una conferenza emiliana (it)
Schede preparatorie. Dovendo incontrare uno scrittore - una persona che lavora con le parole e con le storie - è opportuno avere un terreno di intesa: potranno essere i libri che quello scrittore ha scritto, oppure un argomento di attualità culturale che sta a cuore tanto a chi ascolta quanto a chi deve parlare; o ancora la situazione dell'editoria o dell'industria culturale di cui tanto i lettori quanto gli autori fanno parte, sia pure con differenti ruoli.
Poiché sono io a dover condurre quest'incontro preferisco cercare un terreno comune alla nostra discussione sul piano della letteratura. Consigliare dunque alcuni testi, alcuni romanzi, che ho letto e che rileggerò in funzione della nostra riunione, e che anche voi siete invitati a leggere. Così ci troveremo a parlare non tanto dei destini del mondo o dell'umanità - cosa sempre facilissima, e pericolosissima, con uno scrittore - quanto dell'essenza stessa della letteratura, di quella pratica del leggere (prima ancora che dello scrivere) che ci riguarda tutti e che mette sullo stesso piano persone come voi e come me.
Una seconda premessa che vorrei fare, e sulla quale vi invito a riflettere nelle settimane che precederanno il nostro incontro, è che non si può parlare di libri - di romanzi, intendo - senza tirarne in ballo molti altri. Questo è un aspetto della lettura che diviene enorme nel momento in cui cerco di fare ordine fra le mie frequentazioni letterarie per trovare tre testi da consigliarvi. Ogni romanzo me ne richiama alla mente altri, e così le direzioni di lettura si moltiplicano. Parlerò più dettagliatamente di questo, ma sarebbe molto bello che durante il nostro incontro si tracciasse una mappa di altri romanzi e di altri libri, partendo dai tre che vi suggerisco. Quindi, mentre leggete, segnatevi ogni altro testo, o film, o opera, o poesia, che vi viene in mente e che, a vostro giudizio, ha un'attinenza tematica, stilistica o poetica con quanto state leggendo.
Un altro consiglio per la vostra lettura è quello di sottolineare alcuni passi, o pagine, o semplici frasi, che vi hanno colpito, che vi sono piaciute, che vi hanno ricordato qualcosa o che contengono una parola il cui significato non conoscete. Non dovete temere di sciupare i libri né di dimostrare la vostra ignoranza. Nel libro che sto leggendo, ho trovato oggi la parola "calepino"; mi sono alzato e ho consultato il dizionario. Così ora so che cosa significa la parola "calepino". Sfido chiunque a leggere un libro senza trovare un termine che non conosce. Mi piacerebbe che confrontassimo anche questi aspetti della lettura o che ci dicessimo: "Mi piace questa frase perché è bella. O perché è vera. O perché mi fa ridere. Ma non so spiegarne le ragioni."
Ogni lettore non sa mai fino in fondo quali siano le ragioni della propria passione per la lettura. Ma riconoscerle è importante. Significa comprendere che solo quelle parole, quelle frasi, quelle pagine ci comunicano "qualcosa" che prima non sapevamo, ci aiutano a riconoscere in noi il bisogno di bellezza, o di verità, o di divertimento.
Il primo romanzo che vi consiglio si chiama Casa d'altri, ed è stato scritto nei primi anni cinquanta da un giovane scrittore di Reggio Emilia, Silvio D'Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni. Se non fosse morto a soli trentadue anni, sarebbe probabilmente diventato uno fra i più importanti autori italiani del dopoguerra. Ora è considerato un "grande" minore. Ma queste catalogazioni a noi non interessano. Casa d'altri è un racconto lungo, che ho scelto perché il suo autore è innanzitutto un patrimonio di questa terra, perché è scritto in una maniera particolare che spero vi incuriosirà e perché si svolge in un ambiente che possiamo conoscere bene: l'appennino di Reggio.
Nella scelta di questo racconto, c'è anche un gioco che mi diverte. Voi siete di Guastalla, e lungo il Po sono cresciuti molti racconti e molte narrazioni. Così il mio primo impulso è stato quello di consigliarvi le opere di Cesare Zavattini, per esempio, o un bel romanzo di Giovanni Guareschi. O di Riccardo Bacchelli. Anche lì potete riconoscere i luoghi e i personaggi, fare confronti fra la realtà e la letteratura e discutere, non essere d'accordo, divertirvi, arrabbiarvi perché avreste preferito che la piazza di Gualtieri venisse descritta in un altro modo. Però mi sono detto: vorrei che questi ragazzi facessero anche uno sforzo di fantasia. È utile conoscere il proprio paese, ma è altrettanto importante guardare quello che sta fuori. Aspirare alla conoscenza del mondo, e non solo della propria terra. Così il racconto di Silvio D'Arzo mi è parso perfetto. Perché, pur adattandosi a quello che voi conoscete, spingerà il vostro sguardo di lettori un poco più in là.
