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pier vittorio tondelli

il diario del soldato acci (it)

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Uno
Prendo il treno, mi dico: "Okay, è tutto fatto; ora comincerà una storia nuova; uscirò dal buio di questa notte come un altro uomo; ho diciannove anni e mi tocca cominciare daccapo." Questo mi dico quando getto il mio sacco da marinaio sul convoglio diretto a O..., per incorporarmi nell'esercito d'Italia. "Ah, una brutta storia," direte voi, "davvero brutta." Lo so, accidenti, e c'ho paura: qualcosa mi scioglie le gambe, ma c'ho coraggio da vendere e fegato da smistare per tutti. Qualcosa probabilmente inciso nel Dna si sveglia, dico è un momento arcaico questo, anche se non c'è guerra, anche se non c'è lutto: la partenza del soldato è una storia molto vecchia, ma non mi fa paura.
Non ho voluto vedere nessuno in stazione, non mi piacciono gli addii e non mi piacciono i fazzoletti. Nemmeno Lulù ho voluto vedere, però le ho telefonato al culmine della notte; suo padre ha detto: "Ohilà, che bravo giovanotto! Fino in fondo deve rompere le palle; ah, ma ti sistemeranno; ah, se ti sistemeranno, dio buono!" E qui s'è messo a gracchiare al telefono e a fare le cose che ha sempre fatto con la mia persona, finché non è venuta la moglie a tirarlo via, che quasi si mangiava l'apparecchio per la rabbia di me che sto al telefono e la goduria di me che vò a soldato, e lo ha supplicato, dicendogli: "Molla lì quella povera bestia; e fallo almeno per la tua moglie e le tue bambine, che poi ti viene il crepacuore, e a noi chi penserà?"
E insomma, come avete capito l'andazzo è questo: io amo Lulù, la figlia, lei ama me, povera bestia, e il padre invece no. Lui odia tutto di me: i capelli, i vestiti e la mia musica. Mi chiama la "sua" croce. C'è chi ha avuto l'infarto e chi ha avuto me che gira per casa. Così non ho parlato con Lulù e così non ho salutato nessuno.
Il mio vecchio voleva accompagnarmi che quasi gli luccicavano gli occhi e faceva tutta una scena senza parole davanti alla sua televisione, con grandi assensi di bocca, come dire: "Figliolo, il momento è grave, ma ce la farai. Noi ce l'abbiamo fatta", e a me non veniva voglia di dirgli che certo, lui ce l'aveva fatta perché il nonno aveva sgozzato un paio di maiali per imboscarlo in ospedale durante il grande conflitto, e allora avrebbe anche lui potuto fare altrettanto, invece di fare il padre intristito e orgoglioso che io parto in armi; questo gli avrei voluto dire: "Dammi un maiale, santocielo, e non farmi andare via dalla mia Lulù!" Ma, in fondo, io so che lui è contento che parta per questa faccenda, così smetto le mie manie e i miei capricci, e cambio pelle come un rettile. La madre poi è contentissima e dice: "Dai, dai che perdi il treno; vuoi andare o ti dobbiamo tenere ancora qui?" E mentre io sto per dirle qualcosa, lei mi blocca con un grido: ah, le faccio perdere il bacio di Lady Susanna!
Ma il fatto è che lei non vede l'ora che vada via perché così ritornerà padrona unica e sovrana dei cibi di casa, cosa che io le avevo tolto, cucinando le mie cose macrobiotiche che lei non può vedere né annusare né sentire, e quando io cucino lei apre tutte le finestre della casa e anche le porte della cantina, e corre come una pazza a dar aria al solaio e al cesso, che casa nostra pare tutta una Siberia, e chi passa davanti al cortiletto dice: "Eh sì, quella è gente un po' strana", ma non sa che di strani in casa sono solo in due: padre et mater.
Non salutati i vecchi, non salutati i miei Rock Boys. Una settimana fa abbiamo fatto una grande prova, giù alla stazione, e io sapevo che per me era l'ultima, almeno per questi dodici mesi, ma non l'ho detto e, alla fine della serata, il Lucio s'è avvicinato e m'ha detto: "Acci, hai fatto scintille stasera!", e io sapevo il perché, ma ho taciuto.
Solo la mia Fender nuova di zecca ho salutato. Le ho fatto un grande discorso mentre la spolveravo e la riponevo. Per pagarla, ho lavorato per tutta la stagione della vendemmia, appena finiti gli esami della maturità, appena diventato geometra, secondo le libidini di casa mia. La mattina d'ottobre partivo alle sette, e mi piaceva anche alzarmi presto e incrociare in bicicletta tutti gli operai e le donne che vanno alla campagna, con le loro sporte e i loro fazzoletti. Io passavo da Lulù e facevamo un pezzo in bicicletta assieme, e io l'accompagnavo alla sua scuola liceale, e sulla piazzetta i suoi amici le dicevano: "Perché vai con gli zingari?" Ma a Lulù non gliene fregava niente. Dopo, via in campagna fra le zanzare e le sporcaccione delle vecchie contadine che ne sanno una più del diavolo, soprattutto con i ragazzetti come me. Ecco, questo m'è venuto in mente mentre riponevo la mia amata Fender, e allora m'è venuto di dirle molte parole d'amore e di farle molti discorsi di cuore, che però non vi posso dire. I ragionamenti dell'amor sincero non si scrivono così sui giornali, si fischiano dentro e danno pace.
Ora sono sul treno lanciato nel pieno della notte. Russano i compagni di viaggio. Non ho detto "addio" a nessuno; non mi piacciono gli addii. Sono sempre troppo lunghi.
Due
A O... sono arrivato alle sei e mezzo, dopo quella notte senza addii, passata sul treno ad aspettare l'alba di questa nuova storia. Sono sceso dal convoglio; faceva freddo. Ho riconosciuto altri compagni d'avventura, stavano con le facce perse nel vuoto e gli occhi pesti e la bocca gonfia. Battevano i piedi; una volta ripartito il treno eravamo rimasti solo noi, inconfondibili con le nostre sacche e i nostri sorrisi sperduti. Alcuni si stringevano le mani; fa molto meno male la lontananza se hai qualcuno a cui dire: "Mamma mia." Ma io non ho avvicinato nessuno e anche ora, fermo sul piazzale, aspettando il camion militare che ci porterà alla caserma, non parlo e non guardo. Vedo solo me come un viaggiatore, con la curiosità di quel che sarà nuovo, col passo lento e il pensiero svelto. Non ho guardato gli altri ragazzi; ho consegnato la mia cartolina di chiamata e sono salito sul camion, ridacchiando: oibò, vediamo che mi preparerà la sorte.
