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pier vittorio tondelli

attraversamento dell'addio (it)

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Così Aelred glielo avrebbe detto molto semplicemente, approfittando di un momento di distensione, un dopo sbronza, magari quando i colori sono pallidi, le voci tenui e i pensieri vagano nell'aria satura di alcool come leggere condensazioni di idee non ancorate; glielo avrebbe detto ben sapendo di farlo soffrire, di procurargli una ferita violenta, il cui dolore tuttavia non lo avrebbe accecato di colpo, lo avrebbe soltanto stordito, inebetito per lacerargli in seguito il cuore, giorno dopo giorno, fino a farlo impazzire; ma in quel momento, in quell'attimo di azzerante pena, in bilico fra la vita e l'assenza - poiché conosceva benissimo quanto Fredo fosse portato dal proprio carattere a giungere sempre in prossimità del proprio punto di rottura, anche per i fatti più banali del vivere -, in quel momento, dunque, Aelred sapeva che l'altro avrebbe, con uno sforzo disumano ma fecondo, scelto - come sempre - la vita. Forte di questa certezza, quindi, quella stessa sera avrebbe detto a Fredo che tra loro era finita, e con queste semplici parole avrebbe consapevolmente, bestialmente, condotto l'amico sulla china della perdizione, per poi farlo emergere di nuovo alla vita, solo, senza più il suo ragazzo, lui stesso, Aelred. In sostanza, egli forniva al suo grande e insopportabile amore l'occasione di salvarsi, anche se tutto ciò sarebbe passato attraverso l'atroce sofferenza della più completa separatezza, cioè l'attraversamento gelido della parola "addio". Ma aveva deciso così. Amava Fredo, lo avrebbe sempre amato, e proprio per questo non poteva permettersi di giustiziarlo, trascinandolo ancora di più nelle spire insolubili del proprio dolore e della propria pazzia. Anche se Fredo forse avrebbe, per amore, accettato consapevolmente questo definitivo annientamento di sé e della propria arte. Il loro amore si era tramutato giorno dopo giorno in vera passione, una prigione di legami, di pulsioni, di ricatti, di desideri e di bisogni da cui non sarebbero più riusciti a liberarsi se non con un atto di supremo eroismo: dimenticarsi. Ma dopo otto mesi, già ricaduto in un'ennesima crisi, Aelred decise che doveva lasciarlo. E quella sera, fermo e risoluto glielo avrebbe detto.
Si trovarono così faccia a faccia nella stanza da letto di Fredo. Era da poco passata la mezzanotte, e nell'appartamento di Fulham Road faceva freddo. Aelred aveva dimenticato di avvertire Miss Shapiro del fatto che la legna fosse finita, e la donna naturalmente non aveva provveduto a rifornire le scorte. Il termosifone del salotto non funzionava poiché, da giorni e giorni, la caldaia s'era rotta, e anche per questo accidente nessuno s'era dato la briga di preoccuparsene. I due amanti vivevano ormai solo in se stessi, sempre più lontani dai piccoli impedimenti del mondo. Appena rincasati, Fredo dunque si attaccò alla bottiglia, gettandosi sul letto e coprendosi con qualche coperta. Aelred invece indugiava sulla porta della camera. Senza dire una sola parola, Fredo porse la bottiglia di scotch al ragazzo, ma questi la rifiutò, scuotendo la testa. Era immobile, lì davanti a Fredo, ma l'inquietudine vibrava nel suo corpo.
"Avanti, dimmi che c'è," esordì allora Fredo. Voleva che la guerra scoppiasse il più presto possibile. Era questione di delicatezza verso Aelred che, per tutta la sera, trascorsa in un teatrino del West End, non aveva parlato né sorriso; aveva solo vorticosamente spinto gli occhi avanti e indietro, com'era solito fare nei grandi momenti della propria inquietudine interiore. Aelred stava anche ora sulle spine - questo Fredo lo sapeva da molte ore ormai - e tutto ciò era imbarazzante. Egli amava talmente il suo bianco angelo del Nord da non sopportare nemmeno che questi stesse in imbarazzo per causa sua. Fece quindi ricorso - come sempre - alla sua calma e alla sua forza, anche se questo avrebbe significato avvicinarsi al dolore più speditamente. Ruppe gli indugi con quelle parole. Era molto calmo, ma non tranquillo. Era come il mare in una notte di bonaccia, buio e calmo. Ma non tranquillo.
Aelred scostò il ciuffo di capelli e alzò lo sguardo verso l'amico e, senza distoglierlo, si avvicinò al letto, sedendosi di lato. "Hai ragione, Fredo, quando dici che non ti posso bastare. Che l'amore che provo per te non è sufficiente a farci felici perché non raggiunge mai la compiutezza di me stesso. Hai ragione. E io non intendo farti soffrire ancora."
