viaggio a grasse (it)
«Abito in una valle sotto Grasse, in una piccola villa circondata da cipressi. Dietro di me si alzano le colline, con le loro case appollaiate sotto il sole. Sotto di me scorre l'acqua verde e fredda del canale della Siagne. Ogni mattina guardo la rugiada sugli ulivi e mi domando quale nuova emozione può riservarmi la giornata; e ogni sera guardo le stelle e mi domando se la notte porterà un temporale. [...] Il mio viaggio è alla fine. Mi dico che invecchiare è un piacere ineguagliabile. Mi stendo sull'amaca, odo il brusio lontano di una falciatrice meccanica, e intanto sfoglio lentamente Il giro del mondo in ottanta giorni. Odo lo stridere delle cicale e l'abbaiare dei cani. Poi vado a sedermi vicino alla finestra, bevo una tazza di caffè e riprendo a scrivere - la mia lotta senza fine per creare un capolavoro. Poso la penna e ascolto un disco di Mozart. Infine vado a letto e ascolto i grilli e gli usignoli. Non ho più paura della solitudine, della sofferenza o della morte. Vedo i volti meravigliosi del passato che si affollano intorno a me e odo una volta di più il mormorare di voci nella notte." (Frederic Prokosch, Voci)
Ho deciso ugualmente di partire. Frederic Prokosch è morto da qualche settimana. Avevo intenzione di intervistarlo e di trascorrere qualche ora in sua compagnia a Ma Trouvaille, la casa nella quale si era ritirato da molti anni e in cui conduceva una vita da eremita. Di lusso, vorrei aggiungere.
Avevo molte domande da fargli. Forse non tanto sul suo lavoro, quanto sulla società letteraria che aveva frequentato e conosciuto nel corso di più di cinquant'anni. Chiedergli di altri scrittori, raccogliere la sua testimonianza, una delle ultime, su un mondo che sta scomparendo e di cui non conserveremo traccia se non nei libri. Ma sentire ancora una voce, osservare un lampo di occhi, descrivere un sorriso o un ghigno sarcastico sullo stesso volto che ha conosciuto i maggiori artisti del Novecento... I vecchi testimoni di un secolo che sta finendo e che, giorno dopo giorno, inesorabilmente si spengono. L'incarnazione della letteratura, la sua pelle, il suo cuore...
C'è un carattere di urgenza, una sorta di pressante dovere che guida questa ricerca. È una sfida con la morte e con il tempo. Quello stesso tempo che vorremmo documentare, che vorremmo salvare, e che invece condanna. Per questo sono ugualmente partito per la Costa Azzurra, ben sapendo che non avrei potuto parlare con Prokosch e che forse non avrei nemmeno rintracciato la sua abitazione. Il telefono squillava a vuoto. Nessuno rispondeva. Poi, un giorno, una voce femminile mi ha detto gentilmente, e con una nota di sorpresa nella voce, che aveva avuto l'allacciamento del telefono solo da poche ore e che quello era il suo nuovo numero. Di uno scrittore americano morto da qualche giorno non sapeva nulla. Ho pensato all'efficienza dei servizi telefonici francesi. Mi ha ricordato l'immagine della mia camerata, a militare. Poche ore dopo che i congedandi erano partiti, arrivavano le reclute. Aprivano quegli stessi armadietti, si stendevano sulle stesse brande ancora sporche o umide dei bagni della notte. E tutto cambiava. La stessa cosa che capita negli alberghi, certo. Ma qui, nelle camerate, negli allacciamenti telefonici, con un senso leggermente paranoico dello stato, dell'istituzione che sovrintende sulla vita e sulla morte. Che ordina e dispone. Che ricicla e rimpiazza per far funzionare "il meccanismo"...
Che cosa avrei trovato nella casa di Prokosch? Perché andare? Chi mi avrebbe fatto entrare? E, soprattutto, che senso poteva avere questa ricerca di un'impossibile intervista?