La caserma è molto grande e molto vecchia e molto gelida e molto "casa di nessuno". Dentro sono tutti in divisa verde, e questo mi fa effetto, il primo effetto: qui si cambia pelle per davvero, accidenti, il mio vecchio aveva ragione. Ci portano in una saletta non più squallida di tanto, e un soldato viene a chiedere se abbiamo droghe o coltelli o armi o altre illegalità portatili. Dopo ci fanno camminare in fila verso il centro della caserma, che è un piazzale d'asfalto immenso e sconnesso e quadrato, con solo un qualche salice ai lati, che raccoglie le lacrime di tutti i soldati e più salice piangente di così non ne ho mai veduti. Nemmeno nei miei viaggi. Comunque al nostro passaggio si alzano gli schiamazzi e le grida dei soldati che pare vogliano schernirci - gli imbecilli -, come dire: "Ah, che tocca a voi; ah, se ci state a morire qui dentro, altroché!" Ma io faccio passeggio da gran signore e dimostro con fierezza e portamento tutti i miei diciannove anni e il mio diploma di geometra: "Ah, brutti idioti e sadomaso, Acci è arrivato e vedrete come saprà giocare la partita!" Intanto, intruppati e schierati, le guardie ci ammassano in uno stanzone-palestra davvero enorme e polveroso e male illuminato. Io vado subito verso i finestroni piombati, e allora c'ho un primo e unico momento di commozione, porcaeva: vedo al di là una strada e signore che girano frettolose coi bambini, e vecchietti con la spesa, e insomma guardo il tran tran quotidiano che non sarà mai più mio per questi dodici mesi. Mi mordo il labbro, ah come amo la libertà, ah come amerei stringere il braccio della mia Lulù, e farmi questa passeggiata mattutina, in una città che non conosco, come turisti, come viaggiatori, come amanti...
Arrivano altri disgraziati nello stanzone-palestra, ogni mezz'ora un gruppo di una ventina, così che un paio d'ore dopo siamo in parecchi, e ormai c'è un vociare e stringere alleanze tra i nuovi venuti. Ogni tanto un soldato entra e grida: "Chi è di Milano? C'è qualcuno di Milano?", e allora vedo le facce tristi diventare sorridenti, e qualcuno si getta correndo verso il soldato dicendo: "Io, son qui!", e fanno capannelli e si passano informazioni: "Com'è la vita qui?", "E le licenze?", "Dove ci manderanno?", "Come si mangia?"
I nuovi come me si riuniscono a seconda della loro città, e parlano e ridono e si fanno coraggio; io invece sono sdraiato a terra e guardo il soffitto e penso: quando finirà? Lulù, i Rock Boys, la mia Fender, il mio giardino, i miei vecchi, i miei disegni e i miei progetti. La mia storia è annebbiata, non mi dà sollievo pensare a quello che sono stato il giorno prima, ma solo agitazione. Quando lo capisco, mi alzo e cerco anch'io i miei alleati.
Succede che un paio di guardie entrano e dicono di far silenzio e fanno un appello, e fra questi ci sono anch'io. Lasciamo la palestra verso l'ufficio selezione, in cui a una decina di macchine da scrivere stanno altrettanti soldati, e qui, davanti a uno molto gentile e molto calmo, io dico quando sono nato e che scuole ho fatto, dico che so parlare la lingua degli inglesi e che suono la mia Fender, dico che non ho mai fatto pere e che sono di religione cattolica, ma credo molto nella reincarnazione, nella meditazione, nel satori e nello zen e il tiro con l'arco. Credo in Siddharta e credo in Govinda, credo nel dharma e credo nel mio presente karma, ma non ho mai fatto professioni di fede. Credo in Jack Kerouac e credo in Scott Fitzgerald, credo in Peter Handke, anche se non lo trovo troppo comico, credo in Oscar Wilde, anche se era un po' fighino, continuo a credere in Jacopo Ortis, anche se non l'ho mai studiato. Non credo invece più in Hermann Hesse, anche se l'ho molto amato.
Il soldato dice che gli frega niente di queste corbellerie e smette di fare il dolce, dicendo perentorio: "Vai di là", e io obbedisco (chissà come sarebbe fiero il mio vecchio a vedermi così zelante e così poco recalcitrante, gli andrebbe in cortocircuito il suo televisore, altro che). Di là si ripete la stessa storia - più o meno -, e a me piace che tutto quel che dico loro lo scrivano e lo battano - tic-tac, tac-trrr - mi sento proprio bene a dare le interviste, e mi lascio anche prendere un po' la mano, perché dico che conosco la West Coast e c'ho tanti amici per di là, e pure quella canaglietta di Wim Wenders è intimo mio, e sono stato proprio io per primo a convincerlo a girare con quello strafatto di Dennis Hopper che lui non voleva, ma io l'ho preso sottobraccio e gli ho detto: "Senti Wim, quel Dennis lì ci sa fare, dagli una Polaroid in mano e vedrai che ti combinerà", e lui m'ha creduto e ha fatto, diciamo, un buon filmetto.
Questo racconto ai soldati che mi intervistano finché il mio turno finisce e mi portano, sempre scortato come un galeotto, di sopra nel magazzino, dove ritiro coperte e lenzuola e anche posto branda e armadietto. Insomma, dopo che m'hanno anche vestito e cambiato e intruppato, amici miei, da ora in poi sono un soldato. Non godrò di libera uscita se sarò punito, non potrò dire la mattina: "Oggi farò questo e farò quello", perché c'è già chi pensa per me; non dirò che ho voglia di Lulù perché me la faranno passare, non vedrò più la mezzanotte un po' ubriaca delle mie osterie, perché qui alle ventitré suona la ritirata. Non poltrirò nel letto la mattina o il pomeriggio, non vedrò la televisione di mio padre, non leggerò la notte i fumetti con la lampada, non berrò la camomilla se lo stomaco mi punge, non porterò le mie collane e i miei capelli lunghi, non combinerò i colori dei vestiti né cambierò cravatta se c'è festa. D'ora in poi sono il soldato, e tutto per me è archiviato.
Tre
E così ora sono un soldato. Ho al collo una piastrina di metallo con su scritto quando son nato e tanti numeri per il mio riconoscimento che, se finirò la mia meglio gioventù maciullato sotto un malvagio Leopard, porteranno alla mia madre e al mio padre come unica cosa che di me non morrà, e loro un po' lacrimeranno, ma certo, oh certo, diranno: "Povero figliolo, ha dato la sua vita per la patria; tendeva un po' a strafare, ma era un bravo ragazzo il nostro Acci", e così si consoleranno che non ho bruciato gli anni miei come tanti altri.
Ho un posto letto cigolante e traballante, con l'inquilino del piano di sopra che sembra proprio il padre della mia Lulù che - come sapete - in mia presenza rutta e sbava per mettermi fuori gioco; ho una divisa per l'estate e una divisa per l'inverno; ho una divisa per il lavoro e una per la libera uscita; ho tante divise ma, in fondo, sono solamente due combinate diversamente a seconda delle occasioni e delle stagioni; ho i mutandoni dell'esercito, il pettinino con su scritto Ffaa, il rasoio per i miei pochi peli con su inciso Ffaa, il sapone per lavarmi con scritto niente, solo "sapone", che se a uno gli viene il tocco di mangiarlo che sappia almeno che cosa manda giù; ho un cucchiaio, un coltello che non ferisce e un bicchierino di stagno che devo lavare ogni volta dopo l'uso e badare che non mi freghino; ho una mensa in cui devo fare mezz'ore di code e strafile per mangiare ciò che non si dice; ho un armadietto che terrebbe appena la mia chitarra Fender, e invece ci deve stare tutto il mio bagaglio di civile e di soldato, qualche libro e qualche foto di casa mia. Ho una bandiera tricolore che devo riverire da mattina a sera come fosse una gran dama; ho un capitano superiore che devo compiacere come fosse il professore; ho pure un colonnello che però non si mostra quasi mai, fa solo degli strani giri ti-vedo-non-ti-vedo dietro le colonne della piazza d'armi o dietro i cipressi, per spiare quel che pensano i soldati e poi urlare dietro: "Ah, lei soldato gira con le mani in tasca: l'ho beccata, l'ho beccata!" Così che quando si vede un gatto miagolare o un merlo saltellare, tutte noi reclute si pensa: è quel pazzo del comandante, ne inventa una più del diavolo per scovarci, mannaggia alle scuole di guerra che li fanno così abili!
