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pier vittorio tondelli

post pao pao (it)

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Pao Pao è stato legittimamente letto dalla critica come romanzo sentimentale, romanzetto rosa, romanzino giovanile, romanza d'amore, racconto della memoria, diario intimo, "testo epistolare", barzelletta da caserma, confessione, chiacchierata e sbrodolata; dico "legittimamente" perché nessuno può detenere il "senso" di un romanzo, tanto meno chi lo scrive.
Quello che non credo vada bene è la "lettura ideologica" di un romanzo, intendendo in questo modo un approccio a un testo completamente artificiale e falso. Leggere un libro semplicemente per trovare conferme a una visione del mondo precostituita, già nella testa del lettore. Quello che voglio da un romanzo, o da un libro, è che mi dia qualcosa che io non so, che mi comunichi uno scarto nella mia visione delle cose e del mondo, che apra una breccia nella mia coscienza. Così imparo, mi arricchisco. Ho sempre bisogno di nuovi libri e di nuovi romanzi. Ho profondamente bisogno di una continua "ritestualizzazione" del mondo. Perché il mondo così com'è non va bene. Occorre un cambiamento. E bisogna crederlo possibile. Un libro, un buon libro, non cambia il mondo, però cambia il suo modo di parlare. E forse anche il modo di sentirlo. Quando Peter Handke scrive: "Io lavoro al mistero del mondo", credo che produca un'emozionante indicazione di poetica: bisogna lavorare, bisogna scrivere, bisogna pensare; ma non per un fine, quanto per sentirsi inseriti in una collettività che abbraccia il primo e l'ultimo uomo che apparirà sulla Terra. Peter Handke mi insegna un'idea di continuità, di "durata" misteriosa, in cui però anch'io, come singolarità, sono inserito. Peter Handke ha cambiato qualcosa, almeno nella mia testa.
Il senso di un romanzo non è rintracciabile nell'orizzonte della contemporaneità, ma solo nel taglio diacronico che attraversa e infila i vari sensi stratificati o sedimentati nel corso del tempo. Per sapere di che cosa si tratta in realtà, bisogna aspettare che il romanzo scompaia dalla scena del chiacchiericcio dell'oggi, occorre attendere che la sua generazione invecchi, muoia e si consumi fino in fondo.
Allora qualcun altro, ben più saggio del più saggio dei nostri contemporanei, arriverà al "senso" e dirà se quel romanzo era giusto per l'età in cui è stato scritto, se interpretava i nervi di quella generazione o s'illudeva; se sbagliava, se scazzava o se coglieva nel segno; se anticipava un movimento, se raccoglieva delle ansie, se fiutava un cambiamento o se invece altro non era che un gioco combinatorio, un romanzo che nulla ha tolto o aggiunto alla letteratura e al mondo (nel senso di ciò che scrive Peter Handke: "Io lavoro al mistero del mondo").
In sostanza, il problema di un romanzo e del suo autore è quello - come dicono i filosofi oggi - della "traccia". Per questo, trovo legittime sia le lodi sia le riserve scritte su Pao Pao. So che il testo non è dove lo credono loro. È un po' al di là di tutto il bene, o di tutto il male, che oggi se ne può scrivere. Per ora occupa soltanto uno spazio a effetto. Io credo che sfogliando Pao Pao, immediatamente si capisca che tutta la storia raccontata altro non è che il resoconto della vita di una piccola tribù - come si diceva nel 1977 - che si trova a campare in un territorio straniero. E quindi il fatto che la trama si svolga tra le caserme della patria e dentro divise dell'esercito costituisce solo l'atmosfera, il contenitore, l'occasione narrativa. Il vero romanzo è proprio quello più generale della vita di un gruppo intorno all'istituzione, dentro, fuori o laterale.
Per mettermi a scrivere, ho bisogno di pensare a un gruppo di personaggi, non solamente a un eroe. Ma oggi - e lo dico con tutta l'ingenuità che comporta una simile affermazione - non c'è più in tutti noi al di sotto dei trent'anni il senso di appartenere a un movimento collettivo più vasto. Non esistono più identificazioni collettive che non siano ironiche o citate. E, quanto a quelle ideologiche, solo a udire la parola "comunismo" mi viene il mal di pancia. Non c'è comunque la spontaneità di sentirsi all'interno di un grande gruppo, forse non c'è il senso di appartenere a una "razza". Ma, invece, io ho bisogno di credere che le correnti esistano ancora, che siamo tuttora parte se non di un progetto quanto meno di una sperimentazione diversa del quotidiano, con i nostri riti e i nostri cerimoniali differenti. Ecco, la storia gay di Pao Pao funziona così come storia quotidiana di una tribù - una delle mille del Popolo Alto - nella lotta di sopravvivenza nel mondo.
Assumendo un contesto gay fatto di luoghi di ritrovo pubblici ma nello stesso tempo "nascosti", di una comunicazione non immediatamente generalizzabile ma generale, tribale e, se volete, anche ghettizzata; ecco, assumendo il giro gay, ho voluto raccontare di un modo di sopravvivenza non capitolato e non ghigliottinato dai tempi. Ho voluto raccontare la vitalità, il divertimento, le angosce, le frenesie di una piccola tribù che attraversa un territorio ostile senza frontiere.
Per cui, alla fine, Pao Pao è anche un romanzo che parla dello svacco della nostra generazione, ma soprattutto che racconta un modo di uscirne, un modo in cui - come si diceva una volta - il desiderio si libera nelle parole e nei gesti.
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