Forse mi affascinava il genius loci. È banale dire che in fondo lo scopo di qualsiasi ricerca, per quanto complicata e difficile, è qualcosa che ci sta molto vicino, che è dentro di noi. La freccia dell'arco zen colpisce il centro del bersaglio solo quando trapassa da parte a parte la coscienza di chi l'ha scagliata. Le domande che avrei rivolto a Prokosch potevano rispondere solo a una mia - o nostra - esigenza di sapere e di conoscere. Certo lui non mi ha aspettato. E infatti, se sono partito, se sono andato e se quasi magicamente - nonostante tutti mi sconsigliassero - sono arrivato nella sua casa, è perché dovevo rispondere a un'ansietà che è dentro di me. E in un certo senso, sacralizzando quella casa, andando a intervistarla, proprio con il taccuino in mano e la macchina fotografica come se mi dovesse parlare e come se avesse tante cose da farmi vedere, proprio facendo finta di niente, che nessuno fosse morto e che fra il sentiero che scende fra i cipressi alla piscina ancora un vecchio e bellissimo americano scendesse in accappatoio, ogni mattina, per controllare la grande cisterna, in questo modo avrei potuto stabilire l'assoluta necessità del mio desiderio di sapere e di conoscere, e nello stesso tempo, annullando la morte, rimuovendo i fatti, decretare - in un modo che ha a che fare con una mia infantile testardaggine - la sopravvivenza della letteratura, della sua carne e delle sue pagine.
L'Hôtel du Casino, a Juan-les-Pins, è una piccola costruzione a tre piani che si affaccia sulla pineta o, almeno, su tutto ciò che di quella pineta plurisecolare, che ha dato il nome alla città, oggi resta: pochi alberi altissimi, dai tronchi contorti e dalla chioma a ombrello, di un verde intensissimo, sotto i quali si gioca chiassosamente a bocce.
Il proprietario della pensione mi affida la chiave della stanza, mi augura un buon soggiorno e sparisce lungo lo stretto corridoio avvolto da una nuvola bianchissima di Gitanes. Indossa pantaloni bordeaux, scampanati, e una camicia verdolina aperta sul petto ossuto e coperto di peluria grigiastra. Capelli lunghi, grandi baffi ingialliti dalla nicotina e un foulard annodato al collo. Come la pensione, dalle porte un po' imballate sui cardini, la passatoia umidiccia, l'odore di biancheria da poco prezzo, la cornetta dell'intertelefono vecchiotta e appesa approssimativamente al muro, la carta da parati, il mobilio, lui, il proprietario, è perfetto. Quello che si chiamerebbe "il colore locale". Ai grandi alberghi, alle volte, preferisco le piccole pensioni. Sono sempre piene di giovani, hai le chiavi di casa, nessuno controlla, puoi ricevere chi vuoi e soprattutto non hai quella sensazione di precarietà collegiale e da caserma che ti assale la sera nei bar dei grandi alberghi rigurgitanti di uomini soli, vestiti di grigio e di blu, sempre un po' oltre con il whisky.
La mia stanza si affaccia sulla strada principale e sulla pineta. Quando guardo i pini marittimi, anche dal mare, nuotando davanti alla tranquilla Plage Richelieu, mi sembra di coglierne la sofferenza: uno qui, uno là, uno bellissimo usato però come supporto per i grossi fari dell'illuminazione cittadina, un altro soffocato fra due ville anni sessanta, uno finalmente solitario, arroccato sulla roccia, inaccessibile... Come poteva essere all'inizio del secolo questa riviera? Ormai possiamo solo immaginarlo. A qualche centinaio di metri da qui c'è ancora l'Hôtel Belles Rives, l'albergo descritto da Fitzgerald in Tenera è la notte:
«Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso, si stende una breve spiaggia abbagliante.»
Tutto qui, Juan-les-Pins, Antibes, il promontorio, Cannes è un ricordo letterario. Dall'altra parte del Capo, c'è la casa dello scrittore nero James Baldwin che soggiornò in riviera negli anni cinquanta e che qui scrisse La camera di Giovanni. Graham Greene vive ancora oggi da queste parti. Mi dicono che da quando ha scritto un lungo articolo contro la mafia di Nizza ha avuto dei guai. Una bomba nel suo ristorante preferito, mentre si recava a cena. Una bomba? "Certo. D'altra parte, ha ficcato il naso in affari che non lo riguardavano..." E poi tanti altri scrittori. Chiunque sapesse appena reggere in mano una penna è passato di qui. Per non parlare degli artisti e dei grandi pittori come Picasso. Una fauna cosmopolita che dal primo dopoguerra ha colonizzato la riviera, le pensioncine, i piccoli alberghi, i bungalow in nome di una bohème fatta di bevute, di balli, di party, di notti sfrenate fra artisti, star di Hollywood, miliardari americani, celebrità della politica e della finanza. Una dolce vita che durò pochissimo se già nel 1934, in occasione dell'uscita di Tenera è la notte, il sogno appariva sciupato e massificato e Fitzgerald si preoccupava di comunicare al suo direttore letterario: "Nella pubblicità al libro per favore non usare il termine "riviera", o "stazioni climatiche". [...] La riviera è stata del tutto sfruttata da un'intera generazione di scrittori, e solo a nominarla si ha una sensazione di irrealtà e infondatezza."
