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joanne harris

canzone del fiume (it)

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Bene, c’è sempre il fiume. È quanto dice Maman Jeanne, con l’aria che i vecchi assumono quando parlano di qualcosa che non è possibile capire, tipo come fa un aeroplano a stare in aria o perché il Buon Dio ha creato la mosca tze-tze. È la sua risposta a ogni cosa: lamentele, domande, lacrime. Bene, c’è sempre il fiume, dice. Il fiume Congo è sempre lì.
Io dovrei saperlo: lo osservo da tutta la vita. Ne conosco gli umori; come un cane feroce che talvolta gioca, ma mira alla gola se spingi il gioco troppo in là. Conosco i punti per pescare e i posti migliori per nuotare, le rapide e le acque basse, gli isolotti e le sabbie e dove hanno ucciso l’ultimo ippopotamo, anni fa. A sentirli parlare, sembrerebbe che tutti gli abitanti di Brazzaville fossero presenti quel giorno: fosse così, quel vecchio ippopotamo dovrebbe trovarsi proprio lì nella Bibbia, accanto al miracolo del foufou e dei pesci. Tuttavia, dice Maman Jeanne, pescatori e cacciatori sono nati per mentire.
Forse è il fiume che glielo fa fare.
È vero che qui le storie si raccolgono. Come il giacinto d’acqua, dal nord galleggiano fino a valle, si separano e fioriscono a mano a mano che passano. La storia delle tre Streghe, o del Ragazzo Aquila o del Pesce Diavolo, così enorme da poter spezzare con i denti la spina dorsale di un ippopotamo o da inghiottire un coccodrillo in un sol boccone. Questo, almeno, è vero; ho un dente di pesce diavolo che lo dimostra, scambiato (per una sigaretta e mezza barretta di gomma da masticare) con un ragazzo su una delle chiatte. Più lungo del mio dito, lo indosso intorno al collo appeso a un filo di metallo. Maman Jeanne dice che non dovrei: c’è della magia cattiva nel dente di un pesce diavolo, e comunque non è opportuno che una ragazzina di dieci anni ciondoli attorno a quelle chiatte sul fiume.
Se lei fosse mia madre, dice Maman Jeanne, mi insegnerebbe a cucinare, a cucire e a sistemare i capelli con le treccine in un’acconciatura geometrica per acchiappare un uomo. «È questo che dovresti pescare, ragazza», dice, «non qualche vecchio pesce diavolo che non potresti mangiare nemmeno se lo tirassi su.» Ma io sono capace di badare a me stessa, e non devo fare quello che dice Maman Jeanne. E poi, come dice lei, la gente può andare e venire, ma il fiume è sempre lì.
Qui siamo in quattro a lavorare alle rapide. La Scimmia, il Pesce Gatto, il Ragazzo di Hollywood e io. Chiaro, questi non sono i nostri veri nomi. Ma i nomi sono cose segrete, colme di potere. Mi chiamano Ngok, il coccodrillo, perché sono molto brava a nuotare. E nuotare, naturalmente, è ciò che facciamo.
Proprio al margine della nostra zona c’è un locale che si chiama Les Rapides. Un posto grande, tutto bianco, con una terrazza affacciata sull’acqua. Prima della guerra ci veniva un sacco di gente, ma adesso non si riempie mai più di un quarto: uomini d’affari con i completi grigi dalle spalle quadrate, oppure signore carine con i capelli tinti e gli abiti con le balze, soldati, funzionari, e ogni tanto perfino qualche mendele, uomini bianchi qui per affari, immagino; è passato tanto tempo da quando un vero turista è venuto qui. Vengono per mangiare, certo, trois-pièce con pili-pili e banane fritte, zucca al forno con riso nero e salsa di arachidi, coccodrillo con foufou e fagioli.
Il solo pensare a tutto quel cibo mi dà le vertigini; ci sono anche pomodori che nuotano nell’olio, stufato di pesce di fiume, saka-saka, pane bianco fresco croccante, pollo fritto piccante, manioca e piselli. Loro vengono per mangiare, chiaro, ma vengono anche per il fiume, per le rapide. Da qui si può vedere dall’altra parte per miglia e miglia, addirittura fino a Kinshasa, dove i fuochi bruciano sull’acqua e il fiume è una cosa selvaggia, che si impenna e rotola da masso a masso e solleva grandi spruzzi. Non selvaggio come l’Isola dell’Ippopotamo o il gigantesco mucchio giallogrigio di acqua accidentata più oltre, ma abbastanza selvaggia e assomiglia a...
«A elefanti che attraversano», dice Maman Jeanne. Naturalmente non ho mai visto un elefante, ma nello zoo della città c’è un teschio grande come la cabina di un camion, tutto gessoso e bucherellato, una zanna scheggiata che penzola dalla bocca sdentata.
