federico zeri (it)
Le indicazioni che il professor Federico Zeri mi comunica, al telefono, di mattina presto, per raggiungere da Roma la sua abitazione a Mentana, sono precise, esaurienti, didascaliche e, nello stesso tempo, umorali: "Vedrà una chiesa, una schifezza. La riconoscerà per l'orrore... Le volti subito le spalle! Prenda la strada opposta, la percorra tutta finché, al termine, troverà il cancello della villa." Così, con una mappa scarabocchiata alle sette del mattino, fitta di una nomenclatura da caccia al tesoro - "Voltare a destra," "Proseguire a sinistra," "Deviare al trentesimo chilometro", "Oltrepassare un cippo" eccetera -, mi avvio a un incontro che mi immagino già estremamente difficile, con quello che è considerato "il maggiore occhio vivente" fra gli storici dell'arte; e non già per le leggende sul carattere bizzarro e imprevedibile del personaggio, ma proprio per una mia inadeguatezza che si esplica nel non avere alcuna domanda da rivolgergli. E, infatti, cosa chiedereste al professor Federico Zeri, nato a Roma nel 1921, figlio di un illustre clinico, allievo di Pietro Toesca e di Roberto Longhi, curatore di numerosi cataloghi di dipinti italiani (tra cui quelli del Metropolitan Museum di New York o della Walters Art Gallery di Baltimora), consulente di collezionisti mitici (da Alessandro Contini Bonacossi a Paul Getty), protagonista di una vita che Giovanni Testori ha ingenerosamente definito "cupamente mondana e sola che neppure la pressoché unica capacità di vedere, intendere e sapere, è riuscita a calmare"; cosa gli chiedereste di cui già non abbiate letto, in qualche rivista, nei suoi libri, nella lunga intervista redatta da Marco Bona Castellotti, nei numerosi interventi sui giornali e, da ultimo, anche in televisione?
Potreste solamente fargli le solite domande, alle quali risponderà - con notevole e insperata pazienza - nello stesso modo, usando le stesse battute, gli stessi esempi, le stesse metafore. Ma ha senso sentirsi ripetere lo stesso aneddoto riportato da ogni cronista? Non sarà come chiedere a Federico Fellini del Grand Hotel di Rimini? Allo stesso modo: andremo a Mentana per chiedere una volta ancora al professor Federico Zeri perché consideri un falso, un'esecuzione del tardo Ottocento, il Trono Ludovisi attribuito invece dalla maggioranza degli storici dell'arte addirittura al IV secolo a.C.? Inevitabilmente risponderà con le stesse parole che ha usato a Mixer, o nelle numerose interviste, con quel suo italiano in cui si mescolano inflessioni e raddoppi di consonanti tipiche del romanesco, francesismi, bons mots, gergalità da iniziati. Per fare un esempio delle expertise vocali di Federico Zeri, sempre a proposito del Trono Ludovisi: "Ci sono incongruenze stilistiche e logiche, assurdità palesi... La coscia della suonatrice che esce quasi dal costato mi ricorda la terza gamba di una vecchia comica di Harold Lloyd. Quel cuscino su cui è appoggiata la flautista assomiglia al colon gonfio di una persona che soffre di occlusione intestinale; per non parlare delle mammelle della Venere, così distanti che in mezzo ci passerebbe un treno." Non male per uno scrittore, la cui prosa appare invece - nelle centinaia di scritti e di elzeviri, nelle pubblicazioni ormai classiche come i Diari di lavoro o Due dipinti, la filologia e un nome - assolutamente circostanziata e precisa, colta, ricca di riferimenti storici, e nella quale il ricercatore implacabile, lo studioso che ha visto tutto, solo raramente si lascia andare alle stravaganze intellettuali, o semplicemente citazioniste, dell'erudito.
