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pier vittorio tondelli

quarantacinque giri per dieci anni (it)

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1980. Concerto
Al palasport di Reggio Emilia per il concerto dei Police, giovedì 3 aprile 1980. Il tamtam delle radio libere per tutto il pomeriggio ha diffuso notizie nient'affatto rassicuranti: seimila biglietti esauriti in prevendita, alcune migliaia di ragazzi che premono da mezzogiorno ai cancelli, si sa che molti non ce la faranno a entrare: quelli venuti da Roma, da La Spezia, dalle province del Veneto; quelli arrivati con il sacco a pelo in treno o in autostop, che bivaccano sul piazzale e che sembrano non preoccuparsi di niente; quelli venuti da Lucca, da Livorno, da Trieste; insomma, le migliaia di giovani che sempre hanno fatto capo, per i grandi appuntamenti musicali, a questo palazzetto ormai mitico, se in fondo pensate che qui hanno suonato i Van der Graaf, i Genesis, i King Crimson, i Soft Machine...
Quando, verso le diciannove, raggiungo il palasport, approdare alla biglietteria è ormai impossibile: la calca preme; poco più in là un cancello è stato divelto, sembra che abbiano già sfondato. Sulla scalinata, dalla parte opposta, un cordone di carabinieri in assetto di guerra blocca l'ingresso, dirottando il pubblico verso il piazzale, dove un imponente servizio d'ordine filtra, a goccia a goccia, metro dopo metro, i possessori del biglietto. Ma pare che circolino molte fotocopie. Gli organizzatori hanno avuto l'imprudenza di stampare i biglietti in bianco e nero, così che anche i bagarini - che li offrono al doppio del prezzo, sulle otto, novemila lire - si trovano spiazzati dalle contraffazioni. Il palasport è ormai completo, e fuori stanno ancora un migliaio e più di giovani che, tenendo ben alto il loro biglietto, premono per entrare. Non ce la faranno mai, questa è l'impressione. L'unico modo è disperderli. E, infatti, vedo arrivare un primo drappello di carabinieri schierati con elmetto e manganello, e con il braccio sinistro protetto da un grosso cuscinetto imbottito simile a quello che si usa per l'addestramento dei cani poliziotto. Improvvisamente, si mettono a correre, infilano un passaggio laterale e sfollano la zona della biglietteria. Due ragazze finiscono a terra; altri si rifugiano dietro le auto in sosta. Ma lo scontro, per quanto deciso, non sembra aver rovinato tutto, come invece accadrà due ore più tardi, intorno alle ventuno.
All'interno del palazzetto è tutto un altro ambiente. I ragazzi vanno e vengono lungo le scale, i corridoi e le ripide gradinate; il parterre è gremito; di fianco alla postazione dei mixer c'è un piccolo bar che vende bibite e panini; in terra, a circolo, ragazzi che rollano. Moltissimi hanno i capelli lunghi e i vestiti stracciati; ci sono baleromani, molti punk e altrettanti giovani inguainati in pantaloni di pelle nera, braccialetti con borchie dorate, anelli ai lobi, distintivi e spilloni. Ci sono studenti dall'aria timida, hippy, creativi; ci sono i sopravvissuti dell'epoca dei grandi concerti rock degli anni settanta, che ora hanno trent'anni e se ne stanno dignitosamente seduti a chiacchierare: si vede che la sanno lunga. Ci sono ragazzine vestite di pezze colorate, altre svestite, altre in tute aderentissime, altre con i sottanoni; ci sono ragazzi in jeans a tubo, altri in jeans stinti, altri in denim di classe; ci sono quelli un po' mod con giacchettina nera, camicia dal colletto arrotondato, cravattino a stilo e occhiali da sole; ci sono quelli con i capelli lunghissimi e sporchi e pizzetto cristologico che camminano mezzo nudi, ciondolando di qua e di là; ci sono quelli con la testa rapata, quelli ricciolini, quelli con i capelli crespi e arruffati come i rasta, quelli con le sottilissime treccine afro adorne di pendagli e anellini colorati. E poi c'è tutta la marea di gente anonima che non dà nell'occhio e che è venuta qui solamente per godersi la musica e non per scatenarsi a ballare o menare, e infatti se ne stanno tranquilli sulle gradinate a fare un cruciverba o a leggere un fumetto.
Alle venti e trenta le luci si spengono ed entrano quattro americani scalmanati, i Cramps, con il loro punk horror e diabolico, tirato al massimo, e il pubblico comincia a sciogliersi, ma dura un attimo, al secondo pezzo giù i fischi e gli "scemo scemo", e al solista, Lux Interior, arrivano sputi e cartacce e bicchieri di carta e un torsolo di mela che, con estro, lui raccatta e si mette in bocca. Applausi, urla e fischi. Il batterista è un picchiatore molto androide, con maschera rigidissima e tesa e sguardo allucinato; il chitarrista sembra uscito da una riserva di mohicani: ha un'enorme mèche tricolore che gli attraversa il cranio, per ricadere poi lunghissima dalla parte opposta; l'altra chitarra è maneggiata da una signorina, credo che sia Poison Ivy; e lui, il solista, cerca di imitare il Mick Jagger più provocatorio e l'Iggy Pop più "squillo", esibendo il torace nudo, spogliandosi di quanto ha addosso, roteando il bacino avanti e indietro, mimando amplessi e atteggiamenti sexy; e quelli delle prime file a urlare, e lui allora prende il microfono e se lo passa fra le cosce, davanti e dietro, per di qui e per di là: ce la mette tutta, si cala i calzoni neri e biologici ad altezze appena sopportabili per la buoncostume, e salta e balla e spinge le gambe in fuori e così via. Sullo sfondo, al suo lato, nel settore "F", una scazzottatura.
Qualcuno che stava scendendo le gradinate avrà urtato, avrà scalciato: sta di fatto che in tre, quattro si menano in mezzo al casino e scivolano in giù, trascinando tutto il centro della gradinata che oscilla in avanti e si riversa sul parterre, e l'effetto, osservato dalla parte opposta, è quello di vedere centinaia di persone multicolori come granelli di sabbia in una clessidra: s'è aperto un foro, e il risucchio tira in basso. I Cramps continuano con i pezzi di Songs The Lord Taught Us, il primo album che sta per essere lanciato anche sul mercato italiano dopo aver raccolto consensi negli Stati Uniti e in Inghilterra. Mentre qui tutto sembra ristabilirsi, fuori scoppiano gli incidenti.
Dai finestroni posso solamente tenere sott'occhio il lato del palazzetto compreso fra la biglietteria e il viale che porta nel centro della città. I ragazzi che premono sugli ingressi saranno un migliaio, ma c'è chi dice duemila. Arriva una troupe televisiva, il loro spot pesca fra l'oscurità della folla, l'intervistatore procede a fatica nella calca, alcuni ragazzi parlano al microfono, non posso sentire quello che dicono, se si lamentano perché pur avendo pagato il biglietto non riescono a entrare o forse perché già capiscono che saranno inevitabilmente esclusi. Alle nove meno dieci, i carabinieri sloggiano decisi la zona della biglietteria; i ragazzi defluiscono chi verso i viali, chi verso il centro di Reggio. Qualche minuto dopo, prima ancora che il concerto dei Police abbia inizio, ecco la carica.
Un grande urlo, la gente fugge; dietro - sbraitando inferociti: "Bastardi!", "Vi spezzeremo!" e "Viaaa!", e cercando di incutere più terrore che possono - un gruppo di poliziotti con fucili e manganelli travolge i ragazzi seduti ai margini della strada, li bastona; un ragazzo dai capelli lunghi, vestito di nero, finisce a terra tramortito, sotto i nostri occhi, l'hanno beccato con il calcio del fucile e ora gli si fanno addosso in cinque e continuano senza pietà; una ragazzina è pestata, mentre fugge, sulle spalle, sbraita e chiede aiuto; altri sono scaraventati giù dalla piccola gradinata su cui sedevano; vengono lanciati candelotti lacrimogeni, e uno finisce accanto alle vetrate; il fumo comincia a entrare nel palazzetto, prende la gola e gli occhi, ma voglio ugualmente resistere per vedere: non scorgo più il ragazzo a terra, ma vedo una coppietta sperduta e impaurita rimasta in qualche modo imbottigliata dalla carica, così che ora si trova alle spalle dei poliziotti che continuano a urlare, e allora la ragazza si mette le mani al viso e piange e si stringe contro il suo compagno che è bianco terreo, e camminano piano, a fianco di quelli che menano... Credo che riescano a passare, non so, si perdono oltre il cono di luce del riflettore, verso gli abeti...
E dentro? Lungo la balconata, un ragazzo romano molto calmo suggerisce di chiudere i finestroni per evitare che entri altro gas; molti salgono a chiedere che cosa stia succedendo di fuori, ma i più non si accorgeranno di niente fino all'uscita. Intanto i supporter terminano la loro esibizione; il pubblico si scalmana. Fra poco i Police.
