scenari fiorentini (it)
Quali saranno mai i motivi che, per me, hanno reso vivibile, affascinante, in una parola "bella", la città di Firenze al punto di tornarvi spesso e di sentirne la nostalgia quando i mesi trascorrono senza che, per un motivo o per l'altro, abbia la possibilità di mettervi piede? Quali potrebbero essere le ragioni, personalissime s'intende, per cui quando pronuncio le parole: "Andare a Firenze", subito mi sento pervaso di dolcezza e piacere, mentre poi gli amici che lì sono nati e vivono altro non fanno che accapigliarsi sull'invivibilità della città, criticando assessori al traffico e all'urbanistica, maledicendo i flussi turistici che come un'alluvione, dalla primavera all'autunno inoltrato, intasano e lordano una fra le più belle città del mondo? Perché a un certo punto della mia vita è accaduto che questa città, la sua gente, le sue strade, le sue piazze, divenissero per me la quintessenza dell'affetto e mi comprendessero nei miei spostamenti interiori, nei momenti assorti e bui delle mie giornate, nei miei trip emotivi con tanta dolcezza? E perché Firenze e non Roma o Venezia, altre città storiche in cui ho vissuto, per mesi o per anni, e che nello stesso modo di proiezione interiore fanno ormai parte della mia storia e del mio immaginario sentimentale, ma certo non con quelle vibrazioni affettive che Firenze fa risuonare nel mio animo ogniqualvolta pronuncio il suo nome?
Per spiegare tutto questo, dovrei raccontare molte cose, e forse non servirebbe gran che. Tutti sognano, ma non per questo i sogni degli altri sono interessanti. Dovrei parlare di alcune persone che ho conosciuto, ma anche questo non mi sembra troppo pertinente. E queste persone non lo permetterebbero, attaccate - come sono i fiorentini - alla loro privacy. Cercherò allora di vedere semplicemente come, nel corso degli anni, Firenze abbia suscitato in me una scrittura che, come osserverete, mantiene forti contatti con le immagini raccolte in From Florence to Disneyland di Isabella Gherardi.
Andare a Firenze. Scrive Marcel Proust nella Strada di Swann:
«Anche da una visuale puramente realistica, i paesi che noi desideriamo tengono in ogni istante assai più posto nella nostra esistenza vera dei paesi dove abitiamo in realtà. Senza dubbio, se allora io avessi badato meglio a quel che c'era nel mio pensiero quando pronunciavo le parole "andare a Firenze" [...] mi sarei reso conto come ciò ch'io vedevo non fosse affatto una città, ma qualcosa di altrettanto diverso da tutto quanto mi era noto, qualcosa di altrettanto delizioso di quel che forse sarebbe per una umanità la cui vita si fosse sempre svolta nei crepuscoli invernali questa meraviglia sconosciuta: un mattino di primavera.»
Più volte, nel corso dell'intera Recherche, il narratore ricorda Firenze e un suo viaggio pasquale in Italia nei modi consueti ai narratori del Centro Europa, identificando cioè l'Italia e le sue città con immagini solari e mediterranee. Per Proust, Firenze è una primavera che ricopre di gigli e di anemoni i campi di Fiesole e che abbaglia la città di sfondi d'oro simili a quelli del Beato Angelico. Per me, non fu un mattino di primavera quello che mi vide per la prima volta, da adulto, a Firenze. Eppure, rileggendo Proust, scopro un'identità perfetta. Per me, Firenze sarà sempre la primavera in cui vi abitai, in via dei Serragli; e, come sarebbe successo al narratore proustiano, vi vissi da straniero e da nordico.
Ecco un primo motivo, una primissima ragione, del mio amore verso questa città. Provenivo da un uragano interiore, dalle nebbie del Nord, e arrivai a Firenze deciso a risalire la china, a ritrovarmi, a ripercorrere la mia storia. Fu il caso che mi fece scegliere Firenze? Il caso non esiste o, se esiste, come si sa, ha un nome ben diverso. In quegli anni abitavo a Bologna, dove non facevo altro che continuare una vita da studente quattro anni dopo essermi laureato. Non ero felice. Sprecavo un'enorme quantità di tempo. La città stessa, così pigra e confortevole, non mi aiutava certo. Firenze, così vicina e così diversa, così internazionale, così strana, con quelle parole d'uso comune che non avevo mai sentito in vita mia, con quella lingua che nelle inflessioni puriste ha la delicatezza e la sinuosità di un abbraccio, Firenze fu la città per evadere. Non appena se ne presentò l'occasione, quando non mi fu più possibile resistere nella casa dei miei genitori o nel mio appartamento bolognese, presi il treno e partii. E già all'uscita di una galleria la vita mi apparve diversa:
«Fino a pochissimi anni fa, all'apice di un travagliatissimo periodo nero, altro non si faceva che girare in lungo e in largo l'Italia alla ricerca disperata di una città in cui venisse offerto il maggior numero di "uscite di sicurezza" a una condizione di vita sempre più precaria e abulica. Parve allora di identificare ogni città abitata con un sentimento o una attività ben precisa; e mentre a Roma - e solo a Roma - si andava per fare penitenza ed espiazione; a Milano - e solo a Milano - per innestarsi in storie professionali e affaristiche; a Venezia - solo e sempre lì - per suicidarsi, assorbiti da un Turner a grandezza naturale; ecco Firenze proporsi come un largo e caldo abbraccio di comprensione e di affetto...»
