura d' uomo, isolata nello spazio, che fa parte da sè stessa, che vive, invecchia e matura al sole, al vento, alla pioggia, alla neve, senza parlare o non mandando che un eep! che pare il grido d'una solitaria cicogna dall'alto d'un comignolo. Io non mi ricordo d'aver veduto alai un guidatore d' Omnibus a piedi: non saprei nemmeno imaginarmelo. A lui portano il cibo in gamellini chiusi, arrampicandosi con pericolo della vita fin all'altezza d'un primo piano : lui legano al piede come si fa colle civette, di lui non si vede d'inverno che due occhi e un pezzo di naso, o una ombrella. Ha un letto per riposare questa malinconica creatura? può essa distaccarsi dal legno ?
Giustamente gli uomini sono superbi della loro gloria e della loro potenza. Senza gli uomini non vi sarebbe stato nè il vapore, nè il telegrafo, nè le piramidi d'Egitto, nè l'esposizione di Milano : onde io mi compiaccio d'essere della famiglia umana, ma chiedo : « quanti sono gli uomini che sanno discendere da un Omnibus? » Io ne ho visti d'ogni sorta. Chi si attacca alla maniglia e si fa trascinare come un sacco chi cade con una faccia e chi coll'altra. L'Omnibus è anche una scuola d'equilibrio, e bisognerebbe raccomandarne la cura ai nostri diplomatici, che viaggiano ancora colla vecchia diligenza.
Il progresso, lo sviluppo, la grandezza d'una città si deducono a colpo d'occhio dal numero degli Omnibus, che stanno stilla piazza; è una specie di indicatore ufficiale, che non sbaglia, meno per Venezia, dove la voce omnibus per chi non s'è mai mosso da San Marco, è una parola che si canta in coro. - Perchè si dice omnibus? - domandava una mattina un bimbo al babbo. - Omnibus è una parola latina che significa: per tutti quelli che hanno due soldi da spendere - rispose il babbo al bimbo. In quell' istante sorgeva il sole da porta Orientale sede della grande Società anonima.
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