Non appena entrano in scena il palazzetto esplode in un boato, scosso dalle migliaia di persone che scattano in piedi e urlano e saltano e alzano le braccia, ora serrando i pugni, ora spiegando tre dita nel gesto della P38, ora alzandone due nella "V" della vittoria o solamente drizzando l'anulare (ficcatelo!). Fuori continua la guerriglia. Esplodono alcune bottiglie incendiarie. Lo schieramento della forza pubblica adesso retrocede, non accetta più lo scontro, mantiene le proprie posizioni attorno al palazzetto, così che fra i due gruppi viene a crearsi una striscia larga una quarantina di metri di terra di nessuno.
Corro allora dall'altro lato, quello che si affaccia verso l'ex manicomio criminale. Sfrecciano un paio di ambulanze. Un gruppo di poliziotti è raccolto attorno a un grande albero. Gridano verso l'alto. In cima all'abete, vedo un ragazzo che si dondola da un ramo - sei, sette metri da terra - nel tentativo di raggiungere il finestrone spalancato. Dall'interno alcuni gli tendono le braccia; quello oscilla ancora di più, ma non riesce ad agguantare la presa. Di sotto, oltre le transenne, alcune ragazze tifano per lui, accompagnando con gli "olè" i suoi tentativi. Il ragazzo allora dà un colpo di reni ancora più deciso, reggendosi al ramo con le gambe e allungando le braccia, ma sembra non farcela. I poliziotti diventano più duri e gli urlano di scendere. Ci sono anche un paio di infermieri in camice bianco. È a questo punto che, dall'interno, trascinano fino al finestrone un lembo del tendaggio. Lo buttano fuori. Il ragazzo lo afferra al primo tentativo, si aggiusta meglio con le gambe e si butta in avanti come un Tarzan: rimane per un attimo sospeso, allungato nel vuoto, le gambe ancora sul ramo e le braccia ormai dentro al palasport; poi si libera, arranca sulla parete, ma ormai è fatta, nessuno lo prenderà più, è dentro, e fuori le fan ormai applaudono e fischiano.
I Police sono già sulla scena, dunque, e stanno facendo impazzire il pubblico, tutti in piedi, scatenati. La voce di Sting gioca con quest'orda sconvolta, rimanda l'eco delle battute, il pubblico le rintona: "Eeeoohhh, eeeoohhh..." Così per sei, sette volte. Quando devono chiudere un pezzo, fingono l'arresto e il pubblico scatta nell'applauso. Ma loro riprendono gli ultimi accordi, e allora giù urla e così via. Bravissimo Steward Copeland alla batteria, vestito come se dovesse scendere in campo per una partita di basket: pantaloncini di raso verde e canottiera; eccellente Andy Summers. Il pubblico è in delirio. Nella balconata tutti ballano e saltano, trasformando lo spazio in una discoteca; le prime file ondeggiano ritmicamente; Sting finge una scazzottatura, urla e canta: gran concerto davvero e, soprattutto, ci sono quelle migliaia di braccia lanciate in alto a scandire il sound di un reggae reso ancor più travolgente dell'innesto rock.
Il concerto procede, sembra aver annullato quanto è successo fuori. Aprono finalmente un ingresso supplementare; dai viali i ragazzi sciamano dentro a riempire ogni possibile buco e, non appena raggiunta la calca, si mettono a ballare e si abbracciano, e non interessa più niente della paura, tutti qui a esplodere; e quando i Police attaccano Message in A Bottle - il loro pezzo più in voga - è un delirio: tutti cantano, ballano e saltano. Travolta dal successo, la band inglese propone tre bis, e ogni volta che Sting riguadagna il palcoscenico, chiamato dalle urla e dallo spettacolo sempre molto accattivante delle migliaia di accendini accesi nel buio della sala, tutti a rispondere al suo: "Ancooora una vooolta, yeah!", facendo tremare le pareti. Tre uscite supplementari, dunque, poi il pubblico sfolla dal palazzetto; si incontrano alcuni con gli occhi arrossati, altri mogi mogi, altri che vomitano in un angolo o pisciano in gruppo, altri che continuano a ballare e procederanno così, sballati, fino alle loro auto, come se fossero semplicemente usciti da una balera di paese. Ma Reggio, il mattino dopo, si sveglierà fra i cocci e i vetri e gli sciacquii di una notte di violenze.
1981. Canzone
Quando hai una persona che ti frulla nella testa l'unico giro di testa che puoi fare è chiederti se quella persona è la tua persona, se quella persona è la tua persona, oh baby, nient'altro, baby.
1982. Radio on
Uno. La casa di via Fondazza è vuota; luce grigia di temporale imminente; io sto qui alla macchina da scrivere, solo; la radio è accesa, attacca "Ti ricordi Michel..."; s'alza il vento, sbattono le porte, luce molto buia; mi distendo sul letto, presenze di fantasmi, di quel fantasma; anche la mia finestra sembra respirare ritmicamente nel leggero aprirsi e socchiudersi della burrasca imminente.
Due. Subito dopo pranzo casualmente ho sentito Sailing: Andrea, estate, già un anno, Carnaby, Mogliano, sbronze, Andrea, Venezia, vacanzine, lenti, bagni di baci, abbracci, Andrea.
Tre. Il temporale scoppia, noi siamo sorpresi in un anticipo invernale in una piazza vicentina, o in una spiaggetta romagnola, o in una via di Locarno, accanto al lago (questo lo capisco: mamma e io capitammo in un gay bar durante quel viaggio, ricordo benissimo il suo imbarazzo, bevve un caffè svelta svelta e io un'aranciata, e c'erano due uomini che si tenevano per mano e sorridevano, accennando con i fianchi un cha cha cha e, per quanto avessi solo pochi anni, capii che non avrei mai dovuto fare domande...). Ho un maglione verde e un paio di pantaloni di lino che il vento fa tremare come una bandiera; lui è ritornato fra le mie lunghe braccia; lo accolgo nel pullover, lo cullo; avrà sedici anni, venti, diciotto, ventitré, i capelli corti come i miei; siamo abbronzatissimi, fa freddo; ci bagniamo e ci abbracciamo in riva al lago; io non dico nulla, lui ha grandi occhi sbarrati; il vento si insinua fra i miei pantaloni larghi; no, forse sono solo, appoggiato a un lampione sul bordo del lago; maglione verde, questo sì, pantaloni grigio-viola, quelle topsider da barca, capelli corti, abbronzatissimo; lui adesso c'è, mi struscia; il maglione è lunghissimo, larghissimo; lui è con me; il vento è fortissimo, piove, burrasca; siamo insieme, lui dice niente, ha gli occhi sgranati, io dico niente, lo accarezzo sulla nuca; guardiamo la burrasca, il temporale; io sento, disteso sul letto, la radio accesa, le imposte della mia finestra che sbattono, i tetti rossi di via Fondazza sempre più cupi...
Tutto questo è un flash, in un qualche modo, epico. Ma solo oggi, ritrovando dopo tanti anni questa pagina di diario e chiedendomi a chi si riferisca tutto questo, e soprattutto chi in realtà lui sia, capisco - mio dio, le tracce erano tutte lì: la mamma, il bar, Locarno, Vicenza, il Carnaby - che si trattava di Pier.
Quattro. Così, ogni tanto, la radio accesa diventa un pericoloso strumento di meditazione e autoindagine. Ricordi, inciampi del passato, sogni, viaggi, flash, trip... Ma tutto questo funziona solo al coperto, in una stanza chiusa. Non so dire il perché ma in macchina, mentre viaggio, lo stereo acceso produce emozioni del tutto differenti. Certo meno angosciose, più languide... Riflessioni con la radio accesa da fermi e con la radio accesa in viaggio. Un po' come Nietzsche quando parla dei pensieri seduti e dei pensieri mentre si cammina. O quando, al contrario, Ludwig Wittgenstein annota: "Io penso effettivamente con la penna perché la mia testa spesso non sa nulla di ciò che la mia mano scrive."
Io come scrivo? E, soprattutto, quando scrivo? In cammino o da fermo? In viaggio o ai tasti della mia portatile? E, soprattutto, ascoltando ora solamente interminabili Cd o tenendo Videomusic accesa sullo sfondo, capiteranno mai più di quei satori in Fm così improvvisi e impegnativi da decifrare proprio perché involontari e non programmati?