D'altra parte, sempre nel 1934, il critico Cyril Connolly ambienta proprio fra Juan-les-Pins e Nizza il suo unico, breve romanzo: Acquario (The Rock Pool). Un gruppo di artisti, di granduchi da operetta o da casinò di Montecarlo, di prostitute, di pittori e poeti squattrinati, di borghesi della City in cerca di trasgressioni a poco prezzo, di dandy wildiani o gentildonne dalle forti passioni saffiche... Un demi-monde che segna già la decadenza di quel luogo frequentato solo pochi anni prima da veri miliardari, da veri artisti e da principesse:
«I bassi fondali di Juan-les-Pins erano coperti di cosmetici e di nafta, fin dove iniziava, una trentina di metri più in là, l'acqua di mare vera e propria.»
E, poco più avanti, una descrizione della riviera che trovo perfetta anche oggi, cinquant'anni dopo, e che è l'immagine di qualsiasi città della notte di una qualsiasi costa: Costa del Sol, Ibiza, riviera adriatica, il Forte...
«Aveva scelto Juan-les-Pins perché gli piaceva il caldo, perché gli era stato detto che tutte le donne graziose ci andavano, perché in settembre il resto della costa era deserto. Ma lui la odiava. La spiaggia, dove le onde fetide di crema solare lambivano in permanenza la sabbia; il pontile, dove la bruttezza pelosa degli uomini era tanto più evidente della bellezza delle donne; gli alberghi e i negozi moderni; il fiume di autobus; il casinò con la sua falsa eleganza; il grande cabaret con il suo direttore d'orchestra di Soho stranamente grasso e losco: tutto lo disgustava. Nelle strade gli pareva di sguazzare tra femmine rissose in pigiami da poco prezzo. A un tavolo da Maxim notò una prostituta, detta "Anna la Russa", con la quale gli era capitato di mercanteggiare in Piccadilly, riverita come un'infanta da cinque sudamericani scuri con medaglioni d'oro ballonzolanti sul petto.»
Più di cinquant'anni dopo, la notte di Juan-les-Pins è come un carnevale brasiliano. I caffè, le brasseries, i ristorantini che circondano la vecchia pineta, i negozi, le discoteche, i whisky a gogo debordano in strada, piazzando tavolini, sedie, poltroncine in midollino. Come una casa di bambola in cui si abbassano le pareti e l'interno esce. Qui, le pareti, i divisori di legno o di cristallo o di plexiglas vengono, al tramonto, rimossi del tutto: i camerieri servono i clienti in strada. Il risultato è un enorme teatro di posa affollato, chiassoso, volgare. La musica esce dai caffè che, così squartati, assomigliano piuttosto a carrozzoni di artisti girovaghi: un samba frenetico, martellante. I ballerini danzano su improvvisati palchi, sopra le teste degli orchestrali; le ragazze, coperte da un perizoma insignificante, agitano i fianchi sulla faccia dei turisti. Oba-oba di tutto il mondo. I camerieri servono long-drink complicatissimi, bicchieri alti trenta centimetri con piccoli pavoni di carta cinese, pezzi di frutta, mezzelune di angurie, ciliegie e chicchi d'uva caramellati e infilzati su spiedini coloratissimi, gelati e creme che gocciolano dai calici, intrugli dai colori fluorescenti, soprattutto verdi, azzurri, arancione. E sempre il ritmo frenetico del samba, le percussioni che martellano e incalzano e non danno tregua. E in strada, fra i tavoli, il flusso ininterrotto di migliaia di persone senza una direzione, poiché tutto è bloccato, senza una velocità, un gigantesco ingorgo in cui tutti ridono, fumano, ballano, mangiano, bevono, salgono sulla capote di qualche auto capitata, non sai come, lì in mezzo; branchi di ragazzine svedesi o inglesi cercano di farsi largo fra la gente in sella ai loro ciclomotori presi a nolo. Ridono, cascano in braccio ai camerieri, si gettano a terra. Sono vestite come comparse di Sodoma e Gomorra: molti anelli, bracciali, orecchini e abiti striminziti, praticamente niente. I ragazzi variano dal tipo marinaretto, capelli ossigenati e tagliati a spazzola, anelli ai lobi, jeans una spanna sopra la caviglia, scarpe di tela; oppure capelli lunghissimi, abiti svolazzanti, giacche lunghe fino a terra e trucco agli occhi.