Il secondo libro si chiama Lunario del Paradiso, ed è stato scritto da Gianni Celati, un autore nato nel 1937, che ho avuto modo di conoscere all'Università di Bologna, dove insegna - o insegnava - letteratura anglo-americana. Celati ha scritto molti romanzi e, per voi, sarebbe interessante confrontare la scrittura dei suoi primi libri con quella dei più recenti. Scoprireste molte cose. Ma ho scelto il Lunario perché racconta di un ragazzo degli anni sessanta, che ha qualche problema con la famiglia e con le ragazze e che vuole assolutamente andarsene a Londra in autostop per vedere i Beatles. È un ragazzo come voi, o come potevo esserlo io qualche anno fa. Ha la sua stanza, i suoi libri di scuola; si annoia, ha grandi idee per la testa, ama la musica. E vuole viaggiare, conoscere altri ragazzi sulle strade d'Europa. Il Lunario è il racconto di quel viaggio, di quell'andar via fra mille avventure o difficoltà.
Anche qui vi chiedo di prestare attenzione a come è scritto il romanzo. A una prima rapida occhiata vi accorgerete che non è D'Annunzio.
Ma Gianni Celati ha scritto anche il diario di un insolito viaggio lungo il Po - rieccolo! - intitolato Verso la foce. È qui che, a pagina 45, leggo:
«Nel pomeriggio ho guidato Sironi in visita a questi posti, sul Po a Guastalla e poi a Pomponesco. C'è quel viale alberato che da Guastalla porta al lido sul Po, e lì il ristorante del Faro e la grande veduta sul fiume: anziane coppie sedute sulle panchine guardavano l'acqua, un ragazzo solitario vicino al pontile in cemento parlava da solo dentro un registratore.»
Poi continua e racconta di un cartello con sopra una scritta. E io vorrei sapere se qualcuno di voi lo ha mai visto quel cartello e se dice proprio così:
«Che gli venga un accidente radioattivo a quello che mi viene a rubare i fiori.»
Io non l'ho mai visto, però so che lì c'è un ostello della gioventù che mi ha sempre incuriosito. Che cosa ci fa un ostello a Guastalla? Arrivano turisti giovani? Funzionava un tempo e ora non funziona più? È ancora aperto? Arrivano forse comitive di ragazze svedesi a prendere il sole? Ne sanno qualcosa i vostri genitori? Mi piacerebbe che foste voi a raccontarmi questa storia.
Il terzo testo che vi consiglio, intitolato Il ragazzo morto e le comete, è il romanzo d'esordio di Goffredo Parise. Come nel caso di D'Arzo, anche questo romanzo è stato scritto da un ragazzo poco più grande di voi. Di Parise mi sarebbe piaciuto consigliarvi i Sillabari, considerati il suo capolavoro, perché raccontano anche di sentimenti, di poesia, di affetti. Ma un amico insegnante, con cui mi sono consigliato, mi ha detto che per voi sarebbe stato più giusto quel primo testo. Io gli ho creduto, ma siccome non vi sottovaluto, vi segnalo anche i Sillabari.
Se leggerete questi romanzi, o anche uno solo fra essi, avremo creato un piccolo terreno di intesa sul quale poter esprimere i nostri pareri. Avremo creato una specie di lingua comune che permetterà di parlarci e, soprattutto, di capirci meglio. Per questo, vi invito a trascorrere qualche ora di queste settimane con un romanzo in mano. Naturalmente, se state leggendo qualcos'altro, non tralasciatelo per far posto ai nostri tre o quattro libri. Per il momento, qualunque essa sia, buona lettura.
Appunti per l'incontro del 9-10 marzo. Vorrei iniziare questa conversazione dicendovi che non si tratterà di una conferenza vera e propria. Non vi parlerò di uno scrittore in particolare. Avete ricevuto delle schede preparatorie a questo incontro, nelle quali si parlava di tre o quattro romanzi. Ma oggi non intendo tenere una conferenza dal titolo "Silvio D'Arzo e la letteratura italiana" o cose del genere. Lo scopo di quelle pagine che ho preparato era semplicissimo e del tutto dichiarato: volevo spingervi a leggere un racconto.