«Alla domenica mattina», dice la Scimmia; a voci nella cattedrale, a danze, a tamburi.
«Agli elicotteri», dice il Pesce Gatto, quando dice qualcosa. A mortai e proiettili e allo sciabordio fragoroso degli spari. «O al rumore», dice il Ragazzo di Hollywood, «di una radio fra una stazione e l’altra», quel suono lugubre, morto di gorgoglii e sussurri, di graffi e di tremori.
Il fiume ha una canzone per ciascuno, dice Maman Jeanne; e nessuna canzone è mai uguale. Questa è la vera ragione per cui vengono: non per il cibo né per la vista, né per la veranda ombrosa sotto i manghi, ma per il fiume, il suono, il moto ondoso e l’impeto della canzone del fiume. Lo so; e anche gli altri lo sanno. Perfino il Pesce Gatto, che ha quattordici anni e pensa di sapere molto più di noi. Il nostro lavoro non è soltanto un lavoro.
Ciò non significa che non siamo professionisti. Alcune persone scolpiscono il legno per guadagnarsi da vivere; altre entrano nell’esercito, alcune lavorano nei mercati, o sui taxi, o sul ciglio della strada. Noi lavoriamo al fiume. Più precisamente, lavoriamo alle rapide.
Le nostre rapide sono una strada principale per ogni genere di commercio. Pescatori, spaccapietre, lavandaie, ladri. Li conosco tutti: ragazzi con le reti, vecchi in piroga, gente che fruga tra i rifiuti con pali e sacchi. A valle c’è il fondale poco profondo dove Maman Jeanne porta il bucato. Che è pure un buon posto per nuotare, per i bebè e le donne, ma noi non nuotiamo lì. Oh no. Noi nuotiamo più in su, da Les Rapides alle secche degli spaccapietre, e non permettiamo a nessuno di lavorare alla nostra striscia. Ci siamo guadagnati quella striscia, la Scimmia, il Pesce Gatto, il Ragazzo di Hollywood e io. Soprattutto io: in parte perché sono la più giovane, ma specialmente perché sono una bambina. E, come dice Maman Jeanne, le ragazze non si espongono, le ragazze non si spogliano e, soprattutto, non cavalcano mai e poi mai le rapide.
Ci sono tre corridoi che dividono le rapide dal nostro lato del fiume. Uno – noi lo chiamiamo lo Scivolo – è vicino all’argine, e scorre zigzagando a perdifiato tra le rocce. Il secondo, il Pozzo, è molto più al largo, e per raggiungerlo bisogna nuotare verso l’esterno in un’ampia curva, evitando una gola e un brutto salto sopra alcuni grossi massi. Bisogna essere forti, ma più di tutto veloci, perché nessuno può nuotare controcorrente; l’unica cosa in cui sperare è usare la corrente per farsi spingere abbastanza lontano da raggiungere la salvezza del corridoio. Ma se lo si manca anche di una sola bracciata, allora la corrente ti frusta – scuotendoti di qui e di là come un cane con un topo – fin dentro la gola. Se sei fortunato e ti risputa fuori, la cavalcata finisce con una breve corsa a precipizio giù per una piccola discesa rocciosa e accidentata e non ti fai un gran male, tranne forse per il sedere sbucciato e la punzecchiatura delle risate che giungono dalla riva. A volte capita, però non a me. E altre volte, be’. Meglio non pensarci. «Il buon Dio fa il suo raccolto», dice Maman Jeanne, «ma nemmeno tutte le vostre lacrime riporteranno indietro un solo seme.»
La terza cavalcata è quasi una leggenda. Molto, ma molto più lontana delle altre, forse tre volte la distanza fra il Pozzo e l’argine, si può raggiungere proprio dal Pozzo stesso. A metà strada verso le secche degli spaccapietre la corrente si separa sopra una grossa roccia rosa, che noi chiamiamo la Tartaruga. Il guscio della Tartaruga è rotondo, e su un lato c’è una buona discesa facile che porta al corso principale. Sull’altro ci sono rocce sott’acqua: noi le chiamiamo mordicaviglie, ma se si è veloci, e con un po’ di fortuna, penso che sia possibile allontanarsi dal Pozzo e cavalcare la grande curva del fiume verso l’Abisso.
Non l’ho mai provata, anche se ho tracciato il suo percorso, usando relitti del fiume e ciuffi di giacinto d’acqua, e sono quasi sicura di poterla fare. Per quanto ne so, nessuno l’ha fatta: la Scimmia dice che ci sono i coccodrilli, ma è solo spaventato. Con la sua gamba storta non nuota bene come noi altri e non cavalca mai nemmeno il Pozzo. Ma ha un anello di gomma ricavato da un copertone di un camion e ci sta bene come un uccello sul nido, così il Pesce Gatto lo lascia venire. Non penso sia giusto – fossi stata io, sono sicura che lui non lo avrebbe permesso – ma il Pesce Gatto è il Generale, e dobbiamo fare quello che dice. A me non sempre piace, ed è particolarmente duro essere Luogotenente quando perfino la Scimmia è Colonnello, ma il Pesce Gatto è molto giusto nella maggior parte delle altre cose, e poi, in primo luogo, chi altro avrebbe lasciato partecipare una ragazza?
