un racconto sul vino (it)
Uscendo un giorno, solo qualche tempo fa, dall'autostrada e immettendomi sulla provinciale verso la campagna, ecco i soliti, antichi odori che mi facevano sorridere e dire finalmente: "Sto per arrivare a casa." Odori che ancor più distintamente avverto quando arrivo in treno e già scendendo sul binario, a seconda delle stagioni, ecco la nebbia fruttata del primo inverno che sa di vino e di mele, oppure l'odore del fieno tagliato che sta essiccando nella calura d'agosto, o ancora quello della fioritura o del concime sparso nei campi. Odori che immediatamente mi riportano a un tempo dell'anno, cosa che invece, vivendo in città, viaggiando in altri continenti, perdo completamente.
Quando invece, come l'altro giorno - oh, sì, un terso ma ancor freddo primo pomeriggio di marzo, con la sequenza ondulata dell'appennino ancora coperta di neve e, di fronte, come un mantello di un verde tenerissimo, la distesa della campagna, il succedersi delle coltivazioni, gli appezzamenti di vigneti e i campi arati - bene, l'altro giorno, vedendo più volte lungo la strada i contadini e le donne intenti a lavare bottiglie, a sciacquarle e ad asciugarle, disponendole in fila sulle rastrelliere al sole, mi sono detto: "Sta per cambiare la luna."
A casa, ho trovato mio padre e mia madre presi da un fervore che non lasciava spazio né ai saluti né ai "Come stai?". Facevano il turno per raggiungere la cantina con le loro bottiglie pulite. Ma, trovandosi il nostro appartamento al sesto piano di un condominio, tutto questo avveniva freneticamente tra il cucinotto, i pianerottoli, l'ascensore, le scale condominiali, il garage e, finalmente, i cunicoli delle cantine. Il bello era che anche altri condomini facevano la stessa cosa. Avevano sistemato una lampadina, o una torcia, al di fuori dell'esiguo spazio delle loro cantine in modo da illuminare lo stretto corridoio senza dover ricorrere alla fioca luce a tempo dell'impianto centrale, e trafficavano con bacinelle, stracci, spugne, bottiglie. Il risultato che vidi, attraversando, ingombro delle mie valigie, quello che da bambini chiamavamo il "sottoterra", era dunque l'immagine di alcuni piccoli gruppi di signori e signore di una certa rispettabile età che, in jeans e grembiule, chinati al suolo nonostante l'artrosi e gli acciacchi, svelti per le scale nonostante la circolazione sanguigna precaria, forti con le loro imbracciate di bottiglie nonostante l'età, smesse le pellicce e i completi blu o grigi delle loro professioni, incuranti dello smalto delle unghie e del rossetto sulle labbra, si affaccendavano con precisione, meticolosità e ardore in un rito che aveva a che fare non soltanto con un loro piacere personale, con la soddisfazione di poter offrire qualche mese più tardi una bottiglia buona, di poter regalare qualcosa a cui avevano contribuito con le loro mani e con la loro piccola fatica, ma, credo, con l'essenza stessa della loro vita: con i ricordi, con le persone scomparse che, molti anni prima, in ambienti completamente diversi, all'aria delle cascine e delle case coloniche, avevano celebrato lo stesso rito. Così, nell'atto di compiere quei gesti non erano più il ragioniere, il geometra, il dottore, ma i figli della loro terra, allo stesso modo in cui io, scendendo da un treno e annusando quegli odori, ho la profonda consapevolezza di essere impastato di quella nebbia e di quei vapori che la campagna emana in certi giorni dell'anno. E che le mie radici sono da nessun'altra parte che in quel mondo contadino.
"Domani c'è la luna nuova," dice mio padre, uscendo dall'ascensore e incontrandomi nell'ingresso. È il suo modo di salutarmi. Non dico niente. Si accorge che mi aspettavo qualcosa da lui. Allora mi guarda con una breve occhiata di comando. "Tutto bene? Allora vai a dare una mano a tua madre."
Qualche minuto più tardi, anch'io mi trovo davanti a quell'interminabile fila di bottiglie lucide e verdi, pronto a sciacquarle e a lustrarle. Il giorno dopo andrò con mio padre, in auto, alla cantina del paese per ritirare le damigiane. Aiuterò i miei facendo quelle poche cose che so fare, ma più che altro li osserverò imbottigliare il vino nuovo con i loro piccoli strumenti ecologici: le cannule, i galleggianti nella vaschetta, i rubinetti... Li vedo come due ragazzi e, nel buio del nostro piccolo e anonimo ripostiglio sotterraneo, sento il peso della loro storia, l'immagine della casa del nonno, in campagna, che ora non c'è quasi più. Sento il loro cervello lavorare, preso da un trip che io non conosco: io, nato in paese, praticamente in piazza, e cresciuto in un cinema. Mentre il vino scende frizzante nelle bottiglie, vedo mia madre ragazzina; la vedo vincere la corsa a ostacoli del sabato fascista; la vedo riversa in un fossato, con la sua bicicletta e un cadavere accanto, sotto il fuoco di un mitragliamento aereo. Vedo mio nonno, il giorno di Pasqua, a capo di una tavolata di una ventina di persone, e noi bambini relegati di là, in un'altra stanza, per poi essere ammessi sulle ginocchia dei nostri genitori solo nel momento finale, quando, appunto, qualcuno portava in tavola le bottiglie provenienti da una vite i cui grappoli non finivano come gli altri alla cantina, ma venivano pigiati in casa, sotto il porticato di fianco al fienile, e il cui mosto avrebbe dato quel vino intenso, abboccato, un po' torbido, che un sommelier forse non avrebbe mai osato consigliare ai suoi raffinati clienti, che per noi tuttavia rappresentava non solo una tradizione, ma il significato stesso di parole come "casa" e "terra". Un vino che, scomparso il nonno, lasciata la terra, maritatesi le figlie in paese, nessuno di noi avrebbe mai più bevuto.
