my sweet car (it)
Nel febbraio di un paio di anni fa ho comprato un'automobile marca Volvo, modello 140S Grandluxe, 1780 cmc di cilindrata, quattro cilindri, due carburatori orizzontali, interno in pelle nera, tettuccio apribile, autoradio eccetera. Colore azzurro metallizzato.
Ogni volta che l'ho usata, ho pensato alla vita di questa automobile, alle persone che aveva trasportato nei vent'anni della sua esistenza, alle vicende famigliari cui aveva partecipato, ai matrimoni per cui era stata addobbata a festa, ai cortei funebri che aveva seguito... Ho pensato agli acciacchi che si erano presentati nel corso degli anni e alle violenze teppistiche che aveva subito e di cui porta ancora traccia, come quello sfregio sulla fiancata sinistra.
L'ho vista sepolta da un cumulo di neve, arrostirsi al sole di luglio della bassa padana; l'ho vista ringalluzzirsi al fresco primaverile delle Alpi svizzere, quando attraverso il suo tettuccio entrava aria fresca e buona, e noi quattro sciamannati correvamo verso il Nord. L'ho vista subire un infarto improvviso e maledetto su un'autostrada e lasciarmi a piedi nel cuore della notte. L'ho vista ricoverata quando le hanno asportato la vecchia pompa della benzina per sostituirla con quella di esemplare più nuovo, tragicamente scomparso in un incidente. E così anche ieri, quando ho telefonato alla concessionaria per eseguire alcune riparazioni, sentendomi rispondere dalla centralinista: "Ho capito il suo problema, signore. Le passo l'accettazione per un appuntamento", ho pensato che questa mia macchina fosse molto più che un meraviglioso intreccio di meccanica e oli e tubi e cavi elettrici che resistono al tempo e all'uso più di tutte quelle mezzeseghe parvenu di oggi, ma avesse anch'essa un suo spirito, quello stesso che le riconosco, seccato, quando faccio il pieno di benzina e di olio e mi dico: "Questa è proprio uguale al suo padrone: beve e consuma tantissimo."
Ho provato a immaginarmi la sua storia o, almeno, alcuni episodi della sua vita.
Uno. È la primavera del 1969, il giorno di Pasqua, in una città di provincia del Lombardo-Veneto (Cremona, Pavia, Vicenza, Treviso...). In una bella villa nella zona residenziale fervono i preparativi per le nozze della figlia di un industrialotto. C'è grande animazione, anche perché l'automobile che accompagnerà la sposa con il padre non è ancora arrivata dall'autorimessa. Il padre, infatti, ha comprato quest'auto proprio per l'occasione; ha speso un sacco di soldi, puntualmente rinfacciatigli dalla moglie, che avrebbe preferito qualcosa che desse meno nell'occhio.
Alla fine, sul prato della villa arriva l'auto lustrata e addobbata per l'occasione, guidata da un autista della fabbrica. I ragazzini del corteo gridano la notizia. Il padre corre sul prato e ispeziona l'auto, complimentandosi con l'autista. Finalmente arriva anche la sposa. E il corteo attraversa la città. All'interno dell'auto, il padre non fa che dire: "Sei bellissima, sei stupenda, tutta tirata a lucido", e sembra che lo dica alla figlia, tutta imbarazzata ed emozionata, ma è chiaro che si rivolge al suo macchinone.
Mentre nella chiesa si svolge il rito, l'auto aspetta al centro della piazza. Gli sposi escono e salgono in vettura per il viaggio di nozze. Il padre saluta gli sposi e vede la sua nuova auto andarsene. La moglie gli asciuga una lacrima.
Durante il viaggio, gli sposini gettano le carte stradali e i vestiti della cerimonia. Si fermano lungo il percorso e decidono di passare la loro prima notte di nozze in auto. Qui fanno l'amore per la prima volta, imbarazzati, inesperti sia dei loro corpi sia della loro nuova e fiammante automobile.
Due. Roma, dieci anni dopo. Estate. La vecchia auto ha cambiato targa, non ha più quella nera e quadrata, ma una allungata con il nome "Roma" scritto in arancione. In questi dieci anni, ha seguito la storia della famiglia su nel Lombardo-Veneto.
Ha accompagnato la sposina a partorire e il corteo funebre del vecchio industrialotto, ormai travolto dalla crisi dei primi anni settanta. L'auto è stata venduta.
Ora appartiene a un ricco omosessuale cinquantenne, specializzato in cornici del Sei, Settecento. Il suo negozio, nel centro della capitale, è pieno di queste infilzate di cornici riposte una nell'altra, da quelle grandi metri e metri a quelle più piccole. Lui stesso, nella sua bella casa del centro, ha una parete addobbata con queste cornici che inquadrano il vuoto. Per lui, certamente, un assoluto indefinibile.
L'antiquario chiude il suo negozio. Prende l'auto e si avvia nel traffico incasinato del lungotevere. Bloccato da un ingorgo, guarda nelle altre auto. È un po' deriso per la sua eleganza, per i suoi guantini di rafia e camoscio tagliati alle falangi, per il suo modo di guardare i ragazzi, per la musica che la sua auto diffonde, diciamo The Rake's Progress di Stravinskij, il finale del terzo e ultimo atto, che confrontata a tutte quelle Mine e Lolite delle altre autoradio sembra veramente musica antichissima...
