nei sotterranei della provincia (it)
Quando nel 1980 pubblicai il mio primo libro, Altri libertini, molti critici rilevarono la sua derivazione letteraria dall'esperienza di scrittura della beat generation e, in particolare, dall'opera di Jack Kerouac. Dicevano che trattava in sostanza di un on the road nella provincia italiana, di piccoli eroi senza onore né gloria che giravano sperduti nelle periferie delle città, sulle autostrade, ai margini dei centri abitati, alla ricerca soltanto di un po' di musica, di un po' di droga, di una persona con la quale avere dieci minuti di intimità.
Rimasi lievemente perplesso, soprattutto quando mi chiamarono "nipotino di Kerouac". Quello che volevo infatti controbattere era che non bastava scrivere un racconto di viaggio per essere dalla parte di Kerouac. Questo era il solito luogo comune. Se c'era un'ispirazione derivata dalle opere di Kerouac, andava rintracciata nei suoi libri più intimi, più lirici, più solitari, più in Big Sur che in Sulla strada, più in Maggie Cassidy che nei Vagabondi del dharma, più in Viaggiatore solitario che nei Sotterranei. Insomma non si trattava di un fatto esteriore, ma precisamente di una qualità all'interno della scrittura stessa. I luoghi comuni dei beat non mi interessavano, mi attraeva invece la poesia che avevano fatto i beat.
Kerouac è stato dunque importante per la mia formazione di scrittore non come poeta di un fenomeno di largo consumo, ma perché portatore di un nuovo stile, di una nuova forma di scrittura. Che poi il grande successo internazionale si sia basato su fatti della sua vita privata, questo non mi interessava. Nella sua opera, io vedevo più lo scrittore, più il poeta, che il viaggiatore senza soldi diventato improvvisamente un uomo di successo, un narratore alla moda. La retorica legata alla figura di Kerouac sembrava relegarmi nel ruolo del solito, stupido ragazzino invasato che, appena si sente libero di viaggiare, incomincia a predicare su tutto e tutti. Altri libertini non era questo. Era un libro sincero, poetico, intimo, lirico. Così come quello che scrissi due anni dopo, Pao Pao: la storia del servizio militare di un gruppo di ragazzi italiani. Anche per Pao Pao, la lezione di Kerouac si mostrò fondamentale. Nello stile e nella scrittura. Lunghe pagine senza punteggiatura, ricordi del passato mischiati a una narrazione al presente. Brani di canzoni rock, motivi musicali, cadenze dialettali: insomma, una lingua non letteraria, non libresca, non burocratica. Questi erano i miei primi due libri: soprattutto la ricerca di una scrittura nuova analogamente a quanto avevano fatto negli anni cinquanta gli autori come Kerouac, che avevano messo al centro della narrazione le piccole cose di ogni giorno, i personaggi emarginati, gli accadimenti quotidiani, sempre visti e descritti attraverso la lente deformante e sublime della poesia.
Ma, per me e per altri italiani, Kerouac è stato importante soprattutto perché ci ha insegnato il desiderio della fuga. L'Italia è un paese fatto di piccoli centri, di piccole comunità, di province, ognuna con i suoi dialetti, la sua storia millenaria, la sua arte, il suo folklore. Ci si può stancare di questo. La provincia italiana è stata al centro dell'opera di alcuni grandi scrittori del dopoguerra come, per esempio, Piero Chiara, Goffredo Parise o Vitaliano Brancati, per quanto riguarda la Sicilia. Ora di tutta questa provincia persa nei riti piccolo-borghesi del decoro e delle apparenze, degli scandali tenuti nascosti nel privato, del fatto che tutti sanno, ma nessuno parla per non turbare il quieto incedere delle giornate; ora di tutta questa Peyton Place, nella letteratura e nella vita, ci si era stancati. Ai ventenni che durante gli anni settanta rifiutarono lo scontro frontale con le istituzioni e lo stato, che respinsero l'annullamento nella droga o nei mille rivoli della lotta armata, la letteratura della beat generation offrì una via di scampo. Insegnò a sognare, incitò a muoversi, a partire, a scoprire le città e i paesaggi, le osterie, le bettole, i luoghi di ritrovo. Ecco, questo è stato il secondo ruolo importante svolto da Kerouac e dai suoi libri. Averci offerto la possibilità di uscire dalla provincia italiana, di lasciare Peyton Place. Improvvisamente, tutto poteva apparire nuovo e diverso. Bastava mettersi a guardare quella stessa provincia con gli occhi dello scrittore attento ai margini, attento ai confini, che tutto appariva eccitante. Degno di essere riportato. Insomma, a mio avviso, Kerouac ha segnato anche l'uscita dal provincialismo della narrativa italiana.