1983. Racconto
Ero sempre troppo fatto in quei giorni per combinare qualsiasi cosa; di studiare non se ne parlava; di sesso, oh certo, ne avrei fatto anche molto di più, ma la nostra migliore occupazione era andare alla cerca, e si sa che quando ci si mettono in testa queste cose non resta molto altro da fare. Eravamo in parecchi allora, e il nostro branco aumentava di giorno in giorno: sempre nuovi arrivi, o conquiste, o semplicemente qualche sballato che arrivava da fuori nel periodo della vendemmia e che aveva bisogno di qualcosa di eccitante, la sera, per tirarsi su, e quindi veniva da noi perché noi eravamo il giro, noi eravamo i più fighi, noi eravamo gli sconvolti della piazza.
Allora era autunno, il primo autunno che io avevo fatto l'ingresso nel branco. Frequentavo la scuola per geometri, in città, e mi dovevo alzare ogni mattina alle sei e mezzo, prendere la ciclo e arrivare sulla piazza da dove sarebbe partito il pullman, alle sette e un quarto. Si arrivava in città poco prima delle otto, ma se c'era nebbia, e la nebbia stagnava da queste parti per quattro mesi all'anno, anche verso le otto e trenta. Dalla città un autobus mi portava a scuola. Le prime volte non mi dispiaceva fare il pendolare, perché rimanevo via da casa tutta la giornata e fino alla sera tardi non tornavo. I compiti li facevo nei bar della città o sulla corriera, la mattina. Poi avevo cominciato ad andare al cinema di pomeriggio: vedevo di tutto, anche due film al giorno, senza contare quelli alla televisione. Andavo sempre solo perché mi piaceva di più e nessuno mi rompeva il cazzo o mi distraeva; io al cinema chiedevo tutto ed ero attentissimo, e poi non pagavo nemmeno tanto: bastavano dieci minuti di colletta sotto i portici e avevo il mio film. Poi si attaccò il Claudio che era due anni avanti a me e come me aveva una passione spropositata per il cinema. Con lui cominciai a vedere i film fumato di hashish, e la cosa non era male: ci andavo dentro proprio bene e godevo un sacco...
Col Claudio ebbi poi a litigare perché per lui era ormai più importante farsi le canne che vedere i film, tant'è vero che ci si stravolgeva talmente tanto che poi, appena entrati in sala, si dormiva od ognuno se ne andava per i cazzi suoi, così che non gli perdonai mai di avere perso per tre volte consecutive I compari perché sempre troppo fatto. Con la chitarra strappolavo già da qualche tempo, e non appena lessi nel corridoio della scuola l'annuncio che si cercava un basso per costituire una band, io mi feci avanti e, dopo un provino, mi presero e diventammo i Rock Boys. Si provava due volte la settimana, al pomeriggio, nello scantinato sotto l'aula di disegno. C'erano Rudy alla chitarra, Pablito alle tastiere, Baby alla batteria e io al basso. Ogni tanto Susy cantava per noi e provava con il flauto, ma era robaccia. Poi passò al sax e tutto funzionò benissimo. Anche le altre scuole della città avevano la loro band; c'erano quegli scannati del Classico, quelli stravolti di Ragioneria, i fighini dello Scientifico che facevano solo del funky, poveri, e poi i migliori, quelli dell'Ipsia che avevano anche un look tutto loro molto figo e stracannato, mentre noi ci si vestiva come pareva e come accadeva, e quelle vecchie strippe dell'Ipsia avevano i capelli rapati a zero e anellacci alle orecchie e fori al naso e giubbotti di cuoio senza maniche e ogni sorta di roba da schiattare. Noi del Geometri eravamo gli unici che tenessero ancora i capelli lunghissimi, e di questo andavamo fieri finché non arrivò quel triste giorno, e fu un po' lì, a sedici anni, la mia svolta.
C'era dunque tutto un gran concerto fra le band degli istituti, al palazzetto dello sport, e migliaia di studenti erano lì fin dalla mattina presto, e c'era una bagarre terribile. Quelli dell'Ipsia già sniffavano coca dalla notte precedente, così si mormorava nei sotterranei del palasport, e sarebbero senz'altro stati i migliori. Noi ci avevamo dato dentro con le birre e il whisky; quelli del Classico facevano girare pasticche e anfetamine; altri si sconvolgevano solo con l'erba. Poi il gran concerto incominciò, e ne successero di tutti i colori perché, a un certo punto, ci fu una scazzottatura generale e due, trecento ragazzi si riversarono come un'onda dalle gradinate in platea, e fu come vedere una frana sgretolarsi dal fianco di una montagna, d'un colpo, frac, tutti giù e, in alto, quella porzione di gradinata completamente vuota.
Di sotto ci fu bordello, e noi non si voleva smettere di suonare anche se avevamo una fifa boia; be', quella volta una ragazzina di dodici anni, che era venuta al concerto con la sorella del Classico, ci lasciò le penne per una dose micidiale; si seppe che si faceva già da qualche mese e, con la sorella, batteva i viali della circonvallazione. La città fu scossa e piombò un clima di paranoia generale. Molti di noi furono pestati da un gruppo di fasci che dicevano di voler spazzare la città dai rifiuti, e i rifiuti naturalmente eravamo noi.
Quelli dell'Ipsia continuarono a suonare, ma ormai facevano solo questo con un'etichetta indipendente di Bologna: suonavano ai raduni di case occupate, nelle cantine, nei garage e cose così, mentre gli altri sparirono o se ne andarono. Ci si rintanò nelle discoteche e fu la fine di tutto, perché anche i tempi stavano cambiando. Una sera, mentre uscivo dal cinema Fiamma un ragazzo mi si avvicinò, chiedendo se avevo del fumo. Dissi di no. Chiese a chi poteva rivolgersi, io non dissi gran che ma, mentre stavo lì a parlare, sentii un colpo terribile proprio qui, fra la testa e le spalle, e nell'attimo in cui mi piegavo una mano mi afferrò la zucca e la tirò su di colpo, e allora vidi che erano in parecchi e, mentre scalciavano, sentii che stavo perdendo qualcosa, che una parte di me si spargeva sulla strada e che l'avrei persa per un bel po'. Mi lasciarono dolorante a terra. Intorno a me c'erano i miei capelli tagliati. Allora mi chiusi in casa, e stavo veramente male non solo per le spiegazioni che diedi ai miei, ma anche perché tutto era davvero orrido e brutto, una cosa da dimenticare. Andavo al cinema e basta. No, suonavo la mia Fender. Quelli furono i giorni del più intenso amore per la mia chitarra. Se siete mai stati veramente schifati da tutto, sapete cosa voglio dire. Dopo giravo un po' di più la mia cittadina persa nella nebbia e nella campagna, e della città un po' mi dimenticavo. E fu così che conobbi il giro e fu così che mi portarono, una sera d'autunno, alla casa...
Sentivamo dell'ottima musica sugli stereo delle macchine, allora Vinny aveva una Peugeot a sette piazze e Pachi un furgoncino scannatissimo con cui trasbordava le sue maglie in giro per la campagna, e ognuno dei nostri aveva un impianto stereo da far paura. Per cui quando si andava sulla piazzola di sosta dell'autostrada e ci si stravolgeva con tutto quel rock e quel fumo e quel vino, si stava benissimo perché eravamo liberi ed eravamo forti e stavamo molto bene insieme. Di Lucia divenni inseparabile; ogni tanto mi baciava in bocca, si faceva sempre così e io ero contentissimo; ero minorenne e lei diceva di avere un marito da qualche parte; mi insegnò tante cose, anche se non facemmo mai del sex; ci si provò qualche tempo fa, quando sono tornato dalla Germania e ho trovato il giro completamente andato e disperso, così lontano nel tempo e nel cuore da pensare che sia stata tutta un'illusione o solamente uno di quei film che allora mi piacevano tanto. E con Lucia, pochi giorni fa, al mio ritorno, siamo finiti a letto perché ci sembrava giusto scazzarci così e distruggere definitivamente una storia già sepolta che però continuava a farci star male nel ricordo. E se racconto tutto ciò, di come erano folli e belli quegli anni della mia giovinezza, lo faccio affinché poi tutto taccia, perché non posso nascondere che ci siamo scannati con le nostre mani, che si è rovinata nel corso degli anni quella che credevamo fosse l'unica storia possibile, la nostra. Ma quella sera d'autunno feci il mio primo ingresso alla casa...
1984. Concerto
"Guten abend Berlin!" è il saluto che Jimmy Sommerville pronuncia compiaciuto entrando, in un tripudio di applausi e grida, sul palcoscenico del Metropole, teatro-discoteca di Nollendorfplatz, nel cuore di Berlino Ovest. I suoi compagni, Steve Bronski e Larry Steinbachek, lo hanno preceduto di pochi istanti, entrando insieme e reggendosi teneri la manina come due collegiali; un bacino sulle labbra e poi via, uno a destra e l'altro a sinistra, ai rispettivi strumenti, come in un minuetto. Qualche accordo, un lampeggiare di luci colorate, e subito il marmocchietto dalla voce acutissima, un po' querula, senza dubbio commovente, appare nella sua normalità: pantaloni grigi e camicetta a mezze maniche con piccoli disegni color salmone.