Perché è importante? Perché - non vi sto dicendo nulla di nuovo, è ovvio; ma è importante ribadirlo - non si può parlare di scrittura, di letteratura, di libri senza parlare della lettura, dell'attività del leggere. È importantissimo.
Prima di essere una persona che scrive, io sono una persona che legge. E vi ho scritto quelle paginette perché, oggi, io mi trovassi davanti a un gruppo non di studenti o di insegnanti - cosa che, in verità, mi imbarazza moltissimo -, ma di lettori. In questo senso, adesso noi siamo un gruppo di lettori che intende parlare di libri. E, in particolare, della "lettura" e della "scrittura". Del leggere e dello scrivere. La "lettura" e la "scrittura" sono i due veri, profondi argomenti del nostro incontro.
Così la domanda: "Perché scrivi?" - che certo qualcuno mi avrebbe fatto - in un primo momento, io la ribalto in quest'altro quesito: "Perché leggo? Perché leggiamo?" Che bisogno abbiamo di leggere? Il mondo ha bisogno di lettori?
Queste sono domande a cui si può rispondere anche in un modo molto privato e personale. Per esempio:- leggo perché non ho niente di meglio da fare;- leggo perché sto aspettando un treno che non arriva; - leggo perché soffro d'insonnia;- leggo perché il professore mi obbliga a leggere; - leggo perché ci mancava anche Tondelli;- leggo perché voglio saperne di più sul re Sole, e allora mi guardo le memorie di Saint-Simon;- leggo perché il viaggio del Voyager oltre il sistema solare mi ha un po' angosciato e voglio vedere Dal big bang ai buchi neri; - leggo perché la mia ragazza me la mena sempre con Volevo i pantaloni;- leggo Treno di panna perché ho visto il film;- leggo Oscar Wilde perché gli Smiths ne parlano sempre nelle loro canzoni;- leggo semplicemente perché ho voglia di leggere;- leggo perché ho voglia di ascoltare una storia;- leggo, infine, perché voglio raccontare quella storia a un'altra persona.
Tutte queste risposte sono assolutamente legittime. Non credo che si legga per essere più intelligenti o per fare bella figura. Si legge perché solo la letteratura appaga il bisogno di leggere. Questa è una tautologia, ma credo che i vostri insegnanti di filosofia saranno d'accordo sulla correttezza teorica di questa affermazione, anche senza scomodare Platone o Ludwig Wittgenstein. Solo il leggere soddisfa il mio bisogno di letteratura, di storie, di poesia.
Lo scrittore svizzero Peter Bichsel - sul quale mi hanno raccontato delle cose abbastanza antipatiche; per esempio, che pur conoscendo le lingue risponde alle interviste solo in svizzero-tedesco, che è scorbutico, inavvicinabile; ma, del resto, tutti gli scrittori sono così: hanno il loro mondo, i loro angeli custodi e se li tengono ben stretti; pensate a Thomas Bernhard, o a Patricia Highsmith, o a Peter Handke, di cui magari riparleremo, che sono tutti dei grandi solitari; anche questo della solitudine è un aspetto che ha molto a che fare con il leggere e lo scrivere - Peter Bichsel, comunque, ha raccolto in un piccolo libro intitolato Il lettore, il narrare alcune sue conversazioni.
Alla domanda: "Chi è il lettore?", non riuscendo a dare altre definizioni, risponde:
«Il lettore è come un tossicodipendente - ma non dipende da temi e contenuti, e raramente da un campo tematico ben preciso. I lettori sono quelli che non riescono ad assolvere certe funzioni corporali - penso al Wc - se non hanno niente da leggere; che se non hanno niente da leggere non riescono neppure a dormire né a digerire, o che altro ne so. Leggere, presumo, è qualcosa di corporale.»
Non è male, vero? La storia del leggere con il corpo, le posizioni della lettura. Io, per esempio, leggo sempre a letto. O in viaggio. Ma preferisco a letto, con le matite. Il mio letto sembra un ufficio: telefono, matite, temperini, notes... Avete mai visto un libro dell'Ottocento? Un'edizione originale, intendo. Erano piccolissimi. Come facevano a leggere quei libri? Ma torniamo a noi.
Il bisogno di leggere, questo bisogno che Bichsel definisce "corporale", non è però qualcosa che finisce in se stesso. È qualcosa che ci spinge verso gli altri.