E così, ogni giorno fra le nove e le cinque, ci incontriamo sotto il balcone a Les Rapides e ci esercitiamo nei nostri movimenti. Di quelli facili, per scaldarci, con la Scimmia sul suo anello di gomma e noi che galleggiamo su e giù, gridando. Poi tocca alla roba complicata: tuffi dall’alto, salti a stella, coccodrillo, con tutti noi in una catena ininterrotta. Ci fermiamo a metà mattina per riposarci. E uno spuntino, se riusciamo a procurarcelo: magari una focaccina rotonda o una fetta di manioca fredda scroccata a Maman Jeanne. A volte ci sono dei piccoli manghi verdi sugli alberi sopra la veranda e noi lanciamo bastoni finché non ne cade uno. Dopo le dodici, però, gli ospiti cominciano ad arrivare, e dobbiamo essere bravi, altrimenti rischiamo di perdere la nostra attività.
Come ho detto, noi lavoriamo al fiume. Ma, più precisamente, noi ci lavoriamo la gente: e se chiedete a me, chiunque possa permettersi di spendere un paio di migliaia di franchi congolesi per un pasto è preda consentita. Non è mendicare, non mendicheremmo mai, ma non possiamo impedirgli di guardarci, no? E se ogni tanto lasciano cadere una moneta o due, o un osso di pollo, oppure un pezzo di pane, allora che male c’è? A Maman Jeanne non piace, ma chiude un occhio. È una paga come qualsiasi altra, in fondo, ed è più divertente che spaccare le rocce.
Sono nata da qualche parte a monte del fiume. È successo prima della guerra; non ricordo il nome del posto, e neppure un granché al riguardo, tranne che c’era una casa con la copertura di palma e dei polli che vi correvano intorno, e mia madre che mi portava in una fascia sulla schiena, e che c’era un odore – non odori di città ma un odore di foresta – di fango bagnato, di alberi, di giunchi e di vapore dalle pentole di manioca. Forse è per questo che sono finita sull’Isola dell’Ippopotamo: è una camminata piuttosto lunga fino in città ogni giorno, ma è bello stare fuori città di notte e sentire la canzone del fiume mentre mi addormento, con il suo coro di rane e animali che pigolano.
Nessuno ci va spesso, tranne i pescatori. Si dice che sia magia cattiva. Papa Plaisance dice che è lo spirito di quell’ultimo ippopotamo, che attende l’occasione di essere vendicato. Maman Jeanne dice che è perché durante il combattimento qui sono successe delle cose. Non dice molto, ma so che sono state brutte, perché normalmente Maman Jeanne è una gran chiacchierona. Tuttavia, questo è successo tanto, tanto tempo fa, almeno tre anni, e adesso l’isola è un buon posto tranquillo. Ma la maggior parte della gente si tiene alla larga e ci sono storie di fantasmi e streghe. Io non ne ho visto nessuno. Neanche Papa Plaisance, e lui viene qui ogni giorno con la sua piroga. Però ho visto dei pesci gatto niente male e sono contenta che gli altri stiano alla larga. E poi, mi piace restare per conto mio.
Maman Jeanne ha una baracca vicino all’altra sponda. Vive lì con Maman Kim, sua figlia, e Petite Blanche, sua nipote. Il marito di Maman Kim viveva qui, ma ora non più. Dietro c’è una storia, ma quelle sono cose «tra moglie e marito», come dice Maman Jeanne, e a me non interessa tanto. Anche Papa Plaisance ha una baracca, con un orto e un’officina sotto il grosso albero di mango. Papa Plaisance è zio del Pesce Gatto. Fabbrica piroghe, o lo faceva, prima che arrivasse la guerra, belle piroghe sottili che fendono l’acqua senza un rumore. Mi ha insegnato lui a cavalcare la corrente e come remare da poppa per impedire alla piccola barca di rovesciarsi. Lui si spinge molto lontano, fino alle rapide, e piazza le sue trappole fra i mordicaviglie. Ogni tanto devo aiutarlo, ma è un lavoro noioso in confronto a cavalcare le rapide, e comunque non mi paga mai, così quando posso lo supero di nascosto e mi faccio strada da sola a monte.