La sua voce, quel particolare falsetto, sta mandando in delirio folle di giovani perbene in tutto il continente, dando fiato e ugola a tutti gli smalltown boys di questa grande e immensa provincia che è l'Europa; il grido che ora si impenna in toni acutissimi canta la desolazione, la protesta garbata, le piccole angosce, i risentimenti, le contrarietà, i riscatti di una minoranza omosessuale non più disponibile a riconoscersi nei grandi maledetti come Lou Reed, nel travestitismo galattico di David Bowie, nell'impegno vecchio stile di Tom Robinson (Glad to Be Gay), nei mascheroni da checca baffuta di Freddy Mercury (Queen), negli atteggiamenti leather & popper dei Village People, e anche nell'immagine del sesso consumistico e S&M dell'ultimo gruppo inglese che come i Bronski Beat sta sbancando le classifiche discografiche, i Frankie Goes to Hollywood...
La voce di Sommerville, al contrario, canta le piccole e normalissime storie di una tribù che crede nei buoni sentimenti, che protesta civilmente contro l'escalation degli armamenti ("No more war please, no more destruction of innocent life"), che vuole lottare nonostante le difficoltà e la propria debolezza come Davide contro Golia, come Giona nel ventre della balena, come Mosè contro il faraone ("The things that you're liable/ To read in the bible/ It ain't necessarily so/"), affinché l'amore sia possibile in tutte le forme e in tutte le combinazioni. Per questo il gruppo sta diventando l'espressione di un più generale atteggiamento giovanile fatto di un ritorno all'ordine sentimentale delle cose e delle situazioni, un atteggiamento soft, normalizzante, forse ingenuo, ma sicuro nell'enunciare anche le proprie debolezze, nel parlare di solitudine o dell'inestinguibile bisogno, anche per un ragazzo, di tenerezza e affetto: "Sweet is the taste of a man... And the sweetest thing of all is men loving men."
I Bronski Beat hanno suppergiù ventiquattro anni. Quasi d'incanto si sono trovati all'apice del successo con il singolo Smalltown Boy, grazie anche a un videoclip narrativo, semplice, efficace e tenero, realizzato senza elargizioni elettroniche sofisticate, ma commovente come una pagina di diario di quelle che tutti abbiamo scritto a quindici anni. È la storia di un incontro in piscina fra un piccolo e brutto anatroccolo come Jimmy e un ragazzo bello, energico, atletico. Jimmy lo spia tuffarsi e nuotare nell'acqua chiara della vasca, lo insegue negli spogliatoi, gli sorride, tenta un approccio. Ma va male. L'altro lo respinge e poco dopo, aiutato dagli amici, lo bracca e lo pesta a sangue. L'anatroccolo torna a casa con un occhio nero, ancora più piccolo e brutto. Il bobby che lo accompagna spiega l'accaduto alla famiglia, mammà piange, papà imburberisce. L'anatroccolo allora ("Cry boy cry. No, you'd never cry to them, just to your soul") lascia la periferia verso la città probabilmente pensando, sul treno che lo porta lontano, che "la vita sarebbe stata senz'altro migliore in un mondo in cui si fosse pensato al sesso come a qualcosa di naturale e non di spaventoso, e dove un uomo avesse potuto amarne un altro con naturalezza, come si sentiva portato a fare" (Gore Vidal, Jim).
Anche per questi ragazzi berlinesi che assistono al concerto, e che mi ricordano straordinariamente il pubblico degli show di Boy George, quindicenni, sedicenni educatissimi e truccatissimi con le mamme e i papà sulle gradinate ad attenderli, un po' abbattuti nel pensare che ogni generazione ha la Liz Taylor che si merita, anche per questi ragazzini il problema pare essere la ricerca di una propria identità sessuale e non invece la lotta contro le istituzioni che rendono una tale ricerca assai difficile; è più la volontà di vivere in pace nei propri nervi e nella propria pelle che non quella di abbattere le regole sociali che rendono arduo, e il più delle volte impraticabile, il percorso di questa felicità. Gore Vidal scriveva Jim a ventun anni, e i nostri Bronski dimostrano oggi la stessa adolescenziale e ingenua voglia di valori affermativi, di idealismo, di romanticismo in nome delle ragioni stesse dell'adolescenza. Il loro album si intitola The Age of The Consent e all'interno riporta una tabella in cui vengono indicati, per ogni nazione europea, i limiti di età che rendono legali o non più perseguibili i rapporti omosessuali fra maschi, o i casi in cui rimangono completamente proibiti (Cipro, Romania, Irlanda, Urss).
È per questo che la sala a cupola del Metropole, oggi, 23 novembre 1984, è gremita e ondeggiante sotto l'urto ritmato di migliaia di piedi che battono il tempo delle canzoni; un pubblico giovanissimo che sembra venuto apposta per assistere alla favola del brutto anatroccolo che ora, finalmente, si trasforma in uno splendido cigno sotto l'occhio dei riflettori e davanti a quel triangolo rosa, simbolo della persecuzione antiomosessuale, che campeggia sul palco, sulla copertina del disco e sui biglietti del concerto.
Bisognerebbe usare un termine alquanto desueto per descrivere questa breve serata (quarantacinque minuti più il bis), cioè feeling. Un sentimento di affetto, una carica di simpatia che il marmocchietto infonde alla platea zazzeruta e bionda e che gli ritorna accentuato, un'empatia fra palco e platea che esplode durante l'esecuzione del nuovo brano Why?, accompagnato da un continuo boato, grida, urla, fischi, applausi. L'attenzione è tutta per Sommerville, che in quei tre quarti d'ora piega la voce come un muezzin, smiagola bacetti nel microfono, ora fa il ranocchietto, ora l'altero cigno, ora gonfia il petto nell'esecuzione del primo R&B gay che mi sia mai capitato di ascoltare. E se non può soddisfare la versione di Smalltown Boy, a metà fra il singolo e il disco mix senza avere la compattezza dell'uno né la potenza dell'altro, l'esecuzione scatenata di I Feel Love ("Oh it's so good/ Oh it's so good/ Oh it's so good/ Oh I'm in love/ I'm in love/ I'm in love/) rivela non solo, con quel coro ironico di vocioni macho che si chiamano The Pink Singers, tutto il côté camp della disco music alla Donna Summer, ma soprattutto la forza di un grande talento, di una tenuta vocale assai insolita per questo tipo di arrangiamenti.
Fra riverenze continue come locandiere goldoniane, lanci di garofani rosa come divine dell'avanspettacolo, bacetti e inchini come in una recita parrocchiale, strizzatine d'occhio ai ragazzi delle prime file e alla balconata, qualche indulgenza al gesticolare lezioso (ma, si sa, i gesti scappano e le manine non stanno mai ferme), i Bronski escono di scena baciandosi e abbracciandosi come Tre Grazie. Più tardi, nella fredda notte berlinese, il piacere di aver assistito al concerto lascia il posto al rimpianto di non aver mai ascoltato dal vivo Tim Buckley, il solo a cui Sommerville sembra, nella voce, assomigliare. Ma Buckley è morto per overdose da più di dieci anni e le sue canzoni raccontano di tragedie psichedeliche e di personaggi magici. Poesie di un'altra era.
1985. Radio on
Uno. "Mi ritorni in mente bella come sei, forse ancor di più... Un angelo caduto in volo, ecco chi tu sei in tutti i sogni miei, come ti vorrei, come ti vorrei..." (Party. È una festa, la domenica pomeriggio, sul terrazzino di Enrica. Le ragazze arrivavano in gruppo, stavano sempre una accanto all'altra. C'erano bibite e pasticcini. Le coppiette tramavano di nascosto e baciare non usava. Solo strusci quando scendeva la sera e nessuno accendeva le luci...)
Due. "Questa è la tua prima luna che vedi fuori di casa sapendo di non ritornare. Oggi sei uscito e ti sei domandato "Ma dove sto andando?" e "Cosa farò?"; sei uscito in un prato mangiando una mela..." (Viaggio. Un po' più grandicelli, pensando a scappare in città e alle indianerie... Eravamo in due ad ascoltare questa canzone. Lei, la mia amica, si è uccisa nel 1978, e io continuo a sognarla sui banchi del liceo.)
Tre. "In fondo al viale, in quel caffè dove è la gente che non sa più cosa fare, ho conosciuto lei..." (Vacanza. Non sono più tornato ad Auronzo. Ogni tanto capita di vedere in televisione una tappa del giro d'Italia che passa di là o una gara di motonautica sul lago. Allora dico: ecco la panchina, oltre la curva l'edicola, in fondo la villa di Pino Donaggio dove andavamo a chiedere gli autografi. Credo sia ancora tutto così.)