I primi tempi non furono facilissimi. C'era, sì, l'euforia nell'inventarsi una vita differente, ma soprattutto la depressione per i problemi contingenti. Dovevo trovarmi una sistemazione per poter continuare a scrivere, e quindi lavorare. Grazie all'ospitalità di amici-di-amici, mi sistemai un po' qua e un po' là, e a tutt'oggi non credo ci sia un solo rione fiorentino in cui non abbia dormito, anche solo per qualche ora. Talvolta, venivo "piazzato" in questa o quell'altra casa durante un dopo teatro, verso mezzanotte. Altre volte, non sapevo dove avrei dormito fino a quando improvvisamente - potevamo essere al cinema, nel bel mezzo di una festa, o a una conferenza - non mi arrivava tra le mani un indirizzo e un numero di telefono. Spesso accadeva che le esigenze di chi mi ospitava prevedessero che mi assentassi per alcune ore, così mi trovavo a girare per Firenze senza una meta precisa. Mi perdevo nei bar o sui lungarni, sperando solo che quei due, lassù, sbrigassero velocemente la faccenda. Era tutto molto eccitante. Uno scrittore, quanto meno uno scrittore di narrativa, ha bisogno di osservare e conoscere. Era quello che stavo facendo, anche se nessuno era disposto a darmi una lira per questa attività.
Molte volte l'ospitalità mi venne negata, non mi vergogno a dirlo. Alcune volte feci chiedere solo per ricevere un garbato rifiuto. Allora tornavo nelle case dei miei veri amici e, per la notte, mi accucciavo ai piedi del loro letto.
Non avevo denaro. I proventi dei miei diritti d'autore ormai non erano più sufficienti e arrivavano una volta l'anno. Scrivevo per qualche giornale, ma non bastava. Qualcuno che realmente credeva in me e nel mio lavoro, di tanto in tanto arrivava con una busta che mi porgeva lievemente imbarazzato. Diceva che si trattava di una "borsa di studio" che con alcuni amici aveva stanziato per me. Accettai sempre quei pensieri senza chiedere mai chi realmente fosse il responsabile. Non era certo quello il momento per fare l'orgoglioso. Non ho mai saputo chi passasse quel denaro. Credo che si trattasse però di quella sola, unica persona e che la "borsa di studio" altro non fosse che un suo tentativo di non imbarazzarmi.
Il fatto che nelle mie giornate fiorentine niente, assolutamente niente, fosse dato per scontato in partenza - né quello che avrei fatto, né dove avrei passato la notte, se avessi pranzato in un bel ristorante o in una casa amica - mi dava una straordinaria capacità di osservazione. Sentivo il mio sguardo più teso e la mia immaginazione più forte. Naturalmente solo poche persone erano al corrente della mia reale situazione economica e interiore. Per il resto, ero sempre un giovane "di un certo interesse". Ripensando a quei mesi, sinceramente, mi viene spontaneo ridere. Era tutto molto divertente. Come dice Baron Corvo: "Solo chi non ha niente può permettersi il lusso di fare lo schizzinoso."
Quando non ce la facevo proprio più - di solito ogni quindici giorni -, tornavo in famiglia per trascorrere una settimana di inattività ben diversa e di nevrosi. Lì sentivo in un modo quasi spietato che avrei dovuto combinare qualcosa nella vita; comunque, oltre a scrivere, non avrei saputo che fare. Ma scrivere era, in quel periodo così dispersivo, assolutamente fuori questione. Ricordo che ero ossessionato dal poter perdere, così, d'un tratto, la capacità di scrittura. Forse, mi domandavo, è ora che cominci a crescere. Forse è meglio lasciar perdere questa follia. Fare come gli altri. Alzarsi la mattina presto, avere una casa, un'attività ben precisa. "Regolarizzarsi." Forse si è trattato soltanto di una splendida avventura della giovinezza. A ventisette anni può essere finita. Forse...