Per esempio: spesso, mentre stai pranzando o scrivendo o magari sei sul più bello di un telefilm o di una partita, telefonano i giornalisti senza nemmeno scusarsi per il disturbo: sapete, quelle intervistine volanti tipo Panorama e L'Espresso, per cui uno scrittore deve conoscere tutto di tutto e dare la propria opinione su qualsiasi argomento, come se il suo parere sul buco nell'ozono valesse di più di quello del vigile urbano che sta sulla rotonda a dirigere il traffico. Comunque telefonano. Una volta, da Il Mattino di Napoli mi hanno chiesto che cosa pensassi della carta igienica. Giuro che è vero. Io mi sono arrabbiato, e non ho mai saputo se fosse uno scherzo o qualcosa di serio. Forse avevano letto Bichsel e il richiamo alle funzioni corporali, mah! Comunque una domanda tipica è: "Che libri porterebbe su un'isola deserta?" Io avrei i miei libri da portare. Non credo che sia interessante dirveli. Certo porterei un romanzo, possibilmente molto lungo, diciamo La Recherche di Proust (che non ho ancora finito di leggere). Poi un libro di poesia: le Elegie duinesi di Rilke. Anche qui vorrei raccontarvi di quando sono stato a visitare il castello di Duino, dove Rilke scrisse le prime due elegie.
Ma sentite ancora una volta che cosa risponde Bichsel a questa domanda:
«E so cosa mi porterei su un'isola completamente deserta, dove si è totalmente soli e senza nessuna possibilità di tornare indietro. Conosco anche le due classiche risposte: "La Bibbia", oppure: "Un libro da scrivere." Potrei quasi rispondere la stessa cosa anch'io, ma in realtà non mi porterei dietro nessun libro, perché senza una comunicazione quotidiana cesserebbero sia la lettura che la scrittura. Ho bisogno degli altri almeno per far sapere che ho letto.»
Il lettore, come lo scrittore, è un solitario. Ma ha bisogno degli altri per comunicare quanto ha letto e quanto ha scritto.
Allora, quando io preparavo le schede di lettura, in realtà volevo semplicemente comunicarvi le mie impressioni su alcuni libri che avevo letto. Mi faceva piacere dirvi: sentite che bello il finale di Silvio D'Arzo:
«C'è quassù una cert'ora. I calanchi e i boschi e i sentieri e i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu: nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa, e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì, giù fino al borgo. Le capre s'affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri.
Allora mi vien sempre di più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valigie per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d'avere anche il biglietto.»
Tutto questo è piuttosto monotono, no?
Così quando vi ho parlato di Gianni Celati era perché, in realtà, volevo sapere la storia di quell'ostello.
Ci sono altre due affermazioni sulle quali vorrei insistere proprio per giustificare il fatto di non tenere una conferenza su Silvio D'Arzo:- la meta della letteratura è il narrare, non il suo contenuto;- la caratteristica di ogni storia è il narrare, non il suo contenuto.
Questo vuol dire che ogni storia si equivale? No, certamente. Ma, dal punto di vista del lettore, ogni storia risponde al bisogno di sapere quello che si dice su un certo argomento. Prima ho citato le memorie di Saint-Simon e il libro Dal big bang ai buchi neri. Sono due volumi che ho letto la scorsa estate, perché volevo saperne di più. Ero stato a Versailles, e la reggia mi aveva molto incuriosito. Come vivevano in quell'edificio? Per scatenare la Rivoluzione francese dovevano condurre una vita assai curiosa. Non so. Avrei potuto leggere tanti altri libri - ne sono usciti moltissimi per il bicentenario - ma ho preferito il racconto della vita quotidiana, un secolo prima della Rivoluzione. Così è successo per l'impresa del Voyager. Era estate, e io non ero in vacanza, o vi ero già andato. E ho visto in televisione quelle immagini. Avevo quel libro...
Spesso compro i libri non per leggerli ma per averli a portata di mano, per sapere dove andare a cercare. Quando alcune persone mi chiedono: "Li hai letti tutti?", ovviamente rispondo di no. Non acquisto libri per arredare la casa, ma nemmeno per leggerli tutti. Li compro per avere una mia biblioteca in cui, non appena vedo il Voyager, so immediatamente dove andare a cercare per avere subito delle risposte. È importante farsi la propria biblioteca.