Come un ragazzo della mia generazione, nato a metà degli anni cinquanta, nel momento cruciale dell'evoluzione della nostra società da agricola a industriale, con tutto il suo rock e il suo mito americano, con una sua passione per la letteratura e la civiltà anglosassone, con il suo mito metropolitano, come questo ragazzo che non sono più io si trovi a ricordare questi gesti e questi paesaggi è il centro della storia che voglio ora raccontare. Come insomma un individuo - al pari di tanti altri della sua generazione che mai sono stati contadini e, anzi, si sono trovati a crescere proprio in opposizione ai valori della civiltà contadina - abbia poi avvertito come inderogabile la necessità di innestarsi sull'esperienza e sulla vita di chi lo ha preceduto, quanto meno per capire quei gesti e quei riti che, con una frattura di così grande insensatezza, sono scomparsi nel giro di una generazione; bene, è proprio questo il percorso di questo racconto. Dove non ci sarà nostalgia, ma semplicemente il desiderio di capire se stessi, di indagare, di raccontare le persone e la cultura che ci hanno contenuti, e di cui il vino è il grande serbatoio di vita e di immaginario.
Il professore di semiotica entrò nel piccolo antistudio al pianterreno del palazzo che ospitava l'istituto di discipline della comunicazione. Si sfilò il loden blu ancora punteggiato di nevischio. Batté ritmicamente i piedi a terra e si tolse gli occhiali appannati per la differenza di temperatura fra la strada ghiacciata e l'ambiente riscaldato. Si stropicciò la barba, cercando di asciugarla da quelle perle brillanti che la ornavano. La sua figura appariva massiccia, forse corpulenta, ma con qualcosa di goffo che la rendeva confidenziale. E, d'altra parte, quel professore era allora già noto in Europa e nelle maggiori università degli Stati Uniti non solo per le sue competenze scientifiche, ma anche per il suo humour, le sue boutade, la sua conversazione brillante e divertente.
Quel primo pomeriggio di un dicembre di dieci anni fa, comunque, a Bologna nevicava, e lo studente era arrivato in istituto con un largo anticipo, teso ed emozionato, per discutere con il docente la sua relazione d'esame. Come tutti i compagni del suo corso, aveva consegnato un mese prima dell'appello il testo della sua tesina a un assistente, con il quale aveva poi sostenuto la parte istituzionale e teorica del corso. La maggior parte dei suoi compagni se l'era cavata in questo modo, ma a lui era capitata una grana. L'assistente non aveva gradito il fatto che la sua relazione avesse dribblato il tema specifico del corso, per affrontare uno studio assai particolare. Per questo, lo aveva rinviato a una discussione con il professore, non appena questi fosse tornato da un viaggio di studio negli Stati Uniti.
La convocazione arrivò dunque a dicembre, e in questo stato d'animo, fra l'ansioso e l'imbarazzato, con una disponibilità interiore contesa fra l'orgoglio di poter difendere personalmente quello che aveva fatto e la timidezza del dover avanzare questa difesa faccia a faccia con il professore (che già si immaginava infastidito dalla seccatura), lo studente si ritrovò in quel piccolo antistudio con in mano la sua relazione accartocciata e infracidita dalla neve, a fissare l'arrivo - un po' da generale Inverno - del suo avversario.
"Venga, venga avanti," disse finalmente il professore, aprendo la porta dello studio. Aveva appeso il loden a un attaccapanni e aveva lasciato la sua borsa su un tavolo a sinistra dell'entrata. Lo studente si era alzato non appena aveva visto la porta aprirsi e aveva salutato con voce impercettibile. "Si accomodi pure," proseguì cordiale il docente, invitandolo a sedere di fronte alla scrivania. "Devo sbrigare solo qualche telefonata. Due minuti."
Il ragazzo si sistemò sulla poltroncina davanti alla scrivania, che trovò immediatamente scomoda e troppo bassa per il livello del tavolo. Sistemò la sua relazione, la sfogliò, tossì alcune volte, guardò a lungo fuori della finestra, verso il cortile interno coperto di neve. L'avversario parlava in inglese a qualche segretaria di college, riponeva la cornetta e immediatamente riformava un qualche altro numero. Tutto senza consultare agende. Aveva i modi di fare di un uomo d'affari: sbrigativo, conciso, tono cordiale, ma senza concedere più di tanto ai formalismi. Finalmente le telefonate terminarono, e gli occhi del professore si posarono sulla figura dello studente. Poi di nuovo sul fascio di tesine e fogli che ingombravano la parte sinistra della scrivania.
La relazione in questione stava in cima. Il professore la prese, sempre senza dire una parola, la sfogliò, mugugnò un "ah", come se si fosse improvvisamente ricordato di tutto, e disse: "Non conosco questo libro di Raymond Chandler che lei ha messo in bibliografia. Deve essermi sfuggito."
Lo studente, che lo aveva portato, glielo mostrò. Si trattava di una raccolta di lettere, appunti, note, aneddoti sulla vita dello scrittore americano, sulla moglie, la gatta Taki, la cuoca olandese della Pennsylvania, il frustrante lavoro di sceneggiatore a Hollywood, fotografie e racconti. Parlarono di Chandler per una decina di minuti, amabilmente, ma lo studente sapeva che non era stato chiamato in quel piccolo studio ordinato e imprevedibilmente sgombro di carte, libri, fogli per parlare di uno scrittore divenuto popolarissimo negli anni quaranta. Aspettava una domanda secca, una contestazione, un attacco. Più tutto questo tardava, più avvertiva crescergli dentro il disagio. Ma non osava fare la prima mossa. Solo di tanto in tanto rigirava fra le dita il libretto universitario. Il professore notava il suo nervosismo e continuava a chiacchierare della "semplice arte del delitto".