Fredo ingoiò un'altra lunga sorsata di whisky. Poi, con la voce spezzata dalle troppe sigarette e ingarbugliata dall'alcool, disse: "Capisco, Aelred: mi lasci. Ogni innamorato sa che il momento arriva e, fin dal primo incontro, la sua angoscia è la consapevolezza di quel momento. Ora è arrivato anche per me. Solamente..." Si interruppe, tormentandosi la barba rada, trascurata, di qualche giorno. Si fissava le mani lunghe e seccate dal freddo dell'inverno londinese. Non riuscì a continuare.
Aelred lo rimbeccò: "Solamente..."
"Non lo aspettavo così presto. Ecco, solo non lo aspettavo così presto, che vuoi che dica?" Parlava lentamente, ma senza fatica. Faticava soltanto a sovrapporre il suo sentimento alle parole. "Non sto né male né bene; sta succedendo questo e io non posso fare nulla. Non posso piangere, non posso lamentarmi, non posso dirti: "Amiamoci ancora." Abbiamo già ritentato tante volte insieme, per arrivare a questo punto. Io soffrirò, ci sarà il tempo per stare male e per non capire più niente. Ma ora capisco... Probabilmente è come quando arriva la morte per un giovane. È lì, la senti, non puoi far nulla, solo piegare il capo. Dici: "Lo sapevo che devo morire; credevo solamente che fosse un po' più tardi." Ecco, non così presto, troppo presto... Ma in fondo è sempre troppo presto, per tutti."
Aelred prese la bottiglia e accese una sigaretta. Poi si alzò, avvicinandosi alla finestra. Guardò fuori, ma non vide nulla: non poteva vedere nulla. Pensava solamente a come lasciare la casa di Fredo. Si mise una mano in tasca e strinse il pacchetto di sigarette americane. Dentro, infilato fra la carta interna e la stagnola, aveva messo il piccolo involucro argentato. Gli sarebbe bastato per almeno tre giorni, dopo di che avrebbe avuto bisogno di altri tre giorni per rimettersi. Non ce l'avrebbe fatta e avrebbe riempito di nuovo il suo contenitore d'argento, dicendosi: "Solo un po', un pizzichino, per stare meglio." Ma ormai sarebbe stato troppo tardi e lui, Aelred, così debole, di nuovo intossicato. Di nuovo dentro. Forse per sempre.
Sudò, lì accanto alla finestra, di un sudore freddo e senza dolore. Doveva andar via al più presto, sentiva che se avesse indugiato ancora sarebbe stato troppo tardi, non certo per sé, ma per Fredo. Fra poco il suo ragazzo sarebbe stato ubriaco, avrebbe rigettato - perché ormai non riusciva a tenersi dentro nemmeno una mezza dozzina di whisky - e si sarebbe lacerato dal dolore. Aelred avrebbe dovuto pulirlo e rimetterlo a letto, preparargli un po' di laudano per farlo dormire. Ma non ne aveva voglia. Voleva solamente andarsene via, prima che lui capisse. Si voltò e si accorse che Fredo lo stava guardando in un modo spietato, indagatore. Allora cercò di giustificarsi, di schermarsi da quegli occhi decisi che stavano entrando in lui. "Non ce l'ho con te," disse, "tu non c'entri niente. È solamente un problema mio, cerca di capire. Tu hai fatto fin troppo per me, ma non posso continuare a farti soffrire con la mia vita. Devo sparire, Fredo. Sono confuso, non capisco più niente; ti prego, non prendertela, ma cerca di capirmi." Ora si stava lamentando, parlava confusamente, tenendo gli occhi fissi al tappeto. Pareva un bambino che aspettasse la punizione. E Fredo non lo mollava con quello sguardo maledetto. "È un problema mio, solo mio. Non c'entri, Fredo, lasciami andare; sono confuso. Devo solo rispettare questo passo che è mio, solo mio. Mi hai troppo amato; sono stato felice con te, ma ora devo stare per conto mio, Fredo... Fredo..." Gli si avvicinò, sedendosi sul fondo del letto. Non voleva essere alla portata delle sue mani e del suo corpo: sarebbe stato tutto troppo difficile, allora.
"Vuoi continuare a farti, io credo che sia questa la ragione," disse Fredo.
"Ma che c'entra questo?" lo interruppe Aelred, seccato. Alzò le spalle e si mordicchiò un dito. "Che c'entra?"
"È così, e basta. Ci stai ricadendo, lo so. Da come ti agiti, da come credi di avere la situazione completamente in mano, da come ti sforzi di sembrare lucido. Hai solo voglia di farti, e allora perché tutte queste cazzate su di te e su di me?"
