fenomenologia dell'abbandono (it)
C'è stato un periodo della mia vita - oddio, di questi momenti ne hanno avuti tutti: momenti in cui senti di non essere altro che una persona che gira a vuoto, momenti in cui le sordità degli amici alle tue insistenze affettive divengono atrocità e torture, momenti in cui sai perfettamente di essere in balia della tua storia e che, a parte te, nessuno riuscirà a drizzarla e a portarla sui binari giusti - c'è stato un periodo della mia vita, dicevo, in cui l'affanno per me stesso, il fatto di dovermi personalmente curare di una mia risalita alla superficie, mi appariva troppo grande, uno sforzo superiore alle mie possibilità. Quel momento di grandi difficoltà, durato all'incirca un anno, lentamente si dissolse; il maggiore aiuto che ebbi per riaffiorare alla superficie della vita fu costituito da un libro. Si tratta di Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.
Io racconto tutto questo per dirvi come molto spesso non siamo affatto noi a scegliere le nostre letture, i nostri dischi o i nostri amori, ma sono gli accadimenti stessi che vengono a noi in un particolare momento, e quello sarà l'attimo perfetto, facilissimo e inevitabile: sentiremo un richiamo e non potremo far altro che obbedire. Troppe volte mi capita di rabbuiarmi proprio perché smarrisco questa consapevolezza un po' orientale che non sia io a cercare le cose, le situazioni, gli amori, ma sono gli eventi - al tempo opportuno - ad arrivare da me. Mi è accaduto già molte volte: una vecchia edizione di Moby Dick di Melville, tradotto da Cesare Pavese, approdò a un disperante inverno dei miei diciott'anni, portandomi consapevolezze e ottimismo; L'Anonimo Lombardo di Alberto Arbasino, acquistato per via della bella copertina, fu letto solo cinque anni più tardi e provocò una rivoluzione sulle mie idee di scrittura; Music for Airports di Brian Eno entrò dentro solo durante un soggiorno fiorentino del 1983; Hiroshima Mon Amour, straconosciuta, mi disse le cose più belle soltanto nella primavera del 1984; Frammenti di un discorso amoroso arrivò solo due anni fa e, da allora, è la mia seconda o terza Bibbia, insieme al Libro tibetano dei morti e, naturalmente, ai Salmi. Ma un altro accadimento ha contribuito a fare di questa riflessione dell'innamorato abbandonato, appunto, un'opera fondamentale.
In quello stesso periodo, un amico venne a trovarmi e, fra le altre cose, gli parlai del Pozzo della solitudine di Radclyffe Hall che mi stava impressionando e commuovendo: in breve, è la storia di una aristocratica signorina inglese dell'età vittoriana che scopre le proprie inclinazioni per l'amore saffico, facendole diventare nel corso della sua vita la bandiera del riscatto di una minoranza oppressa e disprezzata. Romanzo grondante di sentimenti e passioni che, in Inghilterra, fu addirittura censurato. Il mio amico disse di possedere una copia di un testo di Johnson annotato da Radclyffe Hall e dalla sua amica, trovato su una bancarella a Firenze, dove le due vissero per qualche anno. Gli chiesi immediatamente di mostrarmelo e, anche se fino a oggi non sono riuscito a esaminare quelle calligrafie - gli amici importanti viaggiano sempre e sovente si trovano in un altro continente quando li vai a cercare -, questo mi portò a un gioco con il mio Frammenti.
Presi una penna, salii su un treno e cominciai a leggere come se quel testo fosse stato scritto solo per me. Così annotai sul frontespizio un sottotitolo: "Itinerario di fuga per il giorno del mio lasciamento" e, pagina dopo pagina, sostituii al nome dell'essere amato da Barthes quello della persona amata da me. Adesso il libro è gremito di sigle, di segni, di scritture, completamente annotato, pieno di rimandi interni: ogni spazio lasciato bianco dalla pagina è un romanzetto.
