oltre il fiume (it)
Una mattina di ottobre ho lasciato il mio albergo nella Ville Haute di Québec, ho disceso a passi svelti e infreddoliti la via che conduce alle vecchie strade del XVIII secolo, mi sono fermato in un petit restaurant per fare colazione. Ho mangiato due uova, salsiccia, toast imburrati e fritti, una squisita marmellata di scorze d'arancia, spezie, sciroppo di acero. Ho bevuto un paio di tazze di caffè. Il fatto che la ragazza me ne offra di continuo mi ricorda che sono in America, precisamente sulla costa atlantica del Canada, nella regione del Québec. Da qui è iniziata la colonizzazione dell'America, dapprima a opera dei francesi, poi degli inglesi, che la conquistarono trecento anni fa. Girare fra le vecchie mura di questa città del tutto europea, con le strade, i vicoli, le piazze, i castelli e le torri, dà una sensazione strana. All'orizzonte, oltre la pianura, oltre il fiume San Lorenzo percorso pigramente da grandi battelli da crociera, ecco straordinari panorami di colline rosseggianti per via delle foreste di aceri che d'autunno incendiano il loro fogliame in bagliori che vanno dal giallo limone all'arancione zen, dallo zafferano allo scarlatto, al porpora. Già sul piccolo aereo fra Montreal e Québec puoi vedere sotto di te questo tappeto colorato e cosparso d'oro come una foresta incantata. Magica. Aspetti gli elfi silvani, gli unicorni, le presenze arcane dei boschi. L'aria ha un profumo eccitante e denso; il tramonto porta nuvole basse, come pennellate violacee nel cielo azzurro cobalto. Improvvisamente piove. A terra, nel parco di fronte al mio albergo, il tappeto di foglie marcisce. La combustione organica produce una lieve nebbia, alta non più di una spanna, che profuma come un grande braciere d'incenso. Non ho bisogno del caffè per ricordarmi di essere in America e non in un villaggio francese della Bretagna. La natura è imponente. In più ci sono queste schiere di pullman turistici zeppi di americani in pensione che scattano foto a ogni angolo. Pensi che per loro tutto ciò è una piccola Disneyland. Non si fa differenza fra l'autentico e il falso, fra il doppio ricreato in laboratorio e l'originale costruito sulla fatica e sul sangue della conquista, della miseria, della guerra. In una fotografia, non fai differenza fra la torre di Fiabilandia e quella di Château Frontenac. Ma questo paesaggio non lo puoi contraffare. È assolutamente unico. Nel senso che, non formato dall'uomo, non può essere ricreato.
Una mattina di ottobre, dopo colazione, mi sono trovato davanti al Centre international de séjour de Québec con una dozzina di altre persone per un viaggio in pullman sui luoghi degli antenati di Jack Kerouac che, soprattutto qui, sarebbe più corretto chiamare Jean-Louis Lebris de Kérouac, affettuosamente soprannominato "Ti Jean" ("Petit Jean"). Il nostro tour sentimentale è organizzato da Jacques Kirouac, presidente dell'associazione famiglie Kirouac e Kérouac. L'accompagnatrice è Raymonde Kérouac-Harvey, una gentile e minuta signora che ha redatto un interessante album di famiglia, in cui raccoglie documenti, fotografie, atti di nascita, di battesimo e di matrimonio della stirpe che discende da quell'unico Maurice-Louis-Alexandre Lebris de Kérouac stabilitosi sulle rive del San Lorenzo nel 1730. Qui, due anni più tardi, sposerà la figlia di uno dei signori della comunità: Louise Bernier. Ed è proprio dalla chiesa cattolica di Cap Saint-Ignace, un centinaio di chilometri a nord-est della città di Québec, che inizieremo il nostro pellegrinaggio.
Il pullman è un vecchio automezzo simile a quelli delle linee Greyhound. Ha una toilette nella parte posteriore, e il posto guida notevolmente più basso rispetto al livello passeggeri; viaggia sui cento all'ora: una cosa diversissima dall'autobus Voyager che, solo qualche giorno prima, ho preso a Montreal per arrivare, in quasi tre ore, fin qui: prenotazione obbligatoria, una quindicina di posti soltanto, poltrone allungabili, giornali per non annoiarsi, aria condizionata, enormi cristalli bruniti...
