KorimbaDonate

Robots  ROMs  Stories  Books

AuthorsStories

pier vittorio tondelli

ragazze (it)

Save as PDF
Nella primavera del 1985, sollecitato dai lettori di Linus e di altre riviste giovanili, preoccupato dalla gran quantità di dattiloscritti che intasavano la mia stanza e le mie giornate, decisi, insieme agli editori marchigiani di Transeuropa, di dar vita al progetto Under 25: una serie di volumi antologici destinati a raccogliere i testi di giovani al di sotto dei venticinque anni. Da allora sono apparsi due volumi, Giovani blues e Belli & perversi, mentre il terzo è annunciato in questi giorni. In totale, abbiamo presentato ai lettori una trentina di testi - non voglio ancora dire di autori - che raccontano delle ansie, delle gioie, delle difficoltà, dei sentimenti, dei viaggi e, in alcuni casi, anche delle utopie dei giovani degli anni ottanta.
Fin dall'inizio, Under 25 si è dunque costituito sia come osservatorio sulla realtà dei giovani che scrivono, o che iniziano a scrivere, sia come un vero e proprio strumento di lavoro letterario. Non si fonda su un rigido statuto teorico, nonostante il suo ferreo limite anagrafico. Non vuole privilegiare poetiche né proporre delle teorie della letteratura. Nello stesso tempo, è indubbio che il materiale preso in esame, o pubblicato, può fornirci gli estremi per una ricognizione, non esclusivamente letteraria, sull'universo giovanile di questi anni.
Queste considerazioni introduttive sono indispensabili nell'affrontare i termini dei particolari e circostanziati interrogativi che mi vengono ora posti: "Le giovani autrici di Under 25 affrontano o meno i temi della politica? E se sì, in quale modo? E con quali differenze rispetto alla scrittura dei coetanei maschi?" Indispensabili, poiché si tratta di rispondere a interrogativi che riguardano un'interpretazione contenutistica, un'orchestrazione dei significati, che, evidentemente, scorre laterale o sotterranea all'impostazione del nostro progetto. In sostanza, i testi di Under 25 non vengono scelti per una loro rappresentatività, né per gli argomenti che affrontano, né tantomeno considerando se chi scrive è una ragazza o un giovane. I racconti vengono scelti, potrei sintetizzare, in base alla qualità della loro voce, all'autenticità, al sentimento, alle intonazioni, all'ironia di quella particolare emissione testuale che, almeno a mio giudizio, li rende degni di circolazione e lettura. Grazia Cherchi, in una recensione che dedicò al primo volume di Under 25 (Panorama, 7 settembre 1986), fu l'unica lettrice che sollevò argomenti analoghi. Si chiese perché mai, nei racconti di quegli undici ragazzi, non venissero trattati i temi della politica, a eccezione di una breve pagina nel racconto "Di qualche giorno" di Alessandra Buschi. E la sua riposta fu la seguente: "Secondo me, il titolo giusto della raccolta sarebbe stato Vogliamo tutto, ma non sappiamo cosa farne. Infatti, se è ormai impossibile per noi adulti scegliere da che parte stare, data l'indecorosità delle squadre in campo, figuriamoci per i giovani d'oggi, cresciuti aideologici-apolitici.»
L'affermazione della Cherchi non mi trovò concorde allora, né tanto meno oggi. Si tratta di capire semplicemente come sono cambiate le richieste dei giovani nei confronti della società. Che esistono, che sono pressanti e, alle volte, anche dettagliatissime. Certo, la nozione di impegno politico è radicalmente mutata nell'ultimo decennio. E forse, se chiedessimo ai giovani d'oggi il significato della parola "militanza", ci troveremmo spiazzati da risposte evasive o imbarazzate. Ma tutto questo non vuol dire che i giovani d'oggi stiano crescendo apolitici. Certamente "aideologici", per usare l'espressione della Cherchi. Ma non disimpegnati. Solo che l'obiettivo del loro impegno non è più l'utopia rivoluzionaria, cioè un processo globale di cambiamento delle strutture e dei rapporti fra gli individui, quanto piuttosto le singole istituzioni in cui si articola la convivenza civile. In particolare, due istituzioni sulle quali pensavamo si fosse già detto, e messo in crisi, tutto il possibile: la scuola e la famiglia.