Perché, in effetti, nei vari aspetti che compongono la multiforme personalità di Federico Zeri convivono due elementi che parrebbero assolutamente opposti: da un lato, la serietà del filologo; l'acume del critico; l'intelligenza dell'uomo di cultura, del viaggiatore, del connaisseur che non sembra però conoscere i deliqui e gli svenimenti dell'esteta e del dandy; e, dall'altro, il côté scherzoso, ilare, forse tirannico, antipapalino e antistituzionale che contraddistingue solo i veri romani; l'antiaccademismo dell'uomo che si è fatto da sé e che odia le conventicole e le famiglie; che ha conosciuto il mondo e che, forse, se ne è stancato; che ha amato la sua città e che l'ha vista cambiare completamente negli ultimi decenni, assistendo impotente allo scempio edilizio e che, forse per questo, si è allontanato, come un vecchio patrizio romano un po' narcisista, nella solitudine del Nomentano. Così mentre si lamenta, con un'ossessione leggermente cupa, per l'ennesimo furto di opere d'arte che ha subito - una sottrazione valutabile in circa mezzo miliardo di lire - il professor Zeri ridacchia divertito, mostrandomi il settore degli oggetti stupidi e dementi che colleziona con l'orgoglio di un bambino estroverso, e che il suo amico Roberto D'Agostino, con cui ha pubblicato Sbucciando i piselli, non manca di regalargli: una dentiera a molla, un bidoncino griffato per l'immondizia d'autore, un hot dog iperrealista di caucciù, un cazzetto a chiave che saltella come uno spiritello...
Sono due aspetti del carattere di Zeri che mi hanno divertito: il tono talvolta un po' tribunalesco con cui affronta i controversi temi della conservazione del nostro patrimonio culturale, le invettive, gli strali lanciati alle accademie e alla società universitaria, la misoginia feroce e la battuta ironica, il cambio di voce, la risata, lo humour popolaresco con cui repentinamente - senza che te ne accorga - cambia argomento. Restare ad ascoltarlo è un piacere. Ed è quello che si è disposti a fare nonostante che il professor Zeri cerchi di incrinare il silenzio dell'intervistatore con implacabili solleciti, qualche volta burberi: "Domande, please!" Cerchiamo di non farci intimorire e di osservarlo nelle sue occupazioni quotidiane, come, per esempio, quella del rito della posta.
Quando arrivo nel suo studio, alle nove del mattino, il professore sta già lavorando e intrattenendo i primi visitatori, nella fattispecie un artista che sottopone una tela all'occhio del Maestro. Discutono sull'opportunità di fare incorniciare o meno il quadro. Zeri è contrario: "O ha 'na bella cornice antica, sennò niente. Non ha senso." Poi l'artista ci lascia e incominciamo a parlare. Siamo però immediatamente interrotti dal telefonino portatile. Chiamano dalla cucina. Il professore impartisce ordini, riaggancia e si scusa, sbuffando: "Ho qualche problema con il servizio, capirà... Mi dicono che è arrivata altra posta... Venga avanti, Giulio! Vediamo che c'è... N'altro pacco? Oh, mamma, no!... No, oh no! E cos'è quella scatola? Avanti, l'apra! Sono bottiglie? No? Allora ci sarà 'na bomba. Bisogna stare molto attenti, mio caro... C'è un biglietto. Vediamo. "Caro Zeri, ci pregiamo di consegnarle una terracotta..." E che cos'è 'na "terracotta"?... Lei ha qualche idea?"
Il pacchetto viene scartato con attenzione e, per precauzione, a distanza di qualche passo dalla scrivania del Maestro. Appare una statuetta, alta una trentina di centimetri, che raffigura grottescamente lo stesso Zeri. Un pupazzetto vestito di scuro, con il cravattino e una mano all'orecchio, nell'atto di ascoltare. Nell'altra il "sigarone".
Zeri appare molto divertito. "Me vede così, che ce vuoi fa'? Hai visto che mostro? Giulio, questa piccola gemma bisognerebbe metterla in luogo sicuro sopra a questa sfinge. Attenti a non farla cadere, che è di coccio... Poi la porterò nella mia collezione di terrecotte berniniane... Un mostro; mi vede come un mostro!... Allora, queste domande?"