Oggi sono arrivata presto a Les Rapides, un’ora dopo l’alba. Gli altri non c’erano ancora, e mi sono seduta sull’argine ad aspettare, masticando un pezzo di germoglio di bambù amaro e osservando il fiume a caccia di pesci diavolo. In giro non c’era nessuno, eccetto un vecchio con la piroga e qualche uccello che volava basso sopra l’acqua marrone. Ero lì già da un’ora prima che la Scimmia comparisse con l’anello, e a quel punto avevo già capito che qualcosa non andava. Lo avrei saputo anche senza il modo in cui la Scimmia mi guardava, tutto di traverso e in maniera astuta, con quel sorrisino che significa cattive notizie per qualcuno che non è lui. È sempre stato geloso di me, lo so. Forse perché so nuotare meglio, forse perché ho gambe lunghe e diritte, mentre lui deve camminare a passi corti e un po’ sghembi sul piede storto.
«Gli altri dove sono, Scimmia?» ho chiesto.
«Arrivano presto», mi ha risposto. «Papa Plaisance ci ha detto di passare da lui. Ci ha dato focaccine per colazione.»
Be’, questa è stata una sorpresa, tanto per cominciare. Il vecchio Papa non dà mai cibo gratuitamente. Mi sono chiesta cosa volesse, e perché avesse invitato i miei amici a mangiare e mi avesse lasciato andare a Les Rapides da sola.
«Papa dice che stai sprecando tempo», ha detto la Scimmia, estraendo gli avanzi della sua focaccina e cominciando a mangiarla. «Dice che si possono fare soldi sul fiume.»
«Cosa, pescare con lui? Questo lo lascio a quelli che non nuotano così bene.»
Scimmia ha stretto gli occhi. «Be’», ha detto, «Papa dice che non vuole più vederti qui. L’ha detto al Pesce Gatto. Adesso lavori per lui. Niente più Rapide.»
Non riuscivo a crederci. «Papa Plaisance non è della mia famiglia», ho ribattuto. «Non ha il diritto di decidere cosa devo fare. Solo perché lo zio del Pesce Gatto dice così, non significa che io debba fare il suo lavoro gratis.»
«Lui l’ha detto al Pesce Gatto», ha ripetuto la Scimmia ostinato. «Io lo dico a te.»
«Ma questa è la mia attività», ho risposto, sentendo un piccolo tremito stupido nella voce.
«Non più», ha risposto la Scimmia. «Le rapide appartengono alla banda del Pesce Gatto.»
C’è stato silenzio mentre lasciavo che la frase passasse oltre. La Scimmia mangiava la sua focaccina osservandomi con quello sguardo negli occhi, aspettandosi forse che piangessi, non so. In ogni caso, non gli ho dato quella soddisfazione. «Sei soltanto il garzone delle consegne», gli ho detto in tono altezzoso. «Dov’è il Generale?»
Ha fatto una scrollata di spalle nella direzione degli spaccapietre. «Non andare lì, Ngok», mi ha allertata quando ho cominciato a scendere verso il sentiero. «Non sei la benvenuta.»
«Vuoi fermarmi?» ho sparato.
La Scimmia ha scrollato di nuovo le spalle e mi ha seguito tenendosi a distanza, zoppicando. «Vedrai», è la sola cosa che ha detto, e anche allora ho finto di non sentirlo.
Ho trovato gli altri giù vicino agli spaccapietre. Il Pesce Gatto non mi rivolgeva lo sguardo e il Ragazzo di Hollywood giocava a far rimbalzare i sassi sopra la piscina naturale e faceva il disinvolto. «La Scimmia mi ha detto che non mi vuoi più sulle Rapide», l’ho attaccato subito, prima che il Pesce Gatto potesse intervenire.
Il Pesce Gatto non ha risposto nulla, si è solo stuzzicato i piedi senza guardarmi.
«Un gatto ti ha morso la lingua?» ho chiesto.
Il Pesce Gatto ha borbottato qualcosa sul non volere andare in giro con le bambinette.
«Le Rapide sono mie quanto tue», ho detto, sentendo di nuovo quel suono nella mia voce, a metà fra le lacrime e la rabbia del pesce diavolo. «Non puoi fermarmi se voglio venire qui.»
Ma poteva, e lo sapeva. Tre contro una; in più, sulla terraferma, erano più grossi, più grandi, più forti di me, perfino quel vigliacco di Scimmia con il piede storto. Eppure non mi importava. Che ci provassero, se erano uomini all’altezza. Ho toccato il dente di pesce diavolo sul suo filo di metallo e ho pregato: “Pesce diavolo, mandami il tuo spirito a rendermi forte”.
«Vai a casa», ha detto il Pesce Gatto.
«Vuoi impedirmelo? Provaci.» E poi un’improvvisa ispirazione mi ha bloccata, vigorosa e forte come una voce proveniente da Dio. Dio o pesce diavolo, comunque, non potevo dirlo, ma era così chiara che mi ha fatto restare senza fiato, e poi ho cominciato a ridere, ansimando, finché i ragazzi devono aver pensato che fossi pazza.
