questa specie di patto (it)
New York, 1987. "So che stai partendo," dice Helmut non appena rispondo al telefono, una valigia in mano, una gamba alzata per tenere aperta la porta alla cameriera che mi sta aiutando con i bagagli, qui al sedicesimo piano.
"Mi trovi in pieno trasloco," dico.
"E a Washington come è andata?" fa lui, con quel suo durissimo accento tedesco, molto cupo in verità, ma affascinante.
"Devi scusarmi, Helmut. Sono qui col portiere e la cameriera; ho un taxi di sotto. Ti chiamo dall'Italia domani, vuoi?"
"A che ora hai l'aereo?"
"Fra due ore."
"Sbrigati. C'è molto traffico nel weekend."
"È quello che sto dicendoti!"
Tace. "Quando ci vediamo la prossima volta?"
"Fai tu."
"Tokio?"
Rido. "Okay, Tokio '88." E riattacco.
Già, Tokio, tanto per restare sul facile. Dovrò trovare un giornale che mi mandi laggiù. Non sarà così facile. Fra me ed Helmut c'è questa specie di patto da quando ci siamo conosciuti, tre anni fa: vedersi ogni anno in una città diversa.
La prossima volta sarà Tokio. Bene.
Due ore dopo, il jumbo decolla lasciando le luci di Manhattan. Non ho molta voglia di tornare, ma lo devo fare. Non ho più vent'anni. E la sensazione più forte è appunto questa: avrei dovuto avere vent'anni, questa volta, per fermarmi più a lungo a New York.
Sono anni che ormai viaggio solo. Conosco l'infinita pena del viaggiatore solitario che in un qualunque scompartimento di un treno deve chiamare il controllore per andare alla toilette e non lasciare i bagagli incustoditi; conosco la seccatura un po' umiliante del dover pranzare da solo in un ristorante sotto gli occhi irritati di squallide coppiette che, in fila, ti guardano come se fosse un loro dovere avere il tuo tavolo, di cui sei soltanto uno sfigato usurpatore; conosco la fatica fisica, gli imbarazzi, i dubbi di chi viaggia solo con se stesso. Conosco la stupidità delle "camere singole" in cui i letti sono piccolissimi, i lavabi minimi e i soffitti bassi, come se ogni viaggiatore solitario fosse un nano e non una persona come le altre, con braccia, gambe e bisogno di spazio. Conosco la scortesia e il tono pietoso degli altri compagni di viaggio che ti si rivolgono con quel garbo ipocrita che si riserva a un vedovo, a una persona che ha perso la propria metà. Ma io conosco anche l'immensa completezza di questa mia solitudine, le orecchie attente, gli occhi sempre presenti, la concentrazione, le illuminazioni interiori quando non hai nessuno all'infuori di te da mettere al corrente di una scoperta, e allora, seduto su una pietra di una qualsiasi isola greca, chiedendoti perché quel sole debba essere così forte e quel mare così azzurro e la terra così nera, ti guardi dentro, e dentro puoi rivedere i soli, le mareggiate, le burrasche e gli approdi della tua vita. Fin quando avrò fiato in gola e forza nelle gambe, e le mie braccia riusciranno a trascinare un sacco, difenderò questo mio diritto di essere solo - uno come tanti - nella mia completezza.
Parigi, 1986. Quando arriva l'autunno e un altro anno comincia, poiché è proprio fra settembre e ottobre che è possibile avvertire il vigore della rinascita e dei nuovi progetti, Helmut si mette in viaggio. Prepara i bagagli, carica le macchine fotografiche, prende accordi con una qualche rivista e lascia Zurigo. Anche Helmut è un viaggiatore solitario. Anche lui deve dimenticare qualcuno.
Quest'anno la sua prima tappa sarà Parigi, e sarò anch'io lì. Non abbiamo molto da dirci, preferiamo tacere e controllare nel nostro viso i segni di un altro anno passato. La notte passeggiamo lentamente, facendoci tutte le birrerie di Saint-Germain. Di tanto in tanto parla della donna che l'ha lasciato.
"Sarò a New York, la primavera prossima," mi dice. "Ci vediamo là?"
"Sai già dove andrai?"
Dice di sì. "Ti scriverò, comunque."
Lo metto sul treno alla Gare du Nord. Ci salutiamo. Mi faccio lasciare dal taxi a mezzo chilometro dall'hotel. Conosco un posto aperto fino a tardi. Nella cantina suona un gruppo jazz. Davanti a un pallido e ghiacciato bicchiere di bière blanche, stordito dall'alcool e dalla musica, estraggo il mio taccuino e scrivo una canzone.
Nei viaggi solitari esiste una pienezza diversa di sé. La possibilità di vivere in territori neutri, in mezzo a persone che abitualmente parlano una lingua diversa, il fatto di adattarsi a un'architettura e a un paesaggio stranieri, producono uno spiazzamento delle nostre certezze e, se si è veramente onesti e sinceri, permettono di scoprire chi si è. In sostanza, tutti i viaggi che si fanno sono solo la figura di quell'altro viaggio all'interno di noi stessi che inizia nel momento in cui nasciamo e finisce quando Dio vorrà. Non c'è viaggio più avvincente di quello che ognuno può fare alla scoperta di sé. E ci sono, naturalmente, molti modi per fare questo viaggio. Amare una persona, per esempio. Vivere insieme a lei. Essere abbandonati da quella stessa persona, come è accaduto a Helmut dopo otto anni. Oppure ritirarsi in un deserto e abbracciare l'esperienza mistica. Per quelli come Helmut e me, troppo amanti del mondo per abbandonarlo, troppo scorticati dall'amore per cercarne un altro, c'è una sola strada: la scoperta della solitudine.
Amsterdam, 1985. "Odio questo parco!" sbraita Helmut. "Non avremmo dovuto accettare questo servizio. Non c'è più niente da fotografare, qui. Niente!"
Al Vondel Park, in un giorno di maggio, in mezzo ai ragazzi delle squadre ecologiche che si arrampicano sugli alberi per controllare le nidificazioni, che spazzano i caproni nei recinti e che contano le anatre e i cigni, sediamo sull'erba e guardiamo verso il lago, gettando distrattamente le briciole del nostro sandwich nell'acqua. Io non ho scritto una riga ed Helmut non ha scattato una fotografia.
Fino a pochi anni fa, questo era il mio paradiso terrestre, il luogo in cui avrei portato la persona che amavo e l'avrei abbracciata, e con lei avrei corso per i viali e mi sarei rotolato nell'erba, e i Grateful Dead e i Pink Floyd e i Jefferson Airplane, tutti insieme, avrebbero suonato qui, su questa stessa erba, per noi. Fino a qualche tempo fa, ma ora?
"Andiamocene, Helmut," dico. "Questa sera tornerò in Italia. E tu?"
"Non so... Quando ci vediamo?"
"Facciamo a Parigi, ti va?"
Di anno in anno, Helmut e io ci vediamo in una città differente, in territori stranieri, alla ricerca di qualcosa che è dentro di noi, che non sappiamo, ma che un giorno o l'altro - forse l'anno prossimo a Tokio - riuscirà di nuovo a farci amare.