Ci sono molti ragazzi italiani davanti ai locali come il Maracaibo. Vengono dal Piemonte e dalla Liguria per una notte di follia. Gli stereo delle loro automobili diffondono house music, o acid. È tutto un sovrapporsi di ritmi musicali diversissimi. Tutto coesiste e niente si mescola. È un colpo d'occhio di confusione. Passano donne vestite con abiti bianchi e vaporosi, scialli e lamé. Scortate da uomini in blazer e camicia a righe. Anelli alle dita, enormi, d'oro massiccio. Per non parlare degli orologi. Dai ristoranti, fumi di grigliate di carne invadono la strada: lezzo di olio fritto, di "sogliole e patate", di burro fuso e di creme dopo sole. La cucina del Nord con la sua pesantezza, le creme di cipolla, l'aglio, le interiora sontuosamente esibite, i tagli di carne rossa e il cielo blu e mite, le palme del lungomare, i pini, i promontori, il chiarore notturno di Cannes, le luci degli aerei che atterrano a Nizza, il riverbero del traffico che si specchia nel mare, le ali dell'idrovolante che dondola, ancorato a dieci metri dalla riva. Il clima mediterraneo e le usanze, le comodità del Nord. È questo il segreto della riviera?
Mi allontano a piedi da Juan-les-Pins. Cammino lentamente seguendo il lungomare. Il chiasso si dirada, posso sentire il fruscio delle onde. I binari della ferrovia corrono paralleli alla strada e al mare. Passano treni italiani e francesi. Velocissimi, rumorosi. Un rombo che si avvicina e un clamore improvviso, come l'esplodere di un botto. I treni per la Spagna... Anni fa, più volte, ero su una di quelle carrozze, verso l'imbrunire, e l'attraversamento della riviera era uno spettacolo che mi affascinava, in piedi nel corridoio, con il finestrino abbassato e la testa fuori: le luci di Nizza, di Montecarlo, delle ville arroccate sui promontori, l'entrata e l'uscita dalle gallerie, per ritrovarsi improvvisamente affacciati, a strapiombo, sul nero del mare. Ora questi treni che sferragliano veloci mi inquietano e mi infastidiscono. Inciampi del passato. Mi fermo presso una costruzione di cemento armato. C'è un grande parcheggio vuoto. Hanno trasportato delle grosse palme che ancora stentano a radicarsi nella sabbia. Sono sostenute da paletti e da fili in tensione. Oltre c'è un'arena. Una specie di anfiteatro, sul mare, costruito in cemento grezzo, grigio. Scalinate e contrafforti pesanti. Una cattedrale di sabbia calcificata e indurita. Stanno ancora costruendo. La gru e il cantiere sono visibili oltre gli spalti. Un cane si aggira sulle gradinate. C'è qualche coppietta seduta al buio: l'anfiteatro è minaccioso. Così vuoto, così incompleto, così sospeso fra la spiaggia e il mare e il buio della notte. Quasi un attracco interstellare. Per chi? E per quale conquista?