Ho inoltre, ogni tanto, un fucile Fal per le mani e una baionetta verde sulla cintura, che per averli mi fanno firmare tre volte alla consegna e cinque volte alla restituzione, come avere un prestito in banca. "Ah, signore, vuole un fucile automatico: qui e poi qui e poi ancora qui, firmi di là e firmi di qua, trascriva il numero di matricola dell'arma e se lo impari bene a memoria... Forza... Forza... Az 3476558... Imparato? E quello della baionetta? Mm 666392... Allora?"
Ho un inno militare su cui marciare, la canzone del granatiere da imparare, un motto imperativo - "A me le guardie!" - da gridare. Ho uno spirito di corpo da assimilare e una vecchia storia di prodezze e di valori da rispettare. Ho alamari rossi e bianchi che mi fan sembrare un carabiniere e un basco nero con su un fregio a fiaccola che non si spegne. Ho dieci latrine per i bisogni corporali da usare con tutti e duecento gli scagnozzi della mia compagnia; ho un servizio docce per grazia di Dio molto meno efficiente di quello di Dachau; ho una bella parata di lavandini ghiacci tutti in fila e con lo scolo in fondo, per cui chi arriva primo si mette al primo rubinetto, il secondo al secondo e così via, perché - se non lo avete ancora capito - c'è chi si lava il piede profumato e chi l'affare ingarbugliato, chi la mano operosa e chi il buchino di mimosa, chi i dentini infreddoliti e chi i nasini puliti, chi riversa col colpo di gola il surplus dei suoi bronchi incatramati e chi vi getta l'umore delle gengive insanguinate: tutto lì nel lavandino, e tutto scorre e tutto fila via e tutto rotola come il nostro mondo fin verso il buco finale, dove l'ultimo arrivato vede sfilare di tutto un po...' Ma via, non siamo così osceni!
Ho un'infermeria molto attrezzata e ospitale, dove tutto si cura con l'aspirina Ffaa, anche i dolori per la mancanza della mia Lulù; ho uno spaccio-truppa per le pizzette e le aranciate e per telefonare, con anche due tivù come in un collegio salesiano, tanto per non sentirci orfani; ho dei grandi porticati e dei grand'alberi sotto cui passeggiare e meditare; ho un caporale che mi dice sempre: "Devi scoppiare!", anche se lo incontro nelle ore di libertà vigilata, la sera, lui sempre uguale, io dico: "Ciao caporale", e lui col ghigno sadico: "Devi scoppiare!", tanto che ormai non lo saluto mica più.
Ho tante malinconie e tanti pensieri, ma quel che più importa è che finalmente intorno a me vedo altri soldati: vedo ragazzi che hanno le mie storie, vedo giovinotti che la sera portano segni di riconoscimento come me, e io li scruto e li seguo fra i giornali che leggono e le riviste che comprano e le parole che dicono; li guardo come camminano e come corrono, come sorridono e come piangono, che cinema preferiscono e che musica ascoltano nelle loro radioline, che sigarette fumano e come le truccano... E così un bel giorno, dopo gli inizi increduli e diffidenti verso tutto e tutti, mi sono trovato anch'io spiato e scrutato e sbirciato. Insomma, aprite le orecchie, la cosa più importante è questa qui: finalmente io, Acci, non sono più solo. Ho scovato i miei alleati. Ormai faccio parte di una gran bella tribù. E tutto, piano piano, comincia a ricrescere. Comincia a rifluire il tempo della mia vita. Non sono più solo, siamo ormai una tribù.
Quattro
È venuto dunque il momento di presentarvi i miei scagnozzi e i miei amici conosciuti in questo primo mese passato al Car di O..., fra addestramenti, marce, saluti alla bandiera e prove di tiro. Fin dalla prima sera di libera uscita si creano ingorghi di affettività e di interesse, che si trascinano per qualche tempo; dopo i gruppi si rimestano, arriva gente nuova, si va più per il sottile nella ricerca degli alleati. Nei primi giorni di naja, infatti, le amicizie si creano su qualsiasi pretesto e, nello stesso tempo, un'ora trascorsa con un compagno d'armi equivale perlomeno a un mese di frequentazione nella vita civile, tanta è la necessità di avere qualcuno con cui parlare, sfogarsi e raccontare e sognare.
Io mi sono sempre tenuto sulle mie, almeno per i primi tempi, e non la penso come uno dei miei amici che parla di "cariche affettive ambulanti" quando sei sotto naja, per cui ti senti come un nervo scoperto e vagabondo che cerca un qualsiasi partner per attaccarsi. Io sono sempre stato molto selezionatore, non ho preso abbagli come, per esempio, il Tony che, con uno con cui andava d'accordo e parlava di musica, ha intavolato una becera discussione su quelle strane cose che si chiamano "politica" e ha scoperto che questo è un gaglioffo del Fronte della giovinezza, e quasi si accoltellavano, con me che dicevo: "State calmi. Tony qui vai dritto a Gaeta, santi numi, vieni via!", ma lui niente, bolzanino testardo e crucco, ha continuato a far la lotta in una stradina del paese, finché noi non s'è riusciti a separarlo. Ma alcune ore dopo quelli del Fronte ci hanno teso un'imboscata, e abbiamo dovuto scappare come polli.
Qui, comunque, nell'ala fantasma e disabitata della caserma abbiamo fissato il nostro quartier generale, e qui veniamo la notte a sentir musica a basso volume e farci fuori le bottiglie di vino che qualcuno rimedia sempre giù in paese con gesto di mano. C'è poi Enzo, che è romano e ormai ha finito la naja, ed è stato lui a farci scoprire il nostro rifugio. Inoltre c'è un tipo alto e malinconico che va in tiro solo di notte, e se lo vedi di giorno è veramente un'altra persona, ma la sera, dopo il contrappello, si trasforma e parla come un registratore e racconta come una macchinetta, e a me piace questo signore che pare faccia lo scrittore, perché è molto gentile; lui lavora alla fureria e mi fa avere i permessini e non mi mette di servizio notturno e, insomma, con lui sto bene.
Comunque fra i miei scagnozzi c'è il Tony, appunto, che suona divinamente la chitarra e sa fare tutta l'epoca d'oro del pop; e poi c'è Michele, che è di Trento e come canta lui nessuno è capace. Riesce a fare i ritmi di gola e ad accompagnarsi da solo col tema e col motivo che pare un'orchestra ritmica e a sentirlo è davvero piacevole, soprattutto in quelle notti fuggiasche passate su alla sesta compagnia, che è una compagnia fantasma in quanto è disabitata e diroccata e sta all'ultimo piano della caserma, e per entrarvi i nostri predecessori hanno forzato una porta e messo una spranga che sbreccia il pavimento, così che noi si passa come gatti attraverso la fessura, uno alla volta e bene attenti a non farsi scoprire. Una volta dentro si sta in santa pace fra camerate deserte e polverose e diroccate e pericolanti, sotto il tetto che ogni tanto spolvera calcinacci, basta un filo di vento.