«Perché ridi, Ngok?» ha domandato il Ragazzo di Hollywood, ora apparentemente un po’ a disagio. Così doveva essere: l’avevo visto tentare il Pozzo proprio la settimana prima, e l’aveva preso largo, aveva urtato contro la Tartaruga ed era finito a faccia in giù in una buca di fango. Il Pesce Gatto è più bravo, ma la Scimmia non prova mai le cavalcate lunghe e io sapevo di poter battere chiunque di loro, forse addirittura il Pesce Gatto, in una giornata buona, e con il dente di pesce diavolo a portarmi fortuna.
«Vuoi le Rapide tutte per te?» ho chiesto, sempre ridendo. «Facciamo un patto, ragazzo. Vediamo chi è il migliore. Lasciamo che sia il fiume a decidere.»
Questo li ha fatti sgranare gli occhi. La Scimmia sembrava spaventato, il Ragazzo di Hollywood si è messo a ridere. Solo il Pesce Gatto era silenzioso, serio. «Cosa intendi?» ha domandato alla fine.
«Intendo una sfida», ho risposto. «La banda del Pesce Gatto contro la banda di Ngok. Il vincitore si prende le Rapide. Chi perde se ne torna da Papa Plaisance.»
La Scimmia ha ridacchiato. «Devi essere pazza», ha detto.
«Pazza forse, ma so nuotare come un coccodrillo.»
Il Pesce Gatto si è accigliato. Non parla molto, e quando lo fa, la gente ascolta. Era il Generale, dopo tutto, e sapeva che un buon Generale non può mai rifiutare una sfida. Lo fai una volta e la gente comincia a pensare che hai paura. Due volte, e nessuno ubbidisce più agli ordini. Tre, e sei un uomo morto.
«Che tipo di sfida?»
«Quella grossa», ho risposto immediatamente. «L’Abisso.»
C’è stato un lungo silenzio. Poi il Pesce Gatto ha annuito una volta. «D’accordo», ha risposto, e senza voltarsi a guardarmi si è alzato e ha cominciato a risalire verso Les Rapides.
Nel raggiungere il posto dove andavamo a nuotare, ho pensato che l’Abisso sembrasse più scuro e più distante che mai. Il fiume era già gonfio per la pioggia della settimana precedente: chiazze di giacinti d’acqua, alcune grandi come barche, correvano via sospinte dall’acqua puzzolente. Nel giro di un mese arriveranno le lunghe piogge; allora le Rapide saranno troppo pericolose per poterle cavalcare, perfino per un buon nuotatore. Durante i mesi piovosi anche i coccodrilli muoiono nelle rapide vorticose. Adesso era troppo presto per quel periodo, ma non mancava neppure tanto, e io cominciavo a sentirmi un po’ nervosa mentre raggiungevamo la nostra striscia; adesso nessun cliente stava mangiando, non ancora, ma un cameriere preparava i tavoli sotto il grande albero di mango, e l’odore di qualcosa di arrostito scendeva dalla cucina aperta.
«Sicura?» ha chiesto il Pesce Gatto guardandomi. La sua faccia era calma, però mi sembrava che stesse sudando: forse il calore, o forse anche qualcosa d’altro. La Scimmia gli stava accanto con l’anello di gomma sotto il braccio, gli occhi spalancati con tutto il bianco in mostra.
«Spaventato?» ho chiesto io.
Il Pesce Gatto ha alzato le spalle, come per indicare che per lui l’Abisso era soltanto un’altra lunga cavalcata e non il tratto più grande, più estremo e più pericoloso delle vicine Rapide.
«Allora va bene.» Ci siamo guardati.
«Prima tu.»
«No, tu.»
La sua faccia pareva di legno, rigida, dura e priva d’espressione. «Allora va bene. Andiamo insieme.»
«No, amico», ha detto il Ragazzo di Hollywood in preda allo sgomento. «È troppo rischioso!» In un certo senso aveva ragione: quelle lunghe cavalcate erano più sicure se si facevano da soli, dato che la distanza va calcolata con precisione assoluta, e perfino un centimetro sul lato sbagliato può significare una deviazione letale verso il vortice di una gola, o una corsa massacrante sopra i mordicaviglie. Due nuotatori insieme si aggrovigliano, come isolotti di alghe, rompendo la corrente e rischiando di provocare un disastro.
«D’accordo», ho risposto. «Tutti e due insieme.»
Perfino in un giorno senza niente da dimostrare, noi ci esercitiamo prima di tentare le grandi corse. Magari un paio di discese giù per lo Scivolo, un coccodrillo o due, alcuni salti, e poi siamo pronti per tentare il Pozzo. Quel giorno non ci fu nulla di quelle bambinate. La Scimmia stava seduto sull’argine e guardava, le gambe ripiegate nell’anello di gomma; il Ragazzo di Hollywood sedeva curvo sotto l’arco di Les Rapides e il Pesce Gatto e io osservavamo il fiume, lanciando dentro degli oggetti di tanto in tanto – una bottiglia di plastica, un pezzo di legno – per misurare la velocità e il corso dell’Abisso lontano.
