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pier vittorio tondelli

pier a gennaio (it)

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1° gennaio. È questo il terzo capodanno di seguito che Pier trascorre a Firenze.
Il primo fu un'interminabile girandola di feste e palazzi di cui non conserva il ricordo se non un brindisi in un appartamento rigorosamente art déco e una visita, all'alba, in un club di omosessuali.
Il secondo capodanno Pier l'ha passato a casa di Enrico, sui lungarni. Ricorda un intero squadrone di filippini assoldati per sorvegliare il buon andamento della festa. I camerieri servivano gli antipasti e stappavano lo champagne. Più tardi fu servito il cenone. Pier tralasciò i primi piatti. Preferì gustarsi lentamente un branzino bollito.
Ma quello che Pier ricorda maggiormente di quella notte, e che sta lì nella memoria con tutta la sua carica simbolica, è la mezzanotte. Pier ha lasciato il soppalco dove tutti ballano, sudati e stravolti, e Annamaria tutta fasciata da un lungo abito di paillettes nere e rosso fuoco. È salito in terrazza, solo, e ha brindato alle luci della notte fiorentina, gettando poi la coppa a schiantarsi sui sassi dell'Arno. Pier maledice il suo amore. Si augura, quella notte, di poterlo dimenticare per sempre. Non sa ancora quali fatiche dovrà affrontare, quali abissi di vuoto e di insensatezza si spalancheranno nella sua persona. Sa che sarà terribile ma, in quel momento, decide che dovrà farcela. Ce la farà. Ora non lo può sapere: non può neppure immaginare di separarsi dalla fotografia che porta sempre con sé nel portafogli, l'immagine di lui e Alberto che si abbracciano. Ma ce la farà. E allora potrà disfarsi della foto.
Lasciamolo dunque lì, sul terrazzo, con lo smoking comprato a Camden Town, elegante e un po' brillo. Lasciamolo in faccia alle luci di quella notte, poiché deve essere solo. Deve ancora attraversare lo spazio del suo abbandono.
L'anno successivo, invece, Pier trascorre il suo terzo e ultimo capodanno fiorentino in casa di amici. È disteso, tranquillo. Marco lo accompagna. È il loro primo capodanno insieme. Si sono conosciuti a settembre, sono diventati amici. Marco vive in Olanda, dove traffica in un centro italiano di cultura. Pier ha voluto questa distanza, anche geografica, con l'amico. Dopo la burrasca emotiva costituita dalla storia con Alberto - una ferita che brucia ancora -, Pier sta cercando di imparare che l'altro è un "totalmente altro", anche se questa mia espressione, ai suoi occhi, potrebbe mostrare la corda, confondendo ancora una volta il suo bisogno di assoluto. Non so quale fosse allora l'espressione linguistica che Pier avesse trovato per rimettere sui binari giusti la propria vita. Ricordo però un'immagine, e questa immagine è racchiusa in due parole: "Camere separate." Pier vuole una separazione in contiguità e, per farlo, non ha trovato altro di meglio che piazzare fra i due letti millecinquecento chilometri di distanza. Ma, con Marco, sta funzionando. Paradossalmente, in quel capodanno, sta funzionando.
Pier dormirà con Marco, farà l'amore con lui, lo abbraccerà, lo guarderà tranquillo nei movimenti del sonno. A Pier piace guardare il suo amico che dorme. Ha l'impressione che dorma anche per lui.
Quella prima notte del nuovo anno sono dunque insieme nella casa di via dei Serragli che Monica ha lasciato a Pier e che, negli ultimi dieci mesi, è stata il suo quartiere a Firenze. Lì, all'ultimo piano, con le finestre aperte verso un parco secolare alla Böcklin, Pier ricorda l'ultimo abbraccio di Alberto prima della partenza. Ma un anno dopo, in questa notte calma e profumata dal corpo di Marco che dorme, anche la stanza è diversa: diversa la disposizione del letto e diverso il fruscio delle fronde degli alberi nel parco. C'è la luna, e c'è un disteso torpore, caldo e soddisfatto, che gli avvolge l'insonnia accanto al corpo dormiente di Marco. Pier capisce, in questo esatto momento, che l'equilibrio che aveva raggiunto con il vecchio amico era un equilibrio di forze, di scosse e di scintille. Con Marco, invece, si tratta di un equilibrio di vapori e di umori. Come se con il primo avesse preferito l'eccitazione dei fulmini e con l'altro, invece, il senso di sospensione dei nuvoloni gonfi di pioggia che si addensano.