Lo studente si scoprì per primo. "C'è qualcosa che non le è andato nella mia relazione?" chiese d'un fiato, approfittando di una pausa.
Il professore lo guardò trionfante. Si aggiustò sulla poltrona reggendosi ai braccioli e, sorridendo, disse: "Ah, la relazione! Com'è che ha scelto questo argomento? È interessante, non lo nego, ma lo svolgimento è un po...' Come dire, bizzarro. Ecco: la sua è una relazione non scientifica, ma idiosincratica. Mi capisce?"
Lo studente non rispose.
"La cultura del vino. Giusto. Giustissimo. Io vengo da Alessandria, come lei saprà, e di vino, da quelle parti, ce ne intendiamo. Quello che mi lascia un po' perplesso è l'accostamento che lei avanza fra cultura del vino e cultura tout court. I legami esistono, come lei ha giustamente rilevato, fin dall'antichità. Ma se vogliamo veramente indagarli, è necessario approfondire, scavare, essere scientifici. Vorrei farle un paio di esempi..." Si mise a sfogliare le pagine finché non trovò quello che cercava. Lo studente cominciava a sudare.
"Ecco qui. Lei esamina i classici greci e latini. Ecco un frammento di Alceo: "Lascia, non pensare, finché siamo giovani, al mondo di laggiù. Ora, quale che sia la nostra sorte, a noi s'addice bere." Poi cita Orazio, in latino, mettendo in rilievo l'affinità del vino con il canto. Parla del genere letterario dei brindisi, del carpe diem eccetera. Poi subito infila un cinese Li Po, il poeta taoista della dinastia T'ang. E riporta: "Bevemmo senza sosta e vuotammo cento boccali, fino a quando le nostre menti si sentirono liberate da ogni annoso affanno." Non contento, sempre per restare in quello che lei chiama "il contesto antico", subito infila il poeta persiano Omar Khayy¬am: "Bevi vino che ti trae dal cuore abbondanza e penuria, e ti toglie il cruccio delle settantadue ferite." Dopo aver riportato queste e altre citazioni, lei tira una prima conclusione, arrivando alle seguenti equazioni: vino uguale farmaco per i dolori; vino uguale rimedio per il tempo fuggitivo; vino rifugio dell'io; vino giovinezza, felicità, eros, libertà, astrazione dalla vita quotidiana. Addirittura una connotazione "vino uguale let it be", come se ci fossero ancora i Beatles. E vino uguale immersione nella natura, senso della natura, filosofia della vita, malinconia, sorriso... Riporta un paio di versi dalle Baccanti di Euripide, e il vino diventa immediatamente, nella sua trattazione, sinonimo di ispirazione divina, comunione con gli dei, capacità divinatoria, ebbrezza sacra, libertà sessuale, distruzione dei freni inibitori... Ora, tutto questo è innegabilmente vero; voglio dire che il vino, il suo uso, il suo culto, hanno significato tutto questo nel corso dei millenni. Ma lei non può dirlo tutto d'un fiato in una relazione scientifica. Se lei usa un autore cinese, lo deve usare in lingua cinese, poiché già in ogni traduzione è insito un tradimento. Lei sa il cinese? È in grado di sostenere che Li Po ha detto esattamente quello che la sua traduzione italiana riporta? Lei conosce l'arabo? In quanto al greco antico, non ho dubbi, ma quando traduce Alceo: "Non gioverà, o Bacchis, questo tedio di esistere. Il miglior farmaco è il vino, a noi s'addice il bere", cosa significa quel "tedio"? È un suo retaggio petrarchesco? È un termine filosofico? È sicuro che Alceo intendesse quello che noi oggi intendiamo con questo termine culturalmente stratificato, per secoli, di sensi, di significati, di interpretazioni critiche e filosofiche?" Si arrestò per un istante; sollevò gli occhi dallo scritto e lo guardò interrogativo, come per chiedergli un parere.
Lo studente ascoltava mortificato, con gli occhi fissi sul tavolo. Di tanto in tanto, vedeva le dita del professore fare incursioni veloci fra le pagine del suo lavoro; sentiva tutto ciò come una profanazione; niente avrebbe più retto a quella furia critica: né il metodo né l'approccio teorico, neppure il materiale della ricerca, le schede, gli appunti. Si trovava in mezzo al sacco di Roma, né più né meno.
Niente gli venne risparmiato. Non si aspettava assolutamente un attacco di questo genere, ma sapeva di non poter disporre di alcuna difesa. Da un punto di vista metodologico, il discorso critico del docente non faceva una grinza. Quello non era un esame di italiano, ma di semiotica, di una scienza cioè che studia l'universo dei segni nei loro rapporti di significazione, di contenuto, di messaggio, di costituzione espressiva. Quello che lui aveva voluto tentare era di ripercorrere un universo semantico, che aveva costituito, arbitrariamente, come "cultura del vino", alla ricerca di una sistemazione impossibile. Aveva letto poeti di ogni tempo e di ogni cultura, rintracciando le poesie in cui si parlava di vino. Aveva studiato, rovistato nelle biblioteche; aveva perso tempo, si era arenato e poi aveva ripreso il lavoro nella certezza che, alla fine, avrebbe trovato qualcosa. Il suo intendimento era chiaro, e in questo modo, con gli inevitabili acciacchi della prosa di un neofita-ricercatore, l'aveva esposto in testa alla relazione: "Per correre un filone della cultura, quella del vino, da Alceo a Baudelaire, a Chandler, alla ricerca di quelle unità culturali che le opere letterarie ci hanno consegnato, nel tentativo di proporre un'analisi componenziale del semema "vino"." In sostanza: se un enologo esaminava una bottiglia di vino da un punto di vista organolettico, valutandone il colore, il bouquet, l'aroma, il profumo e la densità, lui, lo studente, innalzava quella stessa bottiglia a immagine assoluta e diacronica, e tentava di cercarvi, scomponendola, ogni definizione tracciata in letteratura. La bottiglia dell'enologo o del sommelier è un oggetto prezioso che racconta di uomini, di paesi, di cieli e di terre. Per lui quella stessa, preziosa bottiglia raccontava di libri, di romanzi, di poesie.