Andavo e venivo da Firenze, da Roma, da Milano, da Bologna. Avevo sempre la sacca pronta e uno smoking per le nottate. Poi il mio più caro amico fiorentino mi disse: "Prova a fermarti qui. Ti ho trovato una casa in cui potrai lavorare. Sarai solo e scriverai." E così, dopo due anni di fughe e di ritorni, incominciò la mia permanenza a Firenze.
La città mi piaceva enormemente. Mi piaceva scendere dal Forte di Belvedere al giardino di Boboli, restarmene in una vineria a chiacchierare mentre fuori si scatenava il diluvio. Mi piaceva fare tardi la notte, frequentando caffè e locali notturni, nei quali ormai cominciavano a conoscermi; stavo imparando a muovermi autonomamente. La scena giovanile fiorentina era esuberante: mostre, party, feste, disco, rassegne cinematografiche, avanguardie teatrali, sfilate di moda; in una parola, il trend fiorentino anni ottanta esplodeva. Mi sembrò di trovarmi nel posto giusto al momento giusto. Un po' come quando frequentavo il Dams, a Bologna, negli anni caldi fra il 1975 e il 1979.
Eppure a Firenze ero uno straniero. Nessuna città italiana mi ha mai fatto avvertire così vivamente questa sensazione. A Firenze, per quanto tu faccia e per quanto tu conosca la gente, per quanto tu frequenti salotti e giri giusti, di colpo ti trovi a capire che quello di cui gli altri parlano, in un certo modo, in quella certa maniera, ti è negato. Sei un forestiero. È per questo che ho amato tanto Firenze in quegli anni. Mi offriva la possibilità di essere un forestiero, uno nuovo, senza farmi pesare l'ostracismo di una lingua straniera.
Non fu quindi un caso che per ricostruirmi interiormente, per crescere, scegliessi Firenze. Se dovevo ricollegarmi alla mia vita, che alcune dolorose esperienze avevano bruscamente interrotto e fatto precipitare nelle spire di un abbandono metafisico, questo non poteva che avvenire proprio nella città che rappresenta la nostra lingua e la nostra storia: la città del Rinascimento. La città in cui io stesso, con uno sforzo enorme, rinacqui. Così potei lasciare Firenze - e, addirittura, abbandonarla per un anno intero - quando ritrovai la mia possibilità di vita. Quando, finalmente, ritornai a scrivere:
«Tornare a Firenze. La sua città. Dopo il dolore della separazione tornare a respirare l'aria che aveva allargato i suoi polmoni per la prima volta. Firenze, che lo accoglieva con un abbraccio ordinato e composto. Tornare a frequentare i vecchi amici, le vecchie strade, sentire nell'aria gli stessi profumi, ritrovare i gesti di tanto tempo prima, le abitudini, i caffè, le parole, la lingua. L'abbandono di Aelred lo aveva talmente distrutto che ora aveva bisogno di ricominciare nello stesso luogo in cui era cominciata la sua vita. Era andato troppo oltre. [...] E ora il ritorno a casa aveva tutta la dolcezza di un soffice ritorno tra le proprie braccia. Tornare a Firenze fu per Bruno come tornare a guardarsi allo specchio: riconoscere i tratti del proprio viso, i propri lineamenti, le proprie espressioni.»
Notti fiorentine. Solo con il trascorrere degli anni, naturalmente, mi è successo di valutare quale importanza abbia avuto Firenze nella mia vita. Quando vi abitavo, quando prendevo i treni di notte per arrivare o per partire, quando accompagnavo alla stazione il mio amico per quella che sarebbe stata l'ultima volta, l'ultimo nostro incontro, certo non stavo a pensare a Firenze. La città era solamente un luogo nel quale ero fuggito e in cui tentavo una risalita. Solo più tardi ho capito che esistevano parecchie motivazioni al fatto che mi trovassi lì, per quell'impresa, e non da un'altra parte.