6 gennaio. È morto Christopher Isherwood. In questo modo Pier riscriverebbe il finale di A Single Man: "Quell'entità che per ottantadue anni si è chiamata Christopher Isherwood si è separata da un corpo sfibrato, che giaceva a letto da tempo e che si chiamava anch'esso Christopher Isherwood. Tutto è ora parente della spazzatura in cortile. Bisognerà sollecitamente portar via entrambi e provvedervi."
Pier non sapeva che Isherwood fosse malato di cancro. Sapeva solamente che, data l'età, sarebbe scomparso presto. Per questa ragione, aveva più volte chiesto all'editore italiano che deteneva i diritti di Christopher And His Kind di approntarne la traduzione. Gli sembrava una corsa contro il tempo. Aveva come la certezza che, se fosse uscito quel libro, Christopher sarebbe sopravvissuto. Tutto questo, naturalmente, non ha senso. La ritengo ugualmente l'unica giustificazione alle pressioni insistenti di Pier ogni volta che incontrava l'editore. Come se un libro allontanasse la morte.
Solo oggi, 6 gennaio, Pier sa dare una spiegazione a una frase di October:
«Cerco raramente di spiegare il mistero della mia pigrizia. Rimproverarsi non è spiegarsi. Eppure, a causa di questa pigrizia, ho sprecato un immenso tesoro di ore e di lavoro. Oggi, con una speranza di vita di otto anni e mezzo, è verosimile che continui a sprecarlo fino alla fine.»
Perché Isherwood si dava una speranza di vita fino alla primavera del 1988?
October è un diario che ha come soggetto la morte. Si apre con l'anniversario della scomparsa del fratello, Richard, e, giorno dopo giorno, Isherwood ricorda tutti i cari della sua vita: la madre, il padre, Auden... Come se vivesse già in un dolce camposanto. Pier si è commosso alle pagine in cui Christopher parla del modo di dormire che ha con Don Bachardy. La consuetudine delle loro vite. Pier non sa nulla, realmente, del rapporto fra questi due uomini. Sa che hanno vissuto vicini per trent'anni. Sa che da qualche parte, in un qualche modo, questo è stato possibile. E gli basta.
Questa sera brinderà con Marco. Ha prenotato un tavolo nel ristorante che conserva solo per le occasioni più intime, una o due l'anno. Questa sera Pier pranzerà lì, lui e Marco, e brinderanno al loro Chris. Parleranno di Berlino, delle tre case in cui Chris ha vissuto e che loro, pazientemente, hanno rintracciato un anno fa. Parleranno un po' di loro. E Pier, che è un piagnone, si lascerà andare, tenendogli la mano. Sarà felice di essere con Marco. Lo accarezzerà. Anche stanotte crederà intensamente alle mille altre vite che lo contengono e che l'hanno contenuto in questo nostro sofferente divenire, fino al momento della pienezza e della pace, fino al momento in cui il divino che è in noi sarà talmente puro da accordarsi all'Unico. Poiché Sa ¬atm¬a. Tat tvam asi.
15 gennaio. È un momento buono, per me, questo gennaio. Fino a qualche anno fa, avevo paura ad ammettere che le cose mi stessero andando bene. Sapevo che non sarebbero durate e che, essendo ogni giorno un evento assolutamente imprevedibile, probabilmente ciò che era bianco sarebbe con estrema facilità diventato nero. Questo mi spaventava. Perché? Perché Pier era giovane e soffriva maledettamente della propria incompetenza a risolversi la vita. Erano periodi in cui girava a vuoto, in cui l'immagine stessa di un sé che piroettava vanamente su se stesso gli prendeva continuamente il cervello. Ha attraversato quel periodo. È sopravvissuto.
Per come è oggi organizzata la mia vita, posso facilmente supporre che ancora una volta il bianco cambierà in nero, che da questo gennaio tranquillo precipiterò in un tremendo mese futuro. Questo, però, non mi fa più paura.