Oltre al bolzanino Tony, al trentino Michele, al giovin scrittore milanese, a me, Acci, sono della partita un torinese molto piccolo e molto brutto che si chiama Alvaro e suona il violoncello ed è un grande donnaiolo e viaggiatore, come fra poco vi racconterò, e poi Renzu che a me piace da impazzire come parla, perché lui viene da uno di quei paesi da tombola geografica che non so nemmeno dove sono e, appunto, solo li ho sentiti nominare quando giocavo a questa tombola, e la città si chiama Macerata, come dire Crotone o Matera o altre città per me inesistenti.
Renzu assomiglia molto a Li'l Abner di Al Capp non solo per il suo inconfondibile sound, ma anche perché ha lo stesso fisico massiccio e lo stesso ghigno e la stessa salopette, che lui ci mette tutte le medaglie dei Devo e Clash e Talking Heads e Joy Division, e pare allora un generale molto punk e molto freak. Con Renzu mi trovo a meraviglia, e ci sono alcune notti che vado a dormire sotto la sua branda; sposto lenzuola e materasso e mi ficco lì, perché lui ne ha sempre da raccontare di meravigliose. Il giovin scrittore invece è malinconico - come ho detto -, dice che un giorno ha perso il "senso" e ora deve cercarlo da mattina a sera, ma non lo trova mica più, e quasi si fa frate qui in Umbria, perché almeno a questo punto un senso ce l'ha.
Ma il più fantastico è invece Alvaro, il violoncellista che a sedici anni ha fatto il mozzo e ha girato tutti i bordelli di Singapore e della Malaysia e ha fatto innamorare con le sue prodezze amatorie tutte le indigene, tanto che poi lo chiamavano Sandokan e quando arrivava lui nei bordelli era gran festa. Alvaro continua a sorprenderci perché, anche se ha solo ventitré anni, ne ha già combinate di tutti i colori: ha fiutato tutte le droghe, ha provato tutte le emozioni, dal deltaplano al paracadute, dalle immersioni ai vasti oceani, dal kamasutra al tao del sesso, e insomma lui predica, e noi lo ascoltiamo. Ma la nostra combriccola si disfa poi nell'adunata mattutina, ognuno col suo plotone e il suo incarico. Ci si rivede a mensa e poi per la libera uscita, ma questa è una storia che vi rimanderò alla prossima puntata.
Cinque
Succede che la nostra ghenga si ritrova davanti alla caserma alle diciotto, ora della libera uscita. Già per tutto il giorno si sono scambiati i messaggi e i programmi per la serata, così capita spesso che ci si ritrovi in otto, dieci davanti al Bedford del Tony, che è un furgoncino molto grande e molto attrezzato, con sei casse stereo e tendine fiorate e seggiolini comodi, roba insomma da grande freak mitteleuropeo. Si comprano provviste e litri di questo ottimo vino che fanno in Umbria e si gira cantando e vociando, con l'hifi al massimo del volume: si va al lago, alla diga; si va a Todi e a Perugia; si va alle rovine etrusche o al castello indemoniato, oppure si sta semplicemente a vagabondare per i tornanti e le macchie, seguendo strade e viottoli sperduti. Tony guida come solo un bolzanino sa fare e, se mai siete stati sulle Dolomiti, capite perfettamente quello che voglio dire. Il giovin scrittore urla e dice: "Vai piano, per carità!", e il magico Alvaro, l'ex mozzo violoncellista, sghignazza e si strapazza con il vino e dice: "Ah, signori, mi sembra di stare come quella volta giù nelle Antille; eravamo su un catamarano in preda a un tifone, io e una bella indigena e un vecchio lupo di mare della Nuova Zelanda con un occhio solo, l'altro l'aveva perso in una rissa a Hong Kong per via di un poker andato male, quand'ecco un'onda gigantesca ci alza dal livello del mare di dieci metri e più, apperbacco: pareva di volare, ma no, volavamo davvero da un maremoto all'altro io e lei, che avevo comprato per cinque dollari giù a Saigon e aveva quindici anni ma già era donna fatta, cribbio; be', lei mi si aggrappa e dice che non ha paura, e io prendo allora il mio violoncello e suono e, non lo credereste, il mare s'è calmato e la risacca ci ha aiutati ad approdare su un atollo, dove ci siamo nutriti per quindici giorni esclusivamente di banane e noci di cocco. Abbiamo solo perso il vecchio nostromo giù nell'oceano, ma poi ebbi occasione di incontrarlo in una taverna di Nantucket, anni dopo, e mi disse che l'aveva salvato una sirena; insomma, era ormai troppo in là con il cervello!"
Michele e Renzu cantano e seguono il sound, e succede che a un certo punto finiamo dietro a un pullman pieno zeppo di turiste che guardano questa scamionata di soldati e si mettono a provocare dal lunotto posteriore; saranno almeno una decina di pollastrelle bionde e belle, e il Tony non ci vede più e fa il pazzo-pirata guidando senza mani e coi denti e coi piedi, cose insomma da far spavento, e sul sedile davanti arrivano tutti i commilitoni a sbracciarsi e a mandar baci di bocca e a strizzare gli occhi; poi le sbarbe alzano un cartello con scritto: "Sei bello!!!", e allora tutti dicono: "Son io, è me che vogliono", e allora si sorpassa, ci si stoppa a una piazzola, si scende e ci si mette in fila e, quando il pullman ci raggiunge, noi salutiamo e gridiamo e ci facciamo vedere nella strepitosa potenza dei nostri vent'anni malandrini, meno naturalmente il giovin scrittore che dice che queste cose non gli danno il "senso", che come sapete lui ha perso e non ritrova più.
Finita la storia con le turiste (finita, in verità, quasi a cazzotti fra Enzo il biondino e Michele il trentino per il primato di quel "Sei bello"), si imbocca una stradina e si arriva a un torrente che taglia il nostro percorso, ma non ci fermiamo e facciamo il guado fra gli spruzzi dorati e la luce del tramonto che filtra macchiaiola fra i cespugli e gli arbusti, e sotto abbiamo una musichetta molto country e molto selvaggia, e allora pare di stare in un gran bel trip nel Wyoming.
In una radura presso il lago accendiamo il fuoco e ci scaldiamo i polli che Renzu ha fottuto nelle cucine della caserma da un suo collega paesano e beviamo tanto vino, e insomma ormai viene buio, facciamo foto e tiri di sassi e teniamo stretto Enzino, che s'è spogliato e vuole farsi un bagno, ma col freddo che fa non conviene proprio. Il giovin scrittore è abbastanza allegro; tira i sassi nel lago e mi dice: "Vedi Acci, la cosa è molto semplice, basta saper scivolare sull'acqua come i nostri sassi: tre, quattro, cinque volte, e fermarsi a mezz'aria. Io so che andiamo senz'altro a fondo, ma so anche che posso star fermo in volo. Se ora ci fosse una donna qui, io, senza dubbio, avrei vinto la forza di gravità." E io lo guardo e non posso far altro che dirgli: "Per fortuna che sei allegro, Albertino, sennò non so se ti butterei nel lago subito, te e i tuoi discorsi."