Questo è uno fra i molti buoni modi che esistono per leggere un libro, per impossessarsene, per innestarlo nella propria esperienza. E Frammenti di un discorso amoroso si presta a questo tipo di lettura. È scritto a brevissimi capitoletti - ottanta - ognuno dei quali è contrassegnato da un titolo che corrisponde a una particolare figura della situazione amorosa: "Angoscia", "Appagamento", "Assenza", "Corpo", "Cuore", "Dichiarazione", "Esilio", "Gelosia", "Incontro", "Io ti amo", "Piangere", "Scenata", "Suicidio", "Tenerezza", "Unione", "Vie di uscita"... Non si tratta di un manuale: non vi dirà come comportarvi né che cosa fare per togliervi dall'affanno e dall'ingombro di un abbandono. Non ha trama, se non quella dell'indagine dei movimenti amorosi. Ogni capitolo è indipendente: potete leggerne uno oggi e il seguente fra cinque anni. Roland Barthes vi darà comunque uno specchio bellissimo per riflettere, pensare, decidere, paragonare la vostra storia a quella di Werther o a un haiku giapponese; vi darà un respiro più ampio in cui emettere il vostro rantolo e, improvvisamente, la coscienza del vostro amore si rafforzerà.
Oltre all'opera della nostra amata Radclyffe Hall, un altro testo per la nostra "Fenomenologia dell'abbandono" è La dedica di Botho Strauss. Lo scrittore è uno fra i drammaturghi di punta della scena tedesco-occidentale e i suoi drammi, oltre a essere già stati rappresentati in Italia dal Teatro dell'Elfo, sono editi da La casa Usher. Io lo ricordo per questo romanzetto di cento pagine esatte, in cui un uomo abbandonato dalla propria donna cerca di riaverla, scrivendole durante un'intera e torrida estate berlinese come se la scrittura, in qualche modo, la potesse richiamare. Così, per scrivere, il protagonista si isola dalla vita di tutti i giorni; niente lo riguarda, se non questo suo estremo dolore. Gli amici gli dicono di dedicarsi al lavoro, di dimenticare, ma lui si chiede: "È proprio questo che chi è stato abbandonato non vuole fare del suo dolore: metterlo da parte, o soffocarlo, o addirittura rinunciarvi. Certo la donna scomparsa non gli è stata mai così vicina come ora che ne sente così vivamente la mancanza. Ha bisogno di stasi, non di attività; ha bisogno di ferie per ricordare, di una luna di miele dopo la separazione; si è sposato con un'assente."
Come colonna sonora altro non possiamo proporre che tre pezzi di Nina Simone: Wild Is The Wind, The Other Woman e Love Me Or Leave Me.
[1986]
Amata, vorrei dire venerata, da un certo pubblico giovanile di studenti universitari colti e sensibili e da quel tipo di lettrice femminile e/o femminista più attento ai problemi dell'incomunicabilità fra i sessi, Ingeborg Bachmann (1926-1973) è conosciuta, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, come grandissima poetessa. In Italia, la si ama più per la sua opera narrativa, concentrata all'incirca negli ultimi quindici anni della sua vita. I racconti omonimi delle rispettive raccolte, Il trentesimo anno e Tre sentieri per il lago, costituiscono grandi pagine di quella letteratura interiore in cui non si svolgono plot, non si mettono in scena i popoli o i grandi avvenimenti della storia, ma dove gli eventi interiori assumono una potenza catastrofica. I campi di battaglia, le morti quotidiane, la sopraffazione dell'altro avvengono in forma di "delitti sublimi" negli strati profondi della personalità e del comportamento. Non c'è, all'esterno, spargimento di sangue. Eppure i cadaveri sono fra di noi.
Il caso Franza avrebbe dovuto, unitamente a Malina e a Requiem per Fanny Goldmann, costituire la trilogia romanzesca Cause di morte. Di questo ciclo di eroine sconfitte e assassinate abbiamo in realtà un abbozzo, un incompiuto e un testo definitivo: tre diverse "sovrapposizioni" e "dislocazioni" di linguaggio. E questo è molto interessante. Se consideriamo unitariamente la trilogia, il carattere provvisorio, frammentario e sperimentale dei testi scomparirà, assorbito dalla chiarezza e dalla lucidità più generale dell'intero progetto. Dei tre testi, Il caso Franza è forse il più aggressivo. Non ha l'intorbidimento interiore, l'accartocciamento simbolico del pur magistrale Malina, né è ambientato in quell'acquario vagamente schnitzleriano in cui nuota l'attrice Fanny Goldmann, che forse altri autori hanno rappresentato con maggiore efficacia. La storia di Franza, di questa donna sconvolta dalla guerra, poi moglie di un luminare della medicina dell'anima che gioca con lei una partita estrema di distruzione, è invece un dramma purissimo. Anche nella sua ambientazione - che in grande parte è quella del deserto africano -, Franza, ormai senza più parole né gesti, è accompagnata dal fratello, studente di geologia, in un viaggio verso il Nilo: "Lui non capiva niente degli occhi chiusi di sua sorella, né quanto fossero sospetti né che cosa facessero sospettare. Campione Levigaton 331: ecco che cosa gli sarebbe piaciuto spiegare al professore." Il paesaggio è caldo, accecante di luce, immobile, fossilizzato. E "Fossile" è il nomignolo del professor Jordan. E Franza stessa è ormai un fossile inspiegabile.