Quattro. "Acqua azzurra, acqua chiara, nelle mani posso finalmente bere; nei tuoi occhi innocenti posso ancora ritrovare il profumo di un amore puro..." (Gita. Bocche di Magra. Ero sempre cotto per la stessa ragazza. Un po' mi snobbava.)
Cinque. "Ho bisogno di te di te di te; ho bisogno di una voce; ho bisogno di una foglia; ho bisogno di te, di te..." (Studio. Ascoltavo Per voi giovani e telefonavo alla mia amica. Sul bisogno di quella foglia abbiamo discusso, e riso, per mesi...)
Sei. "Ti ricordi, Michel, quando parlavi sempre di ragazze e delle voglie che avevi con due occhi un po' sottili che non scorderò mai più..." (Solo nella mia camera. Riuscimmo a incastrare Claudio Lolli, e lui arrivò a Correggio, casa di lei. Nonostante siano passati quasi vent'anni, sia Claudio sia io ci ricordiamo, quando succede di incontrarci, di quel pomeriggio. Quanto si discuteva di canzoni, allora. Non solo di musica, ma proprio dei testi e dei significati e dei messaggi. Anni esegetici...)
Sette. "Nel sole dei cortili i tuoi fantasmi giovanili corron dietro a Silvie beffeggianti; si è spenta la fontana, si è ossidata la campana perché adesso ridi al gioco degli amanti..." (Scuola. Aula di fisica. Lei mi passò un biglietto, e c'erano queste precise parole. L'amore per Francesco Guccini nacque così. E io continuavo a dire: "È Alceo, è Orazio...").
Ritrovo queste sette canzoni, in questo preciso ordine, nell'esattezza di queste citazioni, su uno di quei fogli sparsi che ho sempre chiamato il mio diario. A mano sono scritte le situazioni a cui si riferiscono: il viaggio, il party, la scuola... Un abbozzo di colonna sonora per quegli anni. Forse avevo intenzione di scrivere un testo partendo da quelle frasi e da quelle suggestioni. La musica mi ha sempre spinto a scrivere. Il rock mi ha insegnato la velocità, e la forza; queste canzoni, invece, la concentrazione e l'intimità. Vorrei commentare con qualche parola da L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett, ma preferisco riportare l'annotazione che ho trovato ieri leggendo il diario di Giovanni Comisso:
«Tutta questa presunzione di scrivere racconti o romanzi è una buffonesca menzogna. Non resiste narrativamente che la storia di se stesso." (4 agosto 1960)
1986. Locali
Bologna. Nei cessi del Kinki andavamo a notte fonda per pisciare o rigettare quegli intrugli rosso sangue che mandavamo giù al ritmo di dieci, venti per sera, non tanto perché piacesse bere quel miscuglio zuccherino e moscio che il barista si ostinava a chiamare Negroni, ma proprio per il motivo che non restava altro da fare, non si batteva un chiodo, non si conosceva nessuno, erano tutte divine e se la facevano tra loro. Io me la tiravo con Green Man, con il duca di Kant, con la Checca-gialla, volevo molto bene a Mauro-dolce, a Beaujean, alla Sister e osservavo, ai bordi della pista, le varie amenità della fauna di quegli anni. C'era Bronx (morto), c'era la Francis (morta), c'era Andrea (morto), c'era Mario (morto)...
Sono contento che oggi il Kinki sia completamente cambiato, che abbiano abbattuto muri, aperto varchi, costruito nuovi bagni, e che il pubblico sia completamente rigenerato. Non avrei tollerato, quando dopo parecchi anni sono tornato, l'altra sera, di ritrovarlo come dieci anni fa, ingombro dei cari fantasmi di quegli anni dissipati e generosi, non maledetti, non eroici, e forse nemmeno sbagliati. Solo sfortunati.
Ibiza. Improvvisamente, verso le quattro del mattino, mentre entri al Ku, la discoteca più grande dell'isola, ti puoi rendere conto di potercela fare, anche senza le polverine che qui vengono smistate a ogni angolo: l'ecstasy, un concentrato di anfetamine che dovrebbe farti sentire il partner e la notte come gocce di rugiada sulla pelle, e la mesca, niente a che vedere con la mescalina, non allucinogena ma ancora un eccitante per reggere queste notti ibizenche che non finiscono più. Così hai la certezza che anche tu, con un paio di birre in corpo e niente altro - né polveri né cocaina né anfetamine né canne (qui soavemente chiamate i porro) - anche tu puoi finalmente andare al Glory's, la disco che apre alle sei del mattino per chiudere soltanto a mezzogiorno. Ti fai forza, bevi un altro po' al bar del Coco Loco. Ti lasci andare alla danza, senti il sudore come una dolce espiazione, le gambe ti reggono ancora, finalmente esci verso le sei quando anche il Ku - ingresso trentacinquemila lire senza consumazione, una piscina serpeggiante, boutique, panineria, caffetteria, una balconata in cui qualche sera prima si è seduto il giovane principe ereditario Filippo con tutta una corte di rampolli affascinanti e astemi - anche questa megadiscoteca altro non è diventata che il solito pattumaio pieno di rifiuti, di bicchieri rotti, di ubriachi che si gettano in piscina, di ragazze che si spogliano ai ritmi di un'improbabile danza gitana. Allora prendi la macchina che hai noleggiato, torni verso Ibiza e, poco prima di immetterti nello svincolo periferico della città, giri a destra seguendo il flusso delle altre auto. Arrivi al Glory's con altre centinaia di nottambuli impasticcati a dovere per festeggiare, oggi come qualsiasi altro giorno, la nascita di un altro sole. È ancora notte. Le stelle brillano un po' offuscate nel cielo afoso. Noti due auto della polizia. I buttadentro sono implacabili. Molti che ormai non si reggono in piedi per il troppo alcool o le troppe canne non vengono ammessi. Tu passi. Paghi circa venti carte. Sei dentro. Sono le sei e trenta. All'orizzonte i profili delle aride colline di terra rossa si illuminano. Aspetti l'alba.
All'interno ancora i ritmi della notte, il buio, il fumo delle sigarette, le danze ormai scomposte e sfrenate. Fuori, sul grande patio, profumo di caffè, odore di croissant freschi e la luce del nuovo giorno che inesorabile trascolora le pettinature, gli abbigliamenti, i visi ormai sfatti e quasi sofferenti per la maratona. La miscela di notte e di giorno produce sul corpo, sugli organi, negli occhi e nel cervello la sensazione di essere un fantasma. Le orecchie fischiano, assordate dai volumi altissimi che da almeno cinque ore ti martellano dentro, la gola è secca, la lingua impastata, ti senti uno straccio, ma, questo è importante, uno straccio che ancora riesce ad agitarsi sulla pista e a cambiare i soldi per il caffè. Verso le otto molli. Raggiungi la tua abitazione sul mare, guardi le gocce di rugiada sull'agave enorme che sta davanti al cancelletto d'ingresso. Sai che solo due giorni prima una ragazza è stata assassinata proprio nella caletta sotto di te. Violentata e assassinata. La luce è straordinariamente bianca, tenue, nebbiosa. Ti sciacqui la bocca con l'acqua salata e imbevibile che esce dai rubinetti. Hai caldo. Raggiungi il letto e chiudi gli occhi. Una zanzara ti becca sul collo.
Udine. Inizio dal Sun Shine, un discobar piuttosto simpatico, per finire la nottata all'Arcobaleno, un locale sulla strada come una trattoria per camionisti: musica, luci color pastello, piccola pista in perspex che fa molto disco mitteleuropea. Non mi stupirei di sentire gli Abba o, al peggio, del rock transilvanico come quello di Cristina D'Avena. E invece i ragazzotti ballano il dark più febbrile come ormai succede solo nei paesi dell'Est europeo... La rivelazione più eccitante della notte è stato il St' James' Pub. Dopo aver bevuto un paio di boccali di birra integrale nella taverna della vecchia fabbrica Moretti, eccomi in una via dall'aspetto sublime, case basse, un'insegna al neon, poco traffico. E tutta quella musica che esce in strada. All'interno una fauna "durissima" che solo semplicisticamente potrei definire "punk" o "dark". Piuttosto l'emergere di corpi, abbigliamenti e volti di un certo mio passato provinciale che qui ritrovo pressoché intatto. Gli ultimi anni settanta, i primissimi ottanta. Un rock fortissimo, scaffali pieni di bottiglie di birra come in certe osterie bolognesi. Tavoli e sedie di legno annerito dal fumo. Tanta gente che chiacchiera o che semplicemente beve senza scambiare una sola parola con chi ha di fronte. Molto kajal, ciuffi colorati, moltissimo cuoio, borchie e cinghie. Una diversità dal quieto e sonnolento tran tran provinciale che mi piace e mi eccita. Ma che ci faccio qui, ormai senza più capelli in testa, il soprabito e le scarpe di cuoio inglese, la maxisciarpa color rosa antico? Un'altra birra: lasciarsi ai ricordi. Nessuno è quello che indossa. Io non sono un agiato borghese e la ragazza in nero che mi chiede una sigaretta non è una dark. Siamo due persone che solo un occhio un po' più allenato all'interiorità definirebbe simili: due persone in cerca della libertà, in cerca della propria diversità.
