frammenti dell'autore inattivo (it)
«Una domenica, a Chantilly, mentre un amico, rapito dal paesaggio autunnale, grigio, sfumato eppure così "tridimensionale" e profondo diceva: "È un puro Corot", lui si è chiesto perché da qualche anno ama viaggiare, mentre quando aveva vent'anni assolutamente no. E trova una ragione: quando era giovane non aveva la scrittura ed era solito dire agli amici: "I paesaggi, le città non mi interessano perché non li posso far miei. Non li posso mangiare." Ora invece tutto lo interessa e lo riguarda perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà. Le città e i paesaggi." (Biglietti agli amici)
C'è un momento particolare nella vita di uno scrittore che mi sembra assai importante. Questo momento è il momento dell'inattività.
Può trattarsi di un periodo conseguente alla pubblicazione di un testo, periodo in cui egli non scrive un po' per riposarsi, un po' per riprendersi dalle fatiche delle stesure, un po' per godersi i frutti e le chiacchiere di ciò che ha fatto.
In questo primo caso l'inattività, cioè la mancanza di scrittura, appare un momento assai piacevole. I muscoli si distendono e le idee intorno alla vita, all'esistenza, al lavoro si fanno più lucide. Dopo aver affrontato una prova e averla superata - solitamente uno scrittore nel momento della pubblicazione avverte, in cuor suo, di averla superata - ci si sente più forti e più disposti a intraprendere nuovi progetti. È un po' la sensazione che si prova dopo certi incontri sessuali e amorosi che straziano, nei quali ci giochiamo con il partner l'interezza del nostro corpo e dei nostri affetti. Se si supera la guerra, se si riesce a godere insieme, se si ritrova la persona amata che solo poche ore prima sembrava abissalmente distante - e ora invece, mentre si affaccia l'alba, eccola ancora accanto, sdraiata, docile, appagata; eccola ancora unita al nostro amore -, allora si può guardare al mattino in modo diverso. Ci si allenta, si sorride, si sfiorano con le dita le ferite della notte e si scivola nel sonno.
Nei momenti di inattività è probabile che una persona, uno scrittore, lavori semplicemente al recupero di se stesso, a ricostruire quello che la scrittura, o l'incontro sessuale, inevitabilmente gli ha frantumato dentro.
Nel secondo caso, l'inattività dello scrittore è cosa assai diversa. Non scrive perché non riesce a scrivere. Non scrive perché non ne ha voglia.
Sono passati già alcuni anni da quando ha affrontato di petto la scrittura. La sua inattività che in un primo momento, come si è detto, era un ritorno alla vita, alla luce, diventa ora un ritorno nell'ombra. Non scriveva prima, e non scrive ora. Per gli altri, non fa differenza. Ma per lui sì. Il riposo è diventato ozio, e l'ozio nevrosi, e la nevrosi impossibilità di amare, quindi di scrivere e di lavorare.
I momenti che più mi interessano nella vita di uno scrittore - piccolo o grande che sia, giovane o vecchio - sono esattamente questi: i momenti in cui - proprio perché non esercita quell'attività in base alla quale autolegittima la propria esistenza - perde identità e desiderio. È proprio la risposta che ogni scrittore dà ai suoi momenti di inattività che mi interessa, e di certo assai di più del fatto di sapere quante ore al giorno il tale scriva, o se il tal altro si leghi alla sedia dello scrittoio per lavorare. Queste sono sciocchezze prive di qualsiasi rilievo. Stupidaggini caratteriali, vezzi, tic della personalità. È decisamente più importante scoprire come uno scrittore risolve i vuoti e gli assurdi della propria vita e del proprio mestiere, poiché è proprio nell'inattività che egli sente sulla sua pelle il vuoto di quella che ancora si ostina a chiamare "la mia professione".
Così, per riempire quegli spiazzamenti di senso che lo investono quando vede la sua macchina da scrivere, ogni volta che entra nello studio e, per cara abitudine, gli occhi corrono veloci ai libri che ha scritto - ma quando li ha scritti? Chi li ha scritti? Non certo lui. Non quella persona che ora li sta osservando - così, dicevo, per riempire quei vuoti e quegli scarti lo scrittore inattivo viaggia, tiene qualche conferenza, balbettando davanti a quattro vecchiette della Protezione Animali che lo osservano teneramente (e lui vorrebbe piangere, perché mai come ora si sente in via di estinzione), scrive due sciocchezze per guadagnare un po' di denaro, coltiva qualche pianta, usa qualche droga per stordirsi. Sa che non è in questa attività che vorrebbe essere. Vorrebbe scrivere anche se è perfettamente conscio che non è ancora il momento. Deve aspettare e prepararsi.