"Continui pure nelle sue faccende, professore..."
Zeri apre una busta, scuotendo la testa. "Vediamo qui un catalogo Rubinacci... Arazzi, libri, importante collezione di gouaches, e poi? Vuole comprare un arazzo, un divano, delle specchiere? No? Non vuole? Guardi qui. Lotto numero 445: "Servizio di dodici pezzi in argento dorato, smalto a foggia di mollusco, disegno di Salvador Dalí..." Puah! "... Consiste in una doppia serie di posate, per un totale di quattro forchette, quattro coltelli..." È una cosa ributtante; mai vista una cosa così schifosa, veramente... Ecco, vediamo cosa si può comprare... A me piacciono molto le cose in stile Troubadour, sa cos'è lo stile Troubadour? È quello che fiorisce in Francia all'epoca della Restaurazione, per pochi anni, quando il medioevo viene presentato come qualcosa di sublime... Non è incredibile questo arredamento? È un gotico baroccheggiante, l'ha visto? Da una parte c'è un trittico; poi queste due donne vestite come nei quadri di Mabour; c'è un divano tipicamente Luigi Filippo, in una casa con archi gotici. Osservi bene la tenda. È una tipica tenda ottocentesca. E dietro? Una vetrata medioevale."
"Come nel Marco Visconti televisivo di Anton Giulio Majano..."
Il professore alza gli occhi dal cumulo della posta. Penso che, oltre alle affollatissime conferenze universitarie, dovrebbe ripetere una tantum questo rito, in un teatro, alla presenza di un pubblico. Come istrione, il professor Zeri può tenere incatenata una platea intera e, in quanto alle sue battute, ne uscirebbe un ritratto feroce dell'Italietta dei parvenu, un catalogo delle manie nazionali, del presenzialismo, della stupidità, della saccenteria, dei tic linguistici, della retorica degli storici dell'arte. Come nel caso di un'expertise di Roberto Longhi che approda ora sul suo tavolo, allegata alla fotografia di un dipinto in cerca di attribuzione.
"Senta gli aggettivi di queste perizie: "Gli angeli che sorreggono il corpo bellissimo del Cristo morto sembrano conciliarsi con la sua intima paganità..." Com'è la sua paganità? "Intima..." "Nel brillare prezioso del colore che sembra di gemme disciolte, nella tortuosa mobilità della composizione trapanata dal chiaroscuro fluttuante..." Com'è il chiaroscuro? "Fluttuante..." "Nel pathos insuperabile... dove le orbite si infilettano circonflesse come in una scultura greca di Pergamo, lo strazio sembra di nuovo antico, pagano come un lamento sulla morte di Adone..." È un pezzo di prosa delirante. Io l'ho sempre scritto. Il linguaggio delle expertise è sempre superlativo. Mai sentita una cosa del tipo: "Be', bello il volto di Cristo...""
Guardo anch'io la riproduzione del dipinto e la fotocopia dello scritto di Longhi. Un grido del professore mi distoglie dall'osservazione.
"Oddio, cos'è questo!... Orrore! Lesioni muscolari?... Io ho paura di questa cosa, cos'è? Nooo. Stia a sentire che lettera mi arriva: "La signora Tal dei Tali dichiara di aver saputo la vera provenienza della piccola scultura che ci pregiamo di sottoporre eccetera eccetera. La piccola scultura era stata in origine frodata da ignoti dal tabernacolo di un antico edificio abbandonato da secoli in quel di Firenze, nella seconda metà dell'Ottocento... Riuscì a scoprire che la scultura frodata doveva essere vera opera di Leonardo ritenuta perduta." Dice proprio così: "Vera opera di Leonardo." "Purtroppo la notizia di questa importante scoperta non fu mai rivelata." Bene, questo sarebbe un Leonardo... C'è pure la firma. Stia a sentire: "La sigla Vl, «Vinci Leonardo», è incisa sulla base del marmo..." Benissimo!... "Le mando fotocopia in attesa di un suo riscontro eccetera eccetera. Posizione sociale: pensionato ottantenne artigiano ed ebanista disposto a trattare vendita dell'oggetto..." Eh, signora mia! C'è un Leonardo in scultura, cosa unica, ripeto, unica. Con la firma poi, te pare poco?"