Siamo comunque un'allegra brigata. C'è il canuto John Montgomery, poeta beat che mostra un suo recente libretto, The Kerouac We Knew, in cui ha raccolto testimonianze su Kerouac, fra cui quella della poetessa Giulia Niccolai; ci sono due taciturni ragazzi che arrivano da Lowell, Massachusetts, la città in cui Kerouac è nato. C'è Eric Waddel, insegnante di geografia alla Laval University, che mi commenta il paesaggio, indicandomi le linee successive di colonizzazione che procedono dal fiume verso l'entroterra a seconda delle ondate migratorie. Ma, soprattutto, ci sono questi due simpaticissimi personaggi di Roger Brunelle e Réginald Ouellet, anch'essi di Lowell, ultraquarantenni, indomiti, allegri, chiacchieroni, fanatici di Kerouac, ricercatori dei luoghi fisici in cui si sono svolte la vita e la letteratura di Jack Kerouac.
Il tempo non aiuta il pellegrinaggio. Appena abbordata la riva est del San Lorenzo piove. Nuvole basse nascondono le montagne all'orizzonte. Nella sua vastità, il fiume raggiunge il cielo e sembra un mare. Poche miglia più a nord, verso l'estuario, le balene entrano nelle acque dolci. In certe stagioni, è possibile vederle: grandi pinne che emergono dall'acqua, sfiatatoi come fontane. Ma qui piove e fa freddo. Arriviamo davanti a una chiesa. È la prima tappa del viaggio. Attorno a questa grande costruzione di legno verniciato di bianco non c'è assolutamente niente. Un pennone che innalza la bandiera canadese, un basso edificio su cui leggo la scritta "Biblioteca". Lo spiazzo di cemento è il centro di Cap Saint-Ignace. Un centro del tutto vuoto.
In chiesa ci attende il parroco in compagnia di tre anziane donnette dai capelli bianchi che ci porgono il libro dei visitatori da firmare. Mi parlano in un francese incomprensibile. È la lingua dei franco-canadesi, che ha mantenuto intatti idiomi medioevali, una lingua che non si è evoluta con il tempo per via della "conquista" inglese. La lingua che, fino a quattordici anni, Jack Kerouac ha parlato con la madre e con il padre. In fondo alla navata hanno preparato il registro del 1732. Siamo pregati di non toccarlo. Possiamo leggere nella calligrafia dell'allora curato il certificato di matrimonio del primo Kérouac. Vedere la sua firma. Nascono immediatamente contestazioni. Kerouac, o Kérouac, o Kirouac?
"Mi permetto di correggervi, monsieur," dice Jacques Houbart, traduttore francese di On The Road, piegandosi sul registro, "ma non si tratta di una "i". Il puntino è, in realtà, un accento acuto." Discussioni. Si va a prendere una lente di ingrandimento? No, non c'è tempo. Ma era una famiglia brettone, vero? Certo. Di Brest? Non esattamente. Contestazioni.
Faccio un giro per la chiesa, accompagnato dalle due anziane signore. "Anche lei è un Kerouac?" chiedono, indicando il distintivo che ho appuntato sul risvolto della giacca. "No, no. Sono solo un ammiratore."
Intanto, là in fondo, la querelle procede. Pare che l'errore fondamentale di Jack durante il suo viaggio in Francia alla ricerca delle proprie radici sia stato quello di rintracciare i Kerouac e non i Lebris, primo nome della sua schiatta. Insomma, si discute ancora.
Il pullman suona il clacson. È ora di ripartire. Ci aspettano ancora tre chiese, altrettanti registri, altrettanti parroci che sulla porta della sagrestia ci accoglieranno con il discorso di saluto, altrettante sfilate davanti ai manoscritti, altrettante esistenze di persone sconosciute del cui passaggio nel mondo è possibile rinvenire solo una firma, una traccia di inchiostro smangiato. Insomma, un identico rituale preparato con cura dai nostri organizzatori.