Passa da una zona di marchette. Carica un ragazzo che sembra aver già conosciuto. Vanno verso il mare. Il ragazzo cambia frequenza. Arrivano sul litorale. È ormai una bella notte di luna. Il boy dice che scende per pisciare. In quel momento, Demetrio Stratos attacca Luglio agosto settembre nero con gli Area.
Dall'oscurità il ragazzo arriva in compagnia di altri due. Derubano l'uomo. Lo picchiano. Lo gettano a terra, trascinandolo fuori dell'auto. Lo pestano selvaggiamente, strappandogli gli anelli, l'orologio, il portafoglio, la catenina al collo. Lo insultano. È ormai un corpo infangato e insanguinato, parente più della terra e della spazzatura che dell'umanità. Alla guida dell'auto sale un ragazzo; accende il motore, mette la retromarcia e passa più volte sul corpo dell'uomo. La macchina è come trasfigurata in un rullo compressore. Violenta, imponente, selvaggia, veloce, ruggente in quel suo scattare e rombare avanti e indietro. Come una corrida. I ragazzi scappano. Demetrio Stratos termina il suo pezzo sull'immagine di un'alba che rischiara il litorale, di una vittima uguale a milioni di altre vittime in ogni parte del mondo, di una macchina che, abbandonata poco distante contro la prima fila di un canneto, sembra un pugile sfinito e sfiancato che, alle corde, gronda sangue dopo il match.
Tre. (A questo punto, mi piacerebbe molto vedere la macchina invasa da chiappe e tette gioiose, premute contro i finestrini e le portiere, aprirsi, facendo rotolare giovani amplessi sull'erba: insomma, uno straripare di vitalità e di eros come se lei - la macchina - fosse la cuccia di questo gruppo di adolescenti porcaccioni e festanti, colti sul finire di un pranzo, diciamo l'ultimo giorno di scuola.)
Quattro. «Quando si avvicina al suo trentesimo anno e sopraggiunge l'inverno, quando una parentesi di ghiaccio attanaglia novembre e dicembre e il suo cuore gela, si addormenta sulle sue pene..." (Ingeborg Bachmann)
Lei è una ragazza che probabilmente non ha ancora trent'anni. Ha una fede matrimoniale al dito. Viaggia per piccoli paesi al di fuori dei grandi itinerari turistici. I sedili posteriori della sua auto - la solita auto che ancora una volta ha cambiato targa, ora è "Firenze"; la targa tutta bianca - sono ingombri di fogli di giornale, riviste di moda, qualche libro. Un paio di bottiglie di birra.
«Quando un uomo si avvicina al suo trentesimo anno di età, nessuno smette di dire che è giovane. Ma lui, per quanto non riesca a scoprire in se stesso alcun cambiamento, diventa insicuro; ha l'impressione che non gli si addica più definirsi "giovane". E un mattino si sveglia..." (Ingeborg Bachmann)
Mentre attraversa un paesino viene fermata dalla polizia per un controllo di documenti. Parla a fatica l'italiano. È tedesca. No, la macchina non è sua, appartiene a suo marito. L'unica cosa che di lui gli è rimasta. Deve declinare le sue generalità. La sua identità burocratica, un nome, una professione, un indirizzo. Scopre che è il giorno del suo trentesimo compleanno. Come se questo non le appartenesse.
Una notte, in un piccolo albergo, lei scrive sulla sua portatile elettronica: "Sono una donna senza argomenti. Non mi importa del mondo, mi infastidisce quello che accade, ma mi dà meno fastidio se sono accanto a te. E sono ancora in grado di avvelenarmi."
«Non spera nulla. Non riflette più su nulla. Avrà ancora tempo abbastanza per occuparsi della sua futura residenza e del suo futuro lavoro... Impacca le sue tre cose, quel paio di libri, i portacenere... Perciò fa un viaggio pieno di indugi, lento, un viaggio attraverso le province italiane..." (Ingeborg Bachmann)
Entra in una casa dove hanno abitato insieme. Le loro fotografie alle pareti. La sua tesi di laurea. Tutto è fermo e sepolcrale. Va in bagno. E lì sul lavandino, proprio appoggiato al rubinetto di ottone trova un capello, un lungo capello biondo, unico segno di vita che lei guarda e prende tra le dita come se fosse il reperto di un'altra vita.
Più tardi, in viaggio, la macchina ha un guasto. Lei si ferma per telefonare da una cabina. Non riesce a prendere la linea. C'è un'interferenza. Si sente il dialogo semplice e oscenamente naturale di un uomo che telefona alla propria moglie da lontano. Lei ascolta questi due esseri che non si dicono assolutamente nulla, svogliati, perbene, neutri.
Davanti a un'autorimessa, all'alba. Il meccanico dice che ha solo aggiustato le cose, non risolte, che la macchina non reggerà molto; converrebbe lasciarla e proseguire in autobus. Lei si rifiuta, torna sulla strada.
Le luci del mattino. Dopo un po', in salita, l'auto si arresta di nuovo. Tossicchia, si ferma. Riesce a fermarsi sul ciglio di una scarpata. Scende, poi risale in macchina. Toglie il freno a mano. Ora corrono nella direzione inversa, lei e l'auto, e spiccano il volo.
«Sulla fine del viaggio taceva. Non avrebbe voluto finirlo, alla fine avrebbe voluto scomparire, senza lasciare tracce, diventando introvabile..." (Ingeborg Bachmann).