Il suo attaccamento alla ricerca era così vitale, così autobiografico, per certi versi, che non riuscì a ribattere alle critiche che gli venivano mosse. Lo studente non sapeva che, in quella ricerca fra libri e vini, stava in realtà cercando se stesso, la sua cultura, le sue origini, forse soltanto una sistemazione organica delle sue letture e che, proprio per questo, un esame universitario forse non era l'occasione adatta per esternarle. Ma era troppo giovane e non si conosceva abbastanza. Il professore invece, pur senza dire una parola a questo riguardo, aveva probabilmente capito tutto. Avvertiva in quel ragazzo un'ansia di definirsi che forse gli piaceva, ma che certo non poteva guidare né dirigere. Non ne avrebbe mai fatto uno studioso serio, un bravo ricercatore universitario di discipline del linguaggio e della comunicazione poiché, in chi gli stava di fronte, era troppa l'urgenza di raccontare e di percorrere le strade della fantasia. Così, alla fine del colloquio, gli disse: "Questo è materiale per un ottimo articolo, non per una tesi di laurea. E io non sono il direttore di Playboy. Le dò ventinove, purché non si occupi mai più di semiotica."
Solo qualche anno più tardi, a distanza di pochi mesi - io a gennaio, il professore a primavera - esordimmo con il nostro primo romanzo. Il risultato fu diversissimo. Io mi vidi trasformato da studente in giovane promessa letteraria. Lui da imprevedibile accademico nello scrittore italiano più conosciuto, più tradotto, probabilmente più letto nel mondo intero.
Ancora oggi, rivedendo di tanto in tanto quel suo studente, in una discoteca o in un salotto, non appena lo scorge gli si rivolge dicendogli: "Prima saluta il professore!" Allora quello che dieci anni fa era lo studente lo saluta, ridacchiando imbarazzato.
"Ho fatto bene a non incoraggiarti nella ricerca accademica," gli dice il professore.
"Lei mi ha dato ventinove, il voto più basso del mio libretto universitario," ribatte lo studente, a distanza di dieci anni ancora non pienamente convinto di quell'esame.
"Ma è proprio per questo," gongola il docente, "che, deludendoti un poco, ti ho spinto a scrivere romanzi. Dovresti essermene grato."
E, a quel punto, io e lo studente non sappiamo più cosa dire.
La folgorazione avvenne sui banchi del liceo. Dico proprio "banchi", poiché eravamo nell'aula di fisica: una piccola aula-laboratorio attrezzata per esperimenti, dimostrazioni, reazioni chimiche, proiezioni didattiche. Contrariamente alle altre aule, questa aveva l'uditorio disposto su gradinate come in un piccolo teatro anatomico. I docenti stavano laggiù, in fondo alla sala, sotto una lavagna verde oliva grande come tutta la parete. Il bancone era di piastrelle bianche e, alle estremità, aveva rubinetti attrezzati per distribuire acqua, ossigeno e qualsiasi altro gas. Nell'aula di fisica, i docenti indossavano un camice bianco. Noi studenti eravamo, come sempre in quegli anni, in jeans e pullover; le ragazze in grembiule nero, benché fossimo già nei settanta - 1972, credo - e il vento della contestazione soffiasse anche nel piccolo e antico (di un paio di secoli) liceo di provincia.
Ero seduto in uno degli ultimi banchi, alla sommità dell'aula. La mia amica del cuore mi passò il suo diario. "Leggi questo e dimmi cosa ne pensi," sussurrò, con il viso appoggiato sul banco, seminascosto dalle braccia incrociate.
Presi il diario e lessi. Il testo era scritto come una poesia. E una quartina appariva sottolineata. Diceva:
«Un altro giorno è andato, la sua musica è finita, Quanto tempo ormai è passato e passerà...Nel sole dei cortili i tuoi fantasmi giovanili Corron dietro a Silvie beffeggianti."
In calce c'erano un nome e un cognome che non mi dissero assolutamente nulla: Francesco Guccini. Era un trovatore? Uno chansonnier? Un poeta? Un classico? No, era un cantautore. Quello stesso pomeriggio, a casa della mia amica, ascoltai un suo disco. E la musica del cantautore bolognese entrò nella mia vita.
Francesco Guccini diventò, per anni e anni, fino all'università e anche oltre, accompagnato solo dall'alto patronato di Leonard Cohen, la colonna sonora di quel mio passato irrequieto e provinciale, conteso fra i treni rugginosi che mi portavano verso Bologna e le highways californiane dei miei scrittori preferiti che mi portavano, con la fantasia, nel territorio del mito americano. Ma quello che si mostrò allora dirompente fu che tramite Guccini studiai, per la prima volta seriamente, il greco. E il latino. Imparando a memoria tutte le ballate di Guccini, e dovendo contemporaneamente tradurre Alceo e Orazio, la mia amica e io urlavamo: "Ma è un Guccini allo stato puro!", invertendo, ingenuamente, il percorso culturale e storico. Eppure fu attraverso le sue canzoni che scoprimmo alcune questioni elementari che nessun professore ci aveva spiegato; e cioè che Guccini era un poeta conviviale del XX secolo, così come Alceo lo era (con Saffo) del VI a.C. e Orazio del I secolo sempre a.C.. Che da quei lirici eccelsi - quelli che io amo al di sopra di ogni altro, poiché riuniscono la bellezza archeologica della riscoperta di una lingua morta alla nascita stessa, per un adolescente, della parola "poesia" - Guccini aveva saputo prendere stimoli e lezioni, ne aveva ripercorso i temi, gli ambienti, la poetica, gettandoli negli accordi di una ballata rock. Che, infine, lo studio delle lingue classiche, della lirica greca e di quella latina, nonostante tutte quelle grammatiche e sintassi noiosissime, a qualcosa - seppur marginale per i destini sommi dell'umanità - servivano: cioè, a sentire con più vibrazioni la poesia moderna e il presente.
