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pier vittorio tondelli

un momento della scrittura (it)

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Questo è il primo convegno a cui partecipo. Sinceramente vi dirò che non amo troppo i convegni. Li ho frequentati raramente quando ero uno studente e li evito da quando io stesso sono diventato qualcuno da far correre su e giù per l'Italia. Eppure qualche anno fa, parlo del 1982 e del 1983, credetti sinceramente alla possibilità di riunire tutte le nuove forme di scrittura, diciamo i cosiddetti "giovani narratori", per un incontro da organizzarsi a Pesaro, se ben ricordo, avendo come supporto l'organizzazione della casa editrice Il Lavoro editoriale di Ancona. Mi sembrava giusto incontrarsi per discutere e per progettare qualcosa riguardo alla letteratura, ai libri, al mercato editoriale, alla lettura.
Quell'incontro non si fece. E solo due anni dopo, nell'estate del 1985, scoppiò questa specie di fenomeno culturale italiano dei "giovani scrittori". Credo che le cause scatenanti furono l'immissione in un premio letterario di due di questi autori e le vendite di parecchi titoli alla fiera di Francoforte. Insomma, quello che sarebbe potuto diventare un convegno, un incontro assolutamente importante, restò così una proposta vaga e, nello stesso tempo, tanti meeting, incontri, minuetti, quadriglie vennero tenuti e danzati nelle redazioni culturali dei nostri giornali, sulle terze pagine, negli inserti dei libri, in televisione, nei piccoli centri, secondo la sagacia degli organizzatori dei festival dell'Unità. E - ma di questo parlerò più avanti - negli istituti di cultura italiani di mezza Europa.
Ma torniamo alla domanda iniziale. Perché io che, fatta quell'unica eccezione, non ho mai amato i convegni, stasera mi trovo qui? Credetemi, non è una domanda capziosa. Se riuscirò a essere sincero fino in fondo nel rispondervi, penso che potrò fare anche un discreto tema sull'argomento che ci è stato proposto, su "Il racconto: attualità della letteratura" e sugli scrittori a confronto.
Innanzitutto dirò che se mi trovo qui è per la cortese ma fermissima tenacia degli organizzatori, e in particolare di Alessandro Tamburini, assiduo frequentatore della mia segreteria telefonica e della mia cassetta delle lettere. In secondo luogo, è per il motivo che stasera, finalmente, sono state invitate insieme a me persone, diciamo così, con cui posso condividere un background, oltre che l'età. Voglio dire che, per la prima volta, è confortante non trovarsi a discutere con una casalinga sessantenne che ha esordito con un bel libro sulle melanzane, o con un professore di cinquant'anni, o con un arcigno e cattivo radioamatore sulla quarantina che ha svolto un interessante racconto polilinguistico e polisillabico con i suoi corrispondenti in Giappone e in Madagascar. Per questo, devo essere grato a due scrittori come Antonio Tabucchi e Daniele Del Giudice che hanno sempre rifiutato l'etichetta di "giovani scrittori" e che si arrabbiano ancora quando qualcuno li vuole far passare per cadetti, visto che stanno ormai da anni all'Università. Io non ho niente contro questa etichetta. Ma vorrei che i critici la attribuissero ad autori realmente giovani, a persone che non superino la soglia dei ventisei, ventotto anni. Inoltre vorrei che i nostri critici, il cui compito "istituzionale" è quello di leggere i testi e di proporre fra essi connessioni e interazioni - non solo all'interno del lavoro di uno stesso autore ma, in questi giorni postmoderni e transvideo, anche fra i vari testi letterari ed extraletterari che circondano l'opera - vorrei, dicevo, che i critici si spingessero oltre e ci raccontassero, con dati alla mano e bilanci, come questo fenomeno di rinato interesse per il romanzo e il testo letterario in senso lato ha cambiato o meno l'industria culturale, i fatturati, i bilanci, la percentuale degli esordi, l'aumento o il calo di lettori eccetera. Per sapere se, in sostanza, è tutto un bluff, se qualcosa doveva pur cambiare perché restasse tutto come prima o se, in effetti, qualcosa sta cambiando e scorre nelle vene sclerotiche della nostra letteratura una linfa nuova.
Questo è un discorso che può anche non coinvolgere direttamente uno scrittore o un lettore. A me interessa perché è da queste basi, da queste ricognizioni, che possiamo verificare se è possibile occupare certi spazi, realizzare progetti, pubblicare le opere prime e i materiali dei giovani che scrivono. Fino a qualche anno fa, per un giovane era pressoché impossibile esordire, farsi leggere, arrivare in libreria. Oggi ci troviamo in una situazione inversa, per cui tutti cercano giovani talenti, ma se hanno un buon testo di un autore di settant'anni scelgono di rifiutarlo. È innegabile che l'ubriacatura minimal sta dando alla testa. Se oggi questi spazi per i giovani narratori esistono, io vorrei che continuassero a esserci.