Ho già detto della facciata primaverile e luminosa delle mattinate fiorentine, dei miei percorsi e delle mie passeggiate. Ancora di più mi abbagliavano le notti. Una fauna nottambula sciamava da una discoteca all'altra, da un caffè all'altro, da un videobar a una galleria d'arte, senza soluzione di continuità fra il giorno e la notte. Si incontrava gente che piaceva moltissimo, soprattutto quel tipo di ragazzi o ragazze che sarebbe poi diventato il classico tipo del trend fiorentino: abbigliamento assai alla moda, parlata blasée vagamente annoiata di tutto e di tutti, assolutamente niente droghe né sesso selvaggio, molta fantasia nella conversazione, solitamente una fanzine su cui scrivere di giardinaggio, autocompiacimento.
Mi divertii tantissimo a seguire questa fauna, a osservare come passava il tempo, come si divertiva, come beveva. Avevo incominciato a scrivere un testo teatrale. L'osservazione della parlata di questi ragazzi e la sua trascrizione furono importantissime.
Ma l'immagine notturna di Firenze che più mi è rimasta impressa, quella su cui si orienterà anche un personale e particolare modo di vedere la città nel suo complesso, è un'immagine dall'alto. Firenze è una città che puoi continuamente abbracciare dall'alto. Ti basta la collina. O salire all'ultimo piano di un palazzo. Ecco la trascrizione letteraria di quella notte:
«Raggiunse la terrazza. Era una notte straordinariamente limpida. I campanili delle chiese, le torri, la cupola del Brunelleschi, Orsanmichele, si illuminavano sullo sfondo come tante diapositive turistiche proiettate sulla parete brillante e quasi fosforescente della città vista dall'alto. Le serpentine di luci arancione disegnavano i contorni dei grandi viali di circonvallazione. Dalla parte opposta, correva la fossa nera dell'Arno, contenuta fra due sponde di luci bianche e spioventi. La facciata di San Miniato appariva in alto sulla collina, straordinariamente illuminata. Era quasi possibile cogliere il disegno dei marmi tanta era la sua nitidezza. Una falce di luna le splendeva sopra. Era tutto come un grande teatro di posa pronto per il ciak. Lo scenario della notte fiorentina appariva infatti nel suo emozionante sviluppo a tableau, nella scansione dei vertici, delle guglie, delle lastre scure dei tetti, come finto. E, in effetti, era finto. Firenze non era mai stata così. Quello che faceva da sfondo al grande terrazzo dell'Excelsior era solamente il doppio notturno di una città mai esistita in quella forma e in quella dimensione, e soprattutto in quei tagli di luce così plastici e così artificiali. Con tutta probabilità, cinquecento anni prima una città chiamata Firenze era realmente esistita lì. In quel momento, invece, si trattava semplicemente di una tra le tante migliaia di città della notte in cui un Occidente agonizzante specchiava la propria inevitabile fine, accendendo candele ai monumenti e al passato come si fa con le care immagini dei morti.»
Già. Firenze non era mai stata così. Quello che vedevo, la città in cui abitavo, era solamente il doppio di qualcosa che era vissuto prima e che ora, stancamente, continuava nella contemporaneità. Forse i fiorentini non si rendono conto di questo. Per nascita, essi hanno ereditato la nobiltà di questo comune. Continuano a comportarsi, a frequentarsi, a conoscersi e a vivere la città come se Firenze fosse sempre la stessa. E non possono nemmeno per un momento pensare o realizzare che in una qualche Disneyland, in un qualche sperduto punto di questo o di altri mondi possa esistere un doppio di questa città, una ricostruzione in scala uno a uno molto più fedele all'immagine di Firenze di quanto lo potrà mai essere la città di oggi. Eppure, in questo scarto nevrotico tra realtà e immagine, oggi sento tutto il mio desiderio e tutta la mia fascinazione per questa città.
Se osservate attentamente gli scenari offerti da Firenze forse troverete idee simili a queste. È un caso che negli ultimi due brani citati la città venga nominata con parole che hanno a che fare con "specchio"? E queste immagini non sono momenti di una città che si specchia? Non c'è in questa bellissima frammentazione degli sguardi e delle proiezioni una restituzione della città come un doppio mistificato e mercificato? Qual è la vera immagine di Firenze? Forse, rispondono ironicamente Giovanni Marini e Isabella Petralia, autori di stupefacenti immagini fiorentine, quella che si portano a casa i turisti giapponesi. Ma, attenzione, non una soltanto. Una Firenze costruita attraverso vari obiettivi fotografici che inquadrano, sì, lo stesso campo visivo, ma con alcuni scarti individuali. Ecco perché le fotografie di Giovanni Marini e di Isabella Petralia mi hanno impressionato. Perché offrono visivamente qualcosa che si sente nell'aria girando per Firenze. Qualcosa che io avvertivo quella notte sulla terrazza dell'hotel Excelsior: la classicità frammentata e scomposta, Firenze e il suo doppio.