"Come si comporta in questi casi?"
"Niente, devo rispondere, restituire. "Gentile signore, la ringrazio molto di aver posto la mia attenzione su un oggetto di questa importanza. Punto. Purtroppo non mi occupo né di valutazione - virgola - né di commercio. Le restituisco quindi eccetera eccetera.""
Visita di un allievo. Voglio raccontare una piccola storia. Una giovane signora americana vive da qualche tempo a Roma. Un giorno, il suo appartamento viene svaligiato. La signora fa in tempo a vedere, per un attimo, un uomo che scende di corsa le scale. Va alla polizia a denunciare l'episodio. I funzionari allargano le braccia, ma lei caparbiamente insiste perché effettuino delle ricerche. Naturalmente, dopo un paio di mesi il colpevole non si è ancora trovato. La signora non si dà per vinta. Le mostrano allora l'archivio fotografico degli schedati. Un materiale enorme, migliaia di fotografie. Lei allora incomincia a spulciare l'elenco. Per giorni e giorni, trascorre ore nell'archivio della polizia. La guardano come una pazza. Ma lei ogni giorno va al commissariato e passa le sue ore in mezzo a quelle fotografie. Esamina a uno a uno quei volti. Finché non dice: "Ecco, è questo qui." I carabinieri troveranno poi parte della refurtiva nell'appartamento dell'indiziato. Che professione faceva la signorina? Era una storica dell'arte, una ricercatrice il cui occhio era da anni abituato all'osservazione dei ritratti antichi.
È una storia che mi viene in mente - e non solo per i suoi risvolti indagatori, ma perché esprime perfettamente il carattere da romanzo giallo che talvolta possiede la professione del critico d'arte (e, dunque, il professor Zeri come Nero Wolfe o Miss Marple?) - quando ci raggiunge Alessandro Montanaro, ex assistente di Zeri e ora antiquario. Ha con sé un piccolo ritratto, presumibilmente del tardo Quattrocento, sul quale vuole ascoltare il parere del professore. Ecco un'interessante improvvisazione sul modo in cui l'occhio indagatore del professore non solo osserva, ma legge il testo pittorico: "Mi piace il problema, più che il quadro... Poi porta jella, questo qui! Io questo l'ho già visto! No, il quadro mai. Non ho mai visto questo quadro, perché altrimenti mi avrebbe incuriosito il personaggio... Pensa che Weltanshauung deve avere questo qui: pensa come giudicava le donne, il sesso, eh! La faccia che ha questo qui. È terrificante... Che faccia..."
"È un ecclesiastico," intervengo.
"È un francescano. Questo è il beato Carlo dei conti Guidi... Prova un po' a vedere nella Biblioteca Sanctorum... "Carlo da Montefeltro, Carlo da..." Eccolo qui: "Carlo da Montegranelli, degli eremiti di San Girolamo." Era un gerolomita, dunque... "Beato, nato verso il 1330 nella contea di Montegranelli, nella Romagna fiorentina... Da giovane intraprese la carriera delle armi, seguendo le orme dei suoi avi feudatari fedeli all'imperatore... A Firenze, dove si era trasferito, avvertì la vocazione per la vita religiosa. Vestì l'abito talare, divenne sacerdote e si dedicò all'apostolato. Bramando di vivere lontano dal mondo, nel 1360 si ritirò tra le rovine delle mura che cingevano la rocca di Fiesole, in un terreno donatogli probabilmente da Cosimo de' Medici il Vecchio. Qui costruì una cella e un oratorio che dedicò a San Girolamo eccetera eccetera." Ha un'aria strana questo personaggio qui. Non è certamente l'epoca di Cosimo il Vecchio, questa! È dopo. Chissà chi l'ha dipinto. Difficile dirlo. Poi i ritratti sono sempre molto difficili... Ecco cos'è l'ancien régime italiano. Questi visi che ritornano identici oggi, soprattutto nei partiti politici. Lei ha notato quanti comunisti somiglino agli scolopi, ai gesuiti. C'è adesso un giovanotto che fa la propaganda comunista: uno magro, con occhi come questi; sembra di vedere un teatino, una cosa paurosa, addirittura... Comunque questo, con questa faccia, doveva puzzare. E parecchio..."