Quello che mi colpisce è che, mentre in Europa i luoghi fisici - dico proprio le mura, le pietre, gli affreschi - non sono cambiati per mezzo millennio, e quindi con un po' di fantasia e di documentazione possiamo "realmente" immaginarci papa Borgia nel suo studio o nel suo letto e vedere quello che "precisamente" poteva vedere lui, qui tutto è cambiato. Gli edifici sono di legno. E il legno brucia. Nessuna delle chiese in cui andremo è la stessa chiesa in cui si sono svolti i matrimoni, i battesimi, le esequie. Tutto è stato ricostruito. In perfetto stile; ma non è la stessa cosa. La sensazione è tanto più forte quando si arriva alla casa in cui nacque mémère, cioè Gabrielle-Ange Lévesque, l'adorata madre di Jack. È una piccola casa di contadini, addossata a una collinetta coperta di abeti. In fondo, passa la ferrovia. Sulla soglia di questa abitazione c'è una fotografia a colori assai vecchia, al punto che io credo che si tratti di un disegno, tutt'al più di un bianco e nero ricolorato. Bene, la fotografia riproduce la casa com'era. Noi siamo venuti fin qui per vedere una fotografia di una casa appesa alla parete di un'altra casa. Questo è feticismo? È un'emozione americana che privilegia la natura, il luogo, invece del manufatto? Non lo so. Noi europei abbiamo bisogno almeno di un rudere per commuoverci. Per evocare. Che loro siano più spirituali? Non ho tempo per rispondere a queste domande. Il professor Waddel ci chiama a raccolta. Apre un libro dalla copertina nera come un messale. Sale il primo gradino della veranda. Inizia a leggere. In religioso silenzio, ascoltiamo. Si tratta di un brano tratto da Mexico City Blues, in cui Kerouac dice all'incirca: "Lassù a Rivière de loup c'è una casa, una piccola casa in cui mia madre è nata..." Bene, la casa è questa e, in questo preciso momento, la pregnanza del luogo diventa commovente, simbolica, enorme. Con o senza fotografia.
Intanto, fra una casa e una chiesa, Réginald Ouellet si esibisce in canti cochon della comunità franco-canadese degli Stati Uniti. Due giornalisti di Radio Canada gli sono addosso per registrare. Il pezzo forte è l'inno della scuola frequentata da Kerouac a dieci anni. Ritornelli e strofe. Tutti cantano. Una bella gita scolastica. Ci sono i professori, i poeti, gli insegnanti, gli specialisti. Mancano solo gli studenti. Non sarà allora che questo della beat generation è un culto ormai riservato ai sessantenni? Il sogno di una generazione al tramonto? Non sarà che, ormai, solo questi signori dalle molte bevute e dalle molte droghe passate in corpo siano gli unici trasgressori a oltranza? Mi immagino i minimalisti statunitensi su questo pullman scassato, fra gli eredi di Kerouac e i suoi ex amici in jeans e giubbotti militari. Be', loro sarebbero certamente in giacca e cravatta - naturalmente made in Italy - e forse preferirebbero un succo di carota al vino frizzante che il sindaco di Saint-Hubert ci sta offrendo in una sala municipale. Il nostro viaggio si conclude qui, in questa cittadina in cui nacque il nonno paterno di Jack e che lasciò per emigrare negli Stati Uniti. Siamo affamati e ci gettiamo sui piatti di cetrioli e di tartine che ci hanno preparato. Da Lowell, Roger e Réginald portano le chiavi della città, che donano al sindaco di qui in due minuti di commozione irrefrenabile. Nessuno si aspettava una cerimonia così ufficiale. Il più sorpreso è il primo cittadino di Saint-Hubert. Ringrazia con la voce incrinata dalla commozione. Apprezza il fatto che la pergamena sia scritta in francese. Questa è una delicatezza politica. Il Québec è una regione ufficialmente francofona, e non bilingue come il resto del Canada. Qui la lingua, il francese, i ricordi del Petit Canada, delle prime colonie francesi costituiscono gli elementi di un'identità nazionale non ancora sancita. Aver rispettato questa aspirazione, scrivendo in francese, che non è la lingua degli Stati Uniti né tanto meno del Massachusetts, è un gesto che dimostra grande intelligenza e savoir faire. Questo viene colto da tutti. Soprattutto il fatto che in questo borgo di campagna torni da Lowell addirittura la chiave della città, dopo che, per decenni, la gente è partita da qui per emigrare in cerca di lavoro. È un riconoscimento del lavoro di generazioni e generazioni. No, il sindaco di Saint-Hubert non si attendeva un regalo così grande, così simbolico, così inaspettato. Lacrime, foto di gruppo - una, due, tre volte - e poi di nuovo sul pullman. Non piove più. All'orizzonte rosseggiano di aceri autunnali le prime pendici degli Appalachi.