Comunque la domanda è questa: "Ho realmente appreso qualcosa sulla realtà del Voyager o sulla vita a Versailles?" Sì e no. Sì, perché ora so che il sovrano quando pranzava o si spogliava nel suo gabinetto aveva intorno delle persone, situate a livelli diversi a seconda della gerarchia. Il privilegio dello sgabello, cioè di poter guardare il re mentre mangiava stando seduti, era riservato - se ben ricordo - al Gran Condé. E così so anche qualcosa di più sulla nozione di entropia per quanto riguarda la fisica, vale a dire la tendenza a perdere energia, a collassare. Ma le realtà di Versailles o dello spazio mi sono entrambe lontanissime e inaccessibili. Ho solamente trovato due linguaggi che mi hanno parlato di quegli avvenimenti:- la letteratura non descrive le cose, ma quello che si può dire sulle cose.
Se non vi è chiaro, l'esempio può anche essere questo. Prendiamo un romanzo d'amore. Ci parla dell'amore? Della realtà dell'amore? Ma se continuamente nei romanzi d'amore si dice: "Non riesco a esprimere quello che sento", "Non ho parole per dirlo", "Non riesco a comunicare la grandezza di quello che provo".
Prendete un romanzo di cui si è molto parlato per via delle riduzioni teatrali e cinematografiche, I legami pericolosi di Choderlos de Laclos. Si tratta di una raccolta di lettere, di un romanzo epistolare, a una voce, a più voci, polifonico. Leggiamo un breve passo da una lettera:
«Senz'altro non vi meraviglierà se prima di partire intendo giustificare ai vostri occhi i sentimenti che mi avete ispirato, né che trovi il coraggio di andarmene solo udendo l'ordine delle vostre labbra. Queste due ragioni mi spingono a chiedervi un breve colloquio. Sarebbe inutile cercare di sostituirlo con le lettere; si scrivono volumi e si spiega male quello che in un quarto d'ora di conversazione basta a far capire benissimo.
Troverete certo facilmente il tempo di concedermelo, perché pur essendo deciso quanto prima a obbedirvi, sapete che avevo promesso a Mme de Rosemonde di passare qui con lei parte dell'autunno. Bisognerà almeno che finga di aspettare una lettera per avere il pretesto di un affare che mi costringa a partire.
Addio, Signora. Mai mi è costato tanto, come ora, scrivere questa parola che mi riporta all'idea della nostra separazione. Se riusciste a immaginare la sofferenza che provo, oso credere che mi sareste almeno grata della mia sottomissione. Accogliete almeno con più benevolenza l'omaggio e l'assicurazione del più tenero e rispettoso amore.»
Dove è posto l'accento? Proprio sul linguaggio e sui modi di parlare d'amore.
Questo discorso ci porta al secondo argomento della nostra chiacchierata: la scrittura.
Scrivere è innanzitutto usare una lingua. Prima ancora di conoscere la storia che vogliamo raccontare, noi la stiamo pensando in una certa lingua, la nostra. Noi facciamo un'operazione con il linguaggio.
È molto importante questa consapevolezza, perché se non si è consapevoli si fanno errori. Forse la differenza fra uno scrittore cattivo e uno valido è tutta qui. Quello cattivo pensa sempre di parlare di grandi sentimenti, di grandi problemi, come quando hanno chiesto a Bevilacqua, in un'intervista televisiva: "Con questo libro, lei ha risolto il problema del rapporto fra uomo e donna?" E quello, invece di scappare inorridito alla domanda di Enrica Bonaccorti, è stato lì a cianciare: "Sì, ho risolto questo e quest'altro." Strano perché, se così fosse, direi a due amici che si stanno separando: "Oh grulli, leggete Bevilacqua e sarete salvi." Così in pretura, lo vedete voi il pretore che risolve le cause di divorzio con il libro di Bevilacqua? Lo scrittore, credetemi, non conta niente da questo punto di vista. E anche qui si aprirebbe un grande tema. Quello dell'impegno. Dell'engagement.
Ora c'è uno scrittore, Havel, che è diventato presidente della Cecoslovacchia. Vargas Llosa ha tentato di fare il presidente in Perù; Gabriel García Márquez... Non saprei. Non credo abbiamo tempo per affrontare questa questione.
Parliamo, invece, dello scrittore cattivo e di quello valido. Uno prende in giro i lettori, l'altro è consapevole che tutto il suo lavoro è esclusivamente un'operazione sul linguaggio, cioè sui modi di dire una determinata cosa.