Nessuno di noi due voleva fare un giro di prova. Sarebbe stata una dimostrazione di debolezza, in qualche maniera; anche se sapevo che non farlo avrebbe ridotto di molto le nostre probabilità di successo. A rigor di logica avremmo dovuto fare il Pozzo una decina di volte o giù di lì prima di tentare l’Abisso – ma la cosa che più di ogni altra mi tratteneva era il calore della mia rabbia, e non volevo che il fiume mi raffreddasse, prima di essere pronta.
Venti minuti, e potevo sentire la rabbia cominciare a calare. Il Pesce Gatto stava ancora guardando, saggiando la velocità del vento e l’acqua, lanciandomi di tanto in tanto un’occhiata rapidissima per vedere se mi fossi persa d’animo. Ho pregato di nuovo il dio del pesce diavolo: “Velocità, coraggio, fortuna”, e ho scoccato al Pesce Gatto un largo sorriso luminoso. Non so se lo abbia ingannato; in ogni caso io non ho aspettato oltre e mi sono alzata, ho rimboccato la gonna intorno alle gambe, l’ho legata e ho detto: «Pronto?».
«Sei matta», ha detto la Scimmia con lugubre soddisfazione. «Se non sarà il fiume, allora ti prenderanno i coccodrilli.»
«Ai coccodrilli non piace l’acqua veloce», ho risposto, guardando oltre lui verso il corridoio distante. Adesso lo si vedeva a malapena per via dei riflessi: una striscia nuda, più levigata del resto, oro che fremeva nella caligine lontana. Era bello, ho pensato, bello come il dorso di un serpente scintillante. E come il serpente, mordeva.
«Sempre pronta?» Lui sperava di no, lo vedevo nei suoi occhi.
«Come sempre», ho detto, ed entrambi abbiamo fatto un passo indietro per darci il massimo della rincorsa. Uno-due-tre passi, le mani che quasi si toccavano, e siamo arrivati al ciglio; un quarto passo e mi sono lanciata lontano nell’aria, saltando oltre lo Scivolo, atterrando piedi in avanti con un tonfo d’aria nella coda del Pozzo.
Sono sprofondata, finendo sott’acqua; ho sentito il fiume trascinarmi, molto più forte là sotto che in superficie, e ho tirato su in fretta i piedi. Il Pesce Gatto era da qualche parte, molto vicino, lo sapevo; ma in quel momento non potevo permettermi di cercarlo. Con tutta la forza mi sono distesa, protendendomi in avanti, scalciando, cercando di afferrare la corrente come un’ancora di salvezza. A valle, la Tartaruga scrollava la sua gigantesca spalla rosa fuori dall’acqua e io sono partita per il Pozzo, sapendo che se avessi raggiunto la Tartaruga dal lato sbagliato avrei mancato l’apertura e sarei stata trascinata in un caos di vortici e mordicaviglie – sempre che il fiume non mi spiaccicasse come un uovo marcio.
Dietro di me e alla mia sinistra, più all’interno del corridoio, sentivo il Pesce Gatto dibattersi e annaspare. Lui era forte, ma era anche pesante; ho sollevato i piedi fuori dall’acqua che mi trascinava e sono avanzata scalciando, leggera come un giglio. Nessuno di noi due parlava: avevo acqua nel naso e in bocca, acqua negli occhi, e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era il corridoio che mi trainava, facendomi roteare e ansimare, più vicina alla Tartaruga e alle gole su entrambi i lati.
Pum-pum-pum. Una piccola discesa irregolare, una fila di rocce rotonde sparse sotto la superficie come le ossa nella spina dorsale di un uomo magro. Le ho cavalcate, perdendo velocità e fiato, e poi la Tartaruga era già lì, con la sua liscia distesa di corsa nel Pozzo su un lato dell’argine, il suo groviglio di territorio inesplorato sull’altro. Ho fatto un respiro profondo. Mi sono fatta forza e ho battuto i piedi contro la Tartaruga proprio mentre il fiume mi sollevava al di sopra della roccia, sospingendomi con le mie lunghe gambe potenti e lanciandomi nell’ignoto. La corrente qui era più forte che mai, mi risucchiava le gambe con sferzate calde e fredde, e c’erano sassi, sassi e rocce che non riconoscevo, che mi colpivano i piedi e le gambe e mi spellarono lo stinco sinistro dal piede al ginocchio.