Un terzo elemento, altrettanto importante, dell'influenza dell'opera di Kerouac è costituito dall'immissione nel testo di motivi musicali. È stato un avvicinare la pagina scritta ai ritmi della musica urbana e metropolitana. Il tentativo, perfetto in alcune sue pagine, di scrivere come se componesse musica. Ecco, stilisticamente, questo è stato un insegnamento fondamentale per me. Sentirsi alla macchina da scrivere come alla tastiera di un pianoforte, suonando jazz. Il ritmo della frase - ora sincopato, ora disteso - riproduce e ricerca sulla pagina un andamento musicale. Il fraseggio degli strumenti che dialogano fra loro in una jam session diventa il rincorrersi sulla pagina di motivi narrativi - l'infanzia, la madre, la discarica di Lowell, la tipografia del padre - che si inseguono e si intrecciano, dando vita a una vera e propria partitura musicale: le parole si sovrappongono; i pensieri e le emozioni procedono non tanto seguendo la dittatura del significato, quanto l'associazione dei sentimenti e delle emozioni. Insieme al parlato di Céline, questa di Kerouac è stata per me la maggiore lezione di stile.
Ma, poiché il titolo di questo breve intervento è "Influenza di Kerouac sulla letteratura italiana degli anni ottanta", dovrei correggere il tiro. Perché non mi sembra che, in questi ultimi anni, le opere di Kerouac abbiano avuto molti estimatori. Talvolta, sbagliando profondamente, lo si crede uno scrittore selvaggio, un naïf, non sapendo invece quanto il problema dello stile e del linguaggio fosse assillante in tutta la sua produzione. In Italia, solamente negli anni settanta - anni postrivoluzionari, vorrei dire; anni libertari stupidamente stroncati dall'eversione rossa - era possibile rintracciare la forte impronta che Kerouac aveva lasciato soprattutto sulla cultura giovanile. Anche il suo misticismo, la sua cerca dell'altro e del profondo, segnarono profondamente quegli anni e chi, in quel periodo, cominciava a scrivere. Non fu solo una moda, io credo. Mito dell'India, mito dell'America, mito del viaggio. Era qualcosa di ben più acuto. Un'insoddisfazione per le regole ipocrite che regolano i rapporti umani; un'insoddisfazione nello scoprirsi rinchiusi nei rigidi schemi della società. E la scrittura della beat generation rappresentò una valvola di sfogo. Diventò la scrittura dei giovani, la letteratura dei giovani.
Oggi, ancora una volta Kerouac rappresenta agli occhi dei giovani europei il sogno americano, quella ricerca incessante di verità. Poteva sembrare che i minimalisti statunitensi avessero oscurato la fama di Kerouac e dei suoi nipotini. Ma non è così. In Under 25, un'antologia riservata a scrittori al di sotto dei venticinque anni che è ora al secondo volume, raccolgo testi appunto di giovani. Uno di questi ha scritto: "Non riesco a non pensare a Michele, e a quello che disse la volta in cui gli feci leggere Kerouac. Che ci vuole a scrivere così? Basta dire: "Mi alzo, caco, mi scopo questa e poi quella, faccio l'autostop, mi butto a dormire. E il giorno dopo mi rialzo, ricaco e così via." Non gli risposi che mi aveva ridotto un sogno a qualcosa su cui non bisogna nemmeno riflettere, per capirlo. Un sogno così non lo puoi capire: o lo sogni - e allora è tuo per sempre - oppure no, e allora ti sembra solo: «Mi alzo, caco, mi rialzo, ricaco, e così via.»
Se non si ha la sensibilità per capire questo allora, d'accordo, tutto potrà apparire banale: una scopata, una dormita, una sbronza, un po' di autostop. Ma non è così. Bisognerebbe allora interrogarsi sul motivo per cui il mito della letteratura americana - della beat generation, in particolare - continua ed è vivo nel cuore delle giovani generazioni. Bisognerebbe farlo onestamente e senza pregiudizi, non ricorrendo all'alibi che in fondo si tratti di cose di ragazzi, di scimmiottamenti, di comportamenti estranei, di cose che poi, maturando, passano. Kerouac ci ha insegnato a ricercare la verità nello stile e in se stessi. Questa lezione, questo suo insegnamento, continua nella fantasia e nello spirito di chi ha vent'anni. Anche nella provincia italiana.