La notte, all'Hôtel du Casino, non riesco a dormire. Fa troppo caldo per tenere le persiane chiuse e, d'altra parte, il rumore che proviene dalla strada è troppo invadente per poterle aprire del tutto. Verso le tre, mi affaccio al balcone e vedo una distesa di motociclette, decine e decine. Alle quattro, quando il whisky a gogo chiude, i motori si accendono contemporaneamente. Urla, schiamazzi. Bottiglie e lattine di birra calciate in mezzo al parco. Canti e cori ubriachi. Accelerazioni dei motori e stridore di pneumatici. Penso al gentiluomo tedesco che dorme al piano di sotto. Si chiama Castor, e da trent'anni trascorre la stagione in riviera. Il rumore non lo disturba. Lo chiama, poeticamente, "il dolce rumore della vita". Il silenzio lo atterrisce: per questo sceglie gli alberghi più centrali, affinché il disordine della gioventù lo culli come una ninna nanna. Me lo immagino, ora, con il sorriso sulle labbra e gli occhietti stretti nel riposo. Io non arriverò mai a tanto...
Il mattino dopo noleggio un'automobile nell'agenzia che si affaccia sulla piazzetta del casinò. Voglio partire subito per Grasse. Il proprietario, un africano altissimo, enorme, vestito in doppio petto scuro, camicia bianca con croce d'oro sullo stomaco, mi porta davanti a una Uno automatica.
"Ha mai guidato una vettura come questa?" chiede.
Scuoto la testa.
"È facile, non si deve preoccupare. Ora le faccio vedere. Salga, avanti."
Il corso di guida dura un paio di minuti e cinquecento metri: come partire, come stazionare, come fare retromarcia. Quando è il mio turno di guidare, il proprietario si complimenta, continua a dirmi: "È facile, è facile! Bravissimo!" Ma non credo che si fidi troppo. Si informa sul mio viaggio. Gli dico che devo raggiungere Plan de Grasse per intervistare un celebre scrittore morto.
Lui si zittisce per un po'. Fa un commento del tipo: "Che peccato! Ah, la vita." Si offre di accompagnarmi fino all'autostrada, una decina di chilometri in tutto. Lui scenderà per ritirare un'altra auto e io potrò proseguire per Grasse, imboccando la superstrada. Non ho scelta. Durante il tragitto, ai semafori di Antibes, nel traffico del porto, lui parla della sua vita. Ha studiato dai domenicani, racconta, e si dedica alla cura di bambini handicappati. È molto religioso. Io sono occupato dalla guida di questa specie di trottola da autoscontro e faccio cenno di sì con la testa. Poi dice: "Come si chiama il suo scrittore?"
"È morto, purtroppo."
Annuisce. "Già, è morto."
Raggiungiamo l'imbocco dell'autostrada. Monsieur scende e, sbracciandosi, mi dice di andare sempre diritto, in direzione di Cannes, e poi di girare al terzo semaforo a destra, dopo un grande ristorante. Lo saluto.
Si china verso il finestrino. "Mi raccomando l'intervista," dice con uno strano sorriso.
Dopo una decina di chilometri di superstrada, devio per Grasse. Il paesaggio cambia. Attraverso le colline profumate di abeti, di pini, di gelsomini. Non c'è molto traffico, fa caldo e c'è foschia. La strada si restringe, fino a diventare un sentiero. Quando incrocio un'altra vettura, sono costretto a rallentare e a mettermi sul ciglio. Non supero nessun paese, solo case, villette, condomini nascosti nel verde. Ogni proprietà, qui, ha un nome. Alcuni leggiadri come "La Coccinelle", "La Coquille", "Le Champ Haut", "Le Réséda"; altri strani come "My Ty". Giù al Cap d'Antibes, le grandi ville protette dai muri di cinta, dai sistemi elettronici di telecamere, da grandi viali di accesso e da parchi secolari hanno, al contrario, nomi stranamente cimiteriali o, se volete, facoltosamente sottotono: "Vivre en Paix", "Le Long Repos", "L'Arc-en-Ciel"... Che, in realtà, si tratti di cliniche per vecchi plurimiliardari?
Scendo dalle colline, attraverso tornanti decisi, in direzione di Grasse. Prima di un cavalcavia, all'imbocco di un sentiero sterrato e ripido, stanno le indicazioni di cinque case. Fra queste c'è Ma Trouvaille. Inverto la marcia e infilo il sentiero. Un campo da tennis alla mia sinistra, cipressi altissimi, oleandri fioriti viola, bianchi, porpora. Un campo di ulivi che protegge una piscina. Siepi di gelsomino. In fondo, nascosto dalla vegetazione, l'ingresso della tenuta. Lascio la macchina e procedo a piedi.
