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pier vittorio tondelli

ragazzi a natale (it)

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Berlino Ovest. Eccomi qui a girare come un avvoltoio attorno a quel rudere della Gedächtniskirche, la chiesa della memoria, un campanile semidistrutto dai bombardamenti che, nel centro di West Berlin, dovrebbe ammonire gli uomini e il mondo, ricordando loro il trucido mattatoio dell'ultima guerra. Lì, all'Europa Center, fra i negozi illuminati e il traffico veloce della sera, i taxi, le automobili, i veicoli degli eserciti alleati, mi fa più che altro l'effetto di uno spartitraffico. Ci sono a Berlino ben altri segni della follia distruttrice della guerra; ci sono ancora case dall'intonaco scalfito dai proiettili; ci sono edifici che hanno conservato intatta solo la facciata, il resto sono cumuli di pietre coperte di neve. Ma, in fondo, la vera tragedia è che sono qui, solo, con nemmeno tanti soldi in tasca, a girare come un disperato nel traffico della città, a sentire che tutti si augurano "buon Natale" e "buon anno", e io ancora non ho imparato bene questa benedetta lingua. La guerra, la vera guerra, dice Klaus, è questa: non l'odio che getta le persone l'una contro l'altra, ma soltanto la distanza che separa le persone che si amano. Stasera, stanotte, in questa vigilia natalizia, non sono che un povero studente italiano di ventiquattro anni perduto nella metropoli, senza un amico, senza una ragazza, senza un tacchino farcito da divorare bevendo sekt. Per questo, in un certo senso, io sono in guerra.
Lascio la Kudamm seguendo il traffico fino a Wittembergplatz. Il cielo è straordinariamente nero e punteggiato di stelle. Al Sud, soltanto in Italia, sarebbe una notte dolcissima e profumata. Qui non sento odori; né, in fondo, è limpidezza questo soffitto vuoto e gelido, spazzato dal vento ghiacciato, che mi costringe a camminare alzando le spalle e guardando fisso a terra. La neve, caduta qualche settimana fa, è ammucchiata in blocchi di ghiaccio ai lati della strada. I berlinesi dicono che è un Natale mite, questo, in realtà è Siberia. Continuo a camminare, sto cercando di concentrarmi; devo trovare una via d'uscita, non posso passare questo mio primo Natale in terra di Germania solo, gettato in strada come un pidocchio. Klaus, il mio compagno di casa, è tornato a Lubecca dai suoi per le feste di fine anno, e così gli altri nostri amici Hans, Dieter, Rudy: chi a Monaco, chi a Francoforte, chi a Stoccarda. È rimasta Katy, l'unica berlinese del nostro giro, amica di Klaus, ma ha un cenone di famiglia e non mi ha potuto invitare. Sento improvvisamente odore di hamburger; alzo la testa e vedo una baracchina a lato della strada che frigge salsicce e patatine. Compro il mio pranzo di Natale, qui a Wittembergplatz, e lo consumo guardando le vetrine illuminate e sontuose del Kadewe che espongono per un centinaio di metri vestiti lussuosissimi da gran sera, disegnati, manco a farlo apposta, dai nostri del made in Italy.