Le osterie di Francesco Guccini, il suo vino, i suoi bicchieri, i suoi tarocchi diventarono così l'accompagnamento musicale dei nostri studi. Sentivamo quanto grande e vitale fosse questo collegamento fra la poesia conviviale classica e quella contemporanea. Non potevamo pensare ad Alceo o a Orazio senza accompagnarli, sulla chitarra, con una canzone di Guccini. Musicammo alcuni frammenti greci, cambiammo parole per inserirle negli accordi, arrivammo a canticchiare, in greco, Saffo come se fosse Carole King. E se sarebbe stato impossibile ritrovare una bottiglia di falerno, il vino cantato da Orazio, con Guccini noi potevamo innalzare alle Muse un bicchiere di spiritosissimo, leggero e trasparente lambrusco di Modena.
Fu dunque in quegli anni liceali che prese avvio quella ricerca che sarebbe poi sfociata, solo qualche tempo più tardi, nella relazione universitaria. Il percorso non fu però così semplice e pacifico. C'è un secondo aspetto su cui lavorai qualche anno dopo. Un aspetto assai problematico, che mi fece riflettere e pensare a lungo. Per introdurlo, è opportuno ritornare al laboratorio di fisica.
Un giorno, entrando nell'aula per la consueta lezione, notammo il professore che, aiutato dal tecnico di laboratorio, si destreggiava, in un angolo, fra alambicchi, serpentine di vetro, bollitori, fornellini, recipienti, becher. La cosa non ci stupì, anzi, utilitaristi come eravamo, tutto quel movimento significava una sola, ottima cosa: che non ci sarebbero state interrogazioni.
Prendemmo posto scetticamente nei nostri banchi. Il professore ci aveva appena salutati con un cenno. Era rosso in volto, eccitato come suo solito quando doveva dimostrare, a quello e ad altri gruppi di profani, le meraviglie del mondo fisico e chimico. Insomma, eravamo tutti lì a guardare quei due, con la solita smorfia di chi cinicamente sa che appena avviato l'esperimento salterà la luce o tutta intera la scuola, quando il professore, finalmente, raggiunse il proprio posto al centro del tavolo e parlò.
"Oggi, vi mostrerò il processo della distillazione," disse trionfante. "Ma, per carità, sappiate che tutto questo è proibito dalla legge. Otterremo alcool; e questo, voi lo sapete, non si può fare se non con apposite autorizzazioni."
L'atmosfera diventò immediatamente curiosa e attenta. Non tanto per il processo di distillazione, quanto per il poter assistere a qualcosa che, molto vagamente, poteva rivelarsi una piccola trasgressione. Tutto comunque era pronto. In un recipiente il vino bolliva; il vapore passava attraverso una serpentina avvolta nell'ovatta che il tecnico di laboratorio continuava a impregnare di ghiaccio; alla fine, dopo un paio di altri percorsi analoghi, tutto sarebbe dovuto ricadere in un piccolo becher. Dieci minuti dopo l'avvio dell'esperimento il puzzo cominciò a farsi sentire. Mezz'ora più tardi eravamo già in osteria e, quaranta minuti dopo, in una cantina. La dispersione dei vapori rendeva l'aria greve. Il tecnico continuava a bagnare l'ovatta, ma ben presto si tappò la bocca con un fazzoletto; più tardi anche il naso. Gli occhi presero a lacrimargli. Il professore osservava tutto dalla sua sedia, assentendo con la testa come un alchimista assolutamente certo di ricavare oro dalla pietra. Il piccolo becher, alla fine dei tubi e delle serpentine, non si riempiva mai. Un'ora dopo apparve la prima goccia. Fu un urlo di gioia, soprattutto per il tecnico, che si accasciò sul primo banco. Tutti volevamo assaggiare quel liquido trasparente e assolutamente incolore che, naturalmente, niente aveva a che fare con i preziosi distillati invecchiati in aristocratiche botticelle e conservati gelosamente, in casa, in bottiglie di cristallo. Alla fine, usammo quel barbarico distillato come si usa l'essenza preziosissima di un unguento. Uno di noi si rovesciò sull'indice quella goccia, la schiacciò con il pollice e la passò a un compagno. Questi la spalmò ancora fra le dita, l'annusò, fece un breve, ammirato commento e strofinò il dito su quello di un altro compagno. Se qualcuno fosse entrato in quel momento, avrebbe trovato ventisei, fra ragazzi e ragazze, che si annusavano le dita reciprocamente, facendo commenti ad alta voce fra l'entusiastico e lo scettico. Il professore, trionfante, osservava dal suo scanno con l'aria di chi la sa lunga e pensa: ecco rivelate al volgo le meraviglie della scienza.