Il viale compie una piccola curva, prima di scendere verso uno spiazzo. Sulla destra, i cipressi e le siepi proteggono un giardino un po' incolto: l'erba secca, alcune statue di putti, una siepe di rose. Da qui si può vedere la valle di Grasse e le colline che ho attraversato in automobile.
L'abitazione si trova più sotto: una grande e lunghissima villa con la facciata protetta da un pergolato di gelsomini. Da qui si scende verso la piscina. Il declinare dei piani su cui si estende la tenuta ricorda, in formato ridotto, l'architettura del giardino di Boboli, a Firenze. Le statue, i cipressi, i muri, i gradini, le siepi, tutto è leggermente nascosto dalla vegetazione, bruciacchiato dalla siccità, leggermente trasandato come si conviene all'abitazione di un vecchio. Ma il luogo è splendido. E l'impressione che ne ho è quella di trovarmi in un posto in cui tutto è semplicissimo, l'ordine è naturale, niente è sontuoso, volgare o sfacciato. Una sensazione di facilità e di comodità, di grande e schiva agiatezza.
Giro con la macchina fotografica. Ci sono alcuni operai che stanno riparando le condotte del gas e le tubature della cisterna. Due di essi sono ragazzi nordafricani. Sembrano divertiti dall'osservarmi. Chiedo se conoscessero il padrone. Non ne sanno nulla. Hanno le chiavi di casa? No. Però potrei provare dalla custode. Abita in quella casa, più a monte.
Madame Josephine Richier è una signora ben messa, non molto alta, che porta un paio di occhiali dalle lenti spesse. Viene ad aprirmi con un sorriso fra il timido e il sospettoso. Certo, qualche giornalista di Nice Matin è arrivato il giorno della morte di Monsieur, ma pochi. Le hanno fatto qualche domanda, hanno chiesto di entrare in casa, ma lei non ha l'autorizzazione. Ci sono oggetti preziosi e, soprattutto, i libri che, a mano, riga dopo riga, come un perfetto amanuense nella sua cella, Prokosch ricopiava e a cui teneva moltissimo. Poesie e disegni.
"Stava tutto il giorno chino su quei libri, a scrivere. Ore e ore. Io gli dicevo: "Monsieur, così perderà la vista", ma lui sorrideva e continuava a scrivere."
"Lavorava da lui ogni giorno? Gli cucinava?"
"Era molto semplice. Si preparava tutto da solo. Facevo solamente le petit ménage. Ogni tanto aveva ospiti, amici, giornalisti che venivano a trovarlo. L'inglese che abita là, su quell'altra collina, l'ha trovato lui, di mattina... Ora ha preso Sambo, il cane di Monsieur... Sta là... Io non potevo tenerlo, capisce... Povera bestia."
Ritorno verso Ma Trouvaille, questa volta passando dall'orto della casa di Madame Richier. Un cane mi viene incontro, abbaiando. È un pastore tedesco. Si chiama Blek. La padrona lo richiama, uscendo di corsa. Mi fa un grande sorriso. Deve divertirsi parecchio a vedermi immobilizzato davanti alla belva, con il taccuino aperto, la matita serrata fra le labbra, la macchina fotografica e lo zoom che dondolano sul petto. Mi sento come un paparazzo che cerca fotografie proibite fra le siepi delle ville di una qualche celebrità. Inseguito da un cane che gli morde il fondo dei pantaloni.
Devo accontentarmi, così, di guardare l'interno della casa dalle uniche due finestre aperte. All'interno non c'è luce sufficiente per scattare qualche immagine. In una stanza ci sono un caminetto, un divano, un tavolino sul quale, disposte in ordine, stanno la Guida Michelin della Francia (rossa); la Guida Michelin dei Pirenei (verde); una copia dell'Herald Tribune ancora avvolta dalla fascetta gialla con su stampigliato l'indirizzo dell'abbonato, una lettera chiusa. La biografia di Arthur Rimbaud. Una bella edizione (americana? inglese?) di Voices. A memoir.