Parigi. Camminando per rue de Lappe, la stretta e lunga arteria che la fauna branchée della capitale percorre come le stazioni di una via crucis, fermandosi a ogni bar o caffè, si avverte la sensazione di essere in una Parigi popolare e sanguigna, niente di più diverso dalla monumentalità e dallo sfarzo dei grandi boulevard. Come è successo gli anni scorsi per il quartiere del Marais, così la Bastille è abitata soprattutto da artisti, pittori, galleristi, studenti, giovani che si insediano in spazi anche fatiscenti, ma che costano poco. Li restaurano, frequentano i bar del quartiere, ne aprono di nuovi, trasformano con la loro presenza le discoteche, e così, nel giro di qualche anno, quelle stesse strade diventano un quartiere di moda. A questo punto, come è sempre successo a Manhattan, i prezzi degli immobili diventano talmente inaccessibili che il giro è costretto a spostarsi per scoprire un nuovo quartiere in cui abitare. Ma oggi la Bastille è ancora una zona di Parigi in cui il vecchio si mescola con il nuovo senza particolari stridori, un po' come nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino Ovest. Agli angoli delle strade puttanone anziane e macrò genere marsigliese, file di lampadine colorate da un capo all'altro della via come una festa di paese al Sud, insegne luminose un po' cadenti, moltissimi immigrati di colore, giovani spiantati e proletari che gironzolano, pizzerie al taglio dall'aria un po' sordida come in certi anfratti di Trastevere. E poi, improvvisamente, in un caffè, una fauna giovane e trend che non ti saresti certo aspettato di incontrare.
Il Balla Jo è la discoteca in cui si va. È una balerona anni settanta che il giovedì e il sabato si trasforma nel locale più affollato di Parigi. La sera in cui sono entrato c'erano coppie sui cinquanta che ballavano il tango o la polka, un'orchestrina che suonava, un po' di malavita del quartiere così riconoscibile anche per un non esperto come me e poi, in un angolo, un gruppetto di ragazzi dall'aria molto distinta o, se volete, molto bon chic, bon genre.
All'esterno, in rue de Lappe, una sequenza di birrerie e di caffè piccoli e affollatissimi: spagnoli, greci, marocchini, algerini. Al Café de Lappe musica raï ad alto volume e gente ammassata che beveva e ballava. Gentilissimi i baristi, due ragazzi nordafricani che ci hanno addirittura fatto largo e aperto la porta al momento di uscire. Di fronte, in una taverna spagnola con un enorme secchio di sangria posato sul banco, e musica forse dei Gipsy Kings, la nostra intrusione non è stata apprezzata - ero in compagnia di un'amica e venivamo da un pranzo elegante - al punto che si è pensato che fosse meglio uscire, anche perché due, tre fattissimi incominciavano a strusciarsi troppo sul mio cappotto...
Milano. All'After Dark mi piaceva andare quasi ogni sera per ascoltare musica e guardarmi un po' in giro. Finiva che non mi muovevo quasi mai dallo sgabello del bar. Nella saletta attigua al guardaroba, Keith Haring passò un'intera serata a scarabocchiare graffiti con un pennarello nero. Esili figurini dai grandi falli. Come una pittura egiziana, però molto porno. Un fregio lungo, stretto, che si sviluppava per non più di un metro. Dalla parte opposta ne disegnò un altro, e io ero il solo che, in silenzio, un po' distante, lo guardava. Lo firmò e lo dedicò al dee-jay del Plastic con il quale era arrivato fin lì, e che stava al bar. L'autunno seguente le pareti della saletta furono imbiancate, e un anonimo artista vi dipinse, con vernici lucide, della robaccia. Me ne lamentai con Angelo, il Pr del locale, che si dimostrò dispiaciuto, ma ormai era troppo tardi. Oggi leggo sul giornale che Keith Haring è morto. Aveva trentun anni. I suoi graffiti valgono migliaia di dollari. Se qualcuno vuol fare dell'archeologia da discoteca, sa dove andare a grattare i muri.
Salento. Qualche giorno trascorso a Lecce è bastato per svelare il volto inaspettato di una provincia rock, analogamente a quanto era successo per le Marche o il Friuli (The Great Complotto) nei primissimi ottanta. L'unico gruppo leccese che conoscessi erano i Bandaid e il loro mix A Tour in Italy, con quel tipico rap jazzato di quegli anni, si ascoltava in ogni discoteca postmovimento insieme ai primi successi degli Hi-Fi Bros e dei Gaz Nevada, l'onda lunga, insomma, della rinascita rock dei fine settanta: Skiantos, Stupid Set, new wave italiana, etichette indipendenti, Ira, Manila e Tenax...
Partendo da Lecce, ogni notte, mi portavano in giro attraverso il Salento per vedere locali, pub, videobar, birrerie rock... "C'è un concerto qua vicino," mi dicevano Tony Robertini e i suoi amici, e io andavo. Si facevano cinquanta, sessanta chilometri sulla superstrada e si arrivava in un magnifico borgo barocco dove c'era una discoteca o un club. Così al Tam Tam di Tricase, così al Malè di Santa Cesarea o al Ciak di Castrignano o nei videobar di Casarano. Ogni volta che salivo sulle loro auto sapevo che mi aspettava un tour attraverso la campagna e che per loro "dietro casa" equivaleva a una lunga corsa in macchina... Si girava come matti, la notte era dolcissima e il contrasto fra il rock e il paesaggio mediterraneo appariva una fusione miracolosa. I Moments of Life ora cercavano la strada di un "pop transculturale" con influenze orientali, meridionalismo, magari innesti di musica raï... Ascoltai una sessione di prove. La casa era piccola, con un giardino fitto di palme e oleandri fioriti. Nel gruppo suonavano due ragazzi tedeschi, Effath e Norbert. Avevano girato l'Africa equatoriale in cerca di strumenti a percussione. Alcuni di questi erano strani o semplicissimi: una zucca concava, una noce di cocco, una sezione di un tronco.
Tornando al mio albergo, mi capitava di pensare al Salento come a un'enorme discoteca i cui suoni si diffondevano nell'aria dolce della notte, risacche di onde rock che ancora una volta contribuivano a farmi pensare la provincia italiana non come un territorio bloccato nell'apatia, nel perbenismo o tutt'al più nel libertinaggio (la provincia di Piero Chiara, di Goffredo Parise, di Mastronardi...) ma, al contrario, una zona di vitalità, entusiasmo, forse anche sperimentazione in movimento continuo.
Napoli. Nei cunicoli del Diamond Dogs, club discoteca infernale, sotterraneo, fumoso, quasi scavato nella roccia, si poteva incontrare tutta la fauna branchée dell'ex capitale del Sud: i giovani di Falso Movimento, quelli dell'associazione rock Viva Musica Viva che tentavano l'esproprio di teatri chiusi e di spazi per poter fare concerti, gli artisti di Idra Duarte capeggiati da Lino Fiorito, i ragazzini dei Panoramics con il loro funky intellettuale che mi diedero una cassetta ascoltata poi per giorni e giorni, o i rockettari duri dei Bisca che ostentavano, al contrario, un atteggiamento molto antimultinazionale e molto militante e risposero con trasandatezza alle mie domande, credendomi, probabilmente, l'inviato di Boy Music. Non era così. Si davano molte arie, ma erano bravi. Che fine hanno fatto? E i Diamond Dogs?
Düsseldorf. Verso mezzanotte ci era venuta voglia di ascoltare della musica e di ballare. Nessuno dei due conosceva la città. Io volevo andare in una gay disco, ma non sapevo dove trovarla. Così decidemmo di chiederlo al tassista. Salimmo sulla Mercedes ferma al parcheggio, ma nessuno dei due disse niente. Alla guida era una ragazza con blouson noir, borchie e berretto di cuoio. Mangiava avidamente una grossa mela. Noi stavamo zitti, lei addentava la sua mela e l'auto non partiva. Ci guardava dallo specchietto retrovisore. Eravamo imbarazzatissimi. Nessuno voleva pronunciare la parola "schwule". Ci bloccavamo a vicenda. "Conosce una discoteca un po' così... Insomma, per ragazzi..." Alla fine, lei partì e ci scaricò di fronte a un locale durissimo; i buttafuori menavano alcuni ubriachi; c'era birra sparsa ovunque, mozziconi di sigarette, lattine, gente che faceva canne, una rissa in ogni sala. Ci fermammo a giocare a flipper. Non so perché ma eravamo di ottimo umore. Non era quello che ci aspettavamo, ma il fatto di sentirci in un territorio sconosciuto faceva aumentare la tenerezza fra di noi. Non saprei dire il nome di quella discoteca. Era un nome tipo "Paradiso", o "Giamaica", o "Sensimilla", o "Arcobaleno". Non ricordo nemmeno se fosse Duisburg o Düsseldorf o Bonn... Ora che quel mio compagno non c'è più - e non c'è nessun altro modo con cui possa verificare -, nel mio ricordo si chiama, paradossalmente, "la discoteca delle mele"...