Ripenso spesso, in questi giorni di lavoro di sceneggiatura cinematografica, a quanto mi disse Pierre, una volta, parlando, credo, dell'India: "Si deve fare tutto il possibile, sapendo che è assolutamente inutile." Come uno scolaro diligente, sto dando il meglio di me in questi lavori a ridosso della scrittura. Ma c'è questa consapevolezza, che per quanto mi impegni o mi adoperi, tutto sarà inutile; che il buon risultato di un film, per esempio, non dipenderà da me, così come la messa in scena di un testo teatrale e anche un libro in cui figurerò come responsabile assoluto. Nello stesso tempo, questa consapevolezza mi rende, in certi momenti, euforico. Veramente libero. È un sentimento che ha a che fare con le stagioni, le piante, la morte, la vita. "Fare tutto il possibile, sapendo che sarà inutile." All'interno di questo paradosso io sto vivendo da qualche tempo momenti assolutamente felici ed equilibrati, momenti in cui non mi sento solo, momenti in cui affido al probabile o all'incerto le vie della mia vita.
Le letture di Pier, in questi primi giorni di gennaio, sono: Cesare Brandi, Budda sorride; Roland Barthes, L'impero dei segni; Rudolf Otto, Mistica orientale, mistica occidentale.
18 gennaio. Ieri sera, questa mattina all'alba, Pier ha fatto l'amore. È tornato a casa alle cinque e mezzo del mattino. Ha chiamato un taxi per farsi accompagnare. Dalla centrale gli hanno detto: "Buongiorno!" Il taxi è arrivato quasi subito. In quei pochi minuti di tragitto, ha chiesto al conducente se per lui fosse giorno o notte, se, salutandolo al termine della corsa, gli avrebbe detto "buongiorno" o "buonanotte". Anche per il taxista era notte. Smontava di turno alle sei. Pier si è sentito meglio.
C'era molta lucidità, questa mattina all'alba, nella sua zucca. Era tutto molto nitido. Solo qualche ora prima, poco dopo mezzanotte, era fradicio. Far l'amore lo ha disteso. Pier non ha mai avuto problemi con questo genere di cose: alcool e sesso e robe simili. Vede invece che negli altri una cosa esclude spesso l'altra. Se si beve, tutto diventa torpido, le impressioni si fanno sfumate, i colori sbiadiscono, i suoni sono meno percettibili. Marco ha ragione. Dice che dopo un incontro sessuale, di qualsiasi tipo, cambia la visione del mondo, o meglio il mondo entra diversamente nei tuoi sentimenti e nelle tue percezioni. In questo senso, pensa Pier, funzioniamo nell'atto sessuale, come degli elaboratori elettronici in grado di immettere nel sistema operativo una nuova informazione, ricapitolando, ad altissima velocità, tutta la memoria di massa. Il momento in cui la nuova informazione viene accettata dal sistema, il momento sbrigativamente detto "dell'orgasmo", è il momento in cui il sistema si esamina, si ricapitola, si conosce. Tornando a casa stamattina in taxi, sfrecciando sui viali della circonvallazione, tutto era lucidissimo. "Lo sa, non ho assolutamente sonno," ha detto Pier. "Non dovrà far altro che mettersi a letto," gli ha risposto il conducente. E così è stato.
21 gennaio. Ieri sera a teatro, d'improvviso, nel foyer, fra il primo e il secondo atto, Pier incontra un conoscente del suo partner di gennaio; si avvicina, sta per parlargli, poi chiede semplicemente come va lo spettacolo, se si sta divertendo, le solite cose. In realtà, avrebbe voluto chiedergli come se la stesse passando l'amorazzo, cosa faccia e con chi stia e dove vada di sera, visto che da quella notte tirata all'alba non si sono più rivisti. Pier è molto timido lì nel foyer, fra tutto il casino della prima, fra vecchi e nuovi amici e bibliotecarie gentilissime che lo fermano e gli chiedono come vanno le sue ricerche e visi nuovi molto molto carini e, insomma, eccolo lì fra tutta la fauna bolognese dei suoi quattro anni qui. Lì, con la zucca pelata e il cappello in testa per coprirsi, si sente più ragazzo, soprattutto quando chiede una penna e scrive sul suo invito il numero di telefono e un breve messaggio: "Mi farebbe piacere che tu mi chiamassi." Poi lo firma e se lo rigira in mano, ma il messaggero d'amore è sparito nella ressa; le luci si spengono a intermittenza per segnalare la ripresa dello spettacolo; poi lo vede che sta salendo la scalinata, ma è troppo tardi. Impossibile raggiungerlo senza figuracce, bigliettini, messaggetti e compagnia bella. Mauro lo strattona e gli dice che ha da fare lì imbambolato a slumare la scala, Pier dice niente, così per sport. Poi tutto il secondo atto con il bigliettino in mano. Quando lo spettacolo finisce, Pier schizza fuori, corre al guardaroba, preleva il giubbis e si apposta come una poiana di fronte alla scala, distribuendo saluti a destra e a sinistra ai conoscenti che si chiederanno se lì, impalato e immobile, non faccia la maschera anche lui. Niente, il messaggero si nega; Pier rimane con il suo biglietto. Poi un dopo teatro lì vicino, con altri sette, otto ragazzotti pimpanti ed estremamente colti. Alla fine, Mauro lo riaccompagna a casa. Pier gli fa eseguire una lunga deviazione del percorso, passa sotto le finestre dell'amorazzo, scende dall'auto, si arrampica un po' e lascia il messaggio fra le imposte chiuse.