Perché ricordo tutto questo? Perché il passaggio - o meglio, la trasformazione - del vino in alcool, comunque la si voglia vedere, è soprattutto una trasformazione culturale. C'è la cultura del vino, che è quella di cui ho parlato finora, e c'è quella che ricerca in esso solamente la componente alcolica, ponendosi così come risvolto negativo della precedente. All'inizio, esiste solamente la cultura del vino; gli aspetti negativi del bere, la smodatezza, l'accanimento, l'esclusività totalizzante sono al più risolti in malinconia. Il bevitore, colui insomma che apprezza il vino un po' troppo, è un malinconico che chiede al nettare solo di non pensare troppo alla vita e ai suoi affanni. È qualcuno che vuole lasciarsi alle spalle la tragicità dell'esistenza e, per questo, al vino chiede di essere liberato. Ma ancora, questo desiderio non si è costituito, come accadrà più tardi, in un universo separato, in un'altra vita, quella dei reietti al margine della società. Nel contesto antico e pagano - ma anche cristiano: basterebbe pensare alla simbologia cristologica della vite e dei tralci, alla funzione del vino nell'ultima Cena e nella liturgia odierna -, il vino resta un mezzo per trovarsi in compagnia, per cantare, per celebrare l'amicizia e l'eros. Non è fine a se stesso. Non separa dalla realtà, anzi costituisce il miglior rito per celebrarne i momenti di gioia, di felicità, di pienezza e, per i cristiani, addirittura di salvezza eterna.
Ma il problema è risolto a metà. Se nel vino non ci sono mai connotazioni di dannazione, queste però esistono se trasportate in un contesto differente, quello dell'abuso alcolico. Nella cultura moderna, questo abuso è sinonimo di autodistruzione. La ricerca dell'alcool come valore assoluto - e non come apprezzamento di una fra le diverse componenti delle bevande alcoliche - porta, nelle opere di Charles Baudelaire, Francis Scott Fitzgerald, Raymond Chandler, Jack Kerouac, Norman Mailer, Charles Bukowski, Carlo Coccioli, Luciano Bianciardi, Giorgio Scerbanenco, unicamente verso l'annullamento dell'individuo, verso la sua separazione dalla società. Quando si sia verificata questa frattura tra vino e abuso alcolico - in termini culturali, è chiaro - non so dirlo. Dieci anni fa, pensavo che potesse risalire all'alto medioevo. Nel momento, cioè, in cui la cultura del vino si costituisce come cultura subalterna in opposizione a quella ufficiale, al potere della Chiesa e degli stati. Quando il potere vuole regnare anche sui territori della fantasia e dell'immaginazione, il vino, che di questi territori è il sacerdote, viene relegato ai margini della società. Se l'uso del vino può servire inizialmente come una sorta di rifugio e di conforto per chi è oppresso e stanco, il suo abuso diventa totalizzante, ponendo l'individuo al di fuori delle proprie responsabilità sociali. Si costituisce così una "confraternita" separata di cui diviene automatico, da parte dell'autorità, il tentativo di annientamento.
La cultura del vino diventa, in epoca medioevale, una vera e propria cultura alternativa che ha nella comicità, nell'uso del paradosso, nell'utopia del Regno alla Rovescia i suoi punti di dissacrante forza e nel Gargantua di Rabelais, nel Morgante di Pulci o nei Paradossi di Ortensio Lando i suoi testi letterariamente più alti.
La cultura moderna, nella sua intrinseca tolleranza interdisciplinare e nel non essere più specchio di potere delle classi dominanti, ricorda tutti i significati del vino, affidando esclusivamente all'individuo, alle sue capacità intellettuali, alla sua sensibilità, alla sua cultura, appunto, la possibilità di scegliere se capire e apprezzare un prodotto naturale in tutte le sue valenze, oppure se lasciarsi andare all'abbrutimento e all'autoemarginazione. In questo senso, oggi, davanti a un bicchiere di vino, nel mondo in cui lo si scruta, lo si assaggia, lo si gusta, si può facilmente capire un atteggiamento più generale nei confronti della vita e dell'esistenza. Chi apprezza il vino, e sa quanta storia in esso sia racchiusa, berrà con moderazione, prediligerà la qualità, saprà sempre fare di una buona bottiglia il simbolo della festa, dell'amicizia, della pace.
La mia ricerca non era ancora finita. Avevo elaborato una prima sistemazione, avevo fatto le opportune distinzioni, avevo lavorato su un numero imprecisato di testi che del vino si occupavano, ora nei suoi aspetti chimici, ora in quelli agricoli, ora in quelli letterari o, finalmente, in quelli prettamente enologici (e sugli aggettivi con i quali si descrive e si attribuisce un vino ci sarebbe da scrivere un trattato di semiologia: dai colori che vanno dal "paglierino", all'"aranciato", all'"ambrato", al "dorato", come se si trattasse della descrizione di un gioiello; dagli odori, classificati come "franchi", o "neutri", o "caratteristici"; ai sapori, "asciutti", "caldi", "pieni", "leggeri", "sottili", "molli", "acerbi", "aspri", "austeri", come se si parlasse di una schiatta aristocratica, di una progenie araldica...). Ma, come dicevo, ancora la ricerca non era finita.
Finivano gli anni dell'università, senza rimpianto e con molta voglia di entrare finalmente nella vita adulta; finivano anche gli anni bolognesi e, con loro, quelle osterie in cui, in compagnia, si beveva una bottiglia, accompagnati dal suono delle chitarre o dal canto di qualche gruppo di goliardi che tirava mattina. Finivano i concertini jazz e folk, le orchestrine country che era piacevole ascoltare, in quelle stesse osterie, chiacchierando sommessamente e gustando uno di quei vini bianchi e leggeri che dissetavano e distendevano i nervi. Entravamo negli anni ottanta, e fra i giovani iniziò la moda delle birrerie. Parlare del vino, raccontare della sua cultura, significa anche narrare dei luoghi in cui si celebrano questi riti: parlare allora del significato delle osterie o delle enoteche, raccontarle nei modi in cui sono cambiate e si sono evolute o ancora sono scomparse, come in campagna, estinguendosi naturalmente con il venir meno dei loro clienti, perlopiù anziani, perlopiù giocatori di carte.