Roma. È tutto il pomeriggio che sto dietro 'sto accidenti di permessino "trentasei ore", girando fra la palazzina comando e la fureria e la maggiorità come un invasato isterico, battendo i tacchi e salutando meglio che posso e mettendo lì sul tavolo, bene in vista, il fatidico foglietto che mi autorizzerà a fuggire da questa maledetta caserma, fare un salto in albergo, prendermi una buona doccia, mettere lo smoking e poi filare dritto dritto alla festa di Clara. E invece sono ancora bloccato in branda: manca la firma del colonnello e non posso schiodare. Mi verrebbe voglia di telefonare a quel pirla di cugino generale di cavalleria - pardon, di lancieri - che mi ha costretto a fare il militare qui, dicendomi: "Vedrai, non ti faranno problemi per le licenze; sarai a casa quando vuoi" eccetera eccetera. E invece ecco qui il lanciere Giulio Marini ormai isterico e devastato per un misero "trentasei". Con una festa straordinaria che fra poco andrà a iniziare e che non lo potrà vedere tra gli invitati! Cristo! Io gli telefono a quel pirlone e gli dico questo e quello, e anche quest'altro: eh, lo capirà con chi ha a che fare; ci sono tante sbarbe che mi aspettano, mica posso stare qui con 'sti imbecilli terroni in caserma! La notte di Natale! Figurarsi! Ma che si fottano tutti! Ora vado di là, chiamo Udine e il cugino generale Vitaliano, che sentirà quante ne ha da dirgli il lanciere Marini... Peccato soltanto che papà e mamma siano in montagna e sia ormai inutile telefonare allo chalet. Beati loro, a quest'ora saranno già imbriachi di champagne in un qualche bell'albergo. Beati loro. Magari avranno anche la neve.
Corvara. Marisa è stupenda. Veramente fuori dell'ordinario. Abbiamo sciato tutto il giorno al Pralongià: piste facilotte, sia ben chiaro, però ottime per conoscersi e fare conversazione, non essendo troppo impegnati nelle discese. Erano già tre giorni che la tenevo d'occhio, quei suoi capelli biondo cenere che tiene sciolti sulle spalle, il modo di fare le discese e quel suo vestirsi con disinvoltura, mica solo tute e scarponi lunari e robe del genere, ma un paio di pantaloni di lana elastica neri che lei dice autentici Fifties - di Laura, la sua sorella grande - e quegli scarponi ridicoli così vecchi da spezzare le caviglie, senza ganci, e invece addosso a lei che classe e che garbo. Le altre del nostro giro sembrano poianine tutte in fila e tutte sceme; stanno sempre lì a fare gli spazzaneve come tante della nettezza urbana, una attaccata all'altra come ochine. Marisa, invece, che fascino...
Roma. La frittata è fatta. La maggiorità ha chiuso. Il colonnello non si è fatto vedere. L'aiutante maggiore si è dileguato, il tenente di picchetto - che potrebbe firmare - evita di assumersi la responsabilità anche quando gli faccio leggere il codice militare che dice che in mancanza di diretti superiori è lui - il fedifrago - il reggitore della baracca. Il mio permesso langue nel buio di un qualsiasi ufficio: dio mio, che tristezza. Potrei ancora andarmene in libera uscita, ma a questo punto lasciare una festa alle undici e mezzo che senso ha? Sono stanco, annoiato e depresso. Rimango in branda a slumare il soffitto: le mani incrociate dietro la nuca, la sigaretta all'angolo della bocca. I najoni hanno cominciato da un po' a schiamazzare. I cucinieri sono venuti nella camerata semideserta - i beati stanno in licenza - con fiaschi di vino dei Castelli e qualche panettoncino rubacchiato nel magazzino viveri. Si abbracciano e gridano e cantano, guardando le foto delle ragazze. Di questa ciurmaglia non capisco né le parole né i gesti: per me, sono arabi. È ormai mezzanotte. Piangerei dalla rabbia.
Corvara. Stasera ho fatto prestissimo a far fuori il pranzo tradizionale di ogni vigilia, e cioè tortelli di zucca con amaretti e brandy, pesce marinato di Comacchio, anguilla e salmone fresco. Davvero un record. Lunghissime sono state invece quelle avemarie che la nonna ci obbliga a recitare in piedi davanti alla tavola imbandita e illuminata dalle candele color porpora, ogni anno alle nove in punto: un rosario completo, con tutti i misteri e le glorificazioni e le beatificazioni. Non vedevo l'ora che finisse, infatti; poi ho assaggiato un po' di capitone e sono corso qui alla festa di Marisa.