Nell'altra stanza ci sono una biblioteca a muro, stipata di edizioni rilegate che però non riesco a distinguere, un tappeto arrotolato sul pavimento, una statuetta indiana che ha l'aria di essere un buon pezzo di antiquariato, alcuni vasi, porcellane, un vassoio d'argento. Tutto ordinato, come se il proprietario fosse partito per un viaggio.
Mi siedo nella veranda, sotto il pergolato, di fronte alla sedia di vimini sulla quale Prokosch si è fatto fotografare più volte. Fa caldo; ormai è mezzogiorno, e la foschia del mattino si sta disperdendo sulla collina di fronte. Le cicale riempiono l'aria con il loro frinire. Un calabrone volteggia sulla mia testa. Profumo intenso, a soffi, di gelsomini e di rose. Farfalle che volano come petali dispersi dal vento. Avrà collezionato anche queste? Le piccole e bianche farfalle del Midi?
Resto in silenzio a osservare. Di cosa avrei parlato, sotto il pergolato, seduto a questo tavolo, con Prokosch? Gli avrei chiesto degli anni trenta a Cambridge e di Guy Burgess. Di Forster e Connolly e Pound; della storia del suo amore e disamore per la poesia di Auden. Mi sarei fatto raccontare di Klaus Mann, di cui Prokosch - a quanto se ne può leggere - dà l'impressione di saperne ben più di quanto abbia scritto. E, naturalmente, dell'Italia e dei suoi scrittori, di Norman Douglas a Capri, e così via. Forse sarebbe stata un'intervista banale. E Prokosch avrebbe raccontato per l'ennesima volta il solito aneddoto, la solita impressione, quel Bertolt Brecht "con le tozze dita da criminale", o quella baronessa Blixen "paurosamente fragile e vecchia". Gli avrei chiesto del suo primo romanzo, Gli asiatici, storia di un viaggio avventuroso in Oriente, scritto senza muoversi mai dalla biblioteca della sua università americana. E avremmo parlato del viaggiare, della necessità di perdersi fra altre vite e altri luoghi. Gli avrei domandato se il cosmopolitismo di tutti i grandi scrittori della sua generazione - questo continuo vagare fra l'America e l'Europa, fra il Sud e il Nord - fosse qualcosa di intrinseco alle ragioni del fare letterario, un coltivare spiazzamenti interiori che provocano e innescano la scrittura. Ma anche queste cose, forse, me le avrebbe ripetute stancamente.
Se si fosse creata un po' di confidenza, gli avrei chiesto quello che generalmente non si domanda mai alle persone: "Lei è felice?" E forse mi sarei spinto a chiedergli qualcosa di più intimo, qualcosa che Prokosch non ha mai raccontato di sé, che ha lasciato in secondo piano, che ha rimosso, che ha - qualche rara volta - solo ambiguamente accennato. Com'era la vita, come gli affetti, come ci si riconosceva, dove si andava, che rapporti esistevano quando "non esisteva ancora la parola"?
In fondo, il desiderio di parlare con lui non era solamente la curiosità di raccogliere l'esperienza di un uomo che ha trascorso tutta la vita vivendo di letteratura e di scrittura, di sondare quella che lui chiamava la sua "memoria totale" ("Io soffro di una malattia chiamata "memoria totale". Mi resta nella memoria ogni particolare visivo e olfattivo di un incontro, e le inflessioni delle voci continuano a risuonarmi nell'orecchio") ma, alla fine, una riflessione, dalla sua voce, dai suoi gesti, dal suo corpo, sull'invecchiamento e la solitudine.
Devo essere un pessimo intervistatore. Chiedo cose di cui intuisco già la risposta. Non mi sforzo. Forse perché sono venuto fin qui solamente per rimanere in silenzio... In effetti, ora lo capisco un po' meglio, non ha molta importanza il fatto che lui sia morto. E che non gli possa parlare, perché non volevo parlargli. Volevo solo ascoltare... Stimmen, Stimmen. Höre, mein Hertz... "Voci, voci. Ascolta, mio cuore..."
Nel silenzio del pomeriggio, passeggiando intorno alla piscina, scendendo lungo il sentiero, accarezzando il tronco del cotogno, guardando le sedie vuote e il piccolo elefante indiano sistemato casualmente accanto al tavolo e a un innaffiatoio, posso finalmente sentirmi, per un istante, in pace.