Vorrei, per esempio, che il progetto Under 25, a cui ho lavorato e al quale sto tuttora lavorando, continuasse nel tempo. Dico tutto questo perché considero una parte importante del mio lavoro di scrittore fornire ai ragazzi uno strumento valido per pubblicare e per farsi leggere. Nessuno si scandalizza se nell'ambiente musicale, a trent'anni, un onesto musicista - un buon bassista, un chitarrista eccetera - si mette a produrre giovani, fonda una casa discografica, fornisce un'etichetta e un appoggio promozionale.
L'ho già detto: questa attività fa parte del mio impegno di scrittore. Un autore non può scrivere per ventiquattr'ore al giorno per trecento giorni l'anno, anche se fra poco dirò che uno scrittore lavora sempre. Attività di questo genere - a ridosso della scrittura, sulla scrittura degli altri - per me sono importantissime, e mi diverto. Under 25 raccoglie racconti: ora, non credo che il racconto sia la forma più adatta per esprimere la realtà, i tempi e i ritmi nella contemporaneità. Non credo che la forma breve - in quanto tale - abbia migliori caratteristiche e offra maggiori opportunità per lo scrittore. Dal mio punto di vista, è un discorso analogo a quello sul linguaggio cinematografico del romanzo. E così rispondo anche a questo tema dell'attualità della letteratura. Per me, fare letteratura non significa solo scrivere, ma anche pubblicare. Significa lavorare sui testi di questi ragazzi, chiedere di riscriverli, correggerli e aiutarli nella pubblicazione. In un certo senso, è un lavoro collettivo che mi ripaga dell'estrema solitudine in cui sono costretto quando a scrivere sono io. La letteratura è attuale perché è ancora il mezzo più economico e il processo produttivo più semplice che le persone abbiano per esprimersi. In tutto questo rinnovato interesse per il romanzo, vedo il segno tangibile di una richiesta da parte dei giovani.
Per essere ancora più sincero, dirò che da qualche tempo mi interessa maggiormente far raccontare gli altri anziché essere io a raccontare in prima persona. Forse perché provengo dall'ubriacatura narrativa di Rimini.
Lo scorso Natale ho pubblicato un libro, Biglietti agli amici, che mi ha occupato per tre anni, finché non sono riuscito a trovare un editore disposto a pubblicare solo qualche centinaio di copie, per recuperare una parte di spese (io volevo che la tiratura fosse di appena ventiquattro copie). Si tratta di un libro molto intimo, quasi un breviario che, ora dopo ora - è composto da ventiquattro pagine, una per ogni ora del giorno - raccoglie frammenti, piccoli testi, viaggi per l'Europa, trascrizioni di canzoni. Non ho voluto che questo libro finisse in mano ai critici dei giornali, che capitasse sul tavolo delle redazioni.
Con questo libretto ho riscoperto il significato che può avere per un autore la pubblicazione, l'aprirsi, il comunicare. Non so come sia avvenuto questo. Ci sto pensando anche perché ho scadenze da rispettare con il mio editore ma, in questo momento, non ho nessuna voglia di scrivere e di darmi. Uno scrittore è sempre conteso, credo, fra questo buttarsi fuori, scarnificarsi in pubblico e il bisogno di scappare, tornare nel silenzio.
Non credo che scrivere sia difficile. Talvolta è semplicemente difficile accettare che la propria vita preveda periodicamente questo strip-tease. Uno scrittore è una persona che tenta di vivere scrivendo e cerca di far sì che la scrittura contribuisca o riesca a restituire una ragione di vita. Rivelo quindi un ulteriore motivo per cui mi trovo qui, stasera.
Gli organizzatori hanno previsto per me, come per gli altri partecipanti, un compenso. Non hanno detto: "Fai lo strip e noi ti paghiamo." Sono stati molto diplomatici. Questo compenso rappresenta il pagamento dei diritti di pubblicazione dei nostri interventi. Sono stati talmente diplomatici che mi sono sentito in dovere di mettermi alla macchina da scrivere per battere alcune pagine di appunti, una sorta di traccia.
Gli scrittori non amano parlare di soldi. Detestano che si sappia l'entità dei loro guadagni. Lo reputano qualcosa di sconveniente. Esistono riviste che pubblicano le quotazioni dei pittori. Un olio vale più di un disegno, una tela più di un cartone. Gli artisti visivi non si vergognano di avere quotazioni sul mercato maggiori di quelle di un maestro del Settecento. E nessuno si scandalizza.