Oggi, guardando il profilo della città avvolta nella nebbia, non mi chiedo più se tutto è ancora vero, o finto, o morto; se ha ancora un senso la presenza di città come questa in tempi da incubo nucleare; se è ancora possibile passeggiare in vicoli e vivere in case costruiti mezzo millennio fa. Ora cammino e guardo. Cammino e respiro. Senza più pensare.
Fauna d'arte. Già altre volte mi è capitato di affermare come Firenze sia apparsa la vera capitale italiana di quei lucidi, artistoidi ed eclettici anni ottanta. E non solo per l'arditezza della sua fauna giovanile, che proprio qui ha dato il via alla new wave italiana del rock, all'avanguardia teatrale con gruppi ormai mitici come i Magazzini, alle nuove proposte dello stilismo trend; non solo per la presenza in città di gruppi organizzatori come Westuff che, nel volgere di un paio d'anni, ha creato occasioni di incontro mondan-culturale, fondando una sorta di mecenatismo contemporaneo; non solo per le luccicanti notti fiorentine, animate fino all'alba, o per l'inedita esperienza del computer fumetto dei Giovanotti Mondani Meccanici, delle gallerie multimediali, delle feste, degli happening; ma proprio per aver opposto alla tetraggine milanese del mito della professionalità e dello yuppismo, quello di segno opposto - e di altissimo lignaggio - del dilettantismo. In altre parole, la fauna fiorentina di questi anni è venuta costituendosi come una vera e propria fauna d'arte, con i suoi bar, i caffè, i meeting stagionali, le riviste e le fanzine; una fauna che un giorno trovi completamente immersa nella preparazione di uno spettacolo d'avanguardia, il giorno dopo a organizzare una sfilata di moda e, ancora più avanti, a risistemare le vetrine dei negozi del centro con opere di scultori e di artisti giovanissimi. L'eclettismo di questa generazione fiorentina intorno ai trent'anni è il dato che più mi ha appassionato, almeno fino alla prima metà di questo decennio.
Certo, i ragazzi guardavano a Londra, a New York, erano sempre in giro di qua e di là dall'Atlantico. Presentavano soggezioni nei confronti di Milano dove, bene o male, le cose si decidevano sia in campo editoriale che in quello della moda. Eppure a Firenze - forse per le dimensioni stesse della città, per la sua configurazione, che tutti sbagliano a definire "provinciale"; forse ancora perché, quando siamo lì, tutti ci sentiamo più disposti a occuparci dell'arte e del bello - si ha la sensazione di trovarsi in una vera capitale, dove i progetti non vengono portati avanti per trarne un qualche profitto immediato, ma per obbedire a una creatività istintiva e diffusa, a quella stessa passione che ora dopo ora ritrovi, sia pur con differenti motivazioni e sviluppi, negli studenti stranieri che visitano gli Uffizi, in quelli che studiano in città per un semestre mantenuti da borse di studio di una qualche fondazione straniera, in quelli che viaggiano e che d'estate si allineano nei sacchi a pelo nell'atrio della stazione di Santa Maria Novella. Per me, Firenze sarà sempre questa stagione difficile ma terribilmente eccitante della giovinezza. Straniero in mezzo ad altri stranieri, per imparare una lingua.
Così sono passati i miei anni a Firenze. In tante case, in tanti appartamenti, in tante feste fino al mattino che mi davano la sensazione - tangibile e concreta - di vivere in una città nella quale non mi restava molto tempo per riflettere sui miei guai intimistici; o, se questo avveniva, dove sentivo la protezione, la comprensione, l'abbraccio della città stessa che magicamente si accordava con quelle riflessioni.
E quando rincasavo solo, all'alba, trascinandomi fino a via dei Serragli, pensavo alla bellezza di questa città della notte e mi sentivo contento, avvertendo una pienezza di me che dava fiducia. Anche se il giorno dopo i miei amici fiorentini avrebbero ripreso a lamentarsi della viabilità urbana, del degrado dei monumenti e delle opere d'arte, della morsa turistica che stringeva la gola della città fin quasi a soffocarla. Ma durante quei ritorni a casa, io non ci pensavo:
"Già vedevo il sole del mattino brillare sulla collina di Fiesole, e mi scaldavo ai suoi raggi; e la loro forza mi obbligava ad aprire e poi a tener socchiuse le palpebre nell'atto di un sorriso, e come paralumi di alabastro, esse si riempivano di una luce rosa." (Marcel Proust, I Guermantes)