Voi direte: "Perché tante complicazioni?" E io potrei rispondere: "Forse che un duello può risolversi così di brutto? Non ha forse stile, complicazioni tecniche, regole ferree? Non bisogna impararne l'arte? Esercitarsi, fare allenamento?"
La storia del biglietto a teatro ha restituito a Pier un se stesso più giovane, più carino, più accettabile. Un se stesso universitario che studia, a Bologna, Laclos e Les liaisons dangereuses. Un sé sobrio, non disperato, non tormentato. Impacciato come sempre, soprattutto per quel genere di affari che nessuno gli ha insegnato, né potrà mai farlo, a sbrigare efficientemente. Ieri sera, a teatro, Pier era realmente un Pier di sette, otto anni fa. E ora, ripensandoci qui alla scrivania, lo trova un miracolo.
Non è assolutamente la stessa cosa, ma ecco come James Baldwin in Another Country mette in scena tra Cass ed Eric alcuni sentimenti simili:
«"Continuavo a pensare," disse Cass, "che crescere significa soltanto conoscere sempre meglio l'angoscia. [...] Cominci a capire anche tu, l'innocente, il retto, hai contribuito e contribuisci all'infelicità del mondo. La quale non avrà mai fine perché noi siamo quelli che siamo."»
Ieri sera, a teatro, fermando in un certo senso il suo divenire attraverso l'angoscia del crescere e dello stare al mondo, reinserendosi su un sé di anni prima, Pier riusciva a non dare dolore al mondo o, quanto meno, a non sentire il dolore del mondo. Eliminando, per tutta una serie di sue felicità, il fatto che siamo continuamente altre persone, era riuscito a ritrovarsi "puro", "retto", "incorrotto".
Oggi, ripensandoci e scrivendone, posso dire che forse, tramite quella sciocca storia del biglietto e del messaggero d'amore, Pier ha ritrovato improvvisamente una sua luce particolare, una sua diversa faccia che mostrava le incrinature del divenire. Non nasciamo incorrotti, nasciamo già confusi. Ma, in certi momenti, è possibile ritrovare il centro, momenti come sempre misteriosi e magici proprio perché imprevedibili. Te ne accorgi magari il giorno dopo, scrivendone; ma al momento è tutto così naturale e spontaneo... Eppure ieri sera, sia detto senza delirio, chi era a teatro non era il Pier che sta qui ora. Era il ragazzo che studiava Les liaisons dangereuses all'università di Bologna, otto anni fa.
24 gennaio. Questo pomeriggio, Pier ha programmato la sua primavera. Vuole fare un salto a Parigi, da solo, il prossimo mese di marzo; poi la settimana di Pasqua ad Amsterdam, con Marco. Di lì, in treno a Berlino, una settimana ancora. Passando di pomeriggio a Ost Berlin non dovrebbe essere difficile ottenere un visto di quarantott'ore per Dresda, dove Pier vorrebbe visitare la Gemaeldegalerie Alte Meister e trovarsi così di fronte a quattro grandi tele di un suo concittadino. Mentre Marco tornerebbe in Olanda in treno, Pier prenderà un volo Interflug da Schoenefeld, l'aeroporto della capitale tedesco-orientale, tornandosene così a Milano dove, nel mese di febbraio, si sarà frattanto trasferito. Infine, un viaggio nel Sud della Francia, verso la Spagna, e forse Lisbona, se la sua vecchia Volvo reggerà il tragitto. Il problema di Pier non è il viaggio, ma unicamente con chi lo farà. Lo scorso anno, Marco lo ha accompagnato a riprendere un po' di forze a Barcellona. Pier vorrebbe domandargli di andare con lui anche la prossima primavera, ma sa che Marco ha altre vacanzine in programma con altre persone. E questo tutto per l'effetto che la strategia "camere separate" ha provocato nel loro rapporto.