La casa e il diario. Chiedo al professore di poter visitare la casa. Zeri si alza dalla sua poltrona e, quasi sbuffando, mi accompagna. Attraversiamo la bellissima biblioteca, ordinata come una galleria e doppiata, al piano superiore, dalla raccolta delle pubblicazioni di arte contemporanea. Questo è invece il reparto, diciamo così, storico. Sui tavolini, ogni tanto, c'è qualche libro aperto per la consultazione.
"Non leggo poi molto," dice il professore. "Come una qualsiasi persona. Ora, per esempio, sto leggendo un bellissimo studio sugli scarriolanti di Ostia... Comunque, ho costruito la casa fra il 1962 e il 1967 con pochi mezzi, piano piano. Qui non c'era niente, solo un bellissimo terreno scosceso... Ha visto come hanno ridotto i dintorni? Quando sono venuto io, non c'era niente. Anche quel viale di cipressi l'ho voluto io; ho messo tutto io... Attento allo scalino... In questo bagno c'è roba strana: una collezione di marmi che ho fatto io, le cornici intendo. Qualcuno è venuto qui a fare pipì e me ne ha rotti..."
"Non capisco il collegamento fra il far pipì e..."
"Embè, vengono qui, si chiudono, e tac! Toccano tutto... "Signora mia, belli i colori, vero?" "Cos'è questa cosuccia?" E casca tutto. Ma proseguiamo. Questo è il ritratto di mio padre mentre visita un paziente. Là, in alto, c'era un quadro del Duecento, ma l'ho tolto per paura dei ladri... Quel mosaico è un campione di mosaico di Pietro da Cortona. Nel libro di Giuliano Briganti su Pietro da Cortona viene citato fra le opere perdute, pensi un po...' Questa è una scultura dell'epoca di Federico II che rappresenta l'impero, vede? C'è l'aquila che calpesta la Chiesa raffigurata nelle fattezze di un leone... Altra sala... Quegli arazzi sono molto importanti; appartengono a una serie di cui se ne conoscono altri due: uno è a Genova e l'altro è andato perso durante la guerra, allo Schlöss di Berlino. Sono su cartoni di Francesco Salviati, esistono i disegni agli Uffizi... Quelle medaglie sono appartenute a un mio parente che era direttore degli ospedali italiani di Costantinopoli e il medico personale di Maometto V... Quello è un capolavoro del grottesco Bartolomeo Passerotti, Bologna, seconda metà del Cinquecento. Ecco invece un quadro antifemminista, un Orfeo e Euridice. In realtà, i diavoli cacciano Euridice dall'inferno perché è troppo brutta, e Orfeo le dice: "Stacce pe' carità!" È un quadro olandese, il pendant di Orfeo davanti a Plutone e Proserpina della galleria Vaticana. Questo l'hanno evidentemente scartato... Questa è una foto del mio corpo magro, a Baltimora, tanti anni fa. Questo è l'office, io mangio qui. Vuole continuare per le cucine?"
Annuisco. Il professore procede: "Signora mia, possiamo? Abbiamo visite. Che sta preparando? 'Sta tazzina d'argento può servire da zuccheriera, la metta de là, eh... Qui ci sono i mieli, vuol vedere? Ecco, non ne mangio più, ora, mi ingrassano. Vuole vedere anche la dispensa? Ecco fatto: qui c'è la pasta. "Conferenza de Calcutta, va' a magnà la pastasciutta." Signora! Deve dire a Mario come si coltiva l'alfa alfa; nei consorzi hanno quelle piattaforme per i germogli. Così quando nascono me li mangio."