È un Natale stupendo. Una di quelle cose che si scrivono sui temi a scuola: la neve fuori delle finestre della baita, il panettone, i dolcetti, le bibite e anche lo spumante, benché siamo tutti minorenni e i nostri ci abbiano proibito di bere alcolici. Marisa è al centro della festa. Saremo una ventina qui nel soggiorno della sua casa. I genitori le hanno lasciato carta bianca, andandosene a cenare al veglione dell'hotel Cristallo (perché non ci mandano anche la nonna con le sue avemarie?). Ascoltiamo musica, balliamo, ci guardiamo. A mezzanotte i suoi amici, un gruppetto di Firenze, cantano una canzone, accompagnandosi con le chitarre... È in quel momento che lei mi si avvicina e mi bacia sulla guancia e mi fa gli auguri, prendendomi per mano. I fuochi d'artificio cominciano a crepitare nel cielo. Usciamo di corsa dalla casa, tenendoci per mano. Guardo Marisa: ha le guance rosse; i suoi occhi azzurri luccicano ai bagliori della notte. Ho quindici anni e so quel che un uomo deve fare in queste occasioni. Avvicino il viso alla sua guancia e la sfioro con un bacio. Risponde! Risponde! Zigzagando lenti, dai monti scendono a valle i maestri di sci, reggendo le torce: a me sembrano tante perle di fuoco strette attorno al collo del mio amore. È Natale, e tutti sono felici.
Roma. I siciliani, i napoletani, gli abruzzesi, i casertani, i sardi, i calabresi e i pugliesi fanno un casino della madonna. Hanno acceso la radio e cantano come indemoniati. Bevono e mangiano, ballano e brindano. Li odio! Li odio! Basta che abbiano da cantare e sono felici! Dio, che strazio! Poi si avvicina alla mia branda un tipo e, porgendo un bicchiere, dice: "Perché non bevi con noi?" È tutto strano, così strano. Mi sembra di non aver aspettato altro. È incredibile come rispondo, timido: "Sì." Improvvisamente sento caldo, e la rabbia tende a sfumare. Non è così male; entro nella festa, prendo a divertirmi e a ridere; scendiamo tutti di corsa nel piazzale e accendiamo un fuoco enorme. L'ufficiale di picchetto interviene a cantare (è napoletano). È subito una gran festa, una povera festa per ragazzi in divisa.
Berlino Ovest. Ho continuato a camminare fino a raggiungere Nollendorfplatz. La mia casa non è lontana, ma il pensiero di passare questa notte da solo mi gela il sangue molto più della temperatura della Prussia. Il traffico si è diradato. Vedo tante sagome che danzano davanti alle finestre illuminate, come tante farfalle. Saranno felici? Anch'io sono stato felice, almeno una volta, a Natale. Era il mio primo amore. Si chiamava... Oddio, sono passati tanti anni. Aveva capelli biondo cenere, ed eravamo in montagna. La prima ragazza che ho baciato e non ricordo neppure il suo nome!
Un autobus si arresta davanti alla pensilina. È quasi vuoto. Mi va l'idea di farmi un giro solitario per Berlino. Se non altro, fa meno freddo e potrò stare seduto. "Buon Natale," mi dice il conducente. È un tipo abbastanza giovane, sui trent'anni. "Buon Natale," dico io, in tedesco. "Sei turco?" fa lui. Sono già tre settimane che passo qui e parlo ancora come un turco? O è per via del colore dei miei capelli? Dei miei occhi neri? Gli rispondo che si sbaglia. Lui ride e mi invita a una festa. Il tempo di arrivare a Kreuzberg e di finire il turno. "Perché no?" faccio io. D'improvviso non mi sento più in guerra. E so che questo sentimento non ha a che vedere con il Natale né con il Nord, che è sempre il Sud di qualcos'altro, né con Berlino. È una cosa che ha a che fare con la mia vita: qualcosa di intimo e soffice che mi fa star bene, improvvisamente, in quella notte, solo su un autobus, avviato per le strade della mia metropoli.
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