Quando Pier riflette, come oggi davanti alle carte stradali, sulla sua relazione con Marco, prova un misto indefinibile di soddisfazione e di risentimento. Soddisfazione perché la storia continua, c'è e lo placa; risentimento perché Marco vive con una terza persona. Il loro equilibrio, quindi, passa necessariamente attraverso una persona che Pier non conosce e non vuole conoscere, ma di cui deve sempre occuparsi quando desidera incontrare Marco. Un fantasma (per Pier, ma non certamente per Marco) che aleggia sui suoi benedettissimi "letti separati".
Non è un caso che Pier oggi pensi a Marco sfogliando gli atlanti. Da quasi due anni, i due amici si incontrano in territori neutri. Se Pier deve spostarsi in Germania, Marco lo raggiunge. Fanno vacanze insieme. Viaggiano insieme. Convivono negli alberghi e nei ristoranti. Hanno lasciato un po' del loro amore qui e là; non hanno una casa per i loro affetti, o almeno quella che normalmente consideriamo una casa. Oh, certo, Pier è stato ospite di Marco qualche settimana e viceversa, ma la loro è sempre una situazione instabile, una relazione che fluttua a seconda delle abitazioni e dei luoghi. Nonostante questa precarietà, o forse proprio per questo, i loro incontri sono sempre molto forti, molto emotivi, molto ricchi. In un certo senso si appartengono, ma in un modo speciale. Si appartengono, ma non si possiedono. La vita di Pier "riguarda" Marco così come quella di Marco "riguarda" la vita di Pier. Forse si amano proprio da quel tremendo momento in cui hanno sentito l'impossibilità del loro amore. Si amano, ora, perché si sono già lasciati.
La loro relazione non è ipocrita né disimpegnata, e Pier la preferisce di gran lunga a quelle miserande convivenze di coppie omosessuali in cui il tradimento sistematico è l'energia stessa del rapporto, o meglio il collante che rattoppa e tiene un po' su la baracca. Pier ritiene che, anche per il fatto che nel triangolo c'è la presenza di una donna, la sua relazione con Marco gli si addica molto di più. In fondo tutti e tre sono soli, ma tutti e tre si appartengono. "Bisogna lasciare agli animi più sensibili il diritto di scegliersi una patria." In questo modo Carlo Coccioli motivava, in un'intervista, le ragioni del suo volontario esilio in Messico. Pier è convinto che lo stesso concetto sia estendibile, legittimamente, alla religione e all'amore. Non ha ancora trovato la sua religione né la sua patria, e forse non le troverà mai. Al momento, però, si è inventato questa forma di amore. E cerca di viversela bene.
31 gennaio. Fra pochi giorni Pier lascerà la sua casa per trasferirsi in un'altra città. Lascerà questa stanza e i ritmi che gli ha imposto una convivenza tra amici. Non si disputeranno più il telefono; non si sveglieranno più, in certe domeniche, con tutte e tre le televisioni accese e sintonizzate su programmi differenti. Esattamente quattro anni fa, Pier entrò in questa casa pieno di voglia di esserci, di combattere e di costruirsi la propria vita. Non aveva molto alle spalle e, a quel poco che aveva, diede completamente fondo nei due anni successivi. Si doveva inventare un mestiere, una professione, dei rapporti. Pier considera oggi finita questa esperienza. Per questo, benché non abbia nessuna necessità immediata, preferisce spostarsi in un'altra città. Non vuole cambiare, vuole semplicemente staccare e, in questo modo, definire meglio, ai suoi stessi occhi, un proprio momento. Come sempre, quando un ciclo si chiude, tutto si riannoda. Quando è maturo il tempo, gli accordi e le armonie si rivelano talmente struggenti da metterti in ginocchio. Pier non ha allora altra strada che la "contemplazione". Il suo passeggiare per le strade di Bologna, il suo sguardo altro non fanno che accarezzare desideranti le pietre, gli angoli, i palazzi, i giardini, come se fossero essi stessi la sostanza verbale di una preghiera, di qualcosa che è troppo forte da tenersi dentro ed esplode nel suo sguardo.
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