New York. Molto casualmente - capisco che per molti sto dicendo una bestialità, ma fu esattamente così - molto casualmente, grazie a una locandina appiccicata a un lampione dalle parti di Times Square, venni a sapere della rentrée di Yma Sumac. Era la sua ultima serata, e Peppe Videtti si diede molto da fare con le carte di credito per prenotare un tavolo. Il concerto, ma è meglio dire l'esibizione, fu un trionfo. Mi divertii moltissimo. L'usignolo delle Ande cantò per un'ora fra gli applausi dei vecchi fan. Si mise in posa per i fotografi e firmò autografi. Aveva l'aspetto di una Moira Orfei dieci secoli dopo. Ma il fatto interessante è che, tornato in Italia, non facevo che sentire Yma Sumac in discoteca. Soprattutto al Manila di Firenze e negli altri locali in cui il dee-jay era Stefano Bonamici.
Questo per dire che molto spesso nei locali si crea un genere musicale del tutto particolare, che muove dal rock ma che attraversa altri generi e contempla digressioni di culto abbastanza insolite. Le colonne sonore di certe discoteche sono opere in tutti i sensi, sono testi citazionisti con una loro autonomia e una loro bellezza. Per questo nei locali si vendono, spesso, le cassette dei dee-jay come se si trattasse di autori veri e propri. Si può andare nei locali, insomma, così come si va a un concerto. Verso la fine degli ottanta tutto è diventato molto chiaro con la garage music e l'acid e storie così. Ma per tornare a Yma Sumac - ora va molto anche Oum Koulsoum - ho raccontato l'episodio l'altra sera al Gallery di Milano, un locale molto trend, che si sviluppa su due livelli, caffè e discoteca, e non assomiglia a nessun altro locale italiano. Forse ha qualcosa di spagnolo, o di Amsterdam. Alla fine, i due rampolli che mi ascoltavano con gli occhi sgranati mi hanno baciato la guancia, devozionalmente, come per omaggiare chi ha visto la Madonna.
Monastir. Molto solo, molto affranto, asserragliato negli alberghi per non dover continuamente dire no e rifiutare e passare per scontroso, scendo nella discoteca del Kuriat Palace, l'Aquarius. Si tratta di una sala piuttosto buia, i tavoli sono molto bassi e così pure gli sgabelli, secondo l'uso arabo. La pista è piccola, molto anni settanta. Così come i giochi di luce color pastello. Sulla parete c'è un ampio cristallo da cui si vede, come appunto in un acquario, il fondo della piscina sovrastante. Non ricordo se si tratti di oblò o sia invece un'apertura rettangolare. La luce che filtra nella discoteca è azzurrina e tremolante poiché è riflessa dall'acqua. C'è anche uno schermo televisivo. Ora sta passando il video del concerto italiano di Madonna. Qualche coppia impiegatizia balla. Tutto questo non mi avvilisce, benché non sia eccitante.
Nei brevi anni del trend fiorentino - gruppi musicali, festival indipendenti, locali underground, mostre di pittura, computer art dei Giovanotti Mondani Meccanici, Westuff, stilisti emergenti, Samuele Mazza, Sandro Pestelli, Franco Biagini (addio, caro), 00B (leggi: zero-zero-bi) e Sadomaso-chic, creatori milanesi che si chiamavano Cocks War, Poor Millionaire, Oxum, sfilate nottambule a Rifredi o Careggi, Pitti Trend, Paolino Landi, Maria Luisa Frisa, Bruno Casini (successo! successo! successo!), i Kripton e Parco Butterfly - in quegli anni multimediali in cui combinavo poco ma partecipavo moltissimo, periodo assai breve, in realtà, credo che nel 1984 fosse ormai tutto finito e istituzionalizzato, in quegli anni Stefano Tonchi, un po' scherzando, mi raccontò di un lungo viaggio, durante il quale era stato perseguitato dallo stesso hit, a Roma come a Londra, a New York come a Parigi, e infine, di ritorno, a Firenze. E ironicamente concludeva: "È l'Internazionale occidentale."
Oggi potete sentire lo stesso pezzo di Madonna o di Prince o di Michael Jackson durante il ramadan in un albergo sulla costa tunisina, in uno delle decine e decine di affollatissimi videobar arrampicati ai lati dello Stradun di Dubrovnik, sotto la cupola del Petöfi Csarnok a Budapest. L'Internazionale occidentale si è estesa. Rockettari di tutto il mondo unitevi.
1987. Radio on
A Parigi Viva Hate di Morrissey, ossessivamente presente nei miei spostamenti in aereo, sui treni della banlieue, in certi pomeriggi-sere prima di uscire quando nella tua stanza d'albergo vorresti solamente un buon rum forte e ghiacciato che ti carichi per la serata, a Parigi i dodici pezzi di questo album intenso e soft, assorto con quel tanto di sguincio e di kitsch così ben mischiati nella voce di Morrissey, certe sue pronunce da queen mother, certe sue svirgolettature, certi suoi strascichi di "oh oh" o di "no no" come di uno chansonnier di balera, certe sue incrinature da Edith Piaf, incipit e ouverture struggenti, teneri, sempre con quella particolare, patologica malinconia adolescenziale e perversa che da anni mi affascina, con quello spirito protestatario e irriverente degno di un dandy sublime, anche con il suo populismo (Bengali in Platform è la sua My Beautiful Laundrette), bene, a Parigi, Viva Hate mi è entrato nel sangue soffusamente un sabato mattina in cui mi recavo a Versailles, e il cielo prometteva squarci d'azzurro e di sole dopo giorni di freddo e di pioggia e di vento gelido del Nord. D'improvviso, fermi a una stazione, una grandinata violenta e rumorosa si è scaricata dal cielo divenuto nero e cupo e invernale. Ghiacci che schizzavano sui finestrini e rimbalzavano sulla banchina. Una mitragliata sulla testa, un rumore secco e crepitante come di pallottole. E poi di nuovo, ascoltando The Ordinary Boys, fenditure di azzurro e nuvole bianche velocissime e un raggio di sole sulle scolaresche e sui gruppi di bellissimi e vacui studenti italiani con i quali ero casualmente e torpidamente intruppato, in attesa di entrare a palazzo.
L'ho risentito ieri notte, in una casa amica. Eravamo allungati sul divano al buio, e guardavamo il passaggio veloce delle nuvole dagli ampi finestroni del tetto. Erano bianchissime. Passavano da un pannello all'altro come tante diapositive di un multivision computerizzato. La voce di Morrissey - che non mi sarei mai aspettato in quel loft - era perfetta. Non avrei mai immaginato tanta assorta tenerezza per quel duro che sono diventato.
1988. Concerto
A distanza di parecchi anni sono ancora visceralmente innamorato della musica di Leonard Cohen, della sua voce e del suo personaggio. Ascoltandolo per la prima volta dal vivo nel concerto milanese del Teatro Orfeo, maggio 1988, ecco d'improvviso immagini e sensazioni del passato, commozioni, struggimenti, ricordi di amiche, di pomeriggi emiliani chiuso in una stanza con Famous Blue Raincoat ossessivamente presente sullo stereo.
Quando, in uno degli innumerevoli bis prima di mandarci tutti a letto recitando un "buonanotte" dall'Antico Testamento, Cohen ha imbracciato la chitarra e ha intonato Suzanne, molti come me non hanno potuto trattenere un luccichio negli occhi. Non tanto per sentimentalismo, né per nostalgia. Piuttosto perché nell'ascoltare quel pezzo si aveva la poetica consapevolezza del nostro divenire. Era in sostanza un momento di pienezza, di felicità che fermava per un paio di minuti lo scorrere del tempo, un pezzo di vita sottratto all'angoscia. Come quando si è davanti a un'opera d'arte e la si indaga con tutti i sensi. La si prega. Al termine delle tre ore di concerto, la mia prima reazione sarebbe stata quella di mandare un telegramma ai miei amici correggesi. Solo tre parole: "Cohen not died." O almeno, non ancora. Gli ultimi album ci avevano disorientati, al limite dell'imbarazzo. Tutta quella strumentazione folk, quel country così banale, quegli accompagnamenti, quelle marcette e quei valzerini ci avevano offeso. Il nostro Cohen migliore e più venerato è quello della chitarra acustica: un accordo, un arpeggio e la voce cavernosa che si trascina impastata di stanchezza e sigarette. E un coro angelico di venerabili puttane o di santi ubriaconi alle spalle. Eppure, nel concerto milanese anche gli ultimi successi come Dance to The End of Love o First We Take Manhattan apparivano ricchi di una loro coerenza musicale e interpretativa. Accompagnato da uno strepitoso John Bilezikjian al mandolino e dalle voci di Julie Christensen e Perla Batalla, anche le ballate lamentose tipiche del Cohen degli ultimi tempi prendevano ritmo, vitalità, freschezza. Merito del gruppo che lavora con lui da anni e riesce a esprimere dal vivo una notevole compattezza e un affiatamento per cui i primi a divertirsi, suonando, sono proprio loro. Guardando sul palco Cohen fare poco o nulla, non scatenarsi, non dimenarsi, non correre da una parte all'altra, non cambiarsi d'abito, non usufruire di effetti speciali e di spot stroboscopici, pensavo: ecco come solo i vecchi leoni sanno fare spettacolo dando il massimo con un minimalismo di effetti vocali e di atteggiamenti.