Molte delle vecchie osterie che abbiamo frequentato durante gli anni settanta, rintracciandole con puntiglio nelle campagne e fuori porta, passandoci preziose informazioni all'orecchio come se si trattasse di una caccia al tesoro, ecco, molti di questi luoghi non esistono più. Oh, certo, il vino che vi si beveva non era propriamente un vino di altissima qualità. Ma alle volte, insistendo, capitavano le famose bottiglie prodotte dal contadino del podere vicino. L'importante era però ricercare un modo di stare insieme, un trapasso d'esperienza fra vecchie e nuove generazioni che si intrecciava davanti a un vino scaraffato senza perizia e che solitamente finiva, dopo le partite a briscola o a scopa, nei ricordi della guerra, della Resistenza, nei racconti di un'Italia contadina e perlopiù povera che noi, figli del boom economico, non avevamo mai visto. Ascoltavamo quei racconti come storie provenienti da altri mondi e da altre galassie.
Tutta la cultura musicale dei cantautori, da Francesco Guccini a Lucio Dalla, da Paolo Conte a Francesco De Gregori, da Claudio Lolli ad Antonello Venditti, a Fabrizio De Andrè, a Luigi Tenco, si prestava a essere eseguita con una chitarra e un'armonica (e magari due congas) nelle osterie, in piccoli luoghi, fra amici. Il ritorno del rock prevedeva invece altri riti e altri spazi: impianti di amplificazione ad alta fedeltà; bevande più forti; non tavolacci da dieci persone, ma sgabelli individuali, o piccoli tavoli per due o tre persone al massimo; un ascolto totalizzante, che tendeva a smorzare la conversazione in favore dell'ascolto.
Le osterie cominciarono a puzzare di vecchio, sorsero i videobar, le birrerie, i pub in cui era sempre possibile bere una buona bottiglia di vino, ma questo comportava un certo tempo a disposizione, una certa rilassatezza che invece il contesto frastornante impediva. Molte osterie allora scelsero o di chiudere o di trasformarsi - aumentando i prezzi e gettando i vecchi arredi contadini - in luoghi spurii: un manifesto di una rock star alla parete, un registratore gracchiante, un rubinetto per la birra, bicchieri pesanti, drastica riduzione della scelta di vini. Il motto: "Birreria è più rock."
Quello fu anche il periodo in cui cominciai a viaggiare sempre più spesso in Europa o, meglio, nelle sue capitali giovanili: Berlino Ovest, Londra, Amsterdam, Barcellona, una certa Parigi. Così, mentre in Italia per i giovani il consumo di vino stava passando di moda, ecco nelle centinaia di Kneipen berlinesi (letteralmente "birrerie") i colleghi tedeschi passare notti intere ai tavoli illuminati da candele bianche, bevendo vino cristallino che brillava alla luce della fiamma. E discutendo di musica, di letteratura, di arte, di politica, molto spesso di filosofia, dimostrando così come il rito del vino abbia sempre a che fare con la discussione, il confronto, la comunicazione. A Londra, nei vernissages anche di giovani e sconosciuti artisti, ecco sempre una dozzina di bottiglie di vino, servito in bicchieri di carta come a un party collegiale, però almeno un goccio di vino discreto. E così nelle gallerie di Soho, a New York, il sabato pomeriggio, nel giorno dedicato alle inaugurazioni. E, spesso, vino italiano. In Canada, nel francofono Québec, lo scorso inverno, ecco addirittura l'exploit del vino novello italiano soppiantare nell'importazione il più famoso e titolato Beaujolais Nouveau. E in Italia?
Dopo aver accusato il contraccolpo della concorrenza, ecco il sorgere delle enoteche. In verità questi ambienti, in cui si è sempre sicuri di trovare del vino buonissimo e di poterlo consumare in tranquillità, accordandolo con cibi e pietanze adatte, sono sempre esistiti. Forse, però, in questi ultimi anni, il loro proliferare segna l'adattamento di un nuovo consumo, improntato non tanto alla scelta indifferenziata, ma alla qualità, alla specificità. Non si cerca più un posto per stare in compagnia e bere una bottiglia ma, innanzitutto, il luogo per bere un'ottima bottiglia in compagnia. La differenza, sottile ma ricca di implicazioni, è forse tutta qui. Le enoteche si edificano come i santuari del vino. I proprietari, i camerieri, vi possono intrattenere per ore - come mi è capitato l'altra sera - sulle qualità dei loro vini; raccontano del viaggio che hanno fatto, dell'azienda vinicola che hanno visitato, della campagna e della terra. E voi, deliziati, sorseggiate il frutto di tanta meticolosità.
L'Italia, si è sempre detto, è una grande provincia. È sufficiente uscire da un'autostrada per ritrovare paesaggi e abitudini immutate. Tradizioni che nessuna rivoluzione postindustriale potrà forse mutare, poiché sono radicate nella gente e nella tenacia di sopravvivenza delle culture contadine. Per me è stata una delle più piacevoli sorprese degli ultimi anni scoprire il Salento, per esempio, o la campagna friulana. E sono sempre state rivelazioni che hanno avuto a che fare con il vino: con quello sensuale, erotico e levantino della Puglia, o con quello robusto, vitale e virilmente dolce delle pendici del Collio. E quando viaggio in Toscana, in quei paesaggi ancora così "Piero della Francesca", o in Piemonte, attraverso le Langhe e quei vitigni bassi, piccoli, forti (quei paesi che hanno ognuno il proprio museo del vino, a riprova di come la cultura del vino si innesti sulla cultura più generale di un popolo e di una terra); quando attraverso la Sicilia o mi lascio andare a quei sonnolenti dopopranzi nella campagna romana, con la caraffa ghiacciata di Frascati o di vino dei Colli ancora appannata; quando bevo un'"ombra", godendomi l'ultimo sole alle Zattere, in un tramonto, là, in fondo alla Giudecca, che sembra un quadro di Turner; quando apprezzo l'acidulo del Gavi di Liguria accompagnato a un piatto di animelle, o i vini marchigiani, o quell'Orvieto che resterà per sempre il sapore del mio servizio militare; quando nella bassa lombarda, d'inverno, sciolgo la nebbia con una robusta e frizzante barbera, allora sento che è proprio attraverso il vino che si esprime una grande, antichissima ricchezza del nostro paese. Sento allora il vino come un fatto di profondissima civiltà e cultura.