Allo scrittore che non sta scrivendo - così come all'artista che non dipinge, al musicista che non compone, o al regista che non dirige un film - molte volte gli altri chiedono con inavvertita brutalità: "Stai scrivendo?" E lo domandano con una naturalezza salottiera, come si chiede "Come stai?" e "Come va?" anche agli ammalati di cancro. Cosa rispondere allora? Sarebbe un discorso troppo lungo. Bisognerebbe spiegare a quelle testoline che l'inattività non è un problema di ispirazione, né di idee. Uno scrittore che si definisce tale - vale a dire una persona che quotidianamente ha a che fare con progetti narrativi - sa che, nemmeno per un istante al giorno, si dimentica di quello che potrebbe essere il suo nuovo libro. Non è un problema di ispirazione, forse è un problema di invecchiamento.
È inutile tentare di dare spiegazioni a quella domanda. Imbarazzati, si può rispondere che si sta facendo altro, oppure che si sta studiando o leggendo dei manoscritti. Colpevolizzati dalla brutalità della domanda: "Stai scrivendo?", si cerca una qualche giustificazione, un alibi, il negare l'evidenza di essere stati colti in flagrante nell'intimo della propria confusione. Come se un matricida con il cuore caldo e sanguinante della propria madre ancora in mano venisse sorpreso e illuminato, improvvisamente, dalle fotoelettriche della squadra omicidi.
Si dice comunemente, seguendo Baudelaire, che l'ispirazione nient'altro è che lavorare ogni giorno. È vero solo nel senso che, come abbiamo detto, uno scrittore lavora sempre, costantemente, ora dopo ora, al proprio progetto. Scrivere ogni giorno può non portare a nulla. Si finisce sempre nei frammenti. Mentre quando si scrive, se si scrive nella giustezza, tutto confluisce nella pagina. Chi ha provato questi momenti, sa cosa voglio dire. Tutto può entrare nel testo, allora, e tutto - questo è importante - può essere introdotto corroborando il progetto. Dalla nota di cronaca letta sul giornale alla conversazione rubata al mercato, al dialogo del film visto di notte. Tutto ci parla di quello che stiamo scrivendo, tutto può avere senso. In questi momenti, uno scrittore sa che è nel momento giusto.
L'inattività diventa un problema esistenziale anche se non lo vorremmo mai. Non letterario perché non mancano né i progetti né le idee, né i frammenti né le pagine. Contro la nostra volontà, essa diventa un dolore, una zona bloccata dell'esperienza. Progressivamente e inevitabilmente, i muri dell'infelicità si ergono da ogni parte e, via via, soffocano il rapporto con gli altri, con chi ci ama, con chi ci è accanto. L'inattività porta alla solitudine, e la solitudine all'isolamento, e l'isolamento al solipsismo, e tutto ciò a quella particolare e fredda follia, né isterica né malinconica, che è la malattia tipica dell'inattività: la pigrizia.
I giorni sono tutti uguali, le notti intercambiabili con i pomeriggi. Tutto diventa opaco e annebbiato. Si guarda continuamente l'orologio, ma non si comprende più, immediatamente, che ore siano. Si fa sempre un calcolo, come se fra il tempo e la nostra vita esistessero decine di fusi orari.
Il problema dell'inattività di uno scrittore nient'altro è che il tour de force nervoso e psicologico di chi sa che deve prepararsi a una grande competizione con se stesso e con il mondo. E questo tour de force può durare non solo mesi, ma anni. Ma come ci si prepara alla gara? Come si risolve l'inattività? Lavorando su se stessi, lavorando sull'interiorità. Le tecniche, le forme, sono un gioco da ragazzi. Le polverine sul bilancino del farmacista. Un bravo scrittore le possiede tutte. Può fare e disfare quello che vuole. Ma allo scrittore inattivo manca quell'unica forma al mondo che lo toglierebbe dall'infelicità e per la quale si sta dannando: quella del suo prossimo lavoro. Il problema dell'inattività, di quello che fa e che pensa un artista quando non lavora, è anche un problema di invecchiamento, nel senso in cui lo definisce Peter Bichsel:
«Se uno scrittore che invecchia smette di scrivere, forse non è perché non trova più gli argomenti o la forza. Forse si è scritto tanto a lungo sul corpo che non c'è più posto per qualcosa di nuovo, forse ha le spalle così cariche da non riuscire a portare più nient'altro. In questo senso, scrivere è anche una questione di limiti: la questione di quanto un autore sopporti e sia disposto a portare.»
È per questo che, nel periodo dell'inattività, uno scrittore difficilmente entra in una biblioteca. Il peso di tutti quei libri potrebbe sopraffarlo. Si sente come una donna gravida colpita dalla nausea.