È un caso, allora, che a scrivere di scuola e di rapporti familiari siano per la quasi totalità ragazze? E che lo facciano con un'invenzione linguistica, con una forza e con una consapevolezza che non ha riscontro nei loro coetanei maschi? Vorrei azzardare una regola generale per quanto riguarda la scrittura degli Under 25: è abbastanza consueto trovare un discreto testo scritto da un ragazzo, difficile trovarne uno di standard simile di una ragazza. Ma, quando un'autrice centra il bersaglio, la profondità della sua scrittura è unica. Questo vale, ai massimi livelli, per la letteratura ufficiale: per Carson Mccullers e il suo La ballata del caffè triste, per esempio. O per i racconti del Trentesimo anno di Ingeborg Bachmann. Assai più modestamente vale anche per gli autori al di sotto dei venticinque anni che mi è capitato di leggere in quasi sei anni.
Nel terzo volume presenteremo un racconto lungo, "Diario di una tignosa" di Angeliki Riganatou, una ragazza di origine greca che vive in provincia di Napoli. L'eccezionalità della sua scrittura è data non solamente dall'impasto linguistico mediterraneo, ma anche dalla saldezza con cui riesce a portare avanti la storia del matrimonio fallimentare della sua protagonista selvaggia e sensuale, romantica e non-rinconciliata.
La famiglia, il rapporto con i genitori, con i fratelli sono al centro anche del racconto surreale "L'automobile", di Rory Cappelli. Il suo personaggio alla fine non ne può più e, a un distributore di benzina, fa saltare l'auto con la famigliola al completo. E anche Alessandra Buschi, che ha appena pubblicato la sua prima, validissima, raccolta autonoma, Dire fare baciare (Il Lavoro editoriale), concentra la sua attenzione sulle relazioni sentimentali, su quelle famigliari e su certi personaggi un po' strambi della provincia con una attenzione partecipe alle vicende dei suoi piccoli eroi.
Veniamo alla scuola. È qui, fra aule universitarie, occupazioni, assemblee e volantinaggi, che l'impegno dei giovani si è massimamente prodotto nel corso degli anni ottanta. E la scrittura ne offre reperti interessanti e, alle volte, anche divertenti. È il caso dei due racconti di Silvia Ballestra che compaiono nel terzo Under 25: "Cronaca de' culti di Priapo renovati in Bologna" e "La via per Berlino". Qui una fauna studentesca postpunk e postdark frequenta lezioni universitarie con una certa trasandatezza, organizza degli innocentissimi strip-party alle otto di sera (come a Budapest), litiga su chi debba lavare i piatti, va avanti e indietro da casa come ogni generazione fuorisede. È un quadro ironico, divertente di quegli stessi studenti che poi avrebbero dato vita al movimento della Pantera. E infatti, a ridosso delle manifestazioni dello scorso anno, chiesi a Silvia di scrivere, per il nostro libro, un diario delle giornate sue, e dei suoi compagni, nell'ateneo bolognese durante l'occupazione. Per vari motivi - vorrei dire, "politici" - cioè la non-volontà che rispetto, ma non approvo, di non "sputtanare" in pubblico un'avventura emozionale e politica vissuta come conquista personale - non se ne è fatto niente. Questa specie di reticenza o pudore è tipicamente femminile? Un ragazzo si sarebbe comportato diversamente? Non so dare una risposta. Segnalo semplicemente il fatto. Però, nei mesi successivi, è arrivato il racconto lungo "La via per Berlino" al cui centro sono le avventure sconclusionate e sfortunate di un punk pescarese e i suoi tentativi di raggiungere Berlino. Qui la scrittura in "anglopescarese" è buffa, anche spietata e feroce. E mi ha divertito la possibilità, che Silvia Ballestra oggi ci offre, di aggiornare con questo nuovo gergo la mappa linguistica nazionale.
Durante l'imponente, e bagnatissima, manifestazione romana del novembre 1985 mi capitò di segnalare, in un breve articolo per il Corriere della sera, come la novità maggiore del terzo movimento studentesco che avessimo avuto, dal dopoguerra, fosse data non solo dagli obiettivi concreti, circostanziati che gli studenti avanzavano, ma soprattutto dalla presenza di ragazze alla guida del corteo, a reggere gli striscioni dei vari istituti scolastici, a ballare, a gridare, a cantare sotto la pioggia. E che l'unico nome di scrittore presente in quegli slogan fosse quello di Virginia Woolf. E anche oggi, se guardate una qualsiasi fotografia di quelle giornate, troverete volti di ragazze in primo piano. Allora, cinque anni fa, mi venne da paragonarle a tante Mafalde, poiché l'immagine dell'agrodolce, dispettosa, ma terribilmente saggia, ragazzina di Quino era raffigurata su decine e decine di striscioni. Oggi, quelle ragazze sono cresciute e iniziano a raccontare. Che certo non sarà un modo originale, né nuovo, di considerare quanto accade. Ma che diverte, appassiona e ci porta, a nostra volta, a riflettere.
Save as PDF