Così vanno le nostre storie di soldati in questo primo mese, tutte le nostre forze a dimenticarci che siamo in divisa da mattina a sera, e che fa piacere trovarsi a menare le storie e le serate come se si fosse ancora a casa nostra. Ci divertiamo molto e siamo sempre allegri, ma su tutto c'è un'ombra di precarietà. Sappiamo benissimo che fra qualche giorno, dopo la cerimonia del giuramento, ognuno prenderà una strada diversa e non ci si rivedrà, e che questi allentati momenti da gaglioffi non torneranno più. Ma è troppo presto per starci a pensare. C'è già Albertino a fare il filosofo, io voglio solo raccontare.
Sei
Avanzano così i giorni del nostro addestramento fra marce, istruzioni, adunate e fughe in libera uscita, attendendo soltanto l'arrivo del giorno in cui si celebrerà la cerimonia del giuramento. Per questo una mattina, intrappolati sui traballanti Cm, siamo andati al poligono per sparare le nostre schioppettate e lanciare la bombetta di rito, praticamente una lattina di Coca-Cola che, a un certo punto, fa "pum", liberando una nuvoletta bianca e candida, ma il più delle volte fa cilecca così che per farla brillare deve intervenire il maresciallo dell'armeria, fermare tutti, ritrovarla, innescare un detonatore e poi fare un ciocco molto violento e molto rumoroso che le colline intorno odono e rimbombano.
Quella mattina al poligono - mattina piovosa e tetra e molto scorata, con Renzu che aveva beccato un'otite e non c'era modo di farlo restare in infermeria, e Alvaro invece sempre chiacchierone e avventuriero: "Ah, ragazzi, potrei raccontarvi di quella volta giù nell'Alto Volta in cui fummo attaccati dai ribelli nazionalisti, e io, che non avevo mai preso in mano un fucile, detti battaglia, ma loro erano in numero davvero impressionante e dovemmo ripiegare verso la savana dove, non ci crederete, un branco di rinoceronti ci incalzò dall'altra parte e così, preso tra due fuochi, dovetti scappare su una sequoia gigante... No, quella volta fu invece giù in Sudamerica, corpo di mille alci, me ne stavo appollaiato lassù, come un fagiano di quelli che si cacciano in Jugoslavia, e lì appunto partecipai a una battuta di caccia che vi dovrei proprio raccontare..." - quella mattina al poligono, dunque, il giovin scrittore si ustionò molto pericolosamente il palmo della mano destra per aver imbracciato il fucile dalla parte della canna, naturalmente rovente dopo aver sparato un paio di caricatori, e urlava come un ossesso, buttando elmetto e zainetto per il poligono, e sbraitava, correndo in lungo e in largo, e sempre un "cài cài" e ululati e gridamenti, con il capitano che dalla sua postazione non si reggeva il panzone dal ridere e fra i singulti diceva: "Ah, giovane scrittore, non lo vede che il fucile non è una penna? Ah, non lo vede? Non lo sente?", e rivolto ai tenenti e caporali, sempre più ingolfato dai singhiozzi che quasi pareva il padre della mia Lulù, diceva: "Ora lo vedono questi intellettuali che il fucile si usa con le palle!", e tutti ridevano e sbraitavano al giovin scrittore: "Torni qui, torni qui!", ma lui niente, pazzo come Orlando, correva e stramalediceva, e io l'ho raggiunto e gli ho curato la scottatura, ma Albertino continuava a mandar giù rabbia e fiele, e non si dava pace d'essersi comportato - a sentir lui - come un Enzosiciliano d'occasione, buono solo a tirar penne e nulla più. Ma poi la rabbia è passata, e siamo rientrati in caserma un po' malinconici, ma salvi, meno Renzu che con la sua otite ha sputato il cervello, e ora sta ricoverato con la febbre a quaranta gradi.
Sette
Viene poi il giorno del grande giuramento. Da una settimana circa non abbiamo tregua, sempre a marciare intorno alla piazza d'armi e a disporsi in fila per plotoni e compagnie: prima i massicci granatieri, poi i prodi lancieri, seguono tre plotoni di ferrei artiglieri e, dulcis in fundo, lo squadrone degli animosi bersaglieri che "marcian placidi e leggeri quei goliardi militar». Il fatto è che la cerimonia del nostro giuramento avverrà in forma solenne davanti alla piazza principale della città, dove già da adesso hanno eretto palco d'onore e tribune per il pubblico sempre riverito, e la notte è molto malinconico girare per le stradine, sentendo lo sferragliare degli operai che battono i tubi Innocenti, malinconico perché l'ora s'avvicina e la nostra tribù si scioglierà. Il giovin scrittore e io siamo ancora in attesa di destinazione, ma degli altri abbiamo già saputo tutto: Alvaro come musicante raggiungerà casa sua, Torino; Tony, idem per Bolzano; Renzu se ne andrà a Civitavecchia; e Michele a Roma, a Pietralata; mentre Enzino il biondino rimarrà qui, a O... Comunque si continua a marciare e a provare il grido della nostra ventenne fedeltà alla patria, di giorno e di notte, in interno e in esterno, marciamo e cantiamo con un capitano che dice una cosa, il tenente un'altra, il colonnello non si sa bene cosa ne pensi; ma poi una notte alle quattro si sente un allarme, e allora tutti bisogna correre sul piazzale e inquadrarsi; e poi si sentono una musica gracchiante in tutto quel buio e un plotoncino che segna il passo e rauchi ordini urlati nella notte; e poi si torna a dormire, ma si scopre, l'indomani, che è arrivata la bandiera di guerra.
E quando passa lei, con la tenebra o la luce, se piove o è sereno, bisogna riverirla: questo, appunto, c'ha detto il colonnello, presiedendo alla prova del giuramento, dando naturalmente ordini contraddittori e differenti da quello che avevamo imparato, ma tant'è, qui bisogna obbedire e non farsi assolutamente sentire.
Succede però che il giovin scrittore venga chiamato a rapporto dal colonnello un paio d'ore prima della tanto attesa cerimonia ed esca dalla palazzina comando praticamente in lacrime, senza possibilità alcuna di consolazione. Il fatto è che il capo gli ha ordinato di riprendere via cavo con un tragattino videotape l'intera parata e soprattutto di commentarla. Albertino naturalmente non sa che pesci pigliare ed è ridotto ormai a tutto un "Ahimè, ahimè, cosa sarà di me; che dico e che riprendo che non so nemmeno distinguere un sergente da un tenente, un plotone da un battaglione; e, in fondo, che mi frega di tutta questa puttanata, io non so che dire né che fare; ahimè, ahimè, cosa sarà di me?" E io gli dico: "Senti, non drammatizzare, c'è qui Acci; io so usare quella roba lì, e facciamo che io ti svolgo le riprese e tu inventi il commento, insomma, basta dire: "Ecco i prodi granatieri e i saltellanti bersaglieri." Be', non è facile?"
Così la mattina prestabilita, Albertino e io siamo davvero una bella troupe, e ci presentiamo sul piazzale in anticipo per studiare le inquadrature e metterci d'accordo. E, mentre attendiamo, ci facciamo un aperitivo col vinello di qua; e poi un altro bicchierozzo, perché siamo pronti e i soldati invece non si vedono, poi un altro per ingannare l'attesa, e insomma finisce che, quando finalmente s'odono le note della banda, siamo proprio a nostro agio, siamo pronti, pronti siam!