Lasciamo la cucina per dirigerci verso l'ingresso della grande villa. Nel procedere, si ha la sensazione di sfogliare le pagine di un diario. Niente di più diverso dalla scientificità di un museo. Ogni pezzo racconta una storia, è legato a un aneddoto o a un avvenimento privato. La personalità di Zeri è anche nella lettura di questo testo intimo e pubblico al contempo. Nell'ingresso, il professore ha ordinato parte della sua bellissima collezione di sculture di Palmira. Ecco un reperto del sarcofago di Plotino. In fondo c'è uno sgabuzzino, un piccolo guardaroba. Lo apre divertito: al posto degli abiti sono appesi, a ganci da macellaio, dei pupazzetti. "Sono i miei nemici, eccoli qui: Palma Bucarelli, Maurizio Calvesi eccetera. Tutti i critici antagonisti appesi all'uncino: Argan, Brandi la Brandeuse... Ma non li ho fatti io, che crede? Vuole uscire, ora? È un anno che non vado in giardino; ho un dolore alla gamba. Faccia attenzione che si scivola. Ecco, ho piantato tutto io, c'era solo questa quercia. Vediamo, qui non hanno ancora rubato niente, no? Là sopra c'è uno dei cippi del Tevere, dell'epoca romana. Qui c'è una cosa strana: due vasi di Erme, il terzo sta al museo di Napoli. Ma è importante il fatto che su uno di questi ci sia il nome di Licinio Crasso... "Lucius Licinius Crassus", riesce a leggere? Stavano negli orti cesariani; io li ho presi in quella zona lì... Ecco il buco fatto dai ladri per entrare..."
Attorno al muro di cinta della villa sono murate lapidi, iscrizioni, reperti antichi, parti di sarcofaghi.
"Questa lapide è di un prefetto della flotta... Questa invece è turca. Qui c'è un sarcofago bellissimo: l'ho murato per paura che me lo rompano a martellate. Vengono qui, staccano le teste e vanno a rivenderle. Questo è un trono come quello che aveva Gabriele D'Annunzio alla Capponcina... Quelle sfingi erano collocate all'ingresso di Villa Torlonia, io le chiamo le "sfingi del ducione". C'era un roseto bellissimo, vede? Ora non me ne occupo più."
"È risaputo che la sua laurea in botanica le è servita per smascherare dei falsi, come nel caso di quella pala d'altare - attribuita al Perugino - in cui la Madonna era raffigurata fra due palme appartenenti a una specie che lei ha scoperto essere giunta in Europa solo dopo i viaggi del capitano Cook."
"Amo profondamente gli alberi. Ne ho taluni che mi proteggono in Inghilterra, in Francia, in Italia. Alberi incredibili, di una bellezza... Ce ne sono alcuni addirittura sorprendenti. Ho una fotografia di un ulivo di Tivoli. Io sono sicuro che gli ulivi di Tivoli sono stati piantati da Adriano. Volendo ricreare intorno a sé la Grecia, ha piantato ulivi sulla montagna. Desidererei fare un esperimento: fotografare il profilo dei monti intorno ad Atene per vedere se Adriano si è costruito la villa a Tivoli perché il luogo era analogo, per ricreare lo stesso skyline... Sa qual è il più grande albero d'Italia? Il ficus di Palermo. Credo che sia uno degli alberi più grandi d'Europa... Impressionante. Ha un'aria un po' da Via col vento, vero? Altri due molto belli, anche se hanno appena cinquant'anni, si trovano sul boulevard Princesse Charlotte di Montecarlo; comunque non so se ci sono ancora..."
"I pini della Costa Azzurra..."
"Ma lì ci sono stati incendi diabolici. E sempre in quei luoghi hanno ucciso uno degli alberi che amavo di più: un ulivo che stava nel centro di Beaulieu-sur-mer; avrà avuto mille anni. A un metro di distanza hanno costruito una casa, e lui è morto." Tossisce. "Gli alberi, sa, hanno un'anima. Io sono convinto che siano intelligenti..."