Così ritorno al punto di partenza. Questo viaggio letterario ricco di vissuti, di esperienze, di ricordi, di volti di amici, inevitabilmente finisce là dove è cominciato: in terra d'Emilia. È occorso del tempo per capire, dentro di me, che pur essendo figlio di una più vasta cultura occidentale, pur essendo un inguaribile estimatore di musica pop e rock, pur essendo un consumatore di cinema americano e di letteratura della beat generation, sono anche profondamente emiliano. E, in questo senso, legato alle mie origini in quel modo tutto particolare - generoso, forse -, esuberante e ansiosamente malinconico che hanno i personaggi della mia terra. Quando ho cominciato a ricercare nelle opere letterarie i significati che il vino, di volta in volta, aveva prodotto, in realtà cercavo una via di fuga alle ristrettezze della vita provinciale. Cercavo altri contenuti da immettere in una personalità ancora in cerca d'autore. A distanza di dieci anni, avendo viaggiato, conosciuto altri continenti e altre tradizioni, mi ritrovo a osservare i miei genitori che imbottigliano il vino per il consumo della nostra famiglia l'anno venturo. E li guardo, li osservo, li spio con la consapevolezza che, scomparsi loro, io - con tutti i miei libri e la mia letteratura - non saprò fare altrettanto; non saprò capire dalla luna il momento dell'imbottigliamento, non saprò andare alla cantina o trattare con i contadini una partita di damigiane. Saprò comunque, ancora, apprezzare una buona bottiglia di vino. E, stappandola per gli amici, immediatamente si sovrapporranno in quel gesto tutti i gesti uguali che prima il nonno, poi mio padre, e altri ancora prima di loro, hanno fatto nel corso della loro esistenza, nello stesso preciso, identico modo.
L'imbottigliamento del nostro vino è avvenuto nello spazio di qualche giorno. Ora, terminata la piccola fatica, mio padre appiccica le etichette sugli scaffali della cantina. Quello più in alto lo sistemo io. La sera, a tavola, chiacchieriamo in quel modo sincopato, fatto di improvvise astrazioni, di pause, di mutismo, tipico di ogni famiglia italiana teledipendente. Durante gli spazi pubblicitari delle trasmissioni la conversazione si ravviva un po': qualcuno si alza, si versa un bicchiere, si serve ancora di insalata. Dopo un po', vado nella mia camera, lasciando i miei genitori nella luce azzurrina del televisore. Prendo un libro e mi getto sul letto, in attesa delle telefonate degli amici che avranno notato la mia macchina parcheggiata lungo il viale e che presto mi inviteranno a qualche giro in provincia: qualche nuovo locale, la discoteca più trend, l'enoteca più raffinata, la casa di un conoscente.
In queste settimane, sto leggendo alcuni scrittori di queste mie parti, come il reggiano Silvio D'Arzo o il modenese Antonio Delfini, sempre snobbati come provinciali in gioventù e ora ricercati, studiati e analizzati per comprendere il modo in cui hanno svolto questo paesaggio e questa gente. In loro ci sono descrizioni che posso confrontare con quanto, ancor oggi, vedo dal balcone della mia stanza, così come nelle pagine di Buzzati c'è veramente - realmente - il Cadore, o in quelle di Pavese o di Fenoglio il paesaggio - il carattere - delle Langhe. Scelgo un libro di Antonio Delfini, rampollo di una plurisecolare famiglia di proprietari terrieri. Quando, durante gli anni trenta, era ancora un giovanotto aitante, facoltoso, intelligente, sarcastico, provincialmente incline alle burle e alle nottate in compagnia, Delfini abitava a Modena uno smisurato palazzo a ridosso di corso Canal Grande, costituito da enormi saloni, uno in fila all'altro. Ogni notte, di ritorno da un teatro, da pranzi con amici o dal caffè, passeggiava per queste stanze - il salotto rosso, il salotto celeste, il salone dei paesaggi - fermandosi ora a suonare il pianoforte, ora a leggere lo Zibaldone di Giacomo Leopardi. Leggo dunque in Delfini:
"Quella sera - come del resto sempre - mi dissetai con una bottiglia di lambrusco. Era un vino leggerissimo, frizzante, profumato di viola, già raro allora nella produzione del lambrusco e ora scomparso per l'avanzamento della filossera."
Con uno smoking perfetto, alla luce delle candele, il vino rubicondo e frizzante nel bicchiere di cristallo, il giovane pensa ai suoi anni, ai suoi progetti letterari, alle donne che forse non amerà mai.
Posso immaginare il centro di Modena, in una di quelle notti fatte "di quinte, di palchi di proscenio, di cene solitarie discretamente illuminate", e posso vedere il ventiseienne Delfini apparire per un attimo, vestito da sera, alle finestre altissime del palazzo. Un dandy finissimo. Forse mi invita a bere quel suo preziosissimo lambrusco. Nessuno era mai riuscito a farne, nella mia immaginazione, un bicchiere di champagne. Ancora una volta, posso sentire la profondità, l'emozione del legame che unisce il vino alla letteratura, il vino alla nostra cultura. Per questa notte, so già dove, con gli amici, andrò a chiacchierare.