Ci gettiamo in mezzo al piazzale e filmiamo innanzitutto il pubblico col commento del giovin scrittore, che più o meno dice: "In questa terra baciata dall'arte e dalla natura, fra un pubblico prestante e festante, simbolo della patria intera che qui viene a rendere gloria ai suoi valorosi, ecco, fra i cieli splendenti e i venti ridenti, arrivano i soldati, nella potenza della loro gioventù, nel fiore della propria eterna e imperitura giovinezza: eccoli, eccoli; deh, salvateci dal maligno, alè!" E poi si passa a inquadrare la bandiera, e facciamo un primo piano bellissimo, e Albertino fa tutta una tiritera, dicendo che il verde son gli occhi di Lulù e il bianco la sua pelle e il rosso l'ardore del suo italico cuore, e arriva persino a spiegazzarla al vento affinché io la riprenda attiva e funzionante. E poi passiamo in rassegna tutti i nostri milleduecento amici schierati, e Albertino parla e parla, e io filmo e filmo, e dico al generale: "Un po' a sinistra, sire, e guardi qua", e al colonnello: "Saluti, saluti i telespettatori", e per tutti Albertino ha un commento ad hoc, e insomma quando tutto è finito e noi brindiamo al successo, svaccati fra gli operai che smontano le impalcature, viene a pescarci la ronda che ci ordina di rientrare a rapporto immediatamente. Risultato: invece della sospirata licenza premio, ci sbattono in cucina dalle sei del mattino alle dieci di sera a pulire e strusciare cose innominabili. Questo il degno epilogo della nostra trasmissione e del nostro senso del dovere. Insomma, amici miei, ora va veramente male. A giorni migliori, quindi.
Otto
Ho fatto ritorno a casa. Una licenza breve che più breve non si può: quarantotto ore di permesso; parto il venerdì pomeriggio e devo rientrare allo scadere della domenica. In mezzo quindici ore di treno, un paio per l'autostop compresa l'attesa al crocicchio della statale, in corrispondenza con la deviazione per il mio borgo, sedici ore di sonno alla media appunto di otto ore per notte, e il tempo restante - una ventina di ore - per (a) riabbracciare la mia Lulù; (b) brindare con i vecchi Rock Boys ed eventualmente tirare con loro la mia Fender e lanciarci in una jam-session in onore a questo tempo ritrovato; (c) fare una stressante colazione domenicale in famiglia, con annessa intervista dei parenti alla Bobby Gervaso: "Che sogni ha fatto iersera, soldato?", "Quale cibo preferisce avanti ogni assalto?", "Qual è l'ultimo pensiero prima di addormentarsi?", "E il primissimo al risveglio?", "Se fosse Raquel Welch, come indosserebbe la divisa?", "E se fosse Lagorio Lelio, ministro socialista?", "La difesa è un bene o un male?", "E il centrocampo?", "E la Nord-Est come la mettiamo?", "Preferisce un attacco per via terra o per via mare?", "Un caporale o un generale?", "Meglio il pollo o la fettina?", "Metedrina o anfetamina?", "Tre alzabandiera o un picchetto in polveriera?", "Il cuciniere o il bersagliere?"; (d) passeggiare solo e pensoso per i viali e i giardini della mia città, fiutarne l'aria e respirare in giro qualcosa che sono stato e che qui continua per tutti, meno che per me. E, infatti, da tutti i programmi che ho fatto e le idee che ho messo in testa, ho ricavato niente di niente, uno zero assoluto. Volevo far questo e far quello, girare di qua e per di là, perché sentivo che l'energia cresceva mentre il treno avanzava verso casa, e la voglia aumentava a mano a mano che il sound dei pendolari diveniva sempre più simile al mio, a quello dei miei amici e dei miei vecchi, ma ho fatto buca. Sdraiato finalmente sul letto a contemplare questo orrendo down, questo inquieto ammaraggio nella mia vecchia atmosfera, la musica che andava, la sigaretta che tirava, è arrivato un grosso colpo di vuoto. E la mia testa che continua a martellare: "Sono un soldato, o sono ancora quel che ero prima di partire?" E mi accorgo che a questo non c'è risposta, ora: non sono né l'uno né l'altro, non il dovere e non il tempo passato; sono soltanto bloccato in una zona di coscienza mu. Sono semplicemente una persona diversa e nuova, e non riesco a interpretarmi.
Prima di partire per il mio servizio di soldato, la mia pelle si faceva rasare solamente con acqua bollente, sennò erano dolori e tagli; non riuscivo a dormire se in camera c'era un filo di luce o una voce risaliva dalla strada: buio e silenzio assoluti; la vista di una latrina mi dava il voltastomaco: non avrei mai saputo come bisognasse inginocchiarvicisi; ora, in questa prima giornata di rientro, l'acqua bollente mi fa ribrezzo e la mia pelle si increspa, al water nemmeno pensarci e, per dormire, ho dovuto accendere la radio e la lampada come se fossi nella mia camerata: piccoli cambiamenti e insignificanti adattamenti, direte voi; certo, però anche Lulù se ne accorge e, quando ci incontriamo ai giardinetti, quella stessa sera del mio ritorno breve, comincia a ripetermi: "Sei strano; oh, sei strano, Acci mio!", e io le dico che lo so, che ha ragione, sono ormai straniero, tutto qui.
Così questa prima licenza in quarantotto non va assolutamente bene; è ancora una questione di adattamento, riadattarsi al tuo letto che non è più tuo, alla tua casa e ai suoi nuovi spazi, ai tuoi amici e alle ore e agli appuntamenti del portico e della città, alla presenza attonita di Lulù, alla luce, al buio: santocielo, non ne posso più di questo sfasamento continuo e intermittente, che non riesco mai a stare tranquillo un'ora perché c'è sempre qualcosa che cambia, e un giorno sei qui e il giorno dopo sei là, un'ora in caserma, un'ora a casa, un'ora con gli amici nuovi e una con amici vecchi; e poi, come se questo non bastasse, ci si mette pure la "primavera che il bel tempo rimena", e invece sono acquazzoni, e un giorno fa caldo che senti voglia di luce e sole e mare e spiagge, e uno invece torna il freddo, e un giorno è buio presto e il giorno dopo non arriva mai la notte perché arriva invece l'ora legale, e quindi, signori e signore, bambini e smorfiosette, adattiamoci all'ora legale, cambiamo i bioritmi e il metabolismo, forza avanti; e poi c'è l'inflazione e dopo la svalutazione, e quindi adattiamoci alla lira ripudiata e, insomma, io voglio un posto tranquillo dove non mi senta sempre così sfasato e riadattato, porcaeva. Io voglio che mi restituiscano al più presto, e con mille scuse, tutti gli alberi del viale che hanno potato senza nemmeno chiedermelo!!! Ah, come farò a luglio senza i fiori gialli e profumati dei miei tigli e senza la loro ombra nella calura d'agosto; ahimèèè, anche ai viali potati mi devo adattare, anche ai loro tralicci bombardati, a un'estate sciapa e senz'ombra, all'illuminazione nuova, alle facce nuove!!! Accidenti, che brutto trip questa licenza breve, povero Acci, povero Acci... Voglio ritornare subito da Renzu e dal giovin scrittore e da Enzino; voglio che loro mi spieghino quello che mi sta succedendo, se sto cambiando, se sto crescendo, se insomma sono dal mio vecchio equilibrio alla débâcle più completa. Poi la domenica arriva; salgo sul treno più stanco di quando sono arrivato: maledetta licenza breve, già terminata proprio un'ora dopo che stavo adattandomi a casa mia, adattandomi alle belle braccia di Lulù che mi stringevano e che sembravano dirmi: "Acci mio, ora ti riconosco, sei quello di sempre, il mio Acci." Ma il treno parte, maledetta licenza breve.