Cohen indossa un doppio petto scuro, gessato e una t-shirt nera. La sua faccia è sempre più quella di un boss della mala. Lo sguardo è sornione. Le poche battute che pronuncia ironiche, il suo grazie per il calore del pubblico un semplicissimo: "Thank you, friends!" Presentandosi dice, alludendo al concerto che si sta svolgendo nello stesso momento all'Arena di Milano: "Vi ringrazio, amici, per avermi preferito a George Michael." E giù il teatro.
Leonard Cohen rimane forse l'unico, forse il più grande, probabilmente l'ultimo poeta-cantante dell'eterosessualità più piena. Nei suoi testi lo scontro fra il maschile e il femminile assume gli aspetti di uno scontro fra mondi, fra universi differenti che gravitano disperatamente l'uno accanto all'altro nella perenne ricerca di un contatto. In nessun altro autore puoi sentire tutto il misticismo, la devozione, la sacralità della passione di un uomo per una donna. Proprio perché Cohen rifugge i lati sentimentali, ecco che i termini del confronto erotico e sessuale si assolutizzano. I personaggi diventano eroi, eroine, forze sublimi ed estreme come Joan of Arc, come Sister of Mercy, come Suzanne, come la stessa Janis Joplin di Chelsea Hotel, a proposito della quale Cohen ha raccontato: "Un giorno, in questo albergo, sono entrato nell'ascensore e ho incontrato una ragazza che mi chiedeva dove fosse Kris Kristofferson. "Kris Kristofferson sono io," le ho detto. Lei ci ha creduto. Solo dopo le dissi che non era vero."
1989. Disco music
Sciare, sciare giù per le nevi morbide sciare, sciare sopra le acque torbide sciare, sciare entro le valli bianche sciare, sciare sopra il tuo corpo candido, languido, tantrico. Ritornello:Emotion, sensation, translation chaque, chaque, chaque chacun chacun chacun au froid s'en va.
1990. Conclusione
Il Kones è un ex ristorante sulla vecchia provinciale che da Carpi porta a Modena, niente di più di una grande baracca issata come una palafitta sulla sommità dell'argine del fiume Secchia.
Fino a pochi anni fa, prima della costruzione dei grandi svincoli della tangenziale, quel ristorante issava un cartello: "Specialità rane fritte." Attorno altri ristoranti, quelle tipiche costruzioni che si trovano all'ingresso delle città e davanti alle quali sono ferme decine di Tir e autosnodabili. Ora quella strada è inservibile, credo che anche gli altri ristoranti abbiano chiuso, così come le pompe di benzina. È una strada morta in cui non si transita più obbligatoriamente. E anche l'autocorriera Fratelli Ferrari che tutti gli studenti di Correggio prendevano la mattina presto per recarsi all'università di Modena, o come noi di lettere per raggiungere poi il treno per Bologna, non passa più, dopo oltre cinquant'anni, da quella strada.
"Le rane fritte" oggi si chiamano Kones. Il locale è stato restaurato, pulito, arieggiato, hanno aperto verande verso il fiume e messo una cabina telefonica sullo spiazzo. All'interno c'è un bancone-birreria, il ristorante, un palco per concerti o esibizioni. La musica è sempre piuttosto alta, la gente va e viene per tutta la notte, fino alle sei del mattino.
L'altra sera avevo voglia di starmene solo a girare per la campagna ascoltando la radio. Pensavo a questo testo e al fatto che mi aveva obbligato a riguardare pagine scritte molto tempo prima, e inevitabilmente a confrontarmi con quello che pensavo e scrivevo dieci, undici anni fa. Ho provato molta pena. Nessuna nostalgia, ma molta pena, questo sì. Niente mi appartiene più. Ho cercato di riflettere sui cambiamenti che hanno reso possibile questa che non esiterei a chiamare una vera e propria mutazione. Non c'entrano solo gli anni né le mode né i tempi. Era un modo diverso di vivere. Io credo che avessimo proprio un'altra testa.
Ho acceso la radio cercando di sintonizzarmi sulle frequenze emiliane. Quando ho trovato Mondoradio non l'ho più lasciata. Credo che trasmetta ancora da Scandiano, non saprei. Sull'autostrada, in prossimità di Bologna, ho perso il segnale, e allora ho deciso di uscire sulla via Emilia e di tornare indietro. Avevo molte cose a cui pensare e nessuna meta. In un certo senso i confini di quella corsa notturna erano soltanto dettati dalle onde radio di quella emittente. Se la perdevo deviavo, cambiavo direzione, aggiustavo la rotta. Lentamente ho alzato il volume a seconda dei pezzi che mi piacevano di più. Non c'era la luna. La campagna era piatta e buia. Avevo solo le luci arancione dei comandi dello stereo e quelle verdi, da acquario, del cruscotto. Avrei potuto benissimo essere in cielo.
Dall'esterno era soltanto una lunga, silenziosa automobile che vagava per la campagna, attraversava i paesi lentamente, invertiva il percorso. All'interno era una sorta di shuttle guidato da un pilota automatico, sintonizzato sulle frequenze della base.
Sono arrivato sull'argine del Secchia e sono entrato al Kones. Ho ordinato qualcosa da bere e mi sono seduto su uno sgabello all'angolo. Osservavo la gente che arrivava, si guardava intorno e, quando trovava un tavolo amico, si sedeva con la birra in mano. Gruppi di ragazze della mia età, non giovanissime, che chiacchieravano bevendo un vino rosato e che commentavano il passaggio di alcuni ragazzi. Qualche sballato, ma non più di tanto. Qualche coppia "bene" arrivata in Toyota per le tagliatelle di mezzanotte. Molti solitari che vagavano per la sala e approdavano ritmicamente al bar per ordinare la birra. Fauna rock di queste parti. Vedi le stesse automobili o le stesse moto con gli adesivi di sempre: Jimi Hendrix, la foglia di cannabis, Janis Joplin, ora anche Prince... E mentre i trentenni hanno i capelli cortissimi, indossano giacca e cravatta, hanno al polso orologi da provincia ricca e benestante, i ragazzini portano gli stessi giubbetti jeans, le scarpe da tennis, e hanno i capelli lunghi fin sulle spalle.
Ho pensato che nessuno di quelli che sono poi diventati miei amici in questi anni avrebbe potuto capire quella fauna, forse interpretarla, certo sentirsi emozionato dall'osservazione. Molti di loro avrebbero detto: "Mi piace questo posto", oppure: "È simile a tanti altri", o ancora: "C'è della bella gente, ma la musica è assordante." Ma nessuno, credo, avrebbe provato il desiderio di innestarsi su quelle storie. Nessuno avrebbe rintracciato gli stereotipi della provincia, o la vitalità di un gruppo, o avrebbe afferrato il significato di ciò che le ragazze, là in fondo, si stavano dicendo prima di andare in discoteca a rimorchiare. Immaginavo tutto, e questo mi eccitava. Non mi spingeva a chiedere altra birra, come probabilmente sarebbe successo in passato, per entrare in tutte quelle storie. Mi limitavo a interrogarle con lo sguardo. Ero in un angolo, sullo sgabello, le spalle appoggiate al muro. Ero a parte, ma ero nella posizione migliore per essere presente.
Sono tornato sulla mia automobile e ho preso la strada di casa. Non volevo arrivare. In realtà, avrei voluto essere magicamente fermato in quella situazione "in movimento". Le facce, le corporature, i visi, i gruppi, gli atteggiamenti, le parlate, i gerghi, le musiche erano tornati. Non sarebbero mai più stati la mia vita, ma la mia vita avrebbe sempre fatto riferimento a loro. Per quanto distante mi capiterà di andare, per quanto solitario o in fuga mi accadrà di vivere.
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