Un paio di anni fa, ho comprato una tankga tibetana del XVIII secolo; lo stato di conservazione non poteva certo dirsi perfetto. Quando l'ha vista, un mio amico artista mi ha detto: "Non lamentarti, con la cifra che hai speso non ti saresti comprato nemmeno un pezzo di un artista di vent'anni, alla sua seconda o terza mostra." Io gli ho risposto: "Ma non c'è paragone", e lui ha alzato le spalle, infastidito.
Gli scrittori non amano parlare dei propri guadagni. Da sette anni, cerco di vivere facendo questo mestiere e tento di far rispettare questa mia scelta a chi mi chiede interventi "in amicizia", a quei redattori che ti fanno scrivere un articolo in tre ore, e che poi quando gli chiedi il compenso dicono, farisaicamente: "Ma noi non trattiamo questo tipo di problemi. Non siamo al mercato."
Per le tirature, per l'incidenza che i libri hanno in Italia, è difficile far accettare l'idea che, quando scrivi, tu stai lavorando e questo ti deve mettere in condizione di vivere.
C'è stato un periodo nella mia vita in cui era abbastanza consueto che una mattina prendessi un aereo, partecipassi a una conferenza e me ne tornassi a casa con un po' di soldi. Lo stress era notevole, ma in caso di difficoltà funzionava.
Ultimamente, a dicembre, sono stato a Marsiglia. Ho chiesto cinquecentomila lire per un mio intervento. La signorina che doveva curare l'incontro fra me e gli altri scrittori mi fece capire al telefono che forse non era il caso. Disse proprio questo: "In fondo essere pagati per parlare di se stessi..." Io replicai: "Lei non sa quanto mi costi e quanto poco mi interessi." Lei disse: "Proverò."
Il giorno dopo, la responsabile della libreria telefonò, dicendo che mi avrebbe dato il denaro e che comunque non le sembrava giusto negarlo agli scrittori che non l'avevano richiesto. E così tutti si sono trovati con questa somma, anche la coordinatrice. Dovrei fare il sindacalista, no?
Penso che sia una forma di ipocrisia, di cattiva coscienza e di maleducazione pretendere un intervento spontaneo da parte di uno scrittore. Uno scrittore fa una vita molto spendacciona: deve viaggiare, deve muoversi, deve comprare libri, deve leggere e vedere spettacoli. In fondo, uno scrittore lavora ogni giorno; nella sua testa ogni giorno valuta decine di possibilità di racconto, abbozza, non smette mai di lavorare:
«Gli scrittori sono sempre al lavoro. Non smettono mai. È questa la natura dello scrivere, perlomeno dello scrivere narrativa. Gli scrittori o stanno sviluppando un'idea o, seppur inconsciamente, sono alla ricerca del germe di un'idea." (Patricia Highsmith, Suspence: pensare e scrivere un giallo)
Quello dello scrittore non è un lavoro che rende. E la miseria, la povertà non sono condizioni feconde per scrivere. Si può pensare che questo discorso non sia elegante, che non abbia il fair play necessario. Certe cose non si dicono in pubblico (e, infatti, in pubblico io faccio fatica anche a leggere).
A Colonia mi è capitato di leggere di fronte a duecento persone un brano di Altri libertini tradotto in tedesco per un'antologia. Il guaio era che il racconto risultava un po', diciamo, scabroso. Nonostante tutto mi sono trovato a dire quelle porcherie davanti a gente ben vestita, molto seria; c'erano studenti di italiano che prendevano appunti; c'erano gli immigrati italiani con le loro famiglie, i bambini, e il direttore democristiano dell'istituto italiano di cultura; c'era qualche appartenente all'ambiente bene di Colonia e il vicesindaco.
Io ero sul palco col traduttore e la curatrice dell'antologia e dicevo frasi come: "Va' a farti inculare nel cesso" e cose del genere, che scritte funzionano, ma lette a voce alta producono un effetto diverso; infatti non è assolutamente naturale che si pronunci davanti a trecento persone: "Ho voglia di farmi sparare una sega, così, alla malandrina."
Quando ho letto questa frase, mi sono fermato. Ho alzato gli occhi dal testo e, paonazzo, ho strepitato: "Be', insomma, cosa credete? Sono imbarazzato anch'io. Ho scritto queste cose dieci anni fa, ed ero molto giovane!" Al che tutti si sono messi a ridere, e c'è stato un applauso. Non c'era altro modo di andare avanti. È stata la più bella conferenza della mia vita.
Insomma, per concludere, si può pensare che tutto questo non sia elegante e cose del genere. C'è sempre qualcosa di fastidioso e di inutile nella sincerità. Comunque io non potevo non dire queste cose. La prima persona a essere scontenta sarei stata io. Forse è un modo importante per capire qual è la vita di uno scrittore, per comprendere che non è un superuomo, ma è una persona che invecchia come tutti.
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