Mordicaviglie. Non mi aspettavo niente di meno, ma questi erano mordicaviglie che mordevano il corpo intero, che si allungavano dalle profondità come i denti del fiume. Ho ritratto le gambe, e ancora mordevano; dietro di me, il Pesce Gatto ha lanciato un grido, ma non potevo vedere perché. E l’Abisso sembrava due volte più lontano, due volte più veloce di quanto fosse mai stato prima, come una strada in una storia di castelli che si spostano e paesi che svaniscono in una notte solo per riapparire da un’altra parte, dall’altra parte del mondo, forse, sotto una nuvola, un tappeto magico di neve.
Ho pregato per l’ennesima volta il dente di pesce diavolo: “Portami lontano, portami veloce”, e mi sono catapultata più forte che potevo via dalla zona rocciosa. Accanto e dietro di me, ho visto il Pesce Gatto fare lo stesso; ma mentre io mi scagliavo in avanti, l’ho visto scivolare, sparire verso un canalone tortuoso che rifluiva nel Pozzo, mentre io veleggiavo davanti a lui, veloce e diritta come una delle piroghe di Papa Plaisance, oltre la zona di pericolo e verso l’acqua rapida, liscia.
L’Abisso! Adesso lo vedevo, era sul mio percorso: la curva della mia rotta mi avrebbe portata diritta verso di lui, usando proprio la velocità del fiume per scagliarmi dall’altra parte, come un ragazzo che usasse una fionda per lanciare un sasso. Ho aperto la bocca in un’esplosione di trionfo, Iiiih!, poi mi sono seduta sul fiume, abbracciando le ginocchia come fa la Scimmia quando cavalca il cerchio di gomma, e ho lasciato che il fiume mi portasse, al largo e lontano, nel corridoio.
Sembrava di volare. Di volare, di cadere e di sognare al tempo stesso, con l’acqua pesante che correva nera sul giallo-marrone sotto di me, e pezzetti di detriti del fiume che mi pungevano e frustavano la pelle in fiamme. Ma era una meraviglia: per un momento non sono stata semplicemente nel fiume; io ero il fiume; cantavo la sua canzone e il fiume mi rispondeva cantando con le sue molte voci e, se avessi voluto, credo che avrei potuto nuotare per tutto il tragitto fino a Kinshasa, e niente, neanche i coccodrilli, mi avrebbero toccata.
E poi mi sono guardata indietro. Non avrei dovuto farlo. Ero quasi lì, le dita che sfioravano l’orlo dell’Abisso. Ma mi sono guardata intorno, forse per controllare se il Pesce Gatto avesse visto il mio trionfo, e la gioia è svanita in un gelo improvviso.
Il Pesce Gatto era scivolato, come avevo pensato prima, nel canalone tortuoso che riconduceva al Pozzo. Se avesse seguito quella via, sarebbe stato a posto: era un canale diritto, scorrevole, che girava attorno alla Tartaruga e riportava il nuotatore nel lungo corridoio senza intoppi verso la piscina naturale. Ma il Pesce Gatto non aveva seguito quella via. Aveva cercato invece di spingersi all’indietro: un gesto disperato, impossibile, contro la corrente. Il fiume lo aveva fermato; prima facendolo rovesciare di schiena, poi trascinandolo indietro verso la Tartaruga, le rocce e la gola nera nel mezzo. Il Pesce Gatto aveva capito l’errore troppo tardi: lo vedevo aggrapparsi, tutto testa scura e braccia magre, intorno a uno spuntone di roccia di fiume sporgente mentre, sopra di lui, l’acqua si sollevava e precipitava, sgroppando come una creatura senza sella che non vuole farsi cavalcare. Ho visto tutto questo in un istante: il fiume arrabbiato, il Pesce Gatto che si aggrappava per salvarsi la vita, la gola di oscurità più sotto. Con un po’ più di velocità, avrebbe potuto farcela a superare la gola; ma aveva perso lo slancio e il sangue freddo. Adesso si aggrappava, scivolando sempre più sulla pietra viscida, e gemeva silenzioso sopra l’ululato della canzone del fiume.
Davanti a me, l’Abisso era alla distanza di un braccio. Anche la sua canzone era assordante – Vieni a me, Ngok – ma c’era pure il mio amico, e sebbene dentro di me mi sentissi straziata ad abbandonare la sfida, sapevo di non poterlo lasciare inghiottire dalla gola.
Mi sono spinta via, di nuovo in mezzo alle rocce. Per un secondo l’Abisso mi ha ghermito, cantando la sua canzone; poi mi ha sputato fuori forte come un bambino che sputa un seme di pawpaw, la papaia, e io sono schizzata, sfiorando le rocce con le ginocchia, verso il Pozzo. Era rischioso, lo sapevo. Avrei dovuto seguire il Pesce Gatto con la massima precisione e senza perdere slancio, afferrarlo dove si era aggrappato senza che la gola ci aspirasse entrambi. Un errore di calcolo di un secondo e saremmo andati sotto insieme, per non riaffiorare più. Un paio di centimetri da una parte o dall’altra e lo avrei mancato del tutto. Ho pregato il pesce diavolo un’ultima volta, “Oh, per favore, pesce diavolo, fa’ che la mia mira sia buona”, e con un profondo respiro, seduta ad angolo retto sull’onda e con i polmoni pieni da scoppiare sono scivolata giù a tutta velocità per la corsa finale in direzione del Pesce Gatto.