Nove
Sono infine tornato alla caserma dalla mia così poco licenziosa licenza breve, un altro viaggio dentro il buio della notte come quello che mi ha visto partire, ma questa volta so già cosa mi attende: il posto di guardia, la camerata sonnolenta e l'odore dei soldati che mi prende il respiro non appena giungo alla mia branda. Potrei riposare ancora un paio d'ore prima della sveglia, potrei cedere al sonno, potrei distendermi e dirmi: "Okay, fra un po' si balla, ma goditi questo silenzio", e invece piano piano, non appena i miei sensi si allentano, tutto il rumore di una camerata assonnata si rivela, impercettibile, inafferrabile, ma poi sempre più distinto: russare, cigolare, qualche parola smozzicata, uno si gira, uno si scopre, uno comincia un discorso... Devo stare in silenzio assoluto e tendere i nervi come un gatto, devo allungare le orecchie e fissare davanti a me un punto imprecisato, devo fare lunghi sospiri per raggiungere i bordi di questo mondo incosciente, in cui le intimità si allargano e i gesti scattano meccanici e le parole sono soltanto rotoli e mugugni e i corpi sono troppo paurosamente simili a macchine gettate in manutenzione, a robot impazziti e arrugginiti, e ognuno sta vivendo la propria storia, ma io posso soltanto sfiorare di ognuno un respiro o una frase storpiata; questo mi dice il silenzio di una camerata di soldati di notte: che siamo macchine a cui hanno staccato i circuiti e che vanno alla deriva fra brusii, vagiti e grida... Non dimenticherò questo museo delle cere, questo scantinato dei rifiuti, questo senso di vuoto, i compagni che si muovono con gli occhi chiusi e parlano con la bocca storta e s'agitano impacciati e, all'improvviso, accendo un fiammifero per allontanare con il suo "skreech" il senso di sentirmi in mezzo a un plotone di morti viventi... Ma poi, all'adunata del mattino, mi dicono che m'hanno messo di guardia e che dovrò montare il giorno stesso, e quindi anche la notte che verrà sarà insonne e stanca e girata male di testa, e allora io penso che non ce la faccio più: no, ragazzi, io, Acci, non stringo più i denti e mi smollo lì sul piazzale come un sacco bucato e sfatto; e allora qualcuno avrà pietà di me, mi getterà in un'infermeria e mi darà tranquillanti e calmanti per farmi riposare. Ma Renzu dice che non si fa così, che questo è il modo per iniziare una brutta tiritera di ricoveri e ospedali militari e rientri e partenze, e non uscire più da questo brutto trip del militare, lasciarci il cervello, insomma. E allora io mi faccio forza e faccio la mia guardia alla polveriera vuota perché, se il nemico viene o il brigatista fa capolino, io gli sparo due schioppettate e mi guadagno una licenza premio, e così farò l'eroe e tutti saranno contenti e fieri di me, Acci, che ho messo in fuga il bandito e il malandrino e ho salvato l'onore della patria nostra, della nostra Italia da cartolina e da parata che ha bisogno di questa polveriera vuota per salvarsi la verginità che naturalmente più non ha, visto che tutti la spupazzano di qua e di là: "Uèèèèè, bella Italia, ven chi a fare un girettino col bel soldato Acci, che sono l'unico che non t'ho mai fregata né tradita, anima mia!" E ora devo persino fare la guardia ai seggi elettorali, per la miseria, non potete capire quei quattro giorni sballottati di qua e di là, e messi agli ordini di un carabiniere molto sveglio e molto onesto, lui dorme sul letto, e se lo è fatto preparare, e si becca tutti gli omaggi degli elettori che spartisce poi la sera con la sua bella mogliettina, mica con noi due soldati che dormiamo per terra e mangiamo porcheria con i soldi nostri, e dobbiamo anche farci la barba ogni mattina perché l'ispezione arriva... Ah, quella volta dell'ispezione generale che ci ha fatto lavare cinquanta volte le stesse piastrelle, come delle Cenerentole: tutti in ginocchio a strusciare gli stracci imbevuti di nafta per dare il luccichio, altro che cera! E poi sono saltati fuori delle piante e dei vasi di fiori, e noi a dirci: "Oilalà, la nostra compagnia pare proprio una serra tutta verde e bella, con i fiori nel corridoio e le palme all'ingresso di ogni camerata", e il generale è passato in un baleno e, in un baleno, le piante son sparite e son tornate alla palazzina comando, e la stessa storia è successa durante la visita di una scolaresca che il colonnello portava avanti e indietro per lo stesso corridoio perché era l'unico decente, e i professori a congratularsi e a dire: "Guardate i soldati come sono puliti", mentre noi c'eravamo spezzati la schiena per quella buffonata; ma poi il giovin scrittore è riuscito a prendere due ragazzi dal seguito e a portarseli in giro per altri corridoi e altre compagnie e, insomma, a fargli aprire gli occhi, che tutto insomma è forma vuota e cialtronaggine, e sul vostro tema dovete descrivere l'odore che sentite qui, non quello della cera nel corridoio passato al maquillage... e, insomma, dei dolori del soldato non gli frega a nessuno perché tanto noi veniamo e passiamo, e un anno non è poi tanto lungo e ci si può anche addormentare dentro; però sappiate che, quando vedete un soldato, dovete immaginarvi subito le sue notti di guardia e i suoi avvilimenti, e i suoi viaggi in treno, i suoi campi operativi, il suo armadietto e le sue licenze brevi e, per favore, fatelo per Acci, non dite mai e poi mai: "Che bella divisa, soldato!"; fatemi questa cortesia, me l'ha detto un vecchio e quasi svenivo. Con le divise si fanno solo guerre e non felicità. Parola di Acci.