Per frammenti poetici, per toccate vertiginose e spezzate, strazianti parti di scrittura più distesa, come il commovente episodio della bambina Franza che, all'arrivo delle truppe alleate, con il poco inglese che conosce, si rivolge al comandante con un verso di Shakespeare che nessuno capisce, la Bachmann ci offre le tappe di un martirio interiore che è insieme perdita del linguaggio e perdita della personalità, ma anche perdita della forma.
[1988]
"Il problema della separazione," scrive lo psicanalista Igor Alexander Caruso all'inizio del suo straordinario e profondo lavoro, "è il problema dell'irruzione della morte nella coscienza umana, non in senso figurato, ma concreto e letterale." La separazione è un'esperienza di morte. Non muore solo l'altro che si allontana, ma si assiste alla propria morte nel cuore della persona amata. Come recita il sottotitolo, la separazione appare una complessa "fenomenologia della morte". Va detto, innanzitutto, che Caruso analizza un tipo particolare di separazione: quella fra amanti viventi. Pur facendo ricorso alle teorie dell'elaborazione del lutto, qui non si parla di un individuo che muore biologicamente. E, d'altro canto, non si parla dell'abbandono in cui si continua ad amare una persona che non ama più. La situazione di partenza è quella dove due individui, al culmine di una passione, sentono la necessità di separarsi, pur nella profonda coscienza di continuare ad amarsi.
I casi clinici riportati dallo psicanalista di origini russe, ma attivo principalmente in Austria fino al 1981, anno della sua scomparsa, presentano più o meno le stesse caratteristiche costitutive: grande differenza di età fra i due amanti, doveri professionali che ostacolano il rapporto, situazioni matrimoniali consolidate da tempo con figli e obblighi istituzionali. La grande passione si scontra così con il mondo esterno, "con il principio di prestazione", direbbe Marcuse, con i divieti e le norme che ogni amante ha introiettato. "Un amore a due è sostenibile soltanto se le porte che danno sul mondo sono aperte", recita una poesia di Heinz Kahlau. Un amore, di qualsiasi tipo, non può fare a meno di un'identificazione o di un riconoscimento sociale. Allora l'amore fallisce per l'angoscia di fronte alla passione. Interviene la separazione. Pur continuando ad amarsi, i due soggetti devono lasciarsi e devono assistere alla reciproca fine, l'uno nell'altro.
Sono svariati i meccanismi che il profondo attua durante questa fase: regressione, inazione, ideologizzazione, misticismo, attivismo, idealizzazione dell'assente... Tanti modi per risalire alla vita. O per morire definitivamente? Seguendo sia la lezione marxiana, per cui il lavoro umano è alienato e sfruttato dalle forme di dominio sociale, sia quella di Sigmund Freud, per cui l'amore è ugualmente alienato e sfruttato dall'introiezione di strutture di dominio, Caruso accetta di trasformare la società in modo da rendere possibile il bisogno di amore e di felicità; ma conformandosi a Teilhard de Chardin, per il quale l'uomo (come genere e come persona) darà una risposta al bisogno di immortalità attraverso un "cambiamento di stato", tenta di rilanciare nell'utopia l'ambivalente lotta di Eros e di Thanatos in vista di un superamento qualitativo del "meccanico predominio dell'entropia". Se tutto ci porta verso la conservazione dello stato iniziale, quindi verso la materia e la morte, è altrettanto vero che l'uomo può lavorare all'"arricchimento della vita", all'ampliamento delle ragioni di Eros in modo tale da poter "consentire a due rappresentanti della specie l'accesso a un universo trasformato, qualitativamente più ricco e più ampio".
[1988]