la casa di alessandro manzoni (it)
UNA delle cose più belle a vedersi in Milano è la casetta di Alessandro Manzoni, oggi aperta al pubblico, che fu acquistata, dopo la morte del grande scrittore, dal signor Arnaboldi, il quale in verità non poteva impiegar meglio i suoi denari. V' è una certa rendita di gratitudine e di stima perpetua, che chi sa usarne è sicuro d'essere sempre ricco abbastanza. Era giusto che la casa di Manzoni restasse in un certo qual modo riservata ai pellegrinaggi, come una chiesa, e non corresse il pericolo, che corrono anche le chiese, di cadere nelle mani d'un bracino o d'un vinajo per la vendita al minuto e ali' ingrosso. Era giusto che in quelle camerette abitate dal grande scrittore non sottentrasse più nessuno, col rischio e pericolo che il nuovo padrone fosse anch' egli uno scrittore seguace o illustre traduttore di Nanà. Ai morti bisogna portare un gran rispetto, e specialmente ai morti, che sono più vivi di prima. E i milanesi , sempre e più nei giorni di anniversario, accorrono volentieri al pellegrinaggio ; i babbi conducono i figli, i maestri gli allievi ; vi si leggono (lei discorsi in crocchio, vi si portano delle corone d' alloro, e tutto ciò ciascuno per suo conto , quantunque ai tempi che siamo il far del sentimento, come si dice, per un uomo che ha scritto degli inni sacri possa sembrare e sia sembrato a qualcuno una cosa quasi insipida. Ma non tutti hanno il genio di non saperli scrivere e se a questo mondo conviene pure contentarsi delle cose che ci sono, io credo che tutte queste visite alla casa del Manzoni lascino sempre nel cuore di chi lo ha, un'impressione buona e profonda.
Quella sala a pian terreno, che dà sopra un giardinetto : quei libri, che, non si sa come abbiano potuto entrare nella prosa (lei Promessi Sposi, il busto del Grossi in un angolo: la scaletta interna, che conduce alla stanza dove il povero vecchio morì: i mobili ciascuno al suo posto, dove il povero vecchio li ha lasciati : quell' aria chiara e domestica e quel rispetto, che incutono i libri per sè stessi, tutto ciò bisogna essere fatti apposta per non sentire che è qualche cosa di bello e di commovente.
Nella cella del Savonarola e nell'ospedale di Sant'Anna vien voglia di piangere : nella casa dell' Ariosto a Ferrara, dopo tanto tempo, a stento uno sa raccapezzarsi : in Santa Croce si guarda stupefatti e non si pensa nulla, per non far torto ai morti che son là. Nella casa del Manzoni invece si finisce col sentirsi come in casa propria, col vederlo passare, lui stesso, un po' curvo, le mani di dietro, vestito di nero, pulito come un suo periodo; si finisce quasi col pensare come pensava lui e, uscendo di lì, se l'uomo non è per caso troppo balordo, uno sproposito, state certi, non lo dice così subito o se lo dice più tardi non va così subito a farlo stampare in un libro.
Io vorrei che sopra ogni parete di queste camerette si scrivesse a caratteri, anche non elzeviriani, la grande massima del « pensarci su » che fu per il Manzoni il principio, il mezzo e il fine dell'arte e del far bene; e una volta scritta, vorrei che per penitenza vi si chiudessero, uno per volta, un giorno e una notte, tutti coloro che fanno le cose appunto per non avere la noja di pensarle.
Ci scherzano per questa specie di nostra superstizione manzoniana e fanno bene tutte le volte, che ci serviamo d' un gran nome per far passare una grande corbelleria ; ma, la-sciando stare tante altre questioni, quando si esce dalla casetta di piazza Belgiojoso, non c'è fanatismo, nè partito preso . . . O si ha il cuore o lo si è buttato via, signori miei.