Lui deve aver visto cosa cercavo di fare. Ha afferrato la mia mano mollando la presa sulla roccia, e ho lasciato che la mia velocità ci trasportasse entrambi, come bottiglie sull’acqua, andando a rotta di collo diritti sopra la gola cattiva e nel tormento dei mordicaviglie.
«Tieni duro, Pesce Gatto!» riuscivo a sentirmi dire sopra la canzone del fiume. Ma la sua mano era nella mia e la tenevo stretta, ed entrambi urlavamo mentre le rocce ci mordevano le gambe e i piedi. Ora il fiume rideva, lo sentivo bene: un riso basso di rocce e ciottoli, come i tamburi intorno a un fuoco da campo. E il Pozzo stava tornando di nuovo liscio: rallentava e diventava più calmo verso la piscina naturale. I sassi sparivano sotto i nostri piedi; il Pesce Gatto ha lasciato la mia mano e ha cominciato a nuotare, lento e con difficoltà, in direzione delle acque basse.
Gli altri ci stavano aspettando lì, incerti di quanto avevano visto.
«Che è successo, amico?» ha detto la Scimmia impaziente, mentre il Pesce Gatto e io ci stendevamo sui sassi asciutti delle secche degli spaccapietre ed esaminavamo i tagli e le sbucciature sulle gambe.
Ho guardato il Pesce Gatto. Lui non ha ricambiato lo sguardo. Il suo volto sembrava più legnoso che mai, tranne per un grande graffio sopra un occhio, probabilmente provocato dal colpo su una roccia appuntita.
«Hai raggiunto l’Abisso, Ngok?» ha domandato il Ragazzo di Hollywood, la voce tremante di eccitazione. «Mi è parso di averti visto, ma eri troppo lontana per esserne sicuro...»
Era il momento di parlare, ho pensato. Di rivelare come avessi toccato l’Abisso, toccato veramente con la punta delle dita, come un pesce mitico che nessuno riesce mai a prendere tranne nei sogni. Se glielo avessi raccontato, allora sarei stata Generale. Il Pesce Gatto sarebbe andato a casa da Papa Plaisance. Les Rapides sarebbero appartenute a me.
Il Pesce Gatto ancora non mi guardava. La sua faccia appariva chiusa come una roccia.
«Allora?» ha fatto la Scimmia. «Hai vinto?»
C’è stato un lungo silenzio. Poi ho scosso la testa. «Nah», ho risposto. «Ce l’ho quasi fatta, ma il Pozzo mi ha fermato. Un pareggio, amico. Non ha vinto nessuno.»
Il Ragazzo di Hollywood pareva deluso. «Ehi, Ngok», ha detto. «Hai perso il tuo dente magico.»
Ho fatto per toccarlo, ma già sapevo che non c’era più. Forse il fiume se lo era ripreso; o forse era lo spirito del pesce diavolo, che si riprendeva ciò che gli spettava.
Lavoriamo ancora al fiume, noi quattro: il Pesce Gatto, la Scimmia, il Ragazzo di Hollywood e io. All’inizio c’è stata un po’ di tensione con Papa Plaisance, ma inaspettatamente Maman Jeanne ha preso le mie parti: improbabile, avrei detto, ma sembra che Papa fosse sul suo libro nero per qualche lavoro non pagato.
Il fiume è di nuovo nostro, per il momento, almeno quella striscia che corre da Les Rapides alle secche degli spaccapietre, e ci lavoriamo ogni giorno, anche se nessuno ha mai tentato l’Abisso da allora. Forse lo rifaremo, un giorno. Il Pesce Gatto è ancora Generale, anche se non dà più gli ordini esattamente come prima. E ho visto un bagliore negli occhi del Ragazzo di Hollywood – mi dice che un giorno potrebbe esserci un’altra sfida. Non con me, però. Non un’altra volta. Sciocco immaginarmi di potere un giorno essere Generale, è già abbastanza cercare di rimanere all’altezza dei maschi, anche se alle volte lo vedo nel loro sguardo: quell’ammirazione, quella consapevolezza di un’impresa osata, di un segreto intravisto, di una gloria quasi conquistata. Un giorno, forse, lo incontrerò di nuovo.
Nel frattempo c’è sempre il fiume, come dice Maman Jeanne, con i suoi silenzi sonnolenti e la rabbia terribile e la canzone che continua, continua, continua, portandosi formule magiche e sogni e storie fin nel ventre dell’Africa e poi di nuovo fuori, nel mare aperto, sconosciuto.
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