Dieci
Vi ho finora risparmiato - e Dio me ne renderà merito - qualsiasi racconto sui "borghesi". Era mia intenzione lasciarli perdere e tralasciare, nello stesso momento, tutta la mistica e la simbologia dello scaglione congedante, con i vari ritmi del count down, del chicchirichì e del coccodè, del ritornello insopportabile: "Con la pioggia e col sereno, anche oggi un giorno in meno". Ma i fatti prendono la mano, e io devo raccontare di una delle solite serate in cui questi ragazzotti impavidi e fiore della patria rientrano dalla libera uscita completamente fradici e, come di consueto, dopo il contrappello e il silenzio - che nessuno fa rispettare, visto che fino alle due, tre questi fan casino e urlacci e gridamenti - si scaraventano per i corridoi della compagnia e invadono una camerata e accendono le luci e sbrandano quei poveri cristi che dormivano stremati da un picchetto o da una guardia o da una corvée, e bagnano con sacchetti e buste quattro o cinque appena arrivati, così, spavaldamente, senza ricorrere al buio e all'omertà mafiosa dell'"Io so chi è stato, ma non sono affari miei", e insomma questi timidi e impauriti subiscono, anche se non capiscono bene il fatto; poi uno si spiega e dice che loro, nel pomeriggio, hanno osato rivolgere la parola a un borghese e guardarlo fisso negli occhi, e che queste cose, per rispetto, non si fanno e così impareranno: ah, se impareranno che il borghese è un signore e un padrone, e che tutti i suoi tiramenti sono legge e chi si ribella ha praticamente chiuso con i propri nervi. Il capostecca entra dunque nella camerata con il suo basco pieno di stelle tricolori e intermittenti e la giacca della drop intessuta di nastrini e avemarie tricolori e cordoni e fiocchetti, e sempre queste stelle intermittenti e luminose al posto dei bottoni, che una sera che girava al buio per la sua compagnia, tanto per risplendere meglio in tutta la sua massiccia potenza, il Jean ha urlato, svegliandosi di colpo: "Oddio, il fantasma della Mariagoretti", e quello si è infumato nero e ha radunato tutta la squadraccia dei borghesi colleghi suoi, e hanno acceso le luci e fatto un appello alle due di notte e a tutti, in piedi davanti alle brande, dicevano: "Sei stato tu!!! Sii uomo!", e minacciavano feroci quelli che volevano dormire e li battevano con la stecca: "Senti la stecca del borghese!", e meno male che Jean ha avuto il buon senso di star zitto e di accusare il falso, sennò... Così hanno proceduto al rastrellamento, e hanno preso ognuno un nuovo arrivato e ci hanno giocato a flipper e alla motoretta e al juke-box e al salto della rana e a tante altre porcherie che non ho alcuna intenzione di spiegarvi, tanto sono prevaricazioni imbecilli e ingiustificabili soprusi e, insomma, tutti si doveva guardare e applaudire e tacere sennò sarebbe toccata la stessa sorte, e a tutto questo i soldati si abituano perché così va la vita nelle caserme, e gli ufficiali lasciano correre in nome della goliardia e poi anche fra loro se ne fanno di tutti i colori con quelli di prima nomina; però, a un certo punto, arriva un momento - quel momento che di solito si chiama "il limite" - e tu non sai perché scatti proprio quella sera lì che tutto è nella norma, e la violenza segue sempre la medesima consuetudine, qui come nel resto delle caserme, però quel momento ogni tanto scatta, come in quest'altra notte in cui i cinque nuovi sono bagnati e violentati; nel cervello di qualcuno sta per arrivare il clic, e peggio per i borghesi che non lo stanno assolutamente comprendendo.
Il capostecca è completamente fradicio e a malapena si regge in piedi, strafatto da tutti i suoi altarini e dal vino, e barcolla e grida: "È finita!", e tutti i suoi aguzzini lo stesso: scalciano e pestano con gli anfibi le coperte e i materassi e salgono sugli armadietti e gettano gli zaini di sotto e baccagliano come matti e si passano il whisky come se fosse acqua e bevono e sputano, e poi fanno mettere in ginocchio le cinque vittime, completamente spogliate e con la gola completamente riversa, così che spargono alcool e vino sulle loro bocche dagli armadietti, e chi fa centro nella gola vince una bottiglia; e quanto alcool gira quella notte e che fetore, e ben presto alcuni cominciano a rantolare e a vomitare a casaccio e a reggersi lo stomaco e a strizzarsi il cervello: "Dio, quanto mi gira la testa!" e "Sbattila! sbattila!", e così fanno a colpi di zucca contro l'armadietto, finché non salta la serratura, e loro giù a dar botte da orbi che non sentono manco il dolore, anestetizzati come sono, e quando vedono il sangue che riga gli occhi, cominciano a ballare e a tenere il dito in aria e, a questo punto, c'è un bordello fortissimo e tutti assonnati, in mutande, stanchi e avviliti, si mormora: "Crolleranno, perdio, sol che crollino e si ritorni in branda", ma nessuno tiene conto in quel momento che lì in mezzo c'è uno che sta veramente male, qualcuno a cui la rabbia sta salendo al cervello, e questo qualcuno non è tra i carnefici e non è nemmeno fra gli astanti.
Lui, quello a cui prende a girare veramente male la testa, sta tranquillo a fare il piantone in armeria, ai bordi del corridoio e della caciara. Appena arrivato al reparto, subito subissato da servizi sfiancanti e da guardie, senza licenza da almeno quaranta giorni, fa semplicemente il piantone all'armeria, e sembra che il casino non lo turbi per niente, finché il capostecca non commette l'errore di andare a piantare zecche anche a lui, sbraitando e vomitando: "Perché non bevi, e perché non guardi, e perché non festeggi il nostro congedo, che per noi è finita e per te, malefico, c'è ancora una vita." Lui non risponde; ha gli occhi fissi al vuoto; lo strattonano e lo prendono, ma lui niente, non si muove, finché lasciano perdere e tornano a spaccare tutto nelle camerate e, mentre questi si rotolano in terra e stracciano lenzuola e mandano all'aria le brande, lui si alza. Freddo e impassibile si avvicina al gruppo, sempre più vicino, e nessuno gli fa caso finché non si sente un grido disumano, e la sua faccia è stretta in una smorfia bestiale, e così, solo adesso ci si rende conto che ha in mano una spranga di ferro, ora che comincia a pestare come un indemoniato il capostecca e a maciullarlo, mentre gli altri cercano di fermarlo, ma son troppo ubriachi e lui è lucidissimo, e molti non si vogliono mettere in mezzo, e c'è una bagarre insostenibile e presto tutto il corridoio fra le camerate diventa un ring di calci e di botte, e i cinque si fanno coraggio e si gettano a menare come ossessi, smontando brande e facendo barricate; e pestano e urlano, ed è come se succedesse una rivoluzione, perché tutti i nodi vengono al pettine e non si riesce a tenersi fuori, e allora Albertino, Renzu e io cerchiamo di correre fuori e chiamare l'ufficiale di picchetto e svegliare tutto il corpo di guardia, ma siamo bloccati e presi a botte; e io allora sento un suono sordo, uno shock secco, e mi guardo la gamba e vedo uscire sangue, e grido e grido e cado per le scale e, insomma, viene dato l'allarme e arrivano gli aiutanti di sanità con gli ufficiali medici; ma la scena è spaventosa, c'è uno con la testa rotta in mezzo a un lago di sangue e di vomito; ogni tanto sulla sua divisa strappata si accende intermittente una stella tricolore.
Seduto nel suo angolo all'armeria, imbrattato e lacerato, il piantone si guarda le mani e parla con loro, e sottovoce dice: "Aveva ragione, per lui è finita!"
Così, con una gamba rotta, dopo quindici giorni di ospedale militare e dopo sei mesi e cinque giorni di naja, sono messo in congedo e rispedito a casa. Non ho salutato nessuno; avrei voluto farlo, ma tutto è stato così frettoloso e precario; poi, un giorno, arriva una lettera, qui a casa, è di Albertino: "Il sardo è morto dopo una settimana di coma profondo. L'altro è a Peschiera, ma gli stanno facendo perizie psichiatriche e pare non ne avrà per più di un paio d'anni. Tutti i congedandi hanno beccato trenta giorni di rigore e stanno ancora qui. Nessun giornale ha detto niente; quello crepato sai da dove veniva; per me non se ne sono accorti nemmeno a casa sua. Qui tutto bene, non è successo niente perché niente può succedere. Addio."
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