"Piantala, Fredo! Non è vero niente!" Aelred era incazzato. Dopo il violento litigio di due mesi prima, e la separazione per oltre tre settimane, non avevano più affrontato questo problema. Aelred si era disintossicato, Fredo anche, e avevano ripreso ad amarsi. E tutto era ricominciato con la freschezza e lo stupore di una rinascita, e la consapevolezza di essere entrambi ancora al mondo: il cuore che pulsava regolare, nonostante i litri e litri di schifezze che per mesi aveva dovuto sopportare; il fegato che continuava a filtrare e a produrre i suoi enzimi; la vescica che si riempiva regolarmente e apriva il miracolo di quello sfogo impetuoso e scrosciante eccetera. Per loro, tutto era come un miracolo, anche mangiare un semplice hamburger senza dover vomitare. Erano arrivati entrambi al limite, e da quel limite erano tornati insieme, di nuovo salvi. Perché allora quella sera sembrava che finisse il mondo?
"Non so più come dirtelo, Fredo. È un problema mio. Ho voglia di stare solo, tu non c'entri niente. Credimi, è così."
Fredo tacque. Bevve una lunga sorsata e accese una Camel. Se Aelred stava di nuovo precipitando, lui stesso era già con le ginocchia a terra. Sentì l'alcool vagargli in pancia con un bruciore; sentì la testa pesante; seppe che avrebbe ripreso a bere. "Vorrei che tu mi baciassi, Aelred," soffiò, "che tu facessi l'amore un'ultima volta con me; vorrei dormire con te e saperti accanto, ma so che tu non puoi. Stai tornando da lei, e niente potrà nulla. Lasci me per gettarti da lei, non è così? Avanti, non è così?"
Aelred alzò gli occhi verso Fredo e raccolse la provocazione. Lo fissò come un lottatore fissa il proprio avversario, poiché entrambi erano nemici quando si parla di queste cose. Avevano deciso di non tornare più sull'argomento; solo due mesi prima avevano detto: "Basta, ricominciamo; ci faremo forza insieme, ci salveremo." Il mistero della loro relazione era racchiuso tutto nell'attrazione che esercitavano reciprocamente le loro debolezze. Erano due uomini senza coraggio, senza carattere, senza forza. Erano due deboli che si amavano. E il loro amore era divenuto troppo forte. Di nuovo nemici. Aelred guardò Fredo e, gelido come solo in quei momenti di orgoglio ferito sapeva essere, disse: "E se fosse così! Che cazzo vuoi? Ti dico di non bere?"
Fredo non rispose. Gettò il viso dalla parte opposta alla figura del suo ragazzo. Strinse gli occhi, e lo stomaco gli si contorse. Una ferita antica che aveva ripreso a far male. Era dunque così. Aelred aveva ripreso a bucarsi: era stato tutto inutile, tutta la loro sofferenza inutile, tutto il suo amore gettato al vento. No, non avrebbe risposto ad Aelred, tremava troppo dentro per poter parlare. Ora si sentiva ai bordi di una landa desolata di disamore. E, ora dopo ora, vi si sarebbe addentrato sempre di più. L'attraversamento dell'addio. Non poteva più guardare Aelred, tremava dalla paura.
Rimasero in silenzio per una decina di minuti. Seduto sul letto, Aelred fissava oltre i suoi piedi con la testa china. Dall'altra parte, Fredo, disteso, accarezzava a occhi chiusi l'orlo della bottiglia ormai a secco.
"È meglio che te ne torni in Italia," disse poi Aelred.
Fredo avvampò. "Lo so io quello che è meglio per me!" Gettò le coperte e si alzò, prendendo a girare ubriaco per la stanza: "Non sopporto che mi si dica quel che è meglio o peggio per me! Lo so io! Ho trent'anni, merda!"
"Tu mi odi, Fredo! Hai sempre detto: "Non sei abbastanza, Aelred; ti amo, ma non sei abbastanza". E ora l'hai capito chi sono io?"
Fredo si ributtò a letto. Riprese la bottiglia e la finì in tre lunghi, bestiali sorsi. "Va' via, Aelred!" ebbe la forza di dire fra i rantoli della propria sconfitta.
Il ragazzo uscì dalla stanza, lentamente. Non si voltò a guardare per un'ultima volta il vecchio amico: l'unico uomo che avesse mai amato nei vent'anni della sua vita, il suo fratellino Fredo, il suo amico, il suo daddy Fredo. "Sarà inutile," bisbigliò tra sé e sé, "non riusciremo mai più a liquidarci."
Fredo non capì, non sentì e non si accorse che Aelred se n'era andato. Era sul letto e ondeggiava in preda alla sbronza. Ondeggiava il suo pensiero. Poi ricordò come un lampo la battuta di un vecchio travestito in uno spettacolo parigino, cui aveva assistito in compagnia di Aelred. Ricordava benissimo la scena, gli attori maschi in costume femminile, i siparietti e le battute. Soprattutto quella battuta: "Ma non potevate avere figli carini!" E lui e Aelred avevano riso come pazzi. Ridendo, e ora anche impazzendo, si portò verso il bagno per rigettare.
"Aelred," fece appena in tempo a borbottare, come se fosse sulla scena del cabaret di Parigi. "Aelred, ma non potevamo avere figli; è tutto così naturale!" Si rivoltò i visceri nella vasca da bagno, si